Meditazione di San Gregorio Nisseno sulla risurrezione

« Tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto » (Rom 8,22)

L’apostolo Paolo testimonia riguardo al Figlio che, non solo la creazione degli esseri è stata fatta da lui, ma pure che lui ha operato la nuova creazione, poiché l’antica creazione è invecchiata e ormai sorpassata. Così Cristo in persona è il Primogenito di tutta la creazione (Col 1,15), mediante il Vangelo annunciato agli uomini.

Come Cristo diviene “primogenito tra molti fratelli” (Rom 8,29)? Per noi si è fatto simile a noi, essendo stato partecipe della carne e del sangue, per trasformarci da corruttibili in incorruttibili, per mezzo della nascita dall’alto, da acqua e da Spirito (Gv 3,5). Ci ha indicato la strada di tale nascita quando, mediante il proprio battesimo, ha attirato lo Spirito Santo sull’acqua. È divenuto così il primogenito di tutti coloro che sarebbero stati rigenerati spiritualmente e tutti coloro che partecipano a questa rigenerazione da acqua e da Spirito sono chiamati fratelli.

Avendo deposto nella nostra natura la potenza della risurrezione dai morti, Cristo diviene anche primizia di coloro che si sono addormentati e primogenito di coloro che risuscitano dai morti (Col 1,18). Per primo ci ha aperto la via della liberazione dalla morte. Con la risurrezione ha distrutto i legami con i quali la morte ci teneva in schiavitù. Così, mediante questa doppia rigenerazione, del santo battesimo e della risurrezione dai morti, egli diviene il primogenito della nuova creazione.

Il primogenito ha dei fratelli. Ha detto a Maria di Magdala : « Va’ dai miei fratelli  e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio  vostro» (Gv 20,19). Perciò il mediatore fra Dio e gli uomini (1Tim 2,5), aprendo la strada a tutto il genere umano, manda ai suoi fratelli questo messaggio e dice loro: « Mediante le primizie che ho assunte, porto in me al Dio e Padre nostro tutta l’umanità ».

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La nostra storia è un grande mistero per noi,che solo Dio conosce

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

La storia siamo noi

Giovedì, 18 dicembre 2014

 

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.289, Ven. 19/12/2014)

Negli inevitabili «momenti brutti» della vita bisogna «prendere su di sé» i problemi con coraggio, mettendosi nelle mani di un Dio che fa la storia anche attraverso di noi e la corregge se non capiamo e sbagliamo. È questo il suggerimento offerto da Papa Francesco nella messa celebrata giovedì 18 dicembre nella cappella della Casa Santa Marta.

«Ieri la liturgia — ha fatto subito notare il Pontefice — ci ha fatto riflettere sulla genealogia di Gesù». E con il passo odierno del Vangelo di Matteo (1, 18-24) si conclude, appunto, questa riflessione, «per dirci che la salvezza è sempre nella storia: non c’è una salvezza senza storia». Infatti «per arrivare al punto di oggi — ha spiegato — c’è stata una lunga storia, una lunghissima storia che simbolicamente ieri la Chiesa ha voluto dirci nella lettura della genealogia di Gesù: Dio ha voluto salvarci nella storia».

«La nostra salvezza, quella che Dio ha voluto per noi, non è una salvezza asettica, di laboratorio», ma «storica». E Dio, ha affermato Francesco, «ha fatto un cammino nella storia col suo popolo». Proprio la prima lettura — tratta dal profeta Geremia (23, 5-8) — «dice una cosa bella sulle tappe di questa storia», ha fatto osservare il Papa rileggendo le parole della Scrittura: «Verranno giorni nei quali non si dirà più “per la vita del Signore che ha fatto uscire gli israeliti dalla terra di Egitto”; ma piuttosto “per la vita del Signore che ha fatto uscire e ha ricondotto la discendenza della casa di Israele dalla terra del settentrione e da tutte le regioni dove li aveva dispersi”».

«Un altro passo, un’altra tappa», ha spiegato Francesco. Così, «passo dopo passo, si fa la storia: Dio fa la storia, anche noi facciamo la storia». E «quando noi sbagliamo, Dio corregge la storia e ci porta avanti, avanti, sempre camminando con noi». Del resto, «se noi non abbiamo chiaro questo, non capiremo mai il Natale, non capiremo mai e il mistero dell’incarnazione del Verbo, mai». Perché «è tutta una storia che cammina» — ha rimarcato il Pontefice — e che certo non è finita col Natale, perché «adesso, ancora, il Signore ci salva nella storia e cammina col suo popolo».

Ecco allora a cosa servono «i sacramenti, la preghiera, la predicazione, il primo annuncio: per andare avanti con questa storia». Servono a questo «anche i peccati, perché nella storia di Israele non sono mancati»: nella stessa genealogia di Gesù «c’erano tanti grossi peccatori». Eppure «Gesù va avanti. Dio va avanti, anche con i nostri peccati».

Tuttavia in questa storia «ci sono alcuni momenti brutti», ha fatto presente Francesco: «momenti brutti, momenti bui, momenti scomodi, momenti che danno fastidio» proprio «per gli eletti, per quelle persone che Dio sceglie per condurre la storia, per aiutare il suo popolo ad andare avanti». Il Papa ha ricordato anzitutto «Abramo, novantenne, tranquillo, con sua moglie: non aveva un figlio, ma una bella famiglia». Però «un giorno il Signore lo disturba» e gli ordina di uscire dalla sua terra e di mettersi in cammino. Abramo «ha novant’anni» e per lui quello è certo «un momento di disturbo». Ma così è stato anche per Mosè «dopo che è fuggito dall’Egitto: si è sposato e suo suocero aveva quel gregge tanto grande e lui era pastore di quel gregge». Aveva ottant’anni e «pensava ai suoi figli, all’eredità che lasciava, a sua moglie». Ed ecco che il Signore gli comanda di tornare in Egitto per liberare il suo popolo. Però «in quel momento per lui era più comodo lì, nella terra di Madian. Ma il Signore scomoda» e a nulla vale la domanda di Mosè: «Ma chi sono io per fare questo?».

Dunque, ha affermato Francesco, «il Signore ci scomoda per far la storia, ci fa andare tante volte su strade che noi non vogliamo». E ha quindi ricordato anche la vicenda del profeta Elia: «Il Signore lo spinge a uccidere tutti i falsi profeti di Balaam e poi, quando la regina lo minaccia, ha paura di una donna»; ma «quell’uomo che aveva ucciso quattrocento profeti ha paura di una donna e vorrebbe morire per la paura, non vuole più continuare ad andare». Per lui era davvero «un momento brutto».

Nel passo evangelico di Matteo, ha proseguito il Pontefice, «oggi abbiamo letto un altro momento brutto nella storia di salvezza: ce ne sono tanti, ma veniamo a quello di oggi». Il personaggio centrale è «Giuseppe, fidanzato: voleva tanto la sua promessa sposa, e lei se n’era andata dalla cugina ad aiutarla, e quando torna si vedevano i primi segni della maternità». Giuseppe «soffre, vede le donne del villaggio che chiacchieravano nel mercato». E soffrendo dice a se stesso di Maria: «Questa donna è buona, io la conosco! È una donna di Dio. Ma cosa mi ha fatto? Non è possibile! Ma io devo accusarla e lei verrà lapidata. Ne diranno di tutti i colori di lei. Ma io non posso mettere questo peso su di lei, su qualcosa che non capisco, perché lei è incapace di infedeltà».

Giuseppe decide allora di «prendere il problema sulle proprie spalle e andarsene». E «così le “chiacchierone” del mercato diranno: guarda, l’ha lasciata incinta e poi se ne è andato per non prendersi la responsabilità!». Invece Giuseppe «preferì apparire come peccatore, come un cattivo uomo, per non fare ombra alla sua fidanzata, alla quale voleva tanto bene», anche se «non capiva».

Abramo, Mosè, Elia, Giuseppe: nei loro «momenti brutti — ha rimarcato Francesco — gli eletti, questi eletti di Dio, per fare la storia devono prendere il problema sulle spalle, senza capire». Ed è tornato sulla vicenda di Mosè, «quando, sulla spiaggia, ha visto venire l’esercito del faraone: di là l’esercito, di qua il mare». Si sarà detto: «Che cosa faccio? Tu mi hai ingannato, Signore!». Però poi prende il problema su di sé e dice: «O vado indietro e faccio il negoziato o lotto ma sarò sconfitto, o mi suicido o confido nel Signore». Davanti a queste alternative Mosè «sceglie l’ultima» e, attraverso di lui, «il Signore fa la storia». Questi «sono momenti proprio così, come il collo di un imbuto», ha sottolineato il Pontefice.

Quindi il Papa ha riproposto la storia di un altro Giuseppe, «il figlio di Giacobbe: per gelosia i suoi fratelli volevano ucciderlo, poi lo hanno venduto, diventa schiavo». Ripercorrendo la sua storia, ha messo in risalto la sofferenza di Giuseppe, che ha anche «quel problema con la moglie dell’amministratore, ma non accusa la donna. È un uomo nobile: perché distruggerebbe il povero amministratore se sapesse che la donna non è fedele!». Allora «chiude la bocca, prende sulle spalle il problema e va in carcere». Ma «il Signore va a liberarlo».

Tornando al Vangelo della liturgia, il Pontefice ha evidenziato nuovamente che «Giuseppe nel momento più brutto della sua vita, nel momento più oscuro, prende su di sé il problema». Fino ad accusare «se stesso agli occhi degli altri per coprire la sua sposa». E «forse — ha notato — qualche psicanalista dirà che» questo atteggiamento è «il condensato dell’angoscia», alla ricerca di «una uscita». Ma, ha aggiunto, «dicano quello che vogliono!». In realtà Giuseppe alla fine ha preso con sé la sua sposa dicendo: «Non capisco niente, ma il Signore mi ha detto questo e questo apparirà come mio figlio!».

Perciò «per Dio fare storia con il suo popolo significa camminare e mettere alla prova i suoi eletti». Difatti «generalmente i suoi eletti hanno passato momenti bui, dolorosi, brutti, come questi che abbiamo visto»; ma «alla fine viene il Signore». Il Vangelo, ha ricordato il Papa, ci racconta che egli «invia l’angelo». E «questo è — non diciamo la fine, perché la storia continua — proprio il momento previo: prima della nascita di Gesù una storia; e poi viene l’altra storia».

Proprio in considerazione di queste riflessioni, Francesco ha raccomandato: «Ricordiamo sempre di dire, con fiducia, anche nei momenti più brutti, anche nei momenti della malattia, quando noi ci accorgeremo che dobbiamo chiedere l’estrema unzione perché non c’è uscita: “Signore, la storia non è incominciata con me né finirà con me. Tu vai avanti, io sono disposto». E così ci si mette «nelle mani del Signore».

È questo l’atteggiamento di Abramo, Mosè, Elia, Giuseppe e anche di tanti altri eletti del popolo di Dio: «Dio cammina con noi, Dio fa storia, Dio ci mette alla prova, Dio ci salva nei momenti più brutti, perché è nostro Padre». Anzi, «secondo Paolo è il nostro papà». Francesco ha concluso con la preghiera «che il Signore ci faccia capire questo mistero del suo camminare col suo popolo nella storia, del suo mettere alla prova i suoi eletti e la grandezza di cuore dei suoi eletti che prendono su di loro i dolori, i problemi, anche l’apparenza di peccatori — pensiamo a Gesù — per portare avanti la storia».

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Se un giorno…

Se

Se un giorno
ti venisse voglia di piangere…
Chiamami.
Non prometto di farti ridere,
ma potrei piangere con te…
Se un giorno
tu decidessi di scappare,
non esitare a chiamarmi.
Non prometto di chiederti di restare,
ma potrei scappare con te.
Se un giorno
ti venisse voglia
di non parlare con nessuno…
chiamami.
In quel momento
prometto di starmene zitto.
Ma…Se un giorno tu mi chiamassi
e non rispondessi…
Vienimi incontro di corsa…
forse Io ho bisogno di te!

 

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Il Cuore da Cherubino

Pavel Aleksandrovič Florenskij, Il cuore cherubico, Piemme 1999

In ciascuno di noi c’è qualcosa di simile ad un cherubino, qualcosa di somigliante all’angelo divino dai molti occhi, come una coscienza.

Ma questa somiglianza non è esteriore, né apparente. La somiglianza con il cherubino è interiore, misteriosa e nascosta nel profondo dell’anima.

E’ una somiglianza spirituale. C’è un grande cuore cherubico nella nostra anima, un nucleo angelico dell’anima, ma esso è nascosto nel mistero ed è invisibile agli occhi della carne.

Dio ha messo nell’uomo il suo dono più grande: l’immagine di Dio. Ma questo dono, questa perla preziosa, si nasconde negli strati più profondi dell’anima: chiuso in una rozza conchiglia, fangosa, giace sepolto nel limo, negli strati più profondi dell’anima.

Tutti noi siamo come dei vasi di argilla colmi d’oro scintillante. Di fuori siamo anneriti e macchiati, dentro invece siamo risplendenti di una luce radiosa.

Il tesoro di ognuno di noi è sepolto nel campo della nostra anima. E se qualcuno trova il proprio tesoro, allora trattiene il respiro, abbandona tutti i suoi affari per poterlo portare alla luce. In questo sta la più grande felicità, il bene supremo dell’uomo. In questo consiste la sua gioia eterna.

Il regno dei cieli è la parte divina dell’anima umana. Trovarla in se stessi e negli altri, convincersi con i propri occhi della santità della creatura di Dio, della bontà e dell’amore delle persone, in questo sta l’eterna beatitudine e la vita eterna.

Chi l’ha gustata una volta è pronto a scambiare con essa tutti i beni personali. La perla che il mercante cercava non è lontana, l’uomo la porta con sé ovunque, solo che non lo sa.

E ognuno di noi va angosciato per il mondo, pur avendo un tesoro dentro di sé molto spesso crede che una simile perla sia in qualche posto lontano. Beato colui che vede il suo tesoro! Ma chi è in grado di vederlo? Chi vede la sua perla?

Le cose terrene le vede solo colui che ha un occhio corporeo puro; le cose celesti le vede solo colui che ha puro l’occhio celeste, il cuore. Beati i puri di cuore perché vedranno Dio, lo vedranno nel proprio cuore e in quello altrui; lo vedranno non solo in futuro, ma anche in questa vita, lo vedranno adesso.
Basta solo che purifichino il loro cuore!

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Fermati e rifletti: Dio è tuo Padre!

Madre Speranza di Gesù, Come un Padre e una tenera Madre

Dio è nostro Padre.
Credo che per elevare il nostro cuore a Dio non siano necessari tanti argomenti: ci può bastare la convinzione che Dio è nostro Padre.
Questa considerazione muove teneramente il cuore a un amore intenso, capace di penetrare tutta l’anima per molto tempo, disponendola a grandi cose.
Fra tutti i sentimenti, quello che può rimanere più a lungo nel cuore e nella mente, fino al punto di diventare un’idea fissa, è il poter chiamare Padre Dio stesso!

Padre è il titolo che conviene a Dio perché a lui dobbiamo quanto è in noi nell’ordine della natura e in quello soprannaturale della grazia, che ci fa suoi figli adottivi.
Vuole che lo chiamiamo Padre, perché come figli lo amiamo, gli obbediamo e lo veneriamo, e per destare in noi gli affetti di amore e di fiducia per i quali otterremo quanto gli domandiamo.
Nostro perché non avendo Dio che un Figlio naturale, nella sua infinita carità, ne volle avere molti adottivi, per poter comunicare ad essi le sue ricchezze; e perché, avendo tutti lo stesso Padre ed essendo fratelli, ci amassimo tra di noi scambievolmente.

Dio si è chinato verso di noi come il Padre più amoroso verso suo figlio e ci invita ad amarlo e a donargli il nostro cuore.
Questo amore egli potrebbe esigerlo per diritto e per forza.
Invece preferisce chiederlo affettuosamente, con dolcezza, perché la nostra risposta sia più spontanea e perché ricorriamo a lui con amore filiale.

Che gli uomini conoscano Dio come un Padre buono che si adopera con tutti i mezzi e in ogni modo per confortare, aiutare e far felici i suoi figli e che li segue e li cerca con amore instancabile come se non potesse essere felice senza di loro.

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Come ci ama il Padre? : Così il Padre ci ama!

John Henry Newman

Il Padre ci vede e ci conosce tutti, uno ad uno.
Chiunque tu sia egli ti vede individualmente,
egli ti chiama con il tuo nome,
egli ti comprende quale realmente ti ha fatto.

Egli conosce ciò che è in te,
tutti i tuoi sentimenti e pensieri più intimi,
le tue disposizioni e preferenze,
la tua forza e la tua debolezza.

Egli ti guarda nel giorno della gioia e nel giorno della tristezza,
ti ama nella speranza e nella tua tentazione,
s’interessa di tutte le tue ansietà, di tutti i tuoi ricordi,
di tutti gli alti e bassi del tuo spirito.

Egli ha perfino contato i capelli del tuo capo
e misurato la tua statura,
ti circonda e ti sostiene con le sue braccia
ti solleva e ti depone.

Egli osserva i tratti del tuo volto,
quando piangi e sorridi,
quando sei malato o godi buona salute.

Con tenerezza egli guarda le tue mani e i tuoi piedi,
sente la tua voce, il battito del tuo cuore,
ode perfino il tuo respiro,
tu non ami te stesso più di quanto egli ti ama.

Tu non puoi fremere dinanzi al dolore,
come egli freme vedendolo venire sopra di te,
e se tuttavia te lo impone è perché anche tu se fossi saggio
lo sceglieresti per un maggior bene futuro.

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Quanto ci inganniamo nel giudicare noi stessi!

Ho dato un pane a un povero.
Credevo d’essere stato caritatevole; invece era giustizia,
perché io ho tanto pane e lui ha fame.

Ho guidato un cieco per un tratto di strada.
Mi sentivo buono; invece era giustizia,
perché io ci vedo e lui no.

Ho regalato un abito usato ad una povera anziana.
Credevo d’essere stato altruista; invece era convenienza:
gliel’ho dato per disfarmene, a me non serviva più.

Ho gridato a un giovane di andare a lavorare invece di chiedere l’elemosina.
Credevo di dargli una lezione; invece era ingiustizia:
aveva bisogno di lavoro e di rispetto.

Mi sento un buon cristiano, con la coscienza a posto.
Vado a Messa, recito qualche preghiera, non faccio del male a nessuno;
invece sono egoista e ipocrita.

Perché al Signore, che mi dona ogni istante di vita,
riservo solo le briciole della mia giornata,
e ai miei fratelli riservo le briciole dell’amore che egli mi dona…

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Quante cose ho chiesto a Dio!

Romeo Brotto, Rivista Missionari Saveriani, Marzo 2008

Ho chiesto a Dio di togliermi i vizi.
Mi ha detto di no: non è Dio che deve toglierti i vizi; sei tu che non devi volerli più.

Ho chiesto a Dio di rifinire il mio corpo.
Mi ha risposto che il mio spirito è completo e il mio corpo è solo provvisorio.

Ho chiesto a Dio di concedermi la pazienza.
Mi ha detto che lui non concede gratis la pazienza, ma che io devo praticarla nelle tribolazioni.

Ho chiesto a Dio di darmi la felicità.
Mi ha detto che lui benedice chi la cerca e si sforza di far felici gli altri.

Ho chiesto a Dio di liberarmi dalle sofferenze e dal dolore.
Mi ha risposto che un po’ di sofferenza mi fa bene.

Ho chiesto a Dio di farmi crescere spiritualmente.
Mi ha risposto che devo impegnarmi di più e che mi avrebbe potato per dare più frutti.

Ho chiesto a Dio tutto ciò che potesse dare più valore alla mia vita.
Mi ha risposto che mi ha dato la vita e che devo valorizzare meglio tutte le cose.

Ho chiesto a Dio di aiutarmi ad amare gli altri, come lui ama me.
E Dio, allargando le braccia, mi ha detto: “Sì, volentieri! Cerca tutti i mezzi e i modi per amare gli altri e io ti benedirò”.

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Fidati di me!

Don Angelo Saporiti, Commento sulla fede in Dio

Mi chiedi solo di credere,
di fidarmi di te,
di non avere paura delle tempeste della vita.
Mi dici che tu ci sei.
E io lo so. Lo sento che ci sei…
Fidarmi di te però non è facile,
non è per niente scontato.
Ma tu insisti e mi dici che se non mi fido di te
non ti amerò mai.
Lo sai bene, Signore,
quanto mi costa il salto della fede,
abbandonarmi a te,
totalmente,
ad occhi chiusi.
Lo sai bene, Signore,
e per questo mi sussurri:
“Figlio mio, fidati di me!
Io ci sono e ti salverò.
Non avere paura.
Anche se la tua barchetta non dovesse reggere alla tempesta,
se tu dovessi andare a fondo,
colare a picco sommerso dalle onde della vita,
io sarò con te,
sempre.
Non ti lascerò mai.
Io sono lì:
sul fondo più profondo del tuo mare,
nell’abisso più oscuro delle tue paure,
alla fine di ogni tua disperazione più devastante,
io sono proprio lì.
Sono la tua spiaggia bianca al tramonto,
sono il tuo orizzonte illimitato,
sono la tua domenica,
sono il tuo pane.
Fidati di me.
E mi potrai amare per sempre”.

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Confidiamo nel Signore sempre,perchè il Signore è una Roccia Eterna!

Se la tua fede vacilla, calmati: Dio ti guarda.
Se tutto sembra finire, calmati: Dio rimane.
Se sei nella tristezza, calmati: Dio è la consolazione.
Se il peccato ti opprime, calmati: Dio perdona.
Se hai i nervi tesi, calmati: Dio è pazienza.
Se nessuno ti comprende, calmati: Dio ti conosce.
Se urgono scelte importanti, calmati: Dio ti guida.
Se sei smarrito, calmati: Dio ti vede.
Se sei in difficoltà, calmati: Dio è provvidente.
Se la malattia ti logora, calmati: Dio guarisce.
Se la croce è pesante, calmati: Dio ti sostiene.
Se la morte ti spaventa, calmati: Dio è risurrezione.
Dio è sempre con noi, ci ama e ci ascolta.

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Meditazione di San Gregorio Nisseno

« Tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto » (Rom 8,22)

L’apostolo Paolo testimonia riguardo al Figlio che, non solo la creazione degli esseri è stata fatta da lui, ma pure che lui ha operato la nuova creazione, poiché l’antica creazione è invecchiata e ormai sorpassata. Così Cristo in persona è il Primogenito di tutta la creazione (Col 1,15), mediante il Vangelo annunciato agli uomini.

Come Cristo diviene “primogenito tra molti fratelli” (Rom 8,29)? Per noi si è fatto simile a noi, essendo stato partecipe della carne e del sangue, per trasformarci da corruttibili in incorruttibili, per mezzo della nascita dall’alto, da acqua e da Spirito (Gv 3,5). Ci ha indicato la strada di tale nascita quando, mediante il proprio battesimo, ha attirato lo Spirito Santo sull’acqua. È divenuto così il primogenito di tutti coloro che sarebbero stati rigenerati spiritualmente e tutti coloro che partecipano a questa rigenerazione da acqua e da Spirito sono chiamati fratelli.

Avendo deposto nella nostra natura la potenza della risurrezione dai morti, Cristo diviene anche primizia di coloro che si sono addormentati e primogenito di coloro che risuscitano dai morti (Col 1,18). Per primo ci ha aperto la via della liberazione dalla morte. Con la risurrezione ha distrutto i legami con i quali la morte ci teneva in schiavitù. Così, mediante questa doppia rigenerazione, del santo battesimo e della risurrezione dai morti, egli diviene il primogenito della nuova creazione.

Il primogenito ha dei fratelli. Ha detto a Maria di Magdala : « Va’ dai miei fratelli  e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio  vostro» (Gv 20,19). Perciò il mediatore fra Dio e gli uomini (1Tim 2,5), aprendo la strada a tutto il genere umano, manda ai suoi fratelli questo messaggio e dice loro: « Mediante le primizie che ho assunte, porto in me al Dio e Padre nostro tutta l’umanità ».

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Breve Meditazione quotidiana

LA GENTE NON PENSA A ME

Il maestro era totalmente indifferente al giudizio degli altri. l discepoli gli chiesero come avesse raggiunto questo grado di libertà. Egli rispose: «Fino a vent’anni non mi importava di cosa la gente pensasse di me. Dopo i vent’anni mi preoccupavo disperatamente di cosa pensasse di me. Dopo i cinquanta capii che in realtà la gente non pensava minimamente a me».

ANTICO APOLOGO ORIENTALE

Fa sempre bene ogni tanto risalire alle antiche sapienze popolari, ai loro proverbi e parabole. È il caso di questo apologo desunto dall’orizzonte variegato delle tradizioni orientali di matrice araba o indiana. La verità, nella sua semplicità, coglie nel segno e colpisce quel sottile (o grossolano) senso di orgoglio e di importanza che ognuno trascina con sé. Come si fa a non lasciarsi prendere da un moto di vanagloria se per caso ti riconoscono perché sei noto per qualcosa? È un bel massaggio al proprio ego, che si leva solenne e ringalluzzito.

Forte, allora, è la tentazione di sentirsi, se non proprio al centro, almeno ai bordi dell’interesse altrui. Ed ecco quel sussiego così patetico che va incontro, ahimè in modo ingenuo, alla doccia fredda. Presto, infatti, è in agguato la smentita: pensiamo, ad esempio, a cosa è toccato ai veri grandi del passato che spesso sono ricordati soltanto da svogliati alunni sulle pagine noiose dei testi scolastici. Preoccupiamoci un po’ meno della fama, del successo, del consenso. Il sapiente cinese Confucio nel VI-V secolo a.c. ammoniva: «Non preoccuparti del fatto che la gente non ti conosce. Preoccupati piuttosto del fatto che forse non meriti di essere conosciuto … Il vero uomo soffre se è incompetente, non se è misconosciuto».

(Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori)

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Giornate perdute nel niente, ore affogate nella noia

Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore 

Tonino Lasconi, Salmo 90,12

Furti, rapine, omicidi,
arricchimenti spropositati,
montagne di miliardi imboscati
in banche nazionali e straniere.
Signore,
perché, se dobbiamo morire?
Dove nasce questa illusione
di vivere tremila anni e forse più?
Eppure ogni giorno vediamo
i parenti e gli amici morire.
Eppure sappiamo per certo
che la morte non risparmia nessuno
e che nessuno può portarsi dietro quello che ha.
Giiornate perdute nel niente,
ore affogate nella noia,
interessi meschini e banali,
affanni e lotte
per cose senza domani.
Insegnaci, Signore a contare i nostri giorni.
Aiutaci a vincere l’illusione
di vivere tremila anni e forse più.
E saremo saggi,
E saremo buoni,
E saremo sereni.
Così vivremo per sempre.

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Meditazioni della sera,dagli scritti dei maestri

…C’è una potenza nell’anima, l’intelletto, che fin dall’inizio, appena prende coscienza di Dio o lo gusta, ha in sé cinque proprietà. La prima è quella di essere libera dal qui e dall’ora. La seconda è quella di non avere somiglianza con niente. La terza è quella di essere pura e senza commistione. La quarta è quella di essere operante o ricercante in sé stessa. La quinta è quella di essere un’immagine.

In primo luogo: è libera dal qui e dall’ora. Qui ed ora significano il tempo e il luogo. «Ora» è la piú piccola parte del tempo, non è frammento o parte del tempo, ma piuttosto un sapore del tempo, una punta ed una estremità del tempo. E tuttavia, per quanto piccolo possa essere, deve andarsene; tutto deve andarsene quel che tocca il tempo, o il sapore del tempo. Dall’altro lato: è libera dal qui. «Qui» significa il luogo. Il luogo in cui io sono è davvero piccolo. Tuttavia, per quanto piccolo possa essere, deve sparire, se si deve vedere Dio.

In secondo luogo: non è simile a niente. Un maestro dice: Dio è un’essenza simile a niente, e che non può assomigliare a niente. San Giovanni dice: «Noi saremo chiamati figli di Dio». Ma se dobbiamo essere figli di Dio, dobbiamo essere simili a lui. Come dunque può dire il maestro: Dio è un’essenza simile a niente? Lo dovete comprendere cosí: in quanto questa potenza è simile a niente, in tanto proprio è simile a Dio. Essa è simile a niente, proprio come Dio è simile a niente. Sapete, tutte le creature per natura stanno in caccia ed operano al fine di diventare simili a Dio. Il cielo mai ruoterebbe, se non andasse in cerca di Dio o di una somiglianza a lui. Se Dio non fosse in tutte le cose, la natura non opererebbe né desidererebbe niente in nessuna cosa, giacché, che tu ne abbia gioia o dolore, che tu lo sappia o no, la natura cerca e tende a Dio nel segreto, nella parte piú intima. Per quanto assetato possa essere un uomo, egli rifiuterebbe la bevanda che gli venisse offerta, se non vi fosse in essa qualcosa di Dio. La natura non desidererebbe né cibo né bevanda, né vesti né alloggio, né alcuna altra cosa, se non vi fosse niente di Dio; essa sempre cerca nel segreto e sta in caccia per trovare Dio in tutte le cose.

In terzo luogo: è pura e senza commistione. La natura di Dio è tale che non può soffrire molteplicità o commistione di alcun genere. Cosí anche questa potenza non ha molteplicità o commistione di sorta; niente di estraneo è in essa, e non può introdurvisi. Se io dicessi di un bell’uomo che è pallido e nero gli farei torto. L’anima dev’essere completamente senza molteplicità. Se qualcuno attaccasse qualcosa al mio cappuccio o vi ponesse qualcosa, chi lo tirasse, tirerebbe insieme quel che vi è attaccato. Quando io me ne vado di qui, tutto quel che è su di me se ne va con me. Se si trascina via ciò su cui un uomo ha costruito, si porta via anche lui. Ma se un uomo fosse fondato sul nulla e non aderisse a nulla, rimarrebbe completamente immobile anche se il cielo e la terra fossero capovolti, perché non sarebbe attaccato a niente e niente a lui.

In quarto luogo: è sempre interiormente in ricerca e operante. Dio è una tale essenza che sempre abita nel piú profondo. Perciò l’intelletto ricerca sempre nell’interno. Al contrario, la volontà va verso l’esterno, verso quel che ama. Se, ad esempio, venisse da me un amico, il mio volere con il suo amore si effonderebbe verso di lui, e troverebbe in ciò la sua soddisfazione. Dice san Paolo: «conosceremo Dio come siamo conosciuti da lui». San Giovanni dice: «Conosceremo Dio come egli è». Se devo essere colorato, devo avere in me quel che appartiene al colore. Non sarò mai colorato, se non ho in me l’essenza del colore. Mai posso vedere Dio, se non là dove egli stesso si vede. Perciò un santo dice: «Dio abita in una luce inaccessibile». Nessuno si scoraggi per questo: ci si trova sulla strada o nell’entrata, e questo è bene; ma la verità è lontana, perché questo non è Dio.

In quinto luogo: è un’immagine. Ebbene, fate attenzione e ricordate bene, perché tutta la predica sta in questo. L’immagine e l’immagine originaria sono cosí completamente uno ed unite l’un l’altra, che non vi si può riconoscere alcuna distinzione. Si può ben pensare il fuoco senza calore e il calore senza fuoco; si può anche pensare il sole senza la luce e la luce senza il sole, ma non si può riconoscere alcuna distinzione tra immagine ed immagine originaria. Dico ancora di piú: Dio, con la sua onnipotenza, non può riconoscere in ciò alcuna distinzione, perché insieme vengono generate e insieme muoiono. Se mio padre muore, non muoio perciò io. Quando muore, non si può dire «è suo figlio», ma piuttosto si dice «era suo figlio». Se si fa bianco il muro, in quanto è bianco è uguale ad ogni bianchezza. Se si fa nero, allora è morto ad ogni bianchezza. Vedete, lo stesso è qui. Se sparisse l’immagine formata secondo Dio, se ne andrebbe anche l’immagine di Dio. …

[MEISTER ECKHART, Sermoni tedeschi, Modicum et iam non videbitis me, ed. Adelphi, Milano, 1997, V edizione, pp. 189-192. ]

 

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«A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12)

Ecco la grande novità annunciata e donata da Gesù all’umanità: la figliolanza di Dio, diventare figli di Dio per grazia. Ma come e a chi viene donata questa grazia? “A quanti lo accolsero” e a quanti lo accoglieranno nel corso dei secoli. Occorre accoglierlo nella fede e nell’amore, credendo in Gesù come nostro Salvatore.
Ma cerchiamo di capire più in profondità cosa significhi essere figli di Dio.

Basta guardare a Gesù, il Figlio di Dio, e al suo rapporto con il Padre: Gesù pregava il Padre suo come nel “Padre nostro”. Per lui il Padre era “Abbà”, cioè il babbo, il papà, cui egli si rivolgeva con accenti di infinita confidenza e di sterminato amore. Ma, giacché era venuto in terra per noi, non gli è bastato essere lui in questa condizione privilegiata. Morendo per noi, redimendoci, ci ha fatti figli di Dio, sorelle e fratelli suoi, e ha dato anche a noi, tramite lo Spirito Santo, la possibilità di essere introdotti nel seno della Trinità. Cosicché anche a noi è stata resa possibile quella sua divina invocazione: “Abbà, Padre!” (Mc 14,36 – Rm 8,15): “papà, babbo mio”, nostro, con tutto ciò che essa comporta: certezza della sua protezione, sicurezza, abbandono al suo amore, consolazioni divine, forza, ardore; ardore che nasce in cuore a chi è certo di essere amato.

Ciò che ci fa uno con Cristo e con lui figli nel Figlio è il battesimo e la vita di grazia che ci viene da esso.
In questo passo del Vangelo c’è, inoltre, una parola che svela pure il dinamismo profondo di questa “figliolanza” da realizzare giorno dopo giorno. Occorre, infatti, “diventare figli di Dio”.
Si diventa, si cresce come figli di Dio, con la nostra corrispondenza al suo dono, vivendo la sua volontà che è tutta concentrata nel comandamento dell’amore: amore verso Dio e amore verso i prossimi.
Accogliere Gesù significa, infatti, riconoscerlo in tutti i nostri prossimi. E anch’essi potranno avere la possibilità di riconoscere Gesù e credere in lui se nel nostro amore per loro scorgeranno un tratto, una scintilla dell’amore sconfinato del Padre.

Cerchiamo, quindi, di accoglierci reciprocamente, vedendo e servendo Cristo stesso gli uni negli altri.
E allora una reciprocità di amore, di conoscenza di vita come quella che lega il Figlio al Padre nello Spirito, si instaurerà anche fra noi e il Padre, e sentiremo affiorare sempre di nuovo sulle nostre labbra l’invocazione di Gesù: Abbà, Padre.

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Si ha più gioia nel dare che nel ricevere

Il Dare

Kahlil Gibran

Allora un uomo ricco disse: Parlaci del Dare.
E lui rispose:
Date poca cosa se date le vostre ricchezze.
E’ quando date voi stessi che date veramente.
Che cosa sono le vostre ricchezze se non ciò che custodite e nascondete nel timore del domani?
E domani, che cosa porterà il domani al cane troppo previdente che sotterra l’osso nella sabbia senza traccia, mentre segue i pellegrini alla città santa?
E che cos’è la paura del bisogno se non bisogno esso stesso?
Non è forse sete insaziabile il terrore della sete quando il pozzo è colmo?

Vi sono quelli che danno poco del molto che possiedono, e per avere riconoscimento, e questo segreto desiderio contamina il loro dono.
E vi sono quelli che danno tutto il poco che hanno.
Essi hanno fede nella vita e nella sua munificenza, e la loro borsa non è mai vuota.
Vi sono quelli che danno con gioia e questa è la loro ricompensa.
Vi sono quelli che danno con rimpianto e questo rimpianto è il loro sacramento.
E vi sono quelli che danno senza rimpianto né gioia e senza curarsi del merito.
Essi sono come il mirto che laggiù nella valle effonde nell’aria la sua fragranza.

Attraverso le loro mani Dio parla, e attraverso i loro occhi sorride alla terra.
E’ bene dare quando ci chiedono, ma meglio è comprendere e dare quando niente ci viene chiesto.
Per chi è generoso, cercare il povero è gioia più grande che dare.
E quale ricchezza vorreste serbare?
Tutto quanto possedete un giorno sarà dato.
Perciò date adesso, affinché la stagione dei doni possa essere vostra e non dei vostri eredi.
Spesso dite: “Vorrei dare ma solo ai meritevoli”.
Le piante del vostro frutteto non si esprimono così né le greggi del vostro pascolo.
Esse danno per vivere, perché serbare è perire.
Chi è degno di ricevere i giorni e le notti, è certo degno di ricevere ogni cosa da voi.
Chi merita di bere all’oceano della vita, può riempire la sua coppa al vostro piccolo ruscello.
E quale merito sarà grande quanto la fiducia, il coraggio, anzi la carità che sta nel ricevere?
E chi siete voi perché gli uomini vi mostrino il cuore, e tolgano il velo al proprio orgoglio così che possiate vedere il loro nudo valore e la loro imperturbata fierezza?

Siate prima voi stessi degni di essere colui che dà e allo stesso tempo uno strumento del dare.
Poiché in verità è la vita che dà alla vita, mentre voi, che vi stimate donatori, non siete che testimoni.
E voi che ricevete – e tutti ricevete – non permettete che il peso della gratitudine imponga un giogo a voi e a chi vi ha dato.
Piuttosto i suoi doni siano le ali su cui volerete insieme.
Poiché preoccuparsi troppo del debito è dubitare della sua generosità che ha come madre la terra feconda, e Dio come padre.

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Il mistero della croce e le sette frasi che il Signore pronunciò

Medita il mistero della croce e le sette frasi che il Signore pronunciò.

Destati dunque, anima mia, e comincia a pensare al mistero della santa croce, il cui frutto risanò il male del velenoso frutto dell’albero vietato.

Guarda in primo luogo come, giunto il Salvatore a quel luogo, quei perversi nemici (perché la sua morte fosse più vergognosa) lo spogliano di tutte le sue vesti fino alla tunica intima che era senza cuciture. Guarda dunque con quanta mansuetudine si lascia spogliare quel santissimo Agnello senza aprire bocca, né proferii parola contro coloro che così lo trattavano.

Con buona volontà consentiva di farsi spogliare delle sue vesti e di restare ignominiosamente nudo perché di quelle vesti, meglio che con le foglie di fico, si ricoprisse la nudità in cui cademmo col peccato originale.

Alcuni padri della Chiesa dicono che, per togliere al Signore quella tunica, gli tolsero crudelmente la corona di spine che aveva sul capo e poi, dopo che era spogliato, tornarono a rimettergliela e a conficcargli di nuovo le spine sulla fronte, facendolo di nuovo grandemente soffrire. E bisogna credere, certo, che avranno usato questa crudeltà coloro che molte altre e terribili ne avevano usate nei suoi riguardi durante tutto il processo della sua passione, tanto più che l’evangelista dice che fecero di lui quello che volevano. E poiché la tunica era attaccata alle piaghe prodotte dalle percosse e il sangue era già rappreso e appiccicato alla veste, quei malvagi tanto incapaci di pietà, lo spogliarono togliendogliela di colpo e riaprendo tutte le piaghe delle percosse, in modo che il santo corpo fu aperto e come scorticato e trasformato in una grande piaga che gettava sangue da ogni parte.

Considera dunque, qui, anima mia, la divina bontà e misericordia che in questo mistero così chiaramente risplende, guarda come colui che rivestì il cielo di nubi e i campi di fiori e di bellezza, sia qui spogliato di tutte le sue vesti. Pensa a quanto freddo avrà patito quel santo corpo che era straziato e ignudo, privo non solo delle sue vesti, ma anche della sua pelle, con tante piaghe aperte su tutto il corpo. E se Pietro che aveva veste e calzari, la notte prima aveva avuto freddo, quanto di più ne avrà avuto quel delicatissimo corpo così ferito e senza riparo!

Dopo di ciò, pensa a come il Signore fu inchiodato alla croce e al dolore che avrà sofferto quando quei chiodi grossi e appuntiti sono entrati nelle parti più sensibili del più delicato dei corpi. E pensa anche a quello che avrà provato la Vergine quando avrà visto coi suoi occhi e udito con le sue orecchie i crudeli e duri colpi che cadevano così frequenti su quelle membra divine, poiché veramente quei colpi di martello e quei chiodi trapassavano le mani al figlio, ma spezzavano anche il cuore alla Madre.

Guarda poi come sollevarono in alto la croce piantandola in una buca che avevano preparato a questo scopo e come (essendo così crudeli i carnefici) per sistemarla, la lasciarono cadere di colpo, così che quel santo corpo è sobbalzato nell’aria e si sono aperti ancora di più i fori dei chiodi, producendo intollerabile dolore.

O mio Salvatore e Redentore, quale cuore di pietra ci sarà che non si spezzi di dolore (e in quel giorno infatti si spezzarono le pietre) ripensando a quanto hai sofferto su quella croce? Ti hanno circondato dolori di morte e hanno infuriato sopra di te tutti i venti e le onde del mare. Sei caduto nel più profondo degli abissi e non trovi dove aggrapparti. Il Padre ti ha abbandonato, che cosa speri, Signore, dagli uomini?

I nemici ti scherniscono, gli amici ti spezzano il cuore, la tua anima è afflitta e tu, per amor mio, non vuoi conforto. Terribili furono certo i miei peccati e la penitenza che ne hai subito lo dimostra.

Ti vedo, mio Re, attaccato a un legno: non c’è altro a sostenere il tuo corpo che tre ganci di ferro; da essi, senza alcun altro sollievo, pende la tua santa carne. Quando appoggi il corpo sui piedi, si strappano le ferite dei piedi a causa dei chiodi che li attraversano, quando lo appoggi sulle mani, si strappano le ferite delle mani per il peso del corpo.

E la santa testa stanca e tormentata dalla corona di spine, che cuscino avrà a sostenerla?

O come sarebbero ben impiegate ora a questo compito le vostre santissime braccia, o Vergine dolcissima, ma ora non le vostre serviranno, ma quelle della croce. Sopra di esse reclinerà la santa testa quando vorrà riposare e l’unico sollievo che ne ritrarrà sarà il configgersi più forte delle spine nella carne.

I dolori del figlio erano aumentati dalla presenza della Madre, dai quali dolori il suo cuore era intimamente straziato come esteriormente lo era il sacro corpo.

Ci sono due croci per te, o buon Gesù, in questo giorno! una per il tuo corpo, una per la tua anima; una della passione, l’altra della compassione; una trafigge il corpo con chiodi di ferro, l’altra la tua santissima anima con chiodi di dolore.

Chi potrebbe, buon Gesù, spiegare quello che hai sofferto vedendo le angosce di quell’anima santissima, che sapevi così chiaramente essere con tè crocifissa alla croce? Vedendo quel cuore pietoso trafitto e attraversato da una spada di dolore, volgendo gli occhi insanguinati e guardando quel volto divino coperto da un pallore di morte? E vedendo le angosce del tuo animo, già più che morto? E i fiumi di lacrime che scorrevano da quegli occhi purissimi? E udendo i gemiti strappati da quel santo petto e generati dal peso di tanto grande dolore?

Dopo di ciò, puoi meditare le sette frasi che il Signore pronunciò sulla croce.

Delle quali:

  1. La prima fù: Padre perdona loro, che non sanno quello che fanno (Lc 23, 34).

  2. La seconda al ladrone: Oggi sarai con me in paradiso (Lc 23, 43).

  3. La terza alla sua Santissima Madre: Donna, ecco tuo figlio (Gv 19, 26).

  4. La quarta: Ho sete (Gv 19, 28).

  5. La quinta: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Mt 27, 46).

  6. La sesta: Tutto è compiuto! (20).

  7. La settima: Padre, nelle tue mani, raccomando il mio spirito (Lc 23, 46).

Pensa, dunque, anima mia, con quanta carità in queste parole raccomandò i suoi nemici al Padre, con quanta misericordia accolse il ladrone che gli proclamava la sua fede, con quanta tenerezza raccomandò il discepolo amato alla pietosa Madre, con quale ardente sete mostrò di desiderare la salvezza degli uomini, con che voce dolente sparse la sua preghiera e dichiarò la sua sofferenza prima della divina sottomissione, come perfettamente portò a termine la sua obbedienza al Padre e come, infine, gli raccomandò lo spirito e tutto si consegnò nelle sue benedettissime mani.

Da ciò appare evidente che in ciascuna di questa è racchiusa una testimonianza di virtù.

Nella prima si raccomanda la carità verso i nemici, nella seconda la misericordia verso i peccatori, nella terza il rispetto verso i genitori, nella quarta il desiderio di salvezza del prossimo, nella quinta la preghiera del dolore e dell’abbandono di Dio, nella sesta la virtù dell’obbedienza e della perseveranza, nella settima la perfetta rassegnazione nelle mani di Dio, che è la più alta di tutte le nostre perfezioni.

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Quando le Croci sono troppe

17. Quando le croci sono troppe

Giovanni Francile

Un uomo viaggiava, portando sulle spalle tante croci pesantissime. Era ansante, trafelato, oppresso e, passando un giorno davanti ad un Crocifisso, se ne lamentò con il Signore così: “Ah! Signore, io ho imparato nel catechismo che tu ci hai creato per conoscerti, amarti e servirti… ma invece mi sembra di essere stato creato soltanto per portare le croci! Me ne hai data tante e così pesanti che io non ho più la forza di portarle”.

Il Signore però gli disse: “Vieni qui, figlio mio, posa queste croci per terra ed esaminiamole un poco. Ecco, questa è la più grossa e la più pesante; guarda che cosa c’è scritto sopra”.
Quell’uomo guardò e lesse questa parola: sensualità.

“Lo vedi?” disse il Signore, “questa croce non te l’ho data io, ma te la sei fabbricata da solo. Hai avuto troppa smania di godere, sei andato in cerca di piaceri, golosità, di divertimenti… e di conseguenza hai avuto malattie, povertà, rimorsi”.

“Purtroppo è vero, soggiunse l’uomo, questa croce l’ho fabbricata io! E’ giusto che io la porti!”.

Sollevò da terra quella croce e se la pose di nuovo sulle spalle.

Il Signore continuò: “Guarda quest’altra croce. C’è scritto sopra: ambizione. Anche questa l’hai fabbricata tu, non te l‘ho data Io. Hai avuto troppo desiderio di salire in alto, di occupare i primi posti, di stare al di sopra degli altri… e di conseguenza hai avuto odio, persecuzione, calunnie, disinganni”.

“E’ vero, è vero! anche questa croce l’ho fabbricata io! E’ giusto che io la porti!”. Sollevò da terra quella seconda croce e se la mise sulle spalle.

Il Signore additò altre croci, e disse: “Leggi. Su questa è scritto: gelosia, su quell’altra: avarizia, su
quest’altra…”

“Ho capito, ho capito, Signore, è troppo giusto quello che tu dici”.

E prima che il Signore avesse finito di parlare, il povero uomo aveva raccolto da terra tutte le sue croci e se l’era poste sulle spalle. Per ultima era rimasta per terra una crocetta piccola piccola e quando l’uomo la sollevò per porsela sulle spalle esclamò: “Oh! Com’è piccola questa! E pesa poco”. Guardò quello che c’era scritto sopra e lesse queste parole: “La croce di Gesù”.

Vivamente commosso, sollevò lo sguardo verso il Signore ed esclamò: “Quanto sei buono!” Poi baciò quella croce con grande affetto.

E il Signore gli disse: “Vedi figlio mio, questa piccola croce te l’ho data io, ma te l’ho data con amore di Padre; te l’ho data perché voglio farti acquistare merito con la pazienza; te l’ho data perché tu possa somigliare a me e starmi vicino per giungere al Cielo, perché io l’ho detto: Chi vuole venire dietro a me prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Ma ho detto anche: il mio giogo è soave e il mio peso è leggero”.

L’uomo delle croci riprese silenzioso il cammino della vita; fece ogni sforzo per correggersi dei suoi vizi e si diede con ogni premura a conoscere, amare e servire Dio.

Le croci più grosse e più pesanti caddero, una dopo l’altra dalle sue spalle e gli rimase soltanto quella di Gesù. Questa se la tenne stretta al cuore fino all’ultimo giorno della sua vita, e quando arrivò al termine del viaggio, quella croce gli servì da chiave per aprire la porta del Paradiso.

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«A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12)

Ecco la grande novità annunciata e donata da Gesù all’umanità: la figliolanza di Dio, diventare figli di Dio per grazia. Ma come e a chi viene donata questa grazia? “A quanti lo accolsero” e a quanti lo accoglieranno nel corso dei secoli. Occorre accoglierlo nella fede e nell’amore, credendo in Gesù come nostro Salvatore.
Ma cerchiamo di capire più in profondità cosa significhi essere figli di Dio.

Basta guardare a Gesù, il Figlio di Dio, e al suo rapporto con il Padre: Gesù pregava il Padre suo come nel “Padre nostro”. Per lui il Padre era “Abbà”, cioè il babbo, il papà, cui egli si rivolgeva con accenti di infinita confidenza e di sterminato amore. Ma, giacché era venuto in terra per noi, non gli è bastato essere lui in questa condizione privilegiata. Morendo per noi, redimendoci, ci ha fatti figli di Dio, sorelle e fratelli suoi, e ha dato anche a noi, tramite lo Spirito Santo, la possibilità di essere introdotti nel seno della Trinità. Cosicché anche a noi è stata resa possibile quella sua divina invocazione: “Abbà, Padre!” (Mc 14,36 – Rm 8,15): “papà, babbo mio”, nostro, con tutto ciò che essa comporta: certezza della sua protezione, sicurezza, abbandono al suo amore, consolazioni divine, forza, ardore; ardore che nasce in cuore a chi è certo di essere amato.

Ciò che ci fa uno con Cristo e con lui figli nel Figlio è il battesimo e la vita di grazia che ci viene da esso.
In questo passo del Vangelo c’è, inoltre, una parola che svela pure il dinamismo profondo di questa “figliolanza” da realizzare giorno dopo giorno. Occorre, infatti, “diventare figli di Dio”.
Si diventa, si cresce come figli di Dio, con la nostra corrispondenza al suo dono, vivendo la sua volontà che è tutta concentrata nel comandamento dell’amore: amore verso Dio e amore verso i prossimi.
Accogliere Gesù significa, infatti, riconoscerlo in tutti i nostri prossimi. E anch’essi potranno avere la possibilità di riconoscere Gesù e credere in lui se nel nostro amore per loro scorgeranno un tratto, una scintilla dell’amore sconfinato del Padre.

Cerchiamo, quindi, di accoglierci reciprocamente, vedendo e servendo Cristo stesso gli uni negli altri.
E allora una reciprocità di amore, di conoscenza di vita come quella che lega il Figlio al Padre nello Spirito, si instaurerà anche fra noi e il Padre, e sentiremo affiorare sempre di nuovo sulle nostre labbra l’invocazione di Gesù: Abbà, Padre.

Fonte: http://www.laparola.it/paroledivita/a_quanti_lo_hanno_accolto

 

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Pensieri e Meditazioni brevi di San Giovanni della Croce

26 – Lo spirito molto puro non si distrae in estranee attenzioni né in considerazioni umane, ma solo nella solitudine di tutte le forme, con saporosa quiete interiore comunica con Dio, la cui conoscenza avviene soltanto nel silenzio divino.

27 – L’anima innamorata è un’anima dolce, mite, umile e paziente.

28 – L’anima dura indurisce nel suo amor proprio. Se tu, o Gesú, nel tuo amore non la rendi dolce, ella resterà sempre nella sua durezza naturale.

29 – Chi perde l’occasione, è come chi lasciò volar via di mano l’uccello che non potrà piú essere ripreso.

30 – Non ti conoscevo, Signore mio, perché volevo ancora conoscere e gustare le cose.

31 – Che cambi pure tutto, o Signore Dio, purché noi troviamo riposo in te.

32 – Un solo pensiero dell’uomo vale piú del mondo intero, perciò Dio solo è degno di esso.

33 – Per ciò che è insensibile ciò che tu non senti, per il sensibile il senso e per lo spirito di Dio il pensiero.

34 – Ricorda che il tuo Angelo custode non sempre muove l’appetito all’azione, anche se illumina sempre la ragione. Pertanto, per esercitarti nella virtú, non attendere il gusto, perché ti sono sufficienti la ragione e l’intelletto.

35 – Quando l’appetito è posto in altra cosa, non si lascia muovere dalla mozione dell’Angelo.

36 – Il mio spirito si è inaridito, perché si dimentica di riposare in te.

37 – Tu non troverai quello che desideri o maggiormente brami, né per questa tua strada né per quella dell’alta contemplazione, ma in una grande umiltà e sottomissione di cuore.

38 – Convinciti che non entrerai nel sapore e nella soavità di spirito, se non ti darai alla mortificazione di tutto ciò che desideri.

39 – Ricordati che il fiore piú delicato piú presto appassisce e perde l’odore, perciò guardati dal camminare per le vie del gusto ché non sarai costante. Scegliti invece uno spirito robusto, distaccato da tutte le cose e troverai dolcezza e pace in abbondanza: infatti i frutti saporiti e duraturi si raccolgono in un terreno freddo e arido.

40 – Bada che la tua carne è debole e che nessuna cosa del mondo può dare forza e conforto al tuo spirito, poiché ciò che nasce dal mondo è mondo e ciò che nasce dalla carne è carne; lo spirito buono nasce solo dallo spirito divino, il quale non si comunica né per mezzo del mondo né per mezzo della carne.

41 – Fai un patto con la tua ragione di compiere quanto ella ti dice nel cammino di Dio: ciò presso di Lui ti varrà piú di tutte le opere che fai senza tale riflessione e di tutti i gusti spirituali che tu desideri.

42 – Felice colui il quale, messi da parte i propri gusti e le proprie inclinazioni, prima di agire considera le cose al lume della ragione e della giustizia.

43 – Chi agisce secondo la ragione è come colui che si nutre di cibi sostanziosi; chi invece si muove dietro al gusto della volontà è come chi si nutre di frutta fradicia.

44 – Tu, Signore, sollevi di nuovo con gioia e con amore chi ti offende e io non sollevo e onoro di nuovo chi mi irrita.

45 – O potente Signore, se una scintilla della tua sovrana giustizia produce tanti effetti nel príncipe mortale che governa e muove i popoli, che cosa non farà la tua giustizia onnipotente sul giusto e sul peccatore?

46 – Se avrai liberato la tua anima da attaccamenti e proprietà estranei, comprenderai le cose secondo lo spirito, e se in essi avrai rinnegato l’appetito, gusterai della loro verità, intendendo quanto vi è dentro di esse.

47 – Signore, mio Dio, non ti allontani da chi non si allontana da te: come possono dire che tu sei un assente?

48 – Ha vinto veramente tutte le cose chi, pur gustandole, non vi trova piacere né si affligge per il disgusto.

49 – Se vuoi giungere al santo raccoglimento, devi avanzare non accettando, ma rifiutando.

50 – Dovunque io vada con te, Dio mio, tutto mi accadrà come io desidero per te.

51 – Non potrà giungere alla perfezione colui che non si sforza di contentarsi di nulla, di modo che la concupiscenza naturale e spirituale stiano contente nel vuoto, il che appunto si richiede per giungere alla somma tranquillità e pace di spirito. In tal maniera l’amore di Dio è spesso in atto nell’anima pura e semplice.

52 – Poiché Dio è inaccessibile, procura di non fermarti in quello che le tue potenze possono comprendere e i tuoi sensi percepire, affinché tu non ti senta soddisfatto del meno e la tua anima non perda la leggerezza necessaria per salire a Dio.

53 – Come colui che tira un carro su per una salita, cosí cammina verso Dio l’anima che non respinge la preoccupazione e non spegne l’appetito.

54 – Non è volontà di Dio che l’anima si turbi di qualche cosa e che soffra tormenti; se essa nei casi avversi del mondo soffre, ciò accade per la debolezza della sua virtú, poiché l’anima del perfetto si rallegra in ciò in cui si affligge quella di un imperfetto.

55 – Il cammino della vita ama poco il frastuono e l’agitazione ed esige piú la mortificazione della volontà che la molta scienza. Camminerà piú velocemente per esso, chi dalle cose e dai gusti avrà preso il meno.

56 – Non credere che piacere a Dio consista tanto nel compiere molte opere, quanto nel farle con buona volontà senza attaccamento e rispetto umano.

57 – Nella sera sarai esaminato sull’amore. Impara ad amare Dio come Egli vuole essere amato e lascia il tuo modo di fare e di vedere.

58 – Procura di non ingerirti nelle cose altrui e non permettere che passino neppure per la tua memoria, perché forse non potrai condurre a compimento la tua opera. 

SAN GIOVANNI DELLA CROCE, Opere, Postulazione Generale dei Carmelitani Scalzi, Roma, 1991, Avvisi e Sentenze, pp. 1088-1091.

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Dove ti ho trovato, Signore

T’ho trovato in tanti luoghi, Signore!
T’ho sentito palpitare nel silenzio altissimo d’una chiesetta alpina,
nella penombra del tabernacolo
di una cattedrale vuota,
nel respiro unanime d’una folla
che ti ama e riempie
le arcate della tua chiesa di canti e d’amore.
T’ho trovato nella gioia,
ti ho parlato al di là del firmamento stellato,
mentre a sera, in silenzio,
tornando dal lavoro a casa.
Ti cerco e spesso ti trovo.
Ma dove sempre ti trovo è nel dolore.
Un dolore un qualsiasi dolore
è come il suono della campanella
che chiama la sposa di Dio alla preghiera.
Quando l’ombra della croce appare,
l’anima si raccoglie
nel tabernacolo del suo intimo
e scordando il tintinnio della campana
ti «vede» e ti parla.
Sei Tu che mi vieni a visitare.
Sono io che ti rispondo:
«Eccomi Signore, te voglio, te ho voluto».
E in quest’incontro l’anima non sente il dolore,
ma è come inebriata del tuo amore:
soffusa di te, impregnata di te: io in te, tu in me,
affinché siamo uno.
E poi riapro gli occhi alla vita,
alla vita meno vera,
divinamente agguerrita,
per condurre la tua guerra.

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Meditazione della sera

All’anima colpevole, oppressa dal peso delle sue colpe, Gesú diceva: «Abbi fiducia, figliuolo, i tuoi peccati ti son perdonati» (Mt., 9, 2). «Fiducia!» diceva ancora alla malata abbandonata che attendeva da Lui la sua guarigione: «la tua fede ti ha salvata» (Mt., 9, 22). Quando i suoi apostoli tremavano di spavento, vedendolo camminare di notte sul lago di Genezareth, egli li tranquillizzava con questa affermazione rassicurante: «Abbiate fiducia! Sono io; non abbiate paura» (Mc., 6, 50). E la sera della Cena, conoscendo i frutti infiniti del suo sacrificio, lanciava, mentre andava alla morte, questo grido di trionfo: «Fiducia, abbiate fiducia! Io ho vinto il mondo» (Gv., 16, 33).
… Alcune anime sentono cosí vivamente le loro macchie e la loro miseria che osano appena avvicinarsi alla Divina Santità. Sembra loro che un Dio cosí puro debba provare una repulsione invincibile a chinarsi verso di esse. … Come si ingannano queste anime!
… Cristiani, che avete ricevuto tanti segni del suo amore, non abbiate paura. Nostro Signore teme, piú di ogni altra cosa, che abbiate paura di Lui. Le vostre imperfezioni, le vostre debolezze, le vostre colpe piú gravi, le vostre ricadute cosí frequenti non lo irriteranno, purché desideriate sinceramente convertirvi. Piú siete miserabili, piú Egli ha compassione della vostra miseria, piú desidera compiere presso di voi la sua missione di Salvatore. Non è forse soprattutto per i peccatori che Egli è disceso sulla terra? (Mc., 2, 17).
… Ad altre anime manca la fede. Esse hanno certamente quella fede generale, senza la quale tradirebbero la grazia del loro battesimo. Credono che Nostro Signore sia onnipotente, buono e fedele nelle sue promesse; ma applicano malamente questa credenza alle loro necessità particolari. Esse non sono dominate dalla convinzione irresistibile che Dio, attento alle loro prove, si china su di loro per soccorrerle. Eppure Gesú Cristo ci domanda questa fede speciale concreta. Egli la esigeva un tempo come condizione indispensabile ai suoi miracoli; Egli la esige ancora da noi per concederci i suoi favori. «Se puoi credere, tutto è possibile a colui che crede» (Mc., 9, 22).
… Potete credere? Potete arrivare a questa certezza, cosí forte che niente la fa vacillare, cosí chiara che equivale all’evidenza? È tutto qui. Quando arriverete a questo grado di fiducia, vedrete meraviglie realizzarsi in voi. Chiedete dunque al Divin Maestro di aumentare la vostra fede. Ripetetegli spesso la preghiera del Vangelo: «Credo, Signore; aiutate la mia incredulità» (Mc., 9, 23).
… San Tommaso definisce la fiducia: «Una speranza fortificata da una solida convinzione»
… Si noti bene: la differenza non è di natura, ma solo di grado di intensità. Le luci incerte dell’alba e quelle abbaglianti del sole a mezzogiorno fanno parte della stessa giornata. Cosí, la fiducia e la speranza appartengono alla stessa virtú: l’una non è che il pieno sviluppo dell’altra.
… Quale forza sovrana fortifica la speranza al punto da renderla inespugnabile agli assalti dell’avversità? La fede.
… La nostra fiducia si sviluppa nella misura in cui diviene piú profonda la nostra fede.
… Essa si rivolgerà semplicemente a Nostro Signore; in Lui si appoggerà con tanta maggior sicurezza, quanto piú essa si sentirà privata di ogni aiuto umano. Pregherà con ardore piú vibrante, e nelle tenebre della prova proseguirà il suo cammino, aspettando in silenzio l’ora di Dio.
… Anime colpite dalla prova, non mormorate nell’abbandono in cui siete ridotte. Dio non vi domanda un’allegria sensibile, impossibile alla nostra debolezza. Solamente, rianimate la vostra fede, riprendete coraggio e, secondo l’espressione cara a San Francesco di Sales, sforzatevi di rallegrarvi nel «fondo ultimo dell’anima». La provvidenza vi sta dando il segnale da cui si riconosce la sua ora: essa vi ha privato di ogni appoggio. È il momento di resistere all’inquietudine della natura. Siete arrivati a quel punto dell’officio interiore in cui si deve cantare il Magnificat e far fumigare l’incenso: «Rallegratevi sempre nel Signore; ve lo ripeto, rallegratevi: il Signore è vicino» (Filipp., 4, 4 e 5). Seguite questo consiglio e vi troverete bene. Se il Divino Maestro non si lasciasse commuovere da una tale fiducia, non sarebbe piú quello che i Vangeli ci mostrano compassionevole, colui che era scosso da un fremito doloroso alla vista delle nostre sofferenze.
… Questa fiducia, che la sua bontà dovrebbe naturalmente ispirarci, Nostro Signore l’esige da noi esplicitamente: la pone come una condizione essenziale per ricevere i suoi favori.

O Maestro adorabile, vogliamo ormai abbandonarci interamente al Vostro amoroso comportamento.
Vi affidamo la cura del nostro avvenire materiale. Ignoriamo ciò che ci riserva questo avvenire, carico di minacce; ma ci mettiamo nelle mani della Vostra Provvidenza.
Vi affidiamo le nostre pene: esse sono talvolta davvero crudeli, ma Voi siete qui per addolcirle.
Vi affidiamo le nostre miserie morali; la nostra debolezza ci spinge a temere ogni mancanza. Ma Voi ci sosterrete e ci preserverete dalle cadute.
Come il Vostro Apostolo prediletto, che poggiava il capo sul Vostro petto, noi ci riposeremo sul Vostro Cuore divino, e, secondo le parole del Salmista, ci addormenteremo in una pace deliziosa, perché Voi, o Gesœ, ci avete posto in un’inalterabile fiducia.
Amen.

[padre THOMAS DE SAINT-LAURENT, Il libro della fiducia.]

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La Meditazione assidua e spontanea prepara una Vita Felice

2. Signore, Dio delle virtú, convértici; mòstraci il tuo volto e noi saremo salvi (Ps. 79,20).

Ma, ahimé, Signore, ahimé, quanto è precipitoso, quanto è temerario, disordinato, presuntuoso ed estràneo alla regola del Verbo di verità e della tua Sapienza voler vedere Dio con cuore impuro! Tuttavia, o sovrana bontà, sommo bene, vita dei cuori e luce degli occhi interiori, grazie alla tua benevolenza, o Signore, abbi misericordia, poiché la contemplazione della tua bontà, o buon Signore, è la mia purificazione, è la fonte della mia fiducia, è la causa della mia giustificazione.

Dunque, Signore Dio mio, tu che dici all’ànima mia, nel modo che tu sai:Sono io la tua salvezza (Ps. 34, 3),
Rabbunì, sommo maestro, l’único in grado di insegnarmi a vedere, di’ a questo tuo cieco mendicante: Che vuoi che io ti faccia? (Mc, 10, 51).
E tu sai, tu che già mi doni ciò che bramo, con quanta forza il mio cuore, gettate lontano tutte le altezze, le bellezze, le dolcezze di questo mondo e tutte le realtà che pòssono, anzi son sòlite suscitare la concupiscenza della carne o degli occhi o l’ambizione dello spírito, anche dagli àngoli piú riposti delle sue fibre, ti gridi: Il mio volto ti ha cercato; il tuo volto, Signore, io cercherò. Non distogliere da me il tuo volto, non respingere con collera il tuo servo (Ps. 26, 8-9).

Io sono certamente uno sfrontato e un insolente, o mio eterno aiuto, mio instancabile difensore, ma vedi che è per amore del tuo amore che lo faccio, cosí come vedi me, che pur non riesco a vederti, e come mi hai infuso il desiderio di te; e se qualcosa di me ti è gradito, ecco che súbito perdoni a questo tuo cieco, che ti corre incontro e gli porgi la mano se, nella corsa, inciampa in qualche ostàcolo.

3. Mi risponde, invero, interiormente, nell’ànima e nello spírito, tumultuando dentro di me e scuotendo tutte le mie fibre, la voce che attesta la tua presenza. I miei occhi interiori sono abbagliati dal fulgore della tua verità, che mi rammenta come nessuno possa vederti e continuare a vivere. Infatti, io sono davvero, fino ad ora, tutto sprofondato nei peccati e non sono ancora riuscito a morire a me stesso, cosí da vivere per te. 
Tuttavia, per tuo comando e tuo dono, me ne sto salvo sulla roccia della tua fede, della fede cristiana, nel luogo che è veramente vicino a te, nel quale frattanto sopporto con pazienza, come posso, e abbraccio e bacio la tua destra, che mi ricopre e mi protegge; e talvolta, mentre contemplo e bramo vedere almeno le terga di te che mi vedi, io scorgo passare l’umiltà stessa, cioè il mistero dell’umanità di Cristo, tuo Figlio.
Ma proprio quando non vedo l’ora di avvicinarmi a lui e, come l’emorroissa, ardo dal desiderio, per cosí dire, di carpire la guarigione per l’inferma e miserabile ànima mia grazie al tocco benefico anche solo di un lembo della sua veste; oppure quando, come Tommaso, quest’uomo pieno di desiderio, desídero vedermelo tutto íntegro davanti e toccarlo; non solo, ma quando penso di avvicinarmi alla santissima ferita del suo fianco, porta aperta su un lato dell’arca, non per méttervi un dito appena o tutta quanta la mano, ma per entrarvi tutto intero fino al cuore di Gesú, fin dentro il Santo dei Santi, l’arca dell’alleanza, l’urna d’oro, l’ànima della nostra umanità, che contiene in sé stessa la manna della divinità: mi sento dire, ahimé: Non toccarmi (Gv 20, 17). E anche quelle parole dell’Apocalisse (22, 15): Fuori i cani.
Cosí, cacciato e respinto dalle nerbate della mia coscienza, del resto meritate, sono costretto a scontare le pene della mia malvagità e presunzione.
Mi rifugio allora nuovamente sulla mia roccia, che è il rifugio degli ístrici, ricoperti dalle spine dei loro peccati, e ancora una volta abbraccio e bacio la tua destra, che mi ricopre e mi protegge. E da quello, che ho appena intravisto o percepito, con un desiderio ancora piú ardente e trattenendo a stento l’impazienza, aspetto che tu tolga la mano che mi copre e che mi infonda la grazia che illúmina, cosicché finalmente, almeno ogni tanto, secondo il responso della tua verità, morto a me stesso e con la volontà di vivere per te, io cominci a vedere scopertamente il tuo volto e a perdermi in te in séguito a questa visione.

[GUGLIELMO DI SAINT-THIERRY, La contemplazione di Dio, Ed. Piemme, Casale Monferrato, 1997, pp. 62-64]

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Acquista e conserva la pace interiore e migliaia intorno a te troveranno la salvezza.

Acquista e conserva la pace interiore e migliaia intorno a te troveranno la salvezza.

Nulla aiuta di più la pace interiore che il silenzio: il dialogo incessante con se stessi e il silenzio con gli altri.

Non bisogna mai esagerare in nulla, ma fare in modo che il nostro amico, il corpo, rimanga fedele e partecipi alla nostra vita interiore.

Bisogna essere pazienti verso se stessi e sopportare le proprie mancanze come si sopportano quelle degli altri, ma bisogna anche non lasciarsi prendere dalla pigrizia e sforzarsi di sempre migliorare.

Davanti alle nostre mancanze non arrabbiamoci, non aggiungiamo un male ad un altro male, ma conserviamo la pace interiore, e dedichiamoci con coraggio a convertirci. La virtù non è una pera che si mangia in un solo boccone.

Dobbiamo attenderci gli attacchi del demonio. Come possiamo sperare che ci lascerà tranquilli se ha tentato anche nostro Signore Gesù?

Se Dio abbandonasse l’uomo a se stesso, il diavolo sarebbe pronto a ridurlo in polvere come un chicco di grano sotto la macina.

Guàrdati dallo spirito di scoraggiamento, perché di qui nasce ogni male.

Giudica te stesso, allora cesserai di giudicare gli altri.

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Calmati e rifletti: la Preghiera verrà da sè

Se la tua fede vacilla, calmati: Dio ti guarda.
Se tutto sembra finire, calmati: Dio rimane.
Se sei nella tristezza, calmati: Dio è la consolazione.
Se il peccato ti opprime, calmati: Dio perdona.
Se hai i nervi tesi, calmati: Dio è pazienza.
Se nessuno ti comprende, calmati: Dio ti conosce.
Se urgono scelte importanti, calmati: Dio ti guida.
Se sei smarrito, calmati: Dio ti vede.
Se sei in difficoltà, calmati: Dio è provvidente.
Se la malattia ti logora, calmati: Dio guarisce.
Se la croce è pesante, calmati: Dio ti sostiene.
Se la morte ti spaventa, calmati: Dio è risurrezione.
Dio è sempre con noi, ci ama e ci ascolta.

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Signore,fammi sentire la tua Presenza in mezzo alle agitazioni

Henri J. M. Nouwen, Preghiere dal silenzio

Perché, o Signore,
mi risulta tanto difficile
tenere il mio cuore rivolto a te?
Perché la mia mente
se ne va raminga in mille direzioni,
e perché il mio cuore
desidera cose che mi portano fuori strada?
Fammi sentire la tua presenza
in mezzo alle mie mille agitazioni.
Il mio corpo stanco,
la mia mente confusa
e la mia anima inquieta,
prendili tra le tue braccia
e dammi un po’ di riposo,
un semplice quieto riposo.

Lago-Svizzero

Essere o non Essere: il dilemma dell’uomo senza Luce,nell’ombra

Essere o non essere – William Shakespeare

“Essere, o non essere, questo è il dilemma:
se sia più nobile nella mente soffrire
i colpi di fionda e i dardi dell’oltraggiosa fortuna
o prendere le armi contro un mare di affanni
e, contrastandoli, porre loro fine? Morire, dormire…
nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine
al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali
di cui è erede la carne: è una conclusione
da desiderarsi devotamente. Morire, dormire.
Dormire, forse sognare. Sì, qui è l’ostacolo,
perché in quel sonno di morte quali sogni possano venire
dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale
deve farci esitare. È questo lo scrupolo
che dà alla sventura una vita così lunga.
Perché chi sopporterebbe le frustate e gli scherni del tempo,
il torto dell’oppressore, la contumelia dell’uomo superbo,
gli spasimi dell’amore disprezzato, il ritardo della legge,
l’insolenza delle cariche ufficiali, e il disprezzo
che il merito paziente riceve dagli indegni,
quando egli stesso potrebbe darsi quietanza
con un semplice stiletto? Chi porterebbe fardelli,
grugnendo e sudando sotto il peso di una vita faticosa,
se non fosse che il terrore di qualcosa dopo la morte,
il paese inesplorato dalla cui frontiera
nessun viaggiatore fa ritorno, sconcerta la volontà
e ci fa sopportare i mali che abbiamo
piuttosto che accorrere verso altri che ci sono ignoti?
Così la coscienza ci rende tutti codardi,
e così il colore naturale della risolutezza
è reso malsano dalla pallida cera del pensiero,
e imprese di grande altezza e momento
per questa ragione deviano dal loro corso
e perdono il nome di azione.”

William Shakespeare –

“Succeda quel che succeda, i giorni brutti passano,
esattamente come tutti gli altri.”
– William Shakespeare -.
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Breve Meditazione sulla fatica di vivere e sulla nostra vita

A cosa serve vivere – padre Stefano dell’abbazia di Sant’Antimo

Basta! Sono stanco morto, stanco di pensare troppo.
Come un uccello folle la mia testa gira e rigira a vuoto,
e si imbatte nelle griglie dei mille perché della mia vita.
Ci sono troppe domande, e sempre nessuna risposta!
Perché questa vita stereotipata con i minuti che spingono le ore, le ore che spingono i giorni,
i giorni che spingono i mesi, e poi, tutto ricomincia automaticamente?
Qual è il senso della mia vita?
Sarà per lo studio? E poi? Per la laurea? E poi?
Per il lavoro? Per il denaro? Per le vacanze?
Per la pensione? E poi? E poi?
Per il nulla quando si pensava di avere raggiunto il tutto!
Signore, siamo giovani bulimici di avere e anoressici di essere!
Appena sono nato, piccolo pargolo,
mi hanno colmato con il prezzo dei loro giocattoli;
mi hanno nutrito sempre preoccupati se ero sazio abbastanza;
mi hanno vestito con magliette e scarpe alla moda;
mi hanno dato tutto perché non mi mancasse niente…
…e adesso sono vuoto, privo di senso,
con una vita piena di avere e povera di essere!
Tu mi hai detto Signore, «una cosa ti manca: vai,
vendi quello che hai e dallo ai poveri
e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi!».
Donami, Signore, la forza per diventare come Francesco:
povero nel suo saio ed estraneo a qualsiasi moda;
pellegrini tranquillo lungo la strada verso l’eternità;
lontano dalla gabbia dorata di una vita comoda;
irradiazione di gioia cibandosi di nulla;
felice, pur essendo privo di tutto;
pazzo, dopo l’incontro con Te senza il quale non si può Essere;
pazzo come lui, per essere me stesso e felice.

padre Stefano dell’abbazia di Sant’Antimo –

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