MI SFORZO DI CORRERE PER CONQUISTARLO – 9

Diocesi Reggio Emilia
Parrocchia San Pellegrino
Esercizi Spirituali
dal 30-31 Agosto al 1-2 Settembre 1991

Mi sforzo di correre per conquistarlo,
perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo (Fil 3, 12)

Documento fornito da Copelli Marcello e ripreso da Ciani Vittorio.

Mons. Luciano Monari

Quarto giorno – Lunedì, 02 Settembre 1991

Quinta Meditazione

«[3]Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. [4]In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, [5]predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, [6]secondo il beneplacito della sua volontà. E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto; [7]nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia. [8]Egli l’ha abbondantemente riversata su di noi con ogni sapienza e intelligenza, [9]poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito [10]per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra. [11]In lui siamo stati fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà, [12]perché noi fossimo a lode della sua gloria, noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo. [13]In lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza e avere in esso creduto, avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo che era stato promesso, [14]il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria» (Ef 1, 3-14).

La lettera agli Efesini fa da conclusione al nostro cammino degli esercizi.

Perché questo brano? Quattro aspetti.

Primo aspetto. Anzitutto perché è un inno, e inno vuol dire che è teologia, cioè è riflessione sul progetto di salvezza di Dio, ma è teologia sottoforma di preghiera. Non è la teologia della scuola, ma è la teologia della preghiera e del rapporto personale con il Signore.

Questo, credo che ci possa aiutare perché la conoscenza più autentica del Signore, e anche della sua volontà e della sua opera di salvezza, avviene non tanto nella dimensione dello studio quanto nella dimensione del dialogo. Questo naturalmente non vuole dire che la teologia e lo studio non siano importanti, anzi importantissimi, ma vuole dire che il riconoscimento di Dio come Dio, avviene essenzialmente nel momento in cui ci si rivolge a Lui riconoscendolo come interlocutore della nostra vita.

Questo – si capisce facilmente – vale anche nei nostri rapporti umani. Io posso ben studiare tutte le cartelle cliniche di una persona, ma in realtà il rapporto vero con la persona va dopo le cartelle cliniche, va quando mi metto accanto e ascolto, e parlo e dialogo ed entro in un rapporto personale.

Siccome il Dio della rivelazione è un Dio personale, lo si riconosce non parlando di Lui ma parlando A LUI. Quindi in un atteggiamento che sia di lode e di ringraziamento: quello che qualcuno chiamava la teologia in ginocchio.

Secondo aspetto. E’ un inno Trinitario: inizia con la lode al Padre, si sviluppa in tutta la descrizione dell’opera del Figlio e termina nel richiamo allo Spirito Santo. Un inno Trinitario.

Di per sé Paolo non vuole parlare direttamente della Trinità. Vuole parlare dell’uomo e della salvezza dell’uomo. Ma esattamente la salvezza dell’uomo ha una struttura trinitaria.

Quando noi diciamo che Dio è uno solo e in tre persone, non diciamo qualcosa che è lontano da noi, che riguarda puramente l’essenza divina. No! Riguarda Dio nel suo rapporto verso di noi. In fondo la rivelazione biblica la si può leggere in chiave trinitaria; l’Antico Testamento non c’è dubbio che è tutta la rivelazione del Padre; i Vangeli sono la rivelazione del Figlio; e non c’è dubbio che dopo i Vangeli viene la presenza del Figlio nello Spirito Santo, senza staccare le tre dimensioni. Perché nel momento in cui Gesù Cristo inizia la sua opera di rivelazione non fa altro che rivelare il Padre, e nel momento in cui lo Spirito continua l’opera di Gesù, non fa altro che rendere presente Gesù Cristo. Non sono certamente fasi staccate, però è vero che nell’aspetto di rivelazione l’epoca dello Spirito è l’epoca della Chiesa, quella che stiamo vivendo, quella nella quale la storia di Gesù diventa il mistero della nostra redenzione nell’Eucaristia, nei Sacramenti, nella Parola di Dio.

Quindi struttura Trinitaria.

Questo dovrebbe aiutarci a vedere anche la nostra vita in funzione trinitaria: vivere per il cristiano vuole dire vivere nello Spirito Santo e nello Spirito Santo, attraverso Gesù Cristo, camminare e muoversi verso la Gloria del Padre.

Questo è il terzo aspetto tipico dell’inno della lettera agli Efesini; questa idea della gloria, alla quale abbiamo accennato alcune volte nel corso di questi esercizi.

L’inno termina in questo modo:

«[1.14] il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria».

«A lode della sua gloria» vuole dire che lo scopo ultimo di tutto il piano di salvezza è esattamente la rivelazione della Gloria di Dio. Ma non pensate per questo che Dio sia un Dio egoista, che a Lui stia a cuore semplicemente la sua gloria come se fosse una specie di patrimonio privato.

Quando si dice che tutto il piano della salvezza è a lode della gloria di Dio, vogliamo dire (e vuole dire la lettera agli Efesini, e anche tutto il Nuovo Testamento), che il progetto di Dio è il riempire il mondo della sua Gloria.

Riempire il mondo della sua Gloria. Noi non possiamo certamente aggiungere niente alla gloria divina. Ma il grande del progetto di salvezza è che Dio vuole aggiungere il mondo alla sua Gloria; vuole rendere partecipe l’umanità e il cosmo, addirittura, di quella bellezza, di quella incorruttibilità che è propria di Dio.

La Gloria, lo abbiamo detto, è lo splendore di Dio, la bellezza di Dio, lo spessore di valore di Dio, è la sua santità, la sua integrità, la sua eternità e incorruttibilità per cui il tempo non la scalfisce. La Gloria è tutto questo.

Bene, il progetto di Dio è che quel mondo limitato e povero come è il nostro, quel mondo sottomesso alla corruzione, cioè alla morte come è il nostro mondo, diventi partecipe della sua Gloria. Anche il mondo materiale e anche la materia, trasfigurata, vuole che diventi partecipe della sua Gloria.

Quando noi diciamo di credere nell’Ascensione di Gesù al cielo, vuol dire che noi crediamo che un pezzettino del nostro mondo, della nostra materia, di quelle realtà concrete e materiali di cui è fatto il mondo, ormai è diventato partecipe dell’incorruttibilità e dell’eternità di Dio.

L’umanità di Gesù è eterna. Ma l’umanità di Gesù rimane una vera umanità, rimane la nostra umanità: trasfigurata, d’accordo, resa spirituale, d’accordo; ma la nostra, la nostra. C’è quindi un pezzo di mondo che è diventato partecipe della immortalità di Dio.

A lode della sua gloria.

C’è un pezzo di mondo che riflette perfettamente la Gloria di Dio, la bellezza di Dio, questa umanità di Gesù. E tutto è a lode della sua Gloria.

Questo dobbiamo recuperarlo come atteggiamento di fondo. Era lo slogan di Sant’Ignazio: “Per la maggior gloria di Dio”. Questo è fondamentale.

Non ci rimettiamo niente nel momento in cui viviamo per la Gloria di Dio, al contrario, c’è quella pienezza di comunione per cui la nostra vita diventa portatrice della bellezza stessa di Dio.

“Padre, sia santificato il tuo nome” s’intende in noi, nella nostra vita. Che la nostra vita diventi tale da rendere gloria al nome Santo di Dio.

Il quarto aspetto è che tutto questo grande inno della lettera agli Efesini è chiaramente Cristocentrico. Tutto si raccoglie intorno al mistero di Gesù. Basterebbe che voi provaste a sottolineare nell’inno tutte le volte in cui ritorna l’espressione «in Cristo» o una espressione equivalente (cioè con il pronome personale «in Lui»).

Si può dire che per Paolo, cielo e terra si incontrano in Cristo. Dio è uomo, Dio è mondo materiale, per cui la Gloria di Dio risplende nell’umanità e nel mondo attraverso Gesù Cristo e per cui il mondo vive a Gloria di Dio attraverso Gesù Cristo.

Gesù è da una parte la rivelazione perfetta del Padre (per cui se voi volete avere una qualche idea del volto misterioso del Padre dovete guardare Gesù Cristo), e d’altra parte Gesù Cristo è quel mondo che vive a Gloria del Padre (per cui se volete avere un’idea della vocazione del mondo, di quello a cui il mondo è chiamato, quello a cui noi siamo chiamati, dovete guardare Gesù Cristo).

È paradossale, ma è molto significativo: per conoscere Dio bisogna guardare Gesù; per conoscere l’uomo bisogna guardare ancora Gesù; per conoscere l’uomo in quello che è chiamato a essere, non l’uomo nella sua insufficienza, ma l’uomo nel progetto che sta alla base della sua stessa storia.

Dio e l’uomo si incontrano in Gesù Cristo.

Questo sottolinea anche quello che la Bibbia ha detto tante volte, che l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio e quindi il modo migliore per conoscere l’uomo è proprio guardare Dio, guardare quella bellezza e quella integrità e santità che in Dio si compie.

Questi sono gli elementi più importanti, credo, di premessa all’inno.

Vediamo qualche cosa, brevemente, su come l’inno si sviluppa, iniziando dalla dimensione della benedizione:

«[3]Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. [4]In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, [5]predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, [6]secondo il beneplacito della sua volontà» (Ef 1, 3-6a).

È importante l’inizio del versetto 3°.

Notavano, i commentatori, che la Lettera agli Efesini è una delle lettere della prigionia. Sembra che quando queste parole sono state scritte l’autore fosse in carcere, e quando dice:

«[1]Vi esorto dunque io, il prigioniero nel Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto» (Ef 4, 1).

Dovrebbe essere interpretato non semplicemente in senso simbolico, nel senso della persona che ormai appartiene al Signore e che si è legata indissolubilmente a Lui, ma nel senso concreto di chi sta subendo una prigionia a motivo della testimonianza al Signore.

Se questo è vero è interessante che uno in prigione incominci una lettera dicendo: «Benedetto sia Dio…». Che non cominci con il peso della sua sofferenza (che pure vi ha da essere), ma incominci invece con lo stupore della lode e del ringraziamento.

Vuole dire un atteggiamento spirituale che ha superato non la sofferenza (questa non si supera) ma ne ha superato l’aspetto dell’angoscia; infatti la sofferenza tende a diventare molte volte l’orizzonte esclusivo dell’interesse della persona, cioè quando noi soffriamo vediamo solo la sofferenza e il resto solo in un secondo piano. Invece San Paolo da soffrire ne avrà (perché in galera non è che si stia bene, e tanto meno che si stesse molto bene al tempo di Paolo) però ha un motivo sufficiente per benedire Dio.

Questo tipo di preghiera, la benedizione, è fondamentalmente una preghiera biblica perché non è altro che l’effetto della Parola di Dio sulla vita dell’uomo.

Io benedico Dio sempre in un atteggiamento di risposta; la benedizione non parte mai del tutto dall’uomo. La benedizione parte da Dio.

È Dio prima di tutto che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo, ed è un cammino di discesa del dono che scende dal Padre – ci diceva ieri San Giacomo:

«[17]ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall’alto e discende dal Padre della luce, nel quale non c’è variazione né ombra di cambiamento» (Gc 1, 17).

Bene. La nostra benedizione è la risposta. Nel momento in cui il dono di Dio è, da parte nostra, accolto realmente, il dono di Dio produce riconoscenza, produce risposta gioiosa, produce appunto la benedizione.

Torno a dire, la benedizione è un tipo di preghiera che risponde alla Parola di Dio, al dono della Parola di Dio [1].

Credo che questo debba essere un atteggiamento costante della vita di fede: la riconoscenza. Non basta conoscere, bisogna riconoscere Dio. Quindi una conoscenza che è fatta anche con il cuore e che si esprime in gioia e accoglienza del dono di Dio con tutta la propria esistenza, con tutti i propri pensieri.

Vediamo quali sono queste benedizioni spirituali che Dio ci ha donato con abbondanza, senza riservare niente: «Ci ha benedetti con OGNI benedizione spirituale». Non è quindi un Dio avaro che lesina i suoi doni; è un Dio che gode di donare e quindi dona quanto più può, quanto più l’uomo è in grado di accogliere.

«[4]In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, [5]predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo» (Ef 1, 4-6).

Scelti e predestinati; non lasciatevi ingannare da questa parola «predestinati», perché nella storia della teologia la parola predestinazione ha un significato molto preciso che fa riferimento a un problema teologico complesso che è il problema dell’azione previa di Dio e della libertà dell’uomo.

Questo era del tutto al di fuori della problematica di San Paolo, non aveva nemmeno un problema di questo genere.

Quando Paolo vuole parlare di scelta, di predestinazione, voleva indicare che c’è un dono di Dio nei nostri confronti che precede ogni nostro merito.

«Ci ha scelti prima della creazione del mondo», ed è ben difficile che prima della creazione del mondo noi possiamo avere un qualche merito”. Eventualmente, uno, qualche merito ce l’avrà, ma nella sua vita; prima della creazione del mondo: no.

Quando Dio ci ha scelti non avevamo ancora nessun diritto da accampare davanti a Lui.

Dice Paolo, questa scelta diventa predestinazione e predestinazione vuol dire che quando Dio inizia un cammino di amore e di benevolenza nei confronti dell’uomo, non lo lascia a metà.

C’è un testo famoso, e qualche volta anche problematico, nella lettera ai Romani, che è importante per tanti motivi:

«[28]Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno. [29]Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; [30]quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati» (Rm 8, 28-30).

Che vuole dire: voi siete oggetto di un piano di Dio di salvezza. Dio vi ha certamente chiamati, vi ha conosciuti, vi ha prèdestinati. Il fatto che voi siate giunti alla fede è il segno che Dio si interessa a voi e alla vostra vita. Bene, a motivo di questo interesse di Dio, potete vivere la vostra vita con un atteggiamento fondamentale di fiducia, perché Dio non è un Dio incostante che inizia un’opera e poi la lascia a metà.

Può capitare all’uomo che cominci a costruire una torre e poi gli vengano meno i soldi e rimane a metà, in sospeso con la torre. Questo può capitare.

Può forse capitare a Dio?

Certamente no. Non gli vengono meno i capitali.

Se Dio ha cominciato un’opera nella nostra vita, volete che la lasci andare? Non c’è dubbio. Se Dio ha fatto il primo passo, Lui ha già fatto anche l’ultimo.

Questo non deve diventare la presunzione di chi dice “…allora sono già in paradiso”, perché da parte dell’uomo può esserci, invece, il rifiuto e la ribellione; ma da parte di Dio no.

Da parte di Dio il piano è completo, non metà. La volontà di Dio nei tuoi confronti è la tua gloria, niente di meno. Dio non si accontenta della tua adozione filiale adesso; Dio vuole la pienezza di questa adozione filiale nella gloria. Ti vuole partecipe e ti vuole efficacemente.

“Efficacemente partecipe”, vuole dire: tutto quello che è necessario perché la tua vita termini nella gloria, Dio lo mette a tua disposizione, cioè lo mette in gioco nel cammino della tua vita.

Torno a dire. Togli da te la presunzione perché non è detto che tu dica sempre di sì, però hai la sicurezza che Dio dice sempre di sì, che Dio non tira indietro il suo progetto.

“Vuole che tu diventi conforme all’immagine del suo Figlio, in modo che Gesù diventi il primogenito tra molti fratelli”. Vuole, quindi, che l’umanità sia una umanità che porti l’immagine di Gesù su di sé. Se questo lo vuole, Dio lo farà.

Per questo «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» e vuole dire che non è fatalità, ma che Dio lo fa servire al bene. Dio farà servire al bene tutto quello che di’ bello tu fai; Dio farà servire al bene anche i tuoi difetti, anche i tuoi limiti. Questi limiti che a noi danno un gran fastidio sembra che il Signore li sappia usare proprio per il nostro bene, proprio perché la nostra vita diventi conforme all’immagine del suo Figlio; servono anche quelli, i nostri limiti.

Se ha ragione Sant’Ambrogio, servono anche i peccati. Dio fa servire anche i peccati. Che non significa che allora bisogna farli, perché sarebbe stupido; ma vuole dire che non c’è da avvilirsi, perché Dio è capace di recuperare anche quelli. Non c’è niente che Dio non sia in grado di vincere e di fare entrare dentro a un progetto di salvezza. Quindi puoi camminare con la fiducia di fondo, con timore e tremore, perché conosci tutta la tua fragilità, ma anche con fiducia, perché conosci la fedeltà di Dio sulla quale puoi contare.

Quel «…ci ha scelti prima della creazione del mondo» è la nostra sicurezza. Se ci avesse scelto per i nostri meriti, ad un certo punto uno potrebbe sempre avere il dubbio di non averne più abbastanza e Dio tira indietro la sua scelta. Ma siccome ci ha scelto prima dei nostri meriti, questa scelta Dio non la può tirare mai indietro (da parte sua).

«per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, [5]predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, [6]secondo il beneplacito della sua volontà» (Ef 1, 4b-6a).

Suoi figli adottivi, è naturale che Cristo sia il primogenito fra molti fratelli, perché in realtà l’unico Figlio di Dio si chiama Gesù Cristo, e se noi abbiamo l’ardire di chiamare Dio “Padre”, questo è solo perché siamo una cosa sola con Gesù, è solo perché siamo il suo popolo, perché Cristo ci ha assimilato a sé e quindi portiamo su di noi il volto di Gesù, ci presentiamo davanti al Padre con il volto del suo Figlio, per questo possiamo dire “Padre Nostro che sei nei cieli” dunque, la predestinazione ad essere suoi figli adottivi non è altro che predestinazione a essere una cosa sola con Gesù Cristo.

«[1.6b] E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto» (Ef 1, 6b).

Per Paolo la parola “GRAZIA” è una parola centrale della teologia, della fede, perché tutto nasce esattamente da quello.

Paolo ne ha fatto l’esperienza sulla via di Damasco che la sua vocazione è pura Grazia, e non vuol vivere altro che per proclamare la Grazia di Dio, per proclamare il dono gratuito, perché Grazia vuole dire appunto dono gratuito, vuol dire dono puramente divino che supera ogni nostra capacità di capire, di meditare e di costruire.

«Nel suo Figlio diletto» perché non solo Gesù ci dà la Grazia di Dio, ma Gesù È, la Grazia di Dio.

I doni di Dio sono Gesù Cristo o, se volete, tutti i doni di Dio sono dentro a Gesù Cristo.

«[8.32] Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?»(Rm 8, 32).

Dice Paolo; il dono, la Grazia vera del Padre è Gesù Cristo stesso. Dentro quella Grazia ci stanno tutti quegli altri doni di cui possiamo avere bisogno e che accompagnano l’esistenza quotidiana dal cristiano.

«[7]nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia» (Ef 1, 7).

La redenzione è uno dei termini classici della teologia cristiana e ha come sua origine la liberazione dall’Egitto. La redenzione è, prima di tutto, nell’Antico Testamento, la liberazione dall’Egitto. Quindi redenzione vuol dire “passaggio” da una condizione di schiavitù a una condizione di libertà. Cosi è capitato a Israele. Anzi, si può dire: passaggio da una condizione di morte a una condizione di vita, perché l’Egitto per Israele rappresentava la morte, rappresentava il lutto, la tristezza. Il passaggio del mare ha significato “vivere”, ha significato “gioia” e “speranza”.

La redenzione è questo.

Vuol dire che la condizione nella quale l’uomo è schiavo di quella realtà che chiamavamo Peccato (con la P maiuscola), in cui l’uomo è alienato da Dio e da se stesso (perché non è in sintonia piena con sé), da questa situazione l’uomo viene trasportato in una situazione di riconciliazione. Dio lo riconcilia con sé, lo riconcilia con i fratelli, lo riconcilia con l’uomo stesso, in fondo lo riconcilia anche con la natura; almeno nella logica della Scrittura c’è anche questa dimensione.

Un esempio lo troviamo nel libro del profeta Osea quando vede il mondo rinnovato dal dono del Signore:

«[23]E avverrà in quel giorno – oracolo del Signore – io risponderò al cielo ed esso risponderà alla terra; [24]la terra risponderà con il grano» (Os 2, 23-25).

Quello che è significativo è questa ripetizione quasi ossessiva del verbo “rispondere” che, notate, si trova anche nel versetto 17b sempre del libro di Osea:

«[2.17b] Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto».

“Canterà” è nel testo ebraico lo stesso che “risponderà”, là risponderà come nei giorni della sua giovinezza. Che cosa vuol dire questo? Vuol dire che per Osea il tragico della condizione attuale è la mancanza di risposte: Dio parla e l’uomo non risponde. Io parlo e voi non rispondete, non capite. Cerco di entrare in rapporto con la natura ma la natura non mi risponde.

È la condizione dell’uomo al quale sono tagliate tutte le comunicazioni. Tutte le comunicazioni sono alterate, non riusciamo a capirci; parliamo in registri diversi, per cui uno parla e l’altro capisce a rovescio e ne nasce la contrapposizione, la lite, la guerra, l’incomprensione e tutto quello che volete.

Bene. La riconciliazione che cos’è? Finalmente il rispondere: Dio è contento perché l’uomo gli risponde. L’uomo che risponde al suo fratello, la natura che risponde all’uomo; e come una specie di dinamismo, di comunione, di comunicazione che si era inceppata e che riprende a muoversi e che dà all’uomo la gioia di sentirsi proprio nell’ambiente giusto; di sentirsi nel mondo, in mezzo agli altri e davanti a Dio, a casa propria.

Dopo il primo peccato, quando Dio dice ad Adamo «Dove sei?», Adamo si è nascosto: vuol dire che non era a suo agio, non stava bene lì dov’era. Aveva bisogno di nascondersi.

Ecco, invece, è proprio il trovarsi a proprio agio nel mondo, a proprio agio in mezzo agli altri e a proprio agio davanti al Signore. Questo sta dietro all’immagine della redenzione. Di questo riscatto per cui da una condizione di schiavitù e di interruzione di rapporti con Dio, ne nasce una riconciliazione e un ristabilimento di comunicazione.

«[8]Egli l’ha abbondantemente riversata su di noi con ogni sapienza e intelligenza, [9]poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito [10]per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra» (Ef 1, 8-10).

Qui trovate una parola alla quale Paolo dà un significato notevolmente diverso da quello che diamo noi: la parola “mistero”.

Per noi mistero è qualcosa in cui non si capisce nulla, qualcosa di oscuro e di tenebroso.

Per Paolo, invece, il mistero è un progetto di Dio. È vero che in quanto progetto di Dio sta sopra alla mia intelligenza, ma è altrettanto vero che, in quanto progetto Divino, Dio lo ha rivelato; quindi il mistero non è oscuro, ma luminoso.

5e c’è qualche cosa che rende difficile la comprensione del mistero è la sua luce, è che è troppo luminoso per cui delle volte i nostri occhi non riescono a penetrarlo del tutto; ma non è nella logica dell’oscurità: è nella logica della luce.

Notate, torno a leggere: «[1.9]poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà (…)».

Che cosa è questo mistero della sua volontà?

«(…) secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito [1.10]per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra»

Questo è il mistero: il disegno, il progetto. Dio lo aveva tenuto nascosto, adesso in Gesù lo ha fatto vedere.

C’è un progetto che sta all’origine della Creazione e che sta dentro alla struttura della storia della salvezza, della storia umana. In che cosa consiste questo disegno? Questo mistero rivelato?

Dice: «il disegno di ricapitolare in Cristo tutte le cose…».

Secondo dunque questo testo il significato della storia del mondo è racchiuso in Gesù Cristo. Il mondo tende verso Gesù Cristo.

Qualcuno ha scritto che Gesù è il punto “omega” del mondo, è il punto di arrivo del mondo. Questa affermazione ha un suo valore: immaginate la storia del mondo come una evoluzione progressiva della materia; alle prime forme di vita, alle forme di vita più complesse, per cui prima nasce la vita, poi… qual è il traguardo?

Il traguardo è l’amore. Il traguardo dell’evoluzione, la perfezione del mondo è quando il mondo arriva ad amare.

Nell’uomo è successo qualcosa di stupendo: la materia è diventata strumento del pensiero; attraverso il mio cervello, quindi attraverso dei neuroni e altri componenti che costituiscono il mio cervello, io posso pensare. Posso entrare in rapporto con voi, parlare, ascoltare, capire.

È un miracolo! È una grandezza, è qualche cosa di stupendo nella realtà dell’uomo.

Ma più stupendo ancora è quando il mondo materiale diventa strumento dell’amore, non solo del pensiero, ma dell’amore.

Questo è il punto culminante: quando l’uomo arriva a donare liberamente se stesso, a compiere quindi un gesto di gratuità, di gratuità vera. Questo è un super-miracolo!

Questo è il punto di arrivo.

Questo è Gesù Cristo.

Gesù Cristo è un pezzo del nostro mondo, ma che è stato trasformato totalmente in amore e in dono. Non ha tenuto niente per se, ma lo ha trasmesso, lo ha donato.

Proprio per questo è il. senso del mondo. Proprio per questo il senso dell’umanità e della storia dell’umanità va verso Gesù Cristo.

L’uomo davvero realizzato è la materia pienamente compiuta, è quella che si esprime in Gesù Cristo, quella che si esprime nel suo amore.

Questo è il progetto di Dio: ricapitolare in Cristo tutte le cose e che il mondo giunga all’amore, alla sfera della gratuità. Che è una sfera in cui l’uomo partecipa alla vita stessa di Dio, perché Dio è essenzialmente gratuità, Dio è essenzialmente dono. Il Dio Trinità dice esattamente questo.

Quando il mondo giunge alla pienezza del dono, è diventato un mondo che partecipa del mistero stesso di Dio, come partecipa Gesù. È entrato dentro al mistero di Gesù e Gesù è la sintesi del mondo.

Se quel termine “ricapitolare” va inteso anche nel suo significato etimologico, l’immagine è che Cristo sia il capo. “Ricapitolare” ha in sé la radice della parola “capo”.

Allora Cristo è capo dell’universo e capo vuol dire che l’universo riceve da Cristo il suo significato e la sua forza di dare, la sua forza di amare.

«[11]In lui siamo stati fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà, [12]perché noi fossimo a lode della sua gloria» (Ef 1, 11-12a).

Eredi, vuol dire quindi partecipi di una ricchezza di vita, che uno non fa una gran fatica ad acquistare. Gli eredi non fanno grande fatica; l’eredità è un qualcosa che arriva gratis, che arriva dal rapporto di filiazione, ed è per questo forse che la Bibbia usa l’immagine dell’eredità; l’eredità di Dio.

Cioè un qualcosa che Dio comunica semplicemente per benevolenza, considerando l’uomo come figlio, quindi volendo renderlo partecipe di quella pienezza di vita che Lui possiede.

«[12]perché noi fossimo a lode della sua gloria, noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo. [13]In lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza e avere in esso creduto, avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo che era stato promesso, [14]il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria» (Ef 1, 12-14).

Può darsi che in questo testo “per primi” si riferisca a quella generazione di cristiani, di origine giudaica, che sono i primi nel cammino della fede.

Anche voi diventate partecipi della conoscenza del Cristo. Come? Gesù non l’avete mai visto, ne conosciuto direttamente; però avete ascoltato la Parola della verità, il Vangelo della nostra salvezza, l’annunzio dell’amore di Dio per voi, di quell’amore che salva in Gesù Cristo.

Il Vangelo è questo, e quando l’apostolo annuncia il Vangelo vuole annunciare esattamente la salvezza di Dio, l’opera di salvezza che Dio compie nei confronti dell’uomo.

Bene, quando voi ascoltate questa parola, la parola del Vangelo, e quando la ascoltate nell’atto della fede, quindi la accogliete (la ascoltate non solo con gli orecchi ma anche col cuore), ricevete il suggello dello Spirito Santo.

Questo è interessante perché vuole dire che nella logica cristiana lo Spirito Santo non viene in modo strano o anarchico, non si sa da quale parte (è vero che lo Spirito Santo ha la sua libertà), ma vuole dire che lo Spirito Santo segue la Parola di Dio.

Non è uno Spirito che non si possa voltare da qualunque parte, al quale io posso far dire qualunque cosa.

Lo Spirito Santo dice qualunque cosa purché si riferisca alla Parola di Dio, non dice altro che questo, non dice altro che Gesù, non dice altro che il Vangelo.

C’è quindi una unità indissolubile tra Gesù Cristo e lo Spirito Santo, tra la Parola di Dio e lo Spirito Santo.

Lo Spirito Santo è quello che rende viva la Parola.

La Parola senza lo Spirito diventa filologia; c’è bisogno dello Spirito perché la Parola rimanga viva e non sia morta e mummificata. Ma lo Spirito non c’è per conto suo nel presentare chissà quale cosa; lo Spirito è legato a Gesù, è l’amore con cui si ama Gesù Cristo e quindi va strettamente legato alla conoscenza concreta di Gesù di Nazareth e della Sua Parola.

Ma nel momento in cui Gesù è accolto con fede, e la sua Parola pure, allora la nostra vita viene sigillata dallo Spirito Santo

«[1.14]il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria»

Vuole dire che nel momento in cui la vita del cristiano viene sigillata dallo Spirito Santo, questa vita assume già i lineamenti della perfezione.

E’ vero che non è ancora perfetta, ma ha già i germi, ha già l’energia della perfezione. La “caparra” non è il patrimonio, ma è fatta della stessa specie; non è un’altra cosa, è l’inizio, è il germe, è il seme, è l’origine. Quindi, nel momento in cui lo Spirito Santo sigilla la vita del cristiano, questa diventa una vita di speranza piena. In speranza noi siamo stati salvati, non abbiamo ancora la completa redenzione, ma siamo già redenti. Non e’’ ancora completa, ma siamo già redenti. Non è ancora manifestato quello che noi saremo, ma abbiamo già dentro al nostro cuore la vita nuova di figli di Dio e quindi la realizzazione di quel progetto di Dio, che è progetto di ricapitolare ogni cosa in Cristo.

In questo modo l’inno della lettera agli Efesini dà una specie di panorama della fede cristiana e della teologia cristiana. Dovrebbe aiutarci a riconoscere le dimensioni vere e piene della nostra vita.

Percepire la vita come vocazione, vuol dire fare l’esperienza della dilatazione della propria esistenza. La mia esistenza è limitata nel tempo, nello spazio e nella capacità e deve essere così. Bisogna che io l’accetti limitata nel tempo, nello spazio e nelle capacità cordialmente, che sia contento che la mia vita sia così. Ma questa piccola vita limitata, che è la mia, si inserisce, si innesta dentro ad un progetto che ha delle radici grandi («ci ha scelti prima della creazione del mondo…»), che ha delle speranze immense («ricapitolare ogni cosa in Cristo»).

Quindi il piccolo della nostra vita assume una dimensione cosmica.

E’ quello che succede normalmente quando celebriamo l’Eucaristia, perché l’Eucaristia ha questo senso di dilatazione cosmica che dà alla nostra vita sia il senso della concretezza, sia il senso del progetto grande, infinito di Dio nel quale, in modo vero, Dio ci ha inseriti.

Questo dovrebbe portarci a quell’atteggiamento di rendimento di grazie con cui Paolo inizia:

«[1.3] Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo» (Ef 1, 3).

* Documento rilevato come amanuense dal registratore, scritto con riferimenti biblici, ma non rivisto dall’autore.

MI SFORZO DI CORRERE PER CONQUISTARLO – 8

Diocesi Reggio Emilia
Parrocchia San Pellegrino
Esercizi Spirituali
dal 30-31 Agosto al 1-2 Settembre 1991

«Mi sforzo di correre per conquistarlo,
perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (Fil 3, 12)

Documento fornito da Copelli Marcello e ripreso da Ciani Vittorio.

Quarto giorno – Lunedì, 02 Settembre 1991

Omelia S. Messa

Letture: Ts 4, 13-18; Lc 4, 16-30.

Mons. Luciano Monari

Abbiamo iniziato il nostro cammino degli esercizi con il Vangelo che Paolo vuole annunciare agli uomini come grazia di Dio, e lo terminiamo ancora come una proclamazione del Vangelo, perché il brando di Luca, che abbiamo ascoltato, è esattamente questo: una proclamazione programmatica del Vangelo di Dio.

Gesù entra a Nazareth, nella sinagoga; gli viene dato il rotolo di Isaia e Gesù trova quel brano del capitolo 61° che dice: «Lo Spirito del Signore è sopra di me (…) mi ha mandato per annunziare ai poveri un vangelo».

Mi ha mandato per evangelizzare i poveri, per annunciare quindi la salvezza di Dio a coloro che sono, per un motivo o per l’altro, bisognosi.

Poveri, in questo caso, vuole dire non quelli che hanno fatto il voto della povertà e quindi hanno il merito di essere bravi davanti a Dio, perché hanno scelto Dio al di sopra di tutto, ma qui i poveri sono semplicemente i poveri, cioè le persone bisognose, misere, che hanno una esistenza diminuita e bloccata, che nella vita sono stati ostacolati per un motivo o per l’altro e che non possono esprimere trovare tutta la loro pienezza e tutta la loro gioia.

Per costoro c’è una parola di vangelo, c’è quindi una parola di speranza che il Signore viene ad annunciare.

Quindi, insieme ai poveri metteteci i prigionieri, i ciechi, gli oppressi, ma potete metterci anche tutte quelle categorie di persone che sperimentano l’insufficienza della vita.

Se è vero che l’espressione del v. 19 «predicare un anno di grazia del Signore» fa riferimento al giubileo, l’idea è che il vangelo riconduce l’uomo alla condizione di integrità iniziale.

Provo a spiegarmi meglio. Sapete che il giubileo era una delle grandi leggi ebraiche. In realtà una legge mai osservata del tutto; era più una legge ideale che non pratica, però aveva un suo significato: il cinquantesimo anno si suonavano le trombe ed era l’anno della revisione. Vuol dire che tutti i debiti che si erano accumulati nei 49 anni prima venivano cancellati; tutto quello che apparteneva all’eredità originaria della propria famiglia e che era stato venduto per un motivo o per l’altro, veniva recuperato. Ciascuno, cioè, ritrovava l’integrità e la pienezza che appartenevano al dono iniziale di Dio.

Infatti quando Dio ha donato la Terra Santa, l’ha divisa tribù per tribù e famiglia per famiglia. Bene, quel patrimonio li è un patrimonio che non si perde. Con il giubileo viene riacquistato. Se uno per un qualche motivo lo ha dovuto alienare, gli. viene restituito.

ora capite, che questo discorso del giubileo è molto significativo; significativo se voi fate riferimento non solo alla distribuzione della terra promessa, ma a quel dono originario che Dio ha fatto all’uomo, di essere la sua immagine e somiglianza; quel dono che l’uomo ha fatalmente perduto con il suo peccato e con i suoi egoismi.

Bene, questo è l’anno del giubileo: l’uomo ritorna all’origine, come Dio lo aveva voluto, come Dio lo ha arricchito con i suoi doni.

Quando Gesù legge questo brano, lo interpreta, come si faceva normalmente (lo spiega), in un modo significativo, che è quello che esprime proprio la coscienza personale di Gesù.

“Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette» (Lc 4, 20).

Sedette perché quando uno faceva il maestro lo doveva fare seduto, almeno così usava una volta. Siamo perciò davanti ad un insegnamento formale, a un insegnamento ufficiale che Gesù compie.

«Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. (4.21) Allora cominciò a dire: Oggi si è adempiuta questa Scrittura.che voi avete udita con i vostri orecchi» (Lc 4, 20.21).

Quell”OGGI” è il significato del Vangelo.

Ci sono tantissime promesse di Dio nella Scrittura, promesse che riguardano gli ultimi tempi, promesse di perdono, promesse di trapianto di cuore, promesse di un’alleanza nuova ed eterna; sono seminate in tutta la Scrittura. Ma quello che significa il vangelo è OGGI, cioè tutto quello che voi avete ascoltato come promessa non pensate che capiterà chissà quando. No! Oggi. Oggi!

Dove c’è Gesù, e dove Gesù inizia la sua predicazione e il suo ministero, lì il Vangelo si compie. Naturalmente ci sarà ancora da aspettare il compimento finale, ma possiamo già sperimentare l’inizio vero del Regno di Dio. Il Regno di Dio è in mezzo a voi, la santificazione del nome dì Dio è ormai dentro alla vostra vita, la gloria di Dio risplende sopra ai vostri volti, l’eredità ormai l’avete come caparra, l’adozione filiale è vostra esperienza della fede; e così via.

Questo “oggi” ci vuole sollecitare a riconoscere la presenza attiva del Signore, dell’opera del Signore nella nostra vita, in modo da non rimanere come quelli che si giustificano con “ma non è ancora venuta la pienezza e la fine del mondo”. No! È adesso che devi fare queste cose; le puoi e le devi fare.

In fondo il senso dell’Eucaristia è ancora questo: l’Eucaristia non è la fine del mondo (non c’è dubbio). Il pane e il vino che diventano il Corpo e il Sangue di Cristo che cosa sono? Se aveva ragione San Paolo, nell’inno al capitolo i della lettera agli Efesini, lo scopo del progetto di Dio è ricapitolare tutto in Cristo e l’Eucaristia ricapitola in Cristo il pane e il vino, cioè la nostra vita.

Quello che noi facciamo, diciamo…, messo dentro all’Eucaristia viene assunto dal Signore ed entra a far parte del mistero del suo Corpo. Quindi vuole dire che la fine del mondo è qui, la pienezza del mondo è qui, nell’Eucaristia, è dentro alla nostra vita.

Allora il terminare gli esercizi con questo brano è per noi significativo.

Vuole dire: adesso torni a casa e torni in mezzo a tutti i limiti quotidiani. Torni in mezzo alla fatica del lavoro, torni in mezzo alla pazienza della famiglia, ai rapporti umani, alle alterazioni dei rapporti umani per cui non comunichiamo molto bene, per cui non ci intendiamo, per cui non riusciamo a creare una comunità parrocchiale che sia davvero un tessuto di comunione profonda. Torni in mezzo a tutte queste cose qui.

Però tieni in mente che “OGGI” si compiono queste cose. Vuol dire che nella tua vita ci debbono entrare; i limiti che tu sperimenti non debbono impedirti di realizzare questo Vangelo di Dio, questa santificazione del suo nome, questa realizzazione della sua sovranità sopra alla tua vita.

“Oggi”! Oggi il Signore ci dona il Vangelo. Oggi abbiamo il dovere di viverlo.

A una condizione, dice il Vangelo di Luca: che noi, il Vangelo, lo sappiamo accogliere come un puro dono.

«[22]Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è il figlio di Giuseppe?». [23]Ma egli rispose: «Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fàllo anche qui, nella tua patria!». [24]Poi aggiunse: «Nessun profeta è bene accetto in patria. [25]Vi dico anche: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; [26]ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone. [27]C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro». [28]All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; [29]si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. [30]Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò» (Lc 4, 22-30).

Tradotto vuole dire: Ma insomma – dicono gli abitanti di Nazareth – noi siamo tuoi concittadini, noi abbiamo il diritto che tu faccia prima di tutto qui quello che è il dono del tuo ministero; quello che abbiamo udito che tu hai fatto a Cafarnao, fallo anche qui nella tua patria, ne abbiamo il diritto.

Invece no; invece non c’è nessuno che abbia il diritto. Neanche Israele come popolo di Dio aveva il diritto.

Elia ha guarito chi pareva a lui o chi pareva al Signore; Eliseo ha guarito chi pareva al Signore: non ci sono diritti.

Quando avanziamo dei diritti o delle pretese roviniamo il Vangelo, perché vuole essere un dono, perché vuole introdurci dentro alla logica della gratuità, e se noi lo trasformiamo in un diritto lo abbiamo deformato.

Bisogna accoglierlo, accoglierlo con gioia, con stupore, semplicemente così, con le mani aperte, come dei poveri. Il Vangelo è dei poveri in questo senso, che non hanno nessun diritto, ma che proprio per questo si pongono davanti al Signore nell’atteggiamento dell’attesa.

Questa salvezza che il Signore ci dona, che si realizza “OGGI nella nostra vita, in mezzo alla nostra povertà, al di fuori di ogni possibilità di merito, bene, questa salvezza rimane valida anche di fronte alle esperienze più dolorose e apparentemente contraddittorie.

Quando Paolo scrive il brano che abbiamo ascoltato nella lettera ai Tessalonicesi sta rispondendo ai Cristiani di Tessalonica: aveva predicato, non si era potuto fermare molto perché lo avevano perseguitato, era dovuto scappare e non era riuscito a completare l’istruzione catechistica; c’erano rimasti dei vuoti e scrivendo la prima lettera Paolo cerca di colmare questi vuoti.’ Tra questi vuoti ce n’è uno che riguarda la speranza della Risurrezione.

Dicono i cristiani di Tessalonica a San Paolo: “Noi attendiamo la venuta del Signore, e la venuta del Signore sarà la nostra gioia e il compimento della nostra speranza. Ma quelli che sono morti come potranno partecipare di quella pienezza che il Signore opererà con il suo ritorno? Noi, i viventi, potremo partecipare, ma quelli che sono morti ne sono esclusi”.

San Paolo risponde:

«[15]Questo vi diciamo sulla parola del Signore: noi che viviamo e saremo ancora in vita per la venuta del Signore, non avremo alcun vantaggio su quelli che sono morti. [16]Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; [17]quindi noi, i vivi, i superstiti, saremo rapiti insieme con loro tra le nuvole, per andare incontro al Signore nell’aria, e così saremo sempre con il Signore» (1Ts 4, 15-17).

Paolo usa un linguaggio apocalittico nella descrizione (…la voce dell’Arcangelo, il suono della tromba di Dio, rapiti tra le nubi); sono tutte immagini che ritrovate presenti nel libro di Daniele e fanno parte della tradizione apocalittica.

Ma quello che Paolo vuole dire è che la morte non è certamente in grado di impedire a Dio la realizzazione del suo progetto.

Dio vi ha chiamati a far parte della sua vita, siete stati chiamati, predestinati; bene, questo progetto può essere forse impedito da qualche cosa di mondano? Può essere forse impedito da quella forza, che pare al di sopra di tutte le altre forze, che si chiama morte? NO! Non dovete avere paura di questo!

IL SIGNORE HA VINTO LA MORTE !

Questo vuole dire che ha vinto tutte quelle potenze che esistono nel mondo e che tendono a bloccare l’esistenza dell’uomo. Ci sono queste potenze, perché ci sono, per esempio, malattie che ci impediscono di fare delle cose belle, bellissime che desidereremmo o che vorremmo fare, per cui i nostri progetti di vita rimangono in qualche modo diminuiti. (Ho fatto l’esempio delle malattie, ma nella vita, di questi limiti se ne incontrano tantissimi. Ci sono tantissime cose o esperienze che ci limitano la vita).

Allora dobbiamo intristirci per questo? NO! Il progetto di Dio è un progetto VITTORIOSO. VINCE LA MORTE, vince, quindi, ogni altra cosa. Bisogna mantenere quella fiducia nella forza di Dio di realizzare i suoi progetti.

«Oggi si è adempiuta questa Scrittura.che voi avete udita con i vostri orecchi» (Lc 4, 21).

“OGGI” si è adempiuta di fronte a tutti i vostri limiti; di fronte alla morte, di fronte agli insuccessi, di fronte alle insufficienze del mondo e della vita.

Il progetto di Dio è qui in mezzo a voi.

Allora prendiamo queste parole, appunto, come voglio essere: parole di speranza.

«[13]Non vogliamo poi lasciarvi nell’ignoranza, fratelli, circa quelli che sono morti, perché non continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza. [14]Noi crediamo infatti che Gesù è morto e risuscitato; così anche quelli che sono morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui» (1 Ts 4, 13-14).

Metteteci non solo quella mancanza di speranza che viene per quelli che sono morti, ma la mancanza di speranza che viene per tutti i limiti e le insufficienze della vita dell’uomo che bloccano la nostra fiducia, la nostra speranza dal punto di vista inondano.

Paolo non ci vuole lasciare nell’ignoranza. Ci possiamo confortare a vicenda con queste parole.

Abbiamo da riprendere il cammino, non sarà facilissimo; speriamo che il Signore ce lo renda abbastanza liscio, ma facilissimo del tutto non lo sarà.

Bisognerà che in questo cammino impariamo a consolarci a vicenda, a tenerci per mano e a sostenerci; bisognerà che impariamo a rinnovare la nostra fede nella presenza del Vangelo e nell’efficacia del Vangelo; bisognerà che impariamo a mantenere ferma la nostra speranza anche nella fatica del cammino.

Impariamo, direbbe Sant’Agostino – a «cantare l’Alleluja».

Come dei pellegrini che sono ancora lontani dalla patria, che devono camminare e faticare, ma che possono cantare mentre camminano. Perché il cantare ci tiene la speranza, ci tiene la forza, ci tiene l’energia del cammino.

Lo chiediamo al Signore proprio come dono conclusivo di questi esercizi.

* Documento rilevato come amanuense dal registratore, scritto con riferimenti biblici, ma non rivisto dall’autore.

MI SFORZO DI CORRERE PER CONQUISTARLO – 7

Diocesi Reggio Emilia
Parrocchia San Pellegrino
Esercizi Spirituali
dal 30-31 Agosto al 1-2 Settembre 1991

«Mi sforzo di correre per conquistarlo,
perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (Fil 3, 12)

Sabato, 31 Agosto 1991

Documento fornito da Copelli Marcello e ripreso da Ciani Vittorio.

Domenica, Omelia Santa Messa

Liturgia XXII Domenica t.o. /a. B

1 Settembre 1991

Liturgia, letture: Dt 4, 1-2.6-8; Gc 1, 17-18.21-22.27; Mc 7, 1-8.14-15.21-23.

Agli Israeliti che stanno per entrare nella terra promessa Mosè richiama le legge e gli insegnamenti del Signore. Vuole dire che la terra promessa non è una terra qualsiasi e che in essa non si può abitare in qualunque modo; la terra promessa è un dono di Dio e se uno vuole abitare in quella terra deve viverci secondo la logica di Dio, secondo la Parola di Dio. Allora riceverà la terra in dono e allora la presenza su quella terra diventerà una benedizione continua. Proprio per questo dice il Signore:

«[2]Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla; ma osserverete i comandi del Signore Dio vostro che io vi prescrivo» (Dt 4, 2).

Questa osservanza dei comandamenti di Dio diventerà la ricchezza e motivo della sapienza di Israele.

Infatti:

«[7]Infatti qual grande nazione ha la divinità così vicina a sé, come il Signore nostro Dio è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo? [8]E qual grande nazione ha leggi e norme giuste come è tutta questa legislazione che io oggi vi espongo?» (Dt 4, 7-8).

E vuole dire che potere camminare nella propria vita illuminati dalla Parola di Dio è una ricchezza infinita della quale dobbiamo continuamente stupirci e per la quale dobbiamo continuamente essere grati al Signore.

Il fatto di avere la Parola di Dio e il Vangelo deve essere per noi sentito non come un peso ma piuttosto come una gioia, come una illuminazione, come una sicurezza che ci protegge in tutte le difficoltà della vita quotidiana.

Questo discorso viene ripreso dal Vangelo ma con qualche precisazione da parte del Signore.

La prima precisazione riguarda la tradizione.

Nel corso del cammino della storia di Israele accanto alla legge di Dio scritta si sono formate tutta una serie di tradizioni e tra queste, per esempio, quella di lavarsi le mani prima di andare a tavola; il che è una cosa molto bella e utile dal punto di vista igienico, ma gli Israeliti ne avevano fatto una tradizione religiosa a tal punto che rimproverano i discepoli di Gesù che a questa tradizione non sono sempre attaccati.

Risposta del Signore a questa loro osservazione:

«[6]Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. [7]Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini. [8]Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini» (Mc 7, 6-8).

Non è proibito avere delle tradizioni, anzi sono una ricchezza, danno anche una certa sicurezza nella vita; però state attenti – dice il Signore – perché le tradizioni non hanno il valore di Parola di Dio, ma sono semplicemente delle usanze umane che gli uomini hanno costruito, che sono nate e che possono anche scomparire. Che non venga data alla tradizione un’importanza più grande di quella che ha! Ma soprattutto che la Parola di Dio sia sempre il criterio per pesare, misurare e valutare le tradizioni. Perché le tradizioni umane non sono perfette e perché dietro ad esse si insinuano, a volte, dei comportamenti e degli atteggiamenti che non sono sempre giusti e allora bisogna verificarle continuamente con la Parola di Dio.

È alla fine quello che ha insegnato il Concilio: la “Dei Verbum” ci insegna che la Parola di Dio è il criterio fondamentale alla luce della quale bisogna valutare la teologia, bisogna valutare le tradizioni, bisogna valutare le opzioni concrete della pastorale ecc., in modo che la Parola di Dio diventi criterio supremo.

Altrimenti succede che l’uomo si attacca troppo alle sue tradizioni e le pone al posto della volontà di Dio come – ricorda sempre il Vangelo – è capitato ad alcuni farisei i quali impegnati a pagare la decima sulla menta, sull’aneto e sul cumino, dimenticavano la giustizia e la misericordia.

Che significa: stando troppo attenti alle cose che valgono poco, va a finire che si perde l’attenzione per le cose che valgono molto. Siccome le tradizioni danno un po’ il senso della propria sicurezza e pienezza va a finire che uno, stando attento alle tradizioni, lascia passare i comportamenti più gravi: le ingiustizie o la dimenticanza della fedeltà e dell’amore.

Si tratta allora di avere equilibrio nella vita spirituale: le tradizioni prendetele come una ricchezza, però valutatele alla luce della Parola di Dio, alla luce della volontà di Dio.

La seconda osservazione, il secondo chiarimento di Gesù riguarda qualcosa di più preciso.

Tra le prescrizioni bibliche c’è anche una serie di comandi che riguardano i cibi: i cibi puri e i cibi impuri; le cose che si possono mangiare o quelle che non si possono mangiare. A proposito di questo, Gesù ha un atteggiamento a dire poco rivoluzionario perché dice:

«[14]Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e intendete bene: [15]non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo» (Mc 7, 14-15).

E Gesù vuole dire: potete fare tutte le diete che volete solo che non le confondiate con la religione. Se vi va di mangiare una cosa o di non mangiarne un’altra va proprio bene, ma la religione è un’altra cosa; la religione non sta nel rinunciare ai molluschi; la religione non sta nel mangiare certe carni. La religione sta nel cuore, NEL CUORE!

È quello che il cuore fa, è quello che il cuore sceglie e decide che pesa il valore della persona umana. Dal di dentro, cioè dal cuore dell’uomo, escono le intenzioni cattive, non sono i cibi che fanno cattivo l’uomo, è il cuore che rende cattive le scelte.

Allora se volete vivere una vita religiosa autentica partite dal cuore, cercate di purificare il cuore, fate venire a galla tutto quello che nel vostro cuore c’è di negativo e mettetelo davanti al Signore perché il Signore lo purifichi, perché il Signore vi dia una cuore più fedele, un cuore più sano, un cuore più giusto. Lì c’è la religione, il resto è elemento superficiale.

Terzo punto, la lettera di S. Giacomo. San Giacomo scrive ai suoi cristiani che dal Padre viene ogni dono e in particolare viene quel dono grande che è la Parola:

«[18]Di sua volontà egli ci ha generati con una parola di verità, perché noi fossimo come una primizia delle sue creature. [19]Lo sapete, fratelli miei carissimi: sia ognuno pronto ad ascoltare, lento a parlare, lento all’ira. [20]Perché l’ira dell’uomo non compie ciò che è giusto davanti a Dio. [21]Perciò, deposta ogni impurità e ogni resto di malizia, accogliete con docilità la parola che è stata seminata in voi e che può salvare le vostre anime» (Gc 1, 18-21).

Questo brano potrebbe fare da sigillo ad un corso di esercizi perché negli esercizi non si fa altro che ascoltare la Parola di Dio. Io faccio i collegamenti tra un brano e un altro, ma se ci avete fatto caso non ho fatto altro che riprendere i testi di San Paolo, quindi Parola di Dio, e questa Parola di Dio è Parola che è capace di generare l’uomo; e come un seme messo dentro alle nostre anime, che dobbiamo accogliere con docilità.

Come? Abbiamo detto con la FEDE. La fede è l’atteggiamento di accoglienza.

Allora accogliete la Parola di Dio con la fede in modo che diventi un seme di vita nuova, vi faccia essere delle creature nuove.

Per questo, continua la seconda lettura:

«[22]Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi» (Gc 1, 22).

Dice di fatto San Giacomo che se uno ascolta la Parola di Dio e poi non la mette in pratica è come uno che si guarda allo specchio, vede com’è spettinato e poi non fa nulla per pettinarsi, va via così com’è. Ma allora che cosa è servito guardarsi allo specchio se poi non cambi la tua pettinatura, se poi non ti metti a posto?

Mettersi davanti allo specchio serve per pulire se stessi.

Mettersi davanti alla Parola di Dio serve per lasciare che questa parola RINNOVI il nostro comportamento e la nostra vita, perché la religione è fatta non di parole e neanche solo di sentimenti, ma di una vita nuova.

Lo Spirito, dono del Signore, vuole creare in noi una vita nuova e San Giacomo fa l’applicazione:

«[27]Una religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo» (Gc 1, 27).

Cioè un comportamento concreto fatto di carità e fatto di trasparenza, di purezza di cuore.

Allora queste cose che il Signore ci chiede, noi gliele domandiamo.

Ce le chiede, perciò vuole dire che il Signore vuole che le facciamo, sappiamo però che le nostre forze sono deboli; bene, che il Signore ci doni quello che ci chiede perché noi lo possiamo fare con fedeltà e integrità.

MI SFORZO DI CORRERE PER CONQUISTARLO – 6

Diocesi Reggio Emilia
Parrocchia San Pellegrino
Esercizi Spirituali
dal 30-31 Agosto al 1-2 Settembre 1991

«Mi sforzo di correre per conquistarlo,
perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (Fil 3, 12)

Sabato, 31 Agosto 1991

Documento fornito da Copelli Marcello e ripreso da Ciani Vittorio.

Domenica, 1 Settembre 1991

Terza Meditazione

Abbiamo ricordato nella meditazione di ieri che la conversione è il momento decisivo della vita di Paolo ed è anche quell’esperienza germinale dalla quale poi scaturisce tutta la sua maturazione di fede e di apostolato.

Proprio perché Paolo ha incontrato il Signore sulla via di Damasco ed è stato chiamato quando stava perseguitando la Chiesa, la comunità cristiana, proprio per questo non può fare l’errore di considerarsi il protagonista della sua vita. E’ costretto e spinto a riconoscere che nella sua vita gli elementi decisivi gli sono stati dati senza suo merito, anzi in mezzo ai suoi demeriti; deve quindi proclamare che nella sua vita quello che si è dimostrato vittorioso è la grazia di Dio, il dono gratuito di Dio.

E’ quello che Paolo tenta di esprimere in tutte le sue lettere ed in particolare nella lettera ai Romani, che riassume il messaggio e non semplicemente come riflessione teologica, ma proprio come richiamo alla sua esperienza personale. Il tema della lettera ai Romani è in due versetti del capitolo 1°, in cui l’apostolo scrive:

«[16]Io infatti non mi vergogno del vangelo, poiché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco. [17]È in esso che si rivela la giustizia di Dio di fede in fede, come sta scritto: Il giusto vivrà mediante la fede» (Rm 1, 16-17).

Il tema quindi fondamentale della lettera è il Vangelo e con il termine Vangelo intendete un annuncio di salvezza che viene liberamente e gratuitamente offerto da Dio agli uomini.

Nella concezione biblica il vangelo in genere è l’annuncio dell’intervento di Dio; quando Dio interviene per salvare, per rinnova-re il mondo e togliere quello che di male e di ingiustizia c’è, questo è esattamente un vangelo.

Il termine l’ha usato soprattutto il secondo Isaia in riferimento al ritorno in patria. Il vangelo è l’annuncio del ritorno in patria che viene offerto agli esiliati:

«[7]Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza, che dice a Sion: «Regna il tuo Dio». [8]Senti? Le tue sentinelle alzano la voce, insieme gridano di gioia, poiché vedono con gli occhi il ritorno del Signore in Sion. [9]Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme» (Is 52, 7-9).

Questo è il vangelo: è un messaggero che corre sui monti, che arriva a Gerusalemme e arrivando annuncia l’intervento regale di Dio; Dio viene e riporta indietro gli esuli per cui le sentinelle alzano la voce, gridando di gioia; il ritorno del Signore è motivo di fiducia e di speranza.

Paolo dice la stessa cosa «prorompete in canti di gioia!» perché il Vangelo è per voi ed il Vangelo contiene la salvezza. Non contiene la salvezza e la dannazione; no!. Il Vangelo contiene la salvezza, quello che Dio vuole, quello che Dio cerca, quello che Dio opera è la salvezza dell’uomo e Paolo propone questo ai suoi ascoltatori.

Non è solo una parola, il Vangelo, è forza, è potenza di Dio che salva chiunque crede. È, quindi, parola efficace: come la parola della creazione ha creato il mondo, la parola del Vangelo fa l’uomo libero, nuovo, ricreato secondo la giustizia e la santità.

Ma questo naturalmente è un messaggio, il Vangelo, che ha un senso per gli esiliati; quando voi siete in esilio ed avete nostalgia della patria, se vi viene detto che la strada del ritorno è aperta, vi viene detto il vangelo.

Ma per noi in che cosa consiste il vangelo e qual è questo ritorno in patria che ci viene annunciato?

E’ proprio questo il discorso di Paolo: l’uomo concreto vive esiliato, cioè lontano da Dio, lontano dagli altri e lontano da se stesso; paradossalmente l’uomo è esule da se stesso, e a questo uomo che vive fondamentalmente quella che si chiamerebbe un’alienazione, quindi una sottomissione a un potere estraneo, a quest’uomo viene annunciata la liberazione.

Naturalmente il potere estraneo è il peccato. Con questa parola di solito noi intendiamo le azioni peccaminose, i peccati, le trasgressioni della volontà della legge di Dio. Questo può anche andare bene, ma per San Paolo il peccato non è questo; quelle sono le trasgressioni, il peccato è una realtà che è insediata dentro al cuore dell’uomo, è un atteggiamento di fondo, è una malattia interiore. Le trasgressioni sono la sua espressione esterna, ma non si identificano con il peccato. Noi banalizziamo il peccato quando lo identifichiamo con i peccati.

I peccati sono certamente gli errori, le trasgressioni, ma quello che esprimono è una malattia del cuore, del centro, della libertà dell’uomo ed è lì che si gioca il senso vero della sua vita.

Quando il profeta Osea aveva da rimproverare ai suoi concittadini le trasgressioni contro i comandamenti diceva:

«[1]Ascoltate la parola del Signore, o Israeliti, poiché il Signore ha un processo con gli abitanti del paese. Non c’è infatti sincerità né amore del prossimo, né conoscenza di Dio nel paese. [2]Si giura, si mentisce, si uccide, si ruba, si commette adulterio, si fa strage e si versa sangue su sangue. [3]Per questo è in lutto il paese e chiunque vi abita langue insieme con gli animali della terra e con gli uccelli del cielo; perfino i pesci del mare periranno» (Os 4, 1-3).

Sono tre versetti; il terzo parla delle disgrazie, delle miserie, delle sofferenze che il popolo di Israele è costretto a subire; il secondo dice la causa di queste miserie e la causa sono le ingiustizie. Vengono infatti violati i dieci comandamenti: si giura, si mentisce (ottavo comandamento), si uccide (quinto), si ruba (settimo), si commette adulterio (sesto), si fa strage… sono i comandamenti di Dio. La violazione dei comandamenti è la causa di molte sofferenze in mezzo agli uomini.

Prima c’è un altro versetto che non parla della violazione dei comandamenti, ma dice che non c’è sincerità, cioè non c’è verità interiore, non c’è amore, non c’è conoscenza di Dio. Verità, amore, conoscenza di Dio… questo è il discorso fondamentale del peccato, da questo vengono le trasgressioni dei comandamenti e da questo verranno tutte le disgrazie che sono nel mondo e che dipendono dalla cattiva volontà dell’uomo. Ce ne sono di quelle che sono fatali e che sono legate alla natura umana, ma ce ne sono di quelle che dipendono dalla nostra volontà e dal nostro comportamento; ma alla radice c’è questo, c’è la mancanza della conoscenza di Dio, la mancanza della fedeltà come atteggiamento di fondo.

Per cui Osea scriverà:

«(…) poiché uno spirito di prostituzione li svia e si prostituiscono, allontanandosi dal loro Dio» (Is 4, 12b).

Vuol dire che non sono liberi, non sono sani, il loro cuore è un cuore malato, è un cuore dominato da un virus che impedisce loro di produrre azioni buone, di produrre verità e amore; è un blocco che viene posto al cammino di libertà dell’uomo.

Questo è il peccato nella sua profondità grande: quello che aliena da Dio, che aliena dagli altri e che aliena noi stessi.

Quando nel capitolo 7° della lettera ai Romani, San Paolo fa una descrizione della lotta interiore dell’uomo, dell’uomo che non è ancora redento, che non ha ancora conosciuto il perdono e la grazia di Dio, descrive questa lotta come una lacerazione, una schizofrenia spirituale dalla quale l’uomo non riesce ad uscire nonostante i suoi desideri:

«[14]Sappiamo infatti che la legge è spirituale, mentre io sono di carne, venduto come schiavo del peccato. [15]Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. [16]Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; [17] quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. [18]Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; [19]infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. [20]Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me» (Rm 7, 14-20).

Il peccato è una potenza, è una forza che incatena l’uomo e che gli toglie la libertà, la capacità di fare il bene: «[15]Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. [16]Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; [17] quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me».

Non faccio quello che voglio, ma faccio quello che non voglio; capisco il bene, lo desidero, so che nel bene c’è per me una speranza di vita e c’è una speranza di vita anche per gli altri, però non riesco a farlo e, se non riesco a farlo vuol dire che c’è qualcosa che mi tiene schiavo, c’è qualcosa che mi impedisce di essere me stesso, che mi impedisce di esprimermi nella mia libertà di persona umana che sceglie e opera il bene: questo è il peccato. Le trasgressioni, dicevo, ne sono l’effetto.

Nel capitolo 1° della lettera ai Romani, Paolo fa una descrizione tragica della condizione dell’uomo, con il richiamo a tutte le trasgressioni possibili ed immaginabili per quanto riguarda la vita sessuale e per quanto riguarda quello che lui chiama la deformazione dell’intelligenza: l’intelligenza depravata che viene usata con malizia per cercare il male. Paolo fa un elenco impressionante di comportamenti negativi: ingiustizia, malvagità, cupidigia, malizia, invidia, omicidio, frodi…

«[29]colmi come sono di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d’invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamatori, [30]maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, [31]insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia» (Rm 1, 29-31).

Sono questi i peccati? NO! Questi sono gli effetti del peccato. Siccome hanno abbandonato Dio, Dio li ha abbandonati alla loro intelligenza depravata, sicché fanno tutte queste cose. Il peccato è l’abbandono di Dio, il peccato è quella radice in cui l’uomo taglia il legame vitale che lo unisce al Dono, poiché egli vuole fare della sua vita un assoluto: “Io mi do la vita, io sono l’origine della mia vita”. In questo modo tagliando la radice con la sorgente della verità e del bene, l’uomo viene a trovarsi in questi casi; ma questi sono solo gli effetti, non sono ancora il vero peccato, ma l’effetto del peccato. Il peccato fondamentalmente è l’abbandono di Dio, è quell’abbandono di cui si parla nei primi capitoli della Genesi: l’abbandono di Adamo, di Caino, della generazione del diluvio, della generazione che costruisce la torre di Babele, dove vedete che sono intrecciati due elementi complementari nella concezione del peccato: la ribellione a Dio e la violenza nei confronti dei fratelli.

Nel capitolo 1° l’uomo si ribella a Dio, nel capitolo 4° l’uomo ammazza suo fratello, nel capitolo 6° si parla di violenza che riempie la terra, quindi di quegli uomini che sono nemici gli uni degli altri, nel capitolo 11° si parla degli uomini che vogliono dare la scalata al cielo con la torre di Babele, che tentano di prendere il posto di Dio.

Badate che il peccato non consiste nel volere diventare come Dio, non è proibito all’uomo desiderare di essere come Dio; quello che all’uomo è proibito è desiderare di essere come Dio senza Dio, cioè di farsi Dio da sé.

Quando gli uomini di Babele costruiscono la torre, lo fanno per darsi un nome: è forse proibito darsi un nome? È proibito se l’uomo vuole fare da solo, se vuole procurarsi autonomamente il nome. Subito dopo nel capitolo 12° il Signore promette ad Abramo “Renderò grande i1 tuo nome”; è sempre il nome che è in gioco. È il nome degli uomini nella torre di Babele, è il nome di Abramo; ma quelli della torre volevano ingrandirselo da sé, il loro nome; Abramo la grandezza del nome la riceve in dono da Dio.

È sempre in questo la scelta fondamentale: il concepire la vita come possesso o realizzazione autonoma, o il concepirla come dono. Nella logica del dono puoi desiderare la somiglianza con Dio, anzi è Dio che ha fatto l’uomo a sua immagine e somiglianza, non gli da fastidio un uomo che gli assomigli, solo che per assomigliare a Dio deve accogliere questo come dono da Dio stesso, non può tagliare il legame ed affermarsi come creatura autonoma.

Se rileggete il capitolo 3° della Genesi, vi accorgerete bene che il discorso fondamentale del peccato non è nella trasgressione del comandamento, non è nel mangiare il frutto dell’albero, questo è la conseguenza di un certo modo di vedere Dio. Quello che il serpente fa intravedere alla donna è l’immagine di un Dio che è invidioso, che la donna deve quindi vedere come il suo nemico: “Non è vero che morirete – dice il serpente – è vero piuttosto che diventerete come Dio; Dio ha paura di voi, della vostra grandezza, vi ha dato un comandamento per rendervi più piccoli, per allontanarvi dalla sua grandezza, dalla sua gioia e dalla sua vita”. Questa è l’idea che il serpente insinua nel cuore della donna, il peccato viene nel momento in cui Dio viene percepito non come il Padre che ama, al quale io posso affidare la mia vita, dal quale posso ricevere quell’esistenza e quella grazia di cui ho bisogno, ma lo vedo come l’avversario della mia vita da cui devo emanciparmi: “Bisogna che Dio muoia perché io possa vivere”; questa è la formula radicale del peccato.

Mentre l’atteggiamento autentico della fede è che la vita consiste nel ricevere e donare: nel ricevere la vita come dono da Dio, e nel restituire a Dio la propria riconoscenza e la propria gioia. E’ nello scambio, non nella autosufficienza; l’uomo non è fatto per l’isolamento, l’uomo è fatto per la comunione coi fratelli e per la comunione con Dio. L’uomo realizza se stesso quando si unisce ai fratelli e con Dio, non quando taglia i legami nell’illusione della propria autosufficienza.

Questa è la condizione di esilio in cui l’uomo si trova, dicevo di lontananza da Dio, ed è una condizione che riguarda – secondo San Paolo – tutti gli uomini, non c’è differenza. Gli uomini si possono dividere in tanti modi: secondo la razza, la religione… ma dal punto di vista del rapporto con Dio gli uomini sono tutti in una condizione originaria di peccato.

Questo lo dice San Paolo:

«[23]tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio» (Rm 3, 23).

«Privi della gloria di Dio» vuole dire che non hanno quella bellezza che come creature di Dio, e come figli di Dio, dovrebbero avere. Secondo il libro della Genesi, Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, e questo vuole dire che quando Dio guarda la faccia dell’uomo vuole e desidera riconoscersi.

Lorenz ha scritto che “se davvero l’uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio, è un brutto Dio quello nel quale noi crediamo”, ma nonostante questo, Dio ha rischiato nella creazione dell’uomo, ha rischiato la sua stessa gloria e bellezza. Fare l’uomo a propria immagine e somiglianza era un rischio e Dio lo ha corso, e in fondo, proprio correndo questo rischio Dio pone quel fondamento che è quello della nostra salvezza.

Siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio. Dovremmo assomigliare a Dio.

Gli assomigliamo davvero? No! Perché…:

««[23]tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio» (Rm 3, 23).

La bellezza che è quella del volto di Dio, della Sua santità è offuscata sul volto dell’uomo; non la si vede così chiara e limpida. La condizione concreta dell’uomo è una condizione di peccato, tanto è vero che il cammino della rivelazione del Signore ci vuole anzitutto portare alla consapevolezza del nostro peccato.

ti spiego con un esempio: Gesù si trova nel tempio…

«[3]Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, [4]gli dicono: Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. [5]Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici? [6]Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. [7]E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei. [8]E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. [9]Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi. Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. [10]Alzatosi allora Gesù le disse: Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? [11]Ed essa rispose: Nessuno, Signore. E Gesù le disse: Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8, 3-11).

Tre attori ci sono in questo episodio: l’adultera, gli scribi e i farisei che l’accusano, Gesù che deve giudicare.

Notate come questi tre personaggi sono descritti dal punto di vista spaziale: la donna è in mezzo, gli scribi e i farisei sono intorno, fanno cerchio e l’accusano, Gesù è là in mezzo di fronte alla donna, sente le accuse degli scribi e dei farisei ma non sente una parola della donna, la donna non parla.

Si può dire che la donna più che soggetto è oggetto di quello che gli altri dicono di lei.

Tutto il discorso del brano consiste nel cancellare uno dei protagonisti; nel cancellare quel cerchio degli scribi e farisei che è il cerchio di quelli che condannano, che giudicano. Gesù prima di tutto si ferma e si mette a scrivere per terra; è un modo per dire: “…pensateci un attimo prima di andare avanti” e siccome loro non ci pensano, Gesù esplicita il significato del suo gesto: «[7]E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei».

E questi sono costretti uno dopo l’altro ad andare via. Scompare il cerchio degli accusatori.

Dice Sant’Agostino: “Rimangono solo la misera e la Misericordia”.

Ma questa è una concezione dell’uomo, non è solo un episodio. Nell’umanità c’è solo la misera, che è l’umanità stessa e la misericordia che è Gesù Cristo come segno della presenza dell’amore di Dio. Non c’è altro; in mezzo all’umanità non ci sono i giusti che possono condannare i peccatori, ma ci sono soltanto dei peccatori che hanno bisogno di grazia, del perdono e della misericordia di Dio.

Questo vuole dire il Vangelo e questo dice in tutti i modi San Paolo:

«[23]tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, [24]ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù (Rm 3, 23-24).

Questo è il Vangelo: l’uomo peccatore non è abbandonato da Dio, ma è giustificato da Dio, reso giusto da Dio. Dio non si rassegna a perdere quell’uomo che aveva fatto a sua immagine e somiglianza, ma lo insegue fino a raggiungerlo; come Gesù ha raggiunto Paolo sulla via di Damasco, così Dio ha raggiunto l’uomo sulla croce di Cristo. Nell’amore e nella croce di Gesù Cristo Dio ha raggiunto l’umanità, ha raggiunto un’umanità peccatrice e ad essa ha trasmesso e donato il suo amore.

Questo è il Vangelo ed è quello che ci dovrebbe portare a un recupero di fiducia, speranza, somiglianza con Dio.

Dicevamo che la radice del peccato di Adamo, secondo il libro della Genesi, era una falsa idea di Dio. L’uomo ha immaginato che Dio fosse il suo concorrente, che Dio gli portasse via un po’ di ossigeno, che la presenza di Dio diminuisse la sua gioia, la sua libertà e la sua vita e ha tentato di emanciparsi perché aveva un’idea errata di Dio. L’uomo aveva capovolto l’immagine di Dio; dal Dio che ama era passato al Dio che invidia, al Dio che ha paura dell’uomo e che quindi lo blocca nella sua autorealizzazione. Tutto il discorso della redenzione vuole rinnovare questa immagine di Dio.

Chi è Dio?

«[3.161 Dio ha tanto amato i1 mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia 1a vita eterna» (Gv 3, 16).

Ancora:

«[6]Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. [7]Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. [8]Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5, 6-8)

Questo è DIO !

Si tratta quindi di un amore gratuito, non meritato, non spiegabile che deve nascere unicamente dalla bontà di Dio. Questa è l’unica spiegazione possibile; da parte dell’uomo non c’è nulla che spieghi l’amore di Dio; solo in Dio, solo nel mistero insondabile del suo amore ci può essere la spiegazione di questo gesto incredibile della redenzione, il gesto della salvezza in cui lena se stesso per noi.

Tutto questo discorso di salvezza San Paolo lo attribuisce stranamente alla giustizia di Dio:

«[1.17] È in esso che si rivela la giustizia di Dio di fede in fede, come sta scritto: Il giusto vivrà mediante la fede» (Rm 1, 17).

«[21]Ora invece, indipendentemente dalla legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla legge e dai profeti; [22]giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. E non c’è distinzione: [23]tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, [24]ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù» (Rm. 3, 21-24).

La misericordia, l’amore, la bontà con cui Dio va in cerca dell’uomo peccatore e lo perdona, San Paolo la attribuisce alla giustizia di Dio, ed è un modo di parlare radicalmente lontano dal nostro. Noi siamo abituati a dire che Dio perdona perché è misericordioso, ma condanna perché è anche giusto; non prendiamolo con troppo confidenza, Dio non è solo misericordia, è anche giustizia e siccome è anche giustizia faremo poi i conti, prima o poi.

Questo non è il modo di parlare di Paolo: la giustizia di Dio per Paolo è una qualità alla quale io mi appello proprio perché peccatore, proprio perché Dio è giusto giustifica gli empi. Uno che giustifica gli empi e i peccatori non è giusto dal nostro punto di vista: un giudice che assolvesse un colpevole non sarebbe un giudice giusto. Dio invece è giusto nel momento in cui perdona i peccatori.

Perché questo modo strano di parlare? Per un motivo semplice.

Quando una cosa è giusta? Quand’è quella che deve essere. Un orologio è giusto quando segna bene il tempo, un insegnante è giusto quando insegna bene.

Dio quand’è giusto? Quando si comporta proprio da Dio.

Quando Dio si comporta da Dio? Quando crea il mondo; non c’è dubbio. Quando perdona un peccatore. Non c’è un momento in cui Dio non sia più dio di quando perdona un peccatore, perché in quel momento Dio manifesta la forza invincibile della sua misericordia, manifesta che Lui non è vinto dal male, ma è capace di vincere il male con il bene e questa è la potenza più grande di Dio, la rivelazione più incredibile di Dio: quando Dio si rivela esattamente per quello che è.

Sant’Ambrogio ha una pagina strana nel commento al capitolo 1° della Genesi: “Il primo giorno Dio ha creato la luce, e non trovo che Dio si sia riposato dopo aver creato la luce; il secondo giorno Dio ha separato le acque di sopra, dalle acque di sotto, ma non si è riposato; il terzo giorno ha separato il secco dal bagnato, ma non leggo che si sia riposato; dopo il quarto giorno non si è riposato; e così neanche il quinto giorno; il sesto giorno ha fatto l’uomo, e dopo aver creato l’uomo si è riposato. Perché? Perché – dice Sant’Ambrogio – aveva qualcuno a cui rimettere il peccato, qualcuno a cui manifestare la sua potenza divina di vincitore del male, di misericordia”.

Dio non è mai così Dio come quando perdona i peccati ! Il che si potrebbe anche intendere male pensando: “Facciamo i peccati perché Dio manifesti di essere più forte di noi”, ma questo evidentemente sarebbe stupido perché nascerebbe dal rifiuto di un rapporto autentico con Dio. Chi ha conosciuto in qualche modo l’amore di Dio, non può rifiutare il rapporto con Lui, che è esattamente il rifiuto del peccato.

Ma posto questo, è vero che il perdono dei peccati è l’azione più divina che Dio compie, è la manifestazione più grande della sua vittoria sul male, sulla nostra ingiustizia, sulla nostra miseria, sulla nostra fragilità e debolezza, su tutto quello che di male e di malizia c’è dentro alla nostra vita.

Per questo quando Dio perdona il peccato, si manifesta come Dio e quindi come giusto, ma non giusto nei confronti dell’uomo come se avesse il dovere di rimettere i peccati; Dio non ha nessun dovere di rimettere i peccati, noi non possiamo avere nessuna pretesa. Se Dio ha un dovere ce l’ha solo verso se stesso, verso le sue promesse; siccome ha promesso una cosa la fa, ma non l’ha promessa perché doveva prometterla, l’ha promessa perché nella sua bontà ha voluto entrare in questa dimensione del dono.

«[18]Qual dio è come te, che toglie l’iniquità e perdona il peccato al resto della sua eredità; che non serba per sempre l’ira, ma si compiace d’usar misericordia? [19]Egli tornerà ad aver pietà di noi, calpesterà le nostre colpe. Tu getterai in fondo al mare tutti i nostri peccati. [20]Conserverai a Giacobbe la tua fedeltà, ad Abramo la tua benevolenza, come hai giurato ai nostri padri fino dai tempi antichi» (Mi 7, 18-20).

Cos’è che rende Dio un dio incomparabile? È nel perdono dei peccati, nel togliere l’iniquità che Dio è incomparabile; gli altri dei non ci riescono. È incomparabile perché ha creato il mondo, certo, questa è un’attività tipicamente di Dio, ma Michea sottolinea “chi è come te, che togli l’iniquità, che perdoni i peccati?”, questa sembra essere la nota più originale di Dio, l’elemento più tipico di Dio.

È vero che si parla di ira:

[7.18b] … non serba per sempre l’ira, ma si compiace d’usar misericordia?

ma questa ira non mettetela in contrasto con la misericordia, anzi è una sua funzione, perché l’ira di Dio nella concezione di Michea, e della Bibbia, è la reazione di Dio come giusto di fronte all’ingiustizia; è lo sdegno.

C’è qualcuno che ha scritto che una delle colpe dell’uomo d’oggi è che non riesce più a sdegnarsi di niente. Ci sono ingiustizie che gridano vendetta, ma nessuno si sdegna, nessuno si muove, nessuno reagisce. Questa è l’ira di Dio, Dio è un Dio sano; non è un organismo ormai malato che di fronte ai virus non reagisce, questo è un organismo che sta per morire; Dio è sano e di fronte a quel virus che è l’ingiustizia reagisce; questa è la sua ira. Ma non è l’ira che vuole distruggere, è l’ira e lo sdegno che vuole salvare, che non lascia che le cose vadano in rovina, che si mette a operare; per questo l’ira dura un istante, mentre la misericordia per tutta la vita. L’ira dura finché non combatte il negativo, la misericordia dura sempre perché Dio è fatto di misericordia. Si può dire che Dio è misericordia, ma non si può dire che Dio è ira.

L’ira è un sottoprodotto ed è semplicemente la misericordia di Dio che si incontra con l’ingiustizia dell’uomo. Allora prende anche l’abito dell’ira, ma lo prende provvisoriamente, per un istante di tempo e per suscitare nell’uomo lo sdegno, perché anche l’uomo si ribelli al male e non lo accetti come qualcosa di fatale a cui adattarsi; l’uomo deve reagire e Dio reagisce, ma per un istante per cui «non serva per sempre l’ira, ma si compiace di aver misericordia».

Questo è il vangelo di Paolo, cioè la proclamazione che in Gesù Cristo Dio è venuto a togliere l’uomo dalla sua condizione di peccato nel senso non di trasgressione, ma di quella forza interiore che rende l’uomo schiavo, che gli impedisce di fare il bene, di comportarsi da figlio di Dio e di essere immagine di Dio. Infatti l’uomo, a causa di questa forza, è costretto a rimanere in una condizione deformata, di schizofrenia interiore e spirituale, per cui vede il bene e si attacca al male, per cui sa che per quella strada l’esito non può altro che essere la sua rovina e la sua morte, ma non riesce at trattenersi, non riesce a frenarsi, è come portato da una forza più grande di lui, uno spirito di fornicazione lo domina e non può fare il bene.

Oppure se volete, con le parole di Geremia:

«[23]Cambia forse un Etiope la sua pelle o un leopardo la sua picchiettatura? Allo stesso modo, potrete fare il bene anche voi abituati a fare il male?» (Ger 13, 23).

Che vuole dire che il male è per l’uomo non un vestito che si mette e si smette, ma è una pelle dalla quale l’uomo non riesce a togliersi. Il cuore dell’uomo – dice Geremia – è malato, difficilmente guaribile.

È proprio questo che il Vangelo annuncia, la guarigione del cuore dell’uomo.

Come avviene questa guarigione? Dio guarisce il cuore dell’uomo non con una magia, ma manifestando in Gesù Cristo ií suo amore; non c’è altro modo per vincere il male se non manifestando l’amore, se non rischiando l’amore. In Gesù Dio ha rischiato il gesto d’amore tanto da assumersi il peso della sofferenza e della morte, ma proprio in questo modo l’amore di Dio è diventato servo, si è rivelato come un amore che non si ritrae di fronte a nessun ostacolo e a nessun rifiuto. È un amore vittorioso, quello di Dio, proprio perché ha accettato anche la croce.

È in questo modo che Dio vuole vincere il peccato, non con una bacchetta magica che trasforma magicamente l’uomo da ingiusto a giusto, ma con la rivelazione di un amore che nel momento in cui viene accettato dall’uomo lo fa essere giusto cioè lo libera da quella solitudine, da quella paura che lo chiudevano in se stesso e gli apre una possibilità, una strada d’amore e di gratuità.

Credo che questo discorso del vangelo sia al centro della riflessione di San Paolo e sia una di quelle cose che dobbiamo continuamente rinnovare come contrizione del cuore perché il resto ne è, in qualche modo, la conseguenza. Tutto l’impegno etico nasce da questa percezione dì fede dell’amore di Dio.

* Documento rilevato come amanuense dal registratore, scritto con riferimenti biblici, ma non rivisto dall’autore.

MI SFORZO DI CORRERE PER CONQUISTARLO – 5

Diocesi Reggio Emilia
Parrocchia San Pellegrino
Esercizi Spirituali
dal 30-31 Agosto al 1-2 Settembre 1991

«Mi sforzo di correre per conquistarlo,
perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (Fil 3, 12)

Sabato, 31 Agosto 1991

Documento fornito da Copelli Marcello e ripreso da Ciani Vittorio.

Domenica, 1 Settembre 1991

Quarta Meditazione

Abbiamo ricordato il significato che la proclamazione del “vangelo” di Paolo pone al centro della sua predicazione. Abbiamo detto che il Vangelo è una forza di salvezza che opera nella profondità dell’uomo la trasformazione da una condizione di peccato ad una condizione di giustizia. Si tratta di perdono, ma in senso profondo non semplicemente il condono delle colpe, delle trasgressioni (il peccato, abbiamo detto, non sta prima di tutto nelle trasgressioni ma in un atteggiamento profondo del cuore), ma nel cambiamento di quel centro del cuore umano che è in sé malato, spiritualmente malato.

Per cui alla fine del capitolo 7° della lettera ai Romani, dopo aver descritto la condizione tragica di un uomo che non riesce a vivere secondo la libertà, che desidera fare il bene ma che non riesce poi concretamente a realizzarlo, San Paolo esce in quest’espressione:

«[24]Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?» (Rm 7, 24).

Chi mi libererà da questa condizione umana che tende irresistibilmente verso l’auto-annientamento, verso quell’egoismo che significa essenzialmente morte? Continua Paolo:

«[25]Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!» (Rm 7, 25a).

La possibilità di liberazione c’è, non certamente nell’uomo che si auto-edifica e si auto-costruisce, ma in Dio che attraverso Gesù Cristo dona all’uomo quella libertà di cui l’uomo ha assolutamente bisogno per vivere.

Con questa affermazione di fondo San Paolo si riallaccia ad una antica tradizione biblica che ha la sua origine soprattutto nei profeti.

I profeti sono sempre rimasti sorpresi di fronte alla realtà del peccato dell’uomo; sorpresi perché il peccato, dice Geremia, è stupido, è stupido abbandonare Dio per andare dietro a qualcosa di vuoto e di inutile che l’uomo sa che è così; è stupido abbandonare quel Dio che è l’unica gloria dell’uomo, cioè l’unica sorgente vera della sua dignità, per abbandonarsi a delle realtà false e menzognere che ben presto si rivelano fallaci. È stupido.

Come mai allora l’uomo non riesce a rimanere in quella via che conosce essere la via della vita?

Questo da sempre ha sorpreso i profeti e dei tentativi di spiegazione ne avevano dati. Osea, per esempio, dice che c’è uno spirito di fornicazione, non c’è niente da fare; c’è una forza interiore, c’è una malattia interiore che trascina al male.

L’uomo è inclinato al male fin dall’adolescenza, dice il libro della Genesi. Per quanto l’uomo scavi nel suo passato non riesce a trovare un momento di libertà da questa inclinazione egoistica.

I profeti avevano dovuto misurarsi con questa condizione dell’uomo e tuttavia avevano intravisto una speranza, avevano intravisto un cammino di superamento di questa infedeltà cronica che l’uomo sperimenta.

«[31]Ecco verranno giorni – dice il Signore – nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda io concluderò una alleanza nuova. [32]Non come l’alleanza che ho conclusa con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto, una alleanza che essi hanno violato, benché io fossi loro Signore. Parola del Signore. [33]Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo. [34]Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore; poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato» (Ger 31, 31-34).

Badate, non si tratta per Geremia solo di purificare il cammino normale dell’uomo.

Al monte Sinai Dio ha concluso un’alleanza con Israele in cui c’era un impegno reciproco; la formula dell’alleanza è: «Io sono il vostro Dio e voi siete il mio popolo», dove gioca sugli aggettivi possessivi «mio – vostro».

Dio non è semplicemente Dio, ma diventa Dio nostro; noi non siamo semplicemente un popolo ma siamo il popolo del Signore.

In quanto Dio è nostro Dio, Dio si assume la responsabilità della nostra difesa e protezione; in quanto siamo suo popolo noi ci assumiamo la responsabilità dell’obbedienza a Dio e della gloria di Dio. La gloria di Dio è legata, paradossalmente, alla nostra vita, alla condizione di Israele. C’è quindi un impegno reciproco.

Non si tratta semplicemente di ritornare a quest’impegno perché l’alleanza del Sinai è, secondo Geremia, spezzata irrimediabilmente, non la si può più raccogliere come i cocci di un vaso spaccato, non c’è più niente da fare bisogna istituirne un’altra, ma che sia diversa perché quella non ha funzionato. Non è che non abbia funzionato perché l’alleanza del Sinai era sbagliata; la legge che c’era al centro dell’alleanza del Sinai era perfetta, secondo Geremia, non c’è da aggiungere niente, quindi quella legge va proprio bene. L’ostacolo era nella comunicazione. Al Sinai Dio ha parlato attraverso Mosè, ed il popolo ha ascoltato la Parola di Dio, ma l’ha ascoltata come qualcosa che veniva dal di fuori, dall’esterno e sembra che ci sia stato un qualcosa che ha reso la comunicazione imperfetta, ha alterato quella comunicazione per cui Israele non è stato capace di assimilare, di fare sua la volontà di Dio.

Israele ha sempre subito la volontà di Dio come una volontà esterna, come una costrizione, come un limite, come qualcosa che impediva la sua dilatazione di esperienze; per questo non ha funzionato.

Allora bisogna fare una alleanza diversa e comunicare la legge in un modo diverso. Ma come?

«[31.33] Porrò la mia legge nel loro animo, 1a scriverò nel loro cuore».

Non più esterna quindi, che giunge solo agli orecchi, ma una legge che arriva effettivamente al cuore, che viene assimilata dall’uomo, che diventa il suo stesso desiderio e il suo stesso modo interiore. Si potrebbe quasi chiamare istinto, solo che questo termine indica qualcosa di non libero; mentre l’atteggiamento dell’uomo deve necessariamente esserlo; tuttavia è qualcosa che ha l’aspetto dell’istinto poiché è insito nell’interiorità e profondità del cuore dell’uomo.

Solo in questo modo l’alleanza nuova sarà un’alleanza eterna; eterna perché è garantita la fedeltà dell’uomo. Sulla fedeltà di Dio non ci sono problemi, è sempre stata così anche quella antica, ma era la fedeltà dell’uomo che era venuta meno e che quindi bisogna garantire. Chi garantisce la fedeltà dell’uomo? Dio. Stranamente chi garantisce la fedeltà dell’uomo è Dio. E’ Dio che pone dentro al cuore dell’uomo la sua legge, la sua volontà, la sua fedeltà e la sua giustizia in modo che l’uomo possa partecipare nell’alleanza e dire il suo sì senza riserve, con pienezza.

Questo è il discorso a cui fa riferimento Paolo quando annuncia che in Gesù Cristo Dio dona all’uomo quella capacità di risposta che dal punto di vista naturale l’uomo non possiede.

Questo è il discorso famoso di Ezechiele al capitolo 36° e che si potrebbe leggere come un commento al brano di Geremia che abbiamo letto.

Quando il Signore toglie il cuore di pietra e al suo posto mette un cuore di carne, toglie lo spirito dell’uomo che è di fornicazione e mette lo Spirito, anzi dice «Porrò il mio Spirito dentro di voi» e questo vuol dire una comunicazione di vita, vuol dire che l’istinto di Dio diventa l’istinto dell’uomo, vuol dire che quell’inclinazione all’amore che è propria di Dio, diventa inclinazione dell’uomo; che l’uomo comincia a ragionare, sentire e volere secondo il sentimento e il ragionamento della volontà di Dio. Vuol dire che l’uomo all’interno incomincia ad essere una creatura nuova. «Io faccio nuove tutte le cose» a cominciare dal cuore, vuol dire che il cuore dell’uomo comincia ad essere circonciso, non è più – dice Geremia – la carne dell’uomo che deve essere circoncisa, ma il cuore; è al cuore che bisogna togliere quella dimensione di infedeltà e di impurità che esso possiede e la circoncisione vuol dire proprio questo: togliere le impurità perché il cuore ritrovi la sua pienezza di funzionamento secondo la verità e secondo il bene.

Tutto questo dice Ezechiele, ma notate che il profeta sottolinea che il Signore farà questo non per riguardo al suo popolo:

«[22]Annunzia alla casa d’Israele: Così dice il Signore Dio: Io agisco non per riguardo a voi, gente d’Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete disonorato fra le genti presso le quali siete andati. [23]Santificherò il mio nome grande, disonorato fra le genti, profanato da voi in mezzo a loro. Allora le genti sapranno che io sono il Signore – parola del Signore Dio – quando mostrerò la mia santità in voi davanti ai loro occhi» (Ez 36, 22-23).

È un’affermazione sorprendente a prima vista, ma notevolmente importante, perché si traduce così. Se io faccio questo – dice il Signore – se Io dunque intervengo, faccio quel trapianto di cuore di cui avete bisogno per vivere bene e vi comunico il mio Spirito, non certamente per riguardo a voi, perché voi ve lo meritiate; non è per la vostra bontà o per i meriti che avete accumulato, è solo per amore del mio nome.

Dicevo prima che il Signore ha legato indissolubilmente a sé Israele, ha legato indissolubilmente a sé l’uomo – «voi siete il mio popolo» – allora in mezzo alla storia la gloria di Dio dipende da voi, siete voi che rappresentate Dio, siete voi che portate il nome di Dio, il volto e l’immagine di Dio. Se voi siete santi come è santo Dio, la vostra vita glorifica Dio. Ma se voi siete egoisti, ingiusti, rapaci e adulteri, la vostra infedeltà toglie la gloria di Dio, diventa proclamazione della falsità di Dio, diventa una profanazione del suo nome. Perché voi il nome di Dio ce l’avete sulla bocca, voi non siete semplicemente delle creature, voi siete figli di Dio e se vi comportate male il vostro disonore ricade su Dio stesso, è Dio che è disonorato.

Allora il Signore dice che interviene per amore del suo nome e vuole dire, che ormai voi siete così strettamente legati a Dio che la gloria di Dio e la vostra salvezza, sono la stessa cosa; che la gloria di Dio e la vostra santità sono la stessa cosa; che la gloria di Dio ed il vostro amore fraterno sono la stessa cosa e questo per amore di Dio, perché Dio è fatto così, Dio vi ha in qualche modo assimilato a sé.

Allora proprio perché Dio non può perdere la sua gloria, non può perdere voi, non è disposto a perdervi, non è disposto a mollare; Dio interviene e fa di voi delle creature nuove. Perché diate gloria al suo nome, perché Dio sia davvero riconosciuto come Dio, perché la sua santità si rifletta nel vostro comportamento, nella vostra vita.

Così dice Ezechiele e così dice San Paolo quando alla conclusione di un lungo ragionamento che ha fatto scrive così:

«[18]E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore» (2 Cor 3, 18).

Questa è una stupenda descrizione della vita cristiana.

Dice Paolo che quando Mosè è salito sul monte Sinai e ha visto il Signore è sceso da quel monte con la faccia raggiante, aveva visto il Signore e la bellezza del Signore si era stampata sul volto di Mosè; ma si era stampata su quel volto in modo provvisorio, era una bellezza stupenda, ma che durava poco tempo, per questo dice Paolo che Mosè ha messo un velo sulla sua faccia perché non si vedesse che quella gloria scompariva pian piano, che si perdeva con il tempo.

Quello che è capitato a Mosè capita anche a noi, anzi a noi capita in modo ancora più bello e più grande: noi non abbiamo bisogno di coprire il nostro volto perché gli altri pensino che esso sia ancora bello anche quando ha perso la sua bellezza ed il suo splendore. No! «Noi tutti…». Tutti, non c’è quindi questione di cristiani di prima o seconda categoria, tutti, «…a viso scoperto…» cioè senza bisogno di nascondere nulla, «…riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore» e vuol dire che quando uno guarda la tua faccia vede la faccia del Signore, c’è la gloria del Signore sul tuo volto; così come quando la gloria di Dio era sul volto di Gesù allo stesso modo voi siete belli della bellezza di Dio, siete dei santificati, dei giustificati, cioè quei lineamenti di Dio che erano sul volto di Gesù adesso sono scritti sul vostro volto.

Non siete il corpo di Cristo? Non appartenete a Cristo? La vostra vita non è una vita in Cristo? In Cristo vuol dire che c’è un legame così stretto tra voi e il Signore che non si possono più separare le due realtà: voi vivete per il Signore così come il Signore vive per voi, dunque quella bellezza che è la bellezza di Gesù è anche la vostra bellezza. Vostra vuol dire che la santità di Gesù vi è stata donata.

Nell’inno della lettera agli Efesini si legge:

«[4]In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità» (Ef 1, 4).

Santi e immacolati non davanti agli altri; davanti agli altri è una santità decente ma non molto, quando uno è galantuomo davanti agli altri si presenta come buono, come santo e onesto ma non è questo; quello di cui parliamo è una santità che è tale davanti a Dio, davanti a quel Dio:

«[13]Tu dagli occhi così puri che non puoi vedere il male e non puoi guardare l’iniquità» (Ab 1, 13a).

Ma possono guardare la nostra faccia perché essa ha ormai i lineamenti di questa santità stessa di Dio, quella di Gesù che diventa nostra. Allora noi riflettendo la gloria del Signore «veniamo trasformati in quella medesima immagine» cioè la nostra è una trasformazione progressiva, veniamo assimilati. La vita del cristiano diventa sempre più simile alla vita di Gesù, diventa sempre più portatrice della bellezza di Dio, della santità, dell’amore di Dio.

Come avviene questa misteriosa trasformazione? È forse magica? Avviene per un tocco di bacchetta, con la magia del Battesimo? No! «…di gloria in gloria secondo l’azione dello Spirito del Signore…» quindi avviene nel Battesimo, ma non in modo magico; avviene per l’azione dello Spirito del Signore.

All’origine ci sta la rivelazione dell’amore di Dio; in Gesù, Dio ha proclamato il suo amore verso di noi. Nel momento in cui noi accettiamo l’amore di Dio, questo si chiama fede; nel momento in cui ci lasciamo amare da Dio, questo si chiama fede; nel momento in cui accettiamo Gesù come dono del Padre verso di noi, il dono che Dio ci ha fatto di se stesso, questo si chiama fede! La fede è un atteggiamento fondamentalmente ricettivo; l’uomo di fede è l’uomo che riceve da Dio, che si lascia amare da Dio, che si lascia perdonare, guarire, cercare, correggere, cioè lascia che la sua vita sia prima di tutto un’accoglienza di quell’Altro che è Dio stesso, attraverso Gesù Cristo. Accogliendo Gesù accolgo l’amore di Dio, la giustificazione di Dio.

Nel momento in cui mi lascio amare avviene la trasformazione del mio cuore. È lo Spirito di Cristo che dentro al mio cuore plasma sentimenti e pensieri perché siano conformi a quel Dio che mi ama.

Questo corrisponde per certi aspetti all’esperienza interpersonale. Quando io accetto l’amicizia di qualcuno, quell’amicizia in qualche modo mi rinnova. Quando accetto l’amore, l’amore esclusivo di un’altra persona, e lo accolgo davvero con sincerità esso non lascia inalterata la mia vita, il mio cuore, ma lo rende un cuore amante; un cuore quando è amato, e accetta di essere amato, è costretto a rispondere con amore; cambia lui. L’amore con cui gli altri mi amano mi cambia; sempre che io lo accetti.

Posso anche rifiutare l’amore, ma allora questo mi indurisce ancora di più. Na quando accolgo l’amore degli altri e lo accolgo sinceramente, questo pian piano pone nel mio cuore dei sentimenti di bontà, di fraternità e di comunione. Quando accolgo l’amore di Dio, che è in Gesù Cristo, questo plasma nel mio cuore dei sentimenti di novità, grandi quanto è grande l’amore con cui Dio ama e che io lascio passare dentro alla mia vita attraverso l’atto della fede.

Per cui con lo Spirito del Signore, e attraverso esso, avviene quella trasformazione di gloria in gloria che ci rende simili a Gesù secondo l’azione dello Spirito o se volete secondo l’azione dell’amore di Dio che viene riversato dentro ai nostri cuori.

Si capisce allora in che cosa consiste la vita cristiana secondo Paolo. All’inizio della vita cristiana da parte di Dio c’è l’amore, c’è Dio che ci ama in Gesù Cristo. Il primo atteggiamento nostro si chiama fede, cioè 1’accoglienza dell’amore di Dio, il lasciarci amare da Dio, sapendo bene che questo lasciarci amare non è innocuo, non ci lascia quello che eravamo prima, perché l’amore di Dio è un amore creativo, è un amore che cambia il mondo e che cambia i nostri cuori; nel momento in cui, con la fede, mi spalanco davanti a Dio, l’amore di Dio incomincia un’opera di trasfigurazione, un’opera per cui di gloria in gloria mi rende immagine della sua bellezza o se volete della sua santità.

Tutta la vita cristiana è questo cammino infinito alla cui origine sta sempre la fede, sempre il ricevere. Un ricevere che si apre all’infinito perché fino a che ci sarà qualche cosa da migliorare nella somiglianza con Dio ci sarà sempre dello spazio per la fede, per una fede che si lascia prendere, si lascia rinnovare, che desidera, che accoglie con gioia il dono del Signore.

Nasce quindi una trasfigurazione interiore, la somiglianza con Cristo non esterna (per esempio nel mestiere), ci sta dentro anche questa come possibilità, ma questo è solo il supporto, l’essenziale non è quello di una imitazione esterna di Gesù, è quella di vivere secondo il suo stile, secondo la sua anima, del ragionare secondo la sua logica.

Poi ciascuno è fatto a modo suo perché il materiale che ciascuno di noi ha da trasfigurare in Cristo è diverso. Io ho un codice genetico diverso dal vostro, e ciascuno di noi ha un’educazione o una esperienza diversa una dall’altra, questo è il materiale con cui costruiamo la nostra vita. Ma una cosa è il materiale che è diverso uno dall’altro, e un’altra cosa è lo stile cristiano, questo è il medesimo stile che opera in modi diversi secondo le diversità delle persone, in modo che la santità sia originale, non sia mai una copiatura; non si tratta di copiare, si tratta di creare. La vita cristiana vuole essere originale e diventa effettivamente cristiana solo quando è originale, quando non è una copiatura esterna di modi che ci vengono dati; deve nascere dallo spirito, però dallo Spirito di Cristo quindi non è uno spirito che produce qualunque cosa, è uno Spirito che produce unicamente amore, fedeltà, bontà, pazienza, gioia: produce sempre queste cose, ma in ciascuno in modo diverso.

Se volete potete leggere tutto il capitolo 8° della lettera ai Romani e ritrovate una descrizione ricchissima della vita cristiana come vita animata dallo Spirito del Signore.

«[1]Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù. [2]Poiché la legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte» (Rm 8, 1-2).

C’è una legge del peccato e della morte, di cui parlavamo nella meditazione precedente con il capitolo 7°, ma c’è una legge diversa, la legge dello Spirito che da vita in Gesù Cristo, che genera un’esistenza nuova in Gesù. Il capitolo continua descrivendo la vita del cristiano come quella che è guidata non più dalla carne, ma dallo Spirito. Lo Spirito di cui si parla non è l’anima, ma è il “genio” di Cristo, è l’originalità interiore di Cristo, è quel modo di pensare che era tipico suo, è la sua fisionomia interiore che comunicata a noi produce un’esistenza cristiana.

Avviene poi che il dono dello Spirito Santo non renda semplicemente l’uomo passivo, ma lo renda profondamente attivo. È vero che all’inizio è un ricevere, ma il ricevere mette in movimento tutte le nostre facoltà: intelligenza, memoria, affetto, abilità pratica, cioè tutto quello che noi siamo viene coinvolto nella nostra esperienza di comunione con il Signore, per costruire l’edificio dell’esistenza cristiana, per costruire un’esistenza che sia creativa e fedele nello stesso tempo; fedele a Gesù Cristo, ma creativa perché ciascuno secondo la sua vocazione, secondo i suoi doni.

Che la vita cristiana sia una vita profondamente attiva e anche una vita di lotta (non è che il cambiamento sia innocuo, facile e immediato, ma è progressivo, avviene superando degli ostacoli ecc.) lo spiega Paolo nella lettera ai Galati:

«[13]Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. [14]Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. [15]Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri! [16]Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; [17]la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. [18]Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge. [19]Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, [20]idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, [21]invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio. [22]Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; [23]contro queste cose non c’è legge» (Gal. 5, 13-23).

«Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà». “Libertà” è una parola chiave della lettera ai Galati; secondo Paolo la vocazione fondamentale dei cristiani si chiama libertà:

«[1]Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù» (Gal 5, 1).

Siete liberi, l’amore di Dio vuole un popolo libero, un popolo di schiavi non dà una gran gloria a Dio. Se Dio avesse un popolo di robot che agisca secondo il programma che Lui ha messo in loro non sarebbe una gran gloria per Dio; non manifesterebbe molto. Manifesterebbe che è intelligente nel fare un buon programma, ma non manifesterebbe un Dio come concetto di amore, come degno di essere amato, stimato e riconosciuto.

Dio vuole della gente che obbedisca a Lui ma liberamente perché è convinta che la volontà di Dio è giusta, è degna di essere fatta, è sorgente di vita, ed è questo che da gloria a Dio. Chi da gloria a Dio è uno che è disposto a giocare la sua vita su Dio perché gli vuole così bene che è convinto che ne valga la pena.

Vale la pena morire per Dio.

Se ne vale la pena allora vuol dire che davvero Dio è santo, è ricco di valore e di verità.

Per questo Dio vuole la libertà, al di fuori della libertà non esiste vita cristiana. In fondo il cammino della vita spirituale è il passaggio verso gradi di libertà sempre più elevati.

Quando San Giovanni della Croce descrive l’arrivo sul monte Carmelo, descrive la vita cristiana come una salita faticosa nella quale bisogna rinunciare a tutto – secondo lui – alla fama, alla gloria, al dolore, alla ricchezza…, a tutto; ed è un sentiero stretto, duro, faticoso, ma quando arriva in cima al monte Carmelo il sentiero finisce. Spiega San Giovanni che finisce perché la legge qui non c’è più; qui il giusto è diventato legge a se stesso, non ha più bisogno che qualcuno gli dica “devi fare questo” perché è diventato lui la volontà di Dio, la legge divina. La legge di Dio è quella che viene fuori dal suo cuore; ha un cuore così pulito, sano, integro che non desidera altro che quello che Dio vuole; è veramente arrivato alla perfetta libertà, ha fatto una fatica tremenda per arrivare, ha dovuto accettare sacrifici, ma è proprio arrivato alla libertà ed è lì che doveva arrivare. Il cammino di avvicinamento è esattamente una crescita progressiva.

«Vivere secondo la carne» si traduce pari e pari a egoisticamente, secondo un’inclinazione egoista.

Nella concezione cristiana, anche se sembra paradossale, la libertà è la libertà di servire. Quando uno impara a servire non dall’esterno perché costretto, ma dall’interno, perché desidera donare, allora è effettivamente libero. Quindi la libertà non diventi un pretesto per essere egoisti perché questa è falsa libertà. Ma «siate al servizio gli uni degli altri»

«[14]Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. [15]Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri! [16]Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne» (Gal 5, 14-16).

C’è anche un po’ di sarcasmo in Paolo in questo suo modo di parlare ai cristiani invitandoli a non distruggersi del tutto.

Spirito con la “S” maiuscola; carne nel senso non del corpo, ma della natura umana debole ed inclinata all’egoismo. Della natura umana che fa le cose per paura, difendendosi e quindi ponendosi di fronte agli altri in un atteggiamento di rifiuto o di aggressività. Questa è la carne.

Per cui bisogna che ci sia una scelta di campo e che sia lo Spirito a guidare le scelte del cristiano e non la carne che è contraria allo Spirito.

«[17]la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. [18]Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge» (Gal 5, 17-18).

Nel capitolo 7° della lettera ai Romani si parlava della schizofrenia spirituale: l’uomo vive al suo interno una lacerazione per cui desidera una cosa, ma ne fa un’altra, desidera il bene e fa il male. Quindi l’uomo lotta ma è una lotta senza speranza; l’uomo con le sue forze non riesce a tirarsi fuori da quella condizione di egoismo in cui si trova. Sarebbe paradossale che l’uomo potesse fare da solo; paradossale perché se per ipotesi lo facesse da solo si sentirebbe bravo e quindi cadrebbe dentro al cerchio del suo egoismo e del suo orgoglio. È solo nelle favole che una persona riesce a tirarsi su per i capelli; nella realtà la liberazione è un dono che l’uomo riceve.

«[19]Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, [20]idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, [21]invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio» (Gal 5, 19-21).

Tre parole che riguardano la vita sessuale, sono gli elementi che appaiono subito a prima vista, quelli immediati.

Ci sono poi due parole – idolatria e stregoneria – che riguardano la vita religiosa, la deformazione della vita religiosa: sono quegli atteggiamenti con cui l’uomo pensa di impossessarsi delle forze soprannaturali per il suo bene o per il male degli altri; ad esempio la fattura e cose simili sono l’illusione per l’uomo di possedere forze soprannaturali. Sono questi riti un atteggiamento diffuso al tempo di Paolo, ma che, guarda caso, tornano ad esserci oggi con stregonerie, maghi, magie, formule strane che secondo gli autori sono capaci di trasformare il mondo. Questo succedeva pari pari al tempo di Paolo. Con la deformazione della vita religiosa l’uomo abbandona il Dio vivo e vero e viene a cadere in balia di idoli stupidi.

Poi ci sono una serie di parole, sono 7, che riguardano la deformazione della vita sociale: inimicizie, discordie…

Tutte queste sono le mancanze di carità. La deformazione del rapporto con gli altri che anziché essere un rapporto d’amore diventa un rapporto di sfruttamento, di odio, di contrapposizione ecc.

Poi ci sono due parole – ubriachezze e orge – che fanno riferimento alla perdita di equilibrio dell’uomo: l’uomo che non è più capace di usare delle cose al suo servizio ma che si getta via, si perde nelle cose; invece di essere il padrone delle cose ne diventa in qualche modo lo schiavo, ha perso l’autocontrollo, ha perso il senso della sua dignità, del suo valore.

Questi sono i frutti della carne.

«[22]Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; [23]contro queste cose non c’è legge» (Gal. 5, 22-23).

Il frutto dello Spirito. Notate che Paolo prima ha parlato delle opere al plurale, adesso parla del frutto al singolare e penso che voglia dire, tra le tante cose, che mentre la carne tende alla divisione (l’egoismo tende a dividere e a contrapporre), lo Spirito tende ad unificare, tende alla comunione, tende a mettere insieme, tende alla fraternità.

Ci sono 9 parole che esprimono l’atteggiamento interiore dello Spirito, che si esprime in comportamenti concreti. Queste parole fanno riferimento a delle esperienze anche esterne. L’amore opera anche concretamente, esternamente così come la gioia, così come la pace, la pazienza e la benevolenza… Queste sono tutte cose concrete e visibili ma non sono altro che il frutto esterno della presenza dello Spirito, dello Spirito nel cuore dell’uomo. Sono quello stile secondo cui il cristiano costruisce la sua esistenza.

Parlavo prima dei materiali diversi. Se uno fa il prete, o se uno fa l’insegnante, o fa il medico, o fa il ragioniere, il materiale con cui ha a che fare è diverso. Il materiale concreto di ognuno è diverso ma lo Spirito è lo stesso.

Amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza… questi devono essere lo stile di qualunque tipo di esistenza cristiana. Tu gestisci la tua vita, ma secondo questo stile. Gestisci la tua vita vuol dire che devi prenderla così com’è. A me piacerebbe avere un carattere diverso in alcune cose, ma non mi interessa, non mi dovrebbe interessare. Il materiale che io ho da gestire è il mio carattere. È con il mio carattere che io debbo fare la mia vita, con quello lì. Non conta che sia il più bello, il migliore, il più lodevole, quello che corrisponde ai miei sogni ecc. È quello lì il materiale; non conta il materiale. Quello che conta è quello stile con cui il materiale viene trasfigurato e diventa portatore dello Spirito del Signore. Diventa quindi un’immagine la più gloriosa possibile, la più bella possibile, di quella bellezza che è propria di Dio o che, se volete, è propria di Dio in Gesù Cristo.

Questa mattina parlavamo del Vangelo come annuncio della grazia di Dio che rinnova l’uomo peccatore. Bene, questo rinnovamento, questa trasformazione dell’uomo peccatore è effetto dello Spirito, è frutto dello Spirito e produce nel cristiano questa somiglianza non tanto esterna quanto interiore con Gesù, che si manifesta anche in gesti concreti, ma sempre secondo quello stile che Paolo ha descritto nella lettera ai Galati.

* Documento rilevato come amanuense dal registratore, scritto in uno stile parlato e con riferimenti biblici, ma non rivisto dall’autore.

MI SFORZO DI CORRERE PER CONQUISTARLO – 4

Parrocchia San Pellegrino
Esercizi Spirituali
dal 30-31 Agosto al 1-2 Settembre 1991

Mi sforzo di correre per conquistarlo,
perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (Fil 3, 12)

Sabato, 31 Agosto 1991

Liturgia, Letture: 1 Ts 4, 9-11; Mt 25, 14-30.

Omelia Santa Messa

Tutto il dramma di questa parabola si gioca sul significato del donare, ricevere, restituire o possedere.

Partiamo dalla seconda scena: ci sono persone che hanno una certa ricchezza in talenti (5 talenti, 2 talenti, 1 talento solo) e possiamo intenderli quello che vogliamo; il Vangelo non dice né che questi siano semplicemente i doni dello Spirito Santo, né che siano le doti naturali… niente. Sono certamente un patrimonio.

Ma deve essere valutato questo patrimonio e quindi come deve essere gestito? Per capire bene che cosa è questo patrimonio bisogna ricordare la prima scena:

«[14]Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. [15]A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì» (Mt 25, 14-15).

“Partì”, vuole dire che questo uomo non è presente sulla scena concreta. Là dove si gestiscono i talenti il padrone dei talenti non c’è; ci sono semplicemente dei servi che possono fare dei talenti proprio quello che vogliono perché il padrone è lontano, è partito per un viaggio. Ma la prima scena ci sottolinea che i talenti sono DONO del padrone, è lui che li ha messi nelle mani dei servi, non sono il frutto dell’impegno dei servi, non è che hanno lavorato tanto per riuscire a possedere quei 5 o 2 o 1 talento. No! Li hanno ricevuti proprio gratis senza nessun loro impegno, senza nessun loro merito; li hanno ricevuti sulla fiducia; è il padrone che, convinto che sappiano arrangiarsi nel gestire i suoi beni, li ha messi nelle loro mani.

Questa prima scena è evidentemente fondamentale per capire la vita. Nella vita si parte sempre con dei talenti che si sono ricevuti in dono; se non altro l’esistenza stessa, la nostra biologia, la cultura che i genitori ci hanno trasmesso, il saper camminare, il saper scrivere ecc. Tutte queste cose le abbiamo ricevute gratis, partiamo con un patrimonio gratuito.

Questo chiaramente vale infinitamente di più per quanto riguarda la vita dello spirito. Tutto quello che dal punto di vista del rapporto con Dio possiamo avere è puro DONO del Signore; però dono messo nelle nostre mani di cui possiamo fare quello che vogliamo.

Possiamo fare quello che vogliamo per modo di dire. Nella seconda scena il padrone non c’è, ma nella terza scena c’è ancora; è lontano per un viaggio, adesso, ma torna, e torna per fare i conti.

Come fa i conti il padrone? In un modo semplicissimo: tratta ciascuno secondo il modo in cui lui vuole essere trattato.

Prendete i due servi che hanno ricevuto 5 e 2 talenti; hanno ricevuto e che cosa hanno fatto? DONANO. Il primo aveva ricevuto 5 talenti e ne restituisce 10; fa un bellissimo regalo al suo padrone. Quindi ha fatto della sua vita un dono, ha speso il suo tempo, le sue energie, e il frutto lo regala al padrone. Dona.

Il padrone allora gli aumenta infinitamente il dono “Entra nella gioia del tuo padrone”.

In altri termini: la vita di queste due persone si gioca nel dinamismo del dono: hanno ricevuto gratis…, donano gratis…, ricevono all’infinito gratis. Tutto si gioca in questa atmosfera del dono e vengono trattati come hanno scelto di essere trattati. Hanno scelto come legge della loro esistenza il donare, bene il padrone dona a loro; e siccome il padrone pare che sia infinitamente ricco, il dono che da a loro è infinitamente grande, non è misurato.

Il Vangelo non dice che regala a loro 27 talenti, per esempio, ma gli dice: “Entra nella gioia del tuo padrone”, quindi vuole dire proprio tutto, tutto. Quello che è la vita, la gioia, la ricchezza, la consolazione del padrone diventa dei primi due servi, quindi un dono infinitamente grande.

Il terzo servo invece ha ragionato diversamente. Ha detto:

«[24]Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso» (Mt 25, 24).

Questo non è vero perché in realtà il padrone aveva seminato e sparso, infatti aveva distribuito i talenti. Comunque il servo considera il suo padrone come un padrone duro, un padrone che non dona niente e siccome il padrone non dona niente, non dona niente lui; e siccome lui non dona niente il padrone non gli dona niente, anzi alla fine gli porta via il solo talento che aveva. Non ha voluto la legge del dono, ha voluto solo la legge dell’affermazione di sé, che stia con quello che ha, cioè con niente. Non aveva niente il servo e l’unico talento che aveva gli era stato regalato, gli era stato donato. Ha scelto la legge del non-dono e viene trattato come ha voluto. Ha pensato che il padrone fosse duro… e il padrone è di fatto duro. Ha pensato che il padrone miete dove non ha seminato… e il padrone gli porta via quello che gli aveva donato. Quindi viene trattato con la sua moneta, con il modo in cui ha scelto dì comportarsi.

Traduciamo:

Noi siamo nella seconda scena; la nostra vita è la seconda scena della parabola, quella in cui il padrone è lontano.

Avete tutti una ricchezza di qualità, di doni (dal punto di vista fisico, intellettuale, psichico, emotivo, spirituale, ecc.). Bene. Arrangiatevi! Fate quello che vi pare; però ricordatevi che alla fine venite trattati secondo il criterio che avete scelto di usare.

Se scegliete il criterio del dono… alla fine Dio userà il criterio del dono con voi. Se scegliete il criterio della gratuita… Dio userà la gratuità verso di voi.

Ma se scegliete il criterio della stretta giustizia… Dio vi tratterà secondo stretta giustizia e se scegliete il criterio della rapina… Dio vi rapinerà.

Cioè userà quel criterio che usate voi, tenendo però presente che Lui per primo ha usato con voi il criterio del DONO. Prima che dobbiate scegliere ricordatevi che Dio nei vostri confronti ha scelto la via del dono. Quindi non cambiate strada!! State nella linea che il Signore ha scelto nel rapporto con voi, e se state in questa linea il Signore la confermerà, la porterà fino alla generosità infinita.

Ma che cosa vuole dire trasformare la propria vita in dono? Che cosa vuole dire scegliere la logica del dono?

Quello che abbiamo ascoltato nella prima lettura:

«[9]Riguardo all’amore fraterno, non avete bisogno che ve ne scriva; voi stessi infatti avete imparato da Dio ad amarvi gli uni gli altri» (1 Ts 4, 9).

È questa una affermazione stupenda!! Avete imparato da Dio ad amarvi gli uni gli altri. L’amore non lo avete inventato e non lo avete nemmeno imparato dagli altri. Lo avete imparato da Dio. Per noi ha donato la sua vita, per noi. Quindi abbiamo imparato che Dio è Amore e in questo abbiamo imparato ad amarci gli uni gli altri. In fondo la fede non ci insegna altro; il contenuto della fede è il grande insegnamento che Dio ci da sull’Amore.

Voi avete imparato, non siete quindi nelle tenebre, nell’incertezza, sapete che Dio vi ha amato e che quindi questo è il senso della vostra vita, e – continua San Paolo –

«[10]e questo voi fate verso tutti i fratelli dell’intera Macedonia. Ma vi esortiamo, fratelli, a farlo ancora di più [11]e a farvi un punto di onore: vivere in pace, attendere alle cose vostre e lavorare con le vostre mani, come vi abbiamo ordinato, [12]al fine di condurre una vita decorosa di fronte agli estranei e di non aver bisogno di nessuno» (1 Ts 4, 10-12).

Non accontentatevi fratelli di quell’amore che vivete nel rapporto con gli altri: di quella sincerità, generosità, pazienza che adesso avete raggiunto. Dal punto dove siamo – insegna San Paolo nella lettera ai Filippesi – andiamo ancora avanti sempre per quella medesima linea, sempre nella linea dell’amore e della carità. C’è ancora da camminare, c’è ancora da correre, c’è ancora da crescere!

Tutto quello che avete come dono lo dovete mettere in gioco, nella partita della vita, nella partita della carità e dell’amore.

L’esortazione di San Paolo è molto sobria; non chiede delle cose strampalate, delle cose enormi, eroiche da perdere la propria vita. No! Chiede delle cose quotidiane e tranquille: vivere in pace, lavorare con le proprie mani in modo da non dare scandalo a nessuno e di non avere bisogno di nessuno. Naturalmente si intende questo in senso negativo perché abbiamo tutti bisogno gli uni degli altri, ma c’è un fare portare i pesi della propria vita agli altri che è l’atteggiamento dello scarica barile; c’è qualcuno che ha imparato che se uno lavora per due lui può anche non fare niente ed è questo che Paolo vuole escludere.

Quindi una esortazione molto concreta, ma bisogna partire da qui, senza fare dei sogni astronomici, ma sul quotidiano con quella pace e affabilità che può davvero aiutarci a costruire un tessuto fraterno più solido e anche un tessuto sociale più autentico e più vero.

Facendo questo uno gestisce bene i suoi talenti, ha fatto dei suoi talenti un dono: li ha ricevuti in dono, li spende in dono, riceverà in dono la vita eterna “entra nella gioia del tuo Signore”.

Lo chiediamo proprio al Signore che ci faccia gustare questo desiderio della comunione con Lui e che ci tolga quei blocchi di paura che ci rendono egoisti, che ci danno l’ansia di perdere qualche cosa di noi stessi e della nostra vita; e che ci dia invece la gioia di arricchirci gli uni gli altri con i doni che Lui stesso ci ha donato per primo.

MI SFORZO DI CORRERE PER CONQUISTARLO – 3

Parrocchia San Pellegrino
Esercizi Spirituali
dal 30-31 Agosto al 1-2 Settembre 1991

Mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (Fil 3, 12)

31 Agosto 1991

Prima Meditazione

Abbiamo visto l’affermazione del Prologo del Vangelo di San Giovanni secondo cui il Verbo fatto carne è pieno di grazia e di verità.

Di per sé il significato sarebbe che il Verbo è pieno di quel dono che è la rivelazione di Dio. Il Dio della Bibbia è fondamentalmente un Dio che si rivela: si è rivelato in alcune opere di salvezza (come la liberazione dall’Egitto); si è rivelato in una serie di parole (come gli oracoli profetici); ma il culmine della rivelazione è una persona.

Al di là dei gesti e delle parole il culmine è la persona stessa del Verbo. Gesù rivela Dio non solo perché dice delle parole giuste su Dio, e neanche perché compie delle opere che rivelano la potenza di Dio (come i miracoli) ma la sua stessa esistenza, la sua presenza in mezzo agli uomini, la sua vita e la sua morte portano la gloria di Dio in sé, portano la bellezza e la rivelazione di Dio in sé.

Si tratta quindi di conoscere questo Signore.

Lo conosciamo dal punto di vista esterno (attraverso la conoscenza delle sue parole e dei suoi gesti), lo conosciamo meglio attraverso un rapporto di simpatia, poi attraverso quell’atto di fede con cui lo riconosciamo come Figlio di Dio.

Ma nemmeno questo basta, c’è un passo ulteriore da fare; San Paolo dice:

«[10]E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, [11]con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti» (Fil 3, 10-11).

Tradotto questo vuole dire che la conoscenza della fede deve diventare, se vuole essere seria, imitazione nella vita, sequela nella vita. La fede comporta una esperienza di condivisione del cammino stesso del Signore, sofferenza e morte comprese. Certamente non per il gusto della sofferenza e della morte, il gusto è la Risurrezione, ma il cammino verso la Risurrezione passa necessariamente anche attraverso l’esperienza dolorosa delle sofferenze e del fallimento. Esperienze che Paolo ha fatto abbastanza frequentemente.

Noi facilmente abbiamo di Paolo l’immagine (tramandataci da Luca) di un apostolo che ha predicato in tutto il bacino del Mediterraneo, fondando delle comunità cristiane, ottenendo dei successi e dei riconoscimenti per cui la comunità cristiana primitiva è fondamentalmente paolina: negli Atti degli Apostoli dal cap. 13° e soprattutto dal 16° in poi, Paolo è dominante e si pub dire che la storia della Chiesa si identifica con la predicazione paolina.

Questa è un’immagine giusta ma parziale: Paolo è sì il grande predicatore ma Paolo è anche, e forse soprattutto, l’apostolo sofferente. Paolo è quell’apostolo che porta nella sua carne la morte di Cristo, la sofferenza stessa di Cristo e che spera, con questa sofferenza, di giungere e di produrre la vita nei cristiani ai quali annuncia il Vangelo.

Nella seconda lettera ai Corinzi, Paolo scrive:

«[8]Non vogliamo infatti che ignoriate, fratelli, come la tribolazione che ci è capitata in Asia ci ha colpiti oltre misura, al di là delle nostre forze, sì da dubitare anche della vita. [9]Abbiamo addirittura ricevuto su di noi la sentenza di morte per imparare a non riporre fiducia in noi stessi, ma nel Dio che risuscita i morti. [10]Da quella morte però egli ci ha liberato e ci libererà, per la speranza che abbiamo riposto in lui, che ci libererà ancora» (2 Cor 1, 8-10).

Paolo ha ricevuto una condanna a morte o una situazione dalla quale ormai gli pareva impossibile scappare e questa situazione per lui non è casuale, ma rientra nel progetto di Dio su di lui, e nei versetti precedenti Paolo lo ha detto esplicitamente, perché dice che Dio lo ha consolato:

«[3]Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, [4]il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio» (2 Cor 1, 3-4).

Quindi il dramma di afflizione e consolazione di cui è fatta la vita di Paolo, e di cui è fatta la vita di ogni uomo, non è casuale ma fa parte del suo modo di essere apostolo.

Paolo è apostolo con le parole che dice? Senza dubbio. Ma Paolo è apostolo con le sofferenze che sopporta; non sono una appendice: sono il segno della serietà, il segno che Paolo il Vangelo lo prende davvero sul serio e lo paga con la sua esistenza; sono il segno che il Vangelo ha messo l’impronta del Cristo sofferente nella vita di Paolo. In fondo il Vangelo è l’annuncio di salvezza nella croce di Cristo, portare dunque le stigmate della croce, le stigmate del crocifisso vuole dire avere in sé, nella propria carne, il segno del Vangelo.

Per avere un’idea della vita interiore di Paolo bisogna leggere la seconda lettera ai Corinzi in cui egli mette anudo la coscienza che ha di se stesso e la mette a nudo perché è contestato, perché nella comunità di Corinto sono venuti alcuni, che Paolo chiama superapostoli, i quali dicono che Paolo è un apostolo di seconda categoria e i veri Apostoli sono i 12, quelli che abitano a Gerusalemme, mentre lui è venuto dopo, è uno che ha perseguitato la Chiesa e non c’è da fidarsi di lui, delle sue parole.

Di fronte a questo, Paolo reagisce con durezza perché è convinto che il Vangelo che predica non sia stato inventato da lui ma di averlo ricevuto da Cristo; non pub lasciare che il Vangelo di Cristo sia deformato, che qualcuno introduca delle alterazioni in quello che è il cuore della salvezza così come gli è stata rivelata.

Allora deve difendere il suo apostolato, non la sua persona. E come lo difende?:

«Però in quello in cui qualcuno osa vantarsi, lo dico da stolto, oso vantarmi anch’io. [22]Sono Ebrei? Anch’io! Sono Israeliti? Anch’io! Sono stirpe di Abramo? Anch’io! [23]Sono ministri di Cristo? Sto per dire una pazzia, io lo sono più di loro: molto di più nelle fatiche, molto di più nelle prigionie, infinitamente di più nelle percosse, spesso in pericolo di morte. [24]Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i trentanove colpi; [25]tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. [26]Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; [27]fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. [28]E oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese. [29]Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non ne frema?» (2 Cor 11, 21b-29).

Paolo fa l’elenco dei suoi patimenti. Perché? Perché sono il segno che è un apostolo autentico; dirà nella lettera ai Galati che nessuno gli dia fastidio perché lui porta le stigmate di Cristo nella sua carne; le stigmate sono le sue sofferenze, sono quello che lui ha patito per il Signore e che quindi non vengano altri a contestare il suo apostolato perché è “firmato” dalla croce del Signore.

Sempre nella seconda lettera ai Corinzi Paolo scrive:

«[10]portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. [11]Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale. [12]Di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita» (2 Cor 4, 10-12).

In noi opera la morte in quanto apostoli, ma in voi la vita proprio come effetto del nostro apostolato. In questo modo vi annunciamo il Vangelo e il Vangelo produce la vita in voi; ci costa la morte ma non interessa; importante è che produca la vita.

Questo modo di ragionare di Paolo dice che cosa intende quando parla di conoscere Gesù Cristo: di una conoscenza che giunge alla partecipazione della croce del Signore, delle sue sofferenze e della sua Risurrezione. Non è che a Paolo interessi la sofferenza in quanto tale, quello che a Paolo interessa è la vita; la vita dei cristiani ai quali annuncia il Vangelo, e la sua stessa vita. Ma proprio perché la vita richiede questo, è disposto a donarla:

«Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12, 24).

La legge evangelica della vita è questa e Paolo seguendo Gesù Cristo ha vissuto questa medesima esperienza.

Continuiamo la lettura della lettera ai Filippesi che fa da traccia ai nostri esercizi:

«[12]Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo. [13]Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, [14]corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù» (Fil 3, 12-14).

Paolo dunque presenta la sua vita come una corsa. In questa corsa Paolo è stato raggiunto da Cristo. Cristo gli è corso dietro e sulla via di Damasco ha raggiunto il suo traguardo: Paolo.

A quel punto la corsa si inverte. È Paolo che comincia a correre e deve correre dietro a Gesù Cristo per raggiungerlo, e tutta la vita, tutto l’apostolato di Paolo è un raggiungere Cristo perché Cristo ha raggiunto Paolo; è un camminare verso di Lui.

Al termine della vita c’è esattamente questo e per Paolo l’atteggiamento corretto della sua vita, e della vita del cristiano che presenta ai Filippesi, è proprio questo: la consapevolezza di non essere ancora arrivato.

Il pensare di essere arrivati sarebbe arroganza o presunzione e toglierebbe l’impegno del cammino. Invece la vita del cristiano è un pellegrinaggio e rimane un pellegrinaggio. La struttura del nomadismo aveva segnato tutta la vita di Israele e rimane; anche se dal punto di vista sociologico il nomadismo è superato da millenni, ma dal punto di vista della esperienza quel nomadismo rimane impresso dentro la sua concezione di vita. Per cui vivere vuol dire camminare verso… camminare verso la terra promessa; e anche quando Israele e in Palestina non è ancora arrivato, per cui la lettera agli Ebrei dirà che i patriarchi hanno solo visto e salutato di lontano la terra promessa. L’hanno vista quindi ne hanno sentito tutta la gioia e il desiderio, ma l’hanno solo salutata da lontano, non l’hanno raggiunta. Ma proprio perché l’hanno vista non c’è nessuna disperazione nel loro cammino: se anche devono camminare tutta la vita senza arrivare alla mèta questo non vuole dire disperarsi, avvilirsi; la mèta è là, ed è esattamente per loro.

Paolo ha davanti a sé Gesù Cristo, camminerà tutta la vita per raggiungerlo, ma non si lascerà avvilire da fallimenti, insuccessi, abbattimenti anche psicologici… la mèta è ancora lì, come quella che determina la corsa di Paolo.

Questa immagine della corsa domina, i primi versetti del cap. 12° della Lettera agli Ebrei:

«[1]Anche noi dunque, circondati da un così gran nugolo di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, [2]tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia, e si è assiso alla destra del trono di Dio. [3]Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. [4]Non avete ancora resistito fino al sangue nella vostra lotta contro il peccato» (Eb 12, 1-4).

La lettera agli Ebrei – dicono – è un’ omelia rivolta a una comunità cristiana in crisi, che sente la fatica della perseveranza e quindi la tentazione di tornare indietro, di mollare l’impegno del cristianesimo, della fedeltà cristiana.

A questa comunità in crisi la lettera agli Ebrei nel cap. 11°, ha fatto una lunga storia che è la storia della salvezza presentata come una galleria di immagini di esistenza di fede; è una specie di storia della fede che incomincia dal giusto Abele e che attraversa i patriarchi e tutti gli uomini che hanno dato un esempio di fede.

E in che cosa consiste la fede? Per la lettera agli Ebrei fondamentalmente si identifica con la speranza, con la capacità di vedere l’invisibile e di camminare verso l’invisibile senza lasciarsi abbattere dagli ostacoli; la fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono. Allora tutte queste persone hanno camminato alla ricerca di cose che non possedevano, hanno fatto della loro vita un itinerario di speranza e sono arrivati al traguardo.

Ora – dice la lettera agli Ebrei – tocca a noi correre, siamo noi nello stadio a dover fare il nostro percorso, la nostra parte di staffetta; ci hanno trasmesso il testimone e ora corriamo noi mentre loro sono là a fare come il tifo per noi, a tenere la nostra parte con il desiderio che anche noi possiamo arrivare alla meta come sono arrivati loro:

«[1]Anche noi dunque, circondati da un così gran nugolo di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti» (Eb 12, 1).

In questa corsa, che è la vita cristiana, ci sono due ostacoli:

1) il peccato; che vuol dire sbagliare strada: se c’è qualcosa di negativo è proprio lo sbagliare strada perché bisogna tornare indietro e fare il doppio di fatica. Quindi bisogna deporre il peccato perché fa sbagliare strada.

2) Ma bisogna deporre anche tutto ciò che è di peso. È evidente che se devo fare 100 m. non prendo uno zaino con chili di peso perché correrei adagio, mi trascinerei, e invece devo correre e correre vuole dire essere libero da impacci. Allora anche le cose belle e buone che ci sono nella vita, ma che diventano delle, preoccupazioni troppo pesanti, bisogna lasciarle da parte.

Per correre davvero non bisogna lasciare da parte solo il peccato ma anche quello che è di impaccio, quello che dal punto di vista oggettivo non è male, non è ingiustizia ma che rende lento e faticoso il cammino; bisogna essere sciolti nei movimenti per correre bene.

«[12.2a] tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede».

Per avere un orientamento preciso, per non sbagliare la mèta, per non andare alla deriva (perché la deriva, anche senza cattiva volontà, è inevitabile nel cammino della vita) bisogna puntare su Gesù.

Sembra che questo sia l’unico testo del Nuovo Testamento in cui si attribuisce a Gesù la fede; sembra presentare Gesù come il modello della fede, quello in cui la fede manifesta pienamente tutta la sua virtualità, il suo significato.

Non c’è dubbio che Gesù è quello che ha vissuto il cristianesimo, è il cristiano pienamente compiuto, quindi è Lui che dobbiamo avere davanti come modello; ma perché?

«[12.2b] Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia, e si è assiso alla destra del trono di Dio».

La prima parte di questa frase è interpretata in modo diverso dagli autori: ci sono quelli che fanno riferimento alla tentazione all’inizio della vita di Gesù – «In cambio della gioia che gli era posta innanzi» – quindi rifiutando quella gioia che il Satana gli aveva proposto Gesù ha scelto la croce disprezzando l’ignominia.

C’è un altro modo di leggere questa frase che interpreta quella gioia come la gioia della Risurrezione e vuole dire: proprio perché ha orientato la sua vita alla gioia della Risurrezione non ha avuto paura di sottomettersi alla croce.

Quindi la gioia pub essere interpretata in questi due modi diversi: o una gioia negativa che Gesù ha rifiutato, o come una gioia positiva che ha motivato anche la sua Passione.

Ma a parte questa distinzione di interpretazione, il senso della frase è molto importante: Gesù si è sottoposto alla croce disprezzando l’ignominia. Questo «disprezzando l’ignominia» è un poema perché vuole dire che Gesù non ha avuto paura della vergogna.

La croce è sofferenza, ma la croce è vergogna, è umiliazione, è un supplizio che è indegno alla persona umana, è il supplizio che i romani non si attentavano a imporre a dei concittadini perché sarebbe stato un abominio per Roma stessa.

Ma è esattamente questo quello che è posto di fronte a Gesù, e Gesù ha disprezzato l’ignominia e vuole dire che non ne ha avuto paura, o meglio non ne ha avuto così tanta paura da tirarsi indietro.

Quella gioia che gli era posta innanzi, cioè quel cammino che il Padre gli aveva proposto, era per Lui così importante che l’umiliazione della croce non lo ha bloccato.

Questa è una affermazione grande.

Perché se c’è qualcosa che blocca sono sì le sofferenze, ma le umiliazioni sono quelle esperienze in cui abbiamo l’impressione che la nostra vita perda il suo significato e il suo valore.

Allora continua la lettera agli Ebrei…

«[12.3] Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. [12.4] Non avete ancora resistito fino al sangue nella vostra lotta contro il peccato».

Quindi per quanto abbiate sofferto non siete ancora pari, perciò non lasciatevi abbattere, ripartite con coraggio, fiducia senza lasciare che quelle piccole sofferenze che avete subito fino ad ora vi fermino.

Neanche il martirio ha bloccato Gesù Cristo, quindi non vi dovete lasciare bloccare dalle vostre sofferenze.

Direbbe Geremia:

«[12.5] Se, correndo con i pedoni, ti stanchi, come potrai gareggiare con i cavalli?» (Ger 12, 5).

È la parola di consolazione che Dio dà a Geremia.

È impressionante!

C’è Geremia che si lamenta e Dio che gli risponde che si lamenta per poco e gli capiterà di peggio. Quindi non ti abbattere perché le cose che dovrai sopportare andando avanti sono molto peggiori di quelle che hai vissuto fino ad ora; perciò rafforzati / non ti abbattere e riparti.

La lettera agli Ebrei richiama a questo coraggio della corsa.

A questo testo fondamentale della lettera ai Filippesi, che è certamente il testo più importante in cui Paolo parla della vocazione, ne aggiungiamo un altro tratto dalla lettera ai Galati:

«[11]Vi dichiaro dunque, fratelli, che il vangelo da me annunziato non è modellato sull’uomo; [12]infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo. [13]Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi, [14]superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. [15]Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque [16]di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, [17]senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco» (Gal 1, 11-17).

L’espressione dei versetti 15 e 16 Paolo l’ha copiata dal profeta Geremia il quale racconta così la sua vocazione:

«[4]Mi fu rivolta la parola del Signore: [5]Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni» (Ger 1, 4-5).

È interessante che la vocazione profetica o apostolica venga percepita come una dilatazione della propria esperienza di vita. È un allungamento, un ingrandimento: la mia esistenza è molto limitata nel tempo e nello spazio, ma al momento della vocazione questa specie di quadro salta.

«Prima di formarti nel grembo materno ti conoscevo». C’è quindi una radice che è antica (e non è solo la radice dei nonni o dei bisnonni), è una radice che tocca l’eternità stessa di Dio, è nella volontà di Dio che è radicato il mio piccolo frammento di tempo.

Così come «Ti stabilisco profeta delle nazioni» cioè il senso della tua vita acquista valore non solo per te o per la tua famiglia ma entra dentro al progetto di Dio che è un progetto universale. La vocazione di Geremia è una vocazione dilatata nel tempo e nello spazio.

La vocazione di Paolo è esattamente questo.

Quando Paolo ha incontrato Gesù sulla via di Damasco avrà avuto una trentina d’anni (non si sa di preciso) ma in realtà quella vocazione alla missione, all’apostolato era scritta dentro al codice genetico spirituale di Paolo; quello che viene a galla è la sua identità vera, è un nome che Dio aveva pronunciato da sempre, il nome di Paolo è un nome che Dio conosce e che ha pronunciato con amore dall’eternità, e Paolo è una persona che Dio si è messo da parte da sempre. Messo da parte, perché il termine consacrato che usa Geremia, e che usa Paolo, vuole dire esattamente questo: una persona che Dio si è riservata, una persona che Dio ha reso inabile alla vita sociale (per modo di dire), cioè non è fatta per la vita sociale, ma è fatta per l’annuncio del Vangelo e tutto il resto deve essere subordinato a questo.

Così come Geremia che si troverà effettivame-nte in difficoltà nei rapporti con gli altri: ha una voglia immensa di rapporti umani ma con le parole di Dio che deve annunciare, che sono tutte violenza e oppressione, come fa a trovare amici, a trovare 1persone che lo sopportano, e da questo punto di vista Geremia si troverà come un isolato a motivo della Parola di Dio: messo da parte.

Paolo ragiona in qualche modo nella stessa maniera; si sente riservato da Dio da sempre per l’annuncio del Vangelo.

Paolo – come ricordavamo – ha dovuto affrontare tutta una serie di opposizioni e non solo quelle da parte dei pagani ma anche le opposizioni da parte dei cristiani di origine giudaica che vorrebbero imporre ai pagani che si convertono la circoncisione e tutto il giogo della legge giudaica.

Questi cristiani nella lettera alla Chiesa della Galazia presentano Paolo come un falso apostolo perché dicono che annuncia non un Vangelo autentico ma annacquato: invece di predicare tutta la volontà di Dio predica la volontà di Dio con qualche eccezione, per esempio non predica la circoncisione, non predica le leggi sulla purità o impurità dei cibi.

Effettivamente tutte queste cose qui Paolo le toglieva dal cristianesimo; per lui non avevano alcun valore e per questo lo accusavano di essere un apostolo che addolcisce la pillola per renderla gradevole ai pagani; un apostolo che annuncia un Vangelo non pieno, non autentico, un Vangelo che ha perso la sua punta.

Paolo di fronte a un’accusa di questo genere deve per forza rispondere perché di mezzo c’è il valore del Vangelo. Si tratta di sapere se la salvezza è Gesù Cristo o la salvezza è Gesù Cristo più la circoncisione; se Gesù Cristo è tutto o è qualcosa a cui bisogna aggiungere qualcos’altro. Questo è in gioco.

Paolo allora spiega che il Vangelo che predica non se lo è inventato, anzi ha capovolto la sua mentalità; lui la pensava in modo radicalmente diverso, lui aveva un atteggiamento radicalmente opposto a questo, era un fariseo quindi la legge per lui era l’essenziale. Ma il Vangelo che ha ricevuto ha capovolto le sue convinzioni precedenti perciò non l’ha inventato lui ma se l’è trovato davanti, se l’è trovato come imposto da una rivelazione del Signore risorto:

«[11]Vi dichiaro dunque, fratelli, che il vangelo da me annunziato non è modellato sull’uomo (…). [15]Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque [16]di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani» (Gal 1, 11.15.16)

Proprio con questa convinzione ben radicata Paolo potrà dire:

«[8]Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema! [9]L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema! [10]Infatti, è forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo!» (Gal 1, 8-10).

Quindi Paolo è così convinto che il Vangelo che annuncia sia quello vero che chiunque venisse a cambiarlo dovrebbe essere considerato scomunicato, al di fuori della comunione con Dio, fosse anche un angelo, fosse anche Paolo stesso impazzito.

Qual è il Vangelo? Il Vangelo della giustificazione come grazia di Dio, grazia, grazia. Tutta la lotta di Paolo si gioca intorno a questa convinzione: che la vita cristiana è prima di tutto Grazia, cioè prima di tutto Dono, Dono.

Il cristiano deve impegnarsi in tutta la sua vita, dovrà amare il prossimo con tutto se stesso, e Paolo certamente non fa degli sconti negli impegni etici; cancella tutti quegli impegni di tipo rituale ma sugli impegni etici (impegno dell’amore fraterno e tutte le dimensioni della vita cristiana) non fa certamente degli sconti ma all’origine di tutto c’è la grazia, c’è il dono di Dio.

«[9]e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede» (Fil 3, 9).

San Paolo dice quindi che non vuole farsi grande davanti a Dio delle sue qualità e delle sue realizzazioni, ma vuole farsi trovare con quella giustizia che è un dono e di cui non può vantarsi.

Nell’ottica di Paolo se c’è qualcosa di cui l’uomo non può vantarsi è esattamente il Vangelo.

Quando una persona si vanta del Vangelo lo ha già deformato. Quando una persona si ritiene brava perché crede nel Vangelo e perché è cristiano, ha deformato il Vangelo perché il Vangelo è strutturalmente Dono, Dono.

Posso vantarmi di quello che ho ricevuto da qualcun’altro? Questo vale per tutta la vita perché è dono, ma vale in modo doppio per il Vangelo; se la vita è dono, il Vangelo lo è in modo doppio; è ancora di più perché il Vangelo non è solo donato all’uomo, ma donato all’uomo peccatore, quindi donato non solo a chi non ha dei meriti ma a chi ha dei demeriti; è l’uomo peccatore, quindi nemico di Dio, quello che riceve la grazia. Si tratta di accogliere questa grazia di Dio, questo dono con riconoscenza pura, con stupore puro.

Questo fonda tutta una esistenza impegnata.

Chi riceve il Vangelo in questo modo deve poi darsi da fare. Ma proprio perché la sua vita è fondata sul dono, questo darsi da fare non diventerà né un affanno infinito, né un vanto orgoglioso, ma diventerà un cammino fondamentalmente fiducioso e di riconoscenza nei confronti di Dio.

In altri termini la vita che ne viene fuori sarebbe una vita di libertà.

Al brano della lettera ai Filippesi aggiungiamo perciò Ebrei 12, 1-2 e Galati 1, 15-16.

* Documento rilevato come amanuense dal registratore, scritto con riferimenti biblici, ma non rivisto dall’autore.

MI SFORZO DI CORRERE PER CONQUISTARLO – 2

Diocesi Reggio Emilia
Parrocchia San Pellegrino
Esercizi Spirituali
dal 30-31 Agosto al 1-2 Settembre 1991

Mi sforzo di correre per conquistarlo,
perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo (Fil 3, 12)

31 Agosto 1991

Documento fornito da Copelli Marcello e ripreso da Ciani Vittorio.

Prima Meditazione

Con questa invocazione allo Spirito Santo proviamo a iniziare il nostro cammino di esercizi spirituali che ha il suo centro nella esperienza spirituale di San Paolo e naturalmente nel suo messaggio, nella sua predicazione, perché in lui l’esperienza personale e l’annuncio del Vangelo non sono certamente staccati tra loro ma uniti indissolubilmente.

È inevitabile che il punto di partenza sia una riflessione sulla conversione di San Paolo che ha un’importanza decisiva per lui, non solo come esperienza personale – ma dicono gli esperti – anche come riflessione teologica. Secondo questi esperti la teologia di San Paolo non è nata puramente in una riflessione intellettuale, ma ha le sue radici nell’esperienza personale di quest’uomo e in particolare nell’esperienza della conversione.

Forse ricordate che Sant’Agostino interpreta la dottrina paolina del Corpo Mistico come il risultato di una riflessione sulla conversione. Quando San Paolo incontra il Signore sulla via di Damasco e il Signore gli dice «Saulo, Saulo perché mi perseguiti?» in quella espressione – dice Sant’Agostino – c’era in germe il concetto di Corpo Mistico. Paolo non ha perseguitato Gesù Cristo, Paolo ha perseguitato la comunità cristiana; se dunque il Signore gli dice: «Perché mi perseguiti?» vuol dire che tra il Signore e la comunità cristiana c’è una misteriosa, ma reale, identificazione.

Questa è la lettura paolina del Corpo Mistico. La Chiesa è il corpo di Cristo – dirà Paolo. Dove l’ha imparato? Lì, nel momento della conversione, dice Sant’Agostino, riflettendo su quell’esperienza.

Non c’è dubbio che la conversione è il fondamento di tutto il suo impegno missionario. Sembra che Paolo non si sia mai convertito semplicemente per diventare cristiano; si è convertito immediatamente per diventare apostolo. Il Paolo cristiano non c’è, c’è solo il Paolo apostolo. Immediatamente il suo incontro con Gesù Cristo diventa un impegno di predicazione e di testimonianza apostolica.

Ma non solo. In quella esperienza sulla via di Damasco Paolo ha riconosciuto il volto di Gesù Cristo, la gloria di Dio, ha quindi visto in modo radicalmente nuovo Gesù di Nazareth.

Ne aveva sentito parlare, se ne era fatto un’idea, ma sulla via di Damasco questa idea va in frantumi e in Gesù Cristo il Signore gli appare come la rivelazione di Dio.

Quando Paolo dirà che in Lui abita la pienezza della divinità, dove lo ha scoperto questo? Sempre sulla via di Damasco; in quest’incontro che ha segnato il capovolgimento della sua vita.

Ma soprattutto sulla via di Damasco Paolo ha percepito quello che è il centro del suo vangelo, cioè la giustificazione mediante la fede. La “giustificazione mediante la fede”, vuole dire fondamentalmente: la gratuità del dono della giustizia. L’uomo è giusto per dono gratuito di Dio. Non è prima di tutto effetto di meriti che gli procurano la giustizia come un salario, ma è prima di tutto DONO che gli viene dalla bontà e dalla misericordia infinita di Dio.

Questo l’ha conosciuto chiaramente sulla via di Damasco perché se c’era uno che non poteva avanzare pretese nei confronti di Gesù Cristo quello era evidentemente San Paolo. Persecutore della Chiesa era agli antipodi, era il suo nemico personale, eppure sulla via di Damasco il Signore l’ha incontrato e lo ha accolto. Paolo si è sentito come sbalzato via dalle sue sicurezze per ricevere qualche cosa che non meritava affatto, che non aveva preparato affatto, e lì ha accolto l’essenziale della giustificazione come dono di Dio. “Giustificazione”, vuole dire: passaggio dalla condizione di peccato alla condizione di giustizia, da una condizione di ribellione a Dio a una condizione di amicizia con Dio; questo passaggio Paolo l’ha sperimentato come un puro dono. Quindi tutte queste cose che saranno al centro delle lettere e al centro della sua esperienza di fede, Paolo le ha incontrate, conosciute, ricevute per la prima volta a Damasco, sulla via di Damasco.

Che poi questa esperienza sia importante non solo per lui, ma per tutta la vita della Chiesa, anche questo non avrebbe bisogno di grandi dimostrazioni. Se il cristianesimo è diventato fondamentalmente universale ed ha assunto tutta la cultura greca nella sua ampiezza, questo è dovuto soprattutto alla predicazione di Paolo. L’apertura del Vangelo ai pagani non è esclusivamente sua, ma soprattutto sua. Si può dire che il futuro del Vangelo è dipeso in buona parte dalla sua attività, e non è un caso che negli Atti degli Apostoli San Luca racconti la conversione di San Paolo tre volte (nei capitoli 9°, 22° e 26°). Si potrebbe dire che è un po’ troppo ripetere per tre volte lo stesso racconto, sembra esagerato; me è evidente che per San Luca questo racconto doveva essere decisivo.

Siccome negli Atti degli Apostoli gli interessa la dilatazione della Parola di Dio che deve giungere fino agli estremi confini della terra, ha bisogno di riportare questa dilatazione della Parola di Dio prima di tutto alla conversione di San Paolo.

Come ne parla San Paolo della sua vocazione? Perché un vero e proprio racconto, così come si trova negli Atti degli Apostoli, nelle Lettere paoline non c’è. Addirittura qualcuno dice che il termine “conversione” non è il termine giusto. Per Paolo avere incontrato Gesù non voleva dire abbandonare la sua religione di un tempo (il giudaismo) ma voleva dire in fondo portarla alla perfezione, portarla a compimento; Gesù è il Messia, è il Messia di Dio, quindi la predicazione e la persona di Gesù sono il cuore dell’attesa ebraica.

La conversione, per Paolo, non vuole dire quindi il passaggio da una religione all’altra, però è vero che ha sperimentato questo incontro con il Signore come un capovolgimento della sua vita, e lo dice nel modo più chiaro e bello nella lettera ai Filippesi:

«[3]Siamo infatti noi i veri circoncisi, noi che rendiamo il culto mossi dallo Spirito di Dio e ci gloriamo in Cristo Gesù, senza avere fiducia nella carne, [4]sebbene io possa vantarmi anche nella carne. Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui: [5]circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; [6]quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge. [7]Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. [8]Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo [9]e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede. [10]E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, [11]con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti. [12]Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo. [13]Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, [14]corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù. [15]Quanti dunque siamo perfetti, dobbiamo avere questi sentimenti; se in qualche cosa pensate diversamente, Dio vi illuminerà anche su questo. [16]Intanto, dal punto a cui siamo arrivati continuiamo ad avanzare sulla stessa linea» (Fil 3, 3-16).

Inizia, San Paolo, enumerando le prerogative di cui gode per nascita o per impegno personale, quelle cose che dicono il suo vanto nella carne, cioè vanto nella condizione umana.

In altri termini Paolo dice che dal punto di vista umano ha molte qualità su cui fondare la sua sicurezza. Alcune di queste qualità Paolo le ha ricevute per nascita: il fatto di essere stato circonciso l’ottavo giorno, di appartenere alla stirpe di Israele (quindi al popolo eletto), di essere della tribù di Beniamino (quindi una delle tribù storiche di Israele: vi apparteneva il profeta Geremia e il re Saulo) quindi ha una radice buona.

Ancora, «ebreo da ebrei», quindi con un Ebraismo non nuovo, ma radicato; «fariseo quanto alla legge», questo è un privilegio che ha cercato lui.

Paolo è fariseo, la legge quindi per lui è un impegno al quale si è consacrato con tutto se stesso. Tanto, dice, da essere quanto a zelo persecutore della Chiesa: vede la Chiesa come un pericolo per l’ebraismo e si è messo a perseguitarla, ed è irreprensibile per quanto riguarda la giustizia che deriva dall’osservanza della legge. Quindi per quanto riguarda la legge nessuno lo pub rimproverare in niente, è a posto, senza macchia, senza peccato.

Queste sono le sue sicurezze umane e Paolo avrebbe potuto costruire la sua vita su queste cose.

Se volete fare l’esame di coscienza vale la pena che riflettiamo ciascuno su quali sono le sicurezze su cui fondiamo la nostra vita. Ciascuno deve avere qualche sicurezza; saranno i soldi, la cultura, le doti personali, i risultati che ha ottenuto con l’impegno, le doti psicologiche o le abilità di arrampicamento sociale…. in ogni modo ciascuno di noi ha le sue sicurezze. Il problema è sapere quali sono, in quali abbiamo posto la nostra fiducia, e notate che Paolo pone tra soldi, ma quelle che noi chiameremmo le sicurezze religiose: essere ebreo, essere un consacrato alla legge, entra per lui nelle sicurezze.

Poi aggiunge: «[3.7]Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo». E credo che la spiegazione migliore di questo strano atteggiamento di San Paolo la troviamo nella famosa parabola del fariseo e del pubblicano nel Vangelo di Luca:

«[9]Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: [10]«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. [11]Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. [12]Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo» (Lc 18, 9-12).

Questo è il ritratto di Paolo e prendetelo come un ritratto bello, perché non dice il Vangelo che il fariseo sia un bugiardo, che dica queste cose e poi non le faccia; no, le fa veramente. Digiuna due volta la settimana, che non era certamente obbligatorio, come non era obbligatorio pagare la decima su tutto quello che si possedeva; vuole stare esattamente nel sicuro per non avere rimproveri di alcun genere, gli interessa essere a posto davanti a Dio.

Questa era la condizione di Paolo, ma questa è la condizione che Paolo ha rifiutato, perché la considera spazzatura, una perdita.

Gli è accaduto che le sicurezze di prima si siano sciolte, quella altezza in cui pensava di abitare gli si è presentata come un abisso; c’è stato un capovolgimento della sua vita.

Badate, non è che Paolo fosse insoddisfatto del giudaismo: non era contento della sua religione, non era contento di se stesso, aveva dei sensi di colpa e per questo ha capovolto la sua vita. Per niente! Paolo si presenta nella lettera ai Filippesi come del tutto tranquillo per il suo modo di vivere l’esperienza religiosa; si tratta non di un’evoluzione nel cammino di Paolo, ma di una spaccatura. Quello che umanamente è un guadagno, diventa per lui una perdita.

Perché è una perdita quella ricchezza di meriti che Paolo si era guadagnata con la sua osservanza della legge? Perché tutto questo è sorgente di autosufficienza; perché tutto questo costruisce l’uomo che vive da se stesso e per se stesso.

Invece sulla via di Damasco Paolo ha percepito un altro modo di vivere: DAL SIGNORE e PER il SIGNORE. Quindi una vita non chiusa nel cerchio della sua esperienza, io per me, ma il Signore per me e io per Lui, quindi in un atteggiamento che capovolge l’ottica dell’esperienza di fede.

Paolo afferma che non gli interessa più la sua giustizia, quella che deriva dall’osservanza della legge e continua:

«[3.8]Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo [3.9]e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede».

Questa giustizia che deriva dall’osservanza della legge a Paolo non interessa più, gli interessa un’altra giustizia, quella che deriva da Dio come un dono, che si riceve come DONO da Dio.

Perciò c’è una giustizia che io mi procuro con le mie mani e c’è una giustizia che deriva dalla fede in. Cristo; Paolo ha abbandonato la prima per poter ricevere la seconda.

Ma che cosa vuol dire questo? Vuol dire che Paolo ha cambiato il significato della sua vita. Prima pensava alla sua vita come a un possesso che cercava di rendere il più ricco possibile, come un buon manager: con quel patrimonio che aveva cercava di arricchirsi quanto più era possibile. Poi è passato invece alla vita considerata come un dono, non come un possesso, non una vita che gli veniva da se stesso e che controllava da sé, ma come una vita che gli veniva dal Signore e che viveva per il Signore.

Se ci fate caso questa è la struttura semplicissima dell’atto di fede. Vivere di fede vuol dire esattamente questo: quando il Signore dice ad Abramo «Vattene dalla tua terra verso la terra che io ti indicherò», vuol dire: andare via da una terra che è possesso di Abramo per andare verso la terra che sarà dono di Dio. Vai da quello che tu possiedi a quello che io ti comunicherò.

Oppure quando Gesù chiama i discepoli ad abbandonare tutto e diventare pescatori di uomini è un invito a smettere di vivere con quello che possedevano (possedevano la sicurezza del pescatore) per ricevere qualcosa dal Signore e mettere Lui al centro della vita.

Bisogna passare da una vita egocentrica ad una vita di dono e di comunicazione, del vivere DAL Signore e PER il Signore.

Scriverà infatti San Paolo nella lettera ai Romani:

«[7]Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, [8]perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore. [9]Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi» (Rm 14, 7-9).

Allora la dimensione dell’ottica della fede è quella dello scambio, non del possesso. Si riceve tutto dal Signore e si dona tutto al Signore. Naturalmente il donare tutto al Signore si esprimerà nel dono agli altri; il dono della nostra vita al Signore vuol dire in concreto il dono della vita agli altri per i quali il Signore ha dato se stesso; l’ottica diventa esattamente quella dello scambio.

Anche le sicurezze etiche e religiose vengono sconvolte; non sono solo le sicurezze economiche che non contano, ma anche quelle etiche: la sicurezza della mia bontà, della mia religiosità, non è questo il fondamento della mia sicurezza, il fondamento della sicurezza è il fatto che Dio in Gesù Cristo mi ha voluto bene; di questo mi fido e da questo ricevo la mia esistenza di fede, ed è per Lui che cerco di orientare quello che io sono.

Continua San Paolo nella lettera ai Filippesi:

«[10]E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, [11]con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti».

Si tratta di giungere alla sublimità della conoscenza di Gesù mio Signore. Notate come questa piccola espressione “mio Signore” che è tipica ed è stupenda, vuole dire non che il Signore appartiene a ‘me e che io monopolizzo il Signore, ma il Signore che io percepisco come rivolto a me, con il quale ho un rapporto di intimità, di amicizia, di amore, di comunione.

Il Signore non è un maestro del passato di cui mi rimando una qualche traccia di insegnamento; no; il Signore è un Cristo presente e vivo che posso incontrare e al cui cospetto posso vivere, e mi interessa conoscere Lui, la potenza della sua risurrezione. Il conoscere vuole dire evidentemente non una conoscenza puramente intellettuale, ma quella conoscenza vitale che è propria dell’amicizia, che è propria dei rapporti interpersonali.

Il Vangelo di San Giovanni ricorda:

«[3]Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17, 3).

Dove conoscere il Padre e conoscere il Figlio non sono due cose diverse, ma sono un’unica esperienza, perché si conosce il Padre in Gesù Cristo e attraverso Gesù Cristo. Ora la conoscenza di Gesù Cristo è evidentemente una conoscenza esterna, sensibile. Gesù Cristo è carne, è umanità concreta allora si tratta di conoscere quello che Gesù Cristo dice e quello che Gesù Cristo fa. Quindi si tratta di imparare le sue parole, di contemplare le sue azioni, i suoi gesti e i suoi comportamenti.

C’è questa conoscenza esterna che è fondamentale; senza leggere il Vangelo facciamo fatica a conoscere Gesù Cristo, uno se lo pub immaginare, ma non è così facile che quello che immaginiamo sia il Gesù vero; c’è il rischio che ce lo facciamo secondo i nostri desideri, quindi una conoscenza esterna, che però deve diventare una conoscenza che nasce dalla simpatia.

Conoscere davvero una persona richiede un feeling, richiede una capacità di sintonia con quella persona; conoscere Gesù Cristo vuol dire questo: non basta sapere il Vangelo a memoria, ma bisogna avere simpatia per il Vangelo, bisogna che il nostro cuore sappia muoversi secondo il ritmo del Vangelo, secondo la narrazione e le parole di Gesù.

Ma non basta nemmeno questo. La conoscenza piena di Gesù è quella Che diventa rivelazione di Gesù e rivelazione vuol dire l’esperienza della Trasfigurazione.

Quando Gesù prende Pietro, Giacomo e Giovanni e sale sul monte, e li si trasfigura davanti a loro e diventa quindi- luminoso, bello (bello della bellezza di Dio), in quel momento i discepoli intravedono qualche cosa del mistero profondo di Gesù.

Questo vale un po’ anche nei nostri rapporti interpersonali.

Ciascuno di noi si porta dentro un mistero, una profondità che a volte si manifesta, e si spalanca un po’ il cuore e il mistero della persona.

Questo vale a maggior ragione per Gesù Cristo, perché Gesù ha una profondità di mistero grande; Gesù Cristo è la rivelazione del Padre, del volto di Dio, della misericordia e dell’amore di Dio.

Questo non sempre si vede; la carne non manifesta immediatamente questo fatto tanto che molta gente ha visto Gesù ma non si è accorta di nulla. Ma qualcuno se ne è accorto: Paolo se ne è accorto sulla via di Damasco e lo dice nella seconda Lettera ai Corinzi:

«[6]E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo» (2 Cor 4, 6).

Dio che nel primo giorno della creazione con la sua Parola ha squarciato le tenebre del mondo e ha creato la luce dicendo «Sia la luce…», quel Dio quindi che ha la potenza di fare risplendere la luce in mezzo al buio dell’ignoranza dell’uomo, bene, quel Dio rifulse nei nostri cuori che erano nelle tenebre e nell’oscurità.

Quando Paolo andava a Damasco aveva il suo cuore nelle tenebre, nella oscurità e dopo si è accorto che le tenebre del suo cuore sono state squarciate. Come? Con la rivelazione della conoscenza della gloria divina che rifulse nel volto di Cristo.

Il problema è un problema di volto, di faccia; è nel volto che si esprime l’identità vera, piena, di una persona; è il volto quello che ci interpella e al quale rispondiamo, che ci chiede e al quale ci rivolgiamo; è nel volto che le persone davvero si incontrano come persone non come cose.

Paolo ha incontrato il volto di Cristo e lo ha incontrato come volto glorioso e questo non vuol dire in senso superficiale. La gloria nella Bibbia è la bellezza di cui è fatto Dio. Dio oltre che Onnipotente, Onnisciente ecc. è Bello, è Bello di una bellezza luminosa, incorruttibile. Bene, Paolo ha visto la bellezza di Dio sul volto di Gesù e si è innamorato di quella faccia lì. Mentre fino a quel momento il volto di Cristo gli era apparso come un volto di eretico, un volto pericoloso, di nemico da combattere, da quel momento il volto di Cristo gli è apparso bello della bellezza divina, quindi attraente, in qualche modo se ne è innamorato: quell’atteggiamento per cui quando sei davanti a Gesù sei contento che Lui ci sia e sei contento che abbia detto proprio le parole che ha detto, e abbia fatto le azioni che ha compiuto; e sei contento che la sua vita diventi la regola della tua; sei contento che lui abbia veramente ragione; magari non sei un teologo, e non sai dire delle cose complicate e alte su Gesù Cristo, però sai dire «Signore, da chi andremo, tu hai parole di vita eterna»: sono contento che Tu hai ragione, che il Vangelo è una strada di vita; che c’è il volto di Dio sulla tua faccia, che c’è la bellezza di Dio nelle tue parole, che c’è lo splendore della parola di Dio dentro ai tuoi insegnamenti.

Questo è il cammino pieno della fede: bisogna partire dalla conoscenza esterna, altrimenti si va per illusioni; quindi bisogna partire leggendo il Vangelo, bisogna fare diventare questa conoscenza esterna una conoscenza di sintonia; poi bisogna lasciare che Dio squarci le tenebre del nostro cuore e ci faccia vedere il volto luminoso di Gesù.

Ma è Dio che fa questo.

Lo dico non come deresponsabi1izzazione, ma vuol dire che per raggiungere questa conoscenza della gloria di Gesù non si tratta di programmare un cammino, ma si tratta soprattutto di aprire il cuore e la coscienza alla rivelazione di Dio, alla testimonianza di Dio.

Il lavoro che tocca fare a noi è sgomberare la coscienza, il cuore, perché fino a che abbiamo troppe preoccupazioni o troppe paure è difficile che il nostro cuore diventi davvero capace di vedere la bellezza di Gesù; ma nel momento in cui il cuore assume un atteggiamento di docilità, di apertura, è Dio che dentro al cuore ti da la sicurezza che Gesù ha ragione, ti da la sicurezza che se spendi la vita secondo il Vangelo non la butti via ma la guadagni; è una sicurezza interiore, di coscienza; ci si possono fare tanti ragionamenti esterni, ma non è semplicemente la conclusione, il risultato di una serie di ragionamenti: è una sicurezza donata dallo Spirito Santo.

È di questo che abbiamo un bisogno grande perché è quella sicurezza che ci permette di vivere in mezzo al mondo, in mezzo alle fatiche, alle tentazioni della vita e alle paure della vita senza lasciarci sconvolgere troppo, ma mantenendo ferma la direzione della nostra vita secondo il Vangelo.

Quindi il fare risplendere questa conoscenza della gloria divina sul volto di Cristo.

Questo discorso lo trovate nel prologo del Vangelo di Giovanni:

«[14]E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1, 14).

San Giovanni che cosa ha visto? La carne.

I nostri occhi possono vedere solo l’umanità di Gesù; invece no!

Dice: «Noi abbiamo visto la GLORIA!». Si intende l’abbiamo vista nella carne; abbiamo visto la sua divinità, ma la divinità non si vede, non entra dentro all’ampiezza dello spettro a cui sono sensibili i nostri occhi; la divinità non si vede, eppure dice «abbiamo visto la sua gloria», la gloria che gli compete come unigenito Figlio di Dio pieno di grazia e di verità.

Conclusione.

La cosa importante sarebbe riprendere il testo della e fare quella riflessione a cui accennavamo: sicurezze… e noi possiamo vedere quali sono le nostre, quali sono le cose alle quali affidiamo la difesa della nostra vita, da un punto di vista esterno e da un punto di vista religioso.

Poi vedere qual è stato il cambiamento di Paolo, il passaggio da una vita interpretata come dono che si riceve dal Signore; una giustizia interpretata come auto edificazione (io mi rendo giusto) a una giustizia vista come dono (Dio mi rende giusto in Gesù Cristo e attraverso Gesù Cristo)… Quindi riflettere alla vita come dono e provare a pensare a tutte le conseguenze di questo modo di interpretare la vita, che è il modo di Abramo, che è il modo dei discepoli, che è il modo della parabola del pubblicano e del fariseo: il pubblicano non ha certamente nessun merito, ma la parabola termina dicendo che uscì dal tempio “giustificato”. Giustificato non vuole dire come la giustificazione per una assenza dalla scuola (che vuol dire scusato); giustificare nella Bibbia vuol dire rendere GIUSTO, vuol dire cambiare il cuore, vuol dire capovolgere la condizione interiore della persona.

Il pubblicano perché usci giustificato? Per DONO, per grazia di Dio, non certo per i meriti, anzi era pieno di peccati, ma proprio per questo Dio ha usato misericordia, lo ha purificato con l’abbondanza e la ricchezza del suo dono.

Allora bisogna renderci conto di questo e vedere che questa percezione della vita come dono si lega a una conoscenza nuova di Gesù: a Gesù visto non solo come interlocutore della nostra vita ma come rivelatore del Padre. Con i gradini della conoscenza di Gesù che bisogna percorrere tutti e tre:

  • quello della conoscenza esterna,

  • quello della conoscenza di amicizia,

  • quello della conoscenza di fede.

La rivelazione della bellezza, della gloria di Dio sul volto di Gesù.

MI SFORZO DI CORRERE PER CONQUISTARLO – 1

Diocesi Reggio Emilia
Parrocchia San Pellegrino
Esercizi Spirituali
dal 30-31 Agosto al 1-2 Settembre 1991

«Mi sforzo di correre per conquistarlo,
perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (Fil 3, 12)

30 Agosto 1991

Documento fornito da Copelli Marcello e ripreso da Ciani Vittorio

Introduzione

«[8]Anzitutto rendo grazie al mio Dio per mezzo di Gesù Cristo riguardo a tutti voi, perché la fama della vostra fede si espande in tutto il mondo. [9]Quel Dio, al quale rendo culto nel mio spirito annunziando il vangelo del Figlio suo, mi è testimone che io mi ricordo sempre di voi, [10]chiedendo sempre nelle mie preghiere che per volontà di Dio mi si apra una strada per venire fino a voi. [11]Ho infatti un vivo desiderio di vedervi per comunicarvi qualche dono spirituale perché ne siate fortificati, [12]o meglio, per rinfrancarmi con voi e tra voi mediante la fede che abbiamo in comune, voi e io» (Rm 1, 8-12).

Il brano fa parte dell’inizio della Lettera ai Romani e dovrebbe servirci da introduzione a questi esercizi.

San Paolo prima di tutto ringrazia Dio per quello che i romani sono: per la loro fede, per la loro obbedienza al Vangelo e alla Parola di Dio.

Questo è già un atteggiamento positivo perché invece di cominciare notando i difetti, incomincia notando le cose belle che ci sono, e di queste cose belle ringrazia il Signore. Nell’ottica di San Paolo dove c’è una briciola di fede vuole dire che c’è l’opera di Dio, vuole dire che Dio sta compiendo, operando qualche cosa di grande, e di fronte a questo bisogna partire con lo stupore, con il ringraziamento: dove Dio opera è giusto che l’uomo rimanga come a bocca aperta nel vedere l’opera del Signore.

Questo ringraziamento a Dio – dice San Paolo – diventa un ricordo continuo. Paolo dice di ricordare i cristiani di Roma (non dobbiamo pensare che in ogni momento Paolo abbia in mente i cristiani di Roma) e questo vuole dire che è consapevole di un legame di fede che lo unisce a loro ed è contento di questo legame, ci pensa volentieri, è contento che i cristiani di Roma non siano per lui degli stranieri ma che siano invece per lui dei fratelli legati da un vincolo autentico.

Proprio per tutto questo desidera vederli; prega il Signore – dice – che gli “apra una strada” per potere andare a Roma. Ma perché ha questo desiderio di vederli?

«[11]Ho infatti un vivo desiderio di vedervi per comunicarvi qualche dono spirituale perché ne siate fortificati, [12]o meglio, per rinfrancarmi con voi e tra voi mediante la fede che abbiamo in comune, voi e io»

Prima di tutto vuole arricchire i cristiani di Roma; è come se dicesse: “Mi state così a cuore che vorrei foste il più ricchi possibile; vorrei regalarvi tutto quello che io ho; quello che ho ricevuto dal Signore non lo voglio tenere per me, voglio che diventi vostro, che vi arricchisca”.

Scrivendo ai Tessalonicesi San Paolo dirà che per lui sono diventati così cari che vorrebbe regalare loro non solo il Vangelo di Dio ma la sua stessa vita:

«[8]Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari» (1 Ts 2, 8).

Ai cristiani di Roma Paolo dice esattamente questo.

Poiché – aggiunge Paolo – nel momento in cui vi dono quello che ho ricevuto dal Signore so anche di dovere ricevere da voi consolazione e gioia, quello che voi siete lo potete voi stessi comunicare a me: la vostra fede, la vostra speranza diventa per me un motivo di coraggio per superare tutte quelle fatiche e tribolazioni che accompagnano la mia vita.

Tutto questo dice San Paolo ai cristiani di Roma, e pensiamo che lo dica anche ad ognuno di noi.

Siccome la Lettera ai Romani è inclusa nella Bibbia, quindi è parola ispirata cioè non è parola semplicemente che usava 2000 anni fa ma è parola attuale, allora le cose che san Paolo ha detto ai romani valgono anche per noi. Quindi ce le sentiamo dire da Paolo.

Ci sentiamo dire, all’inizio degli esercizi, che ringrazia Dio per la nostra fede, che ringrazia Dio per quello che di bello c’è nella nostra vita; alla fine se c’è la voglia e il desiderio di fare tre giorni di esercizi, questo desiderio – nell’ottica di San Paolo – non è semplicemente la nostra buona volontà, ma è grazia di Dio; c’è di mezzo il Signore, dovunque c’è una briciola di buona volontà. Allora dietro al desiderio, alla scelta di fare gli esercizi ci sta anche il Signore. Paolo ringrazia il Signore per noi.

Ma non solo. Paolo desidera arricchire la nostra fede e credo sarà il senso di questi esercizi; ci lasceremo istruire da San Paolo. Io proverò a prestargli la voce, il resto lo dice San Paolo perché gli esercizi li faremo su alcuni brani delle sue Lettere.

È ancora lui che continua a parlare, ma perché?

Perché ha voglia di comunicarci qualche dono spirituale perché ne siamo fortificati: San Paolo ha voglia che noi diventiamo cristiani più robusti, più solidi, più confermati nella fede e nella carità e per questo ci scrive, per questo negli esercizi ci rivolge la parola.

Ma stranamente Paolo vuole rinfrancarsi anche per la nostra fede perché gli esercizi li faremo, sì ascoltando San Paolo, ma non solo, ascolteremo anche noi stessi.

Gli esercizi vengono bene se tiriamo fuori dal nostro cuore quello che il Signore ci ha messo; se esprimiamo anche noi la nostra fede o la nostra speranza, o il nostro desiderio di carità.

Queste cose vengono dal Signore che le ha messe nel nostro cuore, e bisogna che vengano fuori nella gioia, nel ringraziamento, nella preghiera, nella supplica, nel cammino che tenteremo di fare.

Perciò è importante che non solo riceviamo da Paolo quello che lui ha da insegnarci, ma anche che esprimiamo davanti al Signore quello che abbiamo noi dentro al nostro cuore.

In fondo è importante la Parola di Dio, ma è importante che la Parola di Dio si incarni nella nostra vita e siccome la vita cristiana non è una vita fatta in serie ma è una vita di creatività e di originalità, ciascuno di noi deve cercare di essere se stesso, quindi con quella identità, con quel nome, con quel volto interiore che ha ricevuto dal Signore.

Facendo questo rispondiamo a Paolo e mettiamo davanti al Signore tutto il cammino di una vita rinnovata e nello stesso tempo personale.

Allora, prendiamo queste parole di Paolo come avvio degli esercizi, e chiediamo al Signore che attraverso la testimonianza di San Paolo cresca la nostra gioia e la nostra forza interiore.

* Documento rilevato come amanuense dal registratore, scritto con riferimenti biblici, ma non rivisto dall’autore.

AFFERRATO DA CRISTO – 10

Bocca di Magra – 1-2-3 novembre 1991

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Afferrato da Cristo

Omelie
1ª Penitenziale

Parola di Dio: (Mic 6, 1-8 – Sal 50 (49) – Lc 7, 36-50)

Proviamo a fare il cammino indicatoci dalla Parola del Signore che abbiamo ascoltato.

E il cammino incomincerà, come avete sentito, con una citazione in tribunale: è il Signore che ci convoca e sporge querela contro di noi. «Ascoltate dunque ciò che dice il Signore: Su, fa’ lite con i monti, i colli ascoltino la tua voce! Ascoltate, o monti, il processo del Signore e porgete l’orecchio, o perenni fondamenta della terra, perché il Signore è in lite con il suo popolo, intenta causa con Israele».

E siccome il popolo del Signore siamo noi, il Signore ha una lite, un processo con noi.

Dobbiamo, dunque, sentire l’accusa del Signore e notate come inizia l’accusa di Dio. «Popolo mio, che cosa ti ho fatto? In che cosa ti ho stancato? Rispondimi. Forse perché ti ho fatto uscire dall’Egitto, ti ho riscattato dalla casa di schiavitù e ho mandato davanti a te Mosè, Aronne e Maria? Popolo mio, ricorda le trame di Balak e di Moab, e quello che gli rispose Balaam, figlio Beor. Ricordati di quello che è avvenuto da Sittim a Galgala, per riconoscere i benefici del Signore».

Allora vuoi confessarti bene? Prima di tutto ricorda quello che il Signore ha fatto per te; devi riconoscere i benefici del Signore, devi riconoscere che il Signore la sua parte di impegno e di fedeltà ce li ha messi, che se tu fai l’elenco delle opere del Signore nella tua vita, trovi semplicemente delle opere di bene.

Che cosa ha fatto il Signore per noi? Ci ha fatto uscire dall’Egitto: è un peccato questo? «Ho mandato davanti a voi Mosè, Aronne e Maria», cioè ci ha dato delle guide, e ha fatto male il Signore a fare questo? Nel deserto ci ha nutrito con la manna e ci ha dato da bere con l’acqua della roccia: è forse una mancanza di fedeltà questa?

No, il Signore la sua parte l’ha fatta proprio bene.

E, in fondo, un sacramento della penitenza potrebbe incominciare proprio così. Uno racconta e riconosce, davanti al Signore, tutto quello che ha ricevuto, tutto quello di cui è debitore verso il Signore, perché capire che siamo debitori ci rende molto più consapevoli del nostro peccato e della nostra infedeltà, perché, se Dio fosse un Dio avversario o nemico, i miei peccati perderebbero tutta la loro maledizione. Ma se Dio è davvero Padre, se è davvero misericordioso, se è davvero fedele nei miei confronti, allora il mio peccato è mancanza di riconoscenza, è mancanza di comunicazione con l’amore e la fedeltà e la misericordia di Dio.

Quindi si parte di lì.

Il Signore, prima di tutto ci fa ricordare quello che ci ha donato e quello che ha fatto per noi. Naturalmente, ciascuno potrebbe fare l’elenco dei benefici del Signore nella sua vita e, se uno fa fatica a trovarne, per lo meno può andare a cercarli nella Bibbia, può andare a scoprire che Dio ha donato per noi il suo Figlio.

Questo lo possiamo dire tutti: «mi ha amato e ha dato se stesso per me». C’è quindi un dono, quale che sia stata la mia vita, fortunata o sfortunata: Gesù Cristo è morto per me. E questo dono del Signore è il fondamento della fedeltà che io riconosco a Lui: primo.

Secondo: allora il popolo risponde così di fronte a questa citazione:

«Con che cosa mi presenterò al Signore, mi presenterò al Dio altissimo? Mi presenterò a lui con olocausti, con vitelli di un anno? Gradirà il Signore le migliaia di montoni e torrenti di olio a miriadi? Gli offrirò forse il mio primogenito per la mia colpa, il frutto delle mie viscere per il mio peccato?»

E vuol dire, si, riconosco di aver ricevuto tutto; allora, cosa debbo fare? Devo andare a regalare al Signore sacrifici, montoni, vitelli, capri? Al limite, il mio primogenito, quello che mi è più caro, devo offrirlo al Signore? È questo che il Signore vuole?

Vuole un cambio per i doni che mi ha dato?

No, il Signore non vuole un cambio e la religione non è un commercio continuo per cui riceviamo qualche cosa e diamo qualche cosa per pareggiare il conto. Ci chiede un’altra cosa:

«Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio».

Notate, «Praticare la giustizia» vuol dire l’onestà verso gli altri; «vivi in società», l’uomo vive naturalmente in società: bene, che vivendo in società, rispetti attentamente i diritti degli altri.

«Praticare la giustizia»: a Dio un popolo ingiusto e di ladri non gli sta bene; quando si è voluto costruire un popolo, lo ha voluto onesto.

Quindi, questa è la prima cosa che il Signore ti chiede: l’onestà nei confronti degli altri. La seconda è amare la pietà, e con il termine pietà si intende quello che noi, in questi giorni, abbiamo chiamato «la fede», l’atteggiamento di amore e di risposta benevola nei confronti del Signore, cioè stare davanti al Signore, volendo bene al Signore, riconoscendo che è il Signore Dio, dando a Dio quello che gli spetta; così come, debbo riconoscere agli altri i loro diritti, debbo riconoscere a Dio, non tanto i suoi diritti, ma forse non è la parola giusta ma riconoscere a Dio il posto che gli spetta perché è Dio.

Quindi, riconoscerlo come mio Signore e riconoscerlo come mio Padre, con la devozione, con l’amore, con la dedizione che è propria di un figlio.

«Amare la pietà», metterti davanti a Dio con un cuore filiale.

E finalmente, «camminare umilmente con il tuo Dio», e umilmente vuol dire sapendo riconoscere la tua statura, perché sarai anche intelligente e forte e ricco, ma sei piccolo, piccolo ugualmente: sta al tuo posto, senza pretendere di essere il padrone del mondo, riconoscendo che il mondo l’ha già fatto un Altro e che non tocca a te né farlo, né salvarlo. Camminare umilmente con il tuo Dio, quindi riconoscendo il tuo posto.

Allora tre cose vuole il Signore: la prima, che tu rispetti gli altri; la seconda, che tu rispetti Dio; la terza, che tu stia al tuo posto, che tu rispetti te stesso, riconoscendoti per quello che sei.

Questo vuole, non dei sacrifici; questa è la vera offerta, questo è il vero sacrificio che Dio ti comanda.

E, se avete notato, lo stesso discorso è nel salmo che abbiamo ascoltato, il Salmo (49) 50, dove c’è ancora il Signore che convoca il suo popolo in tribunale, convoca la terra, convoca a giudizio il suo popolo: «Davanti a me riunite i miei fedeli, che hanno sancito con me l’alleanza offrendo un sacrifico».

Siamo legati da un contratto, i contratti vogliono onorati; vediamo se Israele ha onorato il suo patto, se Israele è stato fedele a quello a cui si era impegnato: «Io sono Dio, il tuo Dio».

A che cosa si era impegnato Israele e che cosa gli chiede il Signore? Notate: «Non ti rimprovero per i tuoi sacrifici, i tuoi olocausti mi stanno sempre davanti», cioè il Signore dice: non mi lamento perché tu hai fatto pochi sacrifici; ne hai fatti tanti e te lo riconosco, come riconosco che sei tanto religioso.

Ma sta’ attento, primo, al non identificare la religione ad un commercio (come dicevamo prima): tu offri al Signore capri e vitelli e hai il diritto di ricevere dal Signore la benedizione.

Non sono i capri e i vitelli quello di cui Dio ha bisogno, perché Dio non mangia la carne: questa è la concezione della mitologia babilonese.

Nella mitologia babilonese, gli dei avevano creato gli uomini perché gli uomini, facendo sacrifici, dessero da mangiare agli dei. Ma il Dio di Israele non mangia la carne dei sacrifici dell’uomo.

Vuole un’altra cosa: «Offri a Dio un sacrificio di lode, sciogli all’Altissimo i tuoi voti; invocami nel giorno della sventura: ti salverò e tu mi darai gloria».

Che vuol dire: quello che il Signore vuole è quello che stiamo facendo adesso. Celebrando il sacramento della penitenza, noi riconosciamo che Dio è Dio, che è fedele, quindi ci prendiamo le colpe noi.

E nel momento in cui ci prendiamo questa colpa, ci presentiamo davanti al Signore col desiderio di essere perdonati e che il Signore manifesti la sua misericordia. È questo che il Signore vuole: un atteggiamento di umiltà e di fiducia in Lui, di amore verso di Lui.

E proprio per ottenere questo, il Signore ci richiama ai nostri comportamenti sbagliati, cioè alle violazioni dei comandamenti, le trasgressioni, come dicevamo questa mattina.

«All’empio dice Dio» e all’empio vuole dire poi a noi, «perché vai ripetendo i miei decreti e hai sempre in bocca la mia alleanza, tu che detesti la disciplina e le mie parole te le getti alla spalle?».

E vuole dire: non serve il parlare tanto di Dio per essere religiosi, perché se tu ne parli tanto e poi, in realtà, le parole di Dio te le getti alle spalle, cioè non le metti in pratica, tutto quello che tu dici non serve a niente.

Se tu parli di religione, ma detesti la disciplina, cioè detesti tutto quel cammino lento e faticoso che è necessario per mettere in pratica la volontà di Dio, la legge di Dio, allora tutta la tua religione è superficiale e insufficiente. Per cui, «se vedi un ladro, corri con lui» (7° comandamento); «degli adulteri ti fai compagno» (6° comandamento); «abbandoni la tua bocca al male e la tua lingua ordisce inganni. i siedi, parli contro tuo fratello, getti fango contro il figlio di tua madre» (8° comandamento), e sembra che all’ottavo comandamento il Salmo dia un’importanza particolare, ci mette infatti quattro righe sul comandamento del non dire falsa testimonianza: non sparlare dell’altro.

«Abbandoni la tua bocca al male», anzi, se uno dovesse tradurre letteralmente (non si può in italiano), sarebbe: «tu getti la tua bocca nel male», cioè ci pigli gusto a sparlare, ad infangare il tuo fratello.

«Hai fatto questo e io dovrei tacere? Forse credevi che io fossi come te?».

Cioè, Dio dice: Non mi lascio comperare dai tuoi sacrifici e non mi tappano la bocca, quando c’è una ingiustizia io te la sbatto in faccia, ti metto di fronte a quello che sei.

Dio non si lascia comperare o ricattare dal comportamento dell’uomo:

«Ti rimprovero, ti pongo innanzi i tuoi peccati. Capite questo voi che dimenticate Dio, perché non mi adiri e nessuno vi salvi. Chi offre il sacrificio di lode, questi mi onora, a chi cammina per la retta via mostrerò la salvezza di Dio».

«Chi offre il sacrificio di lode» è, dicevamo, quello che stiamo facendo, perché il sacramento della Penitenza è l’offerta del sacrificio di lode in cui noi riconosciamo il nostro peccato e riconosciamo l’onestà di Dio, la sua giustizia e fedeltà.

E questo discorso culmina nel Vangelo di Luca che abbiamo ascoltato, dove si tratta di capire chi è che, davanti al Signore, è nell’atteggiamento religioso più corretto e giusto.

E ci sono, come avete notato, due personaggi davanti a Gesù: il fariseo che lo ha invitato a cena e la donna peccatrice.

La domanda è: chi dei due è il più religioso? E, non c’è dubbio, il più religioso è il fariseo, il religioso per eccellenza, che ha fatto della religione una scelta consapevole, impegnata, diremmo noi.

La donna peccatrice i suoi peccati ce li ha, e quindi dal punto di vista religioso ha violato il sesto comandamento e qualcun altro ancora; in ogni modo il sesto comandamento è al di fuori della sua logica.

Si presentano tutti e due davanti al Signore e, stranamente, capita che, davanti al Signore, la loro posizione viene capovolta. Vediamo come.

La donna, nella casa del fariseo che aveva invitato Gesù, fa’ quei gesti che ricordate:

«Si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, ecc.». In qualche modo si attira il giudizio della gente; è un comportamento che suscita mormorazioni, dato che noi siamo velocissimi a giudicare e a valutare le persone, quindi questa donna si è messa sotto il giudizio di tutti quelli che erano nella casa.

«A quella vista il fariseo che lo aveva invitato pensò tra se: “Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice”».

Tradotto vuol dire: un profeta, uno che vede davvero nel cuore degli uomini saprebbe che cosa c’è nel cuore di questa donna e non si lascerebbe toccare da lei. Dove si capisce un modo di ragionare che è notevolmente diverso da quello di Gesù Cristo.

Gesù sa che cosa c’è nel cuore della donna e proprio per questo l’accoglie.

Secondo il fariseo, dovrebbe respingerla perché cosa deve comportarsi un profeta, un rappresentante di Dio. Ma, secondo Gesù, no; Secondo Gesù il rappresentante di Dio non è quello che respinge i peccatori, è quello che li accoglie.

Questo è costante in tutto il Vangelo: «non hanno bisogno di medico i sani; sono venuto a chiamare i peccatori a conversione». Per questo motivo Gesù entra facilmente a contatto con i peccatori per annunciare loro e donare a loro il perdono di Dio: è venuto proprio per questo.

Ma lì ci sono due concezioni diverse di Dio; per il fariseo, Dio è quello che respinge il peccatore; per Gesù Cristo, Dio è quello che respinge il male, ma accoglie e perdona il peccatore.

Di fatto, Gesù spiega questo a Simone: «Simone, ho una cosa da dirti». Ed egli: «Di’ pure».

«Un creditore aveva due debitori: l’uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta».

Tutti e due sono debitori, ma uno grosso debitore e l’altro piccolo: chi dei due è nella condizione migliore? E naturalmente, quello che è debitore di cinquanta denari: avere un debito piccolo è più vantaggioso che averlo grande.

Questo si, ma qui succede il capovolgimento perché il padrone condona tutti e due i debiti e li cancella, e allora si capovolgono le sorti, perché «non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?».

Prima, il privilegiato dei due era quello dei cinquanta denari, dopo, lo diventa quello dei cinquecento. Forse perché è migliore? Ma no, perché ha ricevuto un perdono più grande e quindi ama con una riconoscenza più grande.

La quantità del perdono suscita una forza corrispondente di amore, e allora si capisce il capovolgimento. «Chi dei due lo amerà di più?» Simone rispose: «Suppongo quello a cui ha condonato di più». «Ed è proprio così, dice Gesù».

Ma, dicendo questo, Simone si è tirato, diremmo noi, la classica zappa sui piedi, perché si è collocato nella condizione di chi ha un piccolissimo debito verso Dio. Tutti gli uomini hanno dei debiti verso Dio, ma Simone è convinto di avere un debito trascurabile, perché lui è un fariseo, lui è una persona religiosa, lui… (stavo per dire: a Messa ci va sempre) al Tempio ci va sempre, i sacrifici li fa, quindi si sente a posto. Ha un debito da poco, ma proprio perché ha un debito da poco, ama poco.

Il perdono di Dio lo sfiora appena, non ne sente la gioia, non ne sente la profondità, non ne sente il valore, in qualche modo lo trascura, lo disprezza: Cosa volete, sì Lui mi ha perdonato, ma poco, qualche soldo soltanto.

E invece, quando il debito è grande, quando uno ha rischiato di andare in galera per il debito, allora la cancellazione del debito diventa qualche cosa di grande e uno si sente davvero graziato. Il condannato a morte al quale, pochi minuti prima dell’esecuzione, viene concessa la grazia, grandemente esulta; e questa è la condizione della donna: questa donna ha trovato nell’amore del Signore il segno, il sacramento dell’amore di Dio e, proprio per questo, vive di gioia e di riconoscenza.

«Ti sono perdonati i peccati». «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace».

«La tua fede ti ha salvata» non vuole dire: Sei stata brava e allora ti perdono, ma vuole dire: Hai aperto il tuo cuore al perdono di Dio e questo perdono ti ha cambiata, puoi andare in pace.

Chi ha operato il perdono non è stata la donna, è stato Dio nella sua misericordia; ma questa donna, proprio perché aveva una esperienza triste di peccato, riceve un perdono che le porta e le produce gioia, consolazione e riconoscenza.

È quello a cui il Vangelo ci vuole portare: siamo convocati in tribunale da Dio, Dio ci ricorda tutto quello che ha fatto per noi nella nostra vita e nella storia della salvezza; ci mette davanti il nostro peccato.

Siamo quindi chiamati a convertirci.

Come? Dando a Dio qualche cosa? No, Dio non ha bisogno di niente, ma dando a Dio il riconoscimento del suo amore e del nostro peccato. Mettendoci nell’atteggiamento di questa donna che, rannicchiata ai piedi del Signore, esprime tutto il suo pentimento e tutta la gioia di essere accolta dal Signore.

È in questo che il Sacramento della Penitenza fa di noi delle creature nuove, ci introduce dentro a un atteggiamento nuovo.

E lo chiediamo proprio come dono, come miracolo del Signore, miracolo di un cuore che sappia amare, che sappia commuoversi, che sappia riconoscere il proprio peccato, che non si avvilisca affatto, ma che sappia, invece, riconoscere nella misericordia di Dio il motivo e la forza per ricominciare con coraggio e con gioia.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.

AFFERRATO DA CRISTO – 9

Bocca di Magra – 1-2-3 novembre 1991

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Afferrato da Cristo

4ª – XXXI Domenica – anno B

Parola di Dio: Dt 6, 2-6 – dal Salmo 17 – Eb 7, 23 – Mc 12, 28-34

Le letture di oggi possono essere come un piccolo patrimonio, un piccolo tesoro che il Signore ci dona al termine degli esercizi, perché il Vangelo che riguarda il comandamento fondamentale della legge è una guida essenziale per la nostra vita.

La prima lettura, dal libro del Deuteronomio, è probabilmente il brano più famoso di tutto l’Antico Testamento.

Gli Ebrei lo usano come professione di fede, per cui tutti i giorni un ebreo religioso lo recita due volte e per cui l’ebreo, al termine della sua vita vuole poter ripetere questa parola: è la sua ultima parola nel mondo. «Il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo». Siamo quindi nel cuore della Rivelazione, della Rivelazione della Bibbia.

Può darsi, però, che un pochino di disagio e di difficoltà venga fuori, perché il brano inizia: «Temi il Signore, tuo Dio, osservando per tutti i giorni della tua vita, tu e il tuo figlio e il figlio di tuo figlio, tutte le leggi e i comandi che io ti do». E parlare di leggi e di comandamenti può suscitare quasi istintivamente una specie di ribellione, perché a noi, le leggi non piacciono mica tanto: si sopportano perché non se ne può fare a meno, ma non è che si amino proprio così tanto.

E, invece, quello che il libro del Deuteronomio vuole ottenere è proprio questo: che la legge di Dio non solo la sopportiate, ma che la desideriate, l’amiate, l’accogliate, spalancando la bocca e il cuore perché ci entri dentro, perché, in fondo, secondo il libro del Deuteronomio, questo è il modo concreto di accettare il Signore.

E voglio dire: se si vuole costruire un rapporto di amicizia, bisogna imparare a conoscersi e ad accettarsi. Due amici sono persone diverse, con mentalità e abitudini diverse, però se si costruisce un’amicizia vera, ciascuno impara ad accettare l’altro.

Bene, il rapporto con Dio è un rapporto di amicizia, un rapporto di comunione, in cui Dio ci prende così come siamo e, nonostante Dio sia infinitamente santo, sopporta della gente limitata e povera e, a volte, egoista come siamo noi. Cioè il Signore ci accetta e dobbiamo imparare anche noi ad accettarlo, a prenderlo così come è fatto.

E siccome il Signore è santo, dobbiamo imparare ad accettare volentieri la santità di Dio. E siccome Dio è misericordioso, dobbiamo accogliere volentieri la misericordia di Dio, dobbiamo accettare che il Signore entri nella nostra vita con le sue esigenze. La legge di Dio non fa altro che esprimere questo.

Si potrebbe dire che la legge di Dio ci aiuta a capire il temperamento di Dio, com’è fatto, quali sono le cose che gli piacciono e quali sono le cose che Dio non sopporta per niente.

Se vogliamo vivere con Lui, non possiamo mettergli sempre davanti le cose che Lui non sopporta. Dobbiamo imparare a presentargli quello che è gradevole, quello che è desiderabile ai suoi occhi.

E la legge ci aiuta in questo, ci aiuta a capire com’è fatto il nostro Dio, come possiamo presentarci davanti a Lui in modo, dice il libro del Deuteronomio, che il rapporto con il Signore ci doni vita e gioia.

Ha alcune espressioni anche un tantino strane: «Osserva le leggi e comandi che io ti do e così sia lunga la tua vita», e più avanti: «perché tu sia felice e possiate crescere molto di numero nel paese dove scorre latte e miele come il Signore ha detto».

Vuole dire che il progetto di Dio è una esistenza ricca di vita e di gioia, non una esistenza spenta. Questo piace al Signore e i comandamenti vogliono ottenere questo: non sono mortificazioni nel senso di una morte che ci viene messa addosso, una cappa che ci impedisca di vivere. Vogliono essere, al contrario, una strada di gioia e di realizzazione di noi stessi.

Ma questo è possibile, se di fronte ai comandamenti abbiamo un atteggiamento non da schiavi, ma da amici del Signore, per cui dice: «Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo: amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le tue forze».

Amerai! Amerai, e prima di tutto bisogna imparare ad ascoltare questa affermazione di fondo: «Il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo».

Portate pazienza se spiego una piccola cosetta.

Il Signore, in italiano, è una parola che dice poco, è un nome comune di persona, signore si dà a tutti. Ma il Signore, nella Bibbia, è il nome proprio di Dio, il nome di persona di Dio, è quel famoso termine ebraico «Jahvè», il suo nome proprio, per cui, quando si dice «Il Signore è il nostro Dio», quei termine «Signore», richiama il suo nome, e il nome di Dio è per noi prezioso.

Lo sa molto bene una persona quando si innamora, perché quando una persona è innamorata, il nome della persona alla quale vuole bene, gli mette dentro al cuore una gioia, una consolazione grande, perché quando penso al nome, mi viene in mente la persona, la sua faccia, quello che ho conosciuto di lei, il suo modo di parlare, tutte queste cose mi vengono in mente.

Quando un ebreo dice «Il Signore», gli viene in mente tutto, il volto di Dio che è un volto di misericordia e di amore, gli viene in mente tutto quello che il Signore ha fatto per lui, perché il Signore l’ha conosciuto quando lo ha liberato dall’Egitto, lo ha fatto camminare nel deserto e gli ha dato da mangiare e da bere, perché il Signore l’ha conosciuto quando l’ha liberato dai nemici e quando l’ha ricondotto dall’esilio e così via.

Tutto questo sta dentro il nome del Signore.

E questo vuole dire che, se a noi, quella parola lì, «Il Signore», non dice niente, vuole dire che dobbiamo ancora imparare a conoscerlo. Noi dovremmo conoscere e gustare il nome di Dio, dovremmo arrivare ad essere lieti che il nostro Dio sia il Signore e a essere anche fieri, perché abbiamo un Dio che è una meraviglia, che è degno di essere amato, lodato e benedetto, perché è potente, ma non solo potente, è ricco di amore, è misericordioso.

Tutto questo sta dentro a quel termine: l’ebreo lo dice con chiarezza questo nome e noi dobbiamo impararlo.

«Il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo». Il nostro Dio vuol dire che nel mondo ce ne possono essere chissà quanti di dei o di signori, che la gente può mettersi ad adorare questo o quell’altro idolo, ma noi abbiamo un Signore solo, un Dio solo, quello che ci ha creato, quello che ci ha liberato, quello che ci considera come dei figli e, siccome è uno solo, non abbiamo da dividere il nostro servizio, quindi il nostro cuore: dobbiamo e possiamo darglielo integralmente, senza riserve e senza diminuzioni.

«Il Signore è il nostro Dio», quindi l’amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, non con metà o tre quarti, ma con tutto «e con tutta l’anima e con tutte le forze», proprio perché è l’unico.

Naturalmente uno potrebbe anche rimanere perplesso, perché se c’è qualche cosa che deve essere libero nella vita umana e che deve essere anche spontaneo, è l’amore; l’amore viene fuori dal cuore, zampilla dal cuore come qualche cosa di assolutamente libero e gioioso e gratuito. E allora, si può comandare l’amore?

«Il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo; tu amerai il Signore tuo Dio»: questo è un comando, e si può forse comandare l’amore a qualcuno?

Beh, direttamente no. L’amore non si comanda, l’amore viene fuori libero. Ma qualcuno ha scritto che l’amore, quando viene donato, non permette a chi lo riceve di rimanere freddo, e cioè, nel momento in cui ho sperimentato di essere amato, non sono più stato capace di rimanere indifferente, ho dovuto rispondere all’amore. Sembra che la logica dell’amore nelle cose umane sia così.

Non lo so, in ogni modo, nel rapporto con Dio sì. Nel rapporto con Dio ci capita che, prima di comandarci di amarlo, il Signore ci ha amato e che all’origine della nostra vita e della nostra esistenza cristiana, ci sta l’amore che Dio ci ha donato in Gesù Cristo, donando se stesso in Gesù Cristo.

Puoi rimanere indifferente, freddo e chiuso all’amore di Dio; se tu ti lasci amare, il tuo cuore diventa capace di amare; se ti lasci cercare da Dio, il tuo cuore diventa un cercatore di Dio; se ti lasci perdonare da Dio, il tuo cuore diventerà riconoscenza infinita e continua a Dio.

E questo è possibile, nella Bibbia, che l’amore verso Dio sia comandato. L’amore verso Dio nasce come risposta all’amore che Dio ha avuto nei nostri confronti.

Prima c’è l’amore di Dio: il nostro stesso esistere nasce dall’amore di Dio Creatore; allora: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore», cioè con tutta la libertà, «con tutta l’anima» che vuol dire con tutto il tuo desiderio.

L’anima nella concezione ebraica è il desiderio di vita che uno ha dentro di se: questo desiderio deve diventare amore di Dio; «con tutte le forze», e vuol dire con quello che possiedi: intelligenza, volontà, sensibilità, affetto, carismi, doni, capacità, cultura; con tutte queste cose «amerai il Signore Dio tuo». Ma poi non ci fermiamo lì.

Quando a Gesù hanno chiesto qual era il primo comandamento, Gesù ha risposto ricordando il libro del Deuteronomio. Ma Gesù non si è fermato lì.

Ha detto che c’è un secondo comandamento che è: «amerai il prossimo tuo come te stesso». È sorprendente che Gesù risponda enumerando non un comandamento ma due. Qual è il motivo? Evidentemente perché, secondo Gesù, non è possibile amare davvero Dio senza amare davvero anche il prossimo.

Non è possibile! E questo viene detto tante volte nel Nuovo Testamento e lo dice S. Giovanni nella sua prima lettera: «Chi dice di amare Dio e non ama il prossimo è un bugiardo, perché non si può amare Dio che non si vede, senza amare il fratello che si vede, Chi ama Colui che ha generato, deve amare anche chi è stato generato da lui».

Quindi, chi ama Dio, deve amare certamente anche i figli di Dio. Cioè sono tutta una serie di affermazioni che nel Nuovo Testamento sono frequenti.

Ma è sorprendente: il prossimo non è mica Dio. Dio è solo Lui, solo il Signore, quindi non si può confondere Dio coi prossimo, però non posso amare Dio senza amare il prossimo.

Solo Dio è onnipotente, è santo, è infinitamente misericordioso e buono, il prossimo non è né onnipotente, né generalmente santo, né del tutto misericordioso; gli altri hanno i difetti che abbiamo anche noi, non sono quindi degni di amore come è degno Dio in modo perfetto. E però non si può amare Dio senza amare il prossimo.

Perché? Il motivo per la Bibbia è uno solo: che Dio ha legato la sua gloria all’uomo. È paradossale, però nella Bibbia è così.

  1. Ireneo ha scritto: «La gloria di Dio è l’uomo vivente»: Dio è glorificato quando l’uomo viene fatto vivere. Se tu fai vivere qualcuno, là dai gloria a Dio; se c’è un malato e tu lo guarisci, dai gloria a Dio; se c’è una persona sola e tu la consoli, dai gloria a Dio; se c’è una persona che vive una condizione di povertà e tu la soccorri, dai gloria a Dio, perché dove l’uomo vive, dove l’uomo viene riempito di gioia e di consolazione, li Dio è glorificato.

Dio ha legato la sua gloria all’uomo perché, stranamente, Dio ha amato quella creatura povera e misera che è l’uomo, anzi c’è una vera e propria passione di Dio per l’uomo.

Nel libro di Isaia c’è scritto: «Tu sei prezioso ai miei occhi, sei degno di stima e io ti amo»; non c’è nessuna spiegazione di questo «io ti amo»: non è che sei buono e io ti amo, sei ricco e io ti amo, no. L’ «io ti amo» è gratuito, è creativo, è senza alcuna spiegazione, tranne la spiegazione di fondo.

Il Signore è innamorato dell’uomo, per questo, tutte le volte che l’uomo viene rispettato e onorato e servito, Dio viene glorificato. Non è possibile amare Dio con tutto il cuore senza servire, difendere concretamente la persona umana.

Questo ce lo ha insegnato Gesù Cristo: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi; rimanete nel mio amore». E questo «rimanete nel mio amore» vuole dire «amatevi gli uni gli altri, cosa come io vi ho amato». C’è una corrente di amore che da Dio scende verso Gesù Cristo, da Gesù Cristo viene verso di noi, da noi deve andare verso tutti gli uomini.

E Dio non è contento, non è sazio, non è riposato fino a che il suo amore non ha raggiunto tutti gli uomini. Questo è il senso del comandamento di Dio: «Amerai il Signore tuo Dio, amerai il prossimo tuo come te stesso».

E allora, dicevo, lo prendiamo come un regalo del Signore. È un comandamento, ma in realtà è un regalo grande che il Signore ci fa, perché prima di tutto alla base di questo comandamento c’è il suo amore e, secondo, con questo comandamento noi ritroviamo una direzione lucida della nostra vita. È vero che, a volte, ci sarà difficile sapere come dobbiamo fare per amare il prossimo; non è così facile da capire, però una direzione precisa il Signore ce la dà. E questo ci aiuterà a vivere avendo un orientamento, avendo un senso nella nostra vita e avendo un desiderio anche forte di rispondere all’amore di Dio con il nostro amore, un desiderio di dare gloria a Dio con il servizio e l’amore concreto verso i fratelli.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.

AFFERRATO DA CRISTO – 8

Bocca di Magra – 1-2-3 novembre 1991

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Afferrato da Cristo

5ª Meditazione
Per un cammino di fede

Preghiera:

[2] Mi rendo conto, Signore, che non devo conformarmi a questo mondo ma trasformarmi con un completo mutamento di mentalità per arrivare a desiderare quello che vuoi tu: ciò che è buono, gradito e perfetto.

(…)

[5] Per molti che siamo, siamo un solo corpo in te, Cristo; e tu hai assegnato a ciascuno di noi una funzione diversa nel tuo organismo. singolarmente siamo parte l’uno dell’altro,

[6] ciascuno con doni diversi, secondo la grazia che ci hai data. Chiediamo la saggezza di conoscere i nostri doni, e di usarli quando uno è in servizio

[7] mostragli come essere generoso nel servire; quando insegna, aiutalo ad insegnare;

[8] se deve incoraggiare altri, sei tu che devi ispirargli le parole opportune. Quando do qualcosa ad un altro che la mia mano sia lieta e lesta.

[9] Che sia sincero il mio amore.

[10] Signore, aiutaci ad amarci gli uni gli altri con l’affetto di fratelli, gareggiando nello stimarci a vicenda,

[11] mai cedendo alla pigrizia, nello zelo, ardenti sempre invece, del tuo Spirito, per servire te, Signore.

[12] Insegnami ad essere allegro nella speranza, paziente nella tribolazione, costante nella preghiera,

[13] pronto alle necessità dei fratelli, accogliente per gli ospiti;

[14] a benedire chi mi perseguita, a dirne comunque bene e non male! Sintonizzami i palpiti dell’anima

[15] per essere felice con chi è felice, piangere con chi piange,

[16] e imparare ad armonizzarmi con gli altri. Signore, ti Chiedo la capacità

[17] di non scambiare mai male per male

[18] e, per quanto dipende da me, di vivere in pace con tutti. Che mai io mi vendichi,

(…)

[20] ma se il mio nemico ha fame, gli dia da mangiare; se ha sete, da bere,

[21] senza lasciarmi vincere dal male, ma vincendo il male col bene.

da “NEL SIGNORE GESÙ” – Hilsdale – EP

(dalla lettera ai Romani cap. 12)

E con la grazia del Signore proviamo a concludere il nostro cammino di riflessione sul tema dell’esistenza cristiana, cosi come scaturisce dall’annuncio del Vangelo di Paolo, dalla sua esperienza e dall’annuncio del Vangelo.

Abbiamo ricordato ieri sera alcuni ostacoli che si oppongono al cammino della fede, abbiamo detto: la fede è un itinerario, è una vita che deve crescere, e in questo crescere la fede deve superare ostacoli come l’egocentrismo, lo scoraggiamento ecc.; ne abbiamo numerati alcuni.

Ne abbiamo tralasciato uno, che ora brevemente richiamo.

L’abitudine: l’ultimo ostacolo che rende difficile il cammino di fede è l’abitudine. Abitudine vuol dire quella routine della ripetizione stanca dei gesti quotidiani che tende a banalizzare ogni cosa.

La vita dell’uomo normalmente è fatta di cose semplici e, sotto certi aspetti, anche banali. Ci sono naturalmente gli eroi, ci sono quelli che hanno grandi responsabilità o autorità nel mondo, ma normalmente la vita è fatta di cose semplici. È fatta di famiglia, di lavoro, di televisione e di giornali, è fatta di amicizie e di piccole cose. Ora, siccome queste cose si ripetono giorno per giorno fondamentalmente uguali, il rischio è che non ne percepiamo più pienamente il valore.

Ora la fede chiede di vedere le cose con occhio vivo e, in qualche modo, di trasfigurarle. Un atteggiamento fondamentale della fede è lo stupore di ritrovare la presenza di Dio, dell’Onnipotente, dell’Eterno, dell’invisibile e di colui che è tre volte santo dentro la nostra povera vita. Forse che Dio si degna di prendere atto e di avere interesse ad una vita così povera come la nostra?

Proprio questo è l’annuncio fondamentale del Vangelo.

C’è un messaggio dell’imperatore, che lui ha mandato, che arriva fino a te che sei un povero frammento, ma prezioso per lui. Allora, ritrovare questo, cioè lo stupore della vita, la gioia delle piccole cose che riusciamo a fare, l’impegno nel quotidiano, è elemento importante per la vita di fede. Vivere non distratti, cioè non da addormentati, sapendo riconoscere il valore delle cose anche quotidiane della vita.

  1. Paolo scrive ai Corinzi (1 Cor 10, 31).

[31] Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio.

Potete misurare la differenza fra queste due cose: mangiare e bere da una parte e la gloria di Dio dall’altra.

Mangiare e bere è banale. Per Platone era una necessità indegna del filosofo; è costretto, ma in fondo non è quello che importa. Invece no, “sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto a gloria di Dio”.

Quello che è immensamente grande e degno come la gloria di Dio, si esprime in gesti banali e piccoli come il quotidiano, come è il mangiare e il bere.

In fondo quando il Vangelo promette il dono dello Spirito e dice che “Lo Spirito vi farà ricordare tutto quello che io vi ho detto”, credo voglia dire anche questo: che lo Spirito è capace di ridare luce, ridare bellezza a tutto quello che ricordiamo del Signore e a tutto quello che nel ricordo del Signore possiamo vivere, per cui ci sta dentro una capacità di stupore, di attenzione e di gioia, di gustare le cose, di gustare quello che c’è di bello e di buono e di santo dentro alla nostra vita.

Questo ci aiuta a mantenere una fede vivace, non spenta, affaticata e annoiata.

Ma facciamo adesso il cammino inverso. Abbiamo visto alcuni ostacoli all’itinerario della fede, dobbiamo vedere ora quali sono alcune delle dimensioni invece positive e fondamentali: come si arriva, come si cresce.

La prima, affermazione è molto semplice e ben nota:

il cammino della fede nasce e cresce dall’ascolto della Parola di Dio.

Il cammino della fede non parte da noi: non siamo noi ad avere l’iniziativa, a fare un progetto e a volerlo realizzare. Il cammino della fede nasce dall’iniziativa di Dio. È Dio che ha un progetto che rivolge a noi, che sollecita e stimola, e chiama noi a rispondervi. Quindi all’inizio ci sta la sua Parola. “Il Signore disse ad Abramo: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela, dalla casa di tuo padre verso la terra che io ti mostrerò» …E Abramo parti come gli aveva detto il Signore”.

C’è una parola e c’è una vita che risponde alla parola. In questo naturalmente il modello fondamentale della vita di fede è Maria santissima. Tutto il senso della presenza di Maria nel culto della Chiesa è proprio lì. Maria è la persona di fede che vive di ascolto e che si lascia guidare dalla parola del Signore.

Tutto il senso della sua vita nasce dall’annunciazione, dove nel nome del Signore l’angelo le annuncia la volontà di Dio:

“Non temere, Maria, hai trovato grazia presso Dio. Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo…”.

con tutto quello che segue. Al termine c’è quell’espressione:

“Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”.

Quindi atteggiamento di ascolto, che diventa ascolto con la vita. Si ascolta con gli orecchi o con gli occhi, quando si legge, si ascolta con l’intelligenza, poi bisogna ascoltare con il cuore, e anche con le mani. L’ascolto deve diventare comportamento, deve diventare obbedienza.

Il verbo obbedire viene dal verbo ascoltare, l’obbedienza è un prodotto dell’ascolto, e la vita di fede è chiaramente una vita di obbedienza.

Notate una piccola cosa, anche se non decisiva, fra quella proposta dell’angelo e il sì di Maria c’è anche una domanda di Maria:

Maria disse all’angelo: Come è possibile? Non conosco uomo”. E vuole dire che Maria chiede delle spiegazioni su quello che dovrà essere il suo comportamento e la sua obbedienza.

Ed è significativo perché Maria non chiude gli occhi, ma li apre. Di fronte all’annuncio dell’angelo incomincia a porsi una serie di interrogativi e li propone al Signore, li propone all’angelo.

Non è proibito farsi delle domande, purché queste diventino preghiera e siano rivolte al Signore. Purché queste domande appoggino sulla Parola di Dio e siano il tentativo di comprenderla meglio e di obbedire meglio. Quindi ascolta.

È per questo che nel cap. 10 di S. Luca c’è quell’episodio di Marta e Maria, dove Marta s’affanna, presa dai molti servizi, e Maria, sedutasi ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. E non c’è dubbio, nel contesto del Vangelo di Luca, Maria non è il modello della vita contemplativa e non vuole dire che non è importante il fare, ma il contemplare.

Subito prima di questo episodio c’è la parabola del buon samaritano, che termina con quelle parole: “Va e fa’ anche tu lo stesso”. Fa quello che ha fatto il buon samaritano. Quindi non è la contrapposizione tra il fare e il contemplare. È la contrapposizione di una vita che si lascia prendere da molti affanni e una vita che nasce dall’ascolto, che si mette ai piedi del Signore, e che ai piedi del Signore impara quello che deve essere, quello che deve anche fare, quello che deve pensare, realizzare e progettare.

Da questo punto di vista la Parola di Dio è davvero quella forza che plasma i pensieri interni del cristiano, che da una forma alla sua vita.

Ogni uomo è l’artista della sua vita: ogni uomo ha un certo materiale da gestire, che sono gli anni di vita che il Signore gli ha dato, con le doti e i limiti che il Signore gli ha conferito. Ciascuno di noi ha questa specie, di materiale grezzo in mano, e tocca a noi dare una forma al materiale che è la nostra vita.

Un avaro, che vive per i soldi, da’ alla sua vita una forma molto precisa, la forma dell’avarizia, che ha le sue caratteristiche e i suoi atteggiamenti fondamentali. E lo stesso vale per qualsiasi altro tipo di persona.

Il cristiano dà alla sua vita una forma specifica, che è Gesù Cristo. E questa forma gliela dà la Parola di Dio.

È la Parola del Signore che ci costruisce secondo la volontà di Dio, che ci fa assomigliare a Gesù Cristo.

È per questo che molte volte il Nuovo Testamento presenta la Parola di Dio come un segno. “Un segno” vuol dire una potenza di vita, non una potenza generica, ma una potenza ben organizzata.

Il seme ha al suo interno una struttura precisa, per cui quel seme diventerà un melo o un pero o un susino. Non è un seme generico che può diventare qualunque cosa; può diventare quel tipo di pianta che è lui, che c’è scritto dentro. La Parola di Dio è così: un seme. Dentro non c’è scritto qualunque cosa, dentro c’è scritto la vita di Gesù Cristo.

Naturalmente la vita di Gesù Cristo può assumere forme ed espressioni molto diverse, perché un S. Francesco è certamente diverso da un S. Domenico, ma l’uno e l’altro portano questa medesima Parola di Dio come forma essenziale della loro vita.

Allora, se uno vuole fare un cammino di fede, bisogna che dia importanza centrale alla Parola di Dio, che quello che lui pensa e compie nasca dall’ascolto, e che all’ascolto dia un primato.

Naturalmente “ascolto della Parola” non vuol dire studiare un libro, vuol dire amare Gesù Cristo. Quando leggete il Vangelo secondo Luca, potete interessarvi al posto che questo Vangelo occupa nella letteratura greca o in quella cristiana antica, ma questo è ancora poco. Dovete arrivare ad innamorarvi di Gesù Cristo.

Forse ‘innamorarsi’ non è la parola giusta, perché uno può avere l’impressione di grandi emozioni o cose di questo genere, dove l’importante non è l’emozione, ma la decisione chiara di porre il Signore al centro della propria vita, il dire che il Signore è davvero quello per cui vale la pena di vivere e, al limite, vale la pena morire.

Questa decisione può andare assieme con delle consolazioni grandi, e se il Signore vi da’ queste consolazioni, ringraziatelo. Può andare insieme anche con momenti di aridità, di poca emozione, di poca commozione interiore, perché il cammino della fede è diverso da persona a persona, da momento a momento e assume qualunque tipo di esperienza sia in momenti in cui siamo scoppiettanti di gioia, sia in momenti in cui siamo depressi e avviliti.

L’uno e l’altro entrano dentro al cammino di fede, a condizione che il rapporto con il Signore sia un rapporto scelto una volta per sempre. Però luna volta per sempre non vuole dire che uno possa vivere di rendita, è invece da rinnovare con questa fedeltà continua al Signore.

Naturalmente l’ascolto della Parola di Dio deve diventare anche ascolto della vita, perché anche la vita in se ci fa capire quello che Dio si aspetta da noi. La vita, da questo punto di vista, è una maestra, è molto esigente, ma anche molto ricca.

Le esperienze che si fanno debbono, anche queste, essere ascoltate. Non voglio dire, naturalmente, che la vita è di per se Parola di Dio. Nella vita c’è il bello e c’è il brutto, buono e il cattivo. Non posso ingoiare la vita e prenderla così com’è e dire che va tutto bene, come se questo fosse il migliore dei mondi possibile. Questo è purtroppo un mondo dove anche il peccato e la cattiveria e l’ingiustizia ci sono, e ne debbo fare i conti, però non c’è niente di quello che noi viviamo, non c’è nessuna situazione nella quale noi non possiamo rispondere al Signore.

Voglio dire: la vita mi può mettere nelle situazioni più strampalate o difficili o ambigue, ma in ogni situazione in cui mi trovo c’è sempre un sì che io posso dare al Signore. Le situazioni non mi condizionano mai così tanto da impedirmi di fare la volontà di Dio.

Una volontà di Dio c’è anche nei momenti più duri, più difficili, più pesanti o noiosi della vita. Allora in ogni momento della vita e in ogni situazione debbo imparare a trovare il sì giusto, quello che il Signore si aspetta da me.

E come faccio? Imparando, naturalmente la Parola di Dio e, attraverso questa Parola, imparando a conoscere il Signore e quindi imparando, in qualche modo, per un atteggiamento interiore, il tipo di risposta che posso dare al Signore.

Voglio dire: quando due sono sposati da un pezzo e si vogliono veramente bene e hanno imparato a conoscersi, sanno bene che cosa pensi o di che cosa abbia bisogno l’altro; è lo stesso per il Signore. Non ci sono regole rigide per sapere che cosa vuole il Signore adesso, però se tu impari a conoscere il Signore, quanto più lo conosci, tanto più capisci che cosa gli puoi donare in questo momento e in questa situazione.

Impari: è ancora il cammino di una esperienza di fede, che il Nuovo Testamento direbbe “profezia”, e impari a interpretare le cose alla luce del rapporto con il Signore.

Ho delle doti, delle qualità: come le interpreti le tue doti e le tue qualità? Le interpreti come un tuo possesso privato o riconosci che le hai ricevute dal Signore? Riconosci che le tue doti sono lo strumento per metterti al servizio dei fratelli? Ben diverso è se le doti vengono interpretate come una mia ricchezza per superare gli altri o, invece, il dono che il Signore mi ha dato per mettermi al servizio degli altri. Questo cambia il quadro.

Così è per l’esperienza dei limiti. Uno può anche intristire per i suoi limiti, ma uno può anche trovare nei limiti il motivo, lo stimolo per fidarsi del Signore e della sua grazia. Ricordatevi che questa è stata l’esperienza di Paolo.

  1. Paolo racconta di una spina nella carne, che gli era stata messa, di un limite diremmo noi, e racconta di una sua preghiera insistente al Signore perché lo liberasse. li Signore gli rispose: “Ti basta la mia grazia, perché la mia potenza si manifesta nella debolezza dell’uomo”.

E allora Paolo è arrivato a dire: Bene, sono contento di avere dei limiti, perché alla fine della mia vita posso dire che non io ho fatto, ma, nonostante i miei limiti, il Signore ha fatto.

Allora, in questo modo, il limite non diventa motivo di tristezza perché vorrei essere come questo o quell’altro, ma diventa un’occasione di fede, di abbandono.

E lo stesso vale per il cammino delle sofferenze.

C’è un cammino di fede attraverso cui la sofferenza può essere interpretata in positivo, come purificazione della propria. fede.

“Purificazione della fede” vuole dire che, fino a quando tutte le cose vanno diritte, vanno troppo bene e sono baciato dalla fortuna, non so mai se la mia fede è davvero fede in Dio o se invece è attaccamento al successo della vita; se mi interessa Dio o mi interessano i doni di Dio.

La prova, la sofferenza, è invece quel momento in cui Dio è staccato dai suoi doni, i doni non ci sono più. Allora pianti lì anche Dio o ti attacchi, a Lui.

E se nel momento in cui i doni vengono meno rimane la tua fede, la tua fede diventa una fede più pulita.

Con questo non voglio dire che la sofferenza sia gradevole; non lo è mai stata e non lo sarà mai. Voglio dire che c’è la possibilità di ricavare dalla sofferenza, in positivo, l’occasione di crescita, una occasione di maturità.

Così come S. Paolo può dire di avere imparato nella sofferenza a vivere della consolazione del Signore, per consolare quelli che si trovano in qualsiasi tipo di sofferenza, con la stessa consolazione con cui è stato consolato dal Signore.

E cioè nella sofferenza Paolo ha imparato a capire meglio gli altri, a stare più vicino agli altri, a sapere condividere con loro la consolazione che ha ricevuto dal Signore.

Quindi il problema è ancora questo. Non credo che ci sia una interpretazione della sofferenza che va bene per tutti e per sempre, ma in quella sofferenza che è la tua, tu sei chiamato a dare una risposta al Signore, e il Signore ti chiede qualche cosa anche in quel momento lì.

Sarà un atteggiamento di umiltà, un atteggiamento di fiducia, di abbandono, di solidarietà verso gli altri, di apertura o …non lo so, lo devi trovare tu, ma il senso della vita di fede è lì.

È lo stesso anche per l’esperienza del peccato. Il peccato è negatività e mi arrendo. Anche l’esperienza di avere peccato può diventare un momento del cammino della fede, perché l’esperienza del peccato mi dà la consapevolezza del bisogno infinito di Dio e della sua misericordia, mi aiuta a non essere duro e aspro verso gli altri, perché so di essere rivestito delle medesime debolezze degli altri.

Non dico che uno debba accettare tranquillamente il peccato che è negatività ed è una forza di rovina anche dal punto di vista sociale, ma voglio dire che il fatto di avere peccato può diventare esso stesso un momento del cammino di fede verso il Signore; può diventare l’occasione per una conversione, per una umiltà più grande.

Lo stesso vale anche per l’interpretazione del lavoro. Il lavoro è una cosa grande nella vostra vita, perché un buon terzo della vostra vita lo passate al lavoro; interpretare quindi il lavoro in un’ottica di fede è importante per viverlo come servizio. “Portate i pesi gli uni degli altri e così obbedirete alla legge di Cristo”.

E lo stesso l’abbiamo già detto tante volte per quanto riguarda la sessualità.

Insomma tutto quello che è materiale della vita, umana è occasione di risposta al Signore, a condizione che noi diamo a questo materiale il significato che viene dalla Parola di Dio, da quelle che il Signore ci ha detto di se stesso e del suo progetto di salvezza.

Accanto all’ascolto, come seconda affermazione ci va la preghiera.

Mi interessa sottolineare alcune cosettine.

La preghiera – è stato scritto – è il caso serio della fede”, e per “caso serio della fede” si vuole dire questo: nella visione cristiana, il Dio nel quale noi crediamo, è un Dio personale, e proprio perché è un Dio personale, il rapporto con Dio è, e deve essere, un rapporto personale. Un rapporto in cui a Dio do del tu, in cui lo riconosco come un interlocutore libero e consapevole della mia vita.

Siccome il Dio nel quale io credo è padre, l’atteggiamento nei suoi confronti è fondamentalmente un atteggiamento filiale. La fede cristiana è chiaramente un rapporto di amicizia, di comunione, e non è possibile avere una amicizia senza dialogo. Se viene meno il dialogo con Dio, Dio diventa il destino; uno può continuare a credere in Dio, ma Dio diventa per lui un essere senza volto, col quale non si può instaurare un rapporto personale. Questo “volto” naturalmente è una immagine, ma è fondamentale per noi, perché Lui può rivolgersi a noi e noi con Lui possiamo entrare in rapporto di comunione.

Se Dio diventa il destino, io chino la testa, mi arrendo, perché il destino è forte e mi schiaccia. Il destino è anonimo; non si può avere fiducia nel destino.

Ci si piega, ci si adatta, ma questo non è il senso della fede. Il senso della fede non è una obbedienza costretta ad una forza che è più grande di me, è una obbedienza libera ad un Dio che ritengo degno di essere amato, che è giusto amare perché vale il mio amore e vale la mia devozione.

Da questo punto di vista la preghiera mantiene la sanità della vita di fede, altrimenti questa diventa un’altra cosa, una fede non cristiana. La fede cristiana è la fede in un Dio personale, e quindi in un rapporto libero, dialogico, di comunicazione e di comunione.

È vero che dentro alla preghiera ci possono stare anche degli equivoci.

C’è un testo famoso di Bertold Brecht in quel dramma intitolato: “Madre Courage”. Parla, questo dramma degli eserciti imperiali che si avvicinano ad una città libera. È di notte, ed evidentemente si avvicinano per prenderla di sorpresa. Arrivano ad un casolare di contadini i quali, di fronte all’esercito imperiale non potendo fare niente, si mettono a pregare per la città. C’è però una ragazza la quale ruba un tamburo di uno dei soldati, sale sul tetto della casa, e incomincia a rullare il tamburo, svegliando naturalmente le guardie della città.

Queste danno l’allarme e la città non può essere presa d’assalto. Naturalmente la preghiera con la vita (questo gesto) ha salvato la città.

Il senso è evidente: chi non fa niente, chi si sente impotente prega. La preghiere è la forza degli impotenti, la forza di chi non s’impegna in quello che potrebbe effettivamente fare. C’è da salvare una città: non serve che tu ti metta a pregare, serve che tu ti metta a battere sul tamburo; questo è quello che conta.

Ora, evidentemente, una critica di questo genere ci deve far pensare, perché nasce da un fraintendimento della preghiera: la preghiera, quando è autentica, non è mai un surrogato della vita: ho paura, di vivere, allora mi rifugio nella preghiera. Questa non è preghiera autentica, assomiglia piuttosto ad una visione magica.

La preghiera, piuttosto, serve a vivere nel modo giusto. Non sostituisce l’azione, ma l’orienta nel modo giusto.

La preghiera deve togliere le paure, per cui uno trovi la forza di agire senza secondi fini o per proprio interesse o per orgoglio, ma con motivazione.

La preghiera deve e vuole togliere i doppi fini, le falsità in modo che l’azione sia corretta, nella direzione giusta e impegnata, tale da produrre la vita. Se io ringrazio il Signore per la mia vita, e il ringraziamento è una dimensione fondamentale della preghiera, questo vuole dire che devo poi vivere la mia vita in un atteggiamento di gratuità. Allora la preghiera diventa autentica, se nel rapporto con gli altri so donare e almeno tento di donare gratuitamente.

Così se al Signore chiedo la pace nel mondo, questo vuole dire che in quello che posso e che entra dentro ai miei limiti di influenza (perché evidentemente non posso fare molto per queste cose), sono impegnato a costruire la pace nel mondo. Se prego che il Signore dia da mangiare agli affamati, evidentemente questo non vuole dire che ho incaricato il Signore di fare quello che a me pesa fare, ma vuole dire: affido al Signore l’azione mia nei confronti del povero o dell’affamato, perché questa azione abbia il sostegno, la forza, lo stimolo che viene dal Signore. Voglio dire, non è mai un esonero all’azione, ma uno stimolo ad una azione che viene nella preghiera, purificata da. tutti i doppi fini, dalle falsità, ritrovando trasparenza davanti al Signore.

E questo è il senso della preghiera di Gesù. Quando, per esempio, nel cap. 1 di Marco, dopo la giornata che Gesù ha vissuto a Cafarnao cacciando demoni, guarendo ammalati ecc, dice il Vangelo di Marco: (Mc 1, 35-38)

[35] Al mattino si alzò quand’era ancora buio, e uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e lì pregava.

[36] Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce

[37] e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!”

[38] Egli disse loro: “Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!”.

Ed è stupendo perché alla fine di una giornata di lavoro Gesù prega.

Quindi la preghiera non sostituisce l’azione, ma da a quello che Gesù ha compiuto il suo significato vero. Non era semplicemente l’azione di Gesù, ma l’azione che Gesù compiva per mandato del Padre, con la forza che gli veniva dal Padre. E proprio perché Gesù prega, alla fine riesce a non lasciarsi intrappolare dalle attese della gente, che lo cerca e vorrebbe monopolizzarlo. No, Gesù va, negli altri villaggi.

Certo il successo non gli ha dato alla testa; è libero di fronte al successo e alla ricerca degli uomini, perché sta davanti al Padre. Lo stare davanti al Padre è quello che permette a Gesù di percorrere il suo cammino in mezzo agli uomini facendo del bene senza diventare schiavo di nessuno, neanche del suo successo. Allora è in questa, logica che la preghiera è per noi importante. È importante per vivere.

Terza affermazione: in una vita di fede è importante il confronto con gli altri.

“‘Confronto con gli altri” vuole dire che, normalmente, nella sua vita l’uomo trova se stesso nel dialogo, nell’amicizia e nel confronto con gli altri. Se poi uno vuole essere se stesso, non serve che si chiuda in una torre e dica: Qui divento più facilmente me stesso perché nessuno mi influenza e mi condiziona.

Questo è falso.

Se uno si isola dagli altri non trova neanche se stesso.

È vero che gli altri possono diventare un condizionamento, ma tocca all’uomo saper riflettere al significato e al peso che gli altri esercitano sulla sua vita e trasformare questo condizionamento secondo la sua volontà e la sua scelta di vita. L’uomo trova se stesso solo confrontandosi con gli altri. Il senso della sua identità lo ha quando conosce delle altre persone, quando fa amicizia. Solo allora capisce cosa vuole dire essere se stesso.

E quello che vale dal punto di vista umano, vale dal punto di vista della fede.

San Paolo così scrive ai cristiani di Roma. (Rm 1, 11-13)

[11] Ho Infatti un vivo desiderio di vedervi per comunicarvi qualche dono spirituale perché ne siate fortificati,

[12] o meglio, per rinfrancarmi con voi e tra voi mediante la fede che abbiamo in comune, voi e io.

[13] Non voglio pertanto che ignoriate, o fratelli, che più volte mi sono proposto di venire fino a voi – ma finora ne sono stato impedito – per raccogliere qualche frutto anche tra voi, come tra gli altri.

  1. Paolo sta esponendo il suo progetto di andare e Roma, vuole andare a Roma. Vuole andarci perché vuole regalare ai cristiani di Roma qualche cosa dei doni che ha ricevuto dal Signore. Ha ricevuto il dono del Vangelo, il dono dell’apostolato, e in particolare dell’apostolato ai pagani. Bene, vuole comunicare qualche cosa di tutto questo ai cristiani di Roma.

Ma poi si corregge e dice: “per comunicarvi qualche dono spirituale perché ne siate fortificati, o meglio, per rinfrancarmi con voi e tra voi mediante la fede che abbiamo in comune, io e voi”.

E vuole dire: “No, mi correggo. Non voglio arricchire soltanto voi, voglio arricchire anche me stesso. Voglio che, attraverso lo scambio dell’esperienza di fede, attraverso la comunicazione di quello che noi abbiamo imparato a conoscere del Signore, ci rinfranchiamo, ci rafforziamo a vicenda”.

Ora questa. dimensione è fondamentale nella vita di fede. Se uno vuole fare il cammino di fede non serve che si isoli come per diventare un battitore libero, deve piuttosto cercare di mettersi insieme alla comunità cristiana e quindi arricchire e verificare la sua fede nel confronto con gli altri, nel dialogo e nella preghiera comune. Deve imparare a ricevere.

Nella comunità cristiana ci sono dei ministeri, che sono ministeri di servizio, quale l’annuncio della Parola di Dio. Voi, in questi due giorni, vi siete messi in ascolto, quindi vi siete messi in atteggiamento di accoglienza; bene, questo rimarrà sempre fondamentale nella vita cristiana.

Questo però è solo una parte, c’è anche il momento in cui si esprimono le proprie idee. In realtà avete fatto anche questo, perché nel pregare e cantare insieme agli altri, nel presentare alcune intenzioni di preghiera avete espresso la vostra fede, e credo che la testimonianza della fede nel Signore ce la siamo un tantino scambiata a vicenda.

Bene, questo deve continuare. Si vive la propria esperienza di fede dentro alla comunità cristiana con le varietà di esperienze e con la varietà anche di età; il fatto che ci siano bambini, giovani, adulti e anziani, questo è infinitamente più bello.

È vero che ci sono mentalità diverse, ma è proprio per questo che c’è una ricchezza che ci consola e ci rafforza di più, che ci fa vedere la varietà della vita cristiana, per cui ci riconosciamo non inscatolati dentro uno schema rigido, ma invece come in cammino in una esperienza di vita che ha tutto il senso della varietà, della ricchezza, della complementarietà della vita.

E, naturalmente, in questo confronto con gli altri ci potrebbe stare dentro anche il discorso della direzione spirituale e di un dialogo di fede in cui, nel confronto, una persona impara a vedere più chiaro quello che il Signore, quello che lo Spirito le sta suggerendo.

Fare direzione spirituale non è l’espressione più giusta, perché il direttore spirituale unico dovrebbe essere solo lo Spirito Santo. Però ci può essere un consiglio, un dialogo che permette di cogliere meglio quello che lo Spirito sta chiedendo ad una persona in questo determinato momento. Quindi il confronto con l’altro.

E finalmente un’ultima cosa a cui volevo accennare è una parolaccia, cioè la disciplina. Disciplina che vuole dire un ordine nelle cose che si fanno e una capacità di scelta in quelle cose che si presentano come libere di fronte all’uomo.

La disciplina ha una cattiva fama. È una parolaccia perché sembra dire lo stesso che mancanza di libertà od oppressione. Ma, se ricordate, nel salmo 50 che abbiamo pregato ieri, uno dei rimproveri che Dio fa al suo popolo è che odia la disciplina. “Perché vai ripetendo i miei decreti e hai sempre in bocca la mia alleanza, tu che detesti la disciplina e le mie parole te le getti alle spalle?”.

Per disciplina s’intende, come ricordavamo, quel cammino lento e progressivo che è necessario, perché la Parola di Dio possa diventare una vita, un comportamento effettivo.

E mi spiego.

Uno può desiderare la laurea in medicina. “Laurea in medicina” vuol dire fare un lavoro che è servizio degli altri, che è fare quello che faceva il Signore, che era un medico anche lui a suo modo, quindi una cosa molto bella, solo che, se uno vuole la laurea in medicina, deve fare sei anni di università, deve fare esami impegnativi e interminabili. Deve fare questo cammino.

Uno potrebbe desiderare la laurea e odiare gli esami di medicina, perché non so se sono poi molto gradevoli. Solo che le due cose sono legate l’una all’altra e non si raggiunge l’una senza l’altra. Uno non può raggiungere una laurea se non accetta di pagare il prezzo degli esami, e il prezzo degli esami è esattamente quello che si ottiene con la disciplina. Disciplina perché uno gli esami li deve mettere in fila, in ordine, deve accettare di studiare otto ore al giorno per un bel pezzo, deve cioè accettare questa fatica.

Ora lo stesso discorso vale anche per la vita cristiana.

Uno può anche desiderare di essere santo, e di esserlo sul serio, come anche una commozione interiore, solo che questo cammino di santità richiede di essere fatto gradino per gradino e accettando il peso e la fatica e la lentezza del cammino, altrimenti c’è il rischio della frammentarietà. Se io faccio quello che sul momento mi sembra più gradevole o quello che mi viene istintivo, è vero che la vita mi sembra diventare più luminosa, più bella, perché seguo la via di minor resistenza, ma in questo caso non sono io a decidere la mia vita.

Sono le circostanze che la decidono per me. E dove mi trovo, dove spira il vento vado, dove c’è minor difficoltà mi muovo.

Ma questo non vuol dire essere libero, questo vuol dire lasciarsi condizionare sempre. Vuole dire che, se le circostanze mi attirano, io acconsento e, se la via è più facile, io mi lascio attirare, ma in questo modo quello che io mi ero proposto va a rotoli. Se mi ero proposto di arrivare ad un traguardo, in realtà vado dalla parte opposta, perché è la linea di minore resistenza, più facile.

La disciplina vuol dire imparare a tenere in mano la propria vita e quindi a dirigere le scelte, sapendo dove uno vuole arrivare.

Se uno vuole arrivare a quel traguardo, deve percorrere quella strada, se sceglie liberamente il traguardo, sceglie liberamente la strada, anche se il traguardo è gradevole e la strada è faticosa.

Naturalmente quando parlo di disciplina, intendo non una disciplina imposta dall’esterno, per cui vi costringe ad andare in fila per tre, ma piuttosto una disciplina che nasce all’interno, che nasce da scelte libere. Io mi propongo quel traguardo e allora faccio tutto l’allenamento necessario per arrivare a quel traguardo.

Cerco di fare le cose non solo quando sono in vena, e in vena non ci siamo tanto o spesso o sempre, tento di accettare anche quegli aspetti di rinuncia che ogni scelta inevitabilmente comporta. E siccome siamo presso i Carmelitani, finisco con S. Giovanni della Croce che abbiamo già ricordato.

In quella sua opera famosa che è “La salita al monte Carmelo”, S. Giovanni della Croce presenta la vita cristiana come un cammino in salita, quindi un cammino faticoso. E dice che per salire sul monte Carmelo, bisogna rinunciare all’onore, al riposo, al gusto, alla libertà, alla scienza; bisogna rinunciare alla gloria, alla sicurezza, alla gioia, al conforto, al sapere. Bisogna scegliere, dice lui, il nulla.

E scrive: “Quanto più volli cercare tanto meno trovai, quanto più volli avere tanto meno ebbi”.

Poi quando si arriva in cima al monte Carmelo dopo aver fatto questa strada lunga, faticosa, di rinuncia e di ascesi, c’è scritto: “Solo l’onore e la gloria di Dio dimorano in questo monte”.

E ancora, quando si è in cima al monte la strada non si chiude, ma finisce. E scrive S. Giovanni: “Qui non c’è più strada, poiché per l’uomo giusto non vi è più legge, egli è legge a sè stesso”.

L’ascesi di S. Giovanni della Croce è una di quelle tremende che non oso consigliarvi. Se volete, un santo carmelitano più facile è S. Teresa di Gesù (S. Teresa d’Avila), perché più vicina al nostro stile.

Quello che mi interessa è il ragionamento che sta dietro all’espressione di S. Giovanni della Croce. Questa sembra una vita di rinuncia alla propria libertà e quindi di obbedienza, me dove il traguardo è la cima del monte Carmelo (che non è il paradiso), cioè la maturità cristiana.

Se uno arriva in cima al monte Carmelo non ha più legge, perché lui è diventato la legge. Non gli serve più la Parola di Dio, direbbe S. Agostino, perché è diventato lui la Parola di Dio. Ne ha assimilato così profondamente il senso, che la Parola di Dio è diventata la sua carne e il suo sangue. A questo punto c’è la libertà piena.

Per S. Giovanni della Croce la libertà viene raggiunta solo al termine di un cammino di purificazione in cui l’uomo si liberi dai suoi orgogli, perché fino a che abbiamo l’orgoglio come motivazione delle azioni non siamo liberi. Allora superate tutte queste cose, e si superano con fatica, si arriva a raggiungere quella libertà che è, in fondo, lo scopo della nostra vita.

Non ho presentato S. Giovanni come modello di una ascesi laicale, e credo che ci sarebbero molte altre cose da dire su questo, però l’ho presentato perché mi interessa per il problema della disciplina.

Non è un qualcosa di rigido, ma è fondamentale che impariamo anche ad accettare questa dimensione di limite, di fatica, di perseveranza dentro alla nostra vita. Solo così c’è una crescita, una maturazione.

E così il nostro cammino sarebbe terminato, cioè voglio dire: il nostro cammino dovrebbe incominciare, soprattutto con alcune cose che mi interessano.

La prima: quel primato, dato alla giustificazione di Dio, sul quale Paolo ha insistito e che per noi è fondamentale.

Il cammino della fede nasce da Dio: se noi siamo giusti, lo siamo per un dono e non per una nostra affermazione. E questo cammino della fede, dono del Signore, si esprime nella liberazione dalla schiavitù del peccato, sempre dono del Signore. È chiaro che la possibilità del peccato ci rimane per tutta la vita, ma ci viene tolta la necessità di peccare, cioè la schiavitù del peccato. Questa il Signore ce l’ha tolta. È nel dono dello Spirito Santo, è nel cammino della fede che veniamo liberati da questa necessità di egoismo.

A questo punto deve nascere un cammino di fede, che è un cammino progressivo, e quindi progressivo vuol dire lento, e lento vuol dire che è paziente, e paziente vuole dire che uno non deve mai avvilirsi perché non è arrivato ancora in cima al monte Carmelo, e tanto meno deve avvilirsi perché ha l’impressione che dopo un anno di lavoro sia al punto di partenza.

Questa è generalmente più una impressione che una realtà.

È difficile misurare questo per noi, ma non è importante. Non ha importanza che io sappia a che punto sono arrivato, l’importante è che la direzione della mia vita sia verso il Signore, poi è il Signore che sa misurare.

E siccome alla fine quello che conta non è un risultato verificabile, ma è quel cammino di fede che abbiamo costruito col Signore, allora non si tratta di avere la sicurezza della propria virtù, della carità e della santità, si tratta invece di avere la fiducia nel Signore e di cercare umilmente di fare le cose in vista di lui.

Abbiamo detto che ci sono alcuni ostacoli, ai quali dobbiamo cercare di stare attenti senza pretendere di averli già superati tutti, accettando che il cammino sia faticoso, che i limiti e anche il peccato rimangano.

Ci sono alcune dimensioni alle quali bisogna stare attenti perché il cammino della fede maturi, e sono: la Parola di Dio, la preghiera, la comunità cristiana e questo aspetto di disciplina, di autodominio, di correzione di se stessi. Con molta distensione, cioè non fate diventare la vita di fede una tensione muscolare, come se uno dovesse produrre chissà che cosa, perché con la tensione non si ottiene niente. Più uno vive in atteggiamento di fiducia meglio è.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.

AFFERRATO DA CRISTO – 7

Bocca di Magra – 1-2-3 novembre 1991

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Afferrato da Cristo

3ª – Commemorazione dei Defunti

Parola di Dio: Ez 37, 1-14 – 1 Cor 15, 20-28 – Gv. 11, 17-27

«Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti», cosa dicono gli Ebrei in esilio esprimendo così la loro disperazione interiore. Venuta meno la speranza, sembra che sia venuto meno il senso stesso della vita, perché per l’uomo vivere e sperare vanno necessariamente insieme e, per quelli che vivono in una condizione di disagio invincibile, come quella degli Israeliti in Babilonia, sembra che la vita non possa più riservare niente che valga la pena, niente che dia un poco di gioia e di consolazione, un poco di fiducia.

E allora, a questo popolo, ormai rassegnato alla morte, viene portato un annuncio con quella visione impressionante che abbiamo ascoltato.

Ezechiele, il profeta, viene portato dal Signore in una di quelle grandi pianure della Mesopotamia e la vede piena di ossa. Gira intorno a queste ossa e verifica che sono ormai inaridite, secche, non c’è rimasto più niente di vitale, di quell’umore di vita che può dare, almeno, il segno e il ricordo di una esistenza. E quindi è veramente una esistenza inaridita, rinsecchita: fine dell’uomo!

«Potranno queste ossa rivivere?». Sono, naturalmente, il simbolo di Israele, dell’Israele in esilio che, ormai, è senza speranza. Potrà questo popolo rinascere, rivivere?

«Signore Dio, tu lo sai»: la risposta del profeta è una risposta che abbandona nelle mani del Signore la risposta vera, perché Dio solo è in grado di confrontarsi con la potenza della morte.

L’uomo, di fronte alla morte, non può altro che riconoscere la propria impotenza e incapacità. «Egli mi replicò: Profetizza su queste ossa e annunzia loro: Ossa inaridite, ascoltate la Parola del Signore. Dice il Signore Dio a queste ossa: Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e rivivrete. Metterò su di voi i nervi e farò crescere su di voi la carne, su di voi stenderò la pelle e infonderò in voi lo spirito e rivivrete. Saprete che io sono il Signore».

Ed è proprio quello che accade. Notate come la risurrezione di queste ossa avviene in due fasi: prima il profeta proclama la parola di Dio e la parola di Dio ridà una forma umana a quei resti: le ossa si accostano una all’altra, poi i nervi, poi la carne e poi la pelle. Rinasce, in qualche modo, la forma umana, ma non c’era lo spirito in loro. C’è bisogno di una seconda parola del profeta, che chiama lo spirito dai quattro venti perché venga su questi morti e ridia loro lo spirito vitale.

E, allora, con il secondo intervento, quelle ossa, che sono diventate prima dei cadaveri, diventano un esercito grande, sterminato: «si alzarono in piedi; erano un esercito grande, sterminato».

La Parola di Dio e lo Spirito sono le due forze che, insieme, cooperano alla rinascita di Israele, che, insieme, cooperano alla rinascita dell’uomo.

La Parola di Dio anzitutto. Perché la Parola di Dio è quella che dà forma all’uomo, che lo plasma secondo il progetto originario di Dio. È necessario che la vita dell’uomo sia organizzata interiormente, non secondo i nostri puri desideri o capricci, ma secondo la Parola di Dio.

È la Parola che dà forma, che decide il progetto di vita e che orienta verso un traguardo autentico la vita dell’uomo.

Ma poi, insieme con la Parola, lo Spirito. E lo Spirito vuole dire la forza vitale di Dio, quella forza che davvero vince la morte e mette una energia di vita e di speranza. La Parola e lo Spirito insieme. In questo modo, dice il Signore, «io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, vi riconduco nel paese d’Israele».

E notate quello che viene dopo. «Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò. Oracolo del Signore Dio».

E vuole dire che la risurrezione dei morti è la manifestazione autentica della divinità di Dio: Dio solo è capace di combattere la morte e, nel momento in cui un popolo, ormai rassegnato alla morte, rivive, in quel momento si può capire che c’è di mezzo il dito di Dio, c’è di mezzo la mano di Dio e la potenza di Dio è all’opera.

Questo diceva Ezechiele e, naturalmente, il messaggio di Ezechiele vale non solo per l’Israele dell’esilio che ritornerà in patria, ma vale per l’uomo, per tutti noi; vale per l’uomo che deve misurare, di fronte alla morte la sua debolezza, ma che può ritrovare nella Parola e nello Spirito di Dio la forza della risurrezione e della vita.

Per questo il brano di Ezechiele fa come da introduzione a quello che abbiamo ascoltato nel Vangelo secondo Giovanni, dove Gesù di Nazaret che si scontra con la potenza della morte nella persona di Lazzaro, anzi con la potenza della morte che ha ormai registrato la sua vittoria perché sono quattro giorni che Lazzaro è morto, e non è morto da poco, e ormai la sentenza della morte è passata ingiudicata. Sembra che non si possa più tornare indietro.

Ma è proprio lì che la forza del Signore, che la presenza della grazia di Dio in mezzo agli uomini si manifesta.

Il significato della risurrezione di Lazzaro, lo ricordate, è in quelle parole di rivelazione che Gesù rivolge a Marta: «lo sono la risurrezione e la vita, chi crede in me, anche se muore, vivrà. Chiunque vive e crede in me non morrà in eterno».

Dove notate che la vita viene considerata non solo come qualche cosa di futuro: la risurrezione non è solo riservata al dopo morte, a quella che noi chiamiamo la risurrezione dai morti.

No, la risurrezione è già presente nella persona che crede, la vita è già presente nella persona che crede.

Credere vuole dire spalancare la propria esistenza al dono di Dio e, nel momento in cui il dono di Dio arriva a toccare il cuore dell’uomo, la vita dell’uomo è partecipe della risurrezione e della vita, è partecipe di quella immortalità che è propria di Dio.

Questo non vuole dire che sia esonerato dalla morte fisica, ma piuttosto che la morte fisica ha perso, ormai, la sua irrevocabilità. Non è più un assoluto invincibile, è invece, come nel caso del Vangelo viene detto, un sonno.

Di fronte alla morte di Lazzaro Gesù può dire: «Lazzaro si è addormentato, vado a svegliarlo». La morte è diventata un sonno, e vuole dire che ha perso la sua irrevocabilità.

Il sonno assomiglia alla morte perché è una perdita di coscienza, di consapevolezza, ma il sonno è provvisorio, dura per qualche ora o qualche istante. Così è il senso della morte nell’ottica del Vangelo di S. Giovanni.

Ma notate gli elementi propri di questo capitolo, perché interessanti. Il primo elemento: la persona che viene risuscitata è Lazzaro, e Lazzaro viene definito in tutto il corso del capitolo «l’amico di Gesù», anzi letteralmente, «colui che Gesù ama»: «Colui che tu ami è ammalato» gli mandano a dire le sorelle, e Gesù lo riconosce: «il nostro amico Lazzaro è malato».

Allora il rapporto tra Gesù e Lazzaro è, prima di tutto, un rapporto di amicizia. Ma, in questo senso, Lazzaro ci rappresenta; Lazzaro è quella persona concreta dal punto di vista storico, il fratello di Marta e Maria, ma Lazzaro ha un significato simbolico, rappresenta ogni discepolo, rappresenta ogni credente, perché ogni discepolo e credente è oggetto dell’amore del Signore.

Siamo noi quelli che il Signore ama, quelli per cui il Signore ha costruito un rapporto di intimità, di comunione; ci rispecchiamo nella figura di Lazzaro.

E l’opera che Gesù compie è certamente un’opera di potenza, ma è altrettanto certamente un’opera di amore; è l’amore che lo lega a Lazzaro, che lo porta a compiere quest’azione e a mettere la sua potenza a disposizione dell’uomo: l’amore.

La seconda cosa interessante del brano del Vangelo è che, andando a risuscitare Lazzaro, Gesù mette a repentaglio la sua vita. Questo è detto esplicitamente quando Gesù spiega: «Andiamo di nuovo in Giudea». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?»; e quando Gesù, rompendo gli indugi, dice: «Andiamo». «Allora Tommaso, chiamato Didimo, dice ai condiscepoli: “Andiamo anche noi a morire con lui!”», cioè si rende conto che è un cammino rischioso quello che Gesù intraprende.

E ha ragione perché, nel Vangelo secondo Giovanni, subito dopo la risurrezione di Lazzaro, i Giudei prendono la decisione di mettere a morte Gesù.

Vedono questo gesto come troppo forte, troppo grande e rivoluzionario, vedono le possibilità di risurrezione che ne potrebbero scaturire e decidono la morte di Gesù.

Quindi Gesù ha risuscitato Lazzaro ma ha rischiato la sua vita, ha preso su di se la morte, e questo per S. Giovanni non è casuale.

Non casuale vuole dire: Gesù è in grado di dare all’uomo la vita: «Io sono la risurrezione e la vita», ma Gesù dona la risurrezione e la vita rinunciando alla sua vita, donando e sacrificando la sua vita. Non è una potenza che Gesù esercita in modo innocuo e neutrale, esercita questo potere sacrificando se stesso, con il dono della vita.

Nella logica di S. Giovanni le cose stanno così: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore rimane solo, se muore produce molto frutto». «Io quando sarò innalzato da terra (cioè sulla croce), attirerò tutti a me».

Allora è necessario che Gesù accetti il sacrificio della sua vita, perché possa arricchire noi con la risurrezione e la vita.

E questo ci conduce, brevemente, all’ultima lettura che abbiamo ascoltato, della lettera ai Corinzi, dove si dice che la risurrezione di Gesù è la primizia della nostra risurrezione.

Lui è passato attraverso la morte e Lui ha vinto la morte; in questo modo ha imbavagliato, dice S. Paolo, tutte quelle potenze che minacciano l’esistenza dell’uomo: la potenza della morte appunto, ma tutte quelle che ne sono figlie, quali l’angoscia, la tribolazione, la persecuzione, la spada, la malattia; tutte queste cose, che sono il triste corteo della morte e che sono minacce continue e permanenti alla vita dell’uomo, ormai sono resi impotenti.

La risurrezione del Signore ci colloca in una condizione di libertà, perché abbiamo una speranza che va al di là della morte stessa, abbiamo la prospettiva di una esistenza, dice S. Paolo, che termina nella rivelazione di Dio come vita, di Dio come Salvatore e vittorioso.

Se ricordate, dice così S. Paolo: «Bisogna che Cristo regni finche non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte… E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti».

Questo è il traguardo della storia, «che Dio sia tutto in tutti», che Dio quindi riveli la sua divinità nella nostra vita, nella vita di ciascuno e di tutti.

E com’è che Dio rivela la sua divinità?

L’avevamo ascoltato nella prima lettura: «Vi risuscito dalle vostre tombe, … allora saprete che io sono il Signore». Nella potenza che Dio esercita in noi si manifesta quello che Dio è, si manifesta come il Dio della vita, il Dio della gloria, il Dio dell’amore e della speranza.

Allora, celebrare la commemorazione dei defunti, vuol dire per noi questo: fare i conti realisticamente con la morte; entra dentro la nostra eredità e la pagheremo tutti, uno dopo l’altro.

Ma vuole dire, nel momento in cui facciamo i conti con la morte e riconosceremo di essere poveri e deboli, vuole dire fare i conti anche con la risurrezione, fare i conti con la fede.

Quello in cui noi crediamo è un Signore che è morto ed è tornato alla vita; noi crediamo che la potenza di Dio si è manifestata in Gesù, e quella medesima potenza si manifesta anche in noi.

Lo speriamo, e per questo la morte deve perdere per noi quell’aspetto di negatività assoluta che inevitabilmente possiede. Avremo paura della morte, ma non tanto da diventare egoisti, preoccupati solo per noi e per la nostra vita. Abbiamo paura della morte, ma abbiamo anche la speranza che l’amore vada al di là della morte, che il bene che noi facciamo vada al di là della morte, perché questo è nelle mani del Signore, nelle mani di Colui che è la risurrezione e la vita.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.

AFFERRATO DA CRISTO – 6

Bocca di Magra – 1-2-3 novembre 1991

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Afferrato da Cristo

4ª Meditazione
Ostacoli alla vita di fede

Preghiera:

Padre eterno, ti ringrazio con tutto il cuore

[2] adesso che la legge dello Spirito di vita, in Cristo Gesù, mi ha liberato dalla legge del peccato e della morte.

[3] Perché sei stato capace di fare quanto non era possibile, a semplici consigli, regole o disposizioni inviando il tuo stesso Figlio in una condizione simile a quella di noi peccatori, e distruggendo così la colpa nel colpevole.

Tu mi bai dato il potere

[4] di camminare non seguendo la carne, ma lo Spirito.

[5] Quelli che vivono materialisticamente alla materia riferiscono tutto; ma quelli che vivono seguendo lo Spirito pensano a cose dello Spirito.

[6] Pensare solo a se stessi è la morte, ma immedesimarsi nei desideri dello Spirito è vita e pace.

[7] So solo troppo bene che l’egoismo ti è ostile, Dio mio; non si piega alla tua legge. Ma se vivo nella tua amicizia, allora

[9] non sono un egoista, sono spirituale, dal momento che il tuo Spirito Dio, realmente mi abita. Tu mi hai risuscitato l’anima e credo che quando il tempo finirà mi farai vivere intero per sempre.

(…)

[11] Tu che hai risuscitato Cristo Gesù dai morti, darai la vita anche al mio corpo mortale per mezzo del tuo Spirito che abita in me.

(…)

[13] Se sto vivendo d’accordo con l’egoismo sto morendo, se invece, mediante lo Spirito, farò morire le opere dell’egoismo, io vivrò.

(…)

[15] Non ho ricevuto un’anima di schiavo per ricadere nella paura, ma lo spirito del figlio. Quando grido. “Abba! Padre!”

[16] è lo Spirito in persona che intimamente mi assicura che sono il tuo bambino, Dio,

[17] e se figlio, sono ben anche erede, coerede di Cristo, se soffro con lui, perché possa essere con lui. anche glorificato.

da “NEL SIGNORE GESÙ” – Hilsdale – EP

(dalla lettera ai Romani cap. 8)

È l’inizio del cap. 8 della lettera ai Romani dove Paolo, dopo aver descritto la condizione tragica di colui che è schiavo del peccato e che, quindi, vive trascinato dal peccato verso la morte: morte spirituale, morte integrale dell’uomo, dopo aver descritto questo uomo, presenta invece gli effetti della grazia di Dio.

Abbiamo detto: Dio giustifica l’uomo gratuitamente per la sua misericordia.

E “giustificazione” vuol dire non che Dio scusa l’uomo (Dio non scusa nessuno), ma che Dio perdona, che è tutt’altra cosa. E “perdonare”, dicevamo, significa ricreare il cuore dell’uomo, in modo che questo cuore umano diventi capace di accogliere la presenza di Dio dentro di se.

E mi spiego.

Nel capitolo 31 di Geremia c’è un brano, il più famoso del libro, in cui viene annunciata la Nuova Alleanza. Dice così il Profeta (Ger 31, 31-34):

[31] “Ecco, verranno giorni – dice il Signore – nel quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda io concluderò un’alleanza nuova.

[32] Non come l’alleanza che ho concluso con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto, un’alleanza che essi hanno violato, benché lo fossi loro Signore. Parola del Signore.

[33] Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo.

[34] Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore; poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato”.

Quello che viene annunciato è la nuova alleanza; la vecchia alleanza non funziona più perché l’uomo l’ha violata, non l’ha rispettata: e siccome la fedeltà all’alleanza richiede un impegno reciproco, l’infedeltà dell’uomo ha fatto fallire il rapporto di alleanza con Dio. Così dice il profeta Geremia.

Ma il Signore non si lascia vincere neanche dall’infedeltà di Israele e allora, spezzata una alleanza ne fa una nuova. Ma bisogna che sia proprio nuova, che non sia una ripetizione della prima perché, andata male la prima, andrebbe male anche la seconda, e così all’infinito senza risolvere il problema. E il Signore l’ha fatta davvero nuova.

E la novità consiste nel fatto che la legge, invece di essere scritta, su tavole di pietra, viene scritta sul cuore di carne: «Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò (inciderò) sul loro cuore», in modo che l’uomo impari a conoscere il Signore, cioè che il cuore dell’uomo diventi sensibile alla volontà di Dio: incominci a desiderare ciò che Dio desidera, ad accogliere con gioia la Parola di Dio, il suo comandamento, come una parola di amicizia, cosa come si accoglie volentieri la parola di un amico o di una persona di fiducia.

Allora, quello che è tipico della nuova alleanza è un cambiamento interiore. Dio non solo chiama dall’esterno, ma costruisce l’interno dell’uomo in modo che diventi capace di accogliere la chiamata, che diventi capace di accogliere la Parola di Dio e il suo Spirito, in modo che l’uomo sia guidato nei suoi pensieri e sentimenti non dall’egoismo, ma dallo Spirito del Signore, cioè dall’inclinazione dell’amore.

«C’è uno spirito di infedeltà dentro al cuore dell’uomo», diceva il profeta Osea, perché l’uomo è trascinato, inclinato irresistibilmente a delle infedeltà. Bisogna che quello spirito sia sostituito, cambiato, e il Signore nel cuore dell’uomo ci mette il suo Spirito perché l’uomo desideri quello che Dio desidera e senta con il sentimento di Dio.

È un modo di parlare amaro, ma voi mi capite e spero mi scusiate. In pratica è quello che S. Paolo dice all’inizio del capitolo 8 della lettera ai Romani: «Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?», cioè da questa condizione umana, chiusa in se stessa e destinata al fallimento?

(Rm 8, 1-2)

[1] Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù.

[2] Poiché la legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte.

Allora c’è una inclinazione nuova che Dio, attraverso Gesù Cristo, ha messo nel tuo cuore, ed è una inclinazione dello spirito e quindi una esistenza nuova: l’esistenza dei figli di Dio, di quelli che fanno la volontà di Dio non per paura come gli schiavi e non per interesse come i salariati, ma. per amore come figli.

Il cammino della rivelazione vuole condurre qui.

La religione che Gesù ha insegnato è la religione filiale, fondata non sulla paura, che è religione da schiavi, e neanche sull’interesse.

La religione non è uno strumento per un successo economico e neanche per un benessere psicologico, anche se credo che possa aiutare anche a questo livello, ma non serve per quello non è una religione perfetta. La vera religione nasce dall’amore di Dio, da un amore filiale, di riconoscenza, di gioia e di comunione con il Signore.

Non c’è niente di strano se nella nostra religione ci portiamo dietro dei residui di commerciabilità o addirittura di paura, di spirito da schiavi; purtroppo perfetti non lo siamo e non c’è niente di strano se ci portiamo dietro dei residui adolescenziali, ma la religione deve camminare così.

Volevo, allora, richiamare brevemente alcuni punti fondamentali nel cammino della fede, quello che scaturisce dalla giustificazione che Dio ci ha donato in Gesù Cristo, quello che deve maturare lentamente con tutto l’impegno, che è l’impegno della vita, perché l’atto di fede è un atto immediato e breve (non ci vuole poi tanto a fare un atto di fede), ma la vita di fede è qualche cosa che richiede dei mesi e degli anni, richiede una vita per essere così.

E proprio di questa vita di fede volevo dire qualche cosa, riferendomi soprattutto a S. Paolo e a tutto il Nuovo Testamento.

La prima cosa importante da ricordare, anche se è banale, è che la vita di fede è una vita, e «una vita» vuol dire un cammino di crescita continua.

Quello che è tipico di un essere vivente è proprio la crescita. Quando un essere vivente non cresce più vuol dire che è morto. Vivere vuol dire crescere, e questo vale per la vita di fede. Se la vita di fede non cresce, non si attecchisce nel tempo, vuol dire che è morta, vuol dire che ha perso energia all’interno.

Ogni scelta che l’uomo, il cristiano, compie nella sua vita coinvolge la fede. E quanto più una scelta è impegnativa come il matrimonio o una professione, quelle scelte che sono, dal punto di vista umano, impegnative, tanto più in quelle scelte la fede è coinvolta.

Il modo di esercitare la propria professione o il posto che si occupa nella società o il modo di vivere la sessualità, il modo di vivere i rapporti politici e sociali o il modo di usare il denaro, cioè tutte questo cose sono scelte nelle quali la fede deve entrare profondamente.

Voglio dire: la vita di fede non si identifica con la vita di preghiera: la preghiera, l’Eucaristia sono fondamentali per la vita di fede, ma la vita di fede non è la Messa e la preghiera.

La misura della vita di fede non è il quanto uno prega, ma quanto uno fa la volontà di Dio: come reagisco di fronte alle sofferenze (lì si gioca molto della mia fede), come reagisco agli avvenimenti, come tratto le persone; tutto questo è una esperienza in cui la fede è impegnativa, e come!

E quindi per «vita di fede» si intende tutta la vita del cristiano, vissuta alla luce del Vangelo.

Dicevo, la preghiera è indispensabile, perché attraverso la preghiera entro in comunione con il Signore, imparo a vivere e a lavorare come Dio comanda, ma non è che la vita cristiana è fatta per la preghiera, è la preghiera che è fatta per suscitare la vita cristiana. Dopo ci saranno le vocazioni di quelli che sono chiamati a fare una vita di clausura e allora sarà un altro discorso, ma per una persona che vive una vita laicale in tutto quello che fa’, lì deve giocare la sua fede.

Per fare questo e nel fare questo ci sono degli ostacoli ai quali bisogna essere attenti e tentare di superare.

Egocentrismo: il primo ostacolo per la fede è l’egocentrismo.

La fede è una vita centrata sul Signore, dove il Signore è al centro e noi viviamo in funzione del Signore, e quello che si oppone, prima di tutto, a questo atteggiamento di fede è l’egocentrismo, dove io mi considero al centro del mondo e il mondo mi gira intorno, e poi considero gli altri e le cose secondo il vantaggio che ne posso ricavare.

Una concezione della vita così è agli antipodi della vita di fede.

Forse ricordate il cap. 14, già tante volte citato da quando facciamo gli esercizi, della lettera ai Romani, dove Paolo scrive (Rm 14, 7-9):

[7] Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso,

[8] perché se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore.

[9] Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore del morti e dei vivi».

Lui è il Signore! Quindi ci comanda Lui nella nostra vita, il centro è Lui. Nel Vangelo secondo Giovanni c’è un versetto, che è un capolavoro, dove Gesù dice (Gv 6, 57):

[57] Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me.

Gesù considera la sua vita non come un possesso, ma come un dono; gliel’ha data il Padre. Gesù non ha niente di suo, tutto quello che ha lo ha ricevuto dal Padre e lo vive per il Padre.

Bene, il rapporto che c’è tra Gesù e il Padre, è il rapporto che deve esserci tra il credente e Gesù. Anche noi abbiamo ricevuto tutto dal Signore, dunque dobbiamo vivere tutto per il Signore. Tutto viene da Lui e tutto è per Lui. E questo capovolgimento è il centro della vita, è il cuore dell’atto di fede.

Sempre dalla lettera ai Romani (Rm 15, 2-3):

[2] Ciascuno di noi cerchi di compiacere il prossimo nel bene, per edificarlo.

[3] Cristo infatti non cercò di piacere a se stesso, ma come sta scritto: gli insulti di coloro che ti insultano sono caduti sopra di me.

E vuole dire: Gesù Cristo non ha cercato quello che faceva comodo a Lui, ha cercato la volontà del Padre e il bene degli uomini.

Bene! Nessuno di noi cerchi di vivere per compiacere a se stesso, per fare i suoi comodi, diremmo noi, per cercare puramente il suo interesse: «Non cercate solo il vostro interesse, ma anche quello degli altri» scrive S. Paolo sempre nella lettera ai Romani.

E questo vuole dire che non bisogna assolutizzare la ricerca del piacere o del successo o dell’onore o del benessere; non è proibito cercare il piacere o il successo o l’onore o il benessere, sono cose che possono essere cercate in modo corretto, ma non sono l’assoluto, il criterio assoluto di scelta, per cui queste scelte sono sottomesse a qualche cosa di più importante, che è la volontà di Dio, che è il bene o il male.

Non posso io giustificare il bene con l’utile: ci sono delle cose che sono anche utili dal punto di vista economico (mi riempiono il portafoglio) ma che sono male; e bisogna che non confonda una cosa con l’altra. Bisogna che il criterio supremo non sia l’utile, il vantaggioso dal punto di vista economico, ma sia la volontà del Signore, quello che è bene davanti a Lui.

In Isaia c’è scritto (Is 5, 9):

«Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano il dolce in amaro e l’amaro in dolce…».

E vuole dire: la tentazione che l’uomo ha, è di volere decidere lui quello che è bene. E il bene che cos’è? Il mio interesse, quello che mi è utile, quello che io desidero.

No!

Una cosa è bene perché è bene davanti al Signore, è giusta perché è giusta davanti al Signore, e bisogna che io accolga, prima di tutto, un atteggiamento di oggettività e di rispetto senza deformare le cose, senza voler dire che questa cosa è amara o dolce perché è amara o dolce per me. Quello che è amaro o dolce lo è oggettivamente, non in dipendenza, del mio interesse. Allora si tratta di entrare e di superare la tendenza all’egocentrismo.

Nella concezione cristiana, la vita è dono del Signore ed è vocazione al dono. Non è ricco chi possiede, ma è ricco chi dona. Uno può anche possedere il mondo intero, ma se non lo dona è un pidocchio, è una persona chiusa in se stessa, e quello che è tipico della persona che è ricca è il denaro l’unica prospettiva di vita e non solo dal punto di vista materiale.

Un uomo possiede solo quello che è riuscito a donare nella sua vita, quello che è riuscito a dare, quello che è riuscito a trasformare in dono, in gratuità, in amore.

E questo potrebbe aiutarci a superare la tendenza, che noi ci portiamo dentro tutti o quasi, a dividere le persone in amici e nemici con questa conseguenza che, gli amici possono fare tutto quello che vogliono che per me va proprio bene e li giustifico sempre, i nemici possono anche dire il Padre nostro e il Credo che per me va male e trovo sempre un motivo per dire che hanno sbagliato.

Questo è un atteggiamento egocentrico, cioè io valuto i comportamenti non per quello che sono, ma per il mio vantaggio.

Ora S. Paolo dice che l’amore «non gode dell’ingiustizia», mai, neanche se è una ingiustizia, che mi arricchisce, ma «si compiace della verità», sempre, anche se la verità la sta dicendo un mio nemico personale.

Se noi fossimo capaci di riconoscere la verità quando è detta dal nostro nemico personale, saremmo persone oggettive, distaccate, capaci di riconoscere la verità dovunque è.

  1. Tommaso diceva che la verità, ogni verità, dovunque si trovi, viene dallo Spirito Santo. Si, la verità, dovunque si trovi, viene dallo Spirito Sento, e bisognerebbe quindi imparare a riconoscerla e a gioire della verità, anche se viene da fonte che mi è cordialmente antipatica.

L’amore «non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità».

«Fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene» anche se il bene, delle volte, è faticoso, costa, «attaccatevi al bene».

Quindi uno sforzo di oggettività, in cui non mi considero al centro del mondo e tanto meno mi considero la misura delle cose. Non sono io a misurare il valore delle cose, ma la Parola di Dio e la rivelazione di Gesù Cristo; a me tocca accoglierle con disponibilità e con rispetto.

Il primo ostacolo, l’egocentrismo, forse è quello che ci portiamo più dentro, perché è tipico, si, del bambino, ma ce lo portiamo dentro fino a quando il Signore ci chiama con se.

Però c’è da lavorarci sopra, tentando di costruirci uno spazio di libertà.

Le preoccupazioni: sono queste il secondo ostacolo alla vita di fede.

Il Vangelo secondo Matteo, quando presenta la parabola del seme e del seminatore, fa’ un elenco degli ostacoli che si oppongono al frutto della Parola.

Il seme della Parola viene gettato nel terreno e deve superare degli ostacoli per portare frutto.

Il primo ostacolo è satana: gli uccelli del cielo che vengono e beccano il seme, ancora prima che riesca ad entrare nella terra, dice, è satana, il quale ruba la Parola dal cuore dell’uomo in modo che il Vangelo non possa entrarvi dentro e satana l’ha portato via perché non porti frutto. Il secondo ostacolo è quello della persecuzione, che corrisponde al seme che è entrato in un terreno sassoso e non riesce a mettere le radici, e allora il grano spunta subito, ma appena c’è il sole, brucia perché non ha radici e non può attingere all’umore e all’umidità del terreno.

Corrisponde a una fede effervescente, ma senza radici per cui, quando viene il momento della prova, che viene o prima o poi, se la fede non ha radici, brucia, subito, si dimentica subito.

Poi c’è il terzo ostacolo; riguarda quel seme che è caduto su terreno buono ed è cresciuto, è diventato una pianticella, ma, per sfortuna, è finito in mezzo ai rovi e alle spine, che gli rubano la luce, il sole, l’umore, gli rubano tutto e soffoca, e dice il Vangelo secondo Matteo che questo seme rappresenta quelle persone che ascoltano la Parola, ma la preoccupazione del mondo e l’inganno delle ricchezze soffocano la Parola ed essa non dà frutto.

Ci sono tante preoccupazioni intorno che riempiono la vita e che non permettono all’uomo di dedicare alla crescita di fede un pochino di energie. Siccome le energie fisiche dell’uomo sono limitate, se l’uomo le spende per tutte le altre cose, che cosa gli rimane per crescere nella fede?

Niente! È chiaro che l’uomo è un bisognoso e, quindi, deve occuparsi di molte cose: del cibo, del vestire, della salute, della carriera, del successo, della stima, del lavoro, e metteteci tutto quello che volete.

Ma il problema è quando queste cose diventano una preoccupazione, e allora riempiono il cuore e non pensi ad altro che a questo, per cui, se pensi al lavoro, il lavoro è tutto e pensi unicamente al lavoro. In questo modo uno trascura il resto, trascura la famiglia e trascura evidentemente il Signore.

La parabola tipica è quella del ricco stolto, il quale dice, dopo aver raccolto il frutto dei suoi campi (Lc 12, 16-21):

[16] Disse poi una parabola: «la campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto.

[17] Ragionava fra se: Che farò poiché non ho dove riporre i miei raccolti?

[18] E disse: farò così: demolirò i miei magazzini, ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni.

[19] Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia.

[20] Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti verrà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?

[21] Così è di accumula tesori per se, e non arricchisce davanti a Dio.

E lo abbiamo già detto tante volte, questo uomo non è un disonesto, è un uomo abile dal punto di vista economico che si è impegnato e ha avuto successo, ma il successo economico non e un criterio assoluto. C’è qualche cosa di più grande. Se le preoccupazioni per il successo economico assorbono tutte le energie, uno sbaglia la vita. Ha imbroccato bene nei suoi investimenti economici, ma ha sbagliato l’investimento della sua vita, e forse non vale la pena.

Naturalmente dietro a questo ci sta un riferimento al brano del Vangelo sul quale ritorniamo adesso (Mt 6, 25-29):

[25] Per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito?

[26] Guardate gli uccelli del cielo, non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro?

[27] E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?

[28] E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano, non filano.

[29] Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro.

Dove il significato fondamentale è: liberi con un tantino di fiducia, quello da cui eravamo partiti parlando della fede, cioè: sei di fronte alla vita, al mondo e puoi sentirti anche minacciato. C’è un Dio che ti è Padre, puoi andare avanti con un po’ di fiducia. Devi darti da fare. Certamente!

Avete la vocazione laicale e dovete preoccuparvi di lavorare, di impegnarvi nella società, in politica e in tutte queste cose, questo fa parte della vostra vocazione, ma altro è occuparsi, altro è preoccuparsi troppo. E preoccuparsi troppo vuol dire che tutte queste cose riempiono tutto e non c’è il riferimento al Signore, alla sua volontà, al Vangelo.

Il dubbio: terzo ostacolo nel cammino della fede.

C’è anche il dubbio nella fede che può diventare un problema, quando toglie l’avvenire, la volontà d’impegnarsi, quando crea una specie di fede trascinata e mediocre. Naturalmente il discorso del dubbio sarebbe molto ampio, perché mica ogni dubbio diminuisce la fede.

  1. Teresa di Gesù Bambino racconta di avere passato l’ultimo anno della sua vita in mezzo a dubbi di fede tremendi, dubbi di materialismo grandi e gravi. Dice la Santa, che quello è stato un momento in cui ha fatto più atti di fede di tutta la vita, e che proprio questo ostacolo ha suscitato in lei un cammino di crescita e di maturazione. Da questo punto di vista il dubbio non sarebbe un ostacolo.

A volte il dubbio diminuisce l’impegno, la forza di donarsi e di gettarsi sulla Parola di Dio. Qui però il cammino da farsi è diverso.

C’è un dubbio che viene semplicemente da una catechesi insufficiente. E vuole dire: noi abbiamo coltivato la nostra cultura fino a conseguire una laurea o un diploma di maturità e, per lo studio, possiamo dire di essere persone intellettualmente sofisticate.

Ma se il catechismo che conoscete e ancora quello delle elementari, evidentemente l’idea che vi fate è che la fede e il catechismo siano una questione da bambini; quando poi uno diventa grande, ha altre idee, altri problemi, altre preoccupazioni. Questo è mancanza di catechesi.

La catechesi bisogna che cresca con il crescere del cammino normale della persona e delle esigenze intellettuali, per cui se uno ha delle esigenze intellettuali, perché filosofo, bisognerà che anche la fede riesca ad esprimerlo in modo filosoficamente corretto; rimane fede, ma ha chiaramente le sue vie.

La fede non è per niente avversaria della ragione. Credo che sia scorretto contrapporre la fede e la ragione.

Uno dei verbi felici, nel Nuovo Testamento, per indicare la fede, è il verbo «conoscere». In S. Giovanni la fede è una conoscenza, quindi anche l’aspetto intellettuale è recuperato dentro la fede. Certamente la fede è molto di più di una comprensione intellettuale, ma non nasconde e non mortifica l’intelletto.

Nostro Signore non è lì per impedire di pensare; al contrario, quello che può essere ostacolo alla fede è il non pensare.

Ostacolo alla fede è quando uno smette di chiedersi che senso abbia la vita e cose del genere, perché non vale la pena di pensarci. Allora diventa un problema grosso per la fede perché si toglie la domanda, ma non è affatto un problema il desiderio di conoscenza e anche di correttezza dal punto di vista intellettuale.

C’è una cosa che mi interessa di più.

C’è un tipo di dubbio certamente più grave del dubbio che viene dalla riflessione, dallo studio, ecc. È quel dubbio che potremmo chiamare «esistenziale» e che si esprime così:

Ma sarà poi vero? Ma ne vale la pena? Ma, chissà, che non sia tutta una fantasia!

Pensare che sia tutta una fantasia non è una motivazione intellettuale, è paura, è una specie di dubbio che si insinua dentro all’atto stesso della fede.

Credi in Gesù Cristo, Figlio di Dio? Beh, in duemila anni che cosa è cambiato nel mondo e nella vita, degli uomini? Sembra che il mondo vada avanti com’è sempre andato. Quella bontà nella quale speriamo non si vede mica tanto; che la «civiltà dell’amore» sia una bella espressione, certamente, ma praticamente impossibile. E se uno crede nell’amore, crede in fondo nei fantasmi, perché dietro all’amore qualcuno ci ha insegnato che c’è solo la «libido», e che la capacità di donare se stessi è solo una copertura intellettuale del bisogno di piacere che uno ha in se, e allora fa passare per amore quello che amore e donazione non è, ma egoismo camuffato.

Questo discorso diventa il discorso più grave, perché non è una difficoltà intellettuale su l’una o l’altra. verità della fede, ma è il problema se vale la pena rischiare la vita nella fede, rischiare la vita sulla Parola del Signore, se vale la pena combattere davvero il male e l’egoismo o se, invece, non è più realistico accettare il male e cercare di pagare meno dazio che si può nella vita che uno ha, da vivere.

Ci si può opporre al cammino della storia, quando la storia sembra che vada dall’altra parte verso una crescita di egoismo e di egocentrismo o cose del genere.

È lì che deve entrare quel discorso che ascoltavamo da S. Paolo:

«Io non mi vergogno del Vangelo perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, prima, del Giudeo e poi del Greco».

“Vergognarsi”, nella Bibbia, è l’esperienza di una persona che ha messo la sua fiducia in qualche cosa che è falso. Uno ha costruito la sua vita sui soldi e a un certo punto i soldi gli vengono meno, e allora patisce una vergogna immensa, viene svergognato.

Così, nella concezione biblica, viene svergognato ogni uomo che pone la sua vita su qualcosa di falso. Questa è la vergogna.

«Io non mi vergogno del Vangelo». Il Vangelo non diventa per me motivo di vergogna, di rossore perché ho sbagliato tutto, ma se ho puntato sul Vangelo sono convinto che quella è la potenza di Dio che salva, non dovrò mai arrossire di vergogna, né riconoscere di aver fallito e sbagliato tutto. Dentro al Vangelo c’è una forza, capace di sostenere la vita dell’uomo.

Ricordate il discorso che S. Giovanni fa nel cap. 16 del suo Vangelo. Quando Gesù annuncia il dono del Paraclito, dice che il Difensore, quando verrà (Gv 16, 8-11),

[8] E quando sarà venuto egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio.

[9] Quanto al peccato, perché non credono in me,

[10] quanto alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più;

[11] quanto al giudizio, perché il principe di questo mondo è stato giudicato».

Ora questo misterioso discorso vuole dire una cosa molto semplice: che lo Spirito Santo ti è dato perché nel tuo cuore ti dia la sicurezza che Gesù Cristo ha ragione, che il modo di vivere che Gesù ha insegnato con il Vangelo, è il modo di vivere giusto; che vale la pena rischiare la vita sul Vangelo, sulla Parola di Dio; che il mondo che annuncia l’egoismo ha torto marcio; che il mondo dell’interesse è duro e cattivo nei confronti degli altri; un mondo condannato a morte, che non ha futuro.

Il futuro appartiene alla carità di Dio, all’amore di Dio che è messo dentro ai nostri cuori. Quindi il futuro appartiene a chi riesce a trasformare la sua vita in amore, anche se non riuscirà a trasformare tutto. Il senso della vita è lì.

Vale la pena spendere la vita per questo, anche se alla fine ci troveremo con un piccolo patrimonio e i nostri disegni d’amore realizzati saranno minimi.

Lo Spirito Santo da al cuore del cristiano questa sicurezza, ed è il dubbio che non si vince in altro modo.

Il dubbio intellettuale si vince riflettendo, studiando, ma questo dubbio esistenziale si vince solo esercitando concretamente la fede, rischiando la propria vita, sulla Parola di Dio e scoprendo che, in questo modo, vale proprio la pena di vivere secondo quello che Gesù Cristo ha insegnato e soprattutto ha vissuto.

Lo scoraggiamento: è il quarto ostacolo sulla via della fede.

Lo scoraggiamento può venire dall’impatto con la vita e viene con l’esperienza delle ingiustizie, della cattiverie, addirittura dei tradimenti e, a volte, delle ipocrisie.

Allora viene da dire: Ma vale la pena continuare a credere, continuare ad avere fiducia o, invece, vale la pena badare ai propri interessi, e che gli altri si arrangino?

Siamo partiti da questi ideali e ci accorgiamo che questi fanno fatica ad entrare dentro al mondo: il mondo è rigido e le nostre belle idee non lo scalfiscono; il mondo continua ad andare avanti con le sue leggi, e tu hai voglia di dire che l’amore e il dono sono importanti!

Il mondo di queste cose non sa che farsene e tu hai solo l’impressione di trovarti davanti a un muro; è stupido sbattere la testa contro il muro, perché il muro non lo tiri giù e la testa può anche darsi che si rompa.

Allora vale la pena essere realisti e lasciare andare le cose come vanno; difendere il proprio orticello dagli animali selvatici, perché non lo pestino troppo e basta.

Invece della carità è detto che «spera», cioè, che mantiene la speranza di fronte ad ogni situazione.

Nel capitolo 4 della lettera ai Romani è detto di Abramo che (Rm 4, 18-22):

[18] Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza.

[19] Egli non vacillò nella fede, pur vedendo già come morto il proprio corpo – aveva circa cento anni e morto il seno di Sara.

[20] Per la promessa di Dio non esitò con incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio,

[21] pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento.

[22] Ecco perché gli fu accreditato come giustizia.

C’è questo uomo di cento anni che continua a sperare, quando invece il tempo pian piano ci porta via la speranza.

Secondo alcuni, man mano che si va avanti, cresce la memoria e diminuisce la speranza. E invece no. Per Abramo la speranza è rimasta intatta; a cento anni ha continuato a sperare in un figlio, e ha avuto ragione. Ha avuto ragione perché ha sperato sulla Parola di Dio, non basandosi su puri desideri o speranze personali, ma puntando sulla Parola di Dio.

C’è la promessa per chi spera sulla Parola di Dio, la promessa di una rigenerazione interiore. È molto bella la fine del cap. 40 di Isaia, dove il Signore si rivolge a Giacobbe, ad Israele che si lamenta: Israele ha fatto l’esperienza della delusione, è scoraggiato e si lamenta del Signore: Il Signore mi ha abbandonato, non pensa più a me. Risposta (Is 40, 27-31):

[27] Perché dici, Giacobbe, e tu, Israele, ripeti: «La mia sorte è nascosta al Signore e il mio diritto è trascurato dal mio Dio?».

[28] Non lo sai forse? Non lo hai udito? Dio eterno è il Signore, creatore di tutta la terra. Egli non si affatica né si stanca, la sua intelligenza è inscrutabile.

[29] Egli dà forza allo stanco e moltiplica il vigore allo spossato.

[30] Anche i giovani faticano e si stancano, gli adulti inciampano e cadono,

[31] ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi.

Questo è il miracolo della speranza: «corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi»; questo è un dono che il Signore fa’ a chi spera. «Quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali di aquile» e quindi ringiovaniscono.

Qualcuno ha detto che di fronte alle cose che vanno male uno può cominciare a lamentarsi e le lamentazioni sono un genere letterario frequente fra di noi; ma di fronte alle cose che vanno male uno può anche chiedersi perché non possano andare meglio e se non sia possibile fare qualche cosa per farle andare in una direzione più giusta. E questo è quanto il Signore chiede quando ci scontriamo con la durezza della vita.

Ma lo scoraggiamento può venire anche dallo scontro con i nostri limiti.

Questo, per certi aspetti, è anche più difficile: che il mondo sia duro da affrontare, va bene e questo potrebbe anche esaltare il mio coraggio, ma quando sperimento il mio limite, quando mi sono impegnato e non ho ottenuto, quando il cammino che io faccio mi si rivela esperienza di debolezza, allora lo scontro con i limiti può essere disastroso.

Può venire l’avvilimento, la disperazione, la tristezza, un senso di acidità, per cui uno diventa acido nei confronti della vita e degli altri con una specie di risentimento, perché la vita non è stata leale con me, perché mi ha messo addosso un peso, un limite che non volevo e che non riesco a sopportare.

Ma lo scontro coi limiti, dal punto di vista della fede, può anche essere arricchente perché, se io scopro di essere limitato, io sono costretto a mettermi davanti al Signore in un atteggiamento di insufficienza; sono costretto a dire: «Dio, abbi pietà di me che sono peccatore».

Ma questo pare che sia, dal punto di vista della fede, l’atteggiamento più fruttuoso, quello che permette al Signore di entrare dentro alla nostra vita; in questo modo uno evita l’unica grave tentazione dell’autosufficienza.

L’esperienza del limite credo che il Signore la permetta molte volte proprio per questo, per mantenerci in atteggiamento corretto davanti a Lui di umiltà, e corretto anche nei confronti degli altri.

Una persona che è consapevole dei suoi limiti, se li accetta, riesce ad accettare più volentieri gli altri, ma se non li accetta, diventa critico anche nei confronti degli altri. Se uno impara ad accettare i suoi limiti, gli diventa più facile accettare e aprirsi anche alle persone che ha intorno, senza provare ribrezzo davanti al limite, alla povertà, alla miseria.

Ci sarebbe un ultimo aspetto per lo scoraggiamento. Abbiamo detto: lo scontro con la durezza del mondo, lo scontro con i nostri limiti; c’è inoltre uno scoraggiamento che, alle volte, nasce dallo scontro con i limiti della Chiesa.

Uno si impegna volentieri nella comunità cristiana, ma poi per via si incontrano tanti limiti, tanti difetti: perché il prete…; perché la parrocchia…; perché le persone…; perché la storia della Chiesa…; perché l’inquisizione; perché il diavolo a quattro.

E allora diventa, a volte, possibile l’atteggiamento di uno che «si chiama fuori».

«Chiamarsi fuori» vuol dire che uno va a messa e guarda, sta un po’ dentro e un po’ fuori, conserva un atteggiamento certamente cristiano ma non coinvolto più di tanto, perché, poi, nei confronti della Chiesa vuole mantenere la sua libertà di critica e la sua libertà di assenso.

E dopo tutto, questo ci starebbe anche bene. Però non è detto che uno, per stare nella Chiesa, debba sempre dire che tutto va bene; non è giusto, ma un paio di maniche è l’atteggiamento corretto per conoscere i limiti, per metterli in luce e poterli superare, altro paio di maniche invece è chiamarsi fuori.

Certamente in questo viene a mancare il senso della responsabilità nei confronti della comunità cristiana, e questo non è corretto e non ci aiuta.

  1. Paolo fa una riflessione strana, nella lettera ai Filippesi, quando, in galera per il Vangelo, scrive (Fil 1, 12-14):

[12] Desidero che sappiate, fratelli, che le mie vicende si sono volte a vantaggio del Vangelo,

[13] al punto che in tutto il pretorio e dovunque si sa che sono in catene per Cristo;

[14] in tal modo la maggior parte dei fratelli, incoraggiati nel Signore dalle mie catene, ardiscono annunziare la Parola di Dio con maggior zelo e senza timore alcuno.

Quindi Paolo, che è in galera, è contento perché alcuni cristiani, visto il suo coraggio, predicano anche loro con coraggio e, dal punto di vista della testimonianza cristiana, sono diventati maturi. Paolo ne è fiero. Ma non tutti sono così. Dice:

[15] Alcuni, è vero, predicano Cristo anche per invidia e spirito di contesa, ma altri con buoni sentimenti.

[16] Questi lo fanno per amore, sapendo che sono stato posto per la difesa del Vangelo;

[17] quelli invece predicano Cristo con spirito di rivalità, con intenzioni non pure, pensando di aggiungere dolore alle mie catene.

È strano, ma c’era della gente che predicava il Vangelo per fare dispetto a Paolo, per dirgli:

«Vedi che non c’è bisogno di te? Che noi siamo capaci di fare da soli? Vedi che riusciamo a tirare avanti la comunità cristiana anche quando tu sei in galera e quando tu non puoi fare niente? Pensavi di essere solo tu l’apostolo della comunità?».

Costoro ragionano così e vorrebbero, col loro darsi da fare, appesantire le catene di Paolo e farlo sentire inutile. E Paolo risponde così (Fil 1, 18-19):

[18] Ma questo che importa? Purché in ogni maniera, per ipocrisia o per sincerità, Cristo venga annunziato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene.

[19] So infatti che tutto questo servirà alla mia salvezza, grazie alla vostra preghiera e all’aiuto dello Spirito di Gesù Cristo.

Che vuol dire: non m’importa se c’è della gente che ce l’ha con me; questa è una questione loro personale. Se sono antipatico a loro, mi dispiace, ma sono contento lo stesso che siano bravi e annuncino il Vangelo. Alla fine mi interessa questo.

Ora, se noi ragionassimo così in una comunità cristiana, faremmo fatica a scandalizzarci per il comportamento degli altri e raramente il loro comportamento ci allontanerebbe.

Se fossimo capaci di mettere al centro il Vangelo e cercare tutto unicamente per questo,

–- (interruzione del nastro) –-

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.

AFFERRATO DA CRISTO – 5

Bocca di Magra – 1-2-3 novembre 1991

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Afferrato da Cristo

3ª Meditazione
Rinnovati dal Dono dello Spirito

Preghiera:

Aiutami, Dio, dal momento che

[7,15] non capisco neppure ciò che faccio. Perché quello che non voglio faccio, faccio appunto ciò che detesto.

(…)

[18] Posso:anche volere quel che è giusto, e non farlo.

[19] Perché non realizzo il bene che voglio; è il male che non voglio quel che realizzo.

[20] Ora se produco ciò che non voglio, non sono più io a produrlo ma il peccato che mi abita dentro.

[21] Dio mio, sembra quasi una legge: quando voglio far il bene, il male mi è a portata di mano.

[22] Mi diletto, infatti, della legge divina nel mio uomo interno,

[23] ma nelle mie membra, scorgo un’altra legge, in guerra con quella della mia mente che mi fa prigioniero delle regole del peccato che abitano nelle mie membra.

[24] Disgraziato che sono! Chi mi libererà da questo corpo di morte? Nessuno, all’infuori di te, Padre mio celeste, mediante Gesù Cristo, nostro Signore.

da «NEL SIGNORE GESÙ» – Hilsdale – EP

(dalla lettera ai Romani cap. 7)

La preghiera è presa dalla seconda, parte del cap. 7 della lettera ai Romani e ci introduce nel nostro tema.

Ieri sera abbiamo tentato di meditare, come potevamo, sulla giustificazione come dono; la possibilità per l’uomo di essere giusto davanti a Dio viene essenzialmente dal dono della grazia di Dio, e l’uomo deve collocarsi di fronte a questo dono con l’atteggiamento del pubblicano che si presenta, davanti al Signore e dice: «O Dio, abbi pietà di me che sono pescatore».

Quindi con la consapevolezza del proprio peccato, della propria indegnità, senza grandi pretese da porre davanti al Signore, senza diritti possibili da rivendicare, me solo con la gioia di essere cercati e amati e perdonati dal Signore.

Questa dimensione è, secondo S. Paolo, fondamentale. Il Vangelo consiste essenzialmente in questo: all’uomo, che di fatto è peccatore, viene annunciata la grazia di Dio, cioè il perdono gratuito da parte di Dio. Questa grazia è naturalmente contenuta in Gesù Cristo.

Ma allora, per riuscire a cogliere la ricchezza e la grandezza di questo dono del Signore, è importante anche riuscire a cogliere la nostra condizione di peccato; è necessario che ci sentiamo, di fronte a Dio, nella condizione di perdutezza per riuscire a cogliere il valore della grazia.

Siamo effettivamente graziati da parte del Signore, e S. Paolo insiste frequentemente sulla riflessione di questo genere, sul tentativo di far comprendere la condizione di peccato in cui ogni uomo si trova.

Scriverà, per esempio, nel cap. 3 della lettera ai Romani, ver. 23:

«Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio».

«Privi della gloria di Dio» vuole dire: privi di quella bellezza che Dio aveva messo nell’uomo al momento della creazione, in modo che l’uomo potesse essere davvero immagine di Dio e che Dio potesse compiacersi dell’uomo. Aveva posto nell’uomo la sua stessa gloria, ma adesso tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio. Il ché non deve condurre alla disperazione o all’avvilimento, perché S. Paolo continua:

Ma sono giustificati gratuitamente per sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù.

Allora la consapevolezza di fronte al nostro peccato e lo stupore davanti al dono di Dio, alla grazia di Dio, devono sempre essere tenuti insieme.

Riprendiamo questa riflessione sulla condizione del peccato dell’uomo; Paolo la sviluppa in più capitoli della lettera, ai Romani (capp. 1, 2, 7). Leggiamo per ora quello che scrive nel cap. 1, 18 (Rm 1, 18-28):

[18] In realtà l’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia,

[19] poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato.

[20] Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità;

[21] essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa.

[22] Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti

[23] e hanno cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili.

[24] Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, sì da disonorare fra di loro i propri corpi,

[25] poiché essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del Creatore che è benedetto nei secoli. Amen.

[26] Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura.

[27] Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che si addiceva al loro traviamento.

[28] E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa d’una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno.

Nella seconda parte di questo capitolo troviamo tutta una serie di peccati, cioè di comportamenti falsi e depravati che l’uomo sperimenta nella sua storia.

Si comincia con il riferimento alla sessualità, i peccati in cui la sessualità viene degradata, per arrivare a quei peccati in cui la mente, l’intelligenza dell’uomo viene degradata, e invece di essere uno strumento per la ricerca del bene, diventa quello strumento di astuzia falsa per la ricerca del male. E c’è un elenco impressionante di comportamenti negativi.

Interessa però la struttura del capitolo.

  1. Paolo non parte presentando i comportamenti negativi dell’uomo, i singoli comportamenti, ma parte ricordando quello che per lui è la radice di tutti i peccati; ci sono le cosiddette trasgressione, e le trasgressioni sono tutti i comportamenti concreti di egoismo e di ingiustizia.

Che nel mondo ce ne siano, non c’è problema, ce ne rendiamo conto tutti i giorni, in noi stessi e negli altri. I peccati sono frequentissimi nel mondo.

Ma S. Paolo fa derivare tutti questi peccati da un’unica radice, da un unico tronco, dal quale si dipartono poi dei rami e dei frutti velenosi; ma è il tronco, è la radice che prima di tutto deve essere riconosciuta ed esaminata.

E che cos’è questa radice secondo Paolo?

Il non riconoscere Dio, o, se vogliamo, il non dare a Dio il posto che gli spetta.

Gli uomini sanno che Dio c’è, e tanto lo sanno che si fanno degli idoli. Se si costruiscono degli idoli, vuol dire che sanno che c’è una divinità, ma, se si costruiscono idoli, con il loro stesso comportamento negano la divinità, perché gli idoli non possono, per definizione, essere Dio.

Quello che l’uomo si fa con le sue stesse mani non può certamente essere Dio. Allora l’uomo vive questa strana contraddizione: da una parte sottomette la sua vita a degli idoli, e con questo lui riconosce di non essere Dio.

Quando l’uomo si mette ad adorare il denaro adora un idolo, e adorando il denaro l’uomo riconosce di non essere Dio, altrimenti sarebbe padrone del denaro, mica schiavo; quando si fa schiavo del denaro, vuol dire che riconosce che c’è qualche cosa, al di sopra di lui e si mette ad adorarlo. E l’uomo il denaro lo adora.

Quando l’uomo accetta di diventare disonesto per i soldi, sta adorando il denaro, sta vendendo la sua dignità umana, al denaro e a lui la sta sacrificando.

Una volta si sacrificavano i tori e i vitelli; l’uomo sacrifica la sua dignità, la sua onestà, la sua sincerità e la sua verità le sacrifica. al denaro, alla posizione sociale, al piacere, le sacrifica a qualche cosa che diventa il padrone della sua vita. In questo modo l’uomo ha degli idoli davanti a se, delle forze, delle ricchezze alle quali sottomette le sue scelte.

Ma, questa, dice S. Paolo, è una contraddizione fragrante, perché l’uomo riconosce di non essere Dio e si fa gli dei con le sue mani, si fa un Dio secondo quello che pare e piace a lui.

Questa, secondo S. Paolo, è la degradazione fondamentale della vita umana, il resto sono i frutti: abbandonato Dio, nel momento in cui a Dio non gli si riconosce quella sovranità che gli appartiene, il resto diventa conseguenza. Per ciò Dio «li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore». Non sono neanche questi i veri peccati, questi sono la conseguenza, la punizione.

È stranissimo, ma le trasgressioni, per Paolo, sono la punizione dei peccati; il peccato vero è l’abbandono di Dio; la degradazione della vita morale è la punizione per questo: quando l’uomo non ama più il bene, la verità, non vive più i rapporti con gli altri nella giustizia, nella correttezza.

Quando l’uomo degrada tutti questi rapporti, questa è la punizione intrinseca alla scelta sbagliata della idolatria; ma torniamo a questa scelta di idolatria, che sta alla base di tutto.

Paolo, nel vers. 18, scrive: «L’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia».

Non lasciamoci spaventare da questa espressione: «L’ira di Dio»; dell’ira di Dio ne parla tutto l’Antico Testamento e ne parla anche S. Paolo. L’ira di Dio, per quanto ci faccia paura, è in realtà un atteggiamento positivo, perché l’ira di Dio esprime la reazione di un Dio giusto di fronte all’ingiustizia dell’uomo.

Di fronte alle ingiustizie è giusto e necessario reagire e rispondere: non possiamo, di fronte alle ingiustizie, far finta di niente e dire: «Ma non c’è niente di male». Non possiamo risolvere il problema battendo una pacca sulla spalla e dire: «Ma non è successo niente».

Dove c’è una vera, ingiustizia l’uomo deve sdegnarsi, ci deve essere una reazione; se uno ha un organismo etico sano, di fronte alla malvagità e alla cattiveria, reagisce interiormente, e delle volte può reagire anche esteriormente. Questo non è un ‘perdere l’orizzonte’, non è quell’ira della passione che non capisce più niente: questa è proprio la reazione corretta. di fronte al male.

Quando un organismo non reagisce di fronte al virus della malattia, vuol dire che è un organismo che sta morendo, che non ha più capacità di reazione, quindi di ricostruzione della sanità fisica; e questo vale anche per la sanità morale.

Quando un organismo non reagisce all’ingiustizia, vuol dire che è un organismo marcio, così è una società quando non reagisce alle ingiustizie.

Dio è sano, e di fronte all’ingiustizia reagisce. L’ira di Dio è la reazione di un organismo sano, e quindi capace di ricostruire la sanità.

Grazie a Dio che c’è questa ira! È un’ira terapeutica, è un’ira pedagogica, è l’ira che ci aiuta a renderci conto dell’errore e quindi a superarlo e a vincerlo in questa ottica, e si rivolge, dice S. Paolo, «contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la, verità nell’ingiustizia».

Secondo S. Paolo, il mondo che Dio ha creato ha un suo significato, un suo scopo, una sua verità, e quando il mondo viene preso e vissuto così come Dio lo ha pensato e voluto, la vita dell’uomo si sviluppa nella verità. Ma quando il mondo e le cose vengono usate al di fuori del progetto di Dio e contro questo progetto, l’uomo usa violenza alla creazione, piega violentemente la creazione contro quello che è il suo significato vero.

Facciamo degli esempi per intenderci meglio.

Il primo, molto semplice, a cui Paolo fa riferimento, è la sessualità.

La sessualità pare che l’abbia inventata il Signore; almeno nel libro della Genesi c’è scritto così: che Dio ha creato l’uomo maschio e femmina. Quindi essa entra dentro al progetto del Signore.

E il Signore ha inventato la sessualità per un motivo ben preciso: l’ha inventata come vocazione all’amore, come impossibilità dell’autarchia.

Ogni persona umana non può essere autarchica, non può quindi realizzarsi pienamente chiudendosi in se stessa, perché è incompleta, perché dell’esperienza umana esprime solo un polo, maschile o femminile; in ogni modo è incompleta. Dio la sessualità l’ha inventata per questo: perché tu ti renda conto che non sei fatto per chiuderti in te stesso, ma perché tu impari ad uscire da te in un gesto di amore; la comunicazione, la comunione dell’amore all’interno della sessualità vuole indicare questo.

Ora, quando la sessualità viene vissuta in una prospettiva egoistica, egocentrica, per cui sfrutto l’altra persona per il mio piacere, la mia sessualità viene deformata nel suo significato: non è più quello che Dio ha voluto che sia, non realizza più quello che è il suo significato, la sua verità, è quindi falsa.

Nel momento in cui non esprime più il rispetto e la stima e la dignità dell’altra persona, ma viene invece ricondotta, a qualche cosa di anonimo, viene deformata la verità.

E quello che vale per la sessualità, vale per le altre cose.

Pensiamo al possesso. «La terra è di Dio» dice il libro del Levitico, e il Signore l’ha donata agli uomini.

E perché l’ha donata? Perché sostenga gli uomini. Allora il possesso, il senso della proprietà, deve servire al sostegno dell’umanità intera. Ma quando ci sono quelli che accaparrano tutto e non lasciano posto per gli altri? Ma quando ci sono quelli che impediscono all’altro di vivere con il loro egoismo e con la loro avidità? Il senso delle cose è deformato.

Forse ricordiamo alcune parole dei profeti, che corrispondono naturalmente a una struttura sociale ed economica diverso dalla nostra, ma interessa l’ottica.

«Guai a voi – scrive Isaia – che aggiungete casa a casa e unite campo a campo finché non vi sia più spazio e così restiate soli ad abitare nel paese».

È l’inizio del latifondo, cioè di un atteggiamento che Isaia vede come rapace, che impedisce agli altri di vivere.

Non è mica proibita la proprietà, anzi, questo fa parte proprio del dono del Signore, ma la proprietà ha questo significato: quando diventa lo strumento per sostenere l’umanità, la vita degli uomini, allora realizza la verità della creazione. Ma quando diventa lo strumento per impedire agli altri di vivere, di respirare, allora viene deformato il senso delle cose e viene tolta loro la verità, cose e proprietà diventano false.

Questo discorso si può applicare a tutto il resto.

I cosiddetti peccati, tra le tante cose, sono una violenza che l’uomo pone nella creazione, usando la creazione in modo contrario alla volontà e al progetto di Dio, cioè alla verità delle cose; la verità viene falsata, impedita e chiusa dall’uomo.

Che cos’è che permette all’uomo di riconoscere la verità delle cose? Il riconoscimento di Dio.

La radice del peccato sta in questo: «pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa».

È il peccato di quei nove lebbrosi che erano stati guariti dal Signore, ma che non sono tornati indietro per rendere gloria a Dio; è tornato solo uno, un samaritano, a rendere gloria a Dio, a riconoscere che la sua salute era un dono, una grazia, a vivere quindi sulla base della riconoscenza. Questo è il fondamento e il motivo per cui, in un’ottica corretta, sarebbe giusto iniziare tutte le giornate ricordando il Signore che ci ha creati.

È vero che non è esattamente lo stesso, ma quando incominciamo una giornata nuova e iniziamo quindi a vivere in un modo nuovo, bisogna che a Dio gli sia riconosciuto il posto che gli spetta in questa giornata.

La cosiddetta preghiera del mattino è uno strumento per riconoscere a Dio il suo posto, il suo primato. «Io oggi andrò a lavorare, incontrerò molte persone, mi impegnerò da una parte e dall’altra, ma riconosco sin dall’inizio che tutto quello che sono l’ho ricevuto dal Signore».

Non si risolve il problema con la preghiera del mattino, però il significato di questa preghiera è questo: porre il pensiero di Dio al primo posto, sapendo che a Dio spetta il primato nella mia giornata, che le cose che farò, le dovrò fare tenendo presente la loro origine dalla volontà del Signore; questo perché non succeda che il mio cuore diventi ottuso, cioè che le mie scelte diventino insensibili, incapaci di fare riferimento alla realtà vera, perché se io nelle mie scelte mi dimentico del Signore, della sua volontà e del suo progetto sulla mia vita, le scelte diventano ottuse.

Possono anche diventare scelte perfette dal punto di vista degli affari se mi ottengono dei risultati economici positivi, ma se mi allontano dal progetto e dalla volontà di Dio sulla mia vita rimangono ottuse.

Da questa scelta di fondo vengono, come conseguenza, tutte le varie trasgressioni: gli uomini sono pieni di ingiustizia, malvagità, cupidigia, malizia, invidia, omicidio, rivalità, frodi; sono superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia.

Questa è la descrizione degli effetti di questo comportamento di fondo.

Per rendercene conto prendiamo in testo del profeta Osea, che ha esattamente lo stesso tipo di ragionamento e lo stesso modo di affrontare le cose.

All’inizio del cap. 4 il profeta si rivolge al popolo di Israele per rimproverargli tutti i peccati e le ingiustizie e le trasgressioni contro la legge del Signore, e dice (Os 4, 1-4a):

[1] Ascoltate la Parola del Signore, o Israeliti, poiché il Signore ha un processo con gli abitanti del paese. Non c’è infatti sincerità né amore del prossimo, né conoscenza di Dio nel paese.

[2] Si giura, si mentisce, si uccide, si ruba, si commette adulterio, si fa strage e si versa sangue su sangue.

[3] Per questo è in lutto il paese e chiunque vi abita langue insieme con gli animali della terra e con gli uccelli del cielo; perfino i pesci del mare periranno.

[4] Ma nessuno accusi, nessuno contesti;

Se abbiamo notato, nella seconda parte Osea richiama i comandamenti, il decalogo: «si giura (è l’ottavo comandamento), si mentisce (idem), si uccide (il quinto), si ruba (il settimo), si commette adulterio (il sesto), si fa strage, si versa sangue su sangue (ancora il quinto)». Osea ricorda i comandamenti di Dio.

Ci sono in Israele violazioni fragranti dei comandamenti, ma prima di questo Osea ha fatto un altro rimprovero: ha detto che nel paese manca la sincerità, l’amore del prossimo e la conoscenza di Dio. Quello che manca è l’atteggiamento di fondo nei confronti di Dio, il riconoscimento che Dio è sovrano e che a lui spetta obbedienza; che Dio è misericordioso e che in lui possiamo avere fiducia. L’errore sta in questo riconoscimento di fondo, il resto ne è la conseguenza. Siccome è venuto meno il rapporto di fiducia e di abbandono con Dio, allora è venuta meno anche la correttezza dei rapporti sociali: «si giura, si mentisce, si uccide,» e così via.

Si tratta proprio di mettere insieme le due cose: di ritrovare dietro alle nostre trasgressioni il vero peccato.

Le trasgressioni non sono difficili da individuare. Ciascuno di noi, se pensa con sincerità al modo in cui tratta gli altri, al modo in cui vive il lavoro e tutte le dimensioni umane (la cultura, i rapporti umani, la sessualità…), le trasgressioni le individua abbastanza facilmente, e ci sono nella nostra vita.

Ma quello che è importante è che alle radice delle trasgressioni noi ritroviamo il vero peccato.

È strano, ma generalmente S. Polo usa, il termine «peccato» al singolare; anche se qualche volta lo usa al plurale, generalmente lo usa al singolare. Non “i peccati», ma «il peccato», come se questo peccato fosse una, potenza che domina il cuore dell’uomo e che lo tiene schiavo, lo incatena, gli impedisce di essere quello che l’uomo desidererebbe anche essere.

C’è all’interno dell’uomo, secondo S. Paolo, una spaccatura, una lacerazione interna, per cui l’uomo non riesce a realizzare i suoi desideri, i suoi progetti di bene.

Scrive, per esempio, S. Paolo nel cap. 7 della lettere ai Romani (Rm 7, 7-13):

[7] Che diremo dunque? Che la legge è peccato? No certamente Però io non ho conosciuto il peccato se non per la legge, né avrei conosciuto la concupiscenza, se la legge non avesse detto: Non desiderare.

[8] Prendendo pertanto occasione da questo comandamento, il peccato scatenò in me ogni sorta di desideri.

Notiamo: il peccato lo potremmo scrivere con la P maiuscola, come se fosse una persona: «il peccato scatenò in me ogni sorta di desideri».

[8b] Senza la legge infatti il peccato è morto

[9] e io un tempo vivevo senza la legge. Ma, sopraggiunto quel comandamento, il peccato ha preso vita

[10] e io sono morto; la legge, che doveva servire per la vita, è divenuta per me motivo di morte.

[11] Il peccato infatti, prendendo occasione dal comandamento, mi ha sedotto e per mezzo di esso mi ha dato la morte.

[12] Così la legge è santa e santo e giusto e buono è il comandamento.

[13] Ciò che è bene è allora diventato morte per me? No davvero! È invece il peccato: esso per rivelarsi peccato mi ha dato la morte servendosi di ciò che è bene, perché il peccato apparisse oltre misura peccaminoso per mezzo del comandamento.

  1. Paolo in questo brano fa una specie di lettura del racconto del peccato di Adamo, di cui parla il cap. 31 della Genesi, e parla dell’uomo che, dice S. Paolo, un tempo viveva senza la legge.

C’è stato un momento nella vita della comunità che era un momento di consolazione, di gioia senza limiti e senza ombre; prima del peccato l’uomo viveva davvero: era stato creato da Dio, aveva un rapporto di amicizia con Dio, si sentiva protetto da Dio.

È vero che c’era un comandamento, ma non lo sentiva come un comandamento, ma lo sentiva come un segno dell’amore di Dio. Quando il serpente interroga Eva sul comandamento, la donna risponde che il comandamento Dio lo ha dato «perché noi possiamo non morire, per liberarci e proteggerci dalla morte»; quindi la donna considera il comandamento come un segno dell’amore di Dio.

Il fatto che Dio mi dia questa legge è per il mio bene, è per la mia gioia, è per la mia sicurezza, e da questo punto di vista la legge non è sentita come legge, come un limite, come una chiusura, come se impedisse una dilatazione della propria esperienza: è sentita come una protezione. E l’uomo all’inizio vive così. nella fiducia radicale in Dio, in una fiducia anche ingenua e che potrebbe apparire infantile, ma una fiducia positiva, serena, in Dio.

Poi? È venuta fuori la legge. Ricordiamo come. (Gen 3, 4-5):

[4] Il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che, quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male.

Il serpente fa riferimento a un istinto misterioso che c’è nell’uomo: l’istinto di considerare Dio come invidioso di se, di considerare la propria grandezza come una possibile ombra su Dio.

Che gli dei sono invidiosi è una idea che si trova in tutta la mitologia greca, nella mitologia babilonese, è una idea diffusa: gli dei sono invidiosi.

Così come nella società umana le persone che hanno potere sono invidiose, e bisogna stare attenti perché, se qualcuno diventa grande come loro, si sentono minacciati e reagiscono violentemente. Chi ha il potere lo tiene ben stretto e sta bene attento che qualcun altro diventi grande, perché lo tira via e taglia i papaveri quando non sono ancora cresciuti del tutto, cosa l’uomo pensa che anche Dio sia così, ombroso della grandezza dell’uomo, che ha paura dell’uomo libero, dell’uomo realizzato, e quindi tiene l’uomo in una condizione di minorità, come un bambino incapace di scegliere per conto suo.

L’uomo si immagina Dio così e lo vede quindi come un avversario o teme di essere così considerato da Dio stesso. Quando questo succede, dice S. Paolo, allora il comandamento appare insopportabile all’uomo: «Il serpente (il peccato) prendendo occasione dal comandamento, mi ha sedotto».

E così è entrata la morte.

Teniamo presente che il primo peccato dell’uomo non è affatto un peccato di natura sessuale; ogni tanto questa idea torna a girare in mezzo alla gente, per cui la mela o tutte queste cose hanno dei riferimenti sessuali.

A questo a Bibbia. non ci pensa, neanche lontanamente. È un peccato di orgoglio certamente, di autosufficienza, ma alla radice c’è il capovolgimento dell’idea di Dio.

Alla radice del peccato c’è un considerare Dio come un avversario, il non avere fiducia il Lui, il non vedere più il comandamento come un comandamento paterno, espressione dell’amore di un padre.

«Io li traevo con legami di bontà, con vincoli di amore», dice il Signore in Osea. «Con legami di bontà»: a un bambino che non sa camminare gli si mettono le bretelle (almeno così si faceva una volta, lo si teneva su perché potesse camminare senza cadere), così il Signore ha messo le bretelle all’uomo, gli ha dato il comandamento per insegnargli a camminare. Non è un limite, ma un gesto di amore paterno: «con legami di bontà, con vincoli di amore».

Ma Israele non ha capito questo, ha interpretato il comandamento come il segno di un Dio invidioso, tiranno, che vuole abbassare l’uomo.

Allora l’uomo ha trasgredito servendosi del comandamento: «il serpente mi ha sedotta e mi ha dato la morte».

Notiamo che il peccato vero dell’uomo non consiste, secondo il libro della Genesi, nel voler diventare grande e neanche nel voler diventare come Dio. Se volete diventare come Dio, tenetelo questo desiderio, è un desiderio buono.

Cercate di diventarlo? Va bene! Se nel libro del Levitico c’è scritto:

«Siate santi, perché io, il Signore, sono santo»,

vuol dire che se voi volete diventare come Dio ci va proprio bene. E se nel Vangelo c’è scritto:

«Siate perfetti come perfetto è il vostro Padre celeste»,

non è affatto proibito voler essere perfetti come Dio.

Ma il peccato è voler essere come Dio senza Dio, cioè cancellando Dio e mettendo noi al suo posto.

Questo è impossibile: l’uomo per quanto grande voglia farsi non riesce a diventare Dio.

Non ci vuole poi tanto a capirlo. Il senso del limite lo sperimentiamo quotidianamente. Allora puoi desiderare di essere come Dio, a condizione che questo tu lo cerchi in Dio: lo cerchi come un dono, non come un’autorealizzazione, lo cerchi come effetto della comunione dell’amore e della fede, non come effetto della contrapposizione a Dio.

Non è affatto vero che bisogna togliere Dio perché l’uomo viva, anzi, Dio è l’unica condizione perché l’uomo possa vivere, altrimenti è semplicemente un essere per la morte.

L’uomo è un essere per la morte: la vita ce l’abbiamo, ma in prestito, e anche in quegli alcuni anni in cui la godiamo, ce l’abbiamo piena di limiti; i limiti intellettuali ce li abbiamo, come abbiamo ancora di più i limiti morali, mentre infiniti rimangono i limiti delle nostre realizzazioni.

Questi elementi fanno parte della nostra vita, non c’è dubbio, e l’unica possibilità di pienezza di vita e pienezza di libertà è quella che ci viene dalla comunione con Dio, dal riconoscere Dio come amico, come socio in alleanza, come Colui assieme al quale possiamo realizzare la nostra speranza e la nostra libertà.

Quando Gesù racconta la parabola del figliol prodigo, presenta questo ragazzo che, all’inizio, abbandona la casa di suo padre, e dice il Vangelo di Luca che «andò in un paese lontano». Quel «lontano» è per Luca significativo, perché voleva indicare fuori dalla Palestina, quindi all’estero, in mezzo ai pagani, e voleva indicare il luogo dove il padre non arriva.

«Voglio la mia libertà, la mia autonomia, voglio la mia autorealizzazione, e allora dammi la parte dei beni che mi spetta». E raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano. Così dice Luca.

Ma il senso della parabola è che, in realtà, la lontananza da Dio diventa per questo ragazzo sperpero della vita: pian piano il suo patrimonio si assottiglia, si perde. E non solo il patrimonio.

Si perde anche la libertà, perché è costretto a fare il servo, a fare cose che gli fanno ribrezzo, è costretto a fare questo e non per caso. La parabola vuole dire che questa lontananza da Dio è vissuta come perdita di vita e di dignità. L’uomo può sognare di trovare la libertà lontano da Dio, ma lontano da Dio trova solo la degradazione.

Abbiamo ricordato alcune volte quel versetto di Geremia (2,20), dove il profeta ricorda l’atteggiamento di Israele: «Da tempo hai infranto il tuo giogo, hai spezzato i tuoi legami».

Il giogo ed i legami sono i comandamenti, sono secondo Osea un giogo di amore, dei legami di affetto, ma Israele li ha spezzati, perché li ha sentiti come legami di schiavitù.

Hai detto: «Non servirò»; questo era il motivo: «Io non voglio essere servo, ma voglio essere padrone della mia vita».

Infatti, «sopra ogni colle elevato e sotto ogni albero verde ti sei prostituita». Allora l’effetto non è la libertà, ma, la prostituzione che è tutt’altra cosa, è la perdita della dignità e della vera libertà.

Il senso del peccato secondo S. Paolo e secondo il Nuovo Testamento sta proprio in questa tensione; dell’uomo che, con l’illusione di ritrovare una autonomia, taglia quel rapporto che lo unisce alla sorgente della vita, che lo unisce al Signore e si ritrova in una lacerazione interiore.

Quello che ne viene come conseguenza è scritto nei versetti dal 14 in poi del cap. 7, che abbiamo visto nella preghiera iniziale: «lo non riesco neppure a capire ciò che faccio, infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che non voglio».

Una schizofrenia spirituale, per cui il cuore dell’uomo è lacerato tra un desiderio inefficace e una realizzazione negativa.

Tutto questo dovrebbe servirci fondamentalmente come esame di coscienza, ma non come esame ripiegato su noi stessi; tutte queste cose sono possibili da capire se uno si pone davanti all’amore di Dio che, in Gesù Cristo, rende giusto l’uomo.

Allora di fronte alla croce del Signore ci rendiamo conto della nostra condizione di peccatori: non c’è atto di accusa più grande rivolto all’uomo che la croce di Cristo. Allora di fronte a quella croce ci rendiamo conto di quello che è sbagliato nei nostri comportamenti, ma soprattutto di quello che è sbagliato nella radice dei comportamenti: ci sono le trasgressione, ma c’è il peccato da cui le trasgressioni vengono quasi come una punizione. Si tratta di ritornare a quello.

Il peccato è, come dicevamo, il non riconoscimento di Dio, il considerare Dio come avversario, il non avere fiducia in Lui, e il vedere quindi Dio e la sua Parola come un limite insopportabile posto alla nostra libertà.

Invece il cammino da fare è proprio l’altro: quello di un amore del Signore, di una fiducia nel Signore che ci aiuti a prendere con gioia il comandamento, che ci aiuti a desiderare la somiglianza con Dio, ma non una somiglianza con Dio raggiunta senza Dio in una impossibile autosufficienza, ma una somiglianza con Dio raggiunta come dono del Signore, accettando quello che Dio vuole fare di noi, accettando quindi nella fede la sua volontà e il suo dono di salvezza.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.

AFFERRATO DA CRISTO – 4

Bocca di Magra – 1-2-3 novembre 1991

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Afferrato da Cristo

2ª – Solennità di Tutti i Santi

Parola di Dio: Ap 7, 2-4.9-14 – dal Salmo 23 – 1 Gv 3, 1-3 – Mt 5, 1-12

Celebriamo la festa di tutti i Santi e uno potrebbe anche chiedersi perché abbiamo bisogno dei santi. Non ci basta Dio?

Abbiamo bisogno di qualcuno che faccia di intermediario perché Dio è troppo lontano; abbiamo bisogno di qualcuno che sia visibile perché Dio, infinitamente grande, non riusciamo a vederlo, a percepirlo, e allora abbiamo bisogno di qualcuno che stia a metà via tra noi e Dio. Vuole dire questo il culto dei santi? O alle volte, anche un pochino peggio; alle volte abbiamo come l’impressione di non fidarci abbastanza della misericordia di Dio e di avere, perciò, bisogno di una misericordia umana, di una misericordia che riusciamo a comprendere e a gestire più facilmente. È evidente, il culto dei santi non può essere niente di tutto questo.

E allora, perché nella vita e nella esperienza di fede della Chiesa i santi hanno questa grande importanza?

Proviamo a fare un piccolo cammino, partendo da quello che è fondamentale per il cristiano, cioè che Dio solo è santo.

Quando il profeta Isaia vede il Signore, seduto su un trono e che il mantello del Signore riempiva il Tempio, il profeta vede e sente i Serafini che, con gli occhi coperti dalle ali, cantano «Santo, santo, santo il Signore Dio degli eserciti», e vogliono dire che Lui solo, il Dio degli eserciti, è santo; che in mezzo agli uomini questa santità non si trova, che appartiene in esclusiva a Lui e che è la sua identità più gelosa e più profonda.

E che cosa vuole dire questo termine applicato a Dio?

Vuole dire, prima di tutto, che Dio è infinitamente bello, di una bellezza e di uno splendore tale che offusca qualunque altro splendore, per cui, paragonato a Dio, tutto quello che di bello c’è nel mondo appare brutto e tutto quello che nel mondo sembra buono, appare cattivo. Dio solo è buono, ricorda Gesù al giovane ricco.

La bellezza di Dio è la sua santità, la sua bontà, la sua giustizia, la sua dignità. Dio solo è degno di essere adorato e onorato con tutto noi stessi. Ricordate il profeta Abacuc che diceva di Dio che ha gli occhi così puri che non possono vedere il male; i nostri occhi sono, molte volte, degli occhi inquisitori, giudichiamo e valutiamo con durezza gli altri. I nostri sono occhi impuri che non riescono a riconoscere il bene e il male con chiarezza. Dio, invece, è così: ha gli occhi puliti, trasparenti, non falsati da nessun egoismo o da nessun interesse. E non solo.

C’è un testo del libro di Osea, che attribuisce alla santità di Dio il perdono. Dice proprio così, che Dio è capace di perdonare perché è santo; gli uomini, che santi non sono, non sono capaci di perdonare, secondo Osea. Il perdono dell’uomo è sempre un mezzo perdono, non riesce ad arrivare fino in fondo; il perdono di Dio, invece, è un perdono infinitamente generoso e creativo.

Voglio dire che, quando Dio perdona, ricrea l’uomo, ricrea il rapporto con lui. E questo il profeta Osea lo attribuisce alla santità di Dio. Dio solo, dunque, è santo.

Eppure, si dice di Gesù che è veramente santo: la professione di Pietro, nel cap. 6 del Vangelo di Giovanni, è: «Tu sei il Santo di Dio».

Quindi vuole dire che la santità di Dio, che è una santità invisibile, irraggiungibile, che sta al di là di tutto quello che noi possiamo capire o pensare, questa santità di Dio è entrata dentro alla vita degli uomini; l’abbiamo vista.

Se uno vuole sapere che cosa sia la santità di Dio, basta che vada da Gesù Cristo e cerchi di capire Gesù Cristo, cerchi di vedere il suo comportamento.

Le Beatitudini che abbiamo ascoltato nel Vangelo di Matteo: «Beati i poveri in spirito, gli afflitti, i miti, quelli che hanno fame e sete della giustizia…», sono il più bel ritratto che si possa delineare di Gesù.

Se uno vuole sapere chi era Gesù, legga le beatitudini: Gesù è la mitezza, Gesù è la misericordia, Gesù è la fame e sete di giustizia che si compia la volontà di Dio; Gesù è colui che ha un cuore pulito, senza doppi fini, senza atteggiamenti nascosti o ipocriti.

Gesù è tutto questo, e tutto questo è la traduzione in una vita umana della santità di Dio.

Che Dio è infinitamente bello, è rivelato certamente dai cieli: i cieli sono stupendi, «narrano la gloria di Dio, il firmamento annunzia l’opera delle sue mani». Questo è verissimo, ma è un povero firmamento, è una povera illuminazione quella che il mondo ci può dare della santità di Dio e della sua bellezza: la bellezza di Dio è, piuttosto, il volto di Gesù Cristo.

Se uno riesce a capire bene quel volto, riesce a capire bene i gesti che Gesù ha compiuto, e allora capisce qualcosa della santità di Dio. Gesù che accoglie la peccatrice, che perdona l’adultera, che, come un buon samaritano, si piega sull’uomo ferito e lo cura: bene, questo Gesù è davvero la santità di Dio, l’espressione della bontà e della purezza di Dio stesso.

Tanto che Dio gli può dire: «Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto»,

e vuole dire: Mi trovo proprio bene davanti a te, nella tua faccia ci vedo il mio volto, nelle tue opere ci vedo la mia volontà. Dio può dire questo a Gesù.

Ma dobbiamo fare l’ultimo passo ed è quello, per certi aspetti, il più sorprendente. E cioè che quella santità che Dio ha donato al suo Figlio, attraverso Gesù Cristo, la dona agli uomini, la dona alla sua Chiesa.

Nella lettera agli Efesini S. Paolo dice che Gesù Cristo ha santificato se stesso per la Chiesa, «per renderla santa, immacolata, senza macchia, né ruga o alcunché di simile»; senza macchia né ruga. La Chiesa Gesù Cristo l’ha voluta fare così con il sacrificio della sua vita.

Sulla croce con il dono del suo sangue, quindi della sua vita, Gesù Cristo ha pulito la Chiesa dal suo peccato, l’ha resa quella che diceva il libro dell’Esodo, una creazione santa.

E santa, non perché bella per conto suo, santa perché è purificata, santificata e perdonata dall’amore di Dio, attraverso Gesù Cristo.

I Padri della Chiesa presentano la bellezza della Chiesa come la bellezza della luna. La Luna è bella, luminosa, chiara ed è bianca, e il bianco era, nella prospettiva dell’Ebreo, il colore della bellezza: la luna è tutto questo. Ma non è tutto questo per conto suo, la luna.

Se uno prende la luna da se, la vede solo grigia e sassosa; non è altro che questo la luna, ma quando è illuminata dal sole, allora il sole la rende bella e luminosa.

Così è la Chiesa.

Se uno prende la Chiesa così com’è, che cosa vede? Del grigio e dei sassi, vede la povertà dell’uomo e del suo egoismo e del suo peccato. Ma provate a guardare la Chiesa trasfigurata dalla Parola e dallo Spirito Santo, e la Chiesa la vedete bella.

I Santi sono proprio questo, sono la Chiesa che Dio, attraverso Gesù Cristo, ha purificato, ha reso santa, perché questa è la santità che Dio vuole.

Dio è santo per conto suo, d’accordo; è tre volte santo, e dobbiamo riconoscere che non c’è santità al di fuori di Lui. Tutto il senso della rivelazione è che Dio ha voluto comunicare la sua vita agli uomini.

Non è un dio geloso, che i suoi tesori li tiene per se e guai a chi li guarda; no, è un Dio generoso che comunica i suoi tesori ed è contento nel momento in cui fa ricchi gli altri. È così ricco che gode di far ricchi, che gode di trovare la sua ricchezza nell’uomo e per questo la comunica. E siccome la ricchezza di Dio è la santità, Dio gode a comunicare la sua santità agli uomini.

L’ha comunicata in Gesù di Nazaret e, attraverso Gesù di Nazaret, a tutti i credenti, per cui abbiamo ascoltato nella lettera di S. Giovanni: «Guardate quale grande amore ci ha donato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente».

Ci può essere differenza tra figli di Dio e santi; se Dio è infinitamente santo, questa è la sua identità propria; se uno è figlio di Dio, necessariamente è santo, necessariamente assomiglierà a suo padre, e quindi gli assomiglierà in quello che il padre ha di più proprio, di più caratteristico.

«Figlioli, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è».

Quindi la sua santità diventerà la nostra. E quando noi diciamo nel Padre nostro: «sia santificato il tuo nome», vogliamo dire proprio questo; per conto suo il nome di Dio è santificato da sempre senza aggiunte, e noi non aggiungiamo certamente qualcosa alla santità di Dio.

Ma noi vogliamo che il nome di Dio sia santificato nella nostra vita, sia santificato nell’uomo, nella storia dell’uomo, nelle gioie e nelle sofferenze dell’uomo. È lì che il nome di Dio deve essere santificato. E purtroppo non lo è ancora. Non lo è ancora perché, quando guardo la mia vita, non posso dire che Dio lì dentro è santificato, che la santità di Dio si rivela nei miei pensieri, nei miei gesti, nei miei comportamenti e scelte. Lì, purtroppo, si rivela ancora molto la mia cattiveria e il mio egoismo.

Allora, «Padre, santifica il tuo nome», e Dio è capace di fare questo, e nei santi Dio lo ha fatto.

I santi non sono senza difetti, però i santi hanno ricevuto e accolto la santità di Dio, hanno «lavato le loro vesti – dice l’Apocalisse – nel sangue dell’Agnello», quindi hanno lavato il loro cuore, il loro intimo nel sangue di Cristo, cioè nell’amore di Cristo, rendendolo pulito e capace di amare.

Per questo, guardare i santi, vuol dire sì, parlare bene dei santi, e ne debbo parlare bene, ma vuol dire parlare bene di Dio.

Guardare i santi, vuol dire riconoscere quello che Dio è capace di fare, che è infinitamente generoso e che è capace di trasmettere la sua purezza, il suo amore, la sua misericordia agli uomini.

Ricordate quel versetto del Vangelo di Matteo, alla fine del cap. 5, il capitolo delle beatitudini, in cui Gesù dice: «Siate dunque perfetti come perfetto è il vostro Padre celeste».

E naturalmente uno dice: Se io parto da quello che sono, non arriverò mai a essere perfetto com’è perfetto Dio. Ed è bene, ma il problema è che, invece, Dio ci dona la sua vita, la sua santità, e la riceviamo appunto da Lui come grazia. E essere santi com’è santo Dio, vuol dire che se Dio fa sorgere il sole sopra ai malvagi e sopra ai buoni, anche tu devi imparare a fare il bene ai malvagi e ai buoni; se Dio accoglie ogni uomo, anche tu devi aprire il tuo cuore ad accogliere ogni uomo.

Quello che tu hai visto di Dio in Gesù Cristo, cercherai di farlo nei rapporti con gli altri.

Se fai questo Dio sarà santificato nella tua vita; quando la gente guarderà la tua vita, benedirà Dio. «Vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli». Mica a voi, perché non viene da voi, ma al vostro Padre sì, perché il Padre ha compiuto questa opera di santità nella nostra vita.

Allora dicevamo: Dio solo è santo. Proprio perché Dio solo è santo, ci sono dei santi, ci sono delle persone che Dio ha riempito della sua santità e che ne sono il riflesso, ne sono l’espressione umana.

Guardando questi santi, noi riconosciamo l’amore infinito di Dio e la sua potenza, la capacità che Dio ha di trasformare il mondo; guardando questi santi, deve rinascere in noi il desiderio che Dio sia santificato nella nostra vita, che la nostra vita sia tale da manifestare al mondo l’esistenza di Dio e l’amore di Dio.

Quel «Padre, santifica il tuo nome» che diciamo tutte le volte, tutti i giorni con la preghiera del Padre nostro, ecco, questo diventi davvero il desiderio del nostro cuore.

Lo chiediamo al Signore, che la nostra vita, povera come è, diventi capace di proclamare al mondo la santità e l’amore di Dio.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.

AFFERRATO DA CRISTO – 3

Bocca di Magra – 1-2-3 novembre 1991

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Afferrato da Cristo

Solennità di Tutti i Santi

Ballestrero Card. Anastasio

Regina dei Santi

Salutiamo così la Madonna nelle litanie lauretane. Ma pare che oggi sia l’invocazione più adatta, mentre celebriamo la festa di tutti i Santi. E tra i Santi c’è Maria, la Madre di Dio, il Santo dei Santi.

E vorremmo guardare a questa creatura come alla creatura che ha realizzato il progetto della santità di Dio, relativa all’uomo, nella maniera più piena e più perfetta.

La regalità di Maria non è soltanto un titolo d’onore, ma è la professione, da parte nostra, di una eminenza nella santità cristiana che solo la Vergine ha raggiunto.

Ci aiuta a riflettere in questo senso il capitolo della Costituzione conciliare “Lumen Gentium”, relativo alla Madonna, che viene presentata proprio come la primogenita di Dio a proposito della santità e viene presentata come colei che ha realizzato il mistero della Chiesa, mistero di santità nella maniera più perfetta, perché in lei il peccato mai è riuscito a radicarsi, mai si è, diremmo, verificato nella sua storia ed è l’unica creatura umana che dal peccato non sia mai stata sfiorata.

Per questo, per questa immunità radicale, perenne, perfetta e piena dal peccato, è santa. Ma non è soltanto santa perché immune dal peccato, è santa anche per un altro motivo anche più personale e più meritorio: perché la Madonna, fedele alla vocazione che Dio le ha riservato, ha saputo essere fedele nel compimento della volontà del Padre, rendendosi degna di diventare la madre di Gesù, Verbo incarnato.

Questa pienezza della santità, che l’ha resa santuario dell’incarnazione, questa consumazione della santità che l’ha resa esemplare di una redenzione perfetta e piena e che l’ha resa, nello stesso tempo, primizia della fecondità dell’incarnazione del Verbo, è un titolo di santità che le appartiene in maniera esclusiva.

Ma ancora in Lei la santità operata da Cristo e prolungato da Cristo in questo mondo, con la sua missione di Salvatore e di Redentore, si è compiuta in ogni altra pienezza creaturale, aprendo, diremmo, le dimensioni dell’uomo alle effusioni misteriose di Dio attraverso la grazia, partecipazione della vita eterna di Dio Trinità, attraverso la carità, partecipazione creata dalla effusione dello Spirito Santificatore e anche attraverso la fecondità di ogni virtù cristiana che la Vergine ha praticato nella sua vita, nel contesto delle condizioni di creatura, nel contesto delle condizioni storiche del suo tempo, nel contesto della sua condizione di donna e nel contesto di tutto ciò che la preparava a diventare la madre, secondo la carne, del Figlio di Dio.

Santità, dunque, per ogni lato, da ogni punto di vista!

Ma ancora, la Madonna, con tutta questa ricchezza di grazia ricevuta da Dio, ha detto perennemente il suo “si” al Signore, lo ha ascoltato con una fede perfetta, lo ha obbedito con una obbedienza e con una sottomissione altrettanto consumata, lo ha servito con una dedizione materna portata alle estreme conseguenze, gli ha reso la testimonianza della fedeltà ai piedi della croce e si è resa disponibile ad essere la madre degli uomini, là ai piedi della croce.

Gli uomini che crocifiggevano suo figlio le sono diventati figli in Cristo Gesù e hanno trovato in Lei la stessa sollecitudine materna che aveva trovato Gesù, il suo figlio benedetto.

Consumazione di santità che ha trovato nell’episodio della Pentecoste una ultima, definitiva effusione, che ha reso la Madonna partecipe e presente alla nascita della Chiesa e alla sua vocazione di santità e che ha visto la Vergine coronata di gloria in cielo con la sua assunzione gloriosa, coronamento di un progetto divino che la riguardava personalmente e che personalmente ha vissuto con perfetta e consumata dedizione.

Più santa di così, vorremmo dire, non è possibile pensare.

Noi la ricordiamo così, la veneriamo così, la crediamo e la sentiamo così e sentiamo che la sua maternità nei nostri confronti è, prima di tutto, una maternità che fonda la nostra vocazione personale alla santità e, pensando a Lei, troviamo legittimo e doveroso credere che anche per noi c’è un progetto di santità che Dio benedetto ha stabilito e che a noi tocca realizzare con la fedeltà della vita.

La Madonna, nostra madre, è santa e con la sua intercessione ci aiuta a diventare santi. Ma questo aiuto della Vergine ad aiutare i cristiani ad essere santi, va recepito da noi, e il modo di recepirlo è duplice: quello della devozione alla Madonna come alla madre della nostra perfezione cristiana e quello dell’imitazione di Maria, come esemplare perfetto della sequela di Cristo e della fedeltà al Vangelo.

Da questo duplice punto di vista, quando noi invochiamo la Madonna, Regina dei Santi, non solo confessiamo una grande verità, ma impegniamo la nostra vita.

E allora domandiamoci:

“Ma il nostro rapporto personale con la Madonna di che tipo è? È un rapporto radicato nella fede e nella coerenza della fede od è un rapporto puramente emotivo, sentimentale, effimero e superficiale? Ci sentiamo interpellati dalla maternità di Maria? Se la chiamiamo Madre, bisogna che sia vero, e diventa vero in un modo solo: nella misura in cui noi diventiamo figli, figli del suo amore, figli della sua imitazione di Cristo e figli della sua appartenenza alla Chiesa. È vero?”.

Non posso vivere un rapporto di figliolanza con Maria, se non sono fratello sul serio e costante di Gesù, figlio suo. La chiamo madre abusivamente se non mi configuro a Cristo Signore e se non accetto da Lei ad imparare a conoscere Cristo, ad amarlo, a seguire il Vangelo, a rendergli la testimonianza della vita a prezzo di ogni sacrificio e di ogni fedeltà.

Non posso chiamarmi figlio di Maria, se il mio rapporto con Cristo non diventa identificazione spirituale nella comunione della grazia, nella comunicazione della carità, nella comunicazione della speranza.

Non posso dirmi figlio di Maria, madre della Chiesa, se il mio rapporto con la Chiesa non è filiale, non è fatto di devozione, non è fatto di pietà, non è fatto di obbedienza, non è fatto di sottomissione e non è fatto di generoso servizio.

Che figlio sarei della Chiesa e che figlio sarei di Maria, se la mia appartenenza alla Chiesa fosse soltanto ricevere qualcosa e non diventasse anche un dare, un restituire, un lavorare perché la Chiesa madre riesca ad essere davvero madre di tutti ed essere davvero madre dei Santi?

Non c’è zelo apostolico che non possa nutrirsi a questa sorgente del cuore di Maria; non c’è dedizione generosa, in una qualsiasi condizione della carità cristiana che non trovi in Maria un’ispirazione da imitare, una protezione da invocare e una grazia da intercedere.

Ecco allora che il nostro amare deve diventare generoso, concreto, deve diventare non un sentimento volubile, ma una di quelle convinzioni radicali della vita che la ispirano continuamente e continuamente la portano a miglioramento, a progresso. a confessione, a virtù, a santità.

Ma noi oggi invocando Maria, Regina dei Santi, siamo anche invitati ad una ulteriore considerazione: la Madonna, nella sua qualità di Assunta in cielo, è la realizzazione consumata della santità della Chiesa.  Nessuna santità umana, nessuna santità di Chiesa è perfetta se non varca la soglia del tempo e non arriva all’eternità.  Siamo sempre in cammino, siamo sempre creature incompiute e, come dice il Concilio, siamo anche sempre dei santi imperfetti.

La consumazione avviene in cielo, e la Madonna è là; è là con il figlio suo: Lui con la gloria della risurrezione immortale, Lei con la gloria dell’assunzione mirabile nella realtà totale della propria umanità: spirito e carne, anima e corpo, storia ed eternità.

Noi siamo in cammino e, invocando la Madonna, Regina del cielo, invocando la Madonna, Regina dei Santi, noi alimentiamo la nostra vita: una speranza nuova, una speranza che ci aiuta a non chiudere la nostra esistenza nelle esperienze terrene, che tutte passano e tutte finiscono, per trasferirci giorno dopo giorno, verso la patria che aspetta tutti, perché è la casa del Padre, perché è il Regno di Dio.

Questo superamento della condizione terrena della vita, almeno a livello della speranza, è dovere cristiano e non è vero che il realismo voglia che rimaniamo prigionieri degli orizzonti terreni.

È vero che le cose di questo mondo si vedono e si toccano, si pesano e si valutano, si vendono e si comprano, ma non è vero che le cose della fede e le cose di Cristo sono illusioni.

Sono realtà che ci trascendono, che vanno oltre i nostri confini, ma che, proprio per questo, sono la patria della nostra definitiva libertà e della nostra perenne beatitudine.

Ci dobbiamo credere, ci dobbiamo sperare e a queste cose ultraterrene ed eterne dobbiamo, diremmo cosa, radicare la nostra esistenza.

Siamo troppo terrestri, in una civiltà dei consumi, del benessere, in un paganesimo che risorge da tutte le parti, siamo quasi imprigionati nello spessore della cose umane, siamo quasi costretti a pensare che solo queste sono realtà e che solo queste ben meritano l’attenzione e l’impegno della vita, ma non è vero.

Quando si accettano queste prospettive si diventa tristi, le ragioni del vivere diventano sempre più effimere, meno valide e diventiamo delle creature senza ideali, senza speranza, che si rassegnano, che si rifugiano nella rassegnazione invece di esaltarsi nella speranza e nel gaudio dell’eternità.

Ma, viva il Signore, abbiamo in cielo una madre, abbiamo in cielo un fratello primogenito, che sono là presso il Padre, intercedendo per noi, preparandoci un posto, perché la gloria dei Santi che oggi celebriamo, non è soltanto la gloria di quelli che sono là, ma è anche la nostra.

Anche noi siamo in cammino, anche noi arriveremo là, ci vogliamo arrivare, ci dobbiamo arrivare: per questo siamo nati, e il Concilio ci ricorda che, proprio per godere Dio siamo nati e che solo nel godimento eterno di Dio l’uomo realizza se stesso.

Se ci crediamo la nostra speranza rimane viva, il nostro coraggio nel camminare nella vita non viene mai meno e la nostra coerenza di seguaci di Cristo e di fedeli del Vangelo è garantita.

Oggi lo chiediamo all’intercessione della Vergine, lo chiediamo all’intercessione di tutti i Santi, perché questa certezza diventi un viatico dei nostri giorni e diventi il pane quotidiano della nostra vita, pane che ci genera nell’eternità.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.

AFFERRATO DA CRISTO – 2

Bocca di Magra – 1-2-3 novembre 1991

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Afferrato da Cristo

2ª Meditazione
Non mi vergogno del Vangelo

Preghiera:

Io sono chiamato a portare il messaggio della tua vita e della tua morte,

[4] e della tua risurrezione dal morti, Gesù Cristo nostro Signore.

[5] È tramite tuo. che io ho ricevuto grazia e apostolato.

[6] Io sono stato chiamato ad appartenerti. Che possa ora ricevere un aumento

[7] di grazia e pace da tuo Padre, da nostro Padre, e da te, Signore Gesù.

[8] Prima di tutto, ringrazio il Padre celeste per mezzo tuo, Gesù Cristo.

[9] Voglio servire con tutta l’anima il tuo Vangelo.

 (…)

[11] Ch’io possa partecipare agli altri i doni dello Spirito, per fortificarli.

[12] Che noi possiamo essere reciprocamente incoraggiati, l’uno nella fede dell’altro.

(…)

[16] Questo Vangelo è potenza di Dio per la salvezza

[17] e si rivela in esso la giustizia di tuo Padre.

da «NEL SIGNORE GESÙ» – Hilsdale – EP

(dalla lettera ai Romani cap. 1)

È una preghiera che riprende l’inizio della lettera ai Romani, quello che ci interessa come schema e guida di questa seconda meditazione.

In particolare ci interessano i vers. 16 e 17 del cap. 1, che costituiscono il programma di tutta la lettera ai Romani, di questo grande testamento che contiene il succo di tutta la predicazione di Paolo. Dicono i due versetti (Rm 1, 16-17):

[16] lo infatti non mi vergogno del Vangelo, poiché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco.

[17] È in esso che si rivela la giustizia di Dio di fede in fede, come sta scritto: il giusto vivrà mediante la fede.

(…) versetti da imparare a memoria e che tentiamo di spiegare.

Questi due versetti parlano del «Vangelo». Questo termine, che di per se vuol dire una buona notizia, nell’antichità indicava, per esempio, tutte le notizie che riguardavano l’imperatore: se all’imperatore nasce un figlio destinato a succedergli sul trono, questa notizia veniva considerata un Vangelo; se l’imperatore veniva in visita alla nostra città, questo era considerato un Vangelo, e se l’imperatore combatteva e vinceva i nemici e tornava in trionfo, questo era ancora un Vangelo.

Adesso no, la parola Vangelo riguarda unicamente Gesù Cristo. Questa parola è diventata specificatamente cristiana, tutte le altre belle notizie sono in qualche modo cancellate da questa notizia: che in Gesù Cristo, Dio si è fatto vicino agli uomini come Salvatore. «Il tempo è compiuto e il regno di Dio si è fatto vicino», «Convertitevi e credete al Vangelo», così predicava Gesù. «Il tempo è compiuto» s’intende il tempo della salvezza, cioè Dio si è fatto vicino come Salvatore e potete quindi fin da ora sperimentare la gioia e la consolazione della presenza di Dio accanto a voi come sostegno di speranza e di gioia.

Il «Vangelo» secondo Isaia si presenta come un evangelizzatore perché annunciava a Israele in esilio il ritorno in patria. Forse ricordate il testo più famoso che parla proprio di Vangelo nel cap. 52 di Isaia, dove il Profeta dice:

[7] Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi (di vangeli) che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza, che dice a Sion: «Regna il tuo Dio».

Questo è l’evangelizzatore, che va a Gerusalemme e porta la notizia: «Dio sta per tornare», e vuole dire che stanno per tornare gli esiliati accompagnati e preceduti dal Signore stesso.

Ma questo Vangelo, il Vangelo del ritorno, diventa per noi il Vangelo di quella novità, di quella conversione che ci viene offerta in Gesù Cristo. In Gesù Cristo Dio si è fatto vicino, uomo, e l’uomo ritorna dal suo esilio, da quell’esilio che è il peccato e la lontananza da Dio; può ritornare alla comunione piena con il Signore.

Per questo, dice Paolo: «Io non mi vergogno del Vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede». E «Potenza di Dio» vuole dire che, quando S. Paolo va a predicare il Vangelo, non fa semplicemente la comunicazione di una notizia, come può fare uno speaker del telegiornale che ci dice le ultime tasse che si debbono pagare; questa è una notizia che viene semplicemente trasmessa, comunicata dallo speaker. L’evangelizzatore non fa una semplice comunicazione di notizia, ma la parola che dice è Parola di Dio, quindi efficace, una parola che fa quello che dice nel momento stesso in cui è pronunciata.

La Parola di Dio è parola creatrice; quando Dio disse: «Sia la luce», la luce fu. La Parola di Dio è come la pioggia e la neve che scendono dal cielo e che non vi ritornano senza prima avere irrigato la terra perché diventi feconda e porti frutto. La Parola di Dio è così.

La Parola di Cristo è una parola efficace; quando dice: «Ti sono rimessi i tuoi peccati» o quando dice: «Alzati e cammina», con quelle parole Gesù opera il perdono e la guarigione della persona che ha davanti. Parola efficace.

E lo stesso, pari pari, vale per la parola del predicatore.

Quando un predicatore annuncia quello che pare a lui, non vuole dire niente, la sua parola ha la forza che viene dalla sua intelligenza e basta; quando Paolo o quando un predicatore annuncia il Vangelo, annuncia quindi una parola che non ha inventato lui, ma che è la Parola di Dio, in quel caso la parola dell’evangelizzatore diventa parola efficace.

  1. Paolo scrive ai cristiani di Tessalonica (1 Ts 2, 13):

[13] Noi ringraziamo Dio continuamente perché, avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione, l’avete accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che credete.

«Avete ricevuto la parola della predicazione da noi» s’intende da Paolo e non di Paolo, quella parola veniva da Dio, era la Parola di Dio, per questo era efficace. Per questo Paolo può dire:

«lo non mi vergogno del Vangelo».

Per quanto il Vangelo sia una piccola parola dal punto di vista esterno, una piccola parola che si presenta con molti limiti, di solito il predicatore non è un gran filosofo, capace di portare delle stupende motivazioni metafisiche per indicare la verità di quello che dice; il predicatore, il prete è una povera persona e il Vangelo l’annuncia così come può, con molti limiti, ma nonostante questo, dice Paolo, «non mi vergogno del Vangelo».

Il Vangelo non fa brutta figura né davanti alla filosofia, né davanti alle potenze del mondo. Perché? Perché, per quanto il Vangelo sia povero nel predicatore, è forte in quel «IO» da cui proviene.

Voglio dire: il Vangelo ha la forza di cambiare il mondo, ha la forza di salvare il mondo; dice Paolo, per questo «non mi vergogno», non rimarrò deluso dall’annuncio del Vangelo; so che porta dentro di se l’energia stessa di Dio.

Per fare che cosa? «È potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco».

Il Vangelo ha come unico scopo la salvezza dell’uomo; non ha due scopi: la salvezza o la dannazione, ma lo scopo del Vangelo è solo la salvezza. Quello che Dio vuole, e desidera è solo la salvezza dell’uomo, e quello che Dio offre nel Vangelo è unicamente la salvezza.

Forse ricordate quell’episodio che abbiamo richiamato altre volte, all’inizio del Vangelo di Luca si parla di una predica, che Gesù tiene nella sinagoga di Nazaret. È la sua prima predica nel Vangelo secondo Luca. Entra nella sinagoga, legge il capitolo 61 di Isaia e poi lo spiega.

Il cap. 61 di Isaia dice (Lc 4, 18-19):

[18] Lo spirito del Signore Dio è sopra di me per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri il Vangelo, per proclamare ai prigionieri la liberazione, ai ciechi la vista, per rimettere in libertà gli oppressi

[19] e predicare un anno di grazia del Signore.

Qui Gesù ferma la sua lettura. Ha letto Isaia 61 e si è fermato lì e si è fermato a metà di un versetto, non ha letto la seconda metà la quale diceva: «per proclamare l’anno di grazia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio».

Isaia diceva tutte e due: l’anno di misericordia, il giorno della vendetta; Gesù ha detto solo la prima parte e lì si è fermato, poi si è messo a sedere e ha spiegato a quelli che l’ascoltavano; «Oggi si è compiuta questa parola che voi avete udito con i vostri orecchi».

Il Vangelo annuncia l’anno di misericordia del Signore, l’anno di giubileo, l’anno di remissione dei peccati, l’anno in cui vengono cancellati tutti i debiti, l’anno in cui all’uomo vengono tolte tutte le macchie, tutti i pesi, l’anno in cui l’uomo viene ricreato come il primo giorno della creazione, quindi bello come lo aveva fatto bello Dio. Quell’anno lì si realizza adesso quando Gesù predica, perché Gesù predica.

Questo non vuole dire che non c’è il giudizio: il giudizio verrà, ma il Vangelo è il Vangelo della salvezza. Il giudizio verrà semplicemente perché l’uomo può anche rifiutare il Vangelo; non viene come effetto del Vangelo, viene come rifiuto del Vangelo da parte dell’uomo. L’uomo può anche dire di no, ma Dio lo lascia libero perché vuole un collaboratore, non uno schiavo e si appella alla sua libertà, non gli impone dei pesi. L’uomo può anche rispondere di no e in questo modo c’è la possibilità tragica della dannazione e quindi del fallimento della propria vita.

Ma non è quello che Dio vuole, non è lo scopo del Vangelo e tanto meno una delle intenzioni di Dio, perché Dio ne ha una sola: il Vangelo è per la salvezza di chiunque crede, e «di chiunque crede» vuole dire che, di fronte al Vangelo, per fortuna, gli uomini sono tutti nella medesima condizione, perché il Vangelo è un dono.

Se il Vangelo fosse qualche cosa che l’uomo deve raggiungere con la sua intelligenza, ci sarebbero delle persone più fortunate: tanto più uno è intelligente, tanto più capirebbe il Vangelo. Se il Vangelo fosse qualche cosa da raggiungere con delle pratiche ascetiche, ci sarebbero delle persone più capaci di altre, persone nate in una famiglia dove hanno ricevuto capacità particolari o che hanno nel codice genetico una tendenza particolare all’ascesi, e sarebbero più fortunate.

Ma il Vangelo non è questo. Non viene né dall’intelligenza, né dallo sforzo dell’uomo viene dalla grazia di Dio.

E quello che all’uomo viene chiesto è semplicemente riceverlo, lasciarsi salvare. Quindi abbia poca o molta intelligenza, poca o molta educazione, strutture sociali, economiche ecc., questo non cambia niente, basta che l’uomo sappia dire di sì; in questo gli uomini sono tutti uguali.

Nel fare qualche cosa, s’intende, gli uomini sono diversi, ma nel ricevere tutti sono nella medesima condizione: possono ricevere il dono di Dio. li Vangelo è questo, per tutti, non esclude nessuno perché è pura grazia del Signore.

E Paolo continua: «per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco. È in esso (cioè nel Vangelo) che si rivela la giustizia di Dio di fede in fede, come sta scritto: Il giusto vivrà mediante la fede».

Nel Vangelo si rivela la giustizia di Dio, e qui, naturalmente, c’è un piccolo mistero, perché il termine ‘giustizia’, quando viene applicato a Dio, in italiano nel nostro modo di parlare, non è molto gradevole; della giustizia di Dio noi tendiamo ad avere paura. Noi desideriamo la misericordia e la bontà di Dio, ma la giustizia ci fa paura.

Ma non sembra che questa sia la prospettiva di Paolo, perché dice: il Vangelo è per la salvezza, nel Vangelo si rivela la giustizia di Dio. E di fatto, stranamente, la giustizia di cui parla S. Paolo, la giustizia di Dio di cui parla tutta la Bibbia, è quella che si chiama la «giustizia salvifica».

E quello che è tipico della giustizia di Dio è il perdono del peccatore.

Noi siamo abituati a dire che Dio perdona perché è misericordioso, ma che Dio poi condanna perché è giusto. Ora questo non è il modo di parlare di S. Paolo e tanto meno il modo di parlare di tutta la Bibbia.

Nella Bibbia l’uomo, il peccatore, si appella alla giustizia di Dio per ricevere il perdono. La giustizia di Dio non è la giustizia del giudice: il giudice è quello che, avendo davanti a se una persona, valuta se quella è colpevole o innocente; se è colpevole e il giudice è giusto, lo sbatte in galera, se è innocente lo manda assolto. Questa è la giustizia che si chiama distributiva, che distribuisce premi o castighi secondo i meriti delle persone.

Ma Dio, è giusto in un altro modo.

Dio è fatto a modo suo e la sua giustizia è notevolmente diversa dalla nostra.

La giustizia di Dio, dice S. Paolo, è quella giustizia per cui Dio perdona il colpevole.

Nel Salmo (142) 143, Salmo che usiamo generalmente nella liturgia dei defunti, c’è una preghiera di questo genere: «Signore, ascolta la mia preghiera, porgi l’orecchio alla mia supplica, tu che sei fedele, e per la tua giustizia rispondimi».

Uno direbbe: «uno che prega così è una persona che sa di essere innocente e allora si appella alla giustizia di Dio». E invece no. Continua:

«Non chiamare in giudizio il tuo servo: nessun vivente davanti a te è giusto».

Una persona che prega così riconosce di non essere giusto davanti a Dio, però fa appello alla giustizia di Dio, perché la giustizia di Dio è lo stesso che la fedeltà di Dio.

La giustizia di Dio non vuol dire che Dio ha dei doveri nei miei confronti, che ha l’obbligo di salvarmi; nei nostri confronti Dio non ha alcun obbligo, anzi noi ci presentiamo davanti a Lui come dei peccatori che non hanno meriti di nessun genere da accampare.

Ma Dio vuol essere giusto verso se stesso, non verso di noi. Dio, nel momento in cui perdona il peccatore, rivela la profondità, la grandezza, la gratuità del suo amore. Non c’è un momento in cui Dio sia così Dio, sia cosa se stesso, come quando perdona il peccatore, perché in quel momento Dio fa vedere la sua forza che supera ogni peccato o miseria o egoismo dell’uomo. È il momento in cui Dio fa vedere che non è stato vinto, che i nostri peccati non hanno rovinato il suo piano di salvezza e non gli hanno impedito la realizzazione delle sue promesse.

Dio ha fatto delle promesse e le realizza nonostante il nostro peccato. Il senso della giustizia di Dio è quello di una salvezza vittoriosa nei confronti di tutti limiti e di tutte le povertà umane.

«O Dio, che manifesti la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono», diciamo noi, oppure scrive San Luca: «Siate misericordiosi come misericordioso è il Padre vostro celeste».

In che cosa consiste la perfezione di Dio, la sua giustizia?

Nella misericordia.

Quando Dio usa misericordia, fa vedere la grandezza della sua fedeltà, che non si lascia vincere dai nostri limiti e che non risponde con una reazione cattiva e aspra alle nostre infedeltà, ma che le vince con il suo perdono.

Ancora Isaia: «Così dice il Signore: Osservate il diritto e praticate la giustizia, perché prossima a venire è la mia salvezza; la mia giustizia sta per rivelarsi», dove le due parole salvezza e giustizia dicono la stessa cosa.

Questo non vuole dire, e lo ripeto, che non ci sia il giudizio e la possibilità della condanna, ma la condanna la Bibbia l’attribuisce all’ira di Dio, non alla giustizia. Alla giustizia viene attribuito il perdono, la bontà, la fedeltà, la vittoria di Dio sul male dell’uomo e nel Vangelo c’è la giustizia di Dio che è la rivelazione di un amore infinito di Dio che si rivolge all’uomo e che lo salva o, se volete, usando le parole di Paolo, che lo giustifica.

«Lo giustifica» vuol dire che lo rende giusto.

Anche questo in italiano non corrisponde bene, perché giustificare, in italiano, significa scusa: se uno sta a casa da scuola, porta la giustificazione, che è una scusa con cui si spiegano i motivi dell’assenza.

Niente di tutto questo.

La giustificazione nella Bibbia non scusa nessuno, ma perdona; vuole dire che un uomo che era peccatore viene reso giusto, gli viene cambiato il cuore. Non è un fatto giuridico, è un fatto reale e profondo che scende nel centro della persona e che cambia l’atteggiamento di fondo dell’uomo. La giustificazione è questo.

L’uomo peccatore Dio lo rende giusto, non perché l’uomo se lo meriti, ma perché Dio è fedele, o se volete, perché Dio è giusto verso le sue promesse: ha fatto una promessa e non se la rimangia, ha annunciato la salvezza e la realizza, per questo Dio è giusto.

E come voi sapete, uno dei temi fondamentali del Vangelo di S. Paolo è proprio quello della giustificazione mediante la fede:

«È in esso che si rivela la giustizia di Dio di fede in fede, come sta scritto: «“Il giusto vivrà mediante la fede”».

Ci sarebbero molte cose, un tantino complicate, da dire, però alcune di esse credo sia indispensabile che io tenti di spiegarle.

Che cosa vuol dire S. Paolo? Vuol dire che l’uomo concreto è davanti a Dio nella condizione di peccatore, e questo uomo concreto ha bisogno di giustizia. Questa giustizia l’uomo peccatore non riesce a costruirsela con le sue mani, anche se ci mette tutto l’impegno e tutta la buona volontà. Questa giustizia l’uomo peccatore la deve ricevere come un dono da parte del Signore.

Praticamente, è quello che ricordavamo questa mattina, quando S. Paolo nella lettera ai Filippesi diceva: Non mi interessa più la mia giustizia conquistata attraverso le mie opere, mi interessa invece la giustizia che Dio mi regala attraverso Gesù Cristo; mi interessa il dono della giustizia di Dio.

Ora, se voi ci pensate, questa è una piccolissima cosa, ma che ha delle conseguenze enormi nel modo di pensare la fede e nel modo di pensare la vita cristiana.

Prendiamo il discorso alla larga. Un po’ lo abbiamo già fatto, ma riassumo cose che negli altri anni abbiamo mescolato e messo in situazioni diverse. Partiamo dalla condizione dell’uomo che ha una specie di inclinazione istintiva a giustificarsi. Tutti noi abbiamo dentro al cuore la voglia di apparire giusti, quindi il bisogno di giustificarci, per cui, se è successo qualche cosa, la prima tendenza dell’uomo è dire: «Non è colpa mia!».

Quindi io sono giusto rispetto a questo pasticcio che è capitato, e alzi la mano chi non si giustifica mai.

Chi di fronte ad una accusa o ad una critica, non ha subito venti argomenti per dire che quella critica è sbagliata, perché lui le sue prove ce le ha? Io ho i miei motivi, quindi posso portare tutta una serie di motivazioni, per cui il mio comportamento – credo – era corretto.

Siccome io vivo in mezzo agli altri, e vivendo in mezzo agli altri, obbligo gli altri a sopportare la mia faccia, ad accettare il mio modo di parlare, le mie necessità e i miei bisogni ecc., io, di I fronte agli altri, mi trovo ad avere un atteggiamento di imbarazzo e ho bisogno di giustificare la mia presenza, ho bisogno di trovare qualche motivo per sentirmi utile, importante, simpatico, credibile, desiderabile, e tutte queste cose.

Certamente se io vivo in mezzo agli altri io produco dei rifiuti, inquino il mondo, perché ogni persona che vive inquina un pochino il mondo; bene, io ho bisogno di trovare dei motivi per cui, se è vero che inquino il mondo, sono però così intelligente, simpatico, bravo e bello che ne vale la pena. Un pochino di inquinamento è giustificato da tutto il bene che io porto nel mondo.

Ora questo atteggiamento entra spesso nella vita religiosa. Era l’atteggiamento dei farisei. Il fariseo come fa’ a vivere la sua vita religiosa? Nel moltiplicare le opere. Io sono un povero uomo, però oggi ho osservato tutti i comandamenti; con questa buona volontà posso fare un elenco di tutte le opere e prestazioni, che io presento davanti al Signore.

Alla fine della giornata mi sento giustificato.

In questo, però, la vita religiosa che cosa diventa?

Un moltiplicare le Opere senza essere mai tranquilli, perché uno non sa mai se ne ha fatte abbastanza: se ne ha fatte 12, forse ne poteva fare 15, e se ne ha fatte 15, forse ne doveva fare 19 e così via; e chi lo sa quante sono le cose che Dio vuole dall’uomo, e se, alla fine della giornata, ha fatto tutte le cose che Dio voleva da lui? L’uomo non arriva mai a questa sicurezza.

La sicurezza di essere giusto davanti a Dio l’uomo non l’avrà mai.

Allora l’uomo religioso che cerca una giustificazione nelle sue opere, vivrà continuamente nell’angoscia, non troverà mai la pace, perché non troverà mai la sicurezza davanti a Dio.

Ma il discorso di Paolo è un altro: Ma tu non hai bisogno di essere giusto davanti a Dio, la giustizia te la regala Lui, prendila come un dono. Non hai bisogno di moltiplicare le opere all’infinito; Dio la giustizia te la dà gratis. Tutte le opere tu falle, ma non farle per sentirti giusto. Fa le opere perché è bello farle per il Signore, perché il Signore le merita, perché è bello farle per gli altri e mettere la propria vita al loro servizio.

Falle per questo.

Non per dire, alla fine, di essere giusto e bravo.

Non sei né giusto né bravo, ma il Signore ti rende giusto per amore.

In questo modo la giustificazione mediante la fede, cioè mediante la grazia, vuol dire che la giustizia è un dono e nulla di altro.

La giustizia è un dono, e questo ci dovrebbe rendere liberi.

Noi abbiamo delle preoccupazioni enormi di essere utili, e questo lo si capisce dal punto di vista psicologico: che uno abbia la preoccupazione di essere utile, che cerchi di esserlo, ma bisognerebbe anche essere liberi da questo bisogno, perché l’essere utile, facendo chissà cosa, non si trasformi in angoscia.

Fai le cose che riesci a fare, e tutto quello che riesci a fare, fallo per amore del Signore e per l’amore per gli altri e poi basta. Lascia tutto nelle mani del Signore; è il Signore che ti ha reso giusto, che ti tiene in mano con il suo amore; la tua vita è circondata dall’amore di Dio e l’amore di Dio è sufficiente a sostenerti.

Un bambino non è ancora capace né di lavorare né di fare grandi opere, ma la sua vita è giustificata perché ci sono dei genitori che gli vogliono bene. Basta quello, basta che ci sia un sorriso di un papà o di una mamma perché un bambino si senta, a suo agio nel mondo e sia libero; non ha bisogno di raccomandazioni: c’è l’amore dei suoi genitori che dà valore alla sua vita.

C’è il sorriso di Dio che dà valore alla vita di ogni persona. Dio, quando ti guarda, sorride, è contento che tu ci sia e prima di quello che fai, semplicemente perché ti chiami Antonio, Luisa, Filippo, cioè per quello che è il tuo nome, per quella che è la tua identità interiore, per questo il Signore ti guarda e sorride ed è contento che tu ci sia.

Allora, lasciati avvolgere da questo sorriso del Signore, non cercare delle giustificazioni, cerca solo di dare quello che puoi per il Signore, perché è bello amarlo per gli altri, perché è giusto servirlo con libertà interiore e libertà anche delle proprie opere.

Intendete bene questo: non vuol dire che non le dobbiamo fare, le opere nella vita cristiana sono importanti, ma non le dobbiamo fare con l’ossessione di ottenere in questo la nostra giustizia, il nostro passaporto davanti a Dio. Il passaporto Dio ce lo dà gratis, dopo gli diamo tutto quello che possiamo. È chiaro che se davvero crediamo nell’amore del Signore, nella giustizia e fedeltà con cui il Signore ci ama, faremo le cose per Lui, apriremo la nostra vita a Lui, cercheremo di fare quello che gli è gradito, ma, appunto, una volta resi liberi dal Signore.

Naturalmente liberi: liberi è ancora una specie di traguardo. È difficile che una persona raggiunga una perfetta libertà interiore perché è difficile che una persona raggiunga una fede perfetta, una trasparenza così grande da far entrare dentro alla sua vita l’amore del Signore che lo sostiene, lo avvolge lo protegge, per cui non ha più paura di niente e di nessuno, non degli altri né di se stesso, né dei suoi limiti. Raggiungere questo è molto difficile.

Però la via della fede è una via di libertà, una via in cui l’uomo è staccato dal bisogno di realizzare o difendere o proteggere o raccomandare se stesso davanti a Dio, perché davanti a Dio la sua salvezza è già donata, la sua gradevolezza è affermata.

Questo è il motivo per cui il Vangelo è così forte: «Io non mi vergogno del Vangelo (dice Paolo) perché so che il Vangelo è potenza di Dio capace di salvare chiunque crede, prima il Giudeo, poi il Greco».

Vuole dire che il Vangelo è una piccola parola che libera la struttura portante del mondo. Provo a spiegarmi: l’amore di Dio è quello che ha creato il mondo; l’amore di Dio è quello che ha creato ciascuno di noi e l’amore di Dio sta dentro a tutte le realtà, a tutto quello che esiste, solo che dentro a queste realtà non è sempre facile vedercelo.

Io guardo il mare, e non faccio una grande fatica a vedere nel mare di Bocca di Magra un segno dell’amore di Dio. Ma non sempre il mare è gradevole e attraente come il Tirreno, il mar Ligure in questi giorni; a volte il mare è spaventoso, è pericoloso e minaccioso. Il mondo che abbiamo intorno è in alcuni momenti bello, ma in altri spaventoso.

Che cosa mi dice il mondo?

Mi parla di amore o di indifferenza? La natura mi vuole bene o mi è matrigna, quindi indifferente alla mia sorte? Non e poi così facile decidere quale delle due è la visione giusta; se posso fidarmi di un amore che mi sostiene o se debbo mettermi in un atteggiamento di diffidenza davanti alla vita, perché la vita mi può tradire e, a volte, mi ha tradito, perché il mondo mi ha schiacciato o, un giorno o l’altro, mi schiaccerà. Non è così chiaro che debbo scegliere e riconoscere l’amore.

Questo mi dice il Vangelo.

Il Vangelo mi dice che «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito».

Vuol dire che il Creatore del mondo ha nei miei confronti, nei confronti di ciascuno di voi un atteggiamento di amore e di benevolenza, ha un atteggiamento di bontà, di misericordia, di fedeltà.

Il Vangelo mi dice che io posso affidarmi all’amore di Dio in questo mondo, anche se la vita nel mondo passa attraverso tanti distacchi o sofferenze, anche se la vita nel mondo dovrà fare i conti con la morte nell’esperienza umana. Nonostante questo il Vangelo mi dice che posso ritrovare nel mondo un segno dell’amore di Dio.

Posso vivere francescanamente: S. Francesco, da questo punto di vista, è un poeta, è una persona che ha nei confronti del mondo che lo circonda un atteggiamento di fiducia. Dà fiducia alle cose, addirittura al lupo di Gubbio. Sarà esagerato questo, ma se qualcuno riesce (senza essere santi), credo sia qualcosa di estremo e di radicale. Però un atteggiamento iniziale profondo di fiducia è possibile.

Fiducia nella vita, negli altri, in se stessi: ci sta anche questo ed entra dentro alla dimensione della fede.

Il fatto che noi impariamo a voler bene a noi stessi, ad accettarci, ad aver fiducia in noi stessi è tutt’altro che autosufficienza, che non vuol dire affermarsi contro, ma che vuole farci ritrovare questa struttura di amore che sta in fondo alla vita dell’uomo molte volte nascosta e resa oscura dagli avvenimenti. L’amore di Dio non si vede sempre chiaramente negli avvenimenti, però il Vangelo lo libera, lo fa vedere; il Vangelo ti aiuta a ritrovare la presenza dell’amore di Dio che è in tutta la natura, in tutta la storia, in tutta la struttura dell’uomo, in tutto il cammino culturale che l’uomo vive sulla terra.

In questo senso il Vangelo diventa una chiave di interpretazione della realtà, una chiave non fantastica, perché fa riferimento a dei fatti concreti come la vita e la morte di Gesù Cristo, come la realtà del mondo che mi circonda, quindi non illusoria, però certamente una interpretazione che va nella direzione della fiducia, della positività.

Posso avere nei confronti del mondo un atteggiamento vitale di fiducia, che non è una fiducia nelle cose in se, ma fiducia in quel Dio che ha creato le cose, fiducia nelle cose in quanto creature del Signore, e quindi fiducia nella possibilità di rispondere a Dio con la mia vita.

Non so se questo discorso sia stato un pochino complicato. In ogni modo abbiamo due versetti da imparare: (Rm 1, 16-17)

Io non mi vergogno del Vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco. È in esso – cioè del Vangelo – che si rivela la giustizia di Dio di fede in fede, come sta scritto (e questa è una citazione di Abacuc): Il giusto vivrà mediante la fede

E abbiamo detto questo: Ritrovare la gioia del Vangelo come una bella notizia:

c’è una bella notizia per noi, una bella notizia perché produce la salvezza.

Il Vangelo, dicevamo, non è solo una notizia verbale, ma è una forza di Dio che produce la salvezza, e solo la salvezza; la dannazione è possibile, ma solo come rifiuto del Vangelo stesso.

In che cosa consiste questa salvezza? Nella giustizia di Dio che dona gratuitamente a tutti gli uomini, attraverso Gesù Cristo, il perdono, la giustificazione, la giustizia, per cui l’uomo non ha più bisogno di procurarsi la giustizia con le sue opere, deve piuttosto accogliere la giustizia da Dio, quindi con la fede lasciarsi salvare.

Questo non vuole dire che le opere non siano da fare, vuole dire piuttosto che le opere scaturiscono dalla grazia di Dio come risposta a questa grazia stessa.

Proprio perché il Signore mi perdona, posso vivere in modo non egoistico, non pensando a me stesso, perché ci ha già pensato il Signore, e se uno vive in modo non egoistico, fa esattamente le opere dell’amore, perché amore e egoismo sono agli antipodi.

Fino a che mi preoccupo di me stesso, sono egoista e tutte le cose, alla fine, le faccio per me; quando smetto di preoccuparmi per me stesso, allora vengono fuori delle opere che sono libere, sono di amore autentico al Signore e agli altri. Quando questo avviene, il Vangelo ha liberato quella potenza di amore di Dio che sta dentro al mondo e mi ha aiutato a ritrovare la sicurezza della mia vita in un mondo che vedo non solo con gli occhi di chi vede dall’esterno, come gli occhi di uno scienziato o cose del genere, ma con gli occhi di chi vede nel mondo la creazione di Dio, quindi il segno dell’amore di Dio per me.

Ritrovare questo, vuol dire ritrovare il fondamento di una libertà interiore. La fede produce una vita libera, vuole produrre una vita libera.

Vedremo domani quello che viene come conseguenza.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.

AFFERRATO DA CRISTO – 1

Bocca di Magra – 1-2-3 novembre 1991

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Afferrato da Cristo

1ª Meditazione
Raggiunto da Gesù Cristo
La vocazione di Paolo

Preghiera:

[1,3] Mio Dio, ti ringrazio ogni volta che mi ricordo degli amici tuoi i cui sentieri si incrociano col mio.

[4] Sempre, in ogni mia preghiera per loro avverto un brivido di gioia.

[5] Sono riconoscente per la loro cooperazione alla diffusione del Vangelo.

[6] E sono persuaso che avendo incominciato in loro una buona opera, la completerai.

[7] Uno per uno li porto nel cuore, perché tutti sono partecipi della grazia, insieme a me,’ pronti a difendere e consolidare il tuo Vangelo.

(…)

[9] Ti prego che il !oro amore sempre di più si arricchisca in conoscenza e in ogni esperienza

[10] per saggiare le cose diverse, per essere onesti e irreprensibili nel giorno del giudizio e della ricompensa.

[11] Che tutti noi possiamo essere ricolmi di quei frutti di giustizia, ottenibili mediante te, Cristo Gesù, a lode e gloria di tuo Padre.

da “NEL SIGNORE GESÙ” – Hilsdale – EP

(dalla lettera al Filippesi cap. 1)

Questa preghiera, che corrisponde all’inizio della lettera ai Filippesi, ci serve da ingresso negli esercizi spirituali.

Sono questi esercizi spirituali un cammino che facciamo per crescere nella conoscenza e nell’esperienza delle cose del Signore. E perché quel cammino che il Signore ha iniziato nella nostra vita possa portarlo a compimento, lo affidiamo a Lui e ci affidiamo gli uni agli altri nella grazia del Signore. Cioè S. Paolo prega per i cristiani di Filippi. e sente di essere responsabile nei loro confronti, e credo che questa responsabilità ce l’abbiamo tutti, gli uni nei confronti degli altri. Il Signore ha creato dei legami tra noi, che sono legami di conoscenza, di simpatia, di amicizia, ma che, in ogni modo sono legami di fede.

Bene, questi legami ci fanno sentire sostenuti dalle persone degli altri e ci danno la responsabilità nei loro confronti. Di fatto, se gli esercizi vanno bene, andranno bene per la collaborazione di tutti.

Ci sarà il predicatore che tenterà di fare la sua parte, ma non basta certamente: è importante che ciascuno ci metta il suo desiderio di ricercare e di conoscere il Signore e che ci metta anche il senso di attenzione al cammino degli altri, per aiutarci gli uni gli altri con la preghiera e con la testimonianza.

Il cammino che faremo quest’anno negli esercizi spirituali si lascerà guidare soprattutto dalla persona di Paolo, dal messaggio di Paolo.

Come itinerario di fede, come vedrete, tutto il nucleo del pensiero Paolino gira intorno a questa affermazione di fondo: “che la vita cristiana è grazia di Dio da ricevere nella fede, quindi con una disponibilità del cuore che si lascia cercare e salvare dal Signore”. Su questo tenteremo di meditare seguendo appunto le lettere di S. Paolo. E partiamo (perché credo che non si possa partire in modo diverso) da una meditazione sulla conversione di S. Paolo.

La conversione è il momento decisivo della sua vita, non solo perché da quel momento cambieranno i suoi giudizi, ma perché tutto quello che Paolo dirà in seguito, tutta la sua teologia in riflessione, avrà proprio nell’esperienza della conversione il suo germe, il suo seme. Paolo fondamentalmente, non ha fatto altro che riflettere su quell’incontro che ha avuto con il Signore sulla via di Damasco, e ricavare da quell’incontro tutte le conseguenze possibili.

Forse ricordate che S. Agostino dice che, sulla via di Damasco, Paolo ha scoperto il corpo mistico di Cristo, che la Chiesa è il corpo mistico di Cristo. E uno si chiede: “ma come?”

Eh, dice S. Agostino, quando Paolo ha incontrato il Signore, Lui gli ha detto: “Io sono il Gesù che tu perseguiti”. Ma Paolo mica perseguitava Gesù, non l’aveva neanche conosciuto di persona: perseguitava la comunità di Gesù.

Se, dunque, perseguitando la comunità di Gesù ha perseguitato il Signore, vuole dire che la comunità è il corpo del Signore, il corpo di Cristo: Paolo l’ha capito. Quello che vale per la dottrina Paolina del corpo mistico (che è uno dei suoi grandi temi teologici) vale per molte cose: la giustificazione mediante la fede, su cui torneremo, un tema così importante per S. Paolo: più chiaro di così…!

Sulla via di Damasco che meriti aveva S. Paolo, perché il Signore gli andasse incontro e lo chiamasse a seguirlo: era il persecutore, era esattamente dall’altra parte, non aveva nessun merito, non poteva pretendere niente.

Ma sulla via di Damasco il Signore l’ha chiamato, per grazia, per pura grazia, senza merito alcuno da parte di Paolo, semplicemente perché il Signore è buono ed è ricco di grazia e di misericordia.

Paolo, quindi, ha scoperto che l’esistenza della fede è l’esistenza del dono, della grazia.

Quindi, credo, bisogna partire di lì, e in particolare partiamo dal brano più significativo in cui Paolo parla della sua conversione. Sono quattro o cinque i brani delle lettere di S. Paolo in cui l’apostolo ricorda l’esperienza sulla via di Damasco, a parte, s’intende, il racconto della conversione che negli Atti degli Apostoli è fatto addirittura tre volte: ma quello è S. Luca che racconta.

A noi, invece, interessa quello che dice Paolo di se stesso.

Il primo testo importante, quello che dovete imparare a memoria per questa meditazione, è il capitolo terzo della lettera ai Filippesi, nei versetti dal 3 in poi. Non è facilissimo, ma le cose centrali credo che siano comprensibili e tenteremo anche di spiegarle.

Dice Paolo (Fil 3, 3-14):

[3] Siamo infatti noi i veri circoncisi, noi che rendiamo il culto mossi dallo Spirito di Dio e ci gloriamo in Cristo Gesù, senza avere fiducia nella carne,

[4] sebbene io possa confidare anche nella carne. Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui: circonciso l’ottavo giorno, della stirpe di Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge;

[5] quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge.

[7] Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo della conoscenza di Cristo.

[8] Anzi, tutto ormai lo reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato Perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo

[9] e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede.

[10] E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte,

[11] con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti.

[12] Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo.

[13] Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro,

[14] corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù”.

Così scrive Paolo e racconta la sua esperienza di vita: il punto di partenza è quel capovolgimento che ha sperimentato sulla via di Damasco.

Qual era il punto di partenza?

Le doti di Paolo, le prerogative, i privilegi di cui Paolo gode per nascita e per impegno personale.

Per nascita Paolo è fortunatissimo: è un ebreo e di una delle tribù storiche di Israele, appartiene alla tribù di Beniamino, alla tribù da cui è uscito il primo re, Saul, quindi appartiene al nucleo centrale dell’esperienza di Israele.

“Ebreo da Ebrei”: quindi ebreo per nascita, perché i suoi genitori e i suo nonni erano ebrei, e fin qui sono privilegi che ha ricevuto per nascita, ma poi ci sono quelli che ci ha messo con il suo impegno.

Dice: “Fariseo quanto alla legge”: fariseo vuoi dire “consacrato”, vuoi dire che ha scelto di appartenere a quel gruppo di ebrei che si impegna ad una osservanza più stretta della legge. Il fariseismo è questo: e una parte di Israeliti che liberamente aderiscono ad un impegno legale più forte, per cui, se la legge comanda 27, i farisei fanno 32, per dire: “facciamo la legge e qualcosa di più che non è comandato, qualche cosa di super-erogatorio, per stare nel sicuro, per essere osservanti della legge in modo perfetto”.

Paolo è un fariseo e non solo, è “un persecutore della Chiesa”, tanto zelante per la fede da perseguitare quella che ritiene essere una eresia, uno scisma e, addirittura, “irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge”. Cioè, per quanto riguarda l’obbedienza ai comandamenti di Dio, non ha nessun rimprovero da farsi. Non credo che sia molto facile essere in una condizione religiosa come questa. “Io ho osservato la legge di Dio sempre, fin dalla mia giovinezza”.

Paolo ha ragione e gli dobbiamo riconoscere la coscienza buona, pulita; non sta barando, è veramente quello che ha sempre osservato la legge di Dio, con perseveranza e con impegno. Queste sono le sue prerogative, le sue sicurezze e, dal punto di vista religioso, Paolo può presentarsi davanti a Dio con delle buone credenziali, può andare davanti a Dio e dirgli: “Ho sempre osservato i tuoi comandamenti, non ho mai trasgredito una tua legge”.

Paolo può fare questo.

E, torno a dire, non sono molti gli uomini che possono fare e dire questo. Potete fare il confronto con il giovane ricco del Vangelo, quello che va incontro a Gesù. “Che cosa devo fare per avere la vita eterna?”. “Osserva i comandamenti”. “Li ho osservati fin dalla mia giovinezza”.

Per quanto riguarda la legge ha sempre fatto tutto quello che è raccomandato.

Potete fare il confronto con il fariseo della parabola. Nel cap. 18 di Luca si parla di un fariseo il quale va al Tempio a pregare e si presenta davanti al Signore dicendo: “O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri”.

Ed è vero che gli uomini sono così. “Non sono come gli altri uomini, neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana”.

Poi non era obbligatorio pagare la decima di tutto: le decime si pagavano solo su alcuni prodotti della terra, non su tutto quello che si possedeva. Questo fariseo, quindi, fa più di quanto era comandato. Si presenta davanti al Signore con le sue ricchezze umane e religiose.

Paolo è esattamente in quella condizione. Dice: “Se qualcuno può vantarsi della carne, io più di lui; se qualcuno può vantarsi delle sue capacità umane, io ancora di più” e, naturalmente, ci possiamo mettere nei panni di Paolo e ciascuno di noi può fare il conto delle sue sicurezze.

Per vivere qualche sicurezza bisogna averla. Voi, in che cosa avete messo la vostra sicurezza? Che cos’è che vi permette di vivere con un tantino di fiducia, portando il peso dell’incertezza del futuro o il peso del rapporto con gli altri? La virtù (questa era la sicurezza di Paolo) e ce ne sono delle altre: la posizione sociale è una sicurezza, la ricchezza, l’abilità, la cultura; ce ne sono chissà quante e ciascuno può fare un pochino l’esame delle sue.

“Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo della conoscenza di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Gesù Cristo, mio Signore, per il quale io ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivate dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede”.

Non è forse facilissimo il brano, ma credo che ci si salti fuori.

Paolo, sulla via di Damasco, ha capovolto radicalmente il suo modo di pensare e non perché fosse insoddisfatto di quello che era; della sua fedeltà alla legge Paolo era soddisfattissimo, tanto appunto da diventare persecutore della Chiesa. Non aveva dei sensi di colpa o cose di questo genere e però, sulla via di Damasco la sua vita è stata spezzata in modo inatteso; tutte le sue sicurezze sono andate in frantumi; tutto quello che dal punto di vista umano per lui era un guadagno, cioè una ricchezza, è diventato per lui una perdita. Non solo lo ha considerato un niente, ma lo ha considerato negativo.

Perché?

Perché tutto quello che dal punto di vista umano era un guadagno, era sorgente per lui di autosufficienza.

Io basto a me stesso, io sono così bravo che non ho bisogno di niente e di nessuno, che non ho bisogno neanche di Dio. Se io sono virtuoso, onesto e generoso, se io sono saggio, se io sono… (e metteteci tutti gli aggettivi che volete), che bisogno ho di Dio, che bisogno ho degli altri, che bisogno ho di Gesù Cristo? La sicurezza umana, anche la sicurezza della nostra virtù, cioè dell’uomo che si è dato da fare con una ascesi grande e che è arrivato a controllare il suo respiro, i suoi pensieri e le sue azioni, anche questa sicurezza dell’uomo che si è preso in mano (dal punto di vista spirituale) che cos’è?

Una forma di autosufficienza: non ho bisogno di niente, neanche di Dio.

Sulla via di Damasco è proprio questa autosufficienza che è andata in crisi.

Paolo dice: “Ho buttato via tutto quello che era la mia sicurezza, tutto quello che era il mio patrimonio personale, perché m’interessa qualcos’altro”.

Che cosa?

Non una giustizia derivante dalla legge, cioè dalle mie capacità, ma quella che deriva dalla fede, cioè dal dono della grazia di Dio, o se volete (è esattamente lo stesso) da dono di Gesù Cristo. Mi interessa Gesù Cristo.

Gesù Cristo è il dono di Dio all’uomo, è il perdono di Dio, è la redenzione, la grazia, è la salvezza di Dio. Metteteci tutti i sostantivi che volete: Gesù Cristo è tutto questo.

Bene, a me interessa riceverlo. Per riceverlo io ho bisogno di non essere autosufficiente, perché se io mi presento già come santo e perfetto non c’entra più Gesù Cristo nella mia vita.

Quello che è perfetto è concluso, non bisogna aggiungerci più niente; invece Paolo si rende conto di essere essenzialmente un bisognoso, un mendicante, un mendicante di vita e di giustizia.

Dice: Non mi interessa la mia giustizia, mi interessa quella che mi regala Gesù Cristo. Non mi interessa la mia santità, mi interessa la santità che mi regala Gesù Cristo. Non mi interessa la mia virtù autonoma, mi interessa la vita nuova che mi regala Gesù Cristo.

Questo è il cambiamento grande, che è il cambiamento della fede: avere fede vuole dire esattamente vivere di grazia, cioè vivere con la consapevolezza che la vita e la santità sono un dono del Signore, che non c’è un’autosufficienza in noi, ma che c’è invece una esperienza del ricevere che sta alla base di tutto quello che noi facciamo.

Se volete, per certi aspetti la questione è addirittura banale, perché dal punto di vista umano è evidente che prima uno riceve, e pare che nessuno sia stato in grado di decidere di nascere: lo ha deciso qualcun altro per lui, mettendolo al mondo. La vita si riceve.

Quello che vale per la vita fisica, vale per la santità, vale per la vita dello spirito. Anche questa l’uomo non se la costruisce. L’uomo la riceve in dono da Dio, poi, quando l’ha ricevuta, su questa base di vita potrà crescere, maturare, purificarsi, salire in alto e tutto quello che volete. Ma prima deve riceverla, deve passare da una vita considerata come possesso ad una vita considerata come grazia. È, dicevo, è il tipico della fede.

Abbiamo commentato qualche anno fa nel cap. 30 di Isaia al versetto 15, il brano famoso e stupendo, dove il Signore si rivolge ad Israele che cerca delle alleanze politiche, umane.

Gli Ebrei sono andati in Egitto per ottenere il suo sostegno militare contro l’Assiria, e questo tipo di comportamento a Dio non va giù, perché sembra al Signore che sia un abbandonarlo per andare a cercare aiuti umani. Dice (Is 30, 15-17):

[15] Poiché dice il Signore Dio, il Santo d’Israele: «Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza». Ma voi non avete voluto,

[16] anzi avete detto: «No, noi fuggiremo su cavalli». – Ebbene, fuggite! – «Cavalcheremo su destrieri veloci». – Ebbene, più veloci saranno i vostri inseguitori. –

[17] Mille si spaventeranno per la minaccia di uno, per la minaccia di cinque vi darete alla fuga, finché resti di voi qualcosa come un palo sulla cima di un monte e come un’asta sopra una collina.»

È il discorso fondamentale di Isaia.

Secondo Isaia l’uomo ha la possibilità di rimanere saldo nella vita solo attraverso l’atto di fede.

Certamente l’uomo può andare a cercare degli altri sostegni umani: i cavalli. Il cavallo è una sicurezza grande quando si combatte per sfuggire al nemico, perciò hanno detto gli Israeliti: “Noi fuggiremo su cavalli, noi vogliamo avere la sicurezza dei cavalli, cioè vogliamo avere la sicurezza degli strumenti umani, per difenderci dai nemici o da quelli che ci minacciano”. “Ebbene, fuggite!”.

Il che vuoi dire: Volete scegliere questa strada? Potete farlo, ma quello che ne verrà fuori sarà una vita che consiste nel fuggire sempre, perché, sfuggiti ad un pericolo ne incontrerete un altro, sfuggiti ad un secondo ne incontrerete un terzo, e all’infinito non farete altro che scappare. Fino a che non vi fermate e non vi appoggiate sul Signore, la vostra vita sarà una paura continua, e basterà una persona per spaventarne mille, cioè basteranno dei piccoli ostacoli per mettervi in ansia e in turbamento interiore. Anche le cose da niente vi spaventeranno.

C’è un’unica possibilità: nella conversione, nell’abbandono confidente, nel sapere, cioè, che c’è un amore di Dio che sostiene e che protegge la vostra vita.

Non potete sfruttare questo amore di Dio a vostro piacimento: dovete convertirvi, e convertirsi vuol dire cambiare davvero il modo di pensare e il modo di agire, e nella conversione potete stare nella confidenza, nell’abbandono, nella fiducia, nella sicurezza che vengono dal Signore.

Allora: da una vita vissuta come autodifesa (“no, noi fuggiremo su cavalli e correremo su destrieri veloci”) ad una vita dove la difesa fondamentale è affidata al Signore, e uno può vivere con quella fiducia, speranza e sicurezza che gli vengono da Lui.

Dicevo, è il passaggio da una vita considerata come un possesso mio ad una vita considerata come qualcosa che mi viene dal Signore, come un dono.

Lo abbiamo ricordato altre volte, quando il Signore chiama Abramo (Gen. 12) gli dice: “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela, dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti mostrerò”. Il Signore fa ad Abramo una proposta sorprendente perché gli dice: “Lascia una terra e ti darò una terra”. “Che cosa ci guadagno?” può dire Abramo. “Ci guadagni il Signore”.

La terra che tu lasci è la terra di Abramo, la terra che tu trovi è la terra di Dio. Lasci quello che è un possesso e ricevi quello che è un dono. Quello che c’è di nuovo nel dono e appunto l’amore di Dio.

Su quella terra che io ti do, tutte le volte che tirerai giù un grappolo di uva dalla vite, potrai dire: “Signore, grazie!”. E il dire: “Signore, grazie!” vuoi dire che ci sei tu, che c’è l’uva sulla vite, ma che c’è anche il Signore che la dà, ed è questa presenza del Signore che diventa la tua garanzia e la tua sicurezza. Le piccole cose della vita di tutti i giorni rimangono quelle; non è che in Palestina la frutta sia migliore, semplicemente diventa il dono del Signore. E tutto quello che ricevi, puoi donarlo, e nel momento in cui doni, vinci la tua solitudine e vinci la paura di doverti difendere sempre e comunque da tutto quello che sta intorno a te.

Allora, il cammino che Paolo ha fatto è questo.

Torno a leggere. Dice:

“Ho considerato tutte queste cose come spazzatura al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge”.

Questa mia giustizia, dice Paolo, non mi interessa più, quella che io mi sono procurato con l’osservanza della legge. Mi interessa la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede, cioè quella che è dono, di cui debbo ringraziare, che debbo ricevere nell’atto di fede, come colui che apre il suo cuore e si lascia raggiungere dall’amore e dalla bontà del Signore.

E questo, continua S. Paolo: “perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dei morti”.

E allora, questa esperienza di fede Paolo la prolunga nell’esperienza della conoscenza: il conoscere Gesù.

Conoscere Gesù vuol dire certamente la conoscenza esterna, conoscere quello che Gesù dice e fa; il che vuole poi dire: “Leggete il Vangelo!”, perché è nella lettura del Vangelo che si conosce Gesù, quello che dice e fa. Questo è fondamentale: se non si parte di li non succede niente di profondo. Bisogna partire di lì, dalla conoscenza esterna.

Naturalmente non basta la conoscenza esterna: uno può anche conoscere tutto il Vangelo a memoria e non conoscere Gesù Cristo, perché Gesù è persona, e il rapporto con Gesù Cristo è un rapporto di simpatia, di amicizia. Non basta conoscere quello che Gesù ha detto, bisogna conoscere quello che Gesù Cristo è. E questo richiede una sintonia spirituale, una comunicazione e un dialogo che diventi amicale, che diventi ricco dal punto di vista della condivisione, della compartecipazione.

Ma non basta nemmeno quello: la conoscenza di Gesù deve diventare conoscenza di fede.

Conoscenza di fede vuol dire imparare a vedere, diceva S. Paolo, la gloria di Dio sul volto di Gesù. Imparare a vedere sul volto umano di Gesù la bellezza e lo splendore di Dio stesso, la bellezza del suo amore, della sua santità, della sua misericordia.

Ecco dunque: conoscenza esterna: quello che ha detto e fatto; conoscenza interiore: quello che è come amico e interlocutore della nostra vita, ma quello che è come rivelatore di Dio, come immagine perfetta del Padre, colui che è pieno della pienezza della divinità.

Il volto misterioso di Dio per noi diventa conoscibile attraverso Gesù Cristo, perché: “il Verbo si è fatto carne e… noi abbiamo visto la sua gloria”.

Dall’atto di fede, quindi, inizia un cammino lungo, che è il cammino della conoscenza, che è un cammino che non finisce mai, perché la conoscenza di Gesù Cristo non è mai esaurita, così come non si esaurisce mai la conoscenza degli altri s’intende: una conoscenza personale, profonda delle persone non è mai esaurita.

La persona ha sempre in se una profondità di mistero che non riusciamo a cancellare, a superare, a vincere del tutto.

E quello che vale per gli altri vale certamente per Gesù Cristo, quindi una conoscenza che è progressiva, anzi, che diventa una conformità a Gesù Cristo, perché quella conoscenza che abbiamo del Signore non ci lascia a livello della conoscenza, ma ci rende partecipi dei suoi lineamenti, della sua fisionomia spirituale, della sua vita, per cui posso conoscere Lui, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti.

Conforme nella morte: quella che una volta si chiamava “formazione” viene proprio da termini come questo di S. Paolo. “Formazione” non vuol dire mettere addosso ad una persona uno stampo, una forma che lo costruisca dal punto di vista esterno; formazione vuol dire fare in modo che in una persona il cuore, l’interiorità, lo spirito si plasmi secondo la forma di Gesù Cristo, assomigli a Gesù Cristo con una conformità che è opera dello Spirito Santo.

La conoscenza del Signore, quindi, tende ad assimilarci a Lui, il che poi non è una cosa strana: pare che questo capiti in tutte le buone famiglie.

Quando un marito e una moglie si vogliono bene c’è una conformità che cresce: conformità non vuol dire che ciascuno perde la sua identità, al contrario! Ciascuno ritrova se stesso proprio nell’accoglienza dell’altro, nella somiglianza con l’altro. I santi assomigliano tutti, stranamente, a Gesù Cristo, ma sono così diversi l’uno dall’altro che è una cosa bellissima. Non hanno perso l’identità, non hanno perso la personalità (diremmo noi): l’hanno in fondo trovata proprio nel dialogo con il Signore, che mi fa essere pienamente me stesso, proprio perché mi pone di fronte alla ricchezza dell’amore, della verità e della santità.

E finalmente, continua S. Paolo; “Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo. Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù in Cristo Gesù”.

Dalla fede e dalla scelta di fede viene fuori, quindi, un’esistenza che Paolo paragona alla corsa. L’immagine che Paolo usa è simpatica.

Paolo si ritiene raggiunto da Gesù Cristo. “Raggiunto”, che è il senso proprio del verbo, è tradotto in italiano con “conquistato”. “lo sono stato raggiunto da Gesù Cristo”. E questo vuole dire che Gesù Cristo prima aveva corso lui, e nella sua corsa Gesù Cristo aveva un traguardo, si era proposto una meta, e questa meta era Paolo. Gesù Cristo voleva raggiungere Paolo, gli è corso dietro e lo ha raggiunto sulla via di Damasco. Gesù Cristo è stato più forte di Paolo da quel punto di vista, ha raggiunto quello che si era proposto come una sua meta.

Da quel momento le parti si sono capovolte, ed è Paolo che comincia a correre, e la meta di Paolo, adesso, è Gesù Cristo. È Paolo che corre dietro a Gesù Cristo perché lo vuole raggiungere, perché vuole arrivare a quella meta che è Gesù Cristo stesso.

Paolo è stato raggiunto, e questo è pura grazia; adesso corre, e questo è tutto il cammino della vita cristiana, ed è un cammino lungo e faticoso, è un cammino che chiederà a Paolo immensi sacrifici; dovrà fare dei pellegrinaggi che fanno impressione se uno ci pensa oggi. Dovrà attraversare tutto l’impero romano e lo dovrà attraversare in mezzo a fatiche e persecuzioni.

Se voi leggete nella seconda lettera ai Corinzi, alla fine del cap. 11, vi rendete conto che cosa Paolo abbia sopportato nel correre dietro a Gesù Cristo.

Ma ormai questa è diventata la sua vita. Paolo sa di non essere giunto, quindi non è l’arrogante che dice “ormai ho raggiunto la meta”, ma non è neanche il disperato che dice che “Gesù Cristo è troppo avanti, troppo in là, non lo raggiungerò mai”.

Corre, invece, con la fiducia di poter raggiungere Gesù Cristo.

Questa immagine della corsa la trovate all’inizio del cap. 12 della lettera agli Ebrei e ci fermiamo su questo.

Dopo una lunga presentazione della storia della salvezza come una storia della fede, la lettera agli Ebrei dice: “la fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono”. Avere fede, quindi vuol dire camminare nella vita sulla base della Parola di Dio, dando più importanza alla Parola di Dio, che è difficile da verificare, che non alle cose esterne, concrete, che sono immediate e verificabili. Sono vere le cose esterne, ma la Parola di Dio, per chi crede, è ancora più vera, ancora più solida e più sicura. Vivere di fede vuol dire vivere sulla base di questa convinzione, prendere la Parola di Dio come una roccia sulla quale l’uomo può fondare la sua sicurezza. Così hanno fatto in molti, dice il cap. 11 della lettera agli Ebrei, a cominciare dal giusto Abele, ma poi soprattutto Abramo, s’intende.

Il campione della fede è Abramo e con lui Sara, e c’è tutta una serie di personaggi che potete leggere nel cap. 11, che sono quelli che hanno dato buona prova di se, che hanno saputo sopportare anche persecuzioni, ostacoli, difficoltà, senza venire meno. Perché? Perché la Parola di Dio rimaneva, era sicura, solida anche in mezzo alle difficoltà.

Dopo aver fatto questa lunga carrellata di personaggi, l’autore della lettera agli Ebrei tira delle conseguenze.

Scrive questa lettera (che probabilmente doveva essere un’omelia, più che una lettera) perché i cristiani che aveva davanti erano stanchi, sfiduciati. Sentivano la fatica della vita cristiana così pesante da mollare lì, da non impegnarsi più di tanto, da rassegnarsi a quella che chiameremmo una mediocrità, non tanto aurea. Un comportamento poco significativo e, allora, l’autore della lettera agli Ebrei vuole in qualche modo dare un frustata che rimetta in cammino, che rigeneri la forza e la speranza. Per questo ha messo davanti il ritratto dei grandi della fede e di quello che loro hanno patito. Dirà ai cristiani a cui si rivolge:

“Badate che voi non avete ancora patito abbastanza; di fronte a quello che hanno patito gli altri, le vostre difficoltà e le vostre sofferenze sono minime, allora, coraggio, ripartite!”.

Così dice all’inizio del cap. 12 (Eb 12, 1-ss):[1] Anche noi dunque, circondati da un così grande numero di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci intralcia, corriamo con perseveranza nella corsa,

[2] tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli, in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia, e si è assiso alla destra del trono di Dio.

[3] Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di se una cosa grande ostilità da parte dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo.

[4] Non avete ancora resistito fino al sangue nella vostra lotta contro il peccato

[5a] e avete già dimenticato l’esortazione a voi rivolta come a figli: Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore.

La prima immagine, dicevo, è quella della corsa: noi dobbiamo correre con perseveranza nella corsa che ci sta davanti. “Ma è un pezzo che corriamo e ci sembra di essere ancora lontani dal traguardo!”. Viene meno la fiducia e la forza.

“Guardati attorno, guarda a tutti quelli che hanno corso prima di te e che prima di te hanno faticato immensamente. Adesso loro sono arrivati al traguardo e aspettano con gioia che anche tu arrivi al traguardo aspettando di completare la loro gioia con la tua”. In qualche modo desiderano che tu continui a correre e che non ti lasci abbattere.

Così Abramo, così Isacco e Giacobbe desiderano la tua corsa, che tu non ti lasci avvilire.

“Circondati da un così grande numero di testimoni corriamo, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatone della fede”. In fondo il grande corridore e proprio Gesù.

E perché? Che cosa ha fatto Gesù?

“In cambio della gioia che gli era posta innanzi (probabilmente un riferimento alla risurrezione) Gesù si è sottoposto alla croce, disprezzando l’ignominia”. “Disprezzando l’ignominia” vuole dire che non ha avuto paura della vergogna, della sofferenza e della umiliazione della croce, che era la sofferenza del malfattore e del criminale: era il capestro. Neanche di questo ha avuto paura. La paura, dal punto di vista psicologico, Gesù Cristo l’ha provata, ma non al punto di tirarsi indietro, da smettere di correre e di obbedire al Padre.

(interruzione del nastro)

Andate avanti! Come? “Deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia”.

Allora, prima dovete buttare via il peccato, non c’è dubbio; “il peccato” vuole dire sbagliare strada: se tu corri, ma vai per la strada sbagliata, la corsa poi non serve tanto, anzi è peggio; quindi la prima cosa fondamentale è che tu trovi la strada giusta e butti via il peccato.

Il peccato è tutto quello che significa egoismo e quindi significa allontanamento dall’amore, dalla misericordia, dal rapporto con Dio, e quindi è quello che ti porta fuori strada.

Dovresti abbandonare non solo il peccato, ma anche tutto quello che è di peso.

Vuole dire, che se uno deve fare i 100 metri, di solito non si mette sulle spalle uno zaino con 50 chili dentro, altrimenti quella diventa una corsa col rallentatore. Se uno vuole correre veloce, deve avere meno impicci che si può, deve essere libero e sciolto. E questo vale esattamente per la vita cristiana.

Il tuo traguardo è Gesù Cristo: corri!

Ma se vuoi correre davvero, non avere troppe preoccupazioni, perché rallentano la tua corsa. E non è detto quante uno ne debba avere, ma il pasticcio sta proprio qui.

Per esempio, i soldi nella logica del Nuovo Testamento: non è proibito avere dei soldi, se uno li guadagna onestamente. Il pasticcio dei soldi è che, quando uno ne ha, ha tante preoccupazioni, perché li deve investire da una parte, deve controllare ogni giorno l’andamento della borsa, la svalutazione, e così via. Deve preoccuparsi di fare chissà quante dichiarazioni dei redditi o trovare il modo per non farle, o cose di questo genere, cioè si ha tutta una serie di preoccupazioni che di per se possono anche non essere negative, ma ti lasciano poco o niente spazio per il Signore e per i fratelli e per gli altri.

Se tu vuoi correre, nessuno ti dice quale peso puoi portare sulle spalle, però sta attento, perché se ne hai molto non riesci più a correre.

Allora devi avere questa lucidità: il cammino della vita cristiana ti chiede di rinunciare al peccato, ma ti chiede di rinunciare anche a quelle cose che non sono peccato, ma che rendono il cammino difficile o addirittura impossibile bloccandoti.

Ricordate la parabola del ricco stolto, il quale era diventato ricchissimo, ma non era arricchito davanti a Dio; non si dice che fosse diventato disonesto, si dice solo che non aveva pensato ad altro che ai soldi, e questo è un po’ poco per una vita corretta dal punto di vista cristiano.

Allora, tenendo presente questo:

“pensate attentamente a Colui che ha sopportato contro di se una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate fino a perdervi d’animo; non avete ancora resistito fino al sangue nella vostra lotta contro il peccato”.

Vuole dire: è vero, avete faticato, ma non siete ancora morti martiri, quindi fatevi coraggio. Ci possono essere dei pesi e della sofferenze ancora più grandi, ma non lasciatevi spaventare da quello che avete patito finora: c’è chi ha pagato di più.

Così intende la lettera agli Ebrei, e così, credo, voleva dire S. Paolo quando parlava di questa corsa nella quale, ormai, consiste la sua esistenza.

Riassunto: ci interessava una meditazione sulla conversione di S. Paolo.

Abbiamo trovato questa meditazione nella lettera ai Filippesi, cap. 31 dal 3 al 5. Le cose che Paolo dice in quella lettera sono:

  1. La sua vita, sulla via di Damasco è stata capovolta, nel senso che ha rinunciato a tutte le sicurezze umane che lui possedeva per vivere della sicurezza che gli veniva donata da Gesù Cristo, da Dio attraverso Gesù Cristo, quindi per vivere di grazia, non di possesso.

  2. Abbiamo riflettuto sul fatto che questo è esattamente la struttura dell’atto di fede: avere fede vuol dire vivere sulla base del dono di Dio e abbiamo riflettuto, per questo, Isaia 30,15 e seguenti.

  3. Da questa fede nasce un cammino di conoscenza progressiva del Signore. Questo cammino di progressiva conoscenza del Signore può essere paragonato ad una corsa nella quale, una volta che Cristo ha raggiunto noi (e, se siamo qui;a Bocca di Magra, in qualche modo ci ha raggiunti), noi corriamo per raggiungere Lui, in quella dimensione della fede che ricordavamo, con davanti a noi l’immagine del Signore, di Gesù, come il primo che ha corso l’itinerario in modo perfetto, in modo che ci faccia da modello, da stimolo e mettendo da parte il peccato e tutto quello che, pur non essendo peccato, intralcia e rende il cammino più faticoso e più lento.

Ecco, il tempo che abbiamo adesso è tempo di riflessione e di silenzio.

Non è facilissimo, perché siamo in molti, ma proprio per questo credo che il senso di responsabilità debba diventare ancora più grande.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.

A Dio la Gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù

Efesini 1-3

1,1 Paolo, apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, ai santi che sono in Efeso, credenti in Cristo Gesù: 2 grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo.
3 Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù
Cristo,
che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei
cieli, in Cristo.
4 In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo,
per essere santi e immacolati al suo cospetto nella
carità,
5 predestinandoci a essere suoi figli adottivi
per opera di Gesù Cristo,
6 secondo il beneplacito della sua volontà.
E questo a lode e gloria della sua grazia,
che ci ha dato nel suo Figlio diletto;
7 nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue,
la remissione dei peccati
secondo la ricchezza della sua grazia.
8 Egli l’ha abbondantemente riversata su di noi
con ogni sapienza e intelligenza,
9 poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua
volontà,
secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui
prestabilito
10 per realizzarlo nella pienezza dei tempi:
il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose,
quelle del cielo come quelle della terra.
11 In lui siamo stati fatti anche eredi,
essendo stati predestinati secondo il piano di colui
che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà,
12 perché noi fossimo a lode della sua gloria,
noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo.
13 In lui anche voi,
dopo aver ascoltato la parola della verità,
il vangelo della vostra salvezza
e avere in esso creduto, avete ricevuto il suggello dello
Spirito Santo
che era stato promesso,
14 il quale è caparra della nostra eredità,
in attesa della completa redenzione di coloro
che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria.
15 Perciò anch’io, avendo avuto notizia della vostra fede nel Signore Gesù e dell’amore che avete verso tutti i santi, 16 non cesso di render grazie per voi, ricordandovi nelle mie preghiere, 17 perché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui. 18 Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi 19 e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti secondo l’efficacia della sua forza
20 che egli manifestò in Cristo,
quando lo risuscitò dai morti
e lo fece sedere alla sua destra nei cieli,
21 al di sopra di ogni principato e autorità,
di ogni potenza e dominazione
e di ogni altro nome che si possa nominare
non solo nel secolo presente ma anche in quello futuro.
22 Tutto infatti ha sottomesso ai suoi piedi
e lo ha costituito su tutte le cose a capo della Chiesa,
23 la quale è il suo corpo,
la pienezza di colui che si realizza interamente
in tutte le cose.

2,1 Anche voi eravate morti per le vostre colpe e i vostri peccati, 2 nei quali un tempo viveste alla maniera di questo mondo, seguendo il principe delle potenze dell’aria, quello spirito che ora opera negli uomini ribelli. 3 Nel numero di quei ribelli, del resto, siamo vissuti anche tutti noi, un tempo, con i desideri della nostra carne, seguendo le voglie della carne e i desideri cattivi; ed eravamo per natura meritevoli d’ira, come gli altri. 4 Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, 5 da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati. 6 Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù, 7 per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù.
8 Per questa grazia infatti siete salvi mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; 9 né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. 10 Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo.
11 Perciò ricordatevi che un tempo voi, pagani per nascita, chiamati incirconcisi da quelli che si dicono circoncisi perché tali sono nella carne per mano di uomo, 12 ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d’Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio in questo mondo. 13 Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate i lontani siete diventati i vicini grazie al sangue di Cristo.
14 Egli infatti è la nostra pace,
colui che ha fatto dei due un popolo solo,
abbattendo il muro di separazione che era frammezzo,
cioè l’inimicizia,
15 annullando, per mezzo della sua carne,
la legge fatta di prescrizioni e di decreti,
per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo,
facendo la pace,
16 e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo
corpo,
per mezzo della croce,
distruggendo in se stesso l’inimicizia.
17 Egli è venuto perciò ad annunziare pace
a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini.
18 Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli
altri,
al Padre in un solo Spirito.
19 Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, 20 edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. 21 In lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; 22 in lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito.

3,1 Per questo, io Paolo, il prigioniero di Cristo per voi Gentili… 2 penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro beneficio: 3 come per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero di cui sopra vi ho scritto brevemente.4 Dalla lettura di ciò che ho scritto potete ben capire la mia comprensione del mistero di Cristo. 5 Questo mistero non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come al presente è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito:6 che i Gentili cioè sono chiamati, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, e ad essere partecipi della promessa per mezzo del vangelo, 7 del quale sono divenuto ministro per il dono della grazia di Dio a me concessa in virtù dell’efficacia della sua potenza. 8 A me, che sono l’infimo fra tutti i santi, è stata concessa questa grazia di annunziare ai Gentili le imperscrutabili ricchezze di Cristo, 9 e di far risplendere agli occhi di tutti qual è l’adempimento del mistero nascosto da secoli nella mente di Dio, creatore dell’universo, 10 perché sia manifestata ora nel cielo, per mezzo della Chiesa, ai Principati e alle Potestà la multiforme sapienza di Dio, 11 secondo il disegno eterno che ha attuato in Cristo Gesù nostro Signore, 12 il quale ci dà il coraggio di avvicinarci in piena fiducia a Dio per la fede in lui. 13 Vi prego quindi di non perdervi d’animo per le mie tribolazioni per voi; sono gloria vostra.
14 Per questo, dico, io piego le ginocchia davanti al Padre, 15 dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome, 16 perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati dal suo Spirito nell’uomo interiore. 17 Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, 18 siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, 19 e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio.
20 A colui che in tutto ha potere di fare
molto più di quanto possiamo domandare o pensare,
secondo la potenza che già opera in noi,
21 a lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù
per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli! Amen.

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Quando sono debole in Cristo, è allora che sono forte!

2 Corinzi 12

1 Bisogna vantarsi? Ma ciò non conviene! Pur tuttavia verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore. 2 Conosco un uomo in Cristo che, quattordici anni fa – se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito fino al terzo cielo. 3 E so che quest’uomo – se con il corpo o senza corpo non lo so, lo sa Dio – 4 fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunziare. 5 Di lui io mi vanterò! Di me stesso invece non mi vanterò fuorché delle mie debolezze. 6 Certo, se volessi vantarmi, non sarei insensato, perché direi solo la verità; ma evito di farlo, perché nessuno mi giudichi di più di quello che vede o sente da me.
7 Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia. 8 A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. 9 Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. 10 Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte.
11 Sono diventato pazzo; ma siete voi che mi ci avete costretto. Infatti avrei dovuto essere raccomandato io da voi, perché non sono per nulla inferiore a quei «superapostoli», anche se sono un nulla. 12 Certo, in mezzo a voi si sono compiuti i segni del vero apostolo, in una pazienza a tutta prova, con segni, prodigi e miracoli. 13 In che cosa infatti siete stati inferiori alle altre Chiese, se non in questo, che io non vi sono stato d’aggravio? Perdonatemi questa ingiustizia!
14 Ecco, è la terza volta che sto per venire da voi, e non vi sarò di peso, perché non cerco i vostri beni, ma voi. Infatti non spetta ai figli mettere da parte per i genitori, ma ai genitori per i figli. 15 Per conto mio mi prodigherò volentieri, anzi consumerò me stesso per le vostre anime. Se io vi amo più intensamente, dovrei essere riamato di meno?
16 Ma sia pure che io non vi sono stato di peso; però, scaltro come sono, vi ho preso con inganno. 17 Vi ho forse sfruttato per mezzo di qualcuno di quelli che ho inviato tra voi?18 Ho vivamente pregato Tito di venire da voi e ho mandato insieme con lui quell’altro fratello. Forse Tito vi ha sfruttato in qualche cosa? Non abbiamo forse noi due camminato con lo stesso spirito, sulle medesime tracce?
19 Certo, da tempo vi immaginate che stiamo facendo la nostra difesa davanti a voi. Ma noi parliamo davanti a Dio, in Cristo, e tutto, carissimi, è per la vostra edificazione.20 Temo infatti che, venendo, non vi trovi come desidero e che a mia volta venga trovato da voi quale non mi desiderate; che per caso non vi siano contese, invidie, animosità, dissensi, maldicenze, insinuazioni, superbie, disordini, 21 e che, alla mia venuta, il mio Dio mi umilii davanti a voi e io abbia a piangere su molti che hanno peccato in passato e non si sono convertiti dalle impurità, dalla fornicazione e dalle dissolutezze che hanno commesso.

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La tua Misericordia è grande,Signore!

Siracide 51

1 Ti glorificherò, Signore mio re,
ti loderò, Dio mio salvatore;
glorificherò il tuo nome,
2 perché fosti mio protettore e mio aiuto
e hai liberato il mio corpo dalla perdizione,
dal laccio di una lingua calunniatrice,
dalle labbra che proferiscono menzogne;
di fronte a quanti mi circondavano
sei stato il mio aiuto e mi hai liberato,
3 secondo la tua grande misericordia e per il tuo nome,
dai morsi di chi stava per divorarmi,
dalla mano di quanti insidiavano alla mia vita,
dalle molte tribolazioni di cui soffrivo,
4 dal soffocamento di una fiamma avvolgente,
e dal fuoco che non avevo acceso,
5 dal profondo seno degli inferi,
dalla lingua impura e dalla parola falsa.
6 Una calunnia di lingua ingiusta era giunta al re.
La mia anima era vicina alla morte,
la mia vita era alle porte degli inferi.
7 Mi assalivano dovunque e nessuno mi aiutava;
mi rivolsi per soccorso agli uomini, ma invano.
8 Allora mi ricordai delle tue misericordie, Signore,
e delle tue opere che sono da sempre,
perché tu liberi quanti sperano in te,
li salvi dalla mano dei nemici.
9 Ed innalzi dalla terra la mia supplica;
pregai per la liberazione dalla morte.
10 Esclamai: «Signore, mio padre tu sei
e campione della mia salvezza,
non mi abbandonare nei giorni dell’angoscia,
nel tempo dello sconforto e della desolazione.
Io loderò sempre il tuo nome;
canterò inni a te con riconoscenza».
11 La mia supplica fu esaudita;
tu mi salvasti infatti dalla rovina
e mi strappasti da una cattiva situazione.
12 Per questo ti ringrazierò e ti loderò,
benedirò il nome del Signore.
13 Quando ero ancora giovane, prima di viaggiare,
ricercai assiduamente la sapienza nella preghiera.
14 Davanti al santuario pregando la domandavo,
e sino alla fine la ricercherò.
15 Del suo fiorire, come uva vicina a maturare,
il mio cuore si rallegrò.
Il mio piede si incamminò per la via retta;
dalla giovinezza ho seguito le sue orme.
16 Chinai un poco l’orecchio per riceverla;
vi trovai un insegnamento abbondante.
17 Con essa feci progresso;
renderò gloria a chi mi ha concesso la sapienza.
18 Sì, ho deciso di metterla in pratica;
sono stato zelante nel bene, non resterò confuso.
19 La mia anima si è allenata in essa;
fui diligente nel praticare la legge.
Ho steso le mani verso l’alto;
ho deplorato che la si ignori.
20 A lei rivolsi il mio desiderio,
e la trovai nella purezza.
In essa acquistai senno fin da principio;
per questo non la abbandonerò.
21 Le mie viscere si commossero nel ricercarla;
per questo ottenni il suo prezioso acquisto.
22 Il Signore mi ha dato in ricompensa una lingua,
con cui lo loderò.
23 Avvicinatevi, voi che siete senza istruzione,
prendete dimora nella mia scuola.
24 Fino a quando volete rimanerne privi,
mentre la vostra anima ne è tanto assetata?
25 Ho aperto la bocca e ho parlato:
«Acquistatela senza denaro.
26 Sottoponete il collo al suo giogo,
accogliete l’istruzione.
Essa è vicina e si può trovare.
27 Vedete con gli occhi che poco mi faticai,
e vi trovai per me una grande pace.
28 Acquistate anche l’istruzione con molto denaro;
con essa otterrete molto oro.
29 Si diletti l’anima vostra della misericordia del
Signore;
non vogliate vergognarvi di lodarlo.
30 Compite la vostra opera prima del tempo
ed egli a suo tempo vi ricompenserà».

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Preghiera al Cristo sofferente di Sant’Efrem Siro

Preghiera al Cristo sofferente

Preghiera di Cristo sofferente

Cado alle tue ginocchia ,Signore, per adorarti;
ti rendo grazie, Dio di bontà; t’imploro, Dio di santità.

Davanti a te, piego le ginocchia.

Tu ami gli uomini e io ti glorifico, o Cristo, Figlio

unico e Signore di tutte le cose, che solo sei senza

peccato: hai voluto subire, per me peccatore e indegno,
la morte, e la morte di croce.
In tal modo hai liberato le anime dai lacci del male.

Che cosa ti darò in cambio, Signore, per tanta bontà?

Gloria a te, o amico degli uomini!

Gloria a te, misericordioso!

Gloria a te, longanime!

Gloria a te, che assolvi i peccati!

Gloria a te, che sei venuto per salvare le nostre anime!

Gloria a te, che ti sei fatto carne nel seno della Vergine!

Gloria a te, che fosti legato!

Gloria a te, che fosti flagellato!

Gloria a te, che fosti schernito!

Gloria a te, che fosti inchiodato alla croce!

Gloria a te, che fosti seppellito e sei resuscitato!

Gloria a te, che fosti predicato agli uomini, e in te essi hanno creduto!

Gloria a te, che sei salito al cielo!

Gloria a te, che sei seduto alla destra del padre:
ritornerai con la maestà del Padre e con i santi angeli,

per giudicare in quell’ora spaventosa e terribile

tutte le anime che hanno disprezzato la tua santa Passione.

Le potenze del cielo saranno scosse; tutti gli Angeli,

gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini appariranno

con timore e tremore davanti alla tua gloria:

le fondamenta della terra vacilleranno e tutto ciò che

ha un’anima fremerà davanti alla tua maestà sovrana.

In quell’ora, la tua mano mi ripari sotto le tue ai:

per salvare l’anima mia dal fuoco terribile, dallo stridore

di denti, dalle tenebre esteriori e dalle lacrime eterne.

Che io possa glorificarti cantando:

Gloria a colui che si è degnato di salvare il peccatore

con la sua misericordia bontà.

(Sant’Efrem Siro 306-373)

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Cristo, Immagine radiosa del Padre

Bruno Forte, dalla Catechesi “Essere missionari: Andate!”, a Rio de Janeiro, GMG 2013

Cristo, immagine radiosa del Padre,
principe della pace, che riconcili Dio con l’uomo
e l’uomo con Dio,
Parola eterna divenuta carne,
e carne divinizzata nell’incontro sponsale,
in te soltanto abbracceremo Dio.

Tu che ti sei fatto piccolo per lasciarti afferrare
dalla sete della nostra conoscenza e del nostro amore,
donaci di cercarti con desiderio,
di credere in te nell’oscurità della fede,
di aspettarti ancora nell’ardente speranza,
di amarti nella libertà e nella gioia del cuore.

Fa’ che non ci lasciamo vincere dalla potenza delle tenebre,
sedurre dallo scintillio di ciò che passa.
Donaci perciò il tuo Spirito,
che diventi egli stesso in noi desiderio e fede,
speranza e umile amore.

Allora ti cercheremo, Signore, nella notte,
vigileremo per te in ogni tempo,
e i giorni della nostra vita mortale diventeranno
come splendida aurora, in cui tu verrai,
stella chiara del mattino, per essere finalmente per noi il sole,
che non conosce tramonto. Amen. Alleluia

Mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto

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Cristo,Immagine radiosa del Padre

Bruno Forte, dalla Catechesi “Essere missionari: Andate!”, a Rio de Janeiro, GMG 2013

Cristo, immagine radiosa del Padre,
principe della pace, che riconcili Dio con l’uomo
e l’uomo con Dio,
Parola eterna divenuta carne,
e carne divinizzata nell’incontro sponsale,
in te soltanto abbracceremo Dio.

Tu che ti sei fatto piccolo per lasciarti afferrare
dalla sete della nostra conoscenza e del nostro amore,
donaci di cercarti con desiderio,
di credere in te nell’oscurità della fede,
di aspettarti ancora nell’ardente speranza,
di amarti nella libertà e nella gioia del cuore.

Fa’ che non ci lasciamo vincere dalla potenza delle tenebre,
sedurre dallo scintillio di ciò che passa.
Donaci perciò il tuo Spirito,
che diventi egli stesso in noi desiderio e fede,
speranza e umile amore.

Allora ti cercheremo, Signore, nella notte,
vigileremo per te in ogni tempo,
e i giorni della nostra vita mortale diventeranno
come splendida aurora, in cui tu verrai,
stella chiara del mattino, per essere finalmente per noi il sole,
che non conosce tramonto. Amen. Alleluia

Mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto

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Le Vie che portano alla conoscenza di Dio

  1. Le vie che portano alla conoscenza di Dio

31 Creato a immagine di Dio, chiamato a conoscere e ad amare Dio, l’uomo che cerca Dio scopre alcune “vie” per arrivare alla conoscenza di Dio. Vengono anche chiamate “prove dell’esistenza di Dio”, non nel senso delle prove ricercate nel campo delle scienze naturali, ma nel senso di “argomenti convergenti e convincenti” che permettono di raggiungere vere certezze.

Queste “vie” per avvicinarsi a Dio hanno come punto di partenza la creazione: il mondo materiale e la persona umana.

32 Il mondo: partendo dal movimento e dal divenire, dalla contingenza, dall’ordine e dalla bellezza del mondo si può giungere a conoscere Dio come origine e fine dell’universo.

San Paolo riguardo ai pagani afferma “Ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità” ( Rm 1,19-20) [Cf At 14,15; At 14,17; 32 At 17,27-28; Sap 13,1-9 ].

E sant’Agostino: “Interroga la bellezza della terra, del mare, dell’aria rarefatta e dovunque espansa; interroga la bellezza del cielo… interroga tutte queste realtà. Tutte ti risponderanno: guardaci pure e osserva come siamo belle. La loro bellezza è come un loro inno di lode [“confessio”]. Ora, queste creature, così belle ma pur mutevoli, chi le ha fatte se non uno che è bello [“Pulcher”] in modo immutabile?” [Sant’Agostino, Sermones, 241, 2: PL 38, 1134].

33 L’ uomo: con la sua apertura alla verità e alla bellezza, con il suo senso del bene morale, con la sua libertà e la voce della coscienza, con la sua aspirazione all’infinito e alla felicità, l’uomo si interroga sull’esistenza di Dio. In queste aperture egli percepisce segni della propria anima spirituale. “Germe dell’eternità che porta in sé, irriducibile alla sola materia”, [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 18; cf 14] la sua anima non può avere la propria origine che in Dio solo.

34 Il mondo e l’uomo attestano che essi non hanno in se stessi né il loro primo principio né il loro fine ultimo, ma che partecipano all’Essere in sé, che non ha né origine né fine. Così, attraverso queste diverse “vie”, l’uomo può giungere alla conoscenza dell’esistenza di una realtà che è la causa prima e il fine ultimo di tutto “e che tutti chiamano Dio” [San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, I, 2, 3].

35 L’uomo ha facoltà che lo rendono capace di conoscere l’esistenza di un Dio personale. Ma perché l’uomo possa entrare nella sua intimità, Dio ha voluto rivelarsi a lui e donargli la grazia di poter accogliere questa Rivelazione nella fede. Tuttavia, le “prove” dell’esistenza di Dio possono disporre alla fede ed aiutare a constatare che questa non si oppone alla ragione umana.

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Il meraviglioso comandamento dell’Amore

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E’ facile dire ti amo!

Ma il vero Amore

è donare la propria vita,

tutto sopportare e soffrire pur di non spezzare la comunione con gli altri,sia nella propria famiglia,sia in tutti i rapporti sociali. Perciò l’Amore si nutre di fiducia,di pazienza a tutta prova,di bontà vera,di benevolenza,di fedeltà,di mitezza negli atti e nelle parole. L’Amore non giudica mai nessuno,perchè chi ama veramente non sa giudicare. L’Amore salva,è per sua natura salvatore,e ricostruisce con pazienza e tenerezza tutto ciò che trova demolito e deturpato. L’Amore ha sempre parole di conforto e di sostegno,e aiuta tutti a vivere,perchè il vero Amore è amante della vita,e vuole donarla a tutti,specialmente a quelli che stanno per perderla sotto il peso delle sofferenze e delle disillusioni. E tu devi mutarti,devi trasformarti e diventare vero Amore: allora nulla più ti sarà impossibile,ed entrerai in un nuovo Universo,che non sospettavi potesse esistere,un mondo nuovo dove si vive in semplicità e gioia,perchè nulla,assolutamente nulla può turbare la gioia di chi veramente ama!

Il Credente non è un credulone: non si può deridere chi crede!

Se con costanza e serietà leggiamo anche solo un manuale di apologetica,che è la scienza che cerca e difende le ragioni della fede,ci accorgiamo subito che credere è molto ragionevole. Da 2000 anni sono state scritte intere biblioteche su questo argomento,e le menti più grandi e illuminate hanno cercato tutte le ragioni della Fede. Ma la fede in Cristo non riguarda un personaggio del passato,ma il Dio Vivente,oggi,con te! E questo Dio in 2000 anni ha operato grandi miracoli,si è mostrato nelle estasi e nelle visioni dei santi,e nelle miriadi di apparizioni della Santa Vergine,nonchè in tutti i Miracoli Eucaristici. Cosicchè la fede non è un mero raziocinio del passato,ma si fonda su una miriade di fatti confermati e inoppugnabili. Eppure tutto questo non basterebbe,se questo grande Dio non si manifestasse ogni giorno nella vita di ogni uomo,nella mia come nella tua vita. E se anche milioni di persone lo negano,miliardi di persone lo affermano,ed io credo più a chi ha visto che a chi non vede! Riposa dunque tranquillo,perchè la tua fede è fondata sulla roccia granitica di una Vita Universale che si manifesta in tutti i modi,e in tutto ciò che esiste!

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Chi è Gesù Cristo nel Suo Mistero – Parte Terza

 18. Gesù è chiamato Emmanuele.
19. Gesù Cristo paragonato alla rugiada.
20. Gesù Cristo paragonato ad una perla.
21. Gesù Cristo paragonato alla vite.
22. Gesù Cristo è l’albero della vita.
23. Gesù Cristo paragonato all’aurora.
24. Divinità di Gesù Cristo provata dalle figure.
25. Divinità di Gesù Cristo provata dalle predizioni dei profeti.

18. GESÙ È CHIAMATO EMMANUELE. – «Una vergine concepirà, aveva predetto Isaia, e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele» (ISAI. VII, 14), che vuol dire, Dio con noi, Dio è a noi, Dio ci appartiene.
Dunque l’Emmanuele è Dio con noi, è il Dio forte che combatterà e vincerà il demonio, il mondo, il peccato, la carne ed ogni nemico. L’Emmanuele è l’Ammirabile, il Consigliere, il Dio, il potente, il padre del futuro secolo, il Principe della pace; l’Angelo del gran consiglio, dice Isaia (IX, 6). L’Emmanuele è il Signore altissimo e infinitamente degno di lode, che, si fa piccolo per noi ed infinitamente amabile, L’Emmanuele è il nostro Dio, che ha preparata la terra fin dall’eternità; che spedisce la luce, ed essa va: che la richiama, ed essa obbedisce tremando, dice Baruch. È il Dio che ha collocato le stelle, ciascuna al proprio luogo, che spandono il loro chiarore danzando festose; al suo nome, esse risposero: eccoci; e servono con gioia a lui che le ha create. È lui il nostro Dio, e nessun altro sarà dinanzi a lui. «Dopo ciò, dice il profeta, egli fu visto su la terra, e conversò cogli uomini» (BARUCH III, 38). L’Emmanuele è Gesù Cristo, nostra redenzione, nostro desiderio, nostro amore, il Dio creatore di tutte le cose fatto uomo… L’Emmanuele è il bambino di Betlemme, che adagiato in un presepio regna al tempo stesso in cielo… L’Emmanuele è il Verbo incarnato; è la parola di vita che esistette fin dal principio, dice S. Giovanni, e che noi abbiamo udito con le nostre orecchie, veduto coi nostri occhi, toccato con le nostre mani (I IOANN. I, 1). L’Emmanuele, dice S. Paolo, è il gran mistero della pietà; Dio manifestato nella carne, giustificato nello spirito, scoperto agli angeli, annunziato alle genti, creduto nel mondo, elevato alla gloria (ITim. III, 16). L’Emmanuele è Elohim abitante con noi; è Jehovah divenuto nostro fratello, nostro maestro, nostro amico, nostra guida, nostro medico, nostro sposo, nostra salvezza per l’eternità.
Chi non amerà dunque, o figli di Adamo, questo gran Dio? Deh! amate, abbracciate, adorate il figlio di Maria, assaggiate le dolcezze del vostro Emmanuele, di questo Uomo-Dio, di questo Dio-Uomo, bellissimo tra tutti i figli degli uomini. Gesù Cristo è l’Emmanuele, Dio con noi: 1° realmente e corporalmente nel presepio e su la croce…; 2° nell’augusto Sacramento dell’altare…; 3° per mezzo della sua provvidenza, del suo governo, del suo amore…; 4° per mezzo dei suoi rappresentanti, il Papa, i vescovi, i sacerdoti…; 5° per il santo Vangelo, per la croce…; 6° per il suo aiuto, la sua grazia, i suoi lumi, le sue consolazioni, la sua forza e protezione…

19. GESÙ CRISTO PARAGONATO ALLA RUGIADA. – «Stillate, o cieli, la vostra rugiada» (ISAI. XLV, 8), disse Isaia, sospirando Gesù, con graziosissima figura, ed eccone i tratti di somiglianza: 1° Ignota è l’origine della rugiada, celata e misteriosa è l’incarnazione del Verbo… 2° La rugiada nella sua qualità di puro e sublime vapore, che si risolve in acqua, è espressivo simbolo della verginità di Maria… 3° La rugiada tempera i grandi calori; rende pura e fresca l’atmosfera; alleggerisce e dilata la respirazione negli esseri viventi; Gesù Cristo spegne in noi le arsure della concupiscenza, e ci fa respirare la pura atmosfera della grazia… 4° La rugiada partecipa della terra e del cielo, al quale risale fatta vapore; Gesù Cristo ha in sé la natura umana, ma insieme la divina, e rende divini e celesti i suoi fedeli servi. «Il primo uomo, scrive S. Paolo, formato di terra, è terreno; il secondo uomo, venuto dal cielo, è celeste. Come dunque abbiamo portato l’immagine dell’uomo terreno, portiamo altresì l’impronta dell’uomo celeste» (I Cor. XV, 47-49). 5° La rugiada si posa come benefico succo su le semenze, sui germogli, sulle piante, sui fiori, e li feconda, li vivifica, li nutrisce: similmente Gesù, con la rugiada della sua grazia, feconda, vivifica e rende fertile il mondo, gli infonde nelle vene il succo, che fa produrre dei santi, dei confessori, delle vergini, dei dottori, dei martiri, dei vescovi, dei missionari, dei religiosi, delle spose caste, delle vedove continenti; ed in ogni stato, in ogni vocazione, in ambo i sessi spande a profusione i doni, i favori, i benefizi suoi… 6° La rugiada ricorda la manna, cibo soave e dolce e Gesù Cristo si dà a noi in Cibo nella santa Eucaristia, e come rimedio ai mali dell’anima; egli è quella manna, quel pane disceso dal cielo, quella vivanda degli angeli, che al dire della Sapienza, contiene in sé tutti i sapori (Sap. XVI, 20). E per virtù di questa manna celeste, di questo sacro pane, non solamente noi viviamo e resistiamo alle tentazioni del mondo, del demonio, della carne, ma ci assicuriamo inoltre la vita di gloria nel cielo e risusciteremo. beati per l’eternità… 7° La rugiada ha una certa somiglianza col diamante; l’umanità di Gesù Cristo è un vero diamante divino, che forma l’anello dell’alleanza del Verbo con la sua Chiesa, con l’anima fedele…

20. GESÙ CRISTO PARAGONATO AD UNA PERLA. – La perla, o pietra preziosa, di cui parla S. Matteo (XIII, 45), è Gesù Cristo. Questa perla, piccola per umiltà, è infinitamente preziosa per il valore. Portiamo questa perla, portiamola per corona e per ornamento. Risplenda su la nostra fronte per la fede e per il disprezzo del rispetto umano; appendiamocela alle orecchie per l’obbedienza a Dio, alla Chiesa, ai superiori; fregiamocene il collo e il petto per la carità, le braccia per l’esercizio delle buone opere; mettiamocela nel dito, come anello, per la fedeltà, la purezza, la prudenza; cingiamocene come cintura per la castità; orniamone le nostre vesti per la modestia.

21. GESÙ CRISTO PARAGONATO ALLA VITE. – «Io sono la vera vite», disse Gesù Cristo di se medesimo (IOANN. XV, 1). Ora perché Gesù si paragona piuttosto alla vite che non ad altra pianta? 1° per l’abbondanza dei frutti; 2° per la dolcezza dei medesimi; 3° a cagion del vino…; 4° per la diramazione dei tralci…; 5° il tralcio della vite si piega e si abbassa..:; 6° si maneggia a volontà…; 7° il frutto è messo sotto il torchio. Ora, Gesù Cristo produce i più dolci frutti; è vino che fa germogliare i vergini (ZACH. IX, 17); estende i suoi benefizi a tutti i secoli e in tutti i luoghi; si abbassa fino a noi e compatisce ogni nostra miseria; si è fatto pieghevole fino alla croce; spande dappertutto il delizioso olezzo dei suoi esempi, della sua celeste morale; fu sottoposto al torchio nella sua passione…
«Come il tralcio non produce frutti se non è unito alla vite, così voi, diceva Gesù Cristo agli Apostoli, non produrrete nessun frutto se non starete uniti a me. Io sono la vite, e voi i tralci. Chi è unito con me, e io con lui, questi darà molto frutto: senza di me, voi non potete fare nulla. Chi non sta con me, sarà gettato via come sermento stralciato e seccherà per essere bruciato» (IOANN. XV, 4-6). Con queste parole il Salvatore ci insegna tre cose: 1° con lui possiamo tutto. 2° Per lui abbiamo la grazia e la gloria eterna. 3° Fuori di lui non serviamo a nulla. «Senza Gesù Cristo, dice S. Gerolamo la nostra vita è interamente perduta (Lib. sup. Ioann.)». A quel modo che il sermento trae la vita, il succo e il frutto dalla vite, così il cristiano trae da Gesù Cristo, che è il ceppo, la vita, le buone opere, la salute… «Il tralcio staccato dalla vite non è più buono a nulla, osserva S. Agostino; o se ne sta unito al ceppo, o è gettato ad ardere; se non è con la vite, sarà nel fuoco (Tract. LXXXI, in Ioann.)».

22. GESÙ CRISTO È L’ALBERO DELLA VITA. – Gesù Cristo è il vero albero della vita, trapiantato, per mezzo dell’incarnazione, dal paradiso in terra: di qui poi trasportato di nuovo in cielo, dà alle anime elette la sua visione, il suo possesso, la vita immortale, la gloria, riempiendole del continuo di soavi desideri e saziandole per l’eternità… Gesù Cristo, dice S. Dionigi, è detto l’albero della vita, perché nutrisce in vari modi e abbondantemente i suoi fedeli, fino a tanto che passino dalla vita della grazia alla vita della gloria. Questo cibo è il pane delle lagrime, delle croci, delle, buone opere, i doni della grazia, i conforti della virtù, la speranza del cielo; questo cibo è il pane eucaristico (In Evang. Ioann.). Chi sinceramente e fortemente si abbraccia a Gesù Cristo, sente venire in sé, da quest’albero della vita, la vita incorruttibile..

23. GESÙ CRISTO PARAGONATO ALL’AURORA. – «La venuta di lui è preparata come quella dell’aurora» (OSE, VI, 3), profetava Osea accennando alla nascita di Gesù Cristo, il quale avrebbe dissipato le tenebre dell’ignoranza e del peccato e rischiarato l’umanità con la luce della sua dottrina e della sua santa vita. E a buon diritto egli è paragonato all’aurora, e come Dio e come uomo. 1° Come l’aurora è la prima luce del giorno, così il primo atto di Dio Padre è la generazione eterna di suo Figlio; per quest’aurora s’intende adunque la sua eternità, secondo le parole del Salmista: «Io ti ho generato dal mio seno prima dell’aurora» (CIX, 4); così, il primo atto della nostra redenzione fu la generazione umana e l’incarnazione del Verbo. 2° L’aurora è una mezza luce che va crescendo; Gesù Bambino cresce in età, in sapienza, in grazia dinanzi a Dio ed agli uomini. Gesù cresceva, non interiormente, ma esteriormente, per la sua età, la fama, i miracoli, ecc.; interiormente egli era perfetto fin dal primo istante della sua incarnazione… 3° La luce dell’aurora è purissima, deliziosa e cara agli uomini stanchi delle fitte tenebre di una lunga notte; similmente la venuta di Gesù riuscì preziosissima e fortunatissima per i mortali sepolti da quattro mila anni nelle ombre e nella caliginosa notte della morte.

24. DIVINITÀ DI GESÙ CRISTO PROVATA DALLE FIGURE. – Le vittime dell’antica legge raffiguravano Gesù Cristo che è la vittima della nuova alleanza: vera vittima che fa scomparire tutte le altre le quali non erano che un’ombra. Il bue denotava la forza di Gesù Cristo; la pecora ne rappresentava l’innocenza; il capro ne figurava la forma di peccatore; la colomba il candore, la dolcezza, la sua intima unione con Dio…
Davide che colpisce e atterra Golia è figura di Gesù Cristo che sconfigge e prostra il demonio, l’inferno…
«Io sono come un mansueto agnello condotto al macello» (IEREM. XI, 19), disse di se medesimo que1 Gesù che già dall’origine del mondo era stato figurato come agnello immolato: 1° nel sacrifizio di Abele; 2° nel capro che Abramo immolò in sostituzione d’Isacco…; 3° nell’Agnello pasquale che doveva, essere senza macchia. « La nostra pasqua, diceva l’Apostolo, è il Cristo immolato per noi» (I Cor. V, 7). «L’Agnello ha redento le pecore, canta la Chiesa nella Sequenza pasquale; Gesù Cristo innocente ha riconciliato col Padre i peccatori (Sequent. Victimae)». 4° Gesù Cristo era rappresentato nel sacrifizio perpetuo…
Figura del Cristo era anche il velo del tempio; come questo stava dinanzi al Santo dei Santi e lo celava, così l’umanità di Gesù Cristo nascondeva la sua divinità. Per la carne di Gesù Cristo il cielo è stato aperto, come sollevando il velo si vedeva il Santo dei Santi. Il velo del tempio fu squarciato alla morte di Gesù; e per la morte di lui, per la sua carne lacerata, ci fu dato il cielo.
Gesù Cristo, vero pane disceso dal cielo, vera arca dell’alleanza, adempì tutte le figure; quindi al comparire di lui tutte le figure disparvero.
Anche tutti i più eccellenti personaggi dell’antica legge erano figura del Messia: Abele, Enoch, Noè, Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuseppe, Mosè, Giosuè, Sansone, Davide, Salomone, Elia, ecc…

25. DIVINITÀ DI GESÙ CRISTO PROVATA DALLE PREDIZIONI DEI PROFETI. ­Tutte le profezie trovano la spiegazione e l’adempimento in Gesù Cristo; egli è quindi il vero Messia promesso e il Figlio di Dio.
«Non sarà tolto lo scettro da Giuda, né mancherà principe della sua stirpe; fino al giorno in cui venga colui che dev’essere inviato, e che sarà l’aspettato delle genti» (Gen. XLIX, 10). Lo scettro, ossia la potestà del comando, rimase infatti nella casa di Giuda fino intorno ai tempi di Gesù Cristo; quando egli apparve, regnavano su la nazione ebrea principi stranieri: né mai più d’allora in poi la casa d’Israele ebbe principi e duci propri che la reggessero…
Baruch aveva predetto l’incarnazione del Verbo dove, dopo di aver enumerato gli atti della grandezza e della potenza di Dio a pro del popolo giudeo dice: «Dopo ciò fu veduto su la terra ed abitò con gli uomini (BARUCH III, 38).
Il Messia doveva essere giudeo e della stirpe di David. Tutta la Scrittura ribocca delle promesse fatte da Dio a David, a Giacobbe, ad Isacco, ad Abramo; e Gesù Cristo viene in ogni incontro chiamato figliuolo di David…
Isaia aveva predetto che il Messia, l’Uomo-Dio, sarebbe nato da una vergine (VII, 14). Ora, fra i nati di donna Gesù Cristo solo nacque da una vergine…
Secondo Michea, il Messia doveva nascere a Betlemme. (MICH. V, 2). Di questa profezia erano ben istruiti i principi dei sacerdoti, e ad essa appunto si riferirono quando, interrogati da Erode dove sarebbe nato il Cristo, per dare risposta ai Magi, risposero: «a Betlemme di Giuda, poiché così sta scritto nella profezia» (MATTH. II, 5-6). Ora la storia e la tradizione constata che Gesù Cristo nacque il 25 dicembre a Betlemme, in un presepio, dalla Vergine Maria:. Là i Magi lo trovarono e lo adorarono.
Davide predisse che gli abitanti del deserto, i re delle isole e di lontane contrade sarebbero andati a prostrarsi ai piedi del Messia, lo avrebbero adorato, e gli avrebbero offerto preziosi doni (Psalm. LXXI, 9-10). La festa dell’Epifania è monumento perenne del compimento di questa profezia.
Isaia aveva detto, prevedendo la fuga di Gesù in Egitto: «Ecco che il Signore, portato su di leggera nube, entrerà in Egitto, e al suo apparire gli idoli dell’Egitto traballeranno» (XIX, 1). Ora queste parole hanno il loro esatto riscontro e adempimento in quelle di S. Matteo: «L’angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: Lèvati, prendi il bambino e fa madre sua, e fuggì in Egitto, e fèrcati colà fintantochè io te ne dia avviso; perché avverrà che Erode lo cerchi per metterlo a morte. Ed egli svegliatosi prese il bambino e la madre di notte tempo, e si ritirò in Egitto» (II, 13-14).
Troviamo in Geremia casi accennata la strage degli innocenti: «Una voce ha rimbombato, voce di pianto, di lutto, di angoscia, ed è la voce di Rachele che piange inconsolabilmente i suoi pargoli, perché più non sono» (XXXI, 15). Ora il Vangelo di S. Matteo riferendosi appunto a questa profezia, dice: «che Erode, vedendosi deluso dai Magi, si adirò fortemente, e manda a uccidere tutti i fanciulli che erano in Betlemme, e in tutti i suoi confini, dall’età di due anni in giù» (II, 16).
Malachia aveva annunziato che Dio spedirebbe un angelo a preparare la strada al Messia, e che poco dopo la comparsa di quest’angelo, venuto sarebbe nel suo tempio il Dominatore che gli Ebrei stavano aspettando, l’angelo del testamento ch’essi sospiravano (III, 1). Questo angelo promesso da Dio come precursore del Messia, si vede chiaro e spiccato nel Battista, il quale attestava di sé che era «Voce di chi grida nel deserto: Preparate la strada al Signore» (LUC. III, 4). E si noti che Malachia, il quale annunzia prossima la venuta del Messia, è infatti l’ultimo dei profeti.
«Mandate, o Signore, pregava Isaia, l’Agnello dominatore della terra» (XVI, 1). E S. Giovanni Battista addita questo Agnello quando esclama: «Ecco l’Agnello di Dio» (IOANN. II, 29),
Il medesimo profeta Isaia così diceva: «Ecco il vostro Dio: egli verrà proprio in persona e vi salverà. Allora si apriranno gli occhi ai ciechi, e le orecchie ai sordi: lo zoppo correrà come un cervo e si snoderà la lingua ai muti» (XXXV, 4-6). Quando mai e da chi si videro operati tali prodigi, se non da Gesù Cristo? E che altro è la vita di Gesù, narrata nei santi Vangeli, se non una continua sequela di miracoli, una potente dimostrazione dell’avveramento di questa profezia? Basta ricordare la risposta data dal Salvatore all’ambasciata mandatagli dal Battista, mentre era prigioniero di Erode (LUC. VII, 19-22), per esserne del tutto convinti.
«Io manderò, aveva detto Iddio per bocca di Geremia, molti pescatori, i quali pescheranno gli uomini» (XVI, 16), Ora Gesù, dopo di aver eletto per suoi apostoli dei pescatori, dice loro: «Venite dietro di me ed io vi farò pescatori di uomini » (MATTH. IV, 19). E i dodici pescatori prendono il mondo intero, lo traggono fuori dall’oceano dell’errore, del delitto, dell’idolatria, e lo gittano nel mare della verità, della virtù, della grazia, della gloria!…
«Rallegrati e godi, o figlia di Sion, esclama Zaccaria; perché, ecco che il tuo re viene a te, giusto e salvatore; egli sarà povero, quindi verrà cavalcando un’asina e il suo puledro» (IX, 9). Ora chi non vede avverata questa predizione nell’ingresso trionfale di Gesù Cristo in Gerusalemme, narratoci dal Vangelo, e ricordatoci dalla Chiesa nella domenica delle palme?
«Il Signore mi ha chiamato innanzi alla mia nascita, aveva detto Gesù in persona d’Isaia; egli ha manifestato il mio nome prima che uscissi dall’utero di mia madre» (XLIX, I), Orbene, adempì questa parola l’angelo che disse a Giuseppe: Maria, tua sposa, partorirà un figlio, cui porrai nome Gesù (MATTH, I, 21).
L’angelo Gabriele appare a Daniele, e chiaramente gli notifica, anzi fissa l’epoca della venuta di Colui ch’egli chiama il Santo dei Santi, il Cristo-re; determina ancora il tempo della morte di questo Cristo-re, e gli significa che il popolo giudeo sarà rigettato (DAN. IX, 24-26). Tutto fu compito alla lettera, al tempo di Gesù e da Gesù.
Michea proclama le beneficenze e le grandezze di Gesù Cristo, la sua fama, la conversione dei gentili: «Colui che ha da venire, egli dice, starà fermo ed incrollabile, e condurrà il suo gregge con la forza di Jehovah, con la gloria del nome di Jehovah suo Dio; i popoli a lui si convertiranno, perché la sua gloria risplenderà fino agli ultimi confini del mondo. Ed egli sarà la pace» (V, 4-5). Diciannove secoli affermano il compimento di questa profezia…
Quello che è stato rivelato si adempirà a suo tempo, diceva Abacuc, l’ora ne è ancora lontana, ma non v’ingannerà. Se tarda a comparire, aspettalo che verrà sicuramente, e non differirà per sempre (II, 3).
Aggeo prenunzia la presentazione di Gesù al tempio, con quelle parole: «Ecco quel che dice il Signore degli eserciti: Ancora un po’ di tempo, e poi io scuoterò il cielo e la terra, il mare e l’universo. Commoverò i popoli e verrà il Desiderato delle nazioni, e riempirà questo tempio di gloria. La gloria di questo tempio sarà più grande di quella del primo, dice il Signore degli eserciti, ed io darò in questo luogo la pace » (II, 7, 10), Tutto ciò avvenne il giorno in cui Maria e Giuseppe presentarono Gesù bambino al tempio. Poiché trovandosi a quell’ora nel tempio di Gerusalemme il santo vecchio Simeone, a cui lo Spirito Santo aveva promesso che non morrebbe prima di aver veduto il Cristo Signore, non appena gli si presentò Mara col bambinello, tosto lo prese tra le braccia e, pieno di spirito divino e di gioia, sciolse un inno di lode e di ringraziamento a Dio, esclamando: «Adesso lascerai, o Signore, che se ne vada in pace il tuo servo, secondo la tua parola; perché gli occhi miei hanno veduto il Salvatore dato da te; il quale è stato esposto da te al cospetto di tutti i popoli, luce ad illuminare le nazioni, e a gloria di Israele tuo popolo». Anche la profetessa Anna, vecchia di ottantaquattro anni, prese a lodare Dio, e a parlare del bambino a tutti quelli che aspettavano il Messia (Luc. II, 29-39).
Davide aveva notato come segnale per riconoscere il Messia, l’ira, l’odio, e l’unanime persecuzione dei grandi della terra e dei capi del popolo congiurati alla sua rovina (Psalm, II, 2). Manifestissimo ne fu l’adempimento, principalmente nella passione di Gesù Cristo.
Il compito del Messia era, secondo i profeti, quello di assumere sopra di sé i peccati del mondo e soffrirne il castigo e la pena. Ma affinché non rimanesse dubbio intorno alla persona in cui si sarebbe adempito questo decreto divino, ecco che il Signore fa predire ai suoi inspirati quasi tutti i particolari tormenti che doveva patire suo Figlio e talora perfino le più minute circostanze, Chiaro e circostanziato sopra tutti è Isaia, tanto che, al leggerlo, sembra di udire non un profeta, ma un evangelista; e confrontando l’immagine ch’egli ci dipinge del Messia paziente con quella che di Gesù ci lasciarono i testimoni della sua passione; le troviamo identiche. Consultate il capo LIII dal vers, 1 al 12, e vi troverete preveduti gli schiaffi, i pugni, le battiture, gli sputi, le ferite, le lacerazioni che resero il volto e la persona del Redentore così sfigurati, malmenati e pesti, da quasi più non ravvisarvi immagine d’uomo. – Troverete indicate le ingiurie, le bestemmie, gli insulti, gli oltraggi, le beffe, i sarcasmi, i motteggi di cui fu fatto segno, a tal punto che si sarebbe creduto l’ultimo degli uomini, la feccia dei ribaldi, la spazzatura della plebe. – Troverete accennati e l’ingiusto giudizio a cui dovette sottostare e i ladroni tra cui lo crocifissero e il costante silenzio e la prodigiosa mansuetudine da lui conservata così inalterabile da farlo rassomigliare ad un agnello condotto a tosare. – E non è dimenticato l’abbandono in cui è lasciato da tutti, né la corona di spine con cui gli si cinge il capo.
Geremia lamentava che il Cristo sarebbe stato saziato di obbrobri, e fatto scherno della plebe (Lament. III, 30), (Ib. 14). Non è questo l’Eccehomo di Pilato?
Davide, parlando a nome del Messia, aveva predetto che sarebbe stato accusato da falsi testimoni (Psalm. XXVI, 12); che sarebbe stato crudelmente flagellato (Psalm. XXXIV, 15); che l’avrebbe tradito uno dei suoi (Psalm. XL, 9). Zaccaria poi designa la somma di trenta denari che si sarebbe sborsata per mercede al traditore (XI, 12),
Il Savio mette in bocca agli empi che tramano la ruina del giusto, questo discorso: «Tendiamo insidie al giusto, perché egli non è buono per noi, ed è contrario alle opere nostre e rinfaccia a noi i peccati contro la legge, e propala in nostro danno i mancamenti della nostra vita. Si vanta di avere la scienza di Dio, e si dà il nome di Figliuolo di Dio. Egli è diventato il censore dei nostri pensieri. E’ grave cosa per noi anche il solo vederlo, perché la vita di lui non è come quella degli altri, e diverse sono le sue vie. Siamo riputati da lui come gente da nulla, schiva le nostre costumanze come immondezze, e preferisce la fine dei giusti, e si gloria di avere per padre Iddio. Si veda adunque se le sue parole sono vere, e proviamo che cosa sarà di lui e vedremo dov’egli andrà a finire. Perché se egli è vero figliuolo di Dio, questi lo difenderà, e lo salverà dalle mani degli avversari. Proviamolo con le contumelie e coi tormenti per vedere la sua rassegnazione e conoscere qual sia la pazienza. Condanniamolo a morte più obbrobriosa» (Sap. II, 12-20). Potevano forse ritrarsi più al vivo gli Scribi, i Farisei, i principi dei Sacerdoti? non pare di udirli, raccolti a consiglio in casa di Anna e di Caifa, studiare i modi più sicuri per disfarsi del Cristo? non adoperarono forse essi quasi le medesime parole e nel pretorio di Pilato, e nella piazza, chiedendone la crocifissione, e sul Calvario insultando ai suoi patimenti?
«Il Cristo, preannunziava Daniele, sarà messo a morte, e il suo popolo non sarà più suo popolo, perché lo rinnegherà» (IX, 26). Il popolo giudeo compì alla lettera questa profezia allorché disse a Pilato ch’esso non conosceva altri che Cesare, per suo re (IOANN. XIX, 15).
Il Salmista aveva anche detto a nome del Cristo: «Mi forarono le mani e i piedi; mi diedero in cibo del fiele, e per bevanda dell’aceto; si divisero le mie vesti e su la mia tunica gettarono la sorte. Tutti quelli che mi vedevano si facevano beffe di me, e crollando il capo mormoravano sogghignando: Egli si fidò in Dio, or bene questo Dio lo salvi, se può» (Psalm. XXI, 16); (Psalm. LXVIII, 22 (Psalm XXI, 18 (Psalm. XXI, 7-8). Chi non vede qui ritratta la scena del Golgota?
Zaccaria, parlando delle piaghe fatte nelle mani del Cristo dai chiodi, fa rilevare che esse gli erano state fatte dal popolo suo diletto, e vaticina che, morto lui, riconosceranno chi fosse quegli che essi crocifissero (XIII, 6), (XII, 10).
L’agnello pasquale era figura del Cristo; ora Mosè aveva ordinato che si mangiasse senza rompergli osso (Num. IX, 12). Anche questa circostanza si avverò su la croce; perché, mentre ai due ladroni furono, secondo l’usanza, rotte le gambe, prima di levarli dalla croce, a Gesù non furono rotte.
La sepoltura di Gesù. Cristo, l’incorruttibilità del suo corpo nel sepolcro, la sua discesa agli inferni, trovano la loro predizione in quelle parole di Davide (Psalm. XV, 9-10).
Isaia aveva profetizzato che il sepolcro del Cristo sarebbe glorioso (II, 10); certamente per i prodigi che sarebbero avvenuti alla sua risurrezione la quale pure era stata predetta da Davide: «Io mi sono addormentato in profondo sonno e mi sono risvegliato (Psalm. III, 5). Lo stesso profeta aveva pure già fatto cenno dell’ascensione di Gesù Cristo al cielo, corteggiato dalle anime dei patriarchi e dei giusti antichi da lui fatti liberi; e la sua posizione come uomo alla destra di Dio (Id. LXVI, 19), (Id. CIX, 1).
«Io spanderò, aveva detto il Signore per bocca di Zaccaria, lo spirito di grazia e di preghiera su la casa di Davide, su gli abitanti di Gerusalemme» (XII, 10). Dove mai ebbe questa profezia più chiaro e pieno adempimento se non nel ritiro degli apostoli nel cenacolo, e nella discesa dello Spirito Santo il dì della Pentecoste?
Daniele aveva annunziato che il popolo giudeo sarebbe stato riprovato e disperso in punizione di aver messo a morte il Messia; che il tempio sarebbe stato distrutto, la città atterrata, abolito ogni sacrifizio; che la desolazione avrebbe colpito ogni cosa e sarebbe durata per sempre (IX, 26). Dal giorno in cui le aquile di Tito, imperatore romano, sventolarono su le rovine di Gerusalemme fino al presente, tutti i secoli sono testimoni e prove dell’avveramento di questa profezia.
Tutti i profeti vaticinarono la chiamata e la conversione dei gentili al culto del vero Dio, da avverarsi dopo la venuta del promesso Messia. Ecco, per esempio, come Iddio parla al Messia figurato in Isaia: «Non è solo perché tu mi sii ministro nel rialzare il popolo di Giacobbe, nel convertire gli ultimi rampolli di Israele, che io ti ho scelto; ma ancora perché sii luce alle genti, e porti la mia salute fino agli ultimi confini del mondo» (ISAI. XLIX, 6). Ora è scritto degli apostoli, che la loro parola risuonò per tutta la terra, e la voce annunziatrice della religione di Cristo trovò eco nei più remoti angoli del mondo. (Rom. X, 18).
Anche lo stabilimento della Chiesa in seno all’umanità, e la sua eterna durata fu predetta da Daniele con quelle parole: «Nei giorni di quei regni, il Dio del cielo farà sorgere un regno che non sarà più distrutto e il cui impero non passerà mai ad altre mani: anzi, egli atterrerà e consumerà tutti gli altri regni, ed esso rimarrà in piedi eternamente» (II, 44).
I profeti non predissero solamente che la Chiesa si sarebbe stabilita su le rovine della Sinagoga e dell’idolatria, ma prenunziarono ancora che in vece degli antichi sacrifizi, i quali si potevano offrire nel solo tempio di Gerusalemme, si offrirebbe in tutti i luoghi da un capo all’altro del mondo, un ostia pura e santa (MALACH. I, 10-11).
Ora qual altro sacrifizio si vide nel mondo, dopo la morte di Gesù Cristo, se non il sacrifizio dell’altare? Non è forse la vittima eucaristica immolata e offerta a Dio in tutte le età, in tutti i luoghi della terra?
Tutte le profezie furono adunque adempiute con la nascita, con la vita, con la morte di Gesù Cristo; esse dunque si riferivano al Messia e annunziavano il Figliuolo di Dio. Perciò il Redentore, sfidando la mala fede degli Ebrei, diceva loro: «Studiate le Scritture, esse vi testimonieranno di me» (IOANN. V, 39). Ah sì! chi legge e medita attentamente la Scrittura, vi trova Gesù Cristo in tutto, ora visibile nel compimento dei fatti, ora celato sotto le figure e le ombre…

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Tu sei il Cristo,il Figlio del Dio Vivente

Matteo 16

1 I farisei e i sadducei si avvicinarono per metterlo alla prova e gli chiesero che mostrasse loro un segno dal cielo.2 Ma egli rispose: «Quando si fa sera, voi dite: Bel tempo, perché il cielo rosseggia; 3 e al mattino: Oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo. Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non sapete distinguere i segni dei tempi? 4 Una generazione perversa e adultera cerca un segno, ma nessun segno le sarà dato se non il segno di Giona». E lasciatili, se ne andò.
5 Nel passare però all’altra riva, i discepoli avevano dimenticato di prendere il pane. 6 Gesù disse loro: «Fate bene attenzione e guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei». 7 Ma essi parlavano tra loro e dicevano: «Non abbiamo preso il pane!». 8 Accortosene, Gesù chiese: «Perché, uomini di poca fede, andate dicendo che non avete il pane? 9 Non capite ancora e non ricordate i cinque pani per i cinquemila e quante ceste avete portato via?10 E neppure i sette pani per i quattromila e quante sporte avete raccolto? 11 Come mai non capite ancora che non alludevo al pane quando vi ho detto: Guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei?». 12 Allora essi compresero che egli non aveva detto che si guardassero dal lievito del pane, ma dalla dottrina dei farisei e dei sadducei.
13 Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». 14 Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti».15 Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». 16 Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». 17 E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. 18 E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. 19 A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». 20 Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
21 Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno. 22 Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: «Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai». 23 Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
24 Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 25 Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. 26 Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l’uomo potrà dare in cambio della propria anima? 27 Poiché il Figlio dell’uomo verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e renderà a ciascuno secondo le sue azioni. 28 In verità vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non morranno finché non vedranno il Figlio dell’uomo venire nel suo regno».

 

“Ma voi, chi dite che io sia?”. Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. E Gesù gli disse: “Beato sei tu,…”
Mt 16,15-17

Come vivere questa Parola?
Dopo un po’ di tempo passato insieme, siamo ad una svolta. Gesù chiede con umiltà ai discepoli che cosa hanno capito di Lui, che cosa pensano di Lui! Essere riconosciuto è il desiderio fondamentale dell’amore che si rivela; è il bisogno di essere riconosciuto nella verità della Sua Persona!
Per te chi sono?
La risposta personale a questa domanda è la cifra del discepolo. Il cristianesimo non è un’ideologia, ma un rapporto. Il cristiano è colui che vive e cresce nel rapporto con Gesù.

Pietro risponde personalmente alla domanda con la professione di fede: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio Vivente“; così la sua fede diventerà “chiave che apre il Regno”.
A Pietro che dice “Tu Sei“, Gesù risponde “Beato te” e tra i due inizia un dialogo, cresce la conoscenza profonda e sperimenta la misericordia. Il “primato di Pietro” nasce dalla fiducia del cuore che sa vedere “oltre”, in un dono speciale di scoperta del dono di Dio.

Grazie, Gesù per il dono di “Pietro”! Noi ti preghiamo per lui! Continua ad assisterlo dicendogli “Beato”, perché questa beatitudine è garanzia del suo rapporto con Te… e a noi dona rispetto e docilità, amore e fedeltà nei suoi confronti, perché la Chiesa tua Sposa possa lodarti e testimoniarti senza paure!

La voce di un testimone
“La testimonianza dell’apostolo Pietro ci ricorda che il nostro vero rifugio è la fiducia in Dio: essa allontana ogni paura e ci rende liberi da ogni schiavitù e da ogni tentazione mondana… Pietro ha sperimentato che la fedeltà di Dio è più grande delle nostre infedeltà e più forte dei nostri rinnegamenti… Pietro ci mostra la strada: fidarsi di Lui, che “conosce tutto di noi”, confidando non sulla nostra capacità di essergli fedeli, quanto sulla sua incrollabile fedeltà…”
Papa Francesco (29.06.2014)

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