1. Che sappiamo di Gesù di Nazaret?

I dati storici in nostro possesso su Gesù di Nazaret, rispetto ad altri personaggi suoi contemporanei, sono superiori e di migliore qualità. Oltre alle notizie sulla sua esistenza e
sulla sua attività che conosciamo da fonti storiche non cristiane, disponiamo di tutto ciò che i testimoni della sua vita e della sua morte ci hanno comunicato.

Sono tradizioni – tra le quali spiccano i quattro vangeli – orali e scritte sulla sua persona, trasmesse alla comunità di fede viva che egli stabilì e che permane ancora oggi. Tale comunità è la Chiesa.
I dati che si trovano nei vangeli apocrifi e in altri scritti extrabiblici non aggiungono nulla di sostanziale a ciò che ci offrono i vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni: ma lo
confermano.

Fino al periodo dell’Illuminismo, credenti e non credenti erano convinti che tutto ciò che potevamo sapere su Gesù era contenuto nei quattro Vangeli. Ma, dal momento che si tratta di testi scritti da chi professava la fede in Cristo, alcuni storici del XIX secolo hanno messo in dubbio l’oggettività di quelle informazioni. Per quegli studiosi i racconti evangelici
erano poco credibili in quanto non contenevano ciò che Gesù disse e fece, ma ciò che credevano i suoi seguaci alcuni anni dopo la sua morte.

Di conseguenza, nei decenni successivi a tali studi e fino a metà del secolo XX, si è dubitato della veridicità dei vangeli e
si è arrivati ad affermare che di Gesù “non possiamo sapere quasi nulla” (R. Bultmann, Jesus, Deutsche Bibliothek, Berlin 1926, p.12).

Oggi, con il progresso della scienza storica e dell’archeologia e con la nostra migliore e più profonda conoscenza delle fonti antiche, si può affermare, con le parole di un noto
specialista del mondo giudaico del I secolo dopo Cristo, che non può certo essere accusato di conservatorismo: “possiamo sapere molto di Gesù” (E.P. Sanders, Jesus and Judaism, Fortress Press, London-Philadelphia, 1985, p.2).

Questo stesso autore offre, a mo’ di esempio, un elenco di affermazioni che sono fuori discussione dal punto di vista storico (precisando che un elenco completo di ciò che si sa su Gesù sarebbe molto più lungo).

1) Gesù nacque intorno all’anno 4 a.C., poco prima della morte di Erode il Grande.
2) Trascorse la sua infanzia e i primi anni dell’età adulta a Nazaret, in Galilea.
3) Fu battezzato da Giovanni Battista.
4) Scelse quelli che sarebbero stati i suoi discepoli.
5) Predicò nei villaggi e nelle campagne della Galilea.
6) Annunziò il “Regno di Dio”.
7) Intorno all’anno 30 si recò a Gerusalemme in occasione della Pasqua.
8) Provocò un certo scompiglio nella zona del tempio.
9) Celebrò un’ultima cena con i suoi discepoli.
10) Fu catturato e interrogato dalle autorità giudaiche, in particolare dal Sommo Sacerdote.
11) Fu giustiziato per ordine del prefetto romano, Ponzio Pilato.

Sanders aggiunge inoltre una breve lista di fatti altrettanto sicuri, come conseguenza della vita di Gesù:
1) All’inizio i suoi discepoli fuggirono.
2) Lo videro (gli storici discutono in che senso) dopo la sua morte.
3) In conseguenza di ciò, credettero che sarebbe tornato per instaurare il suo Regno.
4) Costituirono una comunità nell’attesa del suo ritorno e cercarono i convincere altri che Gesù era il Messia di Dio. (E.P. Sanders, Gesù, la verità storica, Milano, Mondadori, 1995).

Dunque, lo sviluppo della ricerca storica permette di stabilire come certi almeno questi fatti, il che non è poco per un personaggio vissuto venti secoli fa. Non vi sono evidenze di tipo razionale che attestino con maggiore sicurezza l’esistenza di personaggi noti, come per es. Socrate o Pericle, rispetto a quelle che ci offrono le prove dell’esistenza di Gesù.

Inoltre i dati oggettivi criticamente verificabili relativi a questi personaggi storici in genere sono sempre molto minori. Partendo da questa base minima su cui gli storici sono d’accordo, si possono considerare degni di fede anche altri dati contenuti nei Vangeli.

L’applicazione dei criteri di storicità permette di stabilire il grado di coerenza e probabilità delle affermazioni evangeliche e che ciò che è contenuto in questi racconti è
sostanzialmente sicuro.
Questi dati suggeriscono di pensare che era lui il Messia che doveva venire per reggere il suo popolo come un nuovo Davide e forse ancora di più: che Gesù è il Figlio di Dio fatto
uomo.

Per accogliere questo suggerimento abbiamo bisogno di un aiuto divino, gratuito, che fornisce una luce nuova alla nostra intelligenza e la rende capace di cogliere in tutta la
sua profondità la realtà in cui vive. Si tratta di una luce che non altera la realtà, ma permette di percepirla in tutte le sue sfumature effettive, molte delle quali sfuggono allo sguardo comune. È la luce della fede.

IL MESSAGGIO DI GIOVANNI IL BATTISTA

  • 338. Frattanto nei sotterranei di Macheronte (§ 292) Giovanni fremeva come leone racchiuso. Quanto più il tempo passava e la prigionia si prolungava, tanto più il suo spirito si struggeva di vi­brante attesa: egli era nato e vissuto per essere il precursore del Messia, e non aveva sottratto un sol giorno della sua esistenza a quella missione; ma adesso che la sua esistenza da un giorno all’al­tro poteva esser troncata dalla prepotenza degli uomini, egli ancora non vedeva coronata la sua missione da una palese e solenne mani­festazione del Messia. Questa ansiosa aspettativa era grave al pri­gioniero ben più dell’estenuante inerzia a cui era condannato e ben più della spada di Erode Antipa che gli roteava sulla testa. La segregazione non era però totale: il tiranno, che nutriva per Giovanni una superstiziosa venerazione (§ 17), gli permetteva di ricevere nella prigione i suoi discepoli rimastigli attaccati anche dopo la cornparsa in pubblico di Gesù, per il quale del resto taluni di essi nutrivano una certa avversione (§§ 291, 307). Mediante le notizie che riceveva da questi visitatori, il prigioniero seguiva i pro­gressi che faceva il ministero di Gesù e i fatti straordinari che l’ac­compagnavano; ma quelle notizie, se rinsaldavano sempre più nel suo spirito l’opinione ch’egli aveva di Gesù e che aveva pure espres­sa pubblicamente, aumentavano sempre più la sua ansiosa aspetta­tiva. I visitatori gli annunziavano che il nuovo Rabbi operava mira­coli, si’, ma giammai in nessuna occasione si era proclamato Messia, anzi redargniva severamente coloro che lo proclamavano tale e fug­giva ogni occasione a che le turbe facessero ciò (§ 300); è anche molto probabile che i visitatori, riferendogli questo, se ne compia­cessero nella gelosia che nutrivano per Gesù insieme con l’affetto per Giovanni. Il prigioniero invece ne doveva essere accorato: forse si domandava se il suo ufficio di precursore era totalmente termi­nato, e se egli pur dalla prigione non dovesse ancora compiere qual­che cosa per far riconoscere Gesù come Messia. Perché dunque il figlio di Maria tardava tanto a proclamarsi Messia? Solo con questa solenne proclamazione l’ufficio di lui, Giovanni, si sarebbe concluso per sempre, mentre senza di essa egli sarebbe rimasto il precursore di uno che in realtà non compariva. Eppure oramai egli era tagliato fuori dalla vita del popolo, e da un momento all’altro poteva anche partire da questo mondo, senza aver la consolazione di vedere che il popolo accorreva compatto al Messia da lui additato, anzi ve­dendo che perfino i suoi propri discepoli sentivano una certa ripulsa per Gesù. Che poteva fare egli ancora dalla prigione? Come sospin­gere Gesù all’attesa proclamazione, e come insieme sospingere verso Gesù i suoi propri discepoli?

  • 339. Un giorno il prigioniero prese la sua risoluzione. Da Ma­cheronte egli inviò due suoi discepoli a Gesù con l’incarico di ri­volgergli questa domanda:Sei tu il Veniente, o (bisogna) che aspet­tiamo un altro? (Luca,1,19-20). L’espressione il Veniente designava per i Giudei un “termine fisso d’eterno consiglio”, cioè quel Messia che “doveva venire” (§§ 213, 296, 374, 505), di cui gli antichi profeti erano stati lontani araldi e Giovanni il Bat­tista si era presentato quale immediato precursore. La domanda perciò costringeva ad una precisa dichiarazione sia Gesù che la riceveva, sia i discepoli di Giovanni che la rivolgevano: Gesù non poteva negare in pubblico quella sua qualità di cui Gio­vanni era assolutamente certo; i discepoli interroganti, udendo an­che dalla bocca di Gesù quella stessa affermazione che a suo riguar­do avevano udita dalla bocca del venerato Giovanni, non potevano esitare ad abbandonare la loro diffidenza verso Gesù e ad aderire a lui. D’altra parte la domanda, pur essendo così contingente, aveva un’intonazione generica: era in sostanza la medesima domanda che i maggiorenti di Gerusalemme avevano rivolta alcuni mesi prima al­lo stesso Giovanni (§ 277). La risposta di Gesù fu diversa da quella aspettata: egli non pro­nunziò il “no” ch’era impossibile, ma neppure pronunziò il chiaro ed esplicito “si” che Giovanni aveva tentato di provocare. Quando i due inviati esposero la domanda a Gesù, egli in quell’ora curò molti da malattie e infermità e spiriti maligni, e a molti ciechi fece grazia di vedere; poi rispondendo disse a quelli: Andate ad annunziare a Giovanni le cose che vedeste e udiste: “Ciechi vedono, zoppi camminano, lebbrosi sono mondati, e sordi odono, morti ri­sorgono, poveri ricevono la buona novella”: ed e’ beato colui che non si scandalizzi in me (Luca, 7, 21-23). In conclusione, invece di rispondere con parole Gesù rispondeva con fatti, i quali valevano a dimostrare se egli era o no il Veniente Messia. Ma i fatti mira­colosi presenti si richiamavano a parole profetiche passate, perché già da Isaia era stato annunziato che ai tempi messianici i ciechi avrebbero visto, i sordi udito, gli zoppi camminato (Isaia, 29, 18; 35, 5-6), e i poveri avrebbero ricevuto la buona novella (Is., 61, I); se dunque Gesù avverava con le sue opere le profezie messianiche, le stesse opere lo proclamavano Messia. Tuttavia, questa esplicita proclamazione dalla bocca sua non uscì. L’inaspettata risposta fu certo riportata al prigioniero, ma non ci è riferito che impressione facesse su lui. E’ ben possibile che Gio­vanni avesse preferito sentirsi riportare come Gesù si fosse procla­mato apertamente e sonoramente Messia, e come a quella procla­mazione tutti i Giudei di Palestina e di fuori fossero accorsi osan­nanti al loro re: molto più tardi gli stessi discepoli di Gesù, edotti per lunghi mesi alla scuola di lui, s’aspetteranno ancora qualcosa di simile. Se questa fu realmente l’aspettativa di Giovanni, biso­gnerebbe applicare anche a lui l’osservazione che lo stesso Luca fa sui genitori di Gesù, i quali non capirono la parola che pronunziò loro (§ 262); Giovanni non avrebbe capito la risposta di Gesù per varie possibili ragioni, fra cui quella di non sapere che Gesù se­guiva una linea di manifestazione graduale della propria messiani­cità per motivi altamente spirituali (§ 300 segg.).

§ 340. L’onorevole provocazione di Giovanni, sebbene non assecon­data, fu gradita da Gesù. Per mostrare che il precursore non era certamente uno di coloro che si sarebbero scandalizzati di lui, Gesù dopo la partenza dei due invitati fece il più alto elogio di Giovanni proclamandolo piu’ che profeta, a nessuno inferiore fra i nati di donna, e infine precursore del Messia conforme alla profezia di Ma­lachia, 3, 1. Senonché, mentre la povera gente e i pubblicani avevano accolto la predicazione di Giovanni ed accettato il suo batte­simo, la massima parte degli Scribi e dei Farisei era rimasta retriva rendendo vano il consiglio d’Iddio a loro riguardo (Luca, 7, 30). Perciò Gesù soggiunse una similitudine: A chi dunque rassomiglierò gli uomini di questa generazione, e a chi sono somiglianti? Sono somiglianti a quei ragazzetti che stanno nella piazza, e si apostro fano tra di loro dicendo: ”Il flauto vi sonammo e non ballaste! – Lamentele facemmo e non piangeste!”. La similitudine è presa dagli usi di quei tempi sociali, perciò anche i cortei nuziali e quelli funebri: nel primo caso, alcuni sonavano o fingevano sonate flauti, mentre gli altri dovevano ballare come se fossero gli “amici dello sposo” (§ 281); nel secondo caso, gli uni imitavano le manifestazioni di cordoglio fatte dalle lamentatrici di professione ch’erano chiamate ai funerali, e gli altri dovevano piangere come se fossero i parenti del defunto. Tuttavia spesso il giuoco non riusciva bene, perché il gruppo di ragazzi che doveva o ballare o piangere non faceva con diligenza la sua parte, e allora sorgevano recriminazioni e apostrofi interminabili. L’applicazione della similitudine fu fatta da Gesù stesso, che pro­seguì: E’ venuto infatti Giovanni il Battista non mangiando pane né bevendo vino, e dite: “Ha un demonio”; è venuto il figlio dell’uomo mangiando e bevendo, e dite: “Ecco un uomo mangiatore e bevitor di vino, amico di pubblicani e peccatori” (Luca, 7, 33-34). I Farisei non avevano accettato la predicazione di Giovanni per­ché, oltre il resto, egli era troppo rigoroso e austero, tanto da sem­brare un fanatico spiritato (anche oggi gli Arabi chiamerebbero un uomo siffatto un magnun, ossia posseduto dal ginn,”spirito fol­letto”; ma ecco che, comparso Gesù, anche la sua predicazione era respinta col pretesto ch’egli mangiava come tutti gli uomini, lasciava mangiare i suoi discepoli quando avevano fame (§§ 307-308), e trattava con pubblicani e peccatori. Cosicché, o si sonasse il flauto o si alzassero lamenti funebri, il giuoco non riusciva mai bene con i Farisei, ma perché essi appunto non volevano farlo riuscir bene. Eppure sarebbe riuscito egualmente, perché la Sapienza (di­vina) fu riconosciuta giusta da tutti i suoi figli (in Matteo, 11, 19, greco: dalle sue opere).

IL CENTURIONE DI CAFARNAO E LA VEDOVA DI NAIM

  • 336. Tanto Luca quanto Matteo mettono dopo il Discorso della montagna l’episodio del centurione di Cafarnao: la circostanza cro­nologica sembra dunque assicurata, ed essa insieme con le diver­genze interne basta a distinguere questo episodio dall’altro dell’im­piegato regio (§ 298), sebbene in realtà i due episodi abbiano vari tratti somiglianti. Poco dopo il Discorso, Gesù rientrò a Cafarnao, dov’era di guarnigione un centurione: probabilmente faceva parte delle truppe mercenarie del locale tetrarca Erode Antipa, non di qualche distaccamento romano. Era pagano ma ben disposto verso il giudaismo, tanto che aveva costruito a sue spese la sinagoga di Cafarnao (§ 285); la sua bontà di cuore è confermata anche dal fatto che aveva uno schiavo al quale era affezionatissimo, trattan­dolo più da figlio che da schiavo. Ora, questo schiavo si era am­malato e stava in punto di morte; il desolato centurione, che aveva certamente tentato tutte le cure ma invano, conosceva di fama Gesù, anzi proprio in quel giorno Cafarnao si doveva esser quasi svuotata perché molti si erano recati sulla vicina montagna ove il famoso taumaturgo teneva un gran discorso. Disperando dei medici, il centurione pensò spontaneamente al taumaturgo; ma non osava di proporgli il suo caso, anche perché non era stato in relazioni per­sonali con lui. Si rivolse allora a Giudei insigni del paese, affinché parlassero a Gesu’ del moribondo pregandolo di far qualcosa per lui. I Giudei fecero l’ambasciata e raccomandarono vivamente a Gesù il desiderio del centurione:E’degno che tu gli conceda ciò: ama infatti la nostra nazione, e la sinagoga ti costruì (proprio) egli (Luca, 7, 15). Gesù, giudeo, fu accessibile a questa domanda giudaica: quel pa­gano era stato un benefattore anche di lui, perché della sinagoga di Cafarnao anche Gesù si era servito per pregare e predicare; sen­z’altro, quindi, s’avviò insieme con gli intercessori alla volta della casa del centurione. Ne era già in vista, quando fu incontrato da una seconda ambasceria inviatagli dal centurione. Costui sentiva una certa titubanza, motivata da scrupolo e da rispetto: la sua casa era pagana, cioè tale che un Giudeo osservante non avrebbe potuto entrarvi senza stimarsi contaminato; e il famoso Gesù non avrebbe sentito interiormente ripugnanza a tale ingresso, o almeno non ne avrebbe riportato esteriormente disonore presso i suoi cor­religionari? Perciò la nuova ambasceria avvertì delicatamente Gesù da parte del centurione: Signore, non ti disturbare! Non sono in­fatti degno che entri sotto il mio tetto; perciò neppure mi stimai degno di venire da te: ma comanda a parola, e sia sanato il mio servo! Anch’io, infatti, sono uomo ch’e’ messo sotto autorità, avendo sotto di me soldati, e dico a questo “Va’!” ed (egli) va, e ad un altro e Vieni! ed (egli) viene, ed al mio schiavo e Fa’ ciò! ed (egli lo) fa (Luca, 7, 6-8). Il centurione voleva giustificare la pro­pria deferenza verso Gesù col suo spirito soldatesco. Egli conosceva bene ciò che i Romani d’allora chiamavano l’imperium e noi oggi chiamiamo la disciplina militare, e l’esercitava sui propri soldati essendone sempre obbedito; Gesù quindi non si abbassasse fino a venire in casa sua, ma pronunziasse una sola parola d’imperium, e il suo comando sarebbe subito riconosciuto ed eseguito dalle forze della natura che opprimevano il moribondo. Udite tali cose, Gesu’ l’ammirò, e rivoltosi alla folla che lo seguiva disse: Vi dico, neppure in Israele trovai tanta fede! E subito la parola d’imperium aspet­tata dalla bocca di Gesù fu pronunziata, e il malato fu guarito all’istante. Ma nel racconto evangelico tutto ciò passa quasi in se conda linea, mentre in prima linea rimane la tanta fede.

§ 337. A questo episodio il solo Luca soggiunge quello di Naim. In greco il nome è Naim, e si è conservato in quello arabo odierno. Il villaggio è situato alle falde del Piccolo Hermon, a una dozzina di chilometri da Nazareth e a una cinquantina da Cafarnao per la strada odierna, e oggi consta di poche e miserabili case con nep­pure 200 abitanti tutti musulmani; ai tempi di Gesù era certo in condizioni migliori, ma era egualmente di poca ampiezza e sembra che avesse un’ unica porta nelle mura. A questa borgatuccia Gesù un giorno giunse accompagnato dai discepoli e da molta folla. Mentre egli stava per entrare nella porta delle mura, ecco uscirne un corteo funebre, indirizzato certamente a quel cimitero ch’è ancora oggi superstite a breve distanza dalle case e contiene antiche tombe scavate nella roccia. Portavano alla tomba un giovanetto; la madre del morto, ch’era vedova ed aveva quel solo figlio, seguiva la salma. Il caso era particolarmente pie­toso, e forse ciò spiega anche perché c’era molta lolla della città insieme con essa vedova (Luca, 7, 12): certamente tutti della bor­gata avevano risaputo della disgrazia e volevano condolersi con l’infelicissima madre. Di tutto il resto che Gesù vide in quest’incontro, non dice nulla il sapiente Luca; per lo scrittore medico il triste corteo si riassume tutto nella madre piangente, e Gesù non vede che lei: e vedutala, il Signore s’inteneri su di lei, e le disse “Non piangere!”. Queste due parole erano state certamente ripetute centinaia o migliaia di volte in quella giornata alla povera donna, ma rimanevano soltanto parole. Gesù andò oltre le parole; e avvicinandosi toccò la bara – i portatori allora si fermarono – e disse: e Giovanetto, dico a te, alzati! ». E il morto si alzò a sedere, e cominciò a parlare; e (Gesu’) lo dette alla sua mamma. La descrizione, come ognun vede, è quanto di più vivo ed imme­diato si possa immaginare; ha perfino il realismo di far notare come i portatori si fermassero sorpresi da quell’inaspettato intervento, e come il morto, tornato in vita ma sbalordito ben più dei portatori, per prima cosa si mettesse a sedere sulla bara, quasi per prendere tempo ad orientarsi e rendersi conto di quanto era successo. Se dunque si trattasse della descrizione d’un corteo nuziale qualsiasi, oppure d’una scena in cui Gesù semplicemente accarezzi bambini, nessun critico avrebbe trovato alcunché da ridire e tutti sarebbero stati d’accordo nell’accettare la narrazione tale quale, senza sco­prirvi dei sottintesi. Ma qui c’è di mezzo il morto che risuscita; ed ecco perciò che il testo di Luca è stato collocato insieme con le presunte allegorie del IV vangelo e considerato come un simbolo continuato: la madre vedova sarebbe Gerusalemme, il figlio unico sarebbe Israele, il quale è strappato dalla morte e restituito alla madre mercé la potenza di Gesù (Loisy). Basta però rileggere il testo di Luca per riscontrare se interpretazioni siffatte siano dettate da critica e storica, oppure da prevenzioni e filosofiche, e se que­ste prevenzioni rispettino l’indole della narrazione oppure la deformino totalmente.

IL DISCORSO DELLA MONTAGNA

  • 315. L’elezione dei dodici fu una scelta materiale, che sarebbe valsa a ben poco se non fosse stata seguita da una spirituale, ossia da una informazione dottrinale. Nonostante il loro affetto per il maestro i dodici dovevano essere informati assai scarsamente circa il pensiero di lui, e si sarebbero trovati certamente in un serio impac­cio se qualche dotto Fariseo li avesse invitati a fare un’esposizione precisa e compiuta delle dottrine di Gesù. Lo avevano visto operar miracoli per far del bene agli afflitti; lo avevano udito predicarecome avente autorità (§299) ed affermare principii di giustizia e di bontà; essi stessi si erano sentiti dominati da lui e attratti a lui, e lo amavano cordialmente: ecco tutto, altro non avrebbero potuto dire. Ma ciò evidentemente diventava troppo poco in quel giorno che essi pure erano stati eletti suoi cooperatori, né Gesù aveva fatto loro alcuna comunicazione a parte circa i suoi insegnamenti e inten­dimenti. Inoltre, anche per il popolo era necessaria un’esposizione fondamen­tale della dottrina di Gesù, perché i popolani, che fino allora lo avevano udito predicare occasionalmente, dovevano averne un’idea an­che più imprecisa e vaga di quella che ne avevano i dodici. Le ostilità sempre crescenti degli Scribi e dei Farisei rendevano, anch’esse, op­portuna una dichiarazione di programma, affinché le rispettive po­sizioni fossero nettamente definite: il popolo, si, aveva subito notato che Gesù insegnava loro… non come gli Scribi (§ 299), ma se anche quei popolani avessero dovuto scendere al particolare elencando i punti di consenso e quelli di dissenso fra Gesù e i Farisei, sarebbero rimasti certamente anche più impacciati dei dodici. A queste varie esigenze corrispose il Discorso della montagna.

  • 316. Gesù oramai era ben noto non soltanto nella Galilea ma an­che fuori; con quella sorprendente rapidità ed ampiezza con cui si diffondevano oralmente le notizie nel mondo semitico, sempre avaro di documenti epistolari, la fama di lui si era sparsa sia a mezzogior­no nella Giudea e nell’Idumea ambedue giudaiche, sia nella ellenizzata Decapoli a oriente (§ 4), sia nei grandi centri mediterranei del­la pagana Fenicia ad occidente. Gruppi di gente salivano su da questi paesi verso il profeta galileo per vederlo eudirlo,ma insieme e anche più per esser guariti dalle loro malattie (Luca, 6, 18); molti infatti eghi curò, tanto da gettarsi addosso a lui per toccarlo quanti avevano malori (Marco, 3, 10). Le ondate di gente dovettero susse­guirsi e crescere per qualche tempo, finché un giorno Gesù giudicò opportuno tenere alla numerosa folla e ai dodici il discorso espositivo del suo programma. Tutti e tre i Sinottici indicano come luogo del Discorso la monta­gna, con l’articolo ma senza una precisa determinazione dunque, una delle colline della Galilea. La tradizione che riconosce questa collina nell’odierno « Monte delle beatitudini » ha ragioni non spre­gevoli in suo favore: è attestata esplicitamente solo nel secolo XII, ma se si considera in sostanza tutt’una con la tradizione riguardante Tabgha (§ 375 nota) essa risale al secolo IV. La montagna sarebbe la collina alta circa 150 metri posta sulla sponda occidentale del lago di Tiberiade sopra a Tabgha, e distante un 13 chilometri da Ti­beriade e circa 3 da Cafarnao; il preciso luogo del Discorso non sa­rebbe sulla cima della collina, ove oggi sorge l’ospizio dell’Asso­ciazione Nazionale per i Missionari Italiani, ma alquanto più in basso su una spianata a sud-ovest della collina. Era un posto preferito da Gesù per trattenersi con le turbe, come vuole l’antica tradizione, e non lontano da Cafarnao, come esige la narrazione sinottica.

  • 317. Del Discorso abbiamo due recensioni, quella di Matteo e quella di Luca, ma ben differenti fra loro. La principale differenzaènella quantità e disposizione della materia, perché la recensione di Matteo è circa tre volte e mezzo più ampia che quella di Luca (107 versetti contro 30); tuttavia in compenso Luca riporta in altre cir­costanze della vita di Gesù ampie parti del Discorso come è trasmes­so da Matteo (circa 40 versetti). Questa attribuzione ad altre circostanze è molto importante; essa si ritrova non solo in Marco, che pur tralasciando l’intero Discorso ne riporta qua e là poche sentenze staccate, ma inaspettatamente anche nello stesso Matteo, che fa ripetere a Gesù sentenze del Discorso in altre circostanze (cfr. Matteo, 5, 29-30, con 18, 8-9; e 5, 32, con 19, 9). Tutti questi fatti non sorprendono chi abbia presente quanto già dicemmo sia riguardo alla dipendenza diretta degli evangelisti dalla catechesi viva della Chiesa (§110 segg.), sia riguardo agli sco­pi e ai metodi particolari a ciascun evangelista: su quest’ultimo pun­to è necessario ricordare particolarmente che Matteo è l’evangelista che scrive con ordinamento (§ 114 segg.) e Luca è quello che si è proposto di scrivere secondo consecuzione (§ 140 segg.). Si potrà quindi ammettere senza difficoltà che talvolta Luca abbia staccato dal Discorso della montagna alcuni tratti riferendoli in altre circostanze storiche, e per contrario che Matteo abbia conglobato nel Discorso sentenze pronunziate da Gesù in altre occasioni. Per citare un solo esempio del secondo caso, Matteo porta l’orazione del Pater noster in questo Discorso (6, 9-13); Luca invece la porta molto più tardi, nel secondo anno inoltrato della vita pubblica di Gesù e pochi mesi prima della sua morte, e inoltre fa che l’insegnamento di quell’orazione sia provocato dalla domanda di uno dei disce­poli che chiede a Gesù in quale maniera dovessero pregare (Luca, 11, 1-4). E’ certo possibile che Gesù abbia insegnato più d’una volta il Pater noster, tanto più che le due recensioni di esso sono abba­stanza diverse; tuttavia in favore della circostanza storica di Luca sta la domanda del discepolo che provoca la risposta, mentre nel Discorso della montagna tale provocazione manca, e il Pater noster si potrebbe anche staccare dal Discorso senza interromperne il filo logico. E, come questo, si potrebbero addurre altri esempi per un caso e per l’altro: i quali tuttavia non sarebbero né sempre sicuri, né tali da offrire la base ad una norma generale. Un’altra e maggiore possibilità è che il Discorso della montagna, quale fu pronunziato da Gesù, fosse anche più ampio di ciascuna delle due recensioni odierne. Quella di Matteo, ch’è la più estesa, si potrebbe oggi recitare ad alta voce come predica per una folla in una ventina di minuti, e aggiungendovi le poche sentenze che sono particolari a Luca si allungherebbe la predica solo di tre o quattro minuti: non era certarnente una predica troppo lunga per folle che venivano da lontano ad ascoltare Gesù. E’ dunque molto probabile che questo Discorso fondamentale fosse riportato nella primitiva ca­techesi orale in maniera molto più ampia di come noi l’abbiamo adesso e che, mentre Marco lo ha tralasciato quasi totalmente, gli altri due Sinottici ne abbiano riprodotto solo quelle parti che me­glio rispondevano ai loro scopi. Inoltre più tardi, presentandosi l’oc­casione, Gesù può esser benissimo ritornato su alcuni punti di quella sua esposizione programmatica, fors’anche ripetendo le stesse senten­ze e impiegando le stesse comparazioni, come hanno sempre fatto i maestri di qualunque età e di qualunque argomento. In conclusione, la recensione secondo Matteo sembra la più vicina alla forma che il Discorso aveva nella catechesi primitiva, e quindi la più opportuna ad esser scelta come base.

  • 318. Impiegando una terminologia musicale, il Discorso della montagna può esser rassomigliato ad una maestosa sinfonia che fin dalle prime battute, senza preparazione di sorta, e con l’attacco simultaneo di tutti gli strumenti, enunzi con precisione nettissima i suoi temi fondamentali: e sono i temi più inaspettati, più inauditi di questo mondo, totalmente diversi da qualunque altro tema for­mulato giammai da altre orchestre, eppure presenti come se fos­sero i temi più spontanei e più naturali per un orecchio bene edu­cato. E in realtà fino al Discorso della montagna tutte le orchestre dei figli dell’uomo, pur fra variazioni d’altro genere, all’unisono ave­vano annunziato che per l’uomo la beatitudine consiste nella felicità, la sazietà è data da saturità, il piacere è l’effetto di appagamento, l’onore è prodotto da stima; al contrario, e fin dalle prime battu­te del suo attacco, il Discorso annunzia che per l’uomo la beati­tudine consiste nell’infelicità, la sazietà nella famelicità, il piacere nell’inappagamento, l’onore nella disistima, in vista però del pre­mio futuro. L’ascoltatore della sinfonia rimane allibito all’enunciazione di sif­fatti temi: ma l’orchestra proseguendo impetturbata ritorna sopra i singoli enunciati, li scevera ad uno ad uno, li ribadisce, ricama va­riazioni attorno ad essi: raccoglie quindi nello squillo degli ottoni altri temi accennati timidamente dagli archi, li corregge, li trasfor­ma, li sublima lanciandoli su altissime vette: sommerge invece in un fragore di toni talune vecchie risonanze riecheggiate da lontane or­chestre, escludendole dal suo quadro sinfonico; fonde poi il tutto in un’ondata sonora che, salendo su su dall’umanità reale e dal mondo materiale, raggiunge e si riversa su un’umanità non più umana e su un mondo immateriale e divino. Gli antichi stoici avevano chiamato paradosso un enunciato che andava contro l’opinione comune in questo senso il Discorso della montagna è il più ampio e più radicale paradosso che sia stato mai enunciato. Nessun discorso recitato sulla terra fu più sconvolgente, o meglio, più capovolgente, di questo ciò che tutti prima chiamavano bianco qui è chiamato non già bigio o scuro ma addirittura nero, mentre il nero è chiamato precisamente candido; l’antico bene è ivi assegnato alla categoria del male, e l’antico male a quella del bene; dove prima si sublimava la vetta adesso è posta la base, e dove si sprofondava la base è collocata la vetta. In con­fronto con la rivoluzione contenuta nel Discorso della montagna, le massime rivoluzioni operate dall’uomo sulla terra sembrano finte battaglie fatte per giuoco da bambini, in confronto con la battaglia di Canne o quella di Gaugamela. E questo capovolgimento è presentato, non già come conseguenza di lunghe investigazioni intellettuali, bensì con un tono decisamente imperativo che trova il suo appoggio soltanto sull’autorità dell’oratore. “Così è, perché ve lo dico io Gesù”; “altri vi hanno detto bianco, ma io Gesù vi dico nero”; “vi è stata prescritta la somma di cin­quanta, ma essa sta bene solo in parte e io Gesù vi prescrivo la somma totale di cento”.

  • 319. E quali sono le sanzioni di questo nuovo ordinamento? Non esistono sanzioni umane ma solo divine, non sanzioni terrene ma solo ultraterrene. I poveri sono beati perché di essi è il regno dei cieli, ma non un regno della terra; i dolenti sono beati perché saranno consolati, ma in un imprecisato futuro lontano; i puri di cuore sono beati perché vedranno Iddio, ma non perché la loro purità sarà pregiata ed encomiata dagli uomini; in genere poi tutti i tribolati per amor della giustizia sono beati, ma nuovamente perché di essi è il regno dei cieli e non perché spetti loro un’ampia ricompensa sulla terra. Co­sicché il nuovo ordinamento promulgato da Gesù ha una regolare base giuridica soltanto per chi accetti ed aspetti il regno dei cieli; invece un qualunque Nicodemo, che sianato dalla carnee vedendo soltanto materia non accetti né aspetti un regno dei cieli, troverà che l’ordinamento di Gesù manca di base ed è, ben più che un para­dosso, addirittura un assurdo ma appunto la ragione di questa ripulsa era stata prevista e spiegata da Gesù quando nel suo coiloquio con Nicodemo lo aveva ammonito, se qualcuno non sia nato dall’alto, non può vedere il regno d’Iddio, perché ciò ch’é nato dalla carne, e’ carne; e ciò ch’e’ nato dallo Spirito, e’ spirito (§ 288). Infine il Discorso della montagna non prescinde dalla realtà storica, ma in molti ed essenziali punti si ricollega con fatti reali dell’ebrai­smo passato e contemporaneo. La legge mosaica non è abolita, ma integrata e perfezionata; essa è conservata, ma come un pianterreno su cui venga sovrimposto un piano superiore. Le costumanze e perfino le elucubrazioni casuistiche degli Scribi e dei Farisei sono tenute presenti, ma considerate come un cadavere in cui bisogna infondere un’anima: dappertutto si ricerca la moralità dello spirito, assai più che la materialità dell’azione. Non sfugge neppure la questione finanziaria ed economica, ma anche questa è inquadrata in un atto di fede, in una visione della provvidenza di Dio. Sopra ogni cosa, poi, domina l’amore, nelle sue due ramificazioni verso Dio e verso gli uomini. Dio non è un monarca dispotico che invii da lontano i suoi ordini all’umanità e ne attenda i tributi; è invece il padre di tutta l’umana famiglia, che conosce quando i suoi figli hanno fame e vuol essere onorato da essi con la richiesta insistente del pane. Gli uomini tutti, come figli tutti egualmente di questo Padre sovrumano, sono fratelli, hanno lo stesso sangue spirituale, sono altrettanti “io” davanti a cui deve scomparire l’”io” del singolo. Tanta è l’impor­tanza di questo amore per gli uomini, che perfino l’amore per Dio non può esser vero e legittimo se non è accompagnato da quello per gli uomini: chi stia per fare un’offerta all’altare con sincere disposi­zioni di spirito, ma in quel momento gli sovvenga che un altro uo­mo ha ricevuto una qualche ingiustizia da lui, prima vada a ripa­rare l’ingiustizia e poi torni a fare l’offerta, giacché Dio cede volen­tieri la precedenza cronologica all’uomo aspettando tranquillamente, mentre non gradirebbe l’offerta fatta da chi ha un rimorso di co­scienza contro il proprio fratello.

  • 320. Il Discorso della montagna si svolge conforme a uno schema abbastanza chiaro, soprattutto nella recensione secondo Matteo: ma questo evangelista, benché “ordinatore” per eccellenza (§ 114), non deve aver creato qui l’ordinamento e piuttosto lo ha ritrovato già nella catechesi primitiva, sebbene qua e là vi abbia potuto intro­durre piccole modificazioni. Il prologo, ch’entra subito nella maniera più risoluta, è rappresentato dalle beatitudini (5, 3-12): altrettanto avviene in Luca (6, 20-26), sebbene con divergenze. In Matteo la felicitazioneBeati…!è ripetuta nove volte, ma le beatitudini sono in sostanza sol­tanto Otto perché l’ultima è quasi una ripetizione della penultima e come un riassunto di tutte le precedenti; in Luca la felicitazio­ne è ripetuta solo quattro volte, ma subito appresso sono aggiun­te quattro maledizioni Guai…! indirizzate agli opposti dei felicita­ti di prima. Questa forma letteraria, per cui si cominciava con affermare un’i­dea e subito appresso si negava un suo contrario, si ritrova usita­ tissinia nella poesia biblica (parallelismo antitetico) ; ma anche più importante è notare che precisamente in antiche promulgazioni della Legge mosaica era stata seguita questa alternativa di benedizioni e di maledizioni (Deuteronomio, 11, 26-28; 27, 12-13; 28, 2 segg. e 15 segg,; Giosue’, 8, 33-34). Ora, poiché il Discorso della montagna indubbiamente vuole essere, sia per il contenuto sia per lo scenario, il contrapposto messianico alla Legge mosaica (§ 322), è molto pro­babile che il suo prologo nella primitiva catechesi consistesse in un elenco di beatitudini seguite o alternate da altrettante maledizioni; da questo complesso Matteo estrasse soltanto otto beatitudini, Luca invece soltanto quattro beatitudini ma rafforzate da quattro ma­ledizioni.

  • 321. Affiancando pertanto le due recensioni si ottiene questa sinossi, che ci riporta piu vicini allo schema della primitiva catechesi:Maledetto Chanaan! Schiavo degli schiavi sia per i suoi fratelli..’ Benedici, o Jahvè, le tende di Sem e sia Chanaan loro schiavo!Genesi, 9, 25-26 Maledite Merozl disse l’angelo di Jahvè: Maledite, maledite i suoi abitanti!. Sia benedetta fra le donne Jael, moglie di Heber il Qenita: fra le donne della tenda sia benedetta! Giudici, 5, 23-24 Maledetto l’uomo che si confida nell’uomo, e pone carne quale braccio suo!.. Benedetto l’uomo che si confida in Jahvé, ed e’ Jahve’ la confidenza sua! Geremia, 17, 5-8 . Questo sbalorditivo prologo ha presentato fin qui lo spirito generico del programma di Gesù, cioè della Legge messianica; conclude poi annunziando che questo spirito dovrà essere come un sale che pre­serverà da corruzione il mondo intero e come una luce che illuminerà tutta la terra (Matteo, 5, 13-16; in altro contesto Luca, 4, 34-35, e 8, 16; 11, 33). Ma subito dopo questo sguardo al futuro il Discorso si rivolge al passato, e affronta la questione delle relazioni tra futuro e passato nei riguardi della Legge ebraica, procedendo se­condo il seguente schema.

  • 322. Gesù non è un demolitore della Legge, ma un rinnovatore che in parte abolisce e in parte conserva perfezionando(Matteo,5, 17-20). La legge messianica perfeziona quella mosaica nei pre­cetti della concordia, della castità, del matrimonio, del giuramento, della vendetta e della carità (ivi, 21-48). – Essa supera di gran lunga le usanze dei Farisei riguardo all’elemosina, alla preghiera e al di­giuno (6, 1-18). – Essa, per chi l’accoglie, è l’unico e vero tesoro e li­bera da ogni altra preoccupazione (ivi, 19-34). – Essa richiede una ca­rità più perfetta e una preghiera più insistente (7, 1-2). – Essa è una porta angusta, ma salva dai falsi profeti e fa compiere buone ope­re (ivi, 13-23). – In conclusione, la nuova legge è una casa costruita sulla viva roccia che resisterà alle tempeste (ivi, 24-27). Già da questo rapido sommario appare evidente che il Discorso della montagna ha, fra altri scopi, quello di presentarsi come un contrap­posto non distruttivo ma perfettivo della Legge di Mosè. E questo sostanze sia per generica condizione sociale. Luca tralascia la precisazione di Matteo (poveri) in sirito (§ 145), per la quale la beatitudine è riserbata a quei poveri che accettino questa loro condizione e ne siano paghi nel loro spirito, mentre i forzati e i riluttanti non sono poveri in ispirito. Invece del piu’ generico dolenti di Matteo, Luca ha il più specifico pian­genti; cfr. Isaia, 61, 2. – I miti non sono i dolci di ca­rattere, ma gl’infimi della società, i giusti abietti ed umiliati; tutta l’espressione è presa dal Salmo 37, li (ebr.) ove si dice che questi “miti” possederanno la terra. – I puri di cuore sono, non soltanto i casti di pensiero e d’affetto, ma più generalmente i mondi da macchia spiri­tuale, gli innocenti davanti a Dio; la frase dipende dal Salmo 24, 4 (ehr.), ov’è detto che il puro di cuore può presentarsi al santuario di Jahvè. – Gli operanti pace sono i pacifici nel senso non sol­tanto passivo, che godono della pace, ma anche attivo, che producono e ap­portano la pace. – Le beatitudini ottava e nona di Matteo (vers. 10-11) si riferiscono allo stesso soggetto: ad ambedue in comune si riporta la sanzione del vers. 12. scopo è conferrnato anche dalla sceneggiatura materiale: come in­fatti la Legge antica era stata promulgata sul monte Sinai, da Mosè, assistito dagli anziani della nazione ed alla presenza del popolo; così la legge nuova è promulgata sulla montagna della Galilea, da Gesù Messia, assistito dai dodici Apostoli ed alla presenza delle turbe. Che da questa corrispondenza di sceneggiatura si è tratta recentemente la conclusione che tutto è fittizio, e che la sceneggia­tura è ideale, e che il Discorso non fu mai tenuto: ma se la con­clusione è arbitraria, non per questo le premesse sono false. La sceneggiatura corrisponde, appunto perché si volle a bella posta mo­strare una riconnessione anche materiale fra l’antica e la nuova leg­ge, come poco prima si era ricercata una riconnessione numerica fra i dodici Apostoli e le dodici tribù d’Israele (§ 311), e come pure con l’alternativa di benedizioni e di maledizioni si volle probabil­mente seguire il metodo di altre antiche promulgazioni della Legge di Mosè (§ 320). Il Discorso della montagna ha uno stile popolare e un frasario orientale. Sottigliezze ed astrazioni mancano, spesseg­giano invece i casi pratici e immediati che il popolo ha sempre pre­diletti e da cui sa ben ricavare norme generali: numerose vi sono anche le iperboli orientali, che gli ascoltatori sapevano interpretare nel loro giusto valore ma senza le quali avrebbero trovato letteraria­mente insipido il discorso. Per un orientale davano sapore al discor­so frasi come quelle che dicevano: Se la tua mano destra ti scan­dalizza, mozzala via e getta(la) da te, oppure chiunque ti schiafleg­gia sulla guancia destra rivoltagli pure l’altra; tuttavia i primi se­guaci di Gesù non si mozzarono mai la mano destra nè offrirono la guancia sinistra, per la semplice ragione che capivano lo stile in cui si parlava nei loro paesi e soprattutto perché avevano del buon senso. Quando invece subentrò l’idolatria del letteralismo o al buon senso si sostituì il fanatismo, allora si ebbero i casi di Origene nell’antichità e di Leone Tolstoi ai tempi nostri; ma a differenza del­l’allegorizzante alessandrino, che diviene improvvisamente letteralista, e del sognatore russo, che rimane un sensuale nelle sue utopie mistiche e predica aggressivamente la mansuetudine, Francesco di Assisi apparirà sempre il più perfetto interprete del Discorso della montagna, interprete tanto perspicace nel riconoscerne lo spirito quanto entusiasta nel praticarlo.

  • 323. Ecco il resto del Discorso: (Matteo, cap. 5) Voi siete il sale della terra: ma se il sale sia diventato insipido con che si salerà? Non serve pìu’ a niente salvo che, gettato fuori, ad esser colpestato dagli uomini.’Voi siete la luce del mondo: non puo’ star nascosta una città collo­cata sopra un monte,nè accendono una lucerna e la pongono sotto il moggio bensì sul lampadario e risplende a tutti quei (che sono) nella casa: così risplenda la luce vostra davanti agli uomini, af­finché vedano le vostre belle opere e glorifichino il Padre vostro, quello ch’è nei cieli. Non crediate che venni ad abolire la Legge o i Profeti: non ven­ni ad abolire, bensì a compiere. In verità infatti vi dico, finché pas­si il cielo e la terra un solo iota o un solo trattino non passerà dalla Legge, fino a che tutto avvenga. Chi pertanto abbia disciolto uno solo di questi minimi comandamenti ed abbia insegnato così agli uomini, minimo sarà chiamato nel regno dei cieli: chi invece abbia praticato ed insegnato, costui grande sarà chiamato nel regno dei cieli. Vi dico, infatti, che se non abbondi la vostra giustizia più che (quella) degli Scribi e dei Farisei, non (avverrà) che entriate nel re­gno dei cieli.

  • 324.Udiste che fu detto agli antichi « Non ucciderai », chi poi abbia ucciso sarà passibile di giudizio.Ma io vi dico che chiunque s’adira contro il suo fratello sarà passibile di giudizio; chi poi abbia detto al suo fratello « Rakà! » sarà passibile di Sinedrio; chi poi ab­bia detto « Stolto! » sarà passibile della Geenna del fuoco. Se dun­que presenti il tuo dono sull’altare e colà ti ricordi che il tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia colà il tuo dono davanti all’altare, e va’ prima, riconciliati col tuo fratello, e allora vieni a presentare il tuo dono. Sii condiscendente col tuo avversario subito, fintanto che stai con lui per la strada: affinché mai non (sia che) l’avversario ti consegni al giudice e il giudice all’inserviente, e (così) sarai gettato in car­cere.In verità ti dico, non (sarà) che (tu) esca di là fino a che (tu) abbia pagato l’ultimo quadrante. 

  • 325.Udiste che fu detto « Non commetterai adulterio » Ma io vi dico che chiunque guarda una donna per desiderar(la), già commise adulterio con essa nel cuor suo. Se poi il tuo occhio de­stro ti scandalizza, càvalo e getta(lo) da te: e un vantaggio infatti per te che perisca uno dei tuoi membri, e non sia gettato l’intero corpo tuo nella Geenna. E se la tua mano destra ti scandalizza, mòzzala via e getta(la) da te: e’ un vantaggio infatti per te che pe­risca uno dei tuoi membri, e non vada l’intero corpo nella Geenna. Fu poi detto “Chi rimandi la sua moglie, le dia il (documento di) ripudio”.Ma io vi dico che chiunque rimandi la sua moglie, eccettuato (il) caso di fornicazione, fa che ella sia resa adultera, e chi sposi una (donna) rimandata commette adulterio.

  • 326.Di nuovo, udiste che fu detto agli antichi « Non spergiu­rerai, ma manterrai col Signore i tuoi giuramenti ». Ma io vi dico di non giurare affatto, nè per il cielo perché e’ trono d’Iddio, nè per la terra perché è sgabello dei piedi suoi, né per Gerusalemme perché è città del gran re; neppure per la tua testa non giu­rare, perché non puoi fare bianco o nero un sol capello. Sia invece il vostro discorso “Si” (se e’) si, « No » (se e’) no: quel che sovrabbonda da queste (parole) è dal maligno.

  • 327.Udiste che fu detto “Occhio per occhio e dente per den­te”. ” Ma io vi dico di non contrastare al maligno; bensì chiun­que ti schiaffeggia sulla tua guancia destra rivoltagli pure l’altra, e a chi vuole citarti in giudizio per prenderti la tunica lasciagli pure il mantello, e chi ti requisirà per un miglio va’ insieme con lui per due (miglia). A chi chiede a te da’, e da chi vuole prendere in prestito da te non voltarti via.Udiste che fu detto « Amerai il prossimo tuo » e odierai il nemico tuo. Ma io vi dico, amate i vostri nemici e pregate per i persecutori vostri, affinché siate figli del Padre vostro quello ch’e’ nei cieli, perché fa sorgere il suo sole sopra maligni e sopra buoni e piove sopra giusti e sopra ingiusti. Qualora infatti amiate quei che vi amano, quale mercede avete? Non fanno forse lo stesso an­che i pubblicani? E qualora salutiate i fratelli vostri soltanto, che cosa di sovrabbondante fate? Non fanno forse lo stesso anche i Pagani? Sarete dunque voi perfetti come il vostro Padre celeste è perfetto.

  • 328.Badate poi a non fare la vostra giustizia in presenza degli uomini per esser guardati da loro, se no mercede non avete presso il Padre vostro quello ch’è nei cieli. Qualora dunque (tu) faccia elemosina non sonar la tromba davanti a te, come gl’ipocriti fanno nelle sinagoghe e nelle strade affinchè siano glorificatidagli uomini: in verità vi dico, sono in possesso della loro mercede. Tu invece facendo elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, affinchè la tua elemisina sia nel segreto, e il Padre tuo che guarda nel segreto renderà a te. E quando preghiate, non sarete come gl’ipocriti; giacchè amano star ritti a pregare nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze affinchè appaiono agli uomini: in verità vi dico, sono in possesso della loro mercede. Tu invece, quando preghi, entra nella tua stanza e chiusa a chiave la porta prega il Padre tuo quello (ch’è) nel segreto, e il Padre tuo che guarda nel segreto renderà a te.

  • 329. Pregando, poi, non blaterare come i pagani: credono infatti che con il loro molto parlare saranno ascoltati; non vi rassomigliate dunque a loro, sa infatti il Padre vostro di quali cose avete bisogno prima che voi glie(le) chiediate. Così pertanto pregate voi: Padre nostro che (sei) nei cieli , sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la volontà tua come in cielo anche su(lla) terra. Il pane nostro necessario dà a noi oggi, e rimetti a noi i nostri debiti comeanche noi rimettemmo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal maligno. Qualora infatti rimettiate agli uomini i falli loro, rimetterà an­che a voi il Padre vostro celeste; qualora invece non rimettiate agli uomini, neppure il Padre vostro rimetterà i falli vostri.

  • 330.Qualora poi digiuniate non diventate, come gli ipocriti, mesti: sfigurano infatti le loro facce, affinché appaiano digiunanti agli uomini; in verità vi dico, sono in possesso della loro mercede. Tu invece, digiunando, ungiti la testa e lavati la faccia, affin­ché (tu) non appaia digiunante agli uomini bensì al Padre tuo quel­lo (ch’è) nel segreto, e il Padre tuo che guarda nel segreto ren­derà a te. Non tesoreggiate per voi tesori sulla terra, dove verme e tignuola manda in rovina e dove ladri perforano e rubano; tesoreggiate invece per voi tesori in cielo, dove nè verme nè tignuola manda in rovina e dove ladri non perforano nè rubano: dove infatti e’ il tesoro tuo, ivi sarà pure il cuore tuo. La lucerna del corpo e’ l’occhio: qualora dunque l’occhio tuo sta puro, tutto il corpo tuo sarà illuminato; qualora invece l’occhio tuo sia (in) malo (stato), tutto il corpo tuo sarà ottenebrato: se dun­que la luce quella (ch’e’) in te e’ tenebra, la tenebra quanta (sarà mai)?

  • 331.Nessuno può servire a due padroni: o infatti (egli) l’uno odierà e l’altro amerà, oppure all’uno s’attaccherà e l’altro disprez­zerà; non potete servire a Dio e a Mammona. Perciò vi dico, non v’affannate per la vostra vita riguardo a ciò che mangerete o che berrete, nè per il vostro corpo riguardo a ciò che indosserete: non e’ forse la vita dappiu’ del nutrimento e il corpo dell’indumento? Riguardate i volatili del cielo, giacché non seminano nè mietono nè radunano su granai, e(p pure) il Padre vostro celeste li nutrisce: non valete voi forse piu’ di loro? Chi di voi poi affannandosi può aggiungere alla propria età un solo cubito? E circa l’indumento di che v’a flannate? Riflettete sui gigli del campo come crescono: non s’affaticano nè filano: eppur vi dico che nemmeno Salomone in tutta la sua gloria fu rivestito come uno di questi; se dunque l’erba del campo che oggi esiste e domani si getta nel forno Iddio riveste così, non (rivestirà) molto piu’ voi, (o) scarsi di fede? Non v’affannate dunque dicendo “Che mangeremo?” o “Che berre­mo?” o “Di che ci rivestiremo?”, Tutte queste cose, infatti, i pagani ricercano: sa invero il vostro Padre celeste che abbisognate di tutte queste cose. Cercate invece prima il regno e la sua giu­stizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non v’af­fannate dunque per il dimani, perché il dimani s’affannerà per se stesso: sufficiente a (ciascun) giorno (è ) la sua pena.

  • 332. –Non giudicate (a condanna), affinché non siate giudicati (a condanna): con quel giudizio, infatti, con cui giudi­cate sarete giudicati, e con quella misura con cui misurate si misu­rerà per voi. Perché poi vedi la pagliuzza che (e’) nell’occhio del tuo fratello, mentre della trave (ch’e’) nell’occhio tuo non t’accorgi? Ovvero, come dirai al tuo fratello “Permetti che (io) cavi la pa­gliuzza dall’occhio tuo”, ed ecco la trave (e’) nell’occhio tuo? Ipo­crita, cava prima dall’occhio tuo la trave, e allora guarderai di cavare la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello. Non date la cosa santa ai cani, nè gettate le vostre perle davanti ai porci, affinché mai non (sia che) le calpestino con le loro zampe e rivoltatisi (contro voi) vi sbranino. Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; picchiate e vi sarà aperto. Ognuno infatti che chiede riceve, e che cerca trova, e che picchia gli sarà aperto. Ovvero qual uomo e’ tra voi a cui suo figlio chiederà un pane – gli darà forse un sasso? O anche chie­derà un pesce – gli darà forse un serpente? Se dunque voi, (pur) essendo cattivi, sapete dare buoni doni ai vostri figli, quanto piu’ il Padre vostro quello ch’e nei cieli darà cose buone a quei che gli chiedono? Tutte le cose, dunque, quante possiate volere che facciano a voi gli uomini, in questa maniera fate(le) anche voi a loro. Questa, in­fatti, e’ la Legge e i Profeti.

  • 333.Entrate per la porta stretta, perché (e’) larga la porta e spaziosa la strada che conduce alla perdizione e molti sono quei che entrano per essa: perché stretta e’ la porta e angusta la strada che conduce alla vita e pochi sono quei che la trovano. Guardatevi dai falsi profeti, i quali vengono a voi in rivestimenti di pecore, al di dentro invece sono lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete. Si colgono forse dalle spine grappoli, o dai rovi fichi? Così ogni albero buono fa frutti belli, invece l’albero gua­sto fa frutti cattivi: non può un albero buono produrre frutti cattivi, né un albero guasto produrre frutti belli. Ogni albero che non fa bel frutto e’ reciso via e gettato nel fuoco. Dunque dai loro frutti li riconoscerete. Non chiunque mi dica “Signore! Signore!” entrerà nel regno dei cieli, bensì chi faccia la volontà del Padre mio quello ch’e’ nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: « Signore! Signore! Non profetammo nel tuo nome, e nel tuo nome scacciammo demonii, e nel tuo nome facemmo molti prodigi? » E allora dichiarerò ad essi:”Giammai vi conobbi: allontanatevi da me, operatori d’iniquità!”.

  • 334.Chiunque, pertanto, ascolta da me questi discorsi e li fa, si rassomiglierà a un uomo saggio il quale edificò la sua casa sopra la roccia: e scese la pioggia e vennero i fiumi e soffiarono i venti e s’abbatterono su quella casa, e(p pure) non cadde; era infatti basata sulla roccia. E chiunque ascolta da me questi discorsi e non li fa, si rassomiglierà a un uomo stolto il quale edificò la sua casa sopra l’arena: e scese la pioggia e vennero i fiumi e soffiarono i venti e irruppero addosso a quella casa, e cadde, e la rovina di essa era grande.Con questa comparazione della casa termina, in ambedue le recensioni, il Discorso della montagna. Se chi ascoltava e praticava i precetti di questo Discorso era un costruttore di casa su roccia, tale era tanto più Gesù nel fare questo Discorso per i fini del suo mi­nistero. Già vedemmo che anch’egli costruiva una casa per riparo da una nuvola annunziatrice di tempesta (§ 310); aveva già scelto e collocato in opera dodici pietre fondamentali secondo il numero delle tribù d’Israele (§ 311), e altre pietre minori impiegate erano rappresentate da molti altri Israeliti che lo seguivano; adesso egli cementava il tutto con una dottrina che in parte era l’antica dot­trina d’Israele, e in parte era dottrina personale di lui Gesù. Man­cava ancora di portare avanti la costruzione e di rifinirla in molti punti, ma le linee maestre della casa furono stabilite appunto dal Discorso della montagna.

§ 335. Che rappresenta questo Discorso nell’insegnamento generale di Gesù? E’ stato definito il “codice fondamentale” o una Summa della dottrina di lui, ma sono definizioni da prendersi in senso molto vago perché solo in parte corrispondono alla verità. Codice elaborato non è, e nemmeno Summa, perché troppe sono le affermazioni dottri­nali che Gesù farà più tardi attribuendo loro capitale importanza, e che invece nel Discorso della montagna non sono neppure adom­brate: nulla infatti dice il Discorso né della morte redentrice di Gesù, nè del battesimo, nè dell’Eucaristia, nè della Chiesa, nè del­l’escatologia, senza le quali cose non si ha l’insegnamento storico di Gesù. Neppure è propriamente una confutazione del fariseismo ovvero una rettificazione perfettiva del giudaismo, sebbene anche questi scopi siano presi di mira: ma sono scopi soltanto posteriori, quasi conseguenze di una mira più ampia e generale. In realtà il Discorso della montagna non è altro che la presentazione del “cambiamento di mente” che già era stato pre­dicato, sia da Giovanni il Battista sia da Gesù (§§ 226, 299), come condizione per l’attuazione del regno di Dio. E quale e cambiamento di mente, più sconvolgente e più capovolgente che quello di proclamare beati, in vista d’un remoto futuro, i poveri, i pian­genti, gli affamati, gli arrendevoli, e quanti altri fino allora erano stati proclamati infelici da tutti gli uomini concordemente? Il Discorso dunque, meglio che un e codice, è lo spirito che ispirerà più tardi tutto un codice: meglio che una Summa, è l’idea centrale che sarà sviluppata più tardi in un ampio commentario. Il carattere personale e singolare del Discorso della montagna, e specialmente delle sue Beatitudini iniziali, è tanto palese che non ha bisogno d’essere dimostrato: quegli studiosi moderni, scarsissimi di numero e d’autorità, che hanno negato una verità così evidente, non meritano risposta e non sono da prendersi sul serio. Tuttavia il Discorso ha pure numerosi punti di contatto col patrimonio spi­rituale sia biblico sia rabbinico, ed è merito delle più recenti inve­stigazioni aver messo in luce quest’ultimo punto; specialmente dalla sua metà in giù, il Discorso mostra parecchie analogie con pensieri ed espressioni conservate nel Talmud e negli altri scritti giudaici. Ciò è regolare per chi parlava a gente del suo tempo abituata a certe frasi ed espressioni, e soprattutto per chi era venuto non già ad abolire, bensì a compiere. Ad ogni modo anche da queste ana­logie risulta sempre meglio la sproporzionata superiorità del Di­scorso della montagna, che riunisce a fascio in pochissime pagine ciò che si può solo stentatamente e parzialmente spigolare nell’im­menso campo degli scritti giudaici, e risulta specialmente l’inimi­tabilità del suo spirito, unico e solitario. Questo spirito fa che esso sia il più rivoluzionario discorso umano, appunto perché discorso divino.

I DODICI APOSTOLI

  • 310. Sull’orizzonte della vita di Gesù si era profilata oramai netta­mente una nuvola, ancora abbastanza lontana, ma annunziatrice si­cura di tempesta: la nuvola dei Farisei. Nè c’era da dubitare sui suoi effetti, giacché il recente caso di Giovanni il Battista dimostrava quale fosse la sorte di chi finiva ravvolto in quella nuvola. Gesù quin­di provvide ai ripari, non già per la sua propria persona, bensì per la sua opera. Dall’inizio della sua vita pubblica erano già passati vari mesi, forse un sei o sette, e la sua operosità nella Galilea gli aveva procurato molti e cordiali seguaci. Da costoro egli avrebbe tratto le pietre fon­damentali del suo edificio morale, e collocandole in opera avrebbe cominciato a tirar su quella casa che doveva resistere allo scaricarsi della nuvola. Più tardi l’evangelista teologo rifletterà:Nella (casa) propria (egli) venne, e i propri (familiari) non lo accolsero! (Giov., 1,11). Eppure le antiche Scritture avevano predetto che il Messia sarebbe comparso nella casa d’israele, per far sì che proprio essa divenisse la casa co­mune di Dio e degli uomini, e tutti gli uomini indistintamente potes­sero affermare “ (Dio) s’attendò fra noi!” (Giov., 1, 14); ma poiché la sua casa naturale non lo accoglieva, il Messia cominciava a segre­garsi da essa e gettava i fondamenti della casa umano-divina ch’era lo scopo della sua missione: il rifiuto dei familiari che si rinnovasse la vecchia costruzione fatiscente costringeva il rinnovatore a predi­sporre una costruzione tutta nuova. A rigore un vero scisma ancora non era: erano tuttavia provvedimenti in vista d’uno scisma. Fra i seguaci ordinari di Gesù alcuni già erano in condizioni di par­ticolare aderenza e comunanza col maestro: tali Simone Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni figli di Zebedeo (§ 302), poi anche Levi cioè Matteo (§ 306), Filippo e Nathanael ossia Bartolomeo § 279-280). A questi sette furono aggiunti altri cinque, che certa­mente seguivano già da qualche tempo Gesù senza però che a noi risulti quando fossero entrati in relazione con lui. La scelta di questi dodici è posta da Marco (3,13-19) e da Luca (6, 12-16) prima del Discorso della montagna, e questa collocazione è senza dubbio giu­sta cronologicamente; Matteo (10, 1-4) enumera i dodici dopo il Discorso della montagna, in occasione della loro missione temporanea nelle città d’Israele, ma non dice che la loro scelta avvenisse allora, ché anzi dalla narrazione risulta ch’era avvenuta in precedenza.

  • 311. Prima di questo singolare atto della sua missione, come già prima d’iniziare la sua vita pubblica, Gesù si appartònella montagna a pregare, e stava pernottando nella preghiera d’iddio. Quando poi si fece giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e si prescelse da essi dodici, che nominò pure apostoli (Luca, 6,12-13). La parola apostolo significava in greco “inviato”, e corrispondeva etimologicamente all’ebraico shaluah. shaliah e all’a­ramaico shaluha; era quindi un “apostolo” nella vita civile chi era inviato a trattare d’un matrimonio o di un divorzio, sia a comuni­care una decisione giudiziaria, come erano stati “apostoli” nella vita religiosa i profeti e gli altri inviati di Dio. Anche il Sinedrio di Ge­rusalemme aveva suoi “apostoli”, ed erano quei messi di cui esso si serviva per far pervenire le sue notificazioni alle varie comunità (§ 58) specialmente della Diaspora (cfr. Atti, 9, 1-2; 28, 21); sembra anzi che questi “apostoli” continuassero a funzionare anche dopo la distruzione di Gerusalemme, quando le supreme autorità giudai­che si erano stabilite a Jamnia. Ma fra gli “apostoli” ordinari del giudaismo (astraendo cioè dai profeti e da altre antiche manifestazioni carismatiche) e gli Apostoli istituiti da Gesù non c’era niente di comune, fuori del nome. I primi erano dei semplici incaricati e rappresentavano una data persona in un ben determinato affare (tal senso anche in Giovanni, 13, 16), co­me anche potevano essere umilissimi portatori materiali di messaggi ossia portalettere: tutti quindi rispondevano bene al titolo di “inviati”, senza però essere inclusi in una vera istituzione giuridica. I secondi invece costituivano una precisa istituzione permanente, mentre in un senso altrettanto vero ma ben più nobile erano “inviati” perché dovevano essere i portatori materiali e spirituali della “buona novella” (§105 segg.). Il loro numero di dodici aveva un’evidente analogia con i dodici figli d’Israele e con le dodici tribù che ne erano discese per formare la nazione già prediletta dal Dio Jahvè: poiché la casa d’Israele minacciava ora di non accogliere il Messia di Jahvè che ad essa ve­niva, la nuova casa impiantata dal Messia a sostituzione di quella avrebbe avuto a sua direzione egualmente dodici capitribù spiri­tuali. Ciò sarebbe stato un memoriale dell’èra passata e una testi­monianza per l’èra futura; e questo numero di dodici fissato da Gesù fu tenuto in tanto onore nella prima generazione cristiana, che non solo essa v’incluse immancabilmente anche il nome del traditore Giuda, ma quando costui mori la prima cura del capo dei dodici, Pietro, fu di sostituire il morto con un nuovo dodicesimo apostolo e cosi reintegrare il numero solenne (Atti, 1, 15-26). Assai più spesso infatti che col nome di “apostoli” essi sono designati nel Nuovo Testamento con quello di “dodici” (34 volte contro 8).

  • 312. L’elenco dei dodici è dato quattro volte, cioè dai tre SinotticiMatteo,10, 2-4; Marco, 3, 16-19; Luca, 6, 14-16) e dagli Atti (1, 13). Nessuno dei quattro elenchi concorda in tutto con un altro ri­guardo alle serie con cui sono nominati i dodici, neppure gli elenchi di Luca e degli Atti che sono dello stesso autore; tuttavia vi si riscon­trano le seguenti disposizioni costanti. Simone (Pietro) è sempre no­minato per primo, e Giuda il traditore sempre per ultimo (salvo che II Atti, essendo già morto); inoltre i dodici sono sempre elencati in tre gruppi formati da quattro nomi, e costantemente in cima al primo gruppo è nominato Simone, in cima al secondo Filippo, in ci­ma al terzo Giacomo figlio d’Alfeo. Ecco l’elenco com’è dato da Matteo: Simone detto Pietro, Andrea suo fratello, Giacomo (figlio) di Zebedeo, Giovanni suo fratello; Filippo, Bartolomeo, Tommaso, Matteo il pubblicano; Giacomo (figlio) d’Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo, Giuda Iscariota il traditore. Soltanto il terzo gruppo mostra al confronto con gli altri elenchi variazioni di nomi, trattandosi certamente del caso allora frequente fra i Giudei di avere due nomi. Invece di Taddeo, che in qualche manoscritto riceve la forma di Lebbeo, appare in altri elenchi un Giuda (figlio) di Giacomo, che è però la stessa persona di Taddeo. Come l’aggiunta patronimica di Giacomo serviva a distinguere que­sto Giuda dall’omonimo traditore, cosi l’aggiunta il Cananeo serviva a distinguere il secondo Simone dall’omonimo Pietro. Questo appel­lativo Cananeo è una semplice trascrizione dall’aramaico, ma in al­tri elenchi esso appare tradotto con zelota, come già rilevammo (§ 43); ad ogni rnodo l’appellativo ha qui il suo senso etimologico originale e non quello storico più tardivo, né implica che questo Si­mone appartenesse al partito degli Zeloti, i quali del resto intensifi­carono la loro operosità solo più tardi.

  • 313. Se Bartolomeo è effettivamente la stessa persona che Natha­nael (§ 280), i primi sei di questo elenco ci sono già noti: cosi pure l’ottavo, cioè Matteo. Degli altri non abbiamo precise notizie circa il tempo e l’occasione in cui si misero al seguito di Gesù: soltanto sappiamo che Giacomo figlio d’Alfeo, ossia Giacomoil Minore(men­tre “il Maggiore” è Giacomo figlio di Zebedeo), aveva per madre una Maria e per fratelli un Giuseppe, un Simone, e un Giuda (cfr. Marco, 15, 40; Matteo, 13, 55; 27, 56) e che era chiamato “fratello del Signore” (§ 264); probabilmente per quest’ultima ragione gli è serbato sempre il primo posto nel gruppo degli ultimi quattro. Il nome Tommaso è grecizzato dall’aramaico toma, che significa “gemello”; perciò al nome è aggiunta la sua traduzione greca, da Giovanni (11, 16; 20, 24). Il traditore Giuda è distinto con l’appellativo Iscariota, ma da Giovanni (6, 71, greco) apprendiamo che Iscariota era chiamato anche Simo­ne padre di Giuda; era dunque una designazione trasmessa di padre in figlio. Quasi certamente l’appellativo è una trascrizione dell’e­braico ‘ish Qerijjoth, “uomo di Qerijjoth”, ed è perciò un ap­pellativo geografico riferentesi alla città della Giudea chiamata Qe­rijjoth (cfr. Giosue’, 15, 25) da cui provenivano gli antenati di Giu­da. Nell’elenco di Marco (3, 17) si legge che ai due fratelli Giacomo e Giovanni fu imposto da Gesù il nome di Boanerge’s cioe’ figli del tuono. L’appellativo non è etimologicamente chiaro, e oggi è difficile riportarlo ad una forma semitica. La meno improba­bile sembra essere bene-rigsha, “figli del fragore”. Il solo Marco ri­ferisce questo appellativo, in occasione dell’elenco degli Apostoli: certamente però esso non fu attribuito in questa elezione, ma solo più tardi quando in varie circostanze dovette apparire il carattere impetuoso e ardente dei due giovani che lo provocò; una di tali occasioni fu verosimilmente quando Giacomo e Giovanni volevano invocare fuoco dal cielo per incenerire i Samaritani che rifiutavano ospitalità a Gesù (Luca, 9, 54).

§ 314. Quanto alla condizione sociale e al grado culturale dei dc­dici possiamo concludere, da qualche vago accenno della loro condotta successiva, che essi in genere appartenevano a quel ceto socia­le del giudaismo che stava un poco sotto alla classe media dei piccoli possidenti e parecchio sopra alla classe infima dei veri poveri. Era un ceto che non ha un esatto riscontro nelle nostre condizioni so­ciali odierne, ma che all’ingrosso si potrebbe riavvicinare al piccolo commerciante o al basso impiegato. Il lavoro manuale, di pesca o altro, era abituale, come del resto era comune anche fra i rabbini dedicati allo studio della Legge (§167), ma la sua necessità economica non era così imperiosa come presso di noi; le condizioni generiche della vita permettevano d’astenersi dal lavoro anche per molti giorni di seguito, e simili astensioni tanto più erano permesse a coloro che avevano una base economica mi­gliore, per esempio ai membri della famiglia di Zebedeo che eserci­tavano una industria peschereccia piuttosto ampia. Non è arrischiato supporre che, sotto l’aspetto economico, la famiglia di Gesù fosse in condizioni meno agiate che le famiglie di tutti o quasi tutti gli Apostoli. Del resto le esigenze materiali erano poche, e con poco si viveva senza desideri e rimpianti. In compenso, molti di questo ceto così modesto s’interessavano vi­vamente di problemi spirituali, specialmente se avevano attinenza con argomenti religiosi e nazionali. Si lasciavano volentieri gli agi della propria casetta per prender parte ad una discussione, per ascol­tare un celebre maestro, per andare addietro anche vari giorni di se­guito ad un potente dominatore di turbe. Ciò che s’imparava in que­sti incontri era custodito amorosamente nell’archivio preferito dai Semiti, quello della memoria (§ 150), e forniva argomento a con­tinue riflessioni personali e a frequenti dispute collettive, e così si formava il principale patrimonio culturale di questo ceto. Il quale leggeva e scriveva poco, senza però che tutti vi fossero analfabeti: l’analfabetismo in Palestina dovette imperversare molto più dopo la catastrofe del 70 che prima di essa; alle singole sinagoghe, prima della catastrofe, era per lo più annessa una scoletta elementare (§ 63) e bene o male molti imparavano le lettere, sebbene in seguito se ne servissero poco. Di questa condizione sociale e levatura culturale erano, in genere, i dodici scelti da Gesù, pur ammettendo che taluno di essi emergesse alquanto fra gli altri. Già rilevammo, ad esempio, che l’antico pub­blicano Matteo fu scelto a mettere in iscritto la catechesi aposto­lica probabilmente appunto per la sua maggiore perizia nello scri­vere (§ 117); inoltre, se i Greci che volevano conoscere personal­mente Gesù si rivolsero per tale scopo a Filippo (Giovanni, 12, 20-21, greco) l’apostolo dal nome greco, si può congetturare che questo apostolo si segnalasse fra i suoi colleghi per cultura o condizione so­ciale (§ 508). I caratteri personali dei dodici variavano naturalmente da individuo a individuo: all’impetuoso Simone Pietro pare che somigliasse ben poco suo fratello Andrea, che doveva esser d’indole calma e serena, né i due figli del tuono avevano molte analogie con Tommaso lo sfiduciato e il diffidente (Giovanni, 11, 16; 14, 5; 20, 25). Quando si dettero a seguire Gesù erano certamente accesi da vivo affetto e da entusiasmo per lui, ma nelle loro intime personalità erano rimasti uomini come tutti gli altri, e presi in complesso rappresentavano più o meno l’umanità intera. Anche per questo non poteva mancare il traditore.

ALTRI MIRACOLI E PRIMI OSTACOLI

  • 304. Il ministero di Gesù proseguì nella Galilea, e di esso i Sinot­tici ci presentano taluni episodi senza un ben sicuro ordine crono­logico: ma insieme col diffondersi della fama del nuovo profeta sor­gono anche ostacoli, in primo luogo dal Farisei com’era da aspettar­si, poi anche da altri. Una volta, forse Poco dopo l’elezione dei quattro, si avvicinò a Gesù un lebbroso che cadendogli ai piedi non gli chiese esplicitamente nul­la, ma disse soltanto:Signore! Qualora (tu) voglia, puoi mondarmi! (Luca,5, 12). I lebbrosi nell’antico Israele erano oggetto di sommo orrore; esclusi per la Legge mosaica dal consorzio umano, avevano l’obbligò di mantenersi appartati in luoghi solitari, e di gridare “Scostatevi! c’e’ un impuro!” (Lament., 4, 15) quando un viandan­te si avvicinava inconsapevole al luogo di loro dimora. In premio di questo lugubre grido s’inviava nella loro solitudine qualche cibo; ma fuor di questo, la società non voleva saperne di loro, come di spur­ghi dell’umanità, di personificazioni dell’impurità stessa, di vittime della massima collera del Dio Jahvè. Non di rado, tuttavia, i lebbrosi violavano la segregazione loro imposta; e cosi fece quella volta il lebbroso che si presentò a Gesù. Certamente aveva inteso parlare di lui e dei prodigi che operava con miseri di ogni sorta: chissà se, buono e potente com’era, il profeta galileo non avesse fatto qualcosa anche per la sua estrema sciagura! Il suo caso però era tanto spaventoso, che l’implorante neppure ardì esprimere ciò che implorava, ma solo espresse fiducia nell’implorato. Gesù ebbe pieta di lui e dell’illegale audacia che l’aveva spinto fra uomini mondi; perciò, stese la mano, con un gesto orribile per quanti avranno assistito toccò lui, quel lebbroso tutto manciume e fetore, e rispondendo alle sue precise parole ma più ancora al segreto pensiero disse: Voglio! Sii mondato (Marco, 1, 41). Il lebbroso fu mondato all’istante. Subito però Gesù lo fece allontanare per il solito motivo di evitare l’entusiasmo della gente, e severamente gli comandò di non divulgare ciò ch’era avvenuto; ma insieme gli ricordò di adempiere quanto la Legge mosaica prescriveva nei rarissimi casi di guarigione d’un lebbroso, cioè di presentarsi al sacerdote per far riscontrare la guarigione e di offrire il sacrificio di purificazione. Fu da parte di Gesù un atto d’ossequio alla Legge ufficiale, e nello stesso tempo un qualche compenso alla violazione fattane dal lebbroso col presentarsi in mezzo alla società. E’ probabile che il guarito eseguisse più tardi le prescrizioni legali, ma frattanto cominciò col violare il comando di Gesù divulgando quant’era avvenuto; tuttavia, anche s’egli avesse taciuto, avrebbe parlato in altra maniera la sua faccia, che da quella d’un mostro era diventata quella d’un uomo normale. Le conseguenze della divulgazione non si fecero attendere. Accorsero al taumaturgo altre folle per udirlo ed altri infelici per esser guariti, cosicché egli non poteva piu’ entrare palesemente in citta’ ma stava fuori in luoghi solitari (Marco, 1, 45). E là, nella solitudine, stava a pregare (Luca, 5, 16).

  • 305. Più tardi, quando la commozione della gente si fu abbastan­za calmata, Gesù rientrò a Cafarnao. Ormai la sua popolarità aveva messo sull’avviso Farisei e Scribi, i quali non potendo ancora dare un giudizio sicuro sul nuovo profeta cominciavano a sorvegliarlo, come già avevano fatto con Giovanni il Battista (§ § 269, 277); tro­viamo perciò, durante questa permanenza a Cafarnao, che essendo Gesù in una casa ad insegnare vi stavano ancheseduti Farisei e Dottori della Legge, i quali erano venuti da ogni borgata della Ga­lilea e Giudea e Gerusalemme (Luca,5, 17). E’ importante rilevare come fin da Gerusalemme si fossero mossi per sorvegliarlo; tuttavia apparentemente il contegno di quei dottori non doveva essere aggres­sivo, e sembrava piuttosto che stessero li unicamente per apprendere, come tanti altri che avevano riempito la casa e facevano anche ressa all’uscio. Mentre Gesù sta parlando, alcuni uomini cercano di aprir­si un passaggio tra la folla accalcata all’ingresso: portano essi un paralitico steso su un giaciglio, e sperano d’arrivare fino al maestro per presentarglielo. Ma il passaggio è impossibile; la folla è troppo fitta e non si sposta. Eppure, se non si vuol perdere la buona occa­sione, bisogna far presto: il maestro può terminare improvvisamente il suo discorso, e poi ritirarsi subito appresso in qualche luogo soli­tario e sconosciuto per pregare, com’è solito fare. Ecco quindi che, mentre il maestro parla ancora nello stanzone principale dell’inter­no, il paralitico con tutto il giaciglio cala giù davanti a lui dal sof­fitto dello stanzone. Che era avvenuto? I portatori erano stati sbriga­tivi; poiché in Palestina le case di povera gente consistevano di soli­to nel solo pianterreno, coperto da una terrazza di terra battuta, essi erano saliti per la scaletta esterna sulla terrazza, avevano rimosso la terra battuta, spostando qualche tavola e qualche travicello, e dalla buca ottenuta avevano per mezzo di funi calato giù giaciglio e paralitico. Naturalmente, al comparire di quell’uditore di nuovo genere, la predica cessò. Gesù, per prima cosa, ammirò la fede di quei portatori e di quel portato; quindi, rivolto al paralitico, gli dis­se soltanto: (Figlio,) sono rimessi i tuoi peccati! In ebraico la parola peccato può indicare sia una colpa commessa sia le conseguenze della colpa stessa: presso gli Ebrei una fra le principali di tali conseguenze era stimata l’infermità corporale, specialmente se grave e cronica. In qual senso impiegò Gesù la parola? Probabilmente in ambedue i sensi, quello invisibile della colpa morale e quello visibile della conseguenza materiale. Se­nonché, appena udite quelle parole, i sorveglianti s’inalberarono; gli Scribi e i Farisei cominciarono a ragionare dicendo: Chi é costui che parla (con) bestemmie? Chi può rimettere peccati, se non solo Id­dio? (Luca, 5, 21). Evidentemente l’obiezione si atteneva al solo senso invisibile della parola peccato, cioè a quello di colpa, la cui remissione non poteva essere riscontrata fisicamente da nessuno. Ma c’era anche il senso visibile, quello della malattia corporale; qui il riscontro fisico era ben possibile, e ognuno avrebbe potuto vedere se Gesù aveva parlato a vanvera. E Gesù appunto rispose adducendo la remissione visibile come prova della remissione invisibile. Conosciuti però Gesu’ i ragionamenti loro, rispondendo disse loro: Di che cosa ragionate nei vostri cuori? Che e’ piu’ facile dire: “Ti sono rimessi i tuoi peccati” oppure dire: “Sorgi e cammina”? Gli sfidanti dovet­tero capir subito che si metteva male per loro, giacché la loro sfida era stata accettata; e lì non si trattava di qualche elegante questione di casuistica rabbinica, ad esempio di sapere se fosse lecito di sab­bato sciogliere il nodo d’una fune o trasportare un fico secco (§ 70), bensì si trattava di far saltare in piedi un paralitico, e da quell’ope­rator di miracoli c’era da aspettarsi tutto. Perciò alla domanda di Gesù dovette seguire un silenzio piuttosto lungo e molto imbarazzato, come di chi abbia paura di far peggio se parli. Non ottenendo ri­sposta, Gesù prosegui: Ebbene, affinché sappiate che il figlio del­l’uomo ha autorita’ sulla terra di rimettere i peccati – a questo punto si voltò verso il paralitico – dico a te: Sorgi, e preso il tuo lettuccio cammina a casa tua! E quello, saltato in piedi all’istante, arrotolò il suo giaciglio e se n’andò. Ci vien riferito che tutti rimasero stupe­fatti, ma non quale atteggiamento prendessero i Farisei: probabil­mente pensarono che non era quella la maniera di rispondere ad una elegante questione di teologia giudaica, ad ogni modo sicuramente a Gesù non dettero ragione.

  • 306. Anzi, neppure rallentarono la loro sorveglianza. Infatti poco dopo la guarigione del paralitico, secondo la serie di tutti e tre i Sinottici, avvenne un fatto d’altro genere. Passando Gesù per Ca­farnao vide un pubblicano, Levi figlio di Alfeo, che al suo banco di dogana riceveva pagamenti, rilasciava ricevute attirandosi, da quei che pagavano le imposte, maledizioni ed esecrazioni certo più nume­rose dei denari lasciati sul banco. Forse quel pubblicano già cono­sceva Gesù di fama, o anche di persona, e nutriva venerazione per lui; forse nutriva pure una certa invidia per i discepoli di lui, poveri ma benedetti ed amati dal popolo, mentre egli con i suoi mucchietti d’argento e d’oro allineati sul banco era riguardato dalla gente come un cane rognoso. Fatto sta che Gesù, nel passar vicino al suo banco, lo guardò e gli disse soltanto:Seguimi!Quella parola fu scintilla caduta su materia infiammabile; il pubblicano, appena l’udì, lasciata ogni cosa, alzatosi lo seguì (Luca, 5, 28). Il pubblicano, secondo il costume allora frequente, aveva oltre al nome di Levi anche quello di Matteo (ebraico Mattai, contratto da Mattenai), che equivaleva al greco Teodoro e al latino Adeodato. E’l’autore del primo vangelo ora, questo nuovo seguace di Gesù che aveva ripudiato così pron­tamente la sua condizione sociale, non ne ripudiò immediatamente i vantaggi materiali, ma se ne servì per fare onore al nuovo maestro. Facoltoso com’era, tenne un suntuoso banchetto a cui invitò Gesù con i suoi discepoli e fianco a fianco con essi anche i propri antichi colleghi, cioè molti pubblicani e peccatori: cosi si esprime egli stesso (9, 10; Marco, 2, 15), mentre il fine Luca (5, 29) lascerà l’odioso ter­mine di peccatori, e dirà pubblicani e altri (§ 143). Ma appunto questo affiancamento promiscuo apparve indecoroso, anzi obbrobrio­so, agli Scribi ed ai Farisei che continuavano a sorvegliare: scan­dalizzatissimi, essi s’astennero dall’entrare nella casa di quel pec­catore per non contarninarsi, ma sulla porta avvicinarono i disce­poli di Gesù e fecero osservare: Ma come? Voi e il vostro maestro vi abbassate a mangiare e bere insieme con i pubblicani e i peccatori? Dove va il vostro decoro? Dove la purità legale? Le osservazioni giunsero all’orecchio di Gesù, il quale rispose per tutti: Non hanno bisogno i validi di medico, ma quelli che stanno male. Andate quindi ad imparare che cosa significhi (il detto): “Mi­sericordia voglio e non sacrifizio”. Non venni infatti a chiamare giusti ma peccatori. Il detto citato appartiene agli scritti profetici (Osea, 6, 6): il che mostra che l’insegnamento di Gesù, risalendo più in su della tradizione rabbinica, si ricollegava con quello degli an­tichi profeti, i quali avevano mirato molto più alla formazione spiri­tuale che alle formalità rituali, come aveva fatto poco prima anche Giovanni il Battista (§ 267).

  • 307. Naturalmente i farisei non rimasero affatto persuasi di quella risposta, che si attaccava proprio a una delle sentenze più perico­lose dei già pericolosi profeti. A prenderla alla lettera, quella senten­za avrebbe abolito tutta la Legge di Mosè e tutte le osservazioni giu­daiche: e allora come sarebbe rimasto in piedi l’immenso castello della legislazione rabbinica, somma delizia di Dio nei cieli e degli uomini sulla terra? E, a proposito, che opinione aveva Gesù delle pratiche devozionali dei Farisei, ad esempio del digiuno (§77)? Su questo punto i sorveglianti pedinatori di Gesù trovarono un soste­gno in alcuni discepoli di Giovanni il Battista ingelositi della popo­larità del nuovo maestro, cosicché un giorno vennero insieme e chie­sero a Gesù: Come mai noi, sia seguaci di Giovanni sia Farisei, fac­ciamo frequenti digiuni, e i tuoi discepoli invece mangiano e bevo­no? Come acquisteranno essi santità presso Dio e autorità presso il popolo, se non diverranno mesti e macilenti a forza di digiuni? – Ge­sù rispose:Possono forse i figli della camera nuziale(cioè gli ”amici dello sposo”; § 281) esser mesti fino a che lo sposo é con loro? Ma verranno giorni quando sia tolto via da essi lo sposo, e allora digiu­neranno (Matteo, 9, 15). La risposta s’impernia sulla persona di Gesù, pur difendendo i discepoli: per essi verrà indubbiamente il tem­po d’esser mesti e di digiunare ma non è il presente, in cui sta fra loro il loro maestro a guisa di sposo fra gli “amici dello sposo”; faranno essi cordoglio quando, con improvvisa separazione, il maestro sarà tolto d’in mezzo ad essi e la festa nuziale si svolgerà in lutto. Se non totalmente, almeno parzialmente, la risposta poteva esser compresa da quanti l’udirono: anche Giovanni, poco prima, era sta­to tolto violentemente ai suoi discepoli e li aveva lasciati nel lutto, e qui Gesù predice una sorte analoga ai discepoli propri. Del resto, perché insister tanto sul digiuno materiale? Se esso era diventato di somma importanza presso i Farisei, non aveva avuto eguale importanza presso la Legge antica, né i Farisei avevano ot­tenuto grandi risultati spirituali introducendo quel culto della pra­tica materiale. Se si voleva adornare a festa il proprio spirito biso­gnava addirittura cambiargli veste, non già rattoppare quella vec­chia: Nessuno invero rattoppa con un rattoppo di panno grezzo una veste vecchia, giacché il rappezzo (con la sua durezza) ne la qualche lacerazione alla veste, e lo strappo diventa peggiore. Nè si mette vino nuovo in otri vecchi, se no si squarciano gli otri, e il vino si versa e gli otri si rovinano: ma si mette vino nuovo in otri nuovi, e ambe­due si conservano (Matteo, 9, 16-17). A sentire enunciati siffatti principii, quei Farisei – che non erano cer­tamente degli imbecilli – dovettero capire che dal nuovo Rabbi non c’era nulla da sperare, e che giammai egli si sarebbe aggregato a qualche scuola dei grandi maestri della “tradizione”. Tuttavia, o essi o altri, seguitarono ancora a pedinare, se non altro per sorprendere Gesù in altri attentati alla “tradizione”.

  • 308. L’occasione si offrì di lì a poco. Dal colloquio con la Sama­ritana, avvenuto in maggio, erano trascorse alcune settimane: la messe quindi era ben matura, anche in Galilea, e forse qua e là s’era cominciato a mietere. In un sabbato (§ 178), attraversando Gesù e i discepoli un campo, qualche discepolo sentì appetito, perciò si det­te a cogliere spighe, e strofinandole con le mani ne mangiava i chic­chi. Non era un furto, perché il caso era espressamente contemplato ed esplicitamente permesso dalla Legge(Deuteron.,23, 25); c’era però la violazione del sabbato, perché il mietere era appunto uno dei 39 gruppi di lavori proibiti nel sabbato (§70) e anche lo stropicciare fra le mani una spiga era un mietere secondo i rabbini; se costoro avevano sentenziato essere illecito mangiare un frutto caduto spontaneamente dall’albero di sabbato o un uovo fatto dalla gallina di sabbato (§ 251) perché ambedue i casi erano violazioni del riposo prescritto, tanto più dovevano condannare la deliberata azione dei discepoli. Sorpresili perciò in questo bel caso flagrante, si presenta­rono a Gesù additandogli i colpevoli: Non vedi? Fanno ciò che non è lecito di sabbato! – E chi aveva detto che non fosse lecito far delle eccezioni al sabbato? Gesù rispose discutendo su questo principio, e ricordando per analogia che anche David, quando fuggiva affa­mato, entrò nel tabernacolo di Jahvè e mangiò e fece mangiare ai suoi compagni quei “pani della proposizione” di cui era lecito ci­barsi ai soli sacerdoti (I Samuele, 21, 2-6): dal caso di David era facile e spontaneo passare a quello del sabbato. Evidentemente per quei Farisei il caso di David era troppo remoto e apparteneva alla preistoria, mentre la vera storia delle istituzioni ebraiche comincia­va per essi col sorgere del fariseismo. Tuttavia la stessa storia del fariseismo doveva esser loro poco nota: da principio infatti anche gli Asidei, cioè gli antenati immediati dei Farisei (§ 29), avevano rinunziato a difendere con le armi la propria vita per non violare il sabbato (§ 70), e con logicità perfetta si erano lasciati ammazzare dai loro nemici senza reagire; ma i superstiti venuti a più miti con­sigli, avevano stabilito il principio ch’era lecito di sabbato difender­si a mano armata da un assalitore (I Maccabei, 2, 40-41). C’era però la differenza che quegli antenati dei Farisei avevano creato e donato la libertà alla loro nazione, combattendo eroicamente sui campi di battaglia: al contrario, i classici Farisei dei tempi di Gesù combat­tevano solo sofisticamente nelle accademie rabbiniche, e quindi si potevano permettere il lusso di mostrarsi più rigorosi e più intransi­genti di chi aveva procurato loro la possibilità di tenere accademie. Salendo poi al principio generico Gesù affermò: Il sabbato fu fatto a motivo dell’uomo, e non l’uomo a motivo del sabbato, ch’era pre­cisamente il contrario di quanto nella vita ordinaria pensavano i Farisei; i infine concluse: cosicché il figlio dell’uomo è signore an­che del sabbato (Marco, 2, 27-28). Il collegamento espresso dal co­sicché è importante: il sabbato era stato fatto per l’uomo, e per­ciò aveva autorità anche sul sabbato colui che poco prima aveva di­mostrato la propria autorità sui peccati dell’uomo (§ 305).

§ 309. Ma troppo gelosi del sabbato erano i Farisei perché la cosa finisse li’, con la sola affermazione che Gesù era padrone anche del sabbato: quella volta era mancata la prova visibile, che invece era stata data riguardo ai peccati dell’uomo. E la prova venne poco dopo, come risulta dalla serie di tutti e tre i Sinottici. E’ di nuovo un sabbato, e Gesu’ recatosi in una sinagoga vi predica secondo il suo solito. Ai Farisei che continuano a pedinare Gesù si presenta un’otti­ma occasione per dargli battaglia e metterlo alle strette nella que­stione del precetto sabbatico è venuto alla sinagoga un uomo che ha una mano rattrappita, e può darsi che quell’operator di miracoli sia tentato di guarirlo; osserveranno se egli cederà a si sconcia tenta­zione, violando in maniera pubblica e scandalosa il precetto. Pare anzi che non si limitassero ad osservarlo, ma qualcuno per provocarlo a bella posta (Matteo, 12, 10) gli domandò se fosse lecito curare un infermo in giorno di sabbato. La questione era grossa assai, e i rabbini continuarono anche più tardi a discuterla in tanti casi particolareggiati come già vedemmo (§ 71): ad ogni modo vigeva la norma che, salvo il pericolo di morte imminente, qualunque cura o medicamento erano assolutamente proibiti. Anche questa volta, come per il paralitico calato dal soffitto, Gesù non entra in discussione, ma adduce una prova visibile che dimostri se sia lecito o no curare di sabbato. Chi aveva imposto il precetto sabbatico secondo i Farisei? Certamente Dio. Chi era il signore delle leggi naturali? Certamente Dio. Se dunque una legge naturale era sospesa di sabbato, questa sospensione era opera di Dio. Questo fu il ragionamento che Gesù dette in risposta, ma lo espresse non a parole bensì a fatti. Disse pertanto all’uomo che aveva la mano rattrappita: “Alzati e mettiti nel mezzo!”. E alzatosi (ci) si mise. Disse poi Gesu’ a quelli: “Domando a voi se e’ lecito di sabbato far del bene o far del male, salvare o mandare in rovina una vita?” (Luca, 6, 8-9). Come nel caso del paralitico, anche questa volta e per la stessa ragione fu ri­sposto col silenzio. Ma quelli tacevano. E guardatili torno torno con sdegno, contristato per l’indurimento del cuor loro, dice all’uomo: “Stendi la mano!”. E (la) stese, e fu ristabilita la mano di quello. Una risposta tutavia ci fu, e consistette in questo che, usciti i Farisei, tennero subito consiglio insieme con gli Erodiani (§ 45) contro di lui, sulla maniera di mandano in rovina (Marco, 3, 4-6). La ragione era chiara. Poiché questa maniera di rispondere già usata dai Farisei nei riguardi di Giovanni il Battista si era mostrata effi­cace (§ 292), essi volevano applicarla anche a Gesù. Ma Gesù saputa la macchinazione, si allontanò da quel luogo, come già aveva fatto alla notizia dell’imprigionamento di Giovanni, e molti gli andarono appresso (Matteo, 12, 15).

L’ELEZIONE DEI QUATTRO

  • 302. A questo punto Luca (5, 1-11) narra la vocazione dei quattro principali discepoli, Simeone Pietro con suo fratello Andrea, e Giovanni con suo fratello Giacomo; al contrario gli altri due Sinottici(Matteo,4, 18-22; Marco, 1, 16-20) collocano questa narrazione, molto più breve, proprio al principio dell’operosità di Gesù in Gali­lea, subito dopo la notizia dell’imprigionamento di Giovanni il Bat­tista. La serie seguita da Luca appare più verosimile cronologica­mente. E’ infatti da notare che nè Matteo nè Marco hanno parlato in precedenza di relazioni fra Gesù e i quattro, ma esse sono state già accennate da Luca e spiegate ampiamente da Giovanni (§ 278 segg.); d’altra parte questa vocazione presuppone che l’operosità di Gesù sia già iniziata da qualche tempo, perché attorno a lui si ac­calca molta folla desiderosa di vederlo e udirlo, e ciò non si spie­gherebbe agevolmente se si riferisse ai primi giorni del ritorno di Gesù in Galilea, subito dopo l’imprigionamento di Giovanni il Bat­tista: essa dunque avvenne quando il ministero esercitato da Gesù già da qualche tempo gli aveva procurato larghi consensi nella Ga­lilea. Ma specialmente le notizie date da Giovanni importano un’altra e più seria questione: se i quattro erano già stati al seguito di Gesù in Giudea, e poi in Galilea a Cana ed a Cafarnao, come mai qui Gesù sembra chiamarli a sé per la prima volta? Che questa sia la prima volta, è certo l’impressione che si ha da Matteo e Marco; tuttavia essa va corretta e integrata con quanto dicono gli altri due evangeli­sti. Quanto alle notizie di Giovanni, che è l’evangelista integratore per eccellenza, esse ci permettono di concludere che Gesù anche nella scelta dei discepoli, come nella sua manifestazione messianica, procedette gradualmente. Dapprima egli accettò i quattro che spontaneamente in Giudea erano passati a lui dalla sequela di Giovanni il Battista: ma anche così accettati essi non rimasero costantemente uniti a lui né lo seguirono in tutte le sue peregrinazioni attraverso la Galilea, da lui fatte in massima parte da solo (§ 301); più tardi invece, allorché i quattro furono sufficientemente edotti del genere di vita che richiedeva da essi Gesù e si mostrarono disposti ad accet­tarla, egli li legò definitivamente a sé con una formale elezione. La quale avvenne in questa maniera, secondo la narrazione di Luca ch’è la più ampia e particolareggiata delle tre.

§ 303. Una mattina Gesù, trovandosi lungo la sponda occidentale del lago di Tiberiade, fu circondato da numerosa folla che deside­rava udirlo parlare; ma la folla era tanta che, per trattenerla e in­sieme per farsi udire più comodamente, egli ricorse a un mezzo as­sai pratico. Quando quel lago è calmo, è quasi immobile né pro­duce alcun frastuono che impedisca di udire chi parli a voce alta: perciò, allontanandosi di qualche metro dalla spiaggia su una barca, si poteva di là parlare benissimo alla folla che sarebbe rimasta schie­rata sulla spiaggia ad ascoltare. Così fece Gesù. Li presso c’erano due barchette, i cui padroni erano scesi a terra e stavano riattando le reti; uno di essi era appunto Si­mone Pietro. Questo particolare suggerisce due conclusioni proba­bili: che l’episodio avvenisse nei pressi di Cafarnao (§ 300), e che Simone Pietro avesse sospeso in quel tempo la sua saltuaria sequela appresso a Gesù per ritornare frattanto al proprio mestiere insieme col fratello Andrea, onde provvedere ai bisogni della propria famiglia. Quando Gesù ebbe terminato di parlare da quella tribuna dondolante, provvide anche a ricompensare chi gliel’aveva fornita, e voltandosi a Simone gli disse di prendere il largo per gettare le reti. Senonché l’invito di Gesù dovette sembrare al destinatario un’invo­lontaria ironia: proprio la notte testé scorsa era stata una nottatac­cia, e Simone aveva faticato assai con i suoi compagni senza pren­der nulla. Tuttavia, giacché aveva parlato il maestro, egli non si sa­rebbe rifiutato: ma avrebbe accondisceso giusto per deferenza verso di lui e senza alcuna fiducia nel nuovo tentativo; la luce del giorno in­fatti era un nuovo ostacolo, e se di notte era andata male di gior­no sarebbe andata anche peggio. E così le reti furono gettate. Subito però si cominciò a imbarcare tanto pesce, che gli attrezzi non reg­gevano a tutto quel peso e le maglie delle reti si disfacevano. Si gettò allora una voce ai compagni dell’altra barca, rimasta inoperosa, affinché corressero a dare una mano; la barca venne, ma si continuò ancora a lungo a caricare, tanto che tutte e due le barche rimasero colme di pesce quasi da affondare. Il lago di Tiberiade era nell’antichità, ed è ancora oggi, assai ricco di pesce. Nell’antichità ne parla già Flavio Giuseppe (Guerra giud.,III, 508, 520), e della pesca viveva gran parte dei rivieraschi occiden­tali: poco a nord di Tiberiade, la borgata di Magdala (« Torre ») era chiamata dai rabbini « Torre dei pesci » (Migdal Nunaja) e da­gli ellenisti Tarichea, cioè « Salamoie di pesce) », con chiara allusione all’industria principale dei paesani. Oggi, chi ha visitato i luoghi può aver visto pescatori del lago fare buona pe­sca all’amo in pochi minuti, come può aver sentito parlare di colpi di paranza o di sciabica particolarmente fortunati, tanto da portare a terra parecchi quintali di pesce. Ma non è detto che sia, o sia sta­to, sempre così: anche i pescatori di Tiberiade hanno avuto in ogni tempo giornate e nottate di cattiva fortuna, in cui sembra che tutti i pesci siano emigrati dal lago. Quella pesca di Simone fu fortunata per caso? Simone, che se ne intendeva, non era di questa opinione e aveva previsto un risultato ben diverso; e non fu il solo, perché anche i pescatori dell’altra barca, che erano Giacomo e Giovanni, rimasero sbalorditi del risultato effettivo. Il focoso Simone si gettò allora ai piedi di Gesù esclamando: Allontànati da me, perché sono un indegno peccatore! – Ma Gesù replicò: Non ti spaventare! D’ora in poi sarai pescatore d’uomini. – Dunque, ciò ch’era avvenuto aveva, oltre il resto, anche il valore d’un simbolo per il futuro. Scesi infine tutti a terra, lo stesso invito fu rivolto a Giacomo e Giovanni che col loro padre Zebedeo erano «soci» di pesca con Simone e suo fratello Andrea, e le due coppie di fratelli, lasciato barche e tutto, seguirono da quel giorno costantemente il maestro.

A CAFARNAO E ALTROVE

  • 300. Ma il nuovo predicatore, se era avente autorità nel campo delle dottrine, si mostrava fornito di non minore autorità nel campo della natura operando “segni” straordinari; e questa seconda auto­rità, mentre confermava la prima, attirava sempre più l’attenzione delle folle, le quali su questo punto dovevano ragionare come Nico­demo:Nessuno può fare questi «segni »… se non sia Iddio con lui(§ 288). Ai due «segni » di Cana, il cui ricordo era recente, ne ten­nero dietro altri in altri luoghi. A Cafarnao un giorno di sabbato, dopo aver predicato nella sina­goga, Gesù guari pubblicamente un uomo indemoniato che, al co­mando di lui, prima dette in grida convulsive e poi rimase libero dal­l’ossessione; la gente che aveva udito la predica e visto la liberazione, ricollegando i due fatti si domandava: Che e’ ciò? Un insegnamento nuovo secondo autorità! inoltre, comanda gli spiriti impuri e gli ob­bediscono! (Marco, 1, 27). Mentre ancora risuonano queste esclamazioni, che diffondendosi por­teranno altrove la fama di Gesù, egli esce dalla sinagoga e subito si reca alla casa di Simone Pietro (§ 285) e di suo fratello Andrea, dove trova la suocera di Pietro che giace malata: l’evangelista me­dico fa notare che essa era in preda a febbre grande (Luca, 4, 38), la quale secondo la terminologia clinica d’allora era di genere diverso dalla « febbre piccola » (cfr. Galeno, Diflerent. febr., 1, 1). Insieme con Gesù stanno Giacomo e Giovanni, i due figli di Zebedeo, e cer­tamente anche altre persone che hanno assistito alla liberazione del­l’indemoniato e forse pregano il liberatore di far del bene anche alla vecchia malata Gesu’ si curva sul giaciglio di lei, la prende per mano, e la rialza che è guarita. Sta cosi bene la donna appena in piedi, che si dà subito da fare per preparare qualcosa all’ospite straor­dinario e per servirlo. In paese si sta ancora parlando dell’indemoniato guarito, quando sopraggiunge la notizia che pure la suocera di Pietro è stata guarita. Avere un uomo di tal fatta in paese e non servirsene, sarebbe la massima delle stoltezze basterà portare alla sua presenza i malati che stanno per le case, e saranno guariti. Ma è sabbato, e non si può trasportare alcunché né fare più d’un limitato numero di passi (§ 70); ebbene, si aspetterà il tramonto del sole, con cui cessa il ri­poso sabbatico e si può trasportare un malato. La sera, infatti, i malati d’ogni sorta e gli indemoniati furono radu­nati presso la casa di Pietro, e tutta la città si era radunata presso la porta (Marco, 1, 33). Gesù, su ciascuno di essi imponendo le mani, li guariva; uscivano poi da molti i demonii gridando e dicendo: « Tu sei il figlio d’iddio! ». E intimando (Gesu’), non permetteva loro di parlare perché sapevano esser lui il Cristo (Messia) (Luca, 4, 40-41). Quel Gesù che in terra di Samaritani aveva spontaneamente dichia­rato di essere il Messia (§ 296), qua in terra di Giudei non permetteva che la stessa dichiarazione fosse fatta da un testimonio autore­vole in materia, quale il demonio; ma qua appunto esisteva il peri­colo che là mancava, ed era che i presenti seguendo la corrente co­mune considerassero quel Messia come condottiero politico: mentre come poco prima Giovanni il Battista non si era occupato di politica, cosi adesso non se ne occupava Gesù, né egli predicava un regno del mondo o dell’uomo, bensì il regno dei cieli e di Dio.

§ 301. Ad ogni modo, se Gesù era veramente il Messia ed era ve­nuto per farsi riconoscere come tale dai suoi connazionali, bisognava pur che una buona volta annunziasse apertamente ad essi questa sua qualità. Senza dubbio: e difatti questi annunzi palesi e ripetuti ver­ranno da parte di Gesù, ma solo più tardi. Da principio invece, cioè durante questa sua prima operosità in Galilea, egli non fa che pro­lungare la predicazione del precursore Giovanni, annunziando sol­tanto che si è avvicinato il regno di Dio (Matteo, 4, 17; Marco, 1, 15); parla cioè del regno ma non del suo capo, dell’istituzione ma non dell’istitutore. Quando poi in seguito egli avrà radunato attorno a sé un piccolo nucleo di seguaci, i quali abbiano compreso generi­camente che il suo regno non è un’istituzione politica e che ha per suo istitutore un re spirituale, allora a questi migliori intenditori egli confiderà di essere il Messia, sebbene anche a costoro da principio imporrà di non svelare ad altri questo segreto. L’affermazione messianica, dunque, avvenne realmente e chiaramen­te da parte di Gesù, ma fu graduale: dapprima egli annunziò il re­gno messianico, quindi il Messia ad alcuni pochi in segreto, infine a tutti palesemente. Ora, questa graduazione d’annunzio fu cagionata soprattutto dalla preoccupazione d’evitare entusiasmi politici, che sarebbero stati troppo spontanei fra gente abituata da lungo tempo a raffigurarsi il futuro Messia nelle maniere nazionali-militaresche che già vedemmo (§ 83). In quel deposito di materie incendiarie, ch’era politicamente il giudaismo d’allora, troppo spesso venivano gettati accesi tizzoni da esaltati pseudoprofeti, mentre Gesù non voleva in nessuna maniera accomunarsi con essi; anzi espressamente seguì una condotta che era proprio l’opposta alla loro, circondando a princi­pio di segreto la sua persona con la mira di fare accettare l’idea. Quando poi Gesù dovrà necessariamente parlare della sua persona, allora applicherà anche certi correttivi molto efficaci per raffreddare i bollenti spiriti degli stessi suoi confidenti: annunzierà perciò loro che egli è il Messia, si, ma anche che è destinato ad una morte vio­lenta e ignominosa, e che pure i discepoli i quali formano la sua corte sono destinati a ignominie e tribolazioni d’ogni genere. Era una delusione ben amara e una prospettiva assai mesta, per focosi messia­nisti giudei, quella di un re Messia che muore ammazzato invece di ammazzare i nemici d’Israele, e che ha per cortigiani un’accolta di miseri umiliati invece che di potenti umiliatori dei gojim! Ma ap­punto questo era il correttivo necessario per far comprendere l’indole del Messia Gesù e del regno da lui predicato. La serata di quel sabbato era stata laboriosa, ma finalmente Gesù aveva potuto ritirarsi nella casa di Pietro. La mattina seguente, molto prima dell’alba, egli ne uscì segretamente e si appartò in un luogo solitario a pregare. Poco dopo cominciarono ad arrivare visi­tatori della borgata che avevano qualcosa da chiedere al taumatur­go, e soprattutto da pregarlo che non si allontanasse mai più da loro. Pietro e gli altri familiari, non trovando Gesù in casa, si dàn­no a cercarlo fuori; finalmente lo trovano, e gli comunicano l’aspet­tativa e il desiderio di tutti. Gesù risponde che anche altrove egli deve annunziare la buona novella del regno di Dio, e che appunto per questo egli è stato inviato. E riprese a recarsi qua e là per la Galilea, probabilmente senza avere con sé alcun discepolo.

RITORNO E PRIMA OPEROSITA’ IN GALILEA

  • 298. Passati due giorni con i Samaritani di Sychar, Gesù rientrò in Galilea. La ragione di questo ritorno è comunicata da Giovanni (4, 44) con le seguenti parole:Gesu’ stesso, infatti, attestò che un profeta nella propria patria non ha onore.Qual è la patria a cui al­lude qui Giovanni? I Sinottici attribuiscono la stessa sentenza a Gesù ma in un occasione posteriore, quando cioè egli sarà scacciato in malo modo da Nazareth (Luca, 4, 16-30, e paralleli), e allora si com­prende subito che la patria è Nazareth. In Giovanni ciò non è al­trettanto chiaro, ma non per questo è da pensare che egli alluda alla Giudea da cui si allontanava per gl’intrighi dei Farisei (§ 292). Si dica piuttosto che Giovanni, presupponendo già noti i Sinottici (§165) e la sentenza di Gesù da essi riportata, la anticipi qui all’mi­zio della sua operosità in Galilea quasi per preammonire del mesto risultato di essa. Tuttavia, a principio, i Galilei accolsero Gesù con gioia: parecchi di essi erano stati testimoni delle opere straordinarie fatte da Gesù in Giudea, e al loro ritorno ne avevano parlato in Galilea suscitando fierezza fra i compatrioti del profeta. Recatosi nuovamente a Cana, il paese del primo miracolo (§ 281), Gesù fu subito ricercato per la sua fama di taumaturgo. Giaceva gra­vemente malato a Cafarnao il figlio d’un impiegato della corte rea­le; suo padre, saputo dell’arrivo di Gesù, andò in fretta a Cana pre­gandolo di venir subito a guarire il malato, ormai agli estremi. A quella preghiera Gesù si mostrò retrivo, e preoccupandosi soprattutto della propria missione rispose: Qualora non vediate segni e prodigi, non (sarà) che crediate! L’angosciato padre non si preoccupava che del figlio morente, e insistette: Signore, vieni giù (a Cafarnao) prima che il mio ragazzo muoia! Per esser sicuro della guarigione il padre esigeva la presenza personale di Gesù, come d’un medico. Gesù gli replicò: Va’; tuo figlio vive! Queste ferme parole infusero nel padre la fermezza di credere: se il taumaturgo aveva parlato così, non po­teva essere altrimenti. Era l’ora settima, cioè l’una del pomeriggio; dopo il viaggio affannato del mattino da Cafarnao a Cana che so­no più di 30 chilometri, non si poteva ripetere subito il percorso in­verso spossando le bestie e gli uomini di scorta. Perciò il padre ri­parti il mattino seguente. Nell’avvicinarsi a Cafarnao, i familiari gli vennero incontro per annunziargli che il ragazzo stava bene; alla sua domanda, da quando avesse cominciato a riaversi, risposero: Ieri, all’ora settima, lo lasciò la febbre. L’accurato Giovanni (4, 54) fa notare che questo fu il secondo mi­racolo di Gesù, dopo quello di Cana egualmente in Galilea, ma astraendo dalla permanenza in Giudea (§ 287, nota seconda). Anche qui appare la mira di Giovanni di integrare i Sinottici.

§ 299. Tornato così in Galilea, Gesù iniziò senz’altro la sua missione predicando la « buona novella » d’iddio e dicendo: Si é compiuto il tempo e si e’ avvicinato il regno d’Iddio; cambiate di mente (= pentitevi; § 266) e credete alla “buona novella”. In questo tempo egli dovette recarsi volta a volta un po’ dappertutto nei vari centri della Galilea, poiché ci si dice che insegnava nelle si­nagoghe di quelli ed era ascoltato da tutti con molta deferenza, e sicuramente anche con una certa fierezza regionale (Luca, 4, 14-15). Tuttavia i soggiorni più lunghi e più frequenti avvenivano a Cafarnao, ch’egli già aveva praticamente sostituita alla sua Nazareth (§ 285). Nulla vieta, anzi tutto induce a supporre che nel corso di queste peregrinazioni egli si recasse anche a Nazareth; ma l’episo­dio della sua predica nella sinagoga di Nazareth che si concluse con la sua cacciata dal villaggio (§ 357 segg.) dovette avvenire al termine e non al principio di questa operosità in Galilea, perché in quella oc­casione sono espressamente ricordati i miracoli fatti da lui a Cafar­nao (Luca, 4, 23). Perciò, sebbene Luca ponga questo episodio a prin­cipio, è da preferirsi l’ordine cronologico qui seguito dagli altri due Sinottici (Matteo, 13, 54-58; Marco, 6, 1-6), i quali lo pongono sul finire di questo periodo di tempo, quando cioè Gesù era già stato lungo tempo a Cafarnao. Nelle varie borgate ove si recava, Gesù parlava soprattutto nella si­nagoga del posto. Come già sappiamo (§ 2), ogni minimo centro pa­lestinese ne era provvisto, e ivi puntualmente gli abitanti s’aduna­vano il sabbato e talvolta anche altri giorni; ma, oltre all’uditorio bell’e pronto, c’era anche l’opportunità di parlare ad esso in piena conformità con le norme tradizionali, quando cioè l’archisinagogo dopo la lettura della Bibbia invitava qualcuno dei presenti a tenere l’usuale discorso istruttivo (§ 67): è naturale che Gesù si offrisse fre­quentemente per tale incombenza, che rispondeva così bene ai suoi scopi. Altre volte, tuttavia, egli parlava all’aperto o in edifici privati, quando si presentava l’opportunità o si era adunata presso di lui una certa folla. I suoi ascoltatori, infatti, crescevano rapidamente, perché avevano notato subito che egli insegnava loro come avente autorita’ non come gli Scribi (Marco, 1, 22; Luca, 4, 32; cfr. Matteo, 7, 29). Anche la plebe, nel suo semplice buon senso, trovava una profonda differenza fra le dottrine di Gesù e quelle degli Scri­bi; costoro si rifugiavano sempre sotto l’autorità degli antichi, e il loro ideale era di trasmettere integralmente gl’insegnamenti ricevuti senza nulla aggiungere e nulla tralasciare: Gesù invece apriva certi forzieri di cui egli possedeva l’unica chiave e sui quali egli solo “ave­va autorità”, non rifuggendo neppure dal contraddire agli insegna­menti degli antichi quand’era necessario perfezionarli. Fu detta agli antichi la tal cosa; io invece vi dico la tal altra (Matteo, 5, 21 segg.). Gli Scribi, insomma, erano la voce della tradizione; Gesù invece era la voce di se stesso, e si attribuiva il diritto tanto di approvare quella tradizione quanto di respingerla e correggerla. Indubbiamente chi si attribuiva questo diritto, sotto la dittatura spirituale degli Scribi e dei Farisei, agiva come avente autorità.

LA SAMARITANA

  • 293. Per tornare in Galilea Gesù scelse la strada che correva lun­go il mezzo della Palestina, e perciò attraversava la Samaria; avreb­be potuto evitare questo passaggio se avesse seguito l’altra strada più a oriente che risaliva lungo il Giordano, ma la prima era più frequentata dai Galilei per il viaggio di Gerusalemme come ci atte­sta Flavio Giuseppe (cfr.Antichità giud., xx,118; Vita, 269). Seguendo la strada scelta da Gesù, ad un certo punto s’entrava in una stretta valle, formata al nord dal monte Hebal e al sud dal monte Garizim: è la valle dove sta oggi la cittadina di Nabulus, fondata nel 72 d. Cr. sotto Vespasiano e Tito, e chiamata ufficiaimente Flavia Neapolis (donde Nabulus) ma usualmente Mabortha (cioè “passaggio”, attraversata”) a causa della sua situazione geo­grafica (cfr. Guerra giud., IV, 449). Poco prima di entrare nella valle da oriente, si trovava un luogo celebre nella storia dei patriarchi ebrei (Genesi, 12, 6; 33, 18; 48, 22) ove stava il “pozzo di Giacobbe” tuttora superstite. Inoltrandosi ancora poche centinaia di metri nella valle si raggiungeva sulla destra l’antichissima città di Sichem, esistente già verso il 2000 av. Cr. ma che ai tempi di Gesù era in piena decadenza e scarsamente abitata: presso le sue rovine, recen­temente investigate dagli archeologi, sorge il villaggio di Balata. Ad oriente di Balata-Sichem è situata la cosiddetta “tomba di Giuseppe”, l’antico patriarca ebreo, e circa un chilometro e mezzo più in là verso nord-est si raggiunge il villaggio di Askar. Questo, lo sfondo geografico a cui si riporta la narrazione evange­lica; essa presuppone anche la tradizionale avversione fra i Sama­ritani abitanti di quel luogo e i Giudei in genere, alla quale già accennammo in precedenza (§ 4). Partito dunque dalla Giudea, Ge­sù giunge nella città della Samaria chiamata Sychar, presso il luogo che Giacobbe dette a Giuseppe suo figlio: era poi colà la fonte di Giacobbe. Gesu’ pertanto, straccato dal cammino, si sedette così presso la fonte. Era circa l’ora sesta (Giovanni, 4, 5-6). Queste mi­nuziose indicazioni di luogo pienamente confermate dai più recenti scavi, queste esatte indicazioni del tempo e delle altre particolarità dell’episodio, sono quanto si può immaginare di più alieno da un’in­venzione puramente fantastica e d’indole simbolica: con tutto ciò le esigenze di teorie preconcette hanno indotto alcuni studiosi mo­derni a giudicare la narrazione una mera allegoria, scritta da un mistico dell’Asia Minore che forse non aveva mai visitato la Pa­lestina. Senonché mai le teorie filosofiche prevarranno sulla realtà dei fatti, e sempre basterà rileggere spassionatamente la narrazione evangelica per ritornare alla vecchia conclusione del non sospetto Renan: Soltanto un Giudeo della Palestina ch’era passato spesso per l’entrata della valle di Sichem, ha potuto scrivere queste cose.

  • 294. E’ dunque verso il mezzogiorno(ora sesta),probabilmente di maggio (§ 177, nota). Gesù stanco e sudato si riposa presso il poz­zo: è solo, perché i discepoli sono andati nella città attigua a com­prar da mangiare. Dalla città di Sychar una donna Samaritana viene verso il pozzo per àttinger acqua.’ Gesù le dice: Dammi da bere. La donna gli risponde con altezzosità: Come? Tu che sei Giudeo chiedi da bere a me che sono donna Samaritana? Veramente Gesù era Galileo, ma la donna indovinando che egli tornava dalla visita al Tempio di Gerusalemme lo ritiene giustamente per un seguace della reli­gione giudaica; ella, perciò, vuoi far risaltare l’umiliazione di un uomo e di un Giudeo che spinto dal bisogno si rivolge per aiuto a una donna e a una Samaritana. Gesù replica: Se sapessi il dono d’Iddio e chi e’ che ti dice “Dammi da bere”, tu l’avresti pregato e ti avrebbe dato un’acqua viva. L’aquila ha già ghermito un nuovo pulcino e comincia a sollevano in alto (§ 278). Come già Nicodemo, la donna comprende che in quelle parole c’è un pensiero recondito che le sfugge; ad ogni modo si attiene ancora al loro senso materiale, pur cominciando ad usare una certa deferenza per lo sconosciuto: Signore, gli dice, non hai alcun oggetto per attingere e il pozzo e’ profondo; donde hai dunque l’acqua viva? L’osservazione era giusta: il pozzo oggi è profondo 32 metri cioè uno dei più profondi di tutta la Palestina, sebbene ai tempi di Gesù potesse avere una misura alquanto minore. L’osser­vazione poi s’integrava con una considerazione storica: Sei tu forse maggiore del nostro padre Giacobbe, che dette a noi il pozzo, e da esso bevve egli stesso e i suoi figli e i suoi greggi? Il pulcino guarda ancora al suolo da cui è stato ghermito, e im­magina di stare ancora a raspare là in basso. Ma Gesù risponde: Chiunque beva di quest’acqua avrà sete di nuovo; ma colui che beva dell’acqua che io gli darò non avrà sete in eterno, bensi l’ac­qua che io gli darò diventerà in lui fonte d’acqua zampillante in vita eterna. La donna rimane ancora terra terra: Signore, dammi co­test’acqua, affinché (io) non abbia sete né venga qua ad attingere. Per far comprendere al pulcino che si trovava già sopra le nuvole, era necessario ampliare l’argomento del dialogo, offrendo nello stes­so tempo un “segno”. Perciò Gesù dice alla donna: Va’, chiama il tuo marito, e vieni qua! In ebraico e in aramaico, come oggi nel contado toscano, “marito” si diceva “uomo”, e così disse certamente anche Gesù: Va’, chiama il tuo uomo, ecc. Su questo ter­mine equivoco giuoca la donna, che risponde impavida: Non ho uomo. Gesù schiva l’equivoco, approvando la risposta della donna nel suo significato peggiore: Giustamente dicesti “Non ho uomo”; cinque uomini infatti avesti, e quello che hai adesso non è (il) tuo uomo. Ciò che hai detto è vero. L’”uomo” di quei giorni non era dunque “marito” e molto probabilmente non erano stati tali anche altri fra i cinque uomini precedenti: due o tre di essi avran­no potuto o ripudiare la donna o anche esser morti, ma nelle cm­que unioni ve n erano state certo di illegittime com’era la sesta di allora. In conclusione, quanto a castigatezza di costumi quella Sa­maritana non era un modello.

  • 295. Il “segno” offerto da Gesù produce buon effetto. La donna, vedendo scoperti i suoi segreti, esclama:Signore, vedo che tu sei profeta!Ma questa stessa scoperta e questa esclamazione riconosco­no la superiorità di colui che appartiene agli odiati Giudei; quindi sulla causa di questo odio si svolge adesso il discorso, anche per evi­tare lo scottante argomento dei segreti scoperti: I padri nostri in questo monte adorano (Iddio), e voi dite che in Gerusalemme e’ il luogo ove bisogna adorare. Il monte Garizira si erge sulle teste dei due interlocutori; ma da Gerusalemme torna l’ignoto Giudeo, certamente dopo aver laggiù adorato Iddio nel Tempio di Jahvè. Che cosa dunque pensa egli, che è profeta, di questa secolare questione fra Samaritani e Giudei? Alla domanda della donna Gesù attribuisce un valore quasi soltan­to storico, come di questione ormai inutile: ad ogni modo, pur sotto l’aspetto storico, Gesù parla da Giudeo e dà ragione ai Giudei con­tro i Samaritani; ma subito dopo, lasciato il passato, egli si trasfe­risce al presente in cui le vecchie odiose rivalità non hanno più ra­gione di essere: Credimi, donna, che viene l’ora quando né in que­sto monte né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non sapete; noi adoriamo ciò che sappiamo, perché la salvezza è dai Giudei. Ma viene l’ora ed e’ adesso – quando i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità. E, infatti, il Padre tali ricerca gli adoratori suoi Spirito e’ Iddio, e gli adoratori suoi in spirito e verità bisogna che adorino. Il profeta ha dato la sua risposta: d’ora innanzi il culto di Dio non sarà legato né al monte Garizim né al colle di Gerusalemme né ad alcun altro luogo della terra, bensì alle sole condizioni di esser fatto in spirito e verità. Parole rivoluzionarie e scandalose, queste, per un Fariseo che fosse stato lì ad ascoltare: non però del tutto nuove nella stessa tradizione d’Israele. Il novissimo profeta che le aveva pronunziate passava sopra alla “tradizione” farisaica e si riconnetteva con la tradizione an­teriore e genuina dei profeti: già sei secoli prima il profeta Geremia aveva proclamato che il Tempio di Jahvè in Gerusalemme non ser­viva a nulla se frequentato da adoratori indegni (Ger., 7, 4 segg.), e aveva anche preannunziato che ai tempi del Messia la stessa san­tissima Arca dell’alleanza non sarebbe più stata venerata da alcuno (Ger., 3, 16) perché tutti porterebbero la nuova alleanza e la legge di Dio scritta nei loro cuori e nei loro spiriti (Ger., 31, 33).

  • 296. A questo punto la donna s’avvede di ritrovarsi in una sfera sconosciuta. Nè Garizim né Gerusalemme, ma spirito e verità! Che mondo è questo? Certo non è il mondo piccino e pettegolo su cui stanno a battagliare Samaritani e Giudei; se i grandi dottori di Gerusalemme hanno praticamente dimenticato le predizioni di Geremia, tanto più può ignorarle una donnicciuola samaritana, che perciò si smarrisce in quel mondo predetto dall’antico profeta. Ella tuttavia intuisce che si tratta di visioni future, da contemplare attuate soltanto nei beati giorni del Messia; perciò nel suo smarrimento si rifugia col pensiero a quei giorni, e pur non osando contraddire l’ignoto profeta che le sta davanti esclama a guisa di consolazione.So che Messia verrà; quando sia giunto quello, ci annunzierà ogni cosa.Gesù le rispon­de Sono io, che ti parlo! I Samaritani infatti aspettavano il Messia, e ancora oggi l’aspettano i loro pochi discendenti. E chiamato da essi Taheb (Shaheb), “Colui che viene” o “Colui che farà rivenire (al bene)”; è immaginato come un riformatore simile a Mosè, che risolverà tutti i dubbi, com­porrà tutte le divergenze e ristabilirà per mille anni dopo la sua morte un regno beato. L’interlocutrice di Gesù lo chiama qui Mes­sia, senza articolo, certamente perché l’appellativo valeva come no­me proprio. Ora, proprio a questa donna non giudea e di razza ostile ai Giudei, Gesù rivela di essere il Messia, mentre più tardi comanderà ai suoi stessi discepoli di non palesare questa sua qualità (Matteo, 16, 20). Ma appunto nell’ostilità dei Samaritani sta il segreto di questa pre­ferenza: presso di loro era ben difficile che a quell’annunzio si susci­tasse un movimento di entusiasmo politico, il quale invece era pro­babilissimo presso i Giudei, mentre Gesù voleva evitarlo ad ogni costo. Se Giovanni ha dato questa notizia taciuta dai Sinottici, si può vedere anche in tale aggiunta il suo proposito di supplire al­meno in parte alle narrazioni di quelli.

§ 297. Mentre Gesù sta scambiando le ultime parole con la Samari­tana, i discepoli gli si avvicinano ritornando dalla città con i cibi comprati. Quando poi la donna ode da Gesù la dichiarazione ch’egli è il Messia, totalmente smarrita non ardisce replicare, bensì lascia la sua anfora al pozzo, corre alla città e a quanti incontra esclama: Venite! Vedete un uomo che mi disse tutte le cose che ho fatte! E’ costui forse il Cristo? I discepoli alla loro volta non ardiscono domandare a Gesù la ragio­ne di quel dialogo insolito, pur essendone meravigliati, giacché i rabbini di allora schivavano di parlare in pubblico con donne e per­sino con le proprie mogli. Gli sconcertati discepoli vengono presso al maestro soltanto dopo che la donna improvvisamente è fuggita in direzione della città. Rabbi, mangia! gli dicono essi, offrendogli i cibi comprati. Gesù in risposta continua con essi la metafora dell’acqua spirituale impiega­ta con la donna: egli si nutre soprattutto di un cibo spirituale, che è fare la volontà di chi lo ha inviato a compiere la sua opera. Egli è l’agricoltore di una messe spirituale. In Palestina alla fine di di­cembre, cioè terminati i lavori di semina, con un senso di sollievo si esclamava a guisa di proverbio “C’e’ ancora un quadrimestre, e verrà la messe”, giacché i nuovi lavori di mietitura non cadevano che in aprile e maggio, cioè dopo un quadrimestre di riposo. Ma Gesù fa riscontrare ai discepoli che questo proverbio non ha valore per la sua messe spirituale essa è già matura e pronta, né può sopportare indugi; perciò pure i mietitori siano pronti, anche se non ebbero il merito di aver essi seminato nel passato. Mentre Gesù pro­nunzia queste parole, le messi quasi mature al periodo pasquale (§ 117, nota) ondeggiano al sole lungo l’ampia pianura di el-Makhneh, che si stende ai suoi piedi verso il Giordano. Della messe spirituale furono raccolti subito alcuni manipoli. Alla garrula loquacità della donna, uscirono dalle case molti Samaritani, e si recarono al pozzo a vedere il profeta giudeo. Dovettero rimaner soggiogati fin dalle sue prime parole, perché l’invitarono a rimaner qualche tempo presso di loro; eppure erano Samaritani, cioè coloro che ordinariamente preferivano bastonare a sangue o addirittura ammazzare i Giudei di passaggio sulle loro terre (cfr. Guerra giud., li, 232; Antichità giud., xx, 118), e che più tardi negheranno ospita­lità agli stessi discepoli dì Gesù (Luca, 8, 52-53). Questa volta, o almeno questi Samaritani di Sychar, furono cortesi, certamente per­ché mansuefatti dalla virtù personale del profeta. Gesù accettò l’in­vito e rimase colà due giorni; e in molto maggior numero credettero per la parola di lui; alla donna poi dicevano: Non per la tua loquela crediamo! Noi stessi infatti abbiamo udito, e sappiamo che costui e veramente il salvatore del mondo (Giovanni, 4, 40-42).

IL TRAMONTO DI GIOVANNI

  • 291. Nel colloquio con Nicodemo era stato accennato al battesimo in acqua e Spirito, che non era certamente quello di Giovanni. Nel frattempo Giovanni continuava ad amministrare il suo rito, e a tale scopo si era recato ad Amon presso Salim (§ 269). Dopo il colloquio con Nicodemo, Gesù rimase ancora qualche tem­po in Giudea, ma sembra che si allontanasse alquanto dalla malfida capitale recandosi più a settentrione: l’aperta campagna offriva più libertà d’azione a lui e a chi voleva ricorrere a lui, lontano dalla sospettosa sorveglianza dei maggiorenti sacri e dei Farisei. Cer­tamente il luogo ove egli s’intratteneva era ben provvisto d’acqua, forse un’insenatura del Giordano, perché troviamo inaspettatamente che anche i discepoli di Gesù amministrano un rito battesimale come quello di Giovanni. Era questo il battesimo in acqua e Spirito a cui si era accennato nel colloquio con Nicodemo? No, quasi certamente. Il IV vangelo, infatti, fa espressamente rilevare che non Gesù personalmente am­ministrava questo battesimo, bensì i suoi discepoli(Giov.,4, 2); del resto lo Spirito non era stato ancora dato (Giov., 7, 39; 16, 7), nè i discepoli di Gesù erano stati ancora edotti sulla Trinità divina e sulla morte redentrice del Cristo, che saranno elementi essenziali del futuro battesimo in acqua e Spirito (Matteo, 28, 19; Romani, 6, 3 segg.). Era dunque anch’esso un rito puramente prefigurativo e sim­bolico, analogo a quello di Giovanni; perciò Giovanni continuò ad amministrare il suo, anche quando i discepoli di Gesù battezzavano, mentre avrebbe dovuto cessare se avessero battezzato in acqua e Spirito. Tuttavia avvenne un dissenso. Un giorno fra i discepoli di Gio­vanni ed un Giudeo’ sorse una disputa a proposito di purificazio­ne; forse il Giudeo, dei dintorni di Gerusalemme e non Galileo, stimava più purificativo perché più peregrino il rito amministrato dai discepoli del Rabbi galileo, e quindi lo preferiva a quello di Gio­vanni. Amareggiati, i discepoli di costui ricorsero al loro maestro e gli riferirono la presunta rivalità di Gesù: Rabbi, quello ch’era in­sieme con te di là dal Giordano, al quale tu hai reso testimonian­za – guarda! – costui battezza e tutti vengono a lui! I focosi discepoli forse s’aspettavano che Giovanni inveisse ingelo­sito, e invece l’udirono rallegrarsi consolato: Non può un uomo ac­quistar nulla, se non gli sia dato dal cielo. Voi stessi mi rendete testimonianza che dissi:”Non sono io il Cristo (Messia), ma sono stato inviato avanti a lui” (§ 269). Chi ha la sposa e sposo: ma l’amico dello sposo, che sta (presente) e l’ascolta, gioisce di gioia per la voce dello sposo. Questa mia gioia, dunque, e’ compiuta. Bi­sogna che egli cresca, e io invece diminuisca (Giov., 3, 27-30). Frequentissimo negli scritti poetici dell’Antico Testamento era stato l’uso di presentare il Dio Jahvè come lo sposo della nazione d’I­sraele. Qui, per Giovanni, lo sposo è il Messia Gesù, e in queste mi­stiche nozze egli, come precursore, ha l’ufficio di “amico dello spo­so” (§ 281). Ma lo sposo è già alla porta, ed egli ne ha udito la voce; gioire quindi bisogna, non già attristarsi e ingelosire! Lo splen­dore lunare diminuisce e si perde man mano che quello solare s’ac­cresce: e cosi bisogna ch’e gli cresca e io invece diminuisca.

§ 292. Fu l’ultima testimonianza di Giovanni. Qualche settimana dopo, probabilmente nel maggio, l’austero censore dello scandalo di corte finiva imprigionato a Macheronte (§ 17). E’ difficile che i Farisei fossero del tutto estranei a questo imprigio­namento, e non vi avessero una parte occulta e indiretta. I Sinot­tici attribuiscono l’imprigionamento alla riprovazione dello scandalo, Flavio Giuseppe alla malvista popolarità di Giovanni, ma ambedue i motivi sono giusti e si assommano insieme benissimo; tuttavia il IV vangelo ci fa intravedere anche un terzo motivo: Udirono i Fa­risei che Gesu’ fa discepoli e battezza piu’ che Giovanni (Giov., 4, 1), e allora Gesù abbandona la Giudea e fa ritorno in Galilea. Cosic­ché Gesù teme che la sua popolarità, maggiore di quella di Gio­vanni, lo esponga alle gelose insidie dei Farisei; per questo motivo s’allontana. Era dunque Giovanni già caduto in quelle insidie? Nessuno ce lo dice espressamente, ma in equivalenza i Sinottici ci comunicano che Gesù si allontanò dalla Giudea appena si riseppe dell’imprigionamento di Giovanni. Questa, dunque, fu l’insidia in cui era caduto Giovanni per colpa dei Farisei, oltreché per il suo merito d’aver censurato lo scandalo di corte. I Farisei, volendo di­sfarsi dal fastidioso e vigilato riformatore, astutamente si sarebbero serviti del rancore che la corte di Erode Antipa aveva contro di lui, aizzando il tetrarca ad imprigionare l’austero censore dello scan­dalo e il popolare dominatore di turbe. Se Giovanni si tratteneva ancora ad Amon presso Salim, non era sul territorio del tetrarca Antipa, ma su quello della città libera di Scitopoli che faceva parte della Decapoli (§ 4), e quindi non po­teva essere arrestato colà dal tetrarca. Ma Scitopoli s’incuneava fra i due tronconi del territorio di Antipa, la Galilea e la Perea; fu dunque facile attirare Giovanni sul territorio di Antipa con qual­che pretesto presentato abilmente da compiacenti mediatori. Più tardi i Farisei tenteranno una mediazione inversa, perché fingen­dosi protettori di Gesù vorranno che egli si allontani spontanea­mente dal territorio di Antipa: probabilmente anche questa nuo­va mediazione fu sollecitata dallo stesso Antipa, il quale perciò in questa occasione fu chiamato volpe da Gesù (Luca, 13, 31-32) (§ 463). Nelle oscure segrete di Macheronte, Giovanni langui molti mesi in estenuante attesa.

NICODEMO

  • 288. C’era allora in gerusalemme un insigne Fariseo e “maestro” della Legge, uomo onesto e di rette intenzioni; ma era anche membro del Sinedrio, e questa sua condizione sociale imponeva evidentemente molta cautela e prudenza alla sua condotta pubblica. Si chiamava Nicodemo: il nome ritorna negli sritti rabbinici, ma è ben difficile che designi la stessa persona di qui. A vedere isegnifattio da Gesù, egli rimane scosso; forse era stato dei pochi Farisei che avevano riconosciuto la missione del precursore Giovanni accettandone il Battesimo. D’altra parte la sua condizione sociale, e più ancora la sua formazione intellettuale farisaica, gli consigliavano oculato riserbo di fronte all’ignoto traumaturgo. Fra questo ansioso contrasto egli prende una via di mezzo, e si reca a visitare Gesù di notte: alla penombra d’una lucerna si ragiona con più raccoglimento, e soprattutto non si è facilmente riconosciuti da estranei. Il colloquio fu lungo e forse si protrasse per tutta la notte, ma l’evangelista “spirituale” ne riferisce solo i punti più salienti che meglio rispondevano agli scopi del suo vangelo “spirituale”. Co­minciò Nicodemo, e riferendosi a ciò che l’aveva scosso intimamente disse a Gesù: Rabbi, sappiamo che da Dio sei venuto (quale) “mae­stro”, poiché nessuno può fare questi “segni” che tu fai se non sia Iddio con lui. L’onesto Fariseo riconosceva che la missione di Gesù non era uma­na, ma proveniva da una sfera più alta cioè divina. Gesù gli ri­spose ricollegandosi a questa allusione: In verità, in verità ti dico, se alcuno non sia nato dall’alto, non può vedere il regno d’Iddio. Nicodemo era troppo intelligente per interpretare queste parole in senso materiale: anche i suoi colleghi rabbini parlavano di rinascita in senso spirituale applicandola specialmente a chi si riavvi­cinava al Dio d’Israele o dall’empietà o dal paganesimo, e altret­tanto faceva con diverso impiego Filone in Alessandria. Ma a Ni­codemo sfuggiva appunto il senso racchiuso nelle parole di Gesù, e quindi per provocarne la spiegazione s’atteggia a ottuso di mente: Come può nascere un uomo che sia vecchio? Può forse entrare nel ventre di sua madre una seconda volta e (ri)nascere? Senonché il finto ottuso è più acuto di quanto sembri: egli s’impanca a giudice della dottrina che Gesù sta per esporgli, ma Gesù gli risponde in modo da ricondurlo alla sua condizione di ignaro apprendista; non si può “vedere il regno d’Iddio” se non si è già entrati in esso, e l’entrarvi non è effetto d’industrie umane: In verità, in verità ti dico, se alcuno non sia nato da acqua e (da) Spirito, non può en­trare nel regno d’Iddio. Ciò ch’e’ nato dalla carne, e’ carne; e ciò ch’e’ nato dallo Spirito, e’ spirito. In ebraico spirito significava anche soffio (di vento); Gesù prende occasione del doppio significato per sog­giungere un esempio materiale: Non ti meravigliare perché ti dissi “Bisogna che voi nasciate dall’alto”; (anche) il soffio (di vento) dove vuole soffia e il rumore di esso (tu) ascolti, ma non sai donde e dove va. Casì è (di) chiunque e’ nato dallo Spinto. Benché incon­tenibile ed invisibile il soffio del vento è reale nel campo fisico; così nel campo morale, l’azione dello Spirito divino non è moderabile da argomenti umani né è scrutabile nella sua essenza, ma ben si manifesta nei suoi risultati. Questo Spirito fa nascere ad una vita nuova invisibile, in maniera tale che ricorda come la prima vita visibile del cosmo si sprigionasse dalla materia bruta e insieme dal soffio di Dio che si librava sulle acque del caos (Genesi, 1, 2). L’allusione al battesimo di Giovanni è chiara, e forse nel colloquio fra i due se ne parlò esplicitamente se anche Nicodemo aveva rice­vuto quel rito; ad ogni modo la vita nuova qui annunziata da Gesù come data dallo Spirito e dall’acqua non è prodotta dal rito di Giovanni, ch’era soltanto di acqua e prefigurativo, bensì dal rito adempitivo amministrato in acqua e Spirito santo: questo secondo era il battesimo di Gesù, a testimonianza dello stesso precursoie Gio­vanni (Matteo, 3, 11 e paralleli; Giovanni, 1, 33).

  • 289. Il paragone fra l’azione dello Spirito e quella del vento ha trasportato Nicodemo in un mondo a lui ignoto, in cui il Fariseo si sente sperduto. Cessa allora d’atteggiarsi a finto ottuso, ma ancora non si vuol riconoscere ignaro apprendista, e con sincerità non pri­va d’una certa sfiducia esclama:Come può avvenire ciò?La replica di Gesù s’inizia con una spontanea riflessione sull’ufficio di Nicodemo: Ma come? Tu sei il «maestro» d’Israele, e non sai queste cose? E che cosa insegni, se non tratti dell’azione dello Spi­rito sugli spiriti? – Dopo questo inizio il discorso di Gesù si dovette prolungare assai, non senza interruzioni e repliche da parte di Ni­codemo. L’evangelista tralascia totalmente le parole del Fariseo, e delle sentenze di Gesù fa soltanto una silloge; ma non è arrischiato riconoscere in questa silloge talune repliche ad osservazioni di Nicodemo (come là ove si accenna al serpente del deserto) o anche talune metafore tratte dalle circostanze del colloquio che si svolgeva al lume d’una lucerna (come là ove si accenna a luce e a tenebra). Ecco la silloge: In verità, in verità ti dico, che di ciò che sappiamo parliamo, e ciò che abbiamo veduto testimoniamo: e la testimonianza nostra non ricevete. Se le cose terrestri vi dissi e non credete, come crederete se io vi dica le celestiali? E(ppure) nessuno e’ salito nel cielo se non il disceso dal cielo, il figlio dell’uomo.’ E come Mose’ innalzò il serpente nel deserto (cfr. Numeri, 21, 8-9), cosi bisogna che sia innalzato il figlio dell’uomo affinché ogni cre­dente in lui abbia vita eterna.’ Cosi invero amò Iddio il mondo, che dette il Figlio, l’unigenito, af­finché ogni credente in lui non perisca ma abbia vita eterna. Non inviò infatti Iddio il Figlio nel mondo per giudicare (a con­danna) il mondo, bensì affinché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Il credente in lui non e’ giudicato (a condanna): il non credente già e’ stato giudicato (a condanna), perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio d’Iddio. Questo poi e’ il (motivo del) giudizio (di condanna): che la luce è venuta nel mondo, ed amarono gli uomini piuttosto la tenebra che la luce; di essi infatti erano malvage le azioni. Ognuno invero che opera male, odia la luce e non viene verso la luce; chi invece fa la verità viene verso la luce, affinché siano mani­festate le sue azioni (e si veda) che sono state fatte in Dio (Giov., 3, 11-21).

§ 290. In quale stato d’animo avrà ascoltato Nicodemo queste sen­tenze? Probabilmente in uno stato simile a quello di Agostino nel periodo delle sue titubanze, quando leggendo le Lettere di Paolo gli sembrava di sentire come un profumo di vivande squisite, che tuttavia non riusciva ancora a mangiare, quasi olfacta desideran­tem, qua’ comedere nondum posset. Del resto alcune sentenze, se non furono schiarite da Gesù con spiegazioni omesse dall’evangelista, non potevano essere ben comprese da Nicodemo: tale l’allusione alla crocifissione, prefigurata nel ser­pente nel deserto. A ogni modo Gesù, come già aveva fatto con i Giudei del Tempio dopo la cacciata dei mercanti (§ 287), non parlava per Nicodemo soltanto. Se il Fariseo andò a lui di notte, non è detto che lo trovasse assolutamente solo; in un angolo semi-buio di quella stanza è ben lecito intravedere gli occhi intenti di un adolescente che segua con ansia il dialogo e stampi quelle parole nella sua vigile memoria: è il discepolo prediletto, colui che vecchissimo sarà il narratore dell’episodio. Nonostante il colloquio, Nicodemo più tardi non fu vero discepolo di Gesù, quasi a dimostrar esatte le parole allora udite che il soffio di Dio soffia dove vuole. Tuttavia a Gesù egli rimase benevolo fin dopo la crocifissione: nel Sinedrio oserà spendere una parola in favore di Gesù (Giov., 7, 50-51), e anche più spenderà material­mente per acquistare cento libbre d’aromi onde curare la salma di lui (Giov., 19, 39). Non era un generoso di animo, ma era almeno un generoso di borsa; se non fu un Pietro, non fu neppure un Giuda.

I MERCANTI NEL TEMPIO

  • 286. Dal battesimo di Gesù erano trascorsi pochi mesi: ormai era vicina la Pasqua del nuovo anno che, secondo le nostre prefe­renze giustificate a suo luogo (§ 176), era l’anno 28 dell’Era Volga­re. Per questa Pasqua Gesù aveva deciso di compiere il pellegrinag­gio (§ 74), perciò partì da Cafarnao alla volta di Gerusalemme. Giunto nella capitale e recatosi al Tempio, egli si trovò davanti alla solita scena che avveniva colà più che mai in occasione delle grandi feste. L’atrio esterno del Tempio era diventato una stalla appestata dal fetore del letame, e risonava del muggito dei bovi, del belato delle pecore, del pigolar dei colombi, e soprattutto delle alte grida dei mercanti e dei cambiavalute istallatisi per ogni dove (§ 48); da quell’atrio si poteva solo remotamente udire una debole eco dei canti liturgici che s’innalzavano al di dentro e intravedere un debole chiarore della lontana luminaria sacra. Altri segni religiosi non ap­parivano in quel vasto recinto, che si sarebbe detto una fiera di bestiame e un convegno di truffatori, piuttosto che l’anticamera della casa ove abitava l’immateriale Dio d’Israele. Gesù era stato certamente testimone di tale scena altre volte nei suoi precedenti pellegrinaggi a Gerusalemme, ma allora la sua vita pubblica non era ancora cominciata; adesso invece la sua missione doveva svolgersi in pieno, ed egli doveva agirecome avente autorità (Matteo,7, 29; Marco, 1, 22) anche per dimostrare la sua missione. Riunite perciò delle corde a mazzo, si dette a percuotere bestie e uomini, rovesciò tavoli di cambiavalute, sparpagliò a terra muc­chietti di monete, scacciò via tutti liberando il sacro recinto: Fuori di qua! Non fate la casa del Padre mio casa di traffico! (Giov., 2, 16). – Non sta scritto “La casa mia casa di preghiera sarà chiamata per tutte le genti”? (Isaia, 56, 7). Voi invece l’avete ridotta a spe­lonca di ladroni (Marco, 11, 17). Già sei secoli prima il profeta Geremia aveva visto il Tempio ri­dotto a spelonca di ladroni (Ger., 7, 11); ma i sacerdoti e i magi­strati sacri contemporanei a Gesù dovevano pensare che la voce di Geremia era troppo lontana, mentre troppo vicino era il vantaggio che l’amministrazione del Tempio ricavava da tutto quel mercan­teggiare perché fosse conveniente farlo cessare. E Gesù lo fece ces­sare a suon di flagelli.

§ 287. In teoria non c’era nulla da eccepire, come ben vedevano gli stessi Farisei; ma in pratica si poteva sempre domandare a Gesù perché aveva compiuto egli personalmente quell’atto di autorità, e non aveva invece invitato a compierlo i magistrati che avevano la direzione del Tempio. Chi aveva dato a lui l’autorità di far ciò? Anzi, più ampiamente, perché mai egli piovuto giù dalla Galilea aveva preso, come appariva dalle sue prime azioni, un atteggiamento del tutto indipendente dalle autorità costituite e molto simile a quello di Giovanni il Battista? Gli si avvicinarono pertanto alcuni Giudei, certamente insigni, e gli dissero: “Quale segno ci mostri che fai ciò (legittimamente)?“. Rispose Gesu’ e disse loro: “Demolite questo santuario, e in tre gior­ni lo farò sorgere!”. Dissero pertanto i Giudei: “In quarantasei anni fu costruito questo santuario, e tu in tre giorni lo farai sor­gere?”. Già vedemmo che questa risposta dei Giudei contiene un’indicazione molto importante per stabilire la cronologia della vita di Gesù (§ 176); ma la stessa risposta mostra anche che quegli inter­locutori non avevano capito a che cosa alludesse Gesù, e con essi certamente anche l’evangelista testimonio che narra questo fatto. I Giudei avevano chiesto un segno ossia un miracolo: ciò era troppo, perché l’azione di Gesù si giustilicava da se stessa, tanto più che i magistrati del Tempio avevano trascurato d’intervenire per far cessare quella profanazione come sarebbe stato loro dovere. Ad ogni modo, essendo stata chiamata in causa la missione di Gesù, egli ne offre una prova vera e reale ma che sarà compresa soltanto dopo molti mesi, mentre al presente non appagherà affatto la cu­riosità maligna degli interroganti. Il santuario a cui alludono le parole di Gesù è il suo stesso corpo; quando i Giudei avranno disfatto quel santuario vivente, egli lo farà sorgere di nuovo entro tre giorni. Pronunziando queste parole, può darsi che Gesù abbia anche accennato a se stesso con un gesto; comunque fosse, tutti gli ascoltatori pur non comprendendo la ri­sposta se ne ricordarono più tardi, i Giudei per accusare Gesù (§ 565), i suoi discepoli per credere in lui riconoscendo nella sua resurrezione il segno offerto agli interroganti (Giov., 2, 22). Sebbene i maligni non fossero stati appagati da Gesù nella loro richiesta del segno, tuttavia già in quella sua prima permanenza pasquale in Gerusalemme, molti credettero nel nome di lui, vedendo i segni di lui che faceva (Giov., 2. 23). Ma più che fede di cuore, era fede di cervello, mentre Gesù cercava assai più quella che questa; perciò anche non affidava se stesso a loro, perché egli conosceva tutti (Giov., 2,24), mentre agli incolti ma generosi discepoli della Galilea egli si era affidato. Ad ogni modo anche La fede di cervello è preparazione ed invito a quella di cuore, e appunto qui l’evangelista “spirituale” fa assistere ad un colloquio tra uno che aveva già fede di cervello e Gesù che invece lo solleva in tutt’altra sfera: pare di assistere ad una scena di un pulcino sollevato sopra le nubi dell’aquila, ed è scena prediletta dell’evangelista “spirituale” che la riprodurrà in altre occasioni. (§ 294).

LE NOZZE DI CANA

  • 281. Il colloquio con Nathanael è un nuovo punto di partenza per la cronologia dell’evangelista Giovanni; egli fa sapere cheil terzo giornodopo quel colloquio si fecero nozze in Gana della Ga­lilea, ed era la madre di Gesu’ colà; e fu invitato anche Gesu’, e i suoi discepoli, alle nozze (Giov., 2, 1-2). Poiché, come abbiamo visto, Nathanael era appunto di Cana, è verosimile che egli stesso abbia invitato Gesù e i suoi discepoli Andrea, Pietro, Giovanni e Filippo alle nozze, le quali saranno state di qualche parente o amico di Nathanael stesso; tuttavia dalle parole di Giovanni sembra risultare chiaramente che era la madre di Gesu’ colà anche prima dell’arrivo del figlio, e ciò induce a congetturare che pure tra Maria e uno degli sposi esistesse qualche legame: come parente o amica, ella si sarà recata là qualche giorno prima per aiutare le donne di casa nei preparativi, specialmente della sposa, ch’erano lunghi. Non han­no invece alcuna verosimiglianza certi almanaccamenti tardivi che vedono nello sposo o Nathanael stesso, l’evangelista Giovanni, o altri. La Cana visitata comunemente oggi in Palestina è Kefr Kenna, che seguendo la strada maestra sta circa a 10 chilometri a nord-est di Nazareth sul percorso verso Tiberiade e Cafarnao, mentre ai tempi di Gesù la distanza fra questa Cana e Nazareth era 3 o 4 chilometri più breve. Ma anticamente esisteva un’altra Cana ridotta oggi a un campo di ruderi, Kirbet Qana, a 14 chilometri a nord di Nazareth. Si disputa fra gli archeologi quale di questi due luo­ghi sia la Cana del IV vangelo; in favore di ambedue i luoghi esi­stono ragioni non spregevoli, sebbene non decisive, e le stesse rela­zioni scritte degli antichi visitatori sono applicate in favore dell’uno o dell’altro. La questione dunque è tuttora incerta, e d’altra parte non è cosa indispensabile risolverla. Le nozze di Cana furono i nissu’in del cerimoniale giudaico (§ 231). La festa che li accompagnava era certamente la più solenne di tutta la vita per la gente di basso e medio grado sociale, e poteva du­rare anche più giorni. La sposa usciva dalle mani delle parenti e delle amiche tutta ag­ghindata pomposamente, con una corona in testa, imbellettata in viso, con gli occhi splendenti di collirio, con i capelli e le unghie dipinti, carica di collane, braccialetti e altri monili per lo più falsi o presi in prestito. Lo sposo, incoronato anch’esso e circondato da­gli “amici dello sposo”, andava sul far della sera a rilevare la sposa dalla casa di lei, per condurla alla propria; la sposa io atten­deva circondata dalle sue amiche, munite di lampade ed acclamanti al giunger dello sposo. Dalla casa della sposa a quella dello sposo si procedeva in corteo, a cui prendeva parte tutto il paese, con luminarie, suoni, canti, danze e grida festose. Tanta era l’autorità morale di siffatti cortei, che perfino i rabbini interrompevano le lezioni nelle scuole della Legge ed uscivano con i loro discepoli a festeggiare gli sposi. A casa dello sposo si teneva il pranzo, con canti e discorsi augurali, i quali talvolta non erano immuni da allusioni ardite, specialmente quando il pranzo era inoltrato e la comitiva era tutta più o meno brilla. Si beveva infatti senza parsimonia, si tracannava cordialmente, es­sendone tanto rara l’occasione per gente che tutto l’anno faceva vita grama e stentata. E si bevevano vini speciali, messi in serbo da gran tempo e custoditi appunto per quella festa; ancora oggi si possono scorgere in un oscuro angolo di qualche casa araba file di misteriose giarre, e il padrone di casa dirà con compunzione grave che non devono toccarsi perché è vino per nozze. Del resto nelle sacre Scritture ebraiche si leggeva che il vino letifica il cuore dell’uomo, e quella gente voleva obbedire alle Scritture almeno nella letizia nuziale.

  • 282. A tale festa così cordiale, così umana anche nelle sue debolezze, volle partecipare Gesù, come certamente pure Maria avrà con­tribuito al pomposo rivestimento della sposa. Quando Gesù era an­cora ragazzo a Nazareth, sua madre gli avrà più volte narrato che un po’ di festicciuola era stata fatta anche quando si erano celebrati inissu’inper lei, ed ella era entrata in casa di Giuseppe (§ 239). Allora era sorta una nuova famiglia, che Gesù aveva onorata e santificata con un’obbedienza trentennale; adesso, ch’egli sta per uscire da questa famiglia, quasi si volge addietro con rimpianto e vuole onorare e santificarne il principio morale costitutivo. Per questa ragione Gesù, il nato da vergine e che morirà vergine, in­terviene a nozze al termine della sua vita privata e al cominciare di quella pubblica. Anzi, la cominciò con un miracolo tale che, mentre dimostrava la potenza di lui, direttamente servì a rendere sempre più liete e fe­stose quelle nozze. Accortamente Giovanni (2, 11), dopo aver raccontato il miracolo, conclude osservando che quello di Cana fu l’inizio dei “segni” miracolosi di Gesù. A Cana Gesù ritrovò sua madre dopo circa due mesi d’assenza. Era stata forse la prima lunga assenza di lui dalla casa paterna; essendo già morto Giuseppe, la bottega in quel tempo era rimasta inope­rosa e Maria senza compagnia. In quella prima solitudine, più che mai, ella avrà ripensato a lui, alla sua nascita e alla sua preannun­ziata missione, intravedendo che questa stava per cominciare: e avrà fatto ciò, mentre doveva schermirsi dalle domande delle indi­screte donne del paese, o anche dai frizzi degli acrimoniosi parenti (§ 264), che avranno voluto sapere perché Gesù l’avesse la­sciata sola, e dove fosse andato, e a quale scopo, e quando sarebbe tornato. Adesso, a Cana, ella se lo rivedeva davanti, già chiamato Rabbi, considerato come un maestro e circondato da alcuni fervo­rosi discepoli: indubbiamente la previsione fatta nella sua solitudine stava per avverarsi. Ma, anche davanti al Rabbi, Maria rimase sem­pre madre, quale si era mostrata davanti al ragazzo dodicenne di­sputante nel Tempio. Da buona madre di famiglia Maria, durante quel pranzo di nozze, avrà sorvegliato insieme con le altre donne che tutto procedesse regolarmente, e le vivande e ogni cosa fossero pronte. Senonché sul finire del pranzo – o perché si erano fatti male i calcoli, o perché erano sopraggiunti convitati imprevisti – venne a mancare proprio il principale, il vino. Le massaie che amministravano ne furono costernate. Era il diso­nore per la famiglia che ospitava; i convitati non avrebbero rispar­miato proteste e schemi, e la festa sarebbe finita bruscamente e ignominiosamente, come quando a teatro in una scena decisiva viene a mancare la luce.

  • 283. Maria s’avvide subito della mancanza, e previde la vergogna degli ospitanti; tuttavia non ne fu costernata come le altre donne. Al suo spirito la presenza del suo figlio Rabbi diceva tante cose che non diceva agli altri; soprattutto ella ricollegava quella presenza con la previsione da lei fatta nella sua solitudine di Na­zareth. Non era forse giunta l’ora di lui? Dominata da questi pensieri Maria, fra lo smarrimento generale a mala pena dissimulato, dice sommessamente a Gesù: “Non han­no vino”. E dice a lei Gesu’: “Che cosa (é) a me e a te, donna? Non ancora e’ giunta l’ora mia”(Giov.,2, 3-4). Gesù pronunziò queste parole in aramaico, e secondo questa lingua esse vanno interpretate. In primo luogo donna era un appellativo di rispetto, circa come l’appellativo (ma) donna nel Trecento italiano. Un figlio chiamava ordinariamente madre la donna che lo aveva ge­nerato, ma in circostanze particolari poteva chiamarla per maggior riverenza donna. donna chiamerà nuovamente Gesù sua madre dall’alto della croce (Giov., 19, 26); ma anche prima, secondo un aneddoto rabbinico, un mendicante giudeo aveva chiamato donna la moglie del grande Hillel, come Augusto aveva chiamato donna Cleopatra (Cassio Dione, LI, 12), e così in altri casi. Più tipica è l’altra espressione che cosa (e’) a me e a te…?, è certamente traduzione della fra­se fondamentale ebraica mahlz wal (ak) che ricorre più volte nella Bibbia. Ora, il significato di questa frase era precisato nell’uso molto più dalle circostanze del discorso, dal tono della voce, del gesto, ecc., che dal semplice valore delle parole; tutte le lingue han­no di tali frasi idiomatiche in cui le parole sono rimaste un semplice pretesto per esprimere un pensiero, e che verbalmente non si possono tradurre in altra lingua. Nel caso nostro una parafrasi, che tenga qualche conto anche delle parole ebraiche, potrebb’esser que­sta: Che (motivo fa fare) a me e a te (questo discorso)?; il che, indipendentemente dalle parole, equivale all’espressione italiana: Per­ché mi fai questo discorso? Era insomma una frase ellittica con la quale si ricercava la recondita ragione per cui tra due persone av­veniva un discorso, un fatto, e simili. Con questa risposta Gesù declinava l’invito fattogli da Maria, e ne adduceva come ragione il fatto che ancora non era giunta l’ora sua. Dunque in quelle tre sole parole di Maria non hanno vino (seppure furono dette quelle tre sole) era nascosto l’invito a com­piere un miracolo, e la mira dell’invito era nettamente designata dalle circostanze esterne ma soprattutto dai pensieri interni e dal volto materno di colei che invitava. Gesù, che si rende ben conto di tutto, rifiuta, come già nel Tempio aveva rifiutato di subordi­nare la sua presenza nella casa del Padre celeste a quella nella sua famiglia terrena (§ 262): ancora non è giunta l’ora di dimostrare con miracoli l’autorità della propria missione, poiché il precursore Giovanni sta ancora svolgendo la sua. Tuttavia il dialogo fra Maria e Gesù non è finito; anzi le sue più importanti parole non furono mai pronunziate da labbro, ma solo trasmesse da sguardo a sguardo. Come già nel Tempio Gesù dopo il rifiuto aveva obbedito lasciando subito la casa del Padre celeste, così dopo questo nuovo rifiuto accede senz’altro all’invito di Maria. La madre, nel dialogo muto seguito al dialogo parlato viene assicurata che il figlio acconsente; perciò senza perder tempo si volge agli inservienti e dice loro: Fate tutto ciò che vi dirà!

  • 284. Nell’atrio di quella casa erano sei grandi pile destinate alle abluzioni delle mani e delle stoviglie prescritte dal giudaismo: per­ciò le pile eranodi pietra,perché secondo i rabbini la pietra non contraeva impurità come la terracotta. Ed erano pile grandi, contenendo ciascuna due o tre volte la normale ”misura” giudaica, la quale si aggirava sui 39 litri; dunque, tutte insieme avevano una capacità di circa 600 litri. Naturalmente il pranzo era lungo, i con­vitati erano molti, e quindi tutta quell’acqua necessaria era stata in gran parte consumata e le pile erano quasi vuote. Gesù allora dette ordine di riempire totalmente le pile; gl’inservienti corsero al pozzo o alla cisterna vicina, e in pochi viaggi le pile fu­rono colme. Non c’era altro da fare; e dice a quelli: “Attingete adesso, e portate al direttore di mensa”. E quelli portarono (Giov., 2, 8). Tutto si era svolto in pochi minuti, anche prima che il direttore di mensa notasse lo smarrimento delle donne e s’avvedesse che non c’era più vino; la discretezza di Maria aveva impedito an­che il dilagar dello scandalo familiare. Quando il direttore di mensa si vide davanti una nuova specie di vino, e l’ebbe assaggiata com’era suo ufficio, rimase strabiliato, tan­to che dimenticò anche il sussiego della sua carica e parlò con la schiettezza del buon popolano. Avvicinatosi allo sposo, gli dice: Ogni uomo passa prima il vino buono, e quando sono brilli quello peg­giore; tu (invece) hai serbato il vino buono fin qui! (Giov., 2, 10). Le parole del direttore di mensa non alludono a qualche uso cor­rente, che non ci è attestato da nessun documento antico; vogliono esser piuttosto un complimento spiritoso, che fa notare quanto fosse inaspettata sul finire del pranzo quell’ambresia e in quella quan­tità. Ma, a quelle parole, lo sposo probabilmente guardò ben bene in faccia il direttore di mensa, domandandosi se proprio lui non fosse il più brillo di tutti: egli, lo sposo, non si era mai sognato di riserbare per la fine del pranzo quella sorpresa del vino miglio­re. Alcune poche interrogazioni rivolte agli inservienti e alle don­ne indirizzarono le ricerche su Maria e poi su Gesù, e tutto fu spiegato. Così questo primo miracolo, dice Giovanni, Gesù manifestò la sua gloria e credettero in luie i suoi discepoli. Ciò non meraviglia, se si pensa all’entusiasmo che già avevano per Gesù i suoi pochi disce­poli. Ma quale sarà stata l’impressione prodotta sui commensali dal miracolo? Dissipati i fumi del convito e dimenticato i1 sapore di quel misterioso vino, avranno essi ripensato al significato morale dell’avvenimento?

§ 285. Dopo la festicciuola e il miracolo Gesù si recò a Cafarnao, egli e la madre di lui e i fratelli e discepoli di lui, e colà rima­sero non molti giorni (Giovanni, 2, 12). Questa permanenza a Cafarnao fu breve, perché Gesù aveva deciso dì recarsi a Gerusalemme per l’imminente Pasqua; ma fin da allora Cafarnao servì a Gesù come abituale dimora in Galilea, divenendo sua patria adottiva invece di Nazareth. Dalla sua famiglia egli già si era staccato, e all’istituzione familiare aveva anche dedicato in omaggio il suo primo miracolo: adesso si staccava anche dall’umi­lissimo suo paese, trasferendosi in luogo più opportuno per la sua missione che cominciava. Cafarnao era sulla riva nord-occidentale del lago di Tiberiade non lontano dallo sbocco del Giordano nel lago. Situata a 13 chilometri a nord della città di Tiberiade e a circa 30 a oriente di Nazareth, era presso i confini fra il territorio di Erode Antipa e quello di Fi­lippo; perciò era fornita anche d’un ufficio di dogana, ed era luogo di transito. Sul lago aveva un piccolo porto conveniente per i pe­scatori. La vita religiosa vi doveva essere intensa e non molto di­sturbata dall’ellenismo insediato poco sopra; suo presidio ivi era, come sempre, l’edificio della sinagoga oggi fortunatamente conservato e ritornato alla luce, sebbene nella precisa forma in cui è stato ri­trovato sembri appartenere a tempi posteriori a quelli di Gesù. Il suo nome Kephar Nahum, “ villaggio di Nahum”, proveniva da un personaggio Nahum a noi ignoto; in tempi molto posteriori si venerò ivi la tomba di un rabbino Tanhum, il cui nome fu poi deformato in Teli Hum, che è l’odierno nome del luogo. A imitazione di Gesù, man mano verranno a stabilirsi a Cafarnao anche i suoi primi discepoli oriundi della vicina Bethsaida, quali Simone Pietro e Andrea. Quanto a Simone Pietro, è probabile che già avesse a Cafarnao legami di parentela; se egli, genero generoso, alberga ivi in casa sua la propria suocera (§ 300), non è arrischiato supporre che la moglie di lui fosse appunto di Cafarnao. Più tardi poi, per designare Cafarnao, si finirà per chiamarla senz’altro la città propria di Gesù (Matteo9, 1), sebbene lo stesso documento poco appresso designi Nazareth ancora come la patria di lui (Matteo13, 54).

GESU’ IN GALILEA

  • 279. Nel giorno ancora seguente, come ci dice l’evangelista testi­mone dei fatti, Gesù volle ritornare in Galilea; il congiungimento spirituale fra la sua missione e quella del precursore era compiuto, e nulla più lo riteneva per ora in Giudea. Questo primo ritorno in Galilea non è ricordato dai Sinottici; i quali parlano soltanto del secondo ritorno, quello avvenuto dopo l’imprigionamento del pre­cursore (§ 298). L’evangelista Giovanni, come al solito, supplisce alla loro omissione; non si trattiene però a descrivere il viaggio (mentre descriverà il viaggio del secondo ritorno omesso dagli altri; § 293), e passa a parlare di Gesù già tornato in Galilea. Ivi perciò avven­nero i fatti successivi. Insieme con Gesù dovettero tornare in Galilea i tre discepoli ch’e­rano passati a lui dalla sequela del precursore, e ch’erano di Beth­saida sui confini della Galilea (§ 19), cioè i due fratelli Andrea e Simone Pietro e l’innominato Giovanni. Giunti lassù, i tre fervorosi non mancarono certamente di raccontare a familiari ed amici quan­to sapevano sul conto di Gesù e di additarlo con entusiasmo in Bethsaida, che pare fosse la prima sosta dopo il viaggio. Fra queste accoglienze Gesù incontra uno del paese, certo Filippo, e gli dice: Viemmi appresso! – Non si trattava di una sequela di poche ore, ma abituale, e Filippo che già doveva essere entusiasmato dai rac­conti dei tre compaesani accettò con fervore. Anzi, a sua volta, cominciò a parlare ad altri dell’ammirato Rabbi; ma qui invece incontrò una gelida accoglienza. Trovatosi con un suo amico, Nathanael, gli confidò tutto vibrante di gioia: Sai? Ab­biamo trovato colui di cui parlano Mosè e i Profeti! lì Gesù figlio di Giuseppe, quello di: Nazareth! – Nathanael doveva essere un uomo molto calmo e posato; per di più era di Cana (Giovanni,21, 2) vi­cina a Nazareth, e quindi conosceva bene la patria del decantato Rabbi. A sentire che costui veniva fuori da quel miserabile ammasso di tuguri, rispose spregiosamente:Da Nazareth ci può esser qual­cosa di buono?  228). La sfiduciante risposta non raffreddò il fervore di Filippo, che ri­corse alle prove di fatto. Vieni e vedi! replicò egli; e Nathanael – come già Giulio Cesare – venne, vide, ma invece di vincere rimase vinto.

§ 280. Appena Gesù scorse il diffidente che si avvicinava esclamò: Guarda! Uno davvero Israelita, in cui non e’ inganno! (§ 251). La lode era certamente meritata, e una prova ne può essere la diffi­denza stessa mostrata da Nathanael al primo annunzio ch’era stato trovato il Messia; fra tanti esaltati o ciarlatani che andavano in giro additando in sé o in altri il Messia, un Israelita sincero aveva ogni diritto di diffidare. Perciò l’Israelita richiese: Donde mi conosci? – Rispose Gesu’ e gli disse: Prima che Filippo ti chiamasse, mentre eri sotto il fico, ti vidi! (Giovanni1, 48). Era una vecchia tradizione in Palestina di avere vicino alla propria casetta un denso albero di fico, per passare sotto quell’ombra ore riposate e serene (cfr. I [III] Re, 4, 25; Michea, 4, 4; Zacharia, 3,10); ai tempi di Gesù i rabbini vi s’intrattenevano volentieri per studiare indisturbati la Legge. Se dunque Gesù dice qui a Nathanael di averlo scorto sotto l’ombroso ritiro, non annunzia una scoperta ma­terialmente straordinaria; ma la sorpresa dovette essere straordina­ria spiritualmente, in quanto cioè i pensieri che Nathanael rivolgeva in mente là in quel suo ritiro dovevano avere qualche relazione con l’imminente incontro. Pensava egli forse al vero Messia, avendo udito le strane voci che correvano in paese a proposito di Gesù testé giunto? Domandava egli in cuor suo a Dio un “segno” in proposito, come lo aveva domandato Zacharia (§ 227)? Non siamo in grado di rispondere con precisione; tuttavia è chiaro che Natha­nael trovò perfettamente vera la parola rivoltagli: Gesù l’aveva ve­ramente visto nell’interno dei suoi pensieri, più che nella situazione della sua persona. Il retto Israelita rimase sgomento, e l’uomo calmo e posato fu in­vaso a un tratto da fervore: Rabbi, tu sei il figlio d’iddio! Tu sei re d’israele! Nathanael dunque concordava adesso con Filippo nel riconoscere Gesù come Messia. Era un generoso, ma forse anche troppo. Gesù infatti gli rispose: Perché ti dissi che ti vidi sotto il fico, credi? Cose maggiori di queste vedrai; volgendosi poi anche a Filippo e forse ad altri presenti continuò: in verità, in verità vi dico, vedrete il cielo aperto e gli angeli d’iddio ascendenti e discen­denti sul figlio dell’uomo! L’allusione si riferisce al sogno di Gia­cobbe (Israele), che vide gli angeli ascendere e discendere lungo la misteriosa scala (Genesi28, 12); analoga a quella scala che colle­gava la terra col cielo, sarà la missione di Gesù della quale saranno testimoni quei suoi primi discepoli, discendenti da Giacobbe e dav­vero israeliti. Questo Nathanael non è mai nominato dai Sinottici, ma solo da Giovanni; al contrario i Sinottici nominano fra gli Apostoli un Bar­tolomeo, che non è mai nominato da Giovanni. lì molto probabile che, come avveniva spesso a quei tempi, la stessa persona avesse i due nomi di Nathanael e di Bartolomeo, tanto più che nelle liste degli Apostoli Bartolomeo è nominato di solito insieme con Filippo, cioè proprio l’amico di Nathanael.

GIOVANNI DECLINANTE E GESU’ ASCENDENTE

  • 277. Nel frattempo Giovanni il Battista continuava il suo ministero, e tanto più continuavano a vigilarlo i potentati di Gerusalemme (§ 269). Ma, insomma, chi era quel solitario indipendente, nè Fariseo nè Sadduceo, nè Zelota nè romanofilo, nè Esseno nè Erodiano, che amministrava un battesimo non incluso nel cerimoniale giudaico e predicava un “cambiamento di mente” (§ 266) non contemplato dalla casuistica degli Scribi? Pazienza poi se fosse rimasto solitario nel suo deserto, tutt’al più con un gramo codazzo di discepoli appresso; costui invece si trascinava appresso le folle, e correvano a lui da Gerusalemme e dalla Giudea non meno che dalla lontana Galilea. Indubbiamente quell’uomo era una forza morale di prim’ordine, e coloro che in Gerusalemme tenevano in mano le briglie del giudaismo non potevano lasciarlo ancora sbrigliato. O con loro, o contro di loro. Dichiarasse una buona volta apertamente chi era e che cosa voleva! Per sapere questo si ricorse, naturalmente, a una commissione. Sic­come poi lo scopo interessava più o meno tutti, così si scelse una commissione mista in cui entrarono sia sacerdoti e Leviti, cioè in maggioranza Sadducei, sia autentici Farisei, e tutti insieme da Gerusalemme si recarono a Bethania d’oltre il Giordano (§ 269), ove in quel tempo s’intratteneva Giovanni. La commissione si presenta, non come accusatrice, ma solo come investigatrice; essa rappresenta i maggiorenti e i benpensanti del giudaismo che hanno diritto di sapere, quindi domanda a Giovanni:Tu chi sei?(Giovanni1, 19). Circa quattro secoli e mezzo prima, dai maggiorenti e benpensanti di Atene era stata rivolta l’identica domanda a Socrate: Tu, insom­ma, chi sei? (Arriano, Epitteto, III, 1, 22). Ma la domanda dei Ge­rosolimitani, pur nella sua imprecisione, mirava ad uno scopo ben preciso; poiché le grandi folle che accorrevano a Giovanni si chie­devano sempre più insistentemente se egli fosse il Messia, la coni-missione voleva investigare che cosa pensasse su ciò Giovanni stesso. Ma Giovanni confessò e non negò, e confessò: Io non sono il Cristo (Messia) (Giovanni, I, 20). Quelli replicarono: Sei Elia, che tutti aspettano come precursore del Messia? Sei il profeta, quello pari a Mosè che dovrà apparire ai tempi messianici? – A ogni domanda Giovanni risponde: No! – Ma dunque chi sei, insistono i commis­sari, perché dovremo pur riportare una risposta a Gerusalemme! – Io sono la voce di chi grida nel deserto: “Raddrizzate la via del Signore”, come dice il profeta Isaia (Isaia40, 3). La risposta non soddisfece i commissari, specialmente i Farisei. Perciò questi replicarono: Ma allora, se tu non sei nè il Cristo nè Elia né il profeta, perché battezzi? – E allora Giovanni ripeté a loro l’annunzio già dato alle folle: egli battezzava in acqua ma in mezzo a loro stava uno ch’essi non conoscevano, che veniva dopo di lui, e del quale egli non era degno di sciogliere il legaccio dei calzari.

§ 278 Il giorno appresso a questo incontro, avendo finito la sua quadragesima, Gesù venne di nuovo a Giovanni presso il fiume. Giovanni lo scorse tra la folla e additandolo ai propri discepoli esclamò: Guarda! L’agnello d’Iddio, quello che toglie il peccato del mondo! Questi e’ colui del quale io dissi “Dopo di me viene un uomo che avanti a me è stato (promosso), perché prima di me era”; e dopo aver alluso all’apparizione avvenuta al battesimo di Gesù, concluse: E io ho veduto e ho attestato che questi e’ il figlio d’iddio (Giov., 1, 29… 34). La metafora di Giovanni, che chiamava Gesù l’agnello d’iddio, fa­ceva insieme tornare alla mente degli uditori giudei i veri agnelli che erano sacrificati nel Tempio di Gerusalemme ogni giorno, e soprattutto alla Pasqua: a qualche uditore più versato nelle scritture poteva anche ricordare che, in esse, il futuro Messia era stato contemplato come un agnello portato a scannare per i delitti altrui (Isala53, 7 e 4), e che pure altri profeti vi erano stati rassomigliati a quel mite animale destinato ordinariamente a vittima (Geremia11, 19) Il collegamento fra i due concetti di agnello-vittima e di figlio di Dio sarà sfuggito probabilmente a quasi tutti gli uditori, ma a Giovanni doveva stare molto a cuore, tanto che vi ritornò sopra il giorno appresso. Il giorno seguente (questa precisione cronologica è dell’accurato evangelista non sinottico: (Giov., 1, 35; cfr. § 163), mentre Giovanni s’intratteneva con due soli discepoli, vide nuovamente Gesù che pas­sava lì presso, e additandolo esclamò ancora: Guarda! L’agnello d’Iddio! I due discepoli, colpiti dalla frase e dalla sua insistenza, discostatisi da Giovanni si misero a seguire Gesù che si allontanava. Scortili Gesù, domandò loro: Che cercate? – Quelli risposero: Rabbi, ove dimori? – E Gesù a loro: Venite e vedrete. – S’accompa­gnarono infatti con lui alla sua dimora, la quale a causa della molta gente accorsa a Giovanni poteva essere una di quelle capanne per guardiani di campi usate ancora oggi nella vallata di Gerico. Erano circa le quattro del pomeriggio. I due discepoli di Giovanni ri­masero cosi dominati dalla potenza dello sconosciuto Rabbi, che s’intrattennero con lui il resto di quel giorno e certo anche la notte seguente. I due erano scesi giù dalla Galilea: uno era Andrea, fratello di Simone Pietro: l’altro è innominato, ma ciò basta in questa narrazione a farlo riconoscere come se fosse anch’egli nominato. E’ l’evangelista Giovanni, il testimone che può narrare questi fatti con tanta pre­cisione di giorni e di ore; è l’adolescente neppur ventenne destinato a diventare il discepolo che Gesu’ amava (§ 155), e che in quel pri­mo giorno in cui incontrò Gesù avrebbe potuto scrivere nel libro di sua vita, con veracità ben più alta che l’Alighieri il giorno che incontrò Beatrice, Incipit vita nova. Dopo quella prima permanenza con Gesù, il fervido Andrea volle accomunare nella propria letizia suo fratello Simone. Rintracciatolo, gli dice: Sai? Abbiamo trovato il Messia! – Lo accompagna quindi a Gesù. Gesù lo guarda, e poi gli dice: Tu sei Simone figlio di Giovanni; tu però ti chiamerai Kepha. – In aramaico kepha significa “roccia”, ma come nome personale non appare usato nell’Antico Testamento e neppure ai tempi di Gesù; a sentirsi rivolgere quelle inaspettate parole è molto probabile che Simone non ne capisse nulla, o tutt’al più giudicasse che l’ignoto Rabbi con la sua mente correva appresso a idee tutte sue personali (§ 397).

IL DESERTO E LE TENTAZIONI

  • 271. Compiendo su di sé il rito del suo precursore, Gesù si ri­collegava all’operosità di lui ed iniziava la propria. Ma ogni grande impresa è preceduta da una preparazione prossima, oltre a quella remota, e Gesù accettò anche questa comune norma e premise al suo ministero pubblico un periodo di preparazione. Il periodo durò quaranta giorni. Quaranta, infatti, è un numero tipico nell’Antico Testamento, e riferito a giorni o ad anni ricorre in molti casi biblici: i più analoghi al nostro sono quello di Mosè, che stette sul monte Sinai alla presenza di Jahvè40 giorni e 40 notti: pane non mangiòacqua non bevve (Esodo, 34, 28), e l’altro di Elia che dopo aver mangiato il cibo apportatogli dall’angelo camminò per la forza di quel cibo 40 giorni e 40 notti fino in Horeb, monte di Dio (i [III] Re, 19, 8). Di Gesù è narrato che, dopo il suo battesimo, fu condotto su nel deserto dallo Spirito per essere tentato dal diavolo; e avendo digiunato 40 giorni e 40 notti, dopo ebbe fame (Matteo4, 1-2). Non è da pensare che questo di Gesù fosse l’ordina­rio digiuno giudaico rinnovato per 40 giorni di seguito: il digiuno giudaico obbligava fino al tramonto del sole, ma al calar della sera si prendeva cibo (come ancor oggi presso i musulmani nel Ramadan), mentre il digiuno di Gesù è ininterrotto per 40 giorni e 40 notti, ap­punto come quelli di Mosè e di Elia. E’ evidente che il fatto è presen­tato come assolutamente soprannaturale. Inoltre, l’informatore dal quale la catechesi primitiva ha saputo il fatto non può essere stato altri che Gesù. In quei 40 giorni infatti egli rimase senza alcun te­stimonio; era con le fiere come dice Marco (1, 13), il quale riassume in poche parole questo periodo quadragesimale esposto più ampia­mente dagli altri due Sinottici. Perciò la scarsezza di precisione, e soprattutto il carattere sopran­naturale dei singoli episodi, rendono questa quadragesima arduissi­ma a spiegarsi, molto più di altre pagine evangeliche su cui oggi tanto si discute; ma le pagine oggi tanto discusse passeranno certamente in seconda linea quando un certo spiritualismo – foss’anche non cristiano – avrà sostituito il greve positivismo imperante oggi sugli studiosi, al contrario la quadragesima del deserto rimarrà per qualunque tempo e per qualunque mentalità un libro chiuso di cui è dato leggere in tralice solo poche parole. Tuttavia il titolo del libro, ossia il suo contenuto generico, è ben leggibile; e fu esattamente decifrato appunto dalla catechesi primi­tiva, la quale ammoni: Non abbiamo un sommo sacerdote inca­pace di compatire alle infermità nostre, bensì uno tentato in tutte le cose a somiglianza (nostra), senza peccato (Ebrei4, 15; cfr. 2, 17-18). In altre parole per la catechesi primitiva il significato, ge­nerico ma genuino, della quadragesima nel deserto fu che Gesù permise di esser tentato per compiere la somiglianza con i suoi seguaci, esposti egualmente a tentazione, e per dare ad essi un e­sempio e un conforto nelle loro infermità: la quale interpretazione, oltre tutto il resto, corrisponde ad una ben fondata norma psi­cologica. Questo, il titolo del chiuso libro come fu letto dai primi diffusori della buona novella: la lettura dei suoi tre capitoli fu lasciata alle possibilità e all’abilità dei singoli.

  • 272. Il luogo ove Gesù passò questa quadragesima è, secondo una tradizione attestata nel secolo VII ma risalente forse al IV, il monte chiamato oggi dagli Arabi “della Quarantena”(Gebel Qarantal)e la cui cima ai tempi dei Maccabei era chiamata Duq (« osserva­torio »); quella cima, su cui stava il fortilizio ove fu assassinato Si­mone, ultimo dei Maccabei, s’eleva circa 500 metri sulla vallata del Giordano, e tutto il monte chiude verso occidente questa val­lata sovrastante a Gerico; il luogo è sempre stato più o meno de­serto, e solo dal secolo V le grotte che s’aprono numerose lungo le pendici del monte servirono da stabile dimora a monaci bizantini. Se dunque Gesù fu battezzato nel Giordano circa all’altezza di Ge­rico – com’è probabile (§ 269) – il cammino dal luogo di batte­simo a quello del ritiro fu di pochi chilometri. Quoties inter homines fui, minor homo redii, esclamerà a Roma alcuni anni più tardi un filosofo la cui pratica non s’accordava con la teoria. Gesù, alla vigilia di entrare fra gli uomini, sta lontano totalmente da essi per 40 giorni, quasi per fare ampia provvista di quella umanità di cui gli uomini erano privi e ch’egli avrebbe diffuso tra loro. Le condizioni straordinarie, anche fisicamente, in cui Gesù passò quei 40 giorni sembrano potersi intravedere dalle parole dei due evangelisti, secondo le qual