VERBUM DOMINI – da 90 a 108 – DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

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ESORTAZIONE  APOSTOLICA
POSTSINODALE
VERBUM DOMINI
DEL SANTO PADRE
BENEDETTO XVI
ALL’EPISCOPATO, AL CLERO,
ALLE PERSONE CONSACRATE
E AI FEDELI LAICI
SULLA PAROLA DI DIO
NELLA VITA E NELLA MISSIONE
DELLA CHIESA

TERZA PARTE

VERBUM MUNDO

«Dio nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito che è Dio ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato
» (Gv 1,18)

La missione della Chiesa:
annunciare la Parola di Dio al mondo

 

La Parola dal Padre e verso il Padre

90. San Giovanni sottolinea con forza il paradosso fondamentale della fede cristiana: da una parte, egli afferma che «Dio, nessuno lo ha mai visto» (Gv 1,18; cfr 1Gv 4,12). In nessun modo le nostre immagini, concetti o parole possono definire o misurare la realtà infinita dell’Altissimo. Egli rimane il Deus semper maior. Dall’altra parte, egli afferma che il Verbo realmente «si fece carne» (Gv 1,14). Il Figlio unigenito, che è rivolto verso il seno del Padre, ha rivelato il Dio che «nessuno ha mai visto» (Gv 1,18). Gesù Cristo viene a noi, «pieno di grazia e verità» (Gv 1,14), che per mezzo di Lui sono donate a noi (cfr Gv 1,17); infatti, «dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia» (Gv 1,16). In tal modo l’evangelista Giovanni nel Prologo contempla il Verbo dal suo stare presso Dio al suo farsi carne, fino al suo ritornare nel seno del Padre portando con sé la nostra stessa umanità, che egli ha assunto per sempre. In questo suo uscire dal Padre e tornare a Lui (cfr Gv 13,3; 16,28; 17,8.10) Egli si presenta a noi come il «Narratore» di Dio (cfr Gv 1,18).
Il Figlio, infatti, afferma sant’Ireneo di Lione, «è il Rivelatore del Padre».[310] Gesù di Nazareth è, per così dire, l’«esegeta» di Dio che «nessuno ha mai visto». «Egli è immagine del Dio invisibile» (Col 1,15). Si compie qui la profezia di Isaia riguardo all’efficacia della Parola del Signore: come la pioggia e la neve scendono dal cielo per irrigare e far germogliare la terra, così la Parola di Dio «non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata» (Is 55,10s). Gesù Cristo è questa Parola definitiva ed efficace che è uscita dal Padre ed è ritornata a Lui, realizzando perfettamente nel mondo la sua volontà.

Annunciare al mondo il «Logos» della Speranza

91. Il Verbo di Dio ci ha comunicato la vita divina che trasfigura la faccia della terra, facendo nuove tutte le cose (cfr Ap 21,5). La sua Parola ci coinvolge non soltanto come destinatari della Rivelazione divina, ma anche come suoi annunciatori. Egli, l’inviato dal Padre a compiere la sua volontà (cfr Gv 5,36-38; 6,38-40; 7,16-18), ci attira a sé e ci coinvolge nella sua vita e missione. Lo Spirito del Risorto abilita così la nostra vita all’annuncio efficace della Parola in tutto il mondo. È l’esperienza della prima comunità cristiana, che vedeva il diffondersi della Parola mediante la predicazione e la testimonianza (cfr At 6,7). Vorrei qui riferirmi in particolare alla vita dell’apostolo Paolo, un uomo afferrato completamente dal Signore (cfr Fil 3,12) – «non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20) – e dalla sua missione: «guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1Cor 9,16), consapevole che quanto è rivelato in Cristo è realmente la salvezza di tutte le genti, la liberazione dalla schiavitù del peccato per entrare nella libertà dei figli di Dio.

In effetti, ciò che la Chiesa annuncia al mondo è il Logos della Speranza (cfr 1Pt 3,15); l’uomo ha bisogno della «grande Speranza» per poter vivere il proprio presente, la grande speranza che è «quel Dio che possiede un volto umano e che ci “ha amati sino alla fine” (Gv 13,1)».[311] Per questo la Chiesa è missionaria nella sua essenza. Non possiamo tenere per noi le parole di vita eterna che ci sono date nell’incontro con Gesù Cristo: esse sono per tutti, per ogni uomo. Ogni persona del nostro tempo, lo sappia oppure no, ha bisogno di questo annuncio. Il Signore stesso, come ai tempi del profeta Amos, susciti tra gli uomini nuova fame e nuova sete delle parole del Signore (cfr Am 8,11). A noi la responsabilità di trasmettere quello che a nostra volta, per grazia, abbiamo ricevuto.

Dalla Parola di Dio la missione della Chiesa

92. Il Sinodo dei Vescovi ha ribadito con forza la necessità di rinvigorire nella Chiesa la coscienza missionaria, presente nel Popolo di Dio fin dalla sua origine. I primi cristiani hanno considerato il loro annuncio missionario come una necessità derivante dalla natura stessa della fede: il Dio nel quale credevano era il Dio di tutti, il Dio uno e vero che si era mostrato nella storia d’Israele e infine nel suo Figlio, dando con ciò la risposta che tutti gli uomini, nel loro intimo, attendono. Le prime comunità cristiane hanno sentito che la loro fede non apparteneva ad una consuetudine culturale particolare, che è diversa a seconda dei popoli, ma all’ambito della verità, che riguarda ugualmente tutti gli uomini.

È ancora san Paolo che con la sua vita ci illustra il senso della missione cristiana e la sua originaria universalità. Pensiamo all’episodio narrato dagli Atti degli Apostoli circa l’Areòpago di Atene (cfr 17,16-34). L’Apostolo delle genti entra in dialogo con uomini di culture diverse, nella consapevolezza che il mistero di Dio, Noto-Ignoto, di cui ogni uomo ha una percezione per quanto confusa, si è realmente rivelato nella storia: «Colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio» (At 17,23). Infatti, la novità dell’annuncio cristiano è la possibilità di dire a tutti i popoli: «Egli si è mostrato. Egli personalmente. E adesso è aperta la via verso di Lui. La novità dell’annuncio cristiano non consiste in un pensiero ma in un fatto: Egli si è rivelato».[312]

La Parola e il Regno di Dio

93. Pertanto, la missione della Chiesa non può essere considerata come realtà facoltativa o aggiuntiva della vita ecclesiale. Si tratta di lasciare che lo Spirito Santo ci assimili a Cristo stesso, partecipando così alla sua stessa missione: «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi» (Gv 20,21), in modo da comunicare la Parola con tutta la vita. È la Parola stessa che ci spinge verso i fratelli: è la Parola che illumina, purifica, converte; noi non siamo che servitori.

È necessario, dunque, riscoprire sempre più l’urgenza e la bellezza di annunciare la Parola, per l’avvento del Regno di Dio, predicato da Cristo stesso. In questo senso, rinnoviamo la consapevolezza, così familiare ai Padri della Chiesa, che l’annuncio della Parola ha come contenuto il Regno di Dio (cfr Mc 1,14-15), il quale è la stessa persona di Gesù (l’Autobasileia), come ricorda suggestivamente Origene.[313] Il Signore offre la salvezza agli uomini di ogni epoca. Avvertiamo tutti quanto sia necessario che la luce di Cristo illumini ogni ambito dell’umanità: la famiglia, la scuola, la cultura, il lavoro, il tempo libero e gli altri settori della vita sociale.[314] Non si tratta di annunciare una parola consolatoria, ma dirompente, che chiama a conversione, che rende accessibile l’incontro con Lui, attraverso il quale fiorisce un’umanità nuova.

Tutti i battezzati responsabili dell’annuncio

94. Poiché tutto il Popolo di Dio è un popolo «inviato», il Sinodo ha ribadito che «la missione di annunciare la Parola di Dio è compito di tutti i discepoli di Gesù Cristo come conseguenza del loro battesimo».[315] Nessun credente in Cristo può sentirsi estraneo a questa responsabilità che proviene dall’appartenere sacramentalmente al Corpo di Cristo. Questa consapevolezza deve essere ridestata in ogni famiglia, parrocchia, comunità, associazione e movimento ecclesiale. La Chiesa, come mistero di comunione, è dunque tutta missionaria e ciascuno, nel suo proprio stato di vita, è chiamato a dare un contributo incisivo all’annuncio cristiano.

Vescovi e sacerdoti secondo la missione loro propria sono chiamati per primi ad una esistenza afferrata dal servizio della Parola, ad annunciare il Vangelo, a celebrare i Sacramenti e a formare i fedeli alla conoscenza autentica delle Scritture. Anche i diaconi si sentano chiamati a collaborare, secondo la missione loro propria, a questo impegno di evangelizzazione.

La vita consacrata risplende in tutta la storia della Chiesa per la capacità di assumersi esplicitamente il compito dell’annuncio e della predicazione della Parola di Dio, nella missio ad gentes e nelle situazioni più difficili, con disponibilità anche alle nuove condizioni di evangelizzazione, intraprendendo con coraggio e audacia nuovi percorsi e nuove sfide per l’annuncio efficace della Parola di Dio.[316]

I laici sono chiamati a esercitare il loro compito profetico, che deriva direttamente dal battesimo, e testimoniare il Vangelo nella vita quotidiana dovunque si trovino. A questo proposito i Padri sinodali hanno espresso «la più viva stima e gratitudine nonché l’incoraggiamento per il servizio all’evangelizzazione che tanti laici, e in particolare le donne, offrono con generosità e impegno nelle comunità sparse per il mondo, sull’esempio di Maria di Magdala, prima testimone della gioia pasquale».[317] Il Sinodo riconosce, inoltre, con gratitudine che i movimenti ecclesiali e le nuove comunità sono, nella Chiesa, una grande forza per l’evangelizzazione in questo tempo, spingendo a sviluppare nuove forme d’annuncio del Vangelo.[318]

La necessità della «missio ad gentes»

95. Nell’esortare tutti i fedeli all’annuncio della divina Parola, i Padri sinodali hanno ribadito la necessità anche per il nostro tempo di un impegno deciso nella missio ad gentes. In nessun modo la Chiesa può limitarsi ad una pastorale di «mantenimento», per coloro che già conoscono il Vangelo di Cristo. Lo slancio missionario è un segno chiaro della maturità di una comunità ecclesiale. Inoltre, i Padri hanno espresso con forza la consapevolezza che la Parola di Dio è la verità salvifica di cui ogni uomo in ogni tempo ha bisogno. Per questo, l’annuncio deve essere esplicito. La Chiesa deve andare verso tutti con la forza dello Spirito (cfr 1 Cor 2,5) e continuare profeticamente a difendere il diritto e la libertà delle persone di ascoltare la Parola di Dio, cercando i mezzi più efficaci per proclamarla, anche a rischio della persecuzione.[319] A tutti la Chiesa si sente debitrice di annunciare la Parola che salva (cfr Rm 1,14).

Annuncio e nuova evangelizzazione

96. Papa Giovanni Paolo II, sulla scia di quanto già espresso dal Papa Paolo VI nell’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, aveva richiamato in tanti modi i fedeli alla necessità di una nuova stagione missionaria per tutto il Popolo di Dio.[320] All’alba del terzo millennio non solo vi sono ancora tanti popoli che non hanno conosciuto la Buona Novella, ma tanti cristiani hanno bisogno che sia loro riannunciata in modo persuasivo la Parola di Dio, così da poter sperimentare concretamente la forza del Vangelo. Molti fratelli sono «battezzati, ma non sufficientemente evangelizzati».[321] Spesso, Nazioni un tempo ricche di fede e di vocazioni vanno smarrendo la propria identità, sotto l’influenza di una cultura secolarizzata.[322] L’esigenza di una nuova evangelizzazione, così fortemente sentita dal mio venerabile Predecessore, deve essere riaffermata senza timore, nella certezza dell’efficacia della divina Parola. La Chiesa, sicura della fedeltà del suo Signore, non si stanca di annunciare la buona novella del Vangelo ed invita tutti i cristiani a riscoprire il fascino della sequela di Cristo.

Parola di Dio e testimonianza cristiana

97. Gli orizzonti immensi della missione ecclesiale, la complessità della situazione presente chiedono oggi modalità rinnovate per poter comunicare efficacemente la Parola di Dio. Lo Spirito Santo, agente primario di ogni evangelizzazione, non mancherà mai di guidare la Chiesa di Cristo in questa azione. Tuttavia, è importante che ogni modalità di annuncio tenga presente, innanzitutto, la relazione intrinseca tra comunicazione della Parola di Dio e testimonianza cristiana. Da ciò dipende la stessa credibilità dell’annuncio. Da una parte, è necessaria la Parola che comunichi quanto il Signore stesso ci ha detto. Dall’altra, è indispensabile dare, con la testimonianza, credibilità a questa Parola, affinché non appaia come una bella filosofia o  utopia, ma piuttosto come una realtà che si può vivere e che fa vivere. Questa reciprocità tra Parola e testimonianza richiama il modo in cui Dio stesso si è comunicato mediante l’incarnazione del suo Verbo. La Parola di Dio raggiunge gli uomini «attraverso l’incontro con testimoni che la rendono presente e viva».[323] In modo particolare le nuove generazioni hanno bisogno di essere introdotte alla Parola di Dio «attraverso l’incontro e la testimonianza autentica dell’adulto, l’influsso positivo degli amici e la grande compagnia della comunità ecclesiale».[324]

C’è uno stretto rapporto tra la testimonianza della Scrittura, come attestazione che la Parola di Dio dà di sé, e la testimonianza di vita dei credenti. L’una implica e conduce all’altra. La testimonianza cristiana comunica la Parola attestata nelle Scritture. Le Scritture, a loro volta, spiegano la testimonianza che i cristiani sono chiamati a dare con la propria vita. Coloro che incontrano testimoni credibili del Vangelo sono portati così a constatare l’efficacia della Parola di Dio in quelli che l’accolgono.

98. In questa circolarità fra testimonianza e Parola comprendiamo le affermazioni del Papa Paolo VI nell’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi. La nostra responsabilità non si limita a suggerire al mondo valori condivisi; occorre che si arrivi all’annuncio esplicito della Parola di Dio. Solo così saremo fedeli al mandato di Cristo: «La Buona Novella, proclamata dalla testimonianza di vita, dovrà dunque essere presto o tardi annunziata dalla parola di vita. Non c’è vera evangelizzazione se il nome, l’insegnamento, la vita, le promesse, il Regno, il mistero di Gesù di Nazareth, Figlio di Dio, non siano proclamati».[325]

Il fatto che l’annuncio della Parola di Dio richieda la testimonianza della propria vita è un dato ben presente nella coscienza cristiana fin dalle sue origini. Cristo stesso è il testimone fedele e verace (cfr Ap 1,5; 3,14), testimone della Verità (cfr Gv 18,37). A questo proposito vorrei farmi eco delle innumerevoli testimonianze che abbiamo avuto la grazia di ascoltare durante l’Assemblea sinodale. Siamo stati profondamente commossi davanti al racconto di coloro che hanno saputo vivere la fede e dare testimonianza fulgida del Vangelo anche sotto regimi avversi al Cristianesimo o in situazioni di persecuzione.

Tutto questo non ci deve fare paura. Gesù stesso ha detto ai suoi discepoli: «Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20). Desidero, pertanto, innalzare a Dio con tutta la Chiesa un inno di lode per la testimonianza di tanti fratelli e sorelle che anche in questo nostro tempo hanno dato la vita per comunicare la verità dell’amore di Dio rivelatoci in Cristo crocifisso e risorto. Inoltre, esprimo la gratitudine di tutta la Chiesa per i cristiani che non si arrendono davanti agli ostacoli e alle persecuzioni a causa del Vangelo. Allo stesso tempo ci stringiamo con profondo e solidale affetto ai fedeli di tutte quelle comunità cristiane, in Asia e in Africa in particolare, che in questo tempo rischiano la vita o l’emarginazione sociale a causa della fede. Vediamo qui realizzarsi lo spirito delle beatitudini del Vangelo per coloro che sono perseguitati a causa del Signore Gesù (cfr Mt 5,11). Nel contempo non cessiamo di alzare la nostra voce perché i governi delle Nazioni garantiscano a tutti libertà di coscienza e di religione, anche di poter testimoniare la propria fede pubblicamente.[326]

 

Parola di Dio e impegno nel mondo

Servire Gesù nei suoi «fratelli più piccoli» (Mt 25,40)

99. La divina Parola illumina l’esistenza umana e mobilita le coscienze a rivedere in profondità la propria vita, poiché tutta la storia dell’umanità sta sotto il giudizio di Dio: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli» (Mt 25,31-32). Nel nostro tempo ci fermiamo spesso superficialmente sul valore dell’istante che passa, come se fosse irrilevante per il futuro. Al contrario, il Vangelo ci ricorda che ogni momento della nostra esistenza è importante e deve essere vissuto intensamente, sapendo che ognuno dovrà rendere conto della propria vita. Nel capitolo venticinque del Vangelo di Matteo il Figlio dell’uomo ritiene fatto o non fatto a sé quanto avremo fatto o non fatto a uno solo dei suoi «fratelli più piccoli» (25,40.45): «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (25,35-36). Pertanto, è la stessa Parola di Dio a richiamare la necessità del nostro impegno nel mondo e la nostra responsabilità davanti a Cristo, Signore della storia. Nell’annunciare il Vangelo esortiamoci vicendevolmente a compiere il bene e all’impegno per la giustizia, la riconciliazione e la pace.

Parola di Dio e impegno nella società per la giustizia

100. La Parola di Dio spinge l’uomo a rapporti animati dalla rettitudine e dalla giustizia, attesta il valore prezioso di fronte a Dio di tutte le fatiche dell’uomo per rendere il mondo più giusto e più abitabile.[327] È la stessa Parola di Dio a denunciare senza ambiguità le ingiustizie e promuovere la solidarietà e l’uguaglianza.[328] Alla luce delle parole del Signore riconosciamo dunque i «segni dei tempi» presenti nella storia, non rifuggiamo l’impegno in favore di quanti soffrono e sono vittime dell’egoismo. Il Sinodo ha ricordato che l’impegno per la giustizia e la trasformazione del mondo è costitutivo dell’evangelizzazione. Come diceva il Papa Paolo VI, si tratta di «raggiungere e quasi sconvolgere mediante la forza del Vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell’umanità, che sono in contrasto con la Parola di Dio e col disegno della salvezza».[329]

A questo scopo i Padri sinodali hanno rivolto un pensiero particolare a quanti sono impegnati nella vita politica e sociale. L’evangelizzazione e la diffusione della Parola di Dio devono ispirare la loro azione nel mondo alla ricerca del vero bene di tutti, nel rispetto e nella promozione della dignità di ogni persona. Certo, non è compito diretto della Chiesa creare una società più giusta, anche se a lei spetta il diritto ed il dovere di intervenire sulle questioni etiche e morali che riguardano il bene delle persone e dei popoli. È soprattutto compito dei fedeli laici, educati alla scuola del Vangelo, intervenire direttamente nell’azione sociale e politica. Per questo il Sinodo raccomanda di promuovere un’adeguata formazione secondo i principi della Dottrina sociale della Chiesa.[330]

101. Inoltre, desidero richiamare l’attenzione di tutti sull’importanza di difendere e promuovere i diritti umani di ogni persona, basati sulla legge naturale iscritta nel cuore dell’uomo, e che come tali sono «universali, inviolabili, inalienabili».[331] La Chiesa auspica che, mediante l’affermazione di tali diritti, la dignità umana sia più efficacemente riconosciuta e promossa universalmente,[332] quale caratteristica impressa da Dio Creatore sulla sua creatura, assunta e redenta da Gesù Cristo mediante la sua incarnazione, morte e risurrezione. Per questo la diffusione della Parola di Dio non può che rafforzare l’affermazione ed il rispetto di tali diritti.[333]

Annuncio della Parola di Dio, riconciliazione e pace tra i popoli

102. Tra i molteplici ambiti di impegno, il Sinodo ha raccomandato vivamente la promozione della riconciliazione e della pace. Nell’odierno contesto è necessario più che mai riscoprire la Parola di Dio come fonte di riconciliazione e di pace perché in essa Dio riconcilia a sé tutte le cose (cfr 2Cor 5,18-20; Ef 1,10): Cristo «è la nostra pace» (Ef 2,14), colui che abbatte i muri di divisione. Tante testimonianze nel Sinodo hanno documentato i gravi e sanguinosi conflitti e le tensioni presenti sul nostro pianeta. A volte tali ostilità sembrano assumere l’aspetto del conflitto interreligioso. Ancora una volta desidero ribadire che la religione non può mai giustificare intolleranza o guerre. Non si può usare la violenza in nome di Dio![334] Ogni religione dovrebbe spingere verso un uso corretto della ragione e promuovere valori etici che edificano la convivenza civile.

Fedeli all’opera di riconciliazione compiuta da Dio in Gesù Cristo, crocifisso e risorto, i cattolici e tutti gli uomini di buona volontà si impegnino a dare esempi di riconciliazione per costruire una società giusta e pacifica.[335] Non dimentichiamo mai che «là dove le parole umane diventano impotenti, perché prevale il tragico rumore della violenza e delle armi, la forza profetica della Parola di Dio non viene meno e ci ripete che la pace è possibile, e che dobbiamo essere noi strumenti di riconciliazione e di pace».[336]

La Parola di Dio e la carità operosa

103. L’impegno per la giustizia, la riconciliazione e la pace trova la sua radice ultima e il suo compimento nell’amore rivelatoci in Cristo. Ascoltando le testimonianze emerse nel Sinodo, siamo resi più attenti al legame che esiste tra l’ascolto amorevole della Parola di Dio e il servizio disinteressato verso i fratelli; tutti i credenti comprendano la necessità «di tradurre in gesti di amore la parola ascoltata, perché solo così diviene credibile l’annuncio del Vangelo, nonostante le umane fragilità che segnano le persone».[337] Gesù è passato in questo mondo facendo il bene (cfr At 10,38). Ascoltando con disponibilità la Parola di Dio nella Chiesa si desta «la carità e la giustizia verso tutti, soprattutto verso i poveri».[338] Non bisogna mai dimenticare che «l’amore — caritas — sarà sempre necessario, anche nella società più giusta … chi vuole sbarazzarsi dell’amore si dispone a sbarazzarsi dell’uomo in quanto uomo».[339] Esorto, pertanto, tutti i fedeli a meditare spesso l’inno alla carità scritto dall’apostolo Paolo e a lasciarsi ispirare da esso: «La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine» (1Cor 13,4-8).

L’amore del prossimo, radicato nell’amore di Dio, ci deve dunque vedere costantemente impegnati come singoli e come comunità ecclesiale, locale ed universale. Sant’Agostino afferma: «È fondamentale comprendere che la pienezza della Legge, come di tutte le Scritture divine, è l’amore … Chi dunque crede di aver compreso le Scritture, o almeno una qualsiasi parte di esse, senza impegnarsi a costruire, mediante la loro intelligenza, questo duplice amore di Dio e del prossimo, dimostra di non averle ancora comprese».[340]

Annuncio della Parola di Dio e i giovani

104. Il Sinodo ha riservato un’attenzione particolare all’annuncio della Parola divina alle nuove generazioni. I giovani sono già fin d’ora membri attivi della Chiesa e ne rappresentano il futuro. In essi spesso troviamo una spontanea apertura all’ascolto della Parola di Dio ed un sincero desiderio di conoscere Gesù. Nell’età della giovinezza, infatti, emergono in modo incontenibile e sincero le domande sul senso della propria vita e su quale indirizzo dare alla propria esistenza. A queste domande solo Dio sa dare vera risposta. Questa attenzione al mondo giovanile implica il coraggio di un annuncio chiaro; dobbiamo aiutare i giovani ad acquistare confidenza e familiarità con la sacra Scrittura, perché sia come una bussola che indica la strada da seguire.[341] Per questo, essi hanno bisogno di testimoni e di maestri, che camminino con loro e li guidino ad amare e a comunicare a loro volta il Vangelo soprattutto ai loro coetanei, diventando essi stessi autentici e credibili annunciatori.[342]

Occorre che la divina Parola venga presentata anche nelle sue implicazioni vocazionali così da aiutare e orientare i giovani nelle loro scelte di vita, anche verso la consacrazione totale.[343] Autentiche vocazioni alla vita consacrata e al sacerdozio hanno il loro terreno propizio nel contatto fedele con la Parola di Dio. Ripeto ancora oggi l’invito fatto all’inizio del mio pontificato di spalancare le porte a Cristo: «Chi fa entrare Cristo, non perde nulla, nulla – assolutamente nulla di ciò che rende la vita libera, bella e grande. No! Solo in quest’amicizia si spalancano le porte della vita. Solo in quest’amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialità della condizione umana. … Cari giovani: non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo. Sì, aprite, spalancate le porte a Cristo – e troverete la vera vita».[344]

Annuncio della Parola di Dio e i migranti

105. La Parola di Dio ci rende attenti alla storia e a quanto di nuovo in essa germoglia. Per questo il Sinodo, in relazione alla missione evangelizzatrice della Chiesa, ha voluto volgere l’attenzione anche al fenomeno complesso dei movimenti migratori, che ha assunto in questi anni inedite proporzioni. Qui sorgono questioni assai delicate riguardanti la sicurezza delle nazioni e l’accoglienza da offrire a quanti cercano rifugio, condizioni migliori di vita, salute e lavoro. Un grande numero di persone, che non conoscono Cristo o che ne hanno un’immagine inadeguata, si insediano in Paesi di tradizione cristiana. Contemporaneamente persone appartenenti a popoli segnati in modo profondo dalla fede cristiana emigrano verso Paesi in cui c’è bisogno di portare l’annuncio di Cristo e di una nuova evangelizzazione. Queste situazioni offrono rinnovate possibilità per la diffusione della Parola di Dio. A tale proposito i Padri sinodali hanno affermato che i migranti hanno il diritto di ascoltare il kerygma, che viene loro proposto, non imposto. Se sono cristiani, necessitano di assistenza pastorale adeguata per rafforzare la fede ed essere essi stessi portatori dell’annuncio evangelico. Consapevoli della complessità del fenomeno, è necessario che le diocesi interessate si mobilitino affinché i movimenti migratori siano colti anche come occasione per scoprire nuove modalità di presenza e di annuncio e si provveda, a seconda delle proprie possibilità, ad un’adeguata accoglienza ed animazione di questi nostri fratelli perché, toccati dalla Buona Novella, si facciano essi stessi annunciatori della Parola di Dio e testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo.[345]

Annuncio della Parola di Dio e i sofferenti

106. Durante i lavori sinodali l’attenzione dei Padri è stata posta anche sulla necessità di annunciare la Parola di Dio a tutti coloro che si trovano nella condizione di sofferenza, fisica, psichica o spirituale. Infatti è nel momento del dolore che sorgono più acute nel cuore dell’uomo, le domande ultime sul senso della propria vita. Se la parola dell’uomo sembra ammutolire davanti al mistero del male e del dolore e la nostra società sembra dare valore all’esistenza solo se corrisponde a certi livelli di efficienza e di benessere, la Parola di Dio ci svela che anche queste circostanze sono misteriosamente «abbracciate» dalla tenerezza di Dio. La fede che nasce dall’incontro con la divina Parola ci aiuta a ritenere la vita umana degna di essere vissuta in pienezza anche quando è fiaccata dal male. Dio ha creato l’uomo per la felicità e per la vita, mentre la malattia e la morte sono entrate nel mondo come conseguenza del peccato (cfr Sap 2,23-24). Ma il Padre della vita è il medico per eccellenza dell’uomo e non cessa di chinarsi amorevolmente sull’umanità sofferente. Il culmine della vicinanza di Dio alla sofferenza dell’uomo lo contempliamo in Gesù stesso che è «Parola incarnata. Ha sofferto con noi, è morto. Con la sua passione e morte Egli ha assunto e trasformato fino in fondo la nostra debolezza».[346]

La vicinanza di Gesù ai sofferenti non si è interrotta: essa si prolunga nel tempo grazie all’azione dello Spirito Santo nella missione della Chiesa, nella Parola e nei Sacramenti, negli uomini di buona volontà, nelle attività di assistenza che le comunità promuovono con carità fraterna, mostrando così il vero volto di Dio ed il suo amore. Il Sinodo rende grazie a Dio per la testimonianza luminosa, spesso nascosta, di tanti cristiani – sacerdoti, religiosi e laici – che hanno prestato e continuano a prestare le loro mani, i loro occhi e i loro cuori a Cristo, vero medico dei corpi e delle anime! Esorta, poi, a continuare ad avere cura delle persone inferme portando loro la presenza vivificante del Signore Gesù, nella Parola e nell’Eucaristia. Siano aiutate a leggere la Scrittura e a scoprire che proprio nella loro condizione possono partecipare in modo particolare alla sofferenza redentrice di Cristo per la salvezza del mondo (cfr 2Cor 4,8-11.14).[347]

Annuncio della Parola di Dio e i poveri

107. La sacra Scrittura manifesta la predilezione di Dio per i poveri e i bisognosi (cfr Mt 25,31-46). Frequentemente i Padri sinodali hanno richiamato la necessità che l’annuncio evangelico, l’impegno dei Pastori e delle comunità siano rivolti a questi nostri fratelli. In effetti, «i primi ad avere diritto all’annuncio del Vangelo sono proprio i poveri, bisognosi non solo di pane, ma anche di parole di vita».[348] La diaconia della carità, che non deve mai mancare nelle nostre Chiese, deve essere sempre legata all’annuncio della Parola e alla celebrazione dei santi misteri.[349] Nello stesso tempo, occorre riconoscere e valorizzare il fatto che gli stessi poveri sono anche agenti di evangelizzazione. Nella Bibbia il vero povero è colui che si affida totalmente a Dio e Gesù stesso nel Vangelo li chiama beati, «poiché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3; cfr Lc 6,20). Il Signore esalta la semplicità di cuore di chi riconosce in Dio la vera ricchezza, ripone in Lui la propria speranza, e non nei beni di questo mondo. La Chiesa non può deludere i poveri: «I pastori sono chiamati ad ascoltarli, ad imparare da essi, a guidarli nella loro fede e a motivarli ad essere artefici della propria storia».[350]

La Chiesa è anche consapevole che esiste una povertà come virtù, da coltivare e da scegliere liberamente, come hanno fatto tanti Santi, ed esiste una miseria, esito spesso di ingiustizia e provocata dall’egoismo, che segna indigenza e fame e che alimenta i conflitti. Quando la Chiesa annuncia la Parola di Dio sa che occorre favorire un «circolo virtuoso» tra la povertà «da scegliere» e la povertà «da combattere», riscoprendo «la sobrietà e la solidarietà, quali valori evangelici e al tempo stesso universali… Ciò comporta scelte di giustizia e di sobrietà».[351]

Parola di Dio e custodia del creato

108. L’impegno nel mondo richiesto dalla divina Parola ci spinge a guardare con occhi nuovi l’intero cosmo creato da Dio e che porta già in sé le tracce del Verbo, per mezzo del quale tutto è stato fatto (cfr Gv 1,2). In effetti c’è una responsabilità che abbiamo come credenti e annunciatori del Vangelo anche nei confronti della creazione. La Rivelazione, mentre ci rende noto il disegno di Dio sul cosmo, ci porta anche a denunciare gli atteggiamenti sbagliati dell’uomo, quando non riconosce tutte le cose come riflesso del Creatore, ma mera materia da manipolare senza scrupoli. Così l’uomo manca di quella essenziale umiltà che gli permette di riconoscere la creazione come dono di Dio da accogliere e usare secondo il suo disegno. Al contrario, l’arroganza dell’uomo che vive come se Dio non ci fosse, porta a sfruttare e deturpare la natura, non riconoscendo in essa un’opera della Parola creatrice. In questo quadro teologico, desidero richiamare le affermazioni dei Padri sinodali, i quali hanno ricordato che «accogliere la Parola di Dio attestata nella sacra Scrittura e nella Tradizione viva della Chiesa genera un nuovo modo di vedere le cose, promuovendo una ecologia autentica, che ha la sua radice più profonda nella obbedienza della fede …(e) sviluppando una rinnovata sensibilità teologica sulla bontà di tutte le cose, create in Cristo».[352] L’uomo ha bisogno di essere nuovamente educato allo stupore e a riconoscere la bellezza autentica che si manifesta nelle cose create.[353]