FEDE E AMORE: L’ESISTENZA CRISTIANA SECONDO SAN GIOVANNI

U.C.I.I.M.
Unione Cattolica Italiana Insegnanti Medi
Sezione di Reggio Emilia (Via Prevostura 4)

Fede e Amore: l’esistenza cristiana secondo S. Giovanni

1991

Documento rilevato dalla registrazione ma non rivisto dall’autore.

  1. Giovanni, presentando negli ultimi versetti del cap. 20°, lo scopo del suo lavoro, dice di aver fatto una scelta fra tutti i segni che Gesù ha compiuto e di avere scritto alcuni di questi segni:

«perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20, 31).

Perciò lo scopo di tutta l’opera di S. Giovanni è la fede dei lettori, perché attraverso la fede possano raggiungere la vita. E per vita si intende la partecipazione alla vita di Dio e a quella gioia e pienezza di amore che sono legate con la vita di Dio.

È significativo che anche nella sua prima lettera S. Giovanni esprima una intenzione del medesimo tipo:

«[13]Questo vi ho scritto perché sappiate che possedete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figlio di Dio» (1 Gv 5, 13).

Sia il Vangelo, dunque, sia la prima lettera di S. Giovanni sono scritti per alimentare la fede, quale via necessaria per raggiungere la vita.

Nel capitolo 17 del Vangelo, nel contesto della grande festa delle Capanne, una delle feste più importanti del calendario ebraico, S. Giovanni riporta una solenne proclamazione di Gesù:

«[37]Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù levatosi in piedi esclamò ad alta voce: Chi ha sete venga a me e beva [38]chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno. [39]Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non c’era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato» Gv. 7, 37-39).

Per S. Giovanni la glorificazione di Gesù, cioè la sua morte e risurrezione, produce un effetto fondamentale: il dono dello Spirito. E’ una morte feconda quella di Gesù perché riempie il mondo con la presenza dello Spirito. Ma per accogliere lo Spirito occorre la fede: «Chi ha sete venga a me e beva [38]chi crede in me».

Il Cristo crocifisso è una sorgente di vita; dal suo costato escono sangue e acqua. Ma a questa ricchezza di vita, che scaturisce dalla morte del Signore, si può attingere unicamente con la fede: «[39]Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui».

E il Vangelo di S. Giovanni terminava al capitolo 20, 29 con la beatitudine della fede:

«beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».

In S. Giovanni il tema della fede è dunque essenziale. Quando, dopo la moltiplicazione dei pani, i Giudei vanno da Gesù e gli chiedono:

«che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?» (Gv 6, 28).

Gesù risponde che c’è un’unica opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato.

Nella fede quindi si gioca il senso della vita umana e l’atteggiamento dell’uomo di fronte a Dio.

Detto questo come promessa, può essere strano il fatto che S. Giovanni in realtà non usi quasi mai il termine “fede”. Lo usa una volta sola nella prima Lettera.

«[4]Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede» (1 Gv 5, 4).

In tutti gli altri casi S. Giovanni non usa il sostantivo, ma il verbo credere. Lo si trova 96 volte nel Vangelo e 9 volte nella prima Lettera. È un’osservazione di tipo statistico, però dice che a S. Giovanni non interessa tanto il concetto di fede quanto il dinamismo del credere. La fede per S. Giovanni è fondamentalmente un modo di vivere, una attività che l’uomo deve continuamente arricchire e approfondire.

Infatti, S. Giovanni probabilmente ha scritto il Vangelo non per fare arrivare alla fede quelli che non credono, ma per far giungere a una fede matura quelli che hanno una fede ancora iniziale.

Il Verbo “credere” è poi usato in S. Giovanni con alcune diverse costruzioni che sono significative:

  • La prima fondamentale è quella con il dativo: “credere a Gesù”, “credere al Padre”, credere ai profeti”, “credere alla Scrittura”, “credere a Mosè”, “credere alle opere”, ecc. e tutte queste espressioni sottolineano l’aspetto fiduciale della fede. Credere a Gesù vuole dire che si ha fiducia in Lui, che si giudica Gesù come degno di essere creduto. Naturalmente il tema della fiducia sta veramente nel cuore dell’atto della fede che non è un atto puramente intellettuale, ma è un rapporto interpersonale, una scelta con cui si riconosce qualcuno a cui si può affidare la propria esistenza.

  • C’è poi il “credere che”, “credere che Gesù è il Santo di Dio”.

«Signore da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il sorso di Dio» (Gv 6, 68-69)

I due verbi “creduto” e “conosciuto” sono abbastanza vicini nei vocabolario di S. Giovanni.

“credere che Gesù è il Cristo”, “credere che è il Figlio di Dio”, “credere che è il mandato dal Padre”, ecc.

Tutte queste espressioni indicano l’aspetto di scoperta.

Si incontra l’uomo Gesù di Nazaret, ma nell’atto di fede si scopre in quell’uomo la gloria di Dio, la bellezza di Dio, la presenza salvatrice di Dio. Ricordavamo prima che la fede è certamente fiducia ma essa ha anche un contenuto esprimibile. Non è uri fideismo vago, un vago abbandonarsi a qualche cosa difficile da comprendere e da definire; ma è un affidarsi consapevole a qualcuno che si conosce. Per questo “credere” e “conoscere” sono due atteggiamenti legati l’uno all’altro. Attraverso la fede l’uomo arriva a una vera conoscenza di Dio attraverso Gesù Cristo, anche se la nostra conoscenza rimane infinitamente al di sotto di quella che è la ricchezza di Dio, pur non essendo una conoscenza vaga o falsa, ma vera e con un preciso contenuto di fede.

La terza espressione che S. Giovanni usa è “credere in”, che viene usata 36 volte. È forse l’uso più tipico del Vangelo di S. Giovanni. Essa non significa solo che si ritiene vero quello che il Signore dichiara, ma che implica un movimento di adesione personale a Lui, un dono di sé.

La fiducia porta a interpretare e a vivere un vero itinerario di affidamento costante e progressivo a Lui. Insieme a queste espressioni troviamo quella più rara, ma dello stesso genere: “credere nel nome di Gesù”, che vuol dire aderire a Lui accettando pienamente quello che il suo nome esprime (il nome è l’identità, è il volto di un persona, sono i lineamenti che la definiscono).

A tutto ciò che abbiamo detto aggiungiamo il fatto che il verbo “credere” in S. Giovanni viene usato con alcuni paralleli. Il parallelismo, in uso nel modo di esprimersi ebraico e biblico, consiste nel dire la stessa cosa con due espressioni un po’ diverse tra loro, ma che esprimono un’unica affermazione globale.

Perciò “credere” è come dire “venire a Gesù”, “accogliere Gesù”, “seguire Gesù”.

«[35]Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete» (Gv 6, 35).

Evidentemente “fame” e “sete” sono in parallelo e complementari, come lo sono “chi viene a me” e “chi crede in me”.

L’espressione “chi viene a me” dice che l’atto di fede non è un quieto possesso, ma è un cammino progressivo, è un rapporto che deve maturare e approfondirsi, un rapporto di accoglienza nei confronti di Gesù e di accoglienza legata con l’amore.

L’atto di fede non è esattamente lo stesso che l’atto di amore ma è ad esso strettamente collegato, perché la fiducia in qualcuno non è possibile senza un atteggiamento di amore nei suoi confronti.

San Giovanni riprende:

«[43]Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi ricevete; se un altro venisse nel proprio nome, lo ricevereste. [44]E come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo?» (Gv 5, 43-44).

Credere in Gesù significa dunque riceverlo, accoglierlo e anche seguirlo. Possiamo ora tentare di fennarci su alcuni testi più significativi, il primo dei quali è il dialogo fra Gesù e Nicodemo che contiene:

  • La proclamazione di una vita nuova e di una nuova nascita che viene offerta all’uomo;

  • L’invito a credere in Gesù come colui che è disceso dal cielo. È in questo credere sta la nuova nascita, la nuova vita.

Il capitolo si porrebbe leggere nella prospettiva di:

  • una “pars destruens” in cui Gesù sembra distruggere le sicurezze con cui Nicodemo si è avvicinato a Lui;

  • una “pars costruens” in cui il Signore conduce Nicodemo a una pienezza di conoscenza e di vita.

Nicodemo si accosta a Gesù con una sua ricchezza. Di fatto il dialogo comincia così:

«[2]Egli andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio; nessuno infatti può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui» (Gv 3, 2).

Nicodemo comincia dunque col verbo “sappiamo”.

Se si legge oltre, al versetto 10, si trovano queste parole di Gesù a Nicodemo:

«Tu sei Maestro in Israele e non sai queste cose?».

Gesù ha sgretolato la conoscenza di Nicodemo che si era avvicinato a Gesù nella convinzione di avere una sua scienza, frutto dello studio, delta tradizione, della educazione ricevuta… Il Nicodemo che va da Gesù è infatti una persona che ha alle spalle una notevole esperienza religiosa e di vita. È un maestro, uno che conosce le Scritture, quindi si presenta con una sua sicurezza.

Dall’incontro con Gesù emerge la rivelazione che quella scienza in realtà non esiste. Nicodemo non sa e deve riconoscere di non sapere.

Per due volte Gesù fa una affermazione:

«se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio» (Gv 3, 3).

«se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio» (Gv 3, 5).

Presenta perciò una condizione assoluta per l’ingresso nel Regno di Dio. La condizione è una nuova nascita, ma l’uomo non se la può procurare. Infatti il nascere è esperienza radicalmente ricevuta perché si nasce per la volontà di un altro e non per una propria scelta.

Il dare a se stesso la vita è evidentemente una contraddizione in termini e proprio per questo Gesù prende l’immagine del nascere. Quella vita della quale parla il Vangelo di S. Giovanni e che è lo scopo del Vangelo stesso, viene presentata anzitutto come una nascita, quindi come qualche cosa che l’uomo non si può procurare da sé, ma che può solo ricevere, in un atteggiamento di disponibilità. Perciò tutta quella ricchezza con cui Nicodemo pensa di potersi presentare davanti a Gesù, viene riconosciuta inutile. Ciò non significa che tutti i valori umani sono inutili davanti ai Regno di Dio, ma che il Regno di Dio non è un valore creato dall’uomo, ma da Dio, e l’uomo può solo accoglierlo come un dono.

In altri termini si può dire che la struttura propria della vita biologica dell’uomo vale anche per la vita spirituale. Ci si trova con l’esistenza biologica senza averlo voluto, ma per la volontà dei genitori. La stessa cosa succede per la vita dello Spirito: l’uomo se la ritrova come un dono.

E come nella vita biologica ognuno può costruire tutto un edificio secondo i suoi progetti, ma a partire da ciò che ha ricevuto, così nella vita spirituale ognuno è chiamato a costruire tutto il suo progetto di vita, ma sulla base di un dono non meritato bensì accolto nell’atto della fede.

E l’atto di fede consiste nell’accogliere l’atto gratuito di Dio che vuole la vita nel senso più pieno.

Gesù spiega tutto questo con una serie di affermazioni significative:

«[6]Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito» (Gv 3, 6).

C’è quindi una contrapposizione irriducibile tra carne e spirito, cioè tra l’uomo e Dio. Per “carne” non si intende infatti la parte materiale dell’uomo, ma l’uomo in tutta la sua realtà, come debole, come “non Dio”.

Allora tutto ciò che è semplicemente umano e mondano, intelligenza e buona volontà, desiderio e sforzo, tutto questo, per quanto grande sia, è qualitativamente diverso dalla realtà divina, dallo Spirito. L’uomo non può trasformarsi e spiritualizzarsi così tanto da diventare spirito. Egli rimane radicalmente “carne”.

Si tratta invece di accogliere il dono di una “nascita” con docilità e con riconoscenza:

«[8]Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito» (Gv 3, 8).

In greco, come in ebraico, il termine “vento” e il termine “spirito” sono identici: c’è un’unica parola che esprime l’uno e l’altro.

Si comprende quindi come Gesù usi la parola “vento” per indicare non tanto la libertà dello spirito che va dove vuole, ma piuttosto per dire che lo Spirito è misterioso (e “misterioso” vuole dire che c’è, che ne vedi gli effetti, ma che non ne conosci né l’origine né la destinazione).

Così l’uomo che nasce dallo Spirito c’è, lo vedi e ne vedi anche gli effetti (perché lo spirito produce degli effetti concreti nella vita dell’uomo come amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà… cfr. Gal 5, 22) ma non sai da dove vengono. Non possono semplicemente venire dal carattere o dall’educazione, come Gesù non viene soltanto da Nazaret. L’uomo che nasce dallo Spirito viene da Dio e le sue parole e i suoi gesti si spiegano a partire da Dio. Dopo aver detto che l’uomo non può entrare nel Regno di Dio se non per un dono, per una nascita che è unicamente opera della grazia di Dio e dello Spirito, ora bisogna fare la parte di edificazione della vita dell’uomo.

Supposta questa nascita, che cosa significa vivere? Fondamentalmente significa credere.

Gesù si presenta come colui che sa, che ha visto e quindi parla e testimonia. Lui è l’unico testimone oculare delle cose del cielo perché:

«[13]Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo» (Gv 3, 13).

E l’atteggiamento dell’uomo di fronte a Gesù in che cosa consiste? Fondamentalmente nella fede.

«[14]E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, [15]perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (Gv 3, 14-15).

Notate: «bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato».

Egli è sceso da Dio, è entrato nella storia degli uomini per portare ad essi la rivelazione di Dio, la rivelazione dell’amore di Dio. Infatti tutta la rivelazione di Gesù Cristo vuole indicare che Dio è il Padre che ama.

Per questo bisogna che Gesù sia innalzato, per questo bisogna che vada in croce: perché deve portare la rivelazione alla sua pienezza trasformando tutta la sua vita in dono.

Abbiamo già detto che Gesù traduce il volto misterioso di Dio in parole; e in gesti umani, ma quali parole e quali gesti? Quelli di tutta la sua vita, ma soprattutto quelle della sua Passione, perché nel momento in cui Gesù perde la sua vita comunicandola e donandola, in quel momento Gesù rivela pienamente il volto del Padre, rivela che Dio è effettivamente amore.

Allora credere vuole dire “credere in Gesù” ma credere nel Gesù innalzato, credere nell’amore del Padre, in quell’amore del Padre che si è rivelato in Gesù. Alla rivelazione di Dio si risponde essenzialmente nella fede e nell’amore.

«[16]Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3, 16).

Per capire questa frase dobbiamo anzitutto contrapporre “Dio” e “mondo” come realtà che sono agli antipodi. Per “mondo” si intende non tanto la creazione, quanto una umanità che si è allontanata da Dio, una umanità ribelle, peccatrice, quella di cui parla S. Paolo nella lettera ai Romani quando scrive che Cristo “è morto per gli empi nel tempo stabilito”. Non vuol dire che è morto solo per gli empi e non per i giusti, ma che è morto per tutti perché dai giusti non ce n’erano. Gli uomini infatti erano, davanti a Dio, in una condizione di empietà. Ed è per questi uomini che Cristo è morto. «Dio infatti ha tanto amato il mondo», non solo quel mondo che è infinitamente lontano come la creatura dal Creatore, ma quel mondo che è infinitamente lontano come il peccatore dall’amore di Dio: quindi non solo lontano, ma in opposizione.

«[16]Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito».

La Bibbia di Gerusalemme in margine a questo, testo cita Genesi 22° dove si parla del sacrificio di Isacco.

«Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco» (Gen 22, 2).

Dio non dice semplicemente “Prendi Isacco e sacrificalo” ma dice “Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco». Ci sono quattro espressioni per indicare la persona che deve essere indicata, e queste quattro espressioni vogliono evidentemente indicare il legame profondissimo di affetto che unisce Abramo al figlio.

È a questo testo dell’Antico Testamento che Giovanni allude quando parla del Figlio unico di Dio, quello che è oggetto dell’amore pieno e della piena benevolenza da parte del Padre. Questo Figlio viene dorato agli uomini, al mondo, «perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna», riceva quindi, attraverso il Figlio, la vira e l’amore di Dio.

Questo brano continua:

«[18]Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio» (Gv 3, 18).

Per S. Giovanni ciò significa che nella fede e nella incredulità si gioca fin d’ora il giudizio. Giovanni infatti tende a vedere le realtà escatologiche come già presenti nella vita dell’uomo.

Questo non vuol dire che le realtà escatologiche non ci siano, ma vuol dire che esse non verranno all’improvviso capovolgendo le cose, ma che saranno semplicemente la manifestazione di ciò che fin d’ora è presente e operante nella vita dell’uomo.

Teniamo anche presente il versetto precedente cine dice:

«[17]Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Gv 3, 17).

Vediamo così che l’unico scopo di Dio, l’unica sua volontà è la salvezza. Dio non vuole la condanna e non manda il Figlio per condannare, ma per salvare. Rimane però questo fatto: siccome il Figlio è l’unica possibilità di salvezza per l’uomo, il rifiuto del Figlio significa rifiuto della salvezza e quindi significa condanna, significa “rimanere sotto la condanna” come dice S. Giovanni. L’uomo è sotto la condanna a motivo della sua condizione di peccato; gli viene offerta una possibilità di scampare a questa condanna attraverso la fede nell’amore di Dio che è la fede in Gesù Cristo. Da ciò si decide il senso totale, definitivo della sua vita.

Leghiamo questo discorso sulla fede a una piccola riflessione sul cap. 4, 1-42 di Giovanni che parla della Samaritana. Si dovrà leggere questo brano come un vero itinerario di fede.

Il capitolo è costruito come un ingresso sempre più ricco dentro al mistero di Gesù. All’inizio Gesù si presenta alla Samaritana e la donna lo riconosce nel modo più immediato e più semplice come un giudeo, cioè come un non-samaritano.

Poi la Samaritana si pone un interrogativo: siccome Gesù ha parlato di un’acqua viva, si chiede se Egli non sia più grande del padre Giacobbe. Non crede, di fatto, a questo dubbio, ma con una domanda di questo genere fa capire che forse dubita che ci sia qualcosa di più del solo viandante affaticato e assetato.

Quando poi Gesti dice a questa donna: «va a chiamare tuo marito» e le richiama i cinque mariti che ha avuto, la Samaritana risponde: «Signore, vedo che tu sei un profeta». Ed è il primo riconoscimento della identità soprannaturale di Gesù, perché la donna ha fatto l’esperienza tipica della fede che è quella di essere conosciuta. “Fede” infatti, vuol dire conoscere, ma fede vuoi dire, prima di tutto, essere conosciuti/ sapersi conosciuti da Cristo, sapere che non ci sono degli schermi che ci proteggano dal suo sguardo e dalla sua conoscenza.

Gesù poi si presenta alla Samaritana come un Messia e allora questa donna va a parlarne, sia pure in modo interrogativo, ai suoi concittadini:

«[29] Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?» (Gv 4, 29.).

E alla fine del brano i Samaritani fanno una professione di fede completa e piena «… noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo» (Gv 4, 42) – non solo salvatore di Israele, ma Salvatore del mondo intero).

Il cammino della fede, come ben si vede, viene messo in movimento da Gesù.

C’è questa donna che va ad attingere acqua al pozzo di Giacobbe; trova Gesù il quale le chiede da bere. La Samaritana si stupisce che un Giudeo chieda da bere a lei Samaritana.

«[4.10]Gesù le rispose: Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva».

Questa è la frase che mette in movimento l’atto della fede. Quando Gesù dice alla donna: «se tu conoscessi il dono di Dio», vuole dire che, se la donna desidera l’acqua del pozzo di Giacobbe perché ha sete, Gesù vuole dilatare questo desiderio per orientarlo verso qualcos’altro. «Se tu conoscessi il dono di Dio»,

Non c’è solo l’acqua del pozzo, come realtà che possa dare vista all’uomo, ma c’è molto di più: c’è un dono di Dio del quale bisogna diventare consapevoli, verso cui bisogna allargare il cuore.

Bisogna cioè che i desideri e i progetti dell’uomo vengano scardinati per lasciare spazio al progetto di Dio. Gesù non si presenta solo come colui che risponde ai desideri dell’uomo, ma prima di tutto come colui che dilata i desideri dell’uomo, partendo dalla condizione in cui l’uomo si trova.

Si serve infatti della samaritana, della sua sete, della sua inquietudine e insoddisfazione per allargare di più il suo desiderio, per introdurla nella percezione del dono di Dio.

E insieme bisogna diventare consapevoli della identità di chi dice “Dammi da bere”, perché colui che chiede da bere si presenta come un viandante assetato, come un mendicante. Bisogna invece imparare a vedere in Gesù il dono di Dio, bisogna sapere squarciare il velo della carne per cogliere nella carne di Gesù, nella umanità di Gesù, il dono stesso di Dio.

«(…) tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva» (Gv 10, 10).

Le parti così si capovolgono. Nel momento in cui la Samaritana diventa consapevole del dono di Dio e della identità di Gesù, ella, che è in grado di offrire da bere, diventerà invece la mendicante.

L’uomo deve rendersi conto di essere un mendicante. Si presenta come ricco, come chi ha a sua disposizione l’acqua del pozzo, la ricchezza, il potere e tutto ciò che serve per soddisfare i suoi desideri, ma deve imparare capovolgere la sua prospettiva. In realtà l’uomo possiede tutte queste cose, ma di fronte alla vita l’uomo è un mendicante se riesce a rendersene conto, allora comincia l’itinerario della fede, perché comprende che c’è qualcos’altro da desiderare.

Non riusciamo oggi a ripercorrere tutto il cammino della Samaritana, ma il punto di partenza, per S. Giovanni, deve essere questo.

Ritorniamo, a proposito, su una cosa appena accennata, ma sulla quale è bene insistere.

Gesù viene presentato da S. Giovanni come la risposta al desiderio dell’uomo, ma non al desiderio nativo dell’uomo, bensì al desiderio che Gesù stesso ha suscitato nel cuore dell’uomo. Gesù dunque non è la risposta ai nostri desideri, ma a Lui che sconvolge i nostri desideri e li fa diventare diversi, nuovi, che li arricchisce e li orienta verso un traguardo diverso per poi rispondervi. S. Giovanni nel suo Vangelo riporta spesso la formula “ Io sono” che se è usata in senso assoluto corrisponde al nome di Dio.

Ma questa formula è usata molto spesso anche col predicato (“Io sono” il pane della vita, la luce del mondo, il buon pastore, la porta delle pecore, la risurrezione e la vita, ecc). Queste esperienze si possono leggere in due modi:

  • come risposta alla domanda “Chi è Gesù?” e si risponde: “Gesù è il pane disceso dal cielo”;

  • ma si possono anche leggere a rovescio, anzi alcune debbono essere lette a rovescio. E allora alla domanda “Chi è il pane della vita” Gesù risponde: “Il pane della vita sono io”.

Si tratta dunque di vedere Gesù come colui che risponde alle attese dell’uomo, ai desideri dell’uomo, a quei desideri che la presenza stessa di Gesù suscita nel cuore dell’uomo.

Dovrebbe ora essere facile cogliere anche n rapporto tra la fede e l’amore. Credere in Gesù Cristo significa non soltanto credere in colui che è stato mandato dal Padre, ma credere nel fatto che la vita di Gesù Cristo esprime l’amore stesso del Padre, per S. Giovanni è molto importante che Gesù Cristo venga riconosciuto come il Figlio, perché se l’unità di Gesù con il Padre viene diminuita anche di poco, la rivelazione perde tutto il suo senso. Infatti o Gesù Cristo è davvero una cosa sola con il Padre (e allora quello che Gesù fa e dice rivela definitivamente il Padre) o Gesù è sì somigliante al Padre, ma resta lo spazio per una ulteriore rivelazione, più perfetta, che va al di là di Gesù Cristo.

Ma questo per S. Giovanni è radicalmente impossibile. Gesù è una cosa sola con il Padre e la fede è radicalmente legata a Lui perché il contenuto della fede è che: «Dio ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio unigenito» (Gv 3, 16).

La vita di Gesù è essenzialmente riassumibile nella espressione “Amore” perciò Dio è essenzialmente definibile attraverso la parola “amore”. Questo non c’è nel Vangelo; lo si trova invece nella prima lettera di S Giovanni per ben due volte: “Dio è amore”.

E quella espressione non è una vera e propria definizione di Dio, ma esprime l’esperienza che l’uomo ha avuto di Dio. In altri termini: quello che di Dio noi conosciamo lo abbiamo sperimentato attraverso il rapporto con Gesù. Che cosa abbiamo conosciuto nella rivelazione di Gesù? che Dio è amore. Allora la fede è fede nell’amore del Padre, è una vita fondata sulla fede è una vita che si apre radicalmente all’amore.

La preghiera sacerdotale di Gesù si conclude con queste parole:

«[24]Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato; poiché tu mi hai amato prima della creazione del mondo» (Gv 17, 24).

Prima di tutto c’è dunque un amore che, dal Padre, è donato al Figlio.

«[25]Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; questi sanno che tu mi hai mandato. [26]E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro» (Gv 17, 25-26).

Tutto il senso della preghiera e della vita di Gesù è di coinvolgere l’umanità dentro al mistero di amore che unisce il Padre al Figlio. È un amore che ha delle radici eterne, ma che vuole dilatarsi, che vuole assumere in sé l’esistenza dell’umanità intera.

«[24]Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me (…)perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro» (Gv 17, 24.26).

Quindi l’amore del Padre non può terminare nel Figlio, ma deve passare attraverso il Figlio per coinvolgere tutta l’umanità. Questo è lo scopo della missione di Gesù, questo è il progetto del Padre nei confronti di Gesù. La seconda parte del Vangelo di Giovanni inizia così:

«[1]Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13, 1).

La Bibbia di Gerusalemme fa notare che per la prima volta in questo testo S. Giovanni mette esplicitamente la vita la morte di Gesù sotto il segno del suo amore per gli uomini.

È come un segreto la cui piena rivelazione è riservata agli ultimi istanti. Da quel momento in poi il tema dell’amore di Gesù per i suoi è dominante, perché esprime l’interpretazione della Croce. Il Vangelo di Giovanni quando presenta i segni di Gesù li fa seguire spesso dai discorsi che interpretano i segni. Così, ad esempio, dopo la moltiplicazione dei pani c’è un lungo discorso che spiega che il vero pane della vita è Gesù. Nel caso della passione la spiegazione e il segno vengono capovolti: prima c’è la spiegazione e poi c’è il segno.

Il segno, che è la morte di Gesù, non è facile da comprendere: Può apparire come uno scandalo, una sconfitta, il fallimento di una vita.

La parola allora interpreta questo segno: «Prima della festa di Pasqua, sapendo… li arò sino alla fine».

Nella festa di Pasqua Gesù deve passare da questo mondo al Padre. E’ questo il vero passaggio. Ma la forza che permette a Gesù di compiere il suo passaggio è l’amore.

Gesù è passato da questo mondo al Padre amando i suoi amandoli fino al dono della sua vita. Evidentemente questa non è solo la sua strada, ma diventa anche la nostra. Se lui è “la via”, la strada che conduce da questo mondo verso Dio è Lui stesso: «ha amato i suoi sino alla fine».

“Sino alla fine”, non vuol dire fino ai termine, ma fino al “compimento”, fino alla perfezione. Tutto dunque viene riletto atta luce della dimensione fondamentale dell’amore.

Ora, per capire bene, non si dovrebbe partire dall’amore di Gesù per il Padre o per i suoi, ma dall’amore del Padre per Gesù. Infatti l’amore con cui Gesù ci ha amato non è altro che la manifestazione, la dilatazione dell’amore con cui il Padre ha amato Gesù e ha donato a Gesù ogni cosa (per il Padre esistere significa donarsi totalmente al Figlio).

«[35]Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa» (Gv 3, 35).

E “ogni cosa” vuol dire che la conoscenza di Dio viene comunicata pienamente al mondo attraverso Gesù Cristo.

«[20]Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, e voi ne resterete meravigliati» (Gv 5, 20).

«[21]Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi vuole» (Gv 5, 21).

Anche in questi versetti si sottolinea che l’amore con cui il Padre ama il Figlio si esprime in un dono totale di se. Il Padre dona al Figlio anche quelle che sono le sue caratteristiche: dare la vita e giudicare.

Questo amore conduce tutta la vita di Gesù e si compie nella sua obbedienza.

«[17]Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. [18]Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio» (Gv 10, 17-18.

Ricevere tutto dal Padre vuol dire per Gesù non affermare un suo potere tirannico sul mondo (che lo collocherebbe in direzione opposta a quella dell’amore del Padre), ma vuol dire donare se stesso, quindi trasformare la propria vita in dono. Cosciente e sicuro dell’amore del Padre, Gesù è in grado di trasformare la sua vita umana in dono totale e irrevocabile.

«[9]Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. [10]Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. [11]Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. [12]Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. [13]Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 9-13).

La struttura è evidente: il Padre ama il Figlio e gli dona tutto se stesso. Il Figlio ama i suoi e dona la vita perché non c’è amore più grande che il dare la vita. Ma appunto per questo i suoi debbono amarsi gli uni gli altri. Non possono interrompere quel flusso di amore che, partendo dal Padre, deve giungere a tutti gli uomini. Gesù ha ricevuto dal Padre l’amore, la forza di donare se stesso e questa forza il Figlio la comunica ai suoi. per cui quando si legge “amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato” il “come” deve essere inteso con valore causale (cioè “perché io vi ho amati”).

In Gv 13 Gesù consegna ai suoi discepoli questo comando come il suo comandamento. Il capitolo termina con queste parole:

«[33]Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete, ma come ho già detto ai Giudei, lo dico ora anche a voi: dove vado io voi non potete venire. [34]Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. [35]Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 33-35).

In questi versetti vediamo prima di tutto l’annuncio del distacco: «dove vado io voi non potete venire» e questo è fondamentale per capire il comandamento che deve in qualche modo supplire all’essenza di Gesù. Finora il gruppo dei discepoli era il gruppo unito dall’amore di Gesù, cioè era l’amore del Signore per loro che li faceva essere una cosa sola. Adesso viene meno la presenza fisica e immediata di Gesù.

Perciò l’amore fraterna sostituisce la presenza di Gesù perché non è il surrogato dell’amore di Gesù, ma viene da Gesù. è la presenza del suo amore anche quando Gesù non c’è.

Quello che viene comunicato ai discepoli è quindi una vera e propria presenza del Signore nella sua forza di amore.

«Vi do un comandamento nuovo».

L’aggettivo “nuovo” significa almeno due cose:

  • è nuovo rispetto a tutto quello che c’era prima, perché trae la sua origine dalla morte di Gesù in Croce, quindi è qualche cosa di originale e mai visto prima.

  • ma è nuovo anche nel senso che è il comandamento escatologico, cioè il comandamento definitivo che non appartiene a una storia che passa.

Questo comandamento è nella storia, ma non è il frutto della cultura umana, bensì della rivelazione di Dio: perciò ha la sua radice in Dio stesso. Per questo è definitivo ed escatologico: non invecchierà e non passerà.

«che vi amiate gli uni gli altri».

Dicevamo prima che l’amore del Padre ha reso capace Gesù di fare della sua vita un dono. L’amore di Gesù deve rendere capaci anche i discepoli di fare della loro vita un dono. Gesù non dà una specie di modello esterno, ma suscita la forza dell’amore fraterno.

«[13.35]Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri»

La qualità di questo amore è così tipica, così caratteristica da diventare una testimonianza, una rivelazione di Gesù e dellà sua presenza in mezzo ai discepoli.

Dove c’è questo amore, c’è il Signore.

Fisicamente non sarà visibile, ma c’è effettivamente la continuità del suo amore.

Come la presenza di Gesù rendeva presente il Padre (“chi vede me, vede il Padre”) così dove c’è una comunità cristiana che viva l’amore fraterno, li c’è il Signore.

Si capisce perciò come in “fede” e “Amore” ci sia il succo della vita cristiana.

Nella prima Lettera S. Giovanni darà proprio questo precetto come unico comandamento di Gesù:

«[23]Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato» (1 Gv 3, 23).

È dunque un comandamento solo: che crediamo e che ci amiamo. L’amore che riceviamo attraverso Cristo deve realizzare l’amare fraterno nel quale c’è il traguardo della esistenza cristiana.

Si può dire che dove c’è l’amore fraterno, l’amore di Dio ha raggiunto il suo scopo e perciò è veramente perfetto.

Testo da registrazione – non rivisto dal relatore – U.C.I.I.M – Sezione di Reggio E. – Via Prevostura 4 –

CREDO, LE VERITA’ FONDAMENTALI DELLA FEDE

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UNA PAROLA PER TE: il capitolo 3 del Vangelo secondo Giovanni:

Vangelo secondo Giovanni – 3

1Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei. 2Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui».
3Gli rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio».
4Gli disse Nicodèmo: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». 5Rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. 6Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. 7Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. 8Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito».
9Gli replicò Nicodèmo: «Come può accadere questo?». 10Gli rispose Gesù: «Tu sei maestro d’Israele e non conosci queste cose? 11In verità, in verità io ti dico: noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. 12Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? 13Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. 14E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, 15perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
16Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
19E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. 20Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. 21Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».
22Dopo queste cose, Gesù andò con i suoi discepoli nella regione della Giudea, e là si tratteneva con loro e battezzava. 23Anche Giovanni battezzava a Ennòn, vicino a Salìm, perché là c’era molta acqua; e la gente andava a farsi battezzare. 24Giovanni, infatti, non era ancora stato gettato in prigione.
25Nacque allora una discussione tra i discepoli di Giovanni e un Giudeo riguardo alla purificazione rituale. 26Andarono da Giovanni e gli dissero: «Rabbì, colui che era con te dall’altra parte del Giordano e al quale hai dato testimonianza, ecco, sta battezzando e tutti accorrono a lui». 27Giovanni rispose: «Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stata data dal cielo. 28Voi stessi mi siete testimoni che io ho detto: “Non sono io il Cristo”, ma: “Sono stato mandato avanti a lui”. 29Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. 30Lui deve crescere; io, invece, diminuire».
31Chi viene dall’alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla secondo la terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. 32Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza. 33Chi ne accetta la testimonianza, conferma che Dio è veritiero. 34Colui infatti che Dio ha mandato dice le parole di Dio: senza misura egli dà lo Spirito. 35Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. 36Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui.

I SIMBOLI DELLA FEDE

SEZIONE SECONDA – LA PROFESSIONE DELLA FEDE CRISTIANA

I SIMBOLI DELLA FEDE

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Chi dice “Io credo”, dice “Io aderisco a ciò che noi crediamo”.

La comunione nella fede richiede un linguaggio comune della fede, normativo per tutti e che unisca nella medesima confessione di fede.

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Fin dalle origini, la Chiesa apostolica ha espresso e trasmesso la propria fede in formule brevi e normative per tutti [Cf Rm 10,9; 1Cor 15,3-5 ]. Ma molto presto la Chiesa ha anche voluto riunire l’essenziale della sua fede in compendi organici e articolati, destinati in particolare ai candidati al Battesimo.

Il simbolo della fede non fu composto secondo opinioni umane, ma consiste nella raccolta dei punti salienti, scelti da tutta la Scrittura, così da dare una dottrina completa della fede. E come il seme della senape racchiude in un granellino molti rami, così questo compendio della fede racchiude tutta la conoscenza della vera pietà contenuta nell’Antico e nel Nuovo Testamento [San Cirillo di Gerusalemme, Catecheses illuminandorum, 5, 12: PG 33, 521-524].

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Tali sintesi della fede vengono chiamate “professioni di fede”, perché riassumono la fede professata dai cristiani. Vengono chiamate “Credo” a motivo di quella che normalmente ne è la prima parola: “Io credo”. Sono anche dette “Simboli della fede”.

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La parola greca “symbolon” indicava la metà di un oggetto spezzato (per esempio un sigillo) che veniva presentato come un segno di riconoscimento. Le parti rotte venivano ricomposte per verificare l’identità di chi le portava. Il “Simbolo della fede” è quindi un segno di riconoscimento e di comunione tra i credenti. “Symbolon” passò poi a significare raccolta, collezione o sommario. Il “Simbolo della fede” è la raccolta delle principali verità della fede. Da qui deriva il fatto che esso costituisce il primo e fondamentale punto di riferimento della catechesi.

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La prima “professione di fede” si fa al momento del Battesimo.

Il “Simbolo della fede” è innanzi tutto il Simbolo battesimale. Poiché il Battesimo viene dato “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” ( Mt 28,19 ), le verità di fede professate al momento del Battesimo sono articolate in base al loro riferimento alle tre Persone della Santa Trinità.

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Il Simbolo è quindi diviso in tre parti: “La prima è consacrata allo studio di Dio Padre e dell’opera mirabile della creazione; la seconda allo studio di Gesù Cristo e del Mistero della Redenzione; la terza allo studio dello Spirito Santo, principio e sorgente della nostra santificazione [Catechismo Romano, 1, 1, 3]. Sono questi “i tre capitoli del nostro sigillo (battesimale)” [Sant’Ireneo di Lione, Demonstratio apostolica, 100].

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“Queste tre parti sono distinte, sebbene legate tra loro. In base a un paragone spesso usato dai Padri, noi li chiamiamo articoli. Infatti, come nelle nostre membra ci sono certe articolazioni che le distinguono e le separano, così, in questa professione di fede, giustamente e a buon diritto si è data la denominazione di articoli alle verità che dobbiamo credere in particolare e in maniera distinta” [Catechismo Romano, 1, 1, 4]. Secondo un’antica tradizione, attestata già da sant’Ambrogio, si è anche soliti contare dodici articoli del Credo, simboleggiando con il numero degli Apostoli l’insieme della fede apostolica [Cf Sant’Ambrogio, Explanatio Symboli, 8: PL 17, 1158D].

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Nel corso dei secoli si sono avute numerose professioni o simboli della fede, in risposta ai bisogni delle diverse epoche: i simboli delle varie Chiese apostoliche e antiche, [Cf Denz. -Schönm. , 1-64] il Simbolo “Quicumque”, detto di Sant’Atanasio, [Cf ibid. , 75-76] le professioni di fede di certi Concili, [Concilio di Toledo XI (675): Denz. -Schönm., 525-541; Concilio Lateranense IV (1215): Denz. -Schönm., 800-802; Concilio di Lione II (1274): Denz. -Schönm., 851-861; Pio IV, Bolla Iniunctum nobis: Denz. -Schönm., 1862-1870] o di alcuni Pontefici, come: la “fides Damasi” [Cf Denz. -Schönm., 71-72] o “Il Credo del Popolo di Dio” di Paolo VI (1968).

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Nessuno dei Simboli delle diverse tappe della vita della Chiesa può essere considerato sorpassato ed inutile. Essi ci aiutano a vivere e ad approfondire oggi la fede di sempre attraverso i vari compendi che ne sono stati fatti. Fra tutti i Simboli della fede, due occupano un posto specialissimo nella vita della Chiesa:

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Il Simbolo degli Apostoli, così chiamato perché a buon diritto è ritenuto il riassunto fedele della fede degli Apostoli. E’ l’antico Simbolo battesimale della Chiesa di Roma. La sua grande autorità gli deriva da questo fatto: “E’ il Simbolo accolto dalla Chiesa di Roma, dove ebbe la sua sede Pietro, il primo tra gli Apostoli, e dove egli portò l’espressione della fede comune” [Sant’Ambrogio, Explanatio Symboli, 7: PL 17, 1158D].

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Il Simbolo detto di Nicea-Costantinopoli, il quale trae la sua grande autorità dal fatto di essere frutto dei primi due Concili Ecumenici (325 e 381). E’ tuttora comune a tutte le grandi Chiese dell’Oriente e dell’Occidente.

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La nostra esposizione della fede seguirà il Simbolo degli Apostoli, che rappresenta, per così dire, “il più antico catechismo romano”. L’esposizione però sarà completata con costanti riferimenti al Simbolo di Nicea-Costantinopoli, in molti punti più esplicito e più dettagliato.

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Come al giorno del nostro Battesimo, quando tutta la nostra vita è stata affidata alla regola dell’insegnamento, [Cf Rm 6,17 ] accogliamo il Simbolo della nostra fede, la quale dà la vita. Recitare con fede il Credo, significa entrare in comunione con Dio, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, ed anche con tutta la Chiesa che ci trasmette la fede e nel seno della quale noi crediamo:

Questo Simbolo è un sigillo spirituale, è la meditazione del nostro cuore e ne è come una difesa sempre presente: senza dubbio è il tesoro che custodiamo nel nostro animo [Sant’Ambrogio, Explanatio Symboli, 1: PL 17, 1155C].

Spesso noi onoriamo Dio a parole,ma il nostro cuore è lontano da Lui

Matteo 15

1 In quel tempo vennero a Gesù da Gerusalemme alcuni farisei e alcuni scribi e gli dissero: 2 «Perché i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione degli antichi? Poiché non si lavano le mani quando prendono cibo!». 3 Ed egli rispose loro: «Perché voi trasgredite il comandamento di Dio in nome della vostra tradizione? 4 Dio ha detto:
Onora il padre e la madre
e inoltre:
Chi maledice il padre e la madre sia messo a morte.
5 Invece voi asserite: Chiunque dice al padre o alla madre: Ciò con cui ti dovrei aiutare è offerto a Dio, 6 non è più tenuto a onorare suo padre o sua madre. Così avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione. 7 Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo:
8 Questo popolo mi onora con le labbra
ma il suo cuore è lontano da me.
9 Invano essi mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini
».

10 Poi riunita la folla disse: «Ascoltate e intendete! 11 Non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo!».
12 Allora i discepoli gli si accostarono per dirgli: «Sai che i farisei si sono scandalizzati nel sentire queste parole?». 13 Ed egli rispose: «Ogni pianta che non è stata piantata dal mio Padre celeste sarà sradicata. 14 Lasciateli! Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!». 15 Pietro allora gli disse: «Spiegaci questa parabola». 16 Ed egli rispose: «Anche voi siete ancora senza intelletto? 17 Non capite che tutto ciò che entra nella bocca, passa nel ventre e va a finire nella fogna? 18 Invece ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore. Questo rende immondo l’uomo. 19 Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. 20 Queste sono le cose che rendono immondo l’uomo, ma il mangiare senza lavarsi le mani non rende immondo l’uomo».
21 Partito di là, Gesù si diresse verso le parti di Tiro e Sidone. 22 Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio». 23 Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i discepoli gli si accostarono implorando: «Esaudiscila, vedi come ci grida dietro». 24 Ma egli rispose: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele». 25 Ma quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: «Signore, aiutami!». 26 Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini». 27 «È vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». 28 Allora Gesù le replicò: «Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.
29 Allontanatosi di là, Gesù giunse presso il mare di Galilea e, salito sul monte, si fermò là. 30 Attorno a lui si radunò molta folla recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi, ed egli li guarì. 31 E la folla era piena di stupore nel vedere i muti che parlavano, gli storpi raddrizzati, gli zoppi che camminavano e i ciechi che vedevano. E glorificava il Dio di Israele.
32 Allora Gesù chiamò a sé i discepoli e disse: «Sento compassione di questa folla: ormai da tre giorni mi vengono dietro e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non svengano lungo la strada». 33 E i discepoli gli dissero: «Dove potremo noi trovare in un deserto tanti pani da sfamare una folla così grande?». 34 Ma Gesù domandò: «Quanti pani avete?». Risposero: «Sette, e pochi pesciolini». 35 Dopo aver ordinato alla folla di sedersi per terra, 36 Gesù prese i sette pani e i pesci, rese grazie, li spezzò, li dava ai discepoli, e i discepoli li distribuivano alla folla. 37 Tutti mangiarono e furono saziati. Dei pezzi avanzati portarono via sette sporte piene. 38 Quelli che avevano mangiato erano quattromila uomini, senza contare le donne e i bambini. 39 Congedata la folla, Gesù salì sulla barca e andò nella regione di Magadàn.

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Anche se noi siamo deboli nella fede,Egli rimane fedele

Dalla Parola del giorno – Fede e Fedeltà di Dio

Scongiurali, davanti a Dio, di evitare le vane discussioni che non giovano a nulla, se non alla perdizione di chi le ascolta.

Come vivere questa Parola?

Paolo ha ricordato a Timoteo, suo discepolo e collaboratore nell’evangelizzazione, che Gesù è risuscitato dai morti ed è per Lui che egli soffre la prigionia. Però, aggiunge con l’audacia di chi crede, “la Parola di Dio non è incatenata”. E con la forza di questa Parola Paolo “sopporta ogni cosa” perché, in Cristo Gesù, siano molti gli eletti: quelli cioè che accettano di “morire” al male (che sono tutte le spinte egoiche) dentro e fuori di noi e di “perseverare” con Lui nell’amore. Ancora afferma che, pur se noi a volte siamo deboli nella fede, Egli “rimane fedele”. Ed è questa la certezza che dà senso a tutto! Ma allora, se è questo quello che conta, perché dar corda a discussioni: causa o frutto della nostra bellicosità egoica? L’apostolo è perentorio e fortissimo nel dire “Scongiurali davanti a Dio”. E varrà la pena di tenerne conto perché, se vogliamo essere davvero seguaci e testimoni di Gesù Cristo per tanti sconosciuto, da molti ignorato e da molti malamente inteso dentro le confusioni e le menzogne massmediali, bisogna che, anzitutto, viviamo la bellezza del suo precetto: “Da questo capiranno che siete miei discepoli, se vi amate”. E allora via, assolutamente al bando, le “vane discussioni” che dividono i cuori, le famiglie, le parrocchie, le comunità, la Chie-sa.

Oggi, nella mia pausa contemplativa, mi soffermo sulla verità solare della fedeltà di Dio nei miei confronti. Egli non tiene conto della mia fragilità, dovrei io perdere la pace perché altri dissente da quello che io penso e dico?

Signore, rendimi cosciente che io non sono mai detentore della verità tutta intera. Fammi uomo, donna di pace che con la parola e con la vita alimenta l’unione, mai la divisione-perdizione.

La voce di un Padre apostolico

Perché ci sono tra voi la contesa, il dissenso, la divisione, la guerra? Non abbiamo un solo Dio, un solo Cristo, un solo Spirito di carità diffuso sopra di noi, un’unica vocazione al cristianesimo? Perché strappiamo e laceriamo le membra di Cristo, e ci rivolgiamo contro il nostro proprio corpo, giungendo a tale eccesso di pazzia da dimenticarci che siamo membra gli uni degli altri?
San Clemente

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Sappiamo infatti che la legge è spirituale, mentre io sono di carne, venduto come schiavo del peccato

Romani 7

1 O forse ignorate, fratelli – parlo a gente esperta di legge – che la legge ha potere sull’uomo solo per il tempo in cui egli vive? 2 La donna sposata, infatti, è legata dalla legge al marito finché egli vive; ma se il marito muore, è libera dalla legge che la lega al marito. 3 Essa sarà dunque chiamata adultera se, mentre vive il marito, passa a un altro uomo, ma se il marito muore, essa è libera dalla legge e non è più adultera se passa a un altro uomo. 4 Alla stessa maniera, fratelli miei, anche voi, mediante il corpo di Cristo, siete stati messi a morte quanto alla legge, per appartenere ad un altro, cioè a colui che fu risuscitato dai morti, affinché noi portiamo frutti per Dio. 5 Quando infatti eravamo nella carne, le passioni peccaminose, stimolate dalla legge, si scatenavano nelle nostre membra al fine di portare frutti per la morte. 6 Ora però siamo stati liberati dalla legge, essendo morti a ciò che ci teneva prigionieri, per servire nel regime nuovo dello Spirito e non nel regime vecchio della lettera.
7 Che diremo dunque? Che la legge è peccato? No certamente! Però io non ho conosciuto il peccato se non per la legge, né avrei conosciuto la concupiscenza, se la legge non avesse detto: Non desiderare. 8 Prendendo pertanto occasione da questo comandamento, il peccato scatenò in me ogni sorta di desideri. Senza la legge infatti il peccato è morto 9 e io un tempo vivevo senza la legge. Ma, sopraggiunto quel comandamento, il peccato ha preso vita 10 e io sono morto; la legge, che doveva servire per la vita, è divenuta per me motivo di morte. 11 Il peccato infatti, prendendo occasione dal comandamento, mi ha sedotto e per mezzo di esso mi ha dato la morte. 12 Così la legge è santa e santo e giusto e buono è il comandamento. 13 Ciò che è bene è allora diventato morte per me? No davvero! È invece il peccato: esso per rivelarsi peccato mi ha dato la morte servendosi di ciò che è bene, perché il peccato apparisse oltre misura peccaminoso per mezzo del comandamento.
14 Sappiamo infatti che la legge è spirituale, mentre io sono di carne, venduto come schiavo del peccato. 15 Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. 16 Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; 17 quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. 18 Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; 19 infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. 20 Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. 21 Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. 22 Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, 23 ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. 24 Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? 25 Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore! Io dunque, con la mente, servo la legge di Dio, con la carne invece la legge del peccato.

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Il Canto della Fede,dalla Lettera agl Ebrei

Ebrei 11

1 La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono. 2 Per mezzo di questa fede gli antichi ricevettero buona testimonianza.
3 Per fede noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sì che da cose non visibili ha preso origine quello che si vede.
4 Per fede Abele offrì a Dio un sacrificio migliore di quello di Caino e in base ad essa fu dichiarato giusto, attestando Dio stesso di gradire i suoi doni; per essa, benché morto, parla ancora.
5 Per fede Enoch fu trasportato via, in modo da non vedere la morte; e non lo si trovò più, perché Dio lo aveva portato via. Prima infatti di essere trasportato via, ricevette la testimonianza di essere stato gradito a Dio. 6 Senza la fede però è impossibile essergli graditi; chi infatti s’accosta a Dio deve credere che egli esiste e che egli ricompensa coloro che lo cercano.
7 Per fede Noè, avvertito divinamente di cose che ancora non si vedevano, costruì con pio timore un’arca a salvezza della sua famiglia; e per questa fede condannò il mondo e divenne erede della giustizia secondo la fede.
8 Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava.
9 Per fede soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. 10 Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso.

11 Per fede anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre perché ritenne fedele colui che glielo aveva promesso. 12 Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia innumerevole che si trova lungo la spiaggia del mare.
13 Nella fede morirono tutti costoro, pur non avendo conseguito i beni promessi, ma avendoli solo veduti e salutati di lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sopra la terra. 14 Chi dice così, infatti, dimostra di essere alla ricerca di una patria. 15 Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto possibilità di ritornarvi; 16 ora invece essi aspirano a una migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non disdegna di chiamarsi loro Dio: ha preparato infatti per loro una città.
17 Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unico figlio, 18 del quale era stato detto: In Isacco avrai una discendenza che porterà il tuo nome. 19 Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe e fu come un simbolo.
20 Per fede Isacco benedisse Giacobbe ed Esaù anche riguardo a cose future.
21 Per fede Giacobbe, morente, benedisse ciascuno dei figli di Giuseppe e si prostrò, appoggiandosi all’estremità del bastone.
22 Per fede Giuseppe, alla fine della vita, parlò dell’esodo dei figli d’Israele e diede disposizioni circa le proprie ossa.
23 Per fede Mosè, appena nato, fu tenuto nascosto per tre mesi dai suoi genitori, perché videro che il bambino era bello; e non ebbero paura dell’editto del re.

24 Per fede Mosè, divenuto adulto, rifiutò di esser chiamato figlio della figlia del faraone, 25 preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio piuttosto che godere per breve tempo del peccato. 26 Questo perché stimava l’obbrobrio di Cristo ricchezza maggiore dei tesori d’Egitto; guardava infatti alla ricompensa.
27 Per fede lasciò l’Egitto, senza temere l’ira del re; rimase infatti saldo, come se vedesse l’invisibile.
28 Per fede celebrò la pasqua e fece l’aspersione del sangue, perché lo sterminatore dei primogeniti non toccasse quelli degli Israeliti.
29 Per fede attraversarono il Mare Rosso come fosse terra asciutta; questo tentarono di fare anche gli Egiziani, ma furono inghiottiti.
30 Per fede caddero le mura di Gerico, dopo che ne avevano fatto il giro per sette giorni.
31 Per fede Raab, la prostituta, non perì con gl’increduli, avendo accolto con benevolenza gli esploratori.
32 E che dirò ancora? Mi mancherebbe il tempo, se volessi narrare di Gedeone, di Barak, di Sansone, di Iefte, di Davide, di Samuele e dei profeti, 33 i quali per fede conquistarono regni, esercitarono la giustizia, conseguirono le promesse, chiusero le fauci dei leoni, 34 spensero la violenza del fuoco, scamparono al taglio della spada, trovarono forza dalla loro debolezza, divennero forti in guerra, respinsero invasioni di stranieri. 35 Alcune donne riacquistarono per risurrezione i loro morti. Altri poi furono torturati, non accettando la liberazione loro offerta, per ottenere una migliore risurrezione. 36 Altri, infine, subirono scherni e flagelli, catene e prigionia. 37 Furono lapidati, torturati, segati, furono uccisi di spada, andarono in giro coperti di pelli di pecora e di capra, bisognosi, tribolati, maltrattati – 38 di loro il mondo non era degno! -, vaganti per i deserti, sui monti, tra le caverne e le spelonche della terra.
39 Eppure, tutti costoro, pur avendo ricevuto per la loro fede una buona testimonianza, non conseguirono la promessa: 40 Dio aveva in vista qualcosa di meglio per noi, perché essi non ottenessero la perfezione senza di noi.

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Il Credente non è un credulone: non si può deridere chi crede!

Se con costanza e serietà leggiamo anche solo un manuale di apologetica,che è la scienza che cerca e difende le ragioni della fede,ci accorgiamo subito che credere è molto ragionevole. Da 2000 anni sono state scritte intere biblioteche su questo argomento,e le menti più grandi e illuminate hanno cercato tutte le ragioni della Fede. Ma la fede in Cristo non riguarda un personaggio del passato,ma il Dio Vivente,oggi,con te! E questo Dio in 2000 anni ha operato grandi miracoli,si è mostrato nelle estasi e nelle visioni dei santi,e nelle miriadi di apparizioni della Santa Vergine,nonchè in tutti i Miracoli Eucaristici. Cosicchè la fede non è un mero raziocinio del passato,ma si fonda su una miriade di fatti confermati e inoppugnabili. Eppure tutto questo non basterebbe,se questo grande Dio non si manifestasse ogni giorno nella vita di ogni uomo,nella mia come nella tua vita. E se anche milioni di persone lo negano,miliardi di persone lo affermano,ed io credo più a chi ha visto che a chi non vede! Riposa dunque tranquillo,perchè la tua fede è fondata sulla roccia granitica di una Vita Universale che si manifesta in tutti i modi,e in tutto ciò che esiste!

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La Fede, prima Virtù Teologale: Che cos’è ?

Che cosa è la fede? Necessità della fede. Perché la fede è necessaria? Fondamenti della fede o motivi di credibilità. Eccellenza della fede. Meraviglie della fede. Vantaggi della fede. Qualità della fede: dev’essere ferma; dev’essere. intera; dev’essere umile e docile; dev’essere viva. Mezzi per avere la fede e per crescere in essa.

 

1. Che cosa è la fede?
2. Necessità della fede.
3. Perché la fede è necessaria?
4. Fondamenti della fede o motivi di credibilità.
5. Eccellenza della fede.
6. Meraviglie della fede.
7. Vantaggi della fede.
8. Qualità della fede: 1° Dev’essere ferma; 2° Dev’essere. intera; 3° Dev’essere umile e docile; 4° Dev’essere viva.
9. Mezzi per avere la fede e per crescere in essa.
 
 1. CHE COSA È LA FEDE? – S. Paolo nella sua Epistola agli Ebrei dice: «La fede è la sostanza di tutte quelle cose che si devono sperare, dimostrazione di quelle che non si vedono» (XI, 1). Appoggiato a queste parole, il Crisostomo chiama la fede, convinzione e certezza di ciò che si spera, come se già si possedesse, perché Dio ha parlato (In Homil. ad Hebr.). «La fede, dice S. Agostino, è credere quello che non si vede, e la ricompensa della fede sarà vedere quello che si è creduto (Tract. XXVII, in Ioann.)».
 La Chiesa poi definisce la fede: una virtù soprannaturale per mezzo della quale noi crediamo in Dio e a tutto ciò che Dio ha rivelato alla santa Chiesa, e per mezzo della Chiesa a noi (Catech.).

 2. NECESSITÀ DELLA FEDE. – «Procuratevi, diceva un giorno Gesù Cristo ai Giudei, non quel cibo che passa, ma quello che dura sino alla vita eterna, il quale vi sarà dato dal Figliuolo dell’uomo. Poiché in lui impresse il suo sigillo Dio Padre. E avendo essi domandato: Che faremo noi per praticare opere grate a Dio? Gesù rispose: Opera grata a Dio è, che crediate in colui ch’egli ha mandato» (IOANN. VI, 29). Ed è opera talmente grata a Dio, che S. Paolo ci assicura, che è impossibile piacere a Dio senza la fede; quindi è necessario che chi vuole accostarsi a Dio, creda ch’egli esiste e che ricompensa coloro i quali lo cercano (Hebr. XI, 6).
 Negli Atti Apostolici si legge che tutti quelli i quali erano predestinati alla vita eterna, cedettero (XIII, 48); e Gesù Cristo asserì che chi non crede è già giudicato (IOANN. III, 18). Da ciò si rileva che per essere salvo bisogna credere. « Senza la fede, dice S. Agostino, la vita non è né buona, né retta, né nobile (Tract. in Joann.)».
 «Il fine della legge è Cristo, scrive S. Paolo, per rendere giusto ogni credente» (Rom. X, 4). «Il fine, cioè, la perfezione della legge, osserva S. Anselmo, è Gesù Cristo, perché senza la fede in lui la legge non poté né può essere adempita» (Monolog.).
 Gli Ebrei, che non vollero credere, non entrarono nella terra promessa: i Giudei, che non prestarono fede al Redentore, non compresero più né la legge né i profeti. A causa della loro incredulità, come dice S. Paolo, i Giudei furono spezzati, e i Cristiani stanno fermi per la fede (Rom. XI, 20). Perciò S. Agostino sentenzia: «Chi abbandona la fede, non è più su la retta strada (Tract. in Joann) ».
 «Il giusto vive della fede», dice S. Paolo agli Ebrei (X, 38). È dunque necessaria la fede per essere giusto; ci vuole la fede per vivere; e se non vive se non chi ha la fede, chi non l’ha è morto… Gesù disse di propria bocca: «Chi non crede, sarà condannato» (MARC. XVI, 16).

 3. PERCHÈ LA FEDE È NECESSARIA? – 1° Chi oserà sostenere che la ragione ci fornisce sufficiente lume intorno alla morale e specialmente intorno al dogma, e che sono perciò inutili la rivelazione e la fede nella rivelazione? Difatti primieramente soltanto la fede può indicarci la vera causa della nostra corruzione e mostrarci il rimedio ai nostri mali…; 2° essa sola può farci conoscere il nostro ultimo fine e condurvici…; 3° essa sola è capace di preservarci da molti errori capitali, contrari alla legge medesima di natura, i quali si trovano mescolati tra le belle massime enunciate dai filosofi pagani…; 4° essa sola possiede il segreto delle virtù più essenziali e necessarie al nostro benessere, quali l’umiltà, il distacco da se medesimo, l’amore dei nemici, il perdono delle ingiurie, la rassegnazione alla volontà di Dio, la purità, la verginità, e simili. Qualche pagano accenna pure a queste virtù, ma il parlarne ch’essi fanno, proviene dall’averne già essi avuto sentore per via del Cristianesimo, e per di più non ne recano poi motivi sufficienti a indurci a praticarle… Chi giunse mai a conoscere, senza la fede, la creazione, la redenzione, Dio medesimo?… .
 
 4. FONDAMENTI DELLA FEDE O MOTIVI DI CREDIBILITÀ. – 1° La parola di Dio nell’antico Testamento. Ha Dio parlato agli uomini, ha egli manifestato i suoi voleri? Se Dio ha parlato, bisogna di necessità credergli, perché Dio non può né ingannare, né ingannarsi, né essere ingannato. Ora Dio ha parlato, ha fatto intendere i suoi voleri ai patriarchi… ai profeti… I miracoli innumerevoli e pubblici sono monumento perpetuo a farne testimonianza, insieme alle più autentiche profezie…, all’attestazione del popolo Giudeo…, e perfino dei pagani… Ciro…, Nabucodonosor…, Dario…,ecc.
 2° La parola di Dio nel nuovo Testamento è il fondamento della nostra fede; Gesù Cristo è veramente il Messia promesso; egli l’ha provato con molti autentici miracoli…; l’ha provato con l’adempimento di tutte le profezie…; lo prova con le sue proprie profezie…; lo prova con la sua morale divina…
 3° La nostra fede ha per sua base la stabilità e l’infallibilità della Chiesa; i suoi benefizi e le sue meraviglie; i suoi apostoli, i suoi martiri, i suoi dottori, i suoi santi di tutti i secoli.
 4° Essa produrrebbe, in caso di bisogno, per propria giustificazione, il consenso unanime ed universale degli uomini, le confessioni e gli omaggi dei nemici medesimi della fede, l’attestazione dei monumenti.

 5. ECCELLENZA DELLA FEDE. – La Sapienza chiama il dono della fede, un dono singolare, un dono eletto (III, 14).
 Se conoscete Gesù, se a lui credete, dice un autore, questo basta, ancorché ignoraste tutto il resto; se al contrario, sapete tutto il resto, ma ignorate Gesù, è come se non sapeste nulla. Al presente, dice S. Agostino, noi amiamo credendo quel che vedremo; allora ameremo vedendo quello che abbiamo creduto (De Spiritu et Littera).
 La fede è il principio della visione beatifica nella quale consiste la vita e la felicità eterna; poiché la fede genera la speranza; la speranza suscita la carità; la carità produce le buone opere, per mezzo delle quali noi meritiamo la vita eterna… Perciò S. Agostino dice a encomio della fede: che Dio ha riposto la giustificazione non nella legge, ma nella fede in Gesù Cristo. Mosè per la giustizia legale ha promesso ai giusti secondo la legge, non più che la vita temporale; mentre Dio ha promesso alla giustizia della fede, ossia ai giusti secondo la fede, la salute e la vita eterna (Serm. XVIII).
Credete in Dio, leggiamo nell’Ecclesiastico, e non vi mancherà mai nulla (II, 6). Ora, che cosa vuol dire credere in Dio? domanda S. Agostino; e risponde che credere in Dio, vuol dire amarlo, andare a lui, essere incorporato ai suoi membri (Tract. XXVII in Ioann.).
 Solo la fede, osservava Filone, è un bene solido e certo; è la consolazione della vita, sorregge la speranza, allontana la calamità, apporta la fortuna, caccia la superstizione, rafferma la pietà, fa progredire in ogni bene. Chi ha la fede, possiede Dio che può e che vuole ogni bene (Lib. de Abraham).
 «La fede, dice S. Bernardo, è come un modello dell’eternità: essa inchiude nel suo seno immenso il passato, il presente, l’avvenire; niente le sfugge, niente la sopravanza, niente per lei perisce (Serm. VI in vigil. Nativ)». Il medesimo dottore dice: «Qual cosa mai non discopre la fede? Arriva alle cose inaccessibili, scopre le sconosciute, abbraccia quel ch’è immenso, afferra l’avvenire; in una parola, racchiude in certo senso l’eternità stessa nel suo seno (Serm. LXXVI in Cantic.)».
 La fede ha vinto, trionfa, vincerà… S. Agostino insegna che la fede di Gesù Cristo ha conquistato il mondo intero mediante, la santità, la castità, la pazienza, la costanza degli apostoli, dei martiri, dei vergini. La fede ha vinto e debellato ogni perfidia, cosicché né il Giudeo, né l’eretico non hanno più contro di lei nessun potere (De utilit. credendi, c. XVII). Perciò conclude che non vi sono ricchezze, non tesori, non onori, non cosa alcuna al mondo che uguagli o anche solo pareggi l’eccellenza della fede. La fede cattolica salva i peccatori, illumina i ciechi, guarisce gli infermi, battezza i catecumeni, giustifica i fedeli, riabilita i penitenti, moltiplica i giusti, corona i martiri (Serm. I, de Verbo Apost).
 Per la fede si mena una vita pura, gioconda, tranquilla, santa e felice. Pensate quanto dev’essere potente la forza della fede se vinse tutte le difficoltà, se non si arresta a nessuna avversità, ma è la sanità dell’anima a cui infonde un vigore divino.
 La fede merita a Pietro il primato della Chiesa e le chiavi del regno dei cieli. Poiché Gesù Cristo gli disse: Tu sei Pietro, e sopra di te fonderò la mia Chiesa, e a te consegnerò le chiavi del regno dei cieli, quando, interrogatolo, che cosa pensasse e credesse di lui, l’udì rispondere: «Tu sei il Cristo, Figliuolo di Dio vivo» (MATTH. XVI, 16). Promessa ammirabile, ricca e sublime, che avrà suo effetto sino alla fine dei tempi nei sommi Pontefici, successori di quel Pietro, alla cui fede venne fatta.

 6. MERAVIGLIE DELLA FEDE. – Ecco l’elogio che della fede fa S. Paolo nella sua Epistola agli Ebrei. Per la fede, Abele offerse vittime più gradite a Dio che quelle di Caino e ottenne testimonianza di essere giusto, avendo Iddio approvati i doni di lui e per essa parla tuttora dopo la morte. Per la fede, Enoch fu trasportato affinché non vedesse la morte. Per la fede, Noè, avvertito di quello che ancora non si vedeva, preparò un’arca a scampo della sua famiglia, e per mezzo dell’arca condannò il mondo e divenne erede della giustizia che viene dalla fede. Per la fede, Abramo ubbidì per andare al luogo che doveva ricevere in eredità e partì senza sapere dove andasse. Per la fede, stette pellegrino nella terra promessa, come in terra non sua, abitando sotto le tende con Isacco e Giacobbe, coeredi della stessa promessa: poiché aspettava quella città ben fondata, della quale fondatore e architetto è Dio. Per la fede, la sterile Sara ottenne virtù di concepire anche oltre l’età, perché credette fedele colui che le aveva fatto la promessa… Nella fede morirono tutti questi, senza aver conseguite le promesse, ma da lungi mirandole e salutandole, e confessando di essere ospiti e pellegrini sopra la terra. Infatti quelli che così parlano, dimostrano di cercare la patria; ma non aspirano a quella terrestre, bensì alla celeste… Per questo, Dio non ha rossore di chiamarsi loro Dio… Per la fede, Abramo, messo a cimento, offerse Isacco, e offeriva l’unigenito egli che aveva ricevuto le promesse; egli a cui era stato detto: In Isacco sarà la tua discendenza. Per la fede, Isacco diede a Giacobbe e ad Esaù la benedizione (riguardante) le cose future. Per la fede, Giacobbe, morendo, benedisse ciascuno dei figliuoli di Giuseppe. Per la fede, Giuseppe, in sul morire, ordinò che le sue ossa fossero trasportate dai figli d’Israele nell’uscita dall’Egitto. Per la fede, Mosè fatto grande non volle essere figliuolo della figlia di Faraone, eleggendo piuttosto essere afflitto insieme al popolo di Dio, che godere per un tempo nel peccato, maggior tesoro giudicando l’obbrobrio di Cristo, che le ricchezze d’Egitto, perché mirava alla ricompensa. Per la fede, lasciò l’Egitto senza temere lo sdegno del re; perché si fortificò col quasi vedere lui, che è invisibile. Per la fede celebrò la pasqua, fece l’aspersione del sangue, passò il Mar Rosso, come per terra asciutta. Per la fede, caddero. le mura di Gerico. E che dirò io ancora? Mi mancherebbe il tempo a raccontare di Gedeone, di Baruch, di Sansone, di Jefte, di David, di Samuel, dei profeti. Questi per la fede debellarono i regni, operarono la giustizia, conseguirono le promesse, turarono le gole ai leoni, estinsero la violenza del fuoco, schivarono il taglio della spada, guarirono dalle malattie, diventarono forti in guerra, misero in fuga eserciti stranieri. Altri furono torturati e non vollero la liberazione, per ottenere una risurrezione migliore. Altri provarono gli scherni e le battiture, le catene e le prigioni: furono lapidati, segati, tentati, uccisi di spada; andarono raminghi coperti di pelli di pecora, mendichi, angustiati, afflitti. Uomini, dei quali il mondo non era degno, andarono errando per i deserti e per le montagne, nelle spelonche e caverne della terra (Hebr. XI, 4-38). Come si poteva fare un quadro più magnifico, e insieme più vero, delle meraviglie della fede sotto l’antica legge?
 Zaccaria, padre del Battista, dubita della promessa divina, ed eccolo muto; ma non appena crede, ricupera l’uso della loquela (Luc. I, 64). « La fede, osserva S. Ambrogio, snoda la lingua che l’incredulità avea legato (Serm.) ». La Beata Vergine presta fede alla parola dell’angelo, e il Verbo si fa carne, e il mondo è salvo…
 Non basta: udite quel che dice Gesù Cristo medesimo, e stupite: « Vi dò pegno la mia parola, che colui il quale crede, farà le opere che fo io; ne farà anzi delle maggiori (IOANN. XIV, 12). E quali sono queste opere che faranno quelli i quali crederanno in Gesù Cristo, e che saranno anche più stupende di quelle dell’uomo Dio? 1° Origene le pone in ciò, che uomini deboli e fragili trionfino della carne, del mondo, del demonio; perché, cosa più mirabile è che Gesù Cristo trionfi in noi, che non che trionfi per se stesso (Homil. VII). 2° Il Crisostomo vede l’adempimento delle citate parole di Gesù Cristo nei miracoli di S. Pietro la cui ombra, come ne fanno fede gli Atti Apostolici (V, 15-16), bastava a guarire ogni maniera d’infermità e a scacciare i demoni; Cosa che non leggiamo fatta da Gesù Cristo (In Evang. Ioann.). 3° È opinione di San Agostino, che per queste opere meravigliose si debba intendere la conversione del mondo pagano per mezzo di dodici pescatori. «Questo, dice il citato padre, è qualche cosa di più stupendo che la creazione medesima del cielo e della terra; perché il cielo e la terra passeranno, mentre la salute e la giustificazione dei predestinati rimarrà in eterno. Quel che Gesù fa in noi e con noi, è più grande del cielo e della terra, ch’egli ha fatto senza di noi; perché nell’opera del cielo e della terra vi è solamente là mano di Dio, ma in noi vi è l’immagine di Dio (Tract. in Ioann. LXXII)».
 Per la fede noi siamo tutti figli di Dio, ce ne assicura S. Paolo (Gal. III, 26). E S. Giacomo scrive che Dio ha scelto i poveri in questo mondo, perché siano ricchi nella fede, ed eredi del regno che Dio ha promesso a quelli che lo amano (IACOB. II, 5). Con questo il santo apostolo c’insinua, che le vere ricchezze non si devono cercare nell’oro, nell’argento, o negli abiti preziosi, ma nella fede e nelle virtù che dalla fede traggono origine e vita. Ad elogio della fede, diceva anche S. Giovanni che essa è la vittoria la quale soggioga il mondo, perché è nata da Dio; e tutto ciò che è nato da Dio, vince il mondo (I IOAN. V, 4).
 «La fede, dice il Crisostomo, è la luce dell’anima, la porta della vita, il fondamento della salute eterna (In Symbol)». «Per la fede, dice San Bernardo, io posseggo l’eterna ed augusta Trinità che il mio spirito non comprende (Serm. LXXVI, in Cant)». «Le catene, le prigioni, gli esili, la fame, il fuoco, le belve, i più atroci supplizi non hanno mai fatto vacillare gli uomini di fede, osserva S. Leone. Per la fede, in tutto il mondo non solamente gli uomini, ma le donne ancora e i ragazzi e le verginelle hanno combattuto fino allo spargimento del sangue» (Serm. II, de Ascens.).
 Osservate le meraviglie della fede nei primi cristiani. Tutti i credenti formavano come un solo corpo con un solo cuore ed un’anima sola, e tutto mettevano in comune. Vendevano i beni e ne dividevano il prezzo, secondo il bisogno, fra tutti (Act. II, 45-46). Considerate dove la fede spinge gli apostoli, i martiri, gli anacoreti, le vergini; un S. Francesco Saverio, un S. Vincenzo de’ Paoli, e mille altri santi in tutti i secoli…
 Guardate i monumenti innalzati nei secoli di fede… L’empietà tutto abbatte, la fede tutto ristora…
 Chi popola di angeli terrestri i deserti, i monti, le lande, i chiostri, gli antri? La fede.
 Chi manda negli ospedali, nelle prigioni, negli ergastoli, negli ospizi, sui campi di battaglia tante migliaia di fanciulle che rinunziano a tutti gli agi della casa paterna, a tutti i vantaggi del secolo, per consacrarsi e dividere e sollevare le altrui miserie? La fede.
 Chi unisce in tutto il mondo la Chiesa cattolica per tal modo che di tanti milioni di uomini di ogni grado e condizione e lingua, ne risulta un corpo solo? La fede.
 Chi genera le eresie, gli scismi, le sette, tutte le divisioni, tutto quel caos di opinioni cozzanti, tutte le rivoluzioni sanguinose e devastatrici, di cui è teatro la terra? La perdita della fede.
 Chi moltiplica i libertini, gli scandalosi, gli empi, i ladri, gli adulteri, gli assassini? La perdita della fede…
 Chi, al contrario, mantiene la pace e l’unione nelle famiglie, il rispetto e la prosperità di generazione in generazione? La fede… Essa è il più saldo fondamento degli imperi, dei regni, delle nazioni, della società, delle famiglie… La fede forma il buon re, il buon ministro, il buon legislatore, il buon giudice, il buon prete, i buoni genitori i buoni figli, i buoni cristiani…

 7. VANTAGGI DELLA FEDE. – «Credete in Dio, leggiamo nella Scrittura, e nulla avrete a temere» (II Paral. XX, 20).
 «Per la fede, dicono i Proverbi, i peccati sono cancellati» (XV, 27). «Dio si mostra a chi ha fede», dice la Sapienza (I, 2). E già per mezzo del profeta Osea, Iddio aveva promesso di sposare a sé l’anima vivificata per la fede (II, 20).
 Gesù Cristo, dopo di aver ammirato e fatto rilevare la fede del Centurione, lo accommiata dicendogli: «Va’, e ti avvenga secondo che hai creduto. E il suo servo fu guarito in quell’istante» (MATTH. VIII, 13).
 Una tempesta minaccia d’inghiottire la nave dove stanno Gesù e gli Apostoli. Questi tremano di spavento, e Gesù dice loro: «O uomini di poca fede di che temete? E alzatosi comanda ai venti è alle onde, e il mare torna in bonaccia» (Ib. VIII, 26).
 Un giorno si fecero innanzi a Gesù certuni che gli presentarono un paralitico steso nel letto. Conosciuta la loro fede, il Salvatore disse all’infermo: Abbi fede, o figliuolo mio, i tuoi peccati. ti sono perdonati. E dopo questo miracolo spirituale, aggiunse: Alzati, prendi il tuo lettuccio e vattene a casa tua. Ed il paralitico si levò e se ne andò (Ib. IX, 2, 6-7).
 Una donna travagliata da flusso di sangue da dodici anni, si avvicina chetamente al Redentore e gli tocca, non osservata, il lembo della veste; pensando tra sé che se gli avesse potuto toccare le vestimenta, ne sarebbe partita risanata. Vòltosi Gesù, la vide e le disse: Confida, o figlia, la fede tua ti ha guarita; e cosi fu (Ib. 20-22).
 Entrato Gesù in una casa, alcuni ciechi gli si avvicinarono; li interrogò se credessero ch’egli potesse fare quello che gli domandavano, ed avendo essi risposto che sì, toccò i loro occhi dicendo: Si faccia secondo la vostra fede. Ed essi ebbero la vista (Ib. 28-30).
 Una donna cananea andava gridando dietro al Salvatore: Signore, figliuolo di Davide abbi pietà di me che ho una figlia crudelmente tormentata dal demonio; ma vedendo che Gesù non le badava, attraversò la folla e, prostratasi ai piedi di lui, diceva: Aiutami, Signore. E quando questi le rispose, che non era conveniente gettare ai cani il pane dei figli, essa riprese: È vero, o Signore, ma pensate che anche i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni. Allora meritò udirsi da Gesù Cristo: Grande è, donna, la tua fede! si faccia quello che tu brami. E la sua figlia si trovò libera in quel momento (Ib. XV, 22-28).
 Un tale si avvicinò a Gesù Cristo, e prostratosi davanti a lui, lo supplicava di aver compassione di un suo figlio lunatico e che molto pativa, perché cadeva spesso nel fuoco e nell’acqua. Già l’ho presentato ai vostri discepoli, soggiunse, ma non hanno potuto guarirlo. Gesù rispose: O generazione incredula e perversa, e fino a quando starò con voi? sino a quando vi sopporterò? Menatelo qui da me. Come l’ebbe innanzi a sé, Gesù sgridò il demonio e questi usci dal fanciullo il quale da quel punto si trovò risanato. Veduto ciò i discepoli presero in disparte il Salvatore e gli dissero: Per qual motivo a noi non venne fatto di scacciarlo? E Gesù: A motivo della vostra incredulità. Io vi assicuro, che se avrete di fede quanto un granello di senapa, potrete dire a un monte: Togliti di qui e va là, ed egli andrà; e nessuna cosa sarà a voi impossibile (Ib. XVII, 14-19); ma tutto può, quegli che crede (MARC. IX, 22).
 « La volontà del Padre mio, che mi ha inviato, è questa, diceva Gesù ai Giudei, che chiunque vede il Figlio ed in lui crede abbia la vita eterna, ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (IOANN. VI, 40). « Io sono la risurrezione e la vita, dice a Marta, chi crede in me, ancorché fosse morto, vive; e chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno: e non ti ho detto già, che se credevi, avresti veduto la gloria di Dio?» (Ib. XI, 25-26, 40). E a Tommaso, rimproverandolo della sua incredulità assicura che «beati sono quelli .che non videro e credettero» (Ib. XX, 29). A Nicodemo finalmente dà parola, che il Figliuolo dell’uomo sarà esaltato in croce, «affinché chiunque in lui crede non perisca, ma abbia la vita eterna» (Ib. III, 5).
 Nella prima predica che S. Pietro fece ai Gentili, loro fece notare, come tutti i profeti testificano di Gesù Cristo, che per il nome di lui, riceve la remissione dei peccati chiunque crede in lui (Act. X, 43).
 Leggiamo negli Atti Apostolici che trovavasi in Listra un uomo sciancato fin dalla nascita, il quale non s’era mai mosso. Ora, stando questi a udire i ragionamenti di S. Paolo, l’Apostolo se ne accorse e vedendo che aveva fede di essere guarito, ad alta voce gli disse: Alzati ritto sui tuoi piedi; e subito lo zoppo si alzò, saltò e camminava (XIV, 7-9).
 S. Giovanni ci narra di un certo principe di Cafarnao, che ottenuta la guarigione di un suo figlio, credette lui e tutta la sua famiglia (IOANN. IV, 53). È dunque inestimabile fortuna per una casa, che il capo abbia la fede…
 «La tua parola, o Signore, esclama il Savio, conserva e salva quelli che hanno la fede» (Sap. XVI, 26). La fede salva dal peccato, dalla morte dalla dannazione… Perciò S. Paolo esortava gli Efesini, che in ogni affare ed occorrenza imbracciassero lo scudo della fede, certi che avrebbero potuto con esso ribattere gl’infuocati dardi dello spirito maligno (VI, 16).
 Altri vantaggi della fede enumera il medesimo Apostolo nelle sue Epistole. Ai Tessalonicesi, per esempio, annunzia che Gesù Cristo verrà per essere glorificato nei suoi santi, e ammirato in quel giorno in tutti quelli che avranno creduto, come essi, ai quali si rivolgeva, avevano creduto alla sua testimonianza (II Thess. I, 10). A Timoteo scriveva che la grazia di Dio sovrabbonda insieme con la fede e con l’amore (I Tim. I, 14), e in quanto a sé attestava che avendo coscienza di aver mantenuto la fede, si teneva come in pugno la corona della giustizia (II Tim. IV, 7-8). Gli Ebrei esortava che si accostassero a Gesù Cristo con cuore sincero, nella pienezza della fede, assicurandoli che, se avessero creduto, sarebbero entrati nel riposo (X, 22; IV, 3).
 L’Apostolo S. Pietro, dopo di aver detto che Gesù Cristo è di onore a quelli che credono (I, II, 7), esorta i fedeli a resistere e a combattere da forti nella fede contro il demonio il quale, come leone affamato, sempre va in giro cercando pasto (1, V, 8-9). Poi volendo incoraggiarli a sostenere allegramente le tribolazioni, loro dice che, «essi sono custoditi dalla fede per la salute, la quale è preparata per essere manifestata nel tempo estremo. Quando voi esulterete, se per un poco adesso vi tocca di essere afflitti con varie tentazioni; affinché la prova della vostra fede molto più preziosa dell’oro (il quale si prova col fuoco) sia trovata lodevole e gloriosa ed onorevole nella manifestazione di Gesù Cristo: il quale voi amate senz’averlo veduto; nel quale anche adesso credete senza vederlo, e credendo esulterete d’inesplicabile gaudio beato: riportando il fine della vostra fede, che è la salute delle anime» (I, 1, 5-9).
 «Luce vivissima è la fede, predicava S. Agostino; l’assenza del Signore non è assenza, abbi fede e avrai con te colui che non vedi (Serm. I de Verbo Apostol.)».

 8. QUALITÀ DELLA FEDE: 1° Dev’essere ferma. – A quanti si potrebbe con ragione rivolgere il rimprovero di Gesù Cristo ai discepoli: «Perché temete, o uomini di poca fede?» (MATTH. VIII, 26).
 La fede ha per base la parola di Dio, interpretata dalla Chiesa che ha ricevuto il dono dell’infallibilità. Sapendosi positivamente, per l’autorità della Chiesa, che Dio ha parlato, altro più non resta a fare se non credere quello ch’egli ha detto e crederlo fermamente; si comprenda o no, questo poco importa; la certezza sta nel sapere che Dio ha parlato, questo basta…
 Io sono certo di non ingannarmi quando crederò coi patriarchi, coi profeti, con tutti i giusti dell’antica legge, quando crederò con Gesù Cristo, figlio di Dio, con la Beata Vergine, sua divina madre, con S. Giovanni Battista, con gli apostoli, coi martiri, coi confessori; quando crederò con tutta la Chiesa cattolica, coi concili ecumenici, con tutti i concili provinciali; quando crederò con la schiera dei padri, con la falange dei teologi, con l’esercito di tutti i santi di tutti i luoghi, di tutte le età, di tutte le condizioni; quando crederò quello che l’universo cattolico ha sempre creduto fermamente; quando crederò con quanto vi è di più virtuoso, di più nobile, di più intelligente, di più dotto nella società… Io ripeterò con Riccardo da S. Vittore: «Signore, se è errore quel ch’io credo, l’inganno viene da voi, poiché da voi soltanto poterono essere fatti quei miracoli ai quali si appoggia quel che io credo (Lib. I de Trinit., C. II)».

Vedi più sopra: MOTIVI DI CREDIBILITÀ.

 Ora, abbiamo noi questa fede solida e ferma? non l’abbiamo forse perduta? non è per lo meno vacillante? Ahi! veramente sembra che sia giunto quel tempo d’incredulità cui accennava Gesù Cristo quando diceva: «Quando verrà il Figliuolo dell’uomo, credete voi che troverà della fede su la terra? (Luc. XVIII, 8).
 2° Dev’essere intera. – Noi dobbiamo credere tutto ciò che Dio ci ordina, per mezzo della sua Chiesa, di credere. Se l’errore potesse insinuarsi anche in un solo punto, nessun articolo avrebbe più diritto alla nostra fede. Chi nega una verità di fede, implicitamente le nega tutte; perché lascia credere che Dio sia fallibile; e se Dio potesse ingannarsi in una sola parola, noi avremmo ragione di non più credergli in nulla. Se la Chiesa insegnante ci proponesse un solo dogma falso, noi potremmo respingere tutti gli altri.
 Ora la parola di Dio è questa: «Andate, ammaestrate tutte le genti, insegnando loro la osservanza di tutto quello che a voi ho confidato; ed io sarò con voi fino alla consumazione dei secoli» (MATTH. XXVIII, 19-20). «Come il Padre mio ha mandato me, così io mando voi» (IOANN. XX, 21). «Chi ascolta voi, ascolta me; e chi disprezza voi, disprezza me» (Luc. X, 16). «Tu sei Pietro, ed io sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa; e le porte dell’inferno non prevarranno mai contro la medesima» (MATTH. XVI, 18). Perché, «io ho pregato per te, o Pietro, affinché la tua fede non venga meno mai» (Luc. XXII, 32). La Chiesa è chiamata da S. Paolo colonna e fondamento della verità (I Tim. III, 15). Quindi Gesù Cristo dice che chi non ascolta la Chiesa, sia tenuto come un infedele e un pubblicano (MATTH. XVIII, 17).
 «Voi che credete quel che vi talenta, dice S. Agostino, e rigettate quel che non vi garba, non credete il Vangelo, ma voi medesimi. Voi volete porre voi medesimi in vece dell’autorità» (De Morib. Eccl.).
 Ma S. Paolo insegna che la fede è una, come uno è Dio (Eph. IV, 5); essa non si divide, non varia.

Vedi: CHIESA: Infallibilità della Chiesa.

 Possediamo noi questa fede intera, assoluta?… Non ci avviene mai di credere quanto ci piace, e di non credere quello che non ci conviene? Se così fosse, noi non avremmo più la fede.
 3° Dev’essere umile. – «Non cercare quello che è sopra di te, dice l’Ecclesiastico, e non voler indagare quelle cose che sorpassano le tue forze; ma pensa a quello che ti ha comandato Dio, e non essere curioso scrutatore delle molte opere di Dio» (III, 22). «Non è necessario che tu veda con i tuoi occhi e comprenda gli occulti arcani. Poiché moltissime Cose (anche nell’ordine naturale) sono state mostrate a te, le quali sorpassano l’intelligenza dell’uomo» (Ib. 23-25).
 «Il vero cristiano, dice Tertulliano, cerca la fede, non quello che è del dominio della ragione» (In Apol.). «Perché, come spiega S. Agostino, in materia di fede se si potessero avere ragioni evidenti, non vi sarebbe più fede, ma scienza. È necessità ammettere che Dio può fare qualche cosa che l’uomo non può comprendere, perché altrimenti o Dio non sarebbe Dio, o l’uomo sarebbe Dio» (De Civit.).
 Se il non comprendere fosse motivo sufficiente per non credere, allora dovremmo dubitare poco meno che di ogni cosa, anche della propria esistenza. Quanti misteri, infatti, ci stanno attorno che noi vediamo e non comprendiamo! Capite voi perché un odore ha la viola, un altro la rosa? Capite la metamorfosi della maggior parte degli insetti? Vi sapete render ragione d’un grano di sabbia, d’un atomo, ecc.? Assennatamente adunque dice S. Agostino, che se noi potessimo comprendere tutto ciò che Dio ha fatto, o egli non sarebbe Dio, o noi saremmo dèi…
 Chi scruta la maestà dell’Altissimo sarà abbagliato e schiacciato dalla gloria, dice il Savio (Prov. XXV, 27). Dio si burla del mortale il quale, invece di umiliarsi e credere con la docilità e semplicità del ragazzo, si leva baldanzoso e lo cita a rendergli conto dei disegni, degli ordini, dei fatti suoi. Quando l’uomo pretende di penetrare le grandezze di Dio cade fulminato dalla maestà divina; per volerla guardare troppo dappresso perde la vista. Come infatti non diverrà cieco, chi fissa gli occhi nell’eterno sole di giustizia, mentre basta dare uno sguardo al sole materiale per restare abbagliato?
 Se la nostra santa religione non racchiudesse dei misteri, non sarebbe divina, ma puramente umana… Crediamo dunque umilmente e docilmente.
 4° Dev’essere viva. – La fede nostra dev’essere viva, cioè pratica, ferace in buone opere. «Non coloro che prestano orecchio alla legge sono giusti innanzi a Dio, dice S. Paolo; ma coloro che la compiono, questi saranno giustificati» (Rom. II, 13).
 Non meno esplicito è Gesù Cristo quando dice: «Non ogni uomo che mi dice: Signore, Signore, sarà salvo; ma solamente colui che fa la volontà del Padre mio celeste entra nel regno dei cieli» (MATTH. VII, 21). Più chiaramente ancora si spiega S. Giacomo: «Che gioverebbe, fratelli miei, se uno protestasse di avere la fede, ma non la mostrasse ai fatti? Forsechè la fede lo potrà salvare? Ditemi in grazia, quando un fratello od una sorella fossero nudi, o avessero bisogno di cibo, che servirebbe loro che voi diceste ad essi: Andate in pace, poveretti, riscaldatevi e rifocillatevi, ma non porgeste loro soccorso? Così è della fede: se non è unita con le opere, essa è morta» (II, 14-17). Avere la fede senza le opere è, secondo l’Apostolo, avere la fede dei demoni, i quali credono e tremano. «Per le opere l’uomo è giustificato, e non per la fede sola: perché come il corpo senza lo spirito è cadavere, così la fede senza le opere è morta» (Ib. 26).
 Non basta gettare le fondamenta d’un edifizio, ma bisogna compirlo. Similmente la fede, che è il fondamento delle virtù, vuole che queste siano praticate. «Chi crede in Dio, dice l’Ecclesiastico, ne osserva i precetti» (XXXII, 28).
 «La morte della fede, scrive S. Bernardo, è la separazione dalla carità. Credete voi in Gesù Cristo? fate le opere di Gesù Cristo, affinché la vostra fede viva. La carità animi la vostra fede, le opere la dimostrino (Serm. XXIV, in Cantic.)». «A che serve, domanda S. Cipriano, essere virtuosi in parole e scapestrati in opere? Chi crede a Gesù Cristo deve obbedire lui, non il mondo (Serm.)».
 «La fede combatte per mezzo delle opere, nota S. Agostino, e quando la fede combatte, non si vive secondo la carne (De morib. Ecclesiae)». Perché, come osserva San Cirillo, «come la fede senza le opere è fede morta; così le opere, se non sono prodotte dalla vera fede, sono morte. La fede senza le opere somiglia una lampada senza olio (Homil.)».
 «Noi abbiamo il segno della salute, dice S. Gregorio Magno, se uniamo le opere alla fede. Difatti può dire veramente di credere, colui il quale pratica in fatti ciò che crede (Moral.)». «L’anima in cui vi è la fede, dice S. Girolamo, è il vero tempio di Gesù Cristo: orniamolo adunque questo tempio, vestiamolo, arricchiamolo, riceviamo in esso Gesù Cristo (Epist)».
 Il Salmista pregava Dio che gli facesse conoscere il bene, che gli ispirasse la scienza e la saviezza, perché aveva creduto alla sua parola (Psalm. CXVIII, 66). Egli voleva dunque accompagnare la fede con la saviezza, con la scienza e col bene; e queste sono le opere della fede.
 Il segnale a cui possiamo riconoscere se in noi vi è la cognizione di Gesù Cristo, secondo S. Giovanni, è questo, se noi osserviamo i suoi precetti (1, II, 3). Gesù non si conosce che per la fede, non però per qualunque fede, ma solamente per quella che Dio esige da noi, la quale va unita all’osservanza della sua legge… Quindi S. Agostino ci avverte che «nessuno s’inganni credendo di aver conosciuto Dio, se lo confessa con una fede morta, cioè disgiunta dalle buone opere… Il credere in Dio è amarlo credendo, andare a lui e a lui incorporarsi credendo. Questa è la fede che Dio da noi richiede (Lib. de morib. Ecclesiae)».
 Ora, si può dire che creda, chi tralascia la preghiera? No; se credesse davvero, pregherebbe… Crede forse il bestemmiatore? No; perché sta scritto: Non nominerai il nome di Dio invano… Crede il profanatore della domenica? Nemmeno; perché la legge intima: Ricordati di santificare le feste… Crede l’impudico? No, perché sta scritto che i disonesti non entreranno mai nel regno dei cieli…
 Gli apostoli, i martiri, i santi di tutti i tempi credettero con fede viva e ne fanno testimonianza le virtù loro eroiche, le opere meravigliose, gli esempi sublimi che lasciarono al mondo…

 9. MEZZI PER AVERE LA FEDE E PER CRESCERE IN ESSA. – 1° «La fede, diceva S. Paolo ai Romani, viene dall’udito, l’udito poi, per la parola di Cristo» (X, 17). La parola di Dio è dunque, per chi l’ascolta, un potente mezzo per avere la fede e praticarla.
 2° La fede è frutto della preghiera: «Affinché la fede nostra non manchi, preghiamo, dice S. Agostino. Una preghiera fervente e perseverante ottiene una fede stabile ed inconcussa (De morib. Ecclesiae)». La preghiera dunque è anch’essa efficacissimo mezzo per avere e accrescere in noi la fede…
 3° Il quarto mezzo per ottenere e conservare e coltivare la fede sta nell’essere umilmente sottomesso all’autorità. «Quando la fede è schietta, scrive il Crisostomo, non si perde in ragionamenti, ma crede, poiché non si può ricavare nulla di utile dalle dispute e dalle contese di parole (In Epistola I, ad Timoth.)».

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Solenne Elogio della Fede

Ebrei 11

1 La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono. 2 Per mezzo di questa fede gli antichi ricevettero buona testimonianza.
3 Per fede noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sì che da cose non visibili ha preso origine quello che si vede.
4 Per fede Abele offrì a Dio un sacrificio migliore di quello di Caino e in base ad essa fu dichiarato giusto, attestando Dio stesso di gradire i suoi doni; per essa, benché morto, parla ancora.
5 Per fede Enoch fu trasportato via, in modo da non vedere la morte; e non lo si trovò più, perché Dio lo aveva portato via. Prima infatti di essere trasportato via, ricevette la testimonianza di essere stato gradito a Dio.6 Senza la fede però è impossibile essergli graditi; chi infatti s’accosta a Dio deve credere che egli esiste e che egli ricompensa coloro che lo cercano.
7 Per fede Noè, avvertito divinamente di cose che ancora non si vedevano, costruì con pio timore un’arca a salvezza della sua famiglia; e per questa fede condannò il mondo e divenne erede della giustizia secondo la fede.
8 Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava.
9 Per fede soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. 10 Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso.
11 Per fede anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre perché ritenne fedele colui che glielo aveva promesso. 12 Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia innumerevole che si trova lungo la spiaggia del mare.
13 Nella fede morirono tutti costoro, pur non avendo conseguito i beni promessi, ma avendoli solo veduti e salutati di lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sopra la terra. 14 Chi dice così, infatti, dimostra di essere alla ricerca di una patria. 15 Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto possibilità di ritornarvi; 16 ora invece essi aspirano a una migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non disdegna di chiamarsi loro Dio: ha preparato infatti per loro una città.
17 Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unico figlio, 18 del quale era stato detto: In Isacco avrai una discendenza che porterà il tuo nome. 19 Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe e fu come un simbolo.
20 Per fede Isacco benedisse Giacobbe ed Esaù anche riguardo a cose future.
21 Per fede Giacobbe, morente, benedisse ciascuno dei figli di Giuseppe e si prostrò, appoggiandosi all’estremità del bastone.
22 Per fede Giuseppe, alla fine della vita, parlò dell’esodo dei figli d’Israele e diede disposizioni circa le proprie ossa.
23 Per fede Mosè, appena nato, fu tenuto nascosto per tre mesi dai suoi genitori, perché videro che il bambino era bello; e non ebbero paura dell’editto del re.
24 Per fede Mosè, divenuto adulto, rifiutò di esser chiamato figlio della figlia del faraone, 25 preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio piuttosto che godere per breve tempo del peccato. 26 Questo perché stimava l’obbrobrio di Cristo ricchezza maggiore dei tesori d’Egitto; guardava infatti alla ricompensa.
27 Per fede lasciò l’Egitto, senza temere l’ira del re; rimase infatti saldo, come se vedesse l’invisibile.
28 Per fede celebrò la pasqua e fece l’aspersione del sangue, perché lo sterminatore dei primogeniti non toccasse quelli degli Israeliti.
29 Per fede attraversarono il Mare Rosso come fosse terra asciutta; questo tentarono di fare anche gli Egiziani, ma furono inghiottiti.
30 Per fede caddero le mura di Gerico, dopo che ne avevano fatto il giro per sette giorni.
31 Per fede Raab, la prostituta, non perì con gl’increduli, avendo accolto con benevolenza gli esploratori.
32 E che dirò ancora? Mi mancherebbe il tempo, se volessi narrare di Gedeone, di Barak, di Sansone, di Iefte, di Davide, di Samuele e dei profeti, 33 i quali per fede conquistarono regni, esercitarono la giustizia, conseguirono le promesse, chiusero le fauci dei leoni, 34 spensero la violenza del fuoco, scamparono al taglio della spada, trovarono forza dalla loro debolezza, divennero forti in guerra, respinsero invasioni di stranieri. 35 Alcune donne riacquistarono per risurrezione i loro morti. Altri poi furono torturati, non accettando la liberazione loro offerta, per ottenere una migliore risurrezione. 36 Altri, infine, subirono scherni e flagelli, catene e prigionia. 37 Furono lapidati, torturati, segati, furono uccisi di spada, andarono in giro coperti di pelli di pecora e di capra, bisognosi, tribolati, maltrattati – 38 di loro il mondo non era degno! -, vaganti per i deserti, sui monti, tra le caverne e le spelonche della terra.
39 Eppure, tutti costoro, pur avendo ricevuto per la loro fede una buona testimonianza, non conseguirono la promessa: 40 Dio aveva in vista qualcosa di meglio per noi, perché essi non ottenessero la perfezione senza di noi.

 

Nella storia della salvezza, che è storia di liberazione, c’è sempre una tensione dialettica tra notte e giorno. E l’autore del libro della Sapienza, il saggio Israelita di cultura ellenizzata, ce lo ricorda nella prima lettura di questa 19a domenica del tempo ordinario. Una lettura che richiama gli avvenimenti dell’Esodo e, in particolare, la strage di bambini innocenti. Ma, dice la Scrittura…”Quella notte fu preannunciata ai nostri padri, perché avessero coraggio, sapendo bene a quali giuramenti avevano prestato fedeltà. Il tuo popolo infatti era in attesa della salvezza dei giusti, della rovina dei nemici. Difatti come punisti gli avversari, così glorificasti noi, chiamandoci a te“.
Notte e giorno… Nell’inconscio di ognuno di noi nella notte si scatenano le paure più profonde che, nei modi più diversi, tutti cerchiamo di esorcizzare. Le forze oscure del male, dei ricordi dolorosi, dell’angoscia senza nome, della morte, si scatenano e cercano di sopraffarci; creano dentro di noi una sorta di esasperazione dei problemi, dei timori nascosti: i genitori preoccupati per i figli, ad ogni età; i figli alla ricerca di un’affettività che spesso si rivela difficile e genera notti insonni… Poi arriva il giorno e con esso la luce e la radiosità dileguano la notte e scacciano il timore. Dio conosce questa nostra fragilità umana e, Lui nel quale non c’è notte, illumina anche le nostre notti. E come dà agli Israeliti una colonna di fuoco (Sap 18,3), guida per un viaggio sconosciuto, allo stesso modo dà ad ognuno di noi una luce per camminare nelle tenebre.
Eppure la nostra fede (fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono, come ci ricorda la Lettera agli Ebrei) è spesso tenebrosa, talvolta oscura come la notte più buia. Quando abbiamo una fede oscura siamo tentati di rinunciarvi, perché facciamo fatica ad accettare la notte, abbiamo sempre bisogno di evidenze, di certezze, e spesso di queste certezze ci facciamo vanto; eppure la fede è sempre oscura, il Dio è, agostinianamente, sempre nascosto…
Lo sapeva bene Abramo, la solida gigantesca figura di Abramo che campeggia nella seconda lettura. Un campione (“il” campione) della fede. Per fede, Abramo partì per una destinazione sconosciuta senza sapere dove l’errare nomade lo avrebbe condotto. Il suo progetto era nascosto nella Promessa. Potrebbe essere la storia delle nostre famiglie. Occorre certo avere un progetto, occorre partire con un progetto ed è quanto ripetiamo nei nostri incontri con i fidanzati. Ma il progetto non dev’essere rigido: deve contemplare la possibilità di una continua revisione, di un aggiustamento richiesto dagli avvenimenti della vita ai quali il progetto deve adeguarsi, per far sì che possiamo cogliere il progetto che Dio ha su di noi, Invece, oggi, o non abbiamo progetti, oppure impostiamo la nostra esistenza su progetti rigidi: si vuole programmare tutto, fino nei minimi particolari, e se poi la realtà non corrisponde al progetto, subentra la stanchezza, la delusione e allora, i più dicono, è meglio lasciar perdere…
Per fede, Abramo offrì Isacco, il figlio atteso dalla promessa di Dio, e l’angoscia di tale offerta è indicibile con parole umane… Un figlio che, sempre per fede, era sbocciato dal seno avvizzito di Sara. Forse Dio non ci chiederà mai una prova di fedeltà come quella richiesta ad Abramo, ma dolcemente ci chiede di non considerare “nostri” i figli, di lasciare che essi siano dopo averli fatti essere.
Fede indica appunto anche fedeltà, che anzi nella lingua latina da fede (fidēs) deriva e che include tutte le virtù dell’amore: fiducia, onestà, lealtà, sincerità. La fede è l’atto decisivo dell’esistenza umana, è il fidarsi nell’altro. Nel matrimonio, fede è il fidarsi del legame che unisce due persone che si amano, il luogo antropologico, etico e teologico dell’amore. Il luogo in cui si celebra il rispetto profondo per il mistero dell’altro, la sua assoluta incatturabilità. Un luogo che non può essere banalizzato da esclusive pretese moralistiche e minimaliste. In questo atto di fidarsi e affidarsi sta tutto il mistero dell’amore. Se interviene la paura, il sospetto, la sfiducia, avviene la tragedia. Ma la fidēs, l’amore che sa affidarsi, scaccia la paura, come dice san Giovanni.
La fede in Dio e la fede coniugale condividono, a ben vedere, un unico destino: devono sempre attraversare la notte. Non esiste amore senza ripensamenti, senza crisi ricorrenti, e non esiste una fede senza dubbi e senza oscurità, perché la fede – e qui siamo nel cuore stesso del suo mistero – transita sempre nella morte e con essa è destinata a scontrarsi. Occorre passare attraverso la morte per trovare la vita, questa è l’esperienza di Abramo, e questa è l’esperienza di ognuno di noi, di ogni nostra famiglia. In amore occorre passare attraverso la morte per poter dire alla persona che ci sta accanto: “Tu non morirai”.
Abbiamo incontrato e incontriamo tante coppie che esperimentano, giorno dopo giorno nella fedeltà, questo senso tragico della fede e dell’amore. Non siamo eroi, spesso fatichiamo ad essere uomini e donne. Il buio ci fa paura. Ma se riusciamo ad accettare che esso faccia parte della nostra vita, non siamo più gli stessi di prima. Forse ci ritroveremo zoppicanti, come Giacobbe dopo la lotta con l’angelo, ma vivi. Ogni liberazione avviene dopo e grazie ad una lotta spesso difficile e aspra. Ma la tenebra non è mai assoluta, la notte non è mai completamente notte. Anche nelle situazioni più difficili e più tragiche c’è sempre un sia pur flebile intravedimento di luce. A Taizé si canta: «La ténébre n’est point ténébre devant toi: la nuit comme le jour est lumière».In te la tenebra non è tenebra, La notte è chiara come il giorno. No, in Dio non c’è tenebra.
Visto in questa prospettiva, il compito dell’uomo e della donna di fede apparirebbe immane, tragico appunto.
Ma se è vero che non riusciremo mai a raggiungere una fede luminosa, certa – poiché nessun cristiano può mai vantare alcuna certezza (“credo perché voglio credere”, ripeteva Santa Teresa di Lisieux, dottore della Chiesa) – è altrettanto vero che per tentare almeno questo cammino dobbiamo porre due precondizioni fondamentali di cui parla oggi l’Evangelo di Luca.
La prima è la vigilanza. “Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli.“.
Il linguaggio di Luca è evidentemente immaginifico, allusivo: ma “essere svegli” significa astenersi da quelle azioni che potrebbero darci “sonnolenza”, addormentare la nostra capacità critica. Ancora una volta, la ricchezza, il desiderio di ottenere tutto e subito, il benessere materiale potrebbero ottundere la nostra capacità di progredire nella fede.
La seconda precondizione è che questo orizzonte della vigilanza non deve essere orientato solo alla dimensione escatologica dell’esistenza, sul compimento definitivo della storia, quanto piuttosto sull’ekklesia, sulle dinamiche proprie della comunità che cammina nella storia. E qui interviene il messaggio di Gesù rivolto ad ogni persona scoraggiata, ad ogni comunità delusa.: “Non temere, piccolo gregge“. Non avere paura.
Il Regno di Dio viene offerto a chi sa essere piccolo e povero. A livello personale, ma anche comunitario. A chi non ha come ambizione le adunate oceaniche, le piazze piene, le folle immense, la nevrosi ossessiva della quantità, il bisogno di poter finalmente esclamare: “Siamo in tanti!”. Se la Chiesa vivesse questa tentazione sarebbe fatalmente destinata a mondanizzarsi piuttosto che ad incarnarsi sul modello del Maestro, a fare del colonialismo clericale, piuttosto che vivere una testimonianza silenziosa; sarebbe un club di perfetti e di salvati, più che un popolo di peccatori in cammino; il suo ecumenismo sarebbe più di facciata che di cultura. Ci sembra questo il messaggio che, in questi primi mesi dalla sua elezione, ci offre costantemente Papa Francesco.
Ci penserà poi Lui, il Signore, alla fine dei tempi, a radunare il piccolo gregge, noi per ora possiamo solo attendere, cercando di scacciare la paura, accettando il buio e il silenzio di Dio, accogliendo la nostra e l’altrui fragilità, e cantare, col Salmo:L’anima nostra attende il Signore: egli è nostro aiuto e nostro scudo. È in lui che gioisce il nostro cuore, nel suo santo nome noi confidiamo. Su di noi sia il tuo amore, Signore, come da te noi speriamo
Traccia per la Revisione di Vita
1. La nostra fede è certezza da esibire, oppure perenne ricerca?

2. Come “trasmettiamo” la fede in famiglia? Preferiamo imporla, proporla o testimoniarla?

3. Riteniamo che la vita semplice, austera, ci aiuti ad esprimere la nostra lode a Dio?

4. Come pensiamo la Chiesa, come una grande potenza o come un piccolo gregge?
Luigi Ghia Famiglia Domani

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