La nostra storia è un grande mistero per noi,che solo Dio conosce

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

La storia siamo noi

Giovedì, 18 dicembre 2014

 

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.289, Ven. 19/12/2014)

Negli inevitabili «momenti brutti» della vita bisogna «prendere su di sé» i problemi con coraggio, mettendosi nelle mani di un Dio che fa la storia anche attraverso di noi e la corregge se non capiamo e sbagliamo. È questo il suggerimento offerto da Papa Francesco nella messa celebrata giovedì 18 dicembre nella cappella della Casa Santa Marta.

«Ieri la liturgia — ha fatto subito notare il Pontefice — ci ha fatto riflettere sulla genealogia di Gesù». E con il passo odierno del Vangelo di Matteo (1, 18-24) si conclude, appunto, questa riflessione, «per dirci che la salvezza è sempre nella storia: non c’è una salvezza senza storia». Infatti «per arrivare al punto di oggi — ha spiegato — c’è stata una lunga storia, una lunghissima storia che simbolicamente ieri la Chiesa ha voluto dirci nella lettura della genealogia di Gesù: Dio ha voluto salvarci nella storia».

«La nostra salvezza, quella che Dio ha voluto per noi, non è una salvezza asettica, di laboratorio», ma «storica». E Dio, ha affermato Francesco, «ha fatto un cammino nella storia col suo popolo». Proprio la prima lettura — tratta dal profeta Geremia (23, 5-8) — «dice una cosa bella sulle tappe di questa storia», ha fatto osservare il Papa rileggendo le parole della Scrittura: «Verranno giorni nei quali non si dirà più “per la vita del Signore che ha fatto uscire gli israeliti dalla terra di Egitto”; ma piuttosto “per la vita del Signore che ha fatto uscire e ha ricondotto la discendenza della casa di Israele dalla terra del settentrione e da tutte le regioni dove li aveva dispersi”».

«Un altro passo, un’altra tappa», ha spiegato Francesco. Così, «passo dopo passo, si fa la storia: Dio fa la storia, anche noi facciamo la storia». E «quando noi sbagliamo, Dio corregge la storia e ci porta avanti, avanti, sempre camminando con noi». Del resto, «se noi non abbiamo chiaro questo, non capiremo mai il Natale, non capiremo mai e il mistero dell’incarnazione del Verbo, mai». Perché «è tutta una storia che cammina» — ha rimarcato il Pontefice — e che certo non è finita col Natale, perché «adesso, ancora, il Signore ci salva nella storia e cammina col suo popolo».

Ecco allora a cosa servono «i sacramenti, la preghiera, la predicazione, il primo annuncio: per andare avanti con questa storia». Servono a questo «anche i peccati, perché nella storia di Israele non sono mancati»: nella stessa genealogia di Gesù «c’erano tanti grossi peccatori». Eppure «Gesù va avanti. Dio va avanti, anche con i nostri peccati».

Tuttavia in questa storia «ci sono alcuni momenti brutti», ha fatto presente Francesco: «momenti brutti, momenti bui, momenti scomodi, momenti che danno fastidio» proprio «per gli eletti, per quelle persone che Dio sceglie per condurre la storia, per aiutare il suo popolo ad andare avanti». Il Papa ha ricordato anzitutto «Abramo, novantenne, tranquillo, con sua moglie: non aveva un figlio, ma una bella famiglia». Però «un giorno il Signore lo disturba» e gli ordina di uscire dalla sua terra e di mettersi in cammino. Abramo «ha novant’anni» e per lui quello è certo «un momento di disturbo». Ma così è stato anche per Mosè «dopo che è fuggito dall’Egitto: si è sposato e suo suocero aveva quel gregge tanto grande e lui era pastore di quel gregge». Aveva ottant’anni e «pensava ai suoi figli, all’eredità che lasciava, a sua moglie». Ed ecco che il Signore gli comanda di tornare in Egitto per liberare il suo popolo. Però «in quel momento per lui era più comodo lì, nella terra di Madian. Ma il Signore scomoda» e a nulla vale la domanda di Mosè: «Ma chi sono io per fare questo?».

Dunque, ha affermato Francesco, «il Signore ci scomoda per far la storia, ci fa andare tante volte su strade che noi non vogliamo». E ha quindi ricordato anche la vicenda del profeta Elia: «Il Signore lo spinge a uccidere tutti i falsi profeti di Balaam e poi, quando la regina lo minaccia, ha paura di una donna»; ma «quell’uomo che aveva ucciso quattrocento profeti ha paura di una donna e vorrebbe morire per la paura, non vuole più continuare ad andare». Per lui era davvero «un momento brutto».

Nel passo evangelico di Matteo, ha proseguito il Pontefice, «oggi abbiamo letto un altro momento brutto nella storia di salvezza: ce ne sono tanti, ma veniamo a quello di oggi». Il personaggio centrale è «Giuseppe, fidanzato: voleva tanto la sua promessa sposa, e lei se n’era andata dalla cugina ad aiutarla, e quando torna si vedevano i primi segni della maternità». Giuseppe «soffre, vede le donne del villaggio che chiacchieravano nel mercato». E soffrendo dice a se stesso di Maria: «Questa donna è buona, io la conosco! È una donna di Dio. Ma cosa mi ha fatto? Non è possibile! Ma io devo accusarla e lei verrà lapidata. Ne diranno di tutti i colori di lei. Ma io non posso mettere questo peso su di lei, su qualcosa che non capisco, perché lei è incapace di infedeltà».

Giuseppe decide allora di «prendere il problema sulle proprie spalle e andarsene». E «così le “chiacchierone” del mercato diranno: guarda, l’ha lasciata incinta e poi se ne è andato per non prendersi la responsabilità!». Invece Giuseppe «preferì apparire come peccatore, come un cattivo uomo, per non fare ombra alla sua fidanzata, alla quale voleva tanto bene», anche se «non capiva».

Abramo, Mosè, Elia, Giuseppe: nei loro «momenti brutti — ha rimarcato Francesco — gli eletti, questi eletti di Dio, per fare la storia devono prendere il problema sulle spalle, senza capire». Ed è tornato sulla vicenda di Mosè, «quando, sulla spiaggia, ha visto venire l’esercito del faraone: di là l’esercito, di qua il mare». Si sarà detto: «Che cosa faccio? Tu mi hai ingannato, Signore!». Però poi prende il problema su di sé e dice: «O vado indietro e faccio il negoziato o lotto ma sarò sconfitto, o mi suicido o confido nel Signore». Davanti a queste alternative Mosè «sceglie l’ultima» e, attraverso di lui, «il Signore fa la storia». Questi «sono momenti proprio così, come il collo di un imbuto», ha sottolineato il Pontefice.

Quindi il Papa ha riproposto la storia di un altro Giuseppe, «il figlio di Giacobbe: per gelosia i suoi fratelli volevano ucciderlo, poi lo hanno venduto, diventa schiavo». Ripercorrendo la sua storia, ha messo in risalto la sofferenza di Giuseppe, che ha anche «quel problema con la moglie dell’amministratore, ma non accusa la donna. È un uomo nobile: perché distruggerebbe il povero amministratore se sapesse che la donna non è fedele!». Allora «chiude la bocca, prende sulle spalle il problema e va in carcere». Ma «il Signore va a liberarlo».

Tornando al Vangelo della liturgia, il Pontefice ha evidenziato nuovamente che «Giuseppe nel momento più brutto della sua vita, nel momento più oscuro, prende su di sé il problema». Fino ad accusare «se stesso agli occhi degli altri per coprire la sua sposa». E «forse — ha notato — qualche psicanalista dirà che» questo atteggiamento è «il condensato dell’angoscia», alla ricerca di «una uscita». Ma, ha aggiunto, «dicano quello che vogliono!». In realtà Giuseppe alla fine ha preso con sé la sua sposa dicendo: «Non capisco niente, ma il Signore mi ha detto questo e questo apparirà come mio figlio!».

Perciò «per Dio fare storia con il suo popolo significa camminare e mettere alla prova i suoi eletti». Difatti «generalmente i suoi eletti hanno passato momenti bui, dolorosi, brutti, come questi che abbiamo visto»; ma «alla fine viene il Signore». Il Vangelo, ha ricordato il Papa, ci racconta che egli «invia l’angelo». E «questo è — non diciamo la fine, perché la storia continua — proprio il momento previo: prima della nascita di Gesù una storia; e poi viene l’altra storia».

Proprio in considerazione di queste riflessioni, Francesco ha raccomandato: «Ricordiamo sempre di dire, con fiducia, anche nei momenti più brutti, anche nei momenti della malattia, quando noi ci accorgeremo che dobbiamo chiedere l’estrema unzione perché non c’è uscita: “Signore, la storia non è incominciata con me né finirà con me. Tu vai avanti, io sono disposto». E così ci si mette «nelle mani del Signore».

È questo l’atteggiamento di Abramo, Mosè, Elia, Giuseppe e anche di tanti altri eletti del popolo di Dio: «Dio cammina con noi, Dio fa storia, Dio ci mette alla prova, Dio ci salva nei momenti più brutti, perché è nostro Padre». Anzi, «secondo Paolo è il nostro papà». Francesco ha concluso con la preghiera «che il Signore ci faccia capire questo mistero del suo camminare col suo popolo nella storia, del suo mettere alla prova i suoi eletti e la grandezza di cuore dei suoi eletti che prendono su di loro i dolori, i problemi, anche l’apparenza di peccatori — pensiamo a Gesù — per portare avanti la storia».

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San Pio X e il Modernismo

Pio X e la crisi del modernismo

Quanto è stato detto, appare sufficiente per comprendere la natura della crisi attraversata dalla Chiesa all’inizio del no­stro secolo, riassunta col termine “modernismo”.

Limiti del positivismo Il pontificato di Leone XIII era stato caratterizzato da audaci aperture della Santa Sede alle esigenze di una cultura in rapido accrescimento. Agli storici fece enorme impressione la decisione di quel papa di mettere a disposizione di tutti gli studiosi, anche i non cattolici, l’archivio segreto vaticano, una raccolta di documenti di capitale importanza. Il pontefice indicò in quell’occasione il dovere di ogni storico: “Non dire nulla di falso, non tacere nulla di vero”. Tuttavia, l’ambiente scientifico era dominato dal positivismo che aveva un’ingenua fede nella scienza e nel progresso che avrebbe risolto ogni problema. Non si erano afferrate le implicazioni del metodo scientifico che è ipotetico-deduttivo, ossia un metodo che ricava le deduzioni logiche possibili a partire da un asserto che non è sperimentale, bensì solo un’ipotesi che può venir sostituita da un’ipotesi più adeguata. Poiché il soprannaturale non è suscetti­bile di verifica sperimentale, si giunse a escludere il sopranna­turale dal novero del reale.

Ansie di rinnovamento Il mondo cattolico era dominato da un’an­sia di rinnovamento, dal desiderio di mettersi al passo con la scienza del tempo senza averne compresa la problematicità, e con la precipitazione degli ultimi venuti a contatto con la cultura, molti ecclesiastici aderirono a una sorta di sincretismo tra la fede e la cultura del tempo.

L’americanismo I prodromi della crisi modernista si possono rin­tracciare in quel complesso fenomeno chiamato “america­nismo”: negli USA la Chiesa cattolica si espandeva senza entrare in conflitto dottrinale con altre confessioni religiose, in forza della sua organizzazione e dell’efficienza delle strutture, con totale indifferenza delle formule teoriche. Era una delle tante applicazioni del pragmatismo, secondo il qua­le un’idea è vera se possiede capacità operativa, falsa quando non è più utile. Alcuni ecclesiastici europei furono conquistati da questi metodi e pensarono a una loro applicazione nel vecchio continente per uscire da una specie di ghetto in cui si sentivano rinchiusi, per battere gli avversari anticlericali scavalcandoli, divenendo più spregiudicati di loro.

Il modernismo I sintomi del modernismo si ebbero in Francia. Lo storico Louis Duchesne affrontò la storia della Chiesa, prescin­dendo dalla sua origine divina e dall’assistenza dello Spirito Santo, come se fosse una delle tante istituzioni umane. Marcel Hébert approdò a una sorta di simbolismo fumoso: per lui, Dio era “la grande legge idealizzatrice dell’attività universale”; Cristo era “l’immagine della perfezione che l’uomo può sognare”, formule di mera ascendenza hegeliana o feuerbachiana. A complicare i pro­blemi si aggiunsero le opere di un notevole filosofo provenzale, Maurice Blondel, che non fu modernista, ma che per tutta la vita tentò di applicare il metodo di immanenza – da non confondere con immanentismo -, ossia è mediante l’azione che noi inveriamo la teoria: se manca l’azione a poco valgono le verità astratte.

La critica biblica Il culmine del modernismo fu raggiunto da Alfred Loisy che per tutta la vita si occupò di critica biblica. Costui accolse i risultati della critica più radicale opposta al­le Sacre Scritture da Bauer, Strauss, Renan, Harnack che avevano negato la divinità di Cristo e perfino la sua esistenza storica come uomo. Loisy ebbe la presunzione di poter vincere gli avver­sari adottando il loro metodo, ma poi finì per convincersi che gli avversari della fede avevano ragione. Un poco alla volta Loi­sy si trovò fuori della Chiesa. Fin dal 1903, Leone XIII, median­te l’enciclica Providentissimus Deus aveva messo in guardia gli esegeti biblici dall’accettare i criteri interpretativi acattoli­ci, ma il Loisy, mediante un lavoro silenzioso e l’uso di numero­si pseudonimi, aveva continuato per la sua strada. Alla Ecole pra­tique des hautes études si tenevano corsi il cui titolo era si­gnificativo: “La Genesi e i miti babilonesi”, ossia il libro del­la Genesi sarebbe un insieme di testi mitologici babilonesi, scoperti nell’edizione originale qualche anno prima. Il filosofo Le Roy espose in una conferenza dal titolo “Che cosa è un dogma?” la teoria secondo cui i dogmi sono espressioni verbali permesse dalla lingua che si possiede e perciò, cambiando le parole, cam­biano anche i dogmi; che la fede muta a ogni generazione, perché mutano i bisogni e le aspirazioni dell’umanità. Impossibili, dun­que, le pretese della Chiesa cattolica che asserisce di vivere oggi la stessa fede insegnata da Cristo agli apostoli e da questi trasmessa inalterata nelle linee essenziali fino a noi.

Loisy I letterati, specie quelli dotati di scarsa attitudine speculativa come Antonio Fogazzaro, si gettarono con entusiasmo in questa discussione. Nel 1905, il Fogazzaro pubblicò il meno felice dei suoi romanzi, Il santo, in cui la scena culminante rappresenta il papa, rivestito di un nero mantello per non farsi riconoscere, che si reca dal santo (i modernisti) per imparare come guidare la Chiesa ancora dominata dallo spirito di menzogna, dallo spirito di immobilismo, dallo spirito di dominio, dallo spirito di avarizia. Il Loisy ritenne giunto il momento di venire allo scoperto, pubblicando L’evangile et l’Eglise, che sollevò molto scalpore, e poi Autour d’un petit livre, in cui, replicando ai suoi critici, sostenne che il Cristo della storia è una cosa, e il Cristo della fede un’altra. E finalmente Le quatrième Evan­gile in cui affermò che il vangelo di san Giovanni, per motivi filosofici e filologici non poteva essere un’opera della fine del primo secolo, bensì un’opera del terzo secolo uscita dall’ambien­te neoplatonico.

I principali modernisti I modernisti furono un piccolo gruppo: oltre al Loisy si possono ricordare Tyrrel e von Hügel in Gran Breta­gna, Salvatore Minocchi ed Ernesto Buo­naiuti in Italia. Avevano poi numerosi fiancheggiatori come Romo­lo Murri che progettava riviste, in cui si face­va abuso di pseudonimi per far apparire il movimento ramificato e presente a tutti i livelli della gerarchia ecclesiastica.

Pio X Dal 1903 era papa Pio X. Nato nel 1835 da famiglia di contadini a Riese in provin­cia di Treviso, già da cappellano, da parroco e poi da vescovo aveva dimostrato un’acuta sensibilità per i problemi sociali, promovendo il miglioramento delle condizioni economiche dei suoi fedeli. Seppe dedicarsi al clero da vescovo e da papa, privile­giando l’aspetto essenzialmente religioso della loro missione. Fin dalla prima enciclica dopo l’elezione alla cattedra di Pietro rese noto il suo programma, instaurare omnia in Christo. Pio X fu un pastore d’anime e ciò significa che la guida della Chiesa è la pietà, la preghiera, non i teologi che perciò non debbono tur­bare la piena adesione dei fedeli alla professione di fede con dubbi o problemi che abbiano solo una dimensione culturale. Aveva acuta sensibilità per ciò che è cattolico e per ciò che non lo è, e capì che era suo dovere ribadire il concetto di depositum fi­dei, ossia ciò che si è ricevuto dai padri e che costituisce il patrimonio della fede si deve tramandarlo ai posteri senza impo­verirlo o adulterarlo, per desiderio di adattarsi alle categorie mentali prevalenti in una certa epoca. Fece redigere un catechi­smo che rimane un modello di chiarezza. Riportò la Messa a centro della liturgia cattolica, come ripetizio­ne dell’unico sacrificio operato da Cristo sulla Croce e come ce­na sacrificale. Riportò in onore il canto gregoriano e volle che la liturgia avesse dignità e decoro, ritornando a fonti sicure.

La condanna del modernismo Quando il papa si rese conto che la riduzione della fede a “istinto” soggettivo era l’unico risultato logico degli studi dei modernisti, i quali si erano ridotti per­ciò a riprendere il tentativo dello gnosticismo di abbracciare tutte le istanze della verità e la relatività di tutte le sue formulazioni, finendo per affermare la relatività del dogma stes­so, non ebbe alcuna esitazione. Scrisse di suo pugno una sorta di Sillabo, Lamentabili sine exitu, un decreto pubblicato il 3 lu­glio 1907, e poi riassunse il problema nell’enciclica Pascendi Dominici gregis, pubblicata l’8 settembre, presentando un quadro dettagliato del modernismo. I critici si affannarono a dimostrare che nessun modernista aveva professato tutte quelle dottrine in­sieme, e per alcuni versi l’affermazione è vera. Infatti, il mo­dernismo più che un’eresia è un modo eretico di pensare. Infles­sibile con l’errore, Pio X sapeva essere paterno con chi si pie­gava: ai vescovi, a proposito dei modernisti, disse: “Se fanno un passo verso di voi, fatene due verso di loro”, secondo la nota distinzione tra l’errore e l’errante.

Conseguenze della condanna Alcuni modernisti più compromessi scelsero la via della ribellione aperta: Murri, Minocchi, Buo­naiuti, Loisy abbandonarono lo stato clericale e in qualche caso anche la Chiesa cattolica; molti altri fecero marcia indietro, ma negli ambienti ecclesiastici a lungo sopravvisse l’eco della vi­cenda producendo emarginazioni ingiuste.

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La Chiesa Cattolica nel turbine delle rivoluzioni

La Chiesa cattolica nel turbine delle rivoluzioni

Negli ultimi due secoli la storia ha subito un’ac­celerazione che ha sconvolto ogni rapporto con la tradizione, rendendo gli uomini diffidenti se non ostili alle suggestioni del passato. Infatti, mentre gli uomini di altre età rimanevano legati alle istituzioni che vantavano la durata di secoli, a partire dall’illuminismo e dalla ri­voluzione industriale, gli uomini sembrano affascinati dal pro­getto di creare il futuro in armonia con le loro attese di reden­zione dell’umanità a partire dal progresso umano.

La secolarizzazione Per questo motivo ci sembra che il termine “secolarizzazione” spieghi meglio di altri la grande illusione dell’uomo contemporaneo che, messo da parte il concetto cristiano della vita, ripone totale fiducia nelle ideologie e persegue con ostinazione la conquista del potere per imporre l’ideologia pre­scelta. Un risultato del genere è possibile ottenerlo solo intro­ducendo un concetto di giustizia soggettivo, ossia la giustizia secondo una determinata ideologia che a sua volta cerca la pro­pria giustificazione nel futuro, presentato come un necessario processo scientifico, o come risultato di un’evoluzione che è imma­nente alla società umana.

Illuminismo e religione Nel XVIII secolo, il trionfo della cul­tura illuminista modificò profondamente l’atteggiamento dei ceti colti nei confronti della Chiesa cattolica. L’illuminismo, in un certo senso, è la prosecuzione della spirito della riforma prote­stante sul piano politico, ossia un’implacabile critica di ogni autorità e tradizione del passato di cui non si comprendesse l’u­tilità. Come risultato politico della critica illuminista si eb­bero le rivoluzioni americana e francese che segnarono il trionfo della borghesia e dello spirito laico.

La rivoluzione americana Diverso fu, tuttavia, l’esito della ri­voluzione americana, perché avvenuta su un territorio sterminato, praticamente disabitato e ricco di possibilità economiche, dalla rivoluzione francese che imboccò la strada di un tentativo di egemonia politica della Francia sul continente europeo.

Tentativo di egemonia della Francia Tale tentativo fu contrasta­to e poi infranto da una serie di coalizioni europee antifrance­si, guidate dalla Gran Bretagna e comprendenti Austria, Prussia e Russia, che insanguinarono per un ventennio l’Europa. In qualche modo si può dire che gli Stati Uniti rappresentano il successo della aspirazioni illuministe, mentre l’Europa conobbe dal 1815 al 1830 un deciso tentativo di restaurazione dell’antico regime.

La restaurazione I governi restaurati d’Europa cercarono nella Chiesa la garanzia principale della loro sopravvi­venza e perciò adottarono l’ideologia espressa nel programma “al­leanza trono-altare”, a fondamento di ogni utilizzazione politica del cristianesimo presente nella mente di quei pensatori come lo Hegel che ritenevano la religione come una filosofia imperfetta, adatta alle menti dei più semplici.

I liberali moderati Dal 1830 al 1848 i liberali si proposero una rivoluzione moderata che conducesse a una costituzione scritta e a un governo parlamentare, nella convinzione di poter arrestare una rivoluzione economico-sociale giunta ormai alle por­te.

Marx Marx pubblicò nel 1848 il Manifesto dei comunisti nella convinzione che, come la borghesia aveva scalzato il vecchio re­gime assolutista e la nobiltà, ora fosse la volta del proletaria­to che, quando avesse compreso di “poter perdere solo le proprie catene” si sarebbe sollevato contro la borghesia attuando la dit­tatura del proletariato, per liquidare le classi, dando vita a una società nuova. Il pensiero di Marx non ebbe seguito nel XIX secolo, perché ri­sultò smentito dai fatti che si ostinavano a non andare d’accordo con la teoria.

Lenin Il marxismo dovette attendere la decisiva riformulazione di Lenin che lo trasformò in ideologia della rivoluzione, condot­ta al successo in Russia nel 1917 a prezzo della sconfitta del suo paese nel corso della Prima guerra mondiale, e della succes­siva guerra civile che ebbe effetti apocalittici sulla società russa.

Il totalitarismo Il militarismo tedesco e la politica di costru­zioni navali dell’ammiraglio von Tirpitz sostenuto dal Kaiser Gu­glielmo II, provocarono la corsa agli armamenti, una delle cause principali della Prima guerra mondiale. Dopo la sconfitta degli imperi centrali, in Germania, in Russia, in Italia si affermarono i regimi totalitari di Hitler, Stalin, Mussolini. La Seconda guerra mondiale segnò il tracollo dei totalitarismi di destra (Mussolini e Hitler), mentre rafforzò il totalitarismo comunista.

Fine della guerra fredda Il successivo periodo della guerra fredda, durato fin verso il 1960, ebbe il compito di contenere la spinta espansionistica del comunismo. Verso quella data, la Chiesa cattolica, con Giovanni XXIII, decise la convocazione del concilio Vaticano II, per riallacciare il dialogo col mondo con­temporaneo, oltre che per completare la comprensione teologica della funzione della Chiesa, iniziata e presto interrotta al tem­po del concilio Vaticano I (1870) a seguito della guerra franco-prussiana e dell’occupazione di Roma da parte dello Stato italiano. La questione romana fu risolta nel 1929, mediante un con­cordato tra Stato e Chiesa, una soluzione tanto efficace da supe­rare il regime che l’aveva favorita.

Giovanni Paolo II. L’elezione al papato dell’arcivescovo di Cra­covia Karol Wojtyla, che ha assunto il nome di Giovanni Paolo II, ha chiuso un periodo di incertezze postconciliari e ha portato al posto del successore di Pietro il primo papa slavo, testimone della Chiesa perseguitata e della fede che nelle difficoltà ingi­gantisce, l’unico leader mondiale che sappia comunicare alle fol­le il senso della speranza cristiana, riscoprendo la giovinezza della Chiesa.

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La nostra storia è un grande mistero per noi,che solo Dio conosce

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

La storia siamo noi

Giovedì, 18 dicembre 2014

 

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.289, Ven. 19/12/2014)

 

Negli inevitabili «momenti brutti» della vita bisogna «prendere su di sé» i problemi con coraggio, mettendosi nelle mani di un Dio che fa la storia anche attraverso di noi e la corregge se non capiamo e sbagliamo. È questo il suggerimento offerto da Papa Francesco nella messa celebrata giovedì 18 dicembre nella cappella della Casa Santa Marta.

«Ieri la liturgia — ha fatto subito notare il Pontefice — ci ha fatto riflettere sulla genealogia di Gesù». E con il passo odierno del Vangelo di Matteo (1, 18-24) si conclude, appunto, questa riflessione, «per dirci che la salvezza è sempre nella storia: non c’è una salvezza senza storia». Infatti «per arrivare al punto di oggi — ha spiegato — c’è stata una lunga storia, una lunghissima storia che simbolicamente ieri la Chiesa ha voluto dirci nella lettura della genealogia di Gesù: Dio ha voluto salvarci nella storia».

«La nostra salvezza, quella che Dio ha voluto per noi, non è una salvezza asettica, di laboratorio», ma «storica». E Dio, ha affermato Francesco, «ha fatto un cammino nella storia col suo popolo». Proprio la prima lettura — tratta dal profeta Geremia (23, 5-8) — «dice una cosa bella sulle tappe di questa storia», ha fatto osservare il Papa rileggendo le parole della Scrittura: «Verranno giorni nei quali non si dirà più “per la vita del Signore che ha fatto uscire gli israeliti dalla terra di Egitto”; ma piuttosto “per la vita del Signore che ha fatto uscire e ha ricondotto la discendenza della casa di Israele dalla terra del settentrione e da tutte le regioni dove li aveva dispersi”».

«Un altro passo, un’altra tappa», ha spiegato Francesco. Così, «passo dopo passo, si fa la storia: Dio fa la storia, anche noi facciamo la storia». E «quando noi sbagliamo, Dio corregge la storia e ci porta avanti, avanti, sempre camminando con noi». Del resto, «se noi non abbiamo chiaro questo, non capiremo mai il Natale, non capiremo mai e il mistero dell’incarnazione del Verbo, mai». Perché «è tutta una storia che cammina» — ha rimarcato il Pontefice — e che certo non è finita col Natale, perché «adesso, ancora, il Signore ci salva nella storia e cammina col suo popolo».

Ecco allora a cosa servono «i sacramenti, la preghiera, la predicazione, il primo annuncio: per andare avanti con questa storia». Servono a questo «anche i peccati, perché nella storia di Israele non sono mancati»: nella stessa genealogia di Gesù «c’erano tanti grossi peccatori». Eppure «Gesù va avanti. Dio va avanti, anche con i nostri peccati».

Tuttavia in questa storia «ci sono alcuni momenti brutti», ha fatto presente Francesco: «momenti brutti, momenti bui, momenti scomodi, momenti che danno fastidio» proprio «per gli eletti, per quelle persone che Dio sceglie per condurre la storia, per aiutare il suo popolo ad andare avanti». Il Papa ha ricordato anzitutto «Abramo, novantenne, tranquillo, con sua moglie: non aveva un figlio, ma una bella famiglia». Però «un giorno il Signore lo disturba» e gli ordina di uscire dalla sua terra e di mettersi in cammino. Abramo «ha novant’anni» e per lui quello è certo «un momento di disturbo». Ma così è stato anche per Mosè «dopo che è fuggito dall’Egitto: si è sposato e suo suocero aveva quel gregge tanto grande e lui era pastore di quel gregge». Aveva ottant’anni e «pensava ai suoi figli, all’eredità che lasciava, a sua moglie». Ed ecco che il Signore gli comanda di tornare in Egitto per liberare il suo popolo. Però «in quel momento per lui era più comodo lì, nella terra di Madian. Ma il Signore scomoda» e a nulla vale la domanda di Mosè: «Ma chi sono io per fare questo?».

Dunque, ha affermato Francesco, «il Signore ci scomoda per far la storia, ci fa andare tante volte su strade che noi non vogliamo». E ha quindi ricordato anche la vicenda del profeta Elia: «Il Signore lo spinge a uccidere tutti i falsi profeti di Balaam e poi, quando la regina lo minaccia, ha paura di una donna»; ma «quell’uomo che aveva ucciso quattrocento profeti ha paura di una donna e vorrebbe morire per la paura, non vuole più continuare ad andare». Per lui era davvero «un momento brutto».

Nel passo evangelico di Matteo, ha proseguito il Pontefice, «oggi abbiamo letto un altro momento brutto nella storia di salvezza: ce ne sono tanti, ma veniamo a quello di oggi». Il personaggio centrale è «Giuseppe, fidanzato: voleva tanto la sua promessa sposa, e lei se n’era andata dalla cugina ad aiutarla, e quando torna si vedevano i primi segni della maternità». Giuseppe «soffre, vede le donne del villaggio che chiacchieravano nel mercato». E soffrendo dice a se stesso di Maria: «Questa donna è buona, io la conosco! È una donna di Dio. Ma cosa mi ha fatto? Non è possibile! Ma io devo accusarla e lei verrà lapidata. Ne diranno di tutti i colori di lei. Ma io non posso mettere questo peso su di lei, su qualcosa che non capisco, perché lei è incapace di infedeltà».

Giuseppe decide allora di «prendere il problema sulle proprie spalle e andarsene». E «così le “chiacchierone” del mercato diranno: guarda, l’ha lasciata incinta e poi se ne è andato per non prendersi la responsabilità!». Invece Giuseppe «preferì apparire come peccatore, come un cattivo uomo, per non fare ombra alla sua fidanzata, alla quale voleva tanto bene», anche se «non capiva».

Abramo, Mosè, Elia, Giuseppe: nei loro «momenti brutti — ha rimarcato Francesco — gli eletti, questi eletti di Dio, per fare la storia devono prendere il problema sulle spalle, senza capire». Ed è tornato sulla vicenda di Mosè, «quando, sulla spiaggia, ha visto venire l’esercito del faraone: di là l’esercito, di qua il mare». Si sarà detto: «Che cosa faccio? Tu mi hai ingannato, Signore!». Però poi prende il problema su di sé e dice: «O vado indietro e faccio il negoziato o lotto ma sarò sconfitto, o mi suicido o confido nel Signore». Davanti a queste alternative Mosè «sceglie l’ultima» e, attraverso di lui, «il Signore fa la storia». Questi «sono momenti proprio così, come il collo di un imbuto», ha sottolineato il Pontefice.

Quindi il Papa ha riproposto la storia di un altro Giuseppe, «il figlio di Giacobbe: per gelosia i suoi fratelli volevano ucciderlo, poi lo hanno venduto, diventa schiavo». Ripercorrendo la sua storia, ha messo in risalto la sofferenza di Giuseppe, che ha anche «quel problema con la moglie dell’amministratore, ma non accusa la donna. È un uomo nobile: perché distruggerebbe il povero amministratore se sapesse che la donna non è fedele!». Allora «chiude la bocca, prende sulle spalle il problema e va in carcere». Ma «il Signore va a liberarlo».

Tornando al Vangelo della liturgia, il Pontefice ha evidenziato nuovamente che «Giuseppe nel momento più brutto della sua vita, nel momento più oscuro, prende su di sé il problema». Fino ad accusare «se stesso agli occhi degli altri per coprire la sua sposa». E «forse — ha notato — qualche psicanalista dirà che» questo atteggiamento è «il condensato dell’angoscia», alla ricerca di «una uscita». Ma, ha aggiunto, «dicano quello che vogliono!». In realtà Giuseppe alla fine ha preso con sé la sua sposa dicendo: «Non capisco niente, ma il Signore mi ha detto questo e questo apparirà come mio figlio!».

Perciò «per Dio fare storia con il suo popolo significa camminare e mettere alla prova i suoi eletti». Difatti «generalmente i suoi eletti hanno passato momenti bui, dolorosi, brutti, come questi che abbiamo visto»; ma «alla fine viene il Signore». Il Vangelo, ha ricordato il Papa, ci racconta che egli «invia l’angelo». E «questo è — non diciamo la fine, perché la storia continua — proprio il momento previo: prima della nascita di Gesù una storia; e poi viene l’altra storia».

Proprio in considerazione di queste riflessioni, Francesco ha raccomandato: «Ricordiamo sempre di dire, con fiducia, anche nei momenti più brutti, anche nei momenti della malattia, quando noi ci accorgeremo che dobbiamo chiedere l’estrema unzione perché non c’è uscita: “Signore, la storia non è incominciata con me né finirà con me. Tu vai avanti, io sono disposto». E così ci si mette «nelle mani del Signore».

È questo l’atteggiamento di Abramo, Mosè, Elia, Giuseppe e anche di tanti altri eletti del popolo di Dio: «Dio cammina con noi, Dio fa storia, Dio ci mette alla prova, Dio ci salva nei momenti più brutti, perché è nostro Padre». Anzi, «secondo Paolo è il nostro papà». Francesco ha concluso con la preghiera «che il Signore ci faccia capire questo mistero del suo camminare col suo popolo nella storia, del suo mettere alla prova i suoi eletti e la grandezza di cuore dei suoi eletti che prendono su di loro i dolori, i problemi, anche l’apparenza di peccatori — pensiamo a Gesù — per portare avanti la storia».

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