Storia della Chiesa: La Riforma Anglicana

Riforma anglicana

In Inghilterra la riforma avvenne per opera della corona: Enrico VIII (1509-1547); Edoardo VI (1547-1553); Elisabetta Tudor (1558-1603).


Essa fu l’ultimo atto di una lunga riforma cominciata fin dal 1300, infatti l’Inghilterra presenta all’inizio del ‘500, due fattori che hanno preparato la riforma: un grande fervore religioso, c’è un grande sviluppo della mistica, dell’ascetica, delle devozioni e dell’Umanesimo; una forma di ostilità nei confronti di Roma e della gerarchia ecclesiastica, che era conseguente al movimento di Wicliff.

Enrico VIII sale al trono nel 1509 all’età di 18 anni. È un principe cristiano, fedele al cattolicesimo tanto che diventa il difensore della fede tradizionale contro le idee protestanti. Per questo motivo il papa Leone X gli conferisce il titolo di Defensor Fidei. Mentre era sposato con Caterina d’Aragona (vedova del fratello Aurturo), s’innamorò di Anna Bolena e per poterla sposare chiese al papa di dichiarare nullo il suo primo matrimonio. Tale richiesta creò seri problemi al papa: non voleva inimicarsi né Enrico VIII, che era difensore della fede cattolica, né tanto meno Carlo V che era nipote di Caterina d’Aragona. La richiesta di Enrico fu respinta e ciò provocò, nel 1531, la rottura perché Enrico VIII, durante un’assemblea del clero, si fece proclamare capo della Chiesa d’Inghilterra e nominò Tommaso Cranmer arcivescovo di Canterbury e primate della Chiesa d’Inghilterra. Questi proclamò nullo il matrimonio del re e ne celebrò il matrimonio con Anna Boleyn.

Il papa rispose con la bolla di scomunica che Enrico VIII, nel novembre del 1538, combatté con la pubblicazione dell’atto di supremazia, documento col quale il sovrano d’Inghilterra acquistava sulla chiesa inglese tutti i poteri che erano propri del papa: Enrico VIII diventa il capo supremo della Chiesa inglese. È da notare che lo scisma non sta sul piano dottrinale, come nel caso delle chiese protestanti, in quanto la nuova Chiesa manteneva la fede tradizionale. La separazione venne accolta senza alcuna resistenza sia da parte dell’episcopato locale, sia da parte del basso clero.

Alla morte di Enrico VIII, 1547, l’Inghilterra, sul piano religioso, si presenta divisa in tre correnti di pensiero: i sostenitori di Enrico VIII; il movimento papista che voleva il ritorno nella Chiesa di Roma; quella dei riformatori che volevano una riforma della Chiesa d’Inghilterra, come già era avvenuto per le chiese protestanti.

Gli succede il figlio Edoardo VI (figlio della terza moglie I. Seymour), che sale al trono all’età di nove anni e regna fino all’età di quindici anni. Vista la minore età la reggenza è esercitata dallo zio Edoardo Seymour, il quale con l’aiuto dell’arcivescovo di Canterbury, inserì delle modifiche: sul piano liturgico si introduce un nuovo rituale il Prayer Book (libro di preghiera), al quale il Parlamento conferisce forza di legge. Questo libro di preghiera è pubblicato in lingua inglese, che diventa lingua ufficiale della Chiesa anglicana. Inoltre viene negato il carattere sacrificale della messa. Sul piano dottrinale viene pubblicata una nuova professione di fede contenuta in 42 articoli approvati dal re Edoardo VI nel 1553. Questi articoli sono di ispirazione calvinista.

La nuova regina, Maria Tudor (1553-1558), figlia di Enrico VIII e di Caterina d’Aragona, che era rimasta fedele al cattolicesimo tentò, con l’aiuto del cardinale Reginald Pole, di restaurare l’antica fede, ma non ci riuscì per almeno tre motivi:

  • Il suo matrimonio con Filippo II di Spagna;

  • Il suo eccessivo zelo nel cercare di ristabilire l’antica fede. A tal fine, sotto il suo regno, nel 1554, vengono ristabilite le leggi contro le eresie, con le quali cominciano le persecuzioni contro i protestanti, e vengono condannate al rogo circa 300 persone. A causa di queste esecuzioni sommarie la regina fu soprannominata Maria la sanguinaria. Questa repressione provocò nel popolo sentimenti antipapistici e anticattolici.

  • Per non aver introdotto in Inghilterra le novità, ormai circolanti, della riforma cattolica.

Con la salita al trono di Elisabetta (1558-1603), figlia di Enrico VIII e sorellastra di Maria Tudor, il protestantesimo si afferma definitivamente in Inghilterra. Nel 1559 con un’apposita legge, che faceva della regina il supremo governatore della Chiesa d’Inghilterra, fu rimesso in vigore l’abrogato Atto di supremazia del 1538. Nello stesso anno fu promulgato un nuovo Atto di uniformità che prescriveva il ritorno all’uso liturgico del Prayer Book, modificato su due punti rispetto all’edizione precedente: viene soppressa ogni formula scortese nei confronti del papa; si afferma la presenza reale di Cristo nell’eucarestia. Questo ritorno alla riforma fu ben accolto sia dal popolo che dal clero, ma non dai vescovi che rimasero, tutti ad eccezione di uno, fedeli alla Chiesa di Roma. L’ostilità dei vescovi alla nuova riforma rendeva necessaria la costituzione di una nuova gerarchia e nel dicembre del 1559 fu consacrato primate d’Inghilterra e arcivescovo di Canterbury M. Parker, già professore dell’università di Canterbury e già cappellano di Anna Boleyn. La consacrazione fu fatta dall’unico vescovo cattolico che aveva accettato la nuova riforma, però questa consacrazione fu fatta secondo il rituale di Edoardo VI, che rifiutava il valore sacrificale della messa. Da questo momento in poi è sorta la questione della validità o meno di questa consacrazione e conseguentemente di tutte le ordinazioni successive. Leone XIII, Nell’Apostolicae curae del 1896, nega la validità delle ordinazioni anglicane per i seguenti motivi:

  • Nell’ordinazione del Parker c’era un vizio di forma sia perché la formula di ordinazione non indicava esplicitamente il valore sacrificale della messa sia perché il rito di ordinazione non era conforme a quello della Chiesa cattolica;

  • Nell’ordinazione c’era un vizio di volontà, ovvero non c’era l’intenzione di ordinarlo vescovo secondo la dottrina cattolica

Nel 1563 i nuovi vescovi inglesi decisero di procedere alla revisione dei 42 articoli ed elaborano un nuovo documento, approvato dall’assemblea del clero, che conteneva 39 articoli. Questo documento, di chiara ispirazione calvinista, è ancora oggi la base dottrinale della Chiesa d’Inghilterra. Nel febbraio del 1570 Elisabetta fu scomunicata da Papa Pio V e ciò provocò la rottura tra i cattolici (i papisti) e protestanti, tanto che i cattolici furono considerati nemici dell’Inghilterra, considerati dei ribelli e perseguitati.

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Storia della Chiesa: La Riforma Calvinista

Riforma calvinista

Con Calvino si può parlare di una seconda generazione di riformatori.


Nato a Noyon a nord della Francia nel 1509, studia logica e latino a Parigi e diritto e filosofia a Orleans a Bourges. A Parigi subisce l’influsso dell’evangelismo francese e sotto questo influsso pubblica un commentario al De Clementia di Seneca. A seguito di questa pubblicazione viene sospettato di tendenze pro-evangeliche, di simpatia verso il movimento di riforma della Chiesa e nell’autunno del 1533 è costretto a lasciare Parigi. Nel 1534 si stabilisce a Basilea, dove avviene la sua conversione al protestantesimo e la conseguente rottura con la Chiesa di Roma. A Basilea nel 1536 scrive institutio christianae religionis, che è un trattato dove Calvino riassume la dottrina dell’opera riformata. Questo trattato sarà rielaborato e accresciuto nella sua seconda edizione del 1556. Calvino a differenza di Lutero aveva una solida formazione giuridica, Calvino diede un ordinamento sistematico alla riforma protestante. A differenza di Lutero fu un’umanista, era uno dei più brillanti latinisti della sua generazione. Si impegno pubblicamente per ricondurre la Chiesa alla sua forma originale e ripristinarla nella sua autenticità purificandola da ogni difetto. Nel luglio del 1536, a seguito dell’incontro con Guglielmo Farel (1489-1565: riformatore della prima generazione), avviene la svolta della sua vita. Il Farel si adoperò per diffondere la nuova fede nella parte francese dell’attuale Svizzera e vi riuscì egregiamente, visto che nel 1536 l’autorità politica di Ginevra ha adottato la nuova fede. Farel divenne il predicatore di questa nuova fede e chiamò Calvino affinché lo affiancasse in quest’opera. Calvino resta a Ginevra fino al 1538, ovvero fino a quando fu costretto a lasciarla a seguito di un conflitto con le autorità politiche della città. Calvino e Ginevra sono strettamente collegati, fu del tutto casuale questa sua permanenza qui, dovuta all’incontro con Farel, che lo convinse a rimanere a Ginevra. Calvino capì quale era la sua vocazione, quella di mettersi al servizio della riforma, prima non si vedeva tanto come un pastore, più come un erudito, nel luglio del 1936 decide di rimanere a Ginevra per questa opera. Per un breve periodo Calvino si stabili a Strasburgo.

Quindi rimase a Strasburgo dove per tre anni fino al 1541, insegnò Sacra Scrittura all’Accademia. In questo periodo incontrò Martino Bucero (1499-1551). Questo fu un periodo fecondo per Calvino visto che pubblicò diverse opere:

  • La seconda edizione del suo trattato Institutio christianae religionis;

  • Un commento all’Epistola di S.Paolo ai Romani (1541)

  • Un trattato sull’eucarestia dove cercò di superare la divisione che sussisteva tra i protestanti sulla questione dell’eucarestia (Lutero affermava la consustanziazione; invece Zwingli negava la presenza reale di Cristo nell’eucarestia). Calvino cerca di superare il conflitto dicendo che tra le due posizioni non c’è differenza sostanziale, ma che si tratta soltanto di divergenza terminologiche e non dottrinali. Calvino afferma che tutti i riformatori ritengono che il pane e il vino sono segni della partecipazione al corpo e al sangue di Cristo.

Nel settembre del 1541 tornò a Ginevra e vi rimase fino al giorno della sua morte. Qui ebbe modo di applicare i suoi principi facendo di Ginevra un punto di riferimento per tutta la Chiesa protestante (l’anti-Roma). Calvino non è un teologo originale perché egli ha sintetizzato il pensiero della riforma. La sua dottrina può essere riassunta nei seguenti punti:

      • riassume e riprende la dottrina di Lutero della giustificazione per mezzo della sola fede

afferma la dottrina della predestinazione, secondo la quale tutti gli uomini non hanno né la fede, né la grazia e quindi alcuni sono eletti e altri no. In questa dottrina c’è l’idea dell’elezione vista come un atto positivo della volontà divina fatta fin dall’eternità. Però, Calvino non cade nel fatalismo perché ritiene che le opere da chiunque siano fatte (eletti o non) danno gloria a Dio e quindi è necessario farle. La certezza dell’elezione dà al credente la sicurezza della protezione divina anche sotto l’aspetto economico.

Ritiene che la Chiesa è allo stesso tempo invisibile e visibile: invisibile perché è la comunione di tutti gli eletti che sono conosciuti soltanto da Dio e quindi non sono visibili a tutti; visibile perché è una comunità organizzata di fedeli, radicata in un determinato territorio che è dotata di proprie regole e propri ministri.

Afferma che il pastore ha una funzione ministeriale e non sacerdotale. Egli rifiuta l’idea del sacerdozio perché ritiene che non si può sostituire l’autorità di Cristo con quella dell’uomo (è da notare che Calvino a differenza di Lutero, non era sacerdote e riteneva di avere una vocazione profetica).

Calvino nelle sue Ordonnances ecclesiastiques, del 1541, cerca di organizzare la Chiesa di Ginevra distinguendo quattro uffici ecclesiastici:

    i pastori, fanno parte della Compagnia dei pastori ed è affidato loro il compito di predicare e di distribuire i sacramenti;

  • i dottori ai quali è affidata la formazione dei giovani;

  • gli anziani, che sono dei laici anziani ai quali è affidata la sorveglianza, sul piano morale, della città e compongono con i pastori il concistoro, cioè il governo della Chiesa;

  • i diaconi, è affidato loro il compito di occuparsi delle opere di carità e dell’amministrazione dei beni ecclesiastici.

Egli ritiene che la Chiesa non abbia alcun potere temporale e che l’autorità civile debba rispettare e aiutare la Chiesa nella sua missione di portare il regno di Dio sulla terra. Ritiene, inoltre, che il potere civile non possa essere neutrale nei confronti della religione cristiana. Secondo la sua concezione lo Stato è uno strumento nelle mani della Chiesa e quindi possiamo affermare che egli ha una concezione teocratica della Chiesa che è in netto contrasto con la tendenza all’autonomia dei due campi, quello spirituale e quello temporale. In sintesi: lo Stato deve essere subordinato alla Chiesa perché la sua missione è quella di difendere la pura dottrina cristiana e di reprimere l’idolatria e le bestemmie.

Ginevra diventa la città della riforma, la Roma protestante, il punto di riferimento del mondo protestante e ciò per almeno tre motivi:

  1. perché diventa la città rifugio, in quanto accoglie tutti quelli che abbandonando la fede cattolica sono costretti a fuggire dal loro paese;

  2. perché dopo la creazione dell’accademia di teologia nel 1559, diventa il centro intellettuale del mondo protestante. L’accademia è diretta dal discepolo più fedele di Calvino, Teodoro da Beza, e vi studiavano, all’epoca, circa 1500 giovani;

  3. perché diventa la Città-Chiesa, diventa cioè un modello di città riformata

  4. 154

Storia della Chiesa: Martin Lutero

Martin Lutero

La riforma protestante apre un periodo nuovo nella storia della Chiesa e dell’Europa, poiché essa segna la fine dell’unità religiosa in Europa.


Le cause di questa profonda fattura sono religiose politiche, sociali, psicologiche. La riforma Protestante non può essere vista soltanto come una risposta agli abusi o ai difetti della Chiesa del tempo, ma affonda le sue radici ben più lontano, infatti oggi gli storici parlano di una lunga pre-riforma, di un lungo periodo di fermento cristiano/religioso che inizia nel XIV secolo e continua fino al XVI. Questa cosiddetta pre-riforma non riguarda soltanto gli ambienti ecclesiastici, ma anche quelli laici. Fra i movimenti che fanno parte di questa pre-riforma e che poi ritroviamo all’interno della Riforma Protestante ricordiamo: la mistica, l’umanesimo, la Devotio moderna.

Fino all’inizio del ‘900, nel mondo cattolico, l’immagine di Martin Lutero era molto negativa e ciò perché la storiografia cattolica ne accentuava gli aspetti deteriori della sua figura e del suo pensiero. La teologia cattolica lo vedeva come un monaco depravato, l’obiettivo era screditare l’uomo, un uomo corrotto. Tra questi storici ricordiamo:

  • Il padre domenicano Enrico Denifle (1844-1905) che scrive Lutero e luteranismo (1904) dove Lutero viene visto come un personaggio immorale, come un uomo orgoglioso, dominato dalle sue forti passioni.

  • Grisan (1845-1932) che scrive Lutero, dove insiste sulle debolezze psicologiche di Lutero (ansietà, scrupoli, terrore del peccato). Insomma lo presenta come un nevrotico. Anche qui l’attenzione e alla biografia di Lutero, i cattolici si interessavano alla biografia non alla sua teologia, la figura che propone non è quella di un uomo depravato, ma di un uomo un po’ debole, si insisteva sulla sua ansia, sulla sua ossessione del peccato, era un nevrotico in pratica. Grisan però almeno riconosceva che non si era comportato tanto male come monaco, ma il personaggio rimane non credibile, non poteva essere considerato un vero teologo.

Nel 1900 ci fu una rivalutazione non solo dell’uomo ma anche della dottrina. Questo sia ad opera degli storici che dei teologi. Fra questi ultimi ricordiamo K.Adam e Yves Congar i quali ammettono che Lutero era un uomo profondamente religioso, con un senso autentico del peccato e con un forte senso della carità cristiana. Il carattere molto forte di Lutero, pronto alla collera, spiega la sua inclinazione al soggettivismo. Questo carattere lo rendeva poco disposto ad accettare le direttive della gerarchia ecclesiastica, mediatrice tra Dio e l’uomo e per tale motivo venne chiamato doctor hyperbolicus.

Nel 1483 nasce Lutero, in una piccola città della Germania orientale, il vero cognome è Luder, questo cognome è stato cambiato in Luter, perché non gli piaceva il suo cognome che aveva un significato un po’ ingiurioso. Un uomo molto severo, ha conosciuto un’educazione molto severa. Studiò filosofia a Erfurt in un ambiente nominalista e occamista. Nel luglio del 1505 decide di entrare nella corrente riformata degli agostiniani, contro la volontà del padre, due anni dopo fu ordinato sacerdote, sacerdote cattolico, monaco agostiniano. Nel 1510 finalmente riesce a realizzare il suo viaggio a Roma per protestare l’idea del superiore di unire i due rami dell’ordine agostiniano, quello riformato e quello no. Rimase scandalizzato di quello che vide, della mancanza di raccoglimento dei preti, il modo di vivere dei cardinali, il fasto. I fastidi di questo viaggio vennero raccoltati molto più tardi in maniera accentuata, tornato continuò a studiare teologia, e nel 1512 riceve il titolo di dottore in teologia, continuò l’insegnamento della sacra scrittura fino al 1515.

Tra il 1515 e il 1517 maturò in lui una crisi che lo portò a maturare una nuova dottrina, che è quella della giustificazione. Lutero subisce un’evoluzione psicologica che lo portò ad elaborare la nuova dottrina della giustificazione per mezzo della fede. Egli arriva alla dottrina della sola fide in seguito ad una profonda crisi spirituale originata dalla convinzione, in lui radicata, che l’uomo non si possa liberare dal peccato. Egli quindi cerca una via di salvezza che lo porta ad interessarsi della mistica tedesca, a riprendere la lettura di Sant’Agostino e delle lettere di San Paolo. Indubbiamente alla base del movimento di riforma di Lutero, non c’era la formazione di una nuova chiesa, ma fu una crisi esistenziale di Lutero, che si vedeva un peccatore, che si chiedeva come faceva a liberarsi dai peccati e non far parte del numero dei dannati, nonostante i suoi sforzi non ci riusciva, cercava la via della salvezza personale, cercando una via d’uscita ha iniziato a rileggere quindi i mistici, ma anche gli scritti di Sant’Agostino e le lettere di San Paolo, da queste letture ha trovato le risposte al suo problema esistenziale, l’uomo come tale non vale nulla di fronte a Dio, la natura è completamente corrotta, pessimismo antropologico, che contrasta con la visione dell’umanismo, con Erasmo. Lutero si sente peccatore senza speranza, si pone la domanda fondamentale sulla sua salvezza, è disperato, non sa come potrà essere salvato davanti a un Dio che punisce i peccatori, e lui si vede così nonostante tutti i suoi sforzi. La risposta è venuta quando ha cominciato a leggere e meditare il passo di San Paolo “il giusto vivrà per fede”, il giusto vive per il dono di Dio. Dio misericordioso ci giustifica per mezzo della fede, è la giustizia di Dio non è la giustizia dell’uomo, l’unica cosa che Dio ci chiede è di credere, di dar fiducia alle sue promesse. Solo con la fede si può essere salvati, non con le opere, basta credere per essere salvati. Quando Lutero uscirà alla scoperta con il problema delle indulgenze aveva già maturato questa esperienza personale, che sta alla base di tutta la sua teologia. Ha cercato una risposta per lui e l’ha estesa a tutti. Basta credere per sentirsi salvi, per essere certi di essere salvati, dare fiducia alle promesse di Dio rivelate in Gesù Cristo contenute nella Sacra Scrittura. Non è tanto l’idea di una conoscenza e l’adesione a questa conoscenza, a un dogma, ma più un abbandono, una fiducia alle promesse di Cristo. Per questo è fondamentale il ritorno alla Sacra Scrittura.

Non è questa dottrina con cui Lutero si è fatto conoscere, ma con la storia delle indulgenze, quando nel 1517 Lutero o i suoi studenti hanno affisso sulla porta della chiesa di Wittenberg, com’era uso a quel tempo, 95 tesi in latino riguardanti il valore e l’efficacia delle indulgenze. Può sembrare una questione secondaria, ma ha la sua importanza nel modo di riferimento del movimento. L’indulgenza era la remissione da parte della chiesa delle pene inflitte al penitente, queste a volte potevano essere molto severe, digiuni, pellegrinaggi, non è la remissione della colpa, per quella ci vuole l’assoluzione in confessione, ma è la remissione della pena inferta al penitente dalla Chiesa. Tutta questa dottrina delle indulgenze si basava sull’idea di un tesoro della Chiesa alla quale poteva attingere per rimettere le pene ai peccatori, questo tesoro era fatto da tutti i meriti di Cristo e dei santi. A partire dal XV secolo queste indulgenze si ottenevano dietro pagamento, sono state oggetto di un commercio, il concetto stesso di indulgenza ha iniziato ad allargarsi, non solo alle pene temporali, ma anche per i defunti per abbreviare i tempi del purgatorio. All’inizio del 1500 papa Giulio II ha incoraggiato la vendita delle indulgenze per favorire la costruzione di San Pietro. Questa pratica si diffuse anche in Germania dove, il vescovo Alberto di Magdeburgo aveva avuto da Roma l’autorizzazione a concedere le indulgenze a pagamento per far fronte alla tassa romana sul cumulo dei vescovadi di Halberstadt e di Magonza nella sua persona. La predicazione delle indulgenze iniziò in Germania ad opera del domenicano tedesco Giovanni Tetzel.

In reazione alla predicazione sull’indulgenza, che era ai limiti dell’ortodossia, Lutero ha mandato al vescovo queste 95 tesi, visto il silenzio di quest’ultimo le manda ad alcuni teologi tedeschi che le diffusero, queste si diffusero in tutta la Germania, e Lutero divenne famoso, il vescovo nel frattempo le aveva mandate a Roma per essere giudicate. Non contestava l’idea dell’indulgenza, diceva di tornare all’autentica concezione delle indulgenze, voleva relativizzarne la portata, che non vale per la colpa ma solo per la pena, e soprattutto non vale per i defunti, non contestava la possibilità di rimettere la penitenza da parte della chiesa della pena messa da se stessa, ma che queste venissero pagate non lo accettava, rimettere le pene poi dopo la morte era veramente illogico, il potere della chiesa si fermava a prima della morte, l’indulgenza è una remissione della pena inflitta dalla Chiesa, che non riguarda i defunti. Per Lutero l’unico tesoro di cui dispone la chiesa è la parola di Dio, non c’era questo tesoro dei santi che permetteva alla chiesa di rimettere le indulgenze. L’indulgenza dà una falsa sicurezza all’uomo peccatore, l’essenziale non è andare a cercare e comperare le indulgenze, ma andare a leggere il vangelo. Lutero divenne qualcuno di inquietante per il papa e non si poteva farlo fare senza reagire.

All’inizio c’era la tendenza a prendere con serenità la cosa, c’erano tanti movimenti che volevano cambiare le cose, ma poi visto che la cosa diveniva grande nel 1518 fu intimato a Lutero di presentarsi al papa Leone X per difendere le sue tesi, ma fu dispensato per intercessione del principe di Sassonia Federico e fu mandato un cardinale, ma questo dialogo non fu positivo, Lutero qui non voleva più già sottomettersi al Papa per obbedienza, voleva esser convinto di essere nell’errore, e voleva essere convinto sulla base della Sacra Scrittura, che era unica autorità. Lutero poté contare sul sostegno del suo principe, il principe della Sassonia, candidato alla successione al trono imperiale, era il protettore di Lutero, questa adesione dei principi a Lutero fu la causa del suo successo. Eck, cattolico professore di teologia, entrò in conflitto con Lutero, nel 1519 ci fu una disputa a Lipsia, durante questo colloquio evidentemente Lutero dovette presentare le sue tesi, e lo fece pubblicamente dicendo delle cose che non aveva detto prima, le indulgenze non c’entravano più, si parlava del primato della chiesa non valido , difendeva la teoria conciliarista, e il fatto che l’unica autorità è la Parola, escludendo così la tradizione della Chiesa. Lutero contesta quindi qui pubblicamente l’autorità sia del Papa che del Concilio, ritiene la Sacra Scrittura come unica autorità nella Chiesa, si è passato dalla cosiddetta soteriologia all’ecclesiologia che diventava più pericolosa. Siamo all’inizio dell’idea di una nuova Chiesa, idea che Lutero probabilmente ancora non aveva, il problema di Lutero era un problema personale sino al 1519 la sua idea di Chiesa era rimasta molto vicina a quella tradizionale. Dopo la disputa di Lipsia la rottura tra il Papa e Lutero sembra consumata.

Lutero quindi non aveva l’idea di fondare una nuova chiesa, la sua visione ecclesiale era abbastanza tradizionale, ma dopo questa disputa la rottura tra Roma e il riformatore è consumata. 15 giugno 1520 venne emanata una bolla papale che dava 60 giorni a Lutero per ritrattare e condannava 41 proposizioni estratte dai suoi scritti, solamente 6 riguardavano le indulgenze, questo indica che le problematiche maggiori erano altre. Lutero non ritrattò, non si sottomise a questa ingiunzione papale, ma in segno di rifiuto bruciò pubblicamente la bolla papale il 10 dicembre del 1520, insieme con tutti i testi del diritto canonico e dei suoi avversari, la scomunica avvenne il 3 gennaio del 1521, con la bolla Decet Romanum Pontificem, che scomunica di Lutero e seguaci. Nello stesso anno venne invitato a presentarsi alla dieta imperale, Lutero si presentò ma ripartì prima che venisse deciso il bando dell’impero, fu rapito da soldati del suo principe, altrimenti sarebbe stato messo al rogo.

Gli scritti di Lutero sono di circostanza, dettati da necessita. Il primo scritto agosto 1520 si intitola Alla nobiltà cristiana, questo testo è un epistola alla nobiltà cristiana e Lutero lancia un appello a questi principi per demolire i pilastri della romanità, la distinzione tra lo stato ecclesiastico e il resto del popolo di Dio, apparteniamo tutti allo stato ecclesiastico, non c’è una differenza di natura, ma di funzioni. Secondo pilastro della romanità il diritto esclusivo della gerarchia papale a interpretare la sacra scrittura, ognuno deve poter avere accesso alla Sacra Scrittura, critica il fatto che solo il papa potesse convocare il concilio e la superiorità del Papa su di esso.

Il secondo scritto dell’ottobre del 1520, De captivitate babylonica ecclesiae praeludium, riguarda i sacramenti, sulla cattività babilonica della chiesa, contesta la dottrina della chiesa, i sacramenti sono mezzi utilizzati dalla chiesa per poter controllare i fedeli. Ne conserva solo tre, il battesimo, l’eucarestia, e la penitenza. Sull’eucarestia Lutero cerca di sviluppare una nuova dottrina: nega la dottrina della transustanziazione e parla di consunstanziazione, Cristo non potrebbe far contenere il suo corpo sotto la sostanza del pane, c’è una coesistenza al momento della celebrazione eucaristica non dopo, tuttavia mantiene l’idea di una presenza reale a differenza di futuri riformatori. Nega anche il valore sacrificale della messa, la messa non è un sacrificio, non si può parlare di una riattualizzazione del sacrificio di Cristo, la messa è una promessa di Cristo, il sacrificio è unico. A differenza di altri esponenti protestanti rimarrà in Lutero l’idea della presenza del corpo e del sangue, ma solo durante la celebrazione eucaristica.

Il terzo scritto è quello sulla libertà, De libertate christiana, pubblicato simultaneamente in latino e tedesco, c’è un’esaltazione della libertà, della libertà dell’uomo giustificato in Cristo, Lutero torna a ripetere che non c’è un libero arbitrio, la natura umana è corrotta, le buone opere sono le conseguenze della beatificazione non la causa, l’uomo fa il bene perché è in stato di grazia. Questo libro segna la rottura fra Umanisti e Riformatori.

Altro lavoro di Lutero consiste nella traduzione della Bibbia in tedesco, questa grazie alla stampa si diffuse rapidamente. Ciò ha portato alla diffusione delle teorie di Lutero.

A partire dal 1520, all’interno del movimento riformatore ci sono umanisti come Erasmo, c’era una stima reciproca tra i due, Lutero lo ammirava, ma Erasmo ha voluto prendere un atteggiamento senza posizione, poi prese parte contro Lutero, proprio contro il De libertate christiana di Lutero che decide che tutto è determinato, contrario sia alla sacra scrittura che alla libertà umana, se l’uomo non è libero la misericordia di Dio non ha più senso. Lutero nel 1525 rispose molto male ad Erasmo, rottura tra Lutero e umanesimo. Lutero nega il libero arbitrio, le opere buone sono le conseguenze della giustificazione e della grazia. Rottura anche con riformatori più estremi dai quali Lutero prese le distanze.

All’indomani della scomunica di Lutero e della sua rottura con Roma. Il movimento luterano si diffonde nell’impero. Dal 1521 al 1525 c’è il periodo delle rivoluzioni sociali. Questo primo periodo è contrassegnato dalla guerra dei contadini. I capi di questo movimento si richiamavano alle sue idee, quindi Lutero fu richiamato da questo movimento. Questa rivolta fu guidata da Tommaso Muntzer, che voleva cambiare tutto l’ordine sociale in nome del vangelo, era un ex monaco che aveva aderito alla dottrina di Lutero, aveva preso la guida di questo movimento di ribellione, andando a predicare una specie di comunismo evangelico, un nuovo ordine sociale egualitario. Questi contadini hanno dato un’interpretazione politica alla libertà di Lutero. Questa sorta per rivendicazioni sociali e religiose prima fu appoggiata da Lutero, però successivamente quando sfociò in una forma di anarchia, egli se ne allontanò. Quindi scrisse Contro le empie e scellerate bande dei contadini, in questo testo si schierava apertamente dalla parte delle autorità e quindi contro gli insorti. Lutero percepisce la necessità di un principio di ordine della società che trova nello Stato. Ha riconosciuto il bisogno dello stato per dare ordine. In questo periodo si costituiscono le Chiese di Stato, dove all’autorità del papa si sostituisce quella del principe, il quale diventa un vescovo di emergenza ed è chiamato ad esercitare i poteri propri del vescovo. Queste chiese non avevano più nessuna gerarchia, quindi il principe diventava una specie di vescovo di emergenza. L’importanza del principe e dello stato nella concezione luterano del rapporto chiesa-stato, avrà due conseguenze, dopo il 1600 porterà da una parte porterà alla statalizzazione di queste chiese, anche la secolarizzazione dei beni ecclesiastici.

Quindi dopo il 1520 il luteranesimo si diffuse, fino al 1555 dove si arriva alla pace di augusta. Una prima fase di questo periodo fino al 1525, è la fase delle rivolte dei contadini, che scoppia in tutta la Germania, un movimento rivoluzionario, che si richiama alle idee di Lutero sulla libertà, bisognava realizzare su questa terra un ordine sociale, che era simile a quello del vangelo. Accanto a queste rivendicazioni sociali c’erano anche quelle religiose, come elezioni democratiche dei parroci. Coloro che hanno preso la testa di questi movimenti erano discepoli di Lutero, in particolare Tommaso Muntzer, che aveva interpretato questa idee andando ad annunciare un comunismo del vangelo, per far avvenire su questa terra il regno di Dio. Lutero stesso ha dovuto prendere posizione, condannando i danni dei rivoltosi. In questo scritto riconosce della necessità dell’autorità dello stato, lo stato visto come principio di ordine e quindi anche le chiese dovevano sottomettersi alle autorità dello stato. I vescovi erano rimasti tutti cattolici, i principi quindi erano stati per Lutero i vescovi di emergenza, provvisori, provvisorietà che è rimasta per quasi tre secoli però.

Nel 1525 abbandona la vita politica, la veste religiosa, si sposa, ha 8 figli e si dedica allo studio della bibbia, atteggiamento da parte sua sempre più polemico, lo scritto antisemita sugli ebrei risale all’ultimo periodo di Lutero. Tradusse la bibbia in lingua tedesca, dal greco e dalla traduzione latina di Erasmo.

Dal 1525 al 1532 c’è il periodo delle diete, ovvero dei colloqui durante i quali si cerca di raggiungere un accordo fra cattolici e protestanti. Nel 1526 l’imperatore Carlo V, al fine di riportare la pace nell’impero, convoca la dieta di Spira, dove riconosce ai principi il diritto di abbracciare la nuova fede a titolo provvisorio e quindi implicitamente si riconosce il diritto all’esistenza dei protestanti. I principi tedeschi erano liberi di applicare o no il decreto della dieta di Worm che aveva bandito gli scritti di Lutero dall’impero. Posizione troppo favorevole ai protestanti, questa apertura ha contribuito all’espansione del luteranesimo e l’imperatore, per arginare detta espansione, convocò nel 1529, sempre a Spira, una nuova dieta, durante la quale si decise il divieto di ogni propaganda luterana e si rese obbligatoria l’applicazione del decreto del 1521. Contro le decisioni della dieta del 1529 protestarono 6 principi e 14 città, per questa protesta si attribuì il nome di Protestanti ai fedeli luterani.

Nel 1530 ad Augusta fu convocata una nuova dieta dove fu presentata dai principi protestanti la Confessione Augustana, cioè la loro professione di fede e si cercarono di minimizzare le divergenze fra la nuova e l’antica fede. Questo scritto è stato fatto da un discepolo di Lutero molto più moderato, il testo era stato scritto con un’intenzione conciliante. La confessione Augustana fu rigettata dai maggior parte dei delegati della dieta, ci fu la costituzione di una specie di alleanza militare tra tutti i principi tedeschi protestanti per difendere il loro diritto. Gli stati protestanti vengono invitati a ritornare alla legge dell’impero, ovvero al cattolicesimo, però questi si rifiutano e si coalizzano contro l’imperatore costituendo la lega di Smalcalda. La Riforma Protestante acquista quindi una dimensione politica. Questa lega ebbe anche il sostegno di grandi potenze europee. Nel 1532 ci fu una nuova dieta a Norimberga che annullò le decisioni di Augusta.

Dal 1532 al 1555 c’è un periodo di lotta fino al raggiungimento della pace con il compromesso di Augusta. Il fallimento di ogni tentativo di giungere a un accordo delle parti, a seguito del rifiuto dei protestanti di accettare l’idea di un concilio (che sarà quello di Trento convocato nel 1545, a cui i protestanti non hanno voluto partecipare, il concilio certificherà questa rottura), porta ad una guerra aperta tra gli stati protestanti e l’impero, guerra che si conclude con la battaglia di Muhlberg del 1547 che segna la sconfitta dei protestanti. Nonostante questa sconfitta e la morte di Lutero dell’ottobre 1546, il movimento luterano diventa inarrestabile e ciò costringe l’imperatore a convocare una nuova dieta ad Augusta, dove si raggiunge un compromesso: la pace di Augusta nel 1555. Le conseguenze sono la divisione della Germania sul piano religioso, gli stati evangelici riformati hanno il diritto di professare la propria fede come stabilito nella dieta del 1530 e l’imperatore rinuncia a stabilire l’unità religiosa dell’impero; il principio della territorialità ecclesiale, ovvero il diritto di ogni principe di scegliere la Chiesa alla quale appartenere. La religione del principe diventa quella dei sudditi perché l’unità politica coincide con quella religiosa.

FONTE:  http://www.testimonianzecristiane.it/teologia/storia/protestante.htm

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Storia della Chiesa: Umanesimo e Cristianesimo

Umanesimo e cristianesimo

L’umanesimo è l’altro concetto che viene associato a rinascimento, l’umanesimo è il versante culturale e filosofico


L’attenzione di questi autori viene portata non più su Dio ma sull’uomo, questo movimento ha una duplice caratteristica, significa ritorno ai capolavori classici. Sul piano filosofico è un movimento di rigetto della cosiddetta scolastica medioevale, il ritorno alla filosofia di Platone e dei suoi discepoli. Il libro è una nuova dimensione della conoscenza, che mette l’uomo al centro e permette un dialogo diretto con gli antichi. È una dottrina che considera l’uomo fine e valore supremo. Ma tutto dipende dal senso che si dà all’idea di uomo e ad ogni idea diversa corrisponde un diverso tipo di Umanesimo (liberale; ateo; cristiano: definito da Maritain come Umanesimo integrale).

Petrarca (1304-1374) fu un esponente di questo periodo, discepolo di Sant’Agostino, latinista, egli fu all’origine di quel movimento di ritorno alle lettere classiche. Questo movimento di ritorno all’antichità costituisce la prima caratteristica dell’umanesimo italiano. L’interesse del Petrarca per l’antichità nasceva dal fatto che egli era un patriota italiano e nei testi dell’antichità ritrovava la lingua e la storia della propria patria. Petrarca ritrovava nei testi antichi tutto quello che aveva fatto la grandezza della Roma imperiale dei primi secoli, e lui vedeva Roma che si disfaceva sotto i suoi occhi, auspicava il ritorno alla grandezza della civiltà cristiana occidentale. Il ritorno alle fonti dell’antichità significava anche il ripudio sia sul piano filosofico sia su quello teologico della scolastica medioevale, cioè il rifiuto di Aristotele e dell’empio Averroè, con il conseguente ritorno a Platone e ai suoi discepoli.

L’evoluzione di questo movimento è legata a due successori di Petrarca: Marsilio Ficino e Pico della Mirandola. L’umanesimo italiano non era solo un ritorno alla letteratura greca e latina ma era qualcosa di più perché costituiva un innalzamento del pensiero sia sul piano filosofico sia su quello teologico e cosa più importante era un umanesimo cristiano. È da stigmatizzare l’idea che gli umanisti fossero atei, edonisti e scettici, perché il loro scopo non era quello di aggredire la teologia tradizionale, ma quello di aiutare Chiesa e teologia, cioè di aiutare la Chiesa, che era stata deformata dalle rughe del tardo Medioevo, a ritrovare le sue radici evangeliche. A tal fine gli umanisti cercarono di mettere Platone e i suoi discepoli al servizio della fede cristiana e di promuovere il ritorno alle sorgenti del vero cristianesimo: cioè la Bibbia, soprattutto il Nuovo Testamento, e i Padri della Chiesa. Le loro audaci ricerche ai limiti dell’ortodossia, hanno fatto strada alla riforma protestante, ma è anche vero che la Chiesa avendo un atteggiamento di condanna nei loro confronti si è privata di collaboratori, colti e illuminati, per combattere la Riforma Protestante.

In Francia c’è una figura che emerge che è quella di Lefèvre un teologo e un umanista, il primo traduttore della bibbia il lingua francese, in altri paesi troviamo circoli umanisti, come in Germania, in Inghilterra c’è la figura di Tommaso Moro (1478-1535) autore del famoso libro “l’utopia”, fu giustiziato per essere rimasto fedele alla chiesa di Roma dopo lo scisma, per aver rifiutato di riconoscere la supremazia reale. Dopo il 1500 le università diventano anche luoghi di studio per gli studi umanistici, in particolare lo studio delle due lingue dell’antichità, greco e ebraico, come lingua dell’antico testamento.

Erasmo da Rotterdam (1466-1536), nato a Rotterdam, città olandese, il 28 ottobre del 1466, era il figlio illegittimo dell’unione tra un prete e una donna, divenne orfano di padre e di madre ben presto, morirono entrambi di peste, ricevette la sua educazione dai dei fratelli della vita comune, fu segnato dalla spiritualità della devotio moderna, fu la principale figura del Rinascimento europeo, chiamato il principe degli umanisti. Nel 1487, a malincuore, senza avere una profonda vocazione scelse di entrare nel monastero di Stejn, nei paesi bassi, fu ordinato sacerdote il 25/4/1492. Ma la sua vera passione era lo studio e in particolare lo studio delle lettere antiche, la letteratura classica in particolare, di Cicerone. A un certo punto lascio il convento e divenne segretario del vescovo francese Enrico di Bergen, e grazie al sostegno economico di questo vescovo poté continuare i suoi studi a Parigi. Un altro momento importante fu il viaggio in Inghilterra, qui si incontro con Tommaso Moro e altri, questo sarà un incontro decisivo, incontra un umanesimo cristiano. Quindi decise di dedicarsi allo studio della Sacra Scrittura e compose diverse opere:

Enchiridion militis Chiritiani (1503), e un piccolo manuale di pietà scritto per introdurre i laici alla vita cristiana. L’idea che sta alla base di questo libro è che la perfezione cristiana sta nel cuore dell’uomo, nel suo rapporto intimo con Cristo, cioè nell’interiorità e non nelle manifestazioni esterne (riti, sacramenti, liturgia). La sua è dunque una spiritualità dell’interiorità bastata sul rapporto diretto cristiano/Dio. Qui si trova l’idea dell’imitatio Christi, con la differenza rispetto alla Devotio Moderna che l’imitazione di Cristo deve essere imitazione della sua umanità;

Il suo elogio della follia (1511) è una satira sulla chiesa del suo tempo (fa dire a un pazzo ciò che lui stesso vorrebbe dire), dietro le apparenze il sapiente vero può scoprire la vera saggezza. Questo libro fa di Erasmo un maestro ammirato e riconosciuto;

Novum instrumentim (1516), è l’edizione del testo greco del Nuovo Testamento con una traduzione latina che si discostava da quella della Vulgata. Nell’introduzione si trova un commento al Nuovo Testamento. Erasmo sviluppa una teologia biblica che chiama filosofia di Cristo.

Nel periodo 1516-1518 Erasmo raggiunge il culmine del suo prestigio a tal punto da essere additato come l’uomo che poteva riformare la Chiesa, però a questo punto entra sulla scena della storia Lutero che adombra la figura di Erasmo, perché

Da un lato, Erasmo è attratto dalle idee di Lutero e per questo, nell’ambiente cattolico, viene ben presto sospettato di compiacenza eccessiva nei confronti di Lutero e delle sue idee;

Dall’altro lato, Erasmo è diffidente nei confronti delle posizioni assunte dal riformatore nel 1520.

Ben presto la Chiesa cerca di utilizzare il prestigio di Erasmo invitandolo a scrivere contro Lutero. In risposta a tale invito nel 1524 Erasmo scrive De Libero arbitrio opera in cui critica la teoria luterana seconda la quale l’uomo non è libero, ma è predestinato al bene o al male. Quindi in quest’opera Erasmo difende il principio del libero arbitrio contro il determinismo luterano. Di contro Lutero risponde ad Erasmo col De servo arbitrio. Questa polemica segna la rottura tra Erasmo e Lutero, cioè tra l’umanesimo cristiano e la Riforma Protestante. Nel 1521 Erasmo si stabilisce a Basilea, dove il 12/7/1536 muore.

I due aspetti principali dell’umanesimo cristiano sono:

Il ritorno all’uomo: Dio non è più visto come un oggetto metafisico lontano dall’uomo e dalle sue preoccupazioni, ma è guardato nella sua relazione con l’uomo. Il Dio degli umanisti non è il Dio dei filosofi, ma è il Dio della rivelazione e dell’incarnazione. In questo senso si può parlare di una spiritualità cristocentrica.

Il ritorno alle fonti della rivelazione: c’è la congiunzione tra la pietas e l’erudizione (pia dottrina o dotta erudizione). Lo studio della letteratura classica sostituisce quello della filosofia che non viene più vista come ancilla theologiae. La letteratura degli umanisti sviluppa contenuti e tematiche cristiane quali l’umiltà, il gusto del bello, il senso del mistero.

FONTE:  http://www.testimonianzecristiane.it/teologia/storia/umanesimo.htm

 

 

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Storia della Chiesa: il problema del Clero

Il clero

Uno dei problemi maggiori che si poneva la chiesa di quel periodo, era il problema del clero


Come restaurare dignità potere e funzioni del clero? Molti preti molti religiosi lasciarono al momento della riforma protestante perché erano in crisi. Questo clero aveva perso la sua credibilità, non aveva più la considerazione e la stima dei fedeli, del popolo di Dio, anche se l’immagine non costituiva la realtà. C’erano anche bravi pastori, ma certo c’erano gravi lagune che riguardavano lagune morali, ma anche di preparazione e formazione. Fino al Concilio di Trento nessuno riuscirà a risolvere questo problema. Per quanto riguarda la situazione dell’alto clero, cioè cardinali, vescovi, abati, c’era il problema della loro vita privata, una vita che non faceva onore alla loro vocazione, vivono come principi del loro tempo. Un altro problema riguardava i benefici ecclesiastici, avere responsabilità di un ufficio sacro dava il diritto a percepire una rendita ecclesiastica legata all’esercizio di questo ufficio. Chi perseguiva i benefici in quel periodo non era chi realmente esercitava l’ufficio, pochi prelati accumulavano le rendite degli uffici senza gestirli veramente. In paesi come Francia e Germania c’era un accumularsi di cariche in poche famiglie, i figli di queste famiglie facevano entrata nell’ordine per avere un posto sicuro e percepire rendite, e non per vocazione. Non era raro vedere in una sola persona un cumulo di diversi benefici ecclesiastici. Per quanto riguarda la situazione del basso clero, c’era il problema dell’immoralità, il concubinato era molto presente, ma anche l’ignoranza, non avevano quasi nessuna nozione di latino e di Sacra Scrittura. Tutto questo dava scandalo al popolo. Non c’erano istituti di formazione per i preti, i cosiddetti seminari, saranno un’invenzione del concilio di Trento. Pochi di questi preti dell’epoca avevano potuto frequentare l’università, si accontentavano molti di qualche piccola nozione. La situazione nei conventi non era molto migliore. Fra le altre questioni oltre all’ignoranza ricordiamo: il concubinato, l’indegnità e le precarie situazioni economiche dei singoli preti.

Ci fu in questo periodo l’invenzione del libro a stampa, questo contribuì a mettere in crisi l’egemonia culturale dei monaci. Molti di questi religiosi che conducevano una vita molto dissoluta approfittavano del momento della crisi della chiesa e della riforma protestante per abbandonare la loro vocazione. Ci fu un tentativo di dire una parola da parte della Chiesa, fu un concilio, il concilio Laterano V (1512-1517) convocato da Papa Giulio II, convocato senza grande convinzione, l’istanza conciliare vista da Roma era sempre qualcosa di pericoloso, poteva essere anche ostile a un papa il concilio, quindi il concilio non era voluto dai vertici della chiesa e dai vari papi, il concilio fu aperto da Papa Giulio II e proseguito da Leone X e si concluse nel 1517. Questa fu un’occasione per i sostenitori di una riforma di esprimersi. Nonostante ciò questo concilio rimase una grande occasione perduta, non riuscì ad attuare le riforme che doveva, avrebbe potuto forse evitare la riforma protestante. In questo stesso anno finito il concilio, inizia la riforma protestante di Lutero. Con questo concilio ci fu una certa consapevolezza dei problemi della chiesa e la necessità di porci rimedio. Durante il concilio furono redatti diversi decreti di riforma, fra questi quelli sulla predicazione e quello sulla stampa, però nessuno di essi fu posto in esecuzione, il risultato fu che l’intento del concilio fallì. Fu adottato un decreto che riservava il compito di predicare ai migliori elementi, si voleva evitare il ripetersi dell’esperienza del Savonarola. Si è parlato della stampa e della pericolosità che poteva permettere la veloce diffusione di errore, cercò il concilio, quindi, di evitare che la stampa potesse divenire strumento di errori inerenti la Chiesa. Con questo decreto fu introdotto il principio della censura preventiva da parte dell’autorità ecclesiastica.

FONTE:  http://www.testimonianzecristiane.it/teologia/storia/clero.htm

 

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Storia della Chiesa: Il Rinascimento

Il rinascimento

Un movimento culturale di grande importanza, un movimento europeo.


Il concetto di rinascimento non esisteva è stato coniato da Jacob Bucherhart. Quello che è successo in questo periodo è successo in Italia, è qui che tutto è partito. Questo momento ha segnato una rottura, rottura con il medioevo, nasce la modernità. Questa idea di rottura è stata messa in discussione, la riscoperta della cultura antica non fu totale, già nel medioevo, gli autori latini erano stati studiati, è difficile tracciare una linea di separazione netta tra questi due periodi. In un periodo c’è stata una coesistenza tra rinascimento e medioevo. Quello che chiamiamo rinascimento ha riguardato un elite di pensatori, artisti, la popolazione non ha visto alcun cambiamento. Alcuni storici più sensibili quindi alla vita sociale non vedono questa discontinuità. L’elemento di discontinuità fondamentale è che indubbiamente assistiamo all’affermazione di una cultura antropocentrica e non più teocentrica, che mette al centro l’uomo, per questo un altro concetto per qualificare questo periodo è umanesimo, rinascimento riguarda più l’aspetto cultuale delle belle arti, l’umanesimo più l’aspetto letterario filosofico. Quando si parla di Rinascimento in modo sintetico si deve pensare ad un’affermazione esasperata dell’autonomia dell’umano rispetto a Dio e all’ordine divino. Si afferma l’autonomia della ragione sia filosofica sia scientifica. In campo artistico si afferma l’autonomia della bellezza in quanto l’arte non viene vista più come espressione di verità di fede e non ha più finalità apologetiche. Il criterio che muove l’artista è puramente estetico. In campo politico si afferma l’autonomia dello Stato rispetto alla Chiesa (il contrario di quanto affermato dalla bolla Unam Sanctam).

I papi del rinascimento sono dieci (dalla fine del grande scisma, 1450, all’inizio della riforma protestante, 1520): Nicolo V (1447-1455); Callisto III (1455-1458); Pio II (1458-1464); Paolo II (1464-1471; Sisto IV (1471-1484); Innocenzo VIII (1484-1492); Alessandro VI (1492-1503); Pio III (1503-1503); Giulio II (1503-1513); Leone X (1513-1521). Assistiamo all’avvento positivo del mecenatismo papale, e al lato più oscuro che è la vita privata dei pontefici, il modo di comportarsi di alcuni papi del tempo. Per quanto riguarda il mecenatismo papale, tutti questi papi hanno voluto rendere Roma più bella, doveva essere la più bella, alla metà del 400 lo stato della città era desolante, si presentava come una vasta distesa di rovine. I papi quindi chiamarono grandi artisti, come Raffaello e Michelangelo, per riportare Roma allo splendore del passato. le più famose realizzazioni furono la cappella Sistina (da Sisto IV), edificata dal 1465 al 1481; la basilica di San Pietro, i lavori iniziarono il 18/04/1506 e fu consacrata il 18/11/1626 (20 papi e 10 architetti); le stanze di Raffaello e la loggia. Con Nicolò V si assiste veramente all’avvento del mecenatismo, protettori delle belle arti saranno questi papi. La finalità di questa rinascita culturale di Roma era una finalità apostolica, Nicolò V poco prima di morire diceva che se si dava visibilità e bellezza con grandi edifici la fede sarebbe stata rafforzata.

Questi papi del rinascimento provenivano da grandi famiglie (Della Rovere, Sisto IV e Giulio II; Borgia, Callisto III e Alessandro VI; Medici, Leone X), i nomi di questi papi sono spesso associati alle cose private, un contrasto tra la dignità dell’ufficio e il modo indegno con il quale veniva amministrato questo ufficio. Si favorivano i propri nipoti o parenti, indipendentemente dal merito, ma solo perché facevano parte della stessa famiglia, questo fatto non era del tutto una novità, già Dante aveva accusato questa cosa prima. Ma qui si entra nel periodo del grande nepotismo, consiste nel fatto che questi papi hanno cercato di innalzare anche politicamente i propri parenti, anche a scapito dello stato pontificio, hanno alienato il patrimonio territoriale della chiesa, dati ai loro nipoti per innalzarli politicamente, soprattutto Giulio II e Alessandro VI, spesso erano degli incapaci e degli intriganti questi nipoti, questo nepotismo finì per indebolire lo splendore e l’autorità dei papi. Il concilio di Trento volle porre fine a queste cose. Il caso più emblematico fu quello di Alessandro VI, ha regnato a cavallo tra il 400 e il 500 ebbe da gestire molti problemi importanti, ha coinciso con una fase nuova della storia politica europea, nel 1492 c’è l’espulsione degli ebrei dalla spagna, la scoperta del nuovo mondo, Alessandro VI ha dovuto occuparsi di gestire i conflitti tra Spagna e Portogallo per la spartizione dei territori. Rodrigo Borgia era nipote di un altro papa Borgia Callisto III, lui aveva fatto la carriera del suo nipote, cardinale all’età di 24 anni, quando venne eletto papa, ci sono sospetti di simonia sulla sua elezione, sospetti quindi che la sua elezione fosse stata pagata. C’è una leggenda nera dei papi Borgia che avrebbe incarnato tutte le tare dei papi del rinascimento, quando è stato eletto aveva 4 figli riconosciuti e 3 non riconosciuti, una volta papa ne ha avuti altri 2. Alessandro VI non ha cessato di favorire i suoi nipoti, a cui alienava terreni della Chiesa per favorirli politicamente..

Il principale avversario di Alessandro VI fu un frate domenicano, Girolamo Savonarola, un personaggio controverso anch’esso, ma molto interessante, questo Girolamo Savonarola, fu condannato al rogo e la condanna fu eseguita il 23/5/1498 in piazza della signoria a Firenze. Tale condanna segnava la sconfitta della corrente riformista della Chiesa. Esponente di una corrente riformatrice all’interno della Chiesa, c’è chi sostiene che era il simbolo dell’intolleranza cristiana, alcuni lo presentano come un esaltato, altri più numerosi vedono in lui come una figura profetica, mandato da Dio proprio in quel momento per manifestare la santità della Chiesa. Si parla oggi anche di una possibile canonizzazione di Savonarola. Era nato a Ferrara il 21 settembre del 1452 aveva presto lasciato la casa paterna in seguito a una crisi spirituale. Un giorno della primavera del 1475 si è presentato alle porte del convento di Bologna dai domenicani. Questo convento di San Marco era stato fondato dai Medici ed era legato a questi. Visse nel convento dal 1482 al 1487. Nel 1489 Lorenzo il Magnifico sostiene il ritorno del Savonarola a Firenze, dove arriva nel 1490. Nel 1491 sempre con l’appoggio di Lorenzo dei Medici fu eletto priore di San Marco. Fu un evento eccezionale visto che lui non era originario di Firenze. Ben presto l’intesa tra i Medici e il Savonarola cessò perché questo iniziò a denunciare la connessione esistente tra il potere polito e quello ecclesiastico (simonia) e cominciò a predicare la riforma della Chiesa. Il momento di gloria di Savonarola sarà quando cadranno i medici e arriverà la repubblica. Il 25/7/ 1492 muore papa Innocenzio VIII, gli successe Alessandro VI l’11/8/1492, la cui elezione venne ritenuta simoniaca. Questo frate inizia a predicare contro il papa e contro Roma, vennero pronunciate contro di lui delle sentenze di condanna, 1495 gli fu proibito di predicare. Savonarola si rifiutò ad obbedire al papa, rifiutandosi, si richiamava alla sua coscienza, tutto questo portò il papa a pronunciare una sentenza di scomunica nei suoi confronti. Savonarola reagì proclamando un’epistola a tutti i cristiani, in questo testo lui rivendica il carattere ispirato, profetico della sua predicazione, dichiara che la sentenza presa dal papa è errata quindi invalida. Denunciava l’attualità partendo dall’esodo, si presentava come il nuovo Mosè, il faraone era il papa di Roma. Savonarola aveva il sostegno della città di Firenze, sostenuto dal partito dei piagnoni, a un certo punto perse questo sostegno politico, la signoria passò alla fazione opposta dei piagnoni, quella degli arrabbiati. Fu costretto al silenzio Savonarola. Scrisse ai principi cristiani per chiedere di un concilio, l’8 aprile del 1498 venne arrestato, processato, tre processi, torturato e condannato a morte in piazza signoria a Firenze, insieme con due fratelli che gli erano rimasti fedeli fino alla morte. Il suo progetto era quello di fare una città santa, quindi in lui c’era una certa confusione tra potere spirituale e temporale. La chiesa per lui ha un ruolo politico, deve attuare il suo ordine morale, si bruciavano libri e tutto ciò che non era in linea con l’ordine morale cristiano. Ora c’è un processo di beatificazione di Savonarola, l’ordine domenicano spinge molto per arrivare a questo.

FONTE:  http://www.testimonianzecristiane.it/teologia/storia/

 

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Storia della Chiesa: Il Concilio di Ferrara-Firenze

Concilio Ferrara-Firenze

Il Concilio di Basilea, Ferrara e Firenze fu convocato da Papa Martino V nel 1431 (l’ultimo anno del suo pontificato)


Fu convocato in applicazione del decreto del Concilio di Costanza (il decreto Frequens), che prevedeva la tenuta periodica di un concilio della Chiesa cattolica.

I padri conciliari, ancora traumatizzati dal ricordo dello scisma d’occidente, tuttavia già regolato dal recente Concilio di Costanza, propendevano in maggioranza per la superiorità delle decisioni del Concilio sul Papa (conciliarismo). Il successore di Martino V, Eugenio IV (1431-1447), giudicando tale propensione verso il conciliarismo in contraddizione con la tradizione della Chiesa, trasferì il concilio dalla Svizzera all’Italia, a Ferrara, nel 1438.

I conciliaristi restati a Basilea tentarono, spalleggiati dalle Università, di schierare la Chiesa contro il Papa, proclamando decaduto Eugenio IV ed eleggendo in sua vece un antipapa, il duca di Savoia Amedeo VIII sotto il nome di Felice V: si era giunti al piccolo scisma d’Occidente, che venne ricomposto solo dieci anni dopo, durante l’ultima sessione a Losanna, nel 1449 con la spontanea deposizione della tiara da parte di Amedeo.

Ci fu un tentativo di ricomporre, di riunificare la Chiesa, la Chiesa latina con la chiesa greca. Questa speranza, questo desiderio così forte era rimasto vivo dallo scisma, ma questa speranza si è fatta più forte all’inizio del 1400, ripresa dei rapporti con il mondo orientali, attraverso le missioni francescane e domenicane, ma anche tramite le relazioni di mercato. Nel 1274 già il concilio di Lione provò, ma fallì. Il secondo tentativo finì con un documento di unione, che non fu mai adottato.

La questione del Filioque, l’aggiunta del Filioque era stato motivo di scandalo per i greci, l’unica fonte era il Padre, ma per i latini quest’aggiunta sembrava conforme alla tradizione, introdotta alla fine del VI secolo contro l’eresia ariana che negava la divinità di Cristo. Il concilio di Lione aveva detto che la recita del Filioque non poteva essere obbligatoria per i greci, bastava riconoscere che non era eretica. Altra grande divergenza è il primato del papato, per i latini il primato del papa è un primato di giurisdizione, capo della chiesa universale, un potere su tutta la chiesa. Per i greci non è che un primato di onore, non impegnativo sul piano della giurisdizione, questa pretesa universalistica sembra contraria alla tradizione orientale che punta sul concetto di pentarchia, ovvero sulla complementarità e uguaglianza dei cinque patriarcati (Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia, Gerusalemme) e l’idea della conciliarità che vede nel concilio l’istanza suprema in materia di fede e di verità.

Altre questioni più piccole sono quelle ad esempio del purgatorio, rifiutato dai greci in nome della tradizione, il purgatorio non ha nessun riferimento nella sacra scrittura. Il pane azzimo usato nella consacrazione era un uso giudaico ed eretico secondo i greci. Per la consacrazione eucaristica i latini non consideravano necessarie l’invocazione dello Spirito Santo, ma che fossero sufficienti le parole di Cristo, i greci ritenevano che la consacrazione del pane avvenivano sia con le parole di Cristo che con l’invocazione dello Spirito Santo.

Arrivati a questo concilio, poteva sembrare del tutto paradossale che il papa cercasse proprio in quel momento a fare unità con la chiesa greca, mai come in questo momento la chiesa latina era in posizione di debolezza, ma due fattori hanno aiutato:

fattore politico: la minaccia dei turchi, minaccia di una conquista turca che rendeva l’alleanza politica con l’occidente quasi obbligatoria per l’imperatore di Costantinopoli

fattore religioso: il conciliarismo, siamo proprio nel periodo dei concili, il concilio di Costanza era riuscito a portare la chiesa sulla via dell’unità.

Un concilio ecumenico che si teneva in Italia visto la situazione precaria di Costantinopoli, fu aperto a Ferrara il 9/4/1938, si spostò l’anno dopo a Firenze a causa della peste, circa 600 rappresentanti della chiesa ortodossa, tutti a carico del Papa. Si arrivò all’adozione di un documento, un decreto di unione del 6/7/1439, questo fu approvato dalle due parti che rappresentavano due distinte identità, ogni chiesa aveva votato per sé altrimenti i latini erano in sovrannumero rispetto ai greci. Un compromesso che al momento sembrava andare bene a entrambe le parti. Per quanto riguarda il Filioque i greci riconoscevano l’ortodossia della forma latina, i latini rinunciano ad imporre la formula ai Greci ed accettavano la formula tradizionale dei greci. Per quanto riguarda il pane eucaristico si potevano usare entrambi, a secondo la liturgia della chiesa. Per quanto riguarda il purgatorio si affermavano i tre stati dell’anima, beatitudine per i giusti, inferno per i peccatori, purgatorio per i penitenti. Primato del vescovo di Roma si riaffermava il dogma del primato papale ma in modo molto sfumato. Si afferma una certa gerarchia fra i patriarcati, il primo posto quello di Roma, poi Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme. Questo alla fine fu un fallimento più che un successo, come doveva essere invece. Le responsabilità sono abbastanza ben ripartite, la volontà sia dall’uno che dall’altro non era completamente sincera, l’imperatore lo voleva per necessità politica per difendersi dai turchi e poco dopo 1453 ci fu la caduta di Costantinopoli, dalla parte del papa era un tentativo di riaffermare la sua autorità che era in bilico all’interno della Chiesa stessa, era alla ricerca di un successo di prestigio, per riaffermare la propria autorità all’interno della chiesa cattolica. C’erano delle divisioni all’interno delle due Chiese, c’erano dei partiti contro l’unione. Questo concilio nonostante il suo insuccesso è stato importante.

Se facciamo un bilancio è negativo, l’unione non si è fatta, ma non è totalmente negativo, dal punto di vista culturale, il concilio di Firenze ha stimolato una migliore conoscenza reciproca, molti di questi padri greci avevano portato manoscritti, le loro biblioteche e la loro presenza stimolò l’interesse per la cultura greca, ha contribuito in qualche modo a preparare l’umanesimo, la riscoperta dell’antico, e della cultura greca. C’è stato un vero dialogo tra oriente e occidente. Tutte le differenze sono state affrontate, si è riuscito a trovare un testo comune, anche se poi non è stato applicato.

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Storia della Chiesa: Il rapporto con gli Ebrei

Rapporto con gli ebrei

Il concilio di Basilea si è occupato anche degli ebrei per tentare di porre fine ad alcune persecuzioni nei loro confronti.


Dall’inizio del medioevo la posizione della Chiesa aveva oscillato tra la protezione e dall’altra la persecuzione. Gli ebrei dovevano essere protetti, perché come diceva Sant’Agostino era il popolo testimone della fede cristiana, la persecuzione nasceva dal fatto che era il popolo che aveva ucciso Gesù, il popolo deicida. Il più importante documento sull’argomento è quello di Gregorio Magno Sicut ludaeis ita (598), gli ebrei dovevano in qualche modo essere protetti, i loro diritti tutelati, dietro a questa preoccupazione del papato per gli ebrei c’è l’idea che il popolo ebreo nonostante tutto è il testimone della rivelazione, tuttavia in una situazione di oggettiva subordinazione rispetto ai cristiani, non voleva dire questa idea di protezione rivalutare la loro religione, che era vista come una superstizione. La religione ebraica rimaneva per la chiesa una superstizione, dovevano rimanere in una posizione inferiore, nell’attesa della conversione finale. Tuttavia come aveva detto Sant’Agostino, le conversioni dovevano essere libere, non forzate. Con l’inquisizione peggiora la posizione degli ebrei, erano soprattutto gli ordini mendicanti a sollecitare contro gli ebrei, il papa oscillava quindi tra la tutela degli ebrei e la protezione degli ordini mendicanti. Oscillazione del papa che dipendeva dal fatto che secondo la tradizione da Gregorio Magno, la chiesa era la protettrice degli ebrei, ma lo è al tempo stesso anche degli ordini mendicanti. Con il passare dei secoli la posizione della Chiesa si è irrigidita nei loro confronti, si va verso una posizione di intolleranza nei loro confronti, tutto questo ha favorito l’aggravarsi delle persecuzioni, per questo motivo il concilio di Basilea ha voluto legiferare per chiarire bene la questione e porre fine a certe persecuzioni. Nel 1415 Benedetto XIII con la bolla Etsi doctoris gentium condanna il Talmud e incoraggia le persecuzioni contro gli ebrei, documento significativo dell’odio verso gli ebrei. Martino V promulga invece una bolla riferendosi a Gregorio Magno cercò di frenare le persecuzioni.

Ci fu un peggioramento delle loro posizioni, soprattutto in Spagna con l’inquisizione, vennero espulsi dalla Spagna dai re. La chiesa ha ritenuto fosse suo dovere legiferare, di elaborare uno stile di vita per gli ebrei, così il concilio di Basilea fece un decreto, questo aveva l’intenzione di difendere gli ebrei, ponendo però dei limiti , era una discriminazione, c’era una separazione, cioè quello del ghetto, in quanto gli ebrei erano esclusi dalle funzioni sociali e pubbliche. Il primo ghetto sarà quello di Venezia, si entra in una nuova fase di oggettiva discriminazione per il popolo ebraico. Invece per i convertiti il documento prescriveva un rapporto fraterno e di accoglienza all’interno della Chiesa e questo per difenderli sia dagli Ebrei stessi, sia dai cristiani. Gli ebrei convertiti venivano difesi, però dovevano rompere i ponti con il mondo ebraico ed in caso contrario venivano perseguitati come eretici.

FONTE:  http://www.testimonianzecristiane.it/teologia/storia/ebrei.htm

 

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La Storia della Chiesa: Nuove Eresie

Nuove eresie

Tra le finalità del Concilio di Costanza oltre a quella di ristabilire l’unione c’è quella di affrontare le eresie.


Nella prima metà del 1400 si assiste a una trasformazione dei movimenti ereticali, l’eresia non è più un atto individuale, assume una struttura collettiva, sociale e nazionale. Vengono visti non soltanto dalla chiesa ma anche dagli stati come movimenti di ribellione, e per questo sono stati repressi con grande forza non solo dalla chiesa ma anche dagli stati. Movimenti ereticali che ebbero una grande influenza in molti, e quindi ci fu una repressione organizzata tramite l’inquisizione, si poteva sfociare in questi processi nella scomunica o nella eliminazione fisica da parte dello stato. L’eresia era considerata peggiore della peste, perché l’eresia uccide l’anima. Assistiamo a uno spostamento geografico del centro dell’eresia, fino ad allora il centro era la ragione mediterranea, ora si sposta verso la periferia della cristianità, in particolare Inghilterra e Boemia, attraverso due figure di eretici, Giovannni Wycliff e Giovanni Hus.

Wycliff era un professore di filosofia a Oxford, e parroco di una ricca parrocchia a Lutterworth. L’Inghilterra era travagliata da tendenze nazionaliste, e queste tensioni favorivano ad andare contro la Chiesa, siamo nel periodo dell’esilio avignonese. L’intento di Wycliff è di ripensare l’essenza della Chiesa in un senso nuovo più evangelico, due figure queste che anticipano la riforma protestante, una chiesa più conforme al vangelo più spirituale, tutto questo passava attraverso una critica della chiesa visibile di quel tempo. Due scritti in particolari De Ecclesia è uno di questi. Parla di una chiesa povera, propriamente spirituale, la chiesa vista come comunità di predestinati. La chiesa vera autentica di Cristo è la chiesa invisibile, di tutti i predestinati. Si può far parte della chiesa visibile e non far parte della vera chiesa spirituale, e viceversa, la chiesa di Cristo non si confonde con la chiesa tradizionale. Un altro elemento è il ruolo che attribuisce alla sacra scrittura, che è l’unica fonte della verità. L’obbedienza all’autorità, è legittima solo se ciò che dice il superiore è pienamente conforme all’insegnamento di Cristo, ognuno è tenuto a valutare se ciò che gli viene detto è conforme al vangelo. La validità dei sacramenti dipende dallo stato di grazia del ministro, dunque il criterio della santità del sacerdote. Concezione dell’autorità fondata sulla grazia, per Wycliff il volto della chiesa doveva essere purificato. Nel maggio 1382 un sinodo condannò 24 tesi di Wycliff, ritenendone 10 eretiche e 14 erronee. Il movimento di Wycliff ha assunto un ruolo politico, sotto l’influenza di Wycliff alcuni preti cominciarono a predicare la rivolta contro la tirannia del clero. Nel 1381 c’è una rivolta contadina la cui responsabilità è attribuita a Wycliff quindi anche lo stato inglese inizia ad andargli contro, destabilizzava il potere. Nel 1380 scrisse il De Eucarestia, qui nega la dottrina della transustanziazione, che era stata elevata a dogma. Wycliff era un realista secondo lui non si poteva andare contro le leggi della natura, per lui non cambiava la sostanza del pane e del vino, ma rendeva solamente sacri il pane e il vino. Questa tesi gli avvale subito la scomunica immediata. Nel 1384 muore Wycliff, il suo movimento continuò ad andare avanti fino a che il parlamento inglese decide di fare una legge contro gli eretici, una repressione sistematica del movimento.

Hus fu sedotto dalla idee di Wycliff che giunsero in Boemia per due vie, il matrimonio tra il re d’Ingilterra e Anna di Boemia, inoltre molti studenti erano andati a studiare a Oxford. Hus a questo punto cercò di portare avanti un processo di riforma, anche se può essere considerato come molto più moderato, non aveva ad esempio mai negato la dottrina della transustanziazione. La chiesa di Cristo però è la chiesa dei giusti, l’insegnamento della parola ha più importanza dei sacramenti, e il valore di questi dipendeva dallo stato di grazia del sacerdote. Questo movimento di riforma cominciò ad avere un ruolo politico e nazionale e cominciò a preoccupare le autorità ecclesiastiche e imperiali, l’arcivescovo di Praga, il cardinale Zbynek, dopo averlo all’inizio sostenuto, condanna e fa bruciare gli scritti di Hus, e emette una sentenza di scomunica, deve lasciare quindi l’università di Praga. Ma continua ad avere il sostegno del re di Boemia. Viene invitato da Sigsimondo a Costanza per difendere le sue idee, ma appena arrivato a Costanza fu arrestato e incarcerato, ebbe la possibilità di esprimere le sue idee, si riunì una commissione composta dai migliori teologi del tempo, fu condannato al rogo come eretico pertinace.

L’esecuzione scatenò una reazione in Boemia, fu vissuta come uno schiaffo alla nazione Boemia, Hus divenne quasi un martire, un eroe nazionale per tutta la popolazione, ci fu un sollevamento popolare contro tutti coloro che erano ritenuti responsabili della sua morte. Fu formata la lega Hussita per portare avanti le sue idee. Quello che ha fatto la forza di questo movimento è proprio il suo radicamento nazionale, non fu mai vinto, ma questa è stata anche la debolezza del movimento che non riuscì a diffondersi in altri paesi. Occorreva un compromesso, i rappresentanti del movimento furono chiamati a presentare le loro richieste al concilio di Basilea. Erano state fissate in un documento ed erano 4, i quattro articoli di Praga:

  1. la comunione sotto le due specie, il calice come simbolo egualitario, concesso ai laici

  2. la libertà di predicare in ceco

  3. l’abolizione del potere temporale e della proprietà ecclesiastica

  4. la punizione dei peccati mortali e di tutte le deviazioni contrarie alla legge divina

Dopo 4 anni di discussioni si giunse a un compromesso nel 1436, la cosiddetta Compactata, riconosceva la comunione sotto le due specie, quello che veniva richiesto dalla chiesa era la reale presenza di Cristo nell’eucarestia. Naturalmente l’ala estrema del movimento non si accontentò. Tuttavia si arrivò a una certa pace religiosa relativa, ma il movimento non è stato sconfitto, per la prima volta un paese si è un po’ separato da Roma senza che tale movimento possa essere represso, c’è una prima frattura nel tessuto cristiano. Questo movimento preannuncia in qualche modo il movimento di ribellione di Lutero che porterà alla riforma protestante.

La santa Giovanna D’arco è vissuta in quel periodo, è stata condannata al rogo. Figura emblematica della chiesa francese e di un certo nazionalismo francese, sentimento nazionale e religioso. Si è sentita parte di una missione, quella di cacciare gli inglesi.

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Storia della Chiesa: Lo Scisma d’Occidente

Scisma d’Occidente

Il papato e per tanto la chiesa e la cristianità occidentale sarà lacerato in due e a un certo punto in tre obbedienze papali.


Questa crisi del papato avrà delle conseguenze anche a livello di pensiero, questa crisi porterà a un rilancio delle teorie conciliariste, vedremo un’insieme di dottrine che tendono ad affermare la superiorità del concilio sul papa, testimonianze della chiesa universale, queste dottrine dovevano conoscere il loro vertice al concilio di Costanza, qui si arriverà a trovare una soluzione a questo scisma.

Parte tutto dal conclave del 1378, il primo conclave che si teneva a Roma dopo molto tempo, questo conclave ebbe uno svolgimento piuttosto agitato, la maggioranza dei cardinali erano francesi, in ragione della forza dei numeri si poteva aspettare un nuovo papa francese e questo il popolo romano non voleva, reclamava a gran voce, e anche in maniera minacciosa, l’elezione di un papa romano, o almeno italiano. Per compiacere la folla, i cardinali elessero un italiano Bartolomeo Prignano che prese il nome di Urbano VI. Ben presto questo nuovo pontefice perse il sostegno di gran parte dei cardinali, dimostrò all’inizio una volontà di riforma e un comportamento un po’ arrogante, quindi si mise contro gran parte dei cardinali e volevano annullare questa elezione, ritenuta invalida perché era stata forzata e così non si era potuto scegliere il giusto. I cardinali così elessero l’anti-papa, Clemente VII, il quale cercò di stabilirsi a Roma, ma perse la battaglia e andò ad Avignone. Lo scisma era consumato e doveva purtroppo attraversare tre generazioni, fino a che sarà risolto nel Concilio di Costanza. Il mondo cristiano subito si è diviso, alcuni stati hanno scelto di seguire la legittimità del papa romano, altri dalla parte di quello avignonese. Dalla parte di Urbano VI, l’imperatore Carlo IV, l’Italia centrale e settentrionale, i regni scandinavi, l’Inghilterra, l’Ungheria, e la Germania settentrionale. Dalla parte di Clemente VII la Francia, il re di Napoli, il re di Spagna, la Sicilia, la Scozia e tutta una parte della Germania meridionale. Questo scisma ebbe delle conseguenze piuttosto negative, la prima l’indebolirsi dell’autorità papale, con un pericoloso rilassamento dei costumi e della disciplina. L’estensione dell’influenza dello stato nelle cose ecclesiastiche, entrambi i papi per avere l’appoggio degli stati dovevano fare delle concessioni, ampie concessioni ai poteri, ai principi, tutto ciò ha portato ad aumentare l’influenza dello stato.

Quando morì Urbano VI, fu eletto un nuovo papa romano Bonifacio IX. La prima soluzione era che uno dei due o i due avessero accettato di abdicare, questa prima soluzione ben presto si rivelerà impraticabile, si pensava di ristabilire l’unità ma solo in termini di vittoria del proprio campo. La seconda via è quella del compromesso, si è cercato di fare ma non ci fu nessun risultato. Quindi si arrivò alla via conciliare, dopo un incontro fallito a Savona nel 1407, questa sarebbe stata una soluzione di compromesso. Indignati dall’atteggiamento dei due pontefici che non avevano voluto incontrarsi questi cardinali decisero di convocare per l’anno seguente un concilio a Pisa, c’erano 24 cardinali di entrambe le obbedienze. La prima decisione importante fu di deporre i due papi e nominarli eretici e scismatici, e la seconda di eleggere un terzo papa Alessandro V, il quale prese dimora a Bologna e fu riconosciuto quasi da tutta la cristianità, ma la situazione non si risolse, i due altri papi non riconoscevano questo nuovo papa, dal 1409 in poi ci sono non più due ma tre obbedienze papali, situazione ancora peggiore di quella di prima. L’unica via rimaneva comunque la via conciliare, fu il nuovo imperatore Sigsmondo di Lussemburgo che convocò il concilio di Costanza, da difensore della chiesa. Riuscì a convincere Giovanni XIII, successore di Alessandro V, che non è stato contato nella lista dei papi, a convocare un grande concilio di unione, il concilio di Costanza che si riunì dal 1414 al 1418. Tre i motivi del concilio:

  1. Il primo quello dell’unità

  2. Il secondo di difendere contro le eresie

  3. E il terzo la riforma della chiesa.

I tre papi furono dichiarati eretici per aver negato l’articolo del credo “credo nella chiesa una, santa e apostolica”, e per aver rifiutato di anteporre l’unità della chiesa al loro proprio interesse. Il papa Pisano Giovanni XXIII che aveva convocato il concilio fu processato e deposto, pensava che il concilio l’avrebbe legittimato, il papa Gregorio XII di Roma fece conoscere la sua abdicazione, Benedetto XIII di Avignone invece si rifiutò di riconoscere questa deposizione e quindi fu deposto come spergiuro, scismatico ed eretico. Fu durante questo concilio che fu fatto un conclave, un conclave straordinario, perché sebbene si riunì durante il concilio, e per la prima volta l’assemblea si componeva non soltanto dei cardinali, ma anche dei rappresentati di ogni nazione. Questo conclave riuscì ad eleggere un nuovo papa Martino V, che fu universalmente riconosciuto, è la prima e l’ultima volta che un concilio ha partecipato all’elezione di un Papa. Un conclave del tutto straordinario non solo per la composizione che non era solo di cardinali, ma anche per il fatto che si è tenuto in un concilio.

Questo grande scisma ha avuto un impatto decisivo nello sviluppo delle teorie conciliariste, il successo di queste teorie, legato alla situazione del papato, l’idea di per se non era del tutto nuovo, evocata dai canonisti nel momento del conflitto tra Filippo il Bello e Bonifacio VIII, si era chiesto un concilio per giudicare il papa eretico. Il conciliarismo si può presentare come un corpo di dottrine ecclesiologiche che affermano un ruolo fondamentale al concilio nella vita della Chiesa e tengono a fare del concilio, lo strumento di un processo di riforma permanente. Dal punto di vista teologico i sostenitori delle tesi conciliaristiche sostenevano che la plenitudo potestatis, il potere supremo della Chiesa non apparteneva di per sé al Papa, ma alla Chiesa, la Chiesa è più grande del Papa, alla Chiesa quindi apparteneva il potere supremo e più esattamente al concilio, visto come istanza rappresentativa della chiesa universale. Dentro tutto questo c’è l’idea di limitare i poteri del Papa, di qualcosa di meno monarchico, di una monarchia costituzionale, nel quale il potere del papa è limitato dall’autorità del concilio. Le origini del movimento sono da ricercare nel mondo delle università, che per primo ha sviluppato queste teorie, in particolare le università di Parigi. Cristo fondatore della Chiesa aveva voluto che la Chiesa fosse una; tale volontà di Cristo aveva valore di legge e quando il papa viola tale legge il concilio è abilitato a riportare il papa sulla retta via. Quindi il potere del concilio era superiore a quello del Papa. La via conciliare viene consigliata dalle università per uscire dalla crisi, l’unica via valida era, Cristo fondatore della Chiesa aveva voluto che la Chiesa fosse una, questo aveva valore di legge, era impegnativa, se il Papa non rispettava più questa legge il concilio aveva il dovere di riportare la Chiesa nel retto cammino dell’unità.

La corrente moderata, che è quella che ebbe successo al concilio di Costanza, è rappresentata da Pietro d’Ailly e Giovanni Gerson (1363-1429). Pietro d’Ailly cardinale francese, discepolo di Guglielmo di Occam e definiva la chiesa come la totalità dei fedeli che vivono in un corpo mortale. Nel 1409 in uno scritto precisava che il Papa è il capo della chiesa, ma che il suo potere, anche se viene praticamente esercitata da lui, non gli appartiene in proprio, ma è di Cristo. Proponeva un altro modello di chiesa il potere del papa stemperato da quello dell’aristocrazia e dalla forma di democrazia che è il concilio, queste teorie saranno riprese e formalizzate dall’alunno Giovanni Gerson.

Giovanni Gerson era considerato uno dei maggiori teologi della chiesa del suo tempo. Egli non contesta la struttura gerarchica della chiesa e riconosceva la necessità di avere un capo visibile per la Chiesa, solo che il vero capo sposo della Chiesa, non era il papa ma Cristo, unico principio di unità. La chiesa poteva quindi in ogni momento giudicare e deporre il papa in quanto vicario del suo sposo, cioè riprendere per se stessa la potestà che concretamente esercitava il papa ma non gli apparteneva in quanto tale. Questi due autori ebbero un ruolo importante nel concilio di Costanza. Questo pensiero di Gerson è importante, è la chiesa come tale che ha la potestà, anche se il papa l’esercita. Le sue idee saranno riprese nel concilio di Costanza con i decreti Haec Sancta synodus (1415) e Frequens (1417), con questi si affermava che il concilio doveva essere convocato ogni 10 anni e che il concilio ha il pieno diritto di sospendere il papa in caso di scisma. Il primo decreto ricordava che l’autorità del concilio, in quanto legittimamente convocata tutta la chiesa cattolica era superiore a quella del papa, riceveva questa autorità direttamente da Cristo, in virtù di questo dichiarava poter in qualche modo esigere obbedienza e sottomissione da ogni membro della Chiesa compreso il Papa, fu in virtù di questo decreto che il concilio poté in qualche modo procedere alla deposizione di Giovanni XXIII. Il secondo decreto riguardava la periodicità dei concili, faceva obbligo al papa di convocare periodicamente un concilio generale. All’indomani di questo concilio ci fu un forte conflitto tra papa e concilio, si discusse molto sull’interpretazione da dare a questi decreti, la maggioranza ha sempre dato una portata particolare, non generale, una legislazione di emergenza, ma ci sono anche fino ai nostri giorni, chi sostiene una validità generale di questo concilio.

Il fatto è che dopo il concilio di Costanza ci fu una corrente molto più estremista che si affermò nel 1431: si riunì un concilio a Basilea, ben presto portò a un conflitto tra il concilio e il papa Eugenio IV. Per questi autori conciliaristi, il potere apparteneva al concilio, definito infallibile e non era limitata ai casi estremi di eresia o scisma, ma in qualsiasi altra circostanza. Un braccio di ferro tra Eugenio IV e il concilio, nel 1437 si arriva a un conflitto, il papa decise di spostare il concilio da Basilea a Ferrara e poi a Firenze, dove si cercherà di ricomporre l’unità con la chiesa di oriente. La maggior parte dei membri dell’assemblea di Basilea si rifiutò di ubbidire al papa e continuò i suoi lavori. Il papa secondo il concilio non poteva né sciogliere né trasferire il concilio senza il consenso del concilio stesso, perché l’autorità del concilio era superiore a quella del papa, nel momento in cui questa verità venisse trasgredita il papa poteva essere giudicato eretico, e quindi il concilio depose il papa e fece papa Felice V regnò 5 anni e poi abdicò. Con questa decisione il movimento conciliarista era nel suo momento culminante. Tuttavia a partire dal 1440 si assiste a un’inversione di tendenza, un certo numero di autori conciliaristi si convincono che non si poteva andare avanti con un atteggiamento così intransigente che finiva per andare a minare l’unità della chiesa e quindi iniziarono a cercare un compromesso tra le due posizioni. Il papa doveva riconoscere che la sua autorità andava esercitata all’interno della chiesa e non sopra e dall’altra parte il concilio doveva rinunciare a essere considerato tutta la chiesa. C’è un ritorno del principio monarchico soprattutto dopo lo spostamento del concilio a Ferrara, c’è un autore in particolare che portò avanti il pensiero monarchico, ed è Giovanni Torquemada (1388-1468). La mediazione del papa è fondamentale, non è giusto il principio secondo il quale la sovranità della chiesa apparterrebbe alla massa, perché la Chiesa è corpo mistico di Cristo e non di una società umana e di conseguenza a quelli che lo hanno ricevuto da Dio: i vescovi e i sacerdoti.

FONTE:  http://www.testimonianzecristiane.it/teologia/storia/scismaoccidente.htm

 

 

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Storia della Chiesa: Il periodo Avignonese

Periodo avignonese

Dall’inizio dell’esilio avignonese sino al ritorno del Papa a Roma


I papi di questo periodo sono sette e tutti francesi:

    1. Clemente V (1305-1314)

    2. Giovanni XXII (1316-1334)

    3. Benedetto XII (1334-1342)

    4. Clemente VI (1342-1352)

    5. Innocenzo VI (1352-1362)

    6. Urbano V (1362-1370)

    7. Gregorio XI (1370-1378)

Questo periodo è caratterizzato:

      • Dal rafforzamento del governo della Chiesa con la centralizzazione dei benefici ecclesiastici per fini fiscali

      • Dal rafforzamento politico del papato a scapito della sfera spirituale.

Con Bonifacio VIII (1294-1303) ci fu il conflitto con la Francia di Filippo il bello (1285-1314). All’origine del conflitto ci furono i problemi fiscali e i problemi di giurisdizione.

      • I problemi fiscali: la Francia vuole che il clero paghi le tasse per sovvenzionare la guerra, il papa risponde con la costituzione Clericis Laicos del 24/02/1296, ma a seguito dell’intervento di Filippo il Bello è costretto a ritirarla con il documento Etsi de States del 13/07/1297. Prima sconfitta politica del papato.

      • I problemi di giurisdizione: arresto del vescovo francese Bernardo Saisset da parte dei francesi, che era stato consacrato senza la preventiva consultazione Francese, fu accusato di tradimento nei confronti della Francia, il papa convoca un sinodo speciale per giudicare il re di Francia, che rifiuta di sottostare al sinodo. Seconda sconfitta politica del papato. Quindi Bonifacio VIII, emana la bolla Unam Sanctam, del 18/11/1302 che afferma la potestà diretta della Chiesa sul potere temporale. Il re cercò di rovesciare il papa con gravi accuse e venne scomunicato dal papa.

Alla morte di Bonifacio VIII e del suo successore Benedetto XI (1303-1304) successe Clemente V (francese) che fu il primo papa del periodo avignonese in quanto egli decise di trasferirvisi nel 1309.

La presenza del papa in Francia portò ad un legame forte con la Francia e ciò significò la continuazione dell’esilio e il divorzio tra il papato e l’impero germanico. C’è una specie di rovesciamento nel rapporto tra i due poteri, la scelta di Clemente V in qualche modo va contro quella di Bonifacio VIII e della sua lotta con Filippo IV, il trasferimento in Francia è una vittoria da parte del re di Francia.

Nel 1313 alla morte di Enrico VII l’imperatore di Lussemburgo, il trono imperiale era rimasto vacante, e due pretendenti se lo contendevano, Ludovico di Baviera e Federico d’Austria, vinse Ludovico che divenne imperatore nel 1322. Ludovico il bavarese rifiutò di fare approvare la sua elezione a imperatore da parte di Papa Giovanni XXII.

Giovanni XXII era un uomo rigido intransigente, che era molto vicino agli interessi della Francia, questo periodo di “vacanza” imperiale portò Giovanni XXII a rivendicare il diritto di governare l’Italia e dunque a nominare un vicario per l’Italia, Roberto di Napoli senatore di Roma. Contro tale nomina l’imperatore Ludovico di Baviera (che era stato eletto insieme a Federico della casa d’Asburgo e in lotta per la corona) inviò un proprio vicario in Italia. Quindi il papa scomunica l’imperatore Ludovico di Baviera che risponde col manifesto di Sachsenhausen del 1324 col quale accusa il papa d’eresia e indice un concilio per condannare e deporre il papa. Quindi Ludovico scese in Italia per rovesciare il governo di re Roberto e nel 1328 si fece consacrare imperatore dall’antipapa Nicolò V (sua creatura e ultimo antipapa imperiale della storia della Chiesa). Ben presto dovette lasciare l’Italia e abbandonare Nicolò V alla sua sorte.

Nel 1338 contro la rivendicazione del papa, i principi elettori proclamano come diritto imperiale che il re eletto dalla totalità o dalla maggioranza dei principi elettori, non ha bisogno di conferma papale. Nello stesso anno Ludovico in una dieta a Francoforte, dichiara che l’elezione del re conferisce anche i diritti e il titolo di imperatore.

A livello teologico ci furono i sostenitori dell’imperatore e quelli del papato, tra i primi:

      1. Marsilio da Padova (1275-1343) . Marsilio da Padova con la sua opera Defensor pacis del 1324 afferma che l’unico potere è quello dello Stato, la cui fonte è il popolo. Compito dello stato è quello di assicurare la pace. Tutti gli altri poteri sono sottomessi allo Stato. Quindi la Chiesa è subordinata allo stato. Egli non considera la Chiesa come una realtà divina, ma come un’istituzione umana. La sola autorità della Chiesa, che egli riconosce, è il concilio generale convocato e presieduto dall’imperatore. Marsilio fu condannato con la bolla Licet iuxta Doctrinam di Giovanni XXII nel 1327. Fu considerato il precursore del Conciliarismo.

      2. Guglielmo di Occam (1270-1349) scrive De imperatorum et pomntificium potestate del 1347. Egli rigetta la teocrazia papale, la fonte divina del potere temporale e rifiuta l’onnipotenza dello stato. Egli lotta per la libertà delle persone da tutti i poteri, sia temporale sia spirituale. E’ condannato come eretico, entrambi sono considerati i precursori della riforma protestante.

Tra i difensori del papato ci sono:

      1. Alvaro Pelayo (1280-1352), un francescano spagnolo. Scrisse De statu et planctu Ecclesiae è un libro polemico col quale si rifiutano gli errori di Marsilio. Egli ritiene che il papa è vicario di Cristo sulla terra. Rifiuta ogni ingerenza dello Stato sulla Chiesa. Il papa è unico monarca della Chiesa e di tutto il mondo.

      2. Agostino Trionfo di Ancona (1243-1328). Ancora più radicale del precedente, scrisse la Summa de potestate ecclesiastica nel quale affermò che l’autorità del papa è la sola che procede direttamente da Dio, mentre tutte le altre sono derivate.

Benedetto XII (1334-1342) e Clemente VI (1342-1352) fallirono nel tentativo di un accordo con Ludovico. Nel 1346 i principi tedeschi detronizzarono Ludovico e elessero imperatore Carlo di Boemia, Carlo IV, che fu riconosciuto anche dal papa Clemente VI. Nel 1347 muore Ludovico e così si chiude la lotta tra papato e impero.

Ritorno a Roma

Tutta la cristianità auspicava il ritorno del papa a Roma, tranne la Francia e i suoi cardinali. Tra le persone che volevano il pontefice nella sua sede originaria ricordiamo: Petrarca che nel 1366 scrive al papa per convincerlo a tornare a Roma e lo supplica in nome della Vedova di Roma. S. Brigida di Svezia e Santa Caterina da Siena, che nel 1376 sollecita il ritorno del papa a Roma, Caterina si reca proprio ad Avignone per convincerlo. L’ultimo papa dell’esilio avignonese fu Gregorio XI, che lasciò Avignone nel 1376 e arrivò a Roma nel 1377 ed ivi si stabilì in Vaticano e non in Laterano come i suoi predecessori.

Il periodo avignonese è un periodo abbastanza oscuro della storia della Chiesa, perché il papato subisce accuse molto gravi con il suo conseguente indebolimento. Queste accuse sono l’eccessiva fiscalità; la centralizzazione del governo il fasto della corte papale, il legame con la Francia. Inoltre l’unità della chiesa è stata minacciata perché il ritorno del papa a Roma non era gradito a tutti. Con la morte improvvisa di Gregorio XI il 27 Marco del 1378 la via dello scisma sembrava aperta, l’elezione di Urbano VI fu subito contestata infatti dai cardinali francesi, e ci addentriamo nel periodo del grande scisma d’Occidente, un periodo di quasi 40 anni periodo in cui c’erano due papi e ad un certo punto tre addirittura, unico modo di ristabilire l’ordine, vedremo sarà il concilio, che si imporrà e sceglierà un nuovo papa riconosciuto da tutti.

FONTE:  http://www.testimonianzecristiane.it/teologia/storia/avignonese.htm

 

 

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Storia della Chiesa: Movimenti religiosi del 1300

Movimenti religiosi del 1300

Assistiamo a una rivoluzione nel campo spirituale, nasce la Devotio Moderna in contrapposizione alla devotio monastica.


Il monastero non è più il luogo privilegiato per la santificazione, gli ordini mendicanti conoscono una crisi, sorgono nuove forme che insistono sul rapporto personale del rapporto con Dio, tendono a relativizzare la mediazione che può offrire la Chiesa, il grande tema di questa nuova spiritualità è quello dell’Imitazione di Cristo, della sequela di Cristo. Questa opera l’imitazione di Cristo è attribuita a un monaco agostiniano che si chiama Tommaso da Kempis (1380-1461). Questo libro è anonimo, ma viene attribuito a questo monaco. Un monaco angosciato in questo mondo ostile al cristianesimo, questo volume si compone di quattro trattati:

  1. esortazioni utili allo spirito;

  2. esortazioni che introducono alla interiorità;

  3. libro della consolazione interiore;

  4. consigli devoti per la santa comunione.

Opera che ebbe grande importanza nella vita della chiesa, dopo la Bibbia fu il libro più diffuso nella Chiesa, risale alla prima metà del 1400. Si tratta di una specie di metodo per entrare nella vita interiore, la porta per entrare in questa vita interiore è Cristo, è l’imitazione di Cristo. Diffidenza profonda nei grandi sistemi speculativi, della scolastica medievali, ma anche contrario a una certa mistica.

Nella fine del 1200 c’è lo sviluppo della teologia mistica, due nomi sono da ricordare per questa corrente, uno è quello del maestro Eckhart (1260-1327), maestro nel senso che era un professore, fu uno dei primi tedeschi che furono maestri in teologia all’università di Parigi, ma anche nel senso di maestro di vita, fu non solo un professore di università, fu anche un direttore spirituale che predicava anche alle monache e alle suore. La sua teologia viene definita come una teologia negativa, in reazione alla teologia scolastica, per lui Dio è ineffabile, non si può dire niente di Dio, Dio trascende ogni cosa che si possa dire di lui, è impossibile dare le prove razionali dell’esistenza di Dio, la verità non è un contenuto dogmatico, il primo passo che l’uomo deve fare è quello di riconoscere che non sa nulla di Dio, questo non vuol dire che Dio sia inconoscibile, l’uomo può accedere alla conoscenza di Dio, all’essenza di Dio, perché Dio ha lasciato nel fondo dell’anima dell’uomo un’impronta divina. Non c’è in lui molta distinzione tra l’uomo e Dio, quindi si rischia il panteismo. Questi scritti furono, dopo la sua morte, condannati in parte da papa Giovanni XXII. Non tutta la sua opera ma alcuni suoi scritti che andavano verso un certo panteismo, per lunghi secoli quindi la sua opera era scomparsa un po’ e fu riscoperta la sua opera solo al XIX secolo, tuttavia è una figura fondamentale per vedere questo passaggio. Altra grande figura è quella di Jan van Ruysbroek che era fiammingo, nato nel 1293, è autore di un’opera spirituale ricca, scritta in fiammingo, L’ornamento delle nozze spirituali, in questa opera troviamo una confutazione abbastanza severa delle tesi di Eckhart, vedeva nelle sue tesi, una forma pericolosa di mistica naturale, che in qualche modo può essere accessibile ad ogni uomo credente e non credente, come se l’unione fosse possibile senza la grazia, ma lui in realtà può essere considerato nella linea dei discepoli di Eckhart. Ruysbroek ha sviluppato la via della mistica sponsale che insiste più sugli aspetti affettivi, quella di Eckhart è invece la mistica dell’essenza. Fu molto critico con la chiesa del suo tempo, soprattutto con il clero e scelse di ritirarsi ad eremitaggio, la sua fama già in vita si diffuse per tutta l’Europa.

All’interno delle due grandi famiglie francescane e domenicane c’è un ritorno al vangelo, a una vita più morale. Alla fine del 1200 i frati minori si trovavano divisi tra due esigenze, due doveri che entravano in contraddizione, la regola della povertà, dall’altra quella pastorale, come conciliare la povertà con il dovere pastorale, che implicava l’avere alcuni beni. Con l’aiuto dei papi venne ridefinita la povertà francescana a vantaggio della pastorale, si modificava quindi la regola della povertà che diviene individuale, collettivamente possono possedere, questo ad alcuni sembrava tradire l’interpretazione originale di San Francesco. Questi frati furono chiamati gli spirituali, e guardati con sospetto dalla Chiesa. Frate Paolo dei Trinci, uno di questi frati più moderati ottenne la benedizione del frate dell’ordine, che creò un centro di eremitaggio, e sulla via di questo primo centro altri centri si sono creati, sorgono piccole comunità di eremiti, che sono anche riconosciuti dalle autorità dell’ordine francescano. Vivono da eremiti, distacco dal mondo, vivono in piccole comunità, dall’Italia centrale, dopo la morte di Paolo Trinci, si sono moltiplicate un po’ da per tutto in Italia e Francia, importante per l’Italia il ruolo di San Bernardino da Siena (1380-1444), il quale si rese famoso per la diffusione della sua devozione al santo nome di Gesù. Questa riforma interna nel movimento francescano portò a una spaccatura interna, i conventuali, che davano la precedenza all’aspetto pastorale e gli osservanti che invece erano incentrati sulla povertà.

Stessa cosa si trova nei domenicani, importante qui la figura di Santa Caterina da Siena, che si inserisce pienamente in questo contesto, stimolato da questo esempio, un movimento di riforma anche nel movimento Domenicano si sviluppò. Per i domenicani questa riforma sembrava entrare in contraddizione con uno degli esponenti principali, San Tommaso, questa riforma antirazionalistica non andava d’accordo con la teologia di San Tommaso. il successo di questa riforma quindi non è totale, sia nell’una che nell’altra famiglia si fanno sentire delle resistenze, proprio grazie a questa riforma però questi due movimenti che erano entrati in crisi alla fine del 1200 hanno potuto ritrovare forza proprio nel popolo.

La corrente visionaria, vede molte figure di donne, Santa Brigida (1303-1363), nata negli ambienti dell’aristocrazia svedese, prima che morisse suo marito ebbe delle visioni, nel 1349 ebbe una grande visione nella quale Cristo gli intimò di recarsi a Roma, e andando lì avrebbe avuto la gioia di vedere il Papa tornare nella città eterna. Per 20 anni dopo la morte del marito si adoperò per convincere il papa a tornare a Roma. I suoi scritti dopo la sua morte ebbero una grande diffusione dopo la sua morte.

L’altra grande figura è quella di Santa Caterina da Siena, possiamo collegare la sua figura a questa corrente che è della devotio moderna, diffidenza di una certa vita religiosa, tanto che è rimasta laica, diffidenza nella sottigliezza della via speculativa. Santa Caterina da Siena si è adoperata anche lei per far tornare il papa a Roma, il tema centrale del suo grande libro Il dialogo della divina provvidenza è la riforma della chiesa, la riforma del corpo mistico, nel 1376 si era recata ad Avignone per tentare di convincere il Papa di tornare a Roma. queste donne hanno cercato di stimolare un movimento di riforma della chiesa, il tema della riforma diviene la grande aspirazione della chiesa di questo tempo, l’idea di una reformatio, un ritorno alla forma originale della Chiesa, reformatio che vuole rispondere a una deformatio, ma per rispondere a questa aspirazione alla riforma, ci furono due vie, una via spirituale, quella proposta da queste donne, che hanno cercato di provocare un sussulto spirituale, chiamando i vertici, stimolando una conversione morale, il loro messaggio è incentrato sulla collera di Dio e sul bisogno di un cambiamento.

FONTE:  http://www.testimonianzecristiane.it/teologia/storia/1300.htm

 

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Storia della Chiesa: Bonifacio VIII

Bonifacio VIII

L’aspirazione di Bonifacio VIII era quella di riunire nelle sue mani sia il potere spirituale che quello temporale


Questa aspirazione venne meno già quando al giubileo non ricevette omaggio da nessun sovrano europeo.

Questa stessa aspirazione animava, però, anche il Sovrano francese il quale, a tal proposito, aveva stretto alleanza nel 1299 con il nuovo re di Germania Alberto I d’Asburgo, accusato dal Papa di aver fatto assassinare il suo predecessore Adolfo di Nassau. Questa alleanza contrastava con l’aspirazione del Papa che intendeva sottrarre la Chiesa francese dal controllo del Re. Bonifacio VIII invitò allora il nuovo Re di Germania a comparire alla sua presenza in Roma per discolparsi dall’accusa di assassinio. Questa comparizione non avvenne mai. Anzi il Re di Francia, interpretando l’ingiunzione del Papa verso Alberto d’Asburgo come un affronto verso la sua persona, accentuò ancor più la sua posizione anticlericale mediante la confisca di tutti i beni della Chiesa, provocando un nuovo conflitto con il Papa.

Questo nuovo conflitto si aprì ufficialmente il 4 dicembre 1301 allorquando Bonifacio VIII emanò la bolla Salvator Mundi, mediante la quale abolì tutti i privilegi che Egli aveva concesso a re Filippo allorquando lo aveva autorizzato a riscuotere le imposte agli ecclesiastici anche senza il consenso papale.

Il giorno successivo, attraverso la bolla Ausculta fili, convocò l’episcopato francese e lo stesso Re ad un Concilio, da tenersi a Roma l’anno seguente, al fine di definire una volta e per sempre i rapporti tra lo Stato e la Chiesa, facendo intendere, a chiare lettere, che il papa era l’autorità suprema, cui dovevano sottomettersi anche i Sovrani, senza eccezione alcuna; e che solo al papa tutti dovevano rendere conto dei propri atti, Sovrani compresi.

Questo atteggiamento eccessivamente autoritario e dispotico del Pontefice, manifestato nelle due bolle del 4 e 5 dicembre 1301, provocò la immediata reazione di Filippo IV, il quale fece divulgare in Francia una sintesi delle due bolle, alquanto manipolata e non perfettamente conforme alla linea espressa dal pontefice, nel senso che ne peggiorava il contenuto. Ciò per raccogliere maggiori consensi a suo favore ed aumentare l’ostilità verso il Papa.

Lo scopo che si era prefisso il Re fu raggiunto quando, nel corso degli Stati Generali, riuniti a Parigi da Filippo nell’aprile del 1302, Egli ottenne l’approvazione dell’Assemblea la quale si concretizzò con la stesura di una lettera indirizzata al Papa, approvata all’unanimità, nella quale veniva stigmatizzata e respinta la posizione altamente ingiuriosa del Pontefice verso il Re. Contemporaneamente vi fu la proibizione da parte del Re ai vescovi francesi di recarsi a Roma per il concilio.

Nel corso del Concilio, il 18 novembre 1302, Bonifacio VIII emanò la ben nota bolla Unam Sanctam, nella quale veniva ribadito dogmaticamente il seguente concetto: «…nella potestà della Chiesa sono distinte due spade, quella spirituale e quella temporale; la prima viene condotta dalla Chiesa, la seconda per la Chiesa, quella per mano del sacerdote, questa per mano del re ma dietro indicazione del sacerdote……». Ciò stava a significare la supremazia del potere spirituale su quello temporale (pena la scomunica in caso di ribellione).

La reazione di Filippo IV fu estremamente determinata e decisa anche questa volta. Il suo obiettivo, stavolta, era quello di mettere sotto processo il Papa, invalidarne l’elezione, accusarlo di eresia e simonia e procedere alla sua deposizione. In ciò gli ritornò molto utile le testimonianze dei Colonna che erano stati scomunicati da papa Bonifacio e si trovavano ancora sotto la sua protezione. La decisione di processare il Papa fu adottata da Filippo nel corso di una riunione del Consiglio di Stato da lui convocata al Louvre il 12 marzo 1303. Occorreva però la presenza del Pontefice al processo. A tal fine Egli incaricò il Consigliere di Stato Guglielmo di Nogaret di catturare il Papa e condurlo a Parigi.

Il Pontefice, venuto a conoscenza delle manovre del Re, tentò di correre ai ripari. Prima inviando una lettera di scomunica al Sovrano, la qual cosa non sortì effetto alcuno. Poi cercando di guadagnare l’amicizia del re di Germania Alberto I d’Asburgo, sottraendolo all’alleanza con il Re di Francia. Convocò a tal fine un Concistoro per il 30 aprile del 1303 nel quale lo riconobbe ufficialmente re di Germania, nonché Sovrano di tutti i Sovrani, con la promessa della incoronazione imperiale in un futuro alquanto prossimo. Tutto ciò in cambio della difesa della persona del Papa contro tutti i suoi avversari. Promessa che non sarebbe mai stata mantenuta.

Venuto a conoscenza che Alberto d’Asburgo era stato riconosciuto dal Papa re di Germania, e temendo di averne perso l’alleanza, re Filippo cercò di accelerare i tempi per la messa in stato di accusa del Papa, convocando una nuova Assemblea degli Stati Generali, al Louvre, nel mese di giugno, con lo scopo di avviare una istruttoria che preparasse il processo al Pontefice.

Poiché il Consigliere di Stato Guglielmo di Nogaret era assente in quanto trovavasi in missione verso Roma, la pubblica accusa fu affidata ad un altro Consigliere di Stato, Guglielmo di Plasian.

Numerose furono le accuse formulate verso il Caetani. Innanzi tutto quella di aver fatto assassinare il suo predecessore Pietro da Morrone, già papa Celestino V. Fu accusato poi di negare l’immortalità dell’anima e di aver autorizzato alcuni sacerdoti alla violazione del segreto confessionale. Fu accusato, infine, di simonia e sodomia. Sulla base di queste infamanti accuse, il Re propose di convocare un Concilio per la destituzione del Pontefice e la sua proposta fu approvata dalla quasi totalità del clero francese.

Papa Bonifacio, messo al corrente di questi ultimi avvenimenti, preparò una nuova bolla di scomunica contro il Re di Francia, la Super Petri solio, che non fece in tempo a promulgare in quanto il Nogaret, insieme a tutta la famiglia Colonna, capeggiata da Sciarra Colonna, organizzò una congiura contro il Papa cui aderirono una gran parte della borghesia di Anagni e una gran parte del Sacro Collegio dei Cardinali.

All’inizio di settembre del 1303 il Nogaret e Sciarra Colonna riuscirono a catturare il Papa dopo un assalto al palazzo pontificio di Anagni e per tre giorni il Papa restò nelle mani dei due congiurati che non risparmiarono ingiurie alla persona del Pontefice. Le numerose ingiurie inferte al Papa, unitamente al contrasto tra il Nogaret e il Colonna sul destino del Caetani, il primo lo voleva infatti prigioniero a Parigi, il secondo lo voleva morto, indussero la città di Anagni a rivoltarsi contro i congiurati e a prendere le difese del loro Papa. Vi fu pertanto un capovolgimento di fronte della borghesia di Anagni che mise in fuga i congiurati e liberò il Papa, guadagnandosi la sua benedizione ed il suo perdono.

Rientrò a Roma il 25 settembre sotto la protezione degli Orsini. Aveva, però, perduto l’immagine del grande e potente Pontefice che si era illuso di essere ed era fiaccato anche nel fisico per le molte sofferenze dovute alla calcolosi renale che lo affliggeva da anni. Morì l’11 ottobre del 1303 e fu sepolto nella Basilica di San Pietro, nella Cappella costruita apposta per lui da Arnolfo di Cambio.

Filippo il Bello intentò un processo contro Bonifacio VIII otto mesi prima della morte del pontefice; fra le molte accuse, evidenti furono le pratiche magiche cui Benedetto Caetani sarebbe ricorso prima e durante il suo pontificato. Un testimone, della famiglia del pontefice, dichiarò che il giorno in cui fu eletto Celestino V, sentì il cardinale urlare dalla sua stanza: “Perché mi inganni, perché mi inganni? Io mi do totalmente a voi e voi mi avete promesso di eleggermi papa, ma ora ne è stato fatto un altro”. Il testimone sentì la risposta da una voce di fanciullo: “Perché ti turbi? Stando le cose così come sono, non potrai essere papa. Occorre infatti che il tuo papato si realizzi grazie a noi, in modo che tu non sia un vero papa legittimo. Questo lo potremo fare tra breve: abbi fiducia”. I testimoni al processo narrano anche che Bonifacio VIII possedeva un anello potente appartenuto a Manfredi, figlio dell’imperatore Federico II, il quale aveva un’ombra «talvolta luccicante, talvolta no» inoltre assumeva sempre nuove forme umane ed animalesche. Questo anello aveva una natura tanto curiosa che Carlo II D’Angiò, re di Sicilia, durante un’udienza col papa lo osservò con tale insistenza da provocare la reazione del pontefice che gli avrebbe chiesto: «Perché guardi il mio anello così intensamente? Vuoi averlo?» Il re avrebbe risposto in francese: «No, non lo voglio, tenetevelo per voi il vostro diavolo». Molti testimoni infatti durante il processo, assicurarono che gli alloggi papali erano frequentati assiduamente da necromanti ed alchimisti. Queste testimonianze vengono inoltre confermate dal grande poeta francescano del XIII secolo, Jacopone da Todi che apostrofava così l’odiato pontefice:

« Pensavi per augurio/la vita perlongare

anno, dì ne ora
omo non pò sperare
Vedem per lo peccato
la vita stermanare,
la morte appropinquare
quann’om pensa gaudere »

La frase «Pensavi per augurio/la vita perlongare» merita di essere presa alla lettera: la parola “augurio” indica le pratiche magiche alle quali Bonifacio VIII si sottoponeva per salvarsi dalla morte corporale.

FONTE:  http://www.testimonianzecristiane.it/teologia/storia/storia.htm

 

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Storia della Chiesa: Il Giubileo del 1300

Il giubileo del 1300

Il giubileo del 1300, 13 secoli dalla nascita del Redentore fu un avvenimento glorioso


Il 1300 fu l’anno della proclamazione del Giubileo. La scadenza secolare, una scadenza simbolica -tredici secoli dalla nascita del Redentore, il Dio fatto uomo- diede a Bonifacio VIII l’occasione per dimostrare che egli teneva le chiavi del regno dei cieli: fu un avvenimento veramente glorioso. Ma non fu decisione nata dalla curia papale.

Narra il cardinale Stefaneschi nel suo Liber de centesimo (splendido il codice G. 3, dell’Archivio di S. Pietro, ora alla Biblioteca Apostolica Vaticana: nella miniatura del primo foglio il cardinale appare inginocchiato ai piedi di Maria per offrirle la sua opera devota), che dal giorno di natale 1299 al successivo primo gennaio, “rimase come oc­culto il mistero di quel nuovo perdono”. Il primo gennaio 1300 Bonifacio si trovava al Laterano e la giornata passò senza che nulla si notasse di straordinario. Sul far della sera, “come se quel mistero si fosse a poco a poco aperto e svelato ai Romani”, corse immediatamente voce che, qualunque romano avesse visitata la tomba del principe degli apostoli, avrebbe ottenuta, in quel giorno piena e totale indulgenza dei suoi pec­cati e, nei giorni successivi, l’indulgenza di cento anni. Così, quasi te­mendo che col finire della giornata finisse anche la grazia, una folla immensa si accalcò dinanzi la basilica di S. Pietro. Dopo que­sto principio crebbe ogni giorno di più il concorso dei cittadini e dei fore­stieri. C’era la convinzione che l’anno secolare avrebbe portato, come tredici secoli prima, una nuova riconciliazione, la “dilutio peccaminum”.

Alcuni erano persuasi di lucrare l’indulgenza plenaria, altri un’indulgenza di cento anni; era comunque opinione corrente che Roma avrebbe concesso un grande perdono.

Ciò durò sino al 4 febbraio, “giorno che a tutto il mondo viene mostrata la venerabile immagine che si suol chiamare Sudario o Veronica”, quando pellegrini, specie stranieri, assai più del solito e in turbe fitte, continuarono ad attestare al papa la convinzione che s’era dif­fusa sull’acquisto dell’indulgenza. Così riferiscono molti cronisti del tempo, come Giovanni Villani di Firenze, Guglielmo Ventura di Asti ecc.

Da parte sua, lo Stefaneschi attesta che sarebbe venuto, tra gli altri, a Roma anche un vecchio, più che centenario, che, chiamato alla presenza del pontefice, testimoniò come cento anni prima, suo pa­dre si era recato alla Città Santa per l’indulgenza e gli aveva consi­gliato di fare altrettanto se gli fosse toccata la ventura di giungere al nuovo anno secolare. Personalmente allo Stefaneschi il vegliardo aggiunse “che in ciascun giorno di quell’anno centesimo si poteva lucrare l’indulgenza di cento anni per la quale era venuto appunto pellegrino”.

E poiché giorno dopo giorno la folla, che faceva ressa per recarsi a pregare sulla tomba dell’Apostolo, aumentava sem­pre di più, il papa fece esaminate le antiche memorie, ma nulla ritrovò in propo­sito.

La cosa -annota lo Stefaneschi- era più opinione che verità e frattanto, mentre il pontefice dimorava nel Patriarchio Lateranense, nacque il centesimo, termine che sta per Giubileo.

A Bonifacio VIII indubbiamente bastò il sensus fidelium: così il 22 febbraio 1300, giorno della festività della cattedra di S. Pietro, Bonifacio VIII pubblicò una bolla che cominciava appunto così: “c’è una relazione degna di fede degli antichi che a coloro che si recano nella venerabile basilica del primo degli apostoli in Roma sono state concesse ampie remissioni e indulgenze dei peccati”; e poiché ciò rispondeva alla comune opinione dei fedeli il pontefice decise per l’indulgenza plenaria.

Bonifacio elargì l’indulgenza a tutti coloro che, durante l’anno (a cominciare dal Natale precedente, dando così alla bolla anche un valore retroattivo) avessero pregato alle tombe degli apostoli Pietro e Paolo per trenta giorni, se erano romani, per quindici, se erano forestieri, purchè confessi e pentiti delle loro colpe.

L’annuncio avvenne dall’ambone della basilica Vaticana, “velato di drappi di seta e d’oro”: così come lo vediamo nell’affresco della basilica Lateranense, lacerto di una complessa storia riprodotta nei dettagli da Giotto, sulla loggia esterna della basilicadi S. Giovanni in Laterano. Vi è raffigurato Bonifacio VIII, con due personaggi ai suoi fianchi, uno dei quali legge la bolla di indizione. A commissionare l’opera fu il cardinal Stefaneschi lo stesso che, sempre a ricordo del Giubileo, commissionò al medesimo Giotto di dipingere sulla controfacciata della basilica costantiniana di S. Pietro la cosiddetta Navicella. Vi era rappresentato l’episodio accaduto sul lago di Tiberiade, di cui parla l’evangelista Matteo: esattamente il momento in cui Cristo afferra per la mano Pietro che sta per affogare e, salvandolo, lo rimprovera per aver dubitato di lui, scena proabilmente corredata da scritte scritte messe in bocca a Pietro (“Domine salvum me fac”, Mt 14, 30); o a Cristo (“Modice fidei, quare dubitasti”, Mt 14, 31), opera perduta ma che conosciamo da un’incisione di Parri Spinelli. Il tema fu più volte replicato nella seconda metà del sec. XV; di notevole interesse la tavola commissionata dalle religiose del monastero aperto di Torre degli Specchi a Roma ed eseguita intorno al 1485 da Antoniazzo Romano, ora ad Avignone.

Autori materiali dell’‘Antiquorum habet’, la bolla di indizione del giubileo, furono Iacopo Stefaneschi, diacono di S. Giorgio in Velabro, il quale poco dopo la chiusura del giubileo scrisse il De centesimo seu Iubileo anno liber e maestro Silvestro di Adria, scrittore della cancelleria; mentre il card. Giovanni Le Moine, illustre canonista, ne fece un commento.

La bolla, di cui furono fatte varie copie spedite a quanti erano in comunione con la Chiesa insieme a una circolare esplicativa nella quale furono aggiunti tre versi leonini, cioè a rima baciata, quasi un ritornello per i predicatori e per i pellegrini in marcia verso Roma.

Annus centenus – Romae semper est iubilenus / Crimina laxantur – cui poenitet ista donantur / Hoc declaravit – Bonifacius et roboravit”.

che, tradotto, significa: ogni anno centenario è sempre un anno giubilare a Roma. Per detta circostanza le colpe vengono lavate e a chi si pente viene dato il perdono. Così ha stabilito papa Bonifacio e lo ha convalidato con la sua autorità. Copie di questo ritornello furono incise su pietra e poste lungo le strade del pellegrinaggio romeo.

Per l’indirizzo generale, per la formula di perpetuità -la concessione non ha un valore circoscritto nel tempo- e per altre sue parti, la bolla rientra nella tipologia di quelle di indulgenza, nel passato elargite alla basilica di S. Pietro: un’indulgenza giubilare, cioè “plenaria”, data secondo la forma consueta e relative sanzioni, allo scopo di garantire l’osservanza della disposizione. E tuttavia nell’arenga o preambolo, dove si esprime la motivazione ideale, la ragione di carattere universale della promulgazione del Giubileo, il pontefice ricorda il suo “dovere di ufficio” e la missione salvifica della Chiesa nello spazio e nel tempo.

Quasi a rimarcarne la perpetuità, fu disposto che il documento fosse inciso su una lastra marmorea e apposto nell’atrio della basilica di S. Pietro in Vaticano, dove tuttora si trova (presso la Porta Santa, a sinistra, in alto, incorniciata da marmi preziosi), una delle poche memorie superstiti dell’antica basilica costantiniana, dove il marmo era stato posto tra la porta bronzea e quella argentea.

Quanto allo spirito del documento, di fronte alla visione escatologica dominante di fine secolo e che aveva spinto tanti fedeli a venire a Roma, prima ancora che fosse stato indetto il giubileo, il pontefice risponde con un invito ad incrementare la devozione verso il Principe degli apostoli, cui tradizionalmente era legato il pellegrinaggio a Roma.

E’ l’atteggiamento penitente dei fedeli che muove il papa a concedere “non solo una piena e più ampia, bensì una pienissima perdonanza di tutti i loro peccati”.

Quanto alle modalità: due erano le condizioni per l’acquisto dell’indulgenza: 1 – il pentimento e la confessione, perché la grazia possa operare; 2 – la visita alle basiliche di S. Pietro e di S. Paolo. La prima condizione ricorre in tutte le elargizioni di indulgenze. La seconda era una novità, suggerita forse della liturgia che da tempo aveva associato i due fondatori della Chiesa di Roma nell’unica solenne commemorazione del 29 giugno.

Da qui la disposizione che i romei, per lucrare il giubileo, oltre la basilica di S. Pietro, visitino anche quella di San Paolo con queste modalità: “se si tratta di Romani per trenta giorni continui o saltuari e almeno una volta al giorno, se invece si tratta di pellegrini o di stranieri nello stesso modo per quindici giorni”.

A quanti si erano sottoposti a detta disciplina il pontefice, in forza “del potere delle chiavi”, cioè dell’autorità che gli viene da Cristo, in quanto successore di Pietro, concedeva, alle solite condizioni -cioè pentiti e confessati- il perdono della pena dovuta ai peccati, non riguardava pertanto i peccati i quali si rimettono con il sacramento della confessione.

Nello stesso giorno in cui fu letta, in S. Pietro, la bolla giubilare, fu promulgata anche la bolla “Nuper per alios”, con la quale venivano esclusi dal beneficio dell’indulgenza plenaria chi avesse avuto rapporti commerciali con i saraceni -i quali nel 1291 avevano conquistato Acri, inibendo così l’accesso dei cristiani ai Luoghi Santi- accomunati agli scomunicati Colonnesi, a Federico d’Aragona e ai suoi fautori siciliani.

Cominciò allora la grande romeria. La folla che accorse a Roma fu grandissima. Si mossero verso la Città Eterna pellegrini da tutte le più lontane regioni d’Europa, dalla Francia, dall’Inghilterra, dalla Spagna, dall’Ungheria, dalla Germania.

Tenuto conto della data di emananzione della bolla -22 febbraio 1300- e dei tempi di percorrenza -nel Medioevo da Parigi a Roma s’impiega­vano normalmente almeno cinquanta giorni- ci si chiede come mai le fonti ci attestano che, fin dall’inizio dell’anno, l’afflusso normale dei pellegrini aumentò notevolmente. Se ciò fosse stato determinato solo dalla diffusione della bolla papale sarebbero occorsi da uno a quattro mesi prima che i pellegrini d’Italia e d’Europa potessero giungere a Roma. Plausibile è l’ipotesi che a spingere tanta gente, a mettersi in cammino, sia stata l’attesa escatologica diffusasi a seguito della predicazione di Gioacchino da Fiore e dei suoi interpreti. Sin dal 1260 si era andata formando la convinzione che, da un momento all’altro, la Chiesa sarebbe entrata nella “terza età” quella dello spirito. Così giorno dopo giorno si fece sempre più pressante il bisogno di perdono. L’attesa rigenerazione avrebbe ricalcato quella sperimentata dall’imperatore Costantino, al momento di immergersi nel fonte battesimale. Nozione questa che sarà ripresa nella bolla di indizione del secondo giubileo, quello del 1350.

Bisognosi di salvezza i pellegrini affluivano a Roma, per avere la sicurezza della salvezza. Una fiumana di persone che giornalmente si spostava dalla basilica di S. Pietro a quella di S. Paolo e viceversa. Ogni venerdì, poi e nelle solennità, veniva esposta l’immagine della Veronica.

Stando al cronista Giovanni Villani, oltre 200.000 al giorno erano i pellegrini non romani che si avvicendavano nella visita alle due basiliche. Vera o falsa l’informazione, indubbiamente dovette grandemente impressionare la fiumana di gente che, diretta a Roma, invase le strade d’Italia. Si legge negli Annales Colmarienses: “fu fatto così gran concorso in Roma che assai spesso in un giorno si ebbe un movimento di trentamila romei entrati e trentamila usciti”. Vi erano rappresentanti di tutte le età e di tutte le categorie, per lo più erano poveri; nessun re tuttavia si mosse per venire a lucrare il giubileo. In compenso giunsero fedeli non solo dalle città, ma anche da villaggi sperduti, come si evince dai protocolli notarili superstiti dove non è difficile incontrare testamenti dettati da modesti pellegrini, prima di intraprendere la romeria.

Nonostante l’eccezionale movimento di pellegrini, per le provvidenze del papa, non mancarono le vettova­glie e non si lamentarono disordini.

Le offerte dei pellegrini furono abbondanti e il papa se ne servì per il culto e l’ufficiatura delle basiliche.

L’anno giubilare terminò il 24 dicembre del 1300, ultimo giorno dell’anno, secondo l’usanza della curia romana (stile della natività). Il giorno dopo, inizio del nuovo anno, il pontefice con una “gratia non bullata” concesse ai pellegrini ancora presenti in Roma, o impediti durante il viaggio, o morti prima di aver completato le visite alle basiliche, un’ampia indulgenza (concessione “Ad Honorem Dei”).

Fu veramente un anno di grazia. Uno dei frutti del giubileo fu la pace che regnò in Italia in quell’anno, un’eccezione per quei tempi travagliati da lotte fratricide.

FONTE:  http://www.testimonianzecristiane.it/teologia/storia/giubileo.htm

 

 

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Storia della Chiesa: da Celestino V a Bonifacio VIII

Da Celestino V a Bonifacio VIII

La rinuncia di Celestino V e l’elezione di Bonifacio VIII, sua massima preoccupazione fu quella di restituire al papato gli antichi splendori


Dopo Martino IV seguirono i pontificati di Onorio IV (1285-87) e di Niccolò IV (1288-92): quest’ultimo fu il primo francescano sul trono pa­pale, amico dei Colonna, avversari degli Orsini.

Quindi, dopo una lunga sede va­cante, a motivo della divi­sione delle due famiglie ro­mane, alla fine, dopo due anni e tre mesi, si ebbe un’e­lezione una­nime nella persona di Pietro, eremita di Morrone negli Abruzzi, che prese il nome di Celestino V (1294), ma tenne il pontificato solo cinque mesi: dal 5 luglio 1294 al 13 dicembre successivo quando, preoccupato dal fatto che molti stavano profittando della sua inesperienza per ottenere indebiti favori dalla curia, Celestino V lesse un documento in cui espose i motivi della sua rinuncia, comandando ai cardinali di fare una nuova elezione; quindi si ritirò nella sua cella di Castel Nuovo, tornando a vivere l’austera vita eremitica, insieme ad alcuni compagni, sul monte Maiella.

Dieci giorni dopo i cardinali entrarono in conclave eleggendo papa Benedetto Caetani, già consigliere di Celestino V, che prese il nome di Bonifacio VIII (1294-1303).

Fu l’ultimo grande papa del Medio Evo. Uomo di grande ingegno e di notevole capacità amministrativa, dottissimo in diritto, massima preoccupazione di Bonifacio VIII fu quella di restituire al papato l’antico splendore. Fa da apertura lo sfarzoso corteo per l’incoronazione, avvenuta il 25 gennaio 1295: il neo eletto pontefice procedette su cavallo bianco, con alle staffe i due vassalli pontifici, Carlo II d’Agiò e Carlo d’Ungheria. “Deus in adiutorium meum intende”, fu il motto che Bonifacio scelse per il suo sigillo, quasi ad indicare l’urgenza di un rinnovamento nella Chiesa e, insieme, la coscienza di una immane responsabilità.

Per evitare che si usasse del suo predecessore, per provocare uno scisma, Bonifacio VIII tenne rinchiuso Celestino V, fino alla morte (1296), nel ca­stello di Fumone presso Anagni; mentre Clemente IV, asse­condando il desiderio di Filippo il Bello lo proclamerà santo nel 1313.

Tra i primi atti di Bonifacio VIII, le revoche dei favori e privilegi estorti al suo predecessore da persone prive di scrupoli, ma anche di grazie liberamente concesse, come la Perdonanza dell’Aquila (la cancellazione della perdonanza rilascita da Celestino V alla basilica di Collemaggio nel 1294 avvenne il 23 luglio 1296).

Risoluto ad estirpare, e con mano energica, i molti abusi allora presenti nella Chiesa, il pontefice suscitò vivaci opposizioni. Il primo grande scontro Bonifacio lo ebbe con Filippo il Bello, re di Francia, lo Stato più potente e più compatto di allora.

Filippo IV, per far fronte alle spese di guerra, aveva imposto delle tasse sui beni del clero, contrariamente alle vecchie prescrizioni del diritto canonico. Nel 1296 il papa, di tutta risposta, emanò la bolla “Clericis laicos” proibendo, sotto pena di scomunica, che gli ecclesiastici dessero doni o contributi di qualsiasi genere, senza il permesso della Sede Apostolica e inibendo ai sovrani e ai loro ufficiali di riscotere tasse e tributi dai beni ecclesiastici. Fu guerra. Filippo IV passò alle contromisure, vietando l’esportazione di argento e di preziosi dal territorio francese ed espellendo dal regno gli stranieri; nel mirino, i collettori papali e i banchieri italiani incaricati di trasferire i valori alla Camera Apostolica. A questo punto Bonifacio VIII fu costretto a cedere: le parti raggiunsero un sofferto accordo e, come segno della pace conclusa, Bonifacio, nel 1297, canonizzò Luigi IX, avo di Filippo IV.

Non meno violento il conflitto con la potente famiglia romana dei Colonna, da qualche tempo antagonista dei Caetani: questi, Angioini; i Colonna, filoaragonesi.

Questa famiglia, che aveva il suo feudo a Palestrina, aveva dato alla Chiesa due cardinali, Iacopo Colonna e suo nipote Pietro, segretamente alleati con i ghibellini d’Italia e con l’aragonese Federico III di Sicilia, che Bonifacio aveva combattuto e soprattutto amici degli spirituali francescani e dei seguaci di Gioacchino da Fiore insieme ai quali, il 10 maggio 1297, avevano sottoscritto il proclama di Lunghezza -tra i firmatari anche fra Iacopone da Todi- proclama dove veniva contestata la legittimità dell’elezione di Bonifacio VIII e comunque la validità dell’abdicazione di Celestino V, per cui si appellavano a un concilio generale, reclamando l’elezione di un nuovo papa.

Fu guerra quando Stefano Colonna, conte di Romagna rapinò il tesoro papale. Bonifacio VIII convocò i due cardinali Colonna davanti al suo giudizio e chiese ai colonnesi la consegna dei loro castelli. Costoro invece di obbedire, mossero guerra al pontefice. Di tutta risposta, nel maggio, Bonifacio VIII indisse una crociata contro i Colonna, fece radere al suolo il castello di Palestrina, loro principale fortezza; quindi, con bolla “In excelso throno”, depose Iacopo e Pietro dalla dignità Cardinalizia, li scomunicò, ne confiscò i beni e distrusse Palestrina Castel S. Pietro e altri paesi colonnesi, disperdendo i membri dlla famiglia Colonna; alcuni si rifugiarono in Francia presso Filippo il Bello.

Sono queste le appena trascorse vicende che permettono, tra l’altro, di capire perché il pontefice, subito dopo aver emanato la bolla del giubileo, ne abbia fatta un’altra, per escludere determinati ribelli dal beneficio delle indulgenze, elargite per il Giubileo

 

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Storia della Chiesa: Definitiva rottura con la Chiesa d’Oriente

Definitiva rottura con la Chiesa d’Oriente

Tutti i tentativi di unione falliranno miseramente, si rinizierà nuovamente con le rispettive scomuniche


Gregorio X morì nel 1276. Da allora, fino alla fine del secolo, si avvicen­da­rono, in rapida successione, ben nove papi.

Innocenzo V (1276); Adriano V (1276); Giovanni XXI (1276-77) il Giovanni Hispanus già fa­moso professore di filosofia e di medicina; Niccolò III (1277-80), della famiglia Orsini di Roma (tra i suoi meriti, quello di aver am­pliato lo Stato pontificio, con l’annessione della Marca di Ancona dell’Esarcato di Ravenna).

Gli successe Martino IV (1281-85), un francese (Simone de Brion) che fu munifico con gli ordini mendicanti, in quanto conferì loro il diritto di pre­dicare e confessare, funzioni fino ad allora riservate ai parroci: il che comportò anche ri­svolti economici negativi sul clero secolare. Martino IV, in politica, subì l’influenza di Carlo d’Angiò, re di Francia, che costò alla Chiesa romana la rottura definitiva con l’Oriente e la perdita della Sicilia.

Sotto Marino IV l’unione delle chiese greca e la­tina, frutto di interessi politici e non di salde convinzioni, fu infranta sia dal papa che scomunicò l’imperatore Michele, come fautore dello scisma e del­l’e­resia, sia dallo stesso imperatore il quale, dopo la vittoria ripor­tata a Belgrado (1282) su Carlo d’Angiò che lo aveva aggredito, ruppe definitivamente i rapporti con Roma.

Era accaduto che alla morte di Michele Paleologo, suo figlio Andronico, succedu­togli sul trono, cambiò radicalmente rotta, ripristinando pienamente lo scisma e rifutando qualsiasi velleità di unione.

Il sinodo della Chiesa greca celebrato nella settimana di Pasqua del 1283, segnò la fìne dei tentativi di unione. Tra il 1274 e il 1283 non erano mancate iniziative da ambedue le parti: una prima ambasciata papale, diretta dall’abate di Montecassino Bernardo, partì per Bisanzio nel 1275. Una seconda ambasciata, compo­sta da quattro frati Minori e capeggiata dal generale dell’Ordine Girolamo d’Ascoli (il futuro Niccolò IV), prese parte nell’aprile 1277 ad un importante sinodo, che riconobbe il primato romano e pronunciò la professione di fede conciliare che il grande logoteta aveva fatto a nome dell’imperatore tre anni prima. L’imperatore e suo figlio Andronico avevano si­glato l’atto ufficiale, suggellandolo con la bolla d’oro. Il patriarca Becco chiese di poter conservare immutati gli antichi riti, pur ricono­scendo il primato romano e pronunciando la professione di fede. Il clero però rifiutò il giuramento e l’inserto Filioque perché contrari alla tradizione. L’ambasciata bizantina che doveva recare al papa le deci­sioni del sinodo giunse a Roma dopo la morte di Giovanni XXI, soprav­venuta il 20 maggio 1277.

ll nuovo pontefice, Niccolò III (1277-81) adottò subito un atteggiamento più rigido nei confronti di Bisanzio. Nel mese di ottobre 1278, il papa incaricò una nuova ambasciata di portare a Costantinopoli la risposta papale ai documenti dell’aprile 1277.

Le istruzioni date al vescovo di Grosseto Bartolomeo d’Ascoli, capo della missione, erano categoriche. I legati dove­vano chiedere all’imperatore non soltanto una conferma scritta della sua sottomis­sione, ma ottenere anche la promessa del patriarca e degli altri prelati di prestare giuramento secondo la forma prescritta da Roma. Ciò fu chiesto anche al clero di tutte le città. Niccolò III esigeva quindi una to­tale sottomissione canonica alle tradizioni romane.

Il sinodo ortodosso, che do­veva rispondere alle richieste romane, non ammise il Filioque nella for­mula del Simbolo. Per il resto la dichiarazione sinodale è sostanzialmente identica a quella dell’aprile 1277. Così Niccolò III non ottenne nulla di più di quanto aveva ottenuto Giovanni XXI. Per di più era riuscito ad irritare la su­scettibilità e la fierezza del clero greco.

Non avendo poi il basileus accettato la proposta alleanza con Carlo d’Angiò, il papa decise di permettere la formazione di una coalizione occidentale contro Bisanzio. La morte di Niccolò III (22 agosto 1280) non mise in pericolo il pro­getto, perché il suo successore, il francese Martino IV (1280-1285) era favorevole al re di Sicilia. L’approvazione della coalizione contro l’imperatore bizan­tino fu confermata il 3 luglio 1281. Michele VIII Paleologo fu scomunicato da Martino IV il 18 novembre 1281, poi nuovamente il 26 marzo e il 18 ottobre 1282. Da parte sua la Chiesa greca rifiutò la sepoltura ecclesiastica a Michele VIII, morto il l° dicembre 1282.

Non meno gravido di conseguenze l’altro evento, accaduto il lunedì di pa­squa 1282: i cosiddetti vespri sici­liani con cui ebbe inizio la sollevazione degli isolani contro la tirannia francese. I ribelli si scelsero come loro signore Pietro III d’Aragona e, nono­stante i vari interventi di Martino IV, la Sicilia non fu più recuperata alla Chiesa.

FONTE:  http://www.testimonianzecristiane.it/teologia/storia/rottura.htm

 

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Storia della Chiesa: Il Concilio di Lione II

Lione II

Concilio che voleva sancire4 l’unione religiosa con i Greci


A Urbano IV, morto a Perugia il 2 ottobre 1264, dopo una sede vacante di appena sei giorni successe Clemente IV (1265-68). Alla morte di questi (novembre 1268) ci vollero più di due anni e mezzo prima che, nel conclave di Viterbo, si ottenesse una maggio­ranza di due terzi, finché fu eletto papa il card. Teobaldo Visconti di Piacenza, che si trovava ad Accon, in Tolemaide, in qualità di le­gato per una cro­ciata.

Il nuovo pontefice, che prese il nome di Gregorio X (1271-76), assunse a programma del suo pontificato l’aiuto dell’Oriente cristiano dove, nel 1261, era caduto l’impero latino di Costantinopoli e dopo l’assedio di S. Giovanni d’Acri si stavano avviando alla fine gli ultimi possessi della Siria. Abbandonati i piani di ri­conquista, si preoccupò in­vece dell’u­nione religiosa con i Greci. Per questo con­vocò, nel 1272, un concilio ge­nerale al fine di sancire l’u­nione e insieme provve­dere alla riforma della Chiesa e alla Crociata.

Gregorio X, per la riuscita del Concilio ini­ziò trattative con l’imperatore greco Michele VIII Paleologo, fa­vore­vole all’unione religiosa e al riconoscimento del primato pa­pale, ma suoi veri in­tenti erano quello di avere un aiuto contro la minaccia musul­mana e quello di scongiurare una riconquista da parte della Francia. Contrari all’idea dell’unione religiosa erano però la Chiesa greca con il patriarca di Costantinopoli Giuseppe e tutto il clero, fana­tico contro i latini e contro il papa.

Il concilio ebbe luogo a Lione, al fine di sottrarlo alla pericolosa influenza che Carlo d’Angiò aveva in Italia. Il papa vi giunse alla fine di ottobre 1273, dopo un lungo viaggio, iniziato ad Orvieto il 5 giugno.

Fu il secondo tenuto in quella città e il XIV concilio ecume­nico. Iniziò il 7 maggio 1274 e si protrasse fino all’agosto succes­sivo. Vi fu­rono invitati i più grandi teologi del tempo da san Tommaso -che però morì a Fossanova, mentre si muoveva verso Lione- a san Bonaventura, che dominò il concilio con la sua scienza, la sua parola e morì durante il concilio stesso.

Tre, come si è accennato, gli obiettivi del conci­lio: la riforma della Chiesa (disciplina del clero, abusi e così via), la preparazione della Crociata e l’unione con la Chiesa ortodossa.

Per quanto riguarda il primo obiettivo, il papa ordinò dei lavori prepara­tori, di cui sono giunte alcune importanti testimonianze: la Collectio de scandalis Ecclesiae del francescano Gilberto di Tournai, I’Opus triparti­tum del maestro generale dell’Ordine domenicano Umberto di Romans e la risposta del vescovo Bruno di Olmutz all’invito del papa. Tutti con­cordano nel segnalare l’urgenza di correggere gli abusi manifesti di cui soffre la comunità ecclesiale. Gilberto presenta persino un elenco degli scandali di cui la Chiesa è responsabile. La relazione di Umberto è più sobria, ma non meno precisa per quanto riguarda la situazione morale del clero. Umberto è l’unico a trattare dei problemi della Crociata con­tro i saraceni e della riconciliazione con i greci.

La seconda parte dell’Opus Tripartitum di Umberto è dedicata allo “scisma dei greci”. Il maestro generale dell’Ordine dei Predicatori con­siglia la massima tolleranza possibile: le differenze rituali e canoni che dovrebbero poter essere mantenute “in tutti i casi in cui la Chiesa può concedere la dispensa”, a condizione che un accordo leale sia rag­giunto sul piano della fede. Il domenicano propone “di non esigere dai greci un’obbedienza piena e completa”, a condizione che l’elezione del patriarca sia confermata dal papa e che i legati romani siano accolti a Bisanzio con tutti gli onori.

Sulla Terra Santa, il papa probabilmente chiese altri rapporti. Sappiamo infatti che il De recuperatione Terrae sanctae del Minorita Fidenzo di Padova, comunicato nel 1291 al papa france­scano Niccolò IV, era stato composto all’epoca del concilio di Lione II.

Il 28 maggio 1273 il papa creò cardinali Bonaventura di Bagnoregio, ministro generale dei Frati Minori dal 1257 e l’arcivescovo di Lione, il domenicano Pietro di Tarentaise (il futuro Innocenzo V). Il concilio fu solennemente aperto il lunedì 7 maggio 1274 nella catte­drale Saint-Jean, alla presenza dei cardinali, dei patriarchi latini, del re Giacomo d’Aragona e di numerosi vescovi venuti da numerosi paesi (Polonia, Norvegia, Boemia, Irlanda e Portogallo).

Il numero dei parteci­panti è, come al solito, difficile da valutare. Gli elenchi ci forniscono i nomi di duecento vescovi. Secondo un testimone oculare, 1.024 prelati erano presenti nella cattedrale il giorno dell’inaugurazione. Come Innocenzo III nel 1215, anche Gregorio X pronunciò un’omelia sul testo di Luca 22, 15: “Ho desiderato con ardore mangiare questa Pasqua con voi”.

Tra la prima e la seconda sessione, il papa preparò un decreto sul finanziamento della Crociata. La cristianità fu divisa in ventisette circo­scrizioni o collectariae. In ognuna di queste, una commissione avrebbe avuto il compito di organizzare la colletta della decima, da pagare se­mestralmente. Il decreto prevedeva severe sanzioni (la confisca dei beni) per i ritardatari. Il progetto papale incontrò diffidenza, per la paura che la tassa per la Crociata si trasformasse in imposta perma­nente. La costituzione Zelus fidei fu letta e approvata nella seconda sessione (I8 maggio).

Alla vigilia della terza sessione Gregorio X tenne, con i cardinali, un concistoro per risolvere il problema della successione al trono di Germania. Tra i due pretendenti (Alfonso di Castiglia e Rodolfo di Asburgo, che aveva inviato suoi rappresentanti a Lione), il papa scelse in modo irrevocabile Rodolfo. L’elezione fu però riconosciuta ufficial­mente soltanto dopo il concilio, il 26 settembre. La terza sessione (4 giugno) fu interamente riservata alla promulga­zione di 12 costituzioni relative alla nomina dei vescovi, l’attribuzione dei benefici, la repressione degli abusi ecc.

Verso la fine di maggio, Gregorio X aveva ricevuto dai suoi legati a Costantinopoli, i frati minori Girolamo d’Ascoli e Bonagrazia di S. Giovanni in Persiceto (futuro ministro generale dell’Ordine), la lettera che annunciava il prossimo arrivo degli ambasciatori dell’imperatore bizantino Michele VIII Paleologo. L’ambasciata bizantina fu accolta il 24 giugno con tutti gli onori. Numerosi padri conciliari, in compagnia del camerlengo papale, del vicecancelliere, dei notai pontifici e di familiari cardinalizi condussero i greci fino al palazzo arcivescovile dove Gregorio X aveva fissato la sua residenza. Il pontefice diede loro il bacio della pace. Gli inviati di Bisanzio consegnarono al papa le credenziali, le lettere dell’imperatore e di suo figlio Andronico, oltre che le missive dell’episcopato greco. Gli ambasciatori dichiararono di essere venuti per prestare omaggio di obbedienza alla Chiesa romana. Mancarono tuttavia vere e proprie discussioni teologiche, come ci saranno poi al conci­lio di Firenze (1439), poiché i legati eseguirono gli ordini dell’im­peratore che voleva l’unione per soli fini politici.

I Greci riconob­bero il primato del papa e accetta­rono le appellazioni a Roma. Quanto alla questione del filioque, fu ac­cettata la dottina della Chiesa romana e la formula fu aggiunta an­che dai greci nel canto del credo. Mentre, quanto ai riti, fu deciso che i Greci potevano mantenere il loro rito e la loro liturgia. L’unione fu celebrata in forma solenne cinque giorni dopo, festa dei ss. Pietro e Paolo. All’articolo che esprimeva la fede nella processione dello Spirito, I’inserto Filioque fu ripetuto due volte.

Si raccontò poi che il vescovo di Nicea, il secondo ambasciatore, aveva in quel punto osservato il silen­zio. I greci cantarono nella loro lingua “lodi solenni al signor papa”. I colloqui che seguirono furono presieduti, sembra, da s. Bonaventura. Nel corso della quarta sessione, gli inviati di Michele Paleologo ri­cevettero un posto d’onore alla destra del papa, dopo i cardinali.

Il papa si rallegrò della presenza degli ambasciatori dell’imperatore bi­zantino venuti liberamente a sottomettersi “all’obbedienza verso la Chiesa romana, senza domandare alcun compenso temporale”.

L’autore del resoconto ufficiale aggiunge che le dichiarazioni del papa non in­contrarono il favore di tutti. Lo scetticismo era diffuso. Il papa insi­stette sulla libertà e la sincerità dei bizantini, decisi, secondo lui, ad ac­cettare “la fede della Chiesa romana e il suo primato”. Poi il papa fece leggere, in traduzione latina, le lettere che gli erano state presentate. Nella sua lettera, I’imperatore aveva fatto trascrivere il simbolo che gli aveva inviato Clemente IV: questa professione di fede entrò negli atti del concilio e diventò documento conciliare. L’imperatore dichiarava di riconoscere il primato della Chiesa romana, promettendo obbedienza, ma domandava di poter conservare, per la Chiesa greca, il suo simbolo nella forma precedente alla separazione. Così anche i riti liturgici, per­ché non in contraddizione né con la Scrittura, né con gli antichi concili. Al termine di questa lettura, il logoteta giurò, “sull’anima dell’impera­tore”, di conservare la fede della Chiesa romana e di promettere di ac­cettare il suo primato in completa identità con le istruzioni dell’impera­tore.

Quindi fu cantato il Credo, dapprima in latino, da tutto il concilio e poi in greco, dagli ambasciatori dell’imperatore, dal loro seguito e dai vescovi e abati greci venuti dal regno di Sicilia. Le parole “Qui ex Patre Filioque procedit” furono cantate due volte. La sessione terminò con la lettura delle credenziali degli ambasciatori dei Mongoli, pa­gani, con i quali la Santa Sede voleva allearsi contro i musulmani.

Il 16 luglio, all’indomani della morte di s. Bonaventura (notte tra e il 15 luglio), si tenne la quinta sessione. Pietro di Tarentaise conferì solennemente il battesimo ad uno degli ambasciatori tartari e a due dei suoi compatrioti.

Dopo il battesimo, Gregorio X promulgò quattordici costituzioni, poi pronunciò l’elogio funebre di s. Bonaventura. Il giorno seguente, l’ultimo del concilio, il papa fece leggere e ap­provare ancora una serie di costituzioni, tra cui i de­creti sulla disciplina nella Chiesa.

Quanto all’e­lezione papale, per im­pe­dire le troppo lunghe vacanze, fu pre­scritto, con il can. 2 Ubi pericu­lum, il si­stema del conclave (riunione di tutti i cardinali in una abita­zione comune, con isola­mento dal mondo esterno e graduale diminu­zione dei cibi. Clemente VI, nel 1351, renderà il regola­mento meno rigido).

I canoni successivi regolano le elezioni episcopali, le nomine dei par­roci, proibendo il cumulo dei benefici. Più importante è il can. 23 che decretò la soppressione degli ordini mendicanti, fatta eccezione per i domenicani e i francescani, fissando un regolamento per tutti i nuovi ordini. Fu infine presentato un bilancio del lavoro svolto. Dei tre obiettivi che si il concilio si era proposto, due, disse il papa, erano stati raggiunti: l’unione con i greci e le misure a favore della Crociata. Il primo novembre 1274, Gregorio X pubblicò la collezione delle costituzioni conciliari (31 capitoli).

Il giudizio storico non concorda con l’impressione avuta da Gregorio X. Dei tre obiettivi del concilio, soltanto il terzo ha lasciato tracce profonde. Il concilio di Lione II è infatti importante per l’in­fluenza avuta sullo sviluppo del diritto canonico.

Le più importanti ri­guardano l’elezione del sovrano pontefice (c. 2, Ubi periculum), la di­sciplina delle cariche ecclesiastiche (c. 3-4, 6, 7-14, 16), i vescovi e i prelati (c. 15, 18, 21, 22, 24), il servizio divino e il culto (c. 17, 25), la soppressione degli ordini religiosi fondati dopo il IV concilio latera­nense, senza l’approvazione della Sede apostolica (c. 23), le sanzioni ecclesiastiche e la repressione dell’usura (c. 20, 26-31), nonché la di­sciplina dell’attività degli avvocati e procuratori ecclesiastici (c. 19: obbligo di prestare il giuramento di promuovere il bene dei loro clienti; questa costituzione non entrò nel Corpus iuris canonici). La rapida in­serzione di quasi tutte le costituzioni lionesi nelle collezioni canoniche e nel Liber Sextus le conferirono un valore duraturo.

A causa della morte di Gregorio X, la Crociata rimase un progetto: ormai non era più possibile indurre i principi e nazioni ad impiegare le loro forze in una crociata.

Abbandonati a sé stessi, dopo la sfortunata crociata in­trapresa nel 1270 da s. Luigi re di Francia, morto di peste nei pressi di Cartagine, i cri­stiani perdettero in breve i resti dei loro possedimenti in Palestina. Nel marzo del 1298 cadde Tripoli in mano dei musulmani; quindi, nel maggio 1291, fu la volta di Accon, ultimo baluardo della re­sitenza cri­stiana. Dopo di che gli Occidentali abbandonarono spontane­amente Tiro, Sidone e Beirut.

La stessa l’unione della Chiesa greca con Roma non fu che una breve illusione. Alla morte di Michele Paleologo, il figlio Andronico cambiò radicalmente rotta, rifìutando qualsiasi velleità di unione. Egli interruppe de­finitivamente il sogno dell’unione dei latini e dei greci, che Gregorio aveva annunciato come un fatto compiuto nell’ultima sessione del concilio di Lione II, un sogno al quale il papa aveva creduto con lealtà, ma che Michele Paleologo aveva tentato di assecondare con ambiguità, se crediamo al giudizio del massimo cronista bizantino coevo (Pachimere).

FONTE:  http://www.testimonianzecristiane.it/teologia/storia/lione2.htm

 

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Storia della Chiesa: La fine degli Hohenstaufen

La fine degli Hohenstaufen

Con Corradino si estingueva la casa degli Hohenstaufen, la cui ambizione e insieme utopia fu quella di piantare una propria potenza familiare nel­l’Ita­lia mer­dionale


Federico II era rimasto in Italia, dove il legato Gregorio di Montelongo animava la resistenza dei comuni lombardi contro l’imperatore.

Nelle lotte furi­bonde tra Guelfi e Ghibellini il paese divenne campo di devastazioni e gli opposi­tori dell’imperatore, specie gli ecclesiastici e i frati mendicanti, dovettero speri­mentare la ferocia della sua vendetta. Finché la battaglia presso Parma, con la vit­toria della Lega, segnò il de­clino della potenza imperiale. Federico abbandonò al­lora l’alta Italia, la­sciandovi il figlio Enzo, fatto prigioniero l’anno successivo dai Bolognesi a Fossalta e si ritirò in Puglia dove, vittima di un attacco di dissente­ria, morì il 13 dicembre 1250 nel Castello di Fiorentino, presso Lucera, pentito e assolto dalla scomunica da parte dell’arcivescovo di Palermo.

La lotta proseguì anche dopo la morte di Federico. Innocenzo IV, da Lione, tornò in Italia nel 1251, stabilendosi però a Perugia, deciso a non più tolle­rare gli Hohenstaufen sul trono imperiale. Contro Corrado IV, figlio e successore dell’imperatore, fece predi­care la crociata e lan­ciò la scomunica.

Quando poi Corrado IV, al­l’inizio del 1252, chiamato dai Ghibellini, scese in Italia per unirsi a Manfredi, suo fratellastro e principe di Taranto, il papa gli tagliò la strada e offrì la corona di Sicilia al principe inglese Edmondo (1253).

Corrado morì nel maggio 1254, a soli 26 anni. Per il figlio suo minorenne Corradino (nato nel 1252), assunse la reggenza nell’Italia meridionale Manfredi, contro cui proseguì la lotta il nuovo papa, il card. Conti, eletto il 18 dicembre 1254, col nome di Alessando IV (1254-61).

Manfredi, nonostante la scomunica pa­pale, ricevette la co­rona di Sicilia offertale dai grandi di quella terra e, dimentico dei suoi obblighi verso il nipote Corradino, si fece incoronare a Palermo (1258), estendendo gradatamente la sua potenza nell’Italia centrale e setten­trionale, grazie all’aiuto dei ghibellini.

In Germania, dopo la morte di Guglielmo d’Olanda (1256), si ebbe di nuovo una doppia elezione: il collegio dei sette principi elettori elesse il conte Riccardo di Cornovaglia, fratello del re Enrico III d’Inghilterra; mentre il partito del­l’arcivescovo di Treviri elesse re Alfonso X di Castiglia, nipote di Filippo di Svevia. Ma in realtà l’impero rimase privo di un capo supremo.

Il 29 agosto 1261 fu eletto Urbano IV (1261-64), francese di na­scita, già patriarca di Gerusalemme, il quale bandì una crociata contro Manfredi e, nel 1263, offrì il regno a Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia s. Luigi IX, il quale sceso con un esercito in Italia (1265) rice­vette l’investitura feudale; quindi, a Roma, da cinque cardinali, fu inco­ronato re dell’Italia meridionale (gennaio 1266).

Un mese dopo, con la battaglia di Benevento (25 febbraio 1266), Urbano IV riportò vittoria su Manfredi che morì in combattimento. Così Carlo d’Angiò divenne pa­drone del regno e condusse nell’Italia cen­trale e settentrionale una po­litica guelfa in favore del papa.

Nel 1267 vi fu un ultimo tentativo di ri­conquista del regno da parte del quindicenne Corradino, duca di Svevia e re di Gerusalemme e di Sicilia, chiamato dai Ghibellini d’Italia. Dopo qualche successo ini­ziale fu però sconfitto a Scurcola-Tagliacozzo da Carlo (23 agosto 1268). Fatto prigioniero, fu processato e decapi­tato, insieme a dieci nobili compagni, il 29 ottobre 1268 a Napoli.

Con Corradino si estingueva la casa degli Hohenstaufen, la cui ambizione e insieme utopia fu quella di piantare una propria potenza familiare nel­l’Ita­lia mer­dionale, in contrasto con i diritti feudali del papa e la vo­lontà di congiungere la co­rona siciliana con quella germanica, co­stringendo la Curia romana a cercare un appoggio nella Francia, la nuova grande po­tenza nascente in Europa. La fine degli Hohenstaufen coinvolse l’auto­rità imperiale che venne profonda­mente scossa. Ma anche il pre­stigio del papato ne uscì debilitato da quella lunga e rovi­nosa guerra contro l’im­pero degli Hohenstaufen.

L’Italia andava sempre più disgregandosi politicamente, men­tre cresceva la forza e l’indipendenza dei comuni. Il regno dell’Ita­lia meri­dionale cadde sotto il dominio di Carlo I d’Angiò perdendo così l’unità e la floridezza acquistata con i Normanni e sviluppata da Federico II.

FONTE:  http://www.testimonianzecristiane.it/teologia/storia/finefederico.htm

 

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Storia della Chiesa: Il Concilio di Lione I

Lione I

Innocenzo IV, giunto a Lione il 27 dicembre 1244, convocò un concilio generale per il 24 giu­gno 1245.


Il concilio si doveva occupare del giudizio su Federico; dei mezzi come aiutare la Terra Santa, dove il sultano aveva occupato Gerusalemme nel 1244; del pericolo tartaro, rap­presentato dalle orde di Gengis Kan che, conquistata Russia e Persia, stavano penentrando nella Polonia e nel­l’Ungheria.

Una convocazione fu indirizzata anche all’imperatore. Per la prima volta, anche i maestri generali degli Ordini mendicanti erano invitati a pren­dere parte a un concilio generale; mentre quattro cardinali romani (Rinaldo da Jenne, Stefano Conti, Riccardo Annibaldi e Raniero Capocci) rimasero a Roma per occuparsi dei problemi relativi all’Urbe e allo Stato della Chiesa.

Se il IV Lateranense si era imposto per il suo poderoso programma le­gislativo, il concilio di Lione I va ricordato soprattutto per i problemi politici che fu chiamato ad affrontare.

La scomunica di Federico II, da parte di Gregorio IX, aveva lasciato intravedere l’idea che soltanto un concilio avrebbe potuto tentare di risolvere il conflitto con l’imperatore. Altri problemi politici più gene­rali richiamavano poi l’attenzione: nell’estate del 1244, Gerusalemme era stata occupata; nell’autunno, l’esercito cristiano era stato battuto a Gaza; le rivelazioni dell’arcivescovo dei Ruteni, Pietro, a proposito del­l’invasione mongola della sua patria, avevano ricordato l’attualità del problema dei tartari.

Tre mesi prima dell’apertura del concilio (13 aprile 1245), il papa rinnovò la scomunica contro l’imperatore e suo figlio, il re Enrico VII. Mentre un ultimo tentativo (maggio 1245) del patriarca di Antiochia Alberto, per avvicinare le posizioni del papa e dell’impera­tore, non incontrò alcun favore presso il papa.

Il concilio -XIII° concilio ecumenico- aperto ufficialmente a Lione il 28 giugno 1245, presenti 140 vescovi (in prevalenza spa­gnoli e francesi; assenti quelli della Germania e dell’Ungheria), tenne, due giorni prima (26 giugno), una sessione preliminare nel refettorio della collegiata di S. Giusto.

Il papa pronunciò un di­scorso sui “cinque dolori del papa”: la corruzione morale, l’insolenza dei Saraceni, lo scisma con la Chiesa greca, i problemi dell’Impero la­tino d’Oriente, la minaccia dei tartari e, naturalmente, la persecuzione della Chiesa da parte dell’imperatore. Contro Federico II il papa rin­novò le accuse tradizionali di violazione del giuramento, di sospetto di eresia e di sacrilegio. Così, per la prima volta, dopo i grandi concili latera­nensi, la scena conciliare fu occupata soprattutto da problemi essen­zialmente politici e non disciplinari e pastorali (come, la riforma della Chiesa e la lotta contro le eresie).

Il papa, tra la prima e la seconda sessione (5 luglio) fece copiare 91 privilegi favorevoli alla Chiesa romana, promulgati da imperatori e re, dal privilegio di Ottone I, fino a quelli di Federico II (35!). La raccolta di questi, munita dei sigilli di quaranta prelati, fu presentata alla terza sessione solenne (17 lu­glio), ma non mancò di suscitare reazioni.

Il rappresentante dell’impe­ratore, Taddeo di Sessa, gran giu­dice di corte, che ini­zialmente aveva re­clamato di ascoltare l’imperatore, affermò che la convocazione del 27 dicembre 1244 non era stata valida, protestò contro l’autenticità di certi privilegi e annunciò la sua decisione di fare appello contro ogni condanna del­l’imperatore da parte del successivo concilio. Il papa rifiutò di discu­tere, anzi fece leggere all’assemblea la bolla di deposizione, poi intonò il Te Deum prima di chiudere la terza e ultima sessione del concilio.

Contrariamente alla testimonianza di Matteo Paris, il concilio di Lione I non pronunciò però nessuna nuova scomunica dell’imperatore.

La ra­gione va forse ricercata nel fatto che, secondo Innocenzo IV, la sua bolla del 13 aprile 1245 non aveva bisogno di una conferma conciliare. Soltanto il papa era abilitato a deporre l’imperatore, il quale veniva considerato come una creatura del pontefice. Innocenzo IV così ne dette spiegazione nel suo Apparatus:

“Bisogna ricordare per quale diritto il papa depone l’imperatore: il Giusto figlio di Dio, mentre era ancora in vita, e da ogni eternità, era il Signore per natura; così, egli avrebbe potuto, per diritto naturale, lan­ciare una sentenza di deposizione e di condanna contro gli imperatori e ogni altro sovrano, poiché si trattava di persone che egli aveva creato e arricchito di doni della natura e della grazia. Per la stessa ragione, il suo Vicario lo può ugualmente”.

L’impera­tore, di­chiarato col­pevole di tutte le imputazioni, fu de­posto ed i principi tedeschi invitati ad eleggere un nuovo impe­ra­tore, mentre il papa ri­vendicava a sé la gestione del regno di Sicilia.

Onde scalzare la potenza im­periale di Federico II, Innocenzo IV bandì contro di lui una crociata, conce­dendo ai partecipanti gli stessi privilegi di cui godevano le crociate di Terra Santa. Tre ar­civescovi renani, obbedienti al papa, coinvol­sero alcuni principi che procedettero a nominare un nuovo re nella persona di Enrico Raspe, langravio di Turingia il quale vinse Corrado IV, figlio del­l’imperatore e duca di Svevia, ma morì il 17 febbraio 1247. Per opera di un legato papale gli fu dato, come suc­ces­sore, Guglielmo conte d’O­landa, incoronato il 1 novembre 1248. Entrambi i re ebbero però scarso se­guito poiché le città imperiali, in maggioranza, si erano schierate per gli Hohenstaufen.

Il concilio Lionese I contribuì soltanto parzialmente a risolvere i grandi problemi di cui soffrivano le Chiese d’Occidente, a causa della centra­lizzazione romana che aveva conosciuto un’importante evoluzione proprio sotto Innocenzo IV: I’imposizione fiscale istituita dal papato, le ricadute locali della politica beneficiale della curia romana, la progres­siva limitazione della libertà cli scelta dei capitoli cattedrali nelle ele­zioni vescovili, la politicizzazione della Chiesa romana e altro ancora.

Questo conci­lio promulgò 17 canoni, gli ultimi dei quali si oc­cupavano del­l’aiuto all’impero d’O­riente, della Crociata in Terra Santa e della lotta contro l’invasione dei Tartari. Assai significativamente, la formula “con l’approvazione del santo concilio”, così frequente nei decreti del IV concilio lateranense, manca quasi totalmente in quelli del concilio di Lione I. Il papa decise persino di ritardare la pubblicazione dei canoni conciliari per poter inserirvi ul­teriori correzioni. La diffusione dei canoni conciliari, che lo stesso papa commentò nel suo Apparatus, profìttò dell’esistenza, ben stabilita, delle collezioni di decretali. Ventitre decreti saranno accolti nel Liber Sextus.

Indubbiamente, il concilio di Lione I segnò la “fine di un epoca domi­nata dal papa e dall’imperatore”.

L’unità della cristianità si realizzava, a prima vista, sotto l’autorità del papa verus imperator, ma di fatto la via era libera per l’esplosione di nuove energie, che condurranno a entità nazionali con potere legislativo. Per la Chiesa romana, la vittoria sancita dal concilio di Lione I, implicava un rischio di progressiva politicizza­zione della sua iniziativa, soprattutto nel Regno di Sicilia.

FONTE:  http://www.testimonianzecristiane.it/teologia/storia/lione1.htm

 

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Storia della Chiesa: Contesa tra Papato e Impero

Contesa tra papato e impero

Da parte sua Gregorio IX aveva predicato e organizzato una cro­ciata con­tro Federico II


Una spedizione di soldati papali, deno­minati clavigeri (clave-signati), guidata da Giovanni di Brienne, aveva invaso la Sicilia.

Anche in Germania ci fu una rivolta capeggiata da Luigi di Baviera e i principi pensavano di eleggere un nuovo imperatore.

Allora Fedrico II affrettò il suo rientro e, sbar­cato a Brindisi il 10 giugno 1229, riconquistò in quattro mesi quasi tutto il regno. Finché, nell’estate del 1230, grazie alla mediazione di Ermanno di Salza, maestro supremo dell’Ordine Teutonico, si giunse alla pace di S. Germano-Ceprano. L’imperatore ottenne l’as­soluzione dalla scomunica, ma dovette resti­tuire i terri­tori occu­pati, riconoscere il dominio papale nella Marca e a Spoleto, pro­mettere alla Curia il risarcimento integrale dei danni e fare diverse concessioni in materia ecclesiastica in Sicilia.

Seguì un periodo di pace che Federico II dedicò all’ordina­mento del suo im­pero. Trasformò così la Sicilia in uno stato forte­mente centraliz­zato con un go­verno assoluto retto da funzionari statali; in Germania soffocò (1235) la ribellione del figlio Enrico VII e si rivolse quindi con­tro le città lombarde, sconfiggendo la lega lombarda a Cortenuova, presso Bergamo (novembre 1237).

Intimorito dai successi imperiali e dalla spregiudicatezza della po­litica di Federico, che aspirava a fare di Roma la capitale del suo impero, Gregorio IX gli lanciò di nuovo la sco­munica (24 marzo 1239) che Federico II interpretò come dichiarazione di guerra.

Di tutta risposta l’impe­ratore, tra il marzo-aprile 1239, dif­fuse let­tere-manife­sti in cui sollecitava i cardi­nali a porsi contro il papa, insinuando un loro diritto al governo della Chiesa. Veniva propo­sto un concilio convocato non già dal papa, bollato come il gran drago e l’anticristo della fine del mondo, ma dai cardinali e con la parte­cipa­zione dei principi cristiani. Gregorio IX rispose con il manife­sto, del 20 giugno 1239, in cui presentava l’imperatore come bestia dell’Apocalisse, precursore dell’anticristo, miscredente che osava parlare di Mosé di Cristo e di Maometto, come di tre im­postori.

Quindi, dalle parole, Federico II passò ai fatti e occupò regioni dello Stato pontificio, Marca, Ravenna e Ducato di Spoleto, cer­cando anche di guadagnarsi i Romani.

Papa Gregorio IX, da parte sua, bandì nel 1240 una crociata contro l’imperatore, convocò un concilio a Roma per la pasqua dell’anno prossimo, in­dusse quindi i Veneziani a sferrare un attacco in Puglie e, mediante il suo legato in Germania Alberto di Behaim, provocò l’ele­zione di un nuovo re di Germania.

Quest’ultima operazione non ebbe però successo poi­ché i principi laici ed ecclesia­stici, nonostante la scomunica, si mantennero fedeli all’im­peratore. Mentre il concilio fu ostacolato da Federico II che fece assalire alla Meloria -all’altezza di Livorno- la flotta genovese che trasportava prelati per il concilio ro­mano, facendo prigionieri tre cardinali legati e più di cento prelati (3 maggio 1241).

Dopo questo successo Federico marciò su Roma, con il proposito di impadronirsi dello stesso pontefice. Ai primi di ago­sto era giunto a Tivoli. Gregorio IX intavolò allora trattative che però non riuscirono. Di lì a poco il vecchio papa, vinto dalla febbre, morì. Era il 22 agosto 1241.

Alla morte del pontefice fece seguito una sospensione della lotta. Federico II si ritirò in Sicilia, portando con sé prigionieri due cardinali; mentre a succedere a Gregorio IX i cardinali -dieci in tutto, essendo gli altri due prigionieri di Federico II- furono co­stretti ad eleggere -su pressione dei Romani, mentre era sena­tore Matteo Rosso Orsini- il vec­chio Celestino IV, milanese, il quale però morì dopo 17 giorni di ponti­ficato (novembre 1241). Per la sua elezione i cardinali si erano per la prima volta isolati totalmente dal mondo circostante (il cosidetto con­clave).

Dopo la morte di Celestino IV la cattedra pontificia rimase va­cante quasi 20 mesi finché fu eletto il card. Sinibaldo Fieschi di Genova, col nome di Innocenzo IV (1243-54), eminente canonista e abile diplo­matico. Egli chiese subito all’impe­ratore che si tenesse il concilio con­vocato da Gregorio IX per giudicarlo e si mo­strò de­ciso nel rivendicare la restituzione dei territori della Chiesa occu­pati e l’amnistia per i Lombardi.

I legati di Federico sottoscrissero il 31 marzo 1244 una con­venzione con Innocenzo IV, promettendo, da parte dell’imperatore, che avrebbe riconosciuta la scomunica e si sarebbe sottomesso alla Chiesa. Ma non ci fu accordo sulla que­stione più scottante, quella della Lega lombarda. Si era fissato un incontro tra papa e imperatore a Narni, ma Innocenzo IV, temendo un ag­guato, giunto a Sutri, fuggì a Civitavecchia da cui andò a Genova e da lì a Lione dove fissò stabilmente la sua di­mora.

FONTE:  http://www.testimonianzecristiane.it/teologia/storia/papatoimpero.htm

 

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Storia della Chiesa: Federico II e la Crociata

Federico II e la crociata

Dopo l’insistenza del Papa Federico II partì per la crociata


A Onorio III succedeva il card. Ugolino di Ostia, che si era di­stinto come valente giurista, al pari di suo zio Innocenzo III; e come le­gato papale nell’Italia centro settentrionale, dove aveva di per­sona co­nosciuto e sostenuto il primo e il secondo ordine france­scano. Fu eletto il 19 marzo 1227, col nome di Gregorio IX (1227-41).

Il nuovo papa insistette subito con l’imperatore perché man­tenesse l’impe­gno di partire per la Crociata, pena la scomunica.

Finalmente Federico II partì da Brindisi, l’8 settembre 1227, ma dopo due giorni tornò indietro, ad­du­cendo il mo­tivo delle febbri scoppiate a bordo. Gregorio IX non ac­cettò queste scuse, ritenen­dole un pretesto, così come i precedenti rinvii, e il 29 settembre 1227, da Anagni, gli lanciò la scomunica, rin­novata a Roma il gio­vedì santo del­l’anno seguente e sottopose a inter­detto i luoghi dove l’imperatore dimorasse.

Federico allora favorì una sommossa dei Romani capeggiata da Frangipane e il papa fu costretto a re­carsi a Rieti, da dove passò in Umbria, fissando la dimora a Perugia, mentre le truppe imperiali fecero irruzione nello Stato Pontificio e quelle papali a fianco dei Lombardi, a loro volta, invasero le Puglie.

Finalmente, il 28 giugno 1228, Federico partì per la Crociata, sbar­cando ad Acri il 7 settembre successivo. La spedizione di que­sto impe­ratore scomunicato non aveva carattere religioso: egli pensava di rea­lizzare il piano di suo padre Enrico VI, cioè di egemonia nel Mediterraneo.

Intavolate trattative con il sultano di Egitto Malek-el-Khamil, padrone della Palestina, si giunse al trattato di Giaffa (4 febbraio 1229) con il quale Federico II ottenne il dominio della città di Gerusalemme, Betlemme e Nazaret, con le strade che le collegavano a S. Giovanni d’A­cri, promet­tendo in cambio che per dieci anni non ci sarebbero stati at­tacchi degli Occidentali contro l’Egitto.

A loro volta i musulmani con­servavano a Gerusalemme il tempio del Signore e la libertà di culto, mentre il pa­triarca e il clero latino, come gli ordini militari, rientravano in città, ma senza la restituzione dei loro beni.

Federico II poteva così entrare in Gerusalmeme e cingere il 7 marzo 1229 la corona regale nella ba­silica del Santo Sepolcro.

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Storia della Chiesa: La quinta Crociata

La quinta crociata

Il fallimento della quinta crociata promossa da Innocenzo III


Morto Innocenzo IIII (16 luglio 1216) fu eletto a succedergli l’an­ziano card. Cencio Savelli che prese il nome di Onorio III (1216-1227). Il papa continuò la pre­parazione della crociata pro­mossa da Innocenzo III, ma la corrispondenza dei pa­esi cristiani fu scarsa.

Il re di Germania Federico II (1215-1250), avrebbe do­vuto partecipare alla crociata, ma la prima spedizione, che partì nel 1217, fu guidata dal re Andrea II d’Ungheria e dal duca Leopoldo d’Austria, mentre Federico II era rimasto in Germania, assorbito dagli impegni di assicurare il trono di Germania a suo figlio Enrico VII.

Principe geniale e dotato di una vasta cultura, Federico, che aveva fondato l’Università di Napoli, fu il rappresentante di quella cultura mi­sta di elementi arabi e latini che fiorì in Sicilia, come an­che di quello spirito laico che non si sente più legato alle norme della concezione medievale del mondo e per questo fu un pre­cur­sore del Rinascimento, anche se non può definirsi come il primo sovrano mo­derno. L’Italia meridionale fu il fulcro della sua potenza tanto che, dal 1220 al 1250, si trattenne in terra tedesca solo due volte.

Nella dieta di Francoforte, dell’a­prile 1220, Federico II fece eleggere re dei Romani suo figlio Enrico, di nove anni e già re di Sicilia e lo affidò al valido arci­vescovo Enghelberto di Colonia, reggente di Germania e tutore di Enrico.

Questa elezione avvenne nonostante la promessa che Federico II aveva fatto a Innocenzo III nel 1216, se­condo cui l’autorità di Enrico doveva rimanere limitata al regno di Sicilia, feudo pontificio. Il prezzo di questa elezione furono ampie con­cessioni ai principi ecclesiastici che divennero veri e propri so­vrani dei loro terri­tori, con un conseguente indebolimento del po­tere impe­riale in Germania.

Quindi, il 22 novem­bre dello stesso anno, Federico II si fece incoronare imperatore, a Roma, per le mani del card. Ugolino di Ostia.

In quell’occa­sione, d’accordo con il papa, l’im­peratore rinnovò la sua ade­sione alla crociata e fissò come data di partenza l’agosto 1221. In realtà, più che preparare la crociata, Federico II era preoccupato di or­ganizzare il suo regno di Sicilia e di estendere la sua autorità sui domini papali dell’Italia centrale allo scopo di demolire l’edificio politico co­struito da Innocenzo III. Finché, nel trat­tato di S. Germano (presso Cassino), concluso il 25 luglio 1225 con il papa, Federico II ac­cettò come termine improro­gabile per la partenza l’agosto 1227, pena la scomu­nica. Ma prima che scadesse il termine del rinvio -era già il nono- Onorio morì.

FONTE:  http://www.testimonianzecristiane.it/teologia/storia/5crociata.htm

 

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Storia della Chiesa: Scelta evangelica e organigramma

Scelta evangelica e organigramma

I membri di tutti questi ordini si dicono frati. E frate sta per fra­tello. Vivono in conventi. E il convento è l’unità territoriale di base.


Più conventi costituiscono una circoscrizione; e più circo­scrizioni, una pro­vincia.

I frati hanno in comune, con i monaci, la separazione dal mondo, l’ascesi penitenziale e i voti solenni; ma, a dif­ferenza dei mo­naci, i frati non posseggono beni produttivi, nep­pure in comune e poi­ché vivono di mendicità sono detti mendi­canti. A differenza dei mo­naci, i frati entrano a far parte della vita cittadina e ben presto si infil­trano nelle pubbliche amministra­zioni.

Inizialmente gli insediamenti dei frati furono molti modesti, con­formi allo spirito di povertà assunto come regola di vita del­l’Ordine.

Dalle costituzioni dei frati predicatori, redatte nel capi­tolo generale del 1228, apprendiamo che in fatto di edilizia furono dettate ai frati severe norme per cui gli edifici adibiti ad abita­zione non dovevano superare m. 4, 56 per il piano terreno e 7, 60 con il piano superiore; l’altezza della chiesa non doveva superare m. 11, 40. Ancor più severe le norme che i frati minori si diedero, al capi­tolo generale di Narbona (1260), in fatto di edilizia.

E tuttavia, no­no­stante queste e altre distinzioni di fondo, c’è uno stretto legame tra monachesimo e ordini mendicanti.

Precursori degli or­dini mendicanti sono i movimenti monastici a tendenza pauperi­stica, peregrinante e pe­niten­ziale del basso medio­evo.

Le ricerche sugli ordini mendicanti hanno mostrato che il loro sorgere e il loro sviluppo non può es­sere conside­rato isolatamente. In particolare il sorgere dei due grandi ordini mendi­canti, di inizio secolo XIII, fu reso possibile da una parte da quel vasto movimento religioso che si sviluppò in se­guito alla “riforma grego­riana”; dall’altra dalla politica di Innocenzo III che diede una ordinata orga­nizzazione al movimento pauperistico religioso e alla predicazione itinerante per­mettendo agli Ordini mendicanti di far propria la lotta contro l’eresia. Gli Ordini mendicanti costituirono la realizzazione or­todossa delle aspirazioni pauperistiche del secolo pre­cedente.

Altra caratteristica dei mendicanti, oltre la povertà comuni­taria, è la mobi­lità dei religiosi la cui stabile dimora non era come per i mo­naci il convento, ma il proprio Ordine. Inoltre, a diffe­renza dei monaci antichi, i frati esercitano la cura d’anime e si re­cano fra la gente.

Inizia una nuova pastorale: in un primo mo­mento presso le sedi cattedrali e parrocchiali; a partire dal 1240 i mendicanti comincia­rono ad acco­gliere nelle loro chiese anche il popolo. Si venne così a creare quel ca­ratteristico complesso ur­bano o extraurbano costituito da chiesa per l’esercizio delle fun­zioni liturgiche, in particolare per la predicazione in volgare e per l’a­scolto delle confessioni, e dal convento per l’abitazione dei frati.

La scelta topica, già intorno alla prima metà del sec. XIII, era caduta in aree poste entro le mura cittadine o nelle immediate adiacenze; divenne poi prassi, a partire dagli anni ’70.

L’in­sedia­mento dei mendicanti, nel tessuto urbano, risponde a scelte topotetiche che lasciano supporre un qualche disegno, più o meno consa­pevole, di spartizione dell’area di influenza. In linea di massima le grandi chiese e i conventi mendicanti sorgono lungo i vettori di espan­sione urbana, ciascuno su uno dei principali assi viari e con rare sovrapposizioni nello stesso quartiere o borgo. Cosicché, visti in pianta, finiscono per costituire una sorta di anello attorno al nu­cleo della città.

Dei mendicanti si valsero i pontefici e si valsero le stesse città. I pontefici se ne servirono per combattere l’eresia, per svol­gere opera missionaria tra i pagani, per l’Inquisizione. Ne usufrui­rono le autorità civili per conseguire pacificazioni, per ricoprire uffici pubblici partico­larmente delicati, per la diffusione della cul­tura, favorendo l’apertura dei loro studia.

Particolarità degli ordini mendicanti è la loro suddivisione in ramo maschile, ramo femminile e terz’ordine; quest’ultimo prende a modello le confraternite lai­che che, dalla fine del sec. XI, si tro­vano collegate a benedettini o ad altri ordini. Il terz’ordine venne considerato come il surrogato della vita claustrale per uomini e donne sposate il cui in­gresso in convento non era possibile. Costoro restavano nel mondo, conservavano famiglia, proprietà e professione, e sotto la guida del primo ordine si dedicavano a de­terminati esercizi di preghiera e de­terminate opere di carità.

 

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FONTE: http://www.testimonianzecristiane.it/teologia/storia/sceltaevangelica.htm

 

 

Storia della Chiesa: Gli Ordini Mendicanti

Ordini mendicanti

Innocenzo III, al principio del pontificato, aveva appro­vato numerosi nuovi ordini religiosi.


Nel 1198 approvò gli Ospitalieri dello Spirito Santo fondati da Guido di Monpellier, più tardi chiamati a Roma a reggere l’O­spedale di S. Spirito in Sassia. Nello stesso anno ap­provò i Trinitari, fondati da S. Giovanni de Matha, per la cura dei soldati e la liberazione degli schiavi cri­stiani. Confermò, nel 1199, gli ospeda­lieri dell’Ordine Teutonico, l’Ordine dei Florensi fondato da Gioacchino da Fiore e nel 1207 ri­conobbe i penitenti di S. Marco, un’i­stituzione ospitaliera sorta a Mantova. In precedenza aveva approvato alcune co­munità religiose costituite da gruppi convertiti dall’eresia ca­tara.

La più impor­tante comunità è quella degli Umiliati, sorta in Lombardia e co­stituita, come si è già detto, da chierici e da laici, uomini, donne, co­niugati e non coniugati. Innocenzo III li approvò nel 1201, distinguen­doli in tre gruppi: chierici, assimilati ai canonici rego­lari; laici non co­niugati e vi­venti in comunità regolari; fratres e sorores, che senza es­sere veri e propri religiosi tuttavia osservavano una ‘vivendi norma’ ap­provata dal papa. Successivamente Innocenzo III approvò anche al­tri gruppi prove­nienti dall’eresia; ma intanto andava maturando l’idea, fatta approvare dal concilio late­ranense, di limitare gli Ordini religiosi disciplinandoli entro le regole già esistenti.

E’ in questo contesto di proibizioni, sancite dal Lateranense IV, che sorsero gli ordini mendicanti, dove il termine Ordine -dal latino ordo, insieme di persone che formano una categoria a sé- sta a significare una vita religiosa pienamente dedi­cata al ser­vizio di Dio e vissuta in una comunità i cui membri sono legati da voti solenni di povertà, castità e obbedienza; e mendicante, dal latino mendi­care, sta a significare la scelta di povertà -non solo individuale, ma anche collettiva- fatta dai membri della comunità per cui, in caso di necessità, sono autorizzati a ricorrere alla carità dei fedeli.

Gli Ordini mendicanti sorsero in Italia -o in area medi­terranea- da poco prima il concilio Lateranense IV (1215) al Lionese II (1274). Sono Ordini di frati che, per la loro regola, non possono possedere nulla -né individualmente, né collettivamente- e vivono pertanto del lavoro delle proprie mani, con possibilità di ricorrere all’elemosina. I più importanti Ordini mendi­canti furono:

  • i predicatori, fondati dallo spagnolo s. Domenico di Guzman (ca. 1175-1221) con lo scopo di predicare la conoscenza della dot­trina cri­stiana, vero anti­doto contro l’eresia catara che stava mi­nando la Chiesa. Furono approvati nel 1215 da Folco, vescovo di Tolosa e successiva­mente da Onorio III nel 1216 (Religiosam vitam eligentibus).

  • i frati minori, fondati da s. Francesco d’Assisi (1182-1226) e ap­provati de­finitivamente da Onorio III nel 1223 (Solet annuere). Parteciparono vivamente alla vita del popolo di cui sentirono le mi­serie e i problemi.

  • i carmelitani, già eremiti del Monte Carmelo, dove avevano co­struito una chiesa in onore di Maria: cacciati dai Turchi e ritor­nati in Europa, furono appro­vati da Onorio III nel 1226 (Ut vivendi formam); quindi, imitando l’e­sempio dei domenicani e dei france­scani, che ricer­cavano nella povertà l’applicazione delle virtù evangeliche, adottarono nel 1247 una nuova regola sul tipo dei mendicanti. Abbandonato infine l’isolamento dai contesti urbani -caratteristico degli antichi ordini mo­nastici- dal 1245, in poi, fon­darono conventi presso i maggiori centri universitari.

  • l’ Ordine degli eremitani di sant’Agostino, sorto nel 1256, dall’u­nione dei diversi gruppi di eremiti che obbedivano alla regola di s. Agostino: eremiti di s. Guglielmo, di s. Agostino, di s. Giovanni Bono, di Brettino, di Montefavale. La fu­sione iniziò nel 1244 (unione degli ere­miti di Toscana) e si concluse per volontà di Alessandro IV, con bolla ‘Licet ecclesiae catholicae” del 9 aprile 1256. Il loro nuovo indirizzo fu un’attività maggiormente inserita nelle comunità urbane.

  • l’Ordine dei servi di Maria, sorto all’interno di movimenti peni­tenziali e mariani dei primi decenni del secolo XIII. Il primo nucleo -quello eremitico dei Sette santi fondatori- si era ritirato a Monte Senario nel 1233. L’Ordine ebbe il rico­noscimento pontifi­cio nel 1256 da Alessandro IV (Deo grata).

Altri ordini mendicanti, regolarmente approvati, ma poi sop­pressi dalla Costituzione ‘Religionum diversitatem nimiam’, ema­nata da Gregorio X, al Concilio di Lione II (1274), sono:

  • Ordine della Penitenza di Gesù Cristo -o Saccati- sorto in Provenza nel 1248 ad opera del laico Raimondo Hyères e approvato da Innocenzo IV, nel 1251 (Debet ex nostri). Raccoglieva fratelli e so­relle molto vi­cini, per spiri­tualità e attività, ai francescani.

  • Servi di Santa Maria Madre di Cristo, sorti a Marsiglia intorno al 1255, pe­nitenti di vita comunitaria, molto vicini ai servi di Monte Senario.

In seguito ebbero il riconoscimento di mendi­canti anche altre famiglie religiose:

  • i Minimi, fondati da s. Francesco di Paola (1416-1507); l’Ordine ospeda­liero di s. Giovanni di Dio, detto dei Fatebenefratelli, fondato da s. Giovanni Cidade (1495-1550); l’Ordine della SS.ma Trinità (i Trinitari) sorto per la liberazione degli schiavi, ad opera di s. Giovanni de Matha (1154-1213) che fu aggregato ai Mendicanti nel 1609

  • FONTE:  http://www.testimonianzecristiane.it/teologia/storia/mendicanti.htm

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Storia della Chiesa: Il Concilio Laterano IV

Laterano IV

La maggior opera di Innocenzo III, fu indubbiamente il concilio Lateranense IV.


Duplice lo scopo che il pontefice si era prefisso, convocando questo concilio: la riforma della Chiesa, intesa come rinnovamento dei co­stumi del popolo e del clero e la cro­ciata, quale impresa del populus christianus, rappresentato dal concilio stesso.

Aperto l’11 novembre 1215, alla presenza di 412 vescovi e più di 800 abati e priori, si tennero tre sessioni -l’ultima il 30 novembre- nelle quali furono promulgate 71 costituzioni.

Le prime tre costituzioni sono dot­trinali: si inizia con una una professione di fede; la seconda costitu­zione condanna un opuscolo di Gioacchino da Fiore che aveva attaccato la dottrina trinitaria di Pietro Lombardo e inoltre gli errori di Amauri di Chartres, eretico pantei­sta ed apocalittico, messo al rogo a Parigi nel 1210.

La terza, tratta della repressione delle eresie, stabilendo le pene da applicare agli eretici e ai loro favoreggiatori e il modo di ricercarli. Seguono ca­noni disciplinari riguardanti l’organizzazione ecclesiastica.

Importante la costituzione 6, che stabilisce la periodicità annuale dei concili pro­vinciali e dei sinodi diocesani.

Questa costituzione -come ha osservato Michele Maccarrone- si situa “in una organica concezione della struttura sinodale della Chiesa, in tre gradi connessi e dipendenti: concilio generale, conci­lio provin­ciale annuale e sinodo diocesana, o episcopale, anch’essa annuale”. Questa triplice struttura sinodale, pro­pria della prassi e della normativa della chiesa antica (Decretum, Magistri Gratiani, Dist. XVII e XVIII col. 50-58), nel secolo XV sarà ribadita e precisata con grande chia­rezza, sia pure nella visione conciliarista af­ferma­tasi a Costanza, dal concilio di Basilea, che ne trattò ampiamente nella XV sessione, del 26 novembre 1433. Non sappiamo però se la pe­rentoria norma della costituzione 6 del concilio lateranense IV che, sotto pena di sospensione dall’ufficio, imponeva ai vescovi metropoli­tani e ai vescovi diocesani rispettiva­mente la celebra­zione annuale dei concili provinciali e delle sinodi epi­scopali, sia stata sempre e dovun­que regolarmente osservata. Certo è che, sia in Italia che negli altri pa­esi dell’Europa, si assistette, nei secoli XIII e XIV, ad una fioritura di questa antica istituzione, che va attri­buita -come osserva il Maccarrone- “al benefico influsso della cost. 6 del IV Lateranense”.

La novità rivoluzionaria, introdotta da questo concilio, è la pa­storale sacramentale. Nella cost. 27, mutuando da Gregorio Magno l’e­spres­sione ars artium, da lui coniata per un regimen animarum, il con­cilio

“comanda fermamente ai vescovi di istruire dili­gentemente quelli che devono essere pro­mossi al sacer­dozio e di inse­gnare loro diretta­mente, o per mezzo di persone ca­paci, quanto attiene alla valida cele­brazione dei divini uffici e al­l’amministra­zione dei sa­cramenti”, e con­clude che “è preferibile avere pochi e buoni ministri che molti e cat­tivi”.

Fa il paio, con questa, la costituzione 11, che tocca il pro­blema dell’istruzione del clero, disponendo, in ogni chiesa catte­drale, l’istitu­zione di un mae­stro per gli ecclesiastici e, in quelle arcive­scovili, l’isti­tuzione di un teologo che insegni teologia.

Tuttavia, per la formazione del clero delle campagne, fino ol­tre il concilio di Trento, rimase in vi­gore l’apprendistato presso le pievi; mentre per un pro­gramma di ri­qualificazione continua del patrimonio specifico di cono­scenze del clero, con cura d’anime, si utilizzò il sinodo locale.

Concernono la cura animarum le costituzioni 9 e 21. La prima prescrive il rispetto della lin­gua e del rito dei fedeli nelle regioni a popolazione mista.

La costitu­zione 21, Omnis utriu­sque sexus, introduce l’obbligo della confessione annuale e della comunione a pa­squa, legandolo però al controllo del proprius sacerdos. In seguito la legislazione sinodale stabilirà che il sa­cerdote in cura di anime dovrà trasmet­tere al vescovo la lista dei non adempienti e si baserà su quel rap­porto annuale per il censimento dei suoi parrocchiani.

La cost. 62 raccomanda di non ammettere religiosi e predica­tori non ap­provati; e la 66 proibisce le tasse per funerali e ma­tri­moni, ma ammette l’offerta.

Questo concilio affronta così temi fon­damentali del­l’apostolato sacerdotale, come la predicazione dei sacer­doti in cura d’anime, l’istruzione religiosa del popolo e l’e­sercizio della carità.

Di lì a qualche anno per questi compiti di base della pastorale, in particolare per la predicazione e la confessione, specie in Italia, si veri­ficherà però una supplenza da parte degli ordini mendicanti, identifi­cati già da Gregorio IX con i “viri idonei”, “coadiutores et cooperatores” cioè i supplenti dei vescovi per l’uf­ficio previsto dal Lateranense IV con il can. 10: il “De predicatori­bus in­sti­tuendis”, che raccomanda appunto l’istitu­zione, in ogni diocesi, di gruppi di sa­cer­doti secolari, viventi in comune, alle di­rette dipendenze del vescovo e dediti alla predicazione e al mini­stero spirituale nelle chiese.

La cost. 12 regola la vita monastica benedettina stabilendo, sul modello ci­stercense, capitoli generali trien­nali al fine di rac­cogliere tutti gli abati di una pro­vincia o di un regno. La stessa mi­sura fu poi applicata ai Canonici Regolari, che però, dopo la fiori­tura del sec. XII, erano in declino. Negli altri ordini religiosi, Cistercensi, Premostratensi, Giovanniti, Templari ecc. lo stesso Innocenzo III aveva favorito la loro disciplina, accentuando la vigi­lanza e l’intervento della Santa Sede.

La cost. 13 è divisa in due parti: la prima proibisce la fondazione di nuove comunità religiose “Ne nimia religio­num diversitas … quicunque volue­rit ad religio­nem converti, unam de approbatis assumat”. La seconda, estende alla Chiesa universale alcune proibizioni emanate dal concilio di Parigi del 1212: ai monaci si proi­biva di cambiar sede e agli abati di stare a capo di più monasteri, proi­bizioni che del resto risponde­vano al rigido principio della Regola di s. Benedetto che imponeva la stabilitas in congregatione.

Più importante la prima parte, che ri­guarda la fonda­zione di nuovi ordini. Il pontefice, che nel 1210 aveva oralmente ap­provato la regola di s. Francesco, volle porre un limite alle richieste di approvazione (firmiter proibemus), in­diriz­zando le nuove fondazioni religiose nelle regole già esistenti (di s. Benedetto e s. Agostino -che or­mai dominavano la vita religiosa re­golare dell’occidente- e di s. Basilio, osservata nei monasteri di lin­gua e di rito greco), lasciando però ad ognuno la libertà di vita e di organizzazione (le institutiones, cioè le forme di vita -sia mona­stica che canonicale- che costitui­vano una spe­cificazione, rispetto alla regola). La costitu­zione lasciava piena libertà alle nuove fon­dazioni di darsi propri ordina­menti (consuetudines, ob­servantiae, statuta, proposita), ma vietava nuove religioni che godevano privi­legi ed esen­zioni e una propria e ri­conosciuta disciplina. E ciò per­ché la “religionum diversi­tas” causava una grande confusione nella Chiesa e pertanto era motivo di scan­dalo.

Tra gli altri canoni del Lateranense IV, va segnalato quello che proibisce l’u­sura agli ebrei ai quali, per di più, il concilio im­pone uno speciale distin­tivo e l’isolamento dai cristiani.

Quanto ai rapporti tra S. Sede ed episcopato, altro capitolo della riforma della Chiesa, con Innocenzo III si intensificano ed aumentano gli interventi sui ve­scovi a proposito di elezioni, tra­slazioni e deposi­zioni.

Metropoliti e gli arci­vescovi, eletti ca­nonicamente dai loro suffraganei, dovettero piegarsi a richiedere il pallium a Roma per eser­citare la loro autorità. Innocenzo III tuttavia adottò la politica di dare maggiore poteri ai vescovi sia con le delegazioni permanenti (delegati a jure), sia affidando loro incari­chi di riforma e di giudici (giudici dele­gati).

Avendo un’idea piuttosto astratta dei mali della Chiesa del suo tempo, Innocenzo III era convinto di porvi rimedio semplice­mente applicando i canoni conciliari di riforma.

Il Concilio late­ranense IV è indubbiamente una tappa essenziale di quel generale processo di riorga­nizzazione pastorale, caratterizzsato da una li­nea di attenzione verso le esigenze religiose di fondo del popolo cristiano, quali si erano venute prospettando in conseguenza degli esiti della riforma gregoriana e dei nuovi sviluppi della società. Erano tuttavia diminuiti i grandi mali del concubinato e della si­monia; men­tre ciò che mancava, e neppure Innocenzo III riuscì a dare, era un piano organico di riforma dell’orga­nizzazione diocesana che per­mettesse al ve­scovo di controllare e di di­rigere la vita religiosa del clero e dei fedeli, facendone il vero capo della diocesi. Si sviluppa invece la tendenza opposta: ogni organismo ecclesiastico rivendica una propria autonomia: così il capitolo catte­drale, l’arcidia­cono, i monasteri esenti, gli stessi ordini mendicanti.

FONTE:  http://www.testimonianzecristiane.it/teologia/storia/laterano4.htm

 

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Storia della Chiesa: Il Papa Vicario di Cristo

Il papa vicario di Cristo

Sotto Innocenzo III il papato raggiunse l’apogeo della sua po­tenza politica e i sovrani d’Europa facevano omaggio dei loro regni al vicario di Cristo.


Il che ha spinto alcuni storici ad at­tribuire a Innocenzo III una Weltherrschaft. Tra i testi addotti, a ri­prova della loro tesi, figura la bolla del 24 febbraio 1204, con la quale Innocenzo III con­cesse la corona e il titolo regale a Calojanne, sovrano di Bulgaria e di Valacchia (PL 215, 277-280).

La concessione era le­gittima e opportuna perché il re aveva chiesto insistentemente la corona al papa; e, da parte del pontefice, si trattava di ricondurre in seno alla Chiesa romana po­po­lazioni che Costantinopoli aveva sottratto alla giuridizione del papa. Nell’arenga si dice che il Re dei re ha costituito il romano ponte­fice “super gentes et regna” e venendo ad enunciare le ragioni che in­ducono il papa a concedere la corona regia dice:

“cum igitur licet im­meriti eius vices ge­ramus in terris qui dominatur in regno hominum et cui voluerit dabit il­lud, utpote per quem reges regnant et principes dominantur (…) re­gem te statuimus super eos”.

Sottolineando come questi atti di giuri­sdizione temporale avevano un fon­damento teologico, Innocenzo III giu­stificava così quanto com­piva nel temporale, in quanto esten­deva al vicario di Cristo la prerogativa propria ed esclusiva di Gesù Cristo stesso, su­premo Signore del mondo.

Innocenzo III non iden­tifica tuttavia la pote­stà regale di Cristo con quella del papa suo vi­cario.

Scrivendo infatti, nel 1205, al vescovo di Fermo accenna, nel­l’arenga, alla regalità terrena di Cristo nei termini:

“Licet pontifica­lis auctoritas et imperialis potestas diversae sint dignita­tes, et of­ficia re­gni et sacerdotii sint distincta, quia tamen Romanus Pontifex illius agit vices in terris qui est rex regum et dominus domi­nantium sacerdos in aeternum secundum ordinem Melchisedech, non solum in spiritualibus habet summam, verum etiam in temporalibus ma­gnam ab ipso Domino potestatem” (PL 215, 767).

Oggetto è il do­mi­nio temporale della Santa Sede che gli è dato “ab ipso Domino” e scopo immediato di Innocenzo III è con­ferire le regalie tem­porali al vescovo marchigiano. Da qui la distinzione dei due poteri; di­stin­zione che però non impedisce che il papa, perché vicario di Cristo, re e sacerdote, ab­bia “non solo un potere sommo nelle cose spiri­tuali, ma anche uno grande in quelle tempo­rali dal Signore nostro”.

L’autorità temporale del papa è detta grande, mentre somma è quella spirituale del papa, nonché la stessa autorità temporale di Cristo-re.

A fondare la distinzione dei due poteri era stato papa Gelasio e lo aveva fatto nel Thomus de anathematis vinculo (ed. Thiel, 567s) dove si afferma che Gesù Cristo realizza in sé il tipo di Melchisedech, re e sa­cerdote e, come la sua antica figura, Gesù è rivestito di una dignità re­gale terrena e non solo spirituale”. Questo passo fu poi inserito da Graziano nel suo Decretum.

Il po­tere grande nel temporale, che Innocenzo III rivendica al papa, si riferi­sce allo Stato della Chiesa. Egli, subito dopo la sua elezione, aveva cercato di riconquistare i diritti perduti o minac­ciati.

I domini tem­po­rali della Chiesa non formavano un vero Stato, erano diversi e slegati fra di loro; alcuni erano dominati da signori te­deschi, la­sciati dall’imperatore Enrico VI; altri ave­vano proclamato l’auto­nomia comunale. Da qui i successivi interventi, in quanto Innocenzo III ri­teneva che il potere sui pos­sedimenti della Chiesa venisse alla Santa Sede dal Signore stesso. E tut­tavia distingue chia­ramente i due poteri: chiama sommo quello spiri­tuale, quindi uni­versale; mentre il temporale lo dice grande e riguarda solo il Patrimonio di S. Pietro.

Del resto che papa Innocenzo non ebbe mire imperialistiche lo si evince già dalla prima lettera inviata ai prin­cipi di Germania (PL 216, 998), in cui sottoli­nea il suo rispetto per i di­ritti dell’impero e il suo desiderio di collaborazione e unione; mentre, contestualmente, riferisce le parole della lettera di s. Pietro, cioè la di­scendenza del Signore da stirpe regale e sacer­dotale e la sua doppia di­gnità sa­cerdotale e regale a fondamento della distinzione dei due po­teri.

Stessa la nozione che compare nell’arenga della lettera inviata a Giovanni d’Inghilterra il 4 no­vem­bre 1213:

“il Re dei re e il Signore dei signori, Gesù Cristo, sa­cerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedech, ha stabilito in tal modo il regno e il sacerdozio nella Chiesa, come attestano nel­l’epistola Pietro e Mosé nella legge” (PL 216, 923-924).

Il Redentore è dunque la causa della concordia dei due po­teri. Dall’idea della concordia tra sacerdozio e regno, Innocenzo III passa a quella della preminenza del papa nella Chiesa.

Chiaro il riferi­meno al po­tere spirituale, tanto che la lettera così prosegue:

“mosso dalla considerazione di tale autorità, re Giovanni ha stabilito di sotto­mettere i suoi regni anche temporalmente (temporaliter) a colui cui sapeva essere soggetti spiritualmente (spiritualiter). Per cui quelle pro­vincie che una volta ebbero la Chiesa romana come pro­pria maestra nelle cose spirituali (propriam in spiritualibus ha­buere magistram), ora la ab­biano come speciale signora anche nelle temporali (in temporali­bus dominam ha­beant specialem)”.

Nel panegirico di s. Silvestro, fatto al popolo (PL 217, 481-83), par­lando della dignità del Santo, Innocenzo III aveva ricordato la leg­genda di s. Silvestro, la presunta donazione di Costantino, il parti­colare del diadema, rifiutato da Silvestro e sostituito dall’aurifrigio -che diverrà prima tiara quindi triregno- per poi passare a parlare della superiorità del sacerdozio sul re­gno, superiorità dedotta dal­l’uso li­turgico della mitria in confronto della tiara, raramente por­tata dai ponte­fici, nei termini:

“Romanus itaque pontifex in signum imperii utitur regno, et in signum pontificii utitur mitra; sed mitra semper uti­tur et ubicunque; regno vero, nec ubique, nec semper: quia pontifi­calis auctoritas et prior est et dignior et diffu­sior quam imperialis”(PL 481 D – 482 A).

Siamo dunque lungi dalla Weltherrschaft che gli si attribuisce, anche se l’ac­cenno a s. Silvestro, insignito della dignità imperiale da Costantino, viene a rap­presentare l’esempio più com­piuto del Vicario di Cristo che è re e sacerdote, de­si­gnando così nella persona del papa l’u­nione dei due poteri a motivo della dona­zione di Costantino.

Un altro ac­cenno al potere terreno del papa si trova nel III Sermone per l’an­ni­versario della incoronazione: quivi l’accento è posto sul potere spiri­tuale: la mitra e la corona, cioè il copricapo papale fanno ri­cordare a Innocenzo III che egli è stato costituito vicario di Cristo che è sacerdote e re; tut­tavia egli non afferma che il titolo di vi­ca­rio porti con sé un di­ritto del papa sul regno, oltre che sul sacer­dozio. Ma poi­ché la corona (poi tiara) è precisamente l’insegna data da Costantino a Silvestro, come segno della sua donazione, ne con­segue che il pontefice intende come dote materiale della Chiesa romana i possessi ricevuti con la falsa do­nazione, i quali an­che co­stituiscono il fondamento della re­galità terrena del papa.

Per chiarire meglio i rapporti che intercorrono tra Pietro e Cesare, Innocenzo ricorre ai simboli, che ebbero poi tanta fortuna, del sole (papato) e della luna (Impero) e delle due spade: ambedue spettanti, di diritto, al pontefice che usa però solo la spirituale, mentre l’uso della spada temporale è concesso all’im­peratore come advocatus Ecclesiae. Al ponte­fice è riservata, di di­ritto, solo l’ingerenza nelle que­stioni spirituali; tut­tavia, ratione et occasione pec­cati, cioé per quel su­premo controllo su tutte le azioni umane rispetto alla morale e alla legge divina, che è nei suoi doveri, ha la potestà di intervenire in ogni que­stione anche tempo­rale.

Alla chiara distin­zione tra autorità di Cristo e autorità del suo vi­cario, per­verrano invece alcuni teologi della seconda metà del secolo XIII; mentre trarrano conclusioni ierocratiche altri autori, sempre del secolo XIII, come Giovanni di Dio che dà al papa ambe­due i poteri per­ché tiene il luogo di Dio.

FONTE:  http://www.testimonianzecristiane.it/teologia/storia/vicario.htm

 

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Storia della Chiesa: L’eresia Catara e la quarta Crociata

Eresia catara e quarta crociata

Sulla Chiesa incombeva il pericolo dell’eresia catara; i più minacciosi erano gli albigesi, i Catari della Francia meridionale, appoggiati dalla locale borghesia.


Innocenzo III, nel suo primo anno di pontificato (1198), inviò dei ci­stercensi in qua­lità di legati; ottenne però scarsi risultati e quando, nel 1208, Pietro di Castelnau, cistercense, legato papale, fu as­sassinato il pontefice indisse allora, con­tro i catari, una crociata.

Questa ebbe inizio sotto la direzione militare del conte Simone di Montfort ed ecclesiastica del legato papale e durò dal 1209 al 1229, quando si giunse alla pace di Parigi.

All’epoca la Francia meridionale era stata ormai tutta devastata: l’eresia era stata infranta e tuttavia ri­manevano al­cuni focolai che però furono debellati non dalla lotta armata e dall’a­zione repressiva dell’inquisizione, bensì dalla predicazione itine­rante dei francescani e dei domenicani, due Ordini mendicanti sorti pro­prio men­tre il Concilio Lateranese IV (1215) proibiva la fondazione di nuovi Ordini.

Innocenzo III, sin dall’inizio del suo pontificato aveva anche ripreso l’i­dea della crociata per la quale, con bolla ‘Graves orientalis’ del 31 di­cembre 1199, elaborò un piano di finanziamento sulla base di una tassa imposta a tutti gli ecclesiastici.

A predicare la crociata e a mendicare questa tassa fu Folco di Neuilly, che era stato pievano di una par­rocchia di campagna, il quale, in seguito, lanciò una spedizione che finì per annientarsi dulle coste della Spagna.

La quarta crociata, detta dei Baroni, uffi­ciale in­trapresa per liberare il Santo Sepolcro, trattò con i Veneziani e terminò nel saccheggio di Costantinopoli.

I Crociati si raccolsero a Venezia nel 1202 e per pa­gare il nolo, al­l’insaputa del pontefice, si accordarono promettendo ai Veneziani l’aiuto nella conquista di Zara che apparte­neva al re d’Ungheria. Quindi, su con­siglio di Enrico Dandolo, doge di Venezia, di nuovo si unirono ai Veneziani per cacciare da Costantinopoli Alessio III, che aveva usurpato il trono di Isacco l’An­gelo e, il 17 luglio 1203, rimisero sul trono Isacco. Questi si era impegnato a dare una somma di denaro, a riconciliare la Chiesa greca con la Chiesa ro­mana, non­ché a partire egli stesso per la crociata. Ma le promesse non potevano essere mantenute, anzi la popolazione si rivoltò con­tro lo stesso imperatore. A questo punto i crociati di nuovo asse­diarono la città e, dopo averla saccheggiata, nomina­rono impera­tore Baldovino, conte di Fiandra. Bonifacio di Monferrato, capo della crociata, divenne re di Tessalonica occupando la Macedonia e la Tessaglia, mentre i Veneziani si presero molte isole e tutto il versante greco del mare Jonio.

Sorse così l’Impero latino d’Oriente, con un patriarcato latino (1204). Finì in questa maniera la IV Crociata che Innocenzo III aveva approvato, convinto che produ­cesse l’unione della Chiesa e fosse valido aiuto per la conquista della Terra Santa.

Così dopo la spinta ideale reli­giosa, sorta in un’Europa uscita rinnovata dal mo­vimento riformatore e dalla lotta per le investiture, erano prevalsi gli interessi po­litici ed eco­nomici. E solo quest’ultimi vinsero: continuò infatti l’occupazione eco­no­mica da parte delle città marinare che scambiavano i prodotti orien­tali con i prodotti e il denaro d’Europa. Continuò anche l’oc­cupazione politica dell’Oriente da parte dei Latini -dal 1204 al 1261- e lo stesso Bisanzio finì sotto la sovranità di un impero la­tino d’Oriente con la conseguenza che questa latinizzazione, impo­sta dagli Occidentali, finì per approfondire l’ostilità dei Greci verso gli Occidentali.

Innocenzo III, che morì nel 1216, non poté vedere la V cro­ciata, che tutta­via preparò, nel 1215, affidandone la predicazione a Roberto di Courçon, legato della Santa Sede: è la crociata di Giovanni di Brienne, iniziata nel 1219 e che non andò oltre la con­quista di Damietta.

In precedenza v’era stato un moto, che si riallaccia alle cro­ciate popolari, le cosiddette crociate di bambini.

Nel giugno 1213 un giovane pastore di Vendôme, di nome Stefano, credette di es­sere stato desi­gnato da Dio a condurre i cristiani in Palestina. Riuscì a reclutare un migliaio di bambini che sal­parono da Marsiglia, ammassati in galere, due delle quali fecero nau­fragio e le altre rifornirono di schiavi Alessandria e la costa africana.

Contemporaneamente un bambino tede­sco, di nome Nicola, an­nunciò di voler creare il regno della pace in Palestina e ventimila fanciulli, ai suoi ordini, si diressero verso Brindisi. Molti morirono di fame e di stanchezza; pochi fecero ritorno al loro paese.

FONTE:  http://www.testimonianzecristiane.it/teologia/storia/quarta.htm

 

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Storia della Chiesa: Innocenzo III e Federico II

Innocenzo III e Federico II

Sulla fine del secolo XII, mentre il papato stava attraversando un periodo critico, la potenza della casa Sveva era invece in ascesa.


Federico I, sotto il quale l’Im­pero go­deva in Europa potenza e autorità, nel 1184 fece fidanzare e, due anni dopo, sposare il proprio figlio Enrico VI, re di Germania dal 1169 e dal 1186 re d’Italia, con Costanza, figlia di Ruggero II, erede di Guglielmo II re di Napoli e di Sicilia. Tale unione, che ebbe il consenso di Lucio III (1181-85), diede in seguito origine a un grave conflitto con il papato, scoppiato sotto Celestino III (1191-98) il quale incoronò Enrico VI il 14 aprile 1191; ma, temendo per l’indipendenza della Santa Sede -in quanto il so­vrano si accingeva a prendere possesso del regno nor­manno- intavolò trattative con gli avversari, concludendo, nel luglio 1192, a Gravina, un concordato con Tancredi di Lecce, fratellastro del­l’imperatrice.

La morte di Tancredi di Lecce e la peste sopraggiunta, impedirono il tentativo di conquista del regno normanno, permettendo a Enrico VI di prendere possesso della regione e, nel natale 1194, si fece incoronare re di Sicilia.

I piani di Enrico VI pre­vedevano di estendere il dominio ger­ma­nico sul Mediterraneo orientale fino alla Siria, con la conquista di Costantinopoli e di tra­sformare l’im­pero in una monarchia ere­ditaria degli Hohenstaufen. Ma la morte lo colse ad appena 32 anni a Messina (28 settembre 1197).

Quando, il 27 novem­bre 1198, venne a morire l’imperatrice Costanza, vedova di Enrico VI, il papa divenne tutore dell’infante Federico II e su­premo signore del re­gno di Sicilia. Era allora papa Innocenzo III (1198-1216), succeduto a Celestino III.

Innocenzo III (Lotario di Segni)

Lotario di Segni, ad appena 38 anni divenuto papa col nome di Innocenzo III, si era formato a Roma, presso il mona­stero di S. Andrea al Celio; quindi era pas­sato alla scuola teologica di Parigi, poi aveva studiato diritto a Bologna.

Poco prima della sua elezione, si era di­stinto per la sua attività letteraria, avendo scritto due opere celebri nella dottrina dei successivi secoli medievali: il De miseria humanae conditionis, un trattato ascetico-morale sulla condizione dell’uomo e il De missa­rum mysteriis, un commento li­turgico alla messa, con una trat­tazione sul sacra­mento dell’Eucare­stia. Inoltre la sua partecipazione agli affari della Curia era stata assai attiva.

Il momento politico era assai difficile in quanto, in Germania, c’era stata una doppia elezione.

I fautori della casa degli Staufen, l’8 marzo 1198, elessero im­peratore Filippo, fratello del de­funto Enrico VI; altri principi, tra cui l’arcivescovo di Colonia che doveva consacrare il re di Germania, elessero il 9 giugno Ottone IV, figlio di Enrico duca di Baviera. Quest’ultimo ebbe l’appoggio dello zio Ricccardo cuor di Leone, re d’Inghilterra; Filippo di Svevia quello di Filippo Augusto, re di Francia.

Innocenzo III, inizialmente, si man­tenne neutrale. Quindi intervenne a fa­vore di Ottone IV, esponen­done le ragioni in un concistoro segreto del 1200.

Il che suscitò la reazione dei principi tedeschi che accusarono il papa di aver usur­pato il loro diritto di elettori. Quindi, nonostante il riconoscimento del papa, con­tinuò la lotta tra i due pretendenti, trasci­nando la Germania nella guerra civile; finché, dopo l’uccisione di Filippo II (1208), il papa insistette presso i principi te­deschi e tutti si misero dalla parte di Ottone IV, il quale sposò la figlia del suo avver­sario Filippo.

Ottone IV, prima di partire per Roma, per l’incoronazione im­pe­riale, sotto­scrisse un documento -dichiarazione di Spira, 22 marzo 1209- in cui riconosceva piena libertà alla Chiesa, nonché i suoi pos­sessi territoriali. Giunto a Roma, fu in­coronato il 4 ottobre 1209.

Ma, all’epoca, già erano iniziate alcune divergenze tra Innocenzo III e Ottone IV, che si aggravarono nei mesi successivi. Il nuovo impe­ratore cominciò infatti ad occupare alcuni territori, tradizionalmente appartenuti al papa: nel 1210 invase il Patrimonio, quindi passò la frontiera del Regno di Sicilia ed avanzò verso il Sud, prendendo Capua, Napoli, Salerno.

Innocenzo III reagì, scomunicando Ottone IV (18 novembre 1210); quindi appoggiò la candidatura all’impero di Federico II, il figlio di Enrico VI e di Costanza, di cui il pontefice era tutore e che si trovava in Sicilia. Federico II fu proclamato re dei Romani nella dieta di Norimberga, del settembre 1211; quindi, con l’aiuto del papa, si recò in Germania dove fu eletto imperatore il 5 dicembre 1212.

Di nuovo fu guerra civile e la lotta dei due partiti nella battaglia di Bouvines, presso Lilla (27 luglio 1214), dove Ottone fu sconfitto, fu decisa a favore di Federico II. Dopo di che Federico II fu di nuovo incoronato ad Aquisgrana, nel luglio 1215.

FONTE:  http://www.testimonianzecristiane.it/teologia/storia/federico.htm

 

San-Giuseppe

Storia della Chiesa: La repressione e l’Inquisizione

La repressione e l’inquisizione

La repressione di queste eresie appariva come un diritto e un do­vere di le­gittima difesa per proteggere intatto il tesoro della Chiesa.


Il processo medievale contro gli eretici ha le sue radici nella legislazione degli imperatori cristiani del­l’antichità: special­mente Teodosio il Grande e Giustiniano colpirono gli eretici e gli scismatici con la confisca dei beni, l’esilio e persino la pena di morte.

Nell’alto medioevo la punizione degli eretici si limitò gene­ralmente a pene spirituali, con la scomunica, la penitenza della fla­gellazione e la reclusione clau­strale. Ma quando nei secoli XI e XII il movimento settario andò aumentando ra­pidamente, come in Italia e nella Francia del Sud, si tornò di nuovo ad applicare la confisca dei beni, l’incarcerazione e l’esilio. E dietro l’insistenza di laici fu appli­cata anche la pena di morte (impiccagione e rogo, poiché l’e­re­sia era equiparata alla magia e al malefi­cio).

Infine, dinanzi alla cre­scente marea dei catari e all’impeto dei valdesi, parec­chi sinodi del se­colo XII inculcarono espressamente ai principi il dovere di punire seve­ramente gli eretici. Fu in particolare al sinodo di Verona del 1184 che Lucio III e Federico Barbarossa decretarono contro gli eretici e i loro protettori e difen­sori, la scomunica e il bando dall’impero e disposero che gli ordinari diocesani, nei luo­ghi sospetti, dovessero una o più volte l’anno, personalmente o tamite loro commissari, far ricerca degli ere­tici.

Fu nel 1197 che il re Pietro II d’Aragona emanò, per il suo regno, severi editti con­tro gli eretici, comminando la pena del rogo. Il IV concilio Lateranense (1215, can. 3) confermò le precedenti disposizioni si­nodali che inculcavano ai vescovi il dovere di procedere in tutte le parrocchie alla denuncia degli eretici e alla loro punizione per mano dell’autorità civile.

Federico II, dopo la sua incoronazione (1220), stabilì molti decreti contro gli eretici condannandoli al rogo, quale punizione loro adeguata. Finché, dopo la guerra al­bigese, allo scopo di estirpare completamente l’eresia, al Sinodo di Tolosa (1229) fu stabilita, in maniera definitiva, la procedura da seguire nella ricerca e nella puni­zione degli eretici.

Fu però sotto Gregorio IX, il quale nel 1231, con un’ap­posita costituzione mantenne la pena del rogo e le altre punizioni, che si giunse alla completa or­ga­nizzazione di un apposito tribunale, isti­tuito per le cose di fede, il tribunale dell’In­quisizione, così detto perché aveva per compito la ricerca (inquirere) e la puni­zione degli eretici.

Gregorio IX, nel 1231-32, affidò l’inquisi­zione quasi esclusiva­mente ai frati mendi­canti, in prevalenza ai domenicani di cui da quel momento divenne il compito specifico, ma anche ai francescani. Quindi, nel 1252, Innocenzo IV mise a di­sposi­zione degli inquisitori papali [da di­stinguere da quelli vescovili, i cui tri­bunali ormai in ombra non erano però stati annullati] la tortura: un passo deplorevole, in quanto andava contro ogni legge umana e divina.

L’inquisizione, oltre l’eresia vera e propria punì anche i sa­crileghi, i be­stemmiatori, i sodomiti, gli stregoni, i maghi ecc., senza tuttavia riuscire nell’in­tento; e, d’altra parte, rappresentò un forte addebito per la Chiesa del Medioevo. A segnarne la fine sarà il principio della tolleranza, introdotto dall’illuminismo e il sorgere dello Stato moderno.

FONTE:  http://www.testimonianzecristiane.it/teologia/storia/repressione.htm

 

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Storia della Chiesa: Eresie

Eresie

A partire dal secolo XI, accanto ad esperienze ortodosse, ci fu­rono anche manifestazioni religiose di tipo nettamente ereticale.


Le parti della cristianità occi­dentale maggiormente interessate al movimento ereticale furono: Francia, Italia, Inghilterra normanna e la Lotaringia, zona di confine dei Paesi Bassi e dell’Impero.

Le cause vanno individuate nei mutamenti economici, sociali e politici del tempo. In particolare la ricchezza e la potenza della Chiesa appari­vano spesso come una fonte di gravi mali; e gli eretici del tempo ne trassero argomento per le principali accuse contro di essa.

Costoro, che coltivarono l’ideale della povertà evangelica e della predicazione itinerante, fecero la loro prima apparizione, nella prima metà del secolo XI, nelle campagne d’Italia e di Francia. Si trattò di piccoli focolai ereti­cali, di scarsa vitalità e potere di diffu­sione. Difficile interpetrarne la natura per la frammentarietà e poca chiarezza delle testimonianze relative. Notevole la loro con­tempo­raneità.

In Francia, nel villaggio di Vertus, in diocesi di Châlons-sur-Marne, un con­tadino di nome Leutardo (personaggio storico, o mitico?), dopo aver fatto voto di castità ed aver conge­dato la moglie, avrebbe preso a predicare alle genti della campagna che non si doveva credere a tutto ciò che insegnavano i libri pro­fetici del­l’Antico Testamento. Iniziò poi a distruggere i crocefissi e le im­magini del Salvatore e, invitando i contadini a rifiutare il pa­gamento delle de­cime, ottenne tra di essi un notevole successo. Casi simili sembra che si siano verifica­ti anche a Orléan e Arras.

Gli eretici di Monforte

In Italia, a scoprire l’eresia, che stava serpeggiando, fu il ve­scovo di Milano, giunto in visita pastorale a Monforte, in terra di Asti.

Gli eretici di Monforte -una folla di rustici, guidati però da persone nobili e colte- avevano una concezione al­legorica della Trinità e della Redenzione, negavano la gerarchia ecclesiastica, pro­pugnavano la co­munione dei beni e la loro predica­zione s’ispi­rava ai princìpi di un mo­ralismo radicale e di un pessimismo estremo: disprezzo della croce, in­terdi­zione dei rapporti sessuali anche nel matrimonio, ri­fiuto di cibarsi di carne, ideale di una morte violenta per martirio.

Questi movi­menti ereticali non sem­brano es­sere espressione di una religiosità laica, ap­paiono invece come un movimento di religiosità fondato sul tema base della vita aposto­lica. In altre parole non risulta che dette eresie abbiano avuto come movente primitivo, né tanto meno come elemento cen­trale, l’impegno della povertà. Dette eresie ripren­devano invece (o avrebbero ripreso) que­stioni ri­guardanti i sacra­menti e specialmente l’euca­restia; erano eresie di chierici, prima che di laici.

I patarini

Nella seconda metà del sec. XI le esigenze di una rinnovata reli­giosità si manifestarono (come sopra è stato ricordato), in ini­ziative a carattere eremitico: nuove fondazioni monastiche e ca­nonicali tutte ispirate agli ideali di povertà e di fuga dalla vita seco­lare.

Nascono dallo spirito d’uno stretto ritorno all’ideale evan­ge­lico e sul modello della Chiesa primitiva. Sorgono lontano dalle città e in remote contrade del contado rurale per reazione contro i potenti capitoli e le grandi chiese cittadine, contro le ricche fon­dazioni monastiche situate all’interno o in prossimittà della città.

Contestualmente ci fu un fermento di rivolta con­tro il clero indi­sciplinato, immorale, ricco, potente e tirannico: il mo­vimento pa­tarino (patarino, per Muratori deriva da rigattieri, strac­cioni) tipi­camente cittadino, ma di origine ru­rale, era stato un moto di po­polo che aveva inizialmente fiancheg­giato l’azione di riforma della Chiesa.

Arialdo aveva iniziato la sua predicazione patarina nelle campa­gne, a nord di Milano, e solo in un secondo momento egli portò la sua nuova attività a Milano, seguito da altri chierici mila­nesi come Landolfo e Anselmo. [quest’ultimo, eletto nel 1057 ve­scovo di Lucca, nel 1061 -si ricorderà- di­venne papa Alessandro II (1061-73)].

A Firenze l’ispirazione del movi­mento po­polare partì da Giovanni Gualberto e dal suo eremo di Vallombrosa, di cui si è già fatto cenno. E a questa fondazione che i pa­tarini di Milano si rivolsero per cercare dei chierici puri, privi di ogni macchia di simonia e concubinaggio e degni d’es­sere condotti al sacer­do­zio nella grande città.

La lotta si era spo­stata dalle campa­gne verso la città perché i patarini inte­sero lottare contro il vescovo il cui peccato di simonia rendeva nulle, a loro av­viso, tutte le ordinazioni che aveva fatte e ri­metteva in questione tutti i pro­blemi riguardanti l’ammini­stra­zione dei sacramenti ‘validi’ che i fedeli esigevano. Non si ha in­vece notizia di eresie poi­ché la riforma gregoriana aveva cercato di elimi­nare quei motivi di malcontento che potevano incentivarle.

Nella prima metà del sec. XII, accanto alla prosecuzione di queste espe­rienze orto­dosse, ci furono anche manifestazioni religiose di tipo net­tamente ere­tico. Favorite da un ambiente economico e so­ciale partico­lare, quello più isolato e remoto della campagna, suc­cessivamente le eresie si inurbano e la città divenne il loro terreno naturale di sviluppo. Così a Milano, Brescia, Piacenza, Cremona, Firenze ci fu un nuovo pullu­lare di eresie di tipo patarinico-evan­gelico, caratteriz­zate cioè da evan­gelismo e spiritualismo radicale.

L’eresia catara

Questi fermenti ereticali confluirono in due filoni, destinati a perdurare a lungo, ambedue di carat­tere popolare, ma ciascuno con proprie configura­zioni: un movimento con un’in­determinatezza istituzio­nale e una vo­lontà riformatrice e l’e­resia catara che si fece chiesa antagonista.

Ambedue ebbero uno dei loro centri di forza a Colonia, come si evince da una lettera scritta negli anni 1143-1144 dal premostratense Evervino di Steinfeld di Clairvaux:

“essi dicono che la chiesa è soltanto presso di loro, al punto che essi seguono con coe­renza le vestigia del Cristo e ri­man­gono veri imitatori della vita aposto­lica, perché non cer­cano le cose che sono del mondo, non possedendo casa, né campi, né pro­prietà alcuna: così come Cristo non ebbe possessi né ai suoi disce­poli con­cesse di averne”.

E pertanto criticavano il clero che viveva secolar­mente, mescolandosi agli affari temporali. Costoro, che si definivano gli Apostoli di Colonia, negavano il valore del batte­simo degli infanti, delle opere per i defunti, delle preghiere per i santi.

A differenza dei predica­tori itineranti, eremiti e canonici regolari ri­ma­sti nel­l’ortodossia, con i quali avevano in comune il modo di in­tendere e di vivere la se­quela di Cristo, i catari non ammettevano la possibilità di recuperi o di media­zioni con l’istituzione ecclesiastica; da qui la fondazione di una antichiesa.

Quella dei catari (Kataroi, puri) è la setta più im­portante del tempo. I Catari, per alcuni da ricollegare all’eresia neo­manichea dei bogomili.

Bogomil, il loro fondatore, verso la metà del X se­colo, iniziò una predicazione dualista nella Macedonia Bulgara. I suoi seguaci si trapiantatarono dai Balcani in Occidente, at­traverso il commercio e la setta si erano diffuse in tutta Europa, assumendo varie denomi­nazioni: Bulgari, Bougres, Concorezenses, Publicani, Popelicani (e in Italia) Gazzari, Manichei, Patareni, (in Francia) Albigesi.

Loro centri principali in Europa, le re­gioni culturalmente ed eco­nomica­mente più evolute (Sud della Francia, Italia settentrionale). Loro concezioni fon­damentali: la dottrina duali­stica (doppio prin­cipio eterno del bene e del male); di­sprezzo del mondo materiale; negazione della libera volontà e della re­surrezione della carne; ascetica severa. Loro modello, la vita apostolica.

Il nucleo centrale era costituito dai perfetti o apostoli, che dovevano ri­spristi­nare il cristianesimo della Chiesa primitiva con l’esercizio della povertà e la predicazione itinerante. Allo stato di perfezione si arrivava dopo un lungo periodo di prova, con l’imposizione delle mani e la con­se­gna del Pater noster, come preghiera perenne. La massa dei fedeli (credentes, auditores) era tenuta solo a ricevere, prima della morte, il conso­lamen­tum, indispensabile per la salvezza, senza essere te­nuti ad abbracciare la se­vera morale dei perfetti.

Valdesi e umiliati

Un gruppo di predicatori itine­ranti, detti valdesi, esordì con la lotta contro la ricchezza e la potenza della Chiesa, al fine di ripristi­nare la vita povera di Gesù e della Chiesa primitiva e solo in un se­condo tempo ven­nero a trovarsi in opposizione con la Chiesa e si trasformarono in setta. Loro fondatore, il ricco mercante Pietro Valdo o Valdés a Lione.

Nella carestia del 1176 egli donò il suo pa­trimonio ai po­veri vivendo in apo­stolica povertà, vestito di un semplice saio, dedito a una predi­cazione itinerante di penitenza.

I valdesi o poveri di Lione -detti anche sabbatati o insabbatati per l’uso delle scarpe di legno, sabots- si erano dedi­cati alla pre­dicazione della parola di Dio senza l’autorizzazione eccle­siastica e si erigevano a giudici dei costumi del clero.

Il Concilio Lateranense 1179 li autorizzò a predi­care, solo previa licenza ecclesia­stica, ma non seppero assoggettarsi, per cui Lucio III, nel sinodo di Verona del 1184, scomunicò i poveri di Lione , accomunandoli ai catari e ad altre sette (i passagi, gli arnaldisti, gli umiliati). I fra­telli e le sorelle valdesi si diedero allora alla vita clandestina.

Negli stessi anni in cui, a Lione, Valdo decideva di farsi po­vero missionario del Cristo, al centro della pianura padana sorgeva il movi­mento degli umiliati che Lucio III, nella decretale “Ad abo­lendam”, del 1184, accostò nella condanna ai poveri di Lione.

Furono dichiarati ere­tici probabilmente perché avevano persistito nell’ufficio non autoriz­zato della predicazione. In seguito Innocenzo III, nel 1201, li approvò come Ordine religioso, ripartito in tre gradi: canonici e canonichesse regolari; frati e suore in as­sociazione monastica; uomini e donne vi­venti nel mondo, secondo la regola (terziari). Quest’ultimi, idealmente, con­tinuavano l’antica confraternita di artigiani (tessitori e lanaioli) sorta per scopi eco­nomici e religiosi al tempo delle lotte sociali della prima metà del secolo XII.

Altre sette

Numerose le sette minori.

  • Arnaldo da Brescia -di cui si è già rife­rito- era alla testa del movimento democratico di Roma, riempiendo i suoi ascoltatori di entusiasmo per la grandezza e lo splen­dore dell’antica Roma che in­ten­deva far rivivere.Sostenne che la do­nazione di Costantino era una menzogna, una favola eretica. Ripropose i temi della più radicale predi­cazione pa­tarinico-evangelica, accusando la Chiesa di vanificare la buona no­vella del Cristo. Condizione del cam­biamento era per lui la ri­nuncia ai beni terreni e al potere temporale per una povertà istituzio­nale, per una missione soltanto spirituale della Chiesa. Le forti tensioni anticuriali e antipapali assicurarono il successo di Arnaldo. Ma un accordo tra Adriano IV e l’imperatore Federico I pose fine alla ri­bellione antipapale, con l’impiccagione di Arnaldo.

  • Tanchelmo (+1151) era un laico che si sollevò violentemente con­tro gli ec­clesiastici, dichiarando invalida la loro amministra­zione dei sacramenti. Volle farsi credere figlio di Dio e si fidanzò pubblicamente con un’immagine della Madonna. Contro i suoi se­guaci operarono con successo s. Norberto e i suoi discepoli.

  • Il bretone Eudone o Eone di Stella, annunziatore di idee apo­calitti­che, af­fermò di essere il giudice dell’ultimo giorno. Dal si­nodo di Reims del 1148 fu condannato alla reclusione claustrale, dove morì.

  • I Pietrobrusiani, fondati da Pietro di Bruys, nel sud-est della Francia, nega­vano il battesimo dei bambini, l’eucarestia, la messa e la venerazione della croce. Alla loro guida, dopo venti anni, suben­trò Enrico Le Mans, combattuto da s. Bernardo che, nella lettera al conte di Saint-Gilles (1145) lo definisce “homo apo­stata”, perché Enrico aveva lasciato l’abito monastico per farsi povero predica­tore e viveva di tale ufficio, mendicando. Partito da posizioni pata­riniche -critica all’in­de­gnità dei chierici e agli abusi delle ric­chezza- Enrico assunse posizioni dottrinali ereticali come la nega­zione dell’efficacia delle opere per i de­funti, l’affermazione della superfluità degli edifici sacri. Contro i pie­trobrusiani e gli enriciani fu diretto il can. 23 del concilio lateranense del 1139.

  • I Passagi, una piccola setta dell’Italia settentrionale, volevano l’os­servanza letterale della legge mosaica (senza sacrifici cruenti), nega­vano la divinità di Cristo e lottavano contro l’organizzazione visibile della Chiesa.

  • FONTE:  http://www.testimonianzecristiane.it/teologia/storia/eresie.htm

 

andrea del sarto battesimo