LA VIGILANZA NEL VANGELO DI MARCO

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Il passo che ci viene proposto dalla liturgia della I domenica di avvento è la parte conclusiva di un lungo discorso di Gesù, che occupa l’intero cap.13 e funge da transizione tra la vita pubblica di Gesù (cap.1,14-12,44) e il racconto della sua passione, morte (cap. 14-15) e risurrezione (cap 16,1–8).

Quando Gesù fa questo discorso, quindi, siamo già a ridosso della sua passione, che concluderà la sua vicenda terrena.

Il contesto in cui avviene questo discorso è l’uscita di Gesù dal tempio (Mc 13,1), che dice il definitivo abbandono del culto giudaico da parte di Gesù. Un culto che Gesù, nel racconto del fico sterile e dissecato (Mc 11,12-14.20-21), aveva già condannato per la sua sfarzosità, totalmente priva di frutti buoni.

Il discorso incomincia con l’annuncio della distruzione del tempio (Mc 13,2) e richiama e prelude, in qualche modo la morte in croce di Gesù.

Da un punto di vista storico, la distruzione del tempio e la conseguente fine del culto giudaico avviene nel 70 d.C. ad opera dell’imperatore romano Vespasiano e di suo figlio Tito. Essa conclude la sanguinosissima guerra giudaica durata dal 66 al 70, con una propaggine fino al 73. Marco scriverà il suo vangelo proprio durante questo periodo (65-70) e questo discorso ne riflette il clima drammatico.

Secondo le credenze giudaiche, la fine del tempio avrebbe coinciso con la fine del mondo; da qui tutto il catastrofismo, di cui è permeato l’intero discorso apocalittico, che allude alla morte di Gesù e ne è, in un certo qual modo, una premessa. Vi è, dunque, uno stretto nesso e parallelismo tra la morte di Gesù e la fine della storia. Vedremo come proprio il v.35 richiamerà questo aspetto e le sue conseguenze all’interno della chiesa nascente.

Da un punto di vista liturgico, il breve passo evangelico di questa I° di avvento è stato preceduto e preparato da tre parabole, lette in queste tre ultime domeniche:

  • Le vergini sagge e stolte (Mt 25,1-13), che delineano due comportamenti tipo tenuti nei confronti del Signore che viene: l’impegno operoso nella fede, nella speranza e carità; e la superficialità di chi, invece, si lascia trascinare dagli impegni della vita, senza preoccuparsi di dove sta andando e del senso del suo vivere.

  • I talenti (Mt 25,14-30), che sollecitano il credente ad un impegno proficuo e ad una operosità nel bene nell’attesa della venuta del Signore.

  • Il giudizio finale (Mt 25,31-46) che ha per tema l’oggetto del nostro impegno e del senso del nostro vivere: l’amore fraterno. L’amore verso Dio passa sempre attraverso l’amore verso il prossimo (1Gv 4,20-21), in cui è sacramentato Cristo stesso (Mt 25,40.45).

Nei versetti che mediteremo questa sera si parlerà del “vegliare“, che sintetizza in sé le tre parabole precedenti.

«Che cosa vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io veda di nuovo!»

35Mentre si avvicinava a Gerico, un cieco era seduto lungo la strada a mendicare.36Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. 37Gli annunciarono: «Passa Gesù, il Nazareno!». 38Allora gridò dicendo: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!».39Quelli che camminavano avanti lo rimproveravano perché tacesse; ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». 40Gesù allora si fermò e ordinò che lo conducessero da lui. Quando fu vicino, gli domandò: 41«Che cosa vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io veda di nuovo!». 42E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato». 43Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo glorificando Dio. E tutto il popolo, vedendo, diede lode a Dio.

Dalla Parola del giorno

Mentre si avvicinava a Gerico, un cieco era seduto a mendicare lungo la strada.

Come vivere questa Parola?

“Un cieco era seduto a mendicare lungo la strada”: ecco il fotogramma di un’esistenza spezzata, ridotta ai margini, tagliata fuori. Chi non vede è costretto infatti a vivere nel disagio dell’incomunicabilità, ha una percezione ridotta delle cose e si riduce via via anche all’immobilità, a quello stare seduti che, nei vangeli, è spesso sino-nimo di pesantezza esistenziale, conflittualità latente o manifesta. Soprattutto con se stessi.

Non solo: ai tempi Gesù, un cieco come poteva procurarsi di che vivere? Facendo il mendicante. Un’ulteriore disgrazia, perché chi mendica è squalificato come uomo, è inutile e reca disturbo. Non a caso gli stessi discepo-li cercano di schivarlo e di farlo tacere.

Ebbene, dinanzi a questo sottobosco di umanità degradata, Gesù s’arresta. Dice il testo: “si fermò”. Fermiamoci anche noi dinanzi a questa icona di amore compassionevole che irrompe nel vissuto buio di un uomo dimezzato per restituirgli la gioia di vivere. Sì, perché “vedere di nuovo” significa rivivere. Meglio, rinascere a vita nuova. Fermiamoci a contemplare ciò che Dio ha operato anche in noi arrestandosi misericordioso ai margini della no-stra cecità. Per ridare senso alla nostra vita o, più semplicemente, per illuminarne alcuni angoli oscuri.

Ora, se Gesù ha agito così con noi, come possiamo permetterci di schivare sdegnosi o indifferenti la cecità degli altri, costringendoli a tacere, a non importunarci, a non essere invadenti?

Oggi, nella mia pausa contemplativa, chiedo al Signore un cuore nuovo, capace di gratitudine e di speranza. Gratitudine, in risposta alla sua misericordia. Speranza, per credere che la cecità gridata a Dio è preludio di lu-ce.

“Signore, che io riabbia la vista!”

La voce di un autore spirituale del nostro tempo

Dobbiamo comprendere che il nostro primo compito e la nostra prima efficacia risiedono in una supplica insi-stente e costante a Dio perché agisca nel segreto dei cuori.
Padre J. Loew

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Commento al Vangelo di oggi – Il Cieco di Gerico

Lc 18,35-43

Quanta differenza tra l’Antico e il Nuovo Testamento sulla visione di Dio. Nell’Antico Patto Mosè chiese ardentemente di vedere il Signore e dovette nascondersi nelle fenditure della roccia al passaggio del suo Signore. È come se il Signore gli avesse detto: Tu mi puoi vedere, ma da cieco. Puoi sentire i miei passi, ma non puoi vedere il volto. Dio è il Trascendente, l’Invisibile, il Nascosto, il Lontano, il Totalmente Altro.

Mosè disse al Signore: «Vedi, tu mi ordini: “Fa’ salire questo popolo”, ma non mi hai indicato chi manderai con me; eppure hai detto: “Ti ho conosciuto per nome, anzi hai trovato grazia ai miei occhi”. Ora, se davvero ho trovato grazia ai tuoi occhi, indicami la tua via, così che io ti conosca e trovi grazia ai tuoi occhi; considera che questa nazione è il tuo popolo». Rispose: «Il mio volto camminerà con voi e ti darò riposo». Riprese: «Se il tuo volto non camminerà con noi, non farci salire di qui. Come si saprà dunque che ho trovato grazia ai tuoi occhi, io e il tuo popolo, se non nel fatto che tu cammini con noi? Così saremo distinti, io e il tuo popolo, da tutti i popoli che sono sulla faccia della terra».

Disse il Signore a Mosè: «Anche quanto hai detto io farò, perché hai trovato grazia ai miei occhi e ti ho conosciuto per nome». Gli disse: «Mostrami la tua gloria!». Rispose: «Farò passare davanti a te tutta la mia bontà e proclamerò il mio nome, Signore, davanti a te. A chi vorrò far grazia farò grazia e di chi vorrò aver misericordia avrò misericordia». Soggiunse: «Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo». Aggiunse il Signore: «Ecco un luogo vicino a me. Tu starai sopra la rupe: quando passerà la mia gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano, finché non sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere» (Es 33,12-23).

Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui, proclamando: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà, che conserva il suo amore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione». Mosè si curvò in fretta fino a terra e si prostrò. Disse: «Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa’ di noi la tua eredità» (Es 34,5-9).

Gesù, Dio, il Signore, cammina in mezzo al suo popolo, passa in mezzo a loro, non solo quanti vedono, ma anche i ciechi possono ora contemplare il suo volto. Dio non è più la Trascendenza, la Lontananza, L’Alterità divina ed eterna. Lui ora è presenza incarnata, fatta vero uomo, perché ogni uomo lo possa vedere. L’umanità, raffigurata da questo cieco di Gerico, chiede al suo Dio gli occhi per poter contemplare la sua gloria e il Signore gli concede questa grazia. Lui può seguire il suo Signore, il suo Dio.

Il Signore passa. Non possiamo permettere che Lui se ne vada senza che noi lo vediamo, senza che lo seguiamo, senza che camminiamo dietro di Lui. Con il nostro Cristo dobbiamo osare, essere espliciti nelle richieste, avere una fede grande nel suo cuore, ricco di misericordia e di bontà. Quando Lui non ci ascolta e gli altri ci dicono di non gridare, è allora che dobbiamo urlare. Lui ci chiamerà. Noi ci accosteremo. Chiederemo di poter vedere Lui, perché solo vedendo Lui siamo capaci di vedere ogni altra cosa. Se non vediamo Lui, vedere o non vedere è la stessa cosa. Siamo ciechi.

Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli, Santi, dateci la gioia di vedere Gesù.

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Commento al Vangelo del giorno

Lc 21,5-19

In quel tempo, 5mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: 6«Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».

7Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». 8Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! 9Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».

10Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, 11e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.

12Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. 13Avrete allora occasione di dare testimonianza. 14Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; 15io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. 16Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; 17sarete odiati da tutti a causa del mio nome. 18Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.19Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita.

Il linguaggio apocalittico annunzia sempre una distruzione. Essa però non è di condanna definitiva. Deve essere intesa come vera cura medicinale.

Ascoltatemi attenti, o mio popolo; o mia nazione, porgetemi l’orecchio. Poiché da me uscirà la legge, porrò il mio diritto come luce dei popoli. La mia giustizia è vicina, si manifesterà la mia salvezza; le mie braccia governeranno i popoli. In me spereranno le isole, avranno fiducia nel mio braccio. Alzate al cielo i vostri occhi e guardate la terra di sotto, poiché i cieli si dissolveranno come fumo, la terra si logorerà come un vestito e i suoi abitanti moriranno come larve. Ma la mia salvezza durerà per sempre, la mia giustizia non verrà distrutta. Ascoltatemi, esperti della giustizia, popolo che porti nel cuore la mia legge. Non temete l’insulto degli uomini, non vi spaventate per i loro scherni; poiché le tarme li roderanno come una veste e la tignola li roderà come lana, ma la mia giustizia durerà per sempre, la mia salvezza di generazione in generazione. Svégliati, svégliati, rivèstiti di forza, o braccio del Signore. Svégliati come nei giorni antichi, come tra le generazioni passate. Non sei tu che hai fatto a pezzi Raab, che hai trafitto il drago? Non sei tu che hai prosciugato il mare, le acque del grande abisso, e hai fatto delle profondità del mare una strada, perché vi passassero i redenti? Ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con esultanza; felicità perenne sarà sul loro capo, giubilo e felicità li seguiranno, svaniranno afflizioni e sospiri.

Io, io sono il vostro consolatore. Chi sei tu perché tu tema uomini che muoiono e un figlio dell’uomo che avrà la sorte dell’erba? Hai dimenticato il Signore tuo creatore, che ha dispiegato i cieli e gettato le fondamenta della terra. Avevi sempre paura, tutto il giorno, davanti al furore dell’avversario, perché egli tentava di distruggerti. Ma dov’è ora il furore dell’avversario? Il prigioniero sarà presto liberato; egli non morirà nella fossa né mancherà di pane. Io sono il Signore, tuo Dio, che agita il mare così che ne fremano i flutti – Signore degli eserciti è il suo nome. Io ho posto le mie parole sulla tua bocca, ti ho nascosto sotto l’ombra della mia mano, quando ho dispiegato i cieli e fondato la terra, e ho detto a Sion: «Tu sei mio popolo». Svégliati, svégliati, àlzati, Gerusalemme, che hai bevuto dalla mano del Signore il calice della sua ira; la coppa, il calice della vertigine, hai bevuto, l’hai vuotata. Nessuno la guida tra tutti i figli che essa ha partorito; nessuno la prende per mano tra tutti i figli che essa ha allevato. Due mali ti hanno colpito, chi avrà pietà di te? Desolazione e distruzione, fame e spada, chi ti consolerà? I tuoi figli giacciono privi di forze agli angoli di tutte le strade, come antilope in una rete, pieni dell’ira del Signore, della minaccia del tuo Dio. Perciò ascolta anche questo, o misera, o ebbra, ma non di vino. Così dice il Signore, tuo Dio, il tuo Dio che difende la causa del suo popolo: «Ecco, io ti tolgo di mano il calice della vertigine, la coppa, il calice della mia ira; tu non lo berrai più. Lo metterò in mano ai tuoi torturatori che ti dicevano: “Cùrvati, che noi ti passiamo sopra”. Tu facevi del tuo dorso un suolo e una strada per i passanti» (Is 51,4-23).

Gerusalemme sarà distrutta, rasa al suolo, ma come grande grazia per la conversione.

La vita sulla terra è una continua catastrofe. Anche questa è grazia di conversione.

Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli, Santi, aiutateci perché ci convertiamo.

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La prima lettura tratta dal libro del profeta Malacchia ci parla del “giorno del Signore”

Lc 21,5-19

In quel tempo, 5mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: 6«Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».

7Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». 8Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! 9Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».

10Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, 11e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.

12Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. 13Avrete allora occasione di dare testimonianza. 14Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; 15io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. 16Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; 17sarete odiati da tutti a causa del mio nome. 18Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.19Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita.

Alla fine di ogni anno liturgico ci viene proposto il discorso sulle realtà ultime, mediante il linguaggio apocalittico escatologico. Tra la fine del secolo scorso e l’inizio del nuovo secolo, non si fa altro che parlare e scrivere della fine del mondo, che sarà dovuta da questa o da quella catastrofe di cui è responsabile l’uomo comune non i così detti scienziati o politici.
L’ossessione di una fine del mondo, accompagnata da sconvolgimenti cosmici e da cataclismi di ogni genere e specie, è presente in tutti i consessi degli ultimi cento anni. Volta per volta sono: la minaccia di un possibile conflitto nucleare, nel secolo scorso la guerra fredda oggi l’ISIS; lo scempio della natura, causato dall’uomo mediante la deforestazione; la presenza di ” gas serra” nell’atmosfera, causata sempre dall’uomo, per l’approvvigionamento di energia da carbon fossile, petrolio e di proteine da carne bovina, in modo particolare, sono responsabili dell’innalzamento delle temperature, dello scioglimento dei ghiacci che causano l’innalzamento dei livelli delle acque dei mari. Tutte queste ed altre innumerevoli cause, vengono dai mass-media amplificati e presentati, come se la fine del mondo sia ormai imminente. Tutte queste ipotesi fanno sì che molti cristiani siano attratti da questi discorsi visionari di certi studiosi, non dimentichiamoci di ciò che si diceva a proposito del buco dell’ozono, di cui oggi non si parla più: il buco si è chiuso e la catastrofe si è modificata.
Il Vangelo di Luca, dell’odierna liturgia, ci dice che non c’è rapporto alcuno tra la distruzione del tempio di Gerusalemme, come si credeva da parte di giudei e cristiani suoi contemporanei, e la fine del mondo. Questo vangelo annunzia che, prima della consumazione dei secoli, i discepoli di Gesù devono andare incontro a molte persecuzioni, le quali, se superate, diventano garanzia di salvezza, perché mettono in evidenza la costanza della fede, la quale è assolutamente necessaria in ogni circostanza e momento della storia. Anche se molte cose crollano, rimanere saldi nel Signore, è ciò che non delude.

La prima lettura tratta dal libro del profeta Malacchia ci parla del “giorno del Signore”. Questo è un giorno caratterizzato dall’instaurazione della giustizia, in cui Dio giudicherà la storia e capovolgerà le posizioni fissate dagli uomini, egoisti presuntuosi e sfrontati. Io, come individuo, devo estirpare da dentro di me, superbia e ingiustizia in quanto sono “radice e germoglio”, ossia materiale che impedisce di far parte del Regno di Dio, prima che arrivi il ” giorno del Signore”. A tal uopo ognuno deve allestire un ” forno rovente” in cui bruciare ” come paglia” tutto ciò che nel nostro intimo fa parte di un mondo decrepito quantunque, questa rinuncia sia dolorosa. E’ importante saper individuare ciò che deve essere eliminato ma è urgente orientarsi a coltivare ciò che deve cominciare.

Il Salmo 97 offre alla nostra preghiera un inno di lode al Signore, re fedele e salvezza dei popoli, ma anche, allo stesso tempo, esso è un Salmo messianico ed escatologico. Ci dice che il processo di ricostruzione d’Israele è già cominciato anche se giungerà a compimento nel futuro, come anche noi cristiani risultiamo essere ” salvati nella speranza. Quando il Signore verrà a giudicare il mondo tutto il creato esulterà di gioia.

Paolo scrive la seconda lettera alla comunità di Tessalonica per precisare la sorte dei defunti al momento della parusia. Nei vv. 11-12 del capitolo 3 di questa lettera egli polemizza energicamente con quei membri di quella comunità che “vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione”. Inoltre invita queste persone, capaci di creare tensione nella comunità di Tessalonica Nel suo discorso Gesù suscita la a vivere guadagnandosi il pane ” lavorando con tranquillità, come egli stesso ha fatto, nonostante ne abbia il diritto, che gli derivava dalla missione che ha svolto in seno alla loro comunità e non a vivere da sanguisughe, come molti pretendono perché ” chi non vuol lavorare neppure mangi”.
Lavorare, per Paolo, vuol dire conquistare la propria libertà, non dipendere da alcuno, avere qualcosa da condividere per offrirne a chi veramente ne ha la necessità.

Lo stralcio del discorso escatologico dell’odierno Vangelo secondo Luca è abbastanza complesso sia per il linguaggio usato, ma anche perché in esso si sovrappongono gli avvenimenti storici, dovuti alla distruzione del tempio di Gerusalemme, ad opera dei soldati romani. A questa dobbiamo aggiungere la fine dei tempi tratteggiata con colori e forme impressionanti della letteratura apocalittica. Ciò è dovuto al fatto che la Chiesa primitiva apostolica interpretò la distruzione di Gerusalemme come punizione dovuta al rifiuto di Gesù. Nel suo discorso Gesù suscita la curiosità dei suoi ascoltatori che chiedono ” Maestro quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?”
Abbiamo bisogno, sempre, di segni e di date prima di deciderci a convertirci per salvarci in corner e così farci trovare in regola per il ” giorno del Signore”. Ma Gesù non fornisce, semplicemente, ci parla di avvenimenti premonitori che l’uomo deve saper interpretare: non è detto che il corner non porti al gol e allora sono dolori per noi. ” Prima” degli avvenimenti premonitori ci sono anche i giorni della Chiesa: ” metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno”. Il tempo della conversione quindi è oggi perché non sappiamo né il giorno né l’ora.

Revisione di vita
– Che posto ha Gesù oggi nella nostra storia? Ci fidiamo di Lui?
– Come reagiamo alle prove nella nostra vita di Fede?

– Siamo ancora capaci di fedeltà a ciò che dice la Chiesa?

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Commento al Vangelo: Luca 18,1-8, e Letture del giorno

Qui le LETTURE LITURGICHE DI OGGI 12 novembre 2016

La preghiera respiro per la vita

Lc 18,1-8

In quel tempo, Gesù 1diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: 2«In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. 3In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. 4Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, 5dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”». 6E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. 7E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? 8Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?

Un mio carissimo amico prete, don Emanuele Previdi, ha scritto qualche tempo fa un libro sulla preghiera, dal titolo provocatorio: “Dalle preghiere inutili all’amicizia con Dio”.

Ma esistono le preghiere inutili? Quelle che Dio non ascolta e addirittura portano lontano da Lui?

Nella prefazione al testo, monsignor Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, scrive che le preghiere inutili sono proprio quelle “di chi si sente giusto, di chi si mette in mostra, del mafioso, di chi si affida a molte parole, di chi vuol forzare Dio, di chi non si apre alla carità.”

La preghiera è come il respirare, diceva papa Francesco in un Angelus all’inizio del suo pontificato, ed è quindi una necessità profonda che mantiene in vita la nostra fede, così come il respiro polmonare mantiene in vita il corpo. Ma se si respira per vivere e non per respirare, così si prega per vivere la fede, e non si prega per pregare e basta.

Gesù insegna proprio questo ai suoi discepoli. Insegna non una formula o un “trucco” per farsi ascoltare da Dio in modo che realizzi i loro desideri, ma insegna che Dio è vicino e per che primo vuole dire qualcosa a loro. Dio è la risposta all’uomo, alle sue attese più profonde. Dio è la risposta al grido dei poveri che sembrano condannati dalle ingiustizie del mondo. Questa risposta tanto attesa e necessaria è proprio l’uomo Gesù, le sue parole e gesti, il suo Vangelo.

La preghiera ci mette in comunicazione con questa risposta di Dio all’umanità, facendoci incontrare Gesù come vivente ancora oggi, per me e per il mondo.

Al centro della parabola del giudice disonesto, senza Dio e senza pietà, e la povera vedova, ci sta proprio quest’ultima che alla fine viene ascoltata e accolta. Questa povera vedova ha un coraggio immenso e una fiducia nella risposta che la porta a insistere anche se tutto rema contro di lei. Davvero questa donna ha una fede enorme che la porta a non stancarsi difronte all’iniziale sordità del giudice.

Gesù, che nel Vangelo sempre si identifica con i poveri, è dentro questa vedova che insiste nel comunicare e farsi ascoltare. Gesù insiste nel bussare alla porta del nostro cuore, anche se sembriamo sordi, disonesti e senza tempo per Dio. E noi siamo come questo giudice che alla fine proprio per l’insistenza di Dio, e non certo per nostro merito, abbiamo la possibilità di ascoltare Gesù e di fare quello che lui ci chiede.

La domanda posta da Gesù alla fine è uno stimolo profondo che non ci deve lasciare tranquilli: “…ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”

Ci crediamo veramente in questa presenza di Dio nella vita?

Ci siamo accorti che Gesù è presente non tanto in luoghi sacri o immagini sacre, ma nel prossimo e specialmente nei più poveri? Siamo convinti che il Regno di Dio, così come è descritto nel Vangelo, è possibile realizzarlo nel mondo, oppure siamo sfiduciati e pessimisti così da non credere più nel bene?

La preghiera, fatta di momenti particolari, di tempi e riti, di formule e gesti, alla fine ha lo scopo di risvegliare in noi la fiducia in Dio, la speranza nel Vangelo, la capacità di vivere secondo il Vangelo.

La preghiera ci fa respirare l’ossigeno buono di Gesù per vivere come Lui ed essere come Lui.

Per questo la preghiera parte dalla vita e ritorna alla vita, là dove siamo, là dove ci sono i nostri fratelli, là dove ci sono i poveri e coloro che soffrono.

Il sottotitolo del libro del mio amico don Emanuele è significativo: “o la preghiera trasforma la vita, o la vita eliminerà la preghiera”

Vita e preghiera sono unite in modo inscindibile, la vita stessa diventa preghiera quando è piena delle parole e Gesti di Gesù, e la preghiera che in modo insistente è riempita di Vangelo, diventa vita.

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Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece l’avrà perduta la salverà.

Dalla Parola del giorno

Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece l’avrà perduta la salverà.

Come vivere questa Parola?

Gesù continua a parlare a noi con parole che sembrano rasentare l’assurdo; invece esprimono la sapienza di Dio. Questo brano è inserito nel contesto della fede che Gesù vuol trovare in ognuno di noi. Sì! Viviamo sulla terra e dobbiamo occuparci delle cose normali d’ogni vita come mangiare, sposare e comprare. Ma mentre troppa gente lo fa nella dimenticanza di Dio, incurvata sulla terra, i discepoli di Gesù devono attendere a queste cose senza preoccupazione e con uno spirito diverso. E’ il Regno che noi cerchiamo innanzitutto, nella sicurezza che il resto è donato in aggiunta. E’ qui e ora che la salvezza si compie, nel presente quotidiano. Siamo inseriti nella storia profana e dobbiamo viverla come lievito del Regno e non come quello dei farisei. Gesù ci chiede di abbandonare ogni nostalgia del passato e ogni ansia per il futuro. Vuole che viviamo il presente con vigilanza attenta e fedeltà responsabile. Lui desidera che i nostri cuori siano liberi e pieni di speranza perdendo ciò che in noi è egoismo, negatività.

Questo comporta un amore fiducioso per Lui e un amore umile verso tutti. Sì, Giovanni ribadisce quello che Gesù è venuto ad insegnarci: “Che ci amiamo gli uni gli altri”. Questo è perdere la vita per salvarla. La perdiamo quando rimaniamo chiusi in noi stessi, con cuore indurito, alienato dai fratelli. Invece, la troviamo quando siamo aperti verso gli altri con gesti d’amore, quando i nostri pensieri sono generosi, benevoli. E’ nell’amore che troviamo la nostra vita e che siamo pronti a ‘perderla’ per Gesù e per il prossimo.

Oggi, nella mia pausa contemplativa, sosterò a guardare fino in fondo la mia vita, i miei valori, lo scorrere dei miei giorni. Sto cercando me stesso o Dio? Sono al servizio degli altri o solo del mio ego?

Signore, tu sai tutto. Aiutami a vedere lo scorrere della mia vita nella Tua Luce e con uno sguardo cui nulla sfugge.

La voce di un martire d’oggi

Mi convince, alla fine, che non si hanno due vie: c’e’ solo quella che porta alla luce passando per il buio, che porta alla vita facendo assaporare l’amaro della morte. Si diventa capaci di salvezza solo offrendo la propria carne. Il male del mondo va portato e il dolore condiviso, assorbendolo nella propria carne fino in fondo come ha fatto
Gesù.
don Andrea Santoro

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Commento al Vangelo di oggi 11 novembre 2016

Movimento Apostolico

Vangelo: Lc 17,26-37 

Nei giorni di Noè nessuno si aspettava che le acque inondassero la terra. La sorpresa e l’imminenza distrussero l’intera umanità. Si salvarono quanti erano nell’arca.

Il Signore disse a Noè: «Entra nell’arca tu con tutta la tua famiglia, perché ti ho visto giusto dinanzi a me in questa generazione. Di ogni animale puro prendine con te sette paia, il maschio e la sua femmina; degli animali che non sono puri un paio, il maschio e la sua femmina. Anche degli uccelli del cielo, sette paia, maschio e femmina, per conservarne in vita la razza su tutta la terra. Perché tra sette giorni farò piovere sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti; cancellerò dalla terra ogni essere che ho fatto». Noè fece quanto il Signore gli aveva comandato. Dopo sette giorni, le acque del diluvio furono sopra la terra; nell’anno seicentesimo della vita di Noè, nel secondo mese, il diciassette del mese, in quello stesso giorno, eruppero tutte le sorgenti del grande abisso e le cateratte del cielo si aprirono. Cadde la pioggia sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti. In quello stesso giorno entrarono nell’arca Noè, con i figli Sem, Cam e Iafet, la moglie di Noè, le tre mogli dei suoi tre figli; essi e tutti i viventi, secondo la loro specie, e tutto il bestiame, secondo la propria specie, e tutti i rettili che strisciano sulla terra, secondo la loro specie, tutti i volatili, secondo la loro specie, tutti gli uccelli, tutti gli esseri alati. Il Signore chiuse la porta dietro di lui. Il diluvio durò sulla terra quaranta giorni: le acque crebbero e sollevarono l’arca, che s’innalzò sulla terra. Le acque furono travolgenti e crebbero molto sopra la terra e l’arca galleggiava sulle acque. Le acque furono sempre più travolgenti sopra la terra e coprirono tutti i monti più alti che sono sotto tutto il cielo. Le acque superarono in altezza di quindici cubiti i monti che avevano ricoperto. Perì ogni essere vivente che si muove sulla terra, uccelli, bestiame e fiere e tutti gli esseri che brulicano sulla terra e tutti gli uomini. Ogni essere che ha un alito di vita nelle narici, cioè quanto era sulla terra asciutta, morì. Così fu cancellato ogni essere che era sulla terra: dagli uomini agli animali domestici, ai rettili e agli uccelli del cielo; essi furono cancellati dalla terra e rimase solo Noè e chi stava con lui nell’arca. Le acque furono travolgenti sopra la terra centocinquanta giorni (Gen 7,1-24).

Anche ai giorni di Lot sorpresa e imminenza causarono la morte di tutti gli abitanti di Sodoma e Gomorra. Appena Lot lasciò la città, fuoco e zolfo caddero dal cielo. La moglie di Lot si attardò a guardare e anch’essa divenne una statua di sale.

Il sole spuntava sulla terra e Lot era arrivato a Soar, quand’ecco il Signore fece piovere dal cielo sopra Sòdoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco provenienti dal Signore. Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo. Ora la moglie di Lot guardò indietro e divenne una statua di sale. Abramo andò di buon mattino al luogo dove si era fermato alla presenza del Signore; contemplò dall’alto Sòdoma e Gomorra e tutta la distesa della valle e vide che un fumo saliva dalla terra, come il fumo di una fornace. Così, quando distrusse le città della valle, Dio si ricordò di Abramo e fece sfuggire Lot alla catastrofe, mentre distruggeva le città nelle quali Lot aveva abitato (Gen 19,23-29).

Gesù ci avverte, ci invita a stare attenti, a vigilare, a non addormentarci, non ubriacarci, non perdere il senno e l’intelligenza, pensando che siamo eterni su questa terra. Anche per noi la fine verrà all’improvviso, senza alcun preavviso. In un istante non si è più.

La storia ogni giorno attesta la verità di questo monito di Gesù. Nessuno però vi crede.

Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli, Santi, dateci la vera fede.

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La venuta del Regno di Dio

Monaci Benedettini Silvestrini  

Vangelo: Lc 17,20-25 

Gesù aveva iniziato la sua predicazione annunciando l’avvento del suo regno: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Molti avevano però frainteso quel messaggio. Erano convinti che il messia atteso dovesse restaurare il regno di Israele, riportarlo al primitivo splendore, riaffermarne il primato sancito da Dio stesso. Una visione tutta umana e ben lontana dalla verità che Cristo stava annunciando. Egli parla del Regno dei cieli e aggiunge, volendo far conoscere la verità della sua missione: «Il regno di Dio è in mezzo a voi». Ribadisce in un altro contesto che il regno di cui egli parla è l’eredità dei santi: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo». Nonostante ciò sarà vittima di quell’equivoco lo stesso Giuda Iscariota, che deluso nelle sue attese, svenderà il suo maestro per pochi denari. Fino all’ultimo Gesù, prossimo alla sua passione, cercherà di correggere tale errore: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». La domanda dei farisei è ancora sulla scia della loro visione distorta sul significato del Regno. Una visione che tra l’altro non è stata mai smessa nel corso della storia. La Chiesa spesso ha subito il fascino del potere e la tentazione del dominio. Pur adorna di divina bellezza, è stata più volte macchiata dalle umane debolezze. Gesù aveva preventivamente messo in guardia i suoi da questa umana tentazione: «Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti» e ancora: «Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti». Tutto il contrario di ciò che pensavano e facevano gli scribi e i farisei: «Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare «rabbì» dalla gente». La Chiesa e tutti noi che siamo le sua membra vive non possiamo prescindere dalla virtù dell’umiltà; il nostro compito nel Regno è quello di affermare con tutta la nostra vita il primato assoluto di Dio. Non dovremmo essere ancora noi a ripudiare il Cristo perché si è lasciato inchiodare alla croce. Il suo regno ora è il regno dei risorti.

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Commento al Vangelo del giorno 10 novembre 2016

Movimento Apostolico – rito romano  

Vangelo: Lc 17,20-25 

Il Regno di Dio è un dono, una rivelazione della Sapienza. Chi vive di stoltezza mai potrà conoscere il regno di Dio. Chi si consuma nell’insipienza, mai riuscirà a vedere il regno di Dio che viene in un modo così discreto, umile, da poter attirare l’attenzione. La sapienza è tutto per un uomo. Con essa l’uomo vede le opere invisibili di Dio.

Ella protesse il padre del mondo, plasmato per primo, che era stato creato solo, lo sollevò dalla sua caduta e gli diede la forza per dominare tutte le cose. Ma un ingiusto, allontanatosi da lei nella sua collera, si rovinò con il suo furore fratricida. La sapienza salvò di nuovo la terra sommersa per propria colpa, pilotando il giusto su un semplice legno. Quando i popoli furono confusi, unanimi nella loro malvagità, ella riconobbe il giusto, lo conservò davanti a Dio senza macchia e lo mantenne forte nonostante la sua tenerezza per il figlio. Mentre perivano gli empi, ella liberò un giusto che fuggiva il fuoco caduto sulle cinque città. A testimonianza di quella malvagità esiste ancora una terra desolata, fumante, alberi che producono frutti immaturi e, a memoria di un’anima incredula, s’innalza una colonna di sale. Essi infatti, incuranti della sapienza, non solo subirono il danno di non conoscere il bene, ma lasciarono anche ai viventi un ricordo di insipienza, perché nelle cose in cui sbagliarono non potessero rimanere nascosti. La sapienza invece liberò dalle sofferenze coloro che la servivano. Per diritti sentieri ella guidò il giusto in fuga dall’ira del fratello, gli mostrò il regno di Dio e gli diede la conoscenza delle cose sante; lo fece prosperare nelle fatiche e rese fecondo il suo lavoro. Lo assistette contro l’ingordigia dei suoi oppressori e lo rese ricco; lo custodì dai nemici, lo protesse da chi lo insidiava, gli assegnò la vittoria in una lotta dura, perché sapesse che più potente di tutto è la pietà. Ella non abbandonò il giusto venduto, ma lo liberò dal peccato. Scese con lui nella prigione, non lo abbandonò mentre era in catene, finché gli procurò uno scettro regale e l’autorità su coloro che dominavano sopra di lui; mostrò che i suoi accusatori erano bugiardi e gli diede una gloria eterna. Ella liberò il popolo santo e la stirpe senza macchia da una nazione di oppressori. Entrò nell’anima di un servo del Signore e con prodigi e segni tenne testa a re terribili. Diede ai santi la ricompensa delle loro pene, li guidò per una strada meravigliosa, divenne per loro riparo di giorno e luce di stelle nella notte. Fece loro attraversare il Mar Rosso e li guidò attraverso acque abbondanti; sommerse invece i loro nemici e li rigettò dal fondo dell’abisso. Per questo i giusti depredarono gli empi e celebrarono, o Signore, il tuo nome che è santo, e lodarono concordi la tua mano che combatteva per loro, perché la sapienza aveva aperto la bocca dei muti e aveva reso chiara la lingua dei bambini. (Sap 10,1-21).

Le opere di Dio sono così discrete, così invisibili, così lunghe nel tempo da risultare alla fine impercettibili. Se non si possiede la sapienza, che è l’opera dello Spirito Santo nel cuore dell’uomo, questi mai potrà vede Dio che opera nella nostra storia. Invece chi è pieno dello Spirito Santo sempre vede Dio anche nel più piccolo alito che spira nella nostra storia, attorno e lontano da noi.

Gesù mette in guardia i suoi. Lui è venuto nella carne una sola volta. Non tornerà mai più rivestito di fragilità, pochezza, umiltà, corpo mortale. Nessuno potrà mai dire che è in un luogo o in altro, in un tempo o in un altro, perché ormai Lui è uscito dalla scena di questo mondo. Vive glorioso nel suo corpo reso tutto spirituale dall’onnipotenza del Padre. Quando verrà alla fine dei tempi, tutti lo vedranno in un solo istante, rivestito di gloria e potenza. Verrà nello splendore della sua gloria sulle nubi del cielo. Verrà per il giudizio. Ogni uomo si presenterà al suo cospetto per essere esaminato in tutte le sue opere. Le opere buone lo condurranno in Paradiso, quelle cattive apriranno le porte dell’inferno, della dannazione eterna. È purissima verità.

Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli, Santi, fateci vedere il regno di Dio.

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Commento alle Letture del giorno

13Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. 14Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. 15Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori dal tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, 16e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». 17I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divorerà.

18Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». 19Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere».20Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». 21Ma egli parlava del tempio del suo corpo. 22Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

Domenica scorsala Liturgia ci ha proposto il ricordo dei defunti. Tutti abbiamo persone care da ricordare nella fede in Cristo. I nostri cari non sono morti ma vivono alla presenza di quel Dio in cui hanno creduto durante la loro vita terrena e quindi coloro che solitamente chiamiamo “morti sono più vivi di noi, noi non li vediamo essi invece ci guardano e pregano Dio Padre per noi.
Quando recitiamo la professione della nostra fede diciamo di credere nella “comunione dei santi” questa non è altro che la comunione fra noi che siamo vivi in terra e loro che vivono, ormai santi perché pieni di grazia, alla presenza di Dio.
Diceva un autore di cui ora non ricordiamo il nome che “morti” sono solo quelli che non hanno nessuno in vita che li ricordi.

In questa domenica la liturgia ci propone il ricordo della dedicazione della cattedrale del vescovo di Roma la Basilica di San Giovanni in Laterano, celebrata un tempo solo dalla città ma oggi celebrata in tutte le Chiese di rito romano.
Nella prima lettura tratta da libro del profeta Ezechiele, lo stesso ci racconta la visione in cui vide scaturire dalla soglia del tempio un fiume che scorreva abbondante verso oriente e risanava tutto quanto bagnava; il fiume era rigoglioso di pesci, gli alberi intorno pieni di frutti anche in inverno e le stesse foglie, che non seccavano mai utili come medicine.
Ezechiele vede questa visione profetica ma, più tardi l’apostolo Giovanni la vedrà realizzata, attraverso la morte del Cristo, per la redenzione dell’umanità. L’acqua ed il sangue che sgorgheranno dal fianco del Cristo sono i segni della nostra salvezza essi rappresentano il battesimo e l’eucarestia.
Con il ritornello del salmo 45/46: “Un fiume rallegrerà la città di Dio” viene ripresa la potenza del fiume che dove scorre porterà gioia e fecondità.
Nei versetti viene ricordato come il signore è nostro rifugio e salvezza, è soprattutto aiuto nei momenti difficili Egli, Signore degli eserciti, veglierà su noi che dobbiamo confidare sempre in lui e non temere nulla di male perché è con noi.
Tanti ruscelli finiscono il loro scorrere in un fiume più grande e lo rendono maestoso, cosi per noi il fiume rappresenta la redenzione e per arrivare ad essa ci vengono dati i sacramenti che ci accompagnano in tutte le tappe della nostra vita terrena, questi segni che Cristo ha compiuto in terra e con i quali vuole incontrare ciascuno di noi partono tutti dal Battesimo che ci purifica e ci inserisce nella vita del Cristo come fratelli.
Nella seconda lettura l’apostolo Paolo scrive alla comunità di Corinto, e li esorta a ricordare che loro sono l’edificio di Dio per mezzo della grazia ricevuta, io ho posto le fondamenta e poi un altro costruirà su di esse. Attenzione però a non distruggere quello che è la vera natura dell’uomo, cioè voi siete tempio di Dio e nessuno può distruggervi perché verrà distrutto da Dio stesso, perché in voi vive lo Spirito.
Già nel vecchio testamento la tenda rappresentava il luogo dove Mosè si appartava per parlare con il Signore.
I tempi sono un luogo dove riunirsi per incontrare il Signore, di essi possiamo ammirare la grandezza, La bellezza e la maestosità, ma solo il Cristo e di conseguenza l’uomo sono tempi dello Spirito per mezzo della grazia che riceviamo nei sacramenti.
Nel brano di vangelo l’apostolo Giovanni racconta come ha scacciato dal tempio mercanti e ha spiegato il perché del suo agire.
Il racconto pensiamo sia noto a tutti, anche perché ci appare come la prima volta che Gesù si “arrabbia”. Entrato nel tempio lo trova pieno di molti che vendevano le loro mercanzie, animali e i cambiavalute con i loro denari. Fatta una cordicella Gesù scacciò tutti dal tempio, disse di portare fuori gli animali e gettò per terra il denaro affinché la casa di suo Padre non diventasse un mercato.
I giudei chiesero allora a Gesù che cosa voleva fargli capire con il suo comportamento.
Gesù disse di distruggere il tempio e lui lo ricostruirà in tre giorni, Gesù però si riferiva alla sua morte e risurrezione, con cui ha realizzato il progetto del Padre su di lui ed ha donato a ciascuno di noi la redenzione.
Difficile per i Giudei, ma anche per noi oggi se non fossimo stati illuminati dalla “Parola”, capire quello che Gesù aveva detto. Il tempio era stato costruito in ben quarantasei anni, come potevano credere che si potesse edificare in soli tre giorni?
Quante volte nella nostra giornata incontriamo persone a noi care, conversiamo piacevolmente con loro e godiamo dell’amicizia, ma forse mai vediamo in loro il “tempio di Dio”, eppure, se battezzati, hanno in loro lo Spirito, che però noi non riusciamo a vedere nell’incontro.
Siamo persone di fede, crediamo nella Parola, frequentiamo i sacramenti, allora come mai non riusciamo a coglier ciò che di veramente importante ognuno di noi ha in se stesso.
Solo quando a sera, stanche dopo le fatiche di un giorno in cui il lavoro, la casa, i figli, anche il volontariato non ci hanno fatto rivolgere lo sguardo in alto, allora nella preghiera ringraziamo il Signore per tutto ciò che in quel giorno ci ha dato specialmente per le persone incontrate che ci hanno testimoniato la loro fede.
Come i discepoli, che hanno capito ciò che il Cristo voleva dire dopo la sua morte e risurrezione, anche noi solo a fine giornata dedichiamo un po’ di tempo alla nostra parte cristiana e religiosa.

Per la riflessione di coppia e di famiglia
– Che cosa è per noi il tempio? Ci sentiamo pietre vive di esso? Cosa facciamo per diventarle?
– Dopo la celebrazione della Messa condivisa, siamo capaci di sentirci ancora “tempio di Dio” quando arriviamo sul sagrato della nostra Chiesa?
– Essere tempio di Dio cosa comporta per la nostra vita?
– Ci sentiamo grandi perché battezzati?

Gianna e Aldo – CPM Genova

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Non fate della Casa del Padre mio un mercato!

Movimento Apostolico – rito romano

COMMENTO AL VANGELO DEL GIORNO

Dedicazione della Basilica Lateranense (09/11/2015)

Gv 2,13-22

13Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. 14Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. 15Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori dal tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, 16e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». 17I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divorerà.

18Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». 19Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere».20Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». 21Ma egli parlava del tempio del suo corpo. 22Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

La casa del “Padre mio” oggi è il cristiano. È lui il tempio nel quale Dio abita e dal quale agisce nei cuori, riversando in essi tutto il suo amore. Questa verità è proclamata con fermezza dall’Apostolo Paolo, traendo da esso ogni possibile conseguenza.

Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi (1Cor 3,16-17).

Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Prenderò dunque le membra di Cristo e ne farò membra di una prostituta? Non sia mai! Non sapete che chi si unisce alla prostituta forma con essa un corpo solo? I due – è detto – diventeranno una sola carne. Ma chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito. State lontani dall’impurità! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dà all’impurità, pecca contro il proprio corpo. Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi? Lo avete ricevuto da Dio e voi non appartenete a voi stessi. Infatti siete stati comprati a caro prezzo: glorificate dunque Dio nel vostro corpo! (1Cor 6,15-20).

Non lasciatevi legare al giogo estraneo dei non credenti. Quale rapporto infatti può esservi fra giustizia e iniquità, o quale comunione fra luce e tenebre? Quale intesa fra Cristo e Bèliar, o quale collaborazione fra credente e non credente? Quale accordo fra tempio di Dio e idoli? Noi siamo infatti il tempio del Dio vivente, come Dio stesso ha detto: Abiterò in mezzo a loro e con loro camminerò e sarò il loro Dio, ed essi saranno il mio popolo. Perciò uscite di mezzo a loro e separatevi, dice il Signore, non toccate nulla d’impuro. E io vi accoglierò e sarò per voi un padre e voi sarete per me figli e figlie, dice il Signore onnipotente. In possesso dunque di queste promesse, carissimi, purifichiamoci da ogni macchia della carne e dello spirito, portando a compimento la santificazione, nel timore di Dio (1Cor 6,14-7,1).

Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù. 21In lui tutta la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; in lui anche voi venite edificati insieme per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito (Ef 2,19-22).

Questo tempio del “Padre mio” non può essere insudiciato, sporcato, macchiato. Oggi per molti cristiani non è solo un mercato, è anche più che una fogna maleodorante. Occorre che Gesù venga e lo purifichi, togliendo da esso vizi, peccati, stoltezza, idolatria, empietà, ogni altra sozzura che lo rende irriconoscibile come tempio di Dio. Il cristiano stesso deve ogni giorno chiedere al Signore questa purificazione profonda. Il mondo intero deve vedere la bellezza di questo tempio, la sua santità, l’alta moralità.

Gesù non solo ha conservato sempre integro e puro il tempio di Dio che era lui stesso. Attraverso il suo olocausto sulla croce da tempio di carne e ossa, lo ha reso tempio di purissima luce, ne ha fatto un tempio tutto spirituale, glorioso, immortale, incorruttibile. Questa trasformazione in luce e in spirito vuole darla anche a noi, a condizione che anche noi come Lui purifichiamo ogni giorno il nostro tempio e lo rendiamo casa splendente di santità, dalla quale il Padre Celeste potrà diffondere tutto il suo amore.

Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli, Santi, fateci vero tempio santo di Dio.

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L’uomo si può gloriare solo del suo peccato, delle sue debolezze e infermità. Questi sono i frutti che la sua natura produce

L’inutilità di San Paolo è tutta rivelata in questo suo racconto autobiografico. Raramente Lui parla di se stesso, quando però lo fa’, nelle sue parole traspare ed appare tutta la potenza della grazia di Dio. Lui è un frutto della grazia. Lui vive di grazia, nella grazia, per la grazia. La sua forza è la debolezza, la nullità, il suo vuoto. Un corpo pieno di sé, mai potrà essere riempito di altro fuori di sé. San Paolo è vuoto di sé e il Signore lo può ricolmare di tutta la potenza della sua grazia.

Tuttavia, in quello in cui qualcuno osa vantarsi – lo dico da stolto – oso vantarmi anch’io. Sono Ebrei? Anch’io! Sono Israeliti? Anch’io! Sono stirpe di Abramo? Anch’io! Sono ministri di Cristo? Sto per dire una pazzia, io lo sono più di loro: molto di più nelle fatiche, molto di più nelle prigionie, infinitamente di più nelle percosse, spesso in pericolo di morte. Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i quaranta colpi meno uno; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; disagi e fatiche, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. Oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese. Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non ne frema? Se è necessario vantarsi, mi vanterò della mia debolezza. Dio e Padre del Signore Gesù, lui che è benedetto nei secoli, sa che non mentisco. A Damasco, il governatore del re Areta aveva posto delle guardie nella città dei Damasceni per catturarmi, ma da una finestra fui calato giù in una cesta, lungo il muro, e sfuggii dalle sue mani.

Se bisogna vantarsi – ma non conviene – verrò tuttavia alle visioni e alle rivelazioni del Signore. So che un uomo, in Cristo, quattordici anni fa – se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito fino al terzo cielo. E so che quest’uomo – se con il corpo o senza corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare. Di lui io mi vanterò! Di me stesso invece non mi vanterò, fuorché delle mie debolezze. Certo, se volessi vantarmi, non sarei insensato: direi solo la verità. Ma evito di farlo, perché nessuno mi giudichi più di quello che vede o sente da me e per la straordinaria grandezza delle rivelazioni. Per questo, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte. Sono diventato pazzo; ma siete voi che mi avete costretto. Infatti io avrei dovuto essere raccomandato da voi, perché non sono affatto inferiore a quei superapostoli, anche se sono un nulla. Certo, in mezzo a voi si sono compiuti i segni del vero apostolo, in una pazienza a tutta prova, con segni, prodigi e miracoli. In che cosa infatti siete stati inferiori alle altre Chiese, se non in questo: che io non vi sono stato di peso? Perdonatemi questa ingiustizia! (2Cor 11,21-12,13).

L’uomo si può gloriare solo del suo peccato, delle sue debolezze e infermità. Questi sono i frutti che la sua natura produce. Di altro non si può gloriare perché non sono suoi frutti. Tutto il bene è opera in Lui della grazia di Dio. Se non entriamo in questa visione di purissima fede, rischiamo di idolatrarci, preda di un narcisismo asfissiante.

Siamo inutili se siamo corpi vuoti ricolmati di Spirito Santo. Altrimenti non siamo inutili, bensì infingardi, vagabondi, accidiosi. Non abbiamo permesso al Signore che operasse con la potenza della sua grazia, del suo amore, della sua grande misericordia.

Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli, Santi, fateci servi veramente inutili.

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“Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Luca 17,7-10

7Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? 8Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? 9Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?10Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Non è avere la coda di paglia, ma davanti a questa Parola di Dio che oggi la liturgia ci pone, è difficile predicare. Attenzione non perché non si sa cosa dire, ma perché vivere di fronte a queste provocazioni della prima lettura è veramente difficile.

Giobbe infatti è un pio israelita, fedele al Signore delle promesse, e viene provato nella sua fede: Dio stesso autorizza Satana a provare la fede di questo uomo. In questo primo capitolo, da cui è tratta la lettura, iniziano una serie di disgrazie che toccano Giobbe. Questo brano si conclude con Giobbe che, davanti alle difficili situazioni in cui si trova, afferma queste espressioni: “Il Signore ha dato, il Signore ha tolto sia benedetto il nome del Signore”.

Com’è duro cari amici, e ben lo sanno i nostri ospiti che frequento nella Casa guanelliana di Barza, davanti al loro dolore al termine di questa Vita non è semplice.

Lo sanno bene i tanti giovani che vivono in situazioni di malattia. Mi chiedo e penso se lo chiedono i tanti “sani”: “Sarò pronto a esprimermi così davanti all’evolversi delle situazioni della vita?”.

Sono certo e ho provato, in questi anni di esperienza di vita religiosa nell’Opera don Guanella, davanti all’accettazione di situazioni di malattia degli ospiti, che questo atteggiamento porta frutti maturi di cui si possono cibare coloro che sono in ricerca della Verità.

In questi giorni ho terminato la lettura di un libro che racconta la prova di Filippo, un giovane morto di un tumore raro poche settimane prima della nascita del primo figlio. Un giorno don Fabrizio, il coadiutore dell’oratorio, in cui Filippo prestava collaborazione volontaria come educatore, porta in ospedale vicino al letto di Filippo il Santissimo Sacramento per il colloquio intimo con il Signore. In un SMS don Fabrizio chiede come è andato il colloquio con il “capo”.

Filippo risponde con un altro SMS: “All’inizio volevo dirgliene quattro… poi ho capito che Lui ‘carica’ la croce su chi può sopportarla (anche se ne facevo a meno )…”

In questo atto di affidamento si sprigiona una forza a cui possono attingere tanti giovani che si alternano in quei giorni nell’assistenza nella camera di Filippo. Anche dopo la morte questa forza si sprigiona portando a molte conversioni. Un giovane che ha mostrato la capacità di plasmarsi al Signore. Filippo ci offre una grande lezione che ci dimostra come il Vangelo non può essere imprigionato, ma ha una forza propulsiva, come ci dice in queste poche righe Paolo oggi.

Il Vangelo va annunziato con la vita dice Paolo a Timoteo e ce lo dice Filippo.

Questo ammonimento paolino e l’esempio di Filippo mi interroga perché anche io sia capace a testimoniare con la vita. Ci deve essere una consapevolezza in più e ce lo dice Gesù oggi nel Vangelo: noi siamo servi e non proprietari e siamo servi inutili.

Solo da Lui viene la forza e dobbiamo dircelo perché può esser scontato ma molto spesso, nella vita concreta, in particolare per noi sacerdoti, rischiamo di diventare i padroni, così anche molti laici impegnati.

Solo da Lui viene la forza per questo bisogna invocare il Signore nella nostra preghiera per vivere la fede non in una dimensione da etichetta o da pasticceria, ma giocandosi veramente.

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Chi è dunque l’Amministratore fidato e prudente?

Nella Chiesa santa il ruolo più alto di amministratore è senz’altro quello dell’Apostolo. Cristo Gesù si è consegnato interamente nelle mani dei suoi Apostoli e dei loro successori. Per loro la grazia e la verità inondano la terra. Per loro vengono contrastate le tenebre. Per loro si chiudono le porte dell’inferno e si aprono quelle del Paradiso.

Paolo, servo di Dio e apostolo di Gesù Cristo per portare alla fede quelli che Dio ha scelto e per far conoscere la verità, che è conforme a un’autentica religiosità, nella speranza della vita eterna – promessa fin dai secoli eterni da Dio, il quale non mente, e manifestata al tempo stabilito nella sua parola mediante la predicazione, a me affidata per ordine di Dio, nostro salvatore -, a Tito, mio vero figlio nella medesima fede: grazia e pace da Dio Padre e da Cristo Gesù, nostro salvatore. Per questo ti ho lasciato a Creta: perché tu metta ordine in quello che rimane da fare e stabilisca alcuni presbìteri in ogni città, secondo le istruzioni che ti ho dato. Ognuno di loro sia irreprensibile, marito di una sola donna e abbia figli credenti, non accusabili di vita dissoluta o indisciplinati. Il vescovo infatti, come amministratore di Dio, deve essere irreprensibile: non arrogante, non collerico, non dedito al vino, non violento, non avido di guadagni disonesti, ma ospitale, amante del bene, assennato, giusto, santo, padrone di sé, fedele alla Parola, degna di fede, che gli è stata insegnata, perché sia in grado di esortare con la sua sana dottrina e di confutare i suoi oppositori” (Tt 1,1-9).

San Paolo possiede questa altissima coscienza del suo ministero. Lui non è il padrone, non è il signore, non è neanche un autarca, è semplicemente un servo di Cristo Gesù e un amministratore dei misteri di Dio. Quest’ufficio richiede un’altissima fedeltà, senza la quale in pochi istante si può distruggere tutta l’opera della redenzione e della salvezza.

Ognuno ci consideri come servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, ciò che si richiede agli amministratori è che ognuno risulti fedele. A me però importa assai poco di venire giudicato da voi o da un tribunale umano; anzi, io non giudico neppure me stesso, perché, anche se non sono consapevole di alcuna colpa, non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore! Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, fino a quando il Signore verrà. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno riceverà da Dio la lode” (1Cor 4,1-5).

Che San Paolo avesse questa perfetta scienza di sé lo attesta con chiarezza ai Corinzi. Lui non è il padrone della fede. È il servo della gioia di tutti i credenti in Cristo Gesù. Lui è l’amico dello sposo che deve condurre tutti al loro unico Sposo e Signore

“Noi non intendiamo fare da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia. Io provo infatti per voi una specie di gelosia divina: vi ho promessi infatti a un unico sposo, per presentarvi a Cristo come vergine casta” (2Cor 1,24; 11,2).

Oggi si elaborano programmi di pastorale per gli altri. Gesù dice a tutti noi che in qualche modo partecipazione dell’amministrazione dei misteri di Dio: siate fedeli al vostro ministero, alla vostra carica, al vostro ufficio. Siate fedeli al Vangelo.

La fedeltà è personale. È per noi, non per gli altri. Dalla fedeltà di ciascuno è la vita.

Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli, Santi, insegnateci la fedeltà.

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Se un tuo fratello pecca, rimproveralo; ma se si pente, perdonagli

Un miracolo in casa nostra

Quante volte sbagliamo, con parole provocatorie od offensive dette con cattiveria, con atti contro i nostri fratelli per ripicca o egoismo, con omissioni per non aver compiuto il nostro dovere o non aver agito per il bene di qualcuno quando avremmo potuto, con pensieri cattivi augurando la morte a un nostro fratello o pensando di non accogliere una vita meditando l’aborto o rifiutando il nascituro.

Cosa fa la società? Cosa facciamo noi? Condanniamo, puntiamo il dito, giudichiamo il nostro prossimo anche solamente sulla base di un’idea malamente espressa in un momento di sconforto.

Ieri in casa nostra è avvenuto un piccolo miracolo che ci ha fortificati sull’idea di non dare giudizi sulle persone, di cercare di capire le motivazioni, di guardare oltre e capire di cosa hanno bisogno per fare un passo indietro su certi propositi che, sovente, sono solo frutto di paure non comprese da altri, frutto di una mancata solidarietà o incapacità a stare vicino a chi soffre.

E’ un po’ il caso del suicida, malato di solitudine che non trova in nessuno di noi una spalla su cui piangere.

Non pensate forse che la persona che sbaglia lo possa fare anche per attirare la nostra attenzione? Ricordo che avevo un ragazzo che rubava cose insignificanti, come penne e matite, per poi infilarle nel taschino della camicia ben in evidenza. Voleva i nostri occhi su di lui, non importava se ciò era per punirlo purché si guardasse nella sua direzione.

Pensiamo a noi, a quante volte sbagliamo ogni giorno e a come vorremmo essere capiti e perdonati dal nostro prossimo, specie dalle persone che amiamo e con le quali condividiamo la nostra vita. Pensiamo a quanto stiamo male quando ciò non accade, quando vediamo che il nostro errore ha ferito coloro che abbiamo vicino. E’ già una punizione il dover soffrire per aver fatto qualcosa di male, non abbiamo bisogno che altri infieriscano contro di noi. Non facciamo lo stesso.

Pensiamo a come sia bella una giornata piena di pace e quanto le liti portino a dissapori sempre più grandi, a far star male chi vi assiste passivo. Perdoniamoci a vicenda, non lasciamo che il rancore entri nella nostra vita, evitiamo di ferirci, ma quando accade siamo subito pronti a chiedere scusa, magari con un abbraccio, un bacio, una carezza, un sorriso. Come è bello un sorriso, è come un raggio di sole che sbuca dalle nuvole. E’ speranza, è l’inizio della fine di una giornata grigia, è quel buchino che aprirà la strada al dialogo.

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Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito

Luca 1,57-66.80

57Per Elisabetta intanto si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. 58I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei.

59Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccaria. 60Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». 61Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». 62Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. 63Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. 64All’istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio. 65Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. 66Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.

80Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.

Collocazione del brano
Il brano si colloca all’interno dei Vangeli dell’infanzia, che si trovano nei primi due capitoli del Vangelo di Luca. In questi capitoli l’evangelista applica un parallelismo, al fine di confrontare Giovanni Battista e Gesù e mostrare la superiorità di quest’ultimo. In questa sezione Luca imita il greco biblico della Bibbia dei Settanta, per avvolgere questi particolari racconti con un’atmosfera da Antico Testamento. Attraverso accostamenti, allusioni, situazioni tipiche, Luca ci riporta così al tempo delle promesse e dell’attesa, nell’ambiente della religiosità di Israele e dei poveri di Jahvé che aspettano tutto dalle mani di Dio, mondo nel quale di fatto, Dio poteva dare compimento al suo disegno: la venuta del Messia. Il brano della nascita e circoncisione di Giovanni Battista costituisce la prima parte del secondo dittico che mette in parallelo i racconti della nascita di Giovanni Battista e di Gesù. In questo brano non vi è un interesse di tipo biografico, ma piuttosto ci si concentra sull’imposizione del nome e sugli eventi che l’accompagnano. Inoltre il testo è costituito in modo da agganciarsi al racconto dell’annunciazione a Zaccaria, al quale serve da compimento. Al tempo stesso questo brano rende comprensibile al lettore la scena dell’accordo provvidenziale tra Zaccaria ed Elisabetta. La futura grandezza di Giovanni si manifesta già nelle circostanze meravigliose che si sono verificate all’inizio della sua esistenza. Il lettore è preparato a quanto Giovanni annuncerà in seguito (Lc 3).

Lectio
57Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. 58 I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei.
Con termini che ricordano il parto di Rebecca (Gn 25,24), l’evangelista parla della nascita di Giovanni. La sterile dà alla luce un figlio. La parentela e i vicini vi riconoscono un intervento divino a favore di Elisabetta. L’intera proposizione «che il Signore aveva magnificato la sua misericordia verso di lei» si rifà probabilmente a Gn 19,19 (secondo i Settanta): «il tuo servo ha trovato misericordia ai tuoi occhi, e tu hai magnificato la tua giustizia che hai compiuto per me». La gioia è grande e si diffonde, come nel caso della nascita di Isacco «chi lo saprà si rallegrerà con me» dice Sara (Gn 21,6): fin d’ora sta per avverarsi ciò che l’angelo aveva detto a Zaccaria: «molti si rallegreranno per la sua nascita» (Lc 1,14).

59 Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa.
Il momento centrale del racconto è però la circoncisione di Giovanni. La legge prescrive di circoncidere il neonato all’ottavo giorno; con questo rito il bambino maschio è ammesso nella comunità di Israele, entra dunque nell’alleanza di Jahvè e partecipa alle sue benedizioni.
Solitamente nell’AT il nome ai bambini veniva dato alla nascita. Qui appare un usanza dell’ellenismo e del giudaismo più recente. L’intervento dei vicini e della parentela per imporre il nome Zaccaria al bambino appare sorprendente: questo diritto appartiene ai genitori, soprattutto al padre (gli altri possono suggerire). Inoltre fatto che volessero chiamarlo come il padre, cosa inconsueta nell’AT, potrebbe essere stato suggerito dall’età ormai avanzata di Zaccaria.

60 Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». 61 Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». 62 Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. 63 Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati.
Nella scena centrale, resa più vivace dall’impiego del discorso diretto, l’interesse di Luca si concentra sulla miracolosa imposizione del nome Giovanni. Sia la madre che il padre, senza essersi messi d’accordo prima, prima, indicano lo stesso nome.
Storicamente, l’intervento della madre può apparire fuori posto, visto che in generale spetta al padre dare il nome al bambino. Ma nel nostro racconto importa che sia la madre, sia il padre diano rispettivamente questo nome: serve a mettere in luce l’accordo provvidenziale che è visto come un segno dal cielo: Giovanni è un nome che proviene da Dio.
Dal fatto che i presenti facciano cenni a Zaccaria per chiedere il suo volere, implica che egli fosse diventato anche sordo. Spesso la sordità è accompagnata al mutismo. Di fatto il testo non lo specifica, però il termine utilizzato, kofos, può avere entrambi i significati (sordo: Lc 7,22; muto: Lc 11,14)

64 All’istante si aprirono la sua bocca e la sua lingua, e parlava benedicendo Dio.
Scrivendo il nome di Giovanni Zaccaria obbedisce al comando dell’angelo e manifesta così la sua fede. Perciò egli può di nuovo parlare. Si compie dunque quanto l’angelo aveva predetto: «non potrai parlare fino al giorno in cui avverranno queste cose» (Lc 1,20). Il miracolo diventa anche segno della veracità di quanto Gabriele aveva annunciato a Zaccaria sul futuro bambino. E Zaccaria prorompe in lode: da scettico diventa uomo di fede.

65 Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose.
A questo nuovo prodigio, come un ritornello, risponde il timore dei presenti, caratteristico della reazione umana dinanzi a una manifestazione soprannaturale. La notizia dell’insieme si diffonde: l’evangelista sottolinea la grandezza e l’importanza dell’evento e dà alla finale del racconto l’aspetto di un coro di lode.

66 Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.
Appare il tema del «custodire nel cuore» (cf. Lc 2,19.51 per Maria). I presenti non soltanto sono stati testimoni di fatti straordinari, ma hanno saputo mettersi nell’atteggiamento giusto, accogliendoli in loro. E’ un discreto invito al lettore ad avere un atteggiamento di fede, a non guardare soltanto da spettatore a questi eventi, ma ad aprirsi al messaggio come lo farà Maria. Nel corso del racconto, l’attenzione dei presenti si è spostata, raggiungendo l’orientamento voluto da Luca: dalla misericordia divina in favore di Elisabetta alla missione del futuro Battista. «La mano del Signore era con lui»: con questa espressione biblica, la vita del futuro profeta viene messa sotto la protezione e la guida di Dio.
Ai versetti 1,67-79 si trova il cantico di Zaccaria, comunemente chiamato Benedictus. La liturgia di questa festa lo omette, riportando però il versetto 80 che segue il cantico.

80 Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.
Forse, prima dell’inserimento del Benedictus nel contesto attuale, il v. 80 seguiva il v. 66. Si presenta comunque come un ritornello conclusivo, preso in prestito da un modello dell’Antico Testamento (cf Gn 21,8.20; Gdc 13,24ss; 1 Sam 2,21.26), senza grande valore biografico.
Giovanni cresce fisicamente e matura spiritualmente in disparte, lontano dalla vita degli uomini, ma vicino a Dio, nel deserto, il luogo dove Jahvé può educarlo e prepararlo alla sua missione.
Il deserto è anche il quadro geografico che più si adegua alla figura di Giovanni nella tradizione; là infatti egli ha esercitato la sua attività battesimale. Luca ha così trovato una buona transizione che colma i vuoti di informazioni sull’infanzia del Battista e prepara il lettore all’apparizione di Giovanni nel deserto. Questo versetto è stato giudicato un buon esempio della tecnica che Luca adopera per allontanare un personaggio dalla scena in modo da puntare la luce del riflettore su un altro. D’ora in poi, infatti, e per tutto il capitolo 2, Giovanni abbandona la scena e Luca riserva la sua totale attenzione alla venuta di Gesù.

Meditatio
– Mi è mai capitato di gioire profondamente per un bell’avvenimento accaduto a qualcun’altro?
– Quando non ho creduto alle promesse di Dio e mi sono sentito “muto” come Zaccaria?
– Sono capace di guardare gli eventi grandi e piccoli che accadono intorno a me non come semplice spettatore, ma a mantenerli nel mio cuore per comprendere in essi il messaggio di Dio per me in essi contenuto?

Preghiamo
(orazione colletta della messa del giorno della Natività di San Giovanni Battista)
O Padre, che hai mandato san Giovanni Battista a preparare a Cristo Signore un popolo ben disposto, allieta la tua Chiesa con l’abbondanza dei doni dello Spirito, e guidala sulla via della salvezza e della pace. Per il nostro Signore…

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Parlare bene della Vergine non è di nessun uomo, neanche il più dotto e illuminato teologo può parlare di Lei come si conviene

Luca 1,39-55

39In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. 40Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. 41Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo42ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!43A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? 44Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. 45E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

46Allora Maria disse:

«L’anima mia magnifica il Signore
47e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
48perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.

49

Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;

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di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.

51

Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;

52

ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;

53

ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.

54

Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,

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come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».

Parlare bene della Vergine non è di nessun uomo, neanche il più dotto e illuminato teologo può parlare di Lei come si conviene. Il suo mistero è infinitamente oltre ogni mente creata. Per questo quanti nel passato desideravano parlare di Lei, prima le rivolgevano una preghiera: “Dignare me laudare te, Virgo Sacrata. Da mihi virtutem contra hostes tuos“. “Vergine Santa, rendimi degno di poterti lodare. Dammi la forza per difenderti contro i tuoi nemici e oppositori“. Veramente occorre una grazia speciale, una particolare illuminazione dello Spirito Santo per cogliere un piccolissimo raggio della bellezza divina con la quale il Padre dei cieli ha avvolto la Madre del Figlio suo.
La Vergine Maria è l’unica donna al mondo che è vera Madre di Dio. Lei ha generato per opera dello Spirito Santo, nel suo seno purissimo, castissimo, sempre intatto, il Verbo Eterno, Colui per mezzo del quale tutto l’universo visibile e invisibile è stato fatto. Colui che ha fatto ogni cosa, si è fatto carne nel suo seno. In Lei e per Lei, tutta adombrata dello Spirito di Dio, il Figlio generato dal Padre nell’oggi dell’eternità senza tempo è divenuto vero uomo. Prima però Lei è stata fatta dal Padre per mezzo del Figlio, secondo l’eterna sapienza e intelligenza dello Spirito di Dio.
Quando il Signore fece Adamo prese la polvere del suolo e spirò in essa il suo alito di vita. Quando fece Eva prese una costola di Adamo e con essa formò la donna. Quando Il Padre celeste volle fare la Madre del suo Figlio Unigenito, prese il frutto di un concepimento, e nel suo primissimo istante lo impastò tutto di grazia, di luce, costituendolo suo tempio santo. La Vergine Maria fin dal primissimo momento del suo concepimento è divenuta il vero tempio di Dio sulla nostra terra. Lei è stata fatta dal Signore il suo paradiso visibile, sulla nostra terra.
Non solo la Vergine Maria fu piena di grazia fin da sempre, fin da sempre è stata la dimora perfetta del suo Creatore e Signore. Possiamo dire che in Lei il Signore visse tutta la sua onnipotenza creatrice e santificatrice. Se Lui volesse fare qualcosa di più grande, più bello, più santo, più eccelso, più elevato, non potrebbe. In Maria il Signore ha esaurito la sua onnipotenza di grazia. Dopo Maria vi è solo la divinità increata, perché per creazione, per dono tutta la divinità è stata data a questa Donna. Non per nulla l’Apostolo Giovanni la vede vestita di sole con tutto l’universo ai suoi piedi.

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Allora Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre».

Elisabetta fu ricolmata di Spirito Santo. Azzardiamo un paragone. Lo Spirito Santo era tanto potente in Lei che anche il suo soffio emanava lo Spirito del Signore, quasi anticipando quanto Gesù farà dopo la sua risurrezione. Lui aliterà e gli apostoli riceveranno, saranno colmati di Spirito del Signore. Dopo lo Spirito alitato da Maria, Elisabetta sente il bambino sussultare, perché anche lui ricolmato di Spirito di Dio, vede e contempla tutto il mistero di Colei che le sta dinanzi e lo canta.

Angeli e Santi aiutateci a magnificare il Signore per le grandi opere compiute in Maria.

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E anche a te una spada trafiggerà l’anima

Gerusalemme che piange per la perdita di tutti i suoi figli, è figura della Madre di Dio. Anche Lei, costituita presso la Croce madre di ogni uomo, vede i suoi figli dispersi, uccisi dal peccato, divorati dalla malvagità, consumati dal vizio, deportati nel regno della morte e della miseria, e piange, piange un pianto che non è possibile consolare.

Come sta solitaria la città un tempo ricca di popolo! È divenuta come una vedova, la grande fra le nazioni; la signora tra le province è sottoposta a lavori forzati. Piange amaramente nella notte, le sue lacrime sulle sue guance. Nessuno la consola, fra tutti i suoi amanti. Tutti i suoi amici l’hanno tradita, le sono divenuti nemici. Giuda è deportato in miseria e in dura schiavitù. Abita in mezzo alle nazioni, e non trova riposo; tutti i suoi persecutori l’hanno raggiunto fra le angosce. Le strade di Sion sono in lutto, nessuno si reca più alle sue feste; tutte le sue porte sono deserte, i suoi sacerdoti sospirano, le sue vergini sono afflitte ed essa è nell’amarezza.

Gerusalemme ricorda i giorni della sua miseria e del suo vagare, tutti i suoi beni preziosi dal tempo antico, quando il suo popolo cadeva per mano del nemico e nessuno le porgeva aiuto. I suoi nemici la guardavano e ridevano della sua rovina. Gerusalemme ha peccato gravemente ed è divenuta un abominio. Quanti la onoravano la disprezzano, perché hanno visto la sua nudità. Anch’essa sospira e si volge per nasconderla. La sua sozzura è nei lembi della sua veste, non pensava alla sua fine; è caduta in modo inatteso e nessuno la consola. «Guarda, Signore, la mia miseria, perché il nemico trionfa». L’avversario ha steso la mano su tutte le sue cose più preziose; ha visto penetrare nel suo santuario i pagani, mentre tu, Signore, avevi loro proibito di entrare nella tua assemblea.

Tutto il suo popolo sospira in cerca di pane; danno gli oggetti più preziosi in cambio di cibo, per sostenersi in vita. «Osserva, Signore, e considera come sono disprezzata! Voi tutti che passate per la via, considerate e osservate se c’è un dolore simile al mio dolore, al dolore che ora mi tormenta, e con cui il Signore mi ha afflitta nel giorno della sua ira ardente. Dall’alto egli ha scagliato un fuoco, nelle mie ossa lo ha fatto penetrare. Ha teso una rete ai miei piedi, mi ha fatto tornare indietro. Mi ha reso desolata, affranta da languore per sempre. S’è aggravato il giogo delle mie colpe, dalla sua mano sono annodate. Sono cresciute fin sul mio collo e hanno fiaccato la mia forza. Il Signore mi ha messo nelle loro mani, non posso alzarmi. Il Signore in mezzo a me ha ripudiato tutti i miei prodi, ha chiamato a raccolta contro di me per fiaccare i miei giovani; il Signore ha pigiato nel torchio la vergine figlia di Giuda.

Guarda, Signore, quanto sono in angoscia; le mie viscere si agitano, dentro di me è sconvolto il mio cuore, poiché sono stata veramente ribelle. Di fuori la spada mi priva dei figli, dentro c’è la morte. Senti come gemo, e nessuno mi consola. Tutti i miei nemici hanno saputo della mia sventura, hanno gioito, perché tu l’hai fatto. Manda il giorno che hai decretato ed essi siano simili a me! Giunga davanti a te tutta la loro malvagità, trattali come hai trattato me per tutti i miei peccati. Sono molti i miei gemiti e il mio cuore si consuma» (Cfr. Lam 1,1-22).

La Vergine Maria, al contrario di Gerusalemme, può intervenire efficacemente per la salvezza dei suoi figli. Lei ha un Figlio innocente, santo, puro, senza macchia, perfetto. Lo può offrire per la salvezza degli altri figli. Questo è il suo grande amore di Madre. Offre Gesù, il Figlio Santo, per la redenzione degli altri suoi figli peccatori. Non solo offre il Figlio Santissimo, nel Figlio offre anche se stessa. È questa la spada che le trafiggerà il cuore: questa duplice offerta a Dio: del Figlio e di se stessa.

Il dolore della Madre di Dio non è il frutto di un peccato personale, è invece il frutto del suo materno amore per tutti i suoi figli dispersi. Maria è in tutto come il Padre celeste. Lui vede tutti i suoi figli dispersi e offre il Figlio per la loro redenzione. Anche Maria offre il Figlio e se stessa per la salvezza di quanti vivono nell’ombra della morte. Maria va imitata. Ogni figlio di Dio per la salvezza dei suoi fratelli dovrà offrire se stesso.

Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli, Santi, fateci olocausto di amore.

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Venne a Nazaret e stava loro sottomesso

41I suoi genitori si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. 42Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. 43Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. 44Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; 45non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. 46Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. 47E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. 48Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». 49Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». 50Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.

51Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore.

Immaginiamo solo per un istante, quando Maria e Giuseppe, la sera, incontrandosi, nessuno dei due ha con sé Gesù. Nelle carovane a quei tempi le donne camminavano con le donne, gli uomini con gli uomini, i piccoli potevano essere con l’uno e con l’altra. Per tutta una giornata Maria era certa che Gesù fosse con Giuseppe e Giuseppe che fosse con Maria. Solo la sera, quando ci si è fermati per la sosta notturna, videro che Gesù non era con loro. È l’angoscia, il dolore, la paura, il panico. Che sarà successo? Gesù era sempre stato corretto, obbediente, mai aveva mancato in qualche cosa. La sua devozione nei loro confronti era stata sempre al massimo del garbo e della riverenza. Perché allora non è con loro?

Si ritorna subito indietro. Si deve cercare Gesù. Al terzo giorno lo si trova nel tempio in dialogo con i maestri e i dottori del tempio. Maria lo vede, si accosta e chiede: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». La risposta è immediata, istantanea: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. È giusto che noi ci chiediamo: perché Gesù non ha avvisato Maria e Giuseppe che il Padre suo gli aveva chiesto di fermarsi a Gerusalemme. Ma prima ancora quella di Maria e Giuseppe può essere definita mancata vigilanza, assenza di prudenza e di saggezza? Di certo no. Il motivo è semplice da individuare: Gesù mai è mancato nei loro riguardi. Di Lui essi erano sicuri, anzi sicurissimi. La sua sottomissione era sempre pronta e immediata obbedienza.

Loro avevano deciso di partire, lo avevano comunicato a Gesù, sapevano che tutto sarebbe andato non bene, ma benissimo. Fino al momento questo ragionamento era valido. Ora non è più valido. Gesù ha raggiunto i dodici anni ed entra negli obblighi della Legge, anche Lui deve porsi tutto nell’ascolto della voce del suo Dio, perché anche Lui è figlio dell’alleanza. Il Padre gli ha detto di fermarsi e Lui si è fermato. Lui gli ha comandato di recarsi nel tempio e Lui si è recato. Voleva che mostrasse ai dottori qualche raggio della luce divina e Lui lo ha mostrato. Lui tutto ha fatto per obbedienza, per comando, per mozione dello Spirito Santo. Maria e Giuseppe, essendo anche loro figli dell’alleanza, sapevano che il primo obbligo per chi entra nel Patto, è l’ascolto del Signore. Dio non chiede permesso agli uomini, né li avvisa di ciò che sta per fare.

Il Padre celeste dona a Maria e a Giuseppe un segno forte. È Lui il solo Signore di Gesù. Da questo istante Gesù entra tutto alle sue dipendenze. Essi devono lasciarlo libero, anzi liberissimo, di obbedire a Lui senza neanche domandargli cosa fa e perché lo fa. Essi sono a servizio di Gesù. Spetta a loro essere prudenti, sapienti, accorti. Cambiano le relazioni, perché è cambiato il rapporto tra Gesù e il Padre a motivo della crescita di Gesù Signore. Così come cambieranno ancora una volta quando Gesù raggiungerà i trent’anni e dovrà interamente dedicarsi alle cose del Padre suo. In quel giorno Lui si spoglierà della sua volontà e la consegnerà in olocausto al Padre. Maria e Giuseppe sempre si dovranno ricordare di questo evento. Per essi dovrà essere purissimo ammaestramento di come comportarsi nei confronti di Gesù.

Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli, Santi, illuminateci con luce celeste.

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I Commenti al Vangelo: Il Rosario e le sue Rose

26Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, 27a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».

29A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. 30L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».

34Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». 35Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. 36Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: 37nulla è impossibile a Dio». 38Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Spesso, parlando del Rosario, pensiamo a quelle preghiere che fanno le nonnine che si raggruppano tra una messa e l’altra (qualcuna magari anche durante) e sgranano veloci, a stile automatico da “slot machine”, una dopo l’altra le loro formule.

E, in effetti, spesso e volentieri è proprio così.

Il Rosario si è ridotto a ripetizioni di abitudine e di formule che fanno passare un po’ di tempo insieme, ritenendo così di aver fatto la cosa giusta per il Signore, e gradita quindi anche alle nostre coscienze.

Ma il Rosario è anzitutto una preghiera vissuta nella coscienza di essere, con Maria, davanti a Dio.

E siccome questa preghiera entra nel percorso quotidiano della nostra vita, porta con sè le gioie e i dolori, le fatiche e le speranze, le spine e i fiori che il roseto del Rosario ci mette da “contemplare”.

E’ un percorso, quello del Rosario, che porta dei “grani” di preghiera, più che delle preghiere: proprio come un seminatore, anche chi prega il Rosario getta semi di preghiera con Maria su questo mondo.

Una preghiera che raccoglie fiori, questo roseto, e contempla e annusa il profumo della rosa della preghiera; ma anche che osserva e contempla il mistero delle spine che nella nostra vita portano allla rosa.

Il rosario raccoglie tra le spine di Maria le sue rose.

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I Commenti al Vangelo: Il Fariseo e il Pubblicano

In quel tempo, Gesù 9disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: 10«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. 11Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. 12Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. 13Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. 14Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Due uomini vanno al tempio a pregare. Uno, ritto in piedi, prega ma come rivolto a se stesso: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti, impuri…».

Inizia con le parole giuste, l’avvio è biblico: metà dei Salmi sono di lode e ringraziamento. Ma mentre a parole si rivolge a Dio, il fariseo in realtà è centrato su se stesso, stregato da una parola di due sole lettere, che non si stanca di ripetere, io: io ringrazio, io non sono, io digiuno, io pago. Ha dimenticato la parola più importante del mondo: tu. Pregare è dare del tu a Dio. Vivere e pregare percorrono la stessa strada profonda: la ricerca mai arresa di un tu, un amore, un sogno o un Dio, in cui riconoscersi, amati e amabili, capaci di incontro vero.

«Io non sono come gli altri»: e il mondo gli appare come un covo di ladri, dediti alla rapina, al sesso, all’imbroglio. Una slogatura dell’anima: non si può pregare e disprezzare; non si può cantare il gregoriano in chiesa e fuori essere spietati. Non si può lodare Dio e demonizzare i suoi figli. Questa è la paralisi dell’anima.

In questa parabola di battaglia, Gesù ha l’audacia di denunciare che la preghiera può separarci da Dio, può renderci “atei”, mettendoci in relazione con un Dio che non esiste, che è solo una proiezione di noi stessi. Sbagliarci su Dio è il peggio che ci possa capitare, perché poi ci si sbaglia su tutto, sull’uomo, su noi stessi, sulla storia, sul mondo (Turoldo).

Il pubblicano, grumo di umanità curva in fondo al tempio, ci insegna a non sbagliarci su Dio e su noi: fermatosi a distanza, si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore».

C’è una piccola parola che cambia tutto nella preghiera del pubblicano e la fa vera: «tu». Parola cardine del mondo: «Signore, tu abbi pietà». E mentre il fariseo costruisce la sua religione attorno a quello che egli fa per Dio (io prego, pago, digiuno…), il pubblicano la costruisce attorno a quello che Dio fa per lui (tu hai pietà di me peccatore) e si crea il contatto: un io e un tu entrano in relazione, qualcosa va e viene tra il fondo del cuore e il fondo del cielo. Come un gemito che dice: «Sono un ladro, è vero, ma così non sto bene, così non sono contento. Vorrei tanto essere diverso, non ce la faccio, ma tu perdona e aiuta».

«Tornò a casa sua giustificato». Il pubblicano è perdonato non perché migliore o più umile del fariseo (Dio non si merita, neppure con l’umiltà), ma perché si apre – come una porta che si socchiude al sole, come una vela che si inarca al vento – si apre alla misericordia, a questa straordinaria debolezza di Dio che è la sua unica onnipotenza, la sola forza che ripartorisce in noi la vita.

20a_Ghirlandaio 2a Domenico Adorazione dei pastori  1480 Firenze Santa Trinita

Riflessioni nel giorno di Tutti i Santi

Le donne e gli uomini che riempiono il calendario annuale dei santi e dei beati della Chiesa sono molti, ma quelli che sono scritti nel Libro della Vita, il registro di Dio, sono infinitamente di più. Di tutti loro fa memoria e ad essi si rivolge oggi la preghiera supplicante della Chiesa. Sono uomini e donne di ogni tribù, lingua, popolo, nazione, età, epoca, professione, condizione sociale, famosi e sconosciuti, ricchi e poveri, fedeli e peccatori convertiti…, chiunque essi siano, come canta la liturgia cristiana nella solennità di Tutti i Santi. L’universalità è, quindi, la prima caratteristica di questa festa. A ragione alcuni la chiamano “festa nazionale della Chiesa“, la quale vive e crede nella “comunione dei santi“. Siamo come in una immensa “cattedrale della santità“, dove vi è accesso, posto e gloria per tutti, come cerca di spiegare Giovanni nel libro dell’Apocalisse (I lettura). Egli parla di “una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare” (v. 9), che celebra una liturgia di lode a Dio, al quale soltanto appartiene la salvezza che Egli offre a tutti (v. 10.12). Sarebbe una pretesa assurda limitare la salvezza ai 144.000 segnati (v. 4) o escluderne altri, come vorrebbero alcune sette, per le ragioni più disparate. (*)

L’unico tesoro dei santi è di essere realmente e di vivere da figli di Dio (II lettura), amati dal Padre (v. 1), tutti chiamati a essere simili a Lui (v. 2). Nel cammino di progressiva somiglianza al Padre, il credente sa di dover fare delle scelte di purificazione (v. 3) coerenti con la speranza che lo abita. Scelte coerenti fino alla suprema testimonianza di fedeltà nella “grande tribolazione”, lavando “le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello” (I lettura, v. 14).

Ma chi ha ragione? chi ha indovinato la vita? Molti li chiamano poveretti, o poveracci… Gesù nel Vangelo li chiama beati! Beati i poveri, i sofferenti, i miti, i puri, i misericordiosi, i perseguitati, gli operatori di pace… Le beatitudini sono, in primo luogo, la biografia di Gesù, ne descrivono le scelte e i comportamenti. Sono lo specchio di Cristo, e quindi diventano il programma per ogni discepolo. Le beatitudini sono scelte di radicalità che trasformano il cuore delle persone e le rendono strumenti della rivoluzione di Dio e della trasformazione del mondo. Una lettura obiettiva e serena della storia mette in luce le energie positive e le forze trasformatrici della società messe in opera da uomini e donne secondo il cuore di Dio, come: Agostino e Benedetto, Francesco e Domenico, Caterina da Siena e Teresa d’Avila, Ignazio di Loyola e Francesco Saverio, Rosa da Lima e i Martiri d’Uganda, Daniele Comboni e Don Bosco, Teresa di Lisieux e Charles de Foucauld, Teresa di Calcutta e Giuseppina Bakhita, Oscar Romero e Annalena Tonelli, Gandhi e i trappisti di Tibhirine… Essi, come tantissimi altri, sono autentici benefattori dell’umanità.

La loro testimonianza di vita e di dottrina perdura nel tempo come modello, esemplarità, energia di attrazione per noi. I santi e le persone di buona volontà, anche se lontani nel tempo e ignoti, non sono mummie secche più o meno inutili, ma esseri viventi e dinamici, che esercitano un influsso positivo sulle persone e sui fatti della storia. Vivono nella vita di Dio e continuano ad amare, a voler bene a Dio e a noi. Hanno un potere speciale di intercessione a nostro favore. Sono veri benefattori! Tale è lo straordinario valore missionario della preghiera di intercessione, operato da Cristo, dallo Spirito, da Maria e dai santi, alla portata di ogni persona viva o defunta. La preghiera è mezzo di santificazione personale e di intercessione missionaria, alla portata di ciascuno.

L’esistenza di persone come loro è la prova che vivere da santi, cioè da discepoli di Gesù, è possibile. Per tutti. La santità di vita non è un recinto chiuso, riservato ad alcuni privilegiati o a dei mistici solitari… È un condominio aperto a inquilini sempre nuovi. Non occorre un passaporto speciale, al limite neppure il sacramento del Battesimo. Vivere da figli di Dio è un dono che Egli offre a chiunque lo cerca con cuore sincero. Il missionario, uomo e donna delle Beatitudini, come lo chiama Giovanni Paolo II (RMi 91), annuncia ovunque, con la vita e la parola, il piano del Padre, che ha mandato il Figlio suo, Gesù di Nazaret, per dare a tutti vita e felicità in abbondanza.

La felicità si realizza nella qualità di una vita spesa per Dio e al servizio dei fratelli. La felicità vera è legata alla santità nella vita ordinaria, insegna Giovanni Paolo II: “È ora di riproporre a tutti con convinzione questa misura alta della vita cristiana ordinaria: tutta la vita della comunità ecclesiale e delle famiglie cristiane deve portare in questa direzione. È però anche evidente che i percorsi della santità sono personali, ed esigono una vera e propria pedagogia della santità, che sia capace di adattarsi ai ritmi delle singole persone” (NMI 31).

I santi sono la parte più sana della pianta, la più vitale e rigogliosa, il ramo più sicuro, il più attaccato al tronco. Contemplare la loro sorte finale porta a riflettere sul dopo dell’esistenza terrena, che dipende e ha necessariamente delle ricadute sull’adesso della vita. La miglior preparazione al dopo è certamente l’uso onesto e creativo dei talenti ricevuti; tra questi anche il dono della fede. Fede vissuta con gioia e condivisa con umiltà. Questa è missione!

Parola del Papa

(*) “Il mondo ci appare come un giardino, dove lo Spirito di Dio ha suscitato con mirabile fantasia una moltitudine di santi e sante, di ogni età e condizione sociale, di ogni lingua, popolo e cultura. Ognuno è diverso dall’altro, con la singolarità della propria personalità umana e del proprio carisma spirituale. Tutti però recano impresso il sigillo di Gesù (cf Ap 7,3), cioè l’impronta del suo amore, testimoniato attraverso la Croce. Sono tutti nella gioia, in una festa senza fine, ma, come Gesù, questo traguardo l’hanno conquistato passando attraverso la fatica e la prova (cf Ap 7,14)”.
Benedetto XVI
Angelus 1° novembre 2008

 

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Ed egli, destatosi, minacciò il vento e le acque in tempesta: si calmarono e ci fu bonaccia

Dov’è la vostra fede?

Vangelo: Lc 8,22-25 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Lc 8,22-25

22E avvenne che, uno di quei giorni, Gesù salì su una barca con i suoi discepoli e disse loro: «Passiamo all’altra riva del lago». E presero il largo. 23Ora, mentre navigavano, egli si addormentò. Una tempesta di vento si abbatté sul lago, imbarcavano acqua ed erano in pericolo. 24Si accostarono a lui e lo svegliarono dicendo: «Maestro, maestro, siamo perduti!». Ed egli, destatosi, minacciò il vento e le acque in tempesta: si calmarono e ci fu bonaccia. 25Allora disse loro: «Dov’è la vostra fede?». Essi, impauriti e stupiti, dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che comanda anche ai venti e all’acqua, e gli obbediscono?».

Il miracolo della tempesta sedata (presente nei 3 sinottici) rappresenta una tappa fondamentale nel cammino di fede dei discepoli di Cristo.

Un giorno, Gesù dice ai suoi di voler passare all’altra riva del Mare di Galilea (dove abitano genti straniere, pagane) e così salgono tutti su una barca. Ma ecco che si solleva una grande tempesta di vento. Il cambiamento repentino delle condizioni climatiche sul Lago di Galilea (o di Genezaret) è quanto mai verisimile ed ancor oggi motivo di grande preoccupazione. Questo perché il lago si trova a 208 metri sotto il livello del mare ed è circondato e dominato da monti abbastanza alti, da cui talvolta scendono venti freddi e violenti, che provocano fortissimi movimenti d’acqua.

Gesù, probabilmente per la grande stanchezza, si era addormentato. I discepoli allora lo svegliano terrorizzati, sorpresi dalla sua indifferenza dinanzi al rischio mortale che stavano correndo.

Certo, sapevano di avere a che fare con un grande Profeta, che in precedenza aveva scacciato un demonio da un uomo, salvato la suocera moribonda di Simone, guarito un paralitico, restituito la vita al figlio di una vedova…….ma in quel momento, che cosa avrebbe potuto dinanzi a tanta violenza della natura, che riempiva d’acqua la barca e metteva tutti in pericolo di morte?

Ed ecco che avviene l’assolutamente imprevedibile: “Gesù, destatosi, minacciò il vento e le acque in tempesta: si calmarono e ci fu bonaccia” (v.24). A parte Mosè che divide il M. Rosso, Giosuè che arresta il Giordano e alcuni fatti prodigiosi compiuti da Elia ed Eliseo, non si era mai visto nella storia biblica un intervento umano sulla natura di tale portata! Il che è strabiliante per i discepoli, ma lo è soprattutto per un motivo che essi stessi ignorano. Infatti subito dopo Gesù li rimprovera: “Dov’è la vostra fede?”; cioè: se avessero veramente capito chi era il loro Maestro, non avrebbero dubitato che sarebbe stato loro Salvatore anche in questa circostanza.

L’episodio rappresenta dunque una tappa basilare del cammino di fede dei discepoli e anche di tutti noi. Fede è aver fiducia, SEMPRE, in ogni situazione, in ogni caso anche il più assurdo, in ogni tunnel anche il più buio e sbarrato. E l’episodio si conclude con la domanda che, impauriti e stupiti, i discepoli si pongono l’un l’altro: “Chi è costui?”

Chi è dunque costui? Certamente i vangeli sono una continua e variegata risposta a un tale interrogativo, anzi sono nati proprio per dire chi era Gesù, il Verbo di Dio incarnato che non avremo mai finito di scoprire.

Qui ci troviamo di fronte a un fatto inedito, ma non poi tanto peregrino, se riandiamo con la memoria (“biblica!”) alle pagine del 1° Testamento, dove erano attestati prodigi di natura ad opera di Dio (il passaggio attraverso il M. Rosso – il più grande miracolo dell’Antico Testamento – il dono della manna nel deserto, etc.) Questo significa che, se Gesù opera in maniera analoga, Egli è non solo uomo, ma veramente anche Dio.

Inoltre lo stesso vangelo (il 4°, quello di Giovanni) ci dice qualcosa che spiega esaurientemente l’intervento compiuto da Gesù: “In principio era il Verbo……tutto è stato fatto per mezzo di lui….in lui era la vita….” (Gv.1, 1-4 passim). Se dunque TUTTO (l’uomo, la natura, il cosmo, etc.) ESISTE

IN LUI E GRAZIE A LUI, Gesù può certamente “sgridare” (è il verbo originale greco) il vento e le acque in tempesta ed eliminare il pericolo di vita per chi stava sulla barca allagata.

E’ proprio questo che ora i discepoli capiscono, la loro fede fa davvero un salto di qualità; oltre agli elementi della natura, Gesù aveva dovuto “sgridare” anche loro e richiamarli ad una fede più profonda e matura. Il cammino della fede non è facile, è irto di difficoltà, tentennamenti, passi indietro e soprattutto è lungo, probabilmente lungo quanto la nostra esistenza.

Gli stessi discepoli, quando si troveranno davanti a un Gesù perseguitato, accusato, incarcerato, torturato e messo a morte, andranno in crisi, fuggiranno, penseranno di essersi sbagliati sul suo conto. E, perfino quando lo incontrarono risorto, “essi però dubitarono “ (Mt.28,17).

La nostra fede sarà veramente completa quando, paradossalmente, non ci servirà più perché, varcata la soglia del tempo, avremo la visione diretta della Trinità!

Tutto questo non deve scoraggiarci. Anzitutto perché è Dio a conoscere il nostro grado di fede, più di noi stessi [come leggiamo nella preghiera eucaristica V rivolta ai defunti: “dei quali Tu solo hai conosciuto la fede]. In secondo luogo perché in Cristo abbiamo un Maestro impareggiabile. La testimonianza (e quindi l’insegnamento) più alta che Egli ci ha dato è proprio nel momento più buio e irreversibile della sua vita: la morte. Lo stesso evangelista Luca (e solo lui) riferisce le parole di Gesù: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc.23,46). La fiducia del Figlio nel Padre va oltre la morte.

Infine, visto che la sequela diretta di Gesù non è facile, Egli, nella sua immensa bontà, ci dona in ogni tempo santi e testimoni della fiducia nella Sua salvezza anche in situazioni del tutto disperate, di cui non mancano esempi assai significativi: basti pensare al ruolo della Provvidenza nella vita di San Giovanni Bosco o all’esperienza di tanti missionari in condizioni estreme.

In particolare, vorrei ricordare la vicenda della prof. Andreana Bassanetti, psicoterapeuta di Parma. Purtroppo nel ’91 sua figlia, terribilmente depressa nonostante le cure, si tolse la vita gettandosi dal balcone di casa. “Seguirono giorni terribili – racconta Andreana -…vivevo la doppia disperazione di aver fallito come madre e come psicologa….non trovavo alcuna luce nella scienza e nei consigli di amici psicologi e psichiatri, pensai anch’io al suicidio….Una sera vagavo disperata per la città, finché ad un certo punto mi imbattei in una chiesetta aperta e illuminata, dove c’era scritto “Venite con me in disparte”: alcune ragazze erano inginocchiate in adorazione del Santissimo Sacramento. Entrai. Non cercavo consolazione, ma la verità. Ritrovai la fede”. E Andreana non solo ritrovò la fede, ma -sperimentando che Dio sa sempre trarre il bene dal male – ebbe l’intuizione di fondare nel ’95 un’Associazione chiamata “Figli in cielo”, proprio per aiutare madri e padri disperati per la perdita di un figlio, persone disorientate, che magari perdono la fede e sul cui dolore purtroppo speculano in tanti (pensiamo ai “Testimoni di Geova”!).

Questo è solo un esempio, che si può conoscere più ampiamente nel libro di Andreana “Il bene più grande”, ed. Paoline, pp.72-6, ma molto numerose sono le testimonianze che si potrebbero citare.

Concludendo, ho pensato che potremmo fare nostra questa bella preghiera del Beato Paolo VI°: “Signore, fa’ che la mia fede sia forte, non tema le contrarietà dei problemi,……. le avversità di chi la discute e la nega, ma si rinsaldi nell’intima prova della tua verità, [… ] sia operosa, vera amicizia con Te e continua ricerca e testimonianza di Te.” (Udienza generale, mercoledì 30 ottobre 1968, in PAOLO VI, Preghiere a Cristo, 1997).

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Signore,che io veda,che io non sia più cieco!

TESTO Commento su Lc 18, 35-38

Casa di Preghiera San Biagio FMA  

Lunedì della XXXIII settimana del Tempo Ordinario (Anno I) (16/11/2015)

Vangelo: Lc 18,35-43 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

35Mentre si avvicinava a Gerico, un cieco era seduto lungo la strada a mendicare.36Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. 37Gli annunciarono: «Passa Gesù, il Nazareno!». 38Allora gridò dicendo: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!».39Quelli che camminavano avanti lo rimproveravano perché tacesse; ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». 40Gesù allora si fermò e ordinò che lo conducessero da lui. Quando fu vicino, gli domandò: 41«Che cosa vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io veda di nuovo!». 42E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato». 43Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo glorificando Dio. E tutto il popolo, vedendo, diede lode a Dio.

“Mentre si avvicinava a Gerico, un cieco era seduto lungo la strada a mendicare. Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. Gli annunciarono: «Passa Gesù, il Nazareno!». Allora gridò dicendo: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Luca 18, 35-38

Come vivere questa Parola?
Il miracolo del ridare la vista al cieco ci aiuta a riflettere su quanto Gesù è preoccupato per la nostra salvezza. È Lui