La Speranza Cristiana

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 7 dicembre 2016


 

La Speranza cristiana – 1. Isaia 40: “Consolate, consolate il mio popolo…”

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Iniziamo oggi una nuova serie di catechesi, sul tema della speranza cristiana. E’ molto importante, perché la speranza non delude. L’ottimismo delude, la speranza no! Ne abbiamo tanto bisogno, in questi tempi che appaiono oscuri, in cui a volte ci sentiamo smarriti davanti al male e alla violenza che ci circondano, davanti al dolore di tanti nostri fratelli. Ci vuole la speranza! Ci sentiamo smarriti e anche un po’ scoraggiati, perché ci troviamo impotenti e ci sembra che questo buio non debba mai finire.

Ma non bisogna lasciare che la speranza ci abbandoni, perché Dio con il suo amore cammina con noi. “Io spero, perché Dio è accanto a me”: questo possiamo dirlo tutti noi. Ognuno di noi può dire: “Io spero, ho speranza, perché Dio cammina con me”. Cammina e mi porta per mano. Dio non ci lascia soli. Il Signore Gesù ha vinto il male e ci ha aperto la strada della vita.

E allora, in particolare in questo tempo di Avvento, che è il tempo dell’attesa, in cui ci prepariamo ad accogliere ancora una volta il mistero consolante dell’Incarnazione e la luce del Natale, è importante riflettere sulla speranza. Lasciamoci insegnare dal Signore cosa vuol dire sperare. Ascoltiamo quindi le parole della Sacra Scrittura, iniziando con il profeta Isaia, il grande profeta dell’Avvento, il grande messaggero della speranza.

Nella seconda parte del suo libro, Isaia si rivolge al popolo con un annuncio di consolazione:

«Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio.
Parlate al cuore di Gerusalemme
e gridatele che la sua tribolazione è compiuta,
la sua colpa è scontata […]».
Una voce grida:
«Nel deserto preparate la via al Signore,
spianate nella steppa la strada per il nostro Dio.
Ogni valle sia innalzata,
ogni monte e ogni colle siano abbassati;
il terreno accidentato si trasformi in piano
e quello scosceso in vallata.
Allora si rivelerà la gloria del Signore
e tutti gli uomini insieme la vedranno,
perché la bocca del Signore ha parlato» (40,1-2.3-5).

Dio Padre consola suscitando consolatori, a cui chiede di rincuorare il popolo, i suoi figli, annunciando che è finita la tribolazione, è finito il dolore, e il peccato è stato perdonato. È questo che guarisce il cuore afflitto e spaventato. Perciò il profeta chiede di preparare la via al Signore, aprendosi ai suoi doni e alla sua salvezza.

La consolazione, per il popolo, comincia con la possibilità di camminare sulla via di Dio, una via nuova, raddrizzata e percorribile, una via da approntare nel deserto, così da poterlo attraversare e ritornare in patria. Perché il popolo a cui il profeta si rivolge stava vivendo la tragedia dell’esilio a Babilonia, e adesso invece si sente dire che potrà tornare nella sua terra, attraverso una strada resa comoda e larga, senza valli e montagne che rendono faticoso il cammino, una strada spianata nel deserto. Preparare quella strada vuol dire dunque preparare un cammino di salvezza e di liberazione da ogni ostacolo e inciampo.

L’esilio era stato un momento drammatico nella storia di Israele, quando il popolo aveva perso tutto. Il popolo aveva perso la patria, la libertà, la dignità, e anche la fiducia in Dio. Si sentiva abbandonato e senza speranza. Invece, ecco l’appello del profeta che riapre il cuore alla fede. Il deserto è un luogo in cui è difficile vivere, ma proprio lì ora si potrà camminare per tornare non solo in patria, ma tornare a Dio, e tornare a sperare e sorridere. Quando noi siamo nel buio, nelle difficoltà non viene il sorriso, ed è proprio la speranza che ci insegna a sorridere per trovare quella strada che conduce a Dio. Una delle prime cose che accadano alle persone che si staccano da Dio è che sono persone senza sorriso. Forse sono capaci di fare una grande risata, ne fanno una dietro l’altra, una battuta, una risata … ma manca il sorriso! Il sorriso lo dà soltanto la speranza: è il sorriso della speranza di trovare Dio.

La vita è spesso un deserto, è difficile camminare dentro la vita, ma se ci affidiamo a Dio può diventare bella e larga come un’autostrada. Basta non perdere mai la speranza, basta continuare a credere, sempre, nonostante tutto. Quando noi ci troviamo davanti ad un bambino, forse possiamo avere tanti problemi e tante difficoltà, ma ci viene da dentro il sorriso, perché ci troviamo davanti alla speranza: un bambino è una speranza! E così dobbiamo saper vedere nella vita il cammino della speranza che ci porta a trovare Dio, Dio che si è fatto Bambino per noi. E ci farà sorridere, ci darà tutto!

Proprio queste parole di Isaia vengono poi usate da Giovanni il Battista nella sua predicazione che invitava alla conversione. Diceva così: «Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore» (Mt 3,3). È una voce che grida dove sembra che nessuno possa ascoltare – ma chi può ascoltare nel deserto? – che grida nello smarrimento dovuto alla crisi di fede. Noi non possiamo negare che il mondo di oggi è in crisi di fede. Si dice “Io credo in Dio, sono cristiano” – “Io sono di quella religione…”. Ma la tua vita è ben lontana dall’essere cristiano; è ben lontana da Dio! La religione, la fede è caduta in una espressione: “Io credo?” – “Sì!”. Ma qui si tratta di tornare a Dio, convertire il cuore a Dio e andare per questa strada per trovarlo. Lui ci aspetta. Questa è la predicazione di Giovanni Battista: preparare. Preparare l’incontro con questo Bambino che ci ridonerà il sorriso. Gli Israeliti, quando il Battista annuncia la venuta di Gesù, è come se fossero ancora in esilio, perché sono sotto la dominazione romana, che li rende stranieri nella loro stessa patria, governati da occupanti potenti che decidono delle loro vite. Ma la vera storia non è quella fatta dai potenti, bensì quella fatta da Dio insieme con i suoi piccoli. La vera storia – quella che rimarrà nell’eternità – è quella che scrive Dio con i suoi piccoli: Dio con Maria, Dio con Gesù, Dio con Giuseppe, Dio con i piccoli. Quei piccoli e semplici che troviamo intorno a Gesù che nasce: Zaccaria ed Elisabetta, anziani e segnati dalla sterilità, Maria, giovane ragazza vergine promessa sposa a Giuseppe, i pastori, che erano disprezzati e non contavano nulla. Sono i piccoli, resi grandi dalla loro fede, i piccoli che sanno continuare a sperare. E la speranza è la virtù dei piccoli. I grandi, i soddisfatti non conoscono la speranza; non sanno cosa sia.

Sono loro i piccoli con Dio, con Gesù che trasformano il deserto dell’esilio, della solitudine disperata, della sofferenza, in una strada piana su cui camminare per andare incontro alla gloria del Signore. E arriviamo al dunque: lasciamoci insegnare la speranza. Attendiamo fiduciosi la venuta del Signore, e qualunque sia il deserto delle nostre vite – ognuno sa in quale deserto cammina – diventerà un giardino fiorito. La speranza non delude!

Messa a Santa Marta- Mediatori o intermediari

2016-12-09 L’Osservatore Romano

Papa Francesco ha idealmente consegnato ai seminaristi di Roma le icone di san Policarpo, san Francesco Saverio e di san Paolo mentre sta per essere decapitato, raccomandando loro di vivere il sacerdozio come autentici mediatori tra Dio e il popolo, gioiosi anche sulla croce, e non come funzionari intermediari, rigidi e mondani, attenti solo ai propri interessi e per questo insoddisfatti. È questo il profilo autentico del sacerdote tratteggiato dal Pontefice nella messa celebrata venerdì mattina 9 dicembre nella cappella della Casa Santa Marta.

Francisco Goya, «Morte di san Francesco Saverio», (1775-1780)

«Il Signore ha sofferto tanto per l’atteggiamento del popolo e alcune volte ha detto: “Fino a quando devo sopportarvi?”» ha affermato Francesco nell’omelia. Facendo subito notare come nel passo del vangelo di Matteo (11, 16-19) proposto dalla liturgia, Gesù fa questo commento: «sono come bambini a cui tu offri una cosa e a loro non piace; offri il contrario» ma non piace neppure quello. Persone insoddisfatte, insomma, «incapaci di avere una soddisfazione nell’atteggiamento col Signore». Ma «ci sono tanti cristiani insoddisfatti — ha messo in guardia il Papa — che non riescono a capire cosa il Signore ci ha insegnato; non riescono a capire il nocciolo proprio della rivelazione del Vangelo».

Rivolgendosi direttamente alla comunità del Pontificio seminario romano maggiore, «ai seminaristi e ai formatori», Francesco ha posto la questione se «ci sono anche preti insoddisfatti». Perché — ha riconosciuto — «ce ne sono e fanno tanto male quando vivono una vita non piena; non trovano pace da una parte, dall’altra, sempre pensando a progetti e poi quando li hanno in mano» dicono: «No, non mi piace!». Tutto questo, ha aggiunto il Papa, «perché il loro cuore è lontano dalla logica di Gesù e per questo ci sono alcuni sacerdoti insoddisfatti, non sono felici, si lamentano e vivono tristi».

Ma «qual è la logica di Gesù che dà la piena soddisfazione a un sacerdote?» si è domandato il Pontefice, suggerendo subito la risposta: è «la logica del mediatore». Gesù «è il mediatore fra Dio e noi; e noi dobbiamo prendere questa strada di mediatori e non l’altra figura che assomiglia tanto ma non è la stessa: intermediari». Perché, ha affermato il Papa, c’è «differenza fra un mediatore e un intermediario». Infatti «l’intermediario fa il suo lavoro e prende la paga: tu vuoi vendere questa casa, tu vuoi comprare una casa, io faccio l’intermediario e prendo una percentuale; è giusto, è stato il mio lavoro». Insomma «l’intermediario segue questa strada: lui non perde mai».

«Il mediatore invece — ha spiegato Francesco — perde sé stesso per unire le parti, dà la vita, sé stesso, il prezzo è quello: la propria vita, paga con la propria vita, la propria stanchezza, il proprio lavoro, tante cose». E «il parroco», ha aggiunto il Papa, dà la vita proprio «per unire il gregge, per unire la gente, per portarla a Gesù». Perché «la logica di Gesù come mediatore è la logica di annientare sé stesso». Del resto, «san Paolo nella lettera ai Filippesi è chiaro su questo: “Annientò sé stesso, svuotò sé stesso” per fare questa unione, fino alla morte», e alla «morte di croce».

Questa, dunque, «è la logica: svuotarsi, annientarsi». E «non perché tu cerchi questo, ma l’atteggiamento di mediatore ti porta a questo». È lo stile della «vicinanza: Dio che si è fatto vicino al suo popolo, nell’Antico testamento, e poi inviando il suo Figlio, quella synkatabasis di Dio che si è avvicinato a noi». Ecco perché «il sacerdote è un mediatore molto vicino al suo popolo, molto vicino».

L’intermediario invece, ha precisato il Papa, «è quello che è un funzionario: fa il suo mestiere, fa le cose più o meno bene e poi finisce quel lavoro e ne prende un altro, un altro, un altro, ma sempre come funzionario». L’intermediario «non sa cosa significhi sporcarsi le mani; il mediatore vive sporcandosi perché è in mezzo, lì nella realtà, come Gesù: sporcato dai nostri peccati». Ecco perché, ha confidato Francesco, «io non conosco alcun uomo, alcuna donna che lavori da intermediario e che soltanto con quello sia felice. No, quello non ti fa felice». Per questo motivo, «quando il sacerdote cambia da mediatore a intermediario non è felice, è triste». Finendo così per cercare «un po’ la felicità nel farsi vedere, nel far sentire l’autorità».

Il brano evangelico della liturgia, ha fatto notare il Pontefice, rivela che «agli intermediari del suo tempo Gesù diceva che piaceva loro passeggiare per le piazze perché la gente li vedesse e li onorasse: è così». Ma «per rendersi importanti, i sacerdoti intermediari prendono la via della rigidità: tante volte, staccati dalla gente, non sanno che cos’è il dolore umano; perdono quello che avevano imparato a casa loro, col lavoro del papà, della mamma, del nonno, della nonna, dei fratelli». Perdendo «queste cose, sono rigidi, quei rigidi che caricano sui fedeli tante cose che loro non portano, come diceva Gesù agli intermediari del suo tempo».

«La rigidità», insomma, significa «frusta in mano col popolo di Dio: “questo non si può, questo non si può”». E «tanta gente che si avvicina cercando un po’ di consolazione, un po’ di comprensione, viene allontanata con questa rigidità». Ma «la rigidità non si può mantenere tanto tempo, totalmente». Oltretutto «fondamentalmente è schizoide: finirai per apparire rigido ma dentro sarai un disastro».

E «con la rigidità» c’è pure «la mondanità». Così «un sacerdote mondano, rigido, è uno insoddisfatto perché ha preso la strada sbagliata». Proprio «a proposito di rigidità e mondanità», Francesco ha voluto far riferimento a un episodio, «successo tempo fa: è venuto da me un anziano monsignore della curia, che lavora, un uomo normale, un uomo buono, innamorato di Gesù, e mi ha raccontato che era andato all’Euroclero a comprarsi un paio di camicie e ha visto davanti allo specchio un ragazzo — lui pensa non avesse più di venticinque anni, o prete giovane o che stava per diventare prete — davanti allo specchio, con un mantello, grande, largo, col velluto, la catena d’argento, e si guardava. E poi ha preso il “saturno”, l’ha messo e si guardava: un rigido mondano». E «quel sacerdote — è saggio quel monsignore, molto saggio — è riuscito a superare il dolore con una battuta di sano umorismo e ha aggiunto: “e poi si dice che la Chiesa non permette il sacerdozio alle donne!”». È così «che il mestiere che fa il sacerdote quando diventa funzionario finisce nel ridicolo, sempre».

«Nell’esame di coscienza — ha detto Francesco rivolgendosi direttamente alla comunità seminaristica — considerate questo: oggi sono stato funzionario o mediatore? Ho custodito me stesso, ho cercato me stesso, la mia comodità, il mio ordine o ho lasciato che la giornata andasse al servizio degli altri?».

L’atteggiamento giusto, ha suggerito, è quello di tenere sempre «la porta aperta» e sorridere: «pur con tante difficoltà, il mediatore sorride, è tenero, il mediatore ha tenerezza, sa accarezzare un bambino». Tanto che, ha aggiunto il Papa, «una volta uno mi diceva che lui riconosceva i sacerdoti dall’atteggiamento con i bambini: se sanno accarezzare un bambino, sorridere a un bambino, giocare con un bambino». Ed è un fatto «interessante, perché significa che sanno abbassarsi, avvicinarsi alle piccole cose», come è appunto «il bambino».

Invece, ha avvertito il Pontefice, «l’intermediario è triste, sempre con quella faccia triste o troppo seria, scura; l’intermediario ha lo sguardo scuro, molto scuro». Al contrario «il mediatore è aperto: il sorriso, l’accoglienza, la comprensione, le carezze e in mezzo alle difficoltà ha la gioia». Perché «il mediatore è uno gioioso anche sulla croce». A questo proposito Francesco ha indicato la testimonianza di sant’Alberto Hurtado «che, con tante difficoltà e persecuzioni che aveva, pregava solamente così, contento: “Signore!”». Era «contento, contento, felice di essere un mediatore, in quella situazione».

Ai seminaristi il Papa ha confidato il suo desiderio di consegnare loro, proprio «guardando questi insoddisfatti» descritti nel vangelo di Matteo, «questa riflessione sui sacerdoti insoddisfatti». E «voi pensateci», ha raccomandato.

In questa prospettiva il Pontefice ha voluto indicare, prendendole «dalla storia della Chiesa, tre icone che ci aiuteranno: tre icone di sacerdoti mediatori e non intermediari». La prima icona è quella del «grande Policarpo, la versione neotestamentaria di Eleazaro: anziano, degno, signore di sé stesso, che non negozia la sua vocazione e va coraggioso alla pira, e quando il fuoco viene intorno a lui, i fedeli che erano lì hanno sentito l’odore del pane». Infatti davvero «lui era come un pane, fino alla fine ha dato sé stesso». E «così finisce un mediatore: come un pezzo di pane per i suoi fedeli».

E se nella prima icona è raffigurato «un vecchio», nella seconda ecco «un giovane : san Francesco Saverio», che «muore sulla spiaggia di San-cian, guardando la Cina, a quarantasei anni». Così giovane, appunto, che si potrebbe persino dire «uno spreco», fino a domandarci perché «il Signore non lo ha lasciato ancora lì». Ma l’atteggiamento di san Francesco Saverio è quello di dire: «Si faccia la tua volontà, Signore». Egli «sa dirgli soltanto: “Ho confessato il tuo nome fino alla fine; mai, Signore, ho nascosto la lampada sotto il letto; mi hai dato cinque talenti, te ne ridò altri cinque”». E in questo modo «in pace, nella gioia, se ne va». Così «finisce anche un giovane mediatore che mai ha conosciuto queste insoddisfazioni».

Come terza icona, «pure tanto bella e che fa piangere», il Papa ha indicato quella dell’«anziano Paolo alle Tre Fontane: quella mattina, presto, i soldati sono andati da lui, l’hanno preso, e lui camminava incurvato, come con un peso sulle spalle». Paolo, ha spiegato Francesco, «sapeva benissimo che questo accadeva per il tradimento di alcuni all’interno della comunità cristiana: ma lui ha lottato tanto nella sua vita che si offre al Signore come un sacrificio». E «finisce così». Il Papa ha confidato di provare «tanta tenerezza» nel «guardare Paolo da dietro, come va camminando fino al momento della decapitazione».

Sono «tre icone che possono aiutarci» ha concluso il Pontefice, invitando a guardarle e a pensare a «come voglio finire la mia vita di sacerdote: come funzionario, come intermediario o come mediatore, cioè in croce».

La grazia di riconoscere quando Gesù passa, quando «bussa alla nostra porta», la grazia «di riconoscere il tempo in cui siamo stati visitati

La grazia di riconoscere quando Gesù passa, quando «bussa alla nostra porta», la grazia «di riconoscere il tempo in cui siamo stati visitati, siamo visitati e saremo visitati». È la preghiera rivolta al Signore per ogni cristiano da Papa Francesco al termine dell’omelia tenuta durante la messa celebrata a Santa Marta giovedì 17 novembre. Una preghiera per non cadere in un «dramma» ripetuto nella storia, dalle origini ai giorni nostri: quello di «non riconoscere l’amore di Dio».

La meditazione del Pontefice ha preso spunto dal brano evangelico in cui Luca (19, 41-44) descrive il pianto di Gesù sulla città di Gerusalemme. «Cosa sentì Gesù, nel suo cuore — si è chiesto il Papa — in questo momento del suo pianto? Perché piange Gesù su Gerusalemme?». E la risposta può venire sfogliando la Bibbia: «Gesù fa memoria e ricorda tutta la storia del popolo, del suo popolo. E ricorda il rifiuto del suo popolo all’amore del Padre».

«Gerusalemme» (particolare del mosaico di Madaba)

Così «nel cuore di Gesù, nella memoria di Gesù, in quel momento, venivano i passi dei profeti». Come quello di Osea — «Io la sedurrò, la condurrò al deserto e parlerò al suo cuore; la farò mia sposa» — nel quale si incontra «l’entusiasmo e la voglia di Dio per il suo popolo», il suo «amore». O le parole di Geremia: «Di te ricordo il tempo della tua giovinezza, il tempo del tuo fidanzamento, del tuo amore giovane, quando mi seguivi nel deserto. Ma ti sei allontanata da me». E ancora: «Cosa trovarono i vostri padri per allontanarsi da me?», «Disgrazia per voi che i vostri padri si siano allontanati da me…».

Il Pontefice ha provato a immaginare il flusso di memoria che ha coinvolto Gesù in quel momento e ha di nuovo richiamato il profeta Osea: «Quando Israele era fanciullo io l’ho amato, ma più lo chiamavo, più si allontanava da me». Ne è emerso il «dramma dell’amore di Dio e l’allontanarsi, l’infedeltà del popolo». Era, ha spiegato, «quello aveva Gesù nel cuore»: da una parte la memoria di una «storia di amore», addirittura di «amore “pazzo” di Dio per il suo popolo, un amore senza misure», e dall’altra la risposta «egoista, sfiduciata, adultera, idolatrica» del popolo.

C’è poi un’altro aspetto che emerge dal brano evangelico del giorno. Gesù infatti si lamenta su Gerusalemme, «perché — dice — non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata da Dio, dai patriarchi, dai profeti». Il Pontefice ha suggerito che nella memoria di Gesù ci fosse «quella parabola divinatoria, quella di quando il padrone invia in suo impiegato a chiedere i soldi: lo bastonano; e poi un altro lo uccidono. Alla fine invia suo figlio e cosa dice questa gente? “Ma questo è il figlio! Questo ha l’eredità… Uccidiamolo! Ammazziamolo e l’eredità sarà per noi!». È la spiegazione di cosa s’intende per «l’ora della visita», ovvero: «Gesù è il figlio che viene e non è riconosciuto. È rifiutato!». Infatti nel vangelo di Giovanni si legge: «È venuto da loro e loro non lo hanno accettato», «la luce è venuta e il popolo ha scelto le tenebre». È quindi questo, ha spiegato Francesco, «che fa dolore al cuore di Gesù Cristo, questa storia di infedeltà, questa storia di non riconoscere le carezze di Dio, l’amore di Dio, di un Dio innamorato» che vuole la felicità dell’uomo.

Gesù, ha detto il Papa, «vide in quel momento cosa lo aspettava come Figlio. E pianse “perché questo popolo non ha riconosciuto il tempo in cui è stato visitato”».

A questo punto la meditazione del Pontefice si è rivolta alla vita quotidiana di ogni cristiano, perché, ha detto, «questo dramma non è accaduto soltanto nella storia e finito con Gesù. È il dramma di tutti i giorni». Ognuno di noi può chiedersi: «Io so riconoscere il tempo nel quale sono stato visitato? Mi visita Dio?».

Per meglio far comprendere il concetto, Francesco ha fatto riferimento alla liturgia di martedì scorso, nella quale si parlava di «tre momenti della visita di Dio: per correggere; per entrare in colloquio con noi; e per invitarsi alla nostra casa». In quell’occasione è emerso che «Dio sta, Gesù sta davanti a noi, e quando vuole correggerci ci dice: “Svegliati! Cambia vita! Questo non va bene!”. Poi quando vuol parlare con noi dice: “Io busso alla porta e chiamo. Aprimi!». Come quando a Zaccheo disse: «Scendi!» per «farsi invitare a casa».

E allora oggi possiamo domandarci: «Com’è il mio cuore davanti alla visita di Gesù?”». E anche «fare un esame di coscienza: “Io sono attento a quello che passa nel mio cuore? Io sento? So ascoltare le parole di Gesù, quando lui bussa alla mia porta o quando lui mi dice: “Svegliati! Correggiti!”; o quando lui mi dice: “Scendi, che voglio cenare con te”?». È una domanda importante perché, ha ammonito il Pontefice, «ognuno di noi può cadere nello stesso peccato del popolo di Israele, nello stesso peccato di Gerusalemme: non riconoscere il tempo nel quale siamo stati visitati».

Di fronte a tante nostre certezze — «Ma io sono sicuro delle mie cose. Io vado a messa, sono sicuro» — bisogna ricordare che «ogni giorno il Signore ci fa visita, ogni giorno bussa alla nostra porta». E dunque «dobbiamo imparare a riconoscere questo, per non finire in quella situazione tanto dolorosa» che si ritrova nelle parole del profeta Osea: «Quanto più li amavo, quanto più li chiamavo, più si allontanavano da me». Perciò ha ripetuto il Papa: «Tu fai tutti i giorni un esame di coscienza su questo? Oggi il Signore mi ha visitato? Ho sentito qualche invito, qualche ispirazione per seguirlo più da vicino, per fare un’opera di carità, per pregare un po’ di più?», insomma per realizzare tutte quelle cose alle quali «il Signore ci invita ogni giorno per incontrarsi con noi»?

L’insegnamento che emerge da questa meditazione è dunque che «Gesù pianse non solo per Gerusalemme, ma per tutti noi», e che egli «dà la sua vita, perché noi riconosciamo la sua visita». In tal senso il Pontefice ha ricordato «una frase molto forte» di sant’Agostino: «“Ho paura di Dio, di Gesù, quando passa!” — “Ma perché hai paura? — “Ho paura di non riconoscerlo!”». Perciò, ha concluso il Papa, «se tu non stai attento al tuo cuore, mai saprai se Gesù ti sta visitando o no».

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Il desiderio del potere si trasformi in volontà di amore e servizio: questa è la Via!

Per servire bene il Signore dobbiamo guardarci dall’essere sleali e ricercare il potere. E’ quanto affermato da Papa Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Pontefice ha quindi ribadito che non si può servire Dio e il mondo. Il servizio di Alessandro Gisotti:

“Siamo servi inutili”. Papa Francesco ha svolto la sua omelia muovendo dall’affermazione che ogni vero discepolo del Signore deve ripetere a se stesso.

La voglia di potere ci impedisce di servire il Signore
Ma quali sono, si chiede il Pontefice, gli ostacoli che impediscono di servire il Signore, di servirlo con libertà? Ce ne sono tanti, constata con amarezza, “uno è la voglia di potere”:

“Quante volte abbiamo visto, forse, a casa nostra: qui comando io! E quante volte, senza dirlo, abbiamo fatto sentire agli altri che ‘comando io’, no? Anche far vedere questo, no? La voglia di potere … E Gesù ci ha insegnato che colui che comanda diventi come colui che serve. O, se uno vuole essere il primo, sia il servitore di tutti. Gesù capovolge i valori della mondanità, del mondo. E questa voglia di potere non è la strada per diventare un servo del Signore, anzi: è un ostacolo, uno di questi ostacoli che abbiamo pregato il Signore di allontanare da noi”.

No alla slealtà di chi vuole servire Dio e il denaro
L’altro ostacolo, prosegue Francesco, succede “anche nella vita della Chiesa”, è “la slealtà”. Questo, è il suo avvertimento, avviene “quando qualcuno vuol servire il Signore ma anche serve altre cose che non sono il Signore”:

“Il Signore ci ha detto che nessun servo può avere due padroni. O serve Dio o serve il denaro. Gesù ce lo ha detto. E questo è un ostacolo: la slealtà. Che non è lo stesso di essere peccatore. Tutti siamo peccatori, e ci pentiamo di questo. Ma essere sleali è fare il doppio gioco, no? Giocare a destra e a sinistra, giocare a Dio e anche giocare al mondo, no? E questo è un ostacolo. Quello che ha voglia di potere e quello che è sleale, difficilmente può servire, diventare servo libero del Signore”.

Questi ostacoli, la voglia di potere, la slealtà, riprende Francesco, “tolgono la pace e ti portano a quel prurito del cuore di non essere in pace, sempre ansioso”. E questo, ribadisce, “ci porta a vivere in quella tensione della vanità mondana, vivere per apparire”.

Il servizio di Dio è libero, lo serviamo come figli non come schiavi
Quanta gente, è il suo rammarico “vive soltanto per essere in vetrina, per apparire, perché dicano: ‘Ah, che buono che è …’, per la fama. Fama mondana”. E così, è il suo ammonimento, “non si può servire il Signore”. Per questo, soggiunge, “chiediamo al Signore di togliere gli ostacoli perché nella serenità, sia del corpo sia dello spirito” possiamo “dedicarci liberamente al suo servizio”:

“Il servizio di Dio è libero: noi siamo figli, non schiavi. E servire Dio in pace, con serenità, quando Lui stesso ha tolto da noi gli ostacoli che tolgono la pace e la serenità, è servirlo con libertà. E quando noi serviamo il Signore con libertà, sentiamo quella pace più profonda ancora, no?, della voce del Signore: ‘Ah, vieni, vieni, vieni, servo buono e fedele’. E tutti vogliamo servire il Signore con bontà e fedeltà, ma abbiamo bisogno della sua grazia: da soli, non possiamo. E per questo, chiedere sempre questa grazia, che sia Lui a togliere questi ostacoli, che sia Lui a darci questa serenità, questa pace del cuore per servirlo liberamente, non come schiavi: come figli”.

“La libertà nel servizio”. Francesco evidenzia così che anche quando il nostro servizio è libero, dobbiamo ripetere che “siamo servi inutili” consapevoli che da soli non possiamo fare nulla. “Soltanto – afferma – dobbiamo chiedere e fare spazio perché Lui faccia in noi e Lui ci trasformi in servi liberi, in figli, non in schiavi”. “Che il Signore – è l’invocazione del Papa – ci aiuti ad aprire il cuore e a lasciare lavorare lo Spirito Santo, perché tolga da noi questi ostacoli, soprattutto la voglia di potere che fa tanto male, e la slealtà, la doppia faccia” di “voler servire Dio e il mondo”. “E così – ha concluso – ci dia questa serenità, questa pace per poterlo servire come figlio libero che alla fine, con tanto amore, Gli dice: ‘Padre, grazie, ma Tu sai: sono un servo inutile’.

(Da Radio Vaticana)

 

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“Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio”»

2016-10-28 L’Osservatore Romano

Gesù continua a pregare per ogni uomo: è questo «il fondamento della Chiesa» e anche la chiave per comprenderne la missione e il mistero. Lo ha affermato Francesco nella messa celebrata venerdì mattina, 28 ottobre, nella cappella della Casa Santa Marta.

Paul Gauguin, «Cristo nell’orto degli ulivi» (1889)

«Cosa è la Chiesa?»: precisamente a questa domanda rispondono «le due letture della liturgia della parola di oggi» che «sono un annuncio, anche una catechesi sulla Chiesa», ha spiegato il Papa riferendosi alla lettera agli Efesini (2, 19-22) e al passo evangelico di Luca (6, 12-19). Infatti «Paolo ci fa capire che noi siamo concittadini dei santi — la Chiesa ci dà questa cittadinanza — e che siamo tutti in una costruzione ben ordinata per essere tempio santo del Signore: edificati insieme sul fondamento degli apostoli, dei profeti; e la pietra d’angolo, è lo stesso Gesù». Egli «è il fondamento della Chiesa», ricorda Paolo.

«Nel Vangelo di Luca — ha proseguito il Pontefice — abbiamo visto la Chiesa in attività, in azione: Gesù che prega, che sceglie gli apostoli, che dà il nome a ognuno, che guarisce l’anima e il corpo e che era fra i discepoli, e anche tutta quella folla che cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti». Proprio «questo è la Chiesa, quello che Paolo ci insegna è questo in azione». L’apostolo afferma che «la pietra d’angolo è lo stesso Gesù»; e difatti «senza Gesù non c’è Chiesa: lui è il fondamento della Chiesa».

Francesco ha fatto notare che «il Vangelo incomincia con una cosa che ci fa riflettere: “Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio”». E «poi viene tutto l’altro: la gente, la scelta dei discepoli, le guarigioni, scaccia i demoni». Dunque «la pietra d’angolo è Gesù, sì: ma Gesù che prega». E «Gesù prega: ha pregato e continua a pregare per la Chiesa». Dunque «la pietra d’angolo della Chiesa è il Signore davanti al Padre che intercede per noi, che prega per noi: noi preghiamo lui, ma il fondamento è lui che prega per noi».

«Gesù sempre ha pregato per i suoi» ha affermato il Pontefice. «Nell’ultima cena — ha ricordato — ha pregato per i discepoli e chiedeva al Padre: “custodisci questi nella verità, accompagnali e non solo prego per questi, ma anche per quelli che verranno”». Inoltre, ha spiegato il Papa, «Gesù prega prima di fare qualche miracolo: pensiamo alla risurrezione di Lazzaro» quando «prega il Padre: “Grazie, Padre”».

Anche «sul monte degli Ulivi Gesù prega; sulla croce, finisce pregando: la sua vita finì in preghiera». E «questa è la nostra sicurezza, questo è il nostro fondamento, questa è la nostra pietra d’angolo: Gesù che prega per noi, Gesù che prega per me». Perciò «ognuno di noi può dire: “sono sicuro, sono sicura che Gesù prega per me, è davanti al Padre e mi nomina”». Ecco, dunque, «la pietra d’angolo della Chiesa: Gesù in preghiera».

In questa prospettiva Francesco ha riproposto il passo evangelico, «prima della Passione, quando Gesù si rivolge a Pietro con quell’avvertimento che è come l’eco del primo capitolo del libro di Giobbe: “Pietro, Pietro, Satana ha ottenuto il permesso di passarvi al vaglio come il grano, ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede». Ed «è bello» pensare — ha affermato il Papa — che le parole che Gesù dice a Pietro «le dice a te, a me e a tutti: “Io ho pregato per te, io prego per te, io adesso sto pregando per te”». E «quando viene sull’altare, lui viene a intercedere, a pregare per noi, come sulla croce». Questo «ci dà una grande sicurezza: io appartengo a questa comunità, salda perché ha come pietra d’angolo Gesù, ma Gesù che prega per me, che prega per noi».

In conclusione Francesco ha invitato a «riflettere su questo mistero della Chiesa: siamo tutti come una costruzione, ma il fondamento è Gesù, è Gesù che prega per noi. è Gesù che prega per me».

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La Pietra scartata dai costruttori è diventata Testata d’angolo!

2016-10-28 L’Osservatore Romano

Gesù continua a pregare per ogni uomo: è questo «il fondamento della Chiesa» e anche la chiave per comprenderne la missione e il mistero. Lo ha affermato Francesco nella messa celebrata venerdì mattina, 28 ottobre, nella cappella della Casa Santa Marta.

«Cosa è la Chiesa?»: precisamente a questa domanda rispondono «le due letture della liturgia della parola di oggi» che «sono un annuncio, anche una catechesi sulla Chiesa», ha spiegato il Papa riferendosi alla lettera agli Efesini (2, 19-22) e al passo evangelico di Luca (6, 12-19). Infatti «Paolo ci fa capire che noi siamo concittadini dei santi — la Chiesa ci dà questa cittadinanza — e che siamo tutti in una costruzione ben ordinata per essere tempio santo del Signore: edificati insieme sul fondamento degli apostoli, dei profeti; e la pietra d’angolo, è lo stesso Gesù». Egli «è il fondamento della Chiesa», ricorda Paolo.

«Nel Vangelo di Luca — ha proseguito il Pontefice — abbiamo visto la Chiesa in attività, in azione: Gesù che prega, che sceglie gli apostoli, che dà il nome a ognuno, che guarisce l’anima e il corpo e che era fra i discepoli, e anche tutta quella folla che cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti». Proprio «questo è la Chiesa, quello che Paolo ci insegna è questo in azione». L’apostolo afferma che «la pietra d’angolo è lo stesso Gesù»; e difatti «senza Gesù non c’è Chiesa: lui è il fondamento della Chiesa».

Francesco ha fatto notare che «il Vangelo incomincia con una cosa che ci fa riflettere: “Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio”». E «poi viene tutto l’altro: la gente, la scelta dei discepoli, le guarigioni, scaccia i demoni». Dunque «la pietra d’angolo è Gesù, sì: ma Gesù che prega». E «Gesù prega: ha pregato e continua a pregare per la Chiesa». Dunque «la pietra d’angolo della Chiesa è il Signore davanti al Padre che intercede per noi, che prega per noi: noi preghiamo lui, ma il fondamento è lui che prega per noi».

«Gesù sempre ha pregato per i suoi» ha affermato il Pontefice. «Nell’ultima cena — ha ricordato — ha pregato per i discepoli e chiedeva al Padre: “custodisci questi nella verità, accompagnali e non solo prego per questi, ma anche per quelli che verranno”». Inoltre, ha spiegato il Papa, «Gesù prega prima di fare qualche miracolo: pensiamo alla risurrezione di Lazzaro» quando «prega il Padre: “Grazie, Padre”».

Anche «sul monte degli Ulivi Gesù prega; sulla croce, finisce pregando: la sua vita finì in preghiera». E «questa è la nostra sicurezza, questo è il nostro fondamento, questa è la nostra pietra d’angolo: Gesù che prega per noi, Gesù che prega per me». Perciò «ognuno di noi può dire: “sono sicuro, sono sicura che Gesù prega per me, è davanti al Padre e mi nomina”». Ecco, dunque, «la pietra d’angolo della Chiesa: Gesù in preghiera».

In questa prospettiva Francesco ha riproposto il passo evangelico, «prima della Passione, quando Gesù si rivolge a Pietro con quell’avvertimento che è come l’eco del primo capitolo del libro di Giobbe: “Pietro, Pietro, Satana ha ottenuto il permesso di passarvi al vaglio come il grano, ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede». Ed «è bello» pensare — ha affermato il Papa — che le parole che Gesù dice a Pietro «le dice a te, a me e a tutti: “Io ho pregato per te, io prego per te, io adesso sto pregando per te”». E «quando viene sull’altare, lui viene a intercedere, a pregare per noi, come sulla croce». Questo «ci dà una grande sicurezza: io appartengo a questa comunità, salda perché ha come pietra d’angolo Gesù, ma Gesù che prega per me, che prega per noi».

In conclusione Francesco ha invitato a «riflettere su questo mistero della Chiesa: siamo tutti come una costruzione, ma il fondamento è Gesù, è Gesù che prega per noi. è Gesù che prega per me».

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La nostra vita è una vita intera o a metà?

2016-10-06 L’Osservatore Romano

La nostra «è una vita a metà»? Una vita che ignora la forza dello Spirito Santo? O siamo capaci aprirci a questo «grande dono del Padre»? Sono le domande sollevate da Papa Francesco nel corso della messa celebrata a Santa Marta giovedì 6 ottobre. Filo conduttore è stata, infatti, una riflessione sullo Spirito Santo suggerita dalle letture del giorno: il passo della lettera ai Galati (3, 1-5), dove nelle parole di san Paolo si incontra una «discussione teologica» dedicata allo Spirito, che è «difficile da seguire»; e il brano del Vangelo di Luca (11, 5-13), nel quale s’incontra quella che il Pontefice ha definito una «sorpresa»: una parabola, nella quale Gesù «parla della preghiera e alla fine dice: Chiedete e vi sarà dato. Vi sarà dato lo Spirito, lo Spirito Santo come grande dono».

Jean Sader,  «Pentecoste»

Proprio da qui è scaturita la prima indicazione di Francesco, che ha voluto sottolineare come lo Spirito Santo sia «la promessa di Gesù» nell’Ultima cena e il «gran dono del Padre», come si legge nella parabola: «Il vostro Padre vi darà lo Spirito». Uno Spirito che è «anche la forza della Chiesa». Non a caso, ha fatto notare il Papa, «quando ancora lo Spirito non era venuto e Gesù era asceso al cielo, erano tutti rinchiusi, nel Cenacolo; un po’ di paura avevano e non sapevano cosa fare». Invece, «dal momento in cui viene lo Spirito, la Chiesa si apre, esce, va avanti e la parola del Signore arriva sino ai confini della terra».

Perciò, ha detto il Pontefice concludendo questo primo ragionamento, lo Spirito Santo è «il protagonista della Chiesa», è «il protagonista di questo andare avanti della Chiesa»: senza di lui c’è «chiusura, paura», con lui c’è «coraggio».

Nel passaggio successivo della meditazione si è aggiunta la provocazione per ogni cristiano: «Com’è il nostro atteggiamento con lo Spirito, come noi viviamo con lo Spirito»?

Il Papa ha ipotizzato tre possibili risposte. La prima richiama l’atteggiamento che era dei Galati a cui parlava san Paolo. «È vero — ha detto il Pontefice — che tutti noi abbiamo ricevuto la legge, ma dopo la legge il Signore ci giustifica con la grazia, con suo figlio morto e risorto». Ci è stato dato, cioè, «qualcosa di più della legge», ovvero Gesù «che dà senso alla legge». Eppure quei Galati, anche se avevano creduto in Gesù crocifisso, «poi hanno sentito alcuni teologi che dicevano loro: “No, no! La legge è la legge! Quello che ti giustifica è la legge”». E così «lasciavano Gesù Cristo da parte». In pratica, erano «troppo rigidi» e «per loro quello che contava di più era la legge: si deve fare questo, si deve fare quest’altro…». Sono lo stesso tipo di persone che attaccavano Gesù e che egli definiva «ipocriti».

Cosa accade in chi ragiona in questo modo? «Questo attaccamento alla legge fa ignorare lo Spirito Santo» e non lascia «che la forza della redenzione di Cristo proceda per opera dello Spirito». Ora, ha specificato il Pontefice, è vero che «ci sono i comandamenti e noi dobbiamo seguire i comandamenti», ma sempre a partire «dalla grazia di questo dono grande che ci ha dato il Padre». Solo così si capisce davvero la legge, e non riducendo «lo Spirito e il Figlio alla Legge».

Proprio questo, ha spiegato il Papa, «era il problema di questa gente: ignoravano lo Spirito Santo e non sapevano andare avanti. Erano chiusi, chiusi nelle prescrizioni: si deve fare questo, si deve fare quell’altro». Ed è la stessa tentazione nella quale può cadere ogni cristiano: quella di «ignorare lo Spirito Santo».

C’è poi, ha continuato Francesco, un secondo atteggiamento, ed è quello che porta a «rattristare» lo Spirito Santo. In questo senso «Paolo agli Efesini dice: “Per favore, non rattristate lo Spirito Santo!”». Ma quand’è che accade questo? Quando, ha affermato il Papa, «non lasciamo che lui ci ispiri, ci porti avanti nella vita cristiana; quando diciamo: “Sì, sì, c’è lo Spirito che dà senso alla mia vita”, ma non lasciamo che lui ci dica – e non con la teologia della legge, ma con la libertà dello Spirito – cosa dobbiamo fare». Accade allora che «non sappiamo con quale ispirazione facciamo le cose e diventiamo tiepidi». In definitiva, questa è «la mediocrità cristiana», che si verifica quando si impedisce allo Spirito di realizzare «la grande opera in noi».

Quindi, il primo atteggiamento è quello di «ignorare lo Spirito Santo». È quello dei dottori della legge che, ha sottolineato il Pontefice, «incantano con le idee, perché le ideologie incantano». San Paolo chiede infatti: «Stolti Galati, chi vi ha incantati?». Ma è un richiamo che vale anche per tutti coloro che si fanno abbindolare da «quelli che predicano con ideologie» e lasciano intendere che per loro è tutto chiaro. Invece, ha spiegato Francesco, se è vero che la rivelazione di Dio «è chiarissima», è anche vero che «dobbiamo trovarla in cammino»; e «quelli che credono» di avere «tutta la verità in mano sono ignoranti».

In secondo luogo, si corre il rischio di rattristare lo Spirito Santo. Infine c’è «il terzo atteggiamento», ed è quello di «aprirsi allo Spirito Santo e lasciare che lo Spirito ci porti avanti». È quanto è accaduto agli apostoli che nel giorno di Pentecoste «hanno perso la paura e si sono aperti allo Spirito Santo». È proprio questo che viene sottolineato anche dal canto al Vangelo della liturgia del giorno: «Apri, Signore, il nostro cuore e accoglieremo le parole di tuo Figlio». Ha spiegato il Papa: «Per capire, per accogliere le parole di Gesù è necessario aprirsi alla forza dello Spirito Santo. E quando un uomo, una donna, si apre allo Spirito Santo, è come una barca a vela che si lascia trascinare dal vento e va avanti, avanti, avanti e non si ferma più».

Per vivere in pieno questa realtà, ha suggerito Francesco, occorre pregare. È infatti quanto si legge anche nella parabola evangelica, dove l’uomo chiede con insistenza: «Dammi il pane. Apri la porta, dammi del pane». E Gesù ricorda: «Come voi siete capaci di dare cose buone ai vostri figli, il vostro Padre non vi darà lo Spirito, il gran dono, la grande cosa buona».

Il Pontefice ha quindi concluso la meditazione suggerendo a ognuno di confrontarsi con alcuni quesiti: «io ignoro lo Spirito Santo?»; «la mia vita è una vita a metà, tiepida, che rattrista lo Spirito Santo e non lascia in me la forza di andare avanti», oppure «è una preghiera continua per aprirsi allo Spirito Santo, perché lui mi porti avanti con la gioia del Vangelo e mi faccia capire la dottrina di Gesù, la vera dottrina, quella che non incanta, quella che non ci fa stolti, ma la vera» che insegna «la strada della salvezza?».

siamo tutti come una costruzione, ma il fondamento è Gesù, è Gesù che prega per noi. è Gesù che prega per me

2016-10-28 L’Osservatore Romano

Gesù continua a pregare per ogni uomo: è questo «il fondamento della Chiesa» e anche la chiave per comprenderne la missione e il mistero. Lo ha affermato Francesco nella messa celebrata venerdì mattina, 28 ottobre, nella cappella della Casa Santa Marta.

Paul Gauguin, «Cristo nell’orto degli ulivi» (1889)

«Cosa è la Chiesa?»: precisamente a questa domanda rispondono «le due letture della liturgia della parola di oggi» che «sono un annuncio, anche una catechesi sulla Chiesa», ha spiegato il Papa riferendosi alla lettera agli Efesini (2, 19-22) e al passo evangelico di Luca (6, 12-19). Infatti «Paolo ci fa capire che noi siamo concittadini dei santi — la Chiesa ci dà questa cittadinanza — e che siamo tutti in una costruzione ben ordinata per essere tempio santo del Signore: edificati insieme sul fondamento degli apostoli, dei profeti; e la pietra d’angolo, è lo stesso Gesù». Egli «è il fondamento della Chiesa», ricorda Paolo.

«Nel Vangelo di Luca — ha proseguito il Pontefice — abbiamo visto la Chiesa in attività, in azione: Gesù che prega, che sceglie gli apostoli, che dà il nome a ognuno, che guarisce l’anima e il corpo e che era fra i discepoli, e anche tutta quella folla che cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti». Proprio «questo è la Chiesa, quello che Paolo ci insegna è questo in azione». L’apostolo afferma che «la pietra d’angolo è lo stesso Gesù»; e difatti «senza Gesù non c’è Chiesa: lui è il fondamento della Chiesa».

Francesco ha fatto notare che «il Vangelo incomincia con una cosa che ci fa riflettere: “Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio”». E «poi viene tutto l’altro: la gente, la scelta dei discepoli, le guarigioni, scaccia i demoni». Dunque «la pietra d’angolo è Gesù, sì: ma Gesù che prega». E «Gesù prega: ha pregato e continua a pregare per la Chiesa». Dunque «la pietra d’angolo della Chiesa è il Signore davanti al Padre che intercede per noi, che prega per noi: noi preghiamo lui, ma il fondamento è lui che prega per noi».

«Gesù sempre ha pregato per i suoi» ha affermato il Pontefice. «Nell’ultima cena — ha ricordato — ha pregato per i discepoli e chiedeva al Padre: “custodisci questi nella verità, accompagnali e non solo prego per questi, ma anche per quelli che verranno”». Inoltre, ha spiegato il Papa, «Gesù prega prima di fare qualche miracolo: pensiamo alla risurrezione di Lazzaro» quando «prega il Padre: “Grazie, Padre”».

Anche «sul monte degli Ulivi Gesù prega; sulla croce, finisce pregando: la sua vita finì in preghiera». E «questa è la nostra sicurezza, questo è il nostro fondamento, questa è la nostra pietra d’angolo: Gesù che prega per noi, Gesù che prega per me». Perciò «ognuno di noi può dire: “sono sicuro, sono sicura che Gesù prega per me, è davanti al Padre e mi nomina”». Ecco, dunque, «la pietra d’angolo della Chiesa: Gesù in preghiera».

In questa prospettiva Francesco ha riproposto il passo evangelico, «prima della Passione, quando Gesù si rivolge a Pietro con quell’avvertimento che è come l’eco del primo capitolo del libro di Giobbe: “Pietro, Pietro, Satana ha ottenuto il permesso di passarvi al vaglio come il grano, ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede». Ed «è bello» pensare — ha affermato il Papa — che le parole che Gesù dice a Pietro «le dice a te, a me e a tutti: “Io ho pregato per te, io prego per te, io adesso sto pregando per te”». E «quando viene sull’altare, lui viene a intercedere, a pregare per noi, come sulla croce». Questo «ci dà una grande sicurezza: io appartengo a questa comunità, salda perché ha come pietra d’angolo Gesù, ma Gesù che prega per me, che prega per noi».

In conclusione Francesco ha invitato a «riflettere su questo mistero della Chiesa: siamo tutti come una costruzione, ma il fondamento è Gesù, è Gesù che prega per noi. è Gesù che prega per me».

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Il Cristiano è uno che,nella sua vita di ogni giorno,sta sempre in Cammino per fare il Bene

2016-10-13 Radio Vaticana

I cristiani sentano sempre il bisogno di essere perdonati e siano in cammino verso l’incontro con Dio. E’ quanto affermato da Papa Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Pontefice ha tracciato un ritratto del buon cristiano che, ha detto, deve sempre sentire su di sé la benedizione del Signore e andare avanti per fare il bene. Il servizio di Alessandro Gisotti:

“Il cristiano è benedetto dal Padre, da Dio”. Papa Francesco ha svolto la sua omelia muovendo dal passo della Lettera di Paolo agli Efesini, contenuto nella Prima Lettura di oggi. Quindi, si è soffermato su quali siano i “tratti di questa benedizione” per un cristiano. Innanzitutto, ha osservato, “il cristiano è una persona scelta”.

Il Padre ci ha scelti uno ad uno, ci vuole bene e ci ha dato un nome
Dio ci chiama uno ad uno, “non come una moltitudine oceanica”. Noi, ha ribadito, siamo stati scelti, aspettati dal Padre:

“Pensiamo ad una coppia, quando aspetta un bambino: ‘Come sarà? E come sarà il suo sorriso? E come parlerà?’ Ma io oso dire che anche noi, ognuno di noi, è stato sognato dal Padre come un papà e una mamma sognano il figlio che aspettano. E questo ti dà una sicurezza grande. Il Padre ha voluto te, non la massa di gente, no: te, te, te. Ognuno di noi. E’ il fondamento, è la base del nostro rapporto con Dio. Noi parliamo ad un Padre che ci vuole bene, che ci ha scelti, che ci ha dato un nome”.

Si capisce, ha detto ancora, quando un cristiano “non si sente scelto dal Padre”. Quando invece si sente di appartenere ad una comunità, rileva il Papa, “è come un tifoso di una squadra di calcio”. “Il tifoso – ha commentato – sceglie la squadra e appartiene alla squadra di calcio”.

Il vero cristiano sente sempre di aver bisogno del perdono di Dio
Il cristiano, dunque, “è uno scelto, è un sognato da Dio”. E quando viviamo così, ha soggiunto, “sentiamo nel cuore una grande consolazione”, non ci sentiamo “abbandonati”, non ci viene detto “arrangiati come puoi”. Il secondo tratto della benedizione del cristiano è il sentirsi perdonati. “Un uomo o una donna che non si sente perdonato”, ha ammonito, non è pienamente “cristiano”:

“Tutti noi siamo stati perdonati col prezzo del sangue di Cristo. Ma di che cosa io sono stato perdonato? Ma fa un po’ di memoria e ricorda un po’ le cose brutte che tu hai fatto, non quelle che ha fatto il tuo amico, il tuo vicino, la tua vicina: le tue. ‘Che cosa brutta io ho fatto nella vita?’ Il Signore ha perdonato queste cose. Ecco, sono benedetto, sono cristiano. Cioè, primo tratto: sono scelto, sognato da Dio, con un nome che Dio mi ha dato, amato da Dio. Secondo tratto: perdonato da Dio”.

Il cristiano non è mai fermo, ma sempre in cammino per fare il bene
Terzo tratto, ha proseguito Francesco: il cristiano “è un uomo e una donna in cammino verso la pienezza, verso l’incontro col Cristo che ci ha redento”:

“Non si può capire un cristiano fermo. Il cristiano sempre deve andare avanti, deve camminare. Il cristiano fermo è quell’uomo che aveva ricevuto il talento e per paura della vita, per paura di perderlo, per paura del padrone, per paura o per comodità, ha sotterrato e lascia lì il talento, e lui è tranquillo e passa la vita senza andare. Il cristiano è un uomo in cammino, una donna in cammino, che fa sempre il bene, che cerca di fare il bene, di andare avanti”.

Questa, ha sintetizzato, è l’identità cristiana: “benedetti, perché scelti, perché perdonati e perché in cammino”. Noi, ha concluso, “non siamo anonimi, noi non siamo superbi”, tanto da non avere “bisogno del perdono”. Ancora, noi “non siamo fermi”. “Che il Signore – è stata la sua invocazione – ci accompagni con questa grazia della benedizione che ci ha dato, cioè la benedizione della nostra identità cristiana”.

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La nostra vita è una vita a metà, se ignora la Forza dello Spirito Santo

2016-10-06 L’Osservatore Romano

La nostra «è una vita a metà»? Una vita che ignora la forza dello Spirito Santo? O siamo capaci aprirci a questo «grande dono del Padre»? Sono le domande sollevate da Papa Francesco nel corso della messa celebrata a Santa Marta giovedì 6 ottobre. Filo conduttore è stata, infatti, una riflessione sullo Spirito Santo suggerita dalle letture del giorno: il passo della lettera ai Galati (3, 1-5), dove nelle parole di san Paolo si incontra una «discussione teologica» dedicata allo Spirito, che è «difficile da seguire»; e il brano del Vangelo di Luca (11, 5-13), nel quale s’incontra quella che il Pontefice ha definito una «sorpresa»: una parabola, nella quale Gesù «parla della preghiera e alla fine dice: Chiedete e vi sarà dato. Vi sarà dato lo Spirito, lo Spirito Santo come grande dono».

Jean Sader,  «Pentecoste»

Proprio da qui è scaturita la prima indicazione di Francesco, che ha voluto sottolineare come lo Spirito Santo sia «la promessa di Gesù» nell’Ultima cena e il «gran dono del Padre», come si legge nella parabola: «Il vostro Padre vi darà lo Spirito». Uno Spirito che è «anche la forza della Chiesa». Non a caso, ha fatto notare il Papa, «quando ancora lo Spirito non era venuto e Gesù era asceso al cielo, erano tutti rinchiusi, nel Cenacolo; un po’ di paura avevano e non sapevano cosa fare». Invece, «dal momento in cui viene lo Spirito, la Chiesa si apre, esce, va avanti e la parola del Signore arriva sino ai confini della terra».

Perciò, ha detto il Pontefice concludendo questo primo ragionamento, lo Spirito Santo è «il protagonista della Chiesa», è «il protagonista di questo andare avanti della Chiesa»: senza di lui c’è «chiusura, paura», con lui c’è «coraggio».

Nel passaggio successivo della meditazione si è aggiunta la provocazione per ogni cristiano: «Com’è il nostro atteggiamento con lo Spirito, come noi viviamo con lo Spirito»?

Il Papa ha ipotizzato tre possibili risposte. La prima richiama l’atteggiamento che era dei Galati a cui parlava san Paolo. «È vero — ha detto il Pontefice — che tutti noi abbiamo ricevuto la legge, ma dopo la legge il Signore ci giustifica con la grazia, con suo figlio morto e risorto». Ci è stato dato, cioè, «qualcosa di più della legge», ovvero Gesù «che dà senso alla legge». Eppure quei Galati, anche se avevano creduto in Gesù crocifisso, «poi hanno sentito alcuni teologi che dicevano loro: “No, no! La legge è la legge! Quello che ti giustifica è la legge”». E così «lasciavano Gesù Cristo da parte». In pratica, erano «troppo rigidi» e «per loro quello che contava di più era la legge: si deve fare questo, si deve fare quest’altro…». Sono lo stesso tipo di persone che attaccavano Gesù e che egli definiva «ipocriti».

Cosa accade in chi ragiona in questo modo? «Questo attaccamento alla legge fa ignorare lo Spirito Santo» e non lascia «che la forza della redenzione di Cristo proceda per opera dello Spirito». Ora, ha specificato il Pontefice, è vero che «ci sono i comandamenti e noi dobbiamo seguire i comandamenti», ma sempre a partire «dalla grazia di questo dono grande che ci ha dato il Padre». Solo così si capisce davvero la legge, e non riducendo «lo Spirito e il Figlio alla Legge».

Proprio questo, ha spiegato il Papa, «era il problema di questa gente: ignoravano lo Spirito Santo e non sapevano andare avanti. Erano chiusi, chiusi nelle prescrizioni: si deve fare questo, si deve fare quell’altro». Ed è la stessa tentazione nella quale può cadere ogni cristiano: quella di «ignorare lo Spirito Santo».

C’è poi, ha continuato Francesco, un secondo atteggiamento, ed è quello che porta a «rattristare» lo Spirito Santo. In questo senso «Paolo agli Efesini dice: “Per favore, non rattristate lo Spirito Santo!”». Ma quand’è che accade questo? Quando, ha affermato il Papa, «non lasciamo che lui ci ispiri, ci porti avanti nella vita cristiana; quando diciamo: “Sì, sì, c’è lo Spirito che dà senso alla mia vita”, ma non lasciamo che lui ci dica – e non con la teologia della legge, ma con la libertà dello Spirito – cosa dobbiamo fare». Accade allora che «non sappiamo con quale ispirazione facciamo le cose e diventiamo tiepidi». In definitiva, questa è «la mediocrità cristiana», che si verifica quando si impedisce allo Spirito di realizzare «la grande opera in noi».

Quindi, il primo atteggiamento è quello di «ignorare lo Spirito Santo». È quello dei dottori della legge che, ha sottolineato il Pontefice, «incantano con le idee, perché le ideologie incantano». San Paolo chiede infatti: «Stolti Galati, chi vi ha incantati?». Ma è un richiamo che vale anche per tutti coloro che si fanno abbindolare da «quelli che predicano con ideologie» e lasciano intendere che per loro è tutto chiaro. Invece, ha spiegato Francesco, se è vero che la rivelazione di Dio «è chiarissima», è anche vero che «dobbiamo trovarla in cammino»; e «quelli che credono» di avere «tutta la verità in mano sono ignoranti».

In secondo luogo, si corre il rischio di rattristare lo Spirito Santo. Infine c’è «il terzo atteggiamento», ed è quello di «aprirsi allo Spirito Santo e lasciare che lo Spirito ci porti avanti». È quanto è accaduto agli apostoli che nel giorno di Pentecoste «hanno perso la paura e si sono aperti allo Spirito Santo». È proprio questo che viene sottolineato anche dal canto al Vangelo della liturgia del giorno: «Apri, Signore, il nostro cuore e accoglieremo le parole di tuo Figlio». Ha spiegato il Papa: «Per capire, per accogliere le parole di Gesù è necessario aprirsi alla forza dello Spirito Santo. E quando un uomo, una donna, si apre allo Spirito Santo, è come una barca a vela che si lascia trascinare dal vento e va avanti, avanti, avanti e non si ferma più».

Per vivere in pieno questa realtà, ha suggerito Francesco, occorre pregare. È infatti quanto si legge anche nella parabola evangelica, dove l’uomo chiede con insistenza: «Dammi il pane. Apri la porta, dammi del pane». E Gesù ricorda: «Come voi siete capaci di dare cose buone ai vostri figli, il vostro Padre non vi darà lo Spirito, il gran dono, la grande cosa buona».

Il Pontefice ha quindi concluso la meditazione suggerendo a ognuno di confrontarsi con alcuni quesiti: «io ignoro lo Spirito Santo?»; «la mia vita è una vita a metà, tiepida, che rattrista lo Spirito Santo e non lascia in me la forza di andare avanti», oppure «è una preghiera continua per aprirsi allo Spirito Santo, perché lui mi porti avanti con la gioia del Vangelo e mi faccia capire la dottrina di Gesù, la vera dottrina, quella che non incanta, quella che non ci fa stolti, ma la vera» che insegna «la strada della salvezza?».

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La vergogna della guerra

2016-09-20 L’Osservatore Romano

«Oggi, uomini e donne di tutte le religioni, ci recheremo ad Assisi non per fare uno spettacolo: semplicemente per pregare e pregare per la pace». Prima di partire per la città di san Francesco, il Papa ha voluto riaffermare il senso del pellegrinaggio, celebrando la messa martedì mattina, 20 settembre, nella cappella della Casa Santa Marta. «Ho scritto una lettera a tutti i vescovi del mondo — ha affermato — perché nella loro diocesi si facciano oggi raduni di preghiera, invitando i cattolici, i cristiani, i credenti e tutti gli uomini e le donne di buona volontà, di qualsiasi religione, a pregare per la pace».

Così «oggi il mondo avrà il suo centro ad Assisi, ma sarà tutto il mondo a pregare per la pace» ha detto il Pontefice, che non ha mancato di suggerire a tutti di dedicare «un po’ di tempo, a casa vostra», prendendo «la Bibbia o il rosario», per pregare «per la pace, perché il mondo è in guerra, il mondo soffre». Questa guerra, ha spiegato Francesco, «noi non la vediamo: si avvicina a noi qualche atto di terrorismo, ci spaventiamo» ed «è brutto, questo è molto brutto». Ma «questo non ha niente a che fare con quello che succede in quei Paesi, in quelle terre dove giorno e notte le bombe cadono e cadono, cadono, e uccidono bambini, anziani, uomini, donne: tutto!».

«Dio, Padre di tutti, di cristiani e di non cristiani — Padre di tutti — vuole la pace» ha affermato il Papa, aggiungendo: «Siamo noi, gli uomini, sotto la tentazione del maligno, che facciamo le guerre per guadagnare soldi, per prendere più territorio». Oggi, ha proseguito, «nel mondo si soffre tanto per la guerra e tante volte possiamo dire: “Grazie a Dio, a noi non tocca!”». Ed è bene che «ringraziamo — ha aggiunto — ma pensiamo anche agli altri», a tutti coloro che invece sono colpiti dalla guerra.

Facendo riferimento alla prima lettura proposta dalla liturgia — tratta dal libro dei Proverbi (21, 1-6.10-13) — Francesco ne ha rilanciato in particolare l’espressione conclusiva: «Chi chiude l’orecchio al grido del povero, invocherà a sua volta e non otterrà risposta». E così, ha spiegato, «se noi oggi chiudiamo l’orecchio al grido di questa gente che soffre sotto le bombe, che soffre lo sfruttamento dei trafficanti di armi, può darsi che quando toccherà a noi non otterremo risposte».

In questa prospettiva il Papa ha rilanciato il suo appello: «Non possiamo chiudere l’orecchio al grido di dolore di questi fratelli e sorelle nostri che soffrono per la guerra». E ha messo anche in guardia dall’idea che si tratti di discorsi che non ci riguardano: «La guerra è lontana? No, è vicinissima!» ha affermato. «Perché la guerra — ha spiegato — tocca tutti, anche la guerra incomincia nel cuore: per questo dobbiamo pregare oggi per la pace», chiedendo «che il Signore ci dia pace nel cuore, ci tolga ogni voglia di avidità, di cupidigia, di lotta».

«Pace, pace!» è il grido che il Papa ha voluto ripetere. Con l’auspicio «che il nostro cuore sia un cuore di uomo o di donna di pace», pronto ad andare «oltre le divisioni delle religioni — tutti, tutti, tutti! — perché tutti siamo figli di Dio». E «Dio è Dio di pace, non esiste un dio di guerra: quello che fa la guerra è il maligno, è il diavolo, che vuole uccidere tutti».

Il Pontefice ha invitato espressamente a pensare «oggi non solo alle bombe, ai morti, ai feriti, ma anche alla gente — bambini e anziani — alla quale non può arrivare l’aiuto umanitario per mangiare; non possono arrivare le medicine». E «sono affamati, ammalati perché le bombe impediscono» loro di avere il cibo e le cure necessarie. E «mentre noi oggi preghiamo, sarebbe bello che ognuno di noi senta vergogna che gli umani, i nostri fratelli, siano capaci di fare questo».

Oggi dunque, ha rilanciato Francesco, deve essere veramente una «giornata di preghiera, di penitenza, di pianto per la pace; una giornata per sentire il grido del povero». Questo grido «che ci apre il cuore alla misericordia, all’amore e ci salva dall’egoismo». In conclusione il Papa ha voluto ringraziare coloro che risponderanno al suo invito «per tutto quello che farete per questo giorno di preghiera e di penitenza per la pace».

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L’evangelizzazione si fa con la testimonianza e poi con la parola

2016-09-09 L’Osservatore Romano

L’evangelizzazione si fa con la testimonianza e poi con la parola, stando ben attenti a non cadere nella tentazione di ridursi a funzionari che passeggiate o fanno proselitismo. Rilanciando «lo stile» evangelizzatore di san Paolo, il suo «farsi tutto a tutti» senza cercare il vanto personale, nella messa celebrata venerdì mattina, 9 settembre, nella cappella della Casa Santa Marta, Papa Francesco ha voluto anche riproporre la figura di san Pietro Claver, gesuita missionario tra i deportati.

«L’apostolo Paolo spiega ai cristiani di Corinto cosa è evangelizzare», ha subito affermato il Pontefice riferendosi alla prima lettura proposta dalla liturgia odierna (1 Corinzi 9, 16-19.22-27). «Anche noi — ha spiegato — possiamo oggi riflettere su cosa significa evangelizzare, perché noi cristiani siamo chiamati a evangelizzare, a portare il Vangelo, che significa dare testimonianza di Gesù Cristo».

E Paolo, rivolgendosi appunto ai cristiani di Corinto, comincia così il suo ragionamento «Fratelli, cosa non è evangelizzare? Annunciare il Vangelo non è per me un vanto». Dunque, non ci si deve certo vantare «di andare a evangelizzare: vado a fare questo, vado a fare quell’altro», quasi che evangelizzare sia «fare una passeggiata». Sarebbe come «ridurre l’evangelizzazione a una funzione: io ho questa funzione». E «sto parlando — ha fatto notare il Papa — di cose che succedono in qualche parrocchia nel mondo, quando il parroco ha sempre la porta chiusa».

Può anche capitare, ha proseguito Francesco, di incontrare «laici che dicono “io faccio questa scuola di catechesi, faccio questo, questo, questo…”». Riducendo così quello «che loro chiamano evangelizzare a una funzione». Magari vantandosi dicendo: «io faccio questa funzione, sono un funzionario catechista, sono funzionario di questo, di quello, di quello… e poi continuo la mia vita».

Ma questo è proprio l’atteggiamento di chi si vanta, ha insistito il Papa, «è ridurre il Vangelo a una funzione o anche a un vanto: “io vado a evangelizzare e ho portato in Chiesa tanti”». Già, ha proseguito, «anche fare proselitismo è un vanto». Invece, «evangelizzare non è fare proselitismo». Di più: evangelizzare non è mai «fare la passeggiata; ridurre il Vangelo a una funzione; fare proselitismo».

Cosa significa davvero evangelizzare, ha spiegato il Pontefice, lo ripete efficacemente san Paolo: «Per me non è un vanto, per me è una necessità che mi si impone». Infatti, ha rilanciato il Papa riflettendo sulle espressione paoline, «un cristiano ha l’obbligo, ma con questa forza, come una necessità, di portare il nome di Gesù, ma dal proprio cuore». E ha scandito le chiare parole dell’apostolo: «Guai a me se non annuncio il Vangelo!».

Un’ammonizione — «guai a te!» — che raggiunge quel cattolico che pensa: «Vado a messa, faccio questo e poi niente di più». Invece, ha messo in guardia Francesco, «se tu dici che sei cattolico, che hai ricevuto il battesimo, che sei cresimato o cresimata, devi andare oltre e portare il nome di Gesù: è un obbligo!».

Le indicazioni concrete di Paolo, ha proseguito il Papa, portano a chiederci quale deve essere il nostro «stile dell’evangelizzazione». Insomma, «come posso essere sicuro di non fare la passeggiata, di non fare proselitismo e di non ridurre l’evangelizzazione a un funzionalismo? Come posso capire qual è lo stile giusto?».

La risposta la suggerisce sempre Paolo: «Lo stile è farsi tutto a tutti». Scrive infatti l’apostolo: «Mi sono fatto tutto per tutti». Significa, in sostanza, «andare e condividere la vita degli altri, accompagnare nel cammino della fede, far crescere nel cammino della fede».

In pratica, ha spiegato Francesco, si tratta di comportarci come quando «si accompagna un bambino, per esempio: quando vogliamo che un bambino impari a parlare, non prendiamo I promessi sposi e gli diciamo: “Parla, leggi questo e parla!”». Piuttosto gli insegnamo a dire anzitutto «Mamma e papà». E così facendo, ha proseguito il Pontefice, «noi ci facciamo come bambini perché il bambino cresca».

Ecco, ha rimarcato ancora il Papa, «con i fratelli dobbiamo fare lo stesso: stare alla condizione in cui è lui e se lui è ammalato, avvicinarmi, non ingombrarlo con argomenti; essere vicino, assisterlo, aiutarlo». Dunque, per rispondere alla domanda sullo stile da usare per annunciare il Vangelo, Francesco ha risposto che si evangelizza proprio «con questo atteggiamento di misericordia: farsi tutto a tutti», nella certezza che «è la testimonianza che porta la Parola».

E in questa prospettiva, il Papa ha voluto condividere anche una confidenza personale: «Quando ero in Polonia, a Cracovia, a pranzo con i giovani nella giornata mondiale della gioventù, un giovane mi ha domandato: “Padre, cosa devo dire a un amico che è bravo — è bravo! — ma è ateo, non crede: cosa devo dirgli perché creda?». Questa, ha proseguito Francesco, «è una bella domanda, tutti noi conosciamo gente allontanata dalla Chiesa: cosa dobbiamo dire loro?». In quella occasione, ha ricordato, la sua risposta alla domanda di quel giovane è stata: «Senti, l’ultima cosa che devi fare è dire qualcosa! Incomincia a fare e lui vedrà cosa tu fai e ti domanderà; e quando lui ti domanderà, tu di’».

Insomma, ha affermato, «evangelizzare è dare questa testimonianza: io vivo così, perché credo in Gesù Cristo; io risveglio in te la curiosità della domanda “ma perché fai queste cose?”». E la risposta del cristiano deve essere questa: «Perché credo in Gesù Cristo e annuncio Gesù Cristo e non solo con la Parola — si deve annunciarlo con la Parola — ma soprattutto con la vita». Dunque «farsi tutto a tutti, andare dove tu ti trovi, nello stato di anima in cui tu sei, nello stato di crescita nel quale tu sei».

Ecco cosa «è evangelizzare e anche questo si fa gratuitamente» ha spiegato il Papa. Lo scrive Paolo: «Qual è la mia ricompensa? Annunciare gratuitamente il Vangelo. Gratuitamente perché? Perché noi abbiamo ricevuto gratuitamente il Vangelo. La grazia, la salvezza non si compra e neppure si vende: è gratis! E gratis dobbiamo darla». Proprio «questa gratuità, questa testimonianza nell’annunciare Gesù Cristo — ha fatto presente Francesco — la vediamo in tanti uomini, donne, consacrate, consacrati, sacerdoti, vescovi, che si fanno tutto a tutti, gratuitamente».

Una gratuità che si ritrova in tutta la storia della Chiesa. «Oggi — ha infatti voluto ricordare il Papa — ricorre la memoria di san Pietro Claver, un missionario: è andato lontano ad annunciare il Vangelo. Forse lui pensava che il suo futuro sarebbe stato predicare: nel suo futuro il Signore gli ha chiesto di essere vicino, accanto agli scartati di quel tempo, agli schiavi, ai negri, che arrivavano lì, dall’Africa, per essere venduti». E quest’uomo «non ha fatto la passeggiata dicendo che evangelizzava; non ha ridotto l’evangelizzazione a un funzionalismo e neppure a un proselitismo». San Pietro Claver «ha annunciato Gesù Cristo con i gesti, parlando agli schiavi, vivendo con loro, vivendo come loro». E «come lui nella Chiesa ce ne sono tanti che annientano se stessi per annunciare Gesù Cristo».

Prima di riprendere la celebrazione, il Pontefice ha affermato che «anche tutti noi, fratelli e sorelle, abbiamo l’obbligo di evangelizzare, che non è bussare alla porta al vicino e alla vicina e dire: “Cristo è risorto!”». È anzitutto «vivere la fede, è parlarne con mitezza, con amore, senza voglia di convincere nessuno, ma gratuitamente». Perché evangelizzare «è dare gratis quello che Dio gratis ha dato a me».

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Nel Regno di Dio con mezzo euro in tasca

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Nel regno di Dio con mezzo euro in tasca

Giovedì, 13 novembre 2014

 

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.260, Ven. 14/11/2014)

C’è già il regno di Dio nella santità nascosta di tutti i giorni vissuta da quelle famiglie che arrivano a fine mese con in tasca mezzo euro soltanto. Ma non cedono alla tentazione di pensare che il regno di Dio sia solo uno spettacolo. Magari come quelli che fanno del sacramento del matrimonio una caricatura, trasformandolo in una fiera della vanità e del farsi vedere. Papa Francesco ha così rilanciato l’impegno a vivere la fede con perseveranza, giorno dopo giorno, lasciando campo libero allo Spirito Santo nel silenzio, nell’umiltà e nell’adorazione. E lo ha fatto riproponendo le vere caratteristiche del regno di Dio nella messa celebrata giovedì mattina, 13 novembre, nella cappella della Casa Santa Marta.

Proprio il fatto che Gesù parlasse tanto del regno di Dio aveva reso «curiosi» anche i farisei. Tanto che — si legge nel passo del Vangelo di Luca (17, 20-25) proposto oggi dalla liturgia — arrivano a domandargli: «Ma, alla fine, quando verrà questo regno di Dio?». Come a dire: «tu parli, parli, ma…». E «Gesù risponde subito e chiaro: il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione; e nessuno dirà: eccolo qui oppure eccolo là! Ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi: già c’è il regno di Dio, già è incominciato in mezzo a voi».

Infatti, ha fatto notare Francesco, «quando Gesù spiegava nelle parabole come era il regno di Dio, usava sempre parole serene, tranquille» e utilizzava «anche figure che dicevano che il regno di Dio era nascosto». Così Gesù paragonava il regno a «un mercante che cerca perle fine di qua, di là» oppure a «un altro che cerca un tesoro nascosto in terra». Oppure diceva che esso è «come una rete che prende tutti o come il seme di senape, piccolino, che poi diventa un albero grande». E così, ancora, diceva che «il regno di Dio è come il grano: si semina e tu non sai come cresce» perché «Dio dà la crescita».

Dunque «è questo che spiegava Gesù» riguardo al regno di Dio: «sempre in silenzio, ma anche in lotta». E lo faceva capire ancora meglio dicendo che «il regno di Dio crescerà come la pianta del grano, non circondato da cose belle ma in mezzo alla zizzania. Ma il regno è lì, non attira l’attenzione, è silenzioso, quieto».

Insomma, ha puntualizzato il Papa, «il regno di Dio non è uno spettacolo». E proprio «lo spettacolo, tante volte, è la caricatura del regno di Dio». Non bisogna, infatti, mai «dimenticare che è stata una delle tre tentazioni»: nel deserto a Gesù viene detto «vai al terrazzo del tempio e buttati giù e tutti crederanno, fai lo spettacolo». Invece «il regno di Dio è silenzioso, cresce dentro; lo fa crescere lo Spirito Santo con la nostra disponibilità, nella nostra terra, che noi dobbiamo preparare». Ma esso «cresce lentamente, silenziosamente».

Nel racconto evangelico di Luca, Gesù rilancia il suo discorso e va avanti domandando «ma voi volete vedere il regno di Dio?». E spiega: «Vi diranno: eccolo là! Oppure: eccolo qui! Non andateci! Non seguiteli! Perché il regno di Dio verrà come la folgore, in un istante». Sì, ha aggiunto Francesco, «si manifesterà nell’istante, è dentro». Però, ha rimarcato, «io penso a quanti cristiani preferiscono lo spettacolo al silenzio del regno di Dio».

A questo proposito, il Papa ha suggerito un breve esame di coscienza per non cadere nella tentazione dello spettacolo, attraverso alcune semplici domande: «Ma tu sei cristiano? Sì! Tu credi in Gesù Cristo? Sì! Tu credi nei sacramenti? Sì! Tu credi che Gesù è lì e che adesso viene qui? Sì, sì, sì!». E, allora, ha concluso Francesco, «perché non vai ad adorarlo, perché non vai alla messa, perché non fai la Comunione, perché non ti avvicini al Signore», affinché il suo regno “cresca” dentro di te?. Del resto, ha affermato il Pontefice, «mai il Signore dice che il regno di Dio è uno spettacolo». Certo, ha spiegato, «è una festa, ma è diverso! È una festa bellissima, una grande festa. E il Cielo sarà una festa, ma non uno spettacolo». Invece «la nostra debolezza umana preferisce lo spettacolo».

Ed è quanto accade, a volte, «nelle celebrazioni di alcuni sacramenti», ha detto invitando a pensare in particolare alle nozze. Tanto che viene da domandarci: «Ma questa gente — non so se questo succede qui, ma io penso alla mia terra — è venuta a ricevere un Sacramento, a fare festa come a Cana in Galilea, o è venuta a fare lo spettacolo della moda, del farsi vedere, della vanità?». Così la nostra «è una tentazione continua: non accettare che il regno di Dio è silenzioso». Ma, dice Gesù nel Vangelo di Luca, «il giorno che farà rumore, lo farà come la folgore che, guizzando, brilla da un capo all’altro del cielo: così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno, il giorno che farà rumore».

All’opposto dello spettacolo, ha ricordato il Pontefice, c’è «la perseveranza di tanti cristiani che portano avanti la famiglia: uomini, donne che curano i figli, curano i nonni, che arrivano alla fine del mese con mezzo euro soltanto, ma pregano». E il regno di Dio «è lì, nascosto in quella santità della vita quotidiana, quella santità di tutti i giorni». Perché «il regno di Dio non è lontano da noi, è vicino».

Proprio la «vicinanza è una delle sue caratteristiche» del regno. Vicinanza che vuol dire anche «tutti i giorni». Per questo «Gesù allontana dalla mente dei discepoli un’immagine spettacolare del regno di Dio». E «quando vuol parlare degli ultimi tempi, quando Lui verrà in gloria, l’ultimo giorno, dice: così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno, come la folgore, ma prima è necessario che Egli soffra molto e venga rifiutato da questa generazione».

Del regno di Dio, dunque, «è parte anche la sofferenza, la croce; la croce quotidiana della vita, la croce del lavoro, della famiglia», la croce «di portare avanti bene le cose, questa piccola croce quotidiana, il rifiuto». Così «il regno di Dio è umile, come il seme: umile; ma viene grande per la forza dello Spirito Santo». E «a noi tocca lasciarlo crescere in noi, senza vantarci. Lasciare che lo Spirito venga, ci cambi l’anima e ci porti avanti nel silenzio, nella pace, nella quiete, nella vicinanza a Dio, agli altri, nell’adorazione a Dio, senza spettacoli». Francesco ha concluso invitando a chiedere «al Signore questa grazia di curare il regno di Dio che è dentro di noi e in mezzo a noi nelle nostre comunità: curare con la preghiera, l’adorazione, il servizio della carità, silenziosamente».

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Annuncio,Intercessione,Speranza

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Cristiani a tre dimensioni

Venerdì, 22 aprile 2016

 

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.093, 23/04/2016)

Il cristiano, «uomo di speranza», sa e testimonia che «Gesù è vivo» ed «è fra noi», che Gesù prega il Padre «per ognuno di noi» e che «tornerà». Nella messa celebrata a Santa Marta venerdì 22 aprile, Papa Francesco ha così sintetizzato il rapporto tra ogni credente e Gesù risorto. Prendendo spunto dalla liturgia del giorno, il Pontefice ha fatto emergere tre «dimensioni» fondamentali della vita cristiana: l’«annuncio», l’«intercessione» e la «speranza».

Innanzitutto l’annuncio. Come si legge anche nel brano degli Atti degli apostoli (13, 26-33), l’annuncio è sostanzialmente «la testimonianza che danno gli apostoli della resurrezione di Gesù». Così Paolo in sinagoga afferma: «Dopo avere adempiuto tutto quanto era stato scritto di lui, lo deposero dalla croce, lo misero nel sepolcro. Ma Dio lo ha resuscitato dai morti ed egli è apparso per molti giorni a quelli che erano saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme, e questi ora sono testimoni di lui davanti al popolo». Quindi, ha sintetizzato il Pontefice, «l’annuncio è: Gesù è morto ed è risorto per noi, per la nostra salvezza. Gesù è vivo!». Ed è quanto i primi discepoli hanno tramandato «ai giudei e ai pagani del loro tempo» e hanno «testimoniato anche con la loro vita, con il loro sangue».

Quando a Giovanni e Pietro, ha continuato il Papa, fu proibito di annunciare il nome di Gesù e di parlare della resurrezione, «loro con tutto il coraggio, con tutta la semplicità dicevano: “Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato”». Infatti «noi cristiani per la fede abbiamo lo Spirito Santo dentro di noi, che ci fa vedere e ascoltare la verità su Gesù, che è morto per i nostri peccati ed è risorto». Questo, dunque, «è l’annuncio della vita cristiana: Cristo è vivo! Cristo è risorto! Cristo è fra noi nella comunità, ci accompagna nel cammino». E nonostante la «fatica» che a volte facciamo nel comprendere, «una delle dimensioni della vita cristiana» è proprio questa, l’annuncio. Lo capiamo bene dal passo della Scrittura dove si legge che Giovanni affermò: «Quello che noi abbiamo visto con i nostri occhi, quello che noi abbiamo udito, quello che noi abbiamo toccato con le nostre mani…». Come a dire: «Cristo risorto è una realtà e io do testimonianza di questo».

La seconda parola chiave proposta dal Pontefice è l’«intercessione». Lo spunto questa volta viene dal vangelo di Giovanni (14, 1-6). Durante la cena del Giovedì santo, infatti, gli apostoli erano tristi, e Gesù disse: «Non sia turbato il vostro cuore, abbiate fede. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Vado a prepararvi un posto». Francesco si è soffermato su questo passo e ha chiesto: «Cosa vuol dire questo? Come prepara il posto Gesù?». Immediata la risposta: «Con la sua preghiera per ognuno di noi: Gesù prega per noi e questa è l’intercessione». È importante, infatti, sapere che «Gesù lavora in questo momento con la sua preghiera per noi». Ha spiegato il Papa: così come una volta Gesù, prima della passione, ha detto: «Pietro io ho pregato per te», così «adesso Gesù è l’intercessore fra il Padre e noi».

Ma, a questo punto, viene da chiedersi: «E come prega Gesù?». Quella di Francesco è stata una risposta del tutto «personale» — «una cosa mia», ha specificato, «non è un dogma della Chiesa» — e coinvolgente: «Io credo che Gesù faccia vedere le piaghe al Padre, perché le piaghe se le è portate con sé, dopo la resurrezione: fa vedere le piaghe al Padre e nomina ognuno di noi». Secondo il Pontefice, si può immaginare così la preghiera di Gesù. E il cristiano è animato da questa consapevolezza: «in questo momento Gesù intercede per noi».

Infine, la terza dimensione: quella della speranza. È ancora il vangelo del giorno che la offre alla meditazione. Gesù dice: «Vado a prepararvi un posto» e aggiunge: «Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi». Ecco la speranza del cristiano. Gesù dice: «Io verrò!». Ha spiegato il Papa: «Il cristiano è una donna, è un uomo di speranza» proprio perché «spera che il Signore torni». A tale riguardo, ha aggiunto il Pontefice, «è bello» notare «come incomincia e come finisce la Bibbia». All’inizio si legge: «Nel principio…», cioè «quando incominciarono le cose». E l’Apocalisse termina «con la preghiera: “Vieni Signore Gesù». Tutta la Chiesa, infatti, «è in attesa della venuta di Gesù: Gesù tornerà». Questa, ha detto il Pontefice, «è la speranza cristiana».

Perciò, ha concluso il Papa sintetizzando la sua meditazione, ognuno può domandarsi: «Com’è l’annuncio nella mia vita? Com’è il mio rapporto con Gesù che intercede per me? E com’è la mia speranza? Ci credo davvero che il Signore è risorto? Credo che prega il Padre per me?»; e infine: «Credo davvero che il Signore tornerà». In altre parole: «Credo nell’annuncio? Credo nell’intercessione? Sono un uomo o una donna di speranza?».

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La Salvezza non è l’evento di un momento,ma una storia

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Cammino e memoria

Giovedì, 21 aprile 2016

 

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.092, 22/04/2016)

Lungo la strada della vita gli uomini non camminano mai soli, e saper fare memoria della presenza di Dio accanto a loro li aiuta capire che la salvezza non è l’evento di un momento, ma una storia che si dipana giorno per giorno, tra cose buone ed errori, fino all’incontro finale. Il parallelo tra la storia del popolo d’Israele e quella personale di ogni cristiano ha guidato la meditazione di Papa Francesco nella messa celebrata a Santa Marta giovedì 21 aprile: una storia da valorizzare perché, ha detto il Pontefice, «la memoria ci avvicina a Dio».

Non a caso, ha sottolineato il Papa richiamando il brano degli Atti degli apostoli proposto dalla liturgia del giorno (13, 13-25), la prima predicazione, quella «degli apostoli di Gesù», era «storica». Nella predicazione del Vangelo, questi «arrivavano a Gesù, ma raccontando tutta la storia del Popolo di Israele», partendo dal «padre Abramo», passando per «Mosè, la liberazione dall’Egitto, la Terra Promessa» finché, citando il re Davide, concludevano: «Dalla discendenza di Lui, secondo la promessa, Dio inviò come Salvatore per Israele Gesù». Così davano conto di un «cammino storico», il cammino che Dio «ha fatto con il suo popolo».

Tutto ciò, ha detto Francesco, «ci fa pensare che l’annuncio di Cristo, la salvezza di Cristo, questo dono che Dio ci ha dato, non è una cosa di un momento e niente di più: è un cammino!». Il cammino «che Dio ha voluto fare con il suo popolo» e che non si deve dimenticare. Tant’è che nella Scrittura sono continue le raccomandazioni in questo senso. Per esempio nel libro del Deuteronomio, che è proprio «il libro della memoria di Israele», si legge: «Ricordatevi, ricordatevi! Fate memoria di questo». Occorre cioè, ha spiegato il Pontefice, «tornare indietro per vedere come Dio ci ha salvato, percorrere — con il cuore e con la mente — la strada con la memoria e così arrivare a Gesù».

Lo stesso Gesù ha sottolineato l’importanza di fare memoria e «nel momento più grande della sua vita», ci ha dato il suo corpo e il suo sangue «e ha detto: “Fate questo in memoria di me”». Dobbiamo, quindi, «avere memoria di come Dio ci ha salvato».

È questo un invito che la Chiesa raccoglie ogni giorno nella liturgia eucaristica. A tale riguardo il Papa ha fatto notare come nella preghiera all’inizio della messa che stava celebrando ci fosse stata l’invocazione a «Dio che ha redento l’uomo e lo ha innalzato oltre l’antico splendore». E ha aggiunto: «Il popolo deve avere memoria» che tutto questo Dio lo ha fatto «in cammino» con il suo popolo.

In ogni eucaristia si celebra «la memoria di questa salvezza; il memoriale di Gesù che si fa presente sull’altare per darci la vita», ma, ha aggiunto Francesco, «anche noi, nella nostra propria vita personale, dobbiamo fare lo stesso: fare memoria del nostro cammino», perché «ognuno di noi ha fatto una strada, accompagnato da Dio, vicino a Dio, vicino al Signore» a volte anche «allontanandosi dal Signore». In ogni caso, ha raccomandato il Pontefice, «fa bene al cuore» di ogni cristiano fare memoria «della propria strada» e chiarirsi come Dio lo ha «condotto fino a qui», come lo «ha portato per mano».

In questo recupero del cammino percorso ci si può anche accorgere che a volte abbiamo detto al Signore: «No! Allontanati! Non voglio!» — e «il Signore», ha sottolineato il Papa, «è rispettoso» anche di questo — ma è comunque importante fare memoria «della propria vita e del proprio cammino».

È utile ripetere spesso questa pratica e ricordarsi: «In quel tempo Dio mi ha dato questa grazia e io ho risposto così…», dirsi: «Ho fatto questo, quello, quello» e rendersi conto di come Dio ci abbia sempre «accompagnato». In questa maniera, ha detto il Papa, «arriviamo a un nuovo incontro», quello che si potrebbe definire l’«incontro della gratitudine», nel quale si potrebbe pregare così: «Grazie Signore per questa compagnia che Tu mi hai dato, per questo cammino che hai fatto con me!» e anche chiedere perdono per i peccati e gli sbagli di cui ci si può rendere conto, nella consapevolezza che Dio «cammina con noi e non si spaventa delle nostre cattiverie», sta «sempre lì!».

A tale riguardo il Pontefice ha aggiunto: «Quante volte gli abbiamo chiuso la porta in faccia; quante volte abbiamo fatto finta di non vederlo, di non credere che Lui fosse con noi; quante volte abbiamo rinnegato la sua salvezza… Ma Lui era lì!». Ed è importante «fare memoria di tutto questo», così come lo è riguardo anche alle «nostre cose buone». Quante volte, per esempio, «abbiamo aiutato un altro, curato un ammalato».

Da qui l’invito a «fare memoria di tutto il cammino» perché «la memoria ci avvicina a Dio». È, ha spiegato Francesco, una sorta di «ri-creazione», di «ri-generazione, che ci porta oltre l’antico splendore che aveva Adamo nella prima creazione».

Fino al termine della sua omelia il Papa ha ripetuto più volte questo consiglio semplice: «Fate memoria!». Che sia riguardo l’intero arco della vita e o solo della giornata odierna o dell’ultimo anno, è sempre bene chiedersi: «Come sono stati i miei rapporti col Signore?», e fare memoria, ha concluso il Pontefice, «delle cose belle, grandi che il Signore ha fatto nella vita di ciascuno di noi».

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La ninnananna di Dio è per noi,che siamo le sue creature

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

La ninnananna di Dio

Giovedì, 11 dicembre 2014

 

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.283, Ven. 12/12/2014)

Dio è per noi come la mamma che ci canta teneramente la ninnananna e non ha paura di sembrare persino «ridicolo» per quanto ci ama. Per questo Francesco ha messo in guardia dalla «tentazione di mercificare la grazia», con una certezza: «Se noi avessimo il coraggio di aprire il nostro cuore a questa tenerezza di Dio, ma quanta libertà spirituale avremmo!». E per vivere questa esperienza, durante la messa celebrata giovedì mattina, 11 dicembre, nella cappella della Casa Santa Marta, il Papa ha suggerito di aprire la Bibbia e leggere il passo del profeta Isaia proposto dalla liturgia del giorno: capitolo 41, versetti 13-20.

«Il profeta Isaia — ha fatto subito notare il Pontefice — parla della salvezza, di come Dio salva il suo popolo, e torna su quell’immagine, su quella realtà che è proprio la vicinanza di Dio al suo popolo». Del resto «Dio salva facendosi vicino; non salva a distanza: si fa vicino e cammina con il suo popolo». E «questa è la salvezza di Dio». Così «nel libro del Deuteronomio lo ha detto chiaramente al popolo: dimmi, quale popolo ha un Dio così vicino come te? Nessuno!».

«È proprio la vicinanza di Dio al suo popolo quello che fa la salvezza». Una «vicinanza che progredisce, progredisce, fino a prendere la nostra umanità». E «in questo brano — ha spiegato Francesco — c’è una cosa che forse ci farà un po’ sorridere, ma è bella». Infatti è talmente «tanta la vicinanza, che Dio si presenta qui come una mamma, come una mamma che dialoga con il suo bambino: una mamma quando canta la ninnananna al bambino e prende la voce del bambino e si fa piccola come il bambino e parla con il tono del bambino al punto di fare il ridicolo se uno non capisse cosa c’è lì di grande». Si legge infatti nella Scrittura: «Non temere, vermiciattolo di Giacobbe».

«Quante volte — ha proseguito il Pontefice — una mamma dice queste cose al bambino mentre lo carezza!». È lo stesso linguaggio che troviamo nella Scrittura: «Ecco, ti rendo come una trebbia acuminata, nuova… ti farò grande…!». E così dicendo la mamma «lo carezza, e lo fa più vicino a lei». Ma anche «Dio fa così: è la tenerezza di Dio» che «è tanto vicino a noi, che si esprime con questa tenerezza, la tenerezza di una mamma». E questo vale «anche quando il bambino non vuole la mamma e si allontana, piange». Così «Gesù sul monte, quanto vedeva Gerusalemme, ha pianto, perché il popolo si era allontanato». Ma «Dio si presenta con questo atteggiamento di mamma: la vicinanza».

E «questa è la grazia di Dio» ha affermato Francesco. Infatti «quando noi parliamo di grazia, parliamo di questa vicinanza». Così «quando uno dice: io sono in stato di grazia, io sono vicino al Signore o lascio che il Signore mi si avvicini: quella è la grazia!». Invece «noi, tante volte, per essere sicuri, vogliamo controllare la grazia, come se il bambino dicesse alla mamma: “Ma, sta bene, adesso sta’ zitta, lasciami vivere, va bene, io so che tu mi ami”». E da parte sua «la mamma continua a dire queste cose, che fanno ridere, ma è l’amore, l’amore che si esprime così». Ebbene «il bambino ferma la mamma? No! Si lascia amare, perché è un bambino. Così quando Gesù dice: il regno dei cieli è come il bambino che si lascia amare da Dio». E «questa è la grazia!».

Francesco ha quindi messo in guardia dalla «tentazione di mercificare la grazia» che «noi abbiamo tante volte nella storia e anche nella nostra vita». Si tratta cioè di trasformare «questa grazia che è una vicinanza, una vicinanza delle viscere di Dio», in «una merce o una cosa controllabile». Perché «noi vogliamo controllare la grazia». E «così, quando si parla di grazia, abbiamo la tentazione di dire: “Io ho tanta grazia, sì, io sono in grazia!”. Ma cosa vuol dire: che sei vicino al Signore? “No, anche ho l’anima pulita, sono in grazia!”». Finisce però che «questa verità tanto bella della vicinanza di Dio scivola in una contabilità spirituale: “No, io faccio questo perché questo mi darà 300 giorni di grazia… Io faccio quell’altro perché questo mi darà questo, e così accumulo grazia…”». Con questo modo di ragionare la grazia si riduce, appunto a «una merce».

«Nella storia — ha spiegato il Papa — questa vicinanza di Dio al suo popolo è stata tradita, per questo nostro atteggiamento egoista di voler controllare la grazia, mercificarla». Come «esempio» Francesco ha indicato «i partiti nel tempo di Gesù». A cominciare dai «farisei: per loro la grazia era proprio nel fare la legge, seguire la legge e quando c’era il dubbio se ne faceva un’altra perché fosse chiara quella legge». Ma così facendo «avevano finito con 300, 400 comandamenti». E «una mamma, quando carezza il suo figlio, non fa questo: è pura gratuità». Invece «i farisei con la gratuità di Dio hanno fatto una strada di santità che li rendeva schiavi». Ecco perché «Gesù li rimprovera: “Voi che caricate tanto sulle spalle del popolo, tante leggi!”». Rendendo di conseguenza «la grazia di Dio, questa vicinanza, mercificata».

C’erano poi «i sadducei»: secondo loro la grazia di Dio era far «convivere politicamente il popolo con gli occupanti e fare patti politici» argomentando «ma, stiamo bene, il popolo va avanti, così andiamo… Questa è la grazia, siamo in grazia di Dio, perché possiamo andare avanti». Ma «Gesù rimprovera» anche loro.

E, ancora, c’erano «gli esseni» che «erano buoni, buonissimi, ma avevano tanta paura, non rischiavano e così se ne andarono nel monastero a pregare». E così «quella grazia che porta avanti, quella vicinanza di Dio è diventata una chiusura monacale nel monastero, ma non la grazia di Dio».

Dal canto loro, invece, «gli zeloti pensavano che la grazia di Dio fosse proprio la guerra di liberazione, le guerriglie di liberazione di Israele». E questa era «anche un’altra maniera di mercificare la grazia». Però, ha riaffermato il Papa, «la grazia di Dio è un’altra cosa: è vicinanza, è tenerezza». E ha suggerito una «regola» che «serve sempre: se tu nel tuo rapporto con il Signore non senti che Lui ti ama con tenerezza» significa che «ancora ti manca qualcosa, ancora non hai capito cos’è la grazia, ancora non hai ricevuto la grazia che è questa vicinanza».

Francesco ha voluto condividere anche una sua esperienza sul campo, ricordando quando, tanti anni fa, gli si avvicinò una signora dicendogli: «Padre, devo fare una domanda perché non so se devo confessarmi o no». «Sabato scorso — ha proseguito riportando le parole della donna — siamo andati alle nozze di amici e c’era la messa lì e abbiamo detto, con mio marito: ma sta bene, questa messa, sabato sera? Serve? È valida per domenica? Sa, padre, che le letture non erano quelle della domenica, erano quelle delle nozze e io non so se questo era valido o io ho peccato mortalmente perché non sono andata domenica all’altra messa». Nel porre quella questione, ha ricordato Papa Francesco, «quella donna soffriva». Allora «ho detto a quella signora: “Il Signore la ama tanto: lei è andata lì, ha ricevuto la comunione, è stata con Gesù… Sì, ma stai tranquilla, il Signore non è un commerciante, il Signore ama, è vicino”».

Anche «san Paolo reagisce con forza contro questa spiritualità della legge» ha ribadito Francesco. Scrive infatti: «Io sono giusto se faccio questo, questo, questo. Se non faccio questo non sono giusto». Piuttosto «tu sei giusto perché Dio ti si è avvicinato, perché Dio ti carezza, perché Dio ti dice queste cose belle con tenerezza: questa è la giustizia nostra, questa vicinanza di Dio, questa tenerezza, questo amore». E «il nostro Dio è tanto buono» fino al punto di correre il «rischio di sembrarci ridicolo». Tanto che, ha affermato il Papa, «se noi avessimo il coraggio di aprire il nostro cuore a questa tenerezza di Dio, ma quanta libertà spirituale avremmo! Quanta!». E ha concluso con un consiglio pratico: «Oggi, se avete un po’ di tempo, a casa vostra, prendete la Bibbia: Isaia, capitolo 41, dal versetto 13 al 20, sette versetti. E leggetelo!». Per entrare così più a fondo nell’esperienza di «questa tenerezza di Dio», di «questo Dio che ci canta a ognuno di noi la ninnananna, come una mamma».

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