MI SFORZO DI CORRERE PER CONQUISTARLO – 9

Diocesi Reggio Emilia
Parrocchia San Pellegrino
Esercizi Spirituali
dal 30-31 Agosto al 1-2 Settembre 1991

Mi sforzo di correre per conquistarlo,
perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo (Fil 3, 12)

Documento fornito da Copelli Marcello e ripreso da Ciani Vittorio.

Mons. Luciano Monari

Quarto giorno – Lunedì, 02 Settembre 1991

Quinta Meditazione

«[3]Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. [4]In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, [5]predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, [6]secondo il beneplacito della sua volontà. E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto; [7]nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia. [8]Egli l’ha abbondantemente riversata su di noi con ogni sapienza e intelligenza, [9]poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito [10]per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra. [11]In lui siamo stati fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà, [12]perché noi fossimo a lode della sua gloria, noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo. [13]In lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza e avere in esso creduto, avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo che era stato promesso, [14]il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria» (Ef 1, 3-14).

La lettera agli Efesini fa da conclusione al nostro cammino degli esercizi.

Perché questo brano? Quattro aspetti.

Primo aspetto. Anzitutto perché è un inno, e inno vuol dire che è teologia, cioè è riflessione sul progetto di salvezza di Dio, ma è teologia sottoforma di preghiera. Non è la teologia della scuola, ma è la teologia della preghiera e del rapporto personale con il Signore.

Questo, credo che ci possa aiutare perché la conoscenza più autentica del Signore, e anche della sua volontà e della sua opera di salvezza, avviene non tanto nella dimensione dello studio quanto nella dimensione del dialogo. Questo naturalmente non vuole dire che la teologia e lo studio non siano importanti, anzi importantissimi, ma vuole dire che il riconoscimento di Dio come Dio, avviene essenzialmente nel momento in cui ci si rivolge a Lui riconoscendolo come interlocutore della nostra vita.

Questo – si capisce facilmente – vale anche nei nostri rapporti umani. Io posso ben studiare tutte le cartelle cliniche di una persona, ma in realtà il rapporto vero con la persona va dopo le cartelle cliniche, va quando mi metto accanto e ascolto, e parlo e dialogo ed entro in un rapporto personale.

Siccome il Dio della rivelazione è un Dio personale, lo si riconosce non parlando di Lui ma parlando A LUI. Quindi in un atteggiamento che sia di lode e di ringraziamento: quello che qualcuno chiamava la teologia in ginocchio.

Secondo aspetto. E’ un inno Trinitario: inizia con la lode al Padre, si sviluppa in tutta la descrizione dell’opera del Figlio e termina nel richiamo allo Spirito Santo. Un inno Trinitario.

Di per sé Paolo non vuole parlare direttamente della Trinità. Vuole parlare dell’uomo e della salvezza dell’uomo. Ma esattamente la salvezza dell’uomo ha una struttura trinitaria.

Quando noi diciamo che Dio è uno solo e in tre persone, non diciamo qualcosa che è lontano da noi, che riguarda puramente l’essenza divina. No! Riguarda Dio nel suo rapporto verso di noi. In fondo la rivelazione biblica la si può leggere in chiave trinitaria; l’Antico Testamento non c’è dubbio che è tutta la rivelazione del Padre; i Vangeli sono la rivelazione del Figlio; e non c’è dubbio che dopo i Vangeli viene la presenza del Figlio nello Spirito Santo, senza staccare le tre dimensioni. Perché nel momento in cui Gesù Cristo inizia la sua opera di rivelazione non fa altro che rivelare il Padre, e nel momento in cui lo Spirito continua l’opera di Gesù, non fa altro che rendere presente Gesù Cristo. Non sono certamente fasi staccate, però è vero che nell’aspetto di rivelazione l’epoca dello Spirito è l’epoca della Chiesa, quella che stiamo vivendo, quella nella quale la storia di Gesù diventa il mistero della nostra redenzione nell’Eucaristia, nei Sacramenti, nella Parola di Dio.

Quindi struttura Trinitaria.

Questo dovrebbe aiutarci a vedere anche la nostra vita in funzione trinitaria: vivere per il cristiano vuole dire vivere nello Spirito Santo e nello Spirito Santo, attraverso Gesù Cristo, camminare e muoversi verso la Gloria del Padre.

Questo è il terzo aspetto tipico dell’inno della lettera agli Efesini; questa idea della gloria, alla quale abbiamo accennato alcune volte nel corso di questi esercizi.

L’inno termina in questo modo:

«[1.14] il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria».

«A lode della sua gloria» vuole dire che lo scopo ultimo di tutto il piano di salvezza è esattamente la rivelazione della Gloria di Dio. Ma non pensate per questo che Dio sia un Dio egoista, che a Lui stia a cuore semplicemente la sua gloria come se fosse una specie di patrimonio privato.

Quando si dice che tutto il piano della salvezza è a lode della gloria di Dio, vogliamo dire (e vuole dire la lettera agli Efesini, e anche tutto il Nuovo Testamento), che il progetto di Dio è il riempire il mondo della sua Gloria.

Riempire il mondo della sua Gloria. Noi non possiamo certamente aggiungere niente alla gloria divina. Ma il grande del progetto di salvezza è che Dio vuole aggiungere il mondo alla sua Gloria; vuole rendere partecipe l’umanità e il cosmo, addirittura, di quella bellezza, di quella incorruttibilità che è propria di Dio.

La Gloria, lo abbiamo detto, è lo splendore di Dio, la bellezza di Dio, lo spessore di valore di Dio, è la sua santità, la sua integrità, la sua eternità e incorruttibilità per cui il tempo non la scalfisce. La Gloria è tutto questo.

Bene, il progetto di Dio è che quel mondo limitato e povero come è il nostro, quel mondo sottomesso alla corruzione, cioè alla morte come è il nostro mondo, diventi partecipe della sua Gloria. Anche il mondo materiale e anche la materia, trasfigurata, vuole che diventi partecipe della sua Gloria.

Quando noi diciamo di credere nell’Ascensione di Gesù al cielo, vuol dire che noi crediamo che un pezzettino del nostro mondo, della nostra materia, di quelle realtà concrete e materiali di cui è fatto il mondo, ormai è diventato partecipe dell’incorruttibilità e dell’eternità di Dio.

L’umanità di Gesù è eterna. Ma l’umanità di Gesù rimane una vera umanità, rimane la nostra umanità: trasfigurata, d’accordo, resa spirituale, d’accordo; ma la nostra, la nostra. C’è quindi un pezzo di mondo che è diventato partecipe della immortalità di Dio.

A lode della sua gloria.

C’è un pezzo di mondo che riflette perfettamente la Gloria di Dio, la bellezza di Dio, questa umanità di Gesù. E tutto è a lode della sua Gloria.

Questo dobbiamo recuperarlo come atteggiamento di fondo. Era lo slogan di Sant’Ignazio: “Per la maggior gloria di Dio”. Questo è fondamentale.

Non ci rimettiamo niente nel momento in cui viviamo per la Gloria di Dio, al contrario, c’è quella pienezza di comunione per cui la nostra vita diventa portatrice della bellezza stessa di Dio.

“Padre, sia santificato il tuo nome” s’intende in noi, nella nostra vita. Che la nostra vita diventi tale da rendere gloria al nome Santo di Dio.

Il quarto aspetto è che tutto questo grande inno della lettera agli Efesini è chiaramente Cristocentrico. Tutto si raccoglie intorno al mistero di Gesù. Basterebbe che voi provaste a sottolineare nell’inno tutte le volte in cui ritorna l’espressione «in Cristo» o una espressione equivalente (cioè con il pronome personale «in Lui»).

Si può dire che per Paolo, cielo e terra si incontrano in Cristo. Dio è uomo, Dio è mondo materiale, per cui la Gloria di Dio risplende nell’umanità e nel mondo attraverso Gesù Cristo e per cui il mondo vive a Gloria di Dio attraverso Gesù Cristo.

Gesù è da una parte la rivelazione perfetta del Padre (per cui se voi volete avere una qualche idea del volto misterioso del Padre dovete guardare Gesù Cristo), e d’altra parte Gesù Cristo è quel mondo che vive a Gloria del Padre (per cui se volete avere un’idea della vocazione del mondo, di quello a cui il mondo è chiamato, quello a cui noi siamo chiamati, dovete guardare Gesù Cristo).

È paradossale, ma è molto significativo: per conoscere Dio bisogna guardare Gesù; per conoscere l’uomo bisogna guardare ancora Gesù; per conoscere l’uomo in quello che è chiamato a essere, non l’uomo nella sua insufficienza, ma l’uomo nel progetto che sta alla base della sua stessa storia.

Dio e l’uomo si incontrano in Gesù Cristo.

Questo sottolinea anche quello che la Bibbia ha detto tante volte, che l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio e quindi il modo migliore per conoscere l’uomo è proprio guardare Dio, guardare quella bellezza e quella integrità e santità che in Dio si compie.

Questi sono gli elementi più importanti, credo, di premessa all’inno.

Vediamo qualche cosa, brevemente, su come l’inno si sviluppa, iniziando dalla dimensione della benedizione:

«[3]Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. [4]In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, [5]predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, [6]secondo il beneplacito della sua volontà» (Ef 1, 3-6a).

È importante l’inizio del versetto 3°.

Notavano, i commentatori, che la Lettera agli Efesini è una delle lettere della prigionia. Sembra che quando queste parole sono state scritte l’autore fosse in carcere, e quando dice:

«[1]Vi esorto dunque io, il prigioniero nel Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto» (Ef 4, 1).

Dovrebbe essere interpretato non semplicemente in senso simbolico, nel senso della persona che ormai appartiene al Signore e che si è legata indissolubilmente a Lui, ma nel senso concreto di chi sta subendo una prigionia a motivo della testimonianza al Signore.

Se questo è vero è interessante che uno in prigione incominci una lettera dicendo: «Benedetto sia Dio…». Che non cominci con il peso della sua sofferenza (che pure vi ha da essere), ma incominci invece con lo stupore della lode e del ringraziamento.

Vuole dire un atteggiamento spirituale che ha superato non la sofferenza (questa non si supera) ma ne ha superato l’aspetto dell’angoscia; infatti la sofferenza tende a diventare molte volte l’orizzonte esclusivo dell’interesse della persona, cioè quando noi soffriamo vediamo solo la sofferenza e il resto solo in un secondo piano. Invece San Paolo da soffrire ne avrà (perché in galera non è che si stia bene, e tanto meno che si stesse molto bene al tempo di Paolo) però ha un motivo sufficiente per benedire Dio.

Questo tipo di preghiera, la benedizione, è fondamentalmente una preghiera biblica perché non è altro che l’effetto della Parola di Dio sulla vita dell’uomo.

Io benedico Dio sempre in un atteggiamento di risposta; la benedizione non parte mai del tutto dall’uomo. La benedizione parte da Dio.

È Dio prima di tutto che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo, ed è un cammino di discesa del dono che scende dal Padre – ci diceva ieri San Giacomo:

«[17]ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall’alto e discende dal Padre della luce, nel quale non c’è variazione né ombra di cambiamento» (Gc 1, 17).

Bene. La nostra benedizione è la risposta. Nel momento in cui il dono di Dio è, da parte nostra, accolto realmente, il dono di Dio produce riconoscenza, produce risposta gioiosa, produce appunto la benedizione.

Torno a dire, la benedizione è un tipo di preghiera che risponde alla Parola di Dio, al dono della Parola di Dio [1].

Credo che questo debba essere un atteggiamento costante della vita di fede: la riconoscenza. Non basta conoscere, bisogna riconoscere Dio. Quindi una conoscenza che è fatta anche con il cuore e che si esprime in gioia e accoglienza del dono di Dio con tutta la propria esistenza, con tutti i propri pensieri.

Vediamo quali sono queste benedizioni spirituali che Dio ci ha donato con abbondanza, senza riservare niente: «Ci ha benedetti con OGNI benedizione spirituale». Non è quindi un Dio avaro che lesina i suoi doni; è un Dio che gode di donare e quindi dona quanto più può, quanto più l’uomo è in grado di accogliere.

«[4]In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, [5]predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo» (Ef 1, 4-6).

Scelti e predestinati; non lasciatevi ingannare da questa parola «predestinati», perché nella storia della teologia la parola predestinazione ha un significato molto preciso che fa riferimento a un problema teologico complesso che è il problema dell’azione previa di Dio e della libertà dell’uomo.

Questo era del tutto al di fuori della problematica di San Paolo, non aveva nemmeno un problema di questo genere.

Quando Paolo vuole parlare di scelta, di predestinazione, voleva indicare che c’è un dono di Dio nei nostri confronti che precede ogni nostro merito.

«Ci ha scelti prima della creazione del mondo», ed è ben difficile che prima della creazione del mondo noi possiamo avere un qualche merito”. Eventualmente, uno, qualche merito ce l’avrà, ma nella sua vita; prima della creazione del mondo: no.

Quando Dio ci ha scelti non avevamo ancora nessun diritto da accampare davanti a Lui.

Dice Paolo, questa scelta diventa predestinazione e predestinazione vuol dire che quando Dio inizia un cammino di amore e di benevolenza nei confronti dell’uomo, non lo lascia a metà.

C’è un testo famoso, e qualche volta anche problematico, nella lettera ai Romani, che è importante per tanti motivi:

«[28]Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno. [29]Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; [30]quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati» (Rm 8, 28-30).

Che vuole dire: voi siete oggetto di un piano di Dio di salvezza. Dio vi ha certamente chiamati, vi ha conosciuti, vi ha prèdestinati. Il fatto che voi siate giunti alla fede è il segno che Dio si interessa a voi e alla vostra vita. Bene, a motivo di questo interesse di Dio, potete vivere la vostra vita con un atteggiamento fondamentale di fiducia, perché Dio non è un Dio incostante che inizia un’opera e poi la lascia a metà.

Può capitare all’uomo che cominci a costruire una torre e poi gli vengano meno i soldi e rimane a metà, in sospeso con la torre. Questo può capitare.

Può forse capitare a Dio?

Certamente no. Non gli vengono meno i capitali.

Se Dio ha cominciato un’opera nella nostra vita, volete che la lasci andare? Non c’è dubbio. Se Dio ha fatto il primo passo, Lui ha già fatto anche l’ultimo.

Questo non deve diventare la presunzione di chi dice “…allora sono già in paradiso”, perché da parte dell’uomo può esserci, invece, il rifiuto e la ribellione; ma da parte di Dio no.

Da parte di Dio il piano è completo, non metà. La volontà di Dio nei tuoi confronti è la tua gloria, niente di meno. Dio non si accontenta della tua adozione filiale adesso; Dio vuole la pienezza di questa adozione filiale nella gloria. Ti vuole partecipe e ti vuole efficacemente.

“Efficacemente partecipe”, vuole dire: tutto quello che è necessario perché la tua vita termini nella gloria, Dio lo mette a tua disposizione, cioè lo mette in gioco nel cammino della tua vita.

Torno a dire. Togli da te la presunzione perché non è detto che tu dica sempre di sì, però hai la sicurezza che Dio dice sempre di sì, che Dio non tira indietro il suo progetto.

“Vuole che tu diventi conforme all’immagine del suo Figlio, in modo che Gesù diventi il primogenito tra molti fratelli”. Vuole, quindi, che l’umanità sia una umanità che porti l’immagine di Gesù su di sé. Se questo lo vuole, Dio lo farà.

Per questo «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» e vuole dire che non è fatalità, ma che Dio lo fa servire al bene. Dio farà servire al bene tutto quello che di’ bello tu fai; Dio farà servire al bene anche i tuoi difetti, anche i tuoi limiti. Questi limiti che a noi danno un gran fastidio sembra che il Signore li sappia usare proprio per il nostro bene, proprio perché la nostra vita diventi conforme all’immagine del suo Figlio; servono anche quelli, i nostri limiti.

Se ha ragione Sant’Ambrogio, servono anche i peccati. Dio fa servire anche i peccati. Che non significa che allora bisogna farli, perché sarebbe stupido; ma vuole dire che non c’è da avvilirsi, perché Dio è capace di recuperare anche quelli. Non c’è niente che Dio non sia in grado di vincere e di fare entrare dentro a un progetto di salvezza. Quindi puoi camminare con la fiducia di fondo, con timore e tremore, perché conosci tutta la tua fragilità, ma anche con fiducia, perché conosci la fedeltà di Dio sulla quale puoi contare.

Quel «…ci ha scelti prima della creazione del mondo» è la nostra sicurezza. Se ci avesse scelto per i nostri meriti, ad un certo punto uno potrebbe sempre avere il dubbio di non averne più abbastanza e Dio tira indietro la sua scelta. Ma siccome ci ha scelto prima dei nostri meriti, questa scelta Dio non la può tirare mai indietro (da parte sua).

«per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, [5]predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, [6]secondo il beneplacito della sua volontà» (Ef 1, 4b-6a).

Suoi figli adottivi, è naturale che Cristo sia il primogenito fra molti fratelli, perché in realtà l’unico Figlio di Dio si chiama Gesù Cristo, e se noi abbiamo l’ardire di chiamare Dio “Padre”, questo è solo perché siamo una cosa sola con Gesù, è solo perché siamo il suo popolo, perché Cristo ci ha assimilato a sé e quindi portiamo su di noi il volto di Gesù, ci presentiamo davanti al Padre con il volto del suo Figlio, per questo possiamo dire “Padre Nostro che sei nei cieli” dunque, la predestinazione ad essere suoi figli adottivi non è altro che predestinazione a essere una cosa sola con Gesù Cristo.

«[1.6b] E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto» (Ef 1, 6b).

Per Paolo la parola “GRAZIA” è una parola centrale della teologia, della fede, perché tutto nasce esattamente da quello.

Paolo ne ha fatto l’esperienza sulla via di Damasco che la sua vocazione è pura Grazia, e non vuol vivere altro che per proclamare la Grazia di Dio, per proclamare il dono gratuito, perché Grazia vuole dire appunto dono gratuito, vuol dire dono puramente divino che supera ogni nostra capacità di capire, di meditare e di costruire.

«Nel suo Figlio diletto» perché non solo Gesù ci dà la Grazia di Dio, ma Gesù È, la Grazia di Dio.

I doni di Dio sono Gesù Cristo o, se volete, tutti i doni di Dio sono dentro a Gesù Cristo.

«[8.32] Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?»(Rm 8, 32).

Dice Paolo; il dono, la Grazia vera del Padre è Gesù Cristo stesso. Dentro quella Grazia ci stanno tutti quegli altri doni di cui possiamo avere bisogno e che accompagnano l’esistenza quotidiana dal cristiano.

«[7]nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia» (Ef 1, 7).

La redenzione è uno dei termini classici della teologia cristiana e ha come sua origine la liberazione dall’Egitto. La redenzione è, prima di tutto, nell’Antico Testamento, la liberazione dall’Egitto. Quindi redenzione vuol dire “passaggio” da una condizione di schiavitù a una condizione di libertà. Cosi è capitato a Israele. Anzi, si può dire: passaggio da una condizione di morte a una condizione di vita, perché l’Egitto per Israele rappresentava la morte, rappresentava il lutto, la tristezza. Il passaggio del mare ha significato “vivere”, ha significato “gioia” e “speranza”.

La redenzione è questo.

Vuol dire che la condizione nella quale l’uomo è schiavo di quella realtà che chiamavamo Peccato (con la P maiuscola), in cui l’uomo è alienato da Dio e da se stesso (perché non è in sintonia piena con sé), da questa situazione l’uomo viene trasportato in una situazione di riconciliazione. Dio lo riconcilia con sé, lo riconcilia con i fratelli, lo riconcilia con l’uomo stesso, in fondo lo riconcilia anche con la natura; almeno nella logica della Scrittura c’è anche questa dimensione.

Un esempio lo troviamo nel libro del profeta Osea quando vede il mondo rinnovato dal dono del Signore:

«[23]E avverrà in quel giorno – oracolo del Signore – io risponderò al cielo ed esso risponderà alla terra; [24]la terra risponderà con il grano» (Os 2, 23-25).

Quello che è significativo è questa ripetizione quasi ossessiva del verbo “rispondere” che, notate, si trova anche nel versetto 17b sempre del libro di Osea:

«[2.17b] Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto».

“Canterà” è nel testo ebraico lo stesso che “risponderà”, là risponderà come nei giorni della sua giovinezza. Che cosa vuol dire questo? Vuol dire che per Osea il tragico della condizione attuale è la mancanza di risposte: Dio parla e l’uomo non risponde. Io parlo e voi non rispondete, non capite. Cerco di entrare in rapporto con la natura ma la natura non mi risponde.

È la condizione dell’uomo al quale sono tagliate tutte le comunicazioni. Tutte le comunicazioni sono alterate, non riusciamo a capirci; parliamo in registri diversi, per cui uno parla e l’altro capisce a rovescio e ne nasce la contrapposizione, la lite, la guerra, l’incomprensione e tutto quello che volete.

Bene. La riconciliazione che cos’è? Finalmente il rispondere: Dio è contento perché l’uomo gli risponde. L’uomo che risponde al suo fratello, la natura che risponde all’uomo; e come una specie di dinamismo, di comunione, di comunicazione che si era inceppata e che riprende a muoversi e che dà all’uomo la gioia di sentirsi proprio nell’ambiente giusto; di sentirsi nel mondo, in mezzo agli altri e davanti a Dio, a casa propria.

Dopo il primo peccato, quando Dio dice ad Adamo «Dove sei?», Adamo si è nascosto: vuol dire che non era a suo agio, non stava bene lì dov’era. Aveva bisogno di nascondersi.

Ecco, invece, è proprio il trovarsi a proprio agio nel mondo, a proprio agio in mezzo agli altri e a proprio agio davanti al Signore. Questo sta dietro all’immagine della redenzione. Di questo riscatto per cui da una condizione di schiavitù e di interruzione di rapporti con Dio, ne nasce una riconciliazione e un ristabilimento di comunicazione.

«[8]Egli l’ha abbondantemente riversata su di noi con ogni sapienza e intelligenza, [9]poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito [10]per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra» (Ef 1, 8-10).

Qui trovate una parola alla quale Paolo dà un significato notevolmente diverso da quello che diamo noi: la parola “mistero”.

Per noi mistero è qualcosa in cui non si capisce nulla, qualcosa di oscuro e di tenebroso.

Per Paolo, invece, il mistero è un progetto di Dio. È vero che in quanto progetto di Dio sta sopra alla mia intelligenza, ma è altrettanto vero che, in quanto progetto Divino, Dio lo ha rivelato; quindi il mistero non è oscuro, ma luminoso.

5e c’è qualche cosa che rende difficile la comprensione del mistero è la sua luce, è che è troppo luminoso per cui delle volte i nostri occhi non riescono a penetrarlo del tutto; ma non è nella logica dell’oscurità: è nella logica della luce.

Notate, torno a leggere: «[1.9]poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà (…)».

Che cosa è questo mistero della sua volontà?

«(…) secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito [1.10]per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra»

Questo è il mistero: il disegno, il progetto. Dio lo aveva tenuto nascosto, adesso in Gesù lo ha fatto vedere.

C’è un progetto che sta all’origine della Creazione e che sta dentro alla struttura della storia della salvezza, della storia umana. In che cosa consiste questo disegno? Questo mistero rivelato?

Dice: «il disegno di ricapitolare in Cristo tutte le cose…».

Secondo dunque questo testo il significato della storia del mondo è racchiuso in Gesù Cristo. Il mondo tende verso Gesù Cristo.

Qualcuno ha scritto che Gesù è il punto “omega” del mondo, è il punto di arrivo del mondo. Questa affermazione ha un suo valore: immaginate la storia del mondo come una evoluzione progressiva della materia; alle prime forme di vita, alle forme di vita più complesse, per cui prima nasce la vita, poi… qual è il traguardo?

Il traguardo è l’amore. Il traguardo dell’evoluzione, la perfezione del mondo è quando il mondo arriva ad amare.

Nell’uomo è successo qualcosa di stupendo: la materia è diventata strumento del pensiero; attraverso il mio cervello, quindi attraverso dei neuroni e altri componenti che costituiscono il mio cervello, io posso pensare. Posso entrare in rapporto con voi, parlare, ascoltare, capire.

È un miracolo! È una grandezza, è qualche cosa di stupendo nella realtà dell’uomo.

Ma più stupendo ancora è quando il mondo materiale diventa strumento dell’amore, non solo del pensiero, ma dell’amore.

Questo è il punto culminante: quando l’uomo arriva a donare liberamente se stesso, a compiere quindi un gesto di gratuità, di gratuità vera. Questo è un super-miracolo!

Questo è il punto di arrivo.

Questo è Gesù Cristo.

Gesù Cristo è un pezzo del nostro mondo, ma che è stato trasformato totalmente in amore e in dono. Non ha tenuto niente per se, ma lo ha trasmesso, lo ha donato.

Proprio per questo è il. senso del mondo. Proprio per questo il senso dell’umanità e della storia dell’umanità va verso Gesù Cristo.

L’uomo davvero realizzato è la materia pienamente compiuta, è quella che si esprime in Gesù Cristo, quella che si esprime nel suo amore.

Questo è il progetto di Dio: ricapitolare in Cristo tutte le cose e che il mondo giunga all’amore, alla sfera della gratuità. Che è una sfera in cui l’uomo partecipa alla vita stessa di Dio, perché Dio è essenzialmente gratuità, Dio è essenzialmente dono. Il Dio Trinità dice esattamente questo.

Quando il mondo giunge alla pienezza del dono, è diventato un mondo che partecipa del mistero stesso di Dio, come partecipa Gesù. È entrato dentro al mistero di Gesù e Gesù è la sintesi del mondo.

Se quel termine “ricapitolare” va inteso anche nel suo significato etimologico, l’immagine è che Cristo sia il capo. “Ricapitolare” ha in sé la radice della parola “capo”.

Allora Cristo è capo dell’universo e capo vuol dire che l’universo riceve da Cristo il suo significato e la sua forza di dare, la sua forza di amare.

«[11]In lui siamo stati fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà, [12]perché noi fossimo a lode della sua gloria» (Ef 1, 11-12a).

Eredi, vuol dire quindi partecipi di una ricchezza di vita, che uno non fa una gran fatica ad acquistare. Gli eredi non fanno grande fatica; l’eredità è un qualcosa che arriva gratis, che arriva dal rapporto di filiazione, ed è per questo forse che la Bibbia usa l’immagine dell’eredità; l’eredità di Dio.

Cioè un qualcosa che Dio comunica semplicemente per benevolenza, considerando l’uomo come figlio, quindi volendo renderlo partecipe di quella pienezza di vita che Lui possiede.

«[12]perché noi fossimo a lode della sua gloria, noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo. [13]In lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza e avere in esso creduto, avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo che era stato promesso, [14]il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria» (Ef 1, 12-14).

Può darsi che in questo testo “per primi” si riferisca a quella generazione di cristiani, di origine giudaica, che sono i primi nel cammino della fede.

Anche voi diventate partecipi della conoscenza del Cristo. Come? Gesù non l’avete mai visto, ne conosciuto direttamente; però avete ascoltato la Parola della verità, il Vangelo della nostra salvezza, l’annunzio dell’amore di Dio per voi, di quell’amore che salva in Gesù Cristo.

Il Vangelo è questo, e quando l’apostolo annuncia il Vangelo vuole annunciare esattamente la salvezza di Dio, l’opera di salvezza che Dio compie nei confronti dell’uomo.

Bene, quando voi ascoltate questa parola, la parola del Vangelo, e quando la ascoltate nell’atto della fede, quindi la accogliete (la ascoltate non solo con gli orecchi ma anche col cuore), ricevete il suggello dello Spirito Santo.

Questo è interessante perché vuole dire che nella logica cristiana lo Spirito Santo non viene in modo strano o anarchico, non si sa da quale parte (è vero che lo Spirito Santo ha la sua libertà), ma vuole dire che lo Spirito Santo segue la Parola di Dio.

Non è uno Spirito che non si possa voltare da qualunque parte, al quale io posso far dire qualunque cosa.

Lo Spirito Santo dice qualunque cosa purché si riferisca alla Parola di Dio, non dice altro che questo, non dice altro che Gesù, non dice altro che il Vangelo.

C’è quindi una unità indissolubile tra Gesù Cristo e lo Spirito Santo, tra la Parola di Dio e lo Spirito Santo.

Lo Spirito Santo è quello che rende viva la Parola.

La Parola senza lo Spirito diventa filologia; c’è bisogno dello Spirito perché la Parola rimanga viva e non sia morta e mummificata. Ma lo Spirito non c’è per conto suo nel presentare chissà quale cosa; lo Spirito è legato a Gesù, è l’amore con cui si ama Gesù Cristo e quindi va strettamente legato alla conoscenza concreta di Gesù di Nazareth e della Sua Parola.

Ma nel momento in cui Gesù è accolto con fede, e la sua Parola pure, allora la nostra vita viene sigillata dallo Spirito Santo

«[1.14]il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria»

Vuole dire che nel momento in cui la vita del cristiano viene sigillata dallo Spirito Santo, questa vita assume già i lineamenti della perfezione.

E’ vero che non è ancora perfetta, ma ha già i germi, ha già l’energia della perfezione. La “caparra” non è il patrimonio, ma è fatta della stessa specie; non è un’altra cosa, è l’inizio, è il germe, è il seme, è l’origine. Quindi, nel momento in cui lo Spirito Santo sigilla la vita del cristiano, questa diventa una vita di speranza piena. In speranza noi siamo stati salvati, non abbiamo ancora la completa redenzione, ma siamo già redenti. Non e’’ ancora completa, ma siamo già redenti. Non è ancora manifestato quello che noi saremo, ma abbiamo già dentro al nostro cuore la vita nuova di figli di Dio e quindi la realizzazione di quel progetto di Dio, che è progetto di ricapitolare ogni cosa in Cristo.

In questo modo l’inno della lettera agli Efesini dà una specie di panorama della fede cristiana e della teologia cristiana. Dovrebbe aiutarci a riconoscere le dimensioni vere e piene della nostra vita.

Percepire la vita come vocazione, vuol dire fare l’esperienza della dilatazione della propria esistenza. La mia esistenza è limitata nel tempo, nello spazio e nella capacità e deve essere così. Bisogna che io l’accetti limitata nel tempo, nello spazio e nelle capacità cordialmente, che sia contento che la mia vita sia così. Ma questa piccola vita limitata, che è la mia, si inserisce, si innesta dentro ad un progetto che ha delle radici grandi («ci ha scelti prima della creazione del mondo…»), che ha delle speranze immense («ricapitolare ogni cosa in Cristo»).

Quindi il piccolo della nostra vita assume una dimensione cosmica.

E’ quello che succede normalmente quando celebriamo l’Eucaristia, perché l’Eucaristia ha questo senso di dilatazione cosmica che dà alla nostra vita sia il senso della concretezza, sia il senso del progetto grande, infinito di Dio nel quale, in modo vero, Dio ci ha inseriti.

Questo dovrebbe portarci a quell’atteggiamento di rendimento di grazie con cui Paolo inizia:

«[1.3] Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo» (Ef 1, 3).

* Documento rilevato come amanuense dal registratore, scritto con riferimenti biblici, ma non rivisto dall’autore.

MI SFORZO DI CORRERE PER CONQUISTARLO – 8

Diocesi Reggio Emilia
Parrocchia San Pellegrino
Esercizi Spirituali
dal 30-31 Agosto al 1-2 Settembre 1991

«Mi sforzo di correre per conquistarlo,
perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (Fil 3, 12)

Documento fornito da Copelli Marcello e ripreso da Ciani Vittorio.

Quarto giorno – Lunedì, 02 Settembre 1991

Omelia S. Messa

Letture: Ts 4, 13-18; Lc 4, 16-30.

Mons. Luciano Monari

Abbiamo iniziato il nostro cammino degli esercizi con il Vangelo che Paolo vuole annunciare agli uomini come grazia di Dio, e lo terminiamo ancora come una proclamazione del Vangelo, perché il brando di Luca, che abbiamo ascoltato, è esattamente questo: una proclamazione programmatica del Vangelo di Dio.

Gesù entra a Nazareth, nella sinagoga; gli viene dato il rotolo di Isaia e Gesù trova quel brano del capitolo 61° che dice: «Lo Spirito del Signore è sopra di me (…) mi ha mandato per annunziare ai poveri un vangelo».

Mi ha mandato per evangelizzare i poveri, per annunciare quindi la salvezza di Dio a coloro che sono, per un motivo o per l’altro, bisognosi.

Poveri, in questo caso, vuole dire non quelli che hanno fatto il voto della povertà e quindi hanno il merito di essere bravi davanti a Dio, perché hanno scelto Dio al di sopra di tutto, ma qui i poveri sono semplicemente i poveri, cioè le persone bisognose, misere, che hanno una esistenza diminuita e bloccata, che nella vita sono stati ostacolati per un motivo o per l’altro e che non possono esprimere trovare tutta la loro pienezza e tutta la loro gioia.

Per costoro c’è una parola di vangelo, c’è quindi una parola di speranza che il Signore viene ad annunciare.

Quindi, insieme ai poveri metteteci i prigionieri, i ciechi, gli oppressi, ma potete metterci anche tutte quelle categorie di persone che sperimentano l’insufficienza della vita.

Se è vero che l’espressione del v. 19 «predicare un anno di grazia del Signore» fa riferimento al giubileo, l’idea è che il vangelo riconduce l’uomo alla condizione di integrità iniziale.

Provo a spiegarmi meglio. Sapete che il giubileo era una delle grandi leggi ebraiche. In realtà una legge mai osservata del tutto; era più una legge ideale che non pratica, però aveva un suo significato: il cinquantesimo anno si suonavano le trombe ed era l’anno della revisione. Vuol dire che tutti i debiti che si erano accumulati nei 49 anni prima venivano cancellati; tutto quello che apparteneva all’eredità originaria della propria famiglia e che era stato venduto per un motivo o per l’altro, veniva recuperato. Ciascuno, cioè, ritrovava l’integrità e la pienezza che appartenevano al dono iniziale di Dio.

Infatti quando Dio ha donato la Terra Santa, l’ha divisa tribù per tribù e famiglia per famiglia. Bene, quel patrimonio li è un patrimonio che non si perde. Con il giubileo viene riacquistato. Se uno per un qualche motivo lo ha dovuto alienare, gli. viene restituito.

ora capite, che questo discorso del giubileo è molto significativo; significativo se voi fate riferimento non solo alla distribuzione della terra promessa, ma a quel dono originario che Dio ha fatto all’uomo, di essere la sua immagine e somiglianza; quel dono che l’uomo ha fatalmente perduto con il suo peccato e con i suoi egoismi.

Bene, questo è l’anno del giubileo: l’uomo ritorna all’origine, come Dio lo aveva voluto, come Dio lo ha arricchito con i suoi doni.

Quando Gesù legge questo brano, lo interpreta, come si faceva normalmente (lo spiega), in un modo significativo, che è quello che esprime proprio la coscienza personale di Gesù.

“Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette» (Lc 4, 20).

Sedette perché quando uno faceva il maestro lo doveva fare seduto, almeno così usava una volta. Siamo perciò davanti ad un insegnamento formale, a un insegnamento ufficiale che Gesù compie.

«Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. (4.21) Allora cominciò a dire: Oggi si è adempiuta questa Scrittura.che voi avete udita con i vostri orecchi» (Lc 4, 20.21).

Quell”OGGI” è il significato del Vangelo.

Ci sono tantissime promesse di Dio nella Scrittura, promesse che riguardano gli ultimi tempi, promesse di perdono, promesse di trapianto di cuore, promesse di un’alleanza nuova ed eterna; sono seminate in tutta la Scrittura. Ma quello che significa il vangelo è OGGI, cioè tutto quello che voi avete ascoltato come promessa non pensate che capiterà chissà quando. No! Oggi. Oggi!

Dove c’è Gesù, e dove Gesù inizia la sua predicazione e il suo ministero, lì il Vangelo si compie. Naturalmente ci sarà ancora da aspettare il compimento finale, ma possiamo già sperimentare l’inizio vero del Regno di Dio. Il Regno di Dio è in mezzo a voi, la santificazione del nome dì Dio è ormai dentro alla vostra vita, la gloria di Dio risplende sopra ai vostri volti, l’eredità ormai l’avete come caparra, l’adozione filiale è vostra esperienza della fede; e così via.

Questo “oggi” ci vuole sollecitare a riconoscere la presenza attiva del Signore, dell’opera del Signore nella nostra vita, in modo da non rimanere come quelli che si giustificano con “ma non è ancora venuta la pienezza e la fine del mondo”. No! È adesso che devi fare queste cose; le puoi e le devi fare.

In fondo il senso dell’Eucaristia è ancora questo: l’Eucaristia non è la fine del mondo (non c’è dubbio). Il pane e il vino che diventano il Corpo e il Sangue di Cristo che cosa sono? Se aveva ragione San Paolo, nell’inno al capitolo i della lettera agli Efesini, lo scopo del progetto di Dio è ricapitolare tutto in Cristo e l’Eucaristia ricapitola in Cristo il pane e il vino, cioè la nostra vita.

Quello che noi facciamo, diciamo…, messo dentro all’Eucaristia viene assunto dal Signore ed entra a far parte del mistero del suo Corpo. Quindi vuole dire che la fine del mondo è qui, la pienezza del mondo è qui, nell’Eucaristia, è dentro alla nostra vita.

Allora il terminare gli esercizi con questo brano è per noi significativo.

Vuole dire: adesso torni a casa e torni in mezzo a tutti i limiti quotidiani. Torni in mezzo alla fatica del lavoro, torni in mezzo alla pazienza della famiglia, ai rapporti umani, alle alterazioni dei rapporti umani per cui non comunichiamo molto bene, per cui non ci intendiamo, per cui non riusciamo a creare una comunità parrocchiale che sia davvero un tessuto di comunione profonda. Torni in mezzo a tutte queste cose qui.

Però tieni in mente che “OGGI” si compiono queste cose. Vuol dire che nella tua vita ci debbono entrare; i limiti che tu sperimenti non debbono impedirti di realizzare questo Vangelo di Dio, questa santificazione del suo nome, questa realizzazione della sua sovranità sopra alla tua vita.

“Oggi”! Oggi il Signore ci dona il Vangelo. Oggi abbiamo il dovere di viverlo.

A una condizione, dice il Vangelo di Luca: che noi, il Vangelo, lo sappiamo accogliere come un puro dono.

«[22]Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è il figlio di Giuseppe?». [23]Ma egli rispose: «Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fàllo anche qui, nella tua patria!». [24]Poi aggiunse: «Nessun profeta è bene accetto in patria. [25]Vi dico anche: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; [26]ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone. [27]C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro». [28]All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; [29]si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. [30]Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò» (Lc 4, 22-30).

Tradotto vuole dire: Ma insomma – dicono gli abitanti di Nazareth – noi siamo tuoi concittadini, noi abbiamo il diritto che tu faccia prima di tutto qui quello che è il dono del tuo ministero; quello che abbiamo udito che tu hai fatto a Cafarnao, fallo anche qui nella tua patria, ne abbiamo il diritto.

Invece no; invece non c’è nessuno che abbia il diritto. Neanche Israele come popolo di Dio aveva il diritto.

Elia ha guarito chi pareva a lui o chi pareva al Signore; Eliseo ha guarito chi pareva al Signore: non ci sono diritti.

Quando avanziamo dei diritti o delle pretese roviniamo il Vangelo, perché vuole essere un dono, perché vuole introdurci dentro alla logica della gratuità, e se noi lo trasformiamo in un diritto lo abbiamo deformato.

Bisogna accoglierlo, accoglierlo con gioia, con stupore, semplicemente così, con le mani aperte, come dei poveri. Il Vangelo è dei poveri in questo senso, che non hanno nessun diritto, ma che proprio per questo si pongono davanti al Signore nell’atteggiamento dell’attesa.

Questa salvezza che il Signore ci dona, che si realizza “OGGI nella nostra vita, in mezzo alla nostra povertà, al di fuori di ogni possibilità di merito, bene, questa salvezza rimane valida anche di fronte alle esperienze più dolorose e apparentemente contraddittorie.

Quando Paolo scrive il brano che abbiamo ascoltato nella lettera ai Tessalonicesi sta rispondendo ai Cristiani di Tessalonica: aveva predicato, non si era potuto fermare molto perché lo avevano perseguitato, era dovuto scappare e non era riuscito a completare l’istruzione catechistica; c’erano rimasti dei vuoti e scrivendo la prima lettera Paolo cerca di colmare questi vuoti.’ Tra questi vuoti ce n’è uno che riguarda la speranza della Risurrezione.

Dicono i cristiani di Tessalonica a San Paolo: “Noi attendiamo la venuta del Signore, e la venuta del Signore sarà la nostra gioia e il compimento della nostra speranza. Ma quelli che sono morti come potranno partecipare di quella pienezza che il Signore opererà con il suo ritorno? Noi, i viventi, potremo partecipare, ma quelli che sono morti ne sono esclusi”.

San Paolo risponde:

«[15]Questo vi diciamo sulla parola del Signore: noi che viviamo e saremo ancora in vita per la venuta del Signore, non avremo alcun vantaggio su quelli che sono morti. [16]Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; [17]quindi noi, i vivi, i superstiti, saremo rapiti insieme con loro tra le nuvole, per andare incontro al Signore nell’aria, e così saremo sempre con il Signore» (1Ts 4, 15-17).

Paolo usa un linguaggio apocalittico nella descrizione (…la voce dell’Arcangelo, il suono della tromba di Dio, rapiti tra le nubi); sono tutte immagini che ritrovate presenti nel libro di Daniele e fanno parte della tradizione apocalittica.

Ma quello che Paolo vuole dire è che la morte non è certamente in grado di impedire a Dio la realizzazione del suo progetto.

Dio vi ha chiamati a far parte della sua vita, siete stati chiamati, predestinati; bene, questo progetto può essere forse impedito da qualche cosa di mondano? Può essere forse impedito da quella forza, che pare al di sopra di tutte le altre forze, che si chiama morte? NO! Non dovete avere paura di questo!

IL SIGNORE HA VINTO LA MORTE !

Questo vuole dire che ha vinto tutte quelle potenze che esistono nel mondo e che tendono a bloccare l’esistenza dell’uomo. Ci sono queste potenze, perché ci sono, per esempio, malattie che ci impediscono di fare delle cose belle, bellissime che desidereremmo o che vorremmo fare, per cui i nostri progetti di vita rimangono in qualche modo diminuiti. (Ho fatto l’esempio delle malattie, ma nella vita, di questi limiti se ne incontrano tantissimi. Ci sono tantissime cose o esperienze che ci limitano la vita).

Allora dobbiamo intristirci per questo? NO! Il progetto di Dio è un progetto VITTORIOSO. VINCE LA MORTE, vince, quindi, ogni altra cosa. Bisogna mantenere quella fiducia nella forza di Dio di realizzare i suoi progetti.

«Oggi si è adempiuta questa Scrittura.che voi avete udita con i vostri orecchi» (Lc 4, 21).

“OGGI” si è adempiuta di fronte a tutti i vostri limiti; di fronte alla morte, di fronte agli insuccessi, di fronte alle insufficienze del mondo e della vita.

Il progetto di Dio è qui in mezzo a voi.

Allora prendiamo queste parole, appunto, come voglio essere: parole di speranza.

«[13]Non vogliamo poi lasciarvi nell’ignoranza, fratelli, circa quelli che sono morti, perché non continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza. [14]Noi crediamo infatti che Gesù è morto e risuscitato; così anche quelli che sono morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui» (1 Ts 4, 13-14).

Metteteci non solo quella mancanza di speranza che viene per quelli che sono morti, ma la mancanza di speranza che viene per tutti i limiti e le insufficienze della vita dell’uomo che bloccano la nostra fiducia, la nostra speranza dal punto di vista inondano.

Paolo non ci vuole lasciare nell’ignoranza. Ci possiamo confortare a vicenda con queste parole.

Abbiamo da riprendere il cammino, non sarà facilissimo; speriamo che il Signore ce lo renda abbastanza liscio, ma facilissimo del tutto non lo sarà.

Bisognerà che in questo cammino impariamo a consolarci a vicenda, a tenerci per mano e a sostenerci; bisognerà che impariamo a rinnovare la nostra fede nella presenza del Vangelo e nell’efficacia del Vangelo; bisognerà che impariamo a mantenere ferma la nostra speranza anche nella fatica del cammino.

Impariamo, direbbe Sant’Agostino – a «cantare l’Alleluja».

Come dei pellegrini che sono ancora lontani dalla patria, che devono camminare e faticare, ma che possono cantare mentre camminano. Perché il cantare ci tiene la speranza, ci tiene la forza, ci tiene l’energia del cammino.

Lo chiediamo al Signore proprio come dono conclusivo di questi esercizi.

* Documento rilevato come amanuense dal registratore, scritto con riferimenti biblici, ma non rivisto dall’autore.

MI SFORZO DI CORRERE PER CONQUISTARLO – 7

Diocesi Reggio Emilia
Parrocchia San Pellegrino
Esercizi Spirituali
dal 30-31 Agosto al 1-2 Settembre 1991

«Mi sforzo di correre per conquistarlo,
perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (Fil 3, 12)

Sabato, 31 Agosto 1991

Documento fornito da Copelli Marcello e ripreso da Ciani Vittorio.

Domenica, Omelia Santa Messa

Liturgia XXII Domenica t.o. /a. B

1 Settembre 1991

Liturgia, letture: Dt 4, 1-2.6-8; Gc 1, 17-18.21-22.27; Mc 7, 1-8.14-15.21-23.

Agli Israeliti che stanno per entrare nella terra promessa Mosè richiama le legge e gli insegnamenti del Signore. Vuole dire che la terra promessa non è una terra qualsiasi e che in essa non si può abitare in qualunque modo; la terra promessa è un dono di Dio e se uno vuole abitare in quella terra deve viverci secondo la logica di Dio, secondo la Parola di Dio. Allora riceverà la terra in dono e allora la presenza su quella terra diventerà una benedizione continua. Proprio per questo dice il Signore:

«[2]Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla; ma osserverete i comandi del Signore Dio vostro che io vi prescrivo» (Dt 4, 2).

Questa osservanza dei comandamenti di Dio diventerà la ricchezza e motivo della sapienza di Israele.

Infatti:

«[7]Infatti qual grande nazione ha la divinità così vicina a sé, come il Signore nostro Dio è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo? [8]E qual grande nazione ha leggi e norme giuste come è tutta questa legislazione che io oggi vi espongo?» (Dt 4, 7-8).

E vuole dire che potere camminare nella propria vita illuminati dalla Parola di Dio è una ricchezza infinita della quale dobbiamo continuamente stupirci e per la quale dobbiamo continuamente essere grati al Signore.

Il fatto di avere la Parola di Dio e il Vangelo deve essere per noi sentito non come un peso ma piuttosto come una gioia, come una illuminazione, come una sicurezza che ci protegge in tutte le difficoltà della vita quotidiana.

Questo discorso viene ripreso dal Vangelo ma con qualche precisazione da parte del Signore.

La prima precisazione riguarda la tradizione.

Nel corso del cammino della storia di Israele accanto alla legge di Dio scritta si sono formate tutta una serie di tradizioni e tra queste, per esempio, quella di lavarsi le mani prima di andare a tavola; il che è una cosa molto bella e utile dal punto di vista igienico, ma gli Israeliti ne avevano fatto una tradizione religiosa a tal punto che rimproverano i discepoli di Gesù che a questa tradizione non sono sempre attaccati.

Risposta del Signore a questa loro osservazione:

«[6]Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. [7]Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini. [8]Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini» (Mc 7, 6-8).

Non è proibito avere delle tradizioni, anzi sono una ricchezza, danno anche una certa sicurezza nella vita; però state attenti – dice il Signore – perché le tradizioni non hanno il valore di Parola di Dio, ma sono semplicemente delle usanze umane che gli uomini hanno costruito, che sono nate e che possono anche scomparire. Che non venga data alla tradizione un’importanza più grande di quella che ha! Ma soprattutto che la Parola di Dio sia sempre il criterio per pesare, misurare e valutare le tradizioni. Perché le tradizioni umane non sono perfette e perché dietro ad esse si insinuano, a volte, dei comportamenti e degli atteggiamenti che non sono sempre giusti e allora bisogna verificarle continuamente con la Parola di Dio.

È alla fine quello che ha insegnato il Concilio: la “Dei Verbum” ci insegna che la Parola di Dio è il criterio fondamentale alla luce della quale bisogna valutare la teologia, bisogna valutare le tradizioni, bisogna valutare le opzioni concrete della pastorale ecc., in modo che la Parola di Dio diventi criterio supremo.

Altrimenti succede che l’uomo si attacca troppo alle sue tradizioni e le pone al posto della volontà di Dio come – ricorda sempre il Vangelo – è capitato ad alcuni farisei i quali impegnati a pagare la decima sulla menta, sull’aneto e sul cumino, dimenticavano la giustizia e la misericordia.

Che significa: stando troppo attenti alle cose che valgono poco, va a finire che si perde l’attenzione per le cose che valgono molto. Siccome le tradizioni danno un po’ il senso della propria sicurezza e pienezza va a finire che uno, stando attento alle tradizioni, lascia passare i comportamenti più gravi: le ingiustizie o la dimenticanza della fedeltà e dell’amore.

Si tratta allora di avere equilibrio nella vita spirituale: le tradizioni prendetele come una ricchezza, però valutatele alla luce della Parola di Dio, alla luce della volontà di Dio.

La seconda osservazione, il secondo chiarimento di Gesù riguarda qualcosa di più preciso.

Tra le prescrizioni bibliche c’è anche una serie di comandi che riguardano i cibi: i cibi puri e i cibi impuri; le cose che si possono mangiare o quelle che non si possono mangiare. A proposito di questo, Gesù ha un atteggiamento a dire poco rivoluzionario perché dice:

«[14]Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e intendete bene: [15]non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo» (Mc 7, 14-15).

E Gesù vuole dire: potete fare tutte le diete che volete solo che non le confondiate con la religione. Se vi va di mangiare una cosa o di non mangiarne un’altra va proprio bene, ma la religione è un’altra cosa; la religione non sta nel rinunciare ai molluschi; la religione non sta nel mangiare certe carni. La religione sta nel cuore, NEL CUORE!

È quello che il cuore fa, è quello che il cuore sceglie e decide che pesa il valore della persona umana. Dal di dentro, cioè dal cuore dell’uomo, escono le intenzioni cattive, non sono i cibi che fanno cattivo l’uomo, è il cuore che rende cattive le scelte.

Allora se volete vivere una vita religiosa autentica partite dal cuore, cercate di purificare il cuore, fate venire a galla tutto quello che nel vostro cuore c’è di negativo e mettetelo davanti al Signore perché il Signore lo purifichi, perché il Signore vi dia una cuore più fedele, un cuore più sano, un cuore più giusto. Lì c’è la religione, il resto è elemento superficiale.

Terzo punto, la lettera di S. Giacomo. San Giacomo scrive ai suoi cristiani che dal Padre viene ogni dono e in particolare viene quel dono grande che è la Parola:

«[18]Di sua volontà egli ci ha generati con una parola di verità, perché noi fossimo come una primizia delle sue creature. [19]Lo sapete, fratelli miei carissimi: sia ognuno pronto ad ascoltare, lento a parlare, lento all’ira. [20]Perché l’ira dell’uomo non compie ciò che è giusto davanti a Dio. [21]Perciò, deposta ogni impurità e ogni resto di malizia, accogliete con docilità la parola che è stata seminata in voi e che può salvare le vostre anime» (Gc 1, 18-21).

Questo brano potrebbe fare da sigillo ad un corso di esercizi perché negli esercizi non si fa altro che ascoltare la Parola di Dio. Io faccio i collegamenti tra un brano e un altro, ma se ci avete fatto caso non ho fatto altro che riprendere i testi di San Paolo, quindi Parola di Dio, e questa Parola di Dio è Parola che è capace di generare l’uomo; e come un seme messo dentro alle nostre anime, che dobbiamo accogliere con docilità.

Come? Abbiamo detto con la FEDE. La fede è l’atteggiamento di accoglienza.

Allora accogliete la Parola di Dio con la fede in modo che diventi un seme di vita nuova, vi faccia essere delle creature nuove.

Per questo, continua la seconda lettura:

«[22]Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi» (Gc 1, 22).

Dice di fatto San Giacomo che se uno ascolta la Parola di Dio e poi non la mette in pratica è come uno che si guarda allo specchio, vede com’è spettinato e poi non fa nulla per pettinarsi, va via così com’è. Ma allora che cosa è servito guardarsi allo specchio se poi non cambi la tua pettinatura, se poi non ti metti a posto?

Mettersi davanti allo specchio serve per pulire se stessi.

Mettersi davanti alla Parola di Dio serve per lasciare che questa parola RINNOVI il nostro comportamento e la nostra vita, perché la religione è fatta non di parole e neanche solo di sentimenti, ma di una vita nuova.

Lo Spirito, dono del Signore, vuole creare in noi una vita nuova e San Giacomo fa l’applicazione:

«[27]Una religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo» (Gc 1, 27).

Cioè un comportamento concreto fatto di carità e fatto di trasparenza, di purezza di cuore.

Allora queste cose che il Signore ci chiede, noi gliele domandiamo.

Ce le chiede, perciò vuole dire che il Signore vuole che le facciamo, sappiamo però che le nostre forze sono deboli; bene, che il Signore ci doni quello che ci chiede perché noi lo possiamo fare con fedeltà e integrità.

MI SFORZO DI CORRERE PER CONQUISTARLO – 6

Diocesi Reggio Emilia
Parrocchia San Pellegrino
Esercizi Spirituali
dal 30-31 Agosto al 1-2 Settembre 1991

«Mi sforzo di correre per conquistarlo,
perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (Fil 3, 12)

Sabato, 31 Agosto 1991

Documento fornito da Copelli Marcello e ripreso da Ciani Vittorio.

Domenica, 1 Settembre 1991

Terza Meditazione

Abbiamo ricordato nella meditazione di ieri che la conversione è il momento decisivo della vita di Paolo ed è anche quell’esperienza germinale dalla quale poi scaturisce tutta la sua maturazione di fede e di apostolato.

Proprio perché Paolo ha incontrato il Signore sulla via di Damasco ed è stato chiamato quando stava perseguitando la Chiesa, la comunità cristiana, proprio per questo non può fare l’errore di considerarsi il protagonista della sua vita. E’ costretto e spinto a riconoscere che nella sua vita gli elementi decisivi gli sono stati dati senza suo merito, anzi in mezzo ai suoi demeriti; deve quindi proclamare che nella sua vita quello che si è dimostrato vittorioso è la grazia di Dio, il dono gratuito di Dio.

E’ quello che Paolo tenta di esprimere in tutte le sue lettere ed in particolare nella lettera ai Romani, che riassume il messaggio e non semplicemente come riflessione teologica, ma proprio come richiamo alla sua esperienza personale. Il tema della lettera ai Romani è in due versetti del capitolo 1°, in cui l’apostolo scrive:

«[16]Io infatti non mi vergogno del vangelo, poiché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco. [17]È in esso che si rivela la giustizia di Dio di fede in fede, come sta scritto: Il giusto vivrà mediante la fede» (Rm 1, 16-17).

Il tema quindi fondamentale della lettera è il Vangelo e con il termine Vangelo intendete un annuncio di salvezza che viene liberamente e gratuitamente offerto da Dio agli uomini.

Nella concezione biblica il vangelo in genere è l’annuncio dell’intervento di Dio; quando Dio interviene per salvare, per rinnova-re il mondo e togliere quello che di male e di ingiustizia c’è, questo è esattamente un vangelo.

Il termine l’ha usato soprattutto il secondo Isaia in riferimento al ritorno in patria. Il vangelo è l’annuncio del ritorno in patria che viene offerto agli esiliati:

«[7]Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza, che dice a Sion: «Regna il tuo Dio». [8]Senti? Le tue sentinelle alzano la voce, insieme gridano di gioia, poiché vedono con gli occhi il ritorno del Signore in Sion. [9]Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme» (Is 52, 7-9).

Questo è il vangelo: è un messaggero che corre sui monti, che arriva a Gerusalemme e arrivando annuncia l’intervento regale di Dio; Dio viene e riporta indietro gli esuli per cui le sentinelle alzano la voce, gridando di gioia; il ritorno del Signore è motivo di fiducia e di speranza.

Paolo dice la stessa cosa «prorompete in canti di gioia!» perché il Vangelo è per voi ed il Vangelo contiene la salvezza. Non contiene la salvezza e la dannazione; no!. Il Vangelo contiene la salvezza, quello che Dio vuole, quello che Dio cerca, quello che Dio opera è la salvezza dell’uomo e Paolo propone questo ai suoi ascoltatori.

Non è solo una parola, il Vangelo, è forza, è potenza di Dio che salva chiunque crede. È, quindi, parola efficace: come la parola della creazione ha creato il mondo, la parola del Vangelo fa l’uomo libero, nuovo, ricreato secondo la giustizia e la santità.

Ma questo naturalmente è un messaggio, il Vangelo, che ha un senso per gli esiliati; quando voi siete in esilio ed avete nostalgia della patria, se vi viene detto che la strada del ritorno è aperta, vi viene detto il vangelo.

Ma per noi in che cosa consiste il vangelo e qual è questo ritorno in patria che ci viene annunciato?

E’ proprio questo il discorso di Paolo: l’uomo concreto vive esiliato, cioè lontano da Dio, lontano dagli altri e lontano da se stesso; paradossalmente l’uomo è esule da se stesso, e a questo uomo che vive fondamentalmente quella che si chiamerebbe un’alienazione, quindi una sottomissione a un potere estraneo, a quest’uomo viene annunciata la liberazione.

Naturalmente il potere estraneo è il peccato. Con questa parola di solito noi intendiamo le azioni peccaminose, i peccati, le trasgressioni della volontà della legge di Dio. Questo può anche andare bene, ma per San Paolo il peccato non è questo; quelle sono le trasgressioni, il peccato è una realtà che è insediata dentro al cuore dell’uomo, è un atteggiamento di fondo, è una malattia interiore. Le trasgressioni sono la sua espressione esterna, ma non si identificano con il peccato. Noi banalizziamo il peccato quando lo identifichiamo con i peccati.

I peccati sono certamente gli errori, le trasgressioni, ma quello che esprimono è una malattia del cuore, del centro, della libertà dell’uomo ed è lì che si gioca il senso vero della sua vita.

Quando il profeta Osea aveva da rimproverare ai suoi concittadini le trasgressioni contro i comandamenti diceva:

«[1]Ascoltate la parola del Signore, o Israeliti, poiché il Signore ha un processo con gli abitanti del paese. Non c’è infatti sincerità né amore del prossimo, né conoscenza di Dio nel paese. [2]Si giura, si mentisce, si uccide, si ruba, si commette adulterio, si fa strage e si versa sangue su sangue. [3]Per questo è in lutto il paese e chiunque vi abita langue insieme con gli animali della terra e con gli uccelli del cielo; perfino i pesci del mare periranno» (Os 4, 1-3).

Sono tre versetti; il terzo parla delle disgrazie, delle miserie, delle sofferenze che il popolo di Israele è costretto a subire; il secondo dice la causa di queste miserie e la causa sono le ingiustizie. Vengono infatti violati i dieci comandamenti: si giura, si mentisce (ottavo comandamento), si uccide (quinto), si ruba (settimo), si commette adulterio (sesto), si fa strage… sono i comandamenti di Dio. La violazione dei comandamenti è la causa di molte sofferenze in mezzo agli uomini.

Prima c’è un altro versetto che non parla della violazione dei comandamenti, ma dice che non c’è sincerità, cioè non c’è verità interiore, non c’è amore, non c’è conoscenza di Dio. Verità, amore, conoscenza di Dio… questo è il discorso fondamentale del peccato, da questo vengono le trasgressioni dei comandamenti e da questo verranno tutte le disgrazie che sono nel mondo e che dipendono dalla cattiva volontà dell’uomo. Ce ne sono di quelle che sono fatali e che sono legate alla natura umana, ma ce ne sono di quelle che dipendono dalla nostra volontà e dal nostro comportamento; ma alla radice c’è questo, c’è la mancanza della conoscenza di Dio, la mancanza della fedeltà come atteggiamento di fondo.

Per cui Osea scriverà:

«(…) poiché uno spirito di prostituzione li svia e si prostituiscono, allontanandosi dal loro Dio» (Is 4, 12b).

Vuol dire che non sono liberi, non sono sani, il loro cuore è un cuore malato, è un cuore dominato da un virus che impedisce loro di produrre azioni buone, di produrre verità e amore; è un blocco che viene posto al cammino di libertà dell’uomo.

Questo è il peccato nella sua profondità grande: quello che aliena da Dio, che aliena dagli altri e che aliena noi stessi.

Quando nel capitolo 7° della lettera ai Romani, San Paolo fa una descrizione della lotta interiore dell’uomo, dell’uomo che non è ancora redento, che non ha ancora conosciuto il perdono e la grazia di Dio, descrive questa lotta come una lacerazione, una schizofrenia spirituale dalla quale l’uomo non riesce ad uscire nonostante i suoi desideri:

«[14]Sappiamo infatti che la legge è spirituale, mentre io sono di carne, venduto come schiavo del peccato. [15]Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. [16]Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; [17] quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. [18]Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; [19]infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. [20]Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me» (Rm 7, 14-20).

Il peccato è una potenza, è una forza che incatena l’uomo e che gli toglie la libertà, la capacità di fare il bene: «[15]Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. [16]Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; [17] quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me».

Non faccio quello che voglio, ma faccio quello che non voglio; capisco il bene, lo desidero, so che nel bene c’è per me una speranza di vita e c’è una speranza di vita anche per gli altri, però non riesco a farlo e, se non riesco a farlo vuol dire che c’è qualcosa che mi tiene schiavo, c’è qualcosa che mi impedisce di essere me stesso, che mi impedisce di esprimermi nella mia libertà di persona umana che sceglie e opera il bene: questo è il peccato. Le trasgressioni, dicevo, ne sono l’effetto.

Nel capitolo 1° della lettera ai Romani, Paolo fa una descrizione tragica della condizione dell’uomo, con il richiamo a tutte le trasgressioni possibili ed immaginabili per quanto riguarda la vita sessuale e per quanto riguarda quello che lui chiama la deformazione dell’intelligenza: l’intelligenza depravata che viene usata con malizia per cercare il male. Paolo fa un elenco impressionante di comportamenti negativi: ingiustizia, malvagità, cupidigia, malizia, invidia, omicidio, frodi…

«[29]colmi come sono di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d’invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamatori, [30]maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, [31]insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia» (Rm 1, 29-31).

Sono questi i peccati? NO! Questi sono gli effetti del peccato. Siccome hanno abbandonato Dio, Dio li ha abbandonati alla loro intelligenza depravata, sicché fanno tutte queste cose. Il peccato è l’abbandono di Dio, il peccato è quella radice in cui l’uomo taglia il legame vitale che lo unisce al Dono, poiché egli vuole fare della sua vita un assoluto: “Io mi do la vita, io sono l’origine della mia vita”. In questo modo tagliando la radice con la sorgente della verità e del bene, l’uomo viene a trovarsi in questi casi; ma questi sono solo gli effetti, non sono ancora il vero peccato, ma l’effetto del peccato. Il peccato fondamentalmente è l’abbandono di Dio, è quell’abbandono di cui si parla nei primi capitoli della Genesi: l’abbandono di Adamo, di Caino, della generazione del diluvio, della generazione che costruisce la torre di Babele, dove vedete che sono intrecciati due elementi complementari nella concezione del peccato: la ribellione a Dio e la violenza nei confronti dei fratelli.

Nel capitolo 1° l’uomo si ribella a Dio, nel capitolo 4° l’uomo ammazza suo fratello, nel capitolo 6° si parla di violenza che riempie la terra, quindi di quegli uomini che sono nemici gli uni degli altri, nel capitolo 11° si parla degli uomini che vogliono dare la scalata al cielo con la torre di Babele, che tentano di prendere il posto di Dio.

Badate che il peccato non consiste nel volere diventare come Dio, non è proibito all’uomo desiderare di essere come Dio; quello che all’uomo è proibito è desiderare di essere come Dio senza Dio, cioè di farsi Dio da sé.

Quando gli uomini di Babele costruiscono la torre, lo fanno per darsi un nome: è forse proibito darsi un nome? È proibito se l’uomo vuole fare da solo, se vuole procurarsi autonomamente il nome. Subito dopo nel capitolo 12° il Signore promette ad Abramo “Renderò grande i1 tuo nome”; è sempre il nome che è in gioco. È il nome degli uomini nella torre di Babele, è il nome di Abramo; ma quelli della torre volevano ingrandirselo da sé, il loro nome; Abramo la grandezza del nome la riceve in dono da Dio.

È sempre in questo la scelta fondamentale: il concepire la vita come possesso o realizzazione autonoma, o il concepirla come dono. Nella logica del dono puoi desiderare la somiglianza con Dio, anzi è Dio che ha fatto l’uomo a sua immagine e somiglianza, non gli da fastidio un uomo che gli assomigli, solo che per assomigliare a Dio deve accogliere questo come dono da Dio stesso, non può tagliare il legame ed affermarsi come creatura autonoma.

Se rileggete il capitolo 3° della Genesi, vi accorgerete bene che il discorso fondamentale del peccato non è nella trasgressione del comandamento, non è nel mangiare il frutto dell’albero, questo è la conseguenza di un certo modo di vedere Dio. Quello che il serpente fa intravedere alla donna è l’immagine di un Dio che è invidioso, che la donna deve quindi vedere come il suo nemico: “Non è vero che morirete – dice il serpente – è vero piuttosto che diventerete come Dio; Dio ha paura di voi, della vostra grandezza, vi ha dato un comandamento per rendervi più piccoli, per allontanarvi dalla sua grandezza, dalla sua gioia e dalla sua vita”. Questa è l’idea che il serpente insinua nel cuore della donna, il peccato viene nel momento in cui Dio viene percepito non come il Padre che ama, al quale io posso affidare la mia vita, dal quale posso ricevere quell’esistenza e quella grazia di cui ho bisogno, ma lo vedo come l’avversario della mia vita da cui devo emanciparmi: “Bisogna che Dio muoia perché io possa vivere”; questa è la formula radicale del peccato.

Mentre l’atteggiamento autentico della fede è che la vita consiste nel ricevere e donare: nel ricevere la vita come dono da Dio, e nel restituire a Dio la propria riconoscenza e la propria gioia. E’ nello scambio, non nella autosufficienza; l’uomo non è fatto per l’isolamento, l’uomo è fatto per la comunione coi fratelli e per la comunione con Dio. L’uomo realizza se stesso quando si unisce ai fratelli e con Dio, non quando taglia i legami nell’illusione della propria autosufficienza.

Questa è la condizione di esilio in cui l’uomo si trova, dicevo di lontananza da Dio, ed è una condizione che riguarda – secondo San Paolo – tutti gli uomini, non c’è differenza. Gli uomini si possono dividere in tanti modi: secondo la razza, la religione… ma dal punto di vista del rapporto con Dio gli uomini sono tutti in una condizione originaria di peccato.

Questo lo dice San Paolo:

«[23]tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio» (Rm 3, 23).

«Privi della gloria di Dio» vuole dire che non hanno quella bellezza che come creature di Dio, e come figli di Dio, dovrebbero avere. Secondo il libro della Genesi, Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, e questo vuole dire che quando Dio guarda la faccia dell’uomo vuole e desidera riconoscersi.

Lorenz ha scritto che “se davvero l’uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio, è un brutto Dio quello nel quale noi crediamo”, ma nonostante questo, Dio ha rischiato nella creazione dell’uomo, ha rischiato la sua stessa gloria e bellezza. Fare l’uomo a propria immagine e somiglianza era un rischio e Dio lo ha corso, e in fondo, proprio correndo questo rischio Dio pone quel fondamento che è quello della nostra salvezza.

Siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio. Dovremmo assomigliare a Dio.

Gli assomigliamo davvero? No! Perché…:

««[23]tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio» (Rm 3, 23).

La bellezza che è quella del volto di Dio, della Sua santità è offuscata sul volto dell’uomo; non la si vede così chiara e limpida. La condizione concreta dell’uomo è una condizione di peccato, tanto è vero che il cammino della rivelazione del Signore ci vuole anzitutto portare alla consapevolezza del nostro peccato.

ti spiego con un esempio: Gesù si trova nel tempio…

«[3]Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, [4]gli dicono: Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. [5]Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici? [6]Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. [7]E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei. [8]E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. [9]Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi. Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. [10]Alzatosi allora Gesù le disse: Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? [11]Ed essa rispose: Nessuno, Signore. E Gesù le disse: Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8, 3-11).

Tre attori ci sono in questo episodio: l’adultera, gli scribi e i farisei che l’accusano, Gesù che deve giudicare.

Notate come questi tre personaggi sono descritti dal punto di vista spaziale: la donna è in mezzo, gli scribi e i farisei sono intorno, fanno cerchio e l’accusano, Gesù è là in mezzo di fronte alla donna, sente le accuse degli scribi e dei farisei ma non sente una parola della donna, la donna non parla.

Si può dire che la donna più che soggetto è oggetto di quello che gli altri dicono di lei.

Tutto il discorso del brano consiste nel cancellare uno dei protagonisti; nel cancellare quel cerchio degli scribi e farisei che è il cerchio di quelli che condannano, che giudicano. Gesù prima di tutto si ferma e si mette a scrivere per terra; è un modo per dire: “…pensateci un attimo prima di andare avanti” e siccome loro non ci pensano, Gesù esplicita il significato del suo gesto: «[7]E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei».

E questi sono costretti uno dopo l’altro ad andare via. Scompare il cerchio degli accusatori.

Dice Sant’Agostino: “Rimangono solo la misera e la Misericordia”.

Ma questa è una concezione dell’uomo, non è solo un episodio. Nell’umanità c’è solo la misera, che è l’umanità stessa e la misericordia che è Gesù Cristo come segno della presenza dell’amore di Dio. Non c’è altro; in mezzo all’umanità non ci sono i giusti che possono condannare i peccatori, ma ci sono soltanto dei peccatori che hanno bisogno di grazia, del perdono e della misericordia di Dio.

Questo vuole dire il Vangelo e questo dice in tutti i modi San Paolo:

«[23]tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, [24]ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù (Rm 3, 23-24).

Questo è il Vangelo: l’uomo peccatore non è abbandonato da Dio, ma è giustificato da Dio, reso giusto da Dio. Dio non si rassegna a perdere quell’uomo che aveva fatto a sua immagine e somiglianza, ma lo insegue fino a raggiungerlo; come Gesù ha raggiunto Paolo sulla via di Damasco, così Dio ha raggiunto l’uomo sulla croce di Cristo. Nell’amore e nella croce di Gesù Cristo Dio ha raggiunto l’umanità, ha raggiunto un’umanità peccatrice e ad essa ha trasmesso e donato il suo amore.

Questo è il Vangelo ed è quello che ci dovrebbe portare a un recupero di fiducia, speranza, somiglianza con Dio.

Dicevamo che la radice del peccato di Adamo, secondo il libro della Genesi, era una falsa idea di Dio. L’uomo ha immaginato che Dio fosse il suo concorrente, che Dio gli portasse via un po’ di ossigeno, che la presenza di Dio diminuisse la sua gioia, la sua libertà e la sua vita e ha tentato di emanciparsi perché aveva un’idea errata di Dio. L’uomo aveva capovolto l’immagine di Dio; dal Dio che ama era passato al Dio che invidia, al Dio che ha paura dell’uomo e che quindi lo blocca nella sua autorealizzazione. Tutto il discorso della redenzione vuole rinnovare questa immagine di Dio.

Chi è Dio?

«[3.161 Dio ha tanto amato i1 mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia 1a vita eterna» (Gv 3, 16).

Ancora:

«[6]Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. [7]Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. [8]Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5, 6-8)

Questo è DIO !

Si tratta quindi di un amore gratuito, non meritato, non spiegabile che deve nascere unicamente dalla bontà di Dio. Questa è l’unica spiegazione possibile; da parte dell’uomo non c’è nulla che spieghi l’amore di Dio; solo in Dio, solo nel mistero insondabile del suo amore ci può essere la spiegazione di questo gesto incredibile della redenzione, il gesto della salvezza in cui lena se stesso per noi.

Tutto questo discorso di salvezza San Paolo lo attribuisce stranamente alla giustizia di Dio:

«[1.17] È in esso che si rivela la giustizia di Dio di fede in fede, come sta scritto: Il giusto vivrà mediante la fede» (Rm 1, 17).

«[21]Ora invece, indipendentemente dalla legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla legge e dai profeti; [22]giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. E non c’è distinzione: [23]tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, [24]ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù» (Rm. 3, 21-24).

La misericordia, l’amore, la bontà con cui Dio va in cerca dell’uomo peccatore e lo perdona, San Paolo la attribuisce alla giustizia di Dio, ed è un modo di parlare radicalmente lontano dal nostro. Noi siamo abituati a dire che Dio perdona perché è misericordioso, ma condanna perché è anche giusto; non prendiamolo con troppo confidenza, Dio non è solo misericordia, è anche giustizia e siccome è anche giustizia faremo poi i conti, prima o poi.

Questo non è il modo di parlare di Paolo: la giustizia di Dio per Paolo è una qualità alla quale io mi appello proprio perché peccatore, proprio perché Dio è giusto giustifica gli empi. Uno che giustifica gli empi e i peccatori non è giusto dal nostro punto di vista: un giudice che assolvesse un colpevole non sarebbe un giudice giusto. Dio invece è giusto nel momento in cui perdona i peccatori.

Perché questo modo strano di parlare? Per un motivo semplice.

Quando una cosa è giusta? Quand’è quella che deve essere. Un orologio è giusto quando segna bene il tempo, un insegnante è giusto quando insegna bene.

Dio quand’è giusto? Quando si comporta proprio da Dio.

Quando Dio si comporta da Dio? Quando crea il mondo; non c’è dubbio. Quando perdona un peccatore. Non c’è un momento in cui Dio non sia più dio di quando perdona un peccatore, perché in quel momento Dio manifesta la forza invincibile della sua misericordia, manifesta che Lui non è vinto dal male, ma è capace di vincere il male con il bene e questa è la potenza più grande di Dio, la rivelazione più incredibile di Dio: quando Dio si rivela esattamente per quello che è.

Sant’Ambrogio ha una pagina strana nel commento al capitolo 1° della Genesi: “Il primo giorno Dio ha creato la luce, e non trovo che Dio si sia riposato dopo aver creato la luce; il secondo giorno Dio ha separato le acque di sopra, dalle acque di sotto, ma non si è riposato; il terzo giorno ha separato il secco dal bagnato, ma non leggo che si sia riposato; dopo il quarto giorno non si è riposato; e così neanche il quinto giorno; il sesto giorno ha fatto l’uomo, e dopo aver creato l’uomo si è riposato. Perché? Perché – dice Sant’Ambrogio – aveva qualcuno a cui rimettere il peccato, qualcuno a cui manifestare la sua potenza divina di vincitore del male, di misericordia”.

Dio non è mai così Dio come quando perdona i peccati ! Il che si potrebbe anche intendere male pensando: “Facciamo i peccati perché Dio manifesti di essere più forte di noi”, ma questo evidentemente sarebbe stupido perché nascerebbe dal rifiuto di un rapporto autentico con Dio. Chi ha conosciuto in qualche modo l’amore di Dio, non può rifiutare il rapporto con Lui, che è esattamente il rifiuto del peccato.

Ma posto questo, è vero che il perdono dei peccati è l’azione più divina che Dio compie, è la manifestazione più grande della sua vittoria sul male, sulla nostra ingiustizia, sulla nostra miseria, sulla nostra fragilità e debolezza, su tutto quello che di male e di malizia c’è dentro alla nostra vita.

Per questo quando Dio perdona il peccato, si manifesta come Dio e quindi come giusto, ma non giusto nei confronti dell’uomo come se avesse il dovere di rimettere i peccati; Dio non ha nessun dovere di rimettere i peccati, noi non possiamo avere nessuna pretesa. Se Dio ha un dovere ce l’ha solo verso se stesso, verso le sue promesse; siccome ha promesso una cosa la fa, ma non l’ha promessa perché doveva prometterla, l’ha promessa perché nella sua bontà ha voluto entrare in questa dimensione del dono.

«[18]Qual dio è come te, che toglie l’iniquità e perdona il peccato al resto della sua eredità; che non serba per sempre l’ira, ma si compiace d’usar misericordia? [19]Egli tornerà ad aver pietà di noi, calpesterà le nostre colpe. Tu getterai in fondo al mare tutti i nostri peccati. [20]Conserverai a Giacobbe la tua fedeltà, ad Abramo la tua benevolenza, come hai giurato ai nostri padri fino dai tempi antichi» (Mi 7, 18-20).

Cos’è che rende Dio un dio incomparabile? È nel perdono dei peccati, nel togliere l’iniquità che Dio è incomparabile; gli altri dei non ci riescono. È incomparabile perché ha creato il mondo, certo, questa è un’attività tipicamente di Dio, ma Michea sottolinea “chi è come te, che togli l’iniquità, che perdoni i peccati?”, questa sembra essere la nota più originale di Dio, l’elemento più tipico di Dio.

È vero che si parla di ira:

[7.18b] … non serba per sempre l’ira, ma si compiace d’usar misericordia?

ma questa ira non mettetela in contrasto con la misericordia, anzi è una sua funzione, perché l’ira di Dio nella concezione di Michea, e della Bibbia, è la reazione di Dio come giusto di fronte all’ingiustizia; è lo sdegno.

C’è qualcuno che ha scritto che una delle colpe dell’uomo d’oggi è che non riesce più a sdegnarsi di niente. Ci sono ingiustizie che gridano vendetta, ma nessuno si sdegna, nessuno si muove, nessuno reagisce. Questa è l’ira di Dio, Dio è un Dio sano; non è un organismo ormai malato che di fronte ai virus non reagisce, questo è un organismo che sta per morire; Dio è sano e di fronte a quel virus che è l’ingiustizia reagisce; questa è la sua ira. Ma non è l’ira che vuole distruggere, è l’ira e lo sdegno che vuole salvare, che non lascia che le cose vadano in rovina, che si mette a operare; per questo l’ira dura un istante, mentre la misericordia per tutta la vita. L’ira dura finché non combatte il negativo, la misericordia dura sempre perché Dio è fatto di misericordia. Si può dire che Dio è misericordia, ma non si può dire che Dio è ira.

L’ira è un sottoprodotto ed è semplicemente la misericordia di Dio che si incontra con l’ingiustizia dell’uomo. Allora prende anche l’abito dell’ira, ma lo prende provvisoriamente, per un istante di tempo e per suscitare nell’uomo lo sdegno, perché anche l’uomo si ribelli al male e non lo accetti come qualcosa di fatale a cui adattarsi; l’uomo deve reagire e Dio reagisce, ma per un istante per cui «non serva per sempre l’ira, ma si compiace di aver misericordia».

Questo è il vangelo di Paolo, cioè la proclamazione che in Gesù Cristo Dio è venuto a togliere l’uomo dalla sua condizione di peccato nel senso non di trasgressione, ma di quella forza interiore che rende l’uomo schiavo, che gli impedisce di fare il bene, di comportarsi da figlio di Dio e di essere immagine di Dio. Infatti l’uomo, a causa di questa forza, è costretto a rimanere in una condizione deformata, di schizofrenia interiore e spirituale, per cui vede il bene e si attacca al male, per cui sa che per quella strada l’esito non può altro che essere la sua rovina e la sua morte, ma non riesce at trattenersi, non riesce a frenarsi, è come portato da una forza più grande di lui, uno spirito di fornicazione lo domina e non può fare il bene.

Oppure se volete, con le parole di Geremia:

«[23]Cambia forse un Etiope la sua pelle o un leopardo la sua picchiettatura? Allo stesso modo, potrete fare il bene anche voi abituati a fare il male?» (Ger 13, 23).

Che vuole dire che il male è per l’uomo non un vestito che si mette e si smette, ma è una pelle dalla quale l’uomo non riesce a togliersi. Il cuore dell’uomo – dice Geremia – è malato, difficilmente guaribile.

È proprio questo che il Vangelo annuncia, la guarigione del cuore dell’uomo.

Come avviene questa guarigione? Dio guarisce il cuore dell’uomo non con una magia, ma manifestando in Gesù Cristo ií suo amore; non c’è altro modo per vincere il male se non manifestando l’amore, se non rischiando l’amore. In Gesù Dio ha rischiato il gesto d’amore tanto da assumersi il peso della sofferenza e della morte, ma proprio in questo modo l’amore di Dio è diventato servo, si è rivelato come un amore che non si ritrae di fronte a nessun ostacolo e a nessun rifiuto. È un amore vittorioso, quello di Dio, proprio perché ha accettato anche la croce.

È in questo modo che Dio vuole vincere il peccato, non con una bacchetta magica che trasforma magicamente l’uomo da ingiusto a giusto, ma con la rivelazione di un amore che nel momento in cui viene accettato dall’uomo lo fa essere giusto cioè lo libera da quella solitudine, da quella paura che lo chiudevano in se stesso e gli apre una possibilità, una strada d’amore e di gratuità.

Credo che questo discorso del vangelo sia al centro della riflessione di San Paolo e sia una di quelle cose che dobbiamo continuamente rinnovare come contrizione del cuore perché il resto ne è, in qualche modo, la conseguenza. Tutto l’impegno etico nasce da questa percezione dì fede dell’amore di Dio.

* Documento rilevato come amanuense dal registratore, scritto con riferimenti biblici, ma non rivisto dall’autore.

MI SFORZO DI CORRERE PER CONQUISTARLO – 5

Diocesi Reggio Emilia
Parrocchia San Pellegrino
Esercizi Spirituali
dal 30-31 Agosto al 1-2 Settembre 1991

«Mi sforzo di correre per conquistarlo,
perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (Fil 3, 12)

Sabato, 31 Agosto 1991

Documento fornito da Copelli Marcello e ripreso da Ciani Vittorio.

Domenica, 1 Settembre 1991

Quarta Meditazione

Abbiamo ricordato il significato che la proclamazione del “vangelo” di Paolo pone al centro della sua predicazione. Abbiamo detto che il Vangelo è una forza di salvezza che opera nella profondità dell’uomo la trasformazione da una condizione di peccato ad una condizione di giustizia. Si tratta di perdono, ma in senso profondo non semplicemente il condono delle colpe, delle trasgressioni (il peccato, abbiamo detto, non sta prima di tutto nelle trasgressioni ma in un atteggiamento profondo del cuore), ma nel cambiamento di quel centro del cuore umano che è in sé malato, spiritualmente malato.

Per cui alla fine del capitolo 7° della lettera ai Romani, dopo aver descritto la condizione tragica di un uomo che non riesce a vivere secondo la libertà, che desidera fare il bene ma che non riesce poi concretamente a realizzarlo, San Paolo esce in quest’espressione:

«[24]Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?» (Rm 7, 24).

Chi mi libererà da questa condizione umana che tende irresistibilmente verso l’auto-annientamento, verso quell’egoismo che significa essenzialmente morte? Continua Paolo:

«[25]Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!» (Rm 7, 25a).

La possibilità di liberazione c’è, non certamente nell’uomo che si auto-edifica e si auto-costruisce, ma in Dio che attraverso Gesù Cristo dona all’uomo quella libertà di cui l’uomo ha assolutamente bisogno per vivere.

Con questa affermazione di fondo San Paolo si riallaccia ad una antica tradizione biblica che ha la sua origine soprattutto nei profeti.

I profeti sono sempre rimasti sorpresi di fronte alla realtà del peccato dell’uomo; sorpresi perché il peccato, dice Geremia, è stupido, è stupido abbandonare Dio per andare dietro a qualcosa di vuoto e di inutile che l’uomo sa che è così; è stupido abbandonare quel Dio che è l’unica gloria dell’uomo, cioè l’unica sorgente vera della sua dignità, per abbandonarsi a delle realtà false e menzognere che ben presto si rivelano fallaci. È stupido.

Come mai allora l’uomo non riesce a rimanere in quella via che conosce essere la via della vita?

Questo da sempre ha sorpreso i profeti e dei tentativi di spiegazione ne avevano dati. Osea, per esempio, dice che c’è uno spirito di fornicazione, non c’è niente da fare; c’è una forza interiore, c’è una malattia interiore che trascina al male.

L’uomo è inclinato al male fin dall’adolescenza, dice il libro della Genesi. Per quanto l’uomo scavi nel suo passato non riesce a trovare un momento di libertà da questa inclinazione egoistica.

I profeti avevano dovuto misurarsi con questa condizione dell’uomo e tuttavia avevano intravisto una speranza, avevano intravisto un cammino di superamento di questa infedeltà cronica che l’uomo sperimenta.

«[31]Ecco verranno giorni – dice il Signore – nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda io concluderò una alleanza nuova. [32]Non come l’alleanza che ho conclusa con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto, una alleanza che essi hanno violato, benché io fossi loro Signore. Parola del Signore. [33]Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo. [34]Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore; poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato» (Ger 31, 31-34).

Badate, non si tratta per Geremia solo di purificare il cammino normale dell’uomo.

Al monte Sinai Dio ha concluso un’alleanza con Israele in cui c’era un impegno reciproco; la formula dell’alleanza è: «Io sono il vostro Dio e voi siete il mio popolo», dove gioca sugli aggettivi possessivi «mio – vostro».

Dio non è semplicemente Dio, ma diventa Dio nostro; noi non siamo semplicemente un popolo ma siamo il popolo del Signore.

In quanto Dio è nostro Dio, Dio si assume la responsabilità della nostra difesa e protezione; in quanto siamo suo popolo noi ci assumiamo la responsabilità dell’obbedienza a Dio e della gloria di Dio. La gloria di Dio è legata, paradossalmente, alla nostra vita, alla condizione di Israele. C’è quindi un impegno reciproco.

Non si tratta semplicemente di ritornare a quest’impegno perché l’alleanza del Sinai è, secondo Geremia, spezzata irrimediabilmente, non la si può più raccogliere come i cocci di un vaso spaccato, non c’è più niente da fare bisogna istituirne un’altra, ma che sia diversa perché quella non ha funzionato. Non è che non abbia funzionato perché l’alleanza del Sinai era sbagliata; la legge che c’era al centro dell’alleanza del Sinai era perfetta, secondo Geremia, non c’è da aggiungere niente, quindi quella legge va proprio bene. L’ostacolo era nella comunicazione. Al Sinai Dio ha parlato attraverso Mosè, ed il popolo ha ascoltato la Parola di Dio, ma l’ha ascoltata come qualcosa che veniva dal di fuori, dall’esterno e sembra che ci sia stato un qualcosa che ha reso la comunicazione imperfetta, ha alterato quella comunicazione per cui Israele non è stato capace di assimilare, di fare sua la volontà di Dio.

Israele ha sempre subito la volontà di Dio come una volontà esterna, come una costrizione, come un limite, come qualcosa che impediva la sua dilatazione di esperienze; per questo non ha funzionato.

Allora bisogna fare una alleanza diversa e comunicare la legge in un modo diverso. Ma come?

«[31.33] Porrò la mia legge nel loro animo, 1a scriverò nel loro cuore».

Non più esterna quindi, che giunge solo agli orecchi, ma una legge che arriva effettivamente al cuore, che viene assimilata dall’uomo, che diventa il suo stesso desiderio e il suo stesso modo interiore. Si potrebbe quasi chiamare istinto, solo che questo termine indica qualcosa di non libero; mentre l’atteggiamento dell’uomo deve necessariamente esserlo; tuttavia è qualcosa che ha l’aspetto dell’istinto poiché è insito nell’interiorità e profondità del cuore dell’uomo.

Solo in questo modo l’alleanza nuova sarà un’alleanza eterna; eterna perché è garantita la fedeltà dell’uomo. Sulla fedeltà di Dio non ci sono problemi, è sempre stata così anche quella antica, ma era la fedeltà dell’uomo che era venuta meno e che quindi bisogna garantire. Chi garantisce la fedeltà dell’uomo? Dio. Stranamente chi garantisce la fedeltà dell’uomo è Dio. E’ Dio che pone dentro al cuore dell’uomo la sua legge, la sua volontà, la sua fedeltà e la sua giustizia in modo che l’uomo possa partecipare nell’alleanza e dire il suo sì senza riserve, con pienezza.

Questo è il discorso a cui fa riferimento Paolo quando annuncia che in Gesù Cristo Dio dona all’uomo quella capacità di risposta che dal punto di vista naturale l’uomo non possiede.

Questo è il discorso famoso di Ezechiele al capitolo 36° e che si potrebbe leggere come un commento al brano di Geremia che abbiamo letto.

Quando il Signore toglie il cuore di pietra e al suo posto mette un cuore di carne, toglie lo spirito dell’uomo che è di fornicazione e mette lo Spirito, anzi dice «Porrò il mio Spirito dentro di voi» e questo vuol dire una comunicazione di vita, vuol dire che l’istinto di Dio diventa l’istinto dell’uomo, vuol dire che quell’inclinazione all’amore che è propria di Dio, diventa inclinazione dell’uomo; che l’uomo comincia a ragionare, sentire e volere secondo il sentimento e il ragionamento della volontà di Dio. Vuol dire che l’uomo all’interno incomincia ad essere una creatura nuova. «Io faccio nuove tutte le cose» a cominciare dal cuore, vuol dire che il cuore dell’uomo comincia ad essere circonciso, non è più – dice Geremia – la carne dell’uomo che deve essere circoncisa, ma il cuore; è al cuore che bisogna togliere quella dimensione di infedeltà e di impurità che esso possiede e la circoncisione vuol dire proprio questo: togliere le impurità perché il cuore ritrovi la sua pienezza di funzionamento secondo la verità e secondo il bene.

Tutto questo dice Ezechiele, ma notate che il profeta sottolinea che il Signore farà questo non per riguardo al suo popolo:

«[22]Annunzia alla casa d’Israele: Così dice il Signore Dio: Io agisco non per riguardo a voi, gente d’Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete disonorato fra le genti presso le quali siete andati. [23]Santificherò il mio nome grande, disonorato fra le genti, profanato da voi in mezzo a loro. Allora le genti sapranno che io sono il Signore – parola del Signore Dio – quando mostrerò la mia santità in voi davanti ai loro occhi» (Ez 36, 22-23).

È un’affermazione sorprendente a prima vista, ma notevolmente importante, perché si traduce così. Se io faccio questo – dice il Signore – se Io dunque intervengo, faccio quel trapianto di cuore di cui avete bisogno per vivere bene e vi comunico il mio Spirito, non certamente per riguardo a voi, perché voi ve lo meritiate; non è per la vostra bontà o per i meriti che avete accumulato, è solo per amore del mio nome.

Dicevo prima che il Signore ha legato indissolubilmente a sé Israele, ha legato indissolubilmente a sé l’uomo – «voi siete il mio popolo» – allora in mezzo alla storia la gloria di Dio dipende da voi, siete voi che rappresentate Dio, siete voi che portate il nome di Dio, il volto e l’immagine di Dio. Se voi siete santi come è santo Dio, la vostra vita glorifica Dio. Ma se voi siete egoisti, ingiusti, rapaci e adulteri, la vostra infedeltà toglie la gloria di Dio, diventa proclamazione della falsità di Dio, diventa una profanazione del suo nome. Perché voi il nome di Dio ce l’avete sulla bocca, voi non siete semplicemente delle creature, voi siete figli di Dio e se vi comportate male il vostro disonore ricade su Dio stesso, è Dio che è disonorato.

Allora il Signore dice che interviene per amore del suo nome e vuole dire, che ormai voi siete così strettamente legati a Dio che la gloria di Dio e la vostra salvezza, sono la stessa cosa; che la gloria di Dio e la vostra santità sono la stessa cosa; che la gloria di Dio ed il vostro amore fraterno sono la stessa cosa e questo per amore di Dio, perché Dio è fatto così, Dio vi ha in qualche modo assimilato a sé.

Allora proprio perché Dio non può perdere la sua gloria, non può perdere voi, non è disposto a perdervi, non è disposto a mollare; Dio interviene e fa di voi delle creature nuove. Perché diate gloria al suo nome, perché Dio sia davvero riconosciuto come Dio, perché la sua santità si rifletta nel vostro comportamento, nella vostra vita.

Così dice Ezechiele e così dice San Paolo quando alla conclusione di un lungo ragionamento che ha fatto scrive così:

«[18]E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore» (2 Cor 3, 18).

Questa è una stupenda descrizione della vita cristiana.

Dice Paolo che quando Mosè è salito sul monte Sinai e ha visto il Signore è sceso da quel monte con la faccia raggiante, aveva visto il Signore e la bellezza del Signore si era stampata sul volto di Mosè; ma si era stampata su quel volto in modo provvisorio, era una bellezza stupenda, ma che durava poco tempo, per questo dice Paolo che Mosè ha messo un velo sulla sua faccia perché non si vedesse che quella gloria scompariva pian piano, che si perdeva con il tempo.

Quello che è capitato a Mosè capita anche a noi, anzi a noi capita in modo ancora più bello e più grande: noi non abbiamo bisogno di coprire il nostro volto perché gli altri pensino che esso sia ancora bello anche quando ha perso la sua bellezza ed il suo splendore. No! «Noi tutti…». Tutti, non c’è quindi questione di cristiani di prima o seconda categoria, tutti, «…a viso scoperto…» cioè senza bisogno di nascondere nulla, «…riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore» e vuol dire che quando uno guarda la tua faccia vede la faccia del Signore, c’è la gloria del Signore sul tuo volto; così come quando la gloria di Dio era sul volto di Gesù allo stesso modo voi siete belli della bellezza di Dio, siete dei santificati, dei giustificati, cioè quei lineamenti di Dio che erano sul volto di Gesù adesso sono scritti sul vostro volto.

Non siete il corpo di Cristo? Non appartenete a Cristo? La vostra vita non è una vita in Cristo? In Cristo vuol dire che c’è un legame così stretto tra voi e il Signore che non si possono più separare le due realtà: voi vivete per il Signore così come il Signore vive per voi, dunque quella bellezza che è la bellezza di Gesù è anche la vostra bellezza. Vostra vuol dire che la santità di Gesù vi è stata donata.

Nell’inno della lettera agli Efesini si legge:

«[4]In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità» (Ef 1, 4).

Santi e immacolati non davanti agli altri; davanti agli altri è una santità decente ma non molto, quando uno è galantuomo davanti agli altri si presenta come buono, come santo e onesto ma non è questo; quello di cui parliamo è una santità che è tale davanti a Dio, davanti a quel Dio:

«[13]Tu dagli occhi così puri che non puoi vedere il male e non puoi guardare l’iniquità» (Ab 1, 13a).

Ma possono guardare la nostra faccia perché essa ha ormai i lineamenti di questa santità stessa di Dio, quella di Gesù che diventa nostra. Allora noi riflettendo la gloria del Signore «veniamo trasformati in quella medesima immagine» cioè la nostra è una trasformazione progressiva, veniamo assimilati. La vita del cristiano diventa sempre più simile alla vita di Gesù, diventa sempre più portatrice della bellezza di Dio, della santità, dell’amore di Dio.

Come avviene questa misteriosa trasformazione? È forse magica? Avviene per un tocco di bacchetta, con la magia del Battesimo? No! «…di gloria in gloria secondo l’azione dello Spirito del Signore…» quindi avviene nel Battesimo, ma non in modo magico; avviene per l’azione dello Spirito del Signore.

All’origine ci sta la rivelazione dell’amore di Dio; in Gesù, Dio ha proclamato il suo amore verso di noi. Nel momento in cui noi accettiamo l’amore di Dio, questo si chiama fede; nel momento in cui ci lasciamo amare da Dio, questo si chiama fede; nel momento in cui accettiamo Gesù come dono del Padre verso di noi, il dono che Dio ci ha fatto di se stesso, questo si chiama fede! La fede è un atteggiamento fondamentalmente ricettivo; l’uomo di fede è l’uomo che riceve da Dio, che si lascia amare da Dio, che si lascia perdonare, guarire, cercare, correggere, cioè lascia che la sua vita sia prima di tutto un’accoglienza di quell’Altro che è Dio stesso, attraverso Gesù Cristo. Accogliendo Gesù accolgo l’amore di Dio, la giustificazione di Dio.

Nel momento in cui mi lascio amare avviene la trasformazione del mio cuore. È lo Spirito di Cristo che dentro al mio cuore plasma sentimenti e pensieri perché siano conformi a quel Dio che mi ama.

Questo corrisponde per certi aspetti all’esperienza interpersonale. Quando io accetto l’amicizia di qualcuno, quell’amicizia in qualche modo mi rinnova. Quando accetto l’amore, l’amore esclusivo di un’altra persona, e lo accolgo davvero con sincerità esso non lascia inalterata la mia vita, il mio cuore, ma lo rende un cuore amante; un cuore quando è amato, e accetta di essere amato, è costretto a rispondere con amore; cambia lui. L’amore con cui gli altri mi amano mi cambia; sempre che io lo accetti.

Posso anche rifiutare l’amore, ma allora questo mi indurisce ancora di più. Na quando accolgo l’amore degli altri e lo accolgo sinceramente, questo pian piano pone nel mio cuore dei sentimenti di bontà, di fraternità e di comunione. Quando accolgo l’amore di Dio, che è in Gesù Cristo, questo plasma nel mio cuore dei sentimenti di novità, grandi quanto è grande l’amore con cui Dio ama e che io lascio passare dentro alla mia vita attraverso l’atto della fede.

Per cui con lo Spirito del Signore, e attraverso esso, avviene quella trasformazione di gloria in gloria che ci rende simili a Gesù secondo l’azione dello Spirito o se volete secondo l’azione dell’amore di Dio che viene riversato dentro ai nostri cuori.

Si capisce allora in che cosa consiste la vita cristiana secondo Paolo. All’inizio della vita cristiana da parte di Dio c’è l’amore, c’è Dio che ci ama in Gesù Cristo. Il primo atteggiamento nostro si chiama fede, cioè 1’accoglienza dell’amore di Dio, il lasciarci amare da Dio, sapendo bene che questo lasciarci amare non è innocuo, non ci lascia quello che eravamo prima, perché l’amore di Dio è un amore creativo, è un amore che cambia il mondo e che cambia i nostri cuori; nel momento in cui, con la fede, mi spalanco davanti a Dio, l’amore di Dio incomincia un’opera di trasfigurazione, un’opera per cui di gloria in gloria mi rende immagine della sua bellezza o se volete della sua santità.

Tutta la vita cristiana è questo cammino infinito alla cui origine sta sempre la fede, sempre il ricevere. Un ricevere che si apre all’infinito perché fino a che ci sarà qualche cosa da migliorare nella somiglianza con Dio ci sarà sempre dello spazio per la fede, per una fede che si lascia prendere, si lascia rinnovare, che desidera, che accoglie con gioia il dono del Signore.

Nasce quindi una trasfigurazione interiore, la somiglianza con Cristo non esterna (per esempio nel mestiere), ci sta dentro anche questa come possibilità, ma questo è solo il supporto, l’essenziale non è quello di una imitazione esterna di Gesù, è quella di vivere secondo il suo stile, secondo la sua anima, del ragionare secondo la sua logica.

Poi ciascuno è fatto a modo suo perché il materiale che ciascuno di noi ha da trasfigurare in Cristo è diverso. Io ho un codice genetico diverso dal vostro, e ciascuno di noi ha un’educazione o una esperienza diversa una dall’altra, questo è il materiale con cui costruiamo la nostra vita. Ma una cosa è il materiale che è diverso uno dall’altro, e un’altra cosa è lo stile cristiano, questo è il medesimo stile che opera in modi diversi secondo le diversità delle persone, in modo che la santità sia originale, non sia mai una copiatura; non si tratta di copiare, si tratta di creare. La vita cristiana vuole essere originale e diventa effettivamente cristiana solo quando è originale, quando non è una copiatura esterna di modi che ci vengono dati; deve nascere dallo spirito, però dallo Spirito di Cristo quindi non è uno spirito che produce qualunque cosa, è uno Spirito che produce unicamente amore, fedeltà, bontà, pazienza, gioia: produce sempre queste cose, ma in ciascuno in modo diverso.

Se volete potete leggere tutto il capitolo 8° della lettera ai Romani e ritrovate una descrizione ricchissima della vita cristiana come vita animata dallo Spirito del Signore.

«[1]Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù. [2]Poiché la legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte» (Rm 8, 1-2).

C’è una legge del peccato e della morte, di cui parlavamo nella meditazione precedente con il capitolo 7°, ma c’è una legge diversa, la legge dello Spirito che da vita in Gesù Cristo, che genera un’esistenza nuova in Gesù. Il capitolo continua descrivendo la vita del cristiano come quella che è guidata non più dalla carne, ma dallo Spirito. Lo Spirito di cui si parla non è l’anima, ma è il “genio” di Cristo, è l’originalità interiore di Cristo, è quel modo di pensare che era tipico suo, è la sua fisionomia interiore che comunicata a noi produce un’esistenza cristiana.

Avviene poi che il dono dello Spirito Santo non renda semplicemente l’uomo passivo, ma lo renda profondamente attivo. È vero che all’inizio è un ricevere, ma il ricevere mette in movimento tutte le nostre facoltà: intelligenza, memoria, affetto, abilità pratica, cioè tutto quello che noi siamo viene coinvolto nella nostra esperienza di comunione con il Signore, per costruire l’edificio dell’esistenza cristiana, per costruire un’esistenza che sia creativa e fedele nello stesso tempo; fedele a Gesù Cristo, ma creativa perché ciascuno secondo la sua vocazione, secondo i suoi doni.

Che la vita cristiana sia una vita profondamente attiva e anche una vita di lotta (non è che il cambiamento sia innocuo, facile e immediato, ma è progressivo, avviene superando degli ostacoli ecc.) lo spiega Paolo nella lettera ai Galati:

«[13]Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. [14]Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. [15]Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri! [16]Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; [17]la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. [18]Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge. [19]Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, [20]idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, [21]invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio. [22]Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; [23]contro queste cose non c’è legge» (Gal. 5, 13-23).

«Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà». “Libertà” è una parola chiave della lettera ai Galati; secondo Paolo la vocazione fondamentale dei cristiani si chiama libertà:

«[1]Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù» (Gal 5, 1).

Siete liberi, l’amore di Dio vuole un popolo libero, un popolo di schiavi non dà una gran gloria a Dio. Se Dio avesse un popolo di robot che agisca secondo il programma che Lui ha messo in loro non sarebbe una gran gloria per Dio; non manifesterebbe molto. Manifesterebbe che è intelligente nel fare un buon programma, ma non manifesterebbe un Dio come concetto di amore, come degno di essere amato, stimato e riconosciuto.

Dio vuole della gente che obbedisca a Lui ma liberamente perché è convinta che la volontà di Dio è giusta, è degna di essere fatta, è sorgente di vita, ed è questo che da gloria a Dio. Chi da gloria a Dio è uno che è disposto a giocare la sua vita su Dio perché gli vuole così bene che è convinto che ne valga la pena.

Vale la pena morire per Dio.

Se ne vale la pena allora vuol dire che davvero Dio è santo, è ricco di valore e di verità.

Per questo Dio vuole la libertà, al di fuori della libertà non esiste vita cristiana. In fondo il cammino della vita spirituale è il passaggio verso gradi di libertà sempre più elevati.

Quando San Giovanni della Croce descrive l’arrivo sul monte Carmelo, descrive la vita cristiana come una salita faticosa nella quale bisogna rinunciare a tutto – secondo lui – alla fama, alla gloria, al dolore, alla ricchezza…, a tutto; ed è un sentiero stretto, duro, faticoso, ma quando arriva in cima al monte Carmelo il sentiero finisce. Spiega San Giovanni che finisce perché la legge qui non c’è più; qui il giusto è diventato legge a se stesso, non ha più bisogno che qualcuno gli dica “devi fare questo” perché è diventato lui la volontà di Dio, la legge divina. La legge di Dio è quella che viene fuori dal suo cuore; ha un cuore così pulito, sano, integro che non desidera altro che quello che Dio vuole; è veramente arrivato alla perfetta libertà, ha fatto una fatica tremenda per arrivare, ha dovuto accettare sacrifici, ma è proprio arrivato alla libertà ed è lì che doveva arrivare. Il cammino di avvicinamento è esattamente una crescita progressiva.

«Vivere secondo la carne» si traduce pari e pari a egoisticamente, secondo un’inclinazione egoista.

Nella concezione cristiana, anche se sembra paradossale, la libertà è la libertà di servire. Quando uno impara a servire non dall’esterno perché costretto, ma dall’interno, perché desidera donare, allora è effettivamente libero. Quindi la libertà non diventi un pretesto per essere egoisti perché questa è falsa libertà. Ma «siate al servizio gli uni degli altri»

«[14]Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. [15]Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri! [16]Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne» (Gal 5, 14-16).

C’è anche un po’ di sarcasmo in Paolo in questo suo modo di parlare ai cristiani invitandoli a non distruggersi del tutto.

Spirito con la “S” maiuscola; carne nel senso non del corpo, ma della natura umana debole ed inclinata all’egoismo. Della natura umana che fa le cose per paura, difendendosi e quindi ponendosi di fronte agli altri in un atteggiamento di rifiuto o di aggressività. Questa è la carne.

Per cui bisogna che ci sia una scelta di campo e che sia lo Spirito a guidare le scelte del cristiano e non la carne che è contraria allo Spirito.

«[17]la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. [18]Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge» (Gal 5, 17-18).

Nel capitolo 7° della lettera ai Romani si parlava della schizofrenia spirituale: l’uomo vive al suo interno una lacerazione per cui desidera una cosa, ma ne fa un’altra, desidera il bene e fa il male. Quindi l’uomo lotta ma è una lotta senza speranza; l’uomo con le sue forze non riesce a tirarsi fuori da quella condizione di egoismo in cui si trova. Sarebbe paradossale che l’uomo potesse fare da solo; paradossale perché se per ipotesi lo facesse da solo si sentirebbe bravo e quindi cadrebbe dentro al cerchio del suo egoismo e del suo orgoglio. È solo nelle favole che una persona riesce a tirarsi su per i capelli; nella realtà la liberazione è un dono che l’uomo riceve.

«[19]Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, [20]idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, [21]invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio» (Gal 5, 19-21).

Tre parole che riguardano la vita sessuale, sono gli elementi che appaiono subito a prima vista, quelli immediati.

Ci sono poi due parole – idolatria e stregoneria – che riguardano la vita religiosa, la deformazione della vita religiosa: sono quegli atteggiamenti con cui l’uomo pensa di impossessarsi delle forze soprannaturali per il suo bene o per il male degli altri; ad esempio la fattura e cose simili sono l’illusione per l’uomo di possedere forze soprannaturali. Sono questi riti un atteggiamento diffuso al tempo di Paolo, ma che, guarda caso, tornano ad esserci oggi con stregonerie, maghi, magie, formule strane che secondo gli autori sono capaci di trasformare il mondo. Questo succedeva pari pari al tempo di Paolo. Con la deformazione della vita religiosa l’uomo abbandona il Dio vivo e vero e viene a cadere in balia di idoli stupidi.

Poi ci sono una serie di parole, sono 7, che riguardano la deformazione della vita sociale: inimicizie, discordie…

Tutte queste sono le mancanze di carità. La deformazione del rapporto con gli altri che anziché essere un rapporto d’amore diventa un rapporto di sfruttamento, di odio, di contrapposizione ecc.

Poi ci sono due parole – ubriachezze e orge – che fanno riferimento alla perdita di equilibrio dell’uomo: l’uomo che non è più capace di usare delle cose al suo servizio ma che si getta via, si perde nelle cose; invece di essere il padrone delle cose ne diventa in qualche modo lo schiavo, ha perso l’autocontrollo, ha perso il senso della sua dignità, del suo valore.

Questi sono i frutti della carne.

«[22]Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; [23]contro queste cose non c’è legge» (Gal. 5, 22-23).

Il frutto dello Spirito. Notate che Paolo prima ha parlato delle opere al plurale, adesso parla del frutto al singolare e penso che voglia dire, tra le tante cose, che mentre la carne tende alla divisione (l’egoismo tende a dividere e a contrapporre), lo Spirito tende ad unificare, tende alla comunione, tende a mettere insieme, tende alla fraternità.

Ci sono 9 parole che esprimono l’atteggiamento interiore dello Spirito, che si esprime in comportamenti concreti. Queste parole fanno riferimento a delle esperienze anche esterne. L’amore opera anche concretamente, esternamente così come la gioia, così come la pace, la pazienza e la benevolenza… Queste sono tutte cose concrete e visibili ma non sono altro che il frutto esterno della presenza dello Spirito, dello Spirito nel cuore dell’uomo. Sono quello stile secondo cui il cristiano costruisce la sua esistenza.

Parlavo prima dei materiali diversi. Se uno fa il prete, o se uno fa l’insegnante, o fa il medico, o fa il ragioniere, il materiale con cui ha a che fare è diverso. Il materiale concreto di ognuno è diverso ma lo Spirito è lo stesso.

Amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza… questi devono essere lo stile di qualunque tipo di esistenza cristiana. Tu gestisci la tua vita, ma secondo questo stile. Gestisci la tua vita vuol dire che devi prenderla così com’è. A me piacerebbe avere un carattere diverso in alcune cose, ma non mi interessa, non mi dovrebbe interessare. Il materiale che io ho da gestire è il mio carattere. È con il mio carattere che io debbo fare la mia vita, con quello lì. Non conta che sia il più bello, il migliore, il più lodevole, quello che corrisponde ai miei sogni ecc. È quello lì il materiale; non conta il materiale. Quello che conta è quello stile con cui il materiale viene trasfigurato e diventa portatore dello Spirito del Signore. Diventa quindi un’immagine la più gloriosa possibile, la più bella possibile, di quella bellezza che è propria di Dio o che, se volete, è propria di Dio in Gesù Cristo.

Questa mattina parlavamo del Vangelo come annuncio della grazia di Dio che rinnova l’uomo peccatore. Bene, questo rinnovamento, questa trasformazione dell’uomo peccatore è effetto dello Spirito, è frutto dello Spirito e produce nel cristiano questa somiglianza non tanto esterna quanto interiore con Gesù, che si manifesta anche in gesti concreti, ma sempre secondo quello stile che Paolo ha descritto nella lettera ai Galati.

* Documento rilevato come amanuense dal registratore, scritto in uno stile parlato e con riferimenti biblici, ma non rivisto dall’autore.

MI SFORZO DI CORRERE PER CONQUISTARLO – 4

Parrocchia San Pellegrino
Esercizi Spirituali
dal 30-31 Agosto al 1-2 Settembre 1991

Mi sforzo di correre per conquistarlo,
perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (Fil 3, 12)

Sabato, 31 Agosto 1991

Liturgia, Letture: 1 Ts 4, 9-11; Mt 25, 14-30.

Omelia Santa Messa

Tutto il dramma di questa parabola si gioca sul significato del donare, ricevere, restituire o possedere.

Partiamo dalla seconda scena: ci sono persone che hanno una certa ricchezza in talenti (5 talenti, 2 talenti, 1 talento solo) e possiamo intenderli quello che vogliamo; il Vangelo non dice né che questi siano semplicemente i doni dello Spirito Santo, né che siano le doti naturali… niente. Sono certamente un patrimonio.

Ma deve essere valutato questo patrimonio e quindi come deve essere gestito? Per capire bene che cosa è questo patrimonio bisogna ricordare la prima scena:

«[14]Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. [15]A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì» (Mt 25, 14-15).

“Partì”, vuole dire che questo uomo non è presente sulla scena concreta. Là dove si gestiscono i talenti il padrone dei talenti non c’è; ci sono semplicemente dei servi che possono fare dei talenti proprio quello che vogliono perché il padrone è lontano, è partito per un viaggio. Ma la prima scena ci sottolinea che i talenti sono DONO del padrone, è lui che li ha messi nelle mani dei servi, non sono il frutto dell’impegno dei servi, non è che hanno lavorato tanto per riuscire a possedere quei 5 o 2 o 1 talento. No! Li hanno ricevuti proprio gratis senza nessun loro impegno, senza nessun loro merito; li hanno ricevuti sulla fiducia; è il padrone che, convinto che sappiano arrangiarsi nel gestire i suoi beni, li ha messi nelle loro mani.

Questa prima scena è evidentemente fondamentale per capire la vita. Nella vita si parte sempre con dei talenti che si sono ricevuti in dono; se non altro l’esistenza stessa, la nostra biologia, la cultura che i genitori ci hanno trasmesso, il saper camminare, il saper scrivere ecc. Tutte queste cose le abbiamo ricevute gratis, partiamo con un patrimonio gratuito.

Questo chiaramente vale infinitamente di più per quanto riguarda la vita dello spirito. Tutto quello che dal punto di vista del rapporto con Dio possiamo avere è puro DONO del Signore; però dono messo nelle nostre mani di cui possiamo fare quello che vogliamo.

Possiamo fare quello che vogliamo per modo di dire. Nella seconda scena il padrone non c’è, ma nella terza scena c’è ancora; è lontano per un viaggio, adesso, ma torna, e torna per fare i conti.

Come fa i conti il padrone? In un modo semplicissimo: tratta ciascuno secondo il modo in cui lui vuole essere trattato.

Prendete i due servi che hanno ricevuto 5 e 2 talenti; hanno ricevuto e che cosa hanno fatto? DONANO. Il primo aveva ricevuto 5 talenti e ne restituisce 10; fa un bellissimo regalo al suo padrone. Quindi ha fatto della sua vita un dono, ha speso il suo tempo, le sue energie, e il frutto lo regala al padrone. Dona.

Il padrone allora gli aumenta infinitamente il dono “Entra nella gioia del tuo padrone”.

In altri termini: la vita di queste due persone si gioca nel dinamismo del dono: hanno ricevuto gratis…, donano gratis…, ricevono all’infinito gratis. Tutto si gioca in questa atmosfera del dono e vengono trattati come hanno scelto di essere trattati. Hanno scelto come legge della loro esistenza il donare, bene il padrone dona a loro; e siccome il padrone pare che sia infinitamente ricco, il dono che da a loro è infinitamente grande, non è misurato.

Il Vangelo non dice che regala a loro 27 talenti, per esempio, ma gli dice: “Entra nella gioia del tuo padrone”, quindi vuole dire proprio tutto, tutto. Quello che è la vita, la gioia, la ricchezza, la consolazione del padrone diventa dei primi due servi, quindi un dono infinitamente grande.

Il terzo servo invece ha ragionato diversamente. Ha detto:

«[24]Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso» (Mt 25, 24).

Questo non è vero perché in realtà il padrone aveva seminato e sparso, infatti aveva distribuito i talenti. Comunque il servo considera il suo padrone come un padrone duro, un padrone che non dona niente e siccome il padrone non dona niente, non dona niente lui; e siccome lui non dona niente il padrone non gli dona niente, anzi alla fine gli porta via il solo talento che aveva. Non ha voluto la legge del dono, ha voluto solo la legge dell’affermazione di sé, che stia con quello che ha, cioè con niente. Non aveva niente il servo e l’unico talento che aveva gli era stato regalato, gli era stato donato. Ha scelto la legge del non-dono e viene trattato come ha voluto. Ha pensato che il padrone fosse duro… e il padrone è di fatto duro. Ha pensato che il padrone miete dove non ha seminato… e il padrone gli porta via quello che gli aveva donato. Quindi viene trattato con la sua moneta, con il modo in cui ha scelto dì comportarsi.

Traduciamo:

Noi siamo nella seconda scena; la nostra vita è la seconda scena della parabola, quella in cui il padrone è lontano.

Avete tutti una ricchezza di qualità, di doni (dal punto di vista fisico, intellettuale, psichico, emotivo, spirituale, ecc.). Bene. Arrangiatevi! Fate quello che vi pare; però ricordatevi che alla fine venite trattati secondo il criterio che avete scelto di usare.

Se scegliete il criterio del dono… alla fine Dio userà il criterio del dono con voi. Se scegliete il criterio della gratuita… Dio userà la gratuità verso di voi.

Ma se scegliete il criterio della stretta giustizia… Dio vi tratterà secondo stretta giustizia e se scegliete il criterio della rapina… Dio vi rapinerà.

Cioè userà quel criterio che usate voi, tenendo però presente che Lui per primo ha usato con voi il criterio del DONO. Prima che dobbiate scegliere ricordatevi che Dio nei vostri confronti ha scelto la via del dono. Quindi non cambiate strada!! State nella linea che il Signore ha scelto nel rapporto con voi, e se state in questa linea il Signore la confermerà, la porterà fino alla generosità infinita.

Ma che cosa vuole dire trasformare la propria vita in dono? Che cosa vuole dire scegliere la logica del dono?

Quello che abbiamo ascoltato nella prima lettura:

«[9]Riguardo all’amore fraterno, non avete bisogno che ve ne scriva; voi stessi infatti avete imparato da Dio ad amarvi gli uni gli altri» (1 Ts 4, 9).

È questa una affermazione stupenda!! Avete imparato da Dio ad amarvi gli uni gli altri. L’amore non lo avete inventato e non lo avete nemmeno imparato dagli altri. Lo avete imparato da Dio. Per noi ha donato la sua vita, per noi. Quindi abbiamo imparato che Dio è Amore e in questo abbiamo imparato ad amarci gli uni gli altri. In fondo la fede non ci insegna altro; il contenuto della fede è il grande insegnamento che Dio ci da sull’Amore.

Voi avete imparato, non siete quindi nelle tenebre, nell’incertezza, sapete che Dio vi ha amato e che quindi questo è il senso della vostra vita, e – continua San Paolo –

«[10]e questo voi fate verso tutti i fratelli dell’intera Macedonia. Ma vi esortiamo, fratelli, a farlo ancora di più [11]e a farvi un punto di onore: vivere in pace, attendere alle cose vostre e lavorare con le vostre mani, come vi abbiamo ordinato, [12]al fine di condurre una vita decorosa di fronte agli estranei e di non aver bisogno di nessuno» (1 Ts 4, 10-12).

Non accontentatevi fratelli di quell’amore che vivete nel rapporto con gli altri: di quella sincerità, generosità, pazienza che adesso avete raggiunto. Dal punto dove siamo – insegna San Paolo nella lettera ai Filippesi – andiamo ancora avanti sempre per quella medesima linea, sempre nella linea dell’amore e della carità. C’è ancora da camminare, c’è ancora da correre, c’è ancora da crescere!

Tutto quello che avete come dono lo dovete mettere in gioco, nella partita della vita, nella partita della carità e dell’amore.

L’esortazione di San Paolo è molto sobria; non chiede delle cose strampalate, delle cose enormi, eroiche da perdere la propria vita. No! Chiede delle cose quotidiane e tranquille: vivere in pace, lavorare con le proprie mani in modo da non dare scandalo a nessuno e di non avere bisogno di nessuno. Naturalmente si intende questo in senso negativo perché abbiamo tutti bisogno gli uni degli altri, ma c’è un fare portare i pesi della propria vita agli altri che è l’atteggiamento dello scarica barile; c’è qualcuno che ha imparato che se uno lavora per due lui può anche non fare niente ed è questo che Paolo vuole escludere.

Quindi una esortazione molto concreta, ma bisogna partire da qui, senza fare dei sogni astronomici, ma sul quotidiano con quella pace e affabilità che può davvero aiutarci a costruire un tessuto fraterno più solido e anche un tessuto sociale più autentico e più vero.

Facendo questo uno gestisce bene i suoi talenti, ha fatto dei suoi talenti un dono: li ha ricevuti in dono, li spende in dono, riceverà in dono la vita eterna “entra nella gioia del tuo Signore”.

Lo chiediamo proprio al Signore che ci faccia gustare questo desiderio della comunione con Lui e che ci tolga quei blocchi di paura che ci rendono egoisti, che ci danno l’ansia di perdere qualche cosa di noi stessi e della nostra vita; e che ci dia invece la gioia di arricchirci gli uni gli altri con i doni che Lui stesso ci ha donato per primo.

MI SFORZO DI CORRERE PER CONQUISTARLO – 3

Parrocchia San Pellegrino
Esercizi Spirituali
dal 30-31 Agosto al 1-2 Settembre 1991

Mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (Fil 3, 12)

31 Agosto 1991

Prima Meditazione

Abbiamo visto l’affermazione del Prologo del Vangelo di San Giovanni secondo cui il Verbo fatto carne è pieno di grazia e di verità.

Di per sé il significato sarebbe che il Verbo è pieno di quel dono che è la rivelazione di Dio. Il Dio della Bibbia è fondamentalmente un Dio che si rivela: si è rivelato in alcune opere di salvezza (come la liberazione dall’Egitto); si è rivelato in una serie di parole (come gli oracoli profetici); ma il culmine della rivelazione è una persona.

Al di là dei gesti e delle parole il culmine è la persona stessa del Verbo. Gesù rivela Dio non solo perché dice delle parole giuste su Dio, e neanche perché compie delle opere che rivelano la potenza di Dio (come i miracoli) ma la sua stessa esistenza, la sua presenza in mezzo agli uomini, la sua vita e la sua morte portano la gloria di Dio in sé, portano la bellezza e la rivelazione di Dio in sé.

Si tratta quindi di conoscere questo Signore.

Lo conosciamo dal punto di vista esterno (attraverso la conoscenza delle sue parole e dei suoi gesti), lo conosciamo meglio attraverso un rapporto di simpatia, poi attraverso quell’atto di fede con cui lo riconosciamo come Figlio di Dio.

Ma nemmeno questo basta, c’è un passo ulteriore da fare; San Paolo dice:

«[10]E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, [11]con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti» (Fil 3, 10-11).

Tradotto questo vuole dire che la conoscenza della fede deve diventare, se vuole essere seria, imitazione nella vita, sequela nella vita. La fede comporta una esperienza di condivisione del cammino stesso del Signore, sofferenza e morte comprese. Certamente non per il gusto della sofferenza e della morte, il gusto è la Risurrezione, ma il cammino verso la Risurrezione passa necessariamente anche attraverso l’esperienza dolorosa delle sofferenze e del fallimento. Esperienze che Paolo ha fatto abbastanza frequentemente.

Noi facilmente abbiamo di Paolo l’immagine (tramandataci da Luca) di un apostolo che ha predicato in tutto il bacino del Mediterraneo, fondando delle comunità cristiane, ottenendo dei successi e dei riconoscimenti per cui la comunità cristiana primitiva è fondamentalmente paolina: negli Atti degli Apostoli dal cap. 13° e soprattutto dal 16° in poi, Paolo è dominante e si pub dire che la storia della Chiesa si identifica con la predicazione paolina.

Questa è un’immagine giusta ma parziale: Paolo è sì il grande predicatore ma Paolo è anche, e forse soprattutto, l’apostolo sofferente. Paolo è quell’apostolo che porta nella sua carne la morte di Cristo, la sofferenza stessa di Cristo e che spera, con questa sofferenza, di giungere e di produrre la vita nei cristiani ai quali annuncia il Vangelo.

Nella seconda lettera ai Corinzi, Paolo scrive:

«[8]Non vogliamo infatti che ignoriate, fratelli, come la tribolazione che ci è capitata in Asia ci ha colpiti oltre misura, al di là delle nostre forze, sì da dubitare anche della vita. [9]Abbiamo addirittura ricevuto su di noi la sentenza di morte per imparare a non riporre fiducia in noi stessi, ma nel Dio che risuscita i morti. [10]Da quella morte però egli ci ha liberato e ci libererà, per la speranza che abbiamo riposto in lui, che ci libererà ancora» (2 Cor 1, 8-10).

Paolo ha ricevuto una condanna a morte o una situazione dalla quale ormai gli pareva impossibile scappare e questa situazione per lui non è casuale, ma rientra nel progetto di Dio su di lui, e nei versetti precedenti Paolo lo ha detto esplicitamente, perché dice che Dio lo ha consolato:

«[3]Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, [4]il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio» (2 Cor 1, 3-4).

Quindi il dramma di afflizione e consolazione di cui è fatta la vita di Paolo, e di cui è fatta la vita di ogni uomo, non è casuale ma fa parte del suo modo di essere apostolo.

Paolo è apostolo con le parole che dice? Senza dubbio. Ma Paolo è apostolo con le sofferenze che sopporta; non sono una appendice: sono il segno della serietà, il segno che Paolo il Vangelo lo prende davvero sul serio e lo paga con la sua esistenza; sono il segno che il Vangelo ha messo l’impronta del Cristo sofferente nella vita di Paolo. In fondo il Vangelo è l’annuncio di salvezza nella croce di Cristo, portare dunque le stigmate della croce, le stigmate del crocifisso vuole dire avere in sé, nella propria carne, il segno del Vangelo.

Per avere un’idea della vita interiore di Paolo bisogna leggere la seconda lettera ai Corinzi in cui egli mette anudo la coscienza che ha di se stesso e la mette a nudo perché è contestato, perché nella comunità di Corinto sono venuti alcuni, che Paolo chiama superapostoli, i quali dicono che Paolo è un apostolo di seconda categoria e i veri Apostoli sono i 12, quelli che abitano a Gerusalemme, mentre lui è venuto dopo, è uno che ha perseguitato la Chiesa e non c’è da fidarsi di lui, delle sue parole.

Di fronte a questo, Paolo reagisce con durezza perché è convinto che il Vangelo che predica non sia stato inventato da lui ma di averlo ricevuto da Cristo; non pub lasciare che il Vangelo di Cristo sia deformato, che qualcuno introduca delle alterazioni in quello che è il cuore della salvezza così come gli è stata rivelata.

Allora deve difendere il suo apostolato, non la sua persona. E come lo difende?:

«Però in quello in cui qualcuno osa vantarsi, lo dico da stolto, oso vantarmi anch’io. [22]Sono Ebrei? Anch’io! Sono Israeliti? Anch’io! Sono stirpe di Abramo? Anch’io! [23]Sono ministri di Cristo? Sto per dire una pazzia, io lo sono più di loro: molto di più nelle fatiche, molto di più nelle prigionie, infinitamente di più nelle percosse, spesso in pericolo di morte. [24]Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i trentanove colpi; [25]tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. [26]Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; [27]fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. [28]E oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese. [29]Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non ne frema?» (2 Cor 11, 21b-29).

Paolo fa l’elenco dei suoi patimenti. Perché? Perché sono il segno che è un apostolo autentico; dirà nella lettera ai Galati che nessuno gli dia fastidio perché lui porta le stigmate di Cristo nella sua carne; le stigmate sono le sue sofferenze, sono quello che lui ha patito per il Signore e che quindi non vengano altri a contestare il suo apostolato perché è “firmato” dalla croce del Signore.

Sempre nella seconda lettera ai Corinzi Paolo scrive:

«[10]portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. [11]Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale. [12]Di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita» (2 Cor 4, 10-12).

In noi opera la morte in quanto apostoli, ma in voi la vita proprio come effetto del nostro apostolato. In questo modo vi annunciamo il Vangelo e il Vangelo produce la vita in voi; ci costa la morte ma non interessa; importante è che produca la vita.

Questo modo di ragionare di Paolo dice che cosa intende quando parla di conoscere Gesù Cristo: di una conoscenza che giunge alla partecipazione della croce del Signore, delle sue sofferenze e della sua Risurrezione. Non è che a Paolo interessi la sofferenza in quanto tale, quello che a Paolo interessa è la vita; la vita dei cristiani ai quali annuncia il Vangelo, e la sua stessa vita. Ma proprio perché la vita richiede questo, è disposto a donarla:

«Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12, 24).

La legge evangelica della vita è questa e Paolo seguendo Gesù Cristo ha vissuto questa medesima esperienza.

Continuiamo la lettura della lettera ai Filippesi che fa da traccia ai nostri esercizi:

«[12]Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo. [13]Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, [14]corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù» (Fil 3, 12-14).

Paolo dunque presenta la sua vita come una corsa. In questa corsa Paolo è stato raggiunto da Cristo. Cristo gli è corso dietro e sulla via di Damasco ha raggiunto il suo traguardo: Paolo.

A quel punto la corsa si inverte. È Paolo che comincia a correre e deve correre dietro a Gesù Cristo per raggiungerlo, e tutta la vita, tutto l’apostolato di Paolo è un raggiungere Cristo perché Cristo ha raggiunto Paolo; è un camminare verso di Lui.

Al termine della vita c’è esattamente questo e per Paolo l’atteggiamento corretto della sua vita, e della vita del cristiano che presenta ai Filippesi, è proprio questo: la consapevolezza di non essere ancora arrivato.

Il pensare di essere arrivati sarebbe arroganza o presunzione e toglierebbe l’impegno del cammino. Invece la vita del cristiano è un pellegrinaggio e rimane un pellegrinaggio. La struttura del nomadismo aveva segnato tutta la vita di Israele e rimane; anche se dal punto di vista sociologico il nomadismo è superato da millenni, ma dal punto di vista della esperienza quel nomadismo rimane impresso dentro la sua concezione di vita. Per cui vivere vuol dire camminare verso… camminare verso la terra promessa; e anche quando Israele e in Palestina non è ancora arrivato, per cui la lettera agli Ebrei dirà che i patriarchi hanno solo visto e salutato di lontano la terra promessa. L’hanno vista quindi ne hanno sentito tutta la gioia e il desiderio, ma l’hanno solo salutata da lontano, non l’hanno raggiunta. Ma proprio perché l’hanno vista non c’è nessuna disperazione nel loro cammino: se anche devono camminare tutta la vita senza arrivare alla mèta questo non vuole dire disperarsi, avvilirsi; la mèta è là, ed è esattamente per loro.

Paolo ha davanti a sé Gesù Cristo, camminerà tutta la vita per raggiungerlo, ma non si lascerà avvilire da fallimenti, insuccessi, abbattimenti anche psicologici… la mèta è ancora lì, come quella che determina la corsa di Paolo.

Questa immagine della corsa domina, i primi versetti del cap. 12° della Lettera agli Ebrei:

«[1]Anche noi dunque, circondati da un così gran nugolo di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, [2]tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia, e si è assiso alla destra del trono di Dio. [3]Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. [4]Non avete ancora resistito fino al sangue nella vostra lotta contro il peccato» (Eb 12, 1-4).

La lettera agli Ebrei – dicono – è un’ omelia rivolta a una comunità cristiana in crisi, che sente la fatica della perseveranza e quindi la tentazione di tornare indietro, di mollare l’impegno del cristianesimo, della fedeltà cristiana.

A questa comunità in crisi la lettera agli Ebrei nel cap. 11°, ha fatto una lunga storia che è la storia della salvezza presentata come una galleria di immagini di esistenza di fede; è una specie di storia della fede che incomincia dal giusto Abele e che attraversa i patriarchi e tutti gli uomini che hanno dato un esempio di fede.

E in che cosa consiste la fede? Per la lettera agli Ebrei fondamentalmente si identifica con la speranza, con la capacità di vedere l’invisibile e di camminare verso l’invisibile senza lasciarsi abbattere dagli ostacoli; la fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono. Allora tutte queste persone hanno camminato alla ricerca di cose che non possedevano, hanno fatto della loro vita un itinerario di speranza e sono arrivati al traguardo.

Ora – dice la lettera agli Ebrei – tocca a noi correre, siamo noi nello stadio a dover fare il nostro percorso, la nostra parte di staffetta; ci hanno trasmesso il testimone e ora corriamo noi mentre loro sono là a fare come il tifo per noi, a tenere la nostra parte con il desiderio che anche noi possiamo arrivare alla meta come sono arrivati loro:

«[1]Anche noi dunque, circondati da un così gran nugolo di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti» (Eb 12, 1).

In questa corsa, che è la vita cristiana, ci sono due ostacoli:

1) il peccato; che vuol dire sbagliare strada: se c’è qualcosa di negativo è proprio lo sbagliare strada perché bisogna tornare indietro e fare il doppio di fatica. Quindi bisogna deporre il peccato perché fa sbagliare strada.

2) Ma bisogna deporre anche tutto ciò che è di peso. È evidente che se devo fare 100 m. non prendo uno zaino con chili di peso perché correrei adagio, mi trascinerei, e invece devo correre e correre vuole dire essere libero da impacci. Allora anche le cose belle e buone che ci sono nella vita, ma che diventano delle, preoccupazioni troppo pesanti, bisogna lasciarle da parte.

Per correre davvero non bisogna lasciare da parte solo il peccato ma anche quello che è di impaccio, quello che dal punto di vista oggettivo non è male, non è ingiustizia ma che rende lento e faticoso il cammino; bisogna essere sciolti nei movimenti per correre bene.

«[12.2a] tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede».

Per avere un orientamento preciso, per non sbagliare la mèta, per non andare alla deriva (perché la deriva, anche senza cattiva volontà, è inevitabile nel cammino della vita) bisogna puntare su Gesù.

Sembra che questo sia l’unico testo del Nuovo Testamento in cui si attribuisce a Gesù la fede; sembra presentare Gesù come il modello della fede, quello in cui la fede manifesta pienamente tutta la sua virtualità, il suo significato.

Non c’è dubbio che Gesù è quello che ha vissuto il cristianesimo, è il cristiano pienamente compiuto, quindi è Lui che dobbiamo avere davanti come modello; ma perché?

«[12.2b] Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia, e si è assiso alla destra del trono di Dio».

La prima parte di questa frase è interpretata in modo diverso dagli autori: ci sono quelli che fanno riferimento alla tentazione all’inizio della vita di Gesù – «In cambio della gioia che gli era posta innanzi» – quindi rifiutando quella gioia che il Satana gli aveva proposto Gesù ha scelto la croce disprezzando l’ignominia.

C’è un altro modo di leggere questa frase che interpreta quella gioia come la gioia della Risurrezione e vuole dire: proprio perché ha orientato la sua vita alla gioia della Risurrezione non ha avuto paura di sottomettersi alla croce.

Quindi la gioia pub essere interpretata in questi due modi diversi: o una gioia negativa che Gesù ha rifiutato, o come una gioia positiva che ha motivato anche la sua Passione.

Ma a parte questa distinzione di interpretazione, il senso della frase è molto importante: Gesù si è sottoposto alla croce disprezzando l’ignominia. Questo «disprezzando l’ignominia» è un poema perché vuole dire che Gesù non ha avuto paura della vergogna.

La croce è sofferenza, ma la croce è vergogna, è umiliazione, è un supplizio che è indegno alla persona umana, è il supplizio che i romani non si attentavano a imporre a dei concittadini perché sarebbe stato un abominio per Roma stessa.

Ma è esattamente questo quello che è posto di fronte a Gesù, e Gesù ha disprezzato l’ignominia e vuole dire che non ne ha avuto paura, o meglio non ne ha avuto così tanta paura da tirarsi indietro.

Quella gioia che gli era posta innanzi, cioè quel cammino che il Padre gli aveva proposto, era per Lui così importante che l’umiliazione della croce non lo ha bloccato.

Questa è una affermazione grande.

Perché se c’è qualcosa che blocca sono sì le sofferenze, ma le umiliazioni sono quelle esperienze in cui abbiamo l’impressione che la nostra vita perda il suo significato e il suo valore.

Allora continua la lettera agli Ebrei…

«[12.3] Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. [12.4] Non avete ancora resistito fino al sangue nella vostra lotta contro il peccato».

Quindi per quanto abbiate sofferto non siete ancora pari, perciò non lasciatevi abbattere, ripartite con coraggio, fiducia senza lasciare che quelle piccole sofferenze che avete subito fino ad ora vi fermino.

Neanche il martirio ha bloccato Gesù Cristo, quindi non vi dovete lasciare bloccare dalle vostre sofferenze.

Direbbe Geremia:

«[12.5] Se, correndo con i pedoni, ti stanchi, come potrai gareggiare con i cavalli?» (Ger 12, 5).

È la parola di consolazione che Dio dà a Geremia.

È impressionante!

C’è Geremia che si lamenta e Dio che gli risponde che si lamenta per poco e gli capiterà di peggio. Quindi non ti abbattere perché le cose che dovrai sopportare andando avanti sono molto peggiori di quelle che hai vissuto fino ad ora; perciò rafforzati / non ti abbattere e riparti.

La lettera agli Ebrei richiama a questo coraggio della corsa.

A questo testo fondamentale della lettera ai Filippesi, che è certamente il testo più importante in cui Paolo parla della vocazione, ne aggiungiamo un altro tratto dalla lettera ai Galati:

«[11]Vi dichiaro dunque, fratelli, che il vangelo da me annunziato non è modellato sull’uomo; [12]infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo. [13]Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi, [14]superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. [15]Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque [16]di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, [17]senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco» (Gal 1, 11-17).

L’espressione dei versetti 15 e 16 Paolo l’ha copiata dal profeta Geremia il quale racconta così la sua vocazione:

«[4]Mi fu rivolta la parola del Signore: [5]Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni» (Ger 1, 4-5).

È interessante che la vocazione profetica o apostolica venga percepita come una dilatazione della propria esperienza di vita. È un allungamento, un ingrandimento: la mia esistenza è molto limitata nel tempo e nello spazio, ma al momento della vocazione questa specie di quadro salta.

«Prima di formarti nel grembo materno ti conoscevo». C’è quindi una radice che è antica (e non è solo la radice dei nonni o dei bisnonni), è una radice che tocca l’eternità stessa di Dio, è nella volontà di Dio che è radicato il mio piccolo frammento di tempo.

Così come «Ti stabilisco profeta delle nazioni» cioè il senso della tua vita acquista valore non solo per te o per la tua famiglia ma entra dentro al progetto di Dio che è un progetto universale. La vocazione di Geremia è una vocazione dilatata nel tempo e nello spazio.

La vocazione di Paolo è esattamente questo.

Quando Paolo ha incontrato Gesù sulla via di Damasco avrà avuto una trentina d’anni (non si sa di preciso) ma in realtà quella vocazione alla missione, all’apostolato era scritta dentro al codice genetico spirituale di Paolo; quello che viene a galla è la sua identità vera, è un nome che Dio aveva pronunciato da sempre, il nome di Paolo è un nome che Dio conosce e che ha pronunciato con amore dall’eternità, e Paolo è una persona che Dio si è messo da parte da sempre. Messo da parte, perché il termine consacrato che usa Geremia, e che usa Paolo, vuole dire esattamente questo: una persona che Dio si è riservata, una persona che Dio ha reso inabile alla vita sociale (per modo di dire), cioè non è fatta per la vita sociale, ma è fatta per l’annuncio del Vangelo e tutto il resto deve essere subordinato a questo.

Così come Geremia che si troverà effettivame-nte in difficoltà nei rapporti con gli altri: ha una voglia immensa di rapporti umani ma con le parole di Dio che deve annunciare, che sono tutte violenza e oppressione, come fa a trovare amici, a trovare 1persone che lo sopportano, e da questo punto di vista Geremia si troverà come un isolato a motivo della Parola di Dio: messo da parte.

Paolo ragiona in qualche modo nella stessa maniera; si sente riservato da Dio da sempre per l’annuncio del Vangelo.

Paolo – come ricordavamo – ha dovuto affrontare tutta una serie di opposizioni e non solo quelle da parte dei pagani ma anche le opposizioni da parte dei cristiani di origine giudaica che vorrebbero imporre ai pagani che si convertono la circoncisione e tutto il giogo della legge giudaica.

Questi cristiani nella lettera alla Chiesa della Galazia presentano Paolo come un falso apostolo perché dicono che annuncia non un Vangelo autentico ma annacquato: invece di predicare tutta la volontà di Dio predica la volontà di Dio con qualche eccezione, per esempio non predica la circoncisione, non predica le leggi sulla purità o impurità dei cibi.

Effettivamente tutte queste cose qui Paolo le toglieva dal cristianesimo; per lui non avevano alcun valore e per questo lo accusavano di essere un apostolo che addolcisce la pillola per renderla gradevole ai pagani; un apostolo che annuncia un Vangelo non pieno, non autentico, un Vangelo che ha perso la sua punta.

Paolo di fronte a un’accusa di questo genere deve per forza rispondere perché di mezzo c’è il valore del Vangelo. Si tratta di sapere se la salvezza è Gesù Cristo o la salvezza è Gesù Cristo più la circoncisione; se Gesù Cristo è tutto o è qualcosa a cui bisogna aggiungere qualcos’altro. Questo è in gioco.

Paolo allora spiega che il Vangelo che predica non se lo è inventato, anzi ha capovolto la sua mentalità; lui la pensava in modo radicalmente diverso, lui aveva un atteggiamento radicalmente opposto a questo, era un fariseo quindi la legge per lui era l’essenziale. Ma il Vangelo che ha ricevuto ha capovolto le sue convinzioni precedenti perciò non l’ha inventato lui ma se l’è trovato davanti, se l’è trovato come imposto da una rivelazione del Signore risorto:

«[11]Vi dichiaro dunque, fratelli, che il vangelo da me annunziato non è modellato sull’uomo (…). [15]Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque [16]di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani» (Gal 1, 11.15.16)

Proprio con questa convinzione ben radicata Paolo potrà dire:

«[8]Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema! [9]L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema! [10]Infatti, è forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo!» (Gal 1, 8-10).

Quindi Paolo è così convinto che il Vangelo che annuncia sia quello vero che chiunque venisse a cambiarlo dovrebbe essere considerato scomunicato, al di fuori della comunione con Dio, fosse anche un angelo, fosse anche Paolo stesso impazzito.

Qual è il Vangelo? Il Vangelo della giustificazione come grazia di Dio, grazia, grazia. Tutta la lotta di Paolo si gioca intorno a questa convinzione: che la vita cristiana è prima di tutto Grazia, cioè prima di tutto Dono, Dono.

Il cristiano deve impegnarsi in tutta la sua vita, dovrà amare il prossimo con tutto se stesso, e Paolo certamente non fa degli sconti negli impegni etici; cancella tutti quegli impegni di tipo rituale ma sugli impegni etici (impegno dell’amore fraterno e tutte le dimensioni della vita cristiana) non fa certamente degli sconti ma all’origine di tutto c’è la grazia, c’è il dono di Dio.

«[9]e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede» (Fil 3, 9).

San Paolo dice quindi che non vuole farsi grande davanti a Dio delle sue qualità e delle sue realizzazioni, ma vuole farsi trovare con quella giustizia che è un dono e di cui non può vantarsi.

Nell’ottica di Paolo se c’è qualcosa di cui l’uomo non può vantarsi è esattamente il Vangelo.

Quando una persona si vanta del Vangelo lo ha già deformato. Quando una persona si ritiene brava perché crede nel Vangelo e perché è cristiano, ha deformato il Vangelo perché il Vangelo è strutturalmente Dono, Dono.

Posso vantarmi di quello che ho ricevuto da qualcun’altro? Questo vale per tutta la vita perché è dono, ma vale in modo doppio per il Vangelo; se la vita è dono, il Vangelo lo è in modo doppio; è ancora di più perché il Vangelo non è solo donato all’uomo, ma donato all’uomo peccatore, quindi donato non solo a chi non ha dei meriti ma a chi ha dei demeriti; è l’uomo peccatore, quindi nemico di Dio, quello che riceve la grazia. Si tratta di accogliere questa grazia di Dio, questo dono con riconoscenza pura, con stupore puro.

Questo fonda tutta una esistenza impegnata.

Chi riceve il Vangelo in questo modo deve poi darsi da fare. Ma proprio perché la sua vita è fondata sul dono, questo darsi da fare non diventerà né un affanno infinito, né un vanto orgoglioso, ma diventerà un cammino fondamentalmente fiducioso e di riconoscenza nei confronti di Dio.

In altri termini la vita che ne viene fuori sarebbe una vita di libertà.

Al brano della lettera ai Filippesi aggiungiamo perciò Ebrei 12, 1-2 e Galati 1, 15-16.

* Documento rilevato come amanuense dal registratore, scritto con riferimenti biblici, ma non rivisto dall’autore.

MI SFORZO DI CORRERE PER CONQUISTARLO – 2

Diocesi Reggio Emilia
Parrocchia San Pellegrino
Esercizi Spirituali
dal 30-31 Agosto al 1-2 Settembre 1991

Mi sforzo di correre per conquistarlo,
perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo (Fil 3, 12)

31 Agosto 1991

Documento fornito da Copelli Marcello e ripreso da Ciani Vittorio.

Prima Meditazione

Con questa invocazione allo Spirito Santo proviamo a iniziare il nostro cammino di esercizi spirituali che ha il suo centro nella esperienza spirituale di San Paolo e naturalmente nel suo messaggio, nella sua predicazione, perché in lui l’esperienza personale e l’annuncio del Vangelo non sono certamente staccati tra loro ma uniti indissolubilmente.

È inevitabile che il punto di partenza sia una riflessione sulla conversione di San Paolo che ha un’importanza decisiva per lui, non solo come esperienza personale – ma dicono gli esperti – anche come riflessione teologica. Secondo questi esperti la teologia di San Paolo non è nata puramente in una riflessione intellettuale, ma ha le sue radici nell’esperienza personale di quest’uomo e in particolare nell’esperienza della conversione.

Forse ricordate che Sant’Agostino interpreta la dottrina paolina del Corpo Mistico come il risultato di una riflessione sulla conversione. Quando San Paolo incontra il Signore sulla via di Damasco e il Signore gli dice «Saulo, Saulo perché mi perseguiti?» in quella espressione – dice Sant’Agostino – c’era in germe il concetto di Corpo Mistico. Paolo non ha perseguitato Gesù Cristo, Paolo ha perseguitato la comunità cristiana; se dunque il Signore gli dice: «Perché mi perseguiti?» vuol dire che tra il Signore e la comunità cristiana c’è una misteriosa, ma reale, identificazione.

Questa è la lettura paolina del Corpo Mistico. La Chiesa è il corpo di Cristo – dirà Paolo. Dove l’ha imparato? Lì, nel momento della conversione, dice Sant’Agostino, riflettendo su quell’esperienza.

Non c’è dubbio che la conversione è il fondamento di tutto il suo impegno missionario. Sembra che Paolo non si sia mai convertito semplicemente per diventare cristiano; si è convertito immediatamente per diventare apostolo. Il Paolo cristiano non c’è, c’è solo il Paolo apostolo. Immediatamente il suo incontro con Gesù Cristo diventa un impegno di predicazione e di testimonianza apostolica.

Ma non solo. In quella esperienza sulla via di Damasco Paolo ha riconosciuto il volto di Gesù Cristo, la gloria di Dio, ha quindi visto in modo radicalmente nuovo Gesù di Nazareth.

Ne aveva sentito parlare, se ne era fatto un’idea, ma sulla via di Damasco questa idea va in frantumi e in Gesù Cristo il Signore gli appare come la rivelazione di Dio.

Quando Paolo dirà che in Lui abita la pienezza della divinità, dove lo ha scoperto questo? Sempre sulla via di Damasco; in quest’incontro che ha segnato il capovolgimento della sua vita.

Ma soprattutto sulla via di Damasco Paolo ha percepito quello che è il centro del suo vangelo, cioè la giustificazione mediante la fede. La “giustificazione mediante la fede”, vuole dire fondamentalmente: la gratuità del dono della giustizia. L’uomo è giusto per dono gratuito di Dio. Non è prima di tutto effetto di meriti che gli procurano la giustizia come un salario, ma è prima di tutto DONO che gli viene dalla bontà e dalla misericordia infinita di Dio.

Questo l’ha conosciuto chiaramente sulla via di Damasco perché se c’era uno che non poteva avanzare pretese nei confronti di Gesù Cristo quello era evidentemente San Paolo. Persecutore della Chiesa era agli antipodi, era il suo nemico personale, eppure sulla via di Damasco il Signore l’ha incontrato e lo ha accolto. Paolo si è sentito come sbalzato via dalle sue sicurezze per ricevere qualche cosa che non meritava affatto, che non aveva preparato affatto, e lì ha accolto l’essenziale della giustificazione come dono di Dio. “Giustificazione”, vuole dire: passaggio dalla condizione di peccato alla condizione di giustizia, da una condizione di ribellione a Dio a una condizione di amicizia con Dio; questo passaggio Paolo l’ha sperimentato come un puro dono. Quindi tutte queste cose che saranno al centro delle lettere e al centro della sua esperienza di fede, Paolo le ha incontrate, conosciute, ricevute per la prima volta a Damasco, sulla via di Damasco.

Che poi questa esperienza sia importante non solo per lui, ma per tutta la vita della Chiesa, anche questo non avrebbe bisogno di grandi dimostrazioni. Se il cristianesimo è diventato fondamentalmente universale ed ha assunto tutta la cultura greca nella sua ampiezza, questo è dovuto soprattutto alla predicazione di Paolo. L’apertura del Vangelo ai pagani non è esclusivamente sua, ma soprattutto sua. Si può dire che il futuro del Vangelo è dipeso in buona parte dalla sua attività, e non è un caso che negli Atti degli Apostoli San Luca racconti la conversione di San Paolo tre volte (nei capitoli 9°, 22° e 26°). Si potrebbe dire che è un po’ troppo ripetere per tre volte lo stesso racconto, sembra esagerato; me è evidente che per San Luca questo racconto doveva essere decisivo.

Siccome negli Atti degli Apostoli gli interessa la dilatazione della Parola di Dio che deve giungere fino agli estremi confini della terra, ha bisogno di riportare questa dilatazione della Parola di Dio prima di tutto alla conversione di San Paolo.

Come ne parla San Paolo della sua vocazione? Perché un vero e proprio racconto, così come si trova negli Atti degli Apostoli, nelle Lettere paoline non c’è. Addirittura qualcuno dice che il termine “conversione” non è il termine giusto. Per Paolo avere incontrato Gesù non voleva dire abbandonare la sua religione di un tempo (il giudaismo) ma voleva dire in fondo portarla alla perfezione, portarla a compimento; Gesù è il Messia, è il Messia di Dio, quindi la predicazione e la persona di Gesù sono il cuore dell’attesa ebraica.

La conversione, per Paolo, non vuole dire quindi il passaggio da una religione all’altra, però è vero che ha sperimentato questo incontro con il Signore come un capovolgimento della sua vita, e lo dice nel modo più chiaro e bello nella lettera ai Filippesi:

«[3]Siamo infatti noi i veri circoncisi, noi che rendiamo il culto mossi dallo Spirito di Dio e ci gloriamo in Cristo Gesù, senza avere fiducia nella carne, [4]sebbene io possa vantarmi anche nella carne. Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui: [5]circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; [6]quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge. [7]Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. [8]Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo [9]e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede. [10]E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, [11]con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti. [12]Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo. [13]Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, [14]corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù. [15]Quanti dunque siamo perfetti, dobbiamo avere questi sentimenti; se in qualche cosa pensate diversamente, Dio vi illuminerà anche su questo. [16]Intanto, dal punto a cui siamo arrivati continuiamo ad avanzare sulla stessa linea» (Fil 3, 3-16).

Inizia, San Paolo, enumerando le prerogative di cui gode per nascita o per impegno personale, quelle cose che dicono il suo vanto nella carne, cioè vanto nella condizione umana.

In altri termini Paolo dice che dal punto di vista umano ha molte qualità su cui fondare la sua sicurezza. Alcune di queste qualità Paolo le ha ricevute per nascita: il fatto di essere stato circonciso l’ottavo giorno, di appartenere alla stirpe di Israele (quindi al popolo eletto), di essere della tribù di Beniamino (quindi una delle tribù storiche di Israele: vi apparteneva il profeta Geremia e il re Saulo) quindi ha una radice buona.

Ancora, «ebreo da ebrei», quindi con un Ebraismo non nuovo, ma radicato; «fariseo quanto alla legge», questo è un privilegio che ha cercato lui.

Paolo è fariseo, la legge quindi per lui è un impegno al quale si è consacrato con tutto se stesso. Tanto, dice, da essere quanto a zelo persecutore della Chiesa: vede la Chiesa come un pericolo per l’ebraismo e si è messo a perseguitarla, ed è irreprensibile per quanto riguarda la giustizia che deriva dall’osservanza della legge. Quindi per quanto riguarda la legge nessuno lo pub rimproverare in niente, è a posto, senza macchia, senza peccato.

Queste sono le sue sicurezze umane e Paolo avrebbe potuto costruire la sua vita su queste cose.

Se volete fare l’esame di coscienza vale la pena che riflettiamo ciascuno su quali sono le sicurezze su cui fondiamo la nostra vita. Ciascuno deve avere qualche sicurezza; saranno i soldi, la cultura, le doti personali, i risultati che ha ottenuto con l’impegno, le doti psicologiche o le abilità di arrampicamento sociale…. in ogni modo ciascuno di noi ha le sue sicurezze. Il problema è sapere quali sono, in quali abbiamo posto la nostra fiducia, e notate che Paolo pone tra soldi, ma quelle che noi chiameremmo le sicurezze religiose: essere ebreo, essere un consacrato alla legge, entra per lui nelle sicurezze.

Poi aggiunge: «[3.7]Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo». E credo che la spiegazione migliore di questo strano atteggiamento di San Paolo la troviamo nella famosa parabola del fariseo e del pubblicano nel Vangelo di Luca:

«[9]Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: [10]«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. [11]Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. [12]Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo» (Lc 18, 9-12).

Questo è il ritratto di Paolo e prendetelo come un ritratto bello, perché non dice il Vangelo che il fariseo sia un bugiardo, che dica queste cose e poi non le faccia; no, le fa veramente. Digiuna due volta la settimana, che non era certamente obbligatorio, come non era obbligatorio pagare la decima su tutto quello che si possedeva; vuole stare esattamente nel sicuro per non avere rimproveri di alcun genere, gli interessa essere a posto davanti a Dio.

Questa era la condizione di Paolo, ma questa è la condizione che Paolo ha rifiutato, perché la considera spazzatura, una perdita.

Gli è accaduto che le sicurezze di prima si siano sciolte, quella altezza in cui pensava di abitare gli si è presentata come un abisso; c’è stato un capovolgimento della sua vita.

Badate, non è che Paolo fosse insoddisfatto del giudaismo: non era contento della sua religione, non era contento di se stesso, aveva dei sensi di colpa e per questo ha capovolto la sua vita. Per niente! Paolo si presenta nella lettera ai Filippesi come del tutto tranquillo per il suo modo di vivere l’esperienza religiosa; si tratta non di un’evoluzione nel cammino di Paolo, ma di una spaccatura. Quello che umanamente è un guadagno, diventa per lui una perdita.

Perché è una perdita quella ricchezza di meriti che Paolo si era guadagnata con la sua osservanza della legge? Perché tutto questo è sorgente di autosufficienza; perché tutto questo costruisce l’uomo che vive da se stesso e per se stesso.

Invece sulla via di Damasco Paolo ha percepito un altro modo di vivere: DAL SIGNORE e PER il SIGNORE. Quindi una vita non chiusa nel cerchio della sua esperienza, io per me, ma il Signore per me e io per Lui, quindi in un atteggiamento che capovolge l’ottica dell’esperienza di fede.

Paolo afferma che non gli interessa più la sua giustizia, quella che deriva dall’osservanza della legge e continua:

«[3.8]Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo [3.9]e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede».

Questa giustizia che deriva dall’osservanza della legge a Paolo non interessa più, gli interessa un’altra giustizia, quella che deriva da Dio come un dono, che si riceve come DONO da Dio.

Perciò c’è una giustizia che io mi procuro con le mie mani e c’è una giustizia che deriva dalla fede in. Cristo; Paolo ha abbandonato la prima per poter ricevere la seconda.

Ma che cosa vuol dire questo? Vuol dire che Paolo ha cambiato il significato della sua vita. Prima pensava alla sua vita come a un possesso che cercava di rendere il più ricco possibile, come un buon manager: con quel patrimonio che aveva cercava di arricchirsi quanto più era possibile. Poi è passato invece alla vita considerata come un dono, non come un possesso, non una vita che gli veniva da se stesso e che controllava da sé, ma come una vita che gli veniva dal Signore e che viveva per il Signore.

Se ci fate caso questa è la struttura semplicissima dell’atto di fede. Vivere di fede vuol dire esattamente questo: quando il Signore dice ad Abramo «Vattene dalla tua terra verso la terra che io ti indicherò», vuol dire: andare via da una terra che è possesso di Abramo per andare verso la terra che sarà dono di Dio. Vai da quello che tu possiedi a quello che io ti comunicherò.

Oppure quando Gesù chiama i discepoli ad abbandonare tutto e diventare pescatori di uomini è un invito a smettere di vivere con quello che possedevano (possedevano la sicurezza del pescatore) per ricevere qualcosa dal Signore e mettere Lui al centro della vita.

Bisogna passare da una vita egocentrica ad una vita di dono e di comunicazione, del vivere DAL Signore e PER il Signore.

Scriverà infatti San Paolo nella lettera ai Romani:

«[7]Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, [8]perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore. [9]Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi» (Rm 14, 7-9).

Allora la dimensione dell’ottica della fede è quella dello scambio, non del possesso. Si riceve tutto dal Signore e si dona tutto al Signore. Naturalmente il donare tutto al Signore si esprimerà nel dono agli altri; il dono della nostra vita al Signore vuol dire in concreto il dono della vita agli altri per i quali il Signore ha dato se stesso; l’ottica diventa esattamente quella dello scambio.

Anche le sicurezze etiche e religiose vengono sconvolte; non sono solo le sicurezze economiche che non contano, ma anche quelle etiche: la sicurezza della mia bontà, della mia religiosità, non è questo il fondamento della mia sicurezza, il fondamento della sicurezza è il fatto che Dio in Gesù Cristo mi ha voluto bene; di questo mi fido e da questo ricevo la mia esistenza di fede, ed è per Lui che cerco di orientare quello che io sono.

Continua San Paolo nella lettera ai Filippesi:

«[10]E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, [11]con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti».

Si tratta di giungere alla sublimità della conoscenza di Gesù mio Signore. Notate come questa piccola espressione “mio Signore” che è tipica ed è stupenda, vuole dire non che il Signore appartiene a ‘me e che io monopolizzo il Signore, ma il Signore che io percepisco come rivolto a me, con il quale ho un rapporto di intimità, di amicizia, di amore, di comunione.

Il Signore non è un maestro del passato di cui mi rimando una qualche traccia di insegnamento; no; il Signore è un Cristo presente e vivo che posso incontrare e al cui cospetto posso vivere, e mi interessa conoscere Lui, la potenza della sua risurrezione. Il conoscere vuole dire evidentemente non una conoscenza puramente intellettuale, ma quella conoscenza vitale che è propria dell’amicizia, che è propria dei rapporti interpersonali.

Il Vangelo di San Giovanni ricorda:

«[3]Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17, 3).

Dove conoscere il Padre e conoscere il Figlio non sono due cose diverse, ma sono un’unica esperienza, perché si conosce il Padre in Gesù Cristo e attraverso Gesù Cristo. Ora la conoscenza di Gesù Cristo è evidentemente una conoscenza esterna, sensibile. Gesù Cristo è carne, è umanità concreta allora si tratta di conoscere quello che Gesù Cristo dice e quello che Gesù Cristo fa. Quindi si tratta di imparare le sue parole, di contemplare le sue azioni, i suoi gesti e i suoi comportamenti.

C’è questa conoscenza esterna che è fondamentale; senza leggere il Vangelo facciamo fatica a conoscere Gesù Cristo, uno se lo pub immaginare, ma non è così facile che quello che immaginiamo sia il Gesù vero; c’è il rischio che ce lo facciamo secondo i nostri desideri, quindi una conoscenza esterna, che però deve diventare una conoscenza che nasce dalla simpatia.

Conoscere davvero una persona richiede un feeling, richiede una capacità di sintonia con quella persona; conoscere Gesù Cristo vuol dire questo: non basta sapere il Vangelo a memoria, ma bisogna avere simpatia per il Vangelo, bisogna che il nostro cuore sappia muoversi secondo il ritmo del Vangelo, secondo la narrazione e le parole di Gesù.

Ma non basta nemmeno questo. La conoscenza piena di Gesù è quella Che diventa rivelazione di Gesù e rivelazione vuol dire l’esperienza della Trasfigurazione.

Quando Gesù prende Pietro, Giacomo e Giovanni e sale sul monte, e li si trasfigura davanti a loro e diventa quindi- luminoso, bello (bello della bellezza di Dio), in quel momento i discepoli intravedono qualche cosa del mistero profondo di Gesù.

Questo vale un po’ anche nei nostri rapporti interpersonali.

Ciascuno di noi si porta dentro un mistero, una profondità che a volte si manifesta, e si spalanca un po’ il cuore e il mistero della persona.

Questo vale a maggior ragione per Gesù Cristo, perché Gesù ha una profondità di mistero grande; Gesù Cristo è la rivelazione del Padre, del volto di Dio, della misericordia e dell’amore di Dio.

Questo non sempre si vede; la carne non manifesta immediatamente questo fatto tanto che molta gente ha visto Gesù ma non si è accorta di nulla. Ma qualcuno se ne è accorto: Paolo se ne è accorto sulla via di Damasco e lo dice nella seconda Lettera ai Corinzi:

«[6]E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo» (2 Cor 4, 6).

Dio che nel primo giorno della creazione con la sua Parola ha squarciato le tenebre del mondo e ha creato la luce dicendo «Sia la luce…», quel Dio quindi che ha la potenza di fare risplendere la luce in mezzo al buio dell’ignoranza dell’uomo, bene, quel Dio rifulse nei nostri cuori che erano nelle tenebre e nell’oscurità.

Quando Paolo andava a Damasco aveva il suo cuore nelle tenebre, nella oscurità e dopo si è accorto che le tenebre del suo cuore sono state squarciate. Come? Con la rivelazione della conoscenza della gloria divina che rifulse nel volto di Cristo.

Il problema è un problema di volto, di faccia; è nel volto che si esprime l’identità vera, piena, di una persona; è il volto quello che ci interpella e al quale rispondiamo, che ci chiede e al quale ci rivolgiamo; è nel volto che le persone davvero si incontrano come persone non come cose.

Paolo ha incontrato il volto di Cristo e lo ha incontrato come volto glorioso e questo non vuol dire in senso superficiale. La gloria nella Bibbia è la bellezza di cui è fatto Dio. Dio oltre che Onnipotente, Onnisciente ecc. è Bello, è Bello di una bellezza luminosa, incorruttibile. Bene, Paolo ha visto la bellezza di Dio sul volto di Gesù e si è innamorato di quella faccia lì. Mentre fino a quel momento il volto di Cristo gli era apparso come un volto di eretico, un volto pericoloso, di nemico da combattere, da quel momento il volto di Cristo gli è apparso bello della bellezza divina, quindi attraente, in qualche modo se ne è innamorato: quell’atteggiamento per cui quando sei davanti a Gesù sei contento che Lui ci sia e sei contento che abbia detto proprio le parole che ha detto, e abbia fatto le azioni che ha compiuto; e sei contento che la sua vita diventi la regola della tua; sei contento che lui abbia veramente ragione; magari non sei un teologo, e non sai dire delle cose complicate e alte su Gesù Cristo, però sai dire «Signore, da chi andremo, tu hai parole di vita eterna»: sono contento che Tu hai ragione, che il Vangelo è una strada di vita; che c’è il volto di Dio sulla tua faccia, che c’è la bellezza di Dio nelle tue parole, che c’è lo splendore della parola di Dio dentro ai tuoi insegnamenti.

Questo è il cammino pieno della fede: bisogna partire dalla conoscenza esterna, altrimenti si va per illusioni; quindi bisogna partire leggendo il Vangelo, bisogna fare diventare questa conoscenza esterna una conoscenza di sintonia; poi bisogna lasciare che Dio squarci le tenebre del nostro cuore e ci faccia vedere il volto luminoso di Gesù.

Ma è Dio che fa questo.

Lo dico non come deresponsabi1izzazione, ma vuol dire che per raggiungere questa conoscenza della gloria di Gesù non si tratta di programmare un cammino, ma si tratta soprattutto di aprire il cuore e la coscienza alla rivelazione di Dio, alla testimonianza di Dio.

Il lavoro che tocca fare a noi è sgomberare la coscienza, il cuore, perché fino a che abbiamo troppe preoccupazioni o troppe paure è difficile che il nostro cuore diventi davvero capace di vedere la bellezza di Gesù; ma nel momento in cui il cuore assume un atteggiamento di docilità, di apertura, è Dio che dentro al cuore ti da la sicurezza che Gesù ha ragione, ti da la sicurezza che se spendi la vita secondo il Vangelo non la butti via ma la guadagni; è una sicurezza interiore, di coscienza; ci si possono fare tanti ragionamenti esterni, ma non è semplicemente la conclusione, il risultato di una serie di ragionamenti: è una sicurezza donata dallo Spirito Santo.

È di questo che abbiamo un bisogno grande perché è quella sicurezza che ci permette di vivere in mezzo al mondo, in mezzo alle fatiche, alle tentazioni della vita e alle paure della vita senza lasciarci sconvolgere troppo, ma mantenendo ferma la direzione della nostra vita secondo il Vangelo.

Quindi il fare risplendere questa conoscenza della gloria divina sul volto di Cristo.

Questo discorso lo trovate nel prologo del Vangelo di Giovanni:

«[14]E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1, 14).

San Giovanni che cosa ha visto? La carne.

I nostri occhi possono vedere solo l’umanità di Gesù; invece no!

Dice: «Noi abbiamo visto la GLORIA!». Si intende l’abbiamo vista nella carne; abbiamo visto la sua divinità, ma la divinità non si vede, non entra dentro all’ampiezza dello spettro a cui sono sensibili i nostri occhi; la divinità non si vede, eppure dice «abbiamo visto la sua gloria», la gloria che gli compete come unigenito Figlio di Dio pieno di grazia e di verità.

Conclusione.

La cosa importante sarebbe riprendere il testo della e fare quella riflessione a cui accennavamo: sicurezze… e noi possiamo vedere quali sono le nostre, quali sono le cose alle quali affidiamo la difesa della nostra vita, da un punto di vista esterno e da un punto di vista religioso.

Poi vedere qual è stato il cambiamento di Paolo, il passaggio da una vita interpretata come dono che si riceve dal Signore; una giustizia interpretata come auto edificazione (io mi rendo giusto) a una giustizia vista come dono (Dio mi rende giusto in Gesù Cristo e attraverso Gesù Cristo)… Quindi riflettere alla vita come dono e provare a pensare a tutte le conseguenze di questo modo di interpretare la vita, che è il modo di Abramo, che è il modo dei discepoli, che è il modo della parabola del pubblicano e del fariseo: il pubblicano non ha certamente nessun merito, ma la parabola termina dicendo che uscì dal tempio “giustificato”. Giustificato non vuole dire come la giustificazione per una assenza dalla scuola (che vuol dire scusato); giustificare nella Bibbia vuol dire rendere GIUSTO, vuol dire cambiare il cuore, vuol dire capovolgere la condizione interiore della persona.

Il pubblicano perché usci giustificato? Per DONO, per grazia di Dio, non certo per i meriti, anzi era pieno di peccati, ma proprio per questo Dio ha usato misericordia, lo ha purificato con l’abbondanza e la ricchezza del suo dono.

Allora bisogna renderci conto di questo e vedere che questa percezione della vita come dono si lega a una conoscenza nuova di Gesù: a Gesù visto non solo come interlocutore della nostra vita ma come rivelatore del Padre. Con i gradini della conoscenza di Gesù che bisogna percorrere tutti e tre:

  • quello della conoscenza esterna,

  • quello della conoscenza di amicizia,

  • quello della conoscenza di fede.

La rivelazione della bellezza, della gloria di Dio sul volto di Gesù.

MI SFORZO DI CORRERE PER CONQUISTARLO – 1

Diocesi Reggio Emilia
Parrocchia San Pellegrino
Esercizi Spirituali
dal 30-31 Agosto al 1-2 Settembre 1991

«Mi sforzo di correre per conquistarlo,
perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (Fil 3, 12)

30 Agosto 1991

Documento fornito da Copelli Marcello e ripreso da Ciani Vittorio

Introduzione

«[8]Anzitutto rendo grazie al mio Dio per mezzo di Gesù Cristo riguardo a tutti voi, perché la fama della vostra fede si espande in tutto il mondo. [9]Quel Dio, al quale rendo culto nel mio spirito annunziando il vangelo del Figlio suo, mi è testimone che io mi ricordo sempre di voi, [10]chiedendo sempre nelle mie preghiere che per volontà di Dio mi si apra una strada per venire fino a voi. [11]Ho infatti un vivo desiderio di vedervi per comunicarvi qualche dono spirituale perché ne siate fortificati, [12]o meglio, per rinfrancarmi con voi e tra voi mediante la fede che abbiamo in comune, voi e io» (Rm 1, 8-12).

Il brano fa parte dell’inizio della Lettera ai Romani e dovrebbe servirci da introduzione a questi esercizi.

San Paolo prima di tutto ringrazia Dio per quello che i romani sono: per la loro fede, per la loro obbedienza al Vangelo e alla Parola di Dio.

Questo è già un atteggiamento positivo perché invece di cominciare notando i difetti, incomincia notando le cose belle che ci sono, e di queste cose belle ringrazia il Signore. Nell’ottica di San Paolo dove c’è una briciola di fede vuole dire che c’è l’opera di Dio, vuole dire che Dio sta compiendo, operando qualche cosa di grande, e di fronte a questo bisogna partire con lo stupore, con il ringraziamento: dove Dio opera è giusto che l’uomo rimanga come a bocca aperta nel vedere l’opera del Signore.

Questo ringraziamento a Dio – dice San Paolo – diventa un ricordo continuo. Paolo dice di ricordare i cristiani di Roma (non dobbiamo pensare che in ogni momento Paolo abbia in mente i cristiani di Roma) e questo vuole dire che è consapevole di un legame di fede che lo unisce a loro ed è contento di questo legame, ci pensa volentieri, è contento che i cristiani di Roma non siano per lui degli stranieri ma che siano invece per lui dei fratelli legati da un vincolo autentico.

Proprio per tutto questo desidera vederli; prega il Signore – dice – che gli “apra una strada” per potere andare a Roma. Ma perché ha questo desiderio di vederli?

«[11]Ho infatti un vivo desiderio di vedervi per comunicarvi qualche dono spirituale perché ne siate fortificati, [12]o meglio, per rinfrancarmi con voi e tra voi mediante la fede che abbiamo in comune, voi e io»

Prima di tutto vuole arricchire i cristiani di Roma; è come se dicesse: “Mi state così a cuore che vorrei foste il più ricchi possibile; vorrei regalarvi tutto quello che io ho; quello che ho ricevuto dal Signore non lo voglio tenere per me, voglio che diventi vostro, che vi arricchisca”.

Scrivendo ai Tessalonicesi San Paolo dirà che per lui sono diventati così cari che vorrebbe regalare loro non solo il Vangelo di Dio ma la sua stessa vita:

«[8]Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari» (1 Ts 2, 8).

Ai cristiani di Roma Paolo dice esattamente questo.

Poiché – aggiunge Paolo – nel momento in cui vi dono quello che ho ricevuto dal Signore so anche di dovere ricevere da voi consolazione e gioia, quello che voi siete lo potete voi stessi comunicare a me: la vostra fede, la vostra speranza diventa per me un motivo di coraggio per superare tutte quelle fatiche e tribolazioni che accompagnano la mia vita.

Tutto questo dice San Paolo ai cristiani di Roma, e pensiamo che lo dica anche ad ognuno di noi.

Siccome la Lettera ai Romani è inclusa nella Bibbia, quindi è parola ispirata cioè non è parola semplicemente che usava 2000 anni fa ma è parola attuale, allora le cose che san Paolo ha detto ai romani valgono anche per noi. Quindi ce le sentiamo dire da Paolo.

Ci sentiamo dire, all’inizio degli esercizi, che ringrazia Dio per la nostra fede, che ringrazia Dio per quello che di bello c’è nella nostra vita; alla fine se c’è la voglia e il desiderio di fare tre giorni di esercizi, questo desiderio – nell’ottica di San Paolo – non è semplicemente la nostra buona volontà, ma è grazia di Dio; c’è di mezzo il Signore, dovunque c’è una briciola di buona volontà. Allora dietro al desiderio, alla scelta di fare gli esercizi ci sta anche il Signore. Paolo ringrazia il Signore per noi.

Ma non solo. Paolo desidera arricchire la nostra fede e credo sarà il senso di questi esercizi; ci lasceremo istruire da San Paolo. Io proverò a prestargli la voce, il resto lo dice San Paolo perché gli esercizi li faremo su alcuni brani delle sue Lettere.

È ancora lui che continua a parlare, ma perché?

Perché ha voglia di comunicarci qualche dono spirituale perché ne siamo fortificati: San Paolo ha voglia che noi diventiamo cristiani più robusti, più solidi, più confermati nella fede e nella carità e per questo ci scrive, per questo negli esercizi ci rivolge la parola.

Ma stranamente Paolo vuole rinfrancarsi anche per la nostra fede perché gli esercizi li faremo, sì ascoltando San Paolo, ma non solo, ascolteremo anche noi stessi.

Gli esercizi vengono bene se tiriamo fuori dal nostro cuore quello che il Signore ci ha messo; se esprimiamo anche noi la nostra fede o la nostra speranza, o il nostro desiderio di carità.

Queste cose vengono dal Signore che le ha messe nel nostro cuore, e bisogna che vengano fuori nella gioia, nel ringraziamento, nella preghiera, nella supplica, nel cammino che tenteremo di fare.

Perciò è importante che non solo riceviamo da Paolo quello che lui ha da insegnarci, ma anche che esprimiamo davanti al Signore quello che abbiamo noi dentro al nostro cuore.

In fondo è importante la Parola di Dio, ma è importante che la Parola di Dio si incarni nella nostra vita e siccome la vita cristiana non è una vita fatta in serie ma è una vita di creatività e di originalità, ciascuno di noi deve cercare di essere se stesso, quindi con quella identità, con quel nome, con quel volto interiore che ha ricevuto dal Signore.

Facendo questo rispondiamo a Paolo e mettiamo davanti al Signore tutto il cammino di una vita rinnovata e nello stesso tempo personale.

Allora, prendiamo queste parole di Paolo come avvio degli esercizi, e chiediamo al Signore che attraverso la testimonianza di San Paolo cresca la nostra gioia e la nostra forza interiore.

* Documento rilevato come amanuense dal registratore, scritto con riferimenti biblici, ma non rivisto dall’autore.

AFFERRATO DA CRISTO – 10

Bocca di Magra – 1-2-3 novembre 1991

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Afferrato da Cristo

Omelie
1ª Penitenziale

Parola di Dio: (Mic 6, 1-8 – Sal 50 (49) – Lc 7, 36-50)

Proviamo a fare il cammino indicatoci dalla Parola del Signore che abbiamo ascoltato.

E il cammino incomincerà, come avete sentito, con una citazione in tribunale: è il Signore che ci convoca e sporge querela contro di noi. «Ascoltate dunque ciò che dice il Signore: Su, fa’ lite con i monti, i colli ascoltino la tua voce! Ascoltate, o monti, il processo del Signore e porgete l’orecchio, o perenni fondamenta della terra, perché il Signore è in lite con il suo popolo, intenta causa con Israele».

E siccome il popolo del Signore siamo noi, il Signore ha una lite, un processo con noi.

Dobbiamo, dunque, sentire l’accusa del Signore e notate come inizia l’accusa di Dio. «Popolo mio, che cosa ti ho fatto? In che cosa ti ho stancato? Rispondimi. Forse perché ti ho fatto uscire dall’Egitto, ti ho riscattato dalla casa di schiavitù e ho mandato davanti a te Mosè, Aronne e Maria? Popolo mio, ricorda le trame di Balak e di Moab, e quello che gli rispose Balaam, figlio Beor. Ricordati di quello che è avvenuto da Sittim a Galgala, per riconoscere i benefici del Signore».

Allora vuoi confessarti bene? Prima di tutto ricorda quello che il Signore ha fatto per te; devi riconoscere i benefici del Signore, devi riconoscere che il Signore la sua parte di impegno e di fedeltà ce li ha messi, che se tu fai l’elenco delle opere del Signore nella tua vita, trovi semplicemente delle opere di bene.

Che cosa ha fatto il Signore per noi? Ci ha fatto uscire dall’Egitto: è un peccato questo? «Ho mandato davanti a voi Mosè, Aronne e Maria», cioè ci ha dato delle guide, e ha fatto male il Signore a fare questo? Nel deserto ci ha nutrito con la manna e ci ha dato da bere con l’acqua della roccia: è forse una mancanza di fedeltà questa?

No, il Signore la sua parte l’ha fatta proprio bene.

E, in fondo, un sacramento della penitenza potrebbe incominciare proprio così. Uno racconta e riconosce, davanti al Signore, tutto quello che ha ricevuto, tutto quello di cui è debitore verso il Signore, perché capire che siamo debitori ci rende molto più consapevoli del nostro peccato e della nostra infedeltà, perché, se Dio fosse un Dio avversario o nemico, i miei peccati perderebbero tutta la loro maledizione. Ma se Dio è davvero Padre, se è davvero misericordioso, se è davvero fedele nei miei confronti, allora il mio peccato è mancanza di riconoscenza, è mancanza di comunicazione con l’amore e la fedeltà e la misericordia di Dio.

Quindi si parte di lì.

Il Signore, prima di tutto ci fa ricordare quello che ci ha donato e quello che ha fatto per noi. Naturalmente, ciascuno potrebbe fare l’elenco dei benefici del Signore nella sua vita e, se uno fa fatica a trovarne, per lo meno può andare a cercarli nella Bibbia, può andare a scoprire che Dio ha donato per noi il suo Figlio.

Questo lo possiamo dire tutti: «mi ha amato e ha dato se stesso per me». C’è quindi un dono, quale che sia stata la mia vita, fortunata o sfortunata: Gesù Cristo è morto per me. E questo dono del Signore è il fondamento della fedeltà che io riconosco a Lui: primo.

Secondo: allora il popolo risponde così di fronte a questa citazione:

«Con che cosa mi presenterò al Signore, mi presenterò al Dio altissimo? Mi presenterò a lui con olocausti, con vitelli di un anno? Gradirà il Signore le migliaia di montoni e torrenti di olio a miriadi? Gli offrirò forse il mio primogenito per la mia colpa, il frutto delle mie viscere per il mio peccato?»

E vuol dire, si, riconosco di aver ricevuto tutto; allora, cosa debbo fare? Devo andare a regalare al Signore sacrifici, montoni, vitelli, capri? Al limite, il mio primogenito, quello che mi è più caro, devo offrirlo al Signore? È questo che il Signore vuole?

Vuole un cambio per i doni che mi ha dato?

No, il Signore non vuole un cambio e la religione non è un commercio continuo per cui riceviamo qualche cosa e diamo qualche cosa per pareggiare il conto. Ci chiede un’altra cosa:

«Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio».

Notate, «Praticare la giustizia» vuol dire l’onestà verso gli altri; «vivi in società», l’uomo vive naturalmente in società: bene, che vivendo in società, rispetti attentamente i diritti degli altri.

«Praticare la giustizia»: a Dio un popolo ingiusto e di ladri non gli sta bene; quando si è voluto costruire un popolo, lo ha voluto onesto.

Quindi, questa è la prima cosa che il Signore ti chiede: l’onestà nei confronti degli altri. La seconda è amare la pietà, e con il termine pietà si intende quello che noi, in questi giorni, abbiamo chiamato «la fede», l’atteggiamento di amore e di risposta benevola nei confronti del Signore, cioè stare davanti al Signore, volendo bene al Signore, riconoscendo che è il Signore Dio, dando a Dio quello che gli spetta; così come, debbo riconoscere agli altri i loro diritti, debbo riconoscere a Dio, non tanto i suoi diritti, ma forse non è la parola giusta ma riconoscere a Dio il posto che gli spetta perché è Dio.

Quindi, riconoscerlo come mio Signore e riconoscerlo come mio Padre, con la devozione, con l’amore, con la dedizione che è propria di un figlio.

«Amare la pietà», metterti davanti a Dio con un cuore filiale.

E finalmente, «camminare umilmente con il tuo Dio», e umilmente vuol dire sapendo riconoscere la tua statura, perché sarai anche intelligente e forte e ricco, ma sei piccolo, piccolo ugualmente: sta al tuo posto, senza pretendere di essere il padrone del mondo, riconoscendo che il mondo l’ha già fatto un Altro e che non tocca a te né farlo, né salvarlo. Camminare umilmente con il tuo Dio, quindi riconoscendo il tuo posto.

Allora tre cose vuole il Signore: la prima, che tu rispetti gli altri; la seconda, che tu rispetti Dio; la terza, che tu stia al tuo posto, che tu rispetti te stesso, riconoscendoti per quello che sei.

Questo vuole, non dei sacrifici; questa è la vera offerta, questo è il vero sacrificio che Dio ti comanda.

E, se avete notato, lo stesso discorso è nel salmo che abbiamo ascoltato, il Salmo (49) 50, dove c’è ancora il Signore che convoca il suo popolo in tribunale, convoca la terra, convoca a giudizio il suo popolo: «Davanti a me riunite i miei fedeli, che hanno sancito con me l’alleanza offrendo un sacrifico».

Siamo legati da un contratto, i contratti vogliono onorati; vediamo se Israele ha onorato il suo patto, se Israele è stato fedele a quello a cui si era impegnato: «Io sono Dio, il tuo Dio».

A che cosa si era impegnato Israele e che cosa gli chiede il Signore? Notate: «Non ti rimprovero per i tuoi sacrifici, i tuoi olocausti mi stanno sempre davanti», cioè il Signore dice: non mi lamento perché tu hai fatto pochi sacrifici; ne hai fatti tanti e te lo riconosco, come riconosco che sei tanto religioso.

Ma sta’ attento, primo, al non identificare la religione ad un commercio (come dicevamo prima): tu offri al Signore capri e vitelli e hai il diritto di ricevere dal Signore la benedizione.

Non sono i capri e i vitelli quello di cui Dio ha bisogno, perché Dio non mangia la carne: questa è la concezione della mitologia babilonese.

Nella mitologia babilonese, gli dei avevano creato gli uomini perché gli uomini, facendo sacrifici, dessero da mangiare agli dei. Ma il Dio di Israele non mangia la carne dei sacrifici dell’uomo.

Vuole un’altra cosa: «Offri a Dio un sacrificio di lode, sciogli all’Altissimo i tuoi voti; invocami nel giorno della sventura: ti salverò e tu mi darai gloria».

Che vuol dire: quello che il Signore vuole è quello che stiamo facendo adesso. Celebrando il sacramento della penitenza, noi riconosciamo che Dio è Dio, che è fedele, quindi ci prendiamo le colpe noi.

E nel momento in cui ci prendiamo questa colpa, ci presentiamo davanti al Signore col desiderio di essere perdonati e che il Signore manifesti la sua misericordia. È questo che il Signore vuole: un atteggiamento di umiltà e di fiducia in Lui, di amore verso di Lui.

E proprio per ottenere questo, il Signore ci richiama ai nostri comportamenti sbagliati, cioè alle violazioni dei comandamenti, le trasgressioni, come dicevamo questa mattina.

«All’empio dice Dio» e all’empio vuole dire poi a noi, «perché vai ripetendo i miei decreti e hai sempre in bocca la mia alleanza, tu che detesti la disciplina e le mie parole te le getti alla spalle?».

E vuole dire: non serve il parlare tanto di Dio per essere religiosi, perché se tu ne parli tanto e poi, in realtà, le parole di Dio te le getti alle spalle, cioè non le metti in pratica, tutto quello che tu dici non serve a niente.

Se tu parli di religione, ma detesti la disciplina, cioè detesti tutto quel cammino lento e faticoso che è necessario per mettere in pratica la volontà di Dio, la legge di Dio, allora tutta la tua religione è superficiale e insufficiente. Per cui, «se vedi un ladro, corri con lui» (7° comandamento); «degli adulteri ti fai compagno» (6° comandamento); «abbandoni la tua bocca al male e la tua lingua ordisce inganni. i siedi, parli contro tuo fratello, getti fango contro il figlio di tua madre» (8° comandamento), e sembra che all’ottavo comandamento il Salmo dia un’importanza particolare, ci mette infatti quattro righe sul comandamento del non dire falsa testimonianza: non sparlare dell’altro.

«Abbandoni la tua bocca al male», anzi, se uno dovesse tradurre letteralmente (non si può in italiano), sarebbe: «tu getti la tua bocca nel male», cioè ci pigli gusto a sparlare, ad infangare il tuo fratello.

«Hai fatto questo e io dovrei tacere? Forse credevi che io fossi come te?».

Cioè, Dio dice: Non mi lascio comperare dai tuoi sacrifici e non mi tappano la bocca, quando c’è una ingiustizia io te la sbatto in faccia, ti metto di fronte a quello che sei.

Dio non si lascia comperare o ricattare dal comportamento dell’uomo:

«Ti rimprovero, ti pongo innanzi i tuoi peccati. Capite questo voi che dimenticate Dio, perché non mi adiri e nessuno vi salvi. Chi offre il sacrificio di lode, questi mi onora, a chi cammina per la retta via mostrerò la salvezza di Dio».

«Chi offre il sacrificio di lode» è, dicevamo, quello che stiamo facendo, perché il sacramento della Penitenza è l’offerta del sacrificio di lode in cui noi riconosciamo il nostro peccato e riconosciamo l’onestà di Dio, la sua giustizia e fedeltà.

E questo discorso culmina nel Vangelo di Luca che abbiamo ascoltato, dove si tratta di capire chi è che, davanti al Signore, è nell’atteggiamento religioso più corretto e giusto.

E ci sono, come avete notato, due personaggi davanti a Gesù: il fariseo che lo ha invitato a cena e la donna peccatrice.

La domanda è: chi dei due è il più religioso? E, non c’è dubbio, il più religioso è il fariseo, il religioso per eccellenza, che ha fatto della religione una scelta consapevole, impegnata, diremmo noi.

La donna peccatrice i suoi peccati ce li ha, e quindi dal punto di vista religioso ha violato il sesto comandamento e qualcun altro ancora; in ogni modo il sesto comandamento è al di fuori della sua logica.

Si presentano tutti e due davanti al Signore e, stranamente, capita che, davanti al Signore, la loro posizione viene capovolta. Vediamo come.

La donna, nella casa del fariseo che aveva invitato Gesù, fa’ quei gesti che ricordate:

«Si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, ecc.». In qualche modo si attira il giudizio della gente; è un comportamento che suscita mormorazioni, dato che noi siamo velocissimi a giudicare e a valutare le persone, quindi questa donna si è messa sotto il giudizio di tutti quelli che erano nella casa.

«A quella vista il fariseo che lo aveva invitato pensò tra se: “Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice”».

Tradotto vuol dire: un profeta, uno che vede davvero nel cuore degli uomini saprebbe che cosa c’è nel cuore di questa donna e non si lascerebbe toccare da lei. Dove si capisce un modo di ragionare che è notevolmente diverso da quello di Gesù Cristo.

Gesù sa che cosa c’è nel cuore della donna e proprio per questo l’accoglie.

Secondo il fariseo, dovrebbe respingerla perché cosa deve comportarsi un profeta, un rappresentante di Dio. Ma, secondo Gesù, no; Secondo Gesù il rappresentante di Dio non è quello che respinge i peccatori, è quello che li accoglie.

Questo è costante in tutto il Vangelo: «non hanno bisogno di medico i sani; sono venuto a chiamare i peccatori a conversione». Per questo motivo Gesù entra facilmente a contatto con i peccatori per annunciare loro e donare a loro il perdono di Dio: è venuto proprio per questo.

Ma lì ci sono due concezioni diverse di Dio; per il fariseo, Dio è quello che respinge il peccatore; per Gesù Cristo, Dio è quello che respinge il male, ma accoglie e perdona il peccatore.

Di fatto, Gesù spiega questo a Simone: «Simone, ho una cosa da dirti». Ed egli: «Di’ pure».

«Un creditore aveva due debitori: l’uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta».

Tutti e due sono debitori, ma uno grosso debitore e l’altro piccolo: chi dei due è nella condizione migliore? E naturalmente, quello che è debitore di cinquanta denari: avere un debito piccolo è più vantaggioso che averlo grande.

Questo si, ma qui succede il capovolgimento perché il padrone condona tutti e due i debiti e li cancella, e allora si capovolgono le sorti, perché «non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?».

Prima, il privilegiato dei due era quello dei cinquanta denari, dopo, lo diventa quello dei cinquecento. Forse perché è migliore? Ma no, perché ha ricevuto un perdono più grande e quindi ama con una riconoscenza più grande.

La quantità del perdono suscita una forza corrispondente di amore, e allora si capisce il capovolgimento. «Chi dei due lo amerà di più?» Simone rispose: «Suppongo quello a cui ha condonato di più». «Ed è proprio così, dice Gesù».

Ma, dicendo questo, Simone si è tirato, diremmo noi, la classica zappa sui piedi, perché si è collocato nella condizione di chi ha un piccolissimo debito verso Dio. Tutti gli uomini hanno dei debiti verso Dio, ma Simone è convinto di avere un debito trascurabile, perché lui è un fariseo, lui è una persona religiosa, lui… (stavo per dire: a Messa ci va sempre) al Tempio ci va sempre, i sacrifici li fa, quindi si sente a posto. Ha un debito da poco, ma proprio perché ha un debito da poco, ama poco.

Il perdono di Dio lo sfiora appena, non ne sente la gioia, non ne sente la profondità, non ne sente il valore, in qualche modo lo trascura, lo disprezza: Cosa volete, sì Lui mi ha perdonato, ma poco, qualche soldo soltanto.

E invece, quando il debito è grande, quando uno ha rischiato di andare in galera per il debito, allora la cancellazione del debito diventa qualche cosa di grande e uno si sente davvero graziato. Il condannato a morte al quale, pochi minuti prima dell’esecuzione, viene concessa la grazia, grandemente esulta; e questa è la condizione della donna: questa donna ha trovato nell’amore del Signore il segno, il sacramento dell’amore di Dio e, proprio per questo, vive di gioia e di riconoscenza.

«Ti sono perdonati i peccati». «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace».

«La tua fede ti ha salvata» non vuole dire: Sei stata brava e allora ti perdono, ma vuole dire: Hai aperto il tuo cuore al perdono di Dio e questo perdono ti ha cambiata, puoi andare in pace.

Chi ha operato il perdono non è stata la donna, è stato Dio nella sua misericordia; ma questa donna, proprio perché aveva una esperienza triste di peccato, riceve un perdono che le porta e le produce gioia, consolazione e riconoscenza.

È quello a cui il Vangelo ci vuole portare: siamo convocati in tribunale da Dio, Dio ci ricorda tutto quello che ha fatto per noi nella nostra vita e nella storia della salvezza; ci mette davanti il nostro peccato.

Siamo quindi chiamati a convertirci.

Come? Dando a Dio qualche cosa? No, Dio non ha bisogno di niente, ma dando a Dio il riconoscimento del suo amore e del nostro peccato. Mettendoci nell’atteggiamento di questa donna che, rannicchiata ai piedi del Signore, esprime tutto il suo pentimento e tutta la gioia di essere accolta dal Signore.

È in questo che il Sacramento della Penitenza fa di noi delle creature nuove, ci introduce dentro a un atteggiamento nuovo.

E lo chiediamo proprio come dono, come miracolo del Signore, miracolo di un cuore che sappia amare, che sappia commuoversi, che sappia riconoscere il proprio peccato, che non si avvilisca affatto, ma che sappia, invece, riconoscere nella misericordia di Dio il motivo e la forza per ricominciare con coraggio e con gioia.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.