“L’Eucaristia”- Beati gli invitati alla cena del Signore – 2ª Meditazione

Nella prima meditazione abbiamo fermato la nostra attenzione all’istituzione dell’Eucaristia: e abbiamo risposto dicendo che Gesù ha celebrato l’Eucaristia durante una cena pasquale, ma trasformando il significato della cena pasquale. Mentre per gli Ebrei la Pasqua era la commemorazione della liberazione dall’Egitto. Gesù dà il contenuto della Pasqua, della sua Pasqua: la sua Passione: «Questo è il mio corpo donato per voi; questo è il mio sangue versato per voi».

In questo modo Gesù, con l’Ultima Cena, ha interpretato la Passione, ha spiegato il significato della Passione. L’Eucaristia è questo: è il ricordo della Passione del Signore; è l’esperienza attuale di questo dono che il Signore ci fa della sua vita, è l’attesa e la speranza del dono pieno che il Signore ci ha promesso.

Andiamo avanti a completare questo discorso, cercando di riflettere sulle parole che Gesù ha detto e che noi ascoltiamo e ripetiamo tutte le volte che celebriamo l’Eucaristia. Dunque: «Questo è il mio corpo donato per voi; questo è il mio sangue versato per voi». Ricordavo questa mattina il significato di questo “per voi”, che dovete intendere in senso molto concreto.

“Per voi” vuol dire “per la gente che sta celebrando l’Eucaristia”, per la comunità cristiana che sta celebrando la Messa; è per voi, per quella comunità che Cristo dona il suo corpo e il suo sangue. Vuol dire che una comunità cristiana, per quanto piccola e povera e dispersa, è però quella comunità per cui il Signore ha donato la sua vita.

È veramente e diventa veramente il popolo di Dio radunato da Lui. Questo lo dico perché succede, in questi ultimi anni, che spesso ripetiamo: «Ma le nostre comunità cristiane non sono comunità cristiane perché non ci si vuole bene, non ci conosciamo, perché non ci aiutiamo, perché non andiamo d’accordo» e tutte queste cose. E purtroppo sono cose vere. È vero che le mostre comunità cristiane non sono sempre un grande esempio.

Gli uomini, la gente, i non cristiani che ci vedono celebrare la Messa non capiscono, non vedono che noi siamo in realtà il Corpo di Cristo, che ci sono dei legami profondi fra di noi che fanno di noi una cosa sola, che fanno di noi, che celebriamo l’Eucaristia, una cosa sola. È vero che questo non si vede spesso; è vero che bisogna tentare di rendere questa realtà il più visibile e il più concreta possibile; e tuttavia bisogna partire da una prospettiva di fede; cioè sapendo riconoscere anche in quella piccola comunità di una ventina di persone, che però celebra l’Eucaristia, sapere vedere lì la comunità per la quale il Signore ha donato la sua vita, dona la sua vita:

«il mio corpo donato per voi».

Questo tenetevelo in mente, perché quando andate a celebrare l’Eucaristia il Signore queste cose le dice a voi, lì, a Messa. Accanto al “per voi” c’è il “per tutti”, “per voi e per tutti”. Di per sé questo “per tutti” è una traduzione non letterale, perché il testo di tutti i Vangeli usa l’altra espressione che avete ascoltata stamattina; dice: «Questo è il mio sangue, il sangue dell’Alleanza versato per molti»; e questo fa una difficoltà, perché noi diciamo: «Allora non per tutti, molti non sono tutti». In realtà le cose stanno in modo diverso e quando nella liturgia invece di molti hanno messo tutti hanno messo quello che è il significato effettivo del testo del Vangelo.

Perché?

Perché questa espressione per molti viene dal cap. 52 e 53 del profeta Isaia, che abbiamo ascoltato un pochino durante la Via Crucis. Si parla in questo capitolo, di un personaggio misterioso che viene chiamato “il Servo di Jahve”, “il Servo del Signore” e che viene presentato prima come glorioso, come un vincitore. Il cantico comincia così:

«Ecco (è Dio che lo presenta) il mio servo avrà successo, sarà innalzato, onorato, esaltato grandemente».

Quindi incomincia con la descrizione della sua gloria. Poi fa quello che al cinema si chiama “flash back”, cioè ritorna indietro a raccontare la storia di questo personaggio, di come è arrivato alla gloria:

«Come molti si stupivano di lui, tanto era sfigurato il suo aspetto per essere di uomo e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo, così si meraviglieranno di lui molte genti: i re davanti a lui si chiuderanno la bocca, poiché vedranno un fatto mai ad essi raccontato e comprenderanno ciò che non avevano mai udito». Poi i re della terra descrivono quello che hanno visto: «Chi avrebbe creduto al nostro annuncio? A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore? È cresciuto come un virgulto davanti a lui, come una radice in una terra arida. Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per potercene compiacere. Disprezzato, reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio, umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dona la salvezza si è abbattuto sopra di lui, per le sue piaghe noi siamo stati guariti. Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada. Il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca. Era come l’agnello condotto al macello, come pecore muta di fronte ai suoi tosatori e non aprì la sua bocca. Con ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte, gli si diede sepoltura con gli empi sebbene non avesse commesso violenza né vi fosse inganno nella sua bocca. Al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in espiazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. Dopo il suo intimo tormento vedrà la gloria e si sazierà della sua conoscenza. Il giusto mio servo giustificherà molti, perciò si addosserà la loro iniquità. Perciò Dio gli darà in premio le moltitudini; dei potenti egli farà bottino, perché ha consegnato se stesso alla morte ed è stato annoverato tra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti ed intercedeva per i peccatori».

Scusate la lettura molto lunga, però è un passo che dobbiamo conoscere bene perché è fondamentale per capire la Passione del Signore.

Si parla di un uomo, di un uomo che si presenta non bello, non attraente, quasi sfigurato, come un lebbroso davanti al quale ci si vela la faccia, non lo si guarda volentieri; e gli uomini lo hanno disprezzato, lo hanno messo da parte come se fosse un castigato da Dio, hanno detto: «Uno che è in quella condizione non può altro che essere un grande peccatore perché porta sopra di sé tutti i castighi di Dio». Ma la realtà, dice Isaia, è un’altra.

Sì, certamente porta i peccati e sono i peccati che lo hanno sfigurato: ma non i suoi, i nostri. Il castigo che di per sé apparteneva a noi per il nostro egoismo, lo ha preso sopra di sé «e dalle sue piaghe siamo… Eravamo erranti come pecore, ciascuno andava per la sua strada…».

Bene: lui è diventato il centro di unità del mondo, quello che raccoglie gli uomini. È stato condannato ingiustamente, quindi ha subito una sentenza ingiusta e tuttavia è proprio attraverso l’annullamento della morte che questo servo di Dio giustifica, cioè salva, i molti. I molti vuol dire la moltitudine, vuol dire l’umanità, vuol dire la totalità dei popoli, il numero sterminato degli uomini: uno solo per molti, lui solo sofferente è sorgente di salvezza per l’umanità intera.

Questo vuol dire l’espressione i molti e questo vuol dire Gesù quando dice quelle parole: «Il mio corpo donato per voi, il mio sangue donato per voi e per molti» e si potrebbe dire per la moltitudine: per voi che siete qui e per le moltitudini dei popoli in remissione dei peccati. Questo, dicevo, è fondamentale, perché è tutto il significato della croce del Signore ed è tutto il significato dell’Eucaristia: il Signore che dona la vita e la dona per me, per noi, per la moltitudine. La morte di Gesù diventa una morte redentrice, di salvezza.

Quando vi trovate di fronte alla celebrazione dell’Eucaristia questo tenetelo presente: l’Eucaristia non è solo il Corpo e il Sangue di Cristo, non è solo la presenza di Cristo, è il Corpo sacrificato di Cristo, è il Sangue versato di Cristo, è la vita di Cristo donata, non semplicemente il gioco di prestigio per cui Cristo diviene presente oggi.

No.

Diventa presente oggi come dono, come sacrificio per voi, perché la vostra vita sia sostenuta dal suo amore, dal suo perdono, perché il vostro peccato e il vostro egoismo sia cancellato dalla sua capacità di amare. Quando voi riprendete quel tema del sangue, «Questo è il calice del mio sangue versato per voi e per molti», il senso è ancora questo: il sangue per la Bibbia è la vita.

La vita di ogni essere vivente sta nel suo sangue; per questo, fra parentesi gli Ebrei non potevano bere il sangue degli animali, quindi non potevano mangiare animali soffocati: l’animale deve essere sgozzato, il sangue deve essere fatto colare perché il sangue appartiene a Dio, è il segno della vita.

Quindi quando Gesù dice: «Il mio sangue versato per voi», il problema non è tanto la questione del sangue dal punto di vista biologico: è il fatto che il sangue di Cristo è la sua vita; e proprio per questo in tutta la liturgia ebraica quando si debbono espiare i peccati si usa il sangue.

La grande festa di Kippur è la festa dell’espiazione, in cui Dio perdona i peccati degli uomini e il rito è un rito di sangue, cioè si sgozza un capro e il sangue viene portato dentro al Santo dei Santi e spalmato sull’Arca dell’Alleanza.

Perché il sangue?

Proprio perché è la vita.

Che cosa è il peccato se non la perdita della vita, se non la lontananza da Dio, se non esperienza di morte, esperienza di debolezza, esperienza di miseria, di solitudine? Per vincere il peccato c’è bisogno della vita, di rinascere, di ritrovare forza, energia: e il sangue vuol dire questo. Bene, quando il Signore dice: «Questo è il mio sangue versato per voi», il senso è ancora questo: la vita di Cristo mi viene trasmessa e donata.

Seconda cosa.

Insieme a questa espressione che abbiamo tentato di spiegare (“Corpo e Sangue per voi”) c’è un’altra espressione delle parole di Gesù dell’Ultima Cena, che è: «Questo calice è il mio sangue per la nuova ed eterna Alleanza versato per voi e per tutti». Allora ci dobbiamo fermare un attimo per capire cosa c’entra la Alleanza con l’Eucaristia.

Il concetto di “Alleanza” è, nella Bibbia, il concetto fondamentale per esprimere il rapporto fra Dio e il popolo di Israele. Israele è un popolo diverso dagli altri perché vive in alleanza con Dio. Per questo è un popolo unico, un popolo privilegiato. Cosa vuol dire “alleanza con Dio”? Vuol dire “appartenenza reciproca”. La formula dell’alleanza nella Bibbia è questa: «Io sono il vostro Dio e voi siete il mio popolo». Quindi Dio non è solo Dio, il Dio creatore del mondo: no, il vostro Dio, cioè il vostro Salvatore.

Dio è un Dio impegnato in vostro favore; ma voi siete il suo popolo: non semplicemente un popolo, ma un popolo impegnato con Dio, un popolo che ha un rapporto con Dio.

Ora, se voi andate a leggere nell’Antico Testamento quando Dio ha fatto questa alleanza, trovate, prima, la proposta. Dopo la liberazione dall’Egitto, il popolo arriva al Monte Sinai e il Signore fa una proposta; dice: «Se voi ci state, alla mia alleanza e quindi osservate i miei comandamenti e le mie leggi, voi sarete per me un popolo particolare».

Dice: «Certamente tutta la terra è mia, ma voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa. Ci state?». È la proposta. Poi il Signore dà i dieci Comandamenti, che sono la Legge dell’Alleanza e il popolo risponde che ci sta. La conclusione di tutto questo discorso si trova nel cap. 24 del libro dell’Esodo:

(Es 24, 3-11)

[3] Mosè andò a riferire al popolo tutte le parole del Signore e tutte le norme. Tutto il popolo rispose insieme e disse: “Tutti i comandi che ha dato il Signore, noi li eseguiremo!”.

[4] Mosè scrisse tutte le parole del Signore, poi si alzò di buon mattino e costruì un altare ai piedi del monte, con dodici stelle per le dodici tribù d’Israele.

[5] Incaricò alcuni giovani fra gli Israeliti di offrire olocausti e di sacrificare giovenchi come sacrifici di comunione, per il Signore.

[6] Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l’altra metà sull’altare.

[7] Quindi prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo. Dissero: “Quanto il Signore ha ordinato, noi lo faremo e lo eseguiremo!”.

[8] Allora Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: “ecco il sangue dell’alleanza, che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!”.

[9] Poi Mosè salì con Aronne, Nadab, Abiu e i settanta anziani di Israele.

[10] Essi videro il Dio d’Israele; sotto i suoi piedi vi era come un pavimento in lastre di zaffiro, simile in purezza al cielo stesso.

[11] Contro i privilegiati degli Israeliti non stese la mano essi videro Dio e tuttavia mangiarono e bevvero».

Provo a spiegare questo strano rito.

Come si fa un’alleanza? Come il Signore ha fatto alleanza con il popolo? Si fa un sacrificio, quindi uccisione di vitelli e di capri e il sangue viene raccolto (la vita); poi metà del sangue viene rovesciato sull’altare che, naturalmente, rappresenta Dio, l’altare è il segno della presenza di Dio.

L’altra metà viene messa da parte dentro a dei catini.

Poi Mosè legge i dieci comandamenti e il popolo dice: «Sì, ci stiamo»; e allora Mosè prende l’altra metà del sangue e asperge il popolo con l’altra metà del sangue. Significato: il sangue, dicevo, è la vita.

Lo stesso sangue viene versato sull’altare e sul popolo: lo stesso sangue è dunque il sangue di Dio e di Israele; la stessa vita diventa la vita di Dio e di Israele. Vuol dire che a questo modo Dio e Israele diventano fratelli di sangue, d’ora in poi c’è un rapporto di indissolubilità, c’è la stessa vita, c’è lo stesso sangue che gira nelle vene di Dio e di Israele. Non sono più degli estranei uno per l’altro, sono dei fratelli, sono impegnati uno con l’altro: l’Alleanza vuol dire questo.

Naturalmente, siccome dice il proverbio Noblesse oblige, il fatto di diventare popolo di Dio crea degli obblighi. Israele non è un popolo come tutti gli altri: e proprio perché non è un popolo come tutti gli altri non si può comportare come tutti gli altri: ha degli obblighi che gli vengono dalla sua nobiltà, dal fatto di essere popolo di Dio e gli obblighi sono i Dieci Comandamenti (tutte le leggi non sono altro che la spiegazione dei Dieci Comandamenti).

Bene, Gesù dice: «Questo calice è il mio sangue per la nuova Alleanza, versata per voi e per la moltitudine in remissione dei peccati». Vuol dire: quella alleanza che Dio aveva fatto con il suo popolo al monte Sinai adesso si rinnova, Cristo la rinnova. Perché c’è bisogno di una nuova alleanza? Non andava mica bene quella vecchia? Lo dicono i Profeti: è vero, l’alleanza vecchia era buona, di per sé, ma Israele non l’ha osservata. Per cui Geremia, nel cap. 31, fa una promessa dove c’è scritto così:

Geremia (31, 31-34)

[31] Ecco verranno giorni – nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda io concluderò un’alleanza nuova.

[32] Non come l’alleanza che ho concluso con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto, un’alleanza che essi hanno violato, benché io fossi il loro Signore. Parola del Signore.

[33] Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo.

[34] Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore; poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato.

Cioè dice Geremia (è il Signore che parla):

«Io voglio fare un’alleanza nuova: l’alleanza prima che io ho fatto con il mio popolo al monte Sinai era bella, ma non l’hanno osservata.

Ne voglio fare una nuova, ma che non sia solo la ripetizione di quella là: questa volta l’alleanza, i comandamenti, invece di scriverli su una tavola di pietra, li scrivo dentro al cuore, in modo che il cuore dell’uomo diventi capace di camminare al passo di Dio, in modo che la volontà di Dio possa diventare la vita dell’uomo».

Cioè il senso è questo: quando Dio ha fatto alleanza con il suo popolo, gli ha dato la legge. Ma la legge dice quello che devi fare, ma non ti dà mica la forza di farlo; e Israele si è trovato quasi nell’impossibilità di osservare la legge di Dio.

Allora Dio dice: “Va bene, questa volta la scrivo dentro al cuore, in modo che non ci sia più bisogno di esortazioni dall’esterno: che ciascuno trovi dentro di sé la forza di amare, la forza di obbedire”; e voi ricordate che il profeta Ezechiele ha spiegato questo brano di Isaia, questa promessa di Isaia con due immagini che sono famose anche perché si incontrano nella liturgia, quindi le conoscete.

La prima è l’immagine del cuore nuovo: «Al posto del vostro cuore di pietra, io metterò un cuore di carne» e vuol dire: voi avete un cuore insensibile, indurito, un cuore che non è in grado di amare, che non è capace di servire Dio.

Bene, io faccio un trapianto di cuore: al posto di un cuore di pietra come quello che avete, ci metto un cuore di carne, sensibile; e al posto del vostro spirito vi dono il mio spirito. Al posto del vostro spirito che, diceva il profeta Osea, è uno spirito di infedeltà, che vi trascina verso l’abbandono di Dio, “Al posto del vostro spirito, ci metto il mio spirito”, cioè l’amore che Dio ha dentro di sé, in modo che voi possiate finalmente osservare la legge divina: vivere come il popolo di Dio.

Gesù dice questo: l’Eucaristia è la nuova Alleanza, non più fatta col sangue dei capri e dei vitelli, ma fondata sul sangue di Cristo, cioè sulla vita di Cristo donata. Vuol dire poi, in altri termini, che se voi andate a celebrare l’Eucaristia, andate a rinnovare l’Alleanza e rinnovare l’Alleanza vuol dire: andate a ridire che voi non potete fare quello che volete, siete sposati con Dio, l’Alleanza è un matrimonio con Dio.

Allora non puoi più vivere per conto tuo: tu devi vivere con Lui.

Il matrimonio vuol dire questo: vuol dire che ciascuno non vive semplicemente per conto proprio, ma vuol dire che si vive insieme, è un amore che nasce. Certamente questo amore che nasce sarà esperienza di libertà per il marito e per la moglie.

Quanto più il matrimonio è ricco e funziona, tanto più ciascuno trova in questo la pienezza della sua vita. Ma esattamente trova la pienezza della sua vita nel vivere insieme, nell’amare, nel donarsi. Questo è il tuo rapporto con il Signore.

Tienilo in mente.

Quando tu vai a Messa, tu vai a rinnovare il tuo matrimonio con Dio nel sangue di Cristo, nella vita di Cristo; e vuol dire che quando vieni fuori da Messa, non sei solo tu che vieni fuori da Messa, ma tu con il Signore, tu con l’amore di Dio, tu che appartieni a Dio. Che se vale qui il proverbio del Noblesse oblige, tu non ti puoi comportare come un uomo qualsiasi: ti devi comportare come figlio di Dio, come uno che appartiene a Dio, in modo che quando uno ti vede, veda in te la presenza di Dio, veda la volontà di Dio nella tua vita, nel tuo modo di pensare, di agire, di scegliere.

Ora, dicevo, andare a Messa vuol dire rinnovare l’alleanza con Dio; fare la Comunione vuol dire rinnovare l’alleanza con Dio, fondata su Gesù Cristo. A questo punto dobbiamo fare un passettino avanti e il passettino avanti è questo: prima di stipulare l’alleanza, Mosè, vi ricordate, ha letto i Dieci Comandamenti; ha detto: «Questa è la Legge di Dio, la Legge dell’Alleanza: ci state?».

Il popolo ha detto “sì” ed allora Mosè ha proceduto alla stipulazione dell’Alleanza.

Bene.

Quando andiamo a Messa noi facciamo alleanza con il Signore, ma è una nuova alleanza, non è solo l’alleanza del Sinai. Se è una nuova alleanza, ci sarà pure una nuova legge, perché la nostra alleanza non sono solo i Dieci Comandamenti; e qual è questa nuova legge? La prendiamo dal Vangelo di Giovanni al cap. 13, 33.

Siamo durante l’Ultima Cena: Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli, poi ha annunciato il tradimento di Giuda. Poi Giuda è uscito dal Cenacolo e Giovanni ha notato: «Ed era notte» e vuol dire certamente che Giuda entra nella notte, ma non solo nella notte, che c’era fuori della porta di casa, perché tra l’altro la Pasqua si fa nel plenilunio, quindi c’è una bella luna piena, di quelle che illuminano la notte; ma in realtà la notte era nel cuore di Giuda.

Rimangono Gesù e gli Undici nel Cenacolo e Gesù dice agli Undici:

(Gv 13, 33-35)

[33] Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete, ma come ho già detto ai Giudei, io dico ora anche a voi: dove vado io non potete venire.

[34] Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri.

[35] Da questo sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri.

Proviamo a spiegare queste parole, perché sono fondamentali per capire la Messa.

Prima cosa. Gesù dice: «Vi debbo lasciare e dove vado io non potete venire». Turbativa, crisi, perché i discepoli sono davanti ad una delusione profonda.

Un giorno, quando i discepoli hanno incontrato Gesù Cristo, hanno lasciato il loro mestiere, la loro famiglia, le loro conoscenze, i loro progetti per andare dietro a Gesù: hanno puntato tutta la loro vita e tutta la loro speranza su quell’uomo lì, su Gesù di Nazaret.

Hanno avuto il coraggio, hanno rischiato; a questo punto si sentono dire che Lui se ne va, e dove Lui va, loro non ci possono andare e quindi dovranno stare senza Gesù Cristo; e stare senza Gesù Cristo è, per i discepoli, qualche cosa di inconcepibile.

Come può un discepolo essere senza Gesù?

Vuol dire perdere l’orientamento della propria vita, vuol dire non sapere più quello che succederà, dove deve andare, che cosa deve fare, perché tutta la loro vita, torno a dire, è costruita sulla presenza di Gesù, sul fatto che Gesù è in mezzo a loro e loro lo seguono, «Dove vado io voi non potete venire».

Allora, a che cosa si rivolgono, su che cosa si impiantano per cercare la solidità della loro vita? «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri». Ora, tenetelo presente, questo amore fraterno, nell’intenzione di Gesù, deve sostituire la sua presenza: quello che prima era la presenza di Cristo, dopo diventerà l’amore fraterno.

Vuol dire che voi, nella comunità cristiana, quando conoscerete l’amore degli altri, che gli altri vi vogliono bene, sperimenterete ancora l’amore di Cristo per voi. È come se Cristo vi amasse ancora, è come se Cristo fosse ancora presente in mezzo a voi per amarvi. Anzi, non “come se”: è Cristo che continua a essere presente in mezzo a voi per amarvi. Tanto è vero, dice Gesù, che «da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri».

Vuol dire: è un amore così caratteristico, così proprio, ha un sigillo, è un amore “firmato”, non è un amore qualsiasi, è firmato da un esperto, da un artista, da uno che se ne intende, che è Gesù Cristo; è Lui l’esperto dell’amore, è Lui che firma l’amore fraterno dei discepoli, in modo che in quell’amore lì, c’è la sua capacità di amare. Allora dall’amore fraterno si riconosce chiaramente l’origine.

C’è un marmo che si trova solo a Carrara e voi lo potete trovare nella basilica di Nazaret, però potete dire senza problemi che quello viene da Carrara, perché quella è la sua “cava”. C’è un amore che nasce da Gesù Cristo e voi, dovunque lo troviate, non potete sbagliare: quello viene da Gesù Cristo, è firmato da Lui. Dicevamo ieri: è di denominazione d’origine controllata, non si sbaglia nel ritrovare l’origine di questo: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri».

Ma uno dice: «Va bene, è grande, è bello, al posto dei Dieci Comandamenti c’è l’amore fraterno, anzi un amore della stessa qualità di quello di Gesù Cristo, un amore che porta il marchio di fabbrica di Gesù Cristo. Ma io dove la trovo la forza di amare, la forza di amare con un amore puro come quello che Gesù Cristo ha vissuto e ha donato?».

Lo dice Lui: «Siccome io vi ho amato perché anche voi vi amiate gli uni gli altri».

Che vuol dire?

La forza che tu devi avere per amare gli altri te la regalo io con il mio amore. È perché io ti amo che ti rendo capace di amare. È perché io ti dono me stesso che ti rendo capace di donare te stesso agli altri. È quello che viene da me che ti conduce, ti riporta e ti apre agli altri nell’amore fraterno. Cioè la struttura della vita cristiana è semplicemente questo: «Siccome io vi ho amato perché anche voi vi amiate gli uni gli altri».

Il primo atteggiamento, quando si vuole bene ad una persona, è il dire: “io sono contento che tu esista, la tua esistenza mi dà gioia, la tua gioia arricchisce anche me”. Questa è la formula dell’amore; e tuttavia c’è anche un altro passo. Quando io ti voglio bene, ti voglio bene per arricchirti e per darti la capacità di crescere, di amare, di maturare te stesso. Il mio amore ti vuole abbellire e arricchire al massimo. Se potessi, ti renderei perfetto: per quello che posso ti rendo perfetto, con il mio amore, con la mia sincerità, con la mia apertura, con la sicurezza che ci sono e così via.

Così è l’amore del Signore per noi. La prima cosa che il Signore dice è che è contento che noi esistiamo, che ci prende così come siamo, con tutti i nostri limiti, con tutte le nostre magagne, con tutte le nostre povertà. Ci dona la vita, così: ha voluto bene a Pietro, ha voluto bene a noi, così come siamo, ci ha voluto bene.

Però, nel momento in cui Cristo dona se stesso a noi peccatori, si dona non per lasciarci empi, ma per trasformarci da empi in santi, da egoisti in generosi, da ipocriti in sinceri. Cioè l’amore di Cristo è un amore creativo che cambia quello a cui si rivolge: e non nel senso che gli cambia la personalità, ma nel senso che lo arricchisce nella verità, nell’amore, che gli permette di diventare quello che lui è veramente e che il peccato offusca.

Dunque, l’amore del Signore per noi ci rende diversi; l’amore del Signore per noi ci rende capaci di amare, ci rende capaci di donare la nostra vita.

Credo che se voi volete capire l’Eucaristia, che questo discorso sia fondamentale: ne riparleremo, perché questo è un pochino il centro di quello che diciamo in questi due giorni.

Quando noi andiamo a Messa, cosa andiamo a fare? A lasciarci amare da Cristo, a ricevere il suo amore. «Questo è il mio corpo che viene donato per voi».

Questo si chiama amore da parte di Cristo: e tu che cosa fai?

Accetti l’amore di Cristo. «Questo è il mio sangue che viene versato per voi».

Tu prendi e accetti il dono che Cristo ti fa…

L’AMORE INFINITO NELLA DIVINA EUCARISTIA

L’AMORE INFINITO NELLA DIVINA EUCARISTIA

Paolina Maria Jaricot

A cura della Pontificia Opera della Propagazione della Fede Via Propaganda, 1/c – 00187 ROMA

PRESENTAZIONE

Nella modesta serie dei “quaderni dell’animazione missionaria” questo è il terzo, ed appartiene a Paolina Maria Jaricot, la nostra fondatrice.

Nel mio ufficio, qualche anno fa, ho trovato un librici­no veramente minuscolo, edito a Lione, il cui “imprima­tur” risale al 4 settembre 1899 dato a Bruges.

Ho provato a leggerlo, e non potevo tenere nascosto e in silenzio questa “voce ardente” di Paolina Maria Jari­cot.

Eccola, dunque!

Sarebbe stato molto utile offrire qui e lì un buon corre­do di annotazioni storiche, spirituali, liturgiche, ma que­sto avrebbe ancor più ritardato la stampa del presente opuscolo.

Le persone impegnate nell’animazione missionaria delle PP. OO. MM. nelle diocesi e parrocchie, ne trarranno una gran bene.

Questa speranza l’affido a Maria Santissima, la no­stra Stella dell’evangelizzazione.

P. Osvaldo Pensa

AVVERTENZA

La vita di Paolina Maria Jaricot è attualmente molto conosciuta; qui ci limiteremo a raccontare, in modo spe­ciale, solo alcune circostanze della sua giovinezza, di cui questo opuscoletto è il frutto delizioso.

Paolina Maria nacque a Lione, in via Tupin n. 16, il 22 luglio 1799, da una famiglia di commercianti, ricchi e cri­stiani, ed ebbe la grazia singolare di essere educata da una santa madre.

A cinque anni, ricevette dal Papa Pio VII una partico­lare benedizione di cui risentì un beneficio per tutta la vi­ta.

A quindici anni, per la sua intelligenza, la sua grazia e la sua bellezza, divenne oggetto di ammirazione della so­cietà in cui viveva, di cui era la reginetta e dove si prende­va il gusto di mettere in evidenza una varietà di eleganti abbigliamenti, che portava con rara distinzione.

Per qualche tempo ella si abbandona del tutto ai diver­timenti e agli affetti della terra, senza però cessare di sen­tire nel fondo del cuore il richiamo divino al sacrificio di tutto ciò che passa, e di avvertire sempre più amaramente l’insufficienza di ciò che è finito a colmare l’abisso del suo cuore, creato per l’infinito.

Da ciò il susseguirsi di lotte violente durate tre anni, che conducono la giovane frivola sull’orlo della tomba. Finalmente queste lotte sono seguite dalla più bella vittoria dell’Amore divino, poiché quel cuore di sedici an­ni, cedendo le armi, depose generosamente sull’altare del sacrificio tutte le gioie, le illusioni, i vantaggi che costitui­scono tutto ciò che gli uomini chiamano “felicità”.

Il sacrificio è completo e istantaneo. Fin dal primo giorno e senza esitazione alcuna, la giovane rompe con tutto ciò che fino allora l’aveva attirata e si dona intera­mente a Dio, alle anime, agli sventurati.

L’ospedale sostituisce per lei le sale scintillanti dove era stata colmata di lodi, e le piaghe dei malati, nei quali la sua carità vede Gesù sofferente, “le diventano più prezio­se – scrive ella – di quanto non fossero le brillanti acconcia­ture”. In una parola, non è più lei, ma Gesù Cristo vive in lei.

La sua unica ambizione ora è di vincere il suo orgoglio naturale. Così l’elegantissima ragazza di ieri appare in pubblico rivestita dell’abito trasandato o grossolano delle popolane, di cui cerca di imitare perfino il goffo cammino. “La signorina Jaricot è impazzita” mormora la gente, meravigliata di questa trasformazione incomprensibile. Ma che importano le dicerie del mondo a chi possiede la pace del Signore?

La prima simpatia che viene incontro alla sua eroica rinuncia è quella di alcune pie operaie, le cui anime pure e generose si uniscono a Paolina Maria per glorificare, con una specie di riparazione onorevole di cuore e di azione, il divin Prigioniero del Tabernacolo e per sollevare tutte le miserie di anima e di corpo, alla loro portata.

Questo piccolo gruppo scelto, “le bataillon sacrè”, la sacra schiera della vergine-apostolo, è da essa organizzato in associazione, sotto il titolo di “Riparatrici del Cuore di Gesù” e la loro vita è degna di questo nome.

A partire da questa memorabile epoca (1816), che l’umile ragazza chiama anno della sua conversione – in realtà quello di un memorabile passaggio dalla vita cristia­na mediocre a quella fervorosa – il bisogno di salvare le anime e di sollevare gli afflitti, la divora; così d’accordo con la sua guida spirituale, che è accesa dallo stesso zelo, ella scrive e divulga molti opuscoletti che non solo istrui­scono, sostengono e incoraggiano le classi lavoratrici più sprovvedute, ma anche quelle di condizione più elevata nella società.

Questi fascicoli dati gratuitamente, come delle semen­ti che il vento trasporta senza ostacolo, andavano rapidamente e lontano a fecondare anche le rovine e i deserti…. La gratuità è il modo più sicuro e migliore per gettare fruttuosamente buoni semi nelle anime, nonostante le dif­ficoltà.

Che i seminatori del bene ne usino, come lo fanno quelli del male e…. abbondante sarà la messe celeste!

Il più importante di tali opuscoli fu proprio questo: “L’Amore infinito nella divina Eucaristia”, richiamo bruciante di fede e di amore a una santa unione di tutti i discepoli di Cristo – dei sacerdoti soprattutto – contro le se­grete e infernali insidie dell’empietà massonica, intravista chiaramente da questa anima illuminata dal Signore, al­lorché nessuno ancora la supponeva.

Dal primo momento in cui apparvero, queste pagine vibranti fecero viva impressione sul pubblico religioso e, più ancora, fra i sacerdoti, ai quali l’autrice, seguendo un’ispirazione divina, le aveva in particolare indirizzate. Ci si domandava ovunque quale penna le avesse scrit­te, e quale sguardo del cuore avesse penetrato tanto pro­fondamente nell’abisso dell’Amore del Salvatore per gli uomini e in quello dell’ingratitudine degli uomini per il do­no ineffabile del nostro Salvatore.

Nessuno conobbe mai il suo nome.

E mentre le anime erano commosse, accese ed elevate dalla meditazione di questo libro, l’autrice era, per così di­re, radicata nell’umiltà dalla sua guida spirituale. Il suo di­rettore spirituale, temendo per quest’anima così giovane ancora, i pericoli di un prematuro successo, approfittava di tutte le occasioni per rivolgerle avvisi come questi: “Tu sei assolutamente incapace di fare da te stessa qualsiasi cosa di bene e di buono; ma sei capacissima di fare il male. E tuttavia tu vorresti sempre fare… Umiliati, e resta nel tuo vero posto, nel nulla”.

“Oh! è vero, padre mio, rispondeva Paolina, io dimen­tico troppo spesso la mia impotenza e la mia profonda mi­seria. Ne abbia compassione e continui a sostenermi e gui­darmi”.

Simile atteggiamento non impediva al saggio diretto­re di apprezzare in segreto e di utilizzare secondo i bisogni i magnifici doni che la sua figlia spirituale aveva ricevuti dal cielo, poiché non soltanto la consultava e la faceva agi­re nelle delicate circostanze in cui gli interessi della reli­gione erano in gioco, ma egli stesso ne prendeva sovente dei consigli per la propria condotta e li seguiva con umile semplicità.

Circa “L’Amore infinito”, lo trovò così eccellente che volle pubblicarlo lui stesso, ma “senza aggiungervi un solo pensiero” dichiarò nella prefazione che vi fece, tolta da un discorso del pontefice Pio VII.

Oggi che lo scudo della morte difende l’anima della vergine-apostola contro i rischi della vanità, ci è permesso di rivelare le straordinarie circostanze nelle quali fu com­posto questo libro, vero gioiello spirituale di cui la fede, lo zelo e l’amore sono le perle preziosi.

Paolina Maria aveva diciannove anni quando lo compose a Saint-Vallier (Dróme), presso sua sorella Maria Lo­renza, moglie di Victor Chartron, che vi possedeva uno stabilimento industriale considerevole, dove circa trecen­to giovani operaie erano ogni giorno impiegate nel lavoro della seta.

Sono noti per chi conosce la biografia di Paolina Maria Jaricot i particolari dell’apostolato esercitato da lei nel­lo stabilimento di suo cognato, dove sotto la direzione e i consigli dell’abate Bleton, il santo vicario della parrocchia, ella operò un cambiamento così prodigioso, che in poco tempo si videro sbocciare le più belle virtù là dove fino al­lora il vizio col suo orrido corteo aveva regnato incontra­stato. Questo cambiamento era tanto reale che l’angelica apostola non faceva nessuna fatica a far accettare e a far seguire un regolamento quasi comunitario a queste giovani, che prima di allora avevano seguito solo la legge del piacere.

Notiamo anche che in questa stessa epoca (1818) e in questo stesso luogo, Paolina Maria fece come un primo esperimento della sua futura “Opera della Propagazione della Fede”, stabilendo nella fabbrica, divenuta cristiana, l’uso della questua-raccolta di un soldo ogni venerdì in fa­vore delle Missioni. La parrocchia di Saint-Vallier custodi­sce con santa fierezza questo glorioso ricordo.

Mentre la giovane apostola faceva così la sua prima retata in favore del celeste Pescatore di uomini, lo Spirito di luce proiettava in lei uno dei suoi raggi potenti che illu­minano l’intelligenza, accendono il cuore e sospendono, in un certo senso, il corso della vita materiale per dare libero slancio all’anima che tiene prigioniera.

Ecco un particolare simile riferitoci dalla signorina P. Perrin, figlia di Sofia, sorella maggiore di Paolina Maria: “Mia madre, che nel 1818 aveva accompagnato la zia Pao­lina a Saint-Vallier, mi ha raccontato che un giorno fave­va vista mettersi a scrivere con grande rapidità e come sotto il comando, di una forza straordinaria; soffriva cru­delmente, da poco tempo, per un male sopraggiunto al pollice della mano destra; malgrado ciò, ella continuò a scrivere così, bevendo appena un pò d’acqua fresca di tan­to in tanto e senza tener conto alcuno del riposo della not­te, del bisogno del cibo, fino a che non ebbe terminato “L’Amore infinito”, scritto tutto di getto”.

Mezzo secolo più tardi, il cardinale Villecour, che nel 1818 era elemosiniere della Carità, a Lione, scriveva: “D’una immaginazione viva e brillante, la signorina Paoli­na Maria Jaricot consacrò a Dio, dalla sua prima giovinez­za, tutte le risorse del suo spirito e del suo cuore. Mi ricor­do d’aver letto una piccola opera: L’Amore infinito che ella pubblicò appena giovanissima, e che respirava il fuoco dell’Amore;, divino di cui era infiammata. Esaminata dall’autorità ecclesiastica, quest’opera fu trovata incensurabile. Temevo tuttavia che dei successi tanto precoci po­tessero recar danno ad un’età tanto suscettibile alle vani­tà dell’amor proprio.

Ma ciò che Dio custodisce è ben custodito! Il Divino Maestro preparò ben presto per la sua giovane serva delle salutari prove contro la superbia, riservandole quelle più dure nell’età in cui si sviluppano successivamente tutte le forze dell’anima”.

Le prove di cui parla l’eminente cardinale andarono crescendo e si moltiplicarono col progredire degli anni per la pia giovane, la cui memoria è, a più di un titolo, in bene­dizione nella Chiesa.

“Dio permetteva così, senza dubbio, affinché colei che era vissuta unicamente per Lui solo e per il bene dei fra­telli, seguisse al declinare di suoi giorni Gesù Cristo, che andava a morire per il popolo che lo condannava, e che per la sua forza d’animo, la dolcezza, la serena accettazione di tutte le sofferenze si mostrasse sua vera discepola” (Leo­ne XIII).

Dopo tale lode, scaturita da tale augusta penna, che cosa resta da dire?…. Una parola sola.

La si domanda….. Ci si raccoglie in silenzio per udirla. E se il Pontefice Romano si degna pronunciarla, tosto da tutte le labbra santificate dall’Eucaristia esploderà l’in­no di esultanza che celebra il trionfo degli amanti di Gesù Cristo:

Noi ti lodiamo, Dio,

ti proclamiamo Signore!

Ti acclama la candida schiera dei martiri!…..

INTRODUZIONE

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Chi sono io, Signore, per parlare del Sacramento del tuo amore?

Tante volte ho tentato di farlo, sempre abbagliata dal­lo splendore delle tue meraviglie, ma sono rimasta senza parole, incapace di potermi esprimere.

Sarei ora più forte?

Tacerei per avere troppe cose da dire?

Oso sperare che tu stesso sarai il fuoco delle mie espressioni, l’intelligenza del mio spirito, l’amore del mio cuore, il sostegno della mia debolezza, di modo che potrò così compiere fedelmente il tuo volere.

O Maria, trono della Sapienza, nelle tue braccia e all’ombra della tua protezione sto per fissare il Sole di giu­stizia! Metto la mia mano nella tua, muovila secondo la vo­lontà soave dello Spirito di verità.

E tu, mio angelo, fedele custode dei miei giorni, la cui bontà s’interessa delle mie azioni più piccole, resta al mio fianco per sostenere la mia debolezza, affinché l’importan­za del mio impegno mai abbatta il mio coraggio.

Santa Chiesa, mia tenera Madre!

Se oso parlare del più prezioso tesoro da te ricevuto dallo Sposo celeste, lo faccio con il sentimento della più perfetta sottomissione a tutto ciò che tu ci insegni attra­verso la voce dei legittimi Pastori; ed è alla luce della divi­na fiaccola, che porti davanti a noi, che io entro nel san­tuario del divino Amore, persuasa che gli strumenti più vili, nelle mani di Dio, sono i più adatti a manifestare la sua sapienza.

1. Il Cuore di Gesù e la divina Eucaristia

Cuore adorabile di Gesù, tu sei l’origine della divina Eucaristia; come fosti la sede della vita temporale di Ge­sù, così lo sei della sua esistenza sacramentale.

Prima che il Sangue prezioso, che ci ha redenti, fosse sparso, riceveva in te il calore e il movimento; e dopo che è stato sparso sulla croce, è per te che scorre sulle nostre anime per purificarle, per fortificarle e per conservarle nella vita della grazia.

Sì, il Sangue di Gesù Cristo è sparso sulle nostre ani­me, poiché tu sei la sorgente degli affetti dell’Uomo – Dio, il trono della sua misericordia, il focolare del suo amore, la fornace della sua tenerezza, e da questa sola sorgente scendono tutte le grazie e le celesti benedizioni. Appartiene, dunque, solo a te compiere, con l’istitu­zione della divina Eucaristia, il capolavoro dell’Amore in­finito.

Che potrei dire, Signore Gesù?

Con questo sacramento, hai trovato il modo di unire a te l’uomo tanto intimamente da fare una cosa sola con lui; il tuo Cuore diventa il principio della sua vita spirituale, come il suo cuore è il principio della sua vita temporale. Tu crei in chi ti riceve degnamente, un uomo spiritua­le, composto d’un corpo spirituale e di un’anima divina. La sua anima imperfetta, santificata dalla tua adorabile presenza, diventa come il corpo spirituale dell’uomo, e la tua anima diviene essa stessa l’anima e la vita di questo essere rinnovato e come assorbito in te.

Per questa meravigliosa unione, tu trasformi anche il corpo della fortunata creatura; il tuo Cuore diventa come il movimento del suo cuore, il tuo sangue diventa la forza vitale del suo sangue, e la tua carne diviene come la sua carne: l’uomo vive in te e tu vivi in lui talmente, Signore, che mi sembra strano che egli non muoia anche corporal­mente, dal momento che è tanto infelice per separarsi da te col peccato mortale.

E perché non perde allora la vita corporale! Chi può sostenerlo e impedirgli di soccombere?

Gesù, mi pare di comprenderlo! L’amore che gli porti non è tutto concentrato nel tuo adorabile sacramento. Io contemplo Gesù crocifisso come una fontana di vi­ta, posta sulla cima del monte Sion, dove scaturiscono sor­genti di grazia e di salvezza. Queste acque vivificanti cado­no in un immenso serbatoio, che è l’Eucaristia; ma, più che mai abbondantissime, esse traboccano e si precipitano lungo la santa montagna, che il peccatore vuole abbando­nare.

Esse bagnano la terra, che egli calpesta: esse lo rag­giungono ovunque, anche suo malgrado e mentre egli si sforza di allontanarsi, esse lo inseguono come per trasci­narlo in un secondo serbatoio, che circonda la montagna, e comunica col primo per mezzo di canali sotterranei, che rappresentano il sacramento della Penitenza. In questo bagno di riconciliazione, la grazia spinge il peccatore a precipitarsi, affinché, purificato dalle proprie iniquità e in­gratitudini, possa risalire verso la primitiva sorgente, che ha volontariamente abbandonata.

Infelice peccatore, perché fremi al pensiero che il sa­cramento della Penitenza è un rimedio ai tuoi mali? Perché ti infastidisci della grazia che ti sollecita e non ti lascia la crudele libertà di volerti perdere senza paura e senza rimorso?

Non sai, dunque, che se i tuoi piedi non fossero im­mersi nelle sacre acque del tabernacolo, tu moriresti im­mediatamente dopo il tuo peccato, come un pesce fuori dal suo elemento, poiché non potendo più glorificare la mise­ricordia di Dio, andresti per sempre all’inferno per mani­festare la sua giustizia?

2. Il sacerdote e il tabernacolo

Ministri di Gesù Cristo, accogliete l’omaggio del mio più profondo rispetto: voi siete scelti fra tutti gli uomini per operare i prodigi dell’Amore infinito.

Perché non posso esplodere in ringraziamenti alla vi­sta della vostra ineffabile grandezza? Voi siete veramente re e sacerdoti, perché potete disporre di corone del cielo in nostro favore per il potere che ve ne ha dato la Vittima adorabile, che ogni giorno si offre nelle vostre mani. Voi siete per noi veramente padri e madri, poiché la nostra vita riposa sul vostro cuore e noi troviamo nella vo­stra carità per noi, il nutrimento più delizioso.

Io venero profondamente il vostro sacerdozio; vedo in voi il mio Salvatore e vedo voi nel mio Salvatore.

Sì, Signore, tu solo puoi far germogliare il tuo sacer­dozio in uomini deboli e mortali, e rendere la loro voce fe­conda per riprodurti sui nostri altari.

Sacerdoti dell’Altissimo, se noi vi dobbiamo la presen­za di Gesù in mezzo a noi, voi dovete alla sua presenza in voi tutto ciò che siete.

Il vostro potere proviene dal tabernacolo; qui risiede la potenza stessa di Dio: a chi potete ricorrere nelle ansie, nelle preoccupazioni, nei dubbi, nelle stanchezze, se non all’Ospite Divino del tabernacolo?

Da Lui, solo da Lui infatti dipende la riuscita delle vo­stre fatiche; là dovete perorare la causa vostra e quella delle anime affidate alle vostre cure, e solamente là trove­rete il santo zelo, i celesti ardori, la forza, la luce e tutte le grazie necessarie per compiere degnamente le divine fun­zioni del vostro tremendo ministero.

Gesù, Dio tutto amore, fino a qual punto ci hai amati! Non contento d’aver istituito la divina Eucaristia, affin­ché il corpo e il sangue della vittima divina divenissero nu­trimento spirituale delle anime nostre e il pegno della no­stra risurrezione, tu hai voluto ancora che essa perpetuas­se la memoria e i meriti della tua vita e della tua morte! Infatti con l’immolazione del tuo Cuore, dal quale sul­la croce dopo la consumazione del sanguinoso sacrificio uscì sangue ed acqua, hai dato vita al sacrificio adorabile della messa, offerta migliaia di volte al giorno e nei più di­versi luoghi: nelle città, nelle campagne, nei campi di bat­taglia, negli ospedali, nelle prigioni, sulla terra e sul mare, in tutte le contrade del mondo, ovunque ci sono uomini che possono approfittarne.

Sacrificio quello della Messa, il più santo ed augusto, il solo degno di Dio e che tuttavia si inizia e si consuma in brevissimo tempo per il massimo bene dei sacerdoti e dei fedeli, dei quali è, in un certo senso, proprietà.

Gesù, almeno tutti ne possano ricavare dei vantaggi! Perché i nostri occhi non divengono fontane di lacri­me, dal momento che tu sei insultato perfino sui tuoi alta­ri, come lo sei stato sul Calvario?

I tuoi nemici, scuotendo il capo, ti dicevano: “Che di­scenda dalla croce e crederemo in lui”! Così gli empi, en­trando nelle chiese, sembrano dire col loro atteggiamento superbo e sprezzante: “Se sei un Dio potente, rispondi alle nostre ingiurie, prendi le tue difese”…

Dio di bontà, taci sempre e rispondi all’empio conti­nuando a offrirgli i tuoi benefici. Anche oltraggi maggiori non riuscirebbero a sospendere il tuo adorabile sacrificio. Ti immoli fra le mani del tuo ministro.

Ti doni in cibo ai tuoi fedeli.

Ti lasci rinchiudere nel tabernacolo come se vedessi appressarsi al tuo tremendo mistero solo anime pure e adoranti.

Vittima di propiziazione, in te si estinguono i fulmini dell’eterna giustizia, tu sei la diga che trattiene i torrenti della collera celeste.

Se il sacrilego, se il peccatore insolente fosse schiac­ciato nell’istante stesso in cui ti offende, come potrebbe essere il tuo perenne sacrificio la continuazione e la ripro­duzione di quello del Calvario?

Non è forse necessario che il regno della tua miseri­cordia superi quello della tua giustizia? Non vi sarà l’eter­nità tutta per punire gli infelici che non avranno saputo approfittare dei doni del tuo amore?

3. Gesù nascosto

Gesù, vittima del tuo amore sui nostri altari, vorrei far conoscere la tua carità senza limiti, la tua inenarrabile pazienza, la tua profonda umiltà, la tua perfetta obbedien­za, i tuoi prodigiosi annientamenti; ma come la più povera e piccola delle tue creature può immergersi nell’oceano delle tue meraviglie, senza fondo e senza rive?

Sono allora costretta a restare muta nella mia ammi­razione? Mi avresti condotta nel giardino del divino Amo­re solo per darmi il dolore di non potervi cogliere nulla? Io mi sento come un fanciullo posto in un’aiuola smaltata di mille fiori, che cade a ogni passo e non riesce a farne un mazzo.

Veramente, Signore, i tratti amabili che rivelano la tua tenerezza per noi sono così tanti, che non so quali sce­gliere per renderti omaggio.

Che farò allora? Balbetterò. È ciò che si può fare quando si tratta di esprimere ciò che sorpassa anche le in­telligenze angeliche.

Poso, anzitutto, il mio sguardo commosso su Gesù na­scosto, prigioniero del suo amore, su Gesù obbediente ai suoi ministri.

I sensi sono sospesi e la ragione è attonita; solo la fede esclama: “Uomini, prostratevi, adorate il Signore Gesù sotto i veli eucaristici! Egli vi si presenta sotto la forma del pane, perché è la vostra vita; e sotto la specie del vino, perché è la vostra forza”.

Ma quanto nobili e commoventi sono i motivi per i quali si nasconde sotto queste apparenze oscure! Se con la sua maestà abbagliasse gli occhi dei suoi ministri, potreb­be arrestarli nel loro ministero; incantando le loro orec­chie, rallenterebbe i loro passi; dando dei segni esterni della sua potenza, li farebbe tremare. Egli allora preferi­sce abbandonarsi nelle loro mani, senza restrizione e sen­za riserve.

Questa è la legge che l’amore gli impone.

Sia dunque che i suoi ministri lo tolgano dal taberna­colo per darlo ai fedeli, per esporlo alla loro adorazione, per portarlo ai malati, per benedire l’assemblea; sia che lo chiudano nei medesimi tabernacoli, egli è sempre disposto a fare ciò che essi vogliono.

Ogni giorno, dal sorgere del sole fino all’aurora se­guente, Gesù è disposto ad obbedire loro: che lo portino solennemente o ritengano conveniente nasconderlo sul lo­ro cuore, Gesù Cristo si abbandona a loro.

Chi potrà dire, o sacerdoti, i vostri privilegi? L’Agnello è immolato per tutti; ma voi soltanto avete il compito di fare gli onori della sua mensa e di chiamare gli invitati al celeste banchetto.

Gesù è venuto a stabilire il suo regno nelle anime, ma niente di strepitoso annuncia la sua presenza. Il suo trion­fo consiste nel far tacere i sensi dell’uomo conquistando il suo cuore e non nel conquistare il suo cuore, affascinando i suoi sensi. Per questi ultimi, egli resta così sempre na­scosto, in maniera impenetrabile.

Se i suoi ministri lo portano ai malati, egli è quasi sem­pre circondato da persone semplici e oscure agli occhi del mondo.

Le mani del prete sono il carro di trionfo sulle quali egli percorre le vie della città, e mentre i re della terra an­nunciano il loro arrivo attraverso fieri cavalieri e trombe e spari, Gesù, il Re dei re, nascosto nell’umiltà dell’amore, annuncia la sua presenza con umili segni.

Sembra che ciò sia ancora troppo poco per compiere il suo disegno di nascondimento nell’Eucaristia; vuole che tutto ciò esprime il suo amore, costituisca anche una pro­va per la nostra fede e un’occasione al suo abbassamento. Presso i malati, una povertà più grande ancora lo cir­conda. Un mobile destinato agli usi più ordinari della casa, ecco il trono sul quale riposa Nostro Signore. Spesso dei fanciulli distratti e superficiali vi si appoggiano e fanno vacillare il santo Sacramento. Più spesso, quelli che cura­no il malato passano e ripassano davanti al Salvatore, co­me senza accorgersi della sua presenza.

È così che ti compiaci di umiliare i nostri sensi, divino Gesù, affinché il nostro cuore stabilisca sulle loro rovine la propria fede e ti offra un omaggio puro, libero, ardente e perseverante.

Al nostro cuore parli con la pazienza nel sopportare la dissipazione di coloro che ti circondano, con la dolcezza verso chi vieni a visitare, e col silenzio e con la tua profon­da umiltà quando ricevi sovente degli oltraggi. Sì, tutto in te proclama: Gesù è Amore.

E chi più del malato deve intendere questa parola, pie­na di dolcezza: “Gesù è Amore”? Giacché ti presenti a lui quando è in preda ai più vivi dolori, scoraggiato dalla de­bolezza che lo accascia, spaventato dalla morte che s’avvi­cina. Proprio in questi tristi e fatali momenti, ti degni ono­rarlo con la tua visita e con la tua presenza. Il suo cuore è sempre stato oggetto delle tue premure e prima che arre­sti per sempre il suo battito, tu vieni a domandargli l’ulti­mo atto di amore che lo salvi.

“Figlio mio, – sembra che gli dica – ora che il mondo ti ha dato il suo addio, ora che i tuoi sensi intorpiditi sono in­capaci di dominare il tuo cuore; non vuoi donarlo a me? I tuoi rifiuti durante la vita mi hanno rattristato, senza però farmi perdere la speranza; ho taciuto in mezzo ai tuoi fri­voli divertimenti, perché la dissipazione t’impediva di ascoltarmi, ma oggi che le illusioni cedono ai terrori della morte, oggi, figlio mio, donami il tuo cuore, donamelo con fiducia.

Péntiti di conoscermi sì tardi; offriti in sacrificio di espiazione alla mia giustizia; gettati nel seno della mia mi­sericordia; non esigo niente di più dopo la confessione del­le tue infedeltà.

Come pegno della mia perfetta riconciliazione con te, ti dono il mio Corpo, per imprimere nel tuo, l’inizio della gloriosa risurrezione; il mio Sangue, per imprimerti il si­gillo degli eletti; la mia Anima, per accompagnare la tua fino al tribunale eterno; la mia Divinità, per giudicarti se­condo la mia misericordia, prima che la mia giustizia re­clami i suoi diritti su di te.

Oggi, figlio mio, voglio esaurire gli ultimi tesori della mia grazia in tuo favore, applicandoti in più con l’Estrema Unzione tutti i meriti dell’agonia e delle crudeli angosce sopportate per tuo amore nel Getsemani. I tuoi sensi tro­veranno, nella debolezza cui furono ridotti i miei, le forze necessarie per sostenere la tua anima negli ultimi momen­ti contro le tentazioni del demonio, gli orrori del trapasso, le sofferenze della separazione, affinché in tal modo la tua anima sia ancor più purificata per comparire al tribunale di Dio”.

4. Gesù medico e consolatore

Così ci ami, Gesù! Il nostro ultimo sospiro può aprirci il cielo, anche se con una vita di peccati abbiamo mille vol­te meritato l’inferno.

Con quale tenerezza, poi, tu visiti le anime fedeli che hanno speso la vita per amarti! Tu non ci badi affatto alle precauzioni delle persone che le circondano.

Vieni tu stesso in persona per assisterle, per essere il loro medico, la loro consolazione.

Proprio come una tenera madre prende fra le braccia il figlio diletto per sollevarlo, farlo distrarre con le sue ca­rezze e si scomoda e si abbassa, in qualche modo, per pro­curare al figlio una posizione più dolce e più comoda, così il dolcissimo Gesù offre ai figli diletti e fedeli il suo Cuore per farli riposare. Non contento di prenderli fra le sue braccia, di rallegrarli con le sue consolazioni, viene Egli stesso a immedesimarsi con le loro sofferenze, mettendo il suo Cuore nel loro cuore oppresso, la sua anima nella loro anima, il suo corpo glorioso nella loro carne sofferente.

Non solamente resta al capezzale del loro letto, ma do­na loro tutti i meriti della sua passione, per santificarne le sofferenze e, mentre fortifica la loro anima facendo scen­dere su di essa il sangue di cui fu inondato durante la sua agonia, dona loro il coraggio di accettare con lui il calice della morte, che Egli allora accettò per essi; in questo mo­do la passione, l’agonia e la morte del Salvatore continua­no e si consumano, per così dire, in essi, per compiere l’opera della loro salvezza.

Sacerdoti di Cristo Gesù, permettete che mi feliciti ancora con voi.

Voi siete lo strumento di Gesù presso le anime che Egli viene a visitare.

Voi avete il compito di far loro conoscere la grandezza dei suoi doni e del suo amore.

Ma se egli resta in silenzio per lasciare che voi parliate in suo nome ai poveri malati, egli ascolta ciò che dite e giu­dica le vostre parole secondo la forza del suo amore per es­si.

Questa occasione si presenta, molto spesso, è vero; per questo siete tentati di fare l’abitudine a ciò che costituirà eternamente l’ammirazione degli Angeli e dei Santi; ma permettete che vi dica che ogni tratto della carità di Gesù Cristo diventi nuova esca al fuoco divino che deve brucia­re il vostro cuore!

Il Salvatore divino non è forse disposto a infiammarlo sempre più? E se vi raffreddate perché il suo amore è troppo generoso, non è forse perché trascurate di parlar­gli cuore a cuore?

Ogni volta che il vostro Dio vi assume come strumenti della sua bontà verso coloro che soffrono, ogni volta che voi avete la felicità di camminare con Lui, non è forse nel­la disposizione di istruirvi come istruiva gli Apostoli du­rante il tempo della sua missione sulla terra?

Se rimanete freddi e persino storditi, mentre la luce e la pace del mondo è nelle vostre mani, non è forse perché ancora trascurate di abbassarvi a Colui che si abbassa da­vanti a voi, di adorare in spirito e verità Colui che vi ama, di pregare con semplicità e confidenza Colui che desidera accordarvi tutto? Se fosse concessa al ministro di un re tanta familiarità col suo sovrano, come a noi con Gesù Cri­sto, credete che non ne approfitterebbe?

Gesù, i tuoi fedeli hanno mai capito che la tua perpe­tua immolazione sull’altare diventa la sorgente, non solo di tutte le grazie che provengono direttamente dal Sacra­mento del tuo amore, ma anche d’infinite altre, che nep­pure si suppongono?

Che significa la tua Croce collocata sul tabernacolo, se non che tu hai trovato il modo di rendere le tue piaghe sempre vive per far scorrere incessantemente su di noi il tuo sangue prezioso?

Le tue piaghe, come possono essere sempre aperte, come può il tuo sangue scorrere continuamente?

Dopo che sei entrato nella gloria, con la risurrezione, sei diventato immortale e incapace di soffrire e di morire nuovamente.

Mio Dio, chi ti ha dunque reso vittima sempre sacrifi­cata e sempre viva? Per qual mistero, senza strumenti di morte, la tua passione può perpetuarsi fino alla consuma­zione dei secoli?

Questo veramente è il grande mistero, che avviene sui nostri altari, la più grande delle meraviglie nascoste nella divina Eucaristia, la più stupenda invenzione dell’Amore Infinito.

Il sacrificio di Gesù sull’altare riapre continuamente le piaghe che ha ricevuto nel corso della Passione. Questo sacrificio, infatti, non è la continuazione e la riproduzione di quello della croce? Gesù Cristo non è im­molato, sempre presente nelle nostre chiese, per applicare i meriti delle sue fatiche, delle sue sofferenze e della sua morte?

L’Eucaristia è, perciò, veramente la sorgente degli al­tri sacramenti, poiché da essa, come da una divina fonte, scorre senza interruzione fino alla consumazione dei seco­li, il sangue di Gesù; da essa, la Vittima divina è sempre immolata per noi.

5. Il sacerdote e l’Eucaristia

Sacerdoti dell’Altissimo, voi siete i canali attraverso cui le grazie e i meriti del sangue di Gesù si spandono nei nostri cuori.

Il vostro sacerdozio è questo fiume di latte e miele, che irriga i prati di Sion.

Ma se il vostro ministero è per noi così dolce e prezio­so, potrebbe forse diventare amaro e sterile proprio per voi?

L’ape, che raccoglie il nettare dei fiori per procurarci un delizioso nutrimento e, con il suo lavoro, fornisce la ce­ra per darci luce, non è essa la prima ad approfittare del frutto della sua attività e a cercare nel suo alveare un asilo contro le intemperie delle stagioni?

Padri miei, sarebbe forse cosa indegna di voi conside­rare questo semplice paragone?

Trovando nel giardino degli olivi, nel Pretorio, in tut­ta la passione del Salvatore, il succo più puro dell’Amore Infinito perché non cominciate da voi a saziare voi stessi prima di nutrire le nostre anime?

Nella fede che ci predicate, come non trovereste per primi le armi invincibili per respingere tutti gli attacchi del nemico?…. Permettetemi di dirvi che cerchereste inu­tilmente luce nelle risorse della vostra intelligenza e consi­gli nella scienza degli uomini.

Chi può darvi delle certezze nei turbamenti che così spesso vi agitano, e di cui neppure potete rendervi piena­mente conto?

Chi può animare il vostro zelo, quando dei timori, fin troppo fondati sulle disposizioni delle anime da voi dirette, vengono ad abbattere il vostro coraggio e vi lasciano in­certi sulla maniera di condurle a salvezza?

Chi può darvi sicurezza, quando la corruzione del mondo, le vostre stesse difficoltà, lo scarso frutto delle vo­stre parole, vi fanno quasi rimpiangere il vostro primo passo nel Santuario?

Infine, chi potrete consultare in tutte le ansie legate al vostro ministero, se non Gesù stesso, al quale avete la feli­cità di avvicinarvi tanto familiarmente? Gesù, questo buon Maestro, questo incomparabile celeste Amico, vuole sen­tirsi onorato molto della vostra confidenza, e si lamenta perché non andate troppo spesso da Lui.

Dove trovereste un consigliere migliore, un consolato­re più amabile?

Lui solo può guidarvi nella direzione delle anime, e con la sua grazia parlare a quelle che la vostra voce lascia insensibili. Quante volte, per la vostra preghiera, saprà confondere l’audacia dei corruttori per preservare l’inno­cenza da un contagio quasi universale!

E chi mai può sapere se, grazie a voi, Egli non riuscirà a salvare i popoli?

Oh, non ne dubitate: se conosceste bene il vostro pote­re sul Cuore di Gesù, la vostra tristezza si cambierebbe in gioia, e voi benedireste ogni giorno la vostra vocazione al sacerdozio; voi provereste al servizio del buon Maestro un ampio compenso all’apparente sterilità delle vostre fati­che.

Ma per gustare le consolazioni di Gesù Cristo, bisogna domandargliele.

Svegliatevi dunque, lo Sposo vi attende; vi ha già pre­venuto in tutti i modi; ora tocca a voi rispondere, portan­do a lui il vostro cuore, lo spirito, i vostri desideri.

Vi ha tutto donato, donandosi a voi interamente; tut­tavia vi sono ancora dei beni che vi offre e sono speciali per giungere alla salvezza; presentatevi al trono del suo Amore, e ve li accorderà. Imitate Mosè nelle vostre ansie­tà: andate a bussare alla porta del tabernacolo.

O Amore Infinito, rinchiuso nella divina Eucaristia! L’ingratitudine umana diviene quasi un’occasione per far irradiare meglio la veemenza del tuo amore.

Simile al fuoco che s’accende e si sviluppa con l’uraga­no che sembrerebbe doverlo spegnere, l’amore di Gesù pa­re farsi più ardente, più impetuoso, più industrioso nel fa­re sacrifici, a misura che diventiamo più indifferenti verso di lui.

Mentre tu sei nascosto nel segreto del tabernacolo, o Dio d’amore, l’orgoglioso vi ti lascia in abbandono, perché niente in te lusinga la sua vanità; tu sei un Re accessibile ai poveri, agli ignoranti ed anche a dei semplici fanciulli, ma non sapresti essere il re di chi ha il cuore orgoglioso. L’ambizioso vi ti lascia in abbandono, perché egli co­nosce solo le grandezze della, terra, mentre tu gli offri un posto nascosto nel Cuore, una grandezza sconosciuta al mondo, un tesoro che non riuscirebbe ad accontentare la sua passione per il lusso e la vanità.

I “sapienti del secolo” vi ti lasciano in abbandono, per­ché, avidi di brillanti scoperte che possono attirare loro ammirazione e celebrità quaggiù, si preoccupano ben poco della scienza della loro salvezza.

I ricchi vi ti lasciano in abbandono, perché i loro occhi, abituati allo splendore dell’oro, della seta e delle pietre preziose, non possono affidarsi a un Dio povero, annienta­to, nascosto sotto le apparenze più umili.

I potenti vi ti lasciano in abbandono, perché avidi della gloria, disdegnano le armi spirituali che offri loro per vin­cere i loro nemici invisibili e trionfare sulle loro passioni; la conquista del Regno dei cieli non appare loro impresa abbastanza gloriosa.

I commercianti vi ti lasciano in abbandono, perché so­no accesi dalla sete dell’oro, mentre tu vuoi far loro acqui­stare il Cielo con le opere di carità.

I contadini vi ti lasciano in abbandono, perché più in­tenti a raccogliere i frutti della terra che a ricevere i tuoi doni celesti, sdegnano di offrirti il loro lavoro e di venire a riposarsi presso il tuo Cuore.

I giovani vi ti lasciano in abbandono, perché, legati da mille passioni mondane, non hanno il coraggio di liberar­sene per legarsi solamente a Te.

I vecchi vi ti lasciano in abbandono, perché, oppressi più dal peso delle catene che li legano alle loro cattive abi­tudini che dal peso degli anni, preferiscono perdere il poco tempo che resta ad occuparsi dei ricordi della loro giovi­nezza sregolata più che a prepararsi all’eternità che sta per inghiottirli.

Percorro infine tutte le età e gli strati della società e trovo ovunque degli ingrati che ti abbandonano, e non posso non esclamare:

“Dove sono dunque gli eletti, se non si trovano fra gli adoratori del tuo augusto Sacramento? Quanto pochi, in verità, ce ne sono in ogni condizione! Sei dunque solo tu, Signore, a pensare alla felicità, degli uomini!

Quanto più l’uomo si allontana da te, sembra che tu ti avvicini di più a lui. Quanto più la nostra fede si indeboli­sce, la S. Chiesa, sempre guidata dallo Spirito Santo, espone ancora di più Gesù Cristo all’adorazione dei fedeli; essa moltiplica le benedizioni del s. Sacramento; ella ren­de più accessibili i tabernacoli delle nostre chiese; sembra che la Chiesa diminuisca la sua severità per mettere il no­stro Salvatore alla portata di quanti desiderano giungere ai piedi di questo trono della divina Misericordia.

6. Annientamento di Gesù Cristo

Un tempo il tabernacolo era coperto da un velo o da una grata, che toglieva quasi interamente alla vista dei fe­deli la celebrazione dei Santi Misteri; oggi è completamen­te allo scoperto.

I laici possono prendere posto fino ai piedi dell’altare; e, in qualche chiesa, il tabernacolo è così vicino alla nava­ta, che quasi non esiste più separazione.

Una volta, la più semplice funzione nella chiesa era considerata un insigne favore, che uomini ragguardevoli si ritenevano assai felici di ottenere; oggi il servizio delle chiese, la decorazione del tabernacolo, la manutenzione degli altari sono affidati a persone di ogni specie, a della povera gente, e talvolta anche a dei fanciulli.

Signore, nel servirti all’altare non v’è da entusiasma­re di riconoscenza anche i cuori più insensibili, se avessero la fede?

Mentre i “grandi della terra” sono serviti con rispetto e magnificenza, tu sopporti che un fanciullo sventato di­stenda la tovaglia per il celeste banchetto; mentre uomini distinti si ritengono molto onorati di servire il loro sovra­no nelle funzioni più abbiette in se stesse, tu permetti a dei servi, anche a dei cattivi senza fede e senza amore, di avvicinarsi al tuo augusto Tabernacolo!

O profondo annientamento del mio Dio!

Un tempo, le porte delle chiese venivano aperte e chiuse dai leviti, insigniti degli ordini minori, oggi le chiavi della casa di Dio sono affidate a persone senza importanza e spesso ignoranti, che conoscono appena il mistero dell’Eucarestia. Perciò vediamo questo servizio compiuto con sì poca fede, con tanta indifferenza, soprattutto nelle campagne, che si avrebbe il diritto di chiedersi se la custo­dia del “tesoro degli angeli” non sia data piuttosto a dei carcerieri che a degli adoratori di Gesù Cristo.

Io stessa, miserabile, ti ho più volte rinchiuso nel ta­bernacolo, adorabile prigioniero del tuo Amore!

Ho portato con me le chiavi del “tesoro degli angeli e dei santi”; ho potuto aprirlo a mio piacimento per attin­gervi la forza, la speranza, l’amore, le consolazioni, e tutti i beni necessari alla mia felicità.

Mio Dio, che potrei offrirti in ringraziamento per il fa­vore inestimabile che mi facevi permettendomi di dialoga­re sola con te solo nel silenzio del tuo tabernacolo?

Non avevo che il mio cuore, ma tu mi facevi sentire che bramavi il cuore di tutti gli uomini, e ciascuno di essi in particolare; non avevo che la mia volontà, ma sentivo che tu avevi imprigionato la tua nell’Eucarestia per con­durre al tuo amore, con una scelta libera e precisa, la vo­lontà di tutte le creature.

Il sacrificio del mio povero cuore poteva mai costituire un compenso alla durezza di tanti cuori ingrati, che rifiu­tano di amarti e di donarsi a te? Almeno il mio cuore fosse stato degno di esserti offerto!

Il mio amore, desolato per la sua impotenza a donarti la gloria, che meritavi, cercava invano fuori di te, dei cuori capaci di offrirti una degna riparazione! E comprendevo che era riservato a te solo farti conoscere agli uomini.

Tuttavia, Signore, quantunque io non fossi che fango, ti degnavi di farmi sentire che questa argilla, irrorata dal tuo Sangue prezioso, poteva divenire uno strumento nelle tue mani, e nessuno meglio di me, sotto il profilo della mi­seria, era adatto ai tuoi disegni divini.

7. Il Tabernacolo nelle campagne

Entrando in alcune chiese di campagna, dove l’avari­zia degli abitanti e l’affievolimento della fede sono scritti su tutto ciò che serve al culto di Gesù Cristo, ci si sente spinti a domandargli perché voglia dimorare in paesi dove è così male trattato: si sarebbe persino tentati di scongiu­rarlo, in nome della sua gloria oltraggiata e del suo amore misconosciuto, ad abbandonare luoghi tanto indegni di Lui.

Ma come si è diversamente commossi, quando, met­tendo da parte le nostre considerazioni di fronte a delle vi­li apparenze, si penetra in questo nuovo segreto dell’Amo­re divino!

Il cuore credente ne è talmente intenerito, che non può che ammirare, adorare e tacere.

Riflettendo, non tardo da un lato a comprendere che Gesù Cristo, con la sua sottomissione, pazienza e annien­tamento, rende più gloria al Padre di quella che gli uomini gli sottraggono con tutti i loro comportamenti segnati dal­la più nera ingratitudine; e dall’altra, so che egli soddisfa il suo Cuore infinitamente amante, prodigando sugli uo­mini tutto il bene che può loro fare, pur senza la corrispon­denza della loro volontà.

Sembra che il suo Amore voglia rifarsi della nostra in­differenza, aumentando il suo sacrificio. Così, niente im­pedisce a questo Dio generoso di abitare con noi; nè la pol­vere nella quale il suo Tabernacolo è talvolta seppellito, nè gli stracci che coprono i suoi altari, nè la sporcizia e la ne­gligenza che coloro a cui è affidato lasciano regnare in tut­to ciò che serve al Sacrificio, nè la solitudine e l’abbando­no a cui è ridotto in molte chiese di campagna.

Ma, se la solitudine e la povertà che regnano nei san­tuari di Gesù sono capaci di turbare e di scandalizzare i fe­deli dalla fede superficiale e barcollante, a maggior ragio­ne gli increduli sono tentati di mettere in dubbio la presen­za reale di Nostro Signore nella Santa Eucaristia, quando vedono e sentono raccontare gli orribili misfatti che sì fre­quentemente si commettono contro questo adorabile Mi­stero: gli altari insudiciati, la porta dei tabernacoli strap­pata, le “sante specie” gettate al vento, il Santo dei Santi calpestato. E altri sacrilegi ed empietà più esecrabili anco­ra!

È allora che tali uomini, deboli e pieni dei pregiudizi dell’orgoglio, esclamano: “No, no, Gesù Cristo non è lì; un Dio non si lascerebbe trattare in maniera tanto oltraggio­sa”!

O voi che siete tanto indignati per delle scene o dei de­litti orribili, se i vostri sentimenti si fermassero a una pro­fonda e santa indignazione, niente sarebbe più giusto e ra­gionevole! Ma avere la debolezza di tentennare nella fede per tali motivi, è non comprendere niente dei misteri dell’Amore di Dio per gli uomini!

Riflettete e vedrete che queste spaventose profana­zioni, di cui siete giustamente indignati, di fronte alle qua­li vi ribellate, lungi dall’infirmare la vostra fede, vi confer­mano anzi, in modo sorprendente e irresistibile, la gran­dezza di Dio.

Come, dunque?…

Gesù Cristo, la vittima suprema, ha liberamente e vo­lontariamente acconsentito a sopportare non solo tutto ciò che la malizia degli uomini ha già fatto, ma anche tutto ciò che è capace di inventare di più atroce e infernale.

Più la gloria di Dio è oltraggiata dalle abominazioni dei ciechi mortali, più la Vittima divina s’abbassa, si an­nienta per riparare l’offesa fatta alla sovrana Maestà.

Questo è il grande segreto dell’offerta sacrificale di Gesù Cristo sul Calvario; e, più ancora, del sacrificio per­petuo e ininterrotto dei nostri altari!

Così, più vedo Gesù annientato, più mi appare grande Dio, suo Padre.

Con le umiliazioni e gli annientamenti di Gesù Cristo, le perfezioni divine si manifestano in modo incomparabile più che attraverso tutte le magnificenze del Paradiso.

Nobile e sublime verità, fatta per suscitare l’ammira­zione di tutti coloro che hanno un’anima capace di sentire e di ragionare!

Ma non è tutto: un’altra verità si presenta, non meno degna delle nostre meditazioni.

Se nostro Signore Gesù Cristo, coi suoi annientamen­ti, rivendica la gloria del Padre Celeste, non dovrebbe ri­vendicare anche il suo proprio onore?

Oh! Conoscessimo meglio questo Salvatore generoso! Quando non può guadagnare le anime coi benefici spiri­tuali di cui le colma nel suo adorabile Sacramento, Egli cerca di guadagnarle coi benefici temporali. Per questo ha fatto stabilire nella Chiesa delle Solennità, durante le qua­li i suoi ministri devono portare il SS. Sacramento in trionfo davanti alle nostre abitazioni, come per segnarle col sangue della Vittima divina, e così preservarci dalla vi­sita dell’angelo sterminatore, la cui venuta è tanto spesso provocata dai nostri delitti.

Così, un tempo, i figli d’Israele furono preservati da questo passaggio fatale dal sangue dell’Agnello pasquale, che era figura di Gesù Cristo.

Per la stessa ragione, questo Dio di bontà, nascosto sotto i veli augusti dell’Eucarestia, percorre, durante le processioni solenni, non solo le nostre città, ma anche i borghi, i piccoli villaggi, le strette vie che separano gli or­ti, i campi e i prati, per benedire, con la sua divina Presen­za, gli uomini e tutti i prodotti della natura che servono per conservar loro la salute e la vita.

Non dimentichiamo mai, che è veramente Gesù Cristo ad assicurare la fecondità delle campagne, la prosperità, delle città, la forza degli eserciti e l’esistenza delle nazioni. Se avessimo la fede, vedremmo ad ogni passo l’im­pronta del suo Sangue prezioso. Ma, per uno strano miste­ro di cecità, gli uomini godono degli innumerevoli benefici che Gesù Cristo procura nell’ordine del tempo e della na­tura, senza diventare più riconoscenti verso di lui. Essi non si preoccupano di domandarne a Lui la continuazione; che dico? Anzi non dubitano neppure che proprio a Lui li debbano, e, nelle loro imprese, si danno da fare in ogni modo, eccetto che ricorrere a Colui, che, solo, può assicu­rarne il successo.

Quanto siamo ingrati verso questo Buon Maestro! Quanto lo siamo anche verso i suoi ministri! Abbiamo mai ben capito che essi ci sono doppiamente padri e madri? Fa­cendo scendere sull’altare Nostro Signore Gesù Cristo, ci procurano la vita dell’anima e quella del corpo.

Spesso si stima poco in povero curato di campagna; tuttavia nel cuore di questo solo uomo si trova la salvezza di tutto ciò che vive e respira intorno a lui: ogni volta che egli offre l’augusto Sacrificio, o porta il “Santo dei Santi”, sia nelle processioni, sia presso gli ammalati, egli semina attorno delle benedizioni.

Gesù, bontà infinita, quanto è generoso e costante il Tuo Amore! Quanto è diverso dall’amicizia delle creature! Simile a un fuoco d’artificio, che esplode con rumore, si eleva con orgoglio, abbaglia gli spettatori e poi svanisce non lasciando dietro di sè che un pò di fumo denso, così l’amicizia delle creature si presenta con parole lusinghiere che contengono sempre le più seducenti promesse.

Accade di fatti che colui che ama si crede in dovere di far conoscere a tutti i sacrifici fatti per l’amico: vuole rac­cogliere delle lodi come ricompensa ai suoi benefici; ma subito tutto questo bel fuoco, questa ostentazione di senti­menti, svanisce e non lascia che rimpianti, indifferenza, rimproveri; solo un denso fumo di delusione dietro di sè. Il tuo Amore invece, ardente, sincero, generoso mille volte più di quanto non potremmo mai pensare, sceglie il più profondo silenzio; in mezzo a noi non si esprime che at­traverso continui prodigi di bontà, sempre antichi e sem­pre nuovi!

Uomini, imparate a conoscere l’Amico divino disceso dal cielo per salvarvi!

Che cosa non ha fatto per noi?

Seguiamo Gesù Cristo dalla sua nascita, nella stalla di Betlemme, fino all’estremo respiro sul Calvario; conside­riamoLo nella mangiatoia, nella casa di Nazaret, durante le sue predicazioni evangeliche, nel giardino degli olivi, davanti ai tribunali di Gerusalemme, sul colle del sacrifi­cio; e poi rispondete: Un amico, che non fosse Dio, potreb­be amare così? Queste prove d’amore sono abbastanza chiare e autentiche?

Sì, certamente lo sono abbastanza per noi, ma non per Lui.

A Lui non basta segnare tutte le sue orme con le lacri­me, i sudori e il sangue; a Lui non basta spirare fra i tor­menti e l’ignominia; la croce stessa ai suoi occhi non è un segno d’amore abbastanza evidente: dopo la morte, la lan­cia del soldato apre uno squarcio, che permette di entrare nel suo Cuore, e da questa sacra fonte escono il Sangue e l’Acqua del Sacrificio perpetuo, per inondare con essi tut­to l’universo facendoli scendere su di noi attraverso i ca­nali dei sacramenti, fino alla consumazione dei secoli.

Allora, e solamente allora, Gesù Cristo avrà finito di darci prova del suo amore.

Ecco ciò che ha fatto, ed ecco ciò che fa ancora, senza parlare.

Sì, uomini, Gesù vi ha donato tutto, eccetto il potere di impedirgli di farvi ancora del bene, finché vivrete. E allo­ra per quale dei suoi benefici lo oltraggiate? Perché ab­bandonate il vostro più fedele Amico? Forse perché vi ha troppo amati?

Ingrati! qualunque sia la vostra malizia, sappiate che non cambierete il suo Cuore; avrete un bell’ostinarvi a tra­scinare le vergognose catene, che vi opprimono e non vo­lete rompere; avrete un bel disprezzare le grazie infinite del suo amore vittimale; fin tanto che siete nel tempo della misericordia, Egli s’interesserà sempre di voi nel modo più generoso e sensibile; e contento di sapere Lui solo, fi­no a quale eccesso vi ami, vi parlerà del suo amore; e non rimprovererà la vostra durezza, se non facendovi nuovi benefici.

8. Povertà di Gesù Cristo

Voi che vi dite cristiani, meritate questo nome solo quando tutti i disprezzi, che Gesù Cristo riceve in cambio dell’amore che vi manifesta nell’adorabile Sacramento, eccitano la vostra sensibilità e il vostro zelo per il suo cul­to.

Per il fatto che questo Dio generoso accetta di dimora­re anche nei posti più tetri e tristi, in mezzo a una indegna povertà, dovete forse accettarlo anche voi? Infelici che siamo!

Dov’è dunque la nostra fede?

Senza preoccuparci di rimediare, vediamo Gesù Cri­sto collocato in chiese ridotte in cattivo stato, col tetto consumato dal tempo e dai muri cadenti; gli ornamenti rassomigliano più ai miserabili cenci di un infelice che a vesti sacerdotali; i vasi sacri, che contengono le ostie già­ consacrate, o servono alla celebrazione del mistero della divina Eucarestia, sarebbero respinti con disprezzo se comparissero sulla tavola di un “grande” della terra!

E dico ancora: dov’è la nostra fede?

Se vi fosse una sola chiesa in uno stato così deplorevo­le, il pensiero che Gesù Cristo si degna di rimanervi, do­vrebbe commuovere il cuore di tutti i suoi adoratori e ispi­rar loro i sentimenti della più tenera e generosa dedizione. Noi sappiamo, invece, che nella nostra stessa patria, nel luogo che ci ha visto nascere, nelle campagne che noi abitiamo, esistono delle chiese così miserabili da rassomi­gliare più alla capanna di un povero pastore, che alla casa di Dio. Noi lo sappiamo, abbiamo avuto questo triste spet­tacolo sotto gli occhi. Anzi, spesso, in queste chiese tanto povere, noi assistiamo abitualmente all’augusto Sacrifi­cio; noi andiamo ad accostarci al sacro banchetto, ma sia­mo troppo codardi per soffrire che Gesù Cristo sia tratta­to tanto indegnamente! Noi abbiamo timore di affrontare qualche sacrificio per restaurare la sua dimora e contri­buire alla dignità del suo culto!

Nulla facciamo per Gesù Cristo, niente per la gloria dei suoi templi e dei suoi altari, mentre non temiamo di fa­re delle spese eccessive per abbellire le nostre case, affin­ché il nostro corpo sia comodamente e confortevolmente trattato.

Noi dedichiamo somme considerevoli di denaro per or­nare questo stesso corpo, che è la casa di fango della no­stra anima! Come si può, senza arrossire, mettere in evi­denza una bellezza disprezzabile e passeggera, mentre la Bellezza eterna, infinita, la sola vera bellezza che esiste, è avvolta nel più mostruoso oblio!

Come osare mostrarsi in pubblico per attirare gli sguardi, mentre il Sole di giustizia è nascosto, non solo sotto i veli dell’augusto Sacramento, ma, in questo stesso Sacramento, sotto le nubi della povertà e del disprezzo!

Perché non è concesso agli Angeli custodi dei paesi di cui parliamo, perché non è dato ai Cherubini, che circon­dano il trono eucaristico di Gesù Cristo, di apparire sulle strade in cui il mondo sfoggia tutto il suo lusso, il suo fasto e il suo sfarzo, nelle case dei grandi e dei ricchi così magni­ficamente ammobiliate, nei luoghi che nascondono i teso­ri, dove è ammucchiato oro su oro, denaro su denaro? Non spezzerebbero di vergogna e di confusione i cuori dei cristiani, come un tempo Mosé spezzò le tavole della legge davanti agli Israeliti che adoravano il vitello d’oro?

Sì, senza dubbio, mio Gesù! Se gli angeli potessero ol­trepassare le barriere del silenzio, che opponi al loro zelo, farebbero rimbombare tutti gli angoli dell’universo dei giusti rimproveri, che tutti meritiamo nei tuoi riguardi; si strapperebbero con indignazione collane e ornamenti, di cui si fregia ogni donna, per ornare i tuoi templi; spo­glierebbero le nostre case delle cose più preziose per deco­rare i tuoi santuari; costringerebbero, loro, malgrado, i gioiellieri a spogliarsi di tanto oro e argento, per provve­dere alla manutenzione del tuo culto esterno.

Tuttavia, Gesù, tutto questo non ti renderebbe l’omaggio di cui sei particolarmente geloso, perché ciò di­struggerebbe il nostro libero arbitrio.

Ti ritieni onorato solo da ciò che ti offriamo con una scelta spontanea e libera.

Cuori duri e ingrati che siamo! Non comprendiamo che il culto esterno che Gesù Cristo chiede, è più per noi che per Lui; è per un dono del suo amore, per adattarsi al­la nostra debolezza, che Lui ispira ai fedeli lo zelo per la sua casa!

La nostra anima, rinchiusa ora in un corpo materiale, ha bisogno dell’aiuto dei sensi per sostenersi nella pietà; bisogna che i sensi siano i suoi servi e ministri per aiutarla a salire la montagna di Sion.

La magnificenza dei templi del Signore è assai utile, anzi assolutamente necessaria, per sostenere la fede della maggior parte degli uomini. Ma unicamente per la nostra felicità, la bontà infinita ha voluto che il culto esterno fos­se conseguenza della fede, affinché la fede potesse soste­nersi con questo stesso culto esterno.

Ciò che offende il Salvatore non è dunque la povertà, la miseria che lo circonda in qualche chiesa; Egli ha il tro­no nel Cielo, e la Terra è lo sgabello dei suoi piedi; ma è piuttosto la poca fede e la mostruosa indifferenza di coloro che lo lasciano in tale completa povertà.

Egli è geloso di ricevervi tutto l’incenso del nostro amore, perché Egli è l’unico Dio.

Gesù non può tollerare che i nostri sensi regnino con Lui sui nostri cuori. Egli ha fatto tanto per ridurre i sensi in servitù, dalla sua incarnazione fino al sacrificio sul Cal­vario. Tale sacrificio della Croce si continua e si prolunga nel sacrificio dei nostri altari, dove i nostri sensi sono an­cora più incapaci e confusi che sul Calvario.

Gesù Cristo vuole che i nostri sensi siano gradevol­mente colpiti nei templi materiali, affmché ci sia più facile elevare lo spirito alle cose celesti; ma esige rigorosamente che i sensi non entrino affatto nel culto interiore, che gli rendiamo nel tempio spirituale dei nostri cuori, perché in essi non vi deve essere posto che per Lui, dove Egli vuole regnare da solo, colmandone tutta l’immensità.

9. Accecamento delle anime

Frattanto, si può dire che il nostro secolo è il regno dei sensi; il progresso delle sue scoperte tende unicamente a lusingarli. Il nostro cuore non riesce a scoprire nè a com­prendere più nulla delle cose di Dio, salvo quando i sensi non ne vengano prima in qualche modo toccati.

Per esempio, la Tua parola, mio Salvatore, non ha at­trattiva, se non viene annunciata con frivola cultura e con gradevole eleganza di stile; le tue lodi non commuovono se i templi materiali sono l’abitazione degli uomini con Dio; è per noi che Egli desidera vederli ornati; ma i templi spirituali, cioè i nostri cuori, sono l’abitazione di Dio con gli uomini non si elevano sulle ali di una dolce armonia e non risuona­no in canti melodiosi; il tuo amore non è quasi più sentito nè gustato, se non attraverso i doni della tua potenza; ma anche questo, assai raramente.

Quando il sole, preceduto da una chiara aurora, si leva sull’orizzonte, o quando, alla fine del suo cammino, discen­de maestosamente dietro le montagne, si esclama: o splendido astro, chi può misconoscere il tuo autore?

Alla vista di un prato smaltato di fiori, d’una ricca campagna abbellita da mille diversi colori, si dirà: o terra! chi può dimenticare la mano creatrice che ti ha così splen­didamente ornata?

Vedendo l’oceano, alcuni spettatori ammireranno la potenza di colui che ha tracciato il confine delle sponde al­le sue onde in furore.

Di fronte al firmamento, durante una notte serena, al­cune persone, provando un sentimento passeggero d’am­mirazione, diranno: Volta celeste, stelle luminose, voi in­cantate i miei sguardi; chi può negare l’esistenza dell’eter­no architetto di tante meraviglie?

Poveri accecati di cuore e di spirito, a che serviranno per la vita eterna la contemplazione della creatura e la co­noscenza di una mano creatrice, se non correggete i vostri costumi e non resistete alle vostre passioni?

E come potrete resistervi e impegnarvi efficacemente alla vostra salvezza, se non comprendete che gli astri, la terra, il mare, i fiumi, in una parola, tutte le creature sono figura, o di N. S. Gesù Cristo in rapporto a voi, o di voi in rapporto a Gesù Cristo stesso?

Perché mai vi fermate a ciò che attira i vostri sensi per rendere a Dio un omaggio puramente esteriore, senza pensare che le bellezze della creazione sono poste sotto i vostri occhi per rivelarvi, in modo sensibile, che il loro Au­tore è il solo amabile e perciò merita tutto il vostro amore? Che importa che la divinità entri nell’appartamento dei vostri sensi, il quale non è che il vestibolo esterno, se essa non penetra poi nel vostro cuore, che è il tempio inte­riore, il tempio spirituale, il solo dove possa essere adora­ta in spirito e verità?

Perché vi fermate agli oggetti da confrontare tra di loro, senza cercarne il significato?

Non vedete che il sole, che riscalda la terra e le fa pro­durre mille eccellenti frutti, per quanto ammirabile esso sia, non è che una debole e oscura immagine del Sole di Giustizia, Gesù Cristo, che, dal fondo dei suoi augusti ta­bernacoli, rischiara, feconda e vivifica l’eredità della sua Chiesa, facendovi germogliare mille e mille virtù?

La terra, coperta di fiori e così interessante e varia nella superficie, rivela solo debolmente la moltitudine e la varietà delle grazie divine, di cui l’Eucarestia è la sorgen­te inesauribile.

L’oceano è solo una inadeguata figura dell’immensa bontà del Cuore di Gesù Cristo, vittima del suo amore sui nostri altari, abissale oceano di misericordia e di carità, bruciante giorno e notte in un mare di fiamme, senza mai consumarsi.

I pianeti, che ricevono luce del sole, rappresentano la Chiesa docente, che riceve dal Sole di giustizia, cioè da Ge­sù Cristo, presente nel Sacramento dell’Amore, tutta la sua forza e bellezza, tutta la sua luce, che brilla con la sua dottrina fra le tenebre del mondo morale, per dirigere i passi dei pellegrini verso la città celeste.

L’orizzonte, dove vediamo che il cielo sembra che toc­chi la terra, vi dice in modo sublime che un Dio s’è avvici­nato a voi, non in apparenza, ma in realtà; e questo Dio generoso è Gesù Cristo sempre presente nella divina Eu­caristia, dove, non contento d’essere il compagno del no­stro esilio, il confidente delle nostre ansie in questa valle di lacrime, si degna di donarsi a noi per abitare nella casa della nostra anima, divenendo una cosa sola con noi.

Perché non sapete tutte queste verità? Perché, scru­tando le opere del Creatore, voi non tendete a Lui con l’amore? Invece limitate il vostro omaggio ad una ammira­zione sterile, e non vi preoccupate della perfezione della vostra anima.

Se voi sapeste veramente amare, il magnifico spetta­colo della natura vi richiamerebbe, ad ogni passo, ad ogni istante, l’amore immenso che Gesù vi dimostra nell’adora­bile Sacramento.

A che vi servirà aver studiato il movimento della terra e il corso degli astri, se non avete compreso che l’amore di Gesù è così necessario alla vita della vostra anima, quanto l’aria che respirate è necessaria alla vita del corpo; e la di­vina Eucarestia è così essenziale alla vostra salvezza, quanto il pane è essenziale alla vostra esistenza terrena?

Quando considerate le opere della creazione in manie­ra così vaga e fredda, che vantaggio, quale frutto ricavate dalle vostre ricerche e osservazioni, se non di vedere il vo­stro orgoglio confuso e punito dalla necessità di confessa­re la vostra totale ignoranza?

Vi arrestate davanti a un granellino di sabbia, ad un fiore, ad un piccolo insetto, di cui studiate la vita senza comprenderla!

Non sapete spiegare la più piccola cosa in questo va­sto universo, mentre potreste, con cuore umile, avvicinar­vi al Creatore di tante meraviglie e penetrare, per quanto il cuore potrà bastarvi, nei segreti ineffabili del suo Amo­re!

Invece, dunque, di consultare solo i sensi limitati, ap­pesantiti, e incapaci di insegnarvi qualcosa di essenziale e profondo; invece di consumare inutilmente il vostro tem­po a tentare di comprendere, col loro aiuto, le creature di Dio, non sarebbe per voi infinitamente più vantaggioso coltivare la vostra anima intelligente, immortale, capace di conoscere e amare Lui stesso? Sì, di conoscere e di ama­re Dio stesso, d’amare e di conoscere Dio, attraverso Ge­sù, nel sacramento dell’Amore?

Ecco la sola cosa che è veramente alla nostra portata, poiché è il solo ime per cui abbiamo ricevuto l’esistenza. Un linguaggio tanto semplice sarà compreso dai sa­pienti del mondo? Un motivo per dubitarne è che l’orgo­glio dell’uomo è giunto a un tale livello di autoesaltazione, e Gesù al contrario, è giunto a un tale grado di abbassa­mento, che oggi appare quasi impossibile riconoscerlo e adorarlo come Dio.

Se sono i contemporanei vicini a noi sono così lontani da Lui, quanto il sole è lontano dalle profondità dell’ocea­no, e se il loro orgoglio va ancora crescendo, come potran­no essi avvicinarsi al Dio Salvatore, umiliato fino all’an­nientamento completo?

Se sono stati necessari tanti prodigi per dissipare le tenebre dell’idolatria, ne occorrerebbero di meno per dis­sipare la notte dell’orgoglio e della moderna empietà?

10. Schiavitù dei sensi

Guai, mille volte guai a noi che viviamo sotto il domi­nio dei sensi, se non ci affrettiamo a ridurli in servitù, re­stituendo alla nostra volontà quella padronanza che non ha più su di essi!

Ingannati dalla loro insaziabile avidità, finiamo per considerare inclinazioni nobili e virtuose ciò che in realtà è solo ricerca affannosa d’orgoglio, oppure schiavitù di mal­vagie seduzioni.

Dalla contemplazione degli esseri muti e insensibili, passeremo all’amore egoistico di noi stessi, e da questo all’amore sregolato dei piaceri sensibili; finiremo coll’amare solo le creature; il Creatore sarà dimenticato; il fuoco sacro si spegnerà sull’altare dei profumi e i nostri cuori non bruceranno che della fiamma impura e passiona­le degli amori sensuali.

Uomini apostolici appaiono in una città, in un paese, dove la parola di Dio non è stata annunciata da molto tem­po in modo clamoroso: ben presto le chiese si riempiono d’una folla immensa di cristiani, tutti i luoghi destinati al culto divino divengono troppo stretti; le volte sacre risuo­nano incessantemente del canto degli inni e della voce elo­quente dei missionari. L’entusiasmo religioso è al colmo, i confessionali traboccano di una folla di peccatori, che si battono il petto. Ben presto la mensa di Gesù Cristo e cir­condata da numerosi fedeli; si moltiplicano le conversioni più numerose e strepitose; brillanti relazioni circolano ovunque e consolano i cuori virtuosi; l’erezione della Cro­ce, soprattutto, offre sempre uno spettacolo meraviglioso.

Poi cosa avviene? Ahimè, bisogna chiederlo agli abi­tanti delle città e dei paesi, teatro di queste scene apostoli­che! Appena gli inviati del cielo sono scomparsi, scompaio­no in gran parte anche le conversioni operate per il loro ministero.

Perché mai? Sono stati i sensi a trascinare i cuori e niente più.

La voce eloquente dei predicatori, l’armonia dei canti sacri, la solennità delle cerimonie, la folla degli ascoltato­ri: ecco ciò che ha colpito. Dal momento in cui le belle fun­zioni cessano, la sensibilità umana, viene colpita di nuovo dagli oggetti delle passioni umane e riceve un’impressione opposta, allora i cuori, spadroneggiati da esse, riprendono a seguire il loro impulso e ritornano all’amore delle cose profane, che avevano promesso di disprezzare e calpesta­re.

Si pensi come esempio ad una persona che parli forte in un’anticamera: la sua voce giunge alle orecchie di colo­ro che sono dentro il salone, sebben essa non vi entri. Que­sta e l’immagine naturale dell’effetto che le missioni han­no operato su un gran numero di peccatori.

Gesù è entrato nel vestibolo esterno dei sensi, dove ri­siede l’uomo carnale; da qui la sua voce toccante è pene­trata nell’appartamento interiore dell’anima, dove risiede l’uomo spirituale; ma più in là Gesù ha trovato sbarrate le porte, perché la superficiale commozione dei peccatori proveniva solo da una momentanea impressione dei loro sensi e non da una vera compunzione del cuore.

In breve, la volontà non ha trionfato sui sensi, ma i sensi hanno soggiogato la volontà.

Ecco perché non è strano che le salutari impressioni siano sparite con lo sparire dell’apparato esterno.

Chi farà comprendere alle persone del nostro secolo che il primato e la superiorità appartengono all’uomo spi­rituale e non a quello carnale? Che vale che si lasci entrare Gesù nell’anticamera, se gli si chiude la porta della sala in­terna?

In quale deplorevole stato ci ha ridotti il dominio dei sensi sullo spirito! Nella Chiesa primitiva in cui i sensi non comandavano al cuore, i fedeli erano abituati a dare prove di dedizione eroica: era, in un certo senso, un gioco per es­si disprezzare la ferocia dei tiranni e affrontare i più cru­deli supplizi; essi andavano alla morte come a una festa.

Oggi, per vincere la fedeltà e la costanza dei cristiani, per trascinarli nel peccato, basta la semplice occasione di un piacere momentaneo, bastano le attrattive di una bel­lezza corruttibile, una miserabile adulazione, un vile inte­resse; basta la cosa più stupida del mondo che per poco brilli agli occhi o si presenti seducente.

Disgraziato secolo della sensualità!

I cristiani hanno dimenticato Gesù povero e crocifis­so, Gesù coronato di spine, che muore fra i supplizi, Gesù immolato e sempre offerto in sacrificio nel Sacramento dell’Amore; essi lo hanno dimenticato per abbandonarsi al piacere e al lusso più sfrenato.

Tutta la loro condotta esprime come una voluttà di di­struggere l’opera di un Dio incarnato.

Sì, mio Gesù, tu sei nato nell’oscurità di una stalla per insegnarci a calpestare tutte le vanità; ma il nostro secolo si industria a offrire innumerevoli vittime al demonio dell’orgoglio, al demonio dell’avarizia, e a un terzo demo­nio, il cui solo nome fa orrore: l’impurità.

Queste tre esecrabili passioni sono diventate le sole di­vinità della maggior parte degli uomini dei nostri giorni. Tu sei vissuto per trenta anni nell’umile casa di Naza­ret, occupato nei più umili lavori, ignorato da tutti, per in­segnarci a santificare le sofferenze del nostro stato, per ispirarci l’amore al lavoro, per nobilitare la povertà. Gli uomini del nostro tempo, al contrario, avviliscono la po­vertà e le fanno il processo con la loro insolenza e la loro vanità; traggono dalla oscurità l’innocenza per ornarla di ogni attrattiva del vizio; liberano gli infelici dalla dipen­denza alla loro miseria per caricarli di catene e associarli ai loro disordini, e cambiano la necessità del lavoro con la bramosia insaziabile di godere dei beni e dei piaceri di quaggiù.

Mentre Gesù, vittima del suo Amore, è nascosto sotto le più umili apparenze, annientato, spogliato, in qualche modo, di tutte le prerogative della divinità, il lusso fa dei progressi scandalosi, scusandosi col vano pretesto della prosperità della nazione, e del benessere da procurare alla classe lavoratrice.

Quando mai, uomini ciechi e increduli, si sono viste le nazioni arricchirsi, rovinando la religione?

Dov’è, poi, la necessità di calpestare il Vangelo per sollevare la categoria di coloro che vivono del proprio la­voro?

Quale esperienza vi ha insegnato, inoltre, che la ricer­ca della mondanità, del piacere e del lusso sono fonte di prosperità per i popoli e le spese folli contribuiscono a ren­dere la gente più felice?

Se è vero che, nella situazione attuale della società, la vanità è diventata necessaria alla prosperità della patria e senza di essa la maggior parte degli uomini non avrebbero lavoro, se il lusso è divenuto una disgrazia inevitabile, allo­ra, col Vangelo alla mano, con la croce di Gesù Cristo sul suo cuore e con gli occhi elevati verso il cielo, non dobbiamo esitare un solo istante a sacrificare i miserabili vantag­gi di una esistenza che deve finire nella morte per sceglie­re la speranza di una beata eternità; poiché è di fede che, per giungere all’eterna felicità, bisogna necessariamente camminare sulle tracce del Salvatore, che condanna la va­nità sia con le parole che con l’esempio.

Invano oseremmo illuderci di essere ancora sulla via della salvezza, se abbiamo la disgrazia di restare così chia­ramente in contraddizione con Gesù Cristo.

Lo ripeto ancora: le porte del cielo non si apriranno mai per i figli della vanità.

Inoltre, non posso ammettere che il lusso sia necessa­rio alla felicità dei popoli. Vedo, al contrario, che la caduta degli imperi si prepara nella mollezza, e noi abbiamo tutto da temere per la nostra patria, se non si porta rimedio a un male già così inveterato e profondamente radicato. Si … proprio noi, tutti noi, quanti siamo, dobbiamo im­pegnarci. Perché questo non è compito delle potenze ter­rene, è compito nostro e ci riguarda personalmente. Ritorniamo ai principi del Vangelo, ritorniamo a Gesù Cristo, e il lusso insolente, sfrenato, così oltraggioso alla povertà della maggior parte dei fratelli, sarà ben presto abolito in pratica, senza che sia necessario ricorrere a leg­gi repressive.

11. Amore di Gesù Cristo

Che i sensi, dunque, siano sottomessi al cuore, e il cuo­re, a sua volta, sia dominato dall’Amore infinito di Gesù Cristo!

Senza questo sacrificio è impossibile per noi compren­dere il mistero di un Dio crocifisso!

Le sue umiliazioni, le sue piaghe, la sua corona di spi­ne, la sua croce, i suoi annientamenti nella divina Eucare­stia non attirano davvero i nostri sensi; questa visione è troppo dura per renderci sensibili al suo Amore!

Per vincere dunque il nostro cuore, quasi nostro mal­grado, questo Dio generoso, ai nostri tempi, ci mostra il suo Cuore, ardente d’amore per noi. Vuole che il suo Cuo­re sia esposto alla nostra venerazione per risvegliare il no­stro cuore con la sua tenerezza, in contrasto con la nostra indifferenza, e per confondere la nostra ingratitudine con il ricordo dei suoi tanti benefici.

È dunque principalmente per aiutare il nostro cuore a trionfare sui sensi e a spezzare le loro vergognose catene che la devozione al S. Cuore di Gesù viene oggi stabilita.

Lo spirito dell’empietà l’ha compreso e perciò non ces­sa di manifestare la sua rabbia contro questa soave devo­zione.

I fedeli devono comprendere profondamente e mo­strare più interessamento e assiduità nel fare riparazione d’onore a Gesù Cristo, temendo che, se questo ultimo ten­tativo della sua bontà non riesce a ricondurci sinceramen­te a Lui, Egli forse è costretto a dimostrarci in maniera terribile che l’Amore infinito, a forza di venire oltraggia­to, finisce per cambiarsi in collera.

Affrettiamoci allora a riconoscere che il Cuore divino di Gesù, adorato sui nostri altari, è il solo segno di salvez­za.

Rivolgiamoci a Lui con tenera confidenza; e con l’ar­dore delle nostre preghiere e delle nostre riparazioni, fac­ciamo violenza alla sua misericordia per ottenere il mira­colo della liberazione; un miracolo vittorioso di tutte le rabbie dell’inferno e della insensatezza di tutte le leggi umane.

Scongiuriamo il Salvatore di mostrarsi alla sua Chie­sa, circondiamo i tabernacoli per parlargli della nostra tri­ste situazione; Colui che cambia il pane nel Suo Corpo e il vino nel Suo Sangue, alla semplice parola del sacerdote, non dubitiamo che abbia difficoltà a fare un prodigio in no­stro favore; che, d’altronde, qualunque esso sia, non sarà mai pari alla grandezza dell’Eucarestia.

Cessiamo di farci illusioni: i mali sono grandi, gli em­pi si sono collegati nei modi più orribili. L’iniquità, ha fatto un patto con l’iniquità per detronizzare Gesù Cristo; è pro­prio a Lui, che si mira.

L’inferno ha esteso il suo impero, sta per venire il mo­mento, ma che dico? Il momento è giunto, perché gli empi non nascondono più i loro disegni.

Già fanno degli enormi sacrifici per portare a compi­mento i loro colpevoli progetti. Le fatiche, i pericoli, il ver­samento del loro sangue, l’obbrobrio e la vergogna delle loro manovre, niente li fa rinunciare alle loro risoluzioni. Essi perseguiteranno nostro Signore fino a quando il Si­gnore, a sua volta, non li assalirà e li obbligherà a ricono­scerlo come loro liberatore, o a gemere sotto i duri colpi della sua giustizia.

O empi, tenetevi pure i più numerosi e ben equipag­giati eserciti; tenetevi per voi soli tutto l’oro e l’argento dell’universo, diventate pure dei potenti personaggi o ge­nerali o anche capi delle nazioni; ebbene, un soffio che esce dalla bocca di Gesù Cristo, che pretendete di vincere, ba­sterà per riversarvi nella polvere.

Prendetevi pure gioco, se volete, della mia fede e della mia semplicità; per me, ne prendo i vantaggi e mi rido del­le vostre imprese, dei vostri ragionamenti e di tutta la vo­stra potenza.

No, per quanto fragile io sia, non vi temo. Io spero in Gesù Cristo; Egli è il Re del mio cuore, egli vincerà nel giorno, che ha seguito per il suo trionfo.

Questo linguaggio che oso tenere con l’empio potrà sembrare presuntuoso a coloro che sono abituati a farsi impressionare e a giudicare dalle apparenze.

Affrettati, Signore, a darmi ragione! È tempo di de­starti e di prendere a cuore la tua causa! È necessario che tu spinga gli empi a farli cadere, malgrado la loro pruden­za, nella rete nascosta del loro cieco furore; è necessario, perché ti vediamo tutti i giorni orribilmente oltraggiato, e non vi è alcuno dei tuoi adoratori che si ritiene all’altezza di difendere i tuoi diritti.

Il timore, la perplessità e, più ancora, l’indifferenza hanno paralizzato il piccolo numero di coloro che ti sono ri­masti fedeli.

Ciascuno riversa sull’altro il dovere di dichiararsi con­tro i tuoi nemici, contro i perfidi che ti tradiscono. I sem­plici fedeli si appoggiano sui loro pastori; i pastori si rico­noscono impotenti, e nessuno dedica se stesso alla tua glo­ria.

Intanto tu sei abbandonato da tutti e si ha l’impressio­ne di sentir ripetere: Gesù Cristo si difenda da sè! Poiché i tuoi amici non osano offrirti la loro disponibi­lità, né farsi avanti per affrontare i nemici e rintuzzare la loro insolenza, poiché la paura e il rispetto umano li trat­tengono dal lottare con coraggio in questa prova spiritua­le, poiché si ostinano a credersi incapaci, Signore, mostra che non hai bisogno di nessuno!

Dio nascosto, interrompi finalmente il tuo troppo lun­go silenzio; Re di gloria fà risplendere la tua forza; Sacer­dote eterno, dimostraci che non hai perduto nulla della tua potenza; Verbo eterno, fonte di ogni essere, dà ai cristiani di ogni condizione quella lezione di cui hanno urgente biso­gno, cioè il sapere che, non nelle creature, ma in Te solo devono porre la loro speranza!

Non sopportare più a lungo che parlino continuamen­te delle potenze della terra senza mai fare menzione di Te! Non sopportare più che se ne stiano in pace, mentre a Te si fa una guerra crudele!

Non sopportare più che dicano: “Tutto va bene”, men­tre Tu non conti nulla presso il tuo popolo, sei così tanto indegnamente dimenticato dai cristiani, e atrocemente in­sultato dai cattivi!

12. “Tutto va bene”!

“Tutto va bene”!

O mio Gesù, è mai possibile ammettere un simile lin­guaggio?

E mai possibile che al tuo popolo importi solo che il commercio nelle città sia fiorente, la scienza e l’arte siano incoraggiate, il benessere della società risulti prospero so­lamente circa i vantaggi materiali, quando la tua religione cala a vista d’occhio, quando la gente s’indurisce nella sua malizia, quando si perde totalmente di vista il destino im­mortale dell’esistenza?

La terra, popolata di apostati, crea ogni giorno nuovi delitti e nuove empietà. La Chiesa, nostra tenera madre, geme sulla perdita dei suoi figli che l’abbandonano vilmen­te gli uni dopo altri; e, lontani dall’essere sensibili alle sue lagrime, quasi si rallegrano del suo pianto e non sarebbero affatto addolorati nemmeno al vederla soccombere sotto il peso della sua sofferenza.

“Tutto va bene!”…

Guai a me, se condivido questo vile modo di sentire e di ragionare; se in mezzo alla cosiddetta prosperità della società e alle illusioni della vanità, la voce amabile di Ra­chele non mi risuona incessantemente alle orecchie, se la perdita dei suoi figli non mi provoca un dolore più vivo di quello che mi causerebbe la perdita del più bel regno dell’universo, se la vista di Gesù Cristo dimenticato, mi­sconosciuto e perseguitato dal suo popolo, non turba il mio riposo e non mi getta in una inconsolabile tristezza!

Guai a me, se cesso di sospirare per la gloria della Chiesa, mia tenera Madre, con un ardore più vivo di quello del bimbo nella culla per il seno che lo nutre; se tutto ciò che tende ad appannare lo splendore della sua bellezza, a impedire la sua tenerezza, a lacerare il suo cuore, a privar­la dei suoi gloriosi privilegi, a gettarla in nuove apprensio­ni, non procura alla mia anima una sofferenza più acuta di quella che proverei nel mio corpo per una ferita mortale!

13. Missione del sacerdote

Proprio da voi, che siete stati strappati dal mondo, co­me lo fu Mosè dalle acque del Nilo, per guidare e governa­re il popolo di Dio, si sente talvolta dire: “Tutto va bene!”, mentre invece questo popolo ingrato ha dimenticato il suo Re, ha rovesciato l’altare di Gesù Cristo dal suo cuore e, dopo averlo scacciato, lui stesso si è creato degli idoli per adorarli.

Voi dite: “Tutto va bene!”, mentre il vostro popolo of­fre agli idoli della carne, dell’oro e dell’argento, ai lucci­canti fantasmi del piacere, dell’ambizione, dell’orgoglio, della voluttà, tutto il profumo del suo amore.

“Tutto va bene”!… mentre a questi idoli della terra il vostro popolo sacrifica salute, riposo, giovinezza, onore, fatiche, pensieri e desideri, progetti, la vita intera, la co­scienza, la religione, l’anima, la salvezza eterna…

O guide della nostra barca, permettetemi di dirvi ciò che gli Apostoli dicevano a Gesù: “Svegliatevi, periamo”! Il torrente degli scandali, simile ad un mare orribil­mente agitato, è entrato nel tempio, ha inondato le sue na­vate, ha infranto le difese del santuario; e minaccia, avan­zando, di travolgere nella sua onda tutti quelli che non si rifugeranno ai piedi dell’altare, che rappresenta l’Amore di Gesù Cristo.

Noi troveremo la salvezza solo presso la Vittima divi­na, immolata sui nostri altari.

Sacerdoti del Dio vivente, non imitate gli apostoli che dormivano mentre Giuda vegliava!

Perché, a prezzo del mio sangue, non posso impedirvi di sonnecchiare in presenza del nemico, tutt’altro che vin­to, che attende ogni occasione favorevole per fare altre vittime con il suo furore?

Io ben volentieri accetterei di essere battuta, macina­ta come il frumento, di essere divorata come un pezzo di pane dai più crudeli tormenti, se con questo prezzo potessi preservarvi da tale pericolosa illusione, svegliare la vostra sollecitudine per la causa di Gesù, farvi vivamente sentire gli obblighi che vi impone, in questo momento, il suo Amo­re!

Ma, Signore, io non sono degna di morire per i tuoi ministri; non appartiene che a te, di essere vittima per lo­ro.

Ma allora svegliali tu stesso, fà loro intendere i tuoi gemiti, chiamali ad essere testimoni del tuo abbandono sui nostri altari e dell’angoscia del tuo Cuore, crudelmente la­cerato dalla malizia degli empi e profondamente afflitto dall’indifferenza dei tuoi figli.

Fà conoscere ai tuoi ministri il pericolo che ci circon­da, affinché abbandonino le fantasticherie della politica umana, per attaccarsi alle sole risorse della fede.

Perché, Signore, quando voglio pregarti per coloro che ti sono più cari, sembra che nello stesso tempo tu arre­sti e spinga il mio slancio verso di te?

Io non posso lasciarti, quando ti parlo dei tuoi sacer­doti; mi sembra che la tua corona di spine s’intrecci attor­no al mio cuore, e il tuo Cuore adorabile mi respinga e nel­lo stesso tempo mi attragga a sè.

Tu mantieni un silenzio che mi atterra e mi strazi di dolore; sembri uno che, divorato da dolori violenti voglia sentire parlare delle sue pene e insieme non voglia accet­tare consolazione alcuna, anche se attende col più vivo ar­dore di essere consolato.

Vuoi che io penetri in qualche modo nella profondità della ferita del tuo Cuore e, se ti supplico di concedermelo, sento come un movimento di rifiuto che si oppone alla mia preghiera e all’ardore dei miei desideri.

Mio Dio, le angosce della tua anima nel giardino degli olivi, si sono dunque rinnovate? La tua passione è sempre all’inizio?

Oh, lo vedo e lo comprendo fin troppo chiaramente! Sei nuovamente condannato a morte dalla stragrande maggioranza degli uomini dei nostri giorni, e ben più atro­cemente di quando fosti condannato da Pilato stesso. Pila­to, almeno, riconosceva la tua innocenza, mentre il mondo d’oggi ti giudica veramente colpevole, poiché la tua legge lo contraria totalmente, ed ha giurato di sterminarla o al­meno di travisarla, a qualunque costo.

Contro te, e contro te solo, sono dirette tutte le con­giure dei cattivi; essi sono risoluti ,a prendersi riposo solo quando tutti i tuoi veri adoratori saranno divenuti dei loro alleati.

Di tempo in tempo, è vero, si ha l’impressione di fare delle leggi in tuo favore; ma, piene di debolezza e di viltà, per lo più servono a impedire il tuo culto, a legare e ad am­manettare i tuoi ministri.

Ma c’è una ferita nascosta, che ti è ancora più amara; un velo denso mi nasconde il segreto d’Amore del tuo Cuore.

Il mio cuore è lacerato e ti segno ovunque per condivi­dere la tua pena; ma non oso quasi parlartene, se non con il mio pianto. Sono come un debole fanciullo, che riceve, senza saperle definire certe confidenze del papà; se ti do­mando delle spiegazioni, sembra che, giudicandomi trop­po debole per intenderle, ti accontenti delle mie lacrime e di mostrarmi tutta la veemenza del tuo dolore.

Sì, lo sento, si tratta dei tuoi sacerdoti, mille volte più cari al tuo Cuore che non lo sia la sposa più cara per il suo sposo. Niente consola un amore ferito, nè sa risolversi a punire; e tuttavia non può venir risarcito da alcun com­penso.

D’altra parte, cosa mai potrebbe fare una creatura mi­sera come me? Cosa potrei offrirti!

14. La salvezza

Sacerdoti, io oso scongiurarvi: Venite al Tabernacolo per intendere i teneri lamenti di Gesù Cristo; qui impare­rete che Lui è il vostro Amico più fedele; il suo Cuore desi­dera ardentemente che andiate a Lui con dolce abbando­no, con una intera e perfetta confidenza, e non con un os­sequio freddo e timoroso che considera solamente la seve­rità dei suoi giudizi, senza tener conto delle prove del suo amore.

Senza dubbio,. voi lo sapete! Ebbene io vi ripeto che tutti i tesori della sua bontà sono per voi, che Egli attende solo un segno della vostra volontà per offrirveli, che voi dovete rivolgervi direttamente a Lui per provare imme­diatamente l’efficacia delle vostre domande! Certamente un mio dolce rimprovero vi farà conosce­re il vostro potere sul suo Cuore che obbedisce a voi senza indugio e senza limite; e comprenderete che, abbandonan­dosi Lui stesso fra le vostre mani, non vi resisterà se lo pregate per la salvezza del popolo, per il trionfo della giu­stizia, per la libertà della Chiesa!

Vedete se le nostre anime vi sono ancora care, e assu­metevi i nostri interessi: senza nulla temere. Nel vostro po­tere riposa la vita sacramentale del Salvatore; non è suffi­ciente, allora per sperare tutto da voi, se avete confidenza nel vostro Maestro?

Nel vostro, come nel Cuore stesso di Gesù Cristo, noi veniamo a rifugiarci perché prendiate la nostra difesa contro il furore degli empi.

Perché li temete, voi che siete i padroni del vostro Maestro?

I loro sarcasmi, i loro discorsi insensati, la loro effime­ra potenza, tutte le impalcature del loro orgoglio possono forse intimidirvi, quando il “Re dei re” è il vostro capo, quando Gesù Cristo, il Dio onnipotente, che alla vostra vo­ce discende ogni giorno. sull’altare, vi promette di combat­tere con voi?

O regale dignità dei sacerdoti! La vostra sola presen­za rovescerebbe l’armata dei Filistei, se aveste la confi­denza che merita da parte vostra il “Re dei re”!

Considerate dunque ciò che voi siete, ciò che sono gli empi, ciò che sono i cristiani, ciò che è la Chiesa e ciò che è la società, ciò che tutti stiamo per diventare, se Gesù Cri­sto non si rivela.

Riconoscete la vostra ingiustizia verso il Salvatore, dal quale tutto avete ricevuto, al quale niente avete dato, dal quale tutto potete aspettarvi, al quale non chiedete quasi nulla.

Cessate, cessate di appoggiarvi su creature mortali, di sperare negli uomini, chiunque essi siano, quali che sia­no le loro risorse, per sperare solo nel Dio, che ha salvato il mondo e che solo può salvarlo ancora. Affrettatevi a bussare alla porta del Tabernacolo per dire a Gesù di le­varsi e di rendere giustizia alla sua Chiesa.

Sacerdoti, non ritardate più la liberazione del popolo di Dio, la consolazione della Chiesa, la salvezza del popolo, mettendo la vostra speranza nelle risorse della politica de­gli uomini; non obbligate più il Signore, che non sa resi­stervi, a ritardare il grande intervento della sua miseri­cordiosa giustizia.

A che serve ripetergli sempre: “Signore, donaci dei buoni magistrati, degli onesti deputati e dei ministri co­scienziosi”?

Dite, dite piuttosto: «Signore, vieni tu stesso in nostro aiuto. Tu solo sei il Salvatore, non vi è nessun altro che Te.

Con la Croce, con ciò che vi era di più vile nell’univer­so, Tu hai abbattuto una volta tutte le potenze della terra e dell’inferno, unite insieme.

Ti serve oggi uno strumento più grande?

Donaci solo un segno, e tutta la terra tremerà, gli em­pi ostinati morderanno la polvere, e i figli di Dio si ralle­greranno.

Fino a quando, grande Re, sopporterai che i nemici del tuo santo Nome insultino la pietà dei tuoi fedeli adora­tori e insolentemente esclamino: “Dov’è, dunque, il loro Dio!’».

Sacerdoti, padri miei, perdonate questa piccola crea­tura, che osa parlarvi con tanta aperta confidenza! Non attribuitelo che al mio vivo interesse per la causa di Gesù Cristo e vostra.

Soffrirei la morte mille volte piuttosto che sottrarmi alla pietà filiale di cui il mio cuore trabocca per voi; ai vo­stri piedi, – così sento che mi invita il vostro sacerdozio, ri­conoscendo il vostro diritto su di me -, vi scongiuro di ri­cordarvi del vostro potere e dei diritti di Gesù Cristo su di voi. Egli sa fino a che punto io vi onori: alla vostra vista il mio cuore trasalisce, il mio corpo s’inchina, il mio spirito avverte una nuova spinta. di fede. Adoro Gesù Cristo nel vostro sacerdozio, tutto il mio essere è penetrato da una vivissima riconoscenza verso il Salvatore che, per mezzo di voi, si rende visibile ai miei sguardi.

Sento che il sacrificio di lasciare mia patria, il distacco da tutto ciò che possiedo, dalla mia vita, da tutto ciò che ho di più caro, non mi costerebbe nulla, se il vostro van­taggio lo esigesse.

Non potete nemmeno immaginare il mio profondo ri­spetto, la mia totale sottomissione, la mia obbedienza sen­za limiti a voi tutti, sacerdoti della mia santa Madre, la Chiesa cattolica, apostolica e romana, dal momento che ho osato aprire il mio cuore alla vostra presenza!

Sono l’ultima pecorella del vostro gregge, ma non te­mo di venir sconfessata, se ho il coraggio d’aggiungere che voi non troverete una sola delle pecorelle più devote di me ai legittimi pastori.

15. Tutto è in Lui

Amore infinito, nascosto sui nostri altari, sii per sem­pre la mia speranza, la mia consolazione, la mia forza, tut­ta la mia felicità!

Perché non posso rendere un omaggio degno della tua bontà?

Ebbene, farò ciò che mi consente la mia debolezza, di­chiarando solennemente che non mi sono mai presentata davanti a Te, senza ricevere qualche particolare beneficio.

Il fuoco del Tuo Tabernacolo ha sempre consumato le mie passioni più violente e divorato gli affetti più cari del mio povero cuore.

La tua luce viva e pura mi ha rivelato la mia miseria mediante l’abbondanza dei tuoi doni, la mia impotenza nella riuscita di quanto mi facevi intraprendere, la mia bassezza elargendomi i tuoi favori più segnalati.

Le tue soavi lezioni hanno sempre avuto per scopo di abbattere il mio orgoglio, ma senza scoraggiarmi.

Con una mano atterravi questo terribile nemico della mia anima, con l’altra ti degnavi di rivelare me a me stes­sa, attraverso la sicurezza del tuo amore.

Ai piedi del santo Tabernacolo, il mio cuore, affranto dalle più dure prove, ha costantemente trovato la forza necessaria per sopportarne il rigore;

qui, le mie lotte si sono mutate in vittoria, la mia debolezza in coraggio,

le mie tiepidezze in fervore, le mie incertezze in luce, la mia tristezza in gioia,

i miei ostacoli in successo,

i miei desideri in ferma volontà,

le mie antipatie, gelosie e risentimenti verso il prossimo, in ardente carità.

Tutto ciò che so, l’ho appreso ai tuoi piedi, Signore; ri­cevi, dunque, l’omaggio di ciò che sono, di ciò che ho, di tutto ciò che potrei pensare, dire e fare di bene; ricevi in particolare l’omaggio di questa “piccola opera”, che cre­do sia tua; benedici tutti coloro che la leggeranno con cuo­re retto e semplice, affinché comprendano, Amore infini­to, che solo tu sei la salvezza della Chiesa e della società.

APPENDICE

Un giovane prete francese era stato invitato dal suo vescovo a Bristol (Inghilterra), per evangelizzare i mari­nai francesi, che il commercio vi faceva affluire e vi tratte­neva in gran numero. Privata di ogni aiuto religioso, ab­bandonata al contagio del vizio e delle seduzioni dell’ere­sia, questa popolazione del mare si abbruttiva sempre più.

Il sacerdote si era messo all’opera, con uno zelo pieno di ardore, organizzando cerimonie di culto cattolico e corsi d’istruzione popolare, atti ad interessare i suoi connazio­nali e a fare loro del bene.

Ma, agli sforzi del missionario, i marinai avevano ri­sposto con l’indifferenza e il disprezzo. Desolato per l’inu­tilità dei suoi sforzi e non sapendo che fare per attirare questi infelici, il giovane prete pensò di comporre, a tal fi­ne, una raccolta di poesie e di canzonette, nella lingua e secondo il gusto di questa gente grossolana, vale a dire di genere alquanto triviale, libero e anche passionale, in cui era frammista un pò di morale.

Il sacerdote sperava così di attirare e poi guadagnare, poco a poco, quelli che voleva ricondurre alla fede. Avendo sentito parlare della nostra missione in In­ghilterra e dei nostri stretti rapporti con Paolina Maria Jaricot, il cui ardente zelo gli era noto, venne a trovarci al­la “Visitazione” di Westbury, presso Clifton, e ci conse­gnò una lettera e un opuscolo delle sue canzonette, affin­ché facessimo pervenire il tutto alla venerabile fondatrice della Propagazione della Fede, con preghiera di chiedere un suo consiglio per il povero missionario scoraggiato. Inviammo ogni cosa alla nostra santa amica che non tardò a rispondere, attraverso la nostra mediazione, al giovane sacerdote le righe seguenti, che ella dovette trac­ciare la notte, in mezzo a mille e mille preoccupazioni op­primenti quanto desolanti: “Ministro del Salvatore Gesù, io non sono competente in letteratura, e soprattutto in poesia; perciò vorrà perdonarmi se, ‘leggendo le sue, non ho considerato che due cose: la mano che le aveva scritte e coloro ai quali esse sono destinate, cioè il sacerdote e le anime.

Veramente, signor curato, lei fa un grande atto di umiltà domandando a una povera donna, molto ignoran­te, di darle dei consigli sulla condotta che deve tenere nella missione così difficile e delicata, che le è stata affidata.

Io la credo degno di ascoltare la verità, anche dalla bocca la più miserabile; quindi le parlerò con tutta fran­chezza e libertà.

Fin dall’inizio del viaggio, si è “spaventato delle diffi­coltà che vi si trovano” e, vincendo la tristezza, ha chiesto aiuto a una povera creatura, che sta giungendo al termi­ne di una lunga strada dolorosa e della quale ha sperimen­tato i pericoli…

Il nostro dolce e tanto amato Salvatore Gesù ci venga in aiuto, affinché la mia esperienza possa servire ad illu­minarla.

Lei è sacerdote, mio signore, e se questo costituisce una gioia e un onore incomparabile, che gli angeli stessi le invidiano, è altrettanto un pericolo e una responsabilità che annientano la debolezza umana, quando questa resta sola sotto un simile fardello.

Si assicuri tuttavia, perché Gesù Cristo ha detto: “Co­lui che mangia la mia Carne e beve il mio Sangue, ha la vi­ta in Lui” .

E la vita conservata dalla Carne e dal Sangue di un Dio, Gesù Cristo, non conoscerà la morte.

Il Salvatore aggiunge: “Colui che mangia di me, vivrà in eterno “. Poiché lei si nutre tutti i giorni con questo ali­mento divino, abbia confidenza, malgrado tutto, e corag­gio in tutto, per virtù del Verbo fatto carne.

Ma il sacerdote, così come Gesù Cristo lo ha voluto, co­sì come persino il mondo cattivo e corrotto com’è lo com­prende, è un essere quasi angelico, i cui pensieri, le parole e la condotta portano una così visibile impronta di casti­tà, che, al vederlo, il peccatore arrossisce dei suoi vizi e si sente attirato alla virtù per il fascino soprannaturale e irresistibile della santità.

Il cuore del sacerdote è un celeste cristallo destinato a riflettere, quaggiù, la tenerezza e la purezza di Dio stesso; e, qualunque sia la fragilità umana, il cuore del sacerdote conserverà questa divina potenza di irraggiamento, tanto che, giorno per giorno, ora per ora, si servirà delle armi della preghiera e della mortificazione dei sensi, per com­battere le basse tendenze di una creatura corrotta.

Medico delle anime, lei deve curare tutte le loro piaghe e guarire tutte le ferite… Ma prenda delle precauzioni… Quando il medico del corpo deve curare e allo stesso tempo amputare un membro nel quale si è già formata una infe­zione, occorre che abbia le mani perfettamente sane, che non abbia il più piccolo graffio, altrimenti il veleno del male che egli vuole guarire s’infiltrerà nelle sue vene e vi porterà la morte…

Così è di lei, medico delle anime. Se vuole curare sen­za pericolo le ferite dei suoi fratelli, sia lei stesso senza fe­rita.

Non dica: “Ma allora chi oserà tentare di guarire le loro piaghe mortali?”, perché lei ha la presenza del San­gue di Gesù Cristo, e questo Sangue ha la virtù di rendere invulnerabile tutto ciò che vi si immerge con fede e amore. A Dio non piace che io getti nel suo animo sacerdotale l’avvilimento e il timore dello schiavo; il Signore, che è la Bontà stessa, avrebbe delle maledizioni per me.

Io lo dico in presenza del Suo Cuore eucaristico: se bi­sogna avere timore per rimanere puro, occorre sperare e amare per restare coraggiosi e forti.

Non dimentichi mai che è stato consacrato per un mi­nistero davanti al quale si arresta la potenza degli angeli; si tratta della guarigione delle anime…

Ora, nel momento in cui questo sublime e difficile mi­nistero le è stato affidato, le è stata nello stesso tempo assi­curata la grazia necessaria per adempierlo degnamente ed efficacemente.

Sacerdote di Gesù Cristo, io la supplico, se vuole tirar fuori il peccatore dal pantano delle sue passioni, agisca alla maniera degli angeli… dispieghi le ali della castità per potersi chinare verso il colpevole e sollevarlo dal fango senza posarvi lei stesso il piede.

Queste riflessioni mi sono venute leggendo le sue poe­sie. Sicuramente la sua intenzione è stata eccellente; lei ha pensato che, dopo aver riso, i marinai avrebbero accettato più facilmente la morale e sarebbero andati da colui che l’ha così infiorata. Tuttavia il Maestro ha detto: “Un albe­ro cattivo non può produrre frutti buoni!”; ora le sue poe­sie non portano il sigillo nel quale questi poveri peccatori riconoscano in lei l’inviato di Dio: la castità.

Dopo aver letto le sue canzonette, i marinai potrebbe­ro avvicinarsi a lei, in effetti; ma questo sarà piuttosto per vedere fino a che punto lei è simile a loro, anziché con­frontare ciò che loro manca per arrivare all’altezza della virtù; e non avrebbero il desiderio di pregarla di guarire in essi il male del quale li crede affetti.

Lei dirà: Cosa, dunque, devo fare?

Le rispondo: “Pregare, per avere la luce”. “Guardare il Crocifisso, per avere la forza”. “Leggere, meditare il Vangelo, con il cuore in alto, per avere il nutrimento per eccellenza dello spirito”. Poi… poi…, beato sacerdote, vada senza sosta e in ogni incontro al Tabernacolo, per raccogliere dal Cuore di Gesù Cristo il balsamo divino della purezza e dell’amore, che scorre a fiumi dalla ferita, attraverso la quale tutte le altre ferite possono essere guarite!

Lei avrà allora dei rimedi non solo contro le malattie, ma contro la morte stessa. Con tale ricchezza e un tale amore, no, no, lei non è povero, lei non è debole, o medico delle anime!

Lei può tutto, poiché è rivestito della potenza divina. Il mondo e il demonio lo sanno così bene, che, nella lo­ro bassa e crudele gelosia, cercano di strapparle questi te­sori, affinché, ridotto alla miseria, lei sia come Sansone incatenato dai Filistei…

Voglia perdonarmi l’ardire del mio linguaggio; ho scritto questa lettera presso il Tabernacolo..: la legga in questo sacro asilo…

Ed aggiungo: Sacerdote di Gesù Cristo, se vuole scri­vere per fare del bene alle anime, domandi a qualche sera­fino di prestarle una penna delle sue ali e bagni questa penna nel Sangue che cancella tutti i peccati della terra. Allora soltanto, lei penetrerà nelle profondità più inaccessibili del cuore umano e vi farà nascere il rimorso e il pentimento.

E ora, depositaria delle munificenze divine, povera e miserabile peccatrice, indegna di parlarle, mi metto in gi­nocchio ai suoi piedi e le domando di benedirmi e di pre­gare per me”.

Paolina Maria Jaricot

Parigi, 15 gennaio 1850 la povera di Gesù Cristo

L’Eucaristia è un Miracolo,che si manifesta a noi tutti sempre,in tutti i giorni

Miracolo eucaristico

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Un miracolo eucaristico è, secondo la dottrina della Chiesa cattolica, un miracolo che coinvolge l’eucaristia. I miracoli eucaristici sono categorizzati in diversi tipi[1]:

  • trasformazione dell’ostia consacrata in carne e/o del vino in sangue, oppure sanguinamento dell’ostia. Nella maggioranza di questi casi il fatto sarebbe avvenuto mentre celebrava messa un sacerdote che dubitava della realtà dellatransustanziazione;

  • prodigi di vario tipo che sarebbero avvenuti in occasione di eventi che avrebbero messo in pericolo le specie consacrate: profanazioni, furti, incendi o altro. Tali prodigi avrebbero procurato la salvezza o il ritrovamento delle specie e/o la cattura o il pentimento del profanatore o del ladro;

  • prodigi eucaristici di vario genere che sarebbero legati a santi e beati;

  • comunioni ritenute prodigiose;

  • alcune guarigioni di Lourdes, che sarebbero avvenute durante la processione pomeridiana con il Santissimo Sacramento;

  • mistici che sarebbero vissuti a lungo nutrendosi esclusivamente della comunione quotidiana;

  • presunte rivelazioni collegate all’eucaristia.

  • presunte rivelazioni private collegate all’eucaristia (locuzioni interiori, visioni ecc.[2]).

La Chiesa cattolica riconosce ufficialmente come realmente accaduti numerosi episodi di questo tipo, la maggior parte dei quali nel Medioevo. Ci sono scienziati che hanno invece proposto una possibile spiegazione, che coinvolge un diffuso batterio, per i miracoli eucaristici di sanguinamento dell’ostia.

Secondo la teologia cattolica, questi miracoli rendono visibile il fatto che, nell’eucaristia, il pane e il vino si trasformano nel corpo e nel sangue di Gesù(transustanziazione), fermo restando che anche la carne e il sangue resi visibili dal miracolo sono considerati dalla teologia stessa Specie eucaristiche, ossia aspetti sensibili corporei di una Sostanza divina da essi differente. Spesso le specie consacrate oggetto del presunto miracolo sono state poi conservate come reliquie.

Indice

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La diffusione dei miracoli eucaristici

A Paray-le-Monial, in Francia, è conservata una grande carta geografica con l’indicazione di 132 luoghi, sparsi nel mondo, dove si sarebbero verificati, nel corso dei secoli, miracoli eucaristici.[3]

Miracoli eucaristici nel mondo

Miracoli eucaristici in Italia

Le reliquie del miracolo eucaristico di Lanciano

Lanciano

Il miracolo eucaristico di Lanciano è il più antico di cui si abbia notizia, in quanto sarebbe avvenuto intorno all’anno 700.

Le specie eucaristiche si sarebbero mutate in carne e sangue durante una messa, celebrata nella chiesa di San Legonziano da un monaco basiliano che dubitava della presenza di Gesù nell’eucaristia.

Le reliquie del miracolo, oggi conservate nella basilica di San Francesco, sono state sottoposte a indagine scientifica nell’inverno 197071 e nel1981: gli esami hanno determinato che l’ostia è costituita da vera carne umana, precisamente da tessuto miocardico, e il sangue è vero sangue umano di gruppo AB[4][5].

Trani

Antica rappresentazione del miracolo eucaristico di Trani.

Il miracolo eucaristico di Trani sarebbe avvenuto nell’omonima cittadina intorno all’anno 1000: una donna ebrea, per irridere la fede cristiana, dopo aver occultato durante la messa un’ostia consacrata, una volta a casa l’avrebbe messa in una padella di olio bollente, ma la particola si sarebbe trasformata in carne, sanguinando abbondantemente.[6]

La reliquia è attualmente custodita in una teca d’argento, nella chiesa di Sant’Andrea a Trani.

Ferrara

Il miracolo eucaristico di Ferrara sarebbe avvenuto nel 1171 nell’omonima cittadina: mentre un sacerdote celebrava la messa, l’ostia consacrata, diventata carne, avrebbe sanguinato[7].

Rimini

Miracolo dell’asina, dettaglio del rilievo di Donatello.

Il miracolo eucaristico di Rimini, detto anche “della mula” o “dell’asina”, sarebbe avvenuto nell’omonima città nel 1223, ed è attribuito all’intercessione di Sant’Antonio di Padova. Secondo le più antiche biografie del santo, episodi analoghi sarebbero avvenuti anche aTolosa e a Bourges[8].

Alatri

Il miracolo eucaristico di Alatri risale al 1227: una donna avrebbe rubato un’ostia consacrata, su incarico di una fattucchiera che intendeva servirsene per compiere un maleficio, ma al momento di toglierla dal nascondiglio in cui l’aveva occultata, avrebbe constatato che essa si era tramutata in carne e, pentitasi, l’avrebbe riconsegnata. La reliquia di questo miracolo è custodita ad Alatri nellaCattedrale di San Paolo.

Firenze

Il miracolo eucaristico di Firenze sarebbe avvenuto nel 1230 in città nella chiesa di Sant’Ambrogio: un anziano sacerdote, che durante la messa aveva lasciato inavvertitamente nel calice un po’ di vino consacrato, vi avrebbe ritrovato il giorno dopo “del sangue vivo raggrumato e incarnato“. Nella stessa chiesa, nel 1595, si sarebbe verificato un secondo miracolo eucaristico[9].

Bolsena

Chiesa di Santa Cristina a Bolsena: la teca contenente la tavola di marmo macchiata dal sangue del “miracolo eucaristico”.

Il miracolo eucaristico di Bolsena risale al 1263: esso sarebbe avvenuto, come quello di Lanciano, mentre celebrava messa un sacerdote che dubitava della transustanziazione. In questo caso, dall’ostia divenuta carne sarebbe stillato abbondante sangue che avrebbe macchiato il corporale di lino usato per la celebrazione. A seguito di questo evento, l’anno successivo papa Urbano IV istituì la festa del Corpus Domini. Quattro lastre di marmo macchiate di sangue sono conservate nella Chiesa di Santa Cristina a Bolsena, una quinta lastra di marmo è stata regalata nel ‘500 alla cittadina di Porchiano del Monte (Terni), mentre il corporale, anch’esso insanguinato, è conservato nel Duomo di Orvieto.

Offida e Lanciano

Il miracolo eucaristico di Offida sarebbe avvenuto in realtà nella città di Lanciano (già nota per il più antico miracolo eucaristico delVII secolo), nel 1273: una donna, su invito di una fattucchiera cui si era rivolta, gettò un’ostia consacrata sul fuoco, ma la particola si sarebbe trasformata in carne, da cui sarebbe sgorgato sangue abbondante; la reliquia è stata riconsegnata anni fa alla sua città d’origine, Lanciano.

Valvasone e Gruaro

Il miracolo eucaristico di Valvasone e Gruaro sarebbe avvenuto in realtà nel 1294 nella cittadina veneta di Gruaro, a pochi chilometri dal comune friulano di Valvasone: su di una tovaglia, proveniente dalla chiesa di San Giusto, sarebbero apparse macchie di sangue, prodotte da un’ostia consacrata rimasta tra le pieghe del tessuto[10].

Cascia

Basilica di Santa Rita aCascia, dove è conservata la reliquia del miracolo eucaristico del 1330.

Il miracolo eucaristico di Cascia sarebbe avvenuto in realtà a Siena nel 1330: un’ostia consacrata, conservata impropriamente da un sacerdote tra le pagine del breviario, si sarebbe tramutata in sangue[11].

Macerata

Il miracolo eucaristico di Macerata sarebbe avvenuto nel 1356 nell’omonima città: mentre un sacerdote, che dubitava della reale presenza di Gesù nell’ostia consacrata, celebrava la messa, durante la consacrazione sarebbe sgorgato del sangue dalla particola, bagnando il calice e il lino usato per detergere il calice stesso[12].

Bagno di Romagna

Il miracolo eucaristico di Bagno di Romagna sarebbe avvenuto nel 1412 nell’omonima cittadina: un monaco camaldolese, durante la messa, all’atto della consacrazione avrebbe visto il vino del calice andare in ebollizione e, fuoriuscendo, macchiare il corporale[13].

Torino

Iscrizione commemorativa nella Basilica del Corpus Domini, a Torino.

Il miracolo eucaristico di Torino sarebbe avvenuto nell’omonima città il 9 giugno 1453. Dalla chiesa di Exilles era stato trafugata, insieme ad altri oggetti sacri, l’ostia consacrata, che fu recuperata, secondo la tradizione, in modo prodigioso a Torino, dove era stato portato il materiale sacro rubato. Sul luogo del miracolo è stata eretta la basilica del Corpus Domini.

Asti

Il miracolo eucaristico di Asti sarebbe avvenuto nel 1535 nell’omonima città: mentre un sacerdote celebrava la messa, allo spezzare dell’ostia sarebbero stillate gocce di sangue nel calice e sulla patena[14].

Morrovalle

Il miracolo eucaristico di Morrovalle sarebbe avvenuto nel 1560 nell’omonima cittadina: dopo un incendio, che aveva devastato lachiesa del convento di San Francesco, sarebbe stata rinvenuta intatta la particola del Santissimo Sacramento, nonostante si fosse fuso il vaso d’argento che la conteneva[15].

Veroli

Il miracolo eucaristico di Veroli sarebbe avvenuto nel 1570 nell’omonima cittadina: nella locale basilica di Sant’Erasmo, durante l’esposizione del Santissimo Sacramento, si sarebbero verificate delle apparizioni soprannaturali[16].

Mogoro

Il miracolo eucaristico di Mogoro sarebbe avvenuto nell’omonima cittadina nell’anno 1604: due ostie consacrate, lasciate cadere sul pavimento da due peccatori durante la celebrazione eucaristica, avrebbero lasciato un’impronta indelebile.

Cava de’ Tirreni

i festeggiamenti in onore del Santissimo Sacramento “Festa di Montecastello” in ricordo del Miracolo Eucaristico che, nel 1656, salvò Cava de’Tirreni dalla peste

Nel maggio del 1656 si diffuse una terribile epidemia di peste a causa all’invasione dei soldati spagnoli provenienti dalla Sardegna. L’epidemia ben presto si espanse nei villaggi e nelle campagne circostanti arrivando anche nella cittadina di Cava dei Tirreni. Vi furono migliaia di vittime, sia in città che nelle campagne. Don Paolo Franco fu uno dei pochi risparmiati dalla peste, e ispirato dall’alto, sfidando ogni pericolo, convocò la popolazione e indisse una processione riparatrice fino al monte Castello, situato a pochi chilometri di distanza. Quando arrivarono in cima al monte, Don Franco benedì Cava dei Tirreni con il Santissimo Sacramento. La peste cessò miracolosamente e ancora oggi, ogni anno, nel mese di giugno, la popolazione di Cava promuove delle processioni solenni in ricordo del Prodigio.

Siena

Basilica di San Francesco a Siena, dove sono conservate le ostie del miracolo eucaristico del 1730.

Il miracolo eucaristico di Siena sarebbe avvenuto a partire dal 1730: 351 ostie consacrate, rubate da ignoti ladri sacrileghi, furono successivamente ritrovate integre, e si conservano tuttora intatte dopo quasi tre secoli.[17]

Il numero delle ostie è attualmente di 223, essendo le altre andate perse in tutte le ricognizioni, controlli ed esami effettuati.

Patierno

Il miracolo eucaristico di Patierno sarebbe avvenuto nel 1772 nel quartiere di Napoli di San Pietro a Patierno: le ostie consacrate furono rubate dall’altare maggiore della chiesa di San Pietro apostolo, e sarebbero state ritrovate successivamente in modo miracoloso[18].

Il miracolo eucaristico diSan Mauro La Bruca

San Mauro La Bruca

Il miracolo eucaristico di San Mauro La Bruca sarebbe avvenuto nell’omonima cittadina in provincia di Salerno il 25 luglio dell’anno 1969; tuttora è il più recente di cui si abbiano notizie. Sessantatré ostie consacrate, rubate da ignoti ladri sacrileghi, furono successivamente ritrovate integre, e si conservano tuttora intatte dopo più di quarant’anni[19].

Miracoli eucaristici in Austria

Sankt Georgenberg-Fiecht

Il miracolo eucaristico di Sankt Georgenberg-Fiecht sarebbe avvenuto nell’omonima cittadina austriaca nell’anno1310: mentre un sacerdote celebrava la messa, il vino consacrato contenuto nel calice si sarebbe trasformato insangue.

Miracoli eucaristici in Belgio

Bois-Seigneur-Isaac

Il miracolo eucaristico di Bois-Seigneur-Isaac sarebbe avvenuto nell’omonima cittadina belga nell’anno 1405: durante la celebrazione eucaristica l’ostia consacrata avrebbe sanguinato, macchiando il corporale.

Miracoli eucaristici in Croazia

Ludbreg

Il miracolo eucaristico di Ludbreg sarebbe avvenuto nell’omonima cittadina croata nell’anno 1411: mentre un sacerdote celebrava la messa, dubitò della reale presenza di Cristo nel pane e nel vino consacrati, e le specie del vino contenuto nel calice si sarebbero trasformate in sangue.

Miracoli eucaristici in Francia

Blanot

Il miracolo eucaristico di Blanot sarebbe avvenuto nell’omonima cittadina francese nell’anno 1331: mentre un sacerdote distribuiva la comunione, un frammento dell’ostia consacrata si sarebbe trasformato in una goccia di sangue.

Faverney

Il miracolo eucaristico di Faverney sarebbe avvenuto nell’omonima cittadina francese nell’anno 1608: alla vigilia di Pentecoste un incendio distrusse l’altare, ma non l’ostensorio con il Santissimo Sacramento, che restarono intatti, in quanto sarebbero rimasti sospesi in aria, secondo le testimonianze, per 33 ore.

Pressac

Il miracolo eucaristico di Pressac sarebbe avvenuto nei pressi dell’omonima cittadina della Francia centro-occidentale il Giovedì Santo del 1643: nella chiesaparrocchiale si sviluppò un incendio, che fuse quasi completamente il calice contenente un’ostia consacrata, ma la particola rimase intatta.

Miracoli eucaristici in Germania

Walldürn

L’altare dove è conservata la reliquia del miracolo eucaristico di Walldürn.

Il miracolo eucaristico di Walldürn sarebbe avvenuto nell’omonima cittadina tedesca nell’anno 1330: durante la messa un sacerdote rovesciò involontariamente il calice con il vino consacrato, che avrebbe formato sul corporale un’immagine di Gesù crocifisso.

Miracoli eucaristici nei Paesi Bassi

Alkmaar

Il miracolo eucaristico di Alkmaar sarebbe avvenuto nell’omonima cittadina olandese nell’anno 1429: un sacerdote rovesciò inavvertitamente sull’altare del vino consacrato, e questo si sarebbe trasformato in sangue[20].

Amsterdam

Il miracolo eucaristico di Amsterdam sarebbe avvenuto nell’omonima cittadina olandese nell’anno 1345, con la preservazione dalle fiamme di un’ostia consacrata[21].

Miracoli eucaristici in Polonia

Cracovia

Il miracolo eucaristico di Cracovia sarebbe avvenuto nei pressi dell’omonima cittadina polacca nell’anno 1345: alcune ostie consacrate, rubate da ignoti malfattori, furono ritrovate in modo ritenuto miracoloso.

Poznań

Il miracolo eucaristico di Poznań sarebbe avvenuto nell’omonima cittadina polacca nell’anno 1399: tre ostie consacrate, rubate e profanate da vandali, avrebbero stillatosangue e, gettate dai malfattori, furono recuperate in modo ritenuto miracoloso.

Legnica

Il miracolo eucaristico di Legnica sarebbe avvenuto in una chiesa dell’omonima diocesi, in Polonia, durante la messa di Natale del 2013: un’ostia consacrata, caduta a terra, dopo essere stata recuperata si sarebbe trasformata in tessuto miocardico di tipo umano.

Miracoli eucaristici in Portogallo

Santarém

Il miracolo eucaristico di Santarém sarebbe avvenuto nell’omonima cittadina portoghese nell’anno 1247: una donna, spinta dalla gelosia per il marito, rubò un’ostia consacrata su consiglio di una fattucchiera per ricavarne un filtro d’amore, ma la particola avrebbe iniziato a sanguinare.

Miracoli eucaristici in Spagna

O Cebreiro

Il miracolo eucaristico di O Cebreiro sarebbe avvenuto nell’omonima cittadina spagnola nell’anno 1300: durante la messa, celebrata da un sacerdote che non credeva nella reale presenza di Gesù nell’ostia consacrata, la particola si sarebbe trasformata in carne e il vino in sangue.

Ivorra

Il miracolo eucaristico di Ivorra sarebbe avvenuto nell’omonima località spagnola nell’anno 1010: mentre un sacerdote celebrava la messa dubitò della reale presenza diCristo nel vino consacrato, e questo si sarebbe trasformato in sangue.

Miracoli eucaristici in Svizzera

Ettiswil

Il miracolo eucaristico di Ettiswil sarebbe avvenuto nell’omonima cittadina svizzera nell’anno 1447: un’ostia consacrata, trafugata dalla chiesa parrocchiale, fu ritrovata in modo ritenuto miracoloso.

Miracoli eucaristici in altre località

Altri miracoli eucaristici si sarebbero verificati: in Austria, a Seefeld e Weiten-Raxendorf; in Belgio, a Bruges, Bruxelles, Herentals, Herkenrode-Hasselt, Liegi eMiddleburg-Lovanio; in Colombia, a Tumaco; in Egitto, a Santa Maria Egiziaca e Scete; in Francia, ad Avignone, Bordeaux, Digione, Douai, La Rochelle, Neuvy Saint Sépulcre, Les Ulmes, Marseille-En-Beauvais e Parigi; in Germania, ad Augusta, Benningen, Bettbrunn, Erding, Kranenburg Bei Kleve, Ratisbona, Weingarten eWilsnacka; in India, a Chirattakonam; nell’Isola della Martinica, a Morne-Rouge; nell’Isola della Réunion, a Saint-André de la Réunion; in Italia, ad Assisi, Canosio,Cava de’ Tirreni, Dronero, Roma, Rosano, Scala e Volterra; nei Paesi Bassi, ad Amsterdam, Bergen, Boxmeer, Boxtel-Hoogstraten, Breda-Niervaart, Meerssen eStiphout; in Perù, a Eten; in Polonia, a Głotowo; in Spagna, ad Alboraya-Almácera, Alcalá, Alcoy, Caravaca de la Cruz, Cimballa, Daroca, Gerona, Gorkum-El Escorial, Guadalupe, Moncada, Montserrat, Onil, Ponferrada, San Juan de las Abadeses, Silla, Valencia e Saragozza[22].

Miracoli eucaristici legati a santi e beati

  • Secondo alcuni biografi, durante la celebrazione di una Messa, al momento di distribuire la comunione, don Bosco si accorse che nella pisside erano rimaste solo otto ostie, mentre i ragazzi in attesa di comunicarsi erano 360. Serviva messa don Giuseppe Buzzetti, seguace di don Bosco: quando si accorse che questi era riuscito a comunicare tutti i ragazzi, moltiplicando le ostie, si sentì male per l’emozione.[23]

Domenico Beccafumi, Sant’Antonio e il miracolo della mula, 1537, Museo del Louvre
  • Secondo quanto tramandato dalla tradizione, mentre Sant’Antonio di Padova si trovava nel 1223 a Rimini per predicare la reale presenza di Gesù nell’Eucaristia, un eretico di nome Bonisollo gli disse che, se avesse provato con un miracolo la vera presenza di Cristo nell’ostia consacrata, avrebbe aderito all’insegnamento della Chiesa cattolica: Bonisollo tenne allora per tre giorni nella stalla la sua mula senza darle da mangiare, poi la portò in piazza mettendole davanti della biada, mentre contemporaneamente sant’Antonio, con in mano l’ostia consacrata, portatosi davanti alla mula, disse: “In virtù e in nome del Creatore, che io, per quanto ne sia indegno, tengo veramente tra le mani, ti dico, o animale, e ti ordino di avvicinarti prontamente con umiltà e di prestargli la dovuta venerazione”. Come il santo ebbe finito di parlare, la mula, lasciando da parte il fieno, si inginocchiò e l’eretico si convertì.[24]

Altri fenomeni legati all’Eucaristia, alcuni dei quali ritenuti miracolosi dalla Chiesa, sono attribuiti a diversi santi e beati, tra i quali: san Francesco d’Assisi, santa Caterina da Siena, san Tommaso d’Aquino, san Bernardo di Chiaravalle, santaMargherita Maria Alacoque, sant’Ignazio di Loyola, sant’Antonio Maria Zaccaria, santa Teresa d’Avila, san Gaspare del Bufalo, santa Lucia Filippini, santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, santa Giuliana Falconieri, san Bonaventura da Bagnoregio, san Secondo di Asti, san Girolamo, san Tarcisio, san Satiro, santa Germana Cousin, san Stanislao Kostka, beata Anna Katharina Emmerick, beata Angela da Foligno, beata Imelda Lambertini, beato Giacomo da Montieri, beato Niccolò Stenone e altri.[25]

Comunioni prodigiose

S. Agnese di Montepulciano riceve l’Eucaristia dalle mani di un angelo.
  • La grande devozione eucaristica di S. Faustina Kowalska (1905-1938) la portò ad aggiungere al suo nome l’appellativo “del Santissimo Sacramento“. Secondo il suo diario, nell’Aprile 1938 le comunicarono che per un certo tempo non avrebbe potuto ricevere l’Eucaristia, a causa della stanchezza dovuta a una grave malattia; durante quel tempo, ossia per tredici giorni, le apparve accanto al letto, al mattino, unSerafino che le porse la Comunione con le parole: “Ecco il Signore degli Angeli”. S. Faustina descrive il Serafino come “circondato da un grande splendore”, con una veste dorata, una cotta e una stola trasparenti. Descrive inoltre il calice come di cristallo e coperto da un velo trasparente. Il diario riporta che in una di queste occasioni la santa chiese all’angelo se poteva confessarla, ottenendo come risposta che “nessuno spirito celeste” poteva far questo.[26]

  • San Gerardo Maiella (1726-1755), religioso redentorista, racconta che da piccolo fuggiva spesso nella cappella della Vergine a Capodigiano quando non vi era cibo in casa, e che il bambino Gesù gli donava del pane bianco.[27] Compiuti otto anni, apprese che l’Eucaristia che i fedeli ricevevano in chiesa era Gesù e cercò di ottenerla, ma la Comunione gli fu negata a causa della giovane età. La notte stessa, secondo il suo racconto, apparve l’arcangelo Michele per porgergli l’Eucaristia.[27][28]

  • Nella biografia di santa Agnese Segni di Montepulciano (1268-1317), si riporta che una domenica mattina si era immersa in preghiera, rendendosi conto solo dopo molte ore di non aver assistito alla Santa Messa: vide allora un angelo avvicinarsi portandole l’Eucaristia. Il fatto si sarebbe ripetuto in altre occasioni.[29]

  • Negli atti del processo di canonizzazione di santa Chiara da Montefalco (1268-1308), si riporta che in una certa occasione le fu impedito di ricevere la Comunione per esservisi accostata senza il mantello. Il biografo riferisce che, mentre addolorata rientrava nella sua cella, le era apparso Gesù stesso per darle l’Eucaristia.[29]

  • Nella biografia della beata Emilia Bicchieri (1255-1314), fondatrice del Terz’Ordine Regolare Domenicano, si racconta che in una certa occasione, occupandosi di una consorella in gravi condizioni di salute, non si era accorta del trascorrere del tempo, arrivando in ritardo alla Messa e perdendo la Comunione. Si narra che, nel supplicare addolorata il Signore, un angelo le apparve portandole l’Eucaristia.[29]

Lourdes e il Santissimo Sacramento

La Basilica di Lourdes.

Alcune delle guarigioni di Lourdes riconosciute ufficialmente dalla Chiesa cattolica come miracolose, sarebbero avvenute durante laprocessione pomeridiana con il Santissimo Sacramento[30], e precisamente quelle di: Jeanne Tulasne (1897), Marie Savoye (1901), Virginie Haudebourg (1908), Marie Fabre (1911), Henriette Bressolles (1924), Marie Thérèse Canin (1947), Leo Schwager (1952), Alice Couteault (1952) e Marie-Louise Bigot (1954).[31]

Eucaristia e mistici

Alcuni fedeli (sia dichiarati santi dalla Chiesa cattolica, come la beata Alexandrina Maria da Costa – sia per i quali è in corso una causa di beatificazione, come le serve di Dio Teresa Neumann e Marta Robin), si afferma siano vissuti per alcuni o molti anni nutrendosi esclusivamente della Comunione quotidiana, senza assumere alcun altro cibo o bevanda.[32]

  • La beata Alexandrina Maria da Costa, dal 27 marzo 1942 alla morte, avvenuta il 13 ottobre 1955, avrebbe cessato di alimentarsi, assumendo ogni giorno soltanto l’Eucaristia. Nel 1943, per quaranta giorni, ne furono strettamente controllati dai medici il digiuno praticamente assoluto e l’anuria, nell’ospedale della Foce del Duro presso Oporto.[33]

  • La mistica tedesca Teresa Neumann, dal 1926 alla morte, avvenuta il 18 settembre 1962, non avrebbe ingerito più né cibo né bevande, limitandosi ad assumere soltanto la Comunione quotidiana con alcune gocce d’acqua. La Chiesa cattolica diede mandato alla diocesi di Ratisbona di istituire una commissione scientifica, presieduta da uno psichiatra e da un medico, per studiare il caso. Questi tennero la mistica sotto osservazione per quindici giorni, e rilasciarono un responso finale, dichiarando tra l’altro: «Nonostante il severo controllo non è stato possibile osservare nemmeno una volta che Teresa Neumann, che non fu sola nemmeno per un secondo, abbia assunto qualche cosa…».[34] La durata del periodo di controllo cui fu sottoposta la mistica venne stabilita dopo che esperti, interpellati dalla curia, avevano affermato che una persona non può sopravvivere, senza cibo né bevande, per un periodo superiore a undici giorni.[35]

  • La mistica francese Marta Robin, dal 25 marzo 1928 alla morte, avvenuta il 6 febbraio 1981, avrebbe smesso di assumere cibo e bevande: le venivano soltanto inumidite le labbra, e assumeva ogni giorno soltanto l’ostia consacrata; numerosi testimoni raccontano inoltre che quest’ultima non veniva inghiottita, ma spariva inspiegabilmente tra le sue labbra[36].

Eucaristia e rivelazioni

Lo scrittore francese André Frossard, nel suo libro “Dio esiste, io l’ho incontrato“, racconta come è avvenuta la sua conversione.

Nel testo narra che l’8 luglio 1935, mentre ancora ateo si trovava a Parigi, dopo essere entrato occasionalmente in una chiesa a cercare un amico, mentre era fermo davanti al Santissimo Sacramento si era verificato qualcosa che non saprebbe esprimere con parole adeguate[2]: aveva sentito come sussurrate le parole “vita spirituale” e, subito dopo, aveva avvertito una “luminosità quasi insostenibile”. Scrive di aver visto un altro mondo, che ritiene essere la “verità”: “c’è un ordine, nell’universo, ed alla sommità…l’evidenza di Dio…colui che i cristiani chiamano “Padre nostro”, e del quale sento la dolcezza”.

Uscito dalla chiesa disse all’amico: “Sono cattolico, apostolico, romano… Dio esiste ed è tutto vero”. Dopo questo episodio si convertì alla religione cattolica.[37]

Interpretazione scientifica

Una possibile spiegazione scientifica del presunto sanguinamento dell’ostia è che si tratti in realtà della crescita di uno strato di microrganismi dal colore rosso sangue. Johanna C. Cullen, ricercatrice della Georgetown University, nel 1994 è riuscita a produrre la parvenza di sanguinamento in laboratorio facendo attaccare le ostie da un batterio molto diffuso, la serratia marcescens, identificato per la prima volta nel 1823 da Bartolomeo Bizio e che in periodi di caldo e in luoghi umidi produce sui prodotti da forno (come appunto pane, focacce e quindi anche le ostie) un pigmento rosso e gelatinoso appropriamente chiamato prodigiosina. La Cullen ha pubblicato la sua ricerca sulla rivista della American Society for Microbiology[38]. Analoghi risultati sono stati ottenuti nel 1998 da Luigi Garlaschelli, ricercatore dell’Università di Pavia[39] e nel 2000 da J.W. Bennett e R. Bentley della Tulane University[40].

Note

  1. ^ Sergio Meloni e Istituto San Clemente I Papa e Martire, I Miracoli Eucaristici e le radici cristiane dell’Europa, ESD Edizioni Studio Domenicano, 2007
  2. ^ a b L’Eucaristia e la conversione dello scrittore ateo André Frossard (PDF),therealpresence.org. URL consultato il 16 agosto 2012.
  3. ^ Nicola Nasuti, L’Italia dei prodigi eucaristici, Edizioni Cantagalli, Siena, 2003, p. 10
  4. ^ Silvio Di Giancroce e Mauro De Filippis Delfico, Guida del Santuario del Miracolo Eucaristico di Lanciano, Edizioni S.M.E.L. Lanciano (2006), ISBN 8887316082.
  5. ^ P. Amedeo Giuliani, Le reliquie eucaristiche del miracolo di Lanciano, Tradizione – Storia – Culto – Scienza, Edizioni S.M.E.L., Lanciano (1997).
  6. ^ Raffaele Iaria, I miracoli eucaristici in Italia, Edizioni Paoline, 2005, pp. 27-31
  7. ^ Raffaele Iaria, Opera citata, pp. 32-36
  8. ^ Renzo Allegri, Il sangue di Dio. Storia dei miracoli eucaristici, Ancora, 2005
  9. ^ Raffaele Iaria, Op. cit., pp. 42-45
  10. ^ Raffaele Iaria, Op. cit., pp. 58-61
  11. ^ Raffaele Iaria, Op. cit. pp. 62-66
  12. ^ Raffaele Iaria, Op. cit., pp. 67-68
  13. ^ Raffaele Iaria, Op. cit., pp. 69-71
  14. ^ Raffaele Iaria, Op. cit., pp. 75-76
  15. ^ Raffaele Iaria, Op. cit., pp. 77-79
  16. ^ Raffaele Iaria, Op. cit., pp. 80-83
  17. ^ Il miracolo Eucaristico di Siena – Settimana Eucaristica – Parrocchia di Bovolone
  18. ^ Raffaele Iaria, Op. cit., pp. 88-91
  19. ^ Sergio Meloni e Istituto San Clemente I Papa e Martire, I Miracoli Eucaristici e le radici cristiane dell’Europa, Edizioni Studio Domenicano, 2007, pp. 124-125
  20. ^ Sergio Meloni, I Miracoli Eucaristici e le radici cristiane dell’Europa, Edizioni Studio Domenicano, 2007, pp. 271-273.
  21. ^ Miracolo eucaristico di Amsterdam (prima parte) (PDF), therealpresence.org. URL consultato il 14 agosto 2012.
  22. ^ Sergio Meloni e Istituto San Clemente I Papa e Martire, opera citata
  23. ^ untitled
  24. ^ Renzo Allegri, Il sangue di Dio. Storia dei miracoli eucaristici, Ancora, 2005, p. 56-58
  25. ^ I Miracoli Eucaristici nel Mondo – Catalogo della Mostra Internazionale
  26. ^ Faustina M. Kowalska, Diario. La misericordia divina nella mia anima, Quad. VI, 1676
  27. ^ a b La vita di San Gerardo, it.sangerardo.eu.
  28. ^ Comunioni Prodigiose (PDF), therealpresence.org.
  29. ^ a b c Comunioni Prodigiose (PDF), therealpresence.org.
  30. ^ http://www.therealpresence.org/eucharst/mir/italian_pdf/Lourdes.pdf
  31. ^ Alfred Lapple, I miracoli di Lourdes, Piemme, 1997, rispettivamente pp. 69-81-91-97-110-137-162-166-174.
  32. ^ Sergio Meloni, op. cit. pp.481-493.
  33. ^ Dal sito del Vaticano
  34. ^ Biografia dal sito ufficiale
  35. ^ Paola Giovetti, Teresa Neumann, Edizioni Paoline, 1990, p. 29
  36. ^ Jean Guitton, Ritratto di Marthe Robin, Edizioni Paoline, 2001, pp. 48-53
  37. ^ André Frossard, Dio esiste, io l’ho incontrato, Società Editrice Internazionale, 2010, pp. 141-146
  38. ^ Johanna C. Cullen, The Miracle of Bolsena, in ASM News, vol. 60, 1994, pp. 187-191..
  39. ^ Luigi Garlaschelli, Amido ed emoglobina: il miracolo di Bolsena, in Chimica e Ind., vol. 1201, 1998, p. 80.; Luigi Garlaschelli, Amido ed emoglobina: il miracolo di Bolsena (La Chimica e l’ Industria., 80, 1201 (1998)), luigigarlaschelli.it. URL consultato il 3 luglio 2011.
  40. ^ Bennett JW, Bentley R, Seeing red: The story of prodigiosin, in Adv Appl Microbiol, vol. 47, 2000, pp. 1-32, DOI:10.1016/S0065-2164(00)47000-0.

Bibliografia

  • Francesca Cosi, Alessandra Repossi, I cammini del pane. Guida pratica e spirituale ai pellegrinaggi eucaristici, Àncora Editrice, Milano, 2011

  • Giuseppe Giulino, Gesù ostia. Sacrifizio e sacramento. Dottrina e mistero. Santi e miracoli eucaristici, Ancilla, 2008

  • Sergio Meloni e Istituto San Clemente I Papa e Martire, I miracoli eucaristici e le radici cristiane dell’Europa, ESD Edizioni Studio Domenicano, 2007

  • Catalogo della Mostra internazionale I miracoli eucaristici nel mondo, Prefazione del cardinale Angelo Comastri, Edizioni San Clemente, 2006

  • Raffaele Iaria, I miracoli eucaristici in Italia, Paoline Editoriale Libri, 2005

  • Renzo Allegri, Il sangue di Dio. Storia dei miracoli eucaristici, Ancora, 2005

  • Pietro Tamburini, Bolsena: il miracolo eucaristico, Editore: Città di Bolsena, 2005

  • Nicola Nasuti, L’Italia dei prodigi eucaristici, Cantagalli, 1997

Voci correlate

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I Santi parlano dell’Eucaristia

I SANTI E L’EUCARISTIA

 L’Eucaristia è istituita perché diventiamo fratelli; viene celebrata perché da estranei e indifferenti gli uni gli altri, diventiamo uniti, uguali ed amici; è data perché, da massa apatica e fra sé divisa, se non avversaria, diventiamo un popolo che ha un cuore solo e un’anima sola.  (Giovanni Paolo II)

 

Signore Gesù… Possa io per mezzo del mio annientamento diventare lo sgabello del vostro trono eucaristico. La Santa Eucaristia è Gesù passato, presente e futuro. (San Pier Giuliano Eymard)

 

Una sola comunione ben fatta è capace di farci sentire santi e perfetti.     (San Francesco di Sales)

 

Per i nove mesi che la Santa Vergine ti portò nel suo seno, non eri più vicino a Lei che a me quando vieni sulla mia lingua nella Comunione!

(beato C. de Foucauld)

Pensando alla prima comunione: “….quel giorno non era più uno sguardo, ma una fusione: non erano più due, Teresa era scomparsa come la goccia d’acqua nell’oceano” ed ancora davanti al Tabernacolo: “Oh, Gesù, lasciami dire, nell’eccesso della mia riconoscenza, lasciami dire che il tuo amore arriva fino alla follia“.( Santa Teresa del Bambino Gesù)

Oh, che avviene in me? Non lo so che avvenga, so che la terra mi sparisce, so che sono felice…so che dimentico tutto, non penso più a nulla” …poi si esprime così: “Figurando un’accademia di Paradiso si deve imparare ad amare soltanto. La scuola è nel Tabernacolo, il Maestro è Gesù, la dottrina da impararsi sono la Sua Carne e il Suo Sangue”

(Santa Gemma Galgani)

 

O Signore Gesù, realmente presente nel Sacramento dell’altare, notte e giorno aspettandoci, pieno di bontà e di amore, chiamando ed accogliendo quanti vengono a visitarti, io credo fermamente in questa tua presenza, ti adoro dall’abisso della mia miseria.

(Sant’ Alfonso Maria De’ Liguori)

Ogni giorno egli (Gesù) discende dal seno del Sommo Padre nell’altare tra le mani del sacerdote e come apparve ai santi Apostoli nella vera carne, così anche ora si rivela a noi nel sacro pane.

(San Francesco d’Assisi)

Dopo la S. Comunione, trattenetevi almeno un quarto d’ora a fare il ringraziamento. Sarebbe una grave irriverenza se, dopo pochi minuti aver ricevuto il Corpo-Sangue-Anima-Divinità di Gesù, uno uscisse di chiesa o stando al suo posto si mettesse, a ridere, chiacchierare, guardare di qua e di là per la chiesa…..

(San Giovanni Bosco)

Accostiamoci al Santissimo Sacramento con grande spirito di fede e di amore: ed una sola comunione credo che basti per lasciarci ricche. E che dire di tante? Sembra che ci accostiamo al Signore unicamente per cerimonia: ecco perché ne caviamo poco frutto. O mondo miserabile che rendi cieco chi guarda te…. per non permettergli di vedere i tesori che potrebbe avere in Dio!  (Santa Teresa d’Avila)

Nella santa Comunione fui molto in soavità; il mio caro Dio mi dava intelligenza infusa del gaudio che avrà l’anima, quando lo vedremo faccia a faccia.

(San Paolo della Croce)

L’Ora santa davanti all’Eucaristia deve condurre all’ora santa con i poveri. La nostra Eucaristia è incompleta se non conduce al servizio e all’amore dei poveri.

(beata Teresa di Calcutta)

Io devo accostarmi a Te, o Gesù, presente nell’Eucaristia, in qualunque stato io mi trovi, nell’aridità, nel dolore o nella tentazione, basta che io mi presenti a Te per avere sollievo….Quando cado nella tiepidezza basta che mi rivolga a Te, che nel Tuo Sacramento porti agli uomini un così tenero amore.

(Santa Maddalena di Canossa)

Quando i malati hanno ricevuto la Comunione esortiamoli a contemplare il Signore, a chiederGli perdono e la grazia di non offenderLo più. Il tempo subito dopo la Messa è il più propizio per domandare grazie a Dio.  (San Camillo de’ Lellis)

Come il cibo corporale è necessario per la vita a tal punto che senza di esso non si può vivere,…così il cibo spirituale è necessario per la vita spirituale, in modo che senza di esso la vita spirituale non si può mantenere.  (San Tommaso d’Aquino)

Nella stretta del dolore e dell’afflizione, nella tristezza dell’animo tribolato, il prostrarci con fede e con amore dinanzi all’Ostia Santa vuol dir essere ristorati e fortificati nel cammino, spesso difficile, della vita. Vorrei che non ci fosse chiesa alcuna in cui, nel pomeriggio verso sera, non accorresse un buon numero di persone a visitare Gesù Sacramentato.

(beato Andrea Carlo Ferrari)

Ricevi Gesù nella S. Comunione e accogli tutto dalle Sue mani, con l’umile disposizione che la Santa Vergine Maria ebbe nel momento dell’Annunciazione: Eccomi, sono la serva del Signore: avvenga di me secondo quello che mi hai detto.

(San Massimiliano Maria Kolbe)

Dobbiamo, anzitutto, amare la Santa Messa, che deve essere il centro della nostra giornata. Se si vive bene la Messa, come è possibile poi, per tutto il resto del giorno, non avere il pensiero in Dio, non aver la voglia di restare alla sua presenza per lavorare come Egli lavorava e amare come Egli amava?

(San Josemaria Escrivà de’ Balaguer)

Ti adoriamo… come ti adorò Santa Elisabetta quando da Maria Santissima fosti portato nella sua casa. Tu allora riempisti quella pia donna di Spirito Santo, concedendole il dono della profezia, e santificasti il di lei figliuolo Giovanni Battista, ancora rinchiuso nel seno materno.  (San Gaetano Catanoso)

Ieri ho fatto la Comunione e sono così allegro e contento che mi pare di non dover mai più rattristarmi, anche in mezzo alle difficoltà…(beato Ivan Merz)

Vale assai più una Messa che lavoro e calcoli di una settimana. Tutto deve provenire da lì: Oh, benedetto colui che sente Messa ogni giorno!

(San Giuseppe Benedetto Cottolengo)

Ogni visita a Cristo Eucaristico e ogni contemplazione della sua presenza sono un ritorno alla nostra vera situazione, al nostro destino finale: rappresentano una pregustazione del possesso celeste, dove il nostro essere abiterà in Dio e il nostro sguardo si fonderà con il suo . ( Santa Maria Domenica Mazzarello)

Affinché dunque diventiamo tali (un sol corpo con Cristo) comunichiamoci con quella carne: e ciò avviene per mezzo del cibo che egli ci ha donato, volendoci mostrare l’affetto che ha per noi. Egli si mischiò con noi, e il suo corpo si compenetrò con i nostri, affinché fossimo un solo essere. (San Giovanni Crisostomo)

Questo sacramento ci trasforma nel Corpo di Cristo, in modo che siamo ossa delle sue ossa, carne della sua carne, membra delle sue membra”. Sant’Alberto Magno

Gesù Sacramentato è modello di Carità: poiché la gran carità Sua verso di noi Lo indusse ad istituire questo Sacramento e vi sta di continuo a nostro conforto, aiuto, sostegno, sacrificando tutto Se stesso…or che faremo noi ad imitazione Sua? Amare Gesù, amare il prossimo, i poverelli, i tribolati, gli infermi che sono i fratelli speciali di Gesù, amare anche chi ci è avverso.

(beato Luigi Braghi)

 

Ci vuole Gesù Cristo! Ci vuole Gesù! E Gesù tutti i giorni: e non fuori di noi, ma in noi, e non solo spiritualmente ma sacramentalmente”….” Solo così formeremo un solo cuore con i nostri fratelli, i poveri di Gesù. Non basta pensare a dare loro il pane materiale; prima del pane materiale dobbiamo pensare a dare a loro il pane eterno di vita, che è l’Eucaristia.

(san Luigi Orione)

 

La devozione all’Eucaristia è la più nobile perché ha per oggetto Dio; è la più salutare perché ci dà l’Autore della grazia; è la più soave perché soave è il Signore… se gli Angeli potessero invidiare, ci invidierebbero la Santa Comunione. (san Pio X)

Appressatevi alla Sacra Mensa con le stesse disposizioni che vorreste avere per entrare in cielo. Non bisogna avere meno rispetto per ricevere Gesù Cristo, che per essere ricevuti da Lui

(san Giovanni Battista de La Salle)

Quando ci comunichiamo, tutti noi riceviamo il medesimo Signore Gesù, ma non tutti riceviamo le medesime grazie, né produce in tutti gli stessi effetti. Ciò proviene dalla nostra maggiore o minore disposizione. Per spiegare questo fatto, mi servo un paragone naturale: l’innesto. Quanto più le piante si rassomigliano, tanto meglio è per l’innesto. Così, quanta più somiglianza ci sarà tra chi si comunica e Gesù, tanto migliori saranno i frutti della Santa Comunione.   (Sant’AntonioMaria Claret)

I minuti che seguono la Comunione sono i più preziosi che noi abbiamo nella vita; i più adatti da parte nostra per trattare con Dio, e da parte di Dio per comunicarci il suo amore.( Santa Maria Maddalena de’ Pazz)i

Il pane di frumento, che nutre i nostri corpi, non si prepara con tanto lavoro, unicamente per contemplarlo; esso è fatto per essere mangiato. Così il Pane di vita, il Pane degli Angeli, non è offerto soltanto alle nostre adorazioni e ai nostri omaggi, ma ci fu dato come cibo. Andiamo, dunque, a questo cibo per nutrire le anime nostre e fortificarle.  (san Roberto Bellarmino)

Voi mi opponete tutte quelle ragioni che invece mi convincono di più a ricevere la Santa Comunione ogni giorno. La mia dissipazione è grande, e con Gesù io imparo a raccogliermi. Le occasioni di offendere Dio sono frequenti, e io prendo ogni giorno forza da Lui per fuggirle. Ho bisogno di lumi e di prudenza per sbrigare affari molto difficili, e ogni giorno posso consultare Gesù nella Santa Comunione: Egli è il mio grande Maestro.   (San Tommaso Moro)

Beati coloro che oggi ti hanno ricevuto nel Sacramento, Gesù. Fortunate le mura della Chiesa che custodiscono il mio Gesù. Beati i Sacerdoti che sono sempre vicini a Gesù amabilissimo.

(santa Maria Francesca delle Cinque Piagh)e

 

Nel corso del giorno, quando non ti è permesso di fare altro, chiama Gesù, anche in mezzo a tutte le tue occupazioni, con gemito rassegnato dell’anima, ed egli verrà e resterà sempre unito con l’anima mediante la sua grazia e il suo santo amore. Vola con lo spirito dinanzi al Tabernacolo, quando non ci puoi andare col corpo, e là sfoga le ardenti brame ed abbraccia il Diletto delle anime meglio che se ti fosse dato di riceverlo sacramentalmente… Se gli uomini comprendessero il valore della Santa Messa, ad ogni Messa ci vorrebbero i carabinieri per tenere in ordine le folle di gente nelle Chiese». (san Pio da Pietrelcina)

 

Ogni campanile – diceva – ci richiama a una Chiesa, nella quale c’è un Tabernacolo, si celebra la Messa, sta Gesù.  (beato Luigi Guanella)

Le Messe sono perpetuamente celebrate su l’uno o l’altro punto del globo; io mi unisco a tutte queste Messe, soprattutto durante le notti che trascorro talvolta senza prendere sonno. (santa Bernardetta)

 

Tutti i passi che uno fa per recarsi ad ascoltare la Santa Messa sono da un Angelo numerati, e sarà concesso da Dio un sommo premio in questa vita e nell’eternità.

 (Sant’Agostino d’Ippona)

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Il popolo di Dio iniziato alla fede nell’Eucaristia

La fede nell’Eucaristia

Il novum del mistero pasquale
Istituendo l’Eucaristia Gesù ha dato vita a una novità radicale: ha compiuto in Se stesso
la nuova ed eterna alleanza. Nel contesto della cena rituale ebraica, che concentra nel memoriale
l’evento passato della liberazione dall’Egitto, la sua rilevanza presente e la promessa
futura, Gesù inserisce il dono totale di Sé. Il vero Agnello immolato si è sacrificato una volta
per tutte nel mistero pasquale ed è in grado di liberare per sempre l’uomo dal peccato e dalle
tenebre della morte.
Il Signore stesso ci ha offerto gli elementi essenziali del “culto nuovo”. La Chiesa, in
quanto sposa e guidata dallo Spirito Santo, è chiamata a celebrare il convito eucaristico giorno
dopo giorno “in memoria di Lui”. Inscrive il sacrificio redentore del suo Sposo nella storia e
lo rende presente sacramentalmente in tutte le culture. Questo “grande mistero” è celebrato
nelle forme liturgiche che la Chiesa, illuminata dallo Spirito Santo, sviluppa così nel tempo e
nello spazio.
Nella celebrazione dell’Eucaristia Gesù, sostanzialmente presente, ci introduce tramite
il Suo Spirito nella pasqua: passiamo dalla morte alla vita, dalla schiavitù alla libertà, dalla tristezza
alla gioia. La celebrazione dell’Eucaristia rafforza in noi questo dinamismo pasquale e
consolida la nostra identità. Con Cristo possiamo vincere l’odio con l’amore, la violenza con
la pace, la superbia con l’umiltà, l’egoismo con la generosità, la discordia con la riconciliazione,
la disperazione con la speranza. Uniti a Gesù Cristo morto e risorto possiamo ogni giorno
portare la Sua croce e seguirlo, in vista della risurrezione della carne, sull’esempio dei martiri
antichi e dei nostri giorni.
L’Eucaristia come mistero pasquale è pegno della gloria futura e da Essa già nasce la
trasformazione escatologica del mondo. Celebrando l’Eucaristia anticipiamo questa gioia nella
grande comunione dei santi.
Proposizione 4: Il dono eucaristico
L’Eucaristia è un dono che scaturisce dall’amore del Padre, dall’obbedienza filiale di
Gesù spinta fino al sacrificio della croce reso presente per noi nel sacramento, dalla potenza
dello Spirito Santo che, chiamato sui doni dalla preghiera della Chiesa, li trasforma nel Corpo
e nel Sangue di Gesù.
In essa si svela pienamente il mistero dell’amore di Dio per l’umanità e si compie il
Suo disegno di salvezza nel segno di una gratuità assoluta, che risponde soltanto alle Sue promesse,
compiute oltre ogni misura.
La Chiesa accoglie, adora, celebra questo dono in trepida e fedele obbedienza, senza
arrogarsi alcun potere di disponibilità, se non quelli che Gesù le ha affidato perché il rito sacramentale
si eserciti nella storia.
Sotto la croce la Vergine Santissima aderisce pienamente al dono sacrificale del Salvatore.
Per la sua immacolata concezione e pienezza di grazia Maria inaugura la partecipazione
della Chiesa al sacrificio del Redentore.
I fedeli “hanno il diritto di ricevere abbondantemente dai sacri pastori i beni spirituali
della Chiesa, soprattutto gli aiuti della Parola di Dio e dei sacramenti” (LG 37; cf. CIC can.
3
213; CCEO can. 16), quando il diritto non lo proibisca.
A tale diritto corrisponde il dovere dei pastori di fare ogni sforzo perché l’accesso all’Eucaristia
non sia in concreto impedito, mostrando in proposito intelligente sollecitudine e
grande generosità. Il Sinodo apprezza e ringrazia i sacerdoti che, anche a costo di sacrifici talvolta
pesanti e rischiosi, assicurano alle comunità cristiane questo dono di vita e le educano a
celebrarlo in verità e pienezza.

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L’Adorazione Eucaristica, questa sconosciuta

San Pietro Giuliano Eymard

DIRETTORIO PER L’ADORAZIONE IN SPIRITO E VERITÀ

Pater tales quaerit, qui adorent eum (Jo 4, 23).

1. ORIENTAMENTO GENERALE.

L’adorazione eucaristica ha per oggetto la Persona Divina di N. S. Gesù Cristo, presente nel SS.mo Sacramento. Egli c’è, vivente e vuole che noi gli parliamo; a sua volta Egli parlerà a noi.

Tutti Possono parlare a Nostro Signore; non è forse là per tutti? Non disse egli: “Venite a me, voi tutti”?

Questo colloquio che s’intreccia tra l’anima e Nostro Signore è appunto la vera meditazione eucaristica, è l’adorazione.

L’adorazione è una grazia per tutti. Ma per non sprecarla e non cadere nella disgrazia di farla per abitudine, e per evitare l’aridità dello spirito e del cuore, gli adoratori devono ispirarsi all’attrattiva particolare della grazia, ai misteri della vita di Nostro Signore, della SS.ma Vergine, o alle virtù dei Santi, con lo scopo di onorare il Dio dell’Eucaristia per tutte le virtù della sua vita mortale, e per le virtù di tutti i Santi, dei quali egli fu un tempo la grazia e il fine, ed è ora la corona di gloria.

Calcolate quell’ora di adorazione che vi è toccata, come un’ora di Paradiso; andateci come si va al cielo, come si va al banchetto divino, ed essa sarà desiderata, e salutata con trasporto. Alimentatene soavemente il desiderio nel vostro cuore. Dite a voi stesso: “Per quattr’ore, per due, per un’ora io starò ad un’udienza di grazia e di amore, presso Nostro Signore; è stato lui ad invitarmi, ora mi attende, mi desidera”.

Quando vi capitasse un’ora che costa fatica alla natura, rallegratevi, il vostro amore sarà più grande perché sarà più sofferente: è un’ora privilegiata, la quale sarà contata per due.

Quando per infermità, per malattia o per impossibilità non vi è possibile fare la vostra ora di adorazione, lasciate che per un momento il vostro cuore si rattristi, poi mettetevi in adorazione spirituale, in unione con quelli che in quel frattempo si dedicano all’adorazione. Allora nel letto del vostro dolore, in viaggio, o durante l’occupazione che avete tra mano, state in più concentrato raccoglimento; e riceverete il medesimo frutto che se aveste potuto adorare ai piedi del Buon Maestro: quest’ora sarà computata a vostro favore, e forse sarà anche raddoppiata.

Andate da N. Signore così come siete; la vostra meditazione sia naturale. Attingete dal vostro patrimonio individuale di pietà e di amore, prima di pensare a servirvi dei libri; amate il libro inesauribile dell’umiltà amorosa. E’ certo buona cosa che un buon libro vi accompagni , per rimettervi in carreggiata quando lo spirito volesse sviarsi e i sensi assopirsi; ma tenete bene a mente che il nostro Buon Maestro preferisce la povertà del nostro cuore anche ai più sublimi pensieri ed affetti presi in prestito da altri.

Sappiate che Nostro Signore vuole il vostro cuore, non quello degli altri; vuole il pensiero e la preghiera di questo cuore, come espressione naturale del nostro amore per Lui.

Il non voler andare da Nostro Signore colla propria miseria o povertà umiliata, spesso è frutto di un sottile amor proprio, d’impazienza e di pigrizia; eppure è proprio quello che nostro Signore preferisce, ama e benedice più di ogni altra cosa.

Attraversate giornate di aridità? Glorificate la grazia di Dio, senza la quale voi non potete nulla. Rivolgete allora la vostra anima al cielo, come il fiore allo spuntar del sole apre il suo calice, per accogliervi la rugiada benefica.

Vi trovate in uno stato d’impotenza assoluta? Lo spirito è nell’oscurità, il cuore sotto il peso del proprio nulla, il corpo è sofferente? Fate allora l’adorazione del povero; uscite dalla vostra povertà e andate a posarvi in Nostro Signore. Offritegli la vostra povertà affinché egli l’arricchisca: è questo un capolavoro degno della sua gloria.

La tentazione, la tristezza vi travaglia? Tutto vi disgusta, tutto vi porta a tralasciare l’adorazione, sotto il pretesto che offendereste Dio, che lo disonorereste anziché servirlo? Non ascoltate questa speciosa tentazione. In tal caso voi farete l’adorazione del combattimento e della fedeltà a Gesù, contro voi stesso. No, no, che voi non gli fate dispiacere; anzi lo rallegrate, il vostro Buon Maestro che vi guarda, lui che ha permesso a Satana di turbarvi. Egli vuole da voi l’omaggio della perseveranza, fino all’ultimo minuto del tempo che noi dobbiamo consacrargli.

La confidenza, dunque, la semplicità e l’amore vi accompagnino sempre nell’adorazione.

2. L’AMORE SIA LA VOSTRA BUSSOLA.

Volete essere fortunato in amore? – Vivete continuamente nella bontà di Gesù Cristo, che è sempre nuova per voi; seguite in Gesù il dramma del suo amore, contemplate la bellezza delle sue virtù, la luce del suo amore, piuttosto che i suoi ardori: in noi il fuoco dell’amore passa presto ma la verità di esso rimane.

Cominciate tutte le vostre adorazioni con un atto di amore, e aprite deliziosamente la vostra anima alla sua azione divina. Sovente nell’adorazione vi fermate a mezza strada il motivo è che voi avete cominciato da voi stesso; e anche se cominciate da qualche altra virtù che non sia l’amore, voi sbagliate strada. Forse che il bambino non abbraccia la mamma, prima di obbedirle? – L’amore è la sola porta del cuore.

Volete essere nobile in amore? – Parlate all’Amore di lui stesso. Parlate a Gesù del suo Padre Celeste, che egli ama tanto, parlategli delle fatiche da lui intraprese per la gloria del Padre: rallegrerete tanto il suo cuore, ed egli vi ripagherà con altrettanto amore.

Parlate a Gesù del suo amore per tutti gli uomini: si dilaterà il suo cuore, si dilaterà il vostro cuore di felicità e di amore.

Parlate a Gesù della sua santa Madre da lui amata così intensamente; gli rinnoverete la felicità di sentirsi un buon figliolo; parlategli dei suoi santi, per glorificare la sua grazia in loro.

Il vero segreto dell’amore è questo: obliare se stesso, come S. Giovanni Battista, per esaltare e glorificare il Signore Gesù.

Il vero amore non guarda a ciò che dà, ma a quello che l’Amato merita.

Allora Gesù, contento di voi, vi parlerà di voi stessi. Vi dirà l’amore che sente per voi e il vostro cuore si dilaterà ai raggi di questo sole, come il fiore, umido e infreddolito dalla notte, che si schiude ai raggi dell’astro del giorno. La sua dolce voce penetrerà l’anima vostra, come il fuoco penetra un corpo infiammabile. E voi direte, con la Sposa del Cantico: – “La mia anima si è liquefatta di felicità alla voce del mio diletto”, Allora voi lo ascolterete in silenzio, o meglio, voi passerete all’azione più forte e soave dell’amore: voi vivrete in lui.

Ciò che più tristemente impedisce lo sviluppo dell’amore e della grazia in noi è questo, che non appena noi arriviamo ai piedi del Buon Maestro, incominciamo senz’altro a parlargli di noi, dei nostri peccati, dei nostri difetti, della nostra povertà spirituale; ci affatichiamo insomma lo spirito alla vista delle nostre miserie e ci attristiamo il cuore alla vista della nostra ingratitudine e della nostra infedeltà. La tristezza conduce al dolore, il dolore allo scoraggiamento, e occorrerà poi molta umiltà e parecchio sforzo per districarsi da questo labirinto e ritrovarsi liberi in Dio.

Non fate più così. Siccome il primo movimento dell’anima influisce ordinariamente su tutta l’azione, dirigetevi subito verso Dio e ditegli: – “O buon Gesù, quanto sono contento e felice di venire a trovarti; di venire a passare quest’ora con te, per dirti il mio affetto! Quanto sei buono per avermi chiamato! Quanto sei amabile, tu che ami una creatura così povera come me! Oh, sì, io ti voglio tanto bene!”

L’amore allora vi ha già aperta la porta del cuore di Gesù: entrate, amate, adorate!

3. L’EUCARISTIA COMPENDIO DEL CRISTIANESIMO.

Per adorare con frutto bisogna ricordarsi che Gesù Cristo è presente nel l’Eucaristia, in essa glorifica e continua tutti i misteri e tutte le virtù della sua vita mortale.

Bisogna pensare che l’Eucaristia è Gesù Cristo passato, presente e futuro; che l’Eucaristia è l’ultimo stadio dello svolgimento dell’Incarnazione e della vita mortale del Salvatore; che Gesù Cristo ci dà in essa tutte le grazie; che tutte le verità fanno capo all’Eucaristia, poiché essa è Gesù Cristo stesso.

La SS.ma Eucaristia sia dunque il punto di partenza per meditare i misteri, le virtù e le verità della religione. Essa è il fuoco, le altre virtù sono soltanto dei raggi. Partiamo dal fuoco e noi stessi irraggeremo.

Che cosa c’è di più semplice che il vedere le analogie tra la nascita di Gesù nella stalla e la sua nascita sacramentale sull’altare e nei nostri cuori?

Chi non vede che la vita nascosta di Nazaret continua nella Divina Ostia del Tabernacolo e che la Passione dell’Uomo-Dio del Calvario si rinnova nel Santo Sacrificio, in ogni istante della sua durata e in tutti i luoghi del mondo?

Nostro Signore non è dolce ed umile di cuore nel Sacramento, come già lo fu durante la sua vita mortale? Non è continuamente il Buon Pastore, il Consolatore, l’Amico del cuore?

Beata l’anima che sa trovare Gesù nell’Eucaristia e nell’Eucaristia tutte le Cose!

Visto Per delegazione del Superiore. Nulla osta.
Roma, 7, ottobre 1947
D. FORTUNATO DELPOGETTO

Imprimatur.
Alba Pompeia, 12 ottobre 1947
CAN. P. GIANOLIO, Vicario Gen.

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L’Eucaristia è la Presenza Viva di Cristo in mezzo a noi e in noi!

5. Preghiera eucaristica

Antonio Rungi

Gesù dolcissimo, mi prostro davanti a te
a conclusione di un cammino eucaristico,
in cui ho compreso sempre più quanto conta
l’amare te, adorare te, stare vicino a te,
non allontanarsi mai da te, neppure per brevi istanti
della nostra frenetica vita quotidiana.

Gesù amabile, ostia santa, ostia d’amore,
fa di me, mediante te, un’ostia vivente
consacrata all’amore,
capace di donarmi a te nell’amore,
un amore capace di prendere totalmente il mio cuore,
capace di donarsi agli altri senza riserve
e senza alcun pentimento di aver
data la propria vita per gli amici,
come tu ci hai insegnato, fino al sacrificio della croce.

Gesù adorabile, ostia immacolata, pura e senza macchia
fa’ di me, sull’esempio del cuore immacolato di Maria,
un cuore puro ed un’anima pura,
senza falsità, impurità, senza più macchie di peccato,
senza odio e risentimenti,
ma solo con una grande pace della mente,
del cuore e dell’intelletto.

Gesù mite agnello, immolato sull’altare della croce,
per la redenzione dell’umanità,
fa di me uno strumento di perdono e di misericordia
soprattutto quando più difficile si fa il perdono
nel tuo santo nome.

Gesù eucaristia,
mentre ti adoro qui presente
nel santissimo sacramento dell’altare
rinnovando la mia fede in te che sei il Verbo Incarnato
e il Redentore dell’umanità,
fa di tutti noi un cuor solo ed un’anima sola,
nell’immenso amore eucaristico
che fonda la Chiesa come unico popolo di Dio
in cammino verso il banchetto eterno del cielo.
Amen.

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L’Eucaristia, Compendio di tutti i Miracoli

di Padre Giorgio Finotti dell’Oratorio. Davanti agli occhi sbigottiti “nulla vedo, nulla comprendo”, dice San Tommaso d’Aquino eppure la fede mi conferma, mi fa certo che nello Spirito Santo il pane è trasformato sostanzialmente nella Carne di Gesù e il vino nel Sangue di Gesù

L’EUCARISTIA:

“Compendio di tutti i miracoli”

(s. Tommaso)

San Pier Giuliano Eymard (1811-1868) intorno alla tenera età di 15 anni, avendo sentito che Gesù stava dentro la casa d’oro il tabernacolo in chiesa un giorno elusa la sorveglianza della mamma e della sorella, scomparve per lungo tempo. Preoccupate, la mamma e la sorella cercarono il fanciullo dappertutto.  Finalmente alla sorella di Pier Giuliano venne in mente di cercarlo nella vicina chiesa parrocchiale. Ed infatti era proprio là anzi dopo aver preso uno sgabello vi era salito per giungere fino al tabernacolo sopra l’altare. Il fanciullo teneva la piccola testa appoggiata alla porticina d’oro del tabernacolo e diceva: “Gesù sei qui?”.  Divenuto grande, San Pier Giuliano diventerà il santo della DIVINA PRESENZA di Gesù nei nostri tabernacoli e fonderà persino un istituto religioso chiamato dei Sacerdoti del S.S. Sacramento i quali coltivano con ogni zelo l’amore e l’adorazione a Gesù Eucaristia.

Dinanzi a Gesù Eucaristia rinnovo la mia fede e il mio amore qui e adesso e invito tutti i lettori e le lettrici ad andare con la mente al primo Tabernacolo più vicino della vostra chiesa e mandare un saluto filiale a Gesù che vive giorno e notte tra noi.

Che Gesù donasse la sua vita per me questo lo so perché conoscendo il suo Cuore misericordioso comprendo il suo amore infinito fino a giungere al dono di tutta la sua vita per ciascuno di noi: ma chi avrebbe mai pensato che Egli Gesù, inventasse nel suo amore il modo di restare sempre – sempre – con noi?

Questo è il dono mirabile della sua PRESENZA VERA, anche se misteriosa, in mezzo a noi!

 

IL MIRACOLO QUOTIDIANO

Ogni giorno, non importa l’ora se all’alba o se nel pieno meriggio o se sul far della sera quieta o addirittura nella notte devota anch’io come tutti gli altri sacerdoti sparsi nel mondo compio un miracolo stupendo dì grazia di vita, d’amore.

Il sacerdote ha le mani, la bocca, il cuore portentosi; ad un loro cenno, ad una loro parola, ad un loro gesto d’amore i sacerdoti quando sono all’altare per celebrare la messa, compiono ogni giorno, ad ogni ora del giorno, in tutto il mondo, il miracolo quotidiano di rendere vivo e vero Gesù, presente nel pane e nel vino consacrati.

Quando salgo l’altare rivestito dai sacri paramenti e nel momento più culminante dell’intero sacrificio di Cristo, prendo fra le mani ancor tremanti un pezzo di pane bianco che raccoglie le fatiche e il sudore dell’uomo e pronuncio le parole immortali: “Questo è il mio corpo”, allora proprio in quel momento avviene il grande miracolo; così quando prendo il calice del vino e dico con voce sommessa: “Questo è il mio sangue”, allora il miracolo è pieno, perfetto.

Questo è il MIO corpo, questo è il MIO sangue!

Mio?  Sì, o potente mio Signore: è mio questo corpo impastato, è mio questo sangue versato, perché tu, Signore, hai detto che ogni sacerdote è tè, perché è stato consacrato da te ad essere tuo sacerdote, per sempre.

Ma dimmi, o altissimo mio Signore, che cosa è avvenuto?

Proprio così: un poco di pane bianco è diventato il tuo corpo candido; un poco di vino genuino è diventato il tuo sangue vermiglio!

Un miracolo! Un miracolo!

Questo pane che vedo e tocco non è più pane, ma Gesù tutto intero; questo vino che vedo e bevo, non è più vino, ma Gesù tutto intero.  Un miracolo dunque è avvenuto e si è compiuto fra le mie mani qui, su quest’altare, sotto i miei occhi e dinanzi agli occhi di tutti i fedeli che tengono le mani giunte e i cuori adoranti pieni di intima gioia e fede.

Il miracolo eucaristico è così quotidiano che quasi quasi non ci accorgiamo più del suo sconvolgente evento di grazia e di amore.

Ma quand’è che, sacerdoti e fedeli apriamo gli occhi alla fede per “vedere” quello che effettivamente avviene sull’altare?

Pensate: ogni altare è circondato da migliaia d’angeli adoranti che cantano: Santo, Santo, Santo, mentre lo stesso Spirito Santo, invocato e posto sulle offerte con la imposizione delle mani sacerdotali, trasforma transustanzia il poco pane nel mirabile Corpo del Signore Gesù, e il poco vino nel prezioso Sangue dello stesso Gesù, come una volta dal grembo verginale di Maria S.S. diede la carne e il sangue al Verbo Divino fatto uomo!

Davanti agli occhi sbigottiti “nulla vedo, nulla comprendo”, dice San Tommaso d’Aquino eppure la fede mi conferma, mi fa certo che nello Spirito Santo il pane è trasformato sostanzialmente nella Carne di Gesù e il vino nel Sangue di Gesù.

Fratelli e sorelle è Cristo vivente che si offre per noi e si consegna come cibo e bevanda che danno la VITA IMMORTALE!

L’Eucaristia “omnium miracolorum maximum: il più grande di tutti i miracoli!”  (S. Tommaso d’Aquino)

Miracolata ne è la sostanza: Gesù stesso, ne è la quantità: sta tutto Gesù, ne è la qualità: è invisibile, ma reale, ne è l’azione: è la transustanziazione, ne è la specie del pane e vino: è sorretta da Gesù stesso.

“Devotamente vi adoro, o Divinità nascosta sotto queste specie a Voi tutto sì dona il mio cuore e tutto si strugge nella contemplazione del vostro amore”.  (S. Tommaso d’Aquino)

Eppure davanti a così grande miracolo quotidiano, non tutti credono, non tutti sanno, non tutti accettano, non tutti mangiano e bevono la vera vita che è Cristo Gesù Eucaristia!

È così pieno di luce ineffabile questo miracolo che molti non apprezzano, non accolgono, non adorano.

Quanto piccola e languida è la nostra fede!

Lo si vede come si celebra, come si adora, come ci si prepara e come si ringrazia!

Freddezza, stanchezza, abitudini, fretta, distrazione, indifferenza, sono tra i difetti più comuni di una fede smorta.

E per questo che Gesù stesso, ogni tanto lungo i secoli della nostra storia umana, appare e si fa visibile e palpitante sotto i nostri occhi increduli e distratti, per rinnovare la nostra fede languida e il nostro cuore tiepido.

Sono i miracoli eucaristici straordinari, sono la realtà eucaristica visibile e tangibile della mirabile Presenza del Signore.

 

I MIRACOLI EUCARISTICI

Lanciano, Trani, Ferrara, Alatri, Firenze, Bolsena, Offida, Valvasone, Cascia, Macerata, Bagno di Romagna, Torino, Asti, Morrovalle, Veroli, Siena, Patierno sono le sedi privilegiate in Italia che il Signore Gesù ha scelto come luoghi dei suoi prodigi per manifestare attraverso segni concreti che davvero Egli è presente quando il pane e il vino sono consacrati nel Corpo e nel Sangue suo.

I miracoli eucaristici accertati sono di varie forme:

–         ostie sanguinanti come nel famoso miracolo di Bolsena (1263) avvenuto più volte anche altrove (Lanciano, Ferrara, Firenze e fuori Italia anche a Berlino);

–         ostie prodigiosamente conservate, come quelle di Siena (1730);

–         ostie luminose come quelle di Torino;

–         ostie irradianti l’immagine di Gesù, come quelle di ULMES in Francia (1668);

–         ostie che guariscono i malati/ come a Lourdes…

Padre NICOLA NASUTI, frate minore conventuale ha curato un volume dal titolo: “L’Italia dei prodigi eucaristici” (edizioni Cantagalli – Siena) in cui con ricchezza di notizie storiche, di suggerimenti ascetici e culturali, offre la presentazione in forma ordinata dì ben 17 miracoli eucaristici avvenuti in maniera straordinaria nei vari luoghi della nostra Italia.

Questo volume, di quasi 270 pagine con molte fotografie che arricchiscono la storia dei fatti, è stato preparato proprio in vista del periodo di preparazione al XXII Congresso Eucaristico Nazionale, svoltosi nel 1994 a Siena.

Nell’Introduzione, p. Nasuti ricorda che a PARAY LE MONIAL, in Francia, (patria di S. Margherita Maria Alacoque devota e apostola del Sacratissimo Cuore di Gesù) “c’è una grande carta geografica con l’indicazione di 132 luoghi, sparsi nel mondo, dove si sarebbero verificati i miracoli eucaristici”.

Sono tutti i segni tangibili dell’amore misericordioso di Gesù per portarci “ad una più attenta, attiva, consapevole e fruttuosa partecipazione alla Messa”, che, “come memoriale dell’altissima carità di Dio per noi”, deve ancora “stupirci, meravigliarci, inebriarci”.

“Dobbiamo ricuperarci all’esercizio di una più sentita e solida pietà eucaristica. Occorre passare dai miracoli al Miracolo della presenza reale nel Sacramento”.

Sta proprio qui il senso ultimo e compiuto della presente narrazione che svolgerò soffermandomi solo ai segni prodigiosi avvenuti in Italia.

San Filippo Neri, il mio santo patrono, sapeva stare anche 40 ore ininterrotte davanti al S.S. Sacramento ed otteneva, alla fine, ogni grazia che chiedeva.

A New York sta per sorgere, per mezzo di p. Walter e p. Mariano una iniziativa stupenda: ogni notte in un’ora a propria scelta, due persone stando nella propria casa, ma unite col filo del telefono, adorano il S.S. Sacramento, presente nei milioni di tabernacoli sparsi nel mondo.

E tu che mi hai letto/ che cosa farai per diventare davvero un’ANIMA EUCARISTICA? Il tuo amore per Gesù Eucaristia ti sospinga amabilmente/ ma decisamente a compiere un proposito santo.

Quanti nella notte sono in adorazione davanti al televisore!

Tu anima fedele, tu sacro confratello sacerdote invece sei capace di offrire un’ora del tuo riposo per adorare il Signore del Cielo e della terra e del tuo cuore?

Si riposa non solo dormendo/ ma anche stupendamente, pregando!

Come è bello sapere che mentre molti dormono, alcuni invece con il volto rivolto verso il più vicino tabernacolo, adorano Gesù.

Lo possono fare tutti: il prete giovane, il prete anziano, la donna umile, l’uomo fedele, il sano o l’infermo, il carcerato o il libero, la vedova o la sposata, il povero o il ricco, il semplice o il dotto, il vescovo e il contadino, io e tu…

Buona adorazione.

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Ecco, Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo!

 Ecco io sono con voi

Charles de Foucauld

Sempre con noi mediante la santa Eucaristia,
sempre con noi mediante la tua grazia,
sempre con noi mediante la tua provvidenza
che ci protegge senza interruzione,
sempre con noi mediante il tuo amore…
O mio Dio, quale felicità! Quale felicità!
Dio con noi. Dio in noi.
Dio nel quale ci muoviamo e siamo…
O mio Dio, che cosa ci manca ancora?
Quanto siamo felici!
«Emmanuele, Dio-con-noi»,
ecco per così dire la prima parola del Vangelo…
«Io sono con voi fino alla fine del mondo»,
ecco l’ultima.
Quanto siamo felici! Quanto sei buono…
La santa Eucaristia è Gesù, è tutto Gesù!
Nella santa Eucaristia tu sei tutto intero,
completamente vivo, o mio beneamato Gesù,
così pienamente come lo eri
nella casa della Santa Famiglia di Nazareth,
nella casa di Maddalena a Betania,
come lo eri in mezzo ai tuoi apostoli…
Allo stesso modo tu sei qui,
o mio Beneamato e mio tutto…
E facci questa grazia, o mio Dio,
non a me soltanto ma a tutti i tuoi figli,
in te, per mezzo di te e per te:
«Dacci il nostro pane quotidiano»,
dallo a tutti gli uomini,
questo vero pane che è l’Ostia santa,
fa’ che tutti gli uomini l’amino,
lo venerino, l’adorino,
e che il loro culto universale
ti glorifichi e consoli il tuo Cuore.
Amen

Inghilterra