MEDITAZIONI SU MATTEO 16,13 – 20,34 – 4

Esercizi spirituali

Meditazioni su Matteo 16,13 – 20,34

III meditazione

Preghiera iniziale: salmo 126 (125)

Con la professione di fede di Pietro, siamo a un punto centrale del ministero di Gesù; Gesù viene riconosciuto come il Cristo, il Messia, colui nel quale si compiono tutte le promesse dei profeti, tutte le speranze e le attese di Israele, e viene riconosciuto come il Figlio di Dio: in lui cioè, Dio si manifesta e si fa vicino agli uomini. Gesù, dunque, è Cristo e Figlio di Dio.

Che significa precisamente “Cristo”? Come lo dobbiamo immaginare il Messia? Giovanni Battista lo immaginava come un grande giudice che viene a separare il grano dalla pula, a separare quindi i giusti dagli empi; se i giusti vengono premiati, gli empi ricevono un castigo eterno. Il libro di Daniele presenta il regno di Dio come un regno che cancella tutti i regni umani considerati bestiali: in Israele, cioè, si aspettava il Messia come un re che avrebbe cancellato il potere dell’impero romano, e avrebbe sostituito questo potere ingiusto con un potere giusto. D’altra parte, se vogliamo immaginare cosa possa essere un Messia, o un Figlio di Dio, molto probabilmente pensiamo a qualcuno che ha una forza irresistibile e che inaugura un regno giusto e santo in mezzo agli uomini.

Ora, queste idee sul Messia non sono sbagliate, sono però incomplete, nell’ottica del Vangelo. Infatti, dopo che Pietro ha fatto la professione di fede, Gesù ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo: che egli sia il Cristo, è una cosa vera, ma deve rimanere un segreto (cfr. Mt 16,20), perché a parlarne troppo presto, potrebbe diventare pericoloso. Perché questo?

«Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno. Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: “Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai”. Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: “Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!” Allora Gesù disse ai suoi discepoli: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Qual vantaggio, infatti, avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l’uomo potrà dare in cambio della propria anima? Poiché il Figlio dell’uomo verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e renderà a ciascuno secondo le sue azioni. In verità vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non morranno finché non vedranno il Figlio dell’uomo venire nel suo regno» (Mt 16,21-28).

Subito dopo la professione di fede di Pietro, Gesù comincia a parlare della passione. Nel Vangelo ci sono tre annunci della passione: nel cap. 16, nel cap. 17, nel cap. 20. Man mano che il cammino di Gesù procede, Egli svela sempre più chiaramente ai suoi discepoli quello che sarà il suo destino. “Da allora”: perché non prima? Probabilmente, all’inizio, una rivelazione di questo genere avrebbe smarrito i discepoli, avrebbe impedito loro di capire chi era veramente Gesù. Ora, invece, i discepoli, hanno visto Gesù, lo hanno ascoltato, sono rimasti affascinati dalle sue parole, hanno seguito con attenzione i suoi gesti e hanno visto il suo potere; ormai, sono legati a Gesù profondamente, tanto da poter dire con Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6, 68).

A questo punto, proprio perché essi si fidano di Gesù, Gesù può cominciare a parlare di croce, di sofferenza: è un discorso difficile da capire, soprattutto da accettare: è possibile accettarlo solo se uno ha una fiducia immensa in Gesù, se uno è legato da un rapporto vero di amicizia con lui. La professione di fede di Pietro è la condizione perché Gesù possa cominciare a parlare della passione, perché i discepoli possano essere condotti per mano verso la comprensione vera del “chi” è Gesù.

Gesù è certamente il Messia, ma è il Messia crocifisso, umiliato, sofferente. «Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme». “Doveva”: non è una fatalità, né la volontà degli uomini; è la volontà di Dio. Gesù considera la sua vita non come qualcosa che succede per caso; e neppure la considera una imposizione degli uomini. Gesù considera la sua vita come la realizzazione del progetto di Dio; la sua vita è una obbedienza al Padre. Quando, all’inizio della sua vita pubblica, Gesù va a farsi battezzare al Giordano, Giovanni Battista gli dice: «Non è giusto che tu venga a farti battezzare da me. Sarebbe più giusto che tu battezzassi me»; e Gesù gli risponde: «Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia» (Mt 3,15), cioè: non ti preoccupare, l’importante è che noi facciamo la volontà di Dio, insieme, secondo quello che Dio vuole; è questa l’unica scelta importante della vita.

È una scelta che non toglie la libertà: Gesù è profondamente libero nelle scelte che fa; ma la sua volontà umana è sintonizzata sul progetto di salvezza del Padre. Siccome ama il Padre, fa tutto quello che Egli vuole; Gesù ama il Padre, ha ricevuto tutto da lui e al Padre dona tutto se stesso. Per questo Gesù “doveva” andare a Gerusalemme. Per un Ebreo, andare a Gerusalemme, è il pellegrinaggio: in tutta una serie di feste gli Ebrei vanno nella città santa, perché là abita Dio, là c’è il tempio di Dio, e se uno cerca la vita e la gioia, può ottenerla proprio dal tempio di Gerusalemme. Il salmo 84 (83) dice: «Quanto sono amabili le tue dimore, Signore degli eserciti! L’anima mia languisce e brama gli atri del Signore. Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente» (vv. 2-3): questo salmo esprime la gioia dell’Ebreo che va a Gerusalemme, per trovare la presenza di Dio.

Anche Gesù va a Gerusalemme, per trovare il Padre, per trovare la gioia e la vita. Ma che succede là? “Doveva andare a Gerusalemme e là soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, venire ucciso e risuscitare il terzo giorno”. Finora Gesù ha fatto dei miracoli, ha predicato inaugurando il regno di Dio. Viene il momento in cui Gesù non dovrà più “fare”, ma “subire”, patire. Nella vita umana, ci sono momenti in cui si è sani e forti e si possono fare tante cose; ma viene anche il momento in cui si deve subire e patire. Pure questo è un momento prezioso, perché anche così si fa la volontà di Dio, sia, prima, lavorando, sia poi accettando di non poter più operare. Gesù “deve” conoscere questa esperienza della passione e della sofferenza. La passione di Gesù dipenderà dalla cattiveria, dall’invidia degli uomini, dall’odio e dalla menzogna del Sinedrio, dalla vigliaccheria di Pilato, ma per Gesù, la passione realizzerà il progetto di Dio; anche quando gli uomini usano la loro invidia e violenza, anche lì la nostra vita rimane nelle mani del Padre.

Allora Gesù deve “andare, soffrire, venire ucciso”: è il massimo dell’impotenza: Gesù è messo nelle mani degli uomini che possono fare di lui tutto quello che vogliono, ma poi “risuscitare il terzo giorno”: è questa la prospettiva di speranza fondamentale. Gesù compie questo cammino di sofferenza, non per il desiderio della morte, dell’annientamento; ma per il desiderio della vita: Gesù è venuto per vivere, per raggiungere la gioia: questa passa però attraverso la croce, la vita passa attraverso la morte, una morte che non è più definitiva, che ha dopo di sé un futuro. Dopo un tempo di silenzio e di distacco c’è una vittoria piena e definitiva sulla morte. Ci sono i tre giorni del sepolcro che sono i giorni del vuoto, del buio, ma sono radicalmente provvisori: il terzo giorno, il Figlio dell’uomo deve risuscitare. Questa è la rivelazione: e dal punto di vista di un Ebreo, è sconvolgente: Tu sei il Cristo, il re di Israele! Invece Gesù deve andare a Gerusalemme, patire, morire, per poter risuscitare. Il che era inatteso, impensabile.

Infatti Pietro reagisce: «Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: “Dio te ne scampi, Signore! questo non ti accadrà mai”. Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: “Lungi da me, satana; tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”».

C’è qualcosa di strano in questo Pietro che prende da parte Gesù e pretenderebbe di insegnargli come si fa a fare il Messia, a essere il Figlio di Dio; pensa di vedere e capire meglio di Gesù quale deve essere la sua missione e il suo futuro. Il che, per certi aspetti è comico, come atteggiamento, per altri è tragico. È però importante che in Pietro riconosciamo noi stessi. La reazione di Pietro, cioè, è la nostra stessa reazione: quando ci immaginiamo Dio e il Figlio di Dio, facciamo fatica a vederlo sofferente, a immaginarlo crocifisso: va contro tutti i nostri desideri, infatti desidereremmo un Dio potente, ma quando si presenta nell’aspetto della debolezza, facciamo fatica a riconoscerlo. Dopo l’ultima cena, quando Gesù viene imprigionato, incatenato e processato, Pietro lo segue; e quando accusano Pietro: «Sei anche tu dei suoi!», Pietro giura di non conoscere Gesù: «Non conosco quell’uomo» (Mt 26,72). Il che è paradossale, infatti Pietro è da anni al seguito di Gesù, ma per certi aspetti, veramente non lo conosce in questo modo. Aveva conosciuto il Gesù che faceva i miracoli, che trascinava le folle, ma il Gesù imprigionato, umiliato, sputacchiato, questo è un Gesù che Pietro non aveva mai visto, e fa fatica – facciamo fatica – ad accettarlo.

Il discorso è lo stesso, al momento della lavanda dei piedi: mentre i discepoli sono a tavola per la cena, Gesù si alza da tavola, prende un asciugatoio, se ne cinge, versa l’acqua nel catino, poi comincia a lavare i piedi ai discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto: cioè, Gesù fa il servo. «Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: “Signore, tu lavi i piedi a me?” Rispose Gesù: “Quello che faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo”. Gli disse Simon Pietro: “Non mi laverai mai i piedi!”» (Gv 13,6-8). L’atteggiamento di Pietro, in questa scena, è lo stesso che in Mt 16,22: secondo Pietro, Gesù non può fare il servo, né può finire in croce, perché è il Messia, e deve fare il re. Allora Pietro si ribella di fronte a questa immagine inattesa e, per lui, scandalosa del Messia, non riesce ad accettare un Gesù servo: mentre Gesù è venuto proprio per questo, per servire e per dare la sua vita. Dietro questo rifiuto c’è qualcosa di più personale: Pietro fa fatica ad accettare che Gesù debba soffrire, perché fa fatica ad accettare, lui, di dover soffrire. Se va in croce il Messia, per i discepoli non sarà molto diverso; il discepolo segue Gesù, il Maestro, e condivide la vita del maestro; se la vita del maestro è sofferenza, anche il discepolo dovrà soffrire, portare la croce. Da qui si capisce come Pietro faccia fatica ad accettare questa situazione: facciamo fatica tutti ad accettare la croce nella nostra vita. Allora, il rifiuto di Pietro della sofferenza di Gesù, è, sì, dire: Non voglio che tu soffra, ma è anche: Non voglio soffrire; voglio che il progetto di Dio sia un altro, di gloria e non di croce.

Ma, stranamente, rifiutando la sofferenza di Gesù, Pietro svolge una funzione diabolica. Allora Gesù «voltandosi disse a Pietro: Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». La parola “satana”, va intesa in senso proprio, non è solo un modo figurato di parlare: in questo caso Pietro svolge la funzione del satana. Il satana è il tentatore, l’avversario, quello che cerca di impedire all’uomo di fare la volontà di Dio, di presentare all’uomo vie di vita diverse dal progetto di Dio. Così infatti aveva fatto il diavolo all’inizio del ministero di Gesù, nell’episodio – importantissimo – delle tentazioni. Le tentazioni, che vengono dopo il battesimo di Gesù, sono la scelta della strada che Gesù vuole percorrere; e lì, il satana presenta a Gesù una bella strada: la ricerca del successo, la eliminazione di ogni sofferenza, la eliminazione anche della morte – «gettati giù dal pinnacolo del tempio e fatti salvare» (cfr. Mt 4,5-6) –, un potere universale – “ti do tutti i regni del mondo” –; satana propone a Gesù grosse offerte, attraenti, ricche; ma nel far questo, il satana cerca di sottrarre Gesù alla obbedienza al Padre, suggerendogli che non vale la pena di fare la sua volontà: sei Figlio di Dio? allora, fai quello che ti è più comodo, quello che ti ottiene un vantaggio maggiore. Sta proprio qui la tentazione, di satana e di Pietro. Infatti Pietro fa esattamente lo stesso discorso di satana; dice: sei il Messia, devi pensare alla gloria! In tal modo, Pietro non pensa secondo Dio, ma secondo gli uomini. Pietro è convinto di difendere Gesù, di proteggerlo dal male, dalla sofferenza, vorrebbe mantenerlo nella vita e nella gloria, ma in realtà egli sta pensando secondo la carne, cioè secondo l’egoismo debole dell’uomo, dove tutto diventa ricerca di possesso, di successo e di comodità. Cose che, in sé, non sono negative, ma quando diventano lo scopo ultimo della vita, quando per il possesso uno sacrifica l’onestà, la giustizia e l’amore, allora c’è come un’idolatria: l’uomo ha messo qualcos’altro al posto di Dio: la ricchezza, il successo, il piacere.

Pensare secondo Dio, è quando il progetto di Dio sta sopra ogni altro traguardo; pensare secondo la carne è quando l’avere o l’apparire diventano per noi più importanti che non la giustizia e l’onestà. Allora “tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”, mentre l’essenziale della vita del cristiano è esattamente avere il cuore rivolto a Dio, pensare secondo la logica di Dio. Nella lettera ai Colossesi san Paolo scrive: «Pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra» (3,2), cercate la volontà di Dio, prima di ogni altra realizzazione, di ogni altro valore.

La sofferenza di Gesù è effettivamente “pericolosa” per il discepolo: è espresso subito dopo. Gesù ha detto che deve andare a Gerusalemme a soffrire, e siccome Pietro si è ribellato, «allora Gesù disse ai suoi discepoli: Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà». Quando Gesù aveva chiamato i discepoli, all’inizio del Vangelo, aveva promesso loro una vita più grande: siete pescatori, vi farò diventare pescatori di uomini. La piccola esperienza della vostra vita attuale, io la rendo più grande, più bella; vi prometto una vita che sembrerà più utile, più produttiva. Questo, all’inizio.

Ma ora, se uno vuol seguire il Signore, Gesù pone delle condizioni: la sequela deve essere libera e responsabile; uno deve sapere a cosa va incontro. Se uno segue Gesù, va incontro a una vita sradicata: «le volpi hanno le loro tane e gli uccelli i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo» (Mt 8,20); le tane e il nido sono il simbolo della sicurezza, e Gesù non ha sicurezze umane. Se qualcuno vuole andare dietro a Gesù, faccia bene i conti: sta cominciando una vita sradicata; anzi, deve fare della sua vita una scelta decisa e totale, per cui se qualcuno dice: «“Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre”, Gesù gli risponde: “Seguimi, e lascia i morti seppellire i loro morti”» (Mt 8,21 s.); cioè, prima viene Gesù Cristo, l’essenziale, poi le altre cose. Inoltre, per seguire il Signore, uno deve aver chiaro che il suo cammino comprende la realtà della croce: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua».

“Rinneghi se stesso”: forse che ci si deve deprimere? avvilirsi? Semplicemente, uno non deve più mettere se stesso come centro essenziale di riferimento della sua vita, o farsi criterio delle sue scelte; uno deve mettere Gesù Cristo al centro della sua vita. Non sono più io per me, per la mia vita, ma io per il Signore, per cui il Signore diventa il mio centro, il cuore delle scelte, dei desideri e dei progetti miei. Rinnegare se stessi vuol dire distruggere l’idolo del proprio io diventato un assoluto, ma non distruggere se stessi. Se uno segue il Signore, e mette Gesù al centro di ogni suo interesse, trova la sua vita. Effettivamente il centro di equilibrio della vita del discepolo è Gesù; il discepolo non può vivere se non in riferimento a lui. Allora, dopo aver rinnegato se stesso, “prenda la sua croce”.

C’è un peso da portare nella vita, un peso per sé e per gli altri: è il peso del lavoro quotidiano, della accettazione della vita, degli altri: infatti, il mondo non è fatto su nostra misura, o come lo vorremmo noi; il che richiede un po’ di rinuncia a noi stessi, alle nostre idee, preferenze e desideri.

C’è poi il peso dell’aiuto reciproco: quando san Paolo scrive: «Portate i pesi gli uni degli altri e così adempirete la legge di Cristo» (Gal 6,2), vuol dire che c’è un peso della vita a cui non possiamo e non dobbiamo sottrarci. Ora, possiamo subire questi pesi in modo negativo o in modo positivo.

La croce, che uno lo voglia o no, la portiamo sempre nella nostra vita; se la subiamo, non facciamo che criticare, lamentarci, recriminare, essere aspri, nervosi; la croce si porta, ma effettivamente non la si è accettata: una ribellione profonda si esprime così in comportamenti negativi, e facciamo portare la nostra croce anche agli altri. Il Signore dice invece: “prenda la sua croce, la prenda sopra di sé”.

Il Vangelo di Giovanni presenta Gesù caricato della croce, in questo modo: «egli, portandosi la croce, si avviò…» (Gv 19,17); Gesù stesso si è preso la croce, con una scelta di libertà, senza recriminare. Il Signore ci chiede di imparare a fare questo cammino: è tutt’altro che facile, ma è l’unico positivo, rende utile il sacrificio per gli altri e rende la vita di una comunità più serena. Allora, «fate tutto senza mormorazioni e senza critiche» (Fil 2,14), e sarebbe davvero una legge di perfezione. Dice san Giacomo che se uno riesce a controllare la lingua, è un uomo perfetto (cfr. 3,2): infatti, la lingua è la cosa più difficile da controllare.

Il Vangelo di san Luca, nel passo parallelo a Mt 16,24, aggiunge un’espressione importante: «… prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (9,23): in questo caso, il portare la croce non è solo il martirio, ma è la croce quotidiana, è la fatica di ogni giorno; bisognerebbe imparare a vedere la croce quotidiana come la croce di Cristo: sarebbe una vera piccola conquista.

Quando parliamo della croce di Cristo, ci pare sia così bella, così nobile, che il portarla è solo motivo di onore. Invece, le croci quotidiane non sono né belle né nobili, ma brutte e aspre: sono però la croce del Signore. Dobbiamo imparare a trovare lì la nostra somiglianza con il Signore, senza sognare croci più grandi e più nobili: la croce, per natura sua, era ed è umiliante. Solo con la fede si può imparare a vedere nella croce la presenza dell’obbedienza a Dio, del fare la volontà del Padre. «Prenda la sua croce e mi segua»: non si tratta di desiderare la croce in sé, ma di portarla liberamente come strumento di somiglianza con il Signore, di realizzazione positiva della vita. Infatti, «chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà»: in queste parole c’è un segreto grande, che dobbiamo chiedere al Signore di capire: chi vuole risparmiarsi, si perde; solo chi dona se stesso, può salvare la propria vita. È strano, ma secondo il Vangelo, è proprio così: l’uomo possiede solo quello che ha donato. Quando si dona qualche cosa, può sembrare di perderla; invece, per il Vangelo, è il contrario; anzi, il donare la vita, è l’unico modo di tenerla.

La struttura della vita umana è quella di un patrimonio destinato a morire: ogni giorno che viviamo, è un po’ di vita in meno che ci resta, perché non riusciamo a fermare il tempo. Nell’uomo rimane solo quello che ha gettato fuori di sé: quanto teniamo stretto per noi, si perde. Per il cristiano, solo quello che ha gettato in Cristo sopravvive alla morte e può promettergli la vita per sempre. Che fai del patrimonio della tua vita? Se sei disposto a donarlo, a gettarlo per il Signore, al resto pensa lui: “chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà”. L’uomo può mettere da parte molti soldi, ma non riesce a contrattare con la morte per vivere ancora. Allora, non c’è possibilità di evadere, se non appunto di buttare la vita per il Signore. In questo caso, è nelle sue mani e lui stesso garantisce; lui che è passato dalla croce per giungere alla risurrezione, garantisce la vittoria della nostra vita.

Riassumendo: nella meditazione precedente, seguendo la professione di fede di Pietro, abbiamo fatto la nostra professione di fede: «Tu sei il Cristo». Ora dobbiamo capire cosa significa “Cristo” per noi: dobbiamo cioè andare a Gerusalemme per la passione e la morte, unica via per la risurrezione.

Dobbiamo accettare questo messaggio del Signore, rendendoci conto che mette in crisi le nostre abitudini mentali. Dobbiamo sentire la ribellione di Pietro che dice: «Signore, non ti capiterà mai!» è la nostra ribellione di fronte alla sofferenza, ai fallimenti, alle umiliazioni; dobbiamo farla venire a galla per renderci conto che il rifiuto della croce è il rifiuto della volontà di Dio, è un pensare secondo la carne e non secondo Dio. Così capiamo che la regola giusta è donare la nostra vita; possiamo fare della nostra vita un dono ed è esattamente il portare la nostra croce. Se facciamo questo al seguito del Signore, abbiamo la garanzia solo della sua parola, ma questa, per il discepolo, è sufficiente: «Tu, Signore, hai parole di vita eterna; mi basta che tu mi prometta la Vita per dare un senso al sacrificio e al dono della mia esistenza».

* Appunti pro manuscripto non rivisti dall’autore.

MEDITAZIONI SU MATTEO 16,13 – 20,34 – 3

Esercizi spirituali

Meditazioni su Matteo 16,13 – 20,34

II meditazione

Il brano di Mt 16,13-20 ci introduce nella volontà di Gesù di edificare una Chiesa, una comunità cristiana.

«Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarea di Filippo, chiese ai suoi discepoli: “La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?” Risposero: Alcuni Giovanni Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. Disse loro: “Voi chi dite che io sia?”. Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. E Gesù: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo» (Mt 16,13-20).

Anche in questo caso, stranamente, Gesù porta i discepoli in disparte; li conduce nella regione di Cesarea di Filippo che è stupenda dal punto di vista turistico, ma al di fuori della Palestina, è in territorio pagano, lontano una trentina di chilometri dal lago di Galilea. Pare che Gesù, anche in questo caso, voglia staccare i discepoli dai rapporti quotidiani con le persone per costruire con loro un dialogo personale di amicizia, di intimità, ed entra in questo dialogo un tantino alla lontana; infatti pone ai discepoli una domanda che sembra neutrale: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?», cioè: chi dice la gente che io sia? Sembra che Gesù faccia una specie di bilancio della sua attività; ormai, ha predicato per parecchio tempo, ha compiuto dei segni, dei miracoli, e vuole vedere cosa ha ricavato come frutto, cosa ha capito la gente. Per questo interroga i discepoli che gli danno alcune risposte; dicono: «alcuni Giovanni Battista, altri Elia, altri Geremia, o qualcuno dei profeti».

Che Gesù fosse Giovanni Battista era l’opinione di Erode; egli lo aveva fatto decapitare e, di fronte alla figura di Gesù, ha come paura che Giovanni Battista non sia morto davvero, o che abbia la possibilità di ritornare in vita. Poi ci sono altre opinioni, anche molto belle: alcuni pensano che Gesù sia Elia; secondo l’Antico Testamento, Elia non era morto, era stato rapito in cielo con un carro di fuoco, e nella religiosità popolare degli Ebrei, c’era la speranza che Elia sarebbe ritornato; anzi il profeta Malachia aveva detto: «Verrà un giorno Elia a preparare il giorno del Signore, la venuta di Dio stesso» (cfr. Mal 3,23). Elia, il grande profeta del passato, ritornerà a preparare la venuta del Signore. Altri pensano che Gesù sia Geremia: era uno dei profeti tra i più popolari, soprattutto a motivo delle sofferenze, e Israele tendeva a rispecchiarsi nella storia di Geremia.

Vengono dunque riportate varie opinioni belle. In realtà, però c’erano anche opinioni meno lusinghiere: c’era chi pensava che Gesù fosse un pazzo, che Gesù fosse indemoniato, ma i discepoli ricordano solo le opinioni positive, che tuttavia, nell’ottica del Vangelo, sono posizioni non complete. Riconoscono che Gesù è una persona grande, dal punto di vista morale, è un uomo straordinario, però lo paragonano ad altre persone, “è come un profeta, è come Elia…” Queste opinioni non hanno ancora riconosciuto che Gesù è qualcosa di nuovo, di radicalmente nuovo e di unico. Si può dire che Gesù è un profeta, ma aggiungendo subito che è più che un profeta; si può dire che Gesù è come Elia, ma aggiungendo che è più di Elia. Se si ripercorre il Vangelo di Matteo nei primi capitoli, si vede la gente stupirsi non che Gesù predica bene, ma perché predica con autorità: Gesù non spiega solo quello che altri hanno detto, ma presenta la sua opinione come superiore anche a quella dell’Antico Testamento, anche a quella di Mosè: «sapete che è stato detto dagli antichi attraverso Mosè, ma io vi dico…» (cfr. Mt 5,21-22.27-28.33-34.38-39.43-44): il che è pretendere di avere una autorità superiore a Mosè stesso; per un Ebreo, questo è enorme, perché Mosè è il maestro per eccellenza.

Nel Vangelo inoltre si dice che Gesù compie dei miracoli, incontrandosi così con la forza della natura, per es. quando calma una tempesta; con la forza della malattia, e guarisce; addirittura con la forza della morte, e risuscita la figlia di Giàiro. Di fronte a tutti questi miracoli, viene da chiedersi: chi è Gesù di Nàzaret, dove trova la forza di compiere quello che sta facendo? Ancora di più: tra i vari miracoli, c’è la guarigione del paralitico, dove, al centro del racconto, Gesù dice a quell’uomo: «Ti sono rimessi i tuoi peccati» (Mt 9,2); e siccome solo Dio è in grado di rimettere i peccati, la gente si stupisce: «Chi è costui che rimette i peccati, che calma la tempesta, che ridona la vita ai morti, che parla con autorità come se conoscesse la volontà di Dio meglio dei profeti e meglio di Mosè stesso?»

È sorprendente ancora il brano in cui Gesù parla di quelli che lo vogliono seguire, con queste parole: «Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà» (Mt 10,37-39). Gesù ha grosse pretese; essere messo davanti a qualsiasi tipo di legame, anche il più legittimo come il legame che unisce al padre e alla madre, è una pretesa come quella che Dio stesso presenta quando dice: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze» (Dt 6,5), ove richiede il dono totale della vita – e Dio può certamente chiedere un tale dono –; ma se Gesù lo richiede, vuol dire che pretende di essere vicino a Dio, di essere una cosa sola con Dio, pretende di avanzare le esigenze di Dio stesso. La domanda allora diventa importante: Chi è Gesù? Le sue pretese sono enormi, a ragione o a torto?

Per questo, è importantissimo: «Voi, chi dite che io sia?»; quel “voi” ha un peso particolare: «Voi che mi avete seguito fin dall’inizio», che avete visto tutte le mie opere, che avete ascoltato tutte le mie parole, che mi conoscete da vicino con un rapporto di amicizia, di intimità, che quindi avete costruito un impegno di sequela… voi potete dare una risposta più personale che non la gente qualsiasi.

“Voi chi dite che io sia? Rispose Simon Pietro: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Il “Cristo”: cioè colui che i profeti avevano annunciato come il rappresentante stesso di Dio, colui che sarebbe venuto con pieni poteri da Dio per instaurare il Regno. Tu, dice Pietro, sei colui che Israele attende da secoli e che porta a perfezione il progetto di salvezza di Dio; non quindi «un» profeta, ma «il» Messia, il Cristo, l’unico; non uno di una grande categoria di persone, ma l’unico in cui Dio si rivela in modo definitivo e pieno.

È importante notare il valore di quella domanda: “Voi chi dite che io sia?” È, sì, una domanda rivolta ai discepoli, ma è una domanda rivolta anche a me, a tutti noi che lo conosciamo, che da anni leggiamo il Vangelo, celebriamo l’Eucaristia, e abbiamo instaurato con lui un rapporto di consacrazione. Noi, cosa diciamo di Gesù Cristo? Ed è una domanda non di cultura, ma è una domanda di impegno. A un esame, il professore fa delle domande, che si riferiscono alla cultura: cosa recita il teorema di Pitagora? qual è la capitale del Nepal?… cose che uno studente deve sapere, ma cose, in fondo, neutrali per lo studente. Pitagora o Keplero non cambiano molto nella mia vita, sono cose lontane da me, che non mi coinvolgono direttamente. Invece “voi, chi dite che io sia?”, cioè: voi quanto siete disposti a impegnare della vostra vita per me? quanto valgo io per voi? Non è sufficiente dare una risposta di teologia, per es. “Gesù Cristo è la seconda persona della SS. Trinità fatta uomo” come dice il Catechismo. Gesù non vuole sapere questo; il problema è sapere quanto io impegno della mia vita per lui. La professione di fede comincia con «Io» credo, che è dire il mio impegno nel rapporto con Dio, con il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo, il mio legame con Gesù Cristo. La domanda ai discepoli e a noi, vuole sapere quanto siamo innamorati del Signore, quanto siamo legati a lui.

È una domanda simile a quella che troviamo in un passo parallelo del Vangelo di Giovanni: dopo la moltiplicazione dei pani, Gesù fa un lungo discorso in cui si presenta come il pane della vita; “venite a cercare me, e non il pane che io vi posso dare”; infatti vale più Gesù che non i suoi doni, perché è lui stesso il vero dono e la ricchezza della nostra vita. «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna… Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda» (Gv 6,54 s.): Gesù si presenta come cibo capace di trasmettere all’uomo la vita stessa di Dio. Ora però il suo discorso diventa così duro che, secondo San Giovanni, i Giudei lo abbandonano; e non solo i Giudei, anche i discepoli se ne vanno; rimangono solo i Dodici, il gruppo più ristretto. Gesù allora si rivolge ai Dodici dicendo: «Forse anche voi volete andarvene?» (Gv 6,67). La domanda è molto diversa da quella di Matteo, dal punto di vista esterno, ma il significato è lo stesso. «Gli rispose Simon Pietro: Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6,68 s.). Ormai ci hai legati a te, dice Pietro, non siamo più capaci di pensare alla nostra vita senza il legame con te; tu hai parole di vita eterna, e noi ci fidiamo; non sappiamo ancora tutto – e i discepoli non sanno ancora tutto! – però ci fidiamo di te, della tua parola e della tua amicizia. È dunque un rapporto di amore che viene espresso, un rapporto di comunione, per cui la vita va intesa come vita “insieme con” Gesù.

Nella lettera ai Filippesi, San Paolo parla della sua esperienza di incontro con il Signore: prima di incontrare Gesù, aveva tutta una serie di doti umane e religiose che costituivano la sua sicurezza; ne fa anche un elenco: «Circonciso l’ottavo giorno, della stirpe di Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge» (Fil 3,5 s.). Paolo poteva vantarsi di avere messo in pratica la legge di Dio: era la sua sicurezza; è un uomo religioso, che si è comportato bene, secondo i comandamenti.

Ma, continuando nel racconto, San Paolo dice che, da quando ha conosciuto Gesù Cristo, tutto questo non gli interessa più: non gli importa la sicurezza che gli viene dalle sue doti, ma quella che viene da Gesù; non gli importa la sua giustizia, ma che Gesù lo renda giusto, gli interessa solo il perdono di Cristo, la vita che viene da Cristo; tutto ciò che è autosufficienza, non lo attira più, non riesce più a immaginare la sua vita staccata da Gesù, per cui «quello che poteva essere per me un guadagno – cioè le mie doti – l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo . Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede» (Fil 3,7-9).

Si può pensare alla vita religiosa come una vita attraverso cui io mi guadagno la mia giustizia: cerco di comportarmi bene, metto in pratica la legge, per cui posso presentare davanti a Dio i miei meriti. Si può invece considerare la propria vita religiosa come una vita di fede, credendo all’amore di Dio, lasciandosi perdonare e amare da Dio, considerando la grazia come un dono del Signore. È quanto interessa a Paolo. La vita di fede non consiste nel possedere qualcosa, ma nel ricevere in dono da Dio qualcosa; la nostra virtù, giustizia, santità sono doni di Dio, da ricevere con la fede. Fede è appunto lasciarsi amare da Dio, lasciarsi perdonare, guarire, lasciare che Dio ci doni quanto corrisponde alla sua bontà, al suo amore, alla sua generosità. Paolo ha avuto questa conversione: prima, si considerava capace di raggiungere da solo la giustizia; dopo, si è vantato del dono della giustizia che gli veniva da Gesù. Paolo si considera redento da Gesù Cristo, salvato da Cristo salvatore; allora tutto quello che Paolo ha, riconosce di averlo ricevuto da Gesù, a cui sa di essere debitore di tutto. Scrive ancora: «Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (Fil 3,12); sono stato sedotto da Gesù Cristo, allora cerco di correre verso di lui: «Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto io so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù» (Fil 3,13-14). Da quando ho conosciuto Gesù Cristo, dice Paolo, la mia vita ha ricevuto una direzione nuova che è lui, in funzione di lui, del suo amore, della comunione con lui.

“Chi dite che io sia?”: la risposta è dunque l’impegno di una vita; è l’impegno degli apostoli che abbandonano le reti per seguire il Signore, che mettono il Signore prima di ogni altra sicurezza, che giocano tutta la vita per seguirlo, e per il quale hanno lasciato ogni sicurezza umana. Ora, tutto questo sviluppa un rapporto personale di familiarità, che è la cosa importante della fede: la fede infatti è un rapporto personale con Gesù, è uno stare vicino a lui, un ascoltarlo, guardarlo, amarlo per poterlo seguire e obbedire, è una vita di amicizia, di amore, è lo stare insieme con un Altro in tutto il cammino della propria esistenza.

«E Gesù: Beato te, Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli; e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». La prima espressione di questa risposta di Gesù è sorprendente: Pietro è beato. Forse perché è stato tanto bravo da capire quello che nessuno aveva capito? No; ma perché le parole che ha detto, corrispondono alla rivelazione del Padre; Pietro si è lasciato illuminare da Dio.

La fede ha proprio questo di caratteristico: è certamente un atto libero dell’uomo, ma è un atto libero che viene da una illuminazione di Dio, per cui l’uomo non può mai vantarsi della sua fede, ma dovrà dire: Ti ringrazio, Padre perché mi hai illuminato, mi hai fatto vedere il volto del Signore. La fede è dunque un dono. Siccome è un atto libero, l’uomo deve impegnare tutto se stesso nella fede, ma poiché è un dono, l’uomo non potrà mai vantarsene, né sentirsi superiore a nessuno, a motivo della sua fede; dovrà vivere sempre in un atteggiamento di riconoscenza a Dio che gli è andato incontro col suo dono.

«Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così è piaciuto a te» (Mt 11,25 s.): non i sapienti e gli intelligenti hanno raggiunto la conoscenza del regno di Dio, ma i piccoli. È forse una mancanza essere sapiente o intelligente? È forse negativa la cultura? Certamente no; ma il regno di Dio è un dono, e per poterlo ricevere l’uomo deve sentirsi piccolo, bisognoso; se uno ritiene di sapere e di avere e di potere molte cose, corre il rischio grande di dire: Cosa me ne faccio del regno? ho già la mia sapienza, la mia forza, il mio potere. Invece chi è piccolo è più facilmente disponibile a ricevere, e il regno di Dio bisogna riceverlo. L’atto di fede è un dono da accogliere con disponibilità e con riconoscenza. Pietro dunque è beato per questo, perché ha accolto la rivelazione di Dio.

«E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa». C’è qualcosa di strano in questa affermazione del Signore; infatti, in tutto l’Antico Testamento, la roccia è Dio. L’immagine della roccia è una delle grandi immagini che l’Antico Testamento usa per indicare la solidità di Dio. In mezzo al mare in tempesta dove le barche sono gettate in alto e in basso, c’è solo una roccia solida e ferma: Dio. In mezzo alla vita dove non c’è niente di sicuro, Dio solo è una roccia. Avere fede è aggrapparsi proprio a questa roccia, è fidarsi di Dio, mettere la nostra vita nelle sue mani, nella sua parola, nella sua promessa.

Ora, Pietro si è proprio fidato di Dio e della sua rivelazione, e nel far questo, diventa lui stesso roccia. È stranissimo, perché Pietro sembra tutto fuorché una roccia, una solidità. Pietro è un entusiasta, ma poco dopo aver fatto una promessa, se la rimangia: dopo l’Ultima Cena capiterà proprio così. Anche con San Paolo, – lo testimonia la lettera ai Galati (2,11 ss.) – farà una magra figura, perché non pare molto deciso, né coerente. Eppure, “Tu sei Pietro e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa”. Pietro è roccia, non per temperamento, ma a motivo della fede, perché ha lasciato passare la rivelazione di Dio. L’uomo di fede diventa lui stesso roccia, perché è aggrappato a Dio, così diventa solido della stessa solidità di Dio, fermo di quella fermezza che riceve da Dio stesso. Pietro diventerà così: “sei pietra, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”.

Segue una serie di promesse che riguardano la Chiesa e il ministero nella Chiesa: la Chiesa non sarà sconfitta dalle porte degli inferi, cioè dalla forza della morte. La morte pare una potenza invincibile contro la quale nessuna realtà umana può resistere; la Chiesa di Gesù ha però una forza che la farà prevalere anche nei confronti della morte. In questa solidità della Chiesa si apre nel Vangelo il tempo del futuro, il tempo che va da Gesù Cristo, fino al giudizio finale, il cosiddetto tempo della Chiesa. Tra Gesù e il giudizio finale corre un periodo lungo che non sappiamo quanto duri, nel quale la Chiesa rimane come segno della solidità che le viene da Dio; rimane lei stessa solida, per donare agli uomini la solidità di Dio.

Con questo brano di Mt 16,13-20, comincia quindi un discorso molto importante: come Gesù ha voluto costruire una comunità. Non è mai esistito, secondo il Vangelo, un Cristianesimo privato; il Cristianesimo ha sempre una dimensione di comunità. Richiede tuttavia una scelta di fede personale: ciascuno di noi deve rispondere “io credo”, e nel momento in cui professo il mio “credo”, costruisco immediatamente un rapporto con tutti gli altri che credono insieme con me. Così si costruisce necessariamente una comunità; Gesù ha voluto costruire una comunità; ha voluto, in mezzo al mondo, costruire uno spazio di umanità dove la legge è quella del regno di Dio, dove si vive non semplicemente secondo le abitudini del mondo, ma secondo i progetti di Dio.

Le Beatitudini ci aiutano a capire questo concetto: nel discorso della montagna Gesù dice: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra…» (Mt 5,3-10), e fa come una specie di ritratto di una comunità in cui si vivono valori che non sono di questo mondo: il valore della povertà, della mitezza, della misericordia, della purezza di cuore. Il modo di ragionare del mondo sarebbe: beati i ricchi, perché possono ottenere quello che vogliono, o beati i prepotenti, perché raggiungono i posti di potere, o beati i furbi, quelli che sanno ingannare, perché raggiungono le mete che si sono prefissi… Invece Gesù presenta una comunità dove si vive in modo diverso, dove la mitezza è un valore cercato, ci si serve gli uni con gli altri, ci si perdona, si usa misericordia. La Chiesa è questo: è un pezzettino di questo mondo che vive secondo le leggi del regno di Dio e del Vangelo.

E cos’è una famiglia religiosa? È un pezzetto di questo mondo, il cui modo di comportarsi però non è di questo mondo, ma secondo il Vangelo; nel modo in cui vi rapportate agli altri, la legge deve essere quella del Vangelo: una comunità cristiana deve essere così. Così deve essere pure la Chiesa: fatta di uomini che vogliono vivere secondo il Vangelo, che si sono innamorati del Signore, tanto da voler vivere con lui e secondo la sua parola.

La Chiesa dunque nasce così: dalla volontà del Signore, che ha chiamato i suoi discepoli e li ha costituiti come sua comunità. Da parte dell’uomo, la Chiesa nasce mediante la fede, quando l’uomo dice a Gesù Cristo: io credo in te, mi fido di te, ti considero come il rivelatore di Dio, come colui che mi manifesta e mi trasmette l’amore di Dio.

Per concludere: la Chiesa nasce dal Signore a partire dal momento in cui impariamo ad avere fede in lui con una fede personale. E questo, anche senza sapere tanta teologia o tutti i dogmi; è piuttosto un atteggiamento di fondo che sta prima di una conoscenza perfetta; nasce da quel rapporto di intimità che abbiamo costruito con il Signore.

Allora dovremmo rinnovare la professione di fede: abbiamo sempre creduto, ma dovremmo riprendere la fede come una scelta di oggi; la fede infatti ha bisogno ogni giorno di essere rigenerata e vissuta e scelta di nuovo. Solo di qui può nascere una comunità autentica: le difficoltà delle nostre comunità cristiane, delle nostre parrocchie, per es., ci sono, spesso, perché manca una scelta “personale” di fede di ciascun membro. Non si può aver fede e vivere di fede solo perché i nostri genitori la possedevano: occorre una professione di fede personale: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna». Scopo di questa meditazione è dunque proprio farci rifare una professione personale di fede.

* Appunti pro manuscripto non rivisti dall’autore.

MEDITAZIONI SU MATTEO 16,13 – 20,34 – 2

Esercizi spirituali

Meditazioni su Matteo 16,13 – 20,34

I meditazione

Preghiera iniziale: Sap. 9,1-11

Abbiamo iniziato con l’invocazione della Sapienza del Signore perché ci accompagni in questo cammino di Esercizi.

Prima di leggere la sezione che ci siamo proposti, dal capitolo 16 di Mt. in poi, meditiamo anzitutto sulla conclusione di questo Vangelo, il brano del cap. 28,16-20 che sono la chiave di lettura di tutto il Vangelo. Se uno vuole capire cos’è un Vangelo dovrebbe partire di qui e solo dopo, leggere quello che sta prima; solo così ci si rende conto che il Vangelo non è un libro che parla della storia di un uomo del passato, ma è come un appuntamento che un Signore vivo dà oggi agli uomini; per cui leggere il Vangelo, per noi, vuol dire andare ad un appuntamento, a un incontro; fare gli Esercizi è esattamente lo stesso: il Signore ci ha dato appuntamento qui, per incontrarci e noi gli andiamo incontro.

Cosa significhi questo lo dice proprio il brano che vogliamo commentare: «Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano. E Gesù, avvicinatosi, disse loro: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e fate discepole tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”» (Mt 28,16-20).

È un brano da imparare a memoria: ogni parola ha un suo significato e un suo valore. Ricordavamo prima che gli Esercizi sono un appuntamento con il Signore. Dice Matteo che dopo la risurrezione, Gesù ha dato appuntamento agli Undici, ha indicato un monte della Galilea perché vadano là a incontrare il Signore. Sono undici discepoli e questo numero è un po’ inquietante perché ci ricorda che un posto è rimasto vuoto e che in quel gruppo c’è stato un tradimento, una separazione, una rottura. Nonostante questo e nonostante che gli undici discepoli non si siano comportati particolarmente bene, Gesù ha indicato loro un monte dove incontrarsi. La prima volta che Gesù ha incontrato i discepoli, era stato lungo il mare di Galilea, mentre lavoravano gettando le reti come pescatori, nel mezzo della fatica, del rumore, delle preoccupazioni quotidiane.

Ci sono momenti in cui il Signore prende i discepoli e li porta in disparte semplicemente per farli riposare perché possano godere qualche momento di tranquillità.

Ma c’è anche un essere in disparte per un’esperienza particolarmente forte: per poter vedere, ascoltare e capire il Signore è necessario anche staccarsi dalle preoccupazioni quotidiane. Gli affanni della vita rischiano di soffocare la parola di Dio, di non lasciarle abbastanza spazio, tempo, energia perché la parola possa portare frutto. Allora, qualche volta, bisogna chiudere con le occupazioni e con le preoccupazioni, ed essere disponibili solo per il Signore, per quello che lui ha da dire e da fare nei nostri confronti. È il caso dell’esperienza della Trasfigurazione: Gesù prende alcuni discepoli e, in disparte, manifesta loro la sua gloria; è il caso, come nel nostro brano, dell’ultimo appuntamento su un monte della Galilea, in cui Gesù prende da parte i discepoli.

“Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano”. È il loro Signore, lo riconoscono come il Figlio di Dio, allora gli si prostrano innanzi, come avevano già fatto i Magi all’inizio del Vangelo. Questi sapienti erano venuti da molto lontano per adorare il re dei Giudei e si erano prostrati davanti a lui. Il Vangelo si chiude proprio con questo atteggiamento: con il riconoscimento della regalità di Gesù, della sua sovranità. Prostrarsi davanti a lui vuol dire riconoscere che lui è davvero Re, Signore, è proclamare la sua gloria e la sua santità.

“Alcuni però dubitavano”, e ci pare un po’ strano. Questa annotazione è insieme inquietante e consolante. È inquietante: anche dentro al gruppo degli Undici, degli amici di Gesù, che lo hanno sempre seguito e conosciuto, che hanno fiducia in lui, anche dentro a quel gruppo c’è il dubbio. Sembra quasi che l’uomo non riesca ad amare il Signore senza una qualche ombra di egoismo, di incredulità; l’amore e la fiducia dell’uomo possono essere grandi, ma portano molto spesso delle venature di mancanza di fede, di mancanza di amore. Ci piacerebbe regalare al Signore una fede pulita, senza dubbi, senza perplessità, ma non ne siamo capaci.

D’altra parte, questa annotazione è consolante: in quel gruppo degli Undici, noi e la nostra Chiesa ci possiamo specchiare. Molte volte, facciamo, nella nostra vita, l’esperienza della nostra fragilità, ci rendiamo conto di quanto sia piccola la nostra fede: un contrasto, una situazione difficile ci mettono in crisi, e ci lamentiamo col Signore, ci chiediamo: dove è andato il Signore, perché non interviene? perché non si fa sentire? non si fa vedere? Ci rendiamo quindi conto che la nostra fede è, sì, una fede autentica, ma è anche, nello stesso tempo, povera e limitata: il che talvolta ci avvilisce; può capitare che diventiamo tristi proprio perché la nostra fede non è bella come vorremmo, perché il nostro amore per il Signore non è puro come vorremmo. Così, è bello vedere che anche nel gruppo degli Undici c’erano i nostri stessi limiti, le nostre stesse povertà; erano gente come noi, con una fede nel Signore – infatti hanno lasciato tutto per andargli dietro –, ma mostrano anche la fatica del credere, con il dubbio e la perplessità. Allora, dobbiamo imparare a non avere troppa angoscia per i nostri limiti: il Signore li conosce, e sa che la nostra fede è limitata, per questo egli ci dà degli appuntamenti, per incontrarci e per rendere la nostra fede più solida.

Questo dunque dice l’inizio del nostro brano: un appuntamento, in disparte, su un monte, dove adoriamo il Signore, e riconosciamo anche la povertà della nostra fede; senza però diventare tristi, senza avvilirci, cercando piuttosto, nel contatto e nel dialogo con il Signore, di purificare il cuore e di arricchire la fede.

Ecco ora le parole che il Signore ci dice, e che sono la parte più importante del brano: «E Gesù, avvicinatosi, disse loro: Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e fate discepole tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». Dicono gli esperti che il passivo con cui comincia la frase: “è stato dato”, sostituisce il nome di Dio. Allora si potrebbe tradurre: Dio mi ha dato ogni potere in cielo e sulla terra; il Padre mi ha dato ogni potere. Il Signore risorto esercita una sovranità effettiva e universale, per cui il mondo intero, gli uomini, e non solo gli uomini, anche le creature che stanno nel cielo, tutto quello che esiste, è sotto la sovranità di Gesù. Ora, questa conquista del potere, Gesù l’ha ottenuta attraverso una strada di obbedienza e di umiliazione.

All’inizio del Vangelo, Satana ha promesso a Gesù un potere universale: nell’ultima delle tentazioni si dice che il diavolo conduce Gesù su un monte altissimo, gli fa vedere tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli dice: «Tutte queste cose io ti darò se, prostrandoti, mi adorerai» (Mt 4,9); cioè, se tu vuoi, io ti posso fare padrone del mondo, a condizione che tu mi adori, a condizione cioè che tu scelga la menzogna, la violenza e l’odio come criterio di vita. Infatti, adorare satana è scegliere la menzogna invece della verità, l’odio invece dell’amore, l’ingiustizia invece della fedeltà e della giustizia. Ora, Gesù ha rifiutato questa proposta; ha rifiutato ogni potere raggiunto con la falsità. Può capitare, nel mondo, che uno raggiunga il potere con la violenza e con l’inganno, ma Gesù ha scelto una via di verità, di giustizia, di amore: “è passato facendo del bene”, non terrorizzando la gente per costringerla a seguirlo, bensì donando a tutti il suo amore, il suo perdono perché lo seguissero per amore e non per paura. Il Signore non vuole dei seguaci per paura, ma seguaci per amore, per fiducia in lui.

In tutto il corso del Vangelo secondo Matteo, si racconta che Gesù ha il potere di fare i miracoli, che è il potere di fare del bene agli altri. Infatti il potere di fare i miracoli, Gesù non lo ha adoperato per sé, non ha cambiato le pietre in pane quando aveva fame; ha moltiplicato il pane quando gli altri avevano fame: per la folla ha compiuto il miracolo: Gesù ha un potere grande, ma solo per fare il bene, per salvare gli altri. Quando, ai piedi della croce, passano i sommi Sacerdoti, gli scribi, gli anziani, questi scherniscono Gesù dicendo: «Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso!» (Mt 27,42), che è come dire: non ha potere, perché non è capace di salvare se stesso. Gesù effettivamente ha un potere grande, ma non lo usa a proprio vantaggio, bensì a vantaggio degli uomini. «Il Padre mi ha dato ogni potere in cielo e sulla terra»: siccome Gesù ha rinunciato al potere della violenza e dell’inganno, Dio gli ha dato un potere eterno e universale, Dio ha dato ragione a Gesù Cristo a preferenza di tutti quelli che nella storia degli uomini hanno usato poteri politici, economici forti per affermare se stessi. Nella storia ci sono stati famosi condottieri, che hanno fatto grandi conquiste con la loro forza e violenza; il potere però non appartiene a loro, il potere appartiene a Gesù Cristo, a un crocifisso, a colui cioè che sembra avere rinunciato ad ogni potere, ma che ha saputo amare e donare la sua vita.

Uno dei grandi inni dell’Apocalisse dice: «L’Agnello che fu immolato è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione» (Ap 5,12): tutti questi doni non spettano a chi ha una forza grande, ma all’Agnello che è stato immolato, che ha dato la sua vita; è il gesto dell’amore, è il sacrificio di sé che rende Cristo degno di un potere universale.

«Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra»: lo prendiamo volentieri, questo potere, non ci fa paura, non è il potere dei grandi che ci schiacciano, è invece il potere dell’amore. Riconosciamo volentieri che il potere spetta a Gesù, proprio perché ha saputo amare ed è vissuto nell’obbedienza piena al Padre fino al dono della sua vita; è stato obbediente, amando, ed è per questo che ha un potere tanto grande.

Poiché Gesù ha questo potere, «Andate dunque, e fate discepole tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». Sta qui l’inizio della missione. Sono 2000 anni che la Chiesa predica Gesù Cristo nel mondo: la Chiesa dice a tutti gli uomini che Gesù è Signore, e che vale la pena sottomettere tutta la nostra vita a lui, alla sua sovranità, proprio perché è una sovranità di amore, di perdono e di bontà. «Fate discepole tutte le nazioni» vuol dire: parlate a tutti di Gesù Cristo, insegnate il suo amore, fate capire la sua bontà, in modo che lo riconoscano come maestro, e si mettano al suo seguito. Come quegli undici pescatori, incontrando il Signore, sono diventati suoi discepoli, così tutte le nazioni della terra incontrando Gesù attraverso la predicazione della Chiesa, possono e debbono diventare discepole del Signore, riconoscendo la sua sovranità.

«Battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo»: attraverso il battesimo l’uomo cambia di proprietà, e se prima era sottomesso al potere di Satana a causa dei suoi peccati, o sottomesso ai condizionamenti del mondo a causa del suo limite, d’ora in poi appartiene a Dio, al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. Essere battezzati è ricevere il nome di Dio sopra di noi, diventare suoi figli, appartenere a lui. In San Paolo, si trova tutta una serie di espressioni che dicono questo: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me» (Gal 2,20), «Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno di noi muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo sia che moriamo, siamo dunque del Signore. Per questo, infatti, Cristo è morto ed è risuscitato dai morti: per essere il Signore dei morti e dei viventi» (Rm 14,7-9). Così, quando veniamo battezzati, siamo consegnati a Gesù, per appartenere a lui, per far parte della sua Chiesa, del suo gregge, del suo popolo: si tratta di un cambiamento di proprietà. Quando si celebra il battesimo, per tre volte si chiede: “rinunzi a Satana?”, “alle sue opere?”, “alle sue seduzioni?”, e sempre si risponde: “rinunzio”. Questa triplice professione di abbandono esprime un distacco radicale con il passato e con Satana. Poi, “Credi in Dio Padre, credi in Gesù Cristo, nello Spirito Santo?” e per tre volte si risponde: “credo”; il che significa accettare liberamente, con tutto il cuore, di appartenere al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. È un cambiamento di proprietà: non apparteniamo più a Satana, al mondo, a tutto ciò che ha a che fare con il peccato, ma a Dio e a Gesù Cristo, quindi all’amore di Dio.

In secondo luogo, con il battesimo la nostra vita affonda le sue radici in Dio stesso, è come innestata sulla vita di Dio. Ogni uomo che viene in questo mondo ha delle radici, cioè è legato ai genitori, ai nonni, alla sua cultura, alla sua tradizione, alla sua terra: tutta una serie di legami che riceviamo dal mondo da cui abbiamo la vita. Ma quando uno viene battezzato, al di là di tutti questi legami, la sua vita è innestata nell’amore di Dio, riceve forza e speranza dall’amore di Dio. Posso ricordare, nella mia vita, i miei genitori, nei quali riconosco la sorgente di tanti miei comportamenti; ma se sono cristiano, ricorderò soprattutto quello che Dio ha fatto per me, quello che Gesù Cristo ha fatto e riconoscere che quella è l’origine della mia vita, perché sono nato dall’amore con cui Gesù Cristo ha donato se stesso.

Quando il Cristo è vissuto non per sé ma per noi, quando, obbedendo al Padre, si è sacrificato fino alla croce, lì è nata la mia vita, lì ho ricevuto una sorgente di speranza, di gioia, di salvezza, di perdono, che sta alla base della mia vita. Ecco perché diciamo che la nostra vita fonda le radici nell’amore di Dio, nella rivelazione di Gesù. Quando due genitori battezzano un bambino, non gli danno solo la vita biologica, ma anche il loro amore, la loro gioia, in modo che il bimbo si trovi bene accolto nel mondo. Poiché però sanno che il loro amore, per quanto grande, rimane limitato, per quanto gioioso, rimane povero perché umano, insieme col loro amore, regalano al figlio l’amore di Dio, affinché sia il fondamento della sua vita. Sosterranno il bambino col loro amore, ma sanno che non potranno sostenerlo per sempre, mentre l’amore di Dio lo accompagnerà in ogni momento della sua vita. Il battesimo è questa sicurezza di essere amati da Dio.

Ammaestrate dunque tutte le nazioni, insegnate loro a riconoscere Gesù Cristo, poi battezzatele, in modo che diventino proprietà di Cristo e affondino la loro vita nell’amore eterno di Dio che Gesù Cristo ha rivelato, sicché la loro vita abbia un fondamento permanente, invincibile.

Ma oltre che ammaestrare e battezzare, dovete anche “insegnare loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato”. La vita religiosa, la vita di fede, non può essere fatta solo di buoni sentimenti, di belle emozioni; queste esistono, e sono anche cose belle, ma la vita di fede non può essere fatta solo di queste. La fede deve cambiare i comportamenti; se io credo in Gesù Cristo, questo deve cambiare il mio modo di vivere, di trattare gli altri. Se la fede è fatta solo di belle parole, rischia di essere vuota: «Non chi dice: Signore, Signore entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21): nella vita di fede, è giusto che ci si rivolga a Dio anche dicendo “Signore, Signore!”, ma non è sufficiente; insieme con questo, deve esserci concretamente un “fare” la volontà di Dio. «Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demoni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità» (Mt 7,22-23).

Che significa “fare la volontà di Dio”? Fare dei miracoli? No, non è questo l’essenziale, non basta. Quello che conta, nell’ottica del Vangelo, per fare la volontà di Dio, è amare i fratelli. È detto nella regola d’oro: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro; questa infatti è la Legge e i Profeti» (Mt 7,12): questa è la volontà di Dio, che amiate i fratelli, che viviate tutte quelle dimensioni di bontà, di pazienza, di disponibilità, di ascolto, di stima, di rispetto che sono essenziali nella vita di comunità. “Insegnando loro a osservare tutto quello che vi ho comandato” vuol dire dunque insegnare a vivere un’esistenza di obbedienza ai comandamenti di Dio attraverso l’amore del prossimo.

Per gli Undici, tutto questo è grande come impegno: ammaestrare le nazioni, battezzare, insegnare, in modo che gli uomini facciano la volontà di Dio: è veramente superiore alle forze umane. Allora, l’ultima frase del Signore è la garanzia: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». È una espressione che, in modi un po’ diversi, si ritrova molte volte nella Bibbia: quando Dio dà a una persona una missione, ed è una missione divina che, perciò, quella persona non è in grado di compiere da sola, Dio accompagna la missione con questa garanzia: “Io sarò con te”. Mosè, per es., mandato a liberare Israele dall’Egitto, riconosce davanti al Signore: «Ma chi sono io per poter compiere questo?», riceve questa risposta: «Non avere paura, io sarò con te» (cfr. Es 3,10-12). Geremia, mandato a fare il profeta, si sente incapace di presentarsi davanti ai grandi, e dice di non saper parlare perché è troppo giovane, ma il Signore lo rassicura: «Io sono con te per proteggerti» (cfr. Ger 1,4-8). Questo discorso è fondamentale, perché nella nostra vita incontriamo tanti momenti di difficoltà, momenti in cui verifichiamo che la volontà di Dio è superiore alle nostre forze, momenti in cui non riusciamo a tenere in mano tutti gli elementi essenziali della storia e di quello che succede: il che potrebbe portarci all’avvilimento. La sicurezza però ci viene dalla fede : “Io sarò con voi”. Le sicurezze di tipo economico, o sociale – di cui abbiamo anche bisogno talvolta – non le abbiamo per sempre; ma resta sempre questa: “Io sarò con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo”.

Incontreremo ancora questa frase, anzi, è posta all’inizio del Vangelo stesso. Quando viene dato a Giuseppe l’annuncio della nascita di Gesù, si dice che il suo nome sarà “Emmanuele” che significa “Dio con noi”. “Dio con noi” è l’assicurazione che Dio non ci abbandona, ma che in tutto il cammino che abbiamo da fare, la sua presenza rimane. Naturalmente, Dio è presente per salvare, è salvatore ed amico.

Mt 28,16-20 è la conclusione del Vangelo, ma siamo partiti di qui perché è come la chiave, l’introduzione al Vangelo. Ricordiamo dunque che abbiamo un appuntamento col Signore – e gli Esercizi Spirituali sono quell’appuntamento in cui lasciamo da parte la confusione della vita quotidiana per ascoltare lui.

Ancora: ci presentiamo davanti al Signore così come siamo, con la nostra fede, ma anche con la nostra incredulità e la povertà della nostra fede, senza vergogna.

Poi, ascoltiamo il Signore; la prima garanzia che Egli ci dà è che lui è il Signore e ha un potere universale ed eterno: Dio gli ha dato il potere in cielo e in terra, e noi lo riconosciamo volentieri, perché è un potere costruito sulla verità e sull’amore. Sulla base di questo potere nasce la missione della Chiesa: fare conoscere Gesù e battezzare. Il nostro battesimo vuol proprio dire riconoscerci proprietà di Cristo e riconoscere l’amore di Dio come base della nostra vita. Insieme con questo, ci deve essere l’osservanza concreta dei comandamenti di Dio, per cui vogliamo imparare a obbedire al Signore. Se in questo cammino ci sentiamo deboli, abbiamo la garanzia che il Signore rimane con noi fino alla fine della nostra vita, anzi, fino alla fine del mondo intero.

* Appunti pro manuscripto non rivisti dall’autore.

MEDITAZIONI SU MATTEO 16,13 – 20,34 – 1

Esercizi spirituali

Meditazioni su Matteo 16,13 – 20,34

Introduzione

In questi Esercizi cercheremo di meditare su una sezione del Vangelo secondo Matteo, dal cap. 16,13 al 20,34: la professione di fede di Pietro, la Trasfigurazione, il discorso ecclesiastico del cap. 18, le indicazioni del Signore sulla vita cristiana, sul modo in cui il cristiano è chiamato a vivere la sessualità, la ricchezza, il possesso, il potere, cioè le grandi dimensioni fondamentali della vita cristiana. Mediteremo perciò una serie di testi evangelici: si potrebbe dare come tema unitario: la costituzione della comunità cristiana. Il Signore vuole costruire la sua Chiesa: la sua edificazione richiede certi atteggiamenti di fondo, cambiamenti di mentalità, di azione, di modo di vivere. Vedremo perciò quali sono le esigenze fondamentali perché nasca e cresca una comunità cristiana secondo la volontà del Signore.

«O voi tutti assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente; comprate e mangiate, senza spesa, vino e latte. Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro patrimonio per ciò che non sazia? Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti. Porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e voi vivrete. Io stabilirò per voi un’alleanza eterna, i favori assicurati a Davide. …Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino. L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie, oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri. Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata» (Is 55,1-3,6-11).

Gli Esercizi nascono dall’invito del Signore: sono la nostra risposta a Dio che vuole donarci i beni della salvezza. Il brano di Isaia inizia appunto con un invito: «Voi tutti assetati venite all’acqua»: avete fame e sete di vita e non sapete dove andare a comperare quello che vi serve per ottenere gioia e speranza.

L’uomo si illude molte volte di poter comperare la vita con i propri soldi, va a cercarla dove si vende il piacere o la soddisfazione o il benessere, ma in realtà – dice Isaia – tutte queste cose lasciano il cuore dell’uomo nel vuoto; è come se l’uomo buttasse via patrimonio, tempo, capacità per non ottenere altro che piaceri effimeri, che non danno gioia autentica.

La possibilità di giungere ad una pienezza di vita, però, esiste, perché il Signore ce la vuole dare. Dio ha creato l’uomo perché esso viva ed abbia una vita piena di gioia. Ora, qual è il senso della vita di Gesù, della sua Incarnazione? È riempire la vita dell’uomo con i doni che sono propri della vita di Dio, rendere l’uomo partecipe della sua gioia.

Dio è nella gioia e vuole condividerla; Dio possiede la vita, ma non ne è geloso e ce la vuole comunicare: questo dono, mediante Gesù Cristo, è stato messo a nostra disposizione. C’è la possibilità di comperare la vita del Signore; o meglio, come dice Isaia: «chi non ha denaro, venga ugualmente»; perciò non è necessario avere grandi ricchezze per acquistarla. Per ottenere la vita di Dio, basta andare dal Signore con le mani tese del mendicante che abbia desiderio dell’amore che viene da lui.

Allora, cerchiamo il Signore mentre si fa trovare, mentre ci è vicino. Dio si è accostato agli uomini attraverso Gesù Cristo; cerchiamolo, dunque, invochiamolo! Non lasciamo che il Signore passi inutilmente dentro la nostra esistenza; fermiamolo finché lo possiamo incontrare, poi mettiamoci al suo seguito.

Perciò “l’empio abbandoni le sue vie, l’uomo iniquo i suoi pensieri e ritorni al Signore che avrà misericordia di lui, ritorni al nostro Dio che largamente perdona”: questo è il cammino degli Esercizi spirituali.

Noi vogliamo andare verso il Signore, ma siccome nella nostra vita c’è anche una dimensione di peccato e di empietà, gli Esercizi sono l’abbandono del nostro passato, il chiudere con la nostra infedeltà per ricominciare da capo, per ritornare a Dio nella convinzione e nella gioia che questo ritorno è possibile; infatti Dio perdona non secondo una misura limitata, “stretta”, ma con un metro più grande di tutte le nostre infedeltà e peccati. Gli Esercizi rappresentano perciò questo cammino di conversione che culmina col ritorno al Signore.

Le vie, i pensieri del Signore sono diversi dai nostri, perciò dobbiamo cambiare modo di pensare e di agire; dobbiamo fare in modo che la nostra vita si sintonizzi sulla volontà del Signore; dobbiamo imparare a pensare e desiderare con il suo cuore, o meglio, con il suo Spirito. Lo Spirito del Signore deve diventare la sorgente dei nostri pensieri, dei nostri desideri e delle nostre scelte, affinché non siano egoistici, preoccupati solo di sé, ma animati dall’amore, dalla volontà del dono; desideri che ci facciano assomigliare a Dio, vivendo da autentici figli di Dio.

Com’è possibile conoscere la via del Signore, i suoi pensieri e soprattutto com’è possibile allontanarci dal nostro egoismo che è così radicato dentro di noi, dalle nostre abitudini che a volte sono diventate un tutt’uno con noi stessi? Dice Isaia: «Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare … così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto»: c’è uno strumento attraverso cui Dio rende feconda la terra: è la pioggia e la neve, con le quali il Signore vince la durezza del terreno, lo rende capace di fecondità, di vita. Se ciò non accadesse, la terra diverrebbe arida e morta; ma il Signore è in grado di vincere l’aridità del terreno della nostra vita, del nostro cuore, spesso improduttivo. Lo strumento attraverso cui Dio è capace di fecondare il nostro cuore è la sua Parola.

La Parola di Dio ha la forza della pioggia e della neve; ha quindi la peculiarità di vincere l’aridità del cuore dell’uomo per mezzo di un profondo cambiamento. La pioggia serve nell’immediato per rendere la terra capace di produrre subito un poco d’erba e di vita; mentre la neve forma i serbatoi dell’acqua, le sorgenti nel profondo della terra, affinché possano donare una fertilità continuamente rinnovata: così è la Parola del Signore.

C’è una parola del Signore che ci chiama a vivere bene l’oggi, in modo che il nostro lavoro risponda alla volontà di Dio, e l’incontro con gli altri sia vissuto secondo la logica della carità, come rapporto di amore, di sincerità, di comunione. La Parola di Dio vuole dunque santificare il quotidiano.

C’è una parola di Dio che vuole scendere in profondità, dentro al cuore dell’uomo e cambiare le strutture profonde dei suoi pensieri, delle sue immaginazioni, dei suoi desideri e delle sue paure.

La Parola di Dio agisce nel quotidiano e nel profondo. Nel quotidiano ci aiuta a vivere bene ogni istante della nostra vita. Come l’uomo porta sempre dentro gli istinti primordiali della vita, dell’autodifesa, la Parola di Dio mette nel nostro cuore istinti fondamentali come l’amore, la verità, il dono, la gratuità.

Una volta che questa parola è uscita dalla bocca del Signore, dice Isaia, produce con forza un effetto, non ritorna a Dio senza aver cambiato l’uomo. La Parola di Dio non ritorna a lui senza aver cambiato il nostro cuore, senza aver operato ciò per cui Dio l’ha mandata, come la pioggia non ritorna nell’atmosfera senza aver cambiato la terra.

Ecco il motivo per cui il cammino di questi Esercizi sarà semplicemente “meditazione della parola di Dio”. È il Signore che ci invita: «voi tutti assetati venite all’acqua»; è il Signore che promette «io stabilirò per voi un’alleanza eterna, i favori assicurati a Davide», che sono i beni messianici portati da Gesù agli uomini con la sua Incarnazione, Morte e Risurrezione: beni che sono promessi, dunque, finché il Signore è vicino. Ora, fino a che si lascia trovare, cercatelo e invocatelo!

Gli Esercizi sono ricerca e invocazione fatte non solo con parole, ma comportano un cambiamento di vita: dobbiamo abbandonare i nostri pensieri di egoismo e di cattiveria. Dobbiamo ritornare a Dio, cioè a Colui che è infinitamente più grande dei nostri pensieri e desideri. Dobbiamo tornare a Dio, ma è il Signore che ci darà la forza per farlo, con la sua Parola. Se crediamo nell’efficacia della Parola di Dio in noi come sono efficaci la pioggia e la neve, allora accogliamolo con gioia e desideriamolo! La Parola di Dio cambia il nostro cuore, lo rende desideroso di vita e di amore: ci aiuti dunque ad abbandonare le nostre abitudini e a ritornare al Signore che ci invita per partecipare pienamente alla sua vita e alla sua gioia.

* Appunti pro manuscripto non rivisti dall’autore.

Non contenderà, né griderà, né si udrà sulle piazze la sua voce

Matteo 12

1 In quel tempo Gesù passò tra le messi in giorno di sabato, e i suoi discepoli ebbero fame e cominciarono a cogliere spighe e le mangiavano. 2 Ciò vedendo, i farisei gli dissero: «Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare in giorno di sabato».3 Ed egli rispose: «Non avete letto quello che fece Davide quando ebbe fame insieme ai suoi compagni? 4 Come entrò nella casa di Dio e mangiarono i pani dell’offerta, che non era lecito mangiare né a lui né ai suoi compagni, ma solo ai sacerdoti? 5 O non avete letto nella Legge che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio infrangono il sabato e tuttavia sono senza colpa? 6 Ora io vi dico che qui c’è qualcosa più grande del tempio. 7 Se aveste compreso che cosa significa: Misericordia io voglio e non sacrificio, non avreste condannato individui senza colpa. 8 Perché il Figlio dell’uomo è signore del sabato».
9 Allontanatosi di là, andò nella loro sinagoga. 10 Ed ecco, c’era un uomo che aveva una mano inaridita, ed essi chiesero a Gesù: «È permesso curare di sabato?». Dicevano ciò per accusarlo. 11 Ed egli disse loro: «Chi tra voi, avendo una pecora, se questa gli cade di sabato in una fossa, non l’afferra e la tira fuori? 12 Ora, quanto è più prezioso un uomo di una pecora! Perciò è permesso fare del bene anche di sabato». 13 E rivolto all’uomo, gli disse: «Stendi la mano». Egli la stese, e quella ritornò sana come l’altra. 14 I farisei però, usciti, tennero consiglio contro di lui per toglierlo di mezzo.
15 Ma Gesù, saputolo, si allontanò di là. Molti lo seguirono ed egli guarì tutti,16 ordinando loro di non divulgarlo, 17 perché si adempisse ciò che era stato detto dal profeta Isaia:
18 Ecco il mio servo che io ho scelto;
il mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto.
Porrò il mio spirito sopra di lui
e annunzierà la giustizia alle genti.
19 Non contenderà, né griderà,
né si udrà sulle piazze la sua voce.
20 La canna infranta non spezzerà,
non spegnerà il lucignolo fumigante,
finché abbia fatto trionfare la giustizia;
21 nel suo nome spereranno le genti.

22 In quel tempo gli fu portato un indemoniato, cieco e muto, ed egli lo guarì, sicché il muto parlava e vedeva. 23 E tutta la folla era sbalordita e diceva: «Non è forse costui il figlio di Davide?». 24 Ma i farisei, udendo questo, presero a dire: «Costui scaccia i demòni in nome di Beelzebùl, principe dei demòni».
25 Ma egli, conosciuto il loro pensiero, disse loro: «Ogni regno discorde cade in rovina e nessuna città o famiglia discorde può reggersi. 26 Ora, se satana scaccia satana, egli è discorde con se stesso; come potrà dunque reggersi il suo regno? 27 E se io scaccio i demòni in nome di Beelzebùl, i vostri figli in nome di chi li scacciano? Per questo loro stessi saranno i vostri giudici. 28 Ma se io scaccio i demòni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il regno di Dio. 29 Come potrebbe uno penetrare nella casa dell’uomo forte e rapirgli le sue cose, se prima non lo lega? Allora soltanto gli potrà saccheggiare la casa. 30 Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde. 31 Perciò io vi dico: Qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata. 32 A chiunque parlerà male del Figlio dell’uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito, non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro.
33 Se prendete un albero buono, anche il suo frutto sarà buono; se prendete un albero cattivo, anche il suo frutto sarà cattivo: dal frutto infatti si conosce l’albero. 34 Razza di vipere, come potete dire cose buone, voi che siete cattivi? Poiché la bocca parla dalla pienezza del cuore. 35 L’uomo buono dal suo buon tesoro trae cose buone, mentre l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae cose cattive. 36 Ma io vi dico che di ogni parola infondata gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio; 37 poiché in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato».
38 Allora alcuni scribi e farisei lo interrogarono: «Maestro, vorremmo che tu ci facessi vedere un segno». Ed egli rispose: 39 «Una generazione perversa e adultera pretende un segno! Ma nessun segno le sarà dato, se non il segno di Giona profeta. 40 Come infattiGiona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra. 41 Quelli di Nìnive si alzeranno a giudicare questa generazione e la condanneranno, perché essi si convertirono alla predicazione di Giona. Ecco, ora qui c’è più di Giona! 42 La regina del sud si leverà a giudicare questa generazione e la condannerà, perché essa venne dall’estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone; ecco, ora qui c’è più di Salomone!
43 Quando lo spirito immondo esce da un uomo, se ne va per luoghi aridi cercando sollievo, ma non ne trova. 44 Allora dice: Ritornerò alla mia abitazione, da cui sono uscito. E tornato la trova vuota, spazzata e adorna. 45 Allora va, si prende sette altri spiriti peggiori ed entra a prendervi dimora; e la nuova condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima. Così avverrà anche a questa generazione perversa».
46 Mentre egli parlava ancora alla folla, sua madre e i suoi fratelli, stando fuori in disparte, cercavano di parlargli. 47 Qualcuno gli disse: «Ecco di fuori tua madre e i tuoi fratelli che vogliono parlarti». 48 Ed egli, rispondendo a chi lo informava, disse: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». 49 Poi stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: «Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; 50 perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre».

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Ti benedico o Padre,Signore del Cielo e delle Terra

Matteo 11

1 Quando Gesù ebbe terminato di dare queste istruzioni ai suoi dodici discepoli, partì di là per insegnare e predicare nelle loro città.
2 Giovanni intanto, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli: 3 «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?». 4 Gesù rispose: «Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: 5 I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella, 6 e beato colui che non si scandalizza di me». 7 Mentre questi se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? 8 Che cosa dunque siete andati a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Coloro che portano morbide vesti stanno nei palazzi dei re! 9 E allora, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, anche più di un profeta. 10 Egli è colui, del quale sta scritto:
Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero
che preparerà la tua via davanti a te
.

11 In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui. 12 Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono.13 La Legge e tutti i Profeti infatti hanno profetato fino a Giovanni. 14 E se lo volete accettare, egli è quell’Elia che deve venire. 15 Chi ha orecchi intenda.
16 Ma a chi paragonerò io questa generazione? Essa è simile a quei fanciulli seduti sulle piazze che si rivolgono agli altri compagni e dicono:
17 Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato,
abbiamo cantato un lamento e non avete pianto.
18 È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e hanno detto: Ha un demonio. 19 È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori. Ma alla sapienza è stata resa giustizia dalle sue opere».
20 Allora si mise a rimproverare le città nelle quali aveva compiuto il maggior numero di miracoli, perché non si erano convertite: 21 «Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsàida. Perché, se a Tiro e a Sidone fossero stati compiuti i miracoli che sono stati fatti in mezzo a voi, già da tempo avrebbero fatto penitenza, ravvolte nel cilicio e nella cenere. 22 Ebbene io ve lo dico: Tiro e Sidone nel giorno del giudizio avranno una sorte meno dura della vostra. 23 E tu, Cafarnao,
sarai forse innalzata fino al cielo?
Fino agli inferi precipiterai
!

Perché, se in Sòdoma fossero avvenuti i miracoli compiuti in te, oggi ancora essa esisterebbe! 24 Ebbene io vi dico: Nel giorno del giudizio avrà una sorte meno dura della tua!».
25 In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli.26 Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. 27 Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare.
28 Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. 29 Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. 30 Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».

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«Sia fatto a voi secondo la vostra fede»

Matteo 9

1 Salito su una barca, Gesù passò all’altra riva e giunse nella sua città. 2 Ed ecco, gli portarono un paralitico steso su un letto. Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Coraggio, figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati». 3 Allora alcuni scribi cominciarono a pensare: «Costui bestemmia». 4 Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: «Perché mai pensate cose malvagie nel vostro cuore? 5 Che cosa dunque è più facile, dire: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati e cammina? 6 Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere in terra di rimettere i peccati: alzati, disse allora al paralitico, prendi il tuo letto e va’ a casa tua». 7 Ed egli si alzò e andò a casa sua. 8 A quella vista, la folla fu presa da timore e rese gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini.
9 Andando via di là, Gesù vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
10 Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli. 11 Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».12 Gesù li udì e disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.13 Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».
14 Allora gli si accostarono i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché, mentre noi e i farisei digiuniamo, i tuoi discepoli non digiunano?». 15 E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno.
16 Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo squarcia il vestito e si fa uno strappo peggiore. 17 Né si mette vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si rompono gli otri e il vino si versa e gli otri van perduti. Ma si mette vino nuovo in otri nuovi, e così l’uno e gli altri si conservano».
18 Mentre diceva loro queste cose, giunse uno dei capi che gli si prostrò innanzi e gli disse: «Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano sopra di lei ed essa vivrà». 19 Alzatosi, Gesù lo seguiva con i suoi discepoli.
20 Ed ecco una donna, che soffriva d’emorragia da dodici anni, gli si accostò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello. 21 Pensava infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita». 22 Gesù, voltatosi, la vide e disse: «Coraggio, figliola, la tua fede ti ha guarita». E in quell’istante la donna guarì.
23 Arrivato poi Gesù nella casa del capo e veduti i flautisti e la gente in agitazione, disse:24 «Ritiratevi, perché la fanciulla non è morta, ma dorme». Quelli si misero a deriderlo.25 Ma dopo che fu cacciata via la gente egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò.26 E se ne sparse la fama in tutta quella regione.
27 Mentre Gesù si allontanava di là, due ciechi lo seguivano urlando: «Figlio di Davide, abbi pietà di noi». 28 Entrato in casa, i ciechi gli si accostarono, e Gesù disse loro: «Credete voi che io possa fare questo?». Gli risposero: «Sì, o Signore!». 29 Allora toccò loro gli occhi e disse: «Sia fatto a voi secondo la vostra fede». 30 E si aprirono loro gli occhi. Quindi Gesù li ammonì dicendo: «Badate che nessuno lo sappia!». 31 Ma essi, appena usciti, ne sparsero la fama in tutta quella regione.
32 Usciti costoro, gli presentarono un muto indemoniato. 33 Scacciato il demonio, quel muto cominciò a parlare e la folla presa da stupore diceva: «Non si è mai vista una cosa simile in Israele!». 34 Ma i farisei dicevano: «Egli scaccia i demòni per opera del principe dei demòni».
35 Gesù andava attorno per tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e curando ogni malattia e infermità. 36 Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. 37 Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi! 38 Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!».

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Spesso noi onoriamo Dio a parole,ma il nostro cuore è lontano da Lui

Matteo 15

1 In quel tempo vennero a Gesù da Gerusalemme alcuni farisei e alcuni scribi e gli dissero: 2 «Perché i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione degli antichi? Poiché non si lavano le mani quando prendono cibo!». 3 Ed egli rispose loro: «Perché voi trasgredite il comandamento di Dio in nome della vostra tradizione? 4 Dio ha detto:
Onora il padre e la madre
e inoltre:
Chi maledice il padre e la madre sia messo a morte.
5 Invece voi asserite: Chiunque dice al padre o alla madre: Ciò con cui ti dovrei aiutare è offerto a Dio, 6 non è più tenuto a onorare suo padre o sua madre. Così avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione. 7 Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo:
8 Questo popolo mi onora con le labbra
ma il suo cuore è lontano da me.
9 Invano essi mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini
».

10 Poi riunita la folla disse: «Ascoltate e intendete! 11 Non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo!».
12 Allora i discepoli gli si accostarono per dirgli: «Sai che i farisei si sono scandalizzati nel sentire queste parole?». 13 Ed egli rispose: «Ogni pianta che non è stata piantata dal mio Padre celeste sarà sradicata. 14 Lasciateli! Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!». 15 Pietro allora gli disse: «Spiegaci questa parabola». 16 Ed egli rispose: «Anche voi siete ancora senza intelletto? 17 Non capite che tutto ciò che entra nella bocca, passa nel ventre e va a finire nella fogna? 18 Invece ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore. Questo rende immondo l’uomo. 19 Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. 20 Queste sono le cose che rendono immondo l’uomo, ma il mangiare senza lavarsi le mani non rende immondo l’uomo».
21 Partito di là, Gesù si diresse verso le parti di Tiro e Sidone. 22 Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio». 23 Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i discepoli gli si accostarono implorando: «Esaudiscila, vedi come ci grida dietro». 24 Ma egli rispose: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele». 25 Ma quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: «Signore, aiutami!». 26 Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini». 27 «È vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». 28 Allora Gesù le replicò: «Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.
29 Allontanatosi di là, Gesù giunse presso il mare di Galilea e, salito sul monte, si fermò là. 30 Attorno a lui si radunò molta folla recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi, ed egli li guarì. 31 E la folla era piena di stupore nel vedere i muti che parlavano, gli storpi raddrizzati, gli zoppi che camminavano e i ciechi che vedevano. E glorificava il Dio di Israele.
32 Allora Gesù chiamò a sé i discepoli e disse: «Sento compassione di questa folla: ormai da tre giorni mi vengono dietro e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non svengano lungo la strada». 33 E i discepoli gli dissero: «Dove potremo noi trovare in un deserto tanti pani da sfamare una folla così grande?». 34 Ma Gesù domandò: «Quanti pani avete?». Risposero: «Sette, e pochi pesciolini». 35 Dopo aver ordinato alla folla di sedersi per terra, 36 Gesù prese i sette pani e i pesci, rese grazie, li spezzò, li dava ai discepoli, e i discepoli li distribuivano alla folla. 37 Tutti mangiarono e furono saziati. Dei pezzi avanzati portarono via sette sporte piene. 38 Quelli che avevano mangiato erano quattromila uomini, senza contare le donne e i bambini. 39 Congedata la folla, Gesù salì sulla barca e andò nella regione di Magadàn.

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Il Signore lo vuole e ti esaudisce: Sii sanato!

Matteo 8

1 Quando Gesù fu sceso dal monte, molta folla lo seguiva. 2 Ed ecco venire un lebbroso e prostrarsi a lui dicendo: «Signore, se vuoi, tu puoi sanarmi». 3 E Gesù stese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio, sii sanato». E subito la sua lebbra scomparve. 4 Poi Gesù gli disse: «Guardati dal dirlo a qualcuno, ma va’ a mostrarti al sacerdote e presenta l’offerta prescritta da Mosè, e ciò serva come testimonianza per loro».
5 Entrato in Cafarnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava: 6 «Signore, il mio servo giace in casa paralizzato e soffre terribilmente». 7 Gesù gli rispose: «Io verrò e lo curerò». 8 Ma il centurione riprese: «Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. 9 Perché anch’io, che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e dico a uno: Va’, ed egli va; e a un altro: Vieni, ed egli viene; e al mio servo: Fa’ questo, ed egli lo fa».
10 All’udire ciò, Gesù ne fu ammirato e disse a quelli che lo seguivano: «In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande. 11 Ora vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, 12 mentre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre, ove sarà pianto e stridore di denti». 13 E Gesù disse al centurione: «Va’, e sia fatto secondo la tua fede». In quell’istante il servo guarì.
14 Entrato Gesù nella casa di Pietro, vide la suocera di lui che giaceva a letto con la febbre. 15 Le toccò la mano e la febbre scomparve; poi essa si alzò e si mise a servirlo.
16 Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la sua parola e guarì tutti i malati, 17 perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:
Egli ha preso le nostre infermità
e si è addossato le nostre malattie
.

18 Vedendo Gesù una gran folla intorno a sé, ordinò di passare all’altra riva. 19 Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: «Maestro, io ti seguirò dovunque tu andrai». 20 Gli rispose Gesù: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».
21 E un altro dei discepoli gli disse: «Signore, permettimi di andar prima a seppellire mio padre». 22 Ma Gesù gli rispose: «Seguimi e lascia i morti seppellire i loro morti».
23 Essendo poi salito su una barca, i suoi discepoli lo seguirono. 24 Ed ecco scatenarsi nel mare una tempesta così violenta che la barca era ricoperta dalle onde; ed egli dormiva.25 Allora, accostatisi a lui, lo svegliarono dicendo: «Salvaci, Signore, siamo perduti!».26 Ed egli disse loro: «Perché avete paura, uomini di poca fede?» Quindi levatosi, sgridò i venti e il mare e si fece una grande bonaccia. 27 I presenti furono presi da stupore e dicevano: «Chi è mai costui al quale i venti e il mare obbediscono?».
28 Giunto all’altra riva, nel paese dei Gadarèni, due indemoniati, uscendo dai sepolcri, gli vennero incontro; erano tanto furiosi che nessuno poteva più passare per quella strada.29 Cominciarono a gridare: «Che cosa abbiamo noi in comune con te, Figlio di Dio? Sei venuto qui prima del tempo a tormentarci?».
30 A qualche distanza da loro c’era una numerosa mandria di porci a pascolare; 31 e i demòni presero a scongiurarlo dicendo: «Se ci scacci, mandaci in quella mandria». 32 Egli disse loro: «Andate!». Ed essi, usciti dai corpi degli uomini, entrarono in quelli dei porci: ed ecco tutta la mandria si precipitò dal dirupo nel mare e perì nei flutti. 33 I mandriani allora fuggirono ed entrati in città raccontarono ogni cosa e il fatto degli indemoniati.34 Tutta la città allora uscì incontro a Gesù e, vistolo, lo pregarono che si allontanasse dal loro territorio.

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Non chiunque mi dice Signore,Signore,entrerà nel Regno dei Cieli

Matteo 7

1 Non giudicate, per non essere giudicati; 2 perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. 3 Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? 4 O come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell’occhio tuo c’è la trave? 5 Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.
6 Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi.
7 Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; 8 perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. 9 Chi tra di voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra? 10 O se gli chiede un pesce, darà una serpe?11 Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano!
12 Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti.
13 Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; 14 quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!
15 Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. 16 Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi?17 Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi;18 un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. 19 Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco.20 Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere.
21 Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. 22 Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? 23 Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità.
24 Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. 25 Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. 26 Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. 27 Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande».
28 Quando Gesù ebbe finito questi discorsi, le folle restarono stupite del suo insegnamento: 29 egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi.

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Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano

Matteo 6

1 Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli.2 Quando dunque fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 3 Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, 4 perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
5 Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 6 Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
7 Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. 8 Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate. 9 Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome;
10 venga il tuo regno;
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
11 Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
12 e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
13 e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male.
14 Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; 15 ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.
16 E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.
17 Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, 18 perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
19 Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; 20 accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. 21 Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore.
22 La lucerna del corpo è l’occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; 23 ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!
24 Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona.
25 Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? 26 Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? 27 E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?28 E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. 29 Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30 Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? 31 Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? 32 Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. 33 Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34 Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena.

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Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli

Matteo 5

1 Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. 2 Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
3 «Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
4 Beati gli afflitti,
perché saranno consolati.
5 Beati i miti,
perché erediteranno la terra.
6 Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
7 Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
8 Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
9 Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
10 Beati i perseguitati per causa della giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
11 Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12 Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.
13 Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.
14 Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, 15 né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. 16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.
17 Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. 18 In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto.19 Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
20 Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
21 Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. 22 Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna.
23 Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24 lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono.
25 Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione. 26 In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all’ultimo spicciolo!
27 Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; 28 ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.
29 Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna. 30 E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geenna.
31 Fu pure detto: Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto di ripudio; 32 ma io vi dico: chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone all’adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.
33 Avete anche inteso che fu detto agli antichi: Non spergiurare, ma adempi con il Signore i tuoi giuramenti; 34 ma io vi dico: non giurate affatto: né per il cielo, perché è il trono di Dio; 35 né per la terra, perché è lo sgabello per i suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del gran re. 36 Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. 37 Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno.
38 Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; 39 ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra;40 e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello.41 E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. 42 Da’ a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle.
43 Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; 44 ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, 45 perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. 46 Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? 47 E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? 48 Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

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