VERBUM DOMINI – da 50 a 71 – DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

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ESORTAZIONE  APOSTOLICA
POSTSINODALE
VERBUM DOMINI
DEL SANTO PADRE
BENEDETTO XVI
ALL’EPISCOPATO, AL CLERO,
ALLE PERSONE CONSACRATE
E AI FEDELI LAICI
SULLA PAROLA DI DIO
NELLA VITA E NELLA MISSIONE
DELLA CHIESA

SECONDA PARTE

VERBUM IN ECCLESIA

«A quanti però lo hanno accolto ha dato il potere
di diventare figli di Dio
» (Gv 1,12)

La Parola di Dio e la Chiesa

 

La Chiesa accoglie la Parola

50. Il Signore pronuncia la sua Parola perché venga accolta da coloro che sono stati creati proprio «per mezzo» dello stesso Verbo. «Venne tra i suoi» (Gv 1,11): la Parola non ci è originariamente estranea e la creazione è stata voluta in un rapporto di familiarità con la vita divina. Il Prologo del quarto Vangelo ci pone di fronte anche al rifiuto nei confronti della divina Parola da parte dei «suoi» che «non l’hanno accolto» (Gv 1,11). Non accoglierlo vuol dire non ascoltare la sua voce, non conformarsi al Logos. Invece, là dove l’uomo, pur fragile e peccatore, si apre sinceramente all’incontro con Cristo, inizia una trasformazione radicale: «a quanti però lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12). Accogliere il Verbo vuol dire lasciarsi plasmare da Lui, così da essere, per la potenza dello Spirito Santo, resi conformi a Cristo, al «Figlio unigenito che viene dal Padre» (Gv 1,14). È l’inizio di una nuova creazione, nasce la creatura nuova, un popolo nuovo. Quelli che credono, ossia coloro che vivono l’obbedienza della fede, «da Dio sono stati generati» (Gv 1,13), vengono resi partecipi della vita divina: figli nel Figlio (cfr Gal 4,5-6; Rm 8,14-17). Dice suggestivamente sant’Agostino commentando questo passo nel Vangelo di Giovanni: «per mezzo del Verbo sei stato fatto, ma è necessario che per mezzo del Verbo tu venga rifatto».[174] Qui vediamo delinearsi il volto della Chiesa, come realtà definita dall’accoglienza del Verbo di Dio che facendosi carne è venuto a porre la sua tenda tra noi (cfr Gv 1,14). Questa dimora di Dio tra gli uomini, questa shekinah (cfr Es 26,1), prefigurata nell’Antico Testamento, si compie ora nella presenza definitiva di Dio con gli uomini in Cristo.

Contemporaneità di Cristo nella vita della Chiesa

51. Il rapporto tra Cristo, Parola del Padre, e la Chiesa non può essere compreso nei termini di un evento semplicemente passato, ma si tratta di una relazione vitale in cui ciascun fedele è chiamato ad entrare personalmente. Parliamo infatti della presenza della Parola di Dio a noi oggi: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Come ha affermato il Papa Giovanni Paolo II: «La contemporaneità di Cristo all’uomo di ogni tempo si realizza nel suo corpo, che è la ChiesaPer questo il Signore promise ai suoi discepoli lo Spirito Santo, che avrebbe loro “ricordato” e fatto comprendere i suoi comandamenti (cfr Gv 14,26) e sarebbe stato il principio sorgivo di una vita nuova nel mondo (cfr Gv 3,5-8; Rm 8,1-13)».[175] La Costituzione dogmatica Dei Verbum esprime questo mistero nei termini biblici di un dialogo nuziale: «Dio, il quale ha parlato in passato, non cessa di parlare con la sposa del suo Figlio diletto, e lo Spirito Santo, per mezzo del quale la viva voce dell’Evangelo risuona nella Chiesa e per mezzo di questa nel mondo, introduce i credenti alla verità intera e in essi fa risiedere la parola di Cristo in tutta la sua ricchezza (cfr Col 3,16)».[176]

La Sposa di Cristo, maestra di ascolto, anche oggi ripete con fede: «Parla, o Signore, che la tua Chiesa ti ascolta».[177] Per questo la Costituzione dogmatica Dei Verbum inizia dicendo: «In religioso ascolto della parola di Dio e proclamandola con ferma fiducia, il santo Concilio…».[178] Si tratta in effetti di una definizione dinamica della vita della Chiesa: «Sono parole con le quali il Concilio indica un aspetto qualificante della Chiesa: essa è una comunità che ascolta ed annuncia la Parola di Dio. La Chiesa non vive di se stessa ma del Vangelo e dal Vangelo sempre e nuovamente trae orientamento per il suo cammino. È una annotazione che ogni cristiano deve raccogliere ed applicare a se stesso: solo chi si pone innanzitutto in ascolto della Parola può poi diventarne annunciatore».[179] Nella Parola di Dio proclamata ed ascoltata e nei Sacramenti, Gesù dice oggi, qui e adesso, a ciascuno: «Io sono tuo, mi dono a te»; perché l’uomo possa accogliere e rispondere, e dire a sua volta: «Io sono tuo».[180] La Chiesa appare così l’ambito nel quale per grazia possiamo fare esperienza di ciò che narra il Prologo di Giovanni: «a quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12).

 

Liturgia, luogo privilegiato della Parola di Dio

La Parola di Dio nella sacra liturgia

52. Considerando la Chiesa come «casa della Parola»,[181] si deve innanzitutto porre attenzione alla sacra liturgia. È questo infatti l’ambito privilegiato in cui Dio parla a noi nel presente della nostra vita, parla oggi al suo popolo, che ascolta e risponde. Ogni azione liturgica è per natura sua intrisa di sacra Scrittura. Come afferma la Costituzione Sacrosanctum Concilium, «nella celebrazione liturgica la sacra Scrittura ha una importanza estrema. Da essa infatti si attingono le letture che vengono poi spiegate nell’omelia e i salmi che si cantano; del suo afflato e del suo spirito sono permeate le preghiere, le orazioni e i carmi liturgici; da essa infine prendono significato le azioni e i simboli liturgici».[182] Più ancora, si deve dire che Cristo stesso «è presente nella sua parola, giacché è Lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura».[183] In effetti, «la celebrazione liturgica diventa una continua, piena ed efficace proclamazione della parola di Dio. Pertanto la parola di Dio, costantemente annunziata nella liturgia, è sempre viva ed efficace per la potenza dello Spirito Santo, e manifesta quell’amore operante del Padre che giammai cessa di operare verso tutti gli uomini».[184] La Chiesa, infatti, ha sempre mostrato la consapevolezza che nell’azione liturgica la Parola di Dio si accompagna all’intima azione dello Spirito Santo che la rende operante nel cuore dei fedeli. In realtà è grazie al Paraclito che «la parola di Dio diventa fondamento dell’azione liturgica, norma e sostegno di tutta la vita. L’azione dello stesso Spirito Santo … a ciascuno suggerisce nel cuore tutto ciò che nella proclamazione della parola di Dio viene detto per l’intera assemblea dei fedeli, e mentre rinsalda l’unità di tutti, favorisce anche la diversità dei carismi e ne valorizza la molteplice azione».[185]

Pertanto, occorre comprendere e vivere il valore essenziale dell’azione liturgica per la comprensione della Parola di Dio. In un certo senso, l’ermeneutica della fede riguardo alla sacra Scrittura deve sempre avere come punto di riferimento la liturgia, dove la Parola di Dio è celebrata come parola attuale e vivente: «La Chiesa segue fedelmente nella liturgia quel modo di leggere e di interpretare le sacre Scritture, a cui ricorse Cristo stesso, che a partire dall’‘oggi’ del suo evento esorta a scrutare tutte le Scritture».[186]

Qui appare anche la sapiente pedagogia della Chiesa che proclama e ascolta la sacra Scrittura seguendo il ritmo dell’anno liturgico. Questo distendersi della Parola di Dio nel tempo avviene in particolare nella celebrazione eucaristica e nella Liturgia delle Ore. Al centro di tutto risplende il Mistero Pasquale, al quale si collegano tutti i misteri di Cristo e della storia della salvezza che si attualizzano sacramentalmente: «Ricordando in tal modo i misteri della redenzione, essa [la Chiesa] apre ai fedeli le ricchezze delle azioni salvifiche e dei meriti del suo Signore, le rende come presenti a tutti i tempi e permette ai fedeli di venirne a contatto e di essere ripieni della grazia della salvezza».[187] Esorto quindi i Pastori della Chiesa e gli operatori pastorali a fare in modo che tutti i fedeli siano educati a gustare il senso profondo della Parola di Dio che si dispiega nella liturgia durante l’anno, mostrando i misteri fondamentali della nostra fede. Da ciò dipende anche il giusto approccio alla sacra Scrittura.

Sacra Scrittura e Sacramenti

53. Affrontando il tema del valore della liturgia per la comprensione della Parola di Dio, il Sinodo dei Vescovi ha voluto sottolineare anche la relazione tra la sacra Scrittura e l’azione sacramentale. È quanto mai opportuno approfondire il legame tra Parola e Sacramento, sia nell’azione pastorale della Chiesa che nella ricerca teologica.[188] Certamente «la liturgia della Parola è un elemento decisivo nella celebrazione di ciascun sacramento della Chiesa»;[189] tuttavia nella prassi pastorale non sempre i fedeli sono consapevoli di questo legame e colgono l’unità tra il gesto e la parola. È «compito dei sacerdoti e dei diaconi, soprattutto quando amministrano i sacramenti, mettere in luce l’unità che Parola e Sacramento formano nel ministero della Chiesa».[190] Infatti, nella relazione tra Parola e gesto sacramentale si mostra in forma liturgica l’agire proprio di Dio nella storia mediante il carattere performativo della Parola stessa. Nella storia della salvezza infatti non c’è separazione tra ciò che Dio dice e opera; la sua stessa Parola si presenta come viva ed efficace (cfr Eb 4,12), come del resto lo stesso significato dell’espressione ebraica dabar indica. Al medesimo modo, nell’azione liturgica siamo posti di fronte alla sua Parola che realizza ciò che dice. Educando il Popolo di Dio a scoprire il carattere performativo della Parola di Dio nella liturgia, lo si aiuta anche a cogliere l’agire di Dio nella storia della salvezza e nella vicenda personale di ogni suo membro.

Parola di Dio ed Eucaristia

54. Quanto viene affermato in genere riguardo alla relazione tra Parola e Sacramenti si approfondisce quando ci riferiamo alla celebrazione eucaristica. Del resto, l’intima unità fra Parola ed Eucaristia è radicata nella testimonianza scritturistica (cfr Gv 6; Lc 24), attestata dai Padri della Chiesa e riaffermata dal Concilio Vaticano II.[191] A questo proposito pensiamo al grande discorso di Gesù sul pane di vita nella sinagoga di Cafarnao (cfr Gv 6,22-69), che ha in sottofondo il confronto tra Mosé e Gesù, tra colui che parlò faccia a faccia con Dio (cfr Es 33,11) e colui che ha rivelato Dio (cfr Gv 1,18). Il discorso sul pane, infatti, richiama il dono di Dio, che Mosè ottenne per il suo popolo con la manna nel deserto e che in realtà è la Torah, la Parola di Dio che fa vivere (cfr Sal 119; Pr 9,5). Gesù porta a compimento in se stesso la figura antica: «Il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo … Io sono il pane della vita» (Gv 6,33-35). Qui «la Legge è diventata persona. Nell’incontro con Gesù ci nutriamo, per così dire, dello stesso Dio vivente, mangiamo davvero “il pane dal cielo”».[192] Nel discorso di Cafarnao si approfondisce il Prologo di Giovanni: se là il Logos di Dio diventa carne, qui questa carne diventa «pane» donato per la vita del mondo (cfr Gv 6,51), alludendo così al dono che Gesù farà di se stesso nel mistero della croce, confermato dall’affermazione sul suo sangue dato da «bere» (cfr Gv 6,53). In tal modo nel mistero dell’Eucaristia si mostra quale sia la vera manna, il vero pane del cielo: è il Logos di Dio fattosi carne, che ha donato se stesso per noi nel Mistero Pasquale.

Il racconto di Luca sui discepoli di Emmaus ci permette un’ulteriore riflessione sul legame tra l’ascolto della Parola e lo spezzare il pane (cfr Lc 24,13-35). Gesù si fece loro incontro nel giorno dopo il sabato, ascoltò le espressioni della loro speranza delusa e, diventando compagno di cammino, «spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (24,27). I due discepoli iniziano a guardare in un modo nuovo le Scritture insieme a questo viandante che si manifesta così inaspettatamente familiare alla loro vita. Ciò che è accaduto in quei giorni non appare più come fallimento, ma come compimento e nuovo inizio. Tuttavia, anche queste parole non sembrano ancora sufficienti ai due discepoli. Il Vangelo di Luca ci dice che «si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero» (24,31) solo quando Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, mentre prima «i loro occhi erano impediti a riconoscerlo» (24,16). La presenza di Gesù, dapprima con le parole, poi con il gesto di spezzare il pane, ha reso possibile ai discepoli il riconoscerLo, ed essi  possono risentire in modo nuovo quanto avevano già vissuto precedentemente con Lui: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?» (24,32).

55. Da questi racconti emerge come la Scrittura stessa orienti a cogliere il suo nesso indissolubile con l’Eucaristia. «Si deve quindi sempre tener presente che la parola di Dio, dalla Chiesa letta e annunziata nella liturgia, porta in qualche modo, come al suo stesso fine, al sacrificio dell’alleanza e al convito della grazia, cioè all’Eucaristia».[193] Parola ed Eucaristia si appartengono così intimamente da non poter essere comprese l’una senza l’altra: la Parola di Dio si fa carne sacramentale nell’evento eucaristico. L’Eucaristia ci apre all’intelligenza della sacra Scrittura, così come la sacra Scrittura a sua volta illumina e spiega il Mistero eucaristico. In effetti, senza il riconoscimento della presenza reale del Signore nell’Eucaristia, l’intelligenza della Scrittura rimane incompiuta. Per questo «alla parola di Dio e al mistero eucaristico la Chiesa ha tributato e sempre e dappertutto ha voluto e stabilito che si tributasse la stessa venerazione, anche se non lo stesso culto. Mossa dall’esempio del suo fondatore, essa non ha mai cessato di celebrare il mistero pasquale, riunendosi insieme per leggere ‘in tutte le Scritture ciò che a lui si riferiva’ (Lc 24,27), e attualizzare, con il memoriale del Signore e i sacramenti, l’opera della salvezza».[194]

La sacramentalità della Parola

56. Con il richiamo al carattere performativo della Parola di Dio nell’azione sacramentale e l’approfondimento della relazione tra Parola ed Eucaristia, siamo portati ad inoltrarci in un tema significativo, emerso durante l’Assemblea del Sinodo, riguardante la sacramentalità della Parola.[195] È utile a questo proposito ricordare che il Papa Giovanni Paolo II aveva fatto riferimento «all’orizzonte sacramentale della Rivelazione e, in particolare, al segno eucaristico dove l’unità inscindibile tra la realtà e il suo significato permette di cogliere la profondità del mistero».[196] Da qui comprendiamo che all’origine della sacramentalità della Parola di Dio sta propriamente il mistero dell’incarnazione: «il Verbo si fece carne» (Gv 1,14), la realtà del mistero rivelato si offre a noi nella «carne» del Figlio. La Parola di Dio si rende percepibile alla fede attraverso il «segno» di parole e di gesti umani. La fede, dunque, riconosce il Verbo di Dio accogliendo i gesti e le parole con i quali Egli stesso si presenta a noi. L’orizzonte sacramentale della Rivelazione indica, pertanto, la modalità storico-salvifica con la quale il Verbo di Dio entra nel tempo e nello spazio, diventando interlocutore dell’uomo, chiamato ad accogliere nella fede il suo dono.

La sacramentalità della Parola si lascia così comprendere in analogia alla presenza reale di Cristo sotto le specie del pane e del vino consacrati.[197] Accostandoci all’altare e prendendo parte al banchetto eucaristico noi comunichiamo realmente al corpo e al sangue di Cristo. La proclamazione della Parola di Dio nella celebrazione comporta il riconoscere che sia Cristo stesso ad essere presente e a rivolgersi a noi[198] per essere accolto. Sull’atteggiamento da avere sia nei confronti dell’Eucaristia, che della Parola di Dio, san Girolamo afferma: «Noi leggiamo le sante Scritture. Io penso che il Vangelo è il Corpo di Cristo; io penso che le sante Scritture sono il suo insegnamento. E quando egli dice: Chi non mangerà la mia carne e berrà il mio sangue (Gv 6,53), benché queste parole si possano intendere anche del Mistero [eucaristico], tuttavia il corpo di Cristo e il suo sangue è veramente la parola della Scrittura, è l’insegnamento di Dio. Quando ci rechiamo al Mistero [eucaristico], se ne cade una briciola, ci sentiamo perduti. E quando stiamo ascoltando la Parola di Dio, e ci viene versata nelle orecchie la Parola di Dio e la carne di Cristo e il suo sangue, e noi pensiamo ad altro, in quale grande pericolo non incappiamo?».[199] Cristo, realmente presente nelle specie del pane e del vino, è presente, in modo analogo, anche nella Parola proclamata nella liturgia. Approfondire il senso della sacramentalità della Parola di Dio, dunque, può favorire una comprensione maggiormente unitaria del mistero della Rivelazione in «eventi e parole intimamente connessi»,[200] giovando alla vita spirituale dei fedeli e all’azione pastorale della Chiesa.

La sacra Scrittura e il Lezionario

57. Sottolineando il nesso tra Parola ed Eucaristia, il Sinodo ha voluto giustamente richiamare anche alcuni aspetti della celebrazione inerenti al servizio della Parola. Vorrei fare riferimento innanzitutto all’importanza del Lezionario. La riforma voluta dal Concilio Vaticano II[201] ha mostrato i suoi frutti arricchendo l’accesso alla sacra Scrittura che viene offerta in abbondanza, soprattutto nelle liturgie domenicali. L’attuale struttura, oltre a presentare frequentemente i testi più importanti della Scrittura, favorisce la comprensione dell’unità del piano divino, mediante la correlazione tra le letture dell’Antico e del Nuovo Testamento, «incentrata in Cristo e nel suo mistero pasquale».[202] Talune difficoltà che permangono nel cogliere le relazioni tra le letture dei due Testamenti devono essere considerate alla luce della lettura canonica, ossia dell’unità intrinseca di tutta la Bibbia. Là dove se ne riscontra la necessità, gli organi competenti possono provvedere alla pubblicazione di sussidi che facilitino a comprendere il nesso tra le letture proposte dal Lezionario, le quali devono essere tutte proclamate all’assemblea liturgica, come previste dalla liturgia del giorno. Eventuali altri problemi e difficoltà vengano segnalati alla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.

Inoltre, non dobbiamo dimenticare che l’attuale Lezionario del rito latino ha anche un significato ecumenico, in quanto viene utilizzato ed apprezzato anche da confessioni non ancora in piena comunione con la Chiesa Cattolica. In modo differente si pone il problema del Lezionario nelle liturgie delle Chiese Cattoliche Orientali, che il Sinodo chiede sia «preso autorevolmente in esame»[203] secondo la tradizione propria e le competenze delle Chiese sui iuris e tenendo conto, anche qui, del contesto ecumenico.

Proclamazione della Parola e ministero del lettorato

58. Già nell’Assemblea sinodale sull’Eucaristia era stata chiesta una maggior cura della proclamazione della Parola di Dio.[204] Come è noto, mentre il Vangelo è proclamato dal sacerdote o dal diacono, la prima e la seconda lettura nella tradizione latina vengono proclamate dal lettore incaricato, uomo o donna. Vorrei qui farmi voce dei Padri sinodali che anche in questa circostanza hanno sottolineato la necessità di curare con una formazione adeguata[205] l’esercizio del munus di lettore nella celebrazione liturgica[206] ed in modo particolare il ministero del lettorato, che, come tale, nel rito latino, è ministero laicale. È necessario che i lettori incaricati di tale ufficio, anche se non ne avessero ricevuta l’istituzione, siano veramente idonei e preparati con impegno. Tale preparazione deve essere sia biblica e liturgica, che tecnica: «La formazione biblica deve portare i lettori a saper inquadrare le letture nel loro contesto e a cogliere il centro dell’annunzio rivelato alla luce della fede. La formazione liturgica deve comunicare ai lettori una certa facilità nel percepire il senso e la struttura della liturgia della Parola e le motivazioni del rapporto fra la liturgia della Parola e la liturgia eucaristica. La preparazione tecnica deve rendere i lettori sempre più idonei all’arte di leggere in pubblico, sia a voce libera, sia con l’aiuto dei moderni strumenti di amplificazione».[207]

L’importanza dell’omelia

59. «Diversi sono i compiti e gli uffici che spettano a ciascuno riguardo alla Parola di Dio: ai fedeli spetta l’ascoltarla e il meditarla; l’esporla invece spetta soltanto a coloro che, in forza della sacra ordinazione, hanno il compito magisteriale, o a coloro ai quali viene affidato l’esercizio di questo ministero»,[208] vale a dire Vescovi, presbiteri e diaconi. Da qui si comprende l’attenzione che nel Sinodo è stata data al tema dell’omelia. Già nell’Esortazione apostolica postsinodale Sacramentum caritatis, avevo ricordato che «in relazione all’importanza della Parola di Dio si pone la necessità di migliorare la qualità dell’omelia. Essa infatti “è parte dell’azione liturgica”; ha il compito di favorire una più piena comprensione ed efficacia della Parola di Dio nella vita dei fedeli».[209] L’omelia costituisce un’attualizzazione del messaggio scritturistico, in modo tale che i fedeli siano indotti a scoprire la presenza e l’efficacia della Parola di Dio nell’oggi della propria vita. Essa deve condurre alla comprensione del mistero che si celebra, invitare alla missione, disponendo l’assemblea alla professione di fede, alla preghiera universale e alla liturgia eucaristica. Di conseguenza, coloro che per ministero specifico sono deputati alla predicazione abbiano veramente a cuore questo compito. Si devono evitare omelie generiche ed astratte, che occultino la semplicità della Parola di Dio, come pure  inutili divagazioni che rischiano di attirare l’attenzione sul predicatore piuttosto che al cuore del messaggio evangelico. Deve risultare chiaro ai fedeli che ciò che sta a cuore al predicatore è mostrare Cristo, che deve essere al centro di ogni omelia. Per questo occorre che i predicatori abbiano confidenza e contatto assiduo con il testo sacro;[210] si preparino per l’omelia nella meditazione e nella preghiera, affinché predichino con convinzione e passione. L’Assemblea sinodale ha esortato che si tengano presenti le seguenti domande: «Che cosa dicono le letture proclamate? Che cosa dicono a me personalmente? Che cosa devo dire alla comunità, tenendo conto della sua situazione concreta?».[211] Il predicatore deve lasciarsi «interpellare per primo dalla Parola di Dio che annuncia»,[212] perché, come dice sant’Agostino: «È indubbiamente senza frutto chi predica all’esterno la parola di Dio e non ascolta nel suo intimo».[213] Si curi con particolare attenzione l’omelia domenicale e nelle solennità; ma non si trascuri anche durante la settimana nelle Messe cum populo, quando possibile, di offrire brevi riflessioni, appropriate alla situazione, per aiutare i fedeli ad accogliere e rendere feconda la Parola ascoltata.

Opportunità di un Direttorio omiletico

60. Predicare in modo adeguato in riferimento al Lezionario è veramente un’arte che deve essere coltivata. Pertanto, in continuità con quanto richiesto nel precedente Sinodo,[214] chiedo alle autorità competenti che, in relazione al Compendio eucaristico,[215] si pensi anche a strumenti e sussidi adeguati per aiutare i ministri a svolgere nel modo migliore il loro compito, come ad esempio un Direttorio sull’omelia, cosicché i predicatori possano trovare in esso un aiuto utile per prepararsi nell’esercizio del ministero. Come ci ricorda san Girolamo, poi, la predicazione deve essere accompagnata dalla testimonianza della propria vita: «Le tue azioni non smentiscano le tue parole, perché non succeda che, quando tu predichi in chiesa, qualcuno nel suo intimo commenti: “Perché dunque proprio tu non agisci così?”. … Nel sacerdote di Cristo la mente e la parola si devono accordare».[216]

Parola di Dio, Riconciliazione e Unzione degli infermi

61. Se al centro della relazione tra Parola di Dio e Sacramenti sta indubbiamente l’Eucaristia, tuttavia è bene sottolineare l’importanza della sacra Scrittura anche negli altri Sacramenti, in particolare quelli di guarigione: ossia il sacramento della Riconciliazione o della Penitenza, e il sacramento dell’Unzione degli infermi. Spesso il riferimento alla sacra Scrittura in questi Sacramenti viene trascurato. È necessario, invece, che ad essa venga dato lo spazio che le spetta. Infatti, non si deve mai dimenticare che «la Parola di Dio è parola di riconciliazione perché in essa Dio riconcilia a sé tutte le cose (cfr 2 Cor 5,18-20; Ef 1,10). Il perdono misericordioso di Dio, incarnato in Gesù, rialza il peccatore».[217] La Parola di Dio «illumina il fedele a conoscere i suoi peccati, lo chiama alla conversione e gl’infonde fiducia nella misericordia di Dio».[218] Affinché si approfondisca la forza riconciliatrice della Parola di Dio si raccomanda che il singolo penitente si prepari alla confessione meditando un brano adatto della sacra Scrittura e possa iniziare la confessione mediante la lettura o l’ascolto di una ammonizione biblica, secondo quanto previsto dal proprio rito. Nel manifestare la sua contrizione, poi, è bene che il penitente usi «una formula composta di espressioni della sacra Scrittura»,[219] prevista dal rito. Quando possibile, è bene che, in particolari momenti dell’anno o quando se ne presenti l’opportunità, la confessione individuale da parte di più penitenti avvenga all’interno di celebrazioni penitenziali, come previsto dal rituale, nel rispetto delle diverse tradizioni liturgiche, in cui poter dare ampio spazio alla celebrazione della Parola con l’uso di letture appropriate.

Anche per quanto riguarda il Sacramento dell’Unzione degli infermi, non si dimentichi che «la forza sanante della Parola di Dio è un appello vivo ad una costante conversione personale nell’ascoltatore stesso».[220] La sacra Scrittura contiene numerose pagine di conforto, sostegno e guarigione dovuti all’intervento di Dio. In particolare si ricordi la vicinanza di Gesù ai sofferenti e che Egli stesso, Verbo di Dio incarnato, si è caricato dei nostri dolori ed ha patito per amore dell’uomo, donando così senso alla malattia e al morire. È bene che nelle parrocchie e soprattutto negli ospedali si celebri, secondo le circostanze, il Sacramento degli infermi in forma comunitaria. Sia dato in queste occasioni ampio spazio alla celebrazione della Parola e si aiutino i fedeli infermi a vivere con fede la propria condizione di sofferenza, in unione al Sacrificio redentivo di Cristo che ci libera dal male.

Parola di Dio e Liturgia delle Ore

62. Tra le forme di preghiera che esaltano la sacra Scrittura si colloca indubbiamente la Liturgia delle Ore. I Padri sinodali hanno affermato che essa costituisce «una forma privilegiata di ascolto della Parola di Dio perché mette in contatto i fedeli con la Sacra Scrittura e con la Tradizione viva della Chiesa».[221] Si deve innanzitutto ricordare la profonda dignità teologica ed ecclesiale di questa preghiera. Infatti, «nella Liturgia delle Ore la Chiesa, esercitando l’ufficio sacerdotale del suo Capo, offre a Dio “incessantemente” (1 Ts 5,17) il sacrificio di lode, cioè il frutto di labbra che confessano il suo nome (cfr Eb 13,15). Questa preghiera è “la voce della stessa Sposa che parla allo Sposo, anzi è la preghiera che Cristo, unito al suo Corpo, eleva al Padre”».[222] Il Concilio Vaticano II aveva affermato a questo proposito: «Tutti coloro, pertanto, che compiono questa preghiera, adempiono da una parte l’obbligo proprio della Chiesa e dall’altra partecipano al sommo onore della Sposa di Cristo perché, celebrando le lodi di Dio, stanno dinanzi al suo trono a nome della Madre Chiesa».[223] Nella Liturgia delle Ore, come preghiera pubblica della Chiesa, si mostra l’ideale cristiano di santificazione della giornata intera, ritmata dall’ascolto della Parola di Dio e dalla preghiera dei salmi, così che ogni attività trovi il suo punto di riferimento nella lode offerta a Dio.

Coloro che per il proprio stato di vita sono tenuti alla recita della Liturgia delle Ore vivano con fedeltà tale impegno a beneficio di tutta la Chiesa. I Vescovi, i sacerdoti e i diaconi aspiranti al sacerdozio, che hanno ricevuto dalla Chiesa il mandato di celebrarla, hanno l’obbligo di assolvere ogni giorno tutte le Ore.[224] Per quanto riguarda l’obbligatorietà di questa liturgia nelle Chiese Orientali Cattoliche sui iuris si segua quanto indicato nel diritto proprio.[225] Inoltre, incoraggio le comunità di vita consacrata ad essere esemplari nella celebrazione della Liturgia delle Ore, così da poter costituire un punto di riferimento e di ispirazione per la vita spirituale e pastorale di tutta la Chiesa.

Il Sinodo ha espresso il desiderio che si diffonda maggiormente nel Popolo di Dio questo tipo di preghiera, specialmente la recita delle Lodi e dei Vespri. Tale incremento non potrà che aumentare tra i fedeli la familiarità con la Parola di Dio. Si sottolinei anche il valore della Liturgia delle Ore prevista per i primi Vespri della Domenica e delle Solennità, in particolare per le Chiese Orientali cattoliche. A tale scopo raccomando che, là dove sia possibile, le parrocchie e le comunità di vita religiosa favoriscano questa preghiera con la partecipazione dei fedeli.

Parola di Dio e Benedizionale

63. Anche nell’uso del Benedizionale si presti attenzione allo spazio previsto per la proclamazione, l’ascolto e la spiegazione della Parola di Dio, mediante brevi ammonimenti. Infatti, il gesto della benedizione, nei casi previsti dalla Chiesa e quando richiesto dai fedeli, non è da isolare in se stesso, ma da rapportare nel grado proprio alla vita liturgica del Popolo di Dio. In questo senso la benedizione, come vero segno sacro, «attinge senso ed efficacia dalla proclamazione della parola di Dio».[226] Pertanto, è importante utilizzare anche queste circostanze per riaccendere nei fedeli la fame e la sete di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (cfr Mt 4,4).

Suggerimenti e proposte concrete per l’animazione liturgica

64. Dopo aver richiamato alcuni elementi fondamentali della relazione tra liturgia e Parola di Dio, desidero ora riassumere e valorizzare alcune proposte e suggerimenti raccomandati dai Padri sinodali per favorire nel Popolo di Dio una sempre maggiore familiarità con la Parola di Dio nell’ambito delle azioni liturgiche o comunque ad esse riferite.

a) Celebrazioni della Parola di Dio

65. I Padri sinodali hanno esortato tutti i Pastori a diffondere nelle comunità loro affidate i momenti di celebrazione della Parola:[227] sono occasioni privilegiate di incontro con il Signore. Per questo, una tale prassi non può che portare grande giovamento nei fedeli ed è da ritenersi elemento importante della pastorale liturgica. Queste celebrazioni assumono particolare rilevanza in preparazione all’Eucaristia domenicale, così che i credenti abbiano la possibilità di inoltrarsi maggiormente nella ricchezza del Lezionario per meditare e pregare la sacra Scrittura, soprattutto nei tempi liturgici forti, Avvento e Natale, Quaresima e Pasqua. La celebrazione della Parola di Dio è poi fortemente raccomandata in quelle comunità in cui, a causa della scarsità di sacerdoti, non è possibile celebrare il Sacrificio eucaristico nei giorni di precetto festivo. Tenendo conto delle indicazioni già espresse nell’Esortazione apostolica postsinodale Sacramentum caritatis circa le assemblee domenicali in attesa di sacerdote,[228] raccomando che siano formulati dalle competenti autorità dei direttori rituali, valorizzando l’esperienza delle Chiese particolari. In tal modo verranno favorite, in queste situazioni, celebrazioni della Parola che nutrano la fede dei credenti, evitando, però, che esse vengano confuse con le celebrazioni eucaristiche; «piuttosto dovrebbero essere occasioni privilegiate di preghiera a Dio perché mandi santi sacerdoti secondo il suo cuore».[229]

Inoltre, i Padri sinodali hanno invitato a celebrare la Parola di Dio anche in occasione di pellegrinaggi, feste particolari, missioni al popolo, ritiri spirituali e giorni speciali di penitenza, riparazione e perdono. Per quanto riguarda le diverse forme di pietà popolare, pur non essendo atti liturgici e non dovendo essere confuse con le celebrazioni liturgiche, tuttavia è bene che si ispirino ad esse e soprattutto diano spazio adeguato alla proclamazione e all’ascolto della Parola di Dio; infatti, «nella parola biblica la pietà popolare troverà una fonte inesauribile di ispirazione, insuperabili modelli di preghiera e feconde proposte tematiche».[230]

b) La Parola e il silenzio

66. Non pochi interventi dei Padri sinodali hanno insistito sul valore del silenzio in relazione alla Parola di Dio e alla sua ricezione nella vita dei fedeli.[231] Infatti, la parola può essere pronunciata e udita solamente nel silenzio, esteriore ed interiore. Il nostro tempo non favorisce il raccoglimento e a volte si ha l’impressione che ci sia quasi timore a staccarsi, anche per un momento, dagli strumenti di comunicazione di massa. Per questo è necessario oggi educare il Popolo di Dio al valore del silenzio. Riscoprire la centralità della Parola di Dio nella vita della Chiesa vuol dire anche riscoprire il senso del raccoglimento e della quiete interiore. La grande tradizione patristica ci insegna che i misteri di Cristo sono legati al silenzio[232] e solo in esso la Parola può trovare dimora in noi, come è accaduto in Maria, inseparabilmente donna della Parola e del silenzio. Le nostre liturgie devono facilitare questo ascolto autentico: Verbo crescente, verba deficiunt.[233]

Questo valore risplenda in particolare nella liturgia della Parola, che «deve essere celebrata in modo da favorire la meditazione».[234] Il silenzio, quando previsto, è da considerarsi «come parte della celebrazione».[235] Pertanto, esorto i Pastori a incoraggiare i momenti di raccoglimento, per mezzo dei quali, con l’aiuto dello Spirito Santo, la Parola di Dio viene accolta nel cuore.

c) Proclamazione solenne della Parola di Dio

67. Un altro suggerimento emerso dal Sinodo è stato di solennizzare, soprattutto in ricorrenze liturgiche rilevanti, la proclamazione della Parola, specialmente il Vangelo, utilizzando l’Evangeliario, recato processionalmente durante i riti iniziali e poi portato all’ambone dal diacono o da un sacerdote per la proclamazione. In tal modo si aiuta il Popolo di Dio a riconoscere che «la lettura del Vangelo costituisce il culmine della stessa liturgia della Parola».[236] Seguendo le indicazioni contenute nell’Ordinamento delle letture della Messa, è bene valorizzare la proclamazione della Parola di Dio con il canto, in particolare il Vangelo, specie in determinate solennità. Il saluto, l’annunzio iniziale: «Dal Vangelo…» e quello finale «Parola del Signore» sarebbe bene proferirli in canto per sottolineare l’importanza di ciò che viene letto.[237]

d) La Parola di Dio nel tempio cristiano

68. Per favorire l’ascolto della Parola di Dio non si devono trascurare quei mezzi che possono aiutare i fedeli ad una maggiore attenzione. In questo senso è necessario che negli edifici sacri non si trascuri mai l’acustica, nel rispetto delle norme liturgiche e architettoniche. «I vescovi, debitamente aiutati, abbiano cura nella costruzione delle chiese che queste siano luoghi adeguati alla proclamazione della Parola, alla meditazione e alla celebrazione eucaristica. Gli spazi sacri anche al di fuori dell’azione liturgica siano eloquenti, presentando il mistero cristiano in relazione alla Parola di Dio».[238] Un’attenzione speciale va data all’ambone, come luogo liturgico da cui viene proclamata la Parola di Dio. Esso deve essere collocato in un posto ben visibile, cui spontaneamente si rivolga l’attenzione dei fedeli durante la liturgia della Parola. È bene che esso sia fisso, costituito come elemento scultoreo in armonia estetica con l’altare, così da rappresentare anche visivamente il senso teologico della duplice mensa della Parola e dell’Eucaristia. Dall’ambone si proclamano le letture, il salmo responsoriale e il Preconio pasquale; ivi inoltre si possono tenere l’omelia e proferire la preghiera dei fedeli.[239]

I Padri sinodali, inoltre, suggeriscono che nelle chiese vi sia un posto di riguardo in cui collocare la sacra Scrittura anche al di fuori della celebrazione.[240] È bene, infatti, che il libro che contiene la Parola di Dio abbia un posto visibile e di onore all’interno del tempio cristiano, tuttavia senza togliere la centralità che spetta al tabernacolo contenente il Santissimo Sacramento.[241]

e) Esclusività dei testi biblici nella liturgia

69. Il Sinodo ha inoltre vivamente ribadito quanto, peraltro, già stabilito dalla norma liturgica della Chiesa,[242] che le letture tratte dalla sacra Scrittura non siano mai sostituite con altri testi, per quanto significativi dal punto di vista pastorale o spirituale: «nessun testo di spiritualità o di letteratura può raggiungere il valore e la ricchezza contenuta nella sacra Scrittura che è Parola di Dio».[243] Si tratta di una disposizione antica della Chiesa che va mantenuta.[244] Di fronte ad alcuni abusi, già il Papa Giovanni Paolo II aveva richiamato l’importanza di non sostituire mai la sacra Scrittura con altre letture.[245] Ricordiamo che anche il Salmo responsoriale è Parola di Dio, con la quale rispondiamo alla voce del Signore e per questo non deve essere sostituito da altri testi; mentre è assai opportuno poterlo eseguire in forma cantata.

f) Canto liturgico biblicamente ispirato

70. Nell’ambito della valorizzazione della Parola di Dio durante la celebrazione liturgica si tenga presente anche il canto nei momenti previsti dal proprio rito, favorendo quello di chiara ispirazione biblica che sappia esprimere, mediante l’accordo armonico delle parole e della musica, la bellezza della Parola divina. In tal senso è bene valorizzare quei canti che la tradizione della Chiesa ci ha consegnato e che rispettano questo criterio. Penso in particolare all’importanza del canto gregoriano.[246]

g) Particolare attenzione ai non vedenti e ai non udenti

71. In questo contesto vorrei anche ricordare che il Sinodo ha raccomandato un’attenzione particolare nei confronti di coloro che a causa delle proprie condizioni hanno problemi nella partecipazione attiva alla liturgia, come ad esempio i non vedenti e non udenti. Per quanto possibile, incoraggio le comunità cristiane a provvedere con strumenti adeguati a venire incontro ai fratelli e sorelle che patiscono questa difficoltà, perché anche a loro sia data la possibilità di avere un contatto vivo con la Parola del Signore.[247]