LA COMUNIONE DEI SANTI

Paragrafo 5: LA COMUNIONE DEI SANTI

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Dopo aver confessato “la santa Chiesa cattolica”, il Simbolo degli Apostoli aggiunge “la comunione dei santi”. Questo articolo è, per certi aspetti, una esplicitazione del precedente: “Che cosa è la Chiesa se non l’assemblea di tutti i santi?” [Niceta, Explanatio symboli, 10: PL 52, 871B]. La comunione dei santi è precisamente la Chiesa.

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“Poiché tutti i credenti formano un solo corpo, il bene degli uni è comunicato agli altri. . . Allo stesso modo bisogna credere che esista una comunione di beni nella Chiesa. Ma il membro più importante è Cristo, poiché è il Capo. . . Pertanto, il bene di Cristo è comunicato a tutte le membra; ciò avviene mediante i sacramenti della Chiesa” [San Tommaso d’Aquino, Expositio in symbolum apostolicum, 10]. “L’unità dello Spirito, da cui la Chiesa è animata e retta, fa sì che tutto quanto essa possiede sia comune a tutti coloro che vi appartengono” [Catechismo Romano, 1, 10, 24].

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Il termine “comunione dei santi” ha pertanto due significati, strettamente legati: “comunione alle cose sante [“sancta”]” e “comunione tra le persone sante [“sancti”]”.

“Sancta sanctis!” – le cose sante ai santi – viene proclamato dal celebrante nella maggior parte delle liturgie orientali, al momento dell’elevazione dei santi Doni, prima della distribuzione della Comunione. I fedeli [“sancti”] vengono nutriti del Corpo e del Sangue di Cristo [“sancta”] per crescere nella comunione dello Spirito Santo [“koinonia”] e comunicarla al mondo.

I. La comunione dei beni spirituali

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Nella prima comunità di Gerusalemme, i discepoli “erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli Apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere” ( At 2,42 ).

La comunione nella fede. La fede dei fedeli è la fede della Chiesa ricevuta dagli Apostoli, tesoro di vita che si accresce mentre viene condiviso.

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La comunione dei sacramenti. “Il frutto di tutti i sacramenti appartiene così a tutti i fedeli, i quali per mezzo dei sacramenti stessi, come altrettante arterie misteriose, sono uniti e incorporati in Cristo. Soprattutto il Battesimo è al tempo stesso porta per cui si entra nella Chiesa e vincolo dell’unione a Cristo. . . La comunione dei santi significa questa unione operata dai sacramenti. . . Il nome di “comunione” conviene a tutti i sacramenti in quanto ci uniscono a Dio. . . ; più propriamente però esso si addice all’Eucaristia che in modo affatto speciale attua questa intima e vitale comunione soprannaturale” [Catechismo Romano, 1, 10, 24].

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La comunione dei carismi. Nella comunione della Chiesa, lo Spirito Santo “dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali” per l’edificazione della Chiesa [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 12]. Ora “a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune” ( 1Cor 12,7 ).

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” Ogni cosa era fra loro comune ” ( At 4,32 ). “Il cristiano veramente tale nulla possiede di così strettamente suo che non lo debba ritenere in comune con gli altri, pronto quindi a sollevare la miseria dei fratelli più poveri” [Catechismo Romano, 1, 10, 27]. Il cristiano è un amministratore dei beni del Signore [Cf Lc 16,1-3 ].

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La comunione della carità. Nella “comunione dei santi” “nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso” ( Rm 14,7 ). “Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte” ( 1Cor 12,26-27 ). “La carità non cerca il suo interesse” ( 1Cor 13,5 ) [Cf 1Cor 10,24 ]. Il più piccolo dei nostri atti compiuto nella carità ha ripercussioni benefiche per tutti, in forza di questa solidarietà con tutti gli uomini, vivi o morti, solidarietà che si fonda sulla comunione dei santi. Ogni peccato nuoce a questa comunione.

II. La comunione della Chiesa del cielo e della terra

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I tre stati della Chiesa. ” Fino a che il Signore non verrà nella sua gloria e tutti gli angeli con lui e, distrutta la morte, non gli saranno sottomesse tutte le cose, alcuni dei suoi discepoli sono pellegrini sulla terra, altri che sono passati da questa vita stanno purificandosi, altri infine godono della gloria contemplando “chiaramente Dio uno e trino, qual è””: [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 49]

Tutti però, sebbene in grado e modo diverso, comunichiamo nella stessa carità di Dio e del prossimo e cantiamo al nostro Dio lo stesso inno di gloria. Tutti quelli che sono di Cristo, infatti, avendo il suo Spirito formano una sola Chiesa e sono tra loro uniti in lui [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 49].

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“L’unione. . . di coloro che sono in cammino coi fratelli morti nella pace di Cristo non è minimamente spezzata, anzi, secondo la perenne fede della Chiesa, è consolidata dalla comunicazione dei beni spirituali” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 49].

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L’intercessione dei santi. “A causa infatti della loro più intima unione con Cristo i beati rinsaldano tutta la Chiesa nella santità. . . non cessano di intercedere per noi presso il Padre, offrendo i meriti acquistati in terra mediante Gesù Cristo, unico Mediatore tra Dio e gli uomini. . . La nostra debolezza quindi è molto aiutata dalla loro fraterna sollecitudine”: [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 49]

Non piangete. Io vi sarò più utile dopo la mia morte e vi aiuterò più efficacemente di quando ero in vita [San Domenico morente ai suoi frati, cf Giordano di Sassonia, Libellus de principiis Ordinis praedicatorum, 93].

Passerò il mio cielo a fare del bene sulla terra [Santa Teresa di Gesù Bambino, Novissima verba].

957

La comunione con i santi. “Non veneriamo la memoria dei santi solo a titolo d’esempio, ma più ancora perché l’unione di tutta la Chiesa nello Spirito sia consolidata dall’esercizio della fraterna carità. Poiché come la cristiana comunione tra coloro che sono in cammino ci porta più vicino a Cristo, così la comunione con i santi ci unisce a Cristo, dal quale, come dalla fonte e dal capo, promana tutta la grazia e tutta la vita dello stesso Popolo di Dio”: [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 50]

Noi adoriamo Cristo quale Figlio di Dio, mentre ai martiri siamo giustamente devoti in quanto discepoli e imitatori del Signore e per la loro suprema fedeltà verso il loro re e maestro; e sia dato anche a noi di farci loro compagni e condiscepoli [San Policarpo di Smirne, in Martyrium Polycarpi, 17].

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La comunione con i defunti. “La Chiesa di quelli che sono in cammino, riconoscendo benissimo questa comunione di tutto il corpo mistico di Gesù Cristo, fino dai primi tempi della religione cristiana ha coltivato con una grande pietà la memoria dei defunti e, poiché “santo e salutare è il pensiero di pregare per i defunti perché siano assolti dai peccati” ( 2Mac 12,45 ), ha offerto per loro anche i suoi suffragi” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 50]. La nostra preghiera per loro può non solo aiutarli, ma anche rendere efficace la loro intercessione in nostro favore.

959

Nell’unica famiglia di Dio. Tutti noi che “siamo figli di Dio e costituiamo in Cristo una sola famiglia, mentre comunichiamo tra di noi nella mutua carità e nell’unica lode della Trinità santissima, corrispondiamo all’intima vocazione della Chiesa” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 50].

In sintesi

960

La Chiesa è “comunione dei santi”: questa espressione designa primariamente le “cose sante” [“sancta”], e innanzi tutto l’Eucaristia con la quale “viene rappresentata e prodotta l’unità dei fedeli, che costituiscono un solo corpo in Cristo” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 50].

961

Questo termine designa anche la comunione delle “persone sante” [“sancti”] nel Cristo che è “morto per tutti”, in modo che quanto ognuno fa o soffre in e per Cristo porta frutto per tutti.

962

“Noi crediamo alla comunione di tutti i fedeli di Cristo, di coloro che sono pellegrini su questa terra, dei defunti che compiono la loro purificazione e dei beati del cielo; tutti insieme formano una sola Chiesa; noi crediamo che in questa comunione l’amore misericordioso di Dio e dei suoi santi ascolta costantemente le nostre preghiere” [Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 30].

I FEDELI, GERARCHIA, LAICI, VITA CONSACRATA

Paragrafo 4: I FEDELI – GERARCHIA, LAICI, VITA CONSACRATA

871

“I fedeli sono coloro che, essendo stati incorporati a Cristo mediante il Battesimo, sono costituiti Popolo di Dio e perciò, resi partecipi nel modo loro proprio dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, sono chiamati ad attuare, secondo la condizione propria di ciascuno, la missione che Dio ha affidato alla Chiesa da compiere nel mondo” [Codice di Diritto Canonico, 204, 1; cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 31].

872

“Fra tutti i fedeli, in forza della loro rigenerazione in Cristo, sussiste una vera uguaglianza nella dignità e nell’agire, e per tale uguaglianza tutti cooperano all’edificazione del Corpo di Cristo, secondo la condizione e i compiti propri di ciascuno” [Codice di Diritto Canonico, 208; cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 32].

873

Le differenze stesse che il Signore ha voluto stabilire fra le membra del suo Corpo sono in funzione della sua unità e della sua missione. Infatti “c’è nella Chiesa diversità di ministeri, ma unità di missione. Gli Apostoli e i loro successori hanno avuto da Cristo l’ufficio di insegnare, santificare, reggere in suo nome e con la sua autorità. Ma i laici, resi partecipi dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, nella missione di tutto il Popolo di Dio assolvono compiti propri nella Chiesa e nel mondo” [Conc. Ecum. Vat. II, Apostolicam actuositatem, 2]. Infine dai ministri sacri e dai laici “provengono fedeli i quali, con la professione dei consigli evangelici. . . sono consacrati in modo speciale a Dio e danno incremento alla missione salvifica della Chiesa” [Codice di Diritto Canonico, 207, 2].

I. La costituzione gerarchica della Chiesa

Perché il ministero ecclesiale?

874

E’ Cristo stesso l’origine del ministero nella Chiesa. Egli l’ha istituita, le ha dato autorità e missione, orientamento e fine:

Cristo Signore, per pascere e sempre più accrescere il Popolo di Dio, ha istituito nella sua Chiesa vari ministeri, che tendono al bene di tutto il corpo. I ministri infatti, che sono dotati di sacra potestà, sono a servizio dei loro fratelli, perché tutti coloro che appartengono al Popolo di Dio. . . arrivino alla salvezza [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 18].

875

“E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi? E come lo annunzieranno, senza essere prima inviati?” ( Rm 10,14-15 ). Nessuno, né individuo né comunità, può annunziare a se stesso il Vangelo. “La fede dipende. . . dalla predicazione” ( Rm 10,17 ). Nessuno può darsi da sé il mandato e la missione di annunziare il Vangelo. L’inviato del Signore parla e agisce non per autorità propria, ma in forza dell’autorità di Cristo; non come membro della comunità, ma parlando ad essa in nome di Cristo. Nessuno può conferire a se stesso la grazia, essa deve essere data e offerta. Ciò suppone che vi siano ministri della grazia, autorizzati e abilitati da Cristo. Da lui i vescovi e i presbiteri ricevono la missione e la facoltà [la “sacra potestà”] di agire “in persona di Cristo Capo”, i diaconi la forza di servire il ppolo di Dio nella “diaconia” della liturgia, della parola e della carità, in comunione con il vescovo e il suo presbiterio. La tradizione della Chiesa chiama “sacramento” questo ministero, attraverso il quale gli inviati di Cristo compiono e danno per dono di Dio quello che da se stessi non possono né compiere né dare. Il ministero della Chiesa viene conferito mediante uno specifico sacramento.

876

Alla natura sacramentale del ministero ecclesiale è intrinsecamente legato il carattere di servizio. I ministri, infatti, in quanto dipendono interamente da Cristo, il quale conferisce missione e autorità, sono veramente “servi di Cristo”, [Cf Rm 1,1 ] ad immagine di lui che ha assunto liberamente per noi “la condizione di servo” ( Fil 2,7 ). Poiché la parola e la grazia di cui sono i ministri non sono le loro, ma quelle di Cristo che le ha loro affidate per gli altri, essi si faranno liberamente servi di tutti [Cf 1Cor 9,19 ].

877

Allo stesso modo, è proprio della natura sacramentale del ministero ecclesiale avere un carattere collegiale. Infatti il Signore Gesù, fin dall’inizio del suo ministero, istituì i Dodici, che “furono ad un tempo il seme del Nuovo Israele e l’origine della sacra gerarchia” [Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 5]. Scelti insieme, sono anche mandati insieme, e la loro unione fraterna sarà al servizio della comunione fraterna di tutti i fedeli; essa sarà come un riflesso e una testimonianza della comunione delle persone divine [Cf Gv 17,21-23 ]. Per questo ogni vescovo esercita il suo ministero in seno al collegio episcopale, in comunione col vescovo di Roma, successore di san Pietro e capo del collegio; i sacerdoti esercitano il loro ministero in seno al presbiterio della diocesi, sotto la direzione del loro vescovo.

878

Infine è proprio della natura sacramentale del ministero ecclesiale avere un carattere personale. Se i ministri di Cristo agiscono in comunione, agiscono però sempre anche in maniera personale. Ognuno è chiamato personalmente: “Tu seguimi” ( Gv 21,22 ) [Cf Mt 4,19; Mt 4,21; Gv 1,43 ] per essere, nella missione comune, testimone personale, personalmente responsabile davanti a colui che conferisce la missione, agendo “in Sua persona” e per delle persone: “Io ti battezzo nel nome del Padre. . . “; “Io ti assolvo. . . “.

879

Pertanto il ministero sacramentale nella Chiesa è un servizio esercitato in nome di Cristo. Esso ha un carattere personale e una forma collegiale. Ciò si verifica sia nei legami tra il collegio episcopale e il suo capo, il successore di san Pietro, sia nel rapporto tra la responsabilità pastorale del vescovo per la sua Chiesa particolare e la sollecitudine di tutto il collegio episcopale per la Chiesa universale.

Il collegio episcopale e il suo capo, il Papa

880

Cristo, istituì i Dodici “sotto la forma di un collegio o di un gruppo stabile, del quale mise a capo Pietro, scelto di mezzo a loro” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 19]. “Come san Pietro e gli altri Apostoli costituirono, per istituzione del Signore, un unico collegio apostolico, similmente il romano Pontefice, successore di Pietro, e i vescovi, successori degli Apostoli, sono tra loro uniti” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 19].

881

Del solo Simone, al quale diede il nome di Pietro, il Signore ha fatto la pietra della sua Chiesa. A lui ne ha affidato le chiavi; [Cf Mt 16,18-19 ] l’ha costituito pastore di tutto il gregge [Cf Gv 21,15-17 ]. “Ma l’incarico di legare e di sciogliere, che è stato dato a Pietro, risulta essere stato pure concesso al collegio degli Apostoli, unito col suo capo” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 22]. Questo ufficio pastorale di Pietro e degli altri Apostoli costituisce uno dei fondamenti della Chiesa; è continuato dai vescovi sotto il primato del Papa.

882

Il Papa, vescovo di Roma e successore di san Pietro, ” è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei vescovi sia della moltitudine dei fedeli” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 22]. “Infatti il romano Pontefice, in virtù del suo ufficio di vicario di Cristo e di pastore di tutta la Chiesa, ha sulla Chiesa la potestà piena, suprema e universale, che può sempre esercitare liberamente” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 22].

883

“Il collegio o corpo episcopale non ha. . . autorità, se non lo si concepisce insieme con il romano Pontefice. . ., quale suo capo”. Come tale, questo collegio “è pure soggetto di suprema e piena potestà su tutta la Chiesa: potestà che non può essere esercitata se non con il consenso del romano Pontefice” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 22; cf Codice di Diritto Canonico, 336].

884

“Il collegio dei vescovi esercita in modo solenne la potestà sulla Chiesa universale nel Concilio Ecumenico” [Codice di Diritto Canonico, 337, 1]. “Mai si ha Concilio Ecumenico, che come tale non sia confermato o almeno accettato dal successore di Pietro” [ Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 22].

885

” [Il collegio episcopale] in quanto composto da molti, esprime la varietà e l’universalità del popolo di Dio; in quanto raccolto sotto un solo capo, esprime l’unità del gregge di Cristo” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 22].

886

“I vescovi. . ., singolarmente presi, sono il principio visibile e il fondamento dell’unità nelle loro Chiese particolari” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 22]. In quanto tali “esercitano il loro pastorale governo sopra la porzione del Popolo di Dio che è stata loro affidata”, [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 22] coadiuvati dai presbiteri e dai diaconi. Ma, in quanto membri del collegio episcopale, ognuno di loro è partecipe della sollecitudine per tutte le Chiese, [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Christus Dominus, 3] e la esercita innanzi tutto “reggendo bene la propria Chiesa come porzione della Chiesa universale”, contribuendo così “al bene di tutto il Corpo mistico che è pure il corpo delle Chiese” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 23]. Tale sollecitudine si estenderà particolarmente ai poveri, [Cf Gal 2,10 ] ai perseguitati per la fede, come anche ai missionari che operano in tutta la terra.

887

Le Chiese particolari vicine e di cultura omogenea formano province ecclesiastiche o realtà più vaste chiamate patriarcati o regioni [Cf Canone degli Apostoli, 34]. I vescovi di questi raggruppamenti possono riunirsi in sinodi o in concilii provinciali. Così pure, le conferenze episcopali possono, oggi, contribuire in modo molteplice e fecondo a che “lo spirito collegiale si attui concretamente” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 23].

L’ufficio di insegnare

888

I vescovi, con i presbiteri, loro cooperatori, “hanno anzitutto il dovere di annunziare a tutti il Vangelo di Dio”, [Conc. Ecum. Vat. II, Presbyterorum ordinis, 4] secondo il comando del Signore [Cf Mc 16,15 ]. Essi sono “gli araldi della fede, che portano a Cristo nuovi discepoli, sono i dottori autentici” della fede apostolica, “rivestiti dell’autorità di Cristo” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 25].

889

Per mantenere la Chiesa nella purezza della fede trasmessa dagli Apostoli, Cristo, che è la Verità, ha voluto rendere la sua Chiesa partecipe della propria infallibilità. Mediante il “senso soprannaturale della fede”, il Popolo di Dio “aderisce indefettibilmente alla fede”, sotto la guida del Magistero vivente della Chiesa [Cf ibid., 12; Id. , Dei Verbum, 10].

890

La missione del Magistero è legata al carattere definitivo dell’Alleanza che Dio in Cristo ha stretto con il suo Popolo; deve salvaguardarlo dalle deviazioni e dai cedimenti, e garantirgli la possibilità oggettiva di professare senza errore l’autentica fede. Il compito pastorale del Magistero è quindi ordinato a vigilare affinché il Popolo di Dio rimanga nella verità che libera. Per compiere questo servizio, Cristo ha dotato i pastori del carisma d’infallibilità in materia di fede e di costumi. L’esercizio di questo carisma può avere parecchie modalità.

891

“Di questa infallibilità il romano Pontefice, capo del collegio dei vescovi, fruisce in virtù del suo ufficio, quando, quale supremo pastore e dottore di tutti i fedeli, che conferma nella fede i suoi fratelli, proclama con un atto definitivo una dottrina riguardante la fede o la morale. . . L’infallibilità promessa alla Chiesa risiede pure nel corpo episcopale, quando questi esercita il supremo Magistero col successore di Pietro” soprattutto in un Concilio Ecumenico [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 25; cf Concilio Vaticano I: Denz. -Schönm. , 3074]. Quando la Chiesa, mediante il suo Magistero supremo, propone qualche cosa “da credere come rivelato da Dio” [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 10] e come insegnamento di Cristo, “a tali definizioni si deve aderire con l’ossequio della fede” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 25]. Tale infallibilità abbraccia l’intero deposito della Rivelazione divina [Cf ibid].

892

L’assistenza divina è inoltre data ai successori degli Apostoli, che insegnano in comunione con il successore di Pietro, e, in modo speciale, al vescovo di Roma, pastore di tutta la Chiesa, quando, pur senza arrivare ad una definizione infallibile e senza pronunciarsi in “maniera definitiva”, propongono, nell’esercizio del Magistero ordinario, un insegnamento che porta ad una migliore intelligenza della Rivelazione in materia di fede e di costumi. A questo insegnamento ordinario i fedeli devono “aderire col religioso ossequio dello spirito” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 25] che, pur distinguendosi dall’ossequio della fede, tuttavia ne è il prolungamento.

L’ufficio di santificare

893

Il vescovo “è il dispensatore della grazia del supremo sacerdozio”, [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 25] specialmente nell’Eucaristia che egli stesso offre o di cui assicura l’offerta mediante i presbiteri, suoi cooperatori. L’Eucaristia, infatti, è il centro della vita della Chiesa particolare. Il vescovo e i presbiteri santificano la Chiesa con la loro preghiera e il loro lavoro, con il ministero della Parola e dei sacramenti. La santificano con il loro esempio, “non spadroneggiando sulle persone” loro “affidate”, ma facendosi “modelli del gregge” ( 1Pt 5,3 ), in modo che “possano, insieme col gregge loro affidato, giungere alla vita eterna” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 25].

L’ufficio di governare

894

“I vescovi reggono le Chiese particolari, come vicari e delegati di Cristo, col consiglio, la persuasione, l’esempio, ma anche con l’autorità e la sacra potestà”, [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 25] che però dev’essere da loro esercitata allo scopo di edificare, nello spirito di servizio che è proprio del loro Maestro [Cf Lc 22,26-27 ].

895

“Questa potestà che personalmente esercitano in nome di Cristo, è propria, ordinaria e immediata, quantunque il suo esercizio sia in definitiva regolato dalla suprema autorità della Chiesa” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 27]. Ma i vescovi non devono essere considerati come dei vicari del Papa, la cui autorità ordinaria e immediata su tutta la Chiesa non annulla quella dei vescovi, ma anzi la conferma e la difende. Tale autorità deve esercitarsi in comunione con tutta la Chiesa sotto la guida del Papa.

896

Il Buon Pastore sarà il modello e la “forma” dell’ufficio pastorale del vescovo. Cosciente delle proprie debolezze, “il vescovo può compatire quelli che sono nell’ignoranza o nell’errore. Non rifugga dall’ascoltare” coloro che dipendono da lui e “che cura come veri figli suoi. . . I fedeli poi devono aderire al vescovo come la Chiesa a Gesù Cristo e come Gesù Cristo al Padre”: [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 27]

Seguite tutti il vescovo, come Gesù Cristo [segue] il Padre, e il presbiterio come gli Apostoli; quanto ai diaconi, rispettateli come la legge di Dio. Nessuno compia qualche azione riguardante la Chiesa, senza il vescovo [Sant’Ignazio di Antiochia, Epistula ad Smyrnaeos, 8, 1].

II. I fedeli laici

897

“Col nome di laici si intendono qui tutti i fedeli a esclusione dei membri dell’ordine sacro e dello stato religioso riconosciuto dalla Chiesa, i fedeli cioè, che, dopo essere stati incorporati a Cristo col Battesimo e costituiti Popolo di Dio, e nella loro misura resi partecipi della funzione sacerdotale, profetica e regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 31].

La vocazione dei laici

898

“Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. . . A loro quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le realtà temporali, alle quali essi sono strettamente legati, in modo che sempre siano fatte secondo Cristo, e crescano e siano di lode al Creatore e al Redentore” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 31].

899

L’iniziativa dei cristiani laici è particolarmente necessaria quando si tratta di scoprire, di ideare mezzi per permeare delle esigenze della dottrina e della vita cristiana le realtà sociali, politiche ed economiche. Questa iniziativa è un elemento normale della vita della Chiesa:

I fedeli laici si trovano sulla linea più avanzata della vita della Chiesa; grazie a loro, la Chiesa è il principio vitale della società. Per questo essi soprattutto devono avere una coscienza sempre più chiara non soltanto di appartenere alla Chiesa, ma di essere la Chiesa, cioè la comunità dei fedeli sulla terra sotto la guida dell’unico capo, il Papa, e dei vescovi in comunione con lui. Essi sono la Chiesa [Pio XII, discorso del 20 febbraio 1946: citato da Giovanni Paolo II, Esort. ap. Christifideles laici, 9].

900

I laici, come tutti i fedeli, in virtù del Battesimo e della Confermazione, ricevono da Dio l’incarico dell’apostolato; pertanto hanno l’obbligo e godono del diritto, individualmente o riuniti in associazioni, di impegnarsi affinché il messaggio divino della salvezza sia conosciuto e accolto da tutti gli uomini e su tutta la terra; tale obbligo è ancora più pressante nei casi in cui solo per mezzo loro gli uomini possono ascoltare il Vangelo e conoscere Cristo. Nelle comunità ecclesiali, la loro azione è così necessaria che, senza di essa, l’apostolato dei pastori, la maggior parte delle volte, non può raggiungere il suo pieno effetto [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 33].

La partecipazione dei laici all’ufficio sacerdotale di Cristo

901

“I laici, essendo dedicati a Cristo e consacrati dallo Spirito Santo, sono in modo mirabile chiamati e istruiti perché lo Spirito produca in essi frutti sempre più copiosi. Tutte infatti le opere, le preghiere e le iniziative apostoliche, la vita coniugale e familiare, il lavoro giornaliero, il sollievo spirituale e corporale, se sono compiute nello Spirito, e persino le molestie della vita se sono sopportate con pazienza, diventano “sacrifici spirituali graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo” ( 1Pt 2,5 ); e queste cose nella celebrazione dell’Eucaristia sono piissimamente offerte al Padre insieme all’oblazione del Corpo del Signore. Così anche i laici, operando santamente dappertutto come adoratori, consacrano a Dio il mondo stesso” [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 33].

902

In modo particolare i genitori partecipano all’ufficio di santificazione “conducendo la vita coniugale secondo lo spirito cristiano e attendendo all’educazione cristiana dei figli” [Codice di Diritto Canonico, 835, 4].

903

I laici, se hanno le doti richieste, possono essere assunti stabilmente ai ministeri di lettori e di accoliti [Cf ibid., 230, 1]. “Ove le necessità della Chiesa lo suggeriscano, in mancanza di ministri, anche i laici, pur senza essere lettori o accoliti, possono supplire alcuni dei loro uffici, cioè esercitare il ministero della Parola, presiedere alle preghiere liturgiche, amministrare il Battesimo e distribuire la sacra Comunione, secondo le disposizioni del diritto” [Cf ibid., 230, 1].

La loro partecipazione all’ufficio profetico di Cristo

904

“Cristo. . . adempie la sua funzione profetica. . . non solo per mezzo della gerarchia. . . ma anche per mezzo dei laici, che perciò costituisce suoi testimoni” dotandoli “del senso della fede e della grazia della parola”: [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 35]

Istruire qualcuno per condurlo alla fede è il compito di ogni predicatore e anche di ogni credente [ San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, III, 71, 4, ad 3].

905

I laici compiono la loro missione profetica anche mediante l’evangelizzazione, cioè con l’annunzio di Cristo “fatto con la testimonianza della vita e con la parola”. Questa azione evangelizzatrice ad opera dei laici “acquista una certa nota specifica e una particolare efficacia, dal fatto che viene compiuta nelle comuni condizioni del secolo”: [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 35]

Tale apostolato non consiste nella sola testimonianza della vita: il vero apostolo cerca le occasioni per annunziare Cristo con la parola, sia ai credenti… sia agli infedeli [Conc. Ecum. Vat. II, Apostolicam actuositatem, 6; cf Id., Ad gentes, 15].

906

Tra i fedeli laici coloro che ne sono capaci e che vi si preparano possono anche prestare la loro collaborazione alla formazione catechistica, [Cf Codice di Diritto Canonico, 774; 776; 780] all’insegna gnamento delle scienze sacre, [Cf ibid. , 229] ai mezzi di comunicazione sociale [Cf ibid., 823, 1].

907

“In modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli, salva restando l’integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i pastori, tenendo inoltre presente l’utilità comune e la dignità della persona” [Cf ibid., 823, 1].

La loro partecipazione all’ufficio regale di Cristo

908

Mediante la sua obbedienza fino alla morte, [Cf Fil 2,8-9 ] Cristo ha comunicato ai suoi discepoli il dono della libertà regale, “perché con l’abnegazione di sé e la vita santa vincano in se stessi il regno del peccato” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 36].

Colui che sottomette il proprio corpo e governa la sua anima senza lasciarsi sommergere dalle passioni è padrone di sé: può essere chiamato re perché è capace di governare la propria persona; è libero e indipendente e non si lascia imprigionare da una colpevole schiavitù [Sant’Ambrogio, Expositio Psalmi CXVIII, 14, 30: PL 15, 1403A].

909

“Inoltre i laici, anche mettendo in comune la loro forza, risanino le istituzioni e le condizioni di vita del mondo, se ve ne sono che spingano i costumi al peccato, così che tutte siano rese conformi alle norme della giustizia e, anziché ostacolare, favoriscano l’esercizio delle virtù. Così agendo impregneranno di valore morale la cultura e i lavori dell’uomo” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 36].

910

“I laici possono anche sentirsi chiamati o essere chiamati a collaborare con i loro pastori nel servizio della comunità ecclesiale, per la crescita e la vitalità della medesima, esercitando ministeri diversissimi, secondo la grazia e i carismi che il Signore vorrà loro dispensare” [Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 73].

911

Nella Chiesa, “i fedeli possono cooperare a norma del diritto all’esercizio della potestà di governo” [Codice di Diritto Canonico, 129, 2] e questo mediante la loro presenza nei Concili particolari, [Cf ibid., 443, 4] nei Sinodi diocesani, [Cf ibid. , 463, 1. 2] nei Consigli pastorali; [Cf ibid., 511; 536] nell’esercizio della cura pastorale di una parrocchia; [Cf ibid., 517, 2] nella collaborazione ai Consigli degli affari economici; [Cf ibid., 492, 1; 536] nella partecipazione ai tribunali ecclesiastici [Cf ibid., 1421, 2].

912

I fedeli devono “distinguere accuratamente tra i diritti e i doveri, che loro incombono in quanto sono aggregati alla Chiesa, e quelli che loro competono in quanto membri della società umana. Cerchino di metterli in armonia, ricordandosi che in ogni cosa temporale devono essere guidati dalla coscienza cristiana, poiché nessuna attività umana, neanche in materia temporale, può essere sottratta al dominio di Dio” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 36].

913

“Così ogni laico, in ragione degli stessi doni ricevuti, è un testimone e insieme uno strumento vivo della missione della Chiesa stessa “secondo la misura del dono di Cristo” ( Ef 4,7 )” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 36].

III. La vita consacrata

914

“Lo stato [di vita] che è costituito dalla professione dei consigli evangelici, pur non appartenendo alla struttura gerarchica della Chiesa, interessa tuttavia indiscutibilmente alla sua vita e alla sua santità” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 36].

Consigli evangelici, vita consacrata

915

I consigli evangelici, nella loro molteplicità, sono proposti ad ogni discepolo di Cristo. La perfezione della carità, alla quale tutti i fedeli sono chiamati, comporta per coloro che liberamente accolgono la vocazione alla vita consacrata, l’obbligo di praticare la castità nel celibato per il Regno, la povertà e l’obbedienza. E’ la professione di tali consigli, in uno stato di vita stabile riconosciuto dalla Chiesa, che caratterizza la “vita consacrata” a Dio [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 42-43; Id. , Perfectae caritatis, 1].

916

Lo stato di vita consacrata appare quindi come uno dei modi di conoscere una consacrazione “più intima”, che si radica nel Battesimo e dedica totalmente a Dio [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Perfectae caritatis, 5]. Nella vita consacrata, i fedeli di Cristo si propongono, sotto la mozione dello Spirito Santo, di seguire Cristo più da vicino, di donarsi a Dio amato sopra ogni cosa e, tendendo alla perfezione della carità a servizio del Regno, di significare e annunziare nella Chiesa la gloria del mondo futuro [Cf Codice di Diritto Canonico, 573].

Un grande albero dai molti rami

917

“Come in un albero piantato da Dio e in un modo mirabile e molteplice ramificatosi nel campo del Signore, sono cresciute varie forme di vita solitaria o comune e varie famiglie, che si sviluppano sia per il profitto dei loro membri, sia per il bene di tutto il Corpo di Cristo” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 43].

918

“Fin dai primi tempi della Chiesa vi furono uomini e donne che per mezzo della pratica dei consigli evangelici intesero seguire Cristo con maggiore libertà e imitarlo più da vicino e condussero, ciascuno a loro modo, una vita consacrata a Dio. Molti di essi, dietro l’impulso dello Spirito Santo, o vissero una vita solitaria o fondarono famiglie religiose, che la Chiesa con la sua autorità volentieri accolse e approvò” [Conc. Ecum. Vat. II, Perfectae caritatis, 1].

919

I vescovi si premureranno sempre di discernere i nuovi doni della vita consacrata affidati dallo Spirito Santo alla sua Chiesa; l’approvazione di nuove forme di vita consacrata è riservata alla Sede Apostolica [Cf Codice di Diritto Canonico, 605].

La vita eremitica

920

Senza professare sempre pubblicamente i tre consigli evangelici, gli eremiti, “in una più rigorosa separazione dal mondo, nel silenzio della solitudine e nella continua preghiera e nella penitenza, dedicano la propria vita alla lode di Dio e alla salvezza del mondo” [Codice di Diritto Canonico, 603, 1].

921

Essi indicano a ciascuno quell’aspetto interiore del mistero della Chiesa che è l’intimità personale con Cristo. Nascosta agli occhi degli uomini, la vita dell’eremita è predicazione silenziosa di colui al quale ha consegnato la sua vita, poiché egli è tutto per lui. E’ una chiamata particolare a trovare nel deserto, proprio nel combattimento spirituale, la gloria del Crocifisso.

Le vergini e le vedove consacrate

922

Fin dai tempi apostolici, ci furono vergini e vedove cristiane che, chiamate dal Signore a dedicarsi esclusivamente a lui [Cf 1Cor 7,34-36 ] in una maggiore libertà di cuore, di corpo e di spirito, hanno preso la decisione, approvata dalla Chiesa, di vivere rispettivamente nello stato di verginità o di castità perpetua “per il Regno dei cieli” ( Mt 19,12 ).

923

“Emettendo il santo proposito di seguire Cristo più da vicino, [le vergini] dal vescovo diocesano sono consacrate a Dio secondo il rito liturgico approvato e, unite in mistiche nozze a Cristo Figlio di Dio, si dedicano al servizio della Chiesa” [Codice di Diritto Canonico, 604, 1]. Mediante questo rito solenne, [Consecratio virginum] “la vergine è costituita persona consacrata” quale “segno trascendente dell’amore della Chiesa verso Cristo, immagine escatologica della Sposa celeste e della vita futura” [Pontificale romano, Consacrazione delle vergini, Premesse, 1].

924

“Assimilato alle altre forme di vita consacrata”, [Codice di Diritto canonico, 604, 1] l’ordine delle vergini stabilisce la donna che vive nel mondo (o la monaca) nella preghiera, nella penitenza, nel servizio dei fratelli e nel lavoro apostolico, secondo lo stato e i rispettivi carismi offerti ad ognuna [Pontificale romano, Consacrazione delle vergini, Premesse, 2]. Le vergini consacrate possono associarsi al fine di mantenere più fedelmente il loro proposito [Cf Codice di Diritto Canonico, 604, 2].

La vita religiosa

925

Nata in Oriente nei primi secoli del cristianesimo [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 15] e continuata negli istituti canonicamente eretti dalla Chiesa, [Cf Codice di Diritto Canonico, 573] la vita religiosa si distingue dalle altre forme di vita consacrata per l’aspetto cultuale, la professione pubblica dei consigli evangelici, la vita fraterna condotta in comune, la testimonianza resa all’unione di Cristo e della Chiesa [Cf Codice di Diritto Canonico, 607].

926

La vita religiosa sgorga dal mistero della Chiesa. E’ un dono che la Chiesa riceve dal suo Signore e che essa offre come uno stato di vita stabile al fedele chiamato da Dio nella professione dei consigli. Così la Chiesa può manifestare Cristo e insieme riconoscersi Sposa del Salvatore. Alla vita religiosa, nelle sue molteplici forme, è chiesto di esprimere la carità stessa di Dio, nel linguaggio del nostro tempo.

927

Tutti i religiosi, esenti o no, [Cf ibid. , 591] sono annoverati fra i cooperatori del vescovo diocesano nel suo ufficio pastorale [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Christus Dominus, 33-35]. La fondazione e l’espansione missionaria della Chiesa richiedono la presenza della vita religiosa in tutte le sue forme fin dagli inizi dell’evangelizzazione [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 18; 40]. “La storia attesta i grandi meriti delle famiglie religiose nella propagazione della fede e nella formazione di nuove Chiese, dalle antiche istituzioni monastiche e dagli Ordini medievali fino alle moderne Congregazioni” [Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 69].

Gli istituti secolari

928

“L’Istituto secolare è un istituto di vita consacrata in cui i fedeli, vivendo nel mondo, tendono alla perfezione della carità e si impegnano per la santificazione del mondo, soprattutto operando all’interno di esso” [Codice di Diritto Canonico, 710].

929

Mediante una “vita perfettamente e interamente consacrata a [tale] santificazione”, [Pio XII, Cost. ap. Provida Mater] i membri di questi istituti “partecipano della funzione evangelizzatrice della Chiesa”, “nel mondo e dal mondo”, in cui la loro presenza agisce “come un fermento” [Conc. Ecum. Vat. II, Perfectae caritatis, 11]. La loro testimonianza di vita cristiana mira a ordinare secondo Dio le realtà temporali e vivificare il mondo con la forza del Vangelo. Essi assumono con vincoli sacri i consigli evangelici e custodiscono tra loro la comunione e la fraternità che sono proprie al loro modo di vita secolare [Cf Codice di Diritto Canonico, 713, 2].

Le società di vita apostolica

930

Alle diverse forme di vita consacrata “sono assimilate le società di vita apostolica i cui membri, senza i voti religiosi, perseguono il fine apostolico proprio della società e, conducendo vita fraterna in comunità secondo un proprio stile, tendono alla perfezione della carità mediante l’osservanza delle costituzioni. Fra queste vi sono società i cui membri assumono i consigli evangelici”, secondo le loro costituzioni [Codice di Diritto Canonico, 731, 1. 2].

Consacrazione e missione: annunziare il Re che viene

931

Consegnato a Dio sommamente amato, colui che già era stato votato a lui dal Battesimo, si trova in tal modo più intimamente consacrato al servizio divino e dedito al bene della Chiesa. Con lo stato di consacrazione a Dio, la Chiesa manifesta Cristo e mostra come lo Spirito Santo agisca in essa in modo mirabile. Coloro che professano i consigli evangelici hanno, dunque, come prima missione, quella di vivere la loro consacrazione. Ma “dal momento che si dedicano al servizio della Chiesa in forza della stessa consacrazione, sono tenuti all’obbligo di prestare l’opera loro in modo speciale nell’azione missionaria, con lo stile proprio dell’Istituto” [Codice di Diritto Canonico, 731, 1. 2].

932

Nella Chiesa che è come il sacramento, cioè il segno e lo strumento della vita di Dio, la vita consacrata appare come un segno particolare del mistero della Redenzione. Seguire e imitare Cristo “più da vicino”, manifestare “più chiaramente” il suo annientamento, significa trovarsi “più profondamente” presenti, nel cuore di Cristo, ai propri contemporanei. Coloro, infatti, che camminano in questa via “più stretta” stimolano con il proprio esempio i loro fratelli e “testimoniano in modo splendido che il mondo non può essere trasfigurato e offerto a Dio senza lo spirito delle beatitudini” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 31].

933

Che tale testimonianza, sia pubblica, come nello stato religioso, oppure più discreta, o addirittura segreta, la venuta di Cristo rimane per tutti i consacrati l’origine e l’orientamento della loro vita:

Poiché il Popolo di Dio non ha qui città permanente,. . . lo stato religioso. . . rende visibile per tutti i credenti la presenza, già in questo mondo, dei beni celesti; meglio testimonia la vita nuova ed eterna acquistata dalla Redenzione di Cristo, e meglio preannunzia la futura risurrezione e la gloria del Regno celeste” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 31].

In sintesi

934

“Per istituzione divina vi sono nella Chiesa i ministri sacri, che nel diritto sono chiamati anche chierici; gli altri fedeli poi sono chiamati anche laici. Dagli uni e dagli altri provengono fedeli i quali, con la professione dei consigli evangelici. . . sono consacrati in modo speciale a Dio e danno incremento alla missione salvifica della Chiesa” [Codice di Diritto Canonico, 207, 1. 2].

935

Per annunziare la fede e instaurare il suo Regno, Cristo invia i suoi Apostoli e i loro successori. Li rende partecipi della sua missione. Da lui ricevono il potere di agire in sua persona.

936

Il Signore ha fatto di san Pietro il fondamento visibile della sua Chiesa. A lui ne ha affidato le chiavi. Il vescovo della Chiesa di Roma, suc cessore di san Pietro, è “capo del collegio dei vescovi, vicario di Cristo e pastore qui in terra della Chiesa universale” [Codice di Diritto Canonico, 207, 1. 2].

937

Il Papa “è per divina istituzione rivestito di un potere supremo, pieno, immediato e universale per il bene delle anime” [Conc. Ecum. Vat. II, Christus Dominus, 2].

938

I vescovi, costituiti per mezzo dello Spirito Santo, succedono agli Apostoli. “Singolarmente presi, sono il principio visibile e il fondamento dell’unità nelle loro Chiese particolari” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 23].

939

Aiutati dai presbiteri, loro cooperatori, e dai diaconi, i vescovi hanno l’ufficio di insegnare autenticamente la fede, di celebrare il culto divino, soprattutto l’Eucarestia, e di guidare la loro Chiesa da veri pastori. E’ inerente al loro ufficio anche la sollecitudine per tutte le Chiese, con il Papa e sotto di lui.

940

I laici, essendo proprio del loro stato che “vivano nel mondo e in mezzo agli affari secolari, sono chiamati da Dio affinché, ripieni di spirito cristiano, a modo di fermento esercitino nel mondo il loro apostolato” [Conc. Ecum. Vat. II, Apostolicam actuositatem, 2].

941

I laici partecipano al sacerdozio di Cristo: sempre più uniti a lui, dispiegano la grazia del Battesimo e della Confermazione in tutte le dimensioni della vita personale, familiare, sociale ed ecclesiale, e realizzano così la chiamata alla santità rivolta a tutti i battezzati.

942

Grazie alla loro missione profetica, “i laici sono chiamati anche ad essere testimoni di Cristo in mezzo a tutti, e cioè pure in mezzo alla società umana” [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 43].

943

Grazie alla loro missione regale, i laici hanno il potere di vincere in se stessi e nel mondo il regno del peccato con l’abnegazione di sé e la santità della loro vita [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 36].

944

La vita consacrata a Dio si caratterizza mediante la professione pubblica dei consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza in uno stato di vita stabile riconosciuto dalla Chiesa.

945

Consegnato a Dio sommamente amato, colui che era già stato destinato a lui dal Battesimo, si trova, nello stato di vita consacrata, più intimamente votato al servizio divino e dedito al bene di tutta la Chiesa.

UNA, SANTA, CATTOLICA, APOSTOLICA

Paragrafo 3: LA CHIESA E’ UNA, SANTA, CATTOLICA E APOSTOLICA

811

“Questa è l’unica Chiesa di Cristo, che nel Simbolo professiamo una, santa, cattolica e apostolica” [ Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 4]. Questi quattro attributi, legati inseparabilmente tra di loro, [Cf Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera ai vescovi d’Inghilterra del 16 settembre 1864: Denz. -Schönm., 2888] indicano tratti essenziali della Chiesa e della sua missione. La Chiesa non se li conferisce da se stessa; è Cristo che, per mezzo dello Spirito Santo, concede alla sua Chiesa di essere una, santa, cattolica e apostolica, ed è ancora lui che la chiama a realizzare ciascuna di queste caratteristiche.

812

Soltanto la fede può riconoscere che la Chiesa trae tali caratteristiche dalla sua origine divina. Tuttavia le loro manifestazioni storiche sono segni che parlano chiaramente alla ragione umana. “La Chiesa”, ricorda il Concilio Vaticano I, “a causa della sua eminente santità, . . . della sua cattolica unità, della sua incrollabile stabilità, è per se stessa un grande e perenne motivo di credibilità e una irrefragabile testimonianza della sua missione divina” [Concilio Vaticano I: Denz. -Schönm., 3013].

I. La Chiesa è una

“Il sacro Mistero dell’unità della Chiesa”

[Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 2]

813

La Chiesa è una per la sua origine: “Il supremo modello e il principio di questo Mistero è l’unità nella Trinità delle Persone di un solo Dio Padre e Figlio nello Spirito Santo” [Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 2]. La Chiesa è una per il suo Fondatore: “Il Figlio incarnato, infatti,… per mezzo della sua croce ha riconciliato tutti gli uomini con Dio,… ristabilendo l’unità di tutti i popoli in un solo Popolo e in un solo corpo” [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 78]. La Chiesa è una per la sua anima: “Lo Spirito Santo, che abita nei credenti e tutta riempie e regge la Chiesa, produce quella meravigliosa comunione dei fedeli e tanto intimamente tutti unisce in Cristo, da essere il principio dell’unità della Chiesa” [Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 2]. E’ dunque proprio dell’essenza stessa della Chiesa di essere una:

Che stupendo mistero! Vi è un solo Padre dell’universo, un solo Logos dell’universo e anche un solo Spirito Santo, ovunque identico; vi è anche una sola vergine divenuta madre, e io amo chiamarla Chiesa [Clemente d’Alessandria, Paedagogus, 1, 6].

814

Fin dal principio, questa Chiesa “una” si presenta tuttavia con una grande diversità, che proviene sia dalla varietà dei doni di Dio sia dalla molteplicità delle persone che li ricevono. Nell’unità del Popolo di Dio si radunano le diversità dei popoli e delle culture. Tra i membri della Chiesa esiste una diversità di doni, di funzioni, di condizioni e modi di vita; “nella comunione ecclesiastica vi sono legittimamente delle Chiese particolari, che godono di proprie tradizioni” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 13]. La grande ricchezza di tale diversità non si oppone all’unità della Chiesa. Tuttavia, il peccato e il peso delle sue conseguenze minacciano continuamente il dono dell’unità. Anche l’Apostolo deve esortare a “conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace” ( Ef 4,3 ).

815

Quali sono i vincoli dell’unità? “Al di sopra di tutto… la carità, che è il vincolo di perfezione” ( Col 3,14 ). Ma l’unità della Chiesa nel tempo è assicurata anche da legami visibili di comunione:

– la professione di una sola fede ricevuta dagli Apostoli;

– la celebrazione comune del culto divino, soprattutto dei sacramenti;

– la successione apostolica mediante il sacramento dell’Ordine, che custodisce la concordia fraterna della famiglia di Dio [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 2; Id., Lumen gentium, 14; Codice di Diritto Canonico, 205].

816

“L’unica Chiesa di Cristo. . . ” è quella “che il Salvatore nostro, dopo la sua Risurrezione, diede da pascere a Pietro, affidandone a lui e agli altri Apostoli la diffusione e la guida. . . Questa Chiesa, in questo mondo costituita e organizzata come una società, sussiste [“subsistit in”] nella Chiesa cattolica, governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui”: [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 8]

Il decreto sull’Ecumenismo del Concilio Vaticano II esplicita: “Solo per mezzo della cattolica Chiesa di Cristo, che è lo strumento generale della salvezza,si può ottenere tutta la pienezza dei mezzi di salvezza. In realtà al solo Collegio apostolico con a capo Pietro crediamo che il Signore ha affidato tutti i beni della Nuova Alleanza, per costituire l’unico Corpo di Cristo sulla terra, al quale bisogna che siano pienamente incorporati tutti quelli che già in qualche modo appartengono al Popolo di Dio” [Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 3].

Le ferite dell’unità

817

Di fatto, “in questa Chiesa di Dio una e unica sono sorte fino dai primissimi tempi alcune scissioni, che l’Apostolo riprova con gravi parole come degne di condanna; ma nei secoli posteriori sono nati dissensi più ampi e comunità non piccole si sono staccate dalla piena comunione della Chiesa cattolica, talora non senza colpa di uomini d’entrambe le parti” [Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 3]. Le scissioni che feriscono l’unità del Corpo di Cristo (cioè l’eresia, l’apostasia e lo scisma) [Cf Codice di Diritto Canonico, 751] non avvengono senza i peccati degli uomini:

Ubi peccata sunt, ibi est multitudo, ibi schismata, ibi haereses, ibi discussiones. Ubi autem virtus, ibi singularitas, ibi unio, ex quo omnium credentium erat cor unum et anima una – Dove c’è il peccato, lì troviamo la molteplicità, lì gli scismi, lì le eresie, lì le controversie. Dove, invece, regna la virtù, lì c’è unità, lì comunione, grazie alle quali tutti i credenti erano un cuor solo e un’anima sola [Origene, Homiliae in Ezechielem, 9, 1].

818

Coloro che oggi nascono in comunità sorte da tali scissioni “e sono istruiti nella fede di Cristo. . . non possono essere accusati del peccato di separazione, e la Chiesa cattolica li abbraccia con fraterno rispetto e amore. . . Giustificati nel Battesimo dalla fede, sono incorporati a Cristo e perciò sono a ragione insigniti del nome di cristiani e dai figli della Chiesa cattolica sono giustamente riconosciuti come fratelli nel Signore” [Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 3].

819

Inoltre, “parecchi elementi di santificazione e di verità” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 8] “si trovano fuori dei confini visibili della Chiesa cattolica, come la Parola di Dio scritta, la vita della grazia, la fede, la speranza e la carità, e altri doni interiori dello Spirito Santo ed elementi visibili” [Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 3; cf Id. , Lumen gentium, 15]. Lo Spirito di Cristo si serve di queste Chiese e comunità ecclesiali come di strumenti di salvezza, la cui forza deriva dalla pienezza di grazia e di verità che Cristo ha dato alla Chiesa cattolica. Tutti questi beni provengono da Cristo e a lui conducono [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 3] e “spingono verso l’unità cattolica” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 8].

Verso l’unità

820

L’unità, Cristo l’ha donata alla sua Chiesa fin dall’inizio. Noi crediamo che sussista, “senza possibilità di essere perduta, nella Chiesa cattolica e speriamo che crescerà ogni giorno più sino alla fine dei secoli” [Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 4]. Cristo fa sempre alla sua Chiesa il dono dell’unità, ma la Chiesa deve sempre pregare e impegnarsi per custodire, rafforzare e perfezionare l’unità che Cristo vuole per lei. Per questo Gesù stesso ha pregato nell’ora della sua Passione e non cessa di pregare il Padre per l’unità dei suoi discepoli: “. . . Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” ( Gv 17,21 ). Il desiderio di ritrovare l’unità di tutti i cristiani è un dono di Cristo e un appello dello Spirito Santo [Cf ibid., 1].

821

Per rispondervi adeguatamente sono necessari:

– un rinnovamento permanente della Chiesa in una accresciuta fedeltà alla sua vocazione. Tale rinnovamento è la forza del movimento verso l’unità; [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 6]

– la conversione del cuore per “condurre una vita più conforme al Vangelo”, [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 6] poiché è l’infedeltà delle membra al dono di Cristo a causare le divisioni;

– la preghiera in comune; infatti la “conversione “conversione del cuore” e la “santità della vita, insieme con le preghiere private e pubbliche per l’unità dei cristiani, si devono ritenere come l’anima di tutto il movimento ecumenico e si possono giustamente chiamare ecumenismo spirituale”; [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 6]

– la reciproca conoscenza fraterna; [Cf ibid.,9]

– la formazione ecumenica dei fedeli e specialmente dei preti; [Cf ibid., 10]

– il dialogo tra i teologi e gli incontri tra i cristiani delle differenti Chiese e comunità; [Cf ibid., 4; 9; 11]

– la cooperazione tra cristiani nei diversi ambiti del servizio agli uomini [Cf ibid., 12].

822

La cura di ristabilire l’unione “riguarda tutta la Chiesa, sia i fedeli che i pastori” [Cf ibid. , 12]. Ma bisogna anche essere consapevoli “che questo santo proposito di riconciliare tutti i cristiani nell’unità della Chiesa di Cristo, una e unica, supera le forze e le doti umane”. Perciò riponiamo tutta la nostra speranza “nell’orazione di Cristo per la Chiesa, nell’amore del Padre per noi e nella forza dello Spirito Santo” [Cf ibid., 12].

II. La Chiesa è santa

823

“Noi crediamo che la Chiesa… è indefettibilmente santa. Infatti Cristo, Figlio di Dio, il quale col Padre e lo Spirito è proclamato “il solo Santo”, ha amato la Chiesa come sua sposa e ha dato se stesso per essa, al fine di santificarla, e l’ha unita a sé come suo Corpo e l’ha riempita col dono dello Spirito Santo, per la gloria di Dio” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 39]. La Chiesa è dunque “il Popolo santo di Dio”, [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 39] e i suoi membri sono chiamati “santi” [Cf At 9,13; 1Cor 6,1; 823 1Cor 16,1 ].

824

La Chiesa, unita a Cristo, da lui è santificata; per mezzo di lui e in lui diventa anche santificante. Tutte le attività della Chiesa convergono, come a loro fine, “verso la santificazione degli uomini e la glorificazione di Dio in Cristo” [Conc. Ecum. Vat. II, Sacrosanctum concilium, 10]. E’ nella Chiesa che si trova “tutta la pienezza dei mezzi di salvezza” [Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 3]. E’ in essa che “per mezzo della grazia di Dio acquistiamo la santità” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48].

825

“La Chiesa già sulla terra è adornata di una santità vera, anche se imperfetta” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48]. Nei suoi membri, la santità perfetta deve ancora essere raggiunta. “Muniti di tanti e così mirabili mezzi di salvezza, tutti i fedeli d’ogni stato e condizione sono chiamati dal Signore, ognuno per la sua via, a quella perfezione di santità di cui è perfetto il Padre celeste” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48].

826

La carità è l’anima della santità alla quale tutti sono chiamati: essa “dirige tutti i mezzi di santificazione, dà loro forma e li conduce al loro fine”: [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48]

Compresi che la Chiesa aveva un corpo, composto di varie membra, e non mancava il membro più nobile e più necessario. Compresi che la Chiesa aveva un cuore, un cuore ardente d’Amore. Capii che solo l’Amore spingeva al l’azione le membra della Chiesa e che, spento questo Amore, gli Apostoli non avrebbero più annunziato il Vangelo, i Martiri non avrebbero più versato il loro sangue. . . Compresi che l’Amore abbracciava in sé tutte le vocazioni, che l’Amore era tutto, che si estendeva a tutti i tempi e a tutti i luoghi, . . . in una parola, che l’Amore è eterno! [Santa Teresa di Gesù Bambino, Manoscritti autobiografici, B 3v]

827

“Mentre Cristo “santo, innocente, immacolato”, non conobbe il peccato, ma venne allo scopo di espiare i soli peccati del popolo, la Chiesa che comprende nel suo seno i peccatori, santa e insieme sempre bisognosa di purificazione, incessantemente si applica alla penitenza e al suo rinnovamento” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 8; cf Id. , Unitatis redintegratio, 3; 6]. Tutti i membri della Chiesa, compresi i suoi ministri, devono riconoscersi peccatori [ Cf 1Gv 1,8-10 ]. In tutti, sino alla fine dei tempi, la zizzania del peccato si trova ancora mescolata al buon grano del Vangelo [Cf Mt 13,24-30 ]. La Chiesa raduna dunque dei peccatori raggiunti dalla salvezza di Cristo, ma sempre in via di santificazione:

La Chiesa è santa, pur comprendendo nel suo seno dei peccatori, giacché essa non possiede altra vita se non quella della grazia: appunto vivendo della sua vita, i suoi membri si santificano, come, sottraendosi alla sua vita, cadono nei peccati e nei disordini, che impediscono l’irradiazione della sua santità. Perciò la Chiesa soffre e fa penitenza per tali peccati, da cui peraltro ha il potere di guarire i suoi figli con il sangue di Cristo e il dono dello Spirito Santo [Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 19].

828

Canonizzando alcuni fedeli, ossia proclamando solennemente che tali fedeli hanno praticato in modo eroico le virtù e sono vissuti nella fedeltà alla grazia di Dio, la Chiesa riconosce la potenza dello Spirito di santità che è in lei, e sostiene la speranza dei fedeli offrendo loro i santi quali modelli e intercessori [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 40; 48-51]. “I santi e le sante sono sempre stati sorgente e origine di rinnovamento nei momenti più difficili della storia della Chiesa” [Giovanni Paolo II, Esort. ap. Christifideles laici, 16]. Infatti, “la santità è la sorgente segreta e la misura infallibile della sua attività apostolica e del suo slancio missionario” [Giovanni Paolo II, Esort. ap. Christifideles laici, 16].

829

“Mentre la Chiesa ha già raggiunto nella beatissima Vergine la perfezione che la rende senza macchia e senza ruga, i fedeli si sforzano ancora di crescere nella santità debellando il peccato; e per questo innalzano gli occhi a Maria”: [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 65] in lei la Chiesa è già la tutta santa.

III. La Chiesa è cattolica

Che cosa vuol dire “cattolica”?

830

La parola “cattolica” significa “universale” nel senso di “secondo la totalità” o “secondo l’integralità”. La Chiesa è cattolica in un duplice senso.

E’ cattolica perché in essa è presente Cristo. “Là dove è Cristo Gesù, ivi è la Chiesa cattolica” [Sant’Ignazio di Antiochia, Epistula ad Smyrnaeos, 8, 2]. In essa sussiste la pienezza del Corpo di Cristo unito al suo Capo, [Cf Ef 1,22-23 ] e questo implica che essa riceve da lui “in forma piena e totale i mezzi di salvezza” [Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 6] che egli ha voluto: confessione di fede retta e completa, vita sacramentale integrale e ministero ordinato nella successione apostolica. La Chiesa, in questo senso fondamentale, era cattolica il giorno di Pentecoste [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 4] e lo sarà sempre fino al giorno della Parusia.

831

Essa è cattolica perché è inviata in missione da Cristo alla totalità del genere umano: [Cf Mt 28,19 ]

Tutti gli uomini sono chiamati a formare il nuovo Popolo di Dio. Perciò questo Popolo, restando uno e unico, si deve estendere a tutto il mondo e a tutti i secoli, affinché si adempia l’intenzione della volontà di Dio, il quale in principio ha creato la natura umana una, e vuole radunare insieme infine i suoi figli, che si erano dispersi. . . Questo carattere di universalità che adorna il Popolo di Dio, è un dono dello stesso Signore, e con esso la Chiesa cattoli ca efficacemente e senza soste tende a ricapitolare tutta l’umanità, con tutti i suoi beni, in Cristo capo nell’unità del suo Spirito [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 13].

Ogni Chiesa particolare è “cattolica”

832

La “Chiesa di Cristo è veramente presente in tutte le legittime assemblee locali di fedeli, le quali, aderendo ai loro pastori, sono anche esse chiamate Chiese del Nuovo Testamento. . . In esse con la predicazione del Vangelo di Cristo vengono radunati i fedeli e si celebra il mistero della Cena del Signore. . . In queste comunità, sebbene spesso piccole e povere o che vivono nella dispersione, è presente Cristo, per virtù del quale si raccoglie la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 13].

833

Per Chiesa particolare, che è in primo luogo la diocesi (o l’eparchia), si intende una comunità di fedeli cristiani in comunione nella fede e nei sacramenti con il loro vescovo ordinato nella successione apostolica [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Christus Dominus, 11; Codice di Diritto Canonico, 368-369]. Queste Chiese particolari sono “formate a immagine della Chiesa universale”; in esse e a partire da esse “esiste la sola e unica Chiesa cattolica” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 23].

834

Le Chiese particolari sono pienamente cattoliche per la comunione con una di loro: la Chiesa di Roma, “che presiede alla carità” [Sant’Ignazio di Antiochia, Epistula ad Romanos, 1, 1]. “E’ sempre stato necessario che ogni Chiesa, cioè i fedeli di ogni luogo, si volgesse alla Chiesa romana in forza del suo sacro primato” [Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3, 3, 2: ripreso dal Concilio Vaticano I: Denz. -Schönm., 3057]. “Infatti, dalla discesa del Verbo Incarnato verso di noi, tutte le Chiese cristiane sparse in ogni luogo hanno ritenuto e ritengono la grande Chiesa che è qui [a Roma] come unica base e fondamento perché, secondo le promesse del Salvatore, le porte degli inferi non hanno mai prevalso su di essa” [San Massimo il Confessore, Opuscula theologica et polemica: PG 91, 137-140].

835

“Ma dobbiamo ben guardarci dal concepire la Chiesa universale come la somma o, per così dire, la federazione di Chiese particolari. E’ la stessa Chiesa che, essendo universale per vocazione e per missione, quando getta le sue radici nella varietà dei terreni culturali, sociali, umani, assume in ogni parte del mondo fisionomie ed espressioni esteriori diverse” [Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 62]. La ricca varietà di discipline ecclesiastiche, di riti liturgici, di patrimoni teologici e spirituali propri alle “Chiese locali tra loro concordi, dimostra con maggior evidenza la cattolicità della Chiesa indivisa” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 23].

Chi appartiene alla Chiesa cattolica?

836

“Tutti gli uomini sono chiamati a questa cattolica unità del Popolo di Dio. . ., alla quale in vario modo appartengono o sono ordinati sia i fedeli cattolici, sia gli altri credenti in Cristo, sia, infine, tutti gli uomini, che dalla grazia di Dio sono chiamati alla salvezza” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 23].

837

“Sono pienamente incorporati nella società della Chiesa quelli che, avendo lo Spirito di Cristo, accettano integra la sua struttura e tutti i mezzi di salvezza in essa istituiti, e nel suo organismo visibile sono uniti con Cristo – che la dirige mediante il sommo pontefice e i vescovi – dai vincoli della professione di fede, dei sacramenti, del governo ecclesiastico e della comunione. Non si salva, però, anche se incorporato alla Chiesa, colui che, non perseverando nella carità, rimane sì in seno alla Chiesa col “corpo” ma non col “cuore”” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 23].

838

“Con coloro che, battezzati, sono sì insigniti del nome cristiano, ma non professano la fede integrale o non conservano l’unità della comunione sotto il successore di Pietro, la Chiesa sa di essere per più ragioni unita” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 23]. “Quelli infatti che credono in Cristo e hanno ricevuto debitamente il Battesimo sono costituiti in una certa comunione, sebbene imperfetta, con la Chiesa cattolica” [Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 3]. Con le Chiese ortodosse, questa comunione è così pro fonda “che le manca ben poco per raggiungere la pienezza che autorizza una celebrazione comune della Eucaristia del Signore” [Paolo VI, discorso del 14 dicembre 1975; cf Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 13-18].

La Chiesa e i non cristiani

839

“Quelli che non hanno ancora ricevuto il Vangelo, in vari modi sono ordinati al Popolo di Dio”. [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 16]

Il rapporto della Chiesa con il popolo ebraico. La Chiesa, Popolo di Dio nella Nuova Alleanza, scrutando il suo proprio mistero, scopre il proprio legame con gli Ebrei, [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Nostra aetate, 4] che Dio “scelse primi fra tutti gli uomini ad accogliere la sua parola” [Messale Romano, Venerdì Santo: preghiera universale VI]. A differenza delle altre religioni non cristiane, la fede ebraica è già risposta alla rivelazione di Dio nella Antica Alleanza. E’ al popolo ebraico che appartengono “l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne” ( Rm 9,4-5 ) perché “i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!” ( Rm 11,29 ).

840

Del resto, quando si considera il futuro, il popolo di Dio dell’Antica Alleanza e il nuovo popolo di Dio tendono a fini analoghi: l’attesa della venuta (o del ritorno) del Messia. Ma tale attesa è, da una parte, rivolta al ritorno del Messia, morto e risorto, riconosciuto come Signore e Figlio di Dio, dall’altra è rivolta alla venuta del Messia, i cui tratti rimangono velati, alla fine dei tempi: si ha un’attesa accompagnata dall’ignoranza o dal misconoscimento di Gesù Cristo.

841

Le relazioni della Chiesa con i Musulmani. “Il disegno della salvezza abbraccia anche coloro che riconoscono il Creatore, e tra questi in primo luogo i Musulmani, i quali, professando di tenere la fede di Abramo, adorano con noi un Dio unico, misericordioso, che giudicherà gli uomini nel giorno finale” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 16; cf Id. , Nostra aetate, 3].

842

Il legame della Chiesa con le religioni non cristiane è anzitutto quello della comune origine e del comune fine del genere umano:

Infatti tutti i popoli costituiscono una sola comunità. Essi hanno una sola origine poiché Dio ha fatto abitare l’intero genere umano su tutta la faccia della terra; essi hanno anche un solo fine ultimo, Dio, del quale la provvidenza, la testimonianza di bontà e il disegno di salvezza si estendono a tutti, finché gli eletti si riuniscano nella città santa [Conc. Ecum. Vat. II, Nostra aetate, 1].

843

La Chiesa riconosce nelle altre religioni la ricerca, ancora “nelle ombre e nelle immagini”, “di un Dio ignoto” ma vicino, “poiché è lui che dà a tutti vita e respiro ad ogni cosa, e. . . vuole che tutti gli uomini siano salvi”. Pertanto la Chiesa considera “tutto ciò che di buono e di vero” si trova nelle religioni “come una preparazione al Vangelo, e come dato da colui che illumina ogni uomo, affinché abbia finalmente la vita” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 16; cf Id. , Nostra aetate, 2; Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 53].

844

Ma nel loro comportamento religioso, gli uomini mostrano anche limiti ed errori che sfigurano in loro l’immagine di Dio:

Molto spesso gli uomini, ingannati dal maligno, hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e hanno scambiato la verità divina con la menzogna, servendo la creatura piuttosto che il Creatore, oppure vivendo e morendo senza Dio in questo mondo, sono esposti alla disperazione finale [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 16].

845

Proprio per riunire di nuovo tutti i suoi figli, dispersi e sviati dal peccato, il Padre ha voluto convocare l’intera umanità nella Chiesa del Figlio suo. La Chiesa è il luogo in cui l’umanità deve ritrovare l’unità e la salvezza. E’ il “mondo riconciliato” [Sant’Agostino, Sermones, 96, 7, 9: PL 38, 588]. E’ la nave che, “pleno dominicae crucis velo Sancti Spiritus flatu in hoc bene navigat mundo – spiegate le vele della croce del Signore al soffio dello Spirito Santo, naviga sicura in questo mondo”; [Sant’Ambrogio, De virginitate, 18, 188: PL 16, 297B] secondo un’altra immagine, cara ai Padri della Chiesa, è l’Arca di Noè che, sola, salva dal diluvio [Cf 1Pt 3,20-21 ].

“Fuori della Chiesa non c’è salvezza”

846

Come bisogna intendere questa affermazione spesso ripetuta dai Padri della Chiesa? Formulata in modo positivo, significa che ogni salvezza viene da Cristo-Capo per mezzo della Chiesa che è il suo Corpo:

Il santo Concilio. . . insegna, appoggiandosi sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione, che questa Chiesa pellegrinante è necessaria alla salvezza. Infatti solo Cristo, presente per noi nel suo Corpo, che è la Chiesa, è il mediatore e la via della salvezza; ora egli, inculcando espressamente la necessità della fede e del Battesimo, ha insieme confermata la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano mediante il Battesimo come per la porta. Perciò non potrebbero salvarsi quegli uomini, i quali, non ignorando che la Chiesa cattolica è stata da Dio per mezzo di Gesù Cristo fondata come necessaria, non avessero tuttavia voluto entrare in essa o in essa perseverare [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 14].

847

Questa affermazione non si riferisce a coloro che, senza loro colpa, ignorano Cristo e la Chiesa:

Infatti, quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, e tuttavia cercano sinceramente Dio, e sotto l’influsso della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di Dio, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 14].

848

“Benché Dio, attraverso vie a lui note, possa portare gli uomini, che senza loro colpa ignorano il Vangelo, alla fede, senza la quale è impossibile piacergli, [Cf Eb 11,6 ] è tuttavia compito imprescindibile della Chiesa, ed insieme sacro diritto, evangelizzare” [Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 7] tutti gli uomini.

La missione – un’esigenza della cattolicità della Chiesa

849

Il mandato missionario. “Inviata da Dio alle genti per essere “sacramento universale di salvezza”, la Chiesa, per le esigenze più profonde della sua cattolicità e obbedendo all’ordine del suo fondatore, si sforza d’annunciare il Vangelo a tutti gli uomini”: [Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 7] “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” ( Mt 28,19-20 ).

850

L’origine e lo scopo della missione. Il mandato missionario del Signore ha la sua ultima sorgente nell’amore eterno della Santissima Trinità: “La Chiesa pellegrinante per sua natura è missionaria, in quanto essa trae origine dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo, secondo il disegno di Dio Padre” [Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 7]. E il fine ultimo della missione altro non è che di rendere partecipi gli uomini della comunione che esiste tra il Padre e il Figlio nel loro Spirito d’amore [Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 23].

851

Il motivo della missione. Da sempre la Chiesa ha tratto l’obbligo e la forza del suo slancio missionario dall’ amore di Dio per tutti gli uomini: “poiché l’amore di Cristo ci spinge. . . ” ( 2Cor 5,14 ) [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Apostolicam actuositatem, 6; Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 11]. Infatti Dio “vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” ( 1Tm 2,4 ). Dio vuole la salvezza di tutti attraverso la conoscenza della verità. La salvezza si trova nella verità. Coloro che obbediscono alla mozione dello Spirito di verità sono già sul cammino della salvezza; ma la Chiesa, alla quale questa verità è stata affidata, deve andare incontro al loro desiderio offrendola loro. Proprio perché crede al disegno universale di salvezza, la Chiesa deve essere missionaria.

852

Le vie della missione. “Lo Spirito Santo è il protagonista di tutta la missione ecclesiale” [Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 21]. E’ lui che conduce la Chiesa sulle vie della missione. Essa “continua e sviluppa nel corso della storia la missione del Cristo stesso, inviato a portare la Buona Novella ai poveri; sotto l’influsso dello Spirito di Cristo, essa deve procedere per la stessa strada seguita da Cristo, la strada cioè della povertà, dell’obbedienza, del servizio e del sacrificio di sé. . ., fino alla morte, da cui uscì vincitore” con la risurrezione [Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 5]. E’ così che “il sangue dei martiri è seme di cristiani” [Tertulliano, Apologeticus, 50].

853

Ma “anche in questo nostro tempo sa bene la Chiesa quanto distanti siano tra loro il messaggio ch’essa reca e l’umana debolezza di coloro cui è affidato il Vangelo” [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 43]. Solo applicandosi incessantemente “alla penitenza e al rinnovamento” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 8; cf 15] e “camminando per l’angusta via della croce”, [Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 1] il Popolo di Dio può estendere il regno di Cristo [Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 12-20]. Infatti, “come Cristo ha compiuto la sua opera di Redenzione attra verso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 8].

854

Per mezzo della sua stessa missione, la Chiesa “cammina insieme con l’umanità tutta e sperimenta assieme al mondo la medesima sorte terrena, ed è come il fermento e quasi l’anima della società umana, destinata a rinnovarsi in Cristo e a tra sformarsi in famiglia di Dio” [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 40]. L’impegno missionario esige dunque la pazienza. Incomincia con l’annunzio del Vangelo ai popoli e ai gruppi che ancora non credono a Cristo; [Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 42-47] prosegue con la costituzione di comunità cristiane che siano “segni della presenza di Dio nel mondo”, [Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 15] e con la fondazione di Chiese locali; [Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 48-49] avvia un processo di inculturazione per incarnare il Vangelo nelle culture dei popoli; [Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 52-54] non mancherà di conoscere anche degli insuccessi. “Per quanto riguarda gli uomini, i gruppi e i popoli, solo gradatamente la Chiesa li raggiunge e li penetra, e li assume così nella pienezza cattolica” [Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 6].

855

La missione della Chiesa richiede lo sforzo verso l’unità dei cristiani [Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 50]. Infatti, “le divisioni dei cristiani impediscono che la Chiesa stessa attui la pienezza della cattolicità ad essa propria in quei figli, che le sono bensì uniti col Battesimo, ma sono separati dalla sua piena comunione. Anzi, alla Chiesa stessa, diventa più difficile esprimere sotto ogni aspetto la pienezza della cattolicità proprio nella realtà della vita” [Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 4].

856

L’attività missionaria implica un dialogo rispettoso con coloro che non accettano ancora il Vangelo [Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 55]. I credenti possono trarre profitto per se stessi da questo dialogo, imparando a conoscere meglio “tutto ciò che di verità e di grazia era già riscontrabile, per una nascosta presenza di Dio, in mezzo alle genti” [Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 9]. Se infatti essi annunziano la Buona Novella a coloro che la ignorano, è per consolidare, completare ed elevare la verità e il bene che Dio ha diffuso tra gli uomini e i popoli, e per purificarli dall’errore e dal male “per la gloria di Dio, la confusione del demonio e la felicità dell’uomo” [Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 9].

IV. La Chiesa è apostolica

857

La Chiesa è apostolica, perché è fondata sugli Apostoli, e ciò in un triplice senso:

– essa è stata e rimane costruita sul “fondamento degli Apostoli” ( Ef 2,20 ), [Cf Ap 21,14 ] testimoni scelti e mandati in missione da Cristo stesso; [Cf Mt 28,16-20; At 1,8; 1Cor 9,1; 857 1Cor 15,7-8; Gal 1,1; ecc…]

– custodisce e trasmette, con l’aiuto dello Spirito che abita in essa, l’insegnamento, [Cf At 2,42 ] il buon deposito, le sane parole udite dagli Apostoli; [Cf 2Tm 1,13-14 ]

– fino al ritorno di Cristo, continua ad essere istruita, santificata e guidata dagli Apostoli grazie ai loro successori nella missione pastorale: il collegio dei vescovi, “coadiuvato dai sacerdoti ed unito al successore di Pietro e supremo pastore della Chiesa” [Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 5].

Pastore eterno, tu non abbandoni il tuo gregge, ma lo custodisci e proteggi sempre per mezzo dei tuoi santi Apostoli, e lo conduci attraverso i tempi, sotto la guida di coloro che tu stesso hai eletto vicari del tuo Figlio e hai costituito pastori [Messale Romano, Prefazio degli Apostoli I].

La missione degli Apostoli

858

Gesù è l’Inviato del Padre. Fin dall’inizio del suo ministero, “chiamò a sé quelli che egli volle. . . Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare” ( Mc 3,13-14 ). Da quel momento, essi saranno i suoi “inviati” [questo il significato del termine greco “apostoloi”]. In loro Gesù continua la sua missione: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” ( Gv 20,21 ) [Cf Gv 13,20; Gv 17,18 ]. Il loro ministero è quindi la continuazione della sua missione: “Chi accoglie voi, accoglie me”, dice ai Dodici ( Mt 10,40 ) [Cf Lc 10,16 ].

859

Gesù li unisce alla missione che ha ricevuto dal Padre. Come “il Figlio da sé non può fare nulla” ( Gv 5,19; Gv 5,30 ), ma riceve tutto dal Padre che lo ha inviato, così coloro che Gesù invia non possono fare nulla senza di lui, [Cf Gv 15,5 ] dal quale ricevono il mandato della missione e il potere di compierla. Gli Apostoli di Cristo sanno di essere resi da Dio “ministri adatti di una Nuova Alleanza” ( 2Cor 3,6 ), “ministri di Dio” ( 2Cor 6,4 ), “ambasciatori per Cristo” ( 2Cor 5,20 ), “ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio” ( 1Cor 4,1 ).

860

Nella missione degli Apostoli c’è un aspetto che non può essere trasmesso: essere i testimoni scelti della Risurrezione del Signore e le fondamenta della Chiesa. Ma vi è anche un aspetto permanente della loro missione. Cristo ha promesso di rimanere con loro sino alla fine del mondo [Cf Mt 28,20 ]. La “missione divina, affidata da Cristo agli Apostoli, dovrà durare sino alla fine dei secoli, poiché il Vangelo che essi devono trasmettere è per la Chiesa principio di tutta la sua vita in ogni tempo. Per questo gli Apostoli… ebbero cura di costituirsi dei successori” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 20].

I vescovi successori degli Apostoli

861

“Perché la missione loro affidata venisse continuata dopo la loro morte, [gli Apostoli] lasciarono quasi in testamento ai loro immediati cooperatori l’incarico di completare e consolidare l’opera da essi incominciata, raccomandando loro di attendere a tutto il gregge, nel quale lo Spirito Santo li aveva posti per pascere la Chiesa di Dio. Essi stabilirono dunque questi uomini e in seguito diedero disposizione che, quando essi fossero morti, altri uomini provati prendessero la successione del loro ministero” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 20; cf San Clemente di Roma, Epistula ad Corinthios, 42; 44].

862

“Come quindi permane l’ufficio dal Signore concesso singolarmente a Pietro, il primo degli Apostoli, e da trasmettersi ai suoi successori, così permane l’ufficio degli Apostoli di pascere la Chiesa, da esercitarsi ininterrottamente dal sacro ordine dei vescovi”. Perciò la Chiesa insegna che “i vescovi per divina istituzione sono succeduti al posto degli Apostoli, quali pastori della Chiesa: chi li ascolta, ascolta Cristo, chi li disprezza, disprezza Cristo e colui che Cristo ha mandato” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 20].

L’apostolato

863

Tutta la Chiesa è apostolica in quanto rimane in comunione di fede e di vita con la sua origine attraverso i successori di san Pietro e degli Apostoli. Tutta la Chiesa è apostolica, in quanto è “inviata” in tutto il mondo; tutti i membri della Chiesa, sia pure in modi diversi, partecipano a questa missione. “La vocazione cristiana infatti è per sua natura anche vocazione all’apostolato”. “Si chiama apostolato” “tutta l’attività del Corpo mistico” ordinata alla “diffusione del regno di Cristo su tutta la terra” [Conc. Ecum. Vat. II, Apostolicam actuositatem, 2].

864

“Siccome la fonte e l’origine di tutto l’apostolato della Chiesa è Cristo, mandato dal Padre, è evidente che la fecondità dell’apostolato”, sia quello dei ministri ordinati sia quello “dei laici, dipende dalla loro unione vitale con Cristo” [Cf Gv 15,5; Conc. Ecum. Vat. II, Apostolicam actuositatem, 4]. Secondo le vocazioni, le esigenze dei tempi, i vari doni dello Spirito Santo, l’apostolato assume le forme più diverse. Ma la carità, attinta soprattutto nell’Eucaristia, rimane sempre “come l’anima di tutto l’apostolato” [Conc. Ecum. Vat. II, Apostolicam actuositatem, 3].

865

La Chiesa è una, santa, cattolica e apostolica nella sua identità profonda e ultima, perché in essa già esiste e si compirà alla fine dei tempi “il Regno dei cieli”, “il Regno di Dio”, [Cf Ap 19,6 ] che è venuto nella Persona di Cristo e che misteriosamente cresce nel cuore di coloro che a lui sono incorporati, fino alla sua piena manifestazione escatologica. Allora tutti gli uomini da lui redenti, in lui resi ” santi e immacolati al cospetto” di Dio “nella carità” ( Ef 1,4 ) saranno riuniti come l’unico Popolo di Dio, “la sposa dell’Agnello” ( Ap 21,9 ), “la città santa” che scende “dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio” ( Ap 21,10-11 ); e “le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici Apostoli dell’Agnello ” ( Ap 21,14 ).

In sintesi

866

La Chiesa è una: essa ha un solo Signore, professa una sola fede, nasce da un solo Battesimo, forma un solo Corpo, vivificato da un solo Spirito, in vista di un’unica speranza , [Cf Ef 4,3-5 ] al compimento della quale saranno superate tutte le divisioni.

867

La Chiesa è santa: il Dio Santissimo è il suo autore; Cristo, suo Sposo, ha dato se stesso per lei, per santificarla; lo Spirito di santità la vivifica. Benché comprenda in sé uomini peccatori, è senza macchia: “ex maculatis immaculata”. Nei santi risplende la sua santità; in Maria è già la tutta santa.

868

La Chiesa è cattolica: essa annunzia la totalità della fede; porta in sé e amministra la pienezza dei mezzi di salvezza; è mandata a tutti i popoli; si rivolge a tutti gli uomini; abbraccia tutti i tempi; “per sua natura è missionaria” [Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 2].

869

La Chiesa è apostolica: è costruita su basamenti duraturi: “i dodici Apostoli dell’Agnello” ( Ap 21,14 ); è indistruttibile; [Cf Mt 16,18 ] è infallibilmente conservata nella verità: Cristo la governa per mezzo di Pietro e degli altri Apostoli, presenti nei loro successori, il Papa e il collegio dei vescovi.

870

“Questa è l’unica Chiesa di Cristo, che nel Simbolo professiamo una, santa, cattolica e apostolica” … Essa “sussiste nella Chiesa cattolica, governata governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui, ancorché al di fuori del suo organismo visibile si trovino parecchi elementi di santificazione e di verità” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 8].

CREDO LA SANTA CHIESA CATTOLICA

Articolo 9: “CREDO LA SANTA CHIESA CATTOLICA”

748

“Cristo è la luce delle genti, e questo sacro Concilio, adunato nello Spirito Santo, ardentemente desidera che la luce di Cristo, riflessa sul volto della Chiesa, illumini tutti gli uomini, annunziando il Vangelo a ogni creatura”. Con queste parole si apre la “Costituzione dogmatica sulla Chiesa” del Concilio Vaticano II. Con ciò il Concilio indica che l’articolo di fede sulla Chiesa dipende interamente dagli articoli concernenti Gesù Cristo. La Chiesa non ha altra luce che quella di Cristo. Secondo un’immagine cara ai Padri della Chiesa, essa è simile alla luna, la cui luce è tutta riflesso del sole.

749

L’articolo sulla Chiesa dipende anche interamente da quello sullo Spirito Santo, che lo precede. “In quello, infatti, lo Spirito Santo ci appare come la fonte totale di ogni santità; in questo, il divino Spirito ci appare come la sorgente della santità della Chiesa” [Catechismo Romano, 1, 10, 1]. Secondo l’espressione dei Padri, la Chiesa è il luogo “dove fiorisce lo Spirito” [Sant’Ippolito di Roma, Traditio apostolica, 35].

750

Credere che la Chiesa è “Santa” e “Cattolica” e che è “Una” e “Apostolica” (come aggiunge il Simbolo di Nicea-Costantinopoli) è inseparabile dalla fede in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. Nel Simbolo degli Apostoli professiamo di credere una Chiesa Santa (Credo. . . Ecclesiam”), e non nella Chiesa, per non confondere Dio e le sue opere e per attribuire chiaramente alla bontà di Dio tutti i doni che egli ha riversato nella sua Chiesa [Cf Catechismo Romano, 1, 10, 22].

Paragrafo 1: LA CHIESA NEL DISEGNO DI DIO

I. I nomi e le immagini della Chiesa

751

La parola “Chiesa” [“ekklèsia”, dal greco “ek-kalein”-“chiamare fuori”] significa “convocazione”. Designa assemblee del popolo, [Cf At 19,39 ] generalmente di carattere religioso. E’ il termine frequentemente usato nell’Antico Testamento greco per indicare l’assemblea del popolo eletto riunita davanti a Dio, soprattutto l’assemblea del Sinai, dove Israele ricevette la Legge e fu costituito da Dio come suo popolo santo [Cf Es 19 ]. Definendosi “Chiesa”, la prima comunità di coloro che credevano in Cristo si riconosce erede di quell’assemblea. In essa, Dio “convoca” il suo Popolo da tutti i confini della terra. Il termine “Kyriakè”, da cui sono derivati “Church”, “Kirche”, significa “colei che appartiene al Signore”.

752

Nel linguaggio cristiano, il termine “Chiesa” designa l’assemblea liturgica, [Cf 1Cor 11,18; 1Cor 14,19; 1Cor 14,28; 1Cor 14,34; 1Cor 14,35 ] ma anche la comunità locale [Cf 1Cor 1,2; 1Cor 16,1 ] o tutta la comunità universale dei credenti [Cf 1Cor 15,9 Gal 1,13; Fil 3,6 ]. Di fatto questi tre significati sono inseparabili. La “Chiesa” è il popolo che Dio raduna nel mondo intero. Essa esiste nelle comunità locali e si realizza come assemblea liturgica, soprattutto eucaristica. Essa vive della Parola e del Corpo di Cristo, divenendo così essa stessa Corpo di Cristo.

I simboli della Chiesa

753

Nella Sacra Scrittura troviamo moltissime immagini e figure tra loro connesse mediante le quali la Rivelazione parla del mistero insondabile della Chiesa. Le immagini dell’Antico Testamento sono variazioni di un’idea di fondo, quella del “Popolo di Dio”. Nel Nuovo Testamento [Cf Ef 1,22; Col 1,18 ] tutte queste immagini trovano un nuovo centro, per il fatto che Cristo diventa il “Capo” di questo Popolo, [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 9] che è quindi il suo Corpo. Attorno a questo centro si sono raggruppate immagini “desunte sia dalla vita pastorale o agricola, sia dalla costruzione di edifici o anche dalla famiglia e dagli sponsali” [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 9].

754

“Così la Chiesa è l’ ovile, la cui porta unica e necessaria è Cristo [Cf Gv 10,1-10 ]. E’ pure il gregge, di cui Dio stesso ha preannunziato che sarebbe il pastore [Cf Is 40,11; Ez 34,11 ss] e le cui pecore, anche se governate da pastori umani, sono però incessantemente condotte al pascolo e nutrite dallo stesso Cristo, il Pastore buono e il Principe dei pastori, [Cf Gv 10,11; 1Pt 5,4 ] il quale ha dato la sua vita per le pecore [Cf Gv 10,11-15 ].

755

La Chiesa è il podere o campo di Dio [Cf 1Cor 3,9 ]. In quel campo cresce l’antico olivo, la cui santa radice sono stati i patriarchi e nel quale è avvenuta e avverrà la riconciliazione dei Giudei e delle genti [Cf Rm 11,13-26 ]. Essa è stata piantata dal celeste Agricoltore come vigna scelta [Cf Mt 21,33-43 par.; Is 5,1 ss]. Cristo è la vera Vite, che dà vita e fecondità ai tralci, cioè a noi, che per mezzo della Chiesa rimaniamo in lui e senza di lui nulla possiamo fare [Cf Gv 15,1-5 ].

756

Più spesso ancora la Chiesa è detta l’ edificio di Dio [Cf 1Cor 3,9 ]. Il Signore stesso si è paragonato alla pietra che i costruttori hanno rigettata, ma che è divenuta la pietra angolare [Cf Mt 21,42 par.; At 4,11; 1Pt 2,7; Sal 118,22 ]. Sopra quel fondamento la Chiesa è stata costruita dagli Apostoli [Cf 1Cor 3,11 ] e da esso riceve stabilità e coesione. Questa costruzione viene chiamata in varie maniere: casa di Dio, [Cf 1Tm 3,15 ] nella quale abita la sua famiglia , la dimora di Dio nello Spirito, [Cf Ef 2,19-22 ] “la dimora di Dio con gli uomini” ( Ap 21,3 ), e soprattutto tempio santo, rappresentato da santuari di pietra, che è lodato dai santi Padri e che la Liturgia giustamente paragona alla Città santa, la nuova Gerusalemme. In essa, infatti, quali pietre viventi, veniamo a formare su questa terra un tempio spirituale [Cf 1Pt 2,5 ]. E questa Città santa Giovanni la contempla mentre nel finale rinnovamento del mondo essa scende dal cielo, da presso Dio, “preparata come una sposa che si è ornata per il suo sposo” ( Ap 21,1-2 ).

757

La Chiesa che è chiamata “Gerusalemme che è in alto” e “madre nostra” ( Gal 4,26 ), [Cf Ap 12,17 ] viene pure descritta come l’immacolata sposa dell’Agnello immacolato, [Cf Ap 19,7; Ap 21,2; 757 Ap 19,9; Ap 22,17 ] sposa che Cristo “ha amato. . . e per la quale ha dato se stesso, al fine di renderla santa” ( Ef 5,25-26 ), che si è associata con patto indissolubile e che incessantemente “nutre e. . . cura”( Ef 5,29 )” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 6].

II. Origine, fondazione e missione della Chiesa

758

Per scrutare il mistero della Chiesa, è bene considerare innanzitutto la sua origine nel disegno della Santissima Trinità e la sua progressiva realizzazione nella storia.

Un disegno nato nel cuore del Padre

759

“L’eterno Padre, con liberissimo e arcano disegno di sapienza e di bontà, ha creato l’universo, ha decretato di elevare gli uomini alla partecipazione della sua vita divina”, alla quale chiama tutti gli uomini nel suo Figlio: “I credenti in Cristo li ha voluti convocare nella santa Chiesa”. Questa “famiglia di Dio” si costituisce e si realizza gradualmente lungo le tappe della storia umana, secondo le disposizioni del Padre: la Chiesa, infatti, “prefigurata sino dal principio del mondo, mirabilmente preparata nella storia del popolo d’Israele e nell’Antica Alleanza, e istituita “negli ultimi tempi”, è stata manifestata dall’effusione dello Spirito e avrà glorioso compimento alla fine dei secoli” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 2].

La Chiesa – prefigurata fin dall’origine del mondo

760

“Il mondo fu creato in vista della Chiesa”, dicevano i cristiani dei primi tempi [Cf Erma, Visiones pastoris, 2, 4, 1; cf Aristide, Apologia, 16, 6; San Giustino, Apolo- giae, 2, 7]. Dio ha creato il mondo in vista della comunione alla sua vita divina, comunione che si realizza mediante la “convocazione” degli uomini in Cristo, e questa “convocazione” è la Chiesa. La Chiesa è il fine di tutte le cose [Cf Sant’Epifanio, Panarion seu adversus LXXX haereses, 1, 1, 5: PG 41, 181C] e le stesse vicissitudini dolorose, come la caduta degli Angeli e il peccato dell’uomo, furono permesse da Dio solo in quanto occasione e mezzo per dispiegare tutta la potenza del suo braccio, tutta l’immensità d’amore che voleva donare al mondo:

Come la volontà di Dio è un atto, e questo atto si chiama mondo, così la sua intenzione è la salvezza dell’uomo, ed essa si chiama Chiesa [Clemente d’Alessandria, Paedagogus, 1, 6].

La Chiesa – preparata nell’Antica Alleanza

761

La convocazione del Popolo di Dio ha inizio nel momento in cui il peccato distrugge la comunione degli uomini con Dio e quella degli uomini tra di loro. La convocazione della Chiesa è, per così dire, la reazione di Dio di fronte al caos provocato dal peccato. Questa riunificazione si realizza segretamente in seno a tutti i popoli: “Chi teme” Dio “e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto” ( At 10,35 ) [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 9; 13; 16].

762

La preparazione remota della riunione del Popolo di Dio comincia con la vocazione di Abramo, al quale Dio promette che diverrà padre di “un grande popolo” ( Gen 12,2 ) [Cf Gen 15,5-6 ]. La preparazione immediata comincia con l’elezione di Israele come Popolo di Dio [Cf Es 19,5-6; Dt 7,6 ]. Con la sua elezione, Israele deve essere il segno della riunione futura di tutte le nazioni [Cf Is 2,2-5; 762 Mi 4,1-4 ]. Ma già i profeti accusano Israele di aver rotto l’Alleanza e di essersi comportato come una prostituta [Cf Os 1; Is 1,2-4; Ger 2; ecc]. Essi annunziano un’Alleanza Nuova ed Eterna [Cf Ger 31,31-34; Is 55,3 ]. “Cristo istituì questo Nuovo Patto” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 9].

La Chiesa – istituita da Gesù Cristo

763

E’ compito del Figlio realizzare, nella pienezza dei tempi, il piano di salvezza del Padre; è questo il motivo della sua “missione” [Cf ibid., 3; Id. , Ad gentes, 3]. “Il Signore Gesù diede inizio alla sua Chiesa predicando la Buona Novella, cioè la venuta del Regno di Dio da secoli promesso nelle Scritture” [Conc. Ecum. Vat. II., Lumen gentium, 5]. Per compiere la volontà del Padre, Cristo inaugurò il Regno dei cieli sulla terra. La Chiesa è “il Regno di Cristo già presente in mistero” [Conc. Ecum. Vat. II., Lumen gentium, 5].

764

“Questo Regno si manifesta chiaramente agli uomini nelle parole, nelle opere e nella presenza di Cristo” [Conc. Ecum. Vat. II., Lumen gentium, 5]. Accogliere la parola di Gesù significa accogliere “il Regno stesso di Dio” [Conc. Ecum. Vat. II., Lumen gentium, 5]. Il germe e l’inizio del Regno sono il “piccolo gregge” ( Lc 12,32 ) di coloro che Gesù è venuto a convocare attorno a sé e di cui egli stesso è il pastore [Cf Mt 10,16; Mt 26,31; Gv 10,1-21 ]. Essi costituiscono la vera famiglia di Gesù [Cf Mt 12,49 ]. A coloro che ha così radunati attorno a sé, ha insegnato un modo nuovo di comportarsi, ma anche una preghiera loro propria [Cf Mt 5-6 ].

765

Il Signore Gesù ha dotato la sua comunità di una struttura che rimarrà fino al pieno compimento del Regno. Innanzitutto vi è la scelta dei Dodici con Pietro come loro capo [Cf Mc 3,14-15 ]. Rappresentando le dodici tribù d’Israele, [Cf Mt 19,28; Lc 22,30 ] essi sono i basamenti della nuova Gerusalemme [Cf Ap 21,12-14 ]. I Dodici[Cf Mc 6,7 ] e gli altri discepoli [Cf Lc 10,1-2 ] partecipano alla missione di Cristo, al suo potere, ma anche alla sua sorte [Cf Mt 10,25; Gv 15,20 ]. Attraverso tutte queste azioni Cristo prepara ed edifica la sua Chiesa.

766

Ma la Chiesa è nata principalmente dal dono totale di Cristo per la nostra salvezza, anticipato nell’istituzione dell’Eucaristia e realizzato sulla croce. L’inizio e la crescita della Chiesa “sono simboleggiati dal sangue e dall’acqua che uscirono dal costato aperto di Gesù crocifisso” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 3]. “Infatti dal costato di Cristo dormiente sulla croce è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa” [Conc. Ecum. Vat. II, Sacrosanctum concilium, 5]. Come Eva è stata formata dal costato di Adamo addormentato, così la Chiesa è nata dal cuore trafitto di Cristo morto sulla croce [Cf Sant’Ambrogio, Expositio Evangelii secundum Lucam, 2, 85-89: PL 15, 1583-1586].

La Chiesa – manifestata dallo Spirito Santo

767

“Compiuta l’opera che il Padre aveva affidato al Figlio sulla terra, il giorno di Pentecoste fu inviato lo Spirito Santo per santificare continuamente la Chiesa” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 4]. Allora “la Chiesa fu manifestata pubblicamente alla moltitudine” ed “ebbe inizio attraverso la predicazione la diffusione del Vangelo” [Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 4]. Essendo “convocazione” di tutti gli uomini alla salvezza, la Chiesa è missionaria per sua natura, inviata da Cristo a tutti i popoli, per farli discepoli [Cf Mt 28,19-20; Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 2; 5-6].

768

Perché la Chiesa possa realizzare la sua missione, lo Spirito Santo “la provvede di diversi doni gerarchici e carismatici, con i quali la dirige” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 4]. “La Chiesa perciò, fornita dei doni del suo fondatore e osservando fedelmente i suoi precetti di carità, di umiltà e di abnegazione, riceve la missione di annunziare e instaurare in tutte le genti il Regno di Cristo e di Dio, e di questo Regno costituisce in terra il germe e l’inizio” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 4].

La Chiesa – pienamente compiuta nella gloria

769

“La Chiesa. . . non avrà il suo compimento se non nella gloria del cielo”, [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48] al momento del ritorno glorioso di Cristo. Fino a quel giorno, “la Chiesa prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio” [Sant’Agostino, De civitate Dei, 18, 51; cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 8]. Quaggiù si sente in esilio, lontana dal Signore; [Cf 2Cor 5,6; Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 6] “anela al Regno perfetto e con tutte le sue forze spera e brama di unirsi al suo Re nella gloria” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 5]. Il compimento della Chiesa – e per suo mezzo del mondo – nella gloria non avverrà se non attraverso molte prove. Allora soltanto, “tutti i giusti, a partire da Adamo, “dal giusto Abele fino all’ultimo eletto”, saranno riuniti presso il Padre nella Chiesa universale” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 5].

III. Il mistero della Chiesa

770

La Chiesa è nella storia, ma nello stesso tempo la trascende. E’ unicamente “con gli occhi della fede” [Catechismo Romano, 1, 10, 20] che si può scorgere nella sua realtà visibile una realtà contemporaneamente spirituale, portatrice di vita divina.

La Chiesa – insieme visibile e spirituale

771

“Cristo, unico mediatore, ha costituito sulla terra la sua Chiesa santa, comunità di fede, di speranza e di carità, come un organismo visibile; incessantemente la sostenta e per essa diffonde su tutti la verità e la grazia”. La Chiesa è ad un tempo:

– “la società costituita di organi gerarchici e il Corpo mistico di Cristo;

– l’assemblea visibile e la comunità spirituale;

– la Chiesa della terra e la Chiesa ormai in possesso dei beni celesti”.

Queste dimensioni “formano una sola complessa realtà risultante di un elemento umano e di un elemento divino” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 8].

La Chiesa ha la caratteristica di essere nello stesso tempo umana e divina, visibile ma dotata di realtà invisibili, fervente nell’azione e dedita alla contemplazione, presente nel mondo e, tuttavia, pellegrina; tutto questo in modo che quanto in lei è umano sia ordinato e subordinato al divino, il visibile all’invisibile, l’azione alla contemplazione, la realtà presente alla città futura verso la quale siamo incamminati [Conc. Ecum. Vat. II, Sacrosanctum concilium, 2].

O umiltà! O sublimità! Tabernacolo di Cedar, santuario di Dio; abitazione terrena, celeste reggia; dimora di fango, sala regale; corpo di morte, tempio di luce; infine, rifiuto per i superbi, ma sposa di Cristo! Bruna sei, ma bella, o figlia di Gerusalemme: se anche la fatica e il dolore del lungo esilio ti sfigura, ti adorna tuttavia la bellezza celeste [San Bernardo di Chiaravalle, In Canticum sermones, 27, 14: PL 183, 920D].

La Chiesa – mistero dell’unione degli uomini con Dio

772

E’ nella Chiesa che Cristo compie e rivela il suo proprio Mistero come il fine del disegno di Dio: “ricapitolare in Cristo tutte le cose” ( Ef 1,10 ). San Paolo chiama “mistero grande” ( Ef 5,32 ) l’unione sponsale di Cristo con la Chiesa. Poiché essa è unita a Cristo come al suo Sposo, [Cf Ef 5,25-27 ] la Chiesa diventa essa stessa a sua volta Mistero [Cf Ef 3,9-11 ]. Contemplando in essa il Mistero, san Paolo scrive: “Cristo in voi, speranza della gloria” ( Col 1,27 ).

773

Nella Chiesa tale comunione degli uomini con Dio mediante la carità che “non avrà mai fine” ( 1Cor 13,8 ) è lo scopo cui tende tutto ciò che in essa è mezzo sacramentale, legato a questo mondo destinato a passare [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48]. “La sua struttura è completamente ordinata alla santità delle membra di Cristo. E la santità si misura secondo il “grande Mistero”, nel quale la Sposa risponde col dono dell’amore al dono dello Sposo” [Giovanni Paolo II, Lett. ap. Mulieris dignitatem, 27]. Maria precede tutti noi “sulla via verso la santità” che è il mistero della Chiesa come “la Sposa senza macchia né ruga” ( Ef 5,27 ). Per questo motivo “la dimensione mariana della Chiesa precede la sua dimensione petrina” [Giovanni Paolo II, Lett. ap. Mulieris dignitatem, 27].

La Chiesa – sacramento universale di salvezza

774

La parola greca ” mysterion ” è stata tradotta in latino con due termini: ” mysterium ” e ” sacramentum “. Nell’interpretazione ulteriore, il termine “sacramentum” esprime più precisamente il segno visibile della realtà nascosta della salvezza, indicata dal termine “mysterium”. In questo senso, Cristo stesso è il Mistero della salvezza: “Non est enim aliud Dei mysterium, nisi Christus – Non v’è altro Mistero di Dio, se non Cristo” [Sant’Agostino, Epistulae, 187, 11, 34: PL 33, 845]. L’opera salvifica della sua umanità santa e santificante è il sacramento della salvezza che si manifesta e agisce nei sacramenti della Chiesa (che le Chiese d’Oriente chiamano anche “i santi Misteri”). I sette sacramenti sono i segni e gli strumenti mediante i quali lo Spirito Santo diffonde la grazia di Cristo, che è il Capo, nella Chiesa, che è il suo Corpo. La Chiesa, dunque, contiene e comunica la grazia invisibile che essa significa. E’ in questo senso analogico che viene chiamata “sacramento”.

775

“La Chiesa è in Cristo come sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 1]. Essere il sacramento dell’ intima unione degli uomini con Dio: ecco il primo fine della Chiesa. Poiché la comunione tra gli uomini si radica nell’unione con Dio, la Chiesa è anche il sacramento dell’ unità del genere umano. In essa, tale unità è già iniziata poiché essa raduna uomini “di ogni nazione, razza, popolo e lingua” ( Ap 7,9 ); nello stesso tempo, la Chiesa è “segno e strumento” della piena realizzazione di questa unità che deve ancora compiersi.

776

In quanto sacramento, la Chiesa è strumento di Cristo. Nelle sue mani essa è lo “strumento della Redenzione di tutti”, [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 1] “il sacramento universale della salvezza”, [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 1] attraverso il quale Cristo “svela e insieme realizza il mistero dell’amore di Dio verso l’uomo” [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 45]. Essa “è il progetto visibile dell’amore di Dio per l’umanità”, [Paolo VI, discorso del 22 giugno 1973] progetto che vuole “la costituzione di tutto il genere umano nell’unico Popolo di Dio, la sua riunione nell’unico Corpo di Cristo, la sua edificazione nell’unico tempio dello Spirito Santo” [Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 7; cf Id., Lumen gentium, 17].

In sintesi

777

La parola “Chiesa” significa “convocazione”. Designa l’assemblea di coloro che la Parola di Dio convoca per formare il Popolo di Dio e che, nutriti dal Corpo di Cristo, diventano essi stessi Corpo di Cristo.

778

La Chiesa è ad un tempo via e fine del disegno di Dio: prefigurata nella creazione, preparata nell’Antica Alleanza, fondata dalle parole e dalle azioni di Gesù Cristo, realizzata mediante la sua croce redentrice e la sua Risurrezione, essa è manifestata come mistero di salvezza con l’effusione dello Spirito Santo. Avrà il suo compimento nella gloria del cielo come assemblea di tutti i redenti della terra [Cf Ap 14,4 ].

779

La Chiesa è ad un tempo visibile e spirituale, società gerarchica e Corpo Mistico di Cristo. E’ “una”, formata di un elemento umano e di un elemento divino. Questo è il suo mistero, che solo la fede può accogliere.

780

La Chiesa è in questo mondo il sacramento della salvezza, il segno e lo strumento della comunione di Dio e degli uomini.

Paragrafo 2: LA CHIESA – POPOLO DI DIO, CORPO DI CRISTO, TEMPIO DELLO SPIRITO SANTO

I. La Chiesa – Popolo di Dio

781

“In ogni tempo e in ogni nazione è accetto a Dio chiunque lo teme e opera la sua giustizia. Tuttavia piacque a Dio di santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un Popolo, che lo riconoscesse nella verità e santamente lo servisse. Si scelse quindi per sé il popolo israelita, stabilì con lui un’alleanza e lo formò progressivamente. . . Tutto questo però avvenne in preparazione e in figura di quella Nuova e perfetta Alleanza che doveva concludersi in Cristo. . . cioè la Nuova Alleanza nel suo sangue, chiamando gente dai Giudei e dalle nazioni, perché si fondesse in unità non secondo la carne, ma nello Spirito” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 9].

Le caratteristiche del Popolo di Dio

782

Il Popolo di Dio presenta caratteristiche che lo distinguono nettamente da tutti i raggruppamenti religiosi, etnici, politici o culturali della storia:

– E’ il Popolo di Dio: Dio non appartiene in proprio ad alcun popolo. Ma egli da coloro che un tempo erano non-popolo ha acquistato un popolo: “la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa” ( 1Pt 2,9 ).

– Si diviene membri di questo Popolo non per la nascita fisica, ma per la “nascita dall’alto”, “dall’acqua e dallo Spirito” ( Gv 3,3-5 ), cioè mediante la fede in Cristo e il Battesimo.

– Questo Popolo ha per Capo [Testa] Gesù Cristo [Unto, Messia]: poiché la medesima Unzione, lo Spirito Santo, scorre dal Capo al Corpo, esso è “il Popolo messianico”.

– “Questo Popolo ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito Santo come nel suo tempio”.

– “Ha per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati” [Cf Gv 13,34 ]. E’ la legge “nuova” dello Spirito Santo [Cf Rm 8,2; 782 Gal 5,25 ].

– Ha per missione di essere il sale della terra e la luce del mondo [Cf Mt 5,13-16 ]. “Costituisce per tutta l’umanità un germe validissimo di unità, di speranza e di salvezza”.

– “E, da ultimo, ha per fine il Regno di Dio, incominciato in terra dallo stesso Dio, e che deve essere ulteriormente dilatato, finché alla fine dei secoli sia da lui portato a compimento” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 9].

Un popolo sacerdotale, profetico e regale

783

Gesù Cristo è colui che il Padre ha unto con lo Spirito Santo e ha costituito “Sacerdote, Profeta e Re”. L’intero Popolo di Dio partecipa a queste tre funzioni di Cristo e porta le responsabilità di missione e di servizio che ne derivano [Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptor hominis, 18-21].

784

Entrando nel Popolo di Dio mediante la fede e il Battesimo, si è resi partecipi della vocazione unica di questo Popolo, la vocazione sacerdotale : “Cristo Signore, pontefice assunto di mezzo agli uomini, fece del nuovo popolo “un regno e dei sacerdoti per Dio, suo Padre”. Infatti, per la rigenerazione e l’unzione dello Spirito Santo i battezzati vengono consacrati a formare una dimora spirituale e un sacerdozio santo” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 10].

785

“Il Popolo santo di Dio partecipa pure alla funzione profetica di Cristo”. Ciò soprattutto per il senso soprannaturale della fede che è di tutto il Popolo, laici e gerarchia, quando “aderisce indefettibilmente alla fede una volta per tutte trasmessa ai santi” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 10] e ne approfondisce la comprensione e diventa testimone di Cristo in mezzo a questo mondo.

786

Il Popolo di Dio partecipa infine alla funzione regale di Cristo. Cristo esercita la sua regalità attirando a sé tutti gli uomini mediante la sua Morte e la sua Risurrezione [Cf Gv 12,32 ]. Cristo, Re e Signore dell’universo, si è fatto il servo di tutti, non essendo “venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti” ( Mt 20,28 ). Per il cristiano “regnare” è “servire” Cristo, [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 36] soprattutto “nei poveri e nei sofferenti”, nei quali la Chiesa riconosce “l’immagine del suo Fondatore, povero e sofferente” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 8]. Il Popolo di Dio realizza la sua “dignità regale” vivendo conformemente a questa vocazione di servire con Cristo.

Tutti quelli che sono rinati in Cristo conseguono dignità regale per il segno della croce. Con l’unzione dello Spirito Santo sono consacrati sacerdoti. Non c’è quindi solo quel servizio specifico proprio del nostro ministero, perché tutti i cristiani, rivestiti di un carisma spirituale e usando della loro ragione, si riconoscono membra di questa stirpe regale e partecipi della funzione sacerdotale. Non è forse funzione regale il fatto che un’anima governi il suo corpo in sottomissione a Dio? Non è forse funzione sacerdotale consacrare al Signore una coscienza pura e offrirgli sull’altare del proprio cuore i sacrifici immacolati del nostro culto? [San Leone Magno, Sermones, 4, 1: PL 54, 149].

II. La Chiesa – Corpo di Cristo

La Chiesa è comunione con Gesù

787

Fin dall’inizio Gesù ha associato i suoi discepoli alla sua vita; [Cf Mc 1,16-20; Mc 3,13-19 ] ha loro rivelato il Mistero del Regno; [Cf Mt 13,10-17 ] li ha resi partecipi della sua missione, della sua gioia [Cf Lc 10,17-20 ] e delle sue sofferenze [Cf Lc 22,28-30 ]. Gesù parla di una comunione ancora più intima tra sé e coloro che lo seguiranno: “Rimanete in me e io in voi. . . Io sono la vite, voi i tralci” ( Gv 15,4-5 ). Annunzia inoltre una comunione misteriosa e reale tra il suo proprio Corpo e il nostro: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui” ( Gv 6,56 ).

788

Quando la sua presenza visibile è stata tolta ai discepoli, Gesù non li ha lasciati orfani [Cf Gv 14,18 ]. Ha promesso di restare con loro sino alla fine dei tempi, [Cf Mt 28,20 ] ha mandato loro il suo Spirito [Cf Gv 20,22; At 2,23 ]. In un certo senso, la comunione con Gesù è diventata più intensa: “Comunicando infatti il suo Spirito, costituisce misticamente come suo Corpo i suoi fratelli, chiamati da tutte le genti” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 7].

789

Il paragone della Chiesa con il corpo illumina l’intimo legame tra la Chiesa e Cristo. Essa non è soltanto radunata attorno a lui; è unificata in lui, nel suo Corpo. Tre aspetti della Chiesa-Corpo di Cristo vanno sottolineati in modo particolare: l’unità di tutte le membra tra di loro in forza della loro unione a Cristo; Cristo Capo del Corpo; la Chiesa, Sposa di Cristo.

“Un solo corpo”

790

I credenti che rispondono alla Parola di Dio e diventano membra del Corpo di Cristo, vengono strettamente uniti a Cristo: “in quel Corpo la vita di Cristo si diffonde nei credenti che attraverso i sacramenti vengono uniti in modo arcano ma reale a Cristo che ha sofferto ed è stato glorificato” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 7]. Ciò è particolarmente vero del Battesimo, in virtù del quale siamo uniti alla Morte e alla Risurrezione di Cristo, [Cf Rm 6,4-5; 1Cor 12,13 ] e dell’Eucaristia, mediante la quale “partecipando realmente al Corpo del Signore” “siamo elevati alla comunione con lui e tra di noi” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 7].

791

L’unità del corpo non elimina la diversità delle membra: “Nell’edificazione del Corpo di Cristo vige la diversità delle membra e delle funzioni. Uno è lo Spirito, il quale per l’utilità della Chiesa distribuisce i suoi vari doni con magnificenza proporzionata alla sua ricchezza e alle necessità dei servizi”. L’unità del Corpo mistico genera e stimola tra i fedeli la carità: “E quindi se un membro soffre, soffrono con esso tutte le altre membra; se un membro è onorato, ne gioiscono con esso tutte le altre membra” [ Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 7]. Infine, l’unità del Corpo mistico vince tutte le divisioni umane: “Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più né giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” ( Gal 3,27-28 ).

“Capo di questo Corpo è Cristo”

792

Cristo “è il Capo del Corpo, cioè della Chiesa” ( Col 1,18 ). E’ il Principio della creazione e della redenzione. Elevato alla gloria del Padre, ha “il primato su tutte le cose” ( Col 1,18 ), principalmente sulla Chiesa, per mezzo della quale estende il suo regno su tutte le cose.

793

Egli ci unisce alla sua Pasqua. Tutte le membra devono sforzarsi di conformarsi a lui finché in esse “non sia formato Cristo” ( Gal 4,19 ). “Per ciò siamo assunti ai misteri della sua vita. . . Come il corpo al Capo veniamo associati alle sue sofferenze e soffriamo con lui per essere con lui glorificati” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 7].

794

Egli provvede alla nostra crescita [Cf Col 2,19 ]. Per farci crescere verso di lui, nostro Capo, [Cf Ef 4,11-16 ] Cristo dispone nel suo Corpo, la Chiesa, i doni e i ministeri attraverso i quali noi ci aiutiamo reciprocamente lungo il cammino della salvezza.

795

Cristo e la Chiesa formano, dunque, il “Cristo totale” [Christus totus”]. La Chiesa è una con Cristo. I santi hanno una coscienza vivissima di tale unità:

Rallegriamoci, rendiamo grazie a Dio, non soltanto perché ci ha fatti diventare cristiani, ma perché ci ha fatto diventare Cristo stesso. Vi rendete conto, fratelli, di quale grazia ci ha fatto Dio, donandoci Cristo come Capo? Esultate, gioite, siamo divenuti Cristo. Se egli è il Capo, noi siamo le membra: siamo un uomo completo, egli e noi. . . Pienezza di Cristo: il Capo e le membra. Qual è la Testa, e quali sono le membra? Cristo e la Chiesa [Sant’Agostino, In Evangelium Johannis tractatus, 21, 8].

Redemptor noster unam se personam cum sancta Ecclesia, quam assumpsit, exhibuit – Il nostro Redentore presentò se stesso come unica persona unita alla santa Chiesa, da lui assunta [San Gregorio Magno, Moralia in Job, praef. , 1, 6, 4: PL 75, 525A].

Caput et membra, quasi una persona mystica – Capo e membra sono, per così dire, una sola persona mistica [San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, III, 48, 2, ad 1].

Una parola di Santa Giovanna d’Arco ai suoi giudici riassume la fede dei santi Dottori ed esprime il giusto sentire del credente: “A mio avviso, Gesù Cristo e la Chiesa sono un tutt’uno, e non bisogna sollevare difficoltà” [Santa Giovanna d’Arco, in Actes du procès].

La Chiesa è la Sposa di Cristo

796

L’unità di Cristo e della Chiesa, Capo e membra del Corpo, implica anche la distinzione dei due in una relazione personale. Questo aspetto spesso viene espresso con l’immagine dello Sposo e della Sposa. Il tema di Cristo Sposo della Chiesa è stato preparato dai profeti e annunziato da Giovanni Battista [Cf Gv 3,29 ]. Il Signore stesso si è definito come lo “Sposo” ( Mc 2,19 ) [Cf Mt 22,1-14; Mt 25,1-13 ]. L’Apostolo presenta la Chiesa e ogni fedele, membro del suo Corpo, come una Sposa “fidanzata” a Cristo Signore, per formare con lui un solo Spirito [Cf 1Cor 6,15-17; 2Cor 11,2 ]. Essa è la Sposa senza macchia dell’ Agnello immacolato; [Cf Ap 22,17; 796 Ef 1,4; Ef 5,27 ] che Cristo ha amato” e per la quale “ha dato se stesso. . ., per renderla santa” ( Ef 5,25-26 ), che ha unito a sé con una Alleanza eterna e di cui non cessa di prendersi cura come del suo proprio Corpo [Cf Ef 5,29 ].

Ecco il Cristo totale, capo e corpo, uno solo formato da molti. . . Sia il capo a parlare, o siano le membra, è sempre Cristo che parla: parla nella persona del capo [ex persona capitis”], parla nella persona del corpo [ex persona corporis”]. Che cosa, infatti, sta scritto? “Saranno due in una carne sola. Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa” ( Ef 5,31-32 ). E Cristo stesso nel Vangelo: “Non sono più due, ma una carne sola” ( Mt 19,6 ). Difatti, come ben sapete, queste persone sono sì due, ma poi diventano una sola nell’unione sponsale… Dice di essere “sposo” in quanto capo, e “sposa” in quanto corpo [Sant’Agostino, Enarratio in in Psalmos, 74, 4].

III. La Chiesa – Tempio dello Spirito Santo

797

“Quod est spiritus noster, id est anima nostra, ad membra nostra, hoc est Spiritus Sanctus ad membra Christi, ad corpus Christi, quod est Ecclesia – Quello che il nostro spirito, ossia la nostra anima, è per le nostre membra, lo stesso è lo Spirito Santo per le membra di Cristo, per il Corpo di Cristo, che è la Chiesa” [Sant’Agostino, Sermones, 267, 4: PL 38, 1231D]. “Bisogna attribuire allo Spirito di Cristo, come ad un principio nascosto, il fatto che tutte le parti del Corpo siano unite tanto fra loro quanto col loro sommo Capo, poiché egli risiede tutto intero nel Capo, tutto intero nel Corpo, tutto intero in ciascuna delle sue membra” [Pio XII, Lett. enc. Mystici Corporis: Denz. -Schönm., 3808]. Lo Spirito Santo fa della Chiesa “il tempio del Dio vivente” ( 2Cor 6,16 ) [Cf 1Cor 3,16-17; Ef 2,21 ].

E’ alla Chiesa che è stato affidato il “Dono di Dio” … In essa è stata posta la comunione con Cristo, cioè lo Spirito Santo, caparra dell’incorruttibilità confermazione della nostra fede, scala per ascendere a Dio… Infatti, dove è la Chiesa, ivi è anche lo Spirito di Dio e dove è lo Spirito di Dio, ivi è la Chiesa e ogni grazia [Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3, 24, 1].

798

Lo Spirito Santo è “il principio di ogni azione vitale e veramente salvifica in ciascuna delle diverse membra del Corpo” [Pio XII, Lett. enc. Mystici Corporis: Denz. -Schönm., 3808]. Egli opera in molti modi l’edificazione dell’intero Corpo nella carità: [Cf Ef 4,16 ] mediante la Parola di Dio “che ha il potere di edificare” ( At 20,32 ); mediante il Battesimo con il quale forma il Corpo di Cristo; [Cf 1Cor 12,13 ] mediante i sacramenti che fanno crescere e guariscono le membra di Cristo; mediante “la grazia degli Apostoli” che, fra i vari doni, “viene al primo posto”; [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 7] mediante le virtù che fanno agire secondo il bene, e infine mediante le molteplici grazie speciali [chiamate “carismi”], con le quali rende i fedeli “adatti e pronti ad assumersi varie opere o uffici, utili al rinnovamento della Chiesa e allo sviluppo della sua costruzione” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 7].

I carismi

799

Straordinari o semplici e umili, i carismi sono grazie dello Spirito Santo che, direttamente o indirettamente, hanno un’utilità ecclesiale, ordinati come sono all’edificazione della Chiesa, al bene degli uomini e alle necessità del mondo.

800

I carismi devono essere accolti con riconoscenza non soltanto da chi li riceve, ma anche da tutti i membri della Chiesa. Infatti sono una meravigliosa ricchezza di grazia per la vitalità apostolica e per la santità di tutto il Corpo di Cristo, purché si tratti di doni che provengono veramente dallo Spirito Santo e siano esercitati in modo pienamente conforme agli autentici impulsi dello stesso Spirito, cioè secondo la carità, vera misura dei carismi [Cf 1Cor 13 ].

801

E’ in questo senso che si dimostra sempre necessario il discernimento dei carismi. Nessun carisma dispensa dal riferirsi e sottomettersi ai Pastori della Chiesa, “ai quali spetta specialmente, non di estinguere lo Spirito, ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono”, [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 12] affinché tutti i carismi, nella loro diversità e complementarità, cooperino all'”utilità comune” ( 1Cor 12,7 ) [Cf ibid., 30; Giovanni Paolo II, Esort. ap. Christifideles laici, 24].

In sintesi

802

Gesù Cristo “ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formarsi un Popolo puro che gli appartenga” ( Tt 2,14 ).

803

“Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il Popolo che Dio si è acquistato” ( 1Pt 2,9 ).

804

Si entra nel Popolo di Dio mediante la fede e il Battesimo. “Tutti gli uomini sono chiamati a formare il nuovo Popolo di Dio” , [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 13] affinché, in Cristo, “gli uomini costituiscano. . . una sola famiglia e un solo Popolo di Dio” [Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 1].

805

La Chiesa è il Corpo di Cristo. Per mezzo dello Spirito e della sua azione nei sacramenti, soprattutto l’Eucaristia, Cristo, morto e risorto, costituisce la comunità dei credenti come suo Corpo.

806

Nell’unità di questo Corpo c’è diversità di membra e di funzioni. Tutte le membra sono legate le une alle altre, particolarmente a quelle che soffrono, che sono povere e perseguitate.

807

La Chiesa è questo Corpo, di cui Cristo è il Capo: essa vive di lui, in lui e per lui; egli vive con essa e in essa.

808

La Chiesa è la Sposa di Cristo: egli l’ha amata e ha dato se stesso per lei. L’ha purificata con il suo sangue. Ha fatto di lei la Madre feconda di tutti i figli di Dio.

809

La Chiesa è il Tempio dello Spirito Santo. Lo Spirito è come l’anima del Corpo Mistico, principio della sua vita, dell’unità nella diversità e della ricchezza dei suoi doni e carismi.

810

“Così la Chiesa universale si presenta come “un Popolo adunato dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 4].

CREDO NELLO SPIRITO SANTO

CAPITOLO TERZO – CREDO NELLO SPIRITO SANTO

683

“Nessuno può dire “Gesù è Signore” se non sotto l’azione dello Spirito Santo” ( 1Cor 12,3 ). “Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!” ( Gal 4,6 ). Questa conoscenza di fede è possibile solo nello Spirito Santo. Per essere in contatto con Cristo, bisogna dapprima essere stati toccati dallo Spirito Santo. E’ lui che ci precede e suscita in noi la fede. In forza del nostro Battesimo, primo sacramento della fede, la Vita, che ha la sua sorgente nel Padre e ci è offerta nel Figlio, ci viene comunicata intimamente e personalmente dallo Spirito Santo nella Chiesa:

Il Battesimo ci accorda la grazia della nuova nascita in Dio Padre per mezzo del Figlio suo nello Spirito Santo. Infatti coloro che hanno lo Spirito di Dio sono condotti al Verbo, ossia al Figlio; ma il Figlio li presenta al Padre, e il Padre procura loro l’incorruttibilità. Dunque, senza lo Spirito, non è possibile vedere il Figlio di Dio, e, senza il Figlio, nessuno può avvicinarsi al Padre, perché la conoscenza del Padre è il Figlio, e la conoscenza del Figlio di Dio avviene per mezzo dello Spirito Santo [Sant’Ireneo di Lione, Demonstratio apostolica, 7].

684

Lo Spirito Santo con la sua grazia è il primo nel destare la nostra fede e nel suscitare la vita nuova che consiste nel conoscere il Padre e colui che ha mandato, Gesù Cristo [Cf Gv 17,3 ]. Tuttavia è l’ultimo nella rivelazione delle Persone della Santa Trinità. San Gregorio Nazianzeno, “il Teologo”, spiega questa progressione con la pedagogia della “condiscendenza” divina:

L’Antico Testamento proclamava chiaramente il Padre, più oscuramente il Figlio. Il Nuovo ha manifestato il Figlio, ha fatto intravvedere la divinità dello Spirito. Ora lo Spirito ha diritto di cittadinanza in mezzo a noi e ci accorda una visione più chiara di se stesso. Infatti non era prudente, quando non si professava ancora la divinità del Padre, proclamare apertamente il Figlio e, quando non era ancora ammessa la divinità del Figlio, aggiungere lo Spirito Santo come un fardello supplementare, per usare un’espressione un po’ ardita. . . Solo attraverso un cammino di avanzamento e di progressso “di gloria in gloria”, la luce della Trinità sfolgorerà in più brillante trasparenza [San Gregorio Nazianzeno, Orationes theologicae, 5, 26: PG 36, 161C].

685

Credere nello Spirito Santo significa dunque professare che lo Spirito Santo è una delle Persone della Santa Trinità, consustanziale al Padre e al Figlio, “con il Padre e il Figlio adorato e glorificato” (Simbolo di Nicea-Costantinopoli). Per questo motivo si è trattato del mistero divino dello Spirito Santo nella “teologia” trinitaria. Qui, dunque, si considererà lo Spirito Santo solo nell’ “Economia” divina.

686

Lo Spirito Santo è all’opera con il Padre e il Figlio dall’inizio al compimento del disegno della nostra salvezza. Tuttavia è solo negli “ultimi tempi”, inaugurati con l’Incarnazione redentrice del Figlio, che egli viene rivelato e donato, riconosciuto e accolto come Persona. Allora questo disegno divino, compiuto in Cristo, “Primogenito” e Capo della nuova creazione, potrà realizzarsi nell’umanità con l’effusione dello Spirito: la Chiesa, la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne, la vita eterna.

Articolo 8: “CREDO NELLO SPIRITO SANTO”

687

“I segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio” ( 1Cor 2,11 ). Ora, il suo Spirito, che lo rivela, ci fa conoscere Cristo, suo Verbo, sua Parola vivente, ma non dice se stesso. Colui che “ha parlato per mezzo dei profeti” ci fa udire la Parola del Padre. Lui, però, non lo sentiamo. Non lo conosciamo che nel movimento in cui ci rivela il Verbo e ci dispone ad accoglierlo nella fede. Lo Spirito di Verità che ci svela Cristo non parla da sé [Cf Gv 16,13 ]. Un tale annientamento, propriamente divino, spiega il motivo per cui “il mondo non può ricevere” lo Spirito, “perché non lo vede e non lo conosce”, mentre coloro che credono in Cristo lo conoscono perché “dimora” presso di loro [Cf Gv 14,17 ].

688

La Chiesa, comunione vivente nella fede degli Apostoli che essa trasmette, è il luogo della nostra conoscenza dello Spirito Santo:

– nelle Scritture, che egli ha ispirato;

– nella Tradizione di cui i Padri della Chiesa sono sono i testimoni sempre attuali;

– nel Magistero della Chiesa che egli assiste;

– nella Liturgia sacramentale, attraverso le sue parole e i suoi simboli, in cui lo Spirito Santo ci mette in comunione con Cristo;

– nella preghiera, nella quale intercede per noi;

– nei carismi e nei ministeri che edificano la Chiesa;

– nei segni di vita apostolica e missionaria;

– nella testimonianza dei santi, in cui egli manifesta la sua santità e continua l’opera della salvezza.

I. La missione congiunta del Figlio e dello Spirito

689

Colui che il Padre “ha mandato nei nostri cuori, lo Spirito del suo Figlio” ( Gal 4,6 ) è realmente Dio. Consustanziale al Padre e al Figlio, ne è inseparabile, tanto nella vita intima della Trinità quanto nel suo dono d’amore per il mondo. Ma adorando la Trinità Santa, vivificante, consustanziale e indivisibile, la fede della Chiesa professa anche la distinzione delle Persone. Quando il Padre invia il suo Verbo, invia sempre il suo Soffio: missione congiunta in cui il Figlio e lo Spirito Santo sono distinti ma inseparabili. Certo, è Cristo che appare, egli, l’Immagine visibile del Dio invisibile, ma è lo Spirito Santo che lo rivela.

690

Gesù è Cristo, “unto”, perché lo Spirito ne è l’Unzione e tutto ciò che avviene a partire dall’Incarnazione sgorga da questa pienezza [Cf Gv 3,34 ]. Infine, quando Cristo è glorificato, [Cf Gv 7,39 ] può, a sua volta, dal Padre, inviare lo Spirito a coloro che credono in lui: comunica loro la sua Gloria, [Cf Gv 17,22 ] cioè lo Spirito Santo che lo glorifica [Cf Gv 16,14 ]. La missione congiunta si dispiegherà da allora in poi nei figli adottati dal Padre nel Corpo del suo Figlio: la missione dello Spirito di adozione sarà di unirli a Cristo e di farli vivere in lui:

La nozione di unzione suggerisce. . . che non c’è alcuna distanza tra il Figlio e lo Spirito. Infatti, come tra la superficie del corpo e l’unzione dell’olio né la ragione né la sensazione conoscono intermediari, così è immediato il contatto del Figlio con lo Spirito; di conseguenza colui che sta per entrare in contatto con il Figlio mediante la fede, deve necessariamente dapprima entrare in contatto con l’olio. Nessuna parte infatti è priva dello Spirito Santo. Ecco perché la confessione della Signoria del Figlio avviene nello Spirito Santo per coloro che la ricevono, dato che lo Spirito Santo viene da ogni parte incontro a coloro che si approssimano per la fede [San Gregorio di Nissa, De Spiritu Sancto, 3, 1: PG 45, 1321A-B].

II. Il nome, gli appellativi e i simboli dello Spirito Santo

Il nome, proprio dello Spirito Santo

691

“Spirito Santo”, tale è il nome proprio di colui che noi adoriamo e glorifichiamo con il Padre e il Figlio. La Chiesa lo ha ricevuto dal Signore e lo professa nel Battesimo dei suoi nuovi figli [Cf Mt 28,19 ].

Il termine “Spirito” traduce il termine ebraico “Ruah”, che nel suo senso primario significa soffio, aria, vento. Gesù utilizza proprio l’immagine sensibile del vento per suggerire a Nicodemo la novità trascendente di colui che è il Soffio di Dio, lo Spirito divino in persona [Cf Gv 3,5-8 ]. D’altra parte, Spirito e Santo sono attributi divini comuni alle Tre Persone divine. Ma, congiungendo i due termini, la Scrittura, la Liturgia e il linguaggio teologico designano la Persona ineffabile dello Spirito Santo, senza possibilità di equivoci con gli altri usi dei termini “spirito” e “santo”.

Gli appellativi dello Spirito Santo

692

Gesù, quando annunzia e promette la venuta dello Spirito Santo, lo chiama “Paraclito”, letteralmente: “Colui che è chiamato vicino”, “ad-vocatus” ( Gv 14,16; 692 Gv 14,26; Gv 15,26; Gv 16,7 ). “Paraclito” viene abitualmente tradotto “Consolatore”, essendo Gesù il primo consolatore [Cf 1Gv 2,1 ]. Il Signore stesso chiama lo Spirito Santo “Spirito di verità” ( Gv 16,13 ).

693

Oltre al suo nome proprio, che è il più usato negli Atti degli Apostoli e nelle Lettere, in san Paolo troviamo gli appellativi: lo Spirito della promessa, [Cf Gal 3,14; Ef 1,13 ] lo Spirito di adozione, [Cf Rm 8,15; Gal 4,6 ] lo “Spirito di Cristo” ( Rm 8,9 ), “lo Spirito del Signore” ( 2Cor 3,17 ), “lo Spirito di Dio” ( Rm 8,9; Rm 8,14; Rm 15,19; 1Cor 6,11; 693 1Cor 7,40 ), e in san Pietro, “lo Spirito della gloria” ( 1Pt 4,14 ).

I simboli dello Spirito Santo

694

L’acqua. Il simbolismo dell’acqua significa l’azione dello Spirito Santo nel Battesimo, poiché dopo l’invocazione dello Spirito Santo, essa diviene il segno sacramentale efficace della nuova nascita: come la gestazione della nostra prima nascita si è operata nell’acqua, allo stesso modo l’acqua battesimale significa realmente che la nostra nascita alla vita divina ci è donata nello Spirito Santo. Ma “battezzati in un solo Spirito”, noi “ci siamo” anche “abbeverati a un solo Spirito” ( 1Cor 12,13 ): lo Spirito, dunque, è anche personalmente l’acqua viva che scaturisce da Cristo crocifisso come dalla sua sorgente [ Cf Gv 19,34; 1Gv 5,8 ] e che in noi zampilla per la Vita eterna [Cf Gv 4,10-14; Gv 7,38; 694 Es 17,1-6; Is 55,1; Zc 14,8; 1Cor 10,4; Ap 21,6; 694 Ap 22,17 ].

695

L’unzione. Il simbolismo dell’unzione con l’olio è talmente significativa dello Spirito Santo da divenirne il sinonimo [Cf 1Gv 2,20; 1Gv 2,27; 2Cor 1,21 ]. Nell’iniziazione cristiana essa è il segno sacramentale della Confermazione, chiamata giustamente nelle Chiese d’Oriente “Crismazione”. Ma per coglierne tutta la forza, bisogna tornare alla prima unzione compiuta dallo Spirito Santo: quella di Gesù. Cristo [“Messia”, in ebraico] significa “Unto” dallo Spirito di Dio. Nell’Antica Alleanza ci sono stati degli “unti” del Signore, [Cf Es 30,22-32 ] primo fra tutti il re Davide [Cf 1Sam 16,13 ]. Ma Gesù è l’Unto di Dio in una maniera unica: l’umanità che il Figlio assume è totalmente “unta di Spirito Santo”. Gesù è costituito “Cristo” dallo Spirito Santo [Cf Lc 4,18-19; Is 61,1 ]. La Vergine Maria concepisce Cristo per opera dello Spirito Santo, il quale, attraverso l’angelo, lo annunzia come Cristo fin dalla nascita [Cf Lc 2,11 ] e spinge Simeone ad andare al Tempio per vedere il Cristo del Signore; [Cf Lc 2,26-27 ] è lui che ricolma Cristo, [Cf Lc 4,1 ] è sua la forza che esce da Cristo negli atti di guarigione e di risanamento [Cf Lc 6,19; 695 Lc 8,46 ]. E’ lui, infine, che risuscita Cristo dai morti [Cf Rm 1,4; Rm 8,11 ]. Allora, costituito pienamente “Cristo” nella sua Umanità vittoriosa della morte, [Cf At 2,36 ] Gesù effonde a profusione lo Spirito Santo, finché “i santi” costituiranno, nella loro unione all’Umanità del Figlio di Dio, l'”Uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” ( Ef 4,13 ): “il Cristo totale”, secondo l’espressione di sant’Agostino.

696

Il fuoco. Mentre l’acqua significava la nascita e la fecondità della Vita donata nello Spirito Santo, il fuoco simbolizza l’energia trasformante degli atti dello Spirito Santo. Il profeta Elia, che “sorse simile al fuoco” e la cui “parola bruciava come fiaccola” ( Sir 48,1 ), con la sua preghiera attira il fuoco del cielo sul sacrificio del monte Carmelo, [Cf 1Re 18,38-39 ] figura del fuoco dello Spirito Santo che trasforma ciò che tocca. Giovanni Battista, che cammina innanzi al Signore “con lo spirito e la forza di Elia” ( Lc 1,17 ) annunzia Cristo come colui che “battezzerà in Spirito Santo e fuoco” ( Lc 3,16 ), quello Spirito di cui Gesù dirà: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!” ( Lc 12,49 ). E’ sotto la forma di “lingue come di fuoco” che lo Spirito Santo si posa sui discepoli il mattino di Pentecoste e li riempie di sé ( At 2,3-4 ). La tradizione spirituale riterrà il simbolismo del fuoco come uno dei più espressivi dell’azione dello Spirito Santo [Cf San Giovanni della Croce, Fiamma viva d’amore]. “Non spegnete lo Spirito” ( 1Ts 5,19 ).

697

La nube e la luce. Questi due simboli sono inseparabili nelle manifestazioni dello Spirito Santo. Fin dalle teofanie dell’Antico Testamento, la Nube, ora oscura, ora luminosa, rivela il Dio vivente e salvatore, velando la trascendenza della sua Gloria: con Mosè sul monte Sinai, [Cf Es 24,15-18 ] presso la Tenda del Convegno [Cf Es 33,9-10 ] e durante il cammino nel deserto; [Cf Es 40,36-38; 697 1Cor 10,1-2 ] con Salomone al momento della dedicazione del Tempio [Cf 1Re 8,10-12 ]. Ora, queste figure sono portate a compimento da Cristo nello Spirito Santo. E’ questi che scende sulla Vergine Maria e su di lei stende la “sua ombra”, affinché ella concepi sca e dia alla luce Gesù [Cf Lc 1,35 ]. Sulla montagna della Trasfigurazione è lui che viene nella nube che avvolge Gesù, Mosè e Elia, Pietro, Giacomo e Giovanni, e “dalla nube” esce una voce che dice: “Questi è il mio Figlio, l’eletto; ascoltatelo” ( Lc 9,34-35 ). Infine, è la stessa Nube che sottrae Gesù allo sguardo dei discepoli il giorno dell’Ascensione [Cf At 1,9 ] e che lo rivelerà Figlio dell’uomo nella sua gloria il giorno della sua venuta [Cf Lc 21,27 ].

698

Il sigillo è un simbolo vicino a quello dell’Unzione. Infatti su Cristo “Dio ha messo il suo sigillo” ( Gv 6,27 ), e in lui il Padre segna anche noi con il suo sigillo [Cf 2Cor 1,22; Ef 1,13; 698 Ef 4,30 ]. Poiché indica l’effetto indelebile dell’Unzione dello Spirito Santo nei sacramenti del Battesimo, della Confermazione e dell’Ordine, l’immagine del sigillo [sphragis”] è stata utilizzata in certe tradizioni teologiche per esprimere il “carattere” indelebile impresso da questi tre sacramenti che non possono essere ripetuti.

699

La mano. Imponendo le mani Gesù guarisce i malati [Cf Mc 6,5; Mc 8,23 ] e benedice i bambini [Cf Mc 10,16 ]. Nel suo Nome, gli Apostoli compiranno gli stessi gesti [Cf Mc 16,18; At 5,12; At 14,3 ]. Ancor di più, è mediante l’imposizione delle mani da parte degli Apostoli che viene donato lo Spirito Santo [Cf At 8,17-19; At 13,3; At 19,6 ]. La Lettera agli Ebrei mette l’imposizione delle mani tra gli “articoli fondamentali” del suo insegnamento [Cf Eb 6,2 ]. La Chiesa ha conservato questo segno dell’effusione onnipotente dello Spirito Santo nelle epiclesi sacramentali.

700

Il dito. “Con il dito di Dio” Gesù scaccia “i demoni” ( Lc 11,20 ). Se la Legge di Dio è stata scritta su tavole di pietra “dal dito di Dio” ( Es 31,18 ), “la lettera di Cristo”, affidata alle cure degli Apostoli, è “scritta con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei. . . cuori” ( 2Cor 3,3 ). L’inno “Veni, Creator Spiritus” invoca lo Spirito Santo come “digitus paternae dexterae dito della destra del Padre”.

701

La colomba. Alla fine del diluvio (il cui simbolismo riguarda il Battesimo), la colomba fatta uscire da Noè torna, portando nel becco un freschissimo ramoscello d’ulivo, segno che la terra è di nuovo abitabile [Cf Gen 8,8-12 ]. Quando Cristo risale dall’acqua del suo battesimo, lo Spirito Santo, sotto forma di colomba, scende su di lui e in lui rimane [Cf Mt 3,16 par]. Lo Spirito scende e prende dimora nel cuore purificato dei battezzati. In alcune chiese, la santa Riserva eucaristica è conservata in una custodia metallica a forma di colomba (il columbarium) appeso al di sopra dell’altare. Il simbolo della colomba per indicare lo Spirito Santo è tradizionale nell’iconografia cristiana.

III. Lo Spirito e la Parola di Dio nel tempo delle promesse

702

Dalle origini fino alla “pienezza del tempo” ( Gal 4,4 ), la missione congiunta del Verbo e dello Spirito del Padre rimane nascosta, ma è all’opera. Lo Spirito di Dio va preparando il tempo del Messia, e l’uno e l’altro, pur non essendo ancora pienamente rivelati, vi sono già promessi, affinché siano attesi e accolti al momento della loro manifestazione. Per questo, quando la Chiesa legge l’Antico Testamento, [Cf 2Cor 3,14 ] vi cerca [Cf Gv 5,39; Gv 5,46 ] ciò che lo Spirito, “che ha parlato per mezzo dei profeti”, vuole dirci di Cristo.

Con il termine “profeti”, la fede della Chiesa intende in questo caso tutti coloro che furono ispirati dallo Spirito Santo nel vivo annuncio e nella redazione dei Libri Sacri, sia dell’Antico sia del Nuovo Testamento. La tradizione giudaica distingue la Legge [i primi cinque libri o Pentateuco], i Profeti [corrispondenti ai nostri libri detti storici e profetici] e gli Scritti [soprattutto sapienziali, in particolare i Salmi] [Cf Lc 24,44 ].

Nella creazione

703

La Parola di Dio e il suo Soffio sono all’origine dell’essere e della vita di ogni creatura: [Cf Sal 33,6; Sal 104,30; Gen 1,2; Gen 2,7; Qo 3,20-21; 703 Ez 37,10 ]

E’ proprio dello Spirito Santo governare, santificare e animare la creazione, perché egli è Dio consustanziale al Padre e al Figlio. . . Egli ha potere sulla vita, perché, essendo Dio, custodisce la creazione nel Padre per mezzo del Figlio [Liturgia bizantina, Tropario del mattino delle domeniche del secondo modo].

704

“Quanto all’uomo, Dio l’ha plasmato con le sue proprie mani [cioè il Figlio e lo Spirito Santo]. . . e sulla carne plasmata disegnò la sua propria forma, in modo che anche ciò che era visibile portasse la forma divina [Sant’Ireneo di Lione, Demonstratio apostolica, 11].

Lo Spirito della promessa

705

Sfigurato dal peccato e dalla morte, l’uomo rimane “a immagine di Dio”, a immagine del Figlio, ma è privo “della Gloria di Dio” ( Rm 3,23 ), della “somiglianza”. La Promessa fatta ad Abramo inaugura l’Economia della salvezza, al termine della quale il Figlio stesso assumerà “l’immagine” [Cf Gv 1,14; 705 Fil 2,7 ] e la restaurerà nella “somiglianza” con il Padre, ridonandole la Gloria, lo Spirito “che dà la vita”.

706

Contro ogni speranza umana, Dio promette ad Abramo una discendenza, come frutto della fede e della potenza dello Spirito Santo [Cf Gen 18,1-15; 706 Lc 1,26-38; Lc 1,54-55; Gv 1,12-13; Rm 4,16-21 ]. In essa saranno benedetti tutti i popoli della terra [Cf Gen 12,3 ]. Questa discendenza sarà Cristo, [Cf Gal 3,16 ] nel quale l’effusione dello Spirito Santo riunirà “insieme i figli di Dio che erano dispersi” ( Gv 11,52 ). Impegnandosi con giuramento, [Cf Lc 1,73 ] Dio si impegna già al dono del suo Figlio Prediletto [Cf Gen 22,17-19; Rm 8,32; 706 Gv 3,16 ] e al dono “dello Spirito Santo che era stato promesso. . . in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato” ( Ef 1,13-14 ) [Cf Gal 3,14 ].

Nelle Teofanie e nella Legge

707

Le Teofanie [manifestazioni di Dio] illuminano il cammino della Promessa, dai Patriarchi a Mosè e da Giosuè fino alle visioni che inaugurano la missione dei grandi profeti. La tradizione cristiana ha sempre riconosciuto che in queste Teofanie si lasciava vedere e udire il Verbo di Dio, ad un tempo rivelato e “adombrato” nella nube dello Spirito Santo.

708

Questa pedagogia di Dio appare specialmente nel dono della Legge [Cf Es 19-20; Dt 1-5; Dt 6-11; 708 Dt 29-30 ], la quale è stata donata come un “pedagogo” per condurre il Popolo a Cristo ( Gal 3,24 ). Tuttavia, la sua impotenza a salvare l’uomo, privo della “somiglianza” divina, e l’accresciuta conoscenza del peccato che da essa deriva [Cf Rm 3,20 ] suscitano il desiderio dello Spirito Santo. I gemiti dei Salmi lo testimoniano.

Nel Regno e nell’esilio

709

La Legge, segno della Promessa e dell’Alleanza, avrebbe dovuto reggere il cuore e le istituzioni del Popolo nato dalla fede di Abramo. “Se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa” ( Es 19,5-6 ) [Cf 1Pt 2,9 ]. Ma, dopo Davide, Israele cede alla tentazione di divenire un regno come le altre nazioni. Ora il Regno, oggetto della promessa fatta a Davide, [Cf 2Sam 7; Sal 89; Lc 1,32-33 ] sarà l’opera dello Spirito Santo e apparterrà ai poveri secondo lo Spirito.

710

La dimenticanza della Legge e l’infedeltà all’Alleanza conducono alla morte: è l’esilio, apparente smentita delle promesse, di fatto misteriosa fedeltà del Dio salvatore e inizio della restaurazione promessa, ma secondo lo Spirito. Era necessario che il Popolo di Dio subisse questa purificazione; [Cf Lc 24,26 ] l’esilio immette già l’ombra della croce nel disegno di Dio, e il “resto” dei poveri che ritorna dall’esilio è una delle figure più trasparenti della Chiesa.

L’attesa del Messia e del suo Spirito

711

“Ecco, faccio una cosa nuova” ( Is 43,19 ). Cominciano a delinearsi due linee profetiche, fondate l’una sull’attesa del Messia, l’altra sull’annunzio di uno Spirito nuovo; esse convergono sul piccolo “resto”, il popolo dei poveri, [Cf Sof 2,3 ] che attende nella speranza il “conforto d’Israele” e la “redenzione di Gerusalemme” ( Lc 2,25; Lc 2,38 ).

Si è visto precedentemente come Gesù compia le profezie che lo riguardano. Qui ci si limita a quelle in cui è più evidente la relazione fra il Messia e il suo Spirito.

712

I tratti del volto del Messia atteso cominciano a emergere nel Libro dell’Emmanuele [Cf Is 6-12; 712 “Quando Isaia vide la Gloria” di Cristo: Gv 12,41 ], in particolare in Is 11,1-2 :

Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse,
un virgulto germoglierà dalle sue radici.
Su di lui si poserà lo spirito del Signore,
spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza,
spirito di conoscenza e di timore del Signore.

713

I tratti del Messia sono rivelati soprattutto nei canti del Servo [ Is 42,1-9; cf Mt 12,18-21; 713 Gv 1,32-34, poi Is 49,1-6; cf Mt 3,17; Lc 2,32 , infine Is 50,4-10 e Is 52,13-53,12 ]. Questi canti annunziano il significato della Passione di Gesù, e indicano così in quale modo egli avrebbe effuso lo Spirito Santo per vivificare la moltitudine: non dall’esterno, ma assumendo la nostra “condizione di servi” [Cf Fil 2,7 ]. Prendendo su di sé la nostra morte, può comunicarci il suo Spirito di vita.

714

Per questo Cristo inaugura l’annunzio della Buona Novella facendo suo questo testo di Isaia ( Lc 4,18-19 ): [Cf Is 61,1-2 ]

Lo Spirito del Signore è sopra di me,
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio,
per proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
per rimettere in libertà gli oppressi,
e predicare un anno di grazia del Signore.

715

I testi profetici concernenti direttamente l’invio dello Spirito Santo sono oracoli in cui Dio parla al cuore del suo Popolo nel linguaggio della Promessa, con gli accenti dell’amore e della fedeltà [Cf Ez 11,19; Ez 36,25-28; Ez 37,1-14; 715 Ger 31,31-34; e Gl 3,1-5, di cui san Pietro proclamerà il compimento il mattino di Pentecoste: cf At 2,17-21 ]. Secondo queste promesse, negli “ultimi tempi”, lo Spirito del Signore rinnoverà il cuore degli uomini scrivendo in essi una Legge nuova; radunerà e riconcilierà i popoli dispersi e divisi; trasformerà la primitiva creazione e Dio vi abiterà con gli uomini nella pace.

716

Il popolo dei “poveri”, [Cf Sof 2,3; Sal 22,27; 716 Sal 34,3; Is 49,13; Is 61,1; ecc] gli umili e i miti, totalmente abbandonati ai disegni misteriosi del loro Dio, coloro che attendono la giustizia, non degli uomini ma del Messia, è alla fine la grande opera della missione nascosta dello Spirito Santo durante il tempo delle promesse per preparare la venuta di Cristo. E’ il loro cuore, purificato e illuminato dallo Spirito, che si esprime nei Salmi. In questi poveri, lo Spirito prepara al Signore “un popolo ben disposto” ( Lc 1,17 ).

IV. Lo Spirito di Cristo nella pienezza del tempo

Giovanni, Precursore, Profeta e Battista

717

“Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni” ( Gv 1,6 ). Giovanni è “pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre” ( Lc 1,15; Lc 1,41 ) per opera dello stesso Cristo che la Vergine Maria aveva da poco concepito per opera dello Spirito Santo. La “visitazione” di Maria ad Elisabetta diventa così visita di Dio al suo popolo [Cf Lc 1,68 ].

718

Giovanni è “quell’Elia che deve venire” ( Mt 17,10-13 ); il fuoco dello Spirito abita in lui e lo fa “correre avanti” [come “precursore”] al Signore che viene. In Giovanni il Precursore, lo Spirito Santo termina di “preparare al Signore un popolo ben disposto” ( Lc 1,17 ).

719

Giovanni è “più che un profeta” ( Lc 7,26 ). In lui lo Spirito Santo termina di “parlare per mezzo dei profeti”. Giovanni chiude il ciclo dei profeti inaugurato da Elia [ Mt 11,13-14 ]. Egli annunzia che la Consolazione di Israele è prossima; è la “voce” del Consolatore che viene ( Gv 1,23 ) [Cf Is 40,1-3 ]. Come farà lo Spirito di verità, egli viene “come testimone per rendere testimonianza alla Luce” ( Gv 1,7 ) [Cf Gv 15,26; Gv 5,33 ]. In Giovanni, lo Spirito compie così le indagini dei profeti e il desiderio degli angeli: [Cf 1Pt 1,10-12 ] “L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo. E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio. . . Ecco l’Agnello di Dio” ( Gv 1,33-36 ).

720

Infine, con Giovanni Battista lo Spirito Santo inaugura, prefigurandolo, ciò che realizzerà con Cristo e in Cristo: ridonare all’uomo “la somiglianza” divina. Il battesimo di Giovanni era per la conversione, quello nell’acqua e nello Spirito sarà una nuova nascita [Cf Gv 3,5 ].

“Gioisci, piena di grazia”

721

Maria, la tutta Santa Madre di Dio, sempre Vergine, è il capolavoro della missione del Figlio e dello Spirito nella pienezza del tempo. Per la prima volta nel disegno della salvezza e perché il suo Spirito l’ha preparata, il Padre trova la Dimora dove il suo Figlio e il suo Spirito possono abitare tra gli uomini. In questo senso la Tradizione della Chiesa ha spesso letto riferendoli a Maria i più bei testi sulla Sapienza: [Cf Pr 8,1-9,6 ; Sir 24 ] Maria è cantata e rappresentata nella Liturgia come “Sede della Sapienza”. In lei cominciano a manifestarsi le “meraviglie di Dio”, che lo Spirito compirà in Cristo e nella Chiesa.

722

Lo Spirito Santo ha preparato Maria con la sua grazia. Era conveniente che fosse “piena di grazia” la Madre di Colui nel quale “abita corporalmente tutta la pienezza della Divinità” ( Col 2,9 ). Per pura grazia ella è stata concepita senza peccato come la creatura più umile e più capace di accogliere il Dono ineffabile dell’Onnipotente. A giusto titolo l’angelo Gabriele la saluta come la “Figlia di Sion”: “Gioisci” [Cf Sof 3,14; Zc 2,14 ]. E’ il rendimento di grazie di tutto il Popolo di Dio, e quindi della Chiesa, che Maria eleva al Padre, nello Spirito, nel suo cantico, [Cf Lc 1,46-55 ] quando ella porta in sé il Figlio eterno.

723

In Maria, lo Spirito Santo realizza il disegno misericordioso del Padre. E’ per opera dello Spirito che la Vergine concepisce e dà alla luce il Figlio di Dio. La sua verginità diventa fecondità unica in virtù della potenza dello Spirito e della fede [Cf Lc 1,26-38; Rm 4,18-21; Gal 4,26-28 ].

724

In Maria, lo Spirito Santo manifesta il Figlio del Padre divenuto Figlio della Vergine. Ella è il roveto ardente della Teofania definitiva: ricolma di Spirito Santo, mostra il Verbo nell’umiltà della sua carne ed è ai poveri [Cf Lc 1,15-19 ] e alle primizie dei popoli [Cf Mt 2,11 ] che lo fa conoscere.

725

Infine, per mezzo di Maria, lo Spirito Santo comincia a mettere in comunione con Cristo gli uomini, oggetto dell’amore misericordioso di Dio [Cf Lc 2,14 ]. Gli umili sono sempre i primi a ricerverlo: i pastori, i magi, Simeone e Anna, gli sposi di Cana e i primi discepoli.

726

Al termine di questa missione dello Spirito, Maria diventa la “Donna”, nuova Eva, “madre dei viventi”, Madre del “Cristo totale” [Cf Gv 19,25-27 ]. In quanto tale, ella è presente con i Dodici, “assidui e concordi nella preghiera” ( At 1,14 ), all’alba degli “ultimi tempi” che lo Spirito inaugura il mattino di Pentecoste manifestando la Chiesa.

Gesù Cristo

727

Tutta la missione del Figlio e dello Spirito Santo nella pienezza del tempo è racchiusa nel fatto che il Figlio è l’Unto dello Spirito del Padre dal momento dell’Incarnazione: Gesù è Cristo, il Messia.

Tutto il secondo articolo del Simbolo della fede deve essere letto in questa luce. L’intera opera di Cristo è missione congiunta del Figlio e dello Spirito Santo. Qui si menzionerà soltanto ciò che concerne la promessa dello Spirito Santo da parte di Gesù e il dono dello Spirito da parte del Signore glorificato.

728

Gesù rivela in pienezza lo Spirito Santo solo dopo che è stato egli stesso glorificato con la sua Morte e Risurrezione. Tuttavia, lo lascia gradualmente intravvedere anche nel suo insegnamento alle folle, quando rivela che la sua carne sarà cibo per la vita del mondo [Cf Gv 6,27; Gv 6,51; Gv 6,62-63 ]. Inoltre lo lascia intuire a Nicodemo, [Cf Gv 3,5-8 ] alla Samaritana [Cf Gv 4,10; Gv 4,14; Gv 4,23-24 ] e a coloro che partecipano alla festa delle Capanne [Cf Gv 7,37-39 ]. Ai suoi discepoli ne parla apertamente a proposito della preghiera [Cf Lc 11,13 ] e della testimonianza che dovranno dare [Cf Mt 10,19-20 ].

729

Solo quando giunge l’Ora in cui sarà glorificato, Gesù promette la venuta dello Spirito Santo, poiché la sua Morte e la sua Risurrezione saranno il compimento della Promessa fatta ai Padri: [Cf Gv 14,16-17; Gv 14,26; Gv 15,26; Gv 16,7-15; 729 Gv 17,26 ] lo Spirito di verità, l’altro Paraclito, sarà donato dal Padre per la preghiera di Gesù; sarà mandato dal Padre nel nome di Gesù; Gesù lo invierà quando sarà presso il Padre, perché è uscito dal Padre. Lo Spirito Santo verrà, noi lo conosceremo, sarà con noi per sempre, dimorerà con noi; ci insegnerà ogni cosa e ci ricorderà tutto ciò che Cristo ci ha detto e gli renderà testimonianza; ci condurrà alla verità tutta intera e glorificherà Cristo; convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio.

730

Infine viene l’Ora di Gesù: [Cf Gv 13,1; 730 Gv 17,1 ] Gesù consegna il suo spirito nelle mani del Padre [Cf Lc 23,46; Gv 19,30 ] nel momento in cui con la sua morte vince la morte, in modo che, “risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre” ( Rm 6,4 ), egli dona subito lo Spirito Santo “alitando” sui suoi discepoli [Cf Gv 20,22 ]. A partire da questa Ora, la missione di Cristo e dello Spirito diviene la missione della Chiesa: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” ( Gv 20,21 ) [Cf Mt 28,19; Lc 24,47-48; At 1,8 ].

V. Lo Spirito e la Chiesa negli ultimi tempi

La Pentecoste

731

Il giorno di Pentecoste (al termine delle sette settimane pasquali), la Pasqua di Cristo si compie nell’effusione dello Spirito Santo, che è manifestato, donato e comunicato come Persona divina: dalla sua pienezza, Cristo, Signore, effonde a profusione lo Spirito [Cf At 2,33-36 ].

732

In questo giorno è pienamente rivelata la Trinità Santa. Da questo giorno, il Regno annunziato da Cristo è aperto a coloro che credono in lui: nell’umiltà della carne e nella fede, essi partecipano già alla comunione della Trinità Santa. Con la sua venuta, che non ha fine, lo Spirito Santo introduce il mondo negli “ultimi tempi”, il tempo della Chiesa, il Regno già ereditato, ma non ancora compiuto:

Abbiamo visto la vera Luce, abbiamo ricevuto lo Spirito celeste, abbiamo trovato la vera fede: adoriamo la Trinità indivisibile, perché ci ha salvati [Liturgia bizantina, Tropario dei Vespri di Pentecoste, ripreso nelle Liturgie eucaristiche dopo la Comunione].

Lo Spirito Santo – il Dono di Dio

733

“Dio è Amore” ( 1Gv 4,8; 1Gv 4,16 ) e l’Amore è il primo dono, quello che contiene tutti gli altri. Questo amore, Dio l’ha “riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato” ( Rm 5,5 ).

734

Poiché noi siamo morti, o, almeno, feriti per il peccato, il primo effetto del dono dell’Amore è la remissione dei nostri peccati. E’ “la comunione dello Spirito Santo” ( 2Cor 13,13 ) che nella Chiesa ridona ai battezzati la somiglianza divina perduta a causa del peccato.

735

Egli dona allora la “caparra” o le “primizie” della nostra eredità; [Cf Rm 8,23; 2Cor 1,21 ] la vita stessa della Trinità Santa che consiste nell’amare come egli ci ha amati [Cf 1Gv 4,11-12 ]. Questo amore [La carità di 1Cor 13 ] è il principio della vita nuova in Cristo, resa possibile dal fatto che abbiamo “forza dallo Spirito Santo” ( At 1,8 ).

736

E’ per questa potenza dello Spirito che i figli di Dio possono portare frutto. Colui che ci ha innestati sulla vera Vite, farà sì che portiamo “il frutto dello Spirito [che] è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” ( Gal 5,22-23 ). “Lo Spirito è la nostra vita”: quanto più rinunciamo a noi stessi, [Cf Mt 16,24-26 ] tanto più “camminiamo secondo lo Spirito” ( Gal 5,25 ):

Con lo Spirito Santo, che rende spirituali, c’è la riammissione al Paradiso, il ritorno alla condizione di figlio, il coraggio di chiamare Dio Padre, il diventare partecipe della grazia di Cristo, l’essere chiamato figlio della luce, il condividere la gloria eterna [San Basilio di Cesarea, Liber de Spiritu Sancto, 15, 36: PG 32, 132].

Lo Spirito Santo e la Chiesa

737

La missione di Cristo e dello Spirito Santo si compie nella Chiesa, Corpo di Cristo e tempio dello Spirito Santo. Questa missione congiunta associa ormai i seguaci di Cristo alla sua comunione con il Padre nello Spirito Santo: lo Spirito prepara gli uomini, li previene con la sua grazia per attirarli a Cristo. Manifesta loro il Signore risorto, ricorda loro la sua parola, apre il loro spirito all’intelligenza della sua Morte e Risurrezione. Rende loro presente il Mistero di Cristo, soprattutto nell’Eucaristia, al fine di riconciliarli e di metterli in comunione con Dio perché portino “molto frutto” ( Gv 15,5; Gv 15,8; 737 Gv 15,16 ).

738

In questo modo la missione della Chiesa non si aggiunge a quella di Cristo e dello Spirito Santo, ma ne è il sacramento: con tutto il suo essere e in tutte le sue membra essa è inviata ad annunziare e testimoniare, attualizzare e diffondere il mistero della comunione della Santa Trinità (sarà questo l’argomento del prossimo articolo):

Noi tutti che abbiamo ricevuto l’unico e medesimo spirito, cioè lo Spirito Santo, siamo uniti tra di noi e con Dio. Infatti, sebbene, presi separatamente, siamo in molti e in ciascuno di noi Cristo faccia abitare lo Spirito del Padre e suo, tuttavia unico e indivisibile è lo Spirito. Egli riunisce nell’unità spiriti che tra loro sono distinti. . . e fa di tutti in se stesso un’unica e medesima cosa. Come la potenza della santa umanità di Cristo rende concorporei coloro nei quali si trova, allo stesso modo l’unico e indivisibile Spirito di Dio che abita in tutti, conduce tutti all’unità spirituale [San Cirillo di Alessandria, Commentarius in Joannem, 12: PG 74, 560-561].

739

Poiché lo Spirito Santo è l’Unzione di Cristo, è Cristo, Capo del Corpo, a diffonderlo nelle sue membra per nutrirle, guarirle, organizzarle nelle loro mutue funzioni, vivificarle, inviarle per la testimonianza, associarle alla sua offerta al Padre e alla sua intercessione per il mondo intero. E’ per mezzo dei sacramenti della Chiesa che Cristo comunica alle membra del suo Corpo il suo Spirito Santo e santificatore (questo sarà l’argomento della seconda parte del Catechismo).

740

Queste “meraviglie di Dio”, offerte ai credenti nei sacramenti della Chiesa, portano i loro frutti nella vita nuova, in Cristo, secondo lo Spirito (questo sarà l’argomento della terza parte del Catechismo).

741

“Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede per noi, con gemiti inesprimibili” ( Rm 8,26 ). Lo Spirito Santo, artefice delle opere di Dio, è il Maestro della preghiera (questo sarà l’argomento della quarta parte del Catechismo).

In sintesi

742

“E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre” ( Gal 4,6 ).

743

Dall’inizio alla fine dei tempi, quando Dio invia suo Figlio, invia sempre il suo Spirito: la loro missione è congiunta e inseparabile.

744

Nella pienezza del tempo, lo Spirito Santo porta a compimento in Maria tutte le preparazioni alla venuta di Cristo nel Popolo di Dio. Mediante l’opera dello Spirito Santo in lei, il Padre dona al mondo l’Emmanuele, “Dio-con-noi” ( Mt 1,23 ).

745

Il Figlio di Dio è consacrato Cristo [Messia] attraverso l’Unzione dello Spirito Santo nell’Incarnazione [Cf Sal 2,6-7 ].

746

Per la sua morte e Risurrezione, Gesù è costituito “Signore e Cristo” nella gloria ( At 2,36 ). Dalla sua pienezza, egli effonde lo Spirito Santo sugli Apostoli e sulla Chiesa.

747

Lo Spirito Santo, che Cristo, Capo, diffonde nelle sue membra, edifica, anima e santifica la Chiesa, sacramento della comunione della Santis sima Trinità e degli uomini.

GESU’ SIEDE ALLA DESTRA DEL PADRE

Articolo 6: “GESU’ SALI’ AL CIELO, SIEDE ALLA DESTRA DI DIO PADRE ONNIPOTENTE”

659

“Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio” ( Mc 16,19 ). Il Corpo di Cristo è stato glorificato fin dall’istante della sua Risurrezione, come lo provano le proprietà nuove e soprannaturali di cui ormai gode in permanenza [Cf Lc 24,31; Gv 20,19; 659 Gv 20,26 ]. Ma durante i quaranta giorni nei quali egli mangia e beve familiarmente con i suoi discepoli [Cf At 10,41 ] e li istruisce sul Regno, [Cf At 1,3 ] la sua gloria resta ancora velata sotto i tratti di una umanità ordinaria [Cf Mc 16,12; Lc 24,15; Gv 20,14-15; Gv 21,4 ]. L’ultima apparizione di Gesù termina con l’entrata irreversibile della sua umanità nella gloria divina simbolizzata dalla nube [Cf At 1,9; cf anche Lc 9,34-35; Es 13,22 ] e dal cielo [Cf Lc 24,51 ] ove egli siede ormai alla destra di Dio [Cf Mc 16,19; 659 At 2,33; At 7,56; cf anche Sal 110,1 ]. In un modo del tutto eccezionale ed unico egli si mostrerà a Paolo “come a un aborto” ( 1Cor 15,8 ) in un’ultima apparizione che costituirà apostolo Paolo stesso [Cf 1Cor 9,1; Gal 1,16 ].

660

Il carattere velato della gloria del Risorto durante questo tempo traspare nelle sue misteriose parole a Maria Maddalena: “Non sono ancora salito al Padre: ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” ( Gv 20,17 ). Questo indica una differenza di manifestazione tra la gloria di Cristo risorto e quella di Cristo esaltato alla destra del Padre. L’avvenimento ad un tempo storico e trascendente dell’Ascensione segna il passaggio dall’una all’altra.

661

Quest’ultima tappa rimane strettamente unita alla prima, cioè alla discesa dal cielo realizzata nell’Incarnazione. Solo colui che è “uscito dal Padre” può far ritorno al Padre: Cristo [Cf Gv 16,28 ]. “Nessuno è mai salito al cielo fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo” ( Gv 3,13 ) [Cf Ef 4,8-10 ]. Lasciata alle sue forze naturali, l’umanità non ha accesso alla “Casa del Padre” ( Gv 14,2 ), alla vita e alla felicità di Dio. Soltanto Cristo ha potuto aprire all’uomo questo accesso “per darci la serena fiducia che dove è lui, Capo e Primogenito, saremo anche noi, sue membra, uniti nella stessa gloria” [Messale Romano, Prefazio dell’Ascensione I].

662

“Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” ( Gv 12,32 ). L’elevazione sulla croce significa e annunzia l’elevazione dell’Ascensione al cielo. Essa ne è l’inizio. Gesù Cristo, l’unico Sacerdote della nuova ed eterna Alleanza, “non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo. . ., ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore” ( Eb 9,24 ). In cielo Cristo esercita il suo sacerdozio in permanenza, “essendo egli sempre vivo per intercedere” a favore di “quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio” ( Eb 7,25 ). Come “sommo sacerdote dei beni futuri” ( Eb 9,11 ) egli è il centro e l’attore principale della Liturgia che onora il Padre nei cieli [Cf Ap 4,6-11 ].

663

Cristo, ormai, siede alla destra del Padre. “Per destra del Padre intendiamo la gloria e l’onore della divinità, ove colui che esisteva come Figlio di Dio prima di tutti i secoli come Dio e consustanziale al Padre, s’è assiso corporalmente dopo che si è incarnato e la sua carne è stata glorificata” [San Giovanni Damasceno, De fide orthodoxa, 4, 2, 2: PG 94, 1104D].

664

L’essere assiso alla destra del Padre significa l’inaugurazione del regno del Messia, compimento della visione del profeta Daniele riguardante il Figlio dell’uomo: ” [Il Vegliardo] gli diede potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano; il suo potere è un potere eterno, che non tramonta mai, e il suo regno è tale che non sarà mai distrutto” ( Dn 7,14 ). A partire da questo momento, gli Apostoli sono divenuti i testimoni del “Regno che non avrà fine” [Simbolo di Nicea-Costantinopoli].

In sintesi

665

L’Ascensione di Cristo segna l’entrata definitiva dell’umanità di Gesù nel dominio celeste di Dio da dove ritornerà , [Cf At 1,11 ] ma che nel frattempo lo cela agli occhi degli uomini [Cf Col 3,3 ].

666

Gesù Cristo, Capo della Chiesa, ci precede nel Regno glorioso del Padre perché noi, membra del suo Corpo, viviamo nella speranza di essere un giorno eternamente con lui.

667

Gesù Cristo, essendo entrato una volta per tutte nel santuario del cielo, intercede incessantemente per noi come il mediatore che ci assicura la perenne effusione dello Spirito Santo.

Articolo 7: “DI LA’ VERRA’ A GIUDICARE I VIVI E I MORTI”

I. Egli ritornerà nella gloria

Cristo regna già attraverso la Chiesa. . .

668

“Per questo Cristo è morto e ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi” ( Rm 14,9 ). L’Ascensione di Cristo al cielo significa la sua partecipazione, nella sua umanità, alla potenza e all’autorità di Dio stesso. Gesù Cristo è Signore: egli detiene tutto il potere nei cieli e sulla terra. Egli è “al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione” perché il Padre “tutto ha sottomesso ai suoi piedi” ( Ef 1,21-22 ). Cristo è il Signore del cosmo [Cf Ef 4,10; 1Cor 15,24; 668 1Cor 15,27-28 ] e della storia. In lui la storia dell’uomo come pure tutta la creazione trovano la loro “ricapitolazione”, [Cf Ef 1,10 ] il loro compimento trascendente.

669

Come Signore, Cristo è anche il Capo della Chiesa che è il suo Corpo [Cf Ef 1,22 ]. Elevato al cielo e glorificato, avendo così compiuto pienamente la sua missione, egli permane sulla terra, nella sua Chiesa. La Redenzione è la sorgente dell’autorità che Cristo, in virtù dello Spirito Santo, esercita sulla Chiesa, [Cf Ef 4,11-13 ] la quale è “il Regno di Cristo già presente in mistero”. La Chiesa “di questo Regno costituisce in terra il germe e l’inizio” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 3; 5].

670

Dopo l’Ascensione, il disegno di Dio è entrato nel suo compimento. Noi siamo già nell'”ultima ora” ( 1Gv 2,18 ) [Cf 1Pt 4,7 ]. “Già dunque è arrivata a noi l’ultima fase dei tempi e la rinnovazione del mondo è stata irrevocabilmente fissata e in un certo modo è realmente anticipata in questo mondo; difatti la Chiesa già sulla terra è adornata di una santità vera, anche se imperfetta” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48]. Il Regno di Cristo manifesta già la sua presenza attraverso i segni miracolosi [Cf Mc 16,17-18 ] che ne accompagnano l’annunzio da parte della Chiesa [Cf Mc 16,20 ].

… nell’attesa che tutto sia a lui sottomesso

671

Già presente nella sua Chiesa, il Regno di Cristo non è tuttavia ancora compiuto “con potenza e gloria grande” ( Lc 21,27 ) [Cf Mt 25,31 ] mediante la venuta del Re sulla terra. Questo Regno è ancora insidiato dalle potenze inique, [Cf 2Ts 2,7 ] anche se esse sono già state vinte radicalmente dalla Pasqua di Cristo. Fino al momento in cui tutto sarà a lui sottomesso, [Cf 1Cor 15,28 ] “fino a che non vi saranno i nuovi cieli e la terra nuova, nei quali la giustizia ha la sua dimora, la Chiesa pellegrinante, nei suoi sacramenti e nelle sue istituzioni, che appartengono all’età presente, porta la figura fugace di questo mondo, e vive tra le creature, le quali sono in gemito e nel travaglio del parto sino ad ora e attendono la manifestazione dei figli di Dio” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48]. Per questa ragione i cristiani pregano, soprattutto nell’Eucaristia [Cf 1Cor 11,26 ] per affrettare il ritorno di Cristo [Cf 2Pt 3,11-12 ] dicendogli: “Vieni, Signore” ( 1Cor 16,22; Ap 22,17; Ap 22,20 ).

672

Prima dell’Ascensione Cristo ha affermato che non era ancora il momento del costituirsi glorioso del Regno messianico atteso da Israele, [Cf At 1,6-7 ] Regno che doveva portare a tutti gli uomini, secondo i profeti, [Cf Is 11,1-9 ] l’ordine definitivo della giustizia, dell’amore e della pace. Il tempo presente è, secondo il Signore, il tempo dello Spirito e della testimonianza, [Cf At 1,8 ] ma anche un tempo ancora segnato dalla “necessità” ( 1Cor 7,26 ) e dalla prova del male, [Cf Ef 5,16 ] che non risparmia la Chiesa [Cf 1Pt 4,17 ] e inaugura i combattimenti degli ultimi tempi [Cf 1Gv 2,18; 1Gv 4,3; 1Tm 4,1 ]. E’ un tempo di attesa e di vigilanza [Cf Mt 25,1-13; 672 Mc 13,33-37 ].

La venuta gloriosa di Cristo, speranza di Israele

673

Dopo l’Ascensione, la venuta di Cristo nella gloria è imminente, [Cf Ap 22,20 ] anche se non spetta a noi “conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta” ( At 1,7 ) [Cf Mc 13,32 ]. Questa venuta escatologica può compiersi in qualsiasi momento [Cf Mt 24,44; 1Ts 5,2 ] anche se essa e la prova finale che la precederà sono “impedite” [Cf 2Ts 2,3-12 ].

674

La venuta del Messia glorioso è sospesa in ogni momento della storia [Cf Rm 11,31 ] al riconoscimento di lui da parte di “tutto Israele” ( Rm 11,26; 674 Mt 23,39 ) a causa dell'”indurimento di una parte” ( Rm 11,25 ) nell’incredulità [Cf Rm 11,20 ] verso Gesù. San Pietro dice agli Ebrei di Gerusalemme dopo la Pentecoste: “Pentitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati e così possano giungere i tempi della consolazione da parte del Signore ed egli mandi quello che vi aveva destinato come Messia, cioè Gesù. Egli dev’esser accolto in cielo fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose, come ha detto Dio fin dall’antichità, per bocca dei suoi santi profeti” ( At 3,19-21 ). E san Paolo gli fa eco: “Se infatti il loro rifiuto ha segnato la riconciliazione del mondo, quale potrà mai essere la loro riammissione se non una risurrezione dai morti?” ( Rm 11,15 ). “La partecipazione totale” degli Ebrei ( Rm 11,12 ) alla salvezza messianica a seguito della partecipazione totale dei pagani [Cf Rm 11,25; Lc 21,24 ] permetterà al Popolo di Dio di arrivare “alla piena maturità di Cristo” ( Ef 4,13 ) nella quale “Dio sarà tutto in tutti” ( 1Cor 15,28 ).

L’ultima prova della Chiesa

675

Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti [Cf Lc 18,8; Mt 24,12 ]. La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra [Cf Lc 21,12; Gv 15,19-20 ] svelerà il “Mistero di iniquità” sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anti-Cristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne [Cf 2Ts 2,4-12; 675 1Ts 5,2-3; 2Gv 1,7; 1Gv 2,18; 1Gv 2,22 ].

676

Questa impostura anti-cristica si delinea già nel mondo ogniqualvolta si pretende di realizzare nella storia la speranza messianica che non può esser portata a compimento che al di là di essa, attraverso il giudizio escatologico; anche sotto la sua forma mitigata, la Chiesa ha rigettato questa falsificazione del Regno futuro sotto il nome di “millenarismo”, [Cf Congregazione per la Dottrina della Fede, Decreto del 19 luglio 1944, De Millenarismo: Denz. -Schönm. , 3839] soprattutto sotto la forma politica di un messianismo secolarizzato “intrinsecamente perverso” [Cf Pio XI, Lett. enc. Divini Redemptoris, che condanna il “falso misticismo” di questa “con- traffazione della redenzione degli umili”; Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 20-21. [Cf Ap 19,1-9 ] Cf Ap 19, 1-9].

677

La Chiesa non entrerà nella gloria del Regno che attraverso quest’ultima Pasqua, nella quale seguirà il suo Signore nella sua morte e Risurrezione [Cf Ap 13,8 ]. Il Regno non si compirà dunque attraverso un trionfo storico della Chiesa [Cf Ap 20,7-10 ] secondo un progresso ascendente, ma attraverso una vittoria di Dio sullo scatenarsi ultimo del male [Cf Ap 21,2-4 ] che farà discendere dal cielo la sua Sposa [ Cf Ap 20,12 ]. Il trionfo di Dio sulla rivolta del male prenderà la forma dell’ultimo Giudizio [Cf 2Pt 3,12-13 ] dopo l’ultimo sommovimento cosmico di questo mondo che passa [Cf Dn 7,10; Gl 3-4; 677 Ml 3,19 ].

II. Per giudicare i vivi e i morti

678

In linea con i profeti [Cf Mt 3,7-12 ] e Giovanni Battista [Cf Mc 12,38-40 ] Gesù ha annunziato nella sua predicazione il Giudizio dell’ultimo Giorno. Allora saranno messi in luce la condotta di ciascuno [Cf Lc 12,1-3; Gv 3,20-21; Rm 2,16; 678 1Cor 4,5 ] e il segreto dei cuori [Cf Mt 11,20-24; 678 Mt 12,41-42 ]. Allora verrà condannata l’incredulità colpevole che non ha tenuto in alcun conto la grazia offerta da Dio. L’atteggiamento verso il prossimo rivelerà l’accoglienza o il rifiuto della grazia e dell’amore divino [Cf Mt 5,22; Mt 7,1-5 ]. Gesù dirà nell’ultimo giorno: “Ogni volta che avete fatto queste cose ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” ( Mt 25,40 ).

679

Cristo è Signore della vita eterna. Il pieno diritto di giudicare definitivamente le opere e i cuori degli uomini appartiene a lui in quanto Redentore del mondo. Egli ha “acquisito” questo diritto con la sua croce. Anche il Padre “ha rimesso ogni giudizio al Figlio” ( Gv 5,22 ) [Cf Gv 5,27; 679 Mt 25,31; At 10,42; At 17,31; 2Tm 4,1 ]. Ora, il Figlio non è venuto per giudicare, ma per salvare [Cf Gv 3,17 ] e per donare la vita che è in lui [Cf Gv 5,26 ]. E’ per il rifiuto della grazia nella vita presente che ognuno si giudica già da se stesso, [Cf Gv 3,18; Gv 12,48 ] riceve secondo le sue opere [Cf 1Cor 3,12-15 ] e può anche condannarsi per l’eternità rifiutando lo Spirito d’amore [Cf Mt 12,32; Eb 6,4-6; Eb 10,26-31 ].

In sintesi

680

Cristo Signore regna già attraverso la Chiesa, ma tutte le cose di questo mondo non gli sono ancora sottomesse. Il trionfo del Regno di Cristo non avverrà senza un ultimo assalto delle potenze del male.

681

Nel Giorno del Giudizio, alla fine del mondo, Cristo verrà nella gloria per dare compimento al trionfo definitivo del bene sul male che, come il grano e la zizzania, saranno cresciuti insieme nel corso della storia.

682

Cristo glorioso, venendo alla fine dei tempi a giudicare i vivi e i morti, rivelerà la disposizione segreta dei cuori e renderà a ciascun uomo secondo le sue opere e secondo l’accoglienza o il rifiuto della grazia.

DISCESA AGLI INFERI E RISURREZIONE DI CRISTO

Articolo 5: “GESU’ CRISTO DISCESE AGLI INFERI, RISUSCITO’ DAI MORTI IL TERZO GIORNO”

631

Gesù era disceso nelle regioni inferiori della terra: “Colui che discese è lo stesso che anche ascese”( Ef 4,10 ). Il Simbolo degli Apostoli professa in uno stesso articolo di fede la discesa di Cristo agli inferi e la sua Risurrezione dai morti il terzo giorno, perché nella sua Pasqua egli dall’abisso della morte ha fatto scaturire la vita:

Cristo, tuo Figlio,
che, risuscitato dai morti,
fa risplendere sugli uomini la sua luce serena,
e vive e regna nei secoli dei secoli. Amen [Messale Romano, Veglia Pasquale, Exultet].

Paragrafo 1: CRISTO DISCESE AGLI INFERI

632

Le frequenti affermazioni del Nuovo Testamento secondo le quali Gesù “è risuscitato dai morti” ( At 3,15; Rm 8,11; 1Cor 15,20 ) presuppongono che, preliminarmente alla Risurrezione, egli abbia dimorato nel soggiorno dei morti [Cf Eb 13,20 ]. E’ il senso primo che la predicazione apostolica ha dato alla discesa di Gesù agli inferi: Gesù ha conosciuto la morte come tutti gli uomini e li ha raggiunti con la sua anima nella dimora dei morti. Ma egli vi è disceso come Salvatore, proclamando la Buona Novella agli spiriti che vi si trovavano prigionieri [Cf 1Pt 3,18-19 ].

633

La Scrittura chiama inferi, shéol o ade [Cf Fil 2,10; At 2,24; Ap 1,18; Ef 4,9 ] il soggiorno dei morti dove Cristo morto è disceso, perché quelli che vi si trovano sono privati della visione di Dio [Cf Sal 6,6; Sal 88,11-13 ]. Tale infatti è, nell’attesa del Redentore, la sorte di tutti i morti, cattivi o giusti; [Cf Sal 89,49; 633 1Sam 28,19; Ez 32,17-32 ] il che non vuol dire che la loro sorte sia identica, come dimostra Gesù nella parabola del povero Lazzaro accolto nel “seno di Abramo” [Cf Lc 16,22-26 ]. “Furono appunto le anime di questi giusti in attesa del Cristo a essere liberate da Gesù disceso all’inferno” [Catechismo Romano, 1, 6, 3]. Gesù non è disceso agli inferi per liberare i dannati [Cf Concilio di Roma (745): Denz. -Schönm., 587] né per distruggere l’inferno della dannazione, [Cf Benedetto XII, Opuscolo Cum dudum: Denz. -Schönm., 1011; Clemente VI, Lettera Super quibusdam: ibid., 1077] ma per liberare i giusti che l’avevano preceduto [Cf Concilio di Toledo IV (625): Denz. -Schönm., 485; cf anche Mt 27,52-53 ].

634

“La Buona Novella è stata annunciata anche ai morti. . . ” ( 1Pt 4,6 ). La discesa agli inferi è il pieno compimento dell’annunzio evangelico della salvezza. E’ la fase ultima della missione messianica di Gesù, fase condensata nel tempo ma immensamente ampia nel suo reale significato di estensione dell’opera redentrice a tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi, perché tutti coloro i quali sono salvati sono stati resi partecipi della Redenzione.

635

Cristo, dunque, è disceso nella profondità della morte [Cf Mt 12,40; Rm 10,7; Ef 4,9 ] affinché i morti udissero la voce del Figlio di Dio e, ascoltandola, vivessero [Cf Gv 5,25 ]. Gesù “l’Autore della vita” ( At 3,15 ) ha ridotto “all’impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo” liberando “così tutti quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” ( Eb 2,14-15 ). Ormai Cristo risuscitato ha “potere sopra la morte e sopra gli inferi” ( Ap 1,18 ) e “nel nome di Gesù ogni ginocchio” si piega “nei cieli, sulla terra e sotto terra” ( Fil 2,10 ).

Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato ed ha svegliato coloro che da secoli dormivano. . . Egli va a cercare il primo padre, come la pecora smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva, che si trovano in prigione. . . “Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio. Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la Vita dei morti” [Da un’antica “Omelia sul Sabato Santo”: PG 43, 440A. 452C, cf Liturgia delle Ore, II, Ufficio delle letture del Sabato Santo].

In sintesi

636

Con l’espressione “Gesù discese agli inferi”, il Simbolo professa che Gesù è morto realmente e che, mediante la sua morte per noi, egli ha vinto la morte e il diavolo “che della morte ha il potere” ( Eb 2,14 ).

637

Cristo morto, con l’anima unita alla sua Persona divina è disceso alla dimora dei morti. Egli ha aperto le porte del cielo ai giusti che l’avevano preceduto.

Paragrafo 2: IL TERZO GIORNO RISUSCITO’ DAI MORTI

638

“Noi vi annunziamo la Buona Novella che la promessa fatta ai padri si è compiuta, poiché Dio l’ha attuata per noi, loro figli, risuscitando Gesù” ( At 13,32-33 ). La Risurrezione di Gesù è la verità culminante della nostra fede in Cristo, creduta e vissuta come verità centrale dalla prima comunità cristiana, trasmessa come fondamentale dalla Tradizione, stabilita dai documenti del Nuovo Testamento, predicata come parte essenziale del Mistero pasquale insieme con la croce:

Cristo è risuscitato dai morti.
Con la sua morte ha vinto la morte,
Ai morti ha dato la vita [Liturgia bizantina, Tropario di Pasqua].

I. L’avvenimento storico e trascendente

639

Il mistero della Risurrezione di Cristo è un avvenimento reale che ha avuto manifestazioni storicamente constatate, come attesta il Nuovo Testamento. Già verso l’anno 56 san Paolo può scrivere ai cristiani di Corinto: “Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici” ( 1Cor 15,3-4 ). L’Apostolo parla qui della tradizione viva della Risurrezione che egli aveva appreso dopo la sua conversione alle porte di Damasco [Cf At 9,3-18 ].

Il sepolcro vuoto

640

“Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato” ( Lc 24,5-6 ). Nel quadro degli avvenimenti di Pasqua, il primo elemento che si incontra è il sepolcro vuoto. Non è in sé una prova diretta. L’assenza del corpo di Cristo nella tomba potrebbe spiegarsi altrimenti [Cf Gv 20,13; 640 Mt 28,11-15 ]. Malgrado ciò, il sepolcro vuoto ha costituito per tutti un segno essenziale. La sua scoperta da parte dei discepoli è stato il primo passo verso il riconoscimento dell’evento della Risurrezione. Dapprima è il caso delle pie donne, [Cf Lc 24,3; Lc 24,22-23 ] poi di Pietro [Cf Lc 24,12 ]. “Il discepolo. . . che Gesù amava” ( Gv 20,2 ) afferma che, entrando nella tomba vuota e scorgendo “le bende per terra” ( Gv 20,6 ), “vide e credette” ( Gv 20,8 ). Ciò suppone che egli abbia constatato, dallo stato in cui si trovava il sepolcro vuoto, [Cf Gv 20,5-7 ] che l’assenza del corpo di Gesù non poteva essere opera umana e che Gesù non era semplicemente ritornato ad una vita terrena come era avvenuto per Lazzaro [Cf Gv 11,44 ].

Le apparizioni del Risorto

641

Maria di Magdala e le pie donne che andavano a completare l’imbalsamazione del Corpo di Gesù, [Cf Mc 16,1; Lc 24,1 ] sepolto in fretta la sera del Venerdì Santo a causa del sopraggiungere del Sabato, [Cf Gv 19,31; Gv 19,42 ] sono state le prime ad incontrare il Risorto [Cf Mt 28,9-10; 641 Gv 20,11-18 ]. Le donne furono così le prime messaggere della Risurrezione di Cristo per gli stessi Apostoli [Cf Lc 24,9-10 ]. A loro Gesù appare in seguito: prima a Pietro, poi ai Dodici [Cf 1Cor 15,5 ]. Pietro, chiamato a confermare la fede dei suoi fratelli, [Cf Lc 22,31-32 ] vede dunque il Risorto prima di loro ed è sulla sua testimonianza che la comunità esclama: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone” ( Lc 24,34 ).

642

Tutto ciò che è accaduto in quelle giornate pasquali impegna ciascuno degli Apostoli – e Pietro in modo del tutto particolare – nella costruzione dell’era nuova che ha inizio con il mattino di Pasqua. Come testimoni del Risorto essi rimangono le pietre di fondazione della sua Chiesa. La fede della prima comunità dei credenti è fondata sulla testimonianza di uomini concreti, conosciuti dai cristiani e, nella maggior parte, ancora vivi in mezzo a loro. Questi testimoni della Risurrezione di Cristo [Cf At 1,22 ] sono prima di tutto Pietro e i Dodici, ma non solamente loro: Paolo parla chiaramente di più di cinquecento persone alle quali Gesù è apparso in una sola volta, oltre che a Giacomo e a tutti gli Apostoli [Cf 1Cor 15,4-8 ].

643

Davanti a queste testimonianze è impossibile interpretare la Risurrezione di Cristo al di fuori dell’ordine fisico e non riconoscerla come un avvenimento storico. Risulta dai fatti che la fede dei discepoli è stata sottoposta alla prova radicale della passione e della morte in croce del loro Maestro da lui stesso preannunziata [Cf Lc 22,31-32 ]. Lo sbigottimento provocato dalla passione fu così grande che i discepoli (almeno alcuni di loro) non credettero subito alla notizia della Risurrezione. Lungi dal presentarci una comunità presa da una esaltazione mistica, i Vangeli ci presentano i discepoli smarriti [Avevano il “volto triste”: Lc 24,17 ] e spaventati, [Cf Gv 20,19 ] perché non hanno creduto alle pie donne che tornavano dal sepolcro e “quelle parole parvero loro come un vaneggiamento” ( Lc 24,11 ) [ Cf Mc 16,11; Mc 16,13 ]. Quando Gesù si manifesta agli Undici la sera di Pasqua, li rimprovera “per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato” ( Mc 16,14 ).

644

Anche messi davanti alla realtà di Gesù risuscitato, i discepoli dubitano ancora, [Cf Lc 24,38 ] tanto la cosa appare loro impossibile: credono di vedere un fantasma [Cf Lc 24,39 ]. “Per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti” ( Lc 24,41 ). Tommaso conobbe la medesima prova del dubbio [Cf Gv 20,24-27 ] e, quando vi fu l’ultima apparizione in Galilea riferita da Matteo, “alcuni. . . dubitavano” ( Mt 28,17 ). Per questo l’ipotesi secondo cui la Risurrezione sarebbe stata un “prodotto” della fede (o della credulità) degli Apostoli, non ha fondamento. Al contrario, la loro fede nella Risurrezione è nata – sotto l’azione della grazia divina – dall’esperienza diretta della realtà di Gesù Risorto.

Lo stato dell’umanità di Cristo risuscitata

645

Gesù risorto stabilisce con i suoi discepoli rapporti diretti, attraverso il contatto [Cf Lc 24,39; 645 Gv 20,27 ] e la condivisione del pasto [Cf Lc 24,30; 645 Lc 24,41-43; Gv 21,9; Gv 21,13-15 ]. Li invita a riconoscere da ciò che egli non è un fantasma, [Cf Lc 24,39 ] ma soprattutto a constatare che il corpo risuscitato con il quale si presenta a loro è il medesimo che è stato martoriato e crocifisso, poiché porta ancora i segni della passione [Cf Lc 24,40; 645 Gv 20,20; Gv 20,27 ]. Questo corpo autentico e reale possiede però al tempo stesso le proprietà nuove di un corpo glorioso; esso non è più situato nello spazio e nel tempo, ma può rendersi presente a suo modo dove e quando vuole, [Cf Mt 28,9; Mt 28,16-17; Lc 24,15; 645 Lc 24,36; Gv 20,14; Gv 20,19; Gv 20,26; Gv 21,4 ] poiché la sua umanità non può più essere trattenuta sulla terra e ormai non appartiene che al dominio divino del Padre [Cf Gv 20,17 ]. Anche per questa ragione Gesù risorto è sovranamente libero di apparire come vuole: sotto l’aspetto di un giardiniere [Cf Gv 20,14-15 ] o sotto altre sembianze, [Cf Mc 16,12 ] che erano familiari ai discepoli, e ciò per suscitare la loro fede [Cf Gv 20,14; Gv 20,16; 645 Gv 21,4; Gv 20,7 ].

646

La Risurrezione di Cristo non fu un ritorno alla vita terrena, come lo fu per le risurrezioni che egli aveva compiute prime della Pasqua: quelle della figlia di Giairo, del giovane di Naim, di Lazzaro. Questi fatti erano avvenimenti miracolosi, ma le persone miracolate ritrovavano, per il potere di Gesù, una vita terrena “ordinaria”. Ad un certo momento esse sarebbero morte di nuovo. La Risurrezione di Cristo è essenzialmente diversa. Nel suo Corpo risuscitato egli passa dallo stato di morte ad un’altra vita al di là del tempo e dello spazio. Il Corpo di Gesù è, nella Risurrezione, colmato della potenza dello Spirito Santo; partecipa alla vita divina nello stato della sua gloria, sì che san Paolo può dire di Cristo che egli è “l’uomo celeste” [Cf 1Cor 15,35-50 ].

La Risurrezione come evento trascendente

647

“O notte – canta l'”Exultet” di Pasqua – tu solo hai meritato di conoscere il tempo e l’ora in cui Cristo è risorto dagli inferi”. Infatti, nessuno è stato testimone oculare dell’avvenimento stesso della Risurrezione e nessun evangelista lo descrive. Nessuno ha potuto dire come essa sia avvenuta fisicamente. Ancor meno fu percettibile ai sensi la sua essenza più intima, il passaggio ad un’altra vita. Avvenimento storico constatabile attraverso il segno del sepolcro vuoto e la realtà degli incontri degli Apostoli con Cristo risorto, la Risurrezione resta non di meno, in ciò in cui trascende e supera la storia, al cuore del Mistero della fede. Per questo motivo Cristo risorto non si manifesta al mondo, ma ai suoi discepoli, [Cf Gv 14,22 ] “a quelli che erano saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme”, i quali “ora sono i suoi testimoni davanti al popolo” ( At 13,31 ).

II. La Risurrezione – opera della Santissima Trinità

648

La Risurrezione di Cristo è oggetto di fede in quanto è un intervento trascendente di Dio stesso nella creazione e nella storia. In essa, le tre Persone divine agiscono insieme e al tempo stesso manifestano la loro propria originalità. Essa si è compiuta per la potenza del Padre che “ha risuscitato” ( At 2,24 ) Cristo, suo Figlio, e in questo modo ha introdotto in maniera perfetta la sua umanità con il suo Corpo nella Trinità. Gesù viene definitivamente “costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la Risurrezione dai morti” ( Rm 1,3-4 ). San Paolo insiste sulla manifestazione della potenza di Dio [Cf Rm 6,4; 2Cor 13,4; Fil 3,10; Ef 1,19-22; 648 Eb 7,16 ] per l’opera dello Spirito che ha vivificato l’umanità morta di Gesù e l’ha chiamata allo stato glorioso di Signore.

649

Quanto al Figlio, egli opera la sua propria Risurrezione in virtù della sua potenza divina. Gesù annunzia che il Figlio dell’uomo dovrà molto soffrire, morire ed in seguito risuscitare (senso attivo della parola) [Cf Mc 8,31; Mc 9,9-31; 649 Mc 10,34 ]. Altrove afferma esplicitamente: “Io offro la mia vita, per poi riprenderla. . . ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla” ( Gv 10,17-18 ). “Noi crediamo. . . che Gesù è morto e risuscitato” ( 1Ts 4,14 ).

650

I Padri contemplano la Risurrezione a partire dalla Persona divina di Cristo che è rimasta unita alla sua anima e al suo corpo separati tra loro dalla morte: “Per l’unità della natura divina che permane presente in ciascuna delle due parti dell’uomo, queste si riuniscono di nuovo. Così la morte si è prodotta per la separazione del composto umano e la Risurrezione per l’unione delle due parti separate” [San Gregorio di Nissa, In Christi resurrectionem, 1: PG 46, 617B; cf anche “Statuta Ecclesiae Antiqua”: Denz. -Schönm., 325; Anastasio II, Lettera In prolixitate epistolae: ibid. , 359; Ormisda, Lettera Inter ea quae: ibid. , 369; Concilio di Toledo XI: ibid., 539].

III. Senso e portata salvifica della Risurrezione

651

“Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione e vana anche la vostra fede” ( 1Cor 15,14 ). La Risurrezione costituisce anzitutto la conferma di tutto ciò che Cristo stesso ha fatto e insegnato. Tutte le verità, anche le più inaccessibili allo spirito umano, trovano la loro giustificazione se, risorgendo, Cristo ha dato la prova definitiva, che aveva promesso, della sua autorità divina.

652

La Risurrezione di Cristo è compimento delle promesse dell’Antico Testamento [Cf Lc 24,26-27; Lc 24,44-48 ] e di Gesù stesso durante la sua vita terrena [Cf Mt 28,6; Mc 16,7; Lc 24,6-7 ]. L’espressione “secondo le Scritture” ( 1Cor 15,3-4 e Simbolo di Nicea-Costantinopoli) indica che la Risurrezione di Cristo realizzò queste predizioni.

653

La verità della divinità di Gesù è confermata dalla sua Risurrezione. Egli aveva detto: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono” ( Gv 8,28 ). La Risurrezione del Crocifisso dimostrò che egli era veramente “Io Sono”, il Figlio di Dio e Dio egli stesso. San Paolo ha potuto dichiarare ai Giudei: “La promessa fatta ai nostri padri si è compiuta, poiché Dio l’ha attuata per noi. . . risuscitando Gesù, come anche sta scritto nel Salmo secondo: “Mio Figlio sei tu, oggi ti ho generato”” ( At 13,32-33 ) [Cf Sal 2,7 ]. La Risurrezione di Cristo è strettamente legata al Mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio. Ne è il compimento secondo il disegno eterno di Dio.

654

Vi è un duplice aspetto nel Mistero pasquale: con la sua morte Cristo ci libera dal peccato, con la sua Risurrezione ci dà accesso ad una nuova vita. Questa è dapprima la giustificazione che ci mette nuovamente nella grazia di Dio [Cf Rm 4,25 ] “perché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” ( Rm 6,4 ). Essa consiste nella vittoria sulla morte del peccato e nella nuova partecipazione alla grazia [Cf Ef 2,4-5; 1Pt 1,3 ]. Essa compie l’adozione filiale poiché gli uomini diventano fratelli di Cristo, come Gesù stesso chiama i suoi discepoli dopo la sua Risurrezione: “Andate ad annunziare ai miei fratelli” ( Mt 28,10; Gv 20,17 ). Fratelli non per natura, ma per dono della grazia, perché questa filiazione adottiva procura una reale partecipazione alla vita del Figlio unico, la quale si è pienamente rivelata nella sua Risurrezione.

655

Infine, la Risurrezione di Cristo – e lo stesso Cristo risorto – è principio e sorgente della nostra risurrezione futura: “Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. . . ; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo” ( 1Cor 15,20-22 ). Nell’attesa di questo compimento, Cristo risuscitato vive nel cuore dei suoi fedeli. In lui i cristiani gustano “le meraviglie del mondo futuro” ( Eb 6,5 ) e la loro vita è trasportata da Cristo nel seno della vita divina: [Cf Col 3,1-3 ] “Egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro” ( 2Cor 5,15 ).

In sintesi

656

La fede nella Risurrezione ha per oggetto un avvenimento storicamente attestato dai discepoli che hanno realmente incontrato il Risorto, ed insieme misteriosamente trascendente in quanto entrata dell’umanità di Cristo nella gloria di Dio.

657

La tomba vuota e le bende per terra significano già per se stesse che il Corpo di Cristo è sfuggito ai legami della morte e della corruzione, per la potenza di Dio. Esse preparano i discepoli all’incontro con il Risorto.

658

Cristo, “il primogenito di coloro che risuscitano dai morti” ( Col 1,18 ), è il principio della nostra Risurrezione, fin d’ora per la giustificazione della nostra anima , [Cf Rm 6,4 ] più tardi per la vivificazione del nostro corpo [Cf Rm 8,11 ].

CRISTO PATI’, MORI’ E FU SEPOLTO

Articolo 4: “GESU’ CRISTO PATI’ SOTTO PONZIO PILATO, FU CROCIFISSO, MORI’ E FU SEPOLTO”

571

Il Mistero pasquale della croce e della Risurrezione di Cristo è al centro della Buona Novella che gli Apostoli, e la Chiesa dopo di loro, devono annunziare al mondo. Il disegno salvifico di Dio si è compiuto una volta per tutte [Cf Eb 9,26 ] con la morte redentrice del Figlio suo Gesù Cristo.

572

La Chiesa resta fedele all'”interpretazione di tutte le Scritture” data da Gesù stesso sia prima, sia dopo la sua Pasqua: “Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” ( Lc 24,26-27; Lc 24,44-45 ). Le sofferenze di Gesù hanno preso la loro forma storica concreta dal fatto che egli è stato “riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi” ( Mc 8,31 ), i quali lo hanno consegnato “ai pagani” perché fosse “schernito e flagellato e crocifisso” ( Mt 20,19 ).

573

La fede può dunque cercare di indagare le circostanze della morte di Gesù, fedelmente riferite dai Vangeli [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 19] e illuminate da altre fonti storiche, al fine di una migliore comprensione del senso della Redenzione.

Paragrafo 1: GESU’ E ISRAELE

574

Fin dagli inizi del ministero pubblico di Gesù, alcuni farisei e alcuni sostenitori di Erode, con dei sacerdoti e degli scribi, si sono accordati per farlo morire [Cf Mc 3,6 ]. Per certe sue azioni, [Cacciata di demoni, cf Mt 12,24; perdono dei peccati, cf Mc 2,7; guarigioni in gior- no di sabato, cf Mc 3,1-6; interpretazione originale dei precetti di purità della Legge, cf Mc 7,14-23; familiarità con i pubblicani e i pubblici peccatori, cf Mc 2,14-17 ] Gesù è apparso ad alcuni malintenzionati sospetto di possessione demoniaca [Cf Mc 3,22; Gv 8,48; 574 Gv 10,20 ]. Lo si accusa di bestemmia [Cf Mc 2,7; 574 Gv 5,18; Gv 10,33 ] e di falso profetismo, [Cf Gv 7,12; Gv 7,52 ] crimini religiosi che la Legge puniva con la pena di morte sotto forma di lapidazione [Cf Gv 8,59; Gv 10,31 ].

575

Molte azioni e parole di Gesù sono dunque state un “segno di contraddizione” ( Lc 2,34 ) per le autorità religiose di Gerusalemme, quelle che il Vangelo di san Giovanni spesso chiama “i Giudei”, [Cf Gv 1,19; Gv 2,18; Gv 5,10; Gv 7,13; Gv 9,22; Gv 18,12; 575 Gv 19,38; Gv 20,19 ] ancor più che per il comune popolo di Dio ( Gv 7,48-49 ). Certamente, i suoi rapporti con i farisei non furono esclusivamente polemici. Ci sono dei farisei che lo mettono in guardia in ordine al pericolo che corre [Cf Lc 13,31 ]. Gesù loda alcuni di loro, come lo scriba di Mc 12,34 , e mangia più volte in casa di farisei [Cf Lc 7,36; Lc 14,1 ]. Gesù conferma dottrine condivise da questa élite religiosa del popolo di Dio: la risurrezione dei morti,

[Cf Mt 22,23-34; Lc 20,39 ] le forme di pietà (elemosina, preghiera e digiuno), [Cf Mt 6,2-18 ] e l’abitudine di rivolgersi a Dio come Padre, la centralità del comandamento dell’amore di Dio e del del prossimo [Cf Mc 12,28-34 ].

576

Agli occhi di molti in Israele, Gesù sembra agire contro le istituzioni fondamentali del Popolo eletto:

– L’obbedienza alla Legge nell’integralità dei suoi precetti scritti e, per i farisei, nell’interpretazione della tradizione orale.

– La centralità del Tempio di Gerusalemme come luogo santo dove Dio abita in un modo privilegiato.

– La fede nell’unico Dio del quale nessun uomo può condividere la gloria.

I. Gesù e la Legge

577

Gesù ha fatto una solenne precisazione all’inizio del Discorso della Montagna, quando ha presentato, alla luce della grazia della Nuova Alleanza, la Legge data da Dio sul Sinai al momento della Prima Alleanza:

Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla Legge, senza che tutto sia compiuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel Regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel Regno dei cieli ( Mt 5,17-19 ).

578

Gesù, il Messia d’Israele, il più grande quindi nel Regno dei cieli, aveva il dovere di osservare la Legge, praticandola nella sua integralità fin nei minimi precetti, secondo le sue stesse parole. Ed è anche il solo che l’abbia potuto fare perfettamente [Cf Gv 8,46 ]. Gli Ebrei, secondo quanto essi stessi confessano, non hanno mai potuto osservare la Legge nella sua integralità senza trasgredire il più piccolo precetto [Cf Gv 7,19; 578 At 13,38-41; At 15,10 ]. Per questo, ogni anno, alla festa dell’Espiazione, i figli d’Israele chiedono perdono a Dio per le loro trasgressioni della Legge. In realtà, la Legge costituisce un tutto unico e, come ricorda san Giacomo, “chiunque osservi tutta la Legge, ma la trasgredisca in un punto solo, diventa colpevole di tutto” ( Gc 2,10 ) [Cf Gal 3,10; Gal 5,3 ].

579

Il principio dell’integralità dell’osservanza della Legge, non solo nella lettera ma nel suo spirito, era caro ai farisei. Mettendolo in forte risalto per Israele, essi hanno condotto molti Ebrei del tempo di Gesù a uno zelo religioso estremo [Cf Rm 10,2 ]. E questo, se non voleva risolversi in una casistica “ipocrita”, [Cf Mt 15,3-7; Lc 11,39-54 ] non poteva che preparare il Popolo a quell’inaudito intervento di Dio che sarà l’osservanza perfetta della Legge da parte dell’unico Giusto al posto di tutti i peccatori [Cf Is 53,11; Eb 9,15 ].

580

L’adempimento perfetto della Legge poteva essere soltanto l’opera del divino Legislatore nato sotto la Legge nella Persona del Figlio [Cf Gal 4,4 ]. Con Gesù, la Legge non appare più incisa su tavole di pietra ma scritta nel “cuore” ( Ger 31,33 ) del Servo che, proclamando “il diritto con fermezza” ( Is 42,3 ), diventa l'”Alleanza del Popolo” ( Is 42,6 ). Gesù compie la Legge fino a prendere su di sé “la maledizione della Legge” ( Gal 3,13 ), in cui erano incorsi coloro che non erano rimasti fedeli “a tutte le cose scritte nel libro della Legge” ( Gal 3,10 ); infatti la morte di Cristo intervenne “per la redenzione delle colpe commesse sotto la Prima Alleanza” ( Eb 9,15 ).

581

Gesù è apparso agli occhi degli Ebrei e dei loro capi spirituali come un “rabbi” [Cf Gv 11,28; Gv 3,2; 581 Mt 22,23-24; Mt 22,34-36 ]. Spesso egli ha usato argomentazioni che rientravano nel quadro dell’interpretazione rabbinica della Legge [Cf Mt 12,5; Mt 9,12; Mc 2,23-27; Lc 6,6-9; Gv 7,22-23 ]. Ma al tempo stesso, Gesù non poteva che urtare i dottori della Legge; infatti, non si limitava a proporre la sua interpretazione accanto alle loro: “Egli insegnava come uno che ha autorità e non come i loro scribi” ( Mt 7,29 ). In lui, è la Parola stessa di Dio, risuonata sul Sinai per dare a Mosè la Legge scritta, a farsi di nuovo sentire sul Monte delle Beatitudini [Cf Mt 5,1 ]. Essa non abolisce la Legge, ma la porta a compimento dandone in maniera divina l’interpretazione definitiva: “Avete inteso che fu detto agli antichi. . . ma io vi dico” ( Mt 5,33-34 ). Con questa stessa autorità divina, Gesù sconfessa certe “tradizioni degli uomini” ( Mc 7,8 ) care ai farisei i quali annullano ” la Parola di Dio ” ( Mc 7,13 ).

582

Spingendosi oltre, Gesù dà compimento alla Legge sulla purità degli alimenti, tanto importante nella vita quotidiana giudaica, svelandone il senso “pedagogico” [Cf Gal 3,24 ] con una interpretazione divina: “Tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può contaminarlo. . . Dichiarava così mondi tutti gli alimenti. . . Ciò che esce dall’uomo, questo sì contamina l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore dell’uomo, escono le intenzioni cattive” ( Mc 7,18-21 ). Dando con autorità divina l’interpretazione definitiva della Legge, Gesù si è trovato a scontrarsi con certi dottori della Legge, i quali non ne accettavano la sua interpretazione, sebbene fosse garantita dai segni divini che la accompagnavano [Cf Gv 5,36; Gv 10,25; Gv 5,37-38; 582 Gv 12,37 ]. Ciò vale soprattutto per la questione del sabato: Gesù ricorda, ricorrendo spesso ad argomentazioni rabbiniche, [Cf Mc 2,25-27; 582 Gv 7,22-24 ] che il riposo del sabato non viene violato dal servizio di Dio [Cf Mt 12,5; Nm 28,9 ] o del prossimo, [Cf Lc 13,15-16; Lc 14,3-4 ] servizio che le guarigioni da lui operate compiono.

II. Gesù e il Tempio

583

Gesù, come prima di lui i profeti, ha manifestato per il Tempio di Gerusalemme il più profondo rispetto. Vi è stato presentato da Giuseppe e Maria quaranta giorni dopo la nascita ( Lc 2,22-39 ). All’età di dodici anni decide di rimanere nel Tempio, per ricordare ai suoi genitori che egli deve occuparsi delle cose del Padre suo [Cf Lc 2,46-49 ]. Vi è salito ogni anno, almeno per la Pasqua, durante la sua vita nascosta; [Cf Lc 2,41 ] lo stesso suo ministero pubblico è stato ritmato dai suoi pellegrinaggi a Gerusalemme per le grandi feste giudaiche [Cf Gv 2,13-14; Gv 5,1; Gv 2,14; Gv 7,1; Gv 2,10; Gv 2,14; 583 Gv 8,2; Gv 10,22-23 ].

584

Gesù è salito al Tempio come al luogo privilegiato dell’incontro con Dio. Per lui il Tempio è la dimora del Padre suo, una casa di preghiera, e si accende di sdegno per il fatto che il cortile esterno è diventato un luogo di commercio [Cf Mt 21,13 ]. Se scaccia i mercanti dal Tempio, a ciò è spinto dall’amore geloso per il Padre suo: “”Non fate della casa di mio Padre un luogo di mercato”. I discepoli si ricordarono che sta scritto: “Lo zelo per la tua casa mi divora” ( Gv 2,16-17 ). Dopo la sua Risurrezione, gli Apostoli hanno conservato un religioso rispetto per il Tempio [Cf At 2,46; At 3,1; At 5,20; At 2,21; 584 ecc].

585

Alla vigilia della sua passione, Gesù ha però annunziato la distruzione di questo splendido edificio, di cui non sarebbe rimasta pietra su pietra [Cf Mt 24,1-2 ]. In ciò vi è l’annunzio di un segno degli ultimi tempi che stanno per iniziare con la sua Pasqua [Cf Mt 24,3; Lc 13,35 ]. Ma questa profezia ha potuto essere riferita in maniera deformata da falsi testimoni al momento del suo interrogatorio presso il sommo sacerdote [Cf Mc 14,57-58 ] e ripetuta come ingiuria mentre era inchiodato sulla croce [Cf Mt 27,39-40 ].

586

Lungi dall’essere stato ostile al Tempio [Cf Mt 8,4; Mt 23,21; Lc 17,14; Gv 4,22 ] dove ha dato l’essenziale del suo insegnamento, [Cf Gv 18,20 ] Gesù ha voluto pagare la tassa per il Tempio associandosi a Pietro, [Cf Mt 17,24-27 ] che aveva posto come fondamento di quella che sarebbe stata la sua Chiesa [Cf Mt 16,18 ]. Ancor più, egli si è identificato con il Tempio presentandosi come la dimora definitiva di Dio in mezzo agli uomini [Cf Gv 2,21; Mt 12,6 ]. Per questo la sua uccisione nel corpo [Cf Gv 2,18-22 ] annunzia la distruzione del Tempio, distruzione che manifesterà l’entrata in una nuova età della storia della salvezza: “E’ giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre” ( Gv 4,21 ) [Cf Gv 4,23-24; 586 Mt 27,51; Eb 9,11; Ap 21,22 ].

III. Gesù e la fede d’Israele nel Dio unico e Salvatore

587

Se la Legge e il Tempio di Gerusalemme hanno potuto essere occasione di “contraddizione” [Cf Lc 2,34 ] da parte di Gesù per le autorità religiose di Israele, è però il suo ruolo nella redenzione dei peccati, opera divina per eccellenza, a rappresentare per costoro la vera pietra d’inciampo [Cf Lc 20,17-18; Sal 118,22 ].

588

Gesù ha scandalizzato i farisei mangiando con i pubblicani e i peccatori [Cf Lc 5,30 ] con la stessa familiarità con cui pranzava con loro [Cf Lc 7,36; 588 Lc 11,37; Lc 14,1 ]. Contro quelli tra i farisei “che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri” ( Lc 18,9 ), [Cf Gv 7,49; Gv 9,34 ] Gesù ha affermato: “Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi” ( Lc 5,32 ). Si è spinto oltre, proclamando davanti ai farisei che, essendo il peccato universale, [Cf Gv 8,33-36 ] coloro che presumono di non aver bisogno di salvezza, sono ciechi sul proprio conto [Cf Gv 9,40-41 ].

589

Gesù ha suscitato scandalo soprattutto per aver identificato il proprio comportamento misericordioso verso i peccatori con l’atteggiamento di Dio stesso a loro riguardo [Cf Mt 9,13; Os 6,6 ]. E’ arrivato a lasciar intendere che, sedendo a mensa con i peccatori, [ Cf Lc 15,1-2 ] li ammetteva al banchetto messianico [Cf Lc 15,23-32 ]. Ma è soprattutto perdonando i peccati, che Gesù ha messo le autorità religiose di Israele di fronte a un dilemma. Infatti, come costoro, inorriditi, giustamente affermano, solo Dio può rimettere i peccati [Cf Mc 2,7 ]. Perdonando i peccati, Gesù o bestemmia perché è un uomo che si fa uguale a Dio, [Cf Gv 5,18; Gv 10,33 ] oppure dice il vero e la sua Persona rende presente e rivela il Nome di Dio [Cf Gv 17,6; Gv 17,26 ].

590

Soltanto l’identità divina della Persona di Gesù può giustificare un’esigenza assoluta come questa: “Chi non è con me è contro di me” ( Mt 12,30 ); altrettanto quando egli dice che in lui c’è “più di Giona. . . più di Salomone” ( Mt 12,41-42 ), “c’è qualcosa più grande del Tempio” ( Mt 12,6 ); quando ricorda, a proprio riguardo, che Davide ha chiamato il Messia suo Signore, [Cf Mt 12,36; Mt 12,37 ] e quando afferma: “Prima che Abramo fosse, Io Sono” ( Gv 8,58 ); e anche: “Io e il Padre siamo una cosa sola” ( Gv 10,30 ).

591

Gesù ha chiesto alle autorità religiose di Gerusalemme di credere in lui a causa delle opere del Padre che egli compiva [Cf Gv 10,36-38 ]. Un tale atto di fede, però, doveva passare attraverso una misteriosa morte a se stessi per una rinascita “dall’alto” ( Gv 3,7 ), sotto lo stimolo della grazia divina [Cf Gv 6,44 ]. Una simile esigenza di conversione di fronte a un così sorprendente compimento delle promesse [Cf Is 53,1 ] permette di capire il tragico disprezzo del sinedrio che ha stimato Gesù meritevole di morte perché bestemmiatore [Cf Mc 3,6; Mt 26,64-66 ]. I suoi membri agivano così per “ignoranza” [Cf Lc 23,34; At 3,17-18 ] e al tempo stesso per l'”indurimento” ( Mc 3,5; 591 Rm 11,25 ) dell’incredulità [Cf Rm 11,20 ].

In sintesi

592

Gesù non ha abolito la Legge del Sinai, ma l’ha portata a compimento [Cf Mt 5,17-19 ] con una tale perfezione [Cf Gv 8,46 ] da rivelarne il senso ultimo [Cf Mt 5,33 ss] e da riscattarne le trasgressioni [Cf Eb 9,15 ].

593

Gesù ha venerato il Tempio salendovi in occasione delle feste giudaiche di pellegrinaggio e ha amato di un amore geloso questa dimora di Dio in mezzo agli uomini. Il Tempio prefigura il suo Mistero. Se ne predice la distruzione, è per manifestare la sua propria uccisione e l’inizio di una nuova epoca della storia della salvezza, nella quale il suo Corpo sarà il Tempio definitivo.

594

Gesù ha compiuto azioni, quale il perdono dei peccati, che lo hanno rivelato come il Dio Salvatore [Cf Gv 5,16-18 ]. Alcuni Giudei, i quali non riconoscevano il Dio fatto uomo , [Cf Gv 1,14 ] ma vedevano in lui “un uomo” che si faceva “Dio” ( Gv 10,33 ), l’hanno giudicato un bestemmiatore.

Paragrafo 2: GESU’ MORI’ CROCIFISSO

I. Il processo di Gesù

Divisioni delle autorità ebraiche a riguardo di Gesù

595

Tra le autorità religiose di Gerusalemme non ci sono stati solamente il fariseo Nicodemo [Cf Gv 7,50 ] o il notabile Giuseppe di Arimatea ad essere, di nascosto, discepoli di Gesù, [Cf Gv 19,38-39 ] ma a proposito di lui [Cf Gv 9,16-17; Gv 10,19-21 ] sono sorti dissensi per lungo tempo al punto che alla vigilia stessa della sua passione, san Giovanni può dire di essi che “molti credettero in lui” anche se in maniera assai imperfetta ( Gv 12,42 ). La cosa non ha nulla di sorprendente se si tiene presente che all’indomani della Pentecoste “un gran numero di sacerdoti aderiva alla fede” ( At 6,7 ) e che “alcuni della setta dei farisei erano diventati credenti” ( At 15,5 ) al punto che san Giacomo può dire a san Paolo che “parecchie migliaia di Giudei sono venuti alla fede e tutti sono gelosamente attaccati alla Legge” ( At 21,20 ).

596

Le autorità religiose di Gerusalemme non sono state unanimi nella condotta da tenere nei riguardi di Gesù [Cf Gv 9,16; Gv 10,19 ]. I farisei hanno minacciato di scomunica coloro che lo avrebbero seguito [Cf Gv 9,22 ]. A coloro che temevano che tutti avrebbero creduto in lui e i Romani sarebbero venuti e avrebbero distrutto il loro Luogo santo e la loro nazione [Cf Gv 11,48 ] il sommo sacerdote Caifa propose profetizzando: E’ “meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera” ( Gv 11,49-50 ). Il Sinedrio, avendo dichiarato Gesù “reo di morte” ( Mt 26,66 ) in quanto bestemmiatore, ma avendo perduto il diritto di mettere a morte, [Cf Gv 18,31 ] consegna Gesù ai Romani accusandolo di rivolta politica, [Cf Lc 23,2 ] cosa che lo metterà alla pari con Barabba accusato di “sommossa” ( Lc 23,19 ). Sono anche minacce politiche quelle che i sommi sacerdoti esercitano su Pilato perché egli condanni a morte Gesù [Cf Gv 19,12; 596 Gv 19,15; Gv 19,21 ].

Gli Ebrei non sono collettivamente responsabili della morte di Gesù

597

Tenendo conto della complessità storica del processo di Gesù espressa nei racconti evangelici, e quale possa essere il peccato personale dei protagonisti del processo (Giuda, il Sinedrio, Pilato), che Dio solo conosce, non si può attribuirne la responsabilità all’insieme degli Ebrei di Gerusalemme, malgrado le grida di una folla manipolata [Cf Mc 15,11 ] e i rimproveri collettivi contenuti negli appelli alla conversione dopo la Pentecoste [Cf At 2,23; At 2,36; At 3,13-14; At 4,10; 597 At 5,30; At 7,52; At 10,39; At 13,27-28; 1Ts 2,14-15 ]. Gesù stesso perdonando sulla croce [Cf Lc 23,34 ] e Pietro sul suo esempio, hanno riconosciuto l'”ignoranza” ( At 3,17 ) degli Ebrei di Gerusalemme ed anche dei loro capi. Ancor meno si può, a partire dal grido del popolo: “Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli” ( Mt 27,25 ) che è una formula di ratificazione, [Cf At 5,28; 597 At 18,6 ] estendere la responsabilità agli altri Ebrei nel tempo e nello spazio:

Molto bene la Chiesa ha dichiarato nel Concilio Vaticano II: “Quanto è stato commesso durante la Passione non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo. . . Gli Ebrei non devono essere presentati né come rigettati da Dio, né come maledetti, come se ciò scaturisse dalla Sacra Scrittura” [Conc. Ecum. Vat. II, Nostra aetate, 4].

Tutti i peccatori furono gli autori della Passione di Cristo

598

La Chiesa, nel magistero della sua fede e nella testimonianza dei suoi santi, non ha mai dimenticato che “ogni singolo peccatore è realmente causa e strumento delle. . . sofferenze” del divino Redentore [Catechismo Romano, 1, 5, 11; cf Eb 12,3 ]. Tenendo conto del fatto che i nostri peccati offendono Cristo stesso, [Cf Mt 25,45; At 9,4-5 ] la Chiesa non esita ad imputare ai cristiani la responsabilità più grave nel supplizio di Gesù, responsabilità che troppo spesso essi hanno fatto ricadere unicamente sugli Ebrei:

E’ chiaro che più gravemente colpevoli sono coloro che più spesso ricadono nel peccato. Se infatti le nostre colpe hanno tratto Cristo al supplizio della croce, coloro che si immergono nell’iniquità crocifiggono nuovamente, per quanto sta in loro, il Figlio di Dio e lo scherniscono [Cf Eb 6,6 ] con un delitto ben più grave in loro che non negli Ebrei. Questi infatti – afferma san Paolo non avrebbero crocifisso Gesù se lo avessero conosciuto come re divino [Cf 1Cor 2,8 ]. Noi cristiani, invece, pur confessando di conoscerlo, di fatto lo rinneghiamo con le nostre opere e leviamo contro di lui le nostre mani violente e peccatrici [Catechismo Romano, 1, 5, 11].

E neppure i demoni lo crocifissero, ma sei stato tu con essi a crocifiggerlo, e ancora lo crocifiggi, quando ti diletti nei vizi e nei peccati [San Francesco d’Assisi, Admonitio, 5, 3].

II. La morte redentrice di Cristo nel disegno divino della salvezza

“Gesù consegnato secondo il disegno prestabilito di Dio”

599

La morte violenta di Gesù non è stata frutto del caso in un concorso sfavorevole di circostanze. Essa appartiene al mistero del disegno di Dio, come spiega san Pietro agli Ebrei di Gerusalemme fin dal suo primo discorso di Pentecoste: “Egli fu consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio” ( At 2,23 ). Questo linguaggio biblico non significa che quelli che hanno “consegnato” Gesù ( At 3,13 ) siano stati solo esecutori passivi di una vicenda scritta in precedenza da Dio.

600

Tutti i momenti del tempo sono presenti a Dio nella loro attualità. Egli stabilì dunque il suo disegno eterno di “predestinazione” includendovi la risposta libera di ogni uomo alla sua grazia: “Davvero in questa città si radunarono insieme contro il tuo santo servo Gesù, che hai unto come Cristo, Erode e Ponzio Pilato con le genti e i popoli d’Israele [Cf Sal 2,1-2 ] per compiere ciò che la tua mano e la tua volontà avevano preordinato che avvenisse” ( At 4,27-28 ). Dio ha permesso gli atti derivati dal loro accecamento [Cf Mt 26,54; Gv 18,36; Gv 19,11 ] al fine di compiere il suo disegno di salvezza [Cf At 3,17-18 ].

“Morto per i nostri peccati secondo le Scritture”

601

Questo disegno divino di salvezza attraverso la messa a morte del Servo, il Giusto, [Cf Is 53,11; 601 At 3,14 ] era stato anticipatamente annunziato nelle Scritture come un mistero di redenzione universale, cioè di riscatto che libera gli uomini dalla schiavitù del peccato [Cf Is 53,11-12; 601 Gv 8,34-36 ]. San Paolo professa, in una confessione di fede che egli dice di avere “ricevuto”, che “Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture ” ( 1Cor 15,3 ) [Cf At 3,18; At 7,52; At 13,29; 601 At 26,22-23 ]. La morte redentrice di Gesù compie in particolare la profezia del Servo sofferente [Cf Is 53,7-8 e At 8,32-35 ]. Gesù stesso ha presentato il senso della sua vita e della sua morte alla luce del Servo sofferente [Cf Mt 20,28 ]. Dopo la Risurrezione, egli ha dato questa interpretazione delle Scritture ai discepoli di Emmaus, [Cf Lc 24,25-27 ] poi agli stessi Apostoli [Cf Lc 24,44-45 ].

“Dio l’ha fatto peccato per noi”

602

San Pietro può, di conseguenza, formulare così la fede apostolica nel disegno divino della salvezza: “Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia. Egli fu predestinato, già prima della fondazione del mondo, ma si è manifestato negli ultimi tempi per voi” ( 1Pt 1,18-20 ). I peccati degli uomini, conseguenti al peccato originale, sono sanzionati dalla morte [Cf Rm 5,12; 1Cor 15,56 ]. Inviando il suo proprio Figlio nella condizione di servo, [Cf Fil 2,7 ] quella di una umanità decaduta e votata alla morte a causa del peccato, [Cf Rm 8,3 ] “colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio” ( 2Cor 5,21 ).

603

Gesù non ha conosciuto la riprovazione come se egli stesso avesse peccato [Cf Gv 8,46 ]. Ma nell’amore redentore che sempre lo univa al Padre, [Cf Gv 8,29 ] egli ci ha assunto nella nostra separazione da Dio a causa del peccato al punto da poter dire a nome nostro sulla croce: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?” ( Mc 15,34; 603 Sal 22,2 ). Avendolo reso così solidale con noi peccatori, “Dio non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi” ( Rm 8,32 ) affinché noi fossimo “riconciliati con lui per mezzo della morte del Figlio suo” ( Rm 5,10 ).

Dio ha l’iniziativa dell’amore redentore universale

604

Nel consegnare suo Figlio per i nostri peccati, Dio manifesta che il suo disegno su di noi è un disegno di amore benevolo che precede ogni merito da parte nostra. “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” ( 1Gv 4,10 ) [Cf 1Gv 4,19 ]. “Dio dimostra il suo amore verso di noi, perché mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” ( Rm 5,8 ).

605

Questo amore è senza esclusioni; Gesù l’ha richiamato a conclusione della parabola della pecorella smarrita: “Così il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli” ( Mt 18,14 ). Egli afferma di “dare la sua vita in riscatto per molti ” ( Mt 20,28 ); quest’ultimo termine non è restrittivo: oppone l’insieme dell’umanità all’unica persona del Redentore che si consegna per salvarla [Cf Rm 5,18-19 ]. La Chiesa, seguendo gli Apostoli, [Cf 2Cor 5,15; 1Gv 2,2 ] insegna che Cristo è morto per tutti senza eccezioni: “Non vi è, non vi è stato, non vi sarà alcun uomo per il quale Cristo non abbia sofferto” [Concilio di Quierzy (853): Denz. -Schönm.,624].

III. Cristo ha offerto se stesso al Padre per i nostri peccati

Tutta la vita di Cristo è offerta al Padre

606

Il Figlio di Dio “disceso dal cielo non per fare” la sua “volontà ma quella di colui che” l’ha “mandato” ( Gv 6,38 ), “entrando nel mondo dice: . . Ecco, io vengo. . . per fare, o Dio, la tua volontà. . . Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del Corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre” ( Eb 10,5-10 ). Dal primo istante della sua Incarnazione, il Figlio abbraccia nella sua missione redentrice il disegno divino di salvezza: “Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera” ( Gv 4,34 ). Il sacrificio di Gesù “per i peccati di tutto il mondo” ( 1Gv 2,2 ) è l’espressione della sua comunione d’amore con il Padre: “Il Padre mi ama perché io offro la mia vita” ( Gv 10,17 ). “Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato” ( Gv 14,31 ).

607

Questo desiderio di abbracciare il disegno di amore redentore del Padre suo anima tutta la vita di Gesù [Cf Lc 12,50; Lc 22,15; Mt 16,21-23 ] perché la sua Passione redentrice è la ragion d’essere della sua Incarnazione: “Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora!” ( Gv 12,27 ). “Non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?” ( Gv 18,11 ). E ancora sulla croce, prima che tutto sia compiuto, [Cf Gv 19,30 ] egli dice: “Ho sete” ( Gv 19,28 ).

“L’Agnello che toglie il peccato del mondo”

608

Dopo aver accettato di dargli il battesimo tra i peccatori, [Cf Lc 3,21; Mt 3,14-15 ] Giovanni Battista ha visto e mostrato in Gesù “l’Agnello di Dio.. . che toglie il peccato del mondo” ( Gv 1,29 ) [Cf Gv 1,36 ]. Egli manifesta così che Gesù è insieme il Servo sofferente che si lascia condurre in silenzio al macello [Cf Is 53,7; 608 Ger 11,19 ] e porta il peccato delle moltitudini [Cf Is 53,12 ] e l’agnello pasquale simbolo della redenzione di Israele al tempo della prima Pasqua [Cf Es 12,3-14; e anche Gv 19,36; 1Cor 5,7 ]. Tutta la vita di Cristo esprime la sua missione: “servire e dare la propria vita in riscatto per molti”( Mc 10,45 )

Gesù liberamente fa suo l’amore redentore del Padre

609

Accogliendo nel suo cuore umano l’amore del Padre per gli uomini, Gesù “li amò sino alla fine” ( Gv 13,1 ) “perché nessuno ha un amore più grande di questo: dare la propria vita per i propri amici” ( Gv 15,13 ). Così nella sofferenza e nella morte, la sua umanità è diventata lo strumento libero e perfetto del suo amore divino che vuole la salvezza degli uomini [ Cf Eb 2,10; Eb 2,17-18; Eb 4,15; Eb 5,7-9 ]. Infatti, egli ha liberamente accettato la sua passione e la sua morte per amore del Padre suo e degli uomini che il Padre vuole salvare: “Nessuno mi toglie la vita, ma la offro da me stesso” ( Gv 10,18 ). Di qui la sovrana libertà del Figlio di Dio quando va liberamente verso la morte [Cf Gv 18,4-6; 609 Mt 26,53 ].

Alla Cena Gesù ha anticipato l’offerta libera della sua vita

610

La libera offerta che Gesù fa di se stesso ha la sua più alta espressione nella Cena consumata con i Dodici Apostoli [Cf Mt 26,20 ] nella “notte in cui veniva tradito” ( 1Cor 11,23 ). La vigilia della sua passione, Gesù, quand’era ancora libero, ha fatto di quest’ultima Cena con i suoi Apostoli il memoriale della volontaria offerta di sé al Padre [Cf 1Cor 5,7 ] per la salvezza degli uomini: “Questo è il mio Corpo che è dato per voi” ( Lc 22,19 ). “Questo è il mio Sangue dell’Alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati” ( Mt 26,28 ).

611

L’Eucaristia che egli istituisce in questo momento sarà il “memoriale” [Cf 1Cor 11,25 ] del suo sacrificio. Gesù nella sua offerta include gli Apostoli e chiede loro di perpetuarla [Cf Lc 22,19 ]. Con ciò, Gesù istituisce i suoi Apostoli sacerdoti della Nuova Alleanza: “Per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità” ( Gv 17,19 ) [Cf Concilio di Trento: Denz. -Schönm. , 1752; 1764].

L’agonia del Getsemani

612

Il calice della Nuova Alleanza, che Gesù ha anticipato alla Cena offrendo se stesso, [Cf Lc 22,20 ] in seguito egli lo accoglie dalle mani del Padre nell’agonia al Getsemani [Cf Mt 26,42 ] facendosi “obbediente fino alla morte” ( Fil 2,8 ) [Cf Eb 5,7-8 ]. Gesù prega: “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice!” ( Mt 26,39 ). Egli esprime così l’orrore che la morte rappresenta per la sua natura umana. Questa, infatti, come la nostra, è destinata alla vita eterna; in più, a differenza della nostra, è perfettamente esente dal peccato [Cf Eb 4,15 ] che causa la morte; [Cf Rm 5,12 ] ma soprattutto è assunta dalla Persona divina dell’ “Autore della vita” ( At 3,15 ), del “Vivente” ( Ap 1,17 ) [Cf Gv 1,4; Gv 5,26 ]. Accettando nella sua volontà umana che sia fatta la volontà del Padre, [Cf Mt 26,42 ] Gesù accetta la sua morte in quanto redentrice, per “portare i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce” ( 1Pt 2,24 ).

La morte di Cristo è il sacrificio unico e definitivo

613

La morte di Cristo è contemporaneamente il sacrificio pasquale che compie la redenzione definitiva degli uomini [Cf 1Cor 5,7; Gv 8,34-36 ] per mezzo dell'”Agnello che toglie il peccato del mondo” ( Gv 1,29 ) [Cf 1Pt 1,19 ] e il sacrificio della Nuova Alleanza [Cf 1Cor 11,25 ] che di nuovo mette l’uomo in comunione con Dio [Cf Es 24,8 ] riconciliandolo con lui mediante il sangue “versato per molti in remissione dei peccati” ( Mt 26,28 ) [Cf Lv 16,15-16 ].

614

Questo sacrificio di Cristo è unico: compie e supera tutti i sacrifici [Cf Eb 10,10 ]. Esso è innanzitutto un dono dello stesso Dio Padre che consegna il Figlio suo per riconciliare noi con lui [Cf 1Gv 4,10 ]. Nel medesimo tempo è offerta del Figlio di Dio fatto uomo che, liberamente e per amore, [Cf Gv 15,13 ] offre la propria vita [Cf Gv 10,17-18 ] al Padre suo nello Spirito Santo [Cf Eb 9,14 ] per riparare la nostra disobbedienza.

Gesù sostituisce la sua obbedienza alla nostra disobbedienza

615

“Come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti” ( Rm 5,19 ). Con la sua obbedienza fino alla morte, Gesù ha compiuto la sostituzione del Servo sofferente che offre “se stesso in espiazione “, mentre porta “il peccato di molti”, e li giustifica addossandosi “la loro iniquità” [Cf Is 53,10-12 ]. Gesù ha riparato per i nostri errori e dato soddisfazione al Padre per i nostri peccati [Cf Concilio di Trento: Denz. -Schönm., 1529].

Sulla croce, Gesù consuma il suo sacrificio

616

E’ l’amore “sino alla fine” ( Gv 13,1 ) che conferisce valore di redenzione e di riparazione, di espiazione e di soddisfazione al sacrificio di Cristo. Egli ci ha tutti conosciuti e amati nell’offerta della sua vita [Cf Gal 2,20; Ef 5,2; Ef 5,25 ]. “L’amore del Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti” ( 2Cor 5,14 ). Nessun uomo, fosse pure il più santo, era in grado di prendere su di sé i peccati di tutti gli uomini e di offrirsi in sacrificio per tutti. L’esistenza in Cristo della Persona divina del Figlio, che supera e nel medesimo tempo abbraccia tutte le persone umane e lo costituisce Capo di tutta l’umanità, rende possibile il suo sacrificio redentore per tutti .

617

“Sua sanctissima passione in ligno crucis nobis justificationem meruit – La sua santissima passione sul legno della croce ci meritò la giustificazione” insegna il Concilio di Trento [Denz. -Schönm., 1529] sottolineando il carattere unico del sacrificio di Cristo come “causa di salvezza eterna” ( Eb 5,9 ). E la Chiesa venera la croce cantando: “O crux, ave, spes unica – Ave, o croce, unica speranza” [Inno “Vexilla Regis”].

La nostra partecipazione al sacrificio di Cristo

618

La croce è l’unico sacrificio di Cristo, che è il solo “mediatore tra Dio e gli uomini” ( 1Tm 2,5 ). Ma, poiché nella sua Persona divina incarnata, “si è unito in certo modo ad ogni uomo”, [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 22] egli offre “a tutti la possibilità di venire in contatto, nel modo che Dio conosce, con il mistero pasquale” [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 22]. Egli chiama i suoi discepoli a prendere la loro croce e a seguirlo, [Cf Mt 16,24 ] poiché patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme [Cf 1Pt 2,21 ]. Infatti egli vuole associare al suo sacrificio redentore quelli stessi che ne sono i primi beneficiari [Cf Mc 10,39; Gv 21,18-19; Col 1,24 ]. Ciò si compie in maniera eminente per sua Madre, associata più intimamente di qualsiasi altro al mistero della sua sofferenza redentrice [Cf Lc 2,35 ].

Al di fuori della croce non vi è altra scala per salire al cielo [Santa Rosa da Lima; cf P. Hansen, Vita mirabilis, Louvain 1668].

In sintesi

619

“Cristo è morto per i nostri peccati secondo le Scritture” ( 1Cor 15,3 ).

620

La nostra salvezza proviene dall’iniziativa d’amore di Dio per noi poiché “è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” ( 1Gv 4,10 ). “E’ stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo” ( 2Cor 5,19 ).

621

Gesù si è liberamente offerto per la nostra salvezza. Questo dono egli lo significa e lo realizza in precedenza durante l’ultima Cena: “Questo è il mio Corpo che è dato per voi” ( Lc 22,19 ).

622

In questo consiste la redenzione di Cristo: egli “è venuto per. . . dare la sua vita in riscatto per molti” ( Mt 20,28 ), cioè ad amare “i suoi sino alla fine” ( Gv 13,1 ) perché essi siano “liberati dalla” loro “vuota condotta ereditata dai” loro “padri” ( 1Pt 1,18 ).

623

Mediante la sua obbedienza di amore al Padre “fino alla morte di croce” ( Fil 2,8 ), Gesù compie la missione espiatrice [Cf Is 53,10 ] del Servo sofferente che giustifica molti addossandosi la loro iniquità [Cf Is 53,11; 623 Rm 5,19 ].

Paragrafo 3: GESU’ CRISTO FU SEPOLTO

624

“Per la grazia di Dio, egli” ha provato “la morte a vantaggio di tutti” ( Eb 2,9 ). Nel suo disegno di salvezza, Dio ha disposto che il Figlio suo non solamente morisse “per i nostri peccati” ( 1Cor 15,3 ) ma anche “provasse la morte”, ossia conoscesse lo stato di morte, lo stato di separazione tra la sua anima e il suo Corpo per il tempo compreso tra il momento in cui egli è spirato sulla croce e il momento in cui è risuscitato. Questo stato di Cristo morto è il Mistero del sepolcro e della discesa agli inferi. E’ il Mistero del Sabato Santo in cui Cristo deposto nel sepolcro [Cf Gv 19,42 ] manifesta il grande riposo sabbatico di Dio [Cf Eb 4,4-9 ] dopo il compimento [Cf Gv 19,30 ] della salvezza degli uomini che mette in pace l’universo intero [Cf Col 1,18-20 ].

Cristo nel sepolcro con il suo Corpo

625

La permanenza di Cristo nella tomba costituisce il legame reale tra lo stato di passibilità di Cristo prima della Pasqua e il suo stato attuale glorioso di risorto. E’ la medesima Persona del “Vivente” che può dire: ” Io ero morto, ma ora vivo per sempre ” ( Ap 1,18 ).

Ed è questo il mistero del disegno di Dio circa la morte e la risurrezione dai morti: se pure non ha impedito che con la morte l’anima fosse separata dal corpo secondo l’ordine necessario della natura, li ha riuniti di nuovo insieme mediante la risurrezione, in modo che egli stesso divenisse punto d’incontro della morte e della vita, arrestando in se stesso la disgregazione della natura causata dalla morte, e insieme divenendo lui stesso principio di riunificazione degli elementi separati [San Gregorio di Nissa, Oratio catechetica, 16: PG 45, 52B].

626

Poiché l'”Autore della vita” che è stato ucciso [Cf At 3,15 ] è anche il Vivente che “è risuscitato”, [Cf Lc 24,5-6 ] necessariamente la Persona divina del Figlio di Dio ha continuato ad assumere la sua anima e il suo corpo separati tra di loro dalla morte:

La Persona unica non si è trovata divisa in due persone dal fatto che alla morte di Cristo l’anima è stata separata dalla carne; poiché il corpo e l’anima di Cristo sono esistiti al medesimo titolo fin da principio nella Persona del Verbo; e nella morte, sebbene separati l’uno dall’altra, sono restati ciascuno con la medesima ed unica Persona del Verbo [San Giovanni Damasceno, De fide orthodoxa, 3, 27: PG 94, 1098A].

“Non lascerai che il tuo Santo veda la corruzione”

627

La morte di Cristo è stata una vera morte in quanto ha messo fine alla sua esistenza umana terrena. Ma a causa dell’unione che la Persona del Figlio ha mantenuto con il suo Corpo, non si è trattato di uno spogliamento mortale come gli altri, perché “non era possibile che” la morte “lo tenesse in suo potere” [At 2,24] e perciò “la virtù divina ha preservato il Corpo di Cristo dalla corruzione” [San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, III, 51, 3]. Di Cristo si può dire contemporaneamente: “Fu eliminato dalla terra dei viventi” ( Is 53,8 ) e: “Il mio corpo riposa al sicuro, perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione” ( Sal 16,9-10 ) [Cf At 2,26-27 ]. La Risurrezione di Gesù “il terzo giorno” ( 1Cor 15,4; 627 Lc 24,46 ) [Cf Mt 12,40; Gn 2,1; Os 6,2 ] ne era il segno, anche perché si credeva che la corruzione si manifestasse a partire dal quarto giorno [Cf Gv 11,39 ].

“Sepolti con Cristo…”

628

Il Battesimo, il cui segno originale e plenario è l’immersione, significa efficacemente la discesa nella tomba del cristiano che muore al peccato con Cristo in vista di una vita nuova: “Per mezzo del Battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” ( Rm 6,4 ) [Cf Col 2,12; 628 Ef 5,26 ].

In sintesi

629

A beneficio di ogni uomo Gesù ha provato la morte [ Cf Eb 2,9 ]. Colui che è morto e che è stato sepolto è veramente il Figlio di Dio fatto uomo.

630

Durante la permanenza di Cristo nella tomba, la sua Persona divina ha continuato ad assumere sia la sua anima che il suo corpo, separati però tra di loro dalla morte. E’ per questo che il corpo di Cristo morto non ha conosciuto la corruzione [Cf At 13,37 ].

I MISTERI DELLA VITA DI CRISTO

Paragrafo 3: I MISTERI DELLA VITA DI CRISTO

512

Il Simbolo della fede, a proposito della vita di Cristo, non parla che dei Misteri dell’Incarnazione (concezione e nascita) e della Pasqua (passione, crocifissione, morte, sepoltura, discesa agli inferi, risurrezione, ascensione). Non dice nulla, in modo esplicito, dei Misteri della vita nascosta e della vita pubblica di Gesù, ma gli articoli della fede concernenti l’Incarnazione e la Pasqua di Gesù, illuminano tutta la vita terrena di Cristo. “Tutto quello che Gesù fece e insegnò dal principio fino al giorno in cui… fu assunto in cielo” ( At 1,1-2 ) deve essere visto alla luce dei Misteri del Natale e della Pasqua.

513

La catechesi, secondo le circostanze, svilupperà tutta la ricchezza dei Misteri di Gesù. Qui basta indicare alcuni elementi comuni a tutti i Misteri della vita di Cristo (I), per accennare poi ai principali Misteri della vita nascosta (II) e pubblica (III) di Gesù.

I. Tutta la vita di Cristo è Mistero

514

Non compaiono nei Vangeli molte cose che interessano la curiosità umana a riguardo di Gesù. Quasi niente vi si dice della sua vita a Nazaret, e anche di una notevole parte della sua vita pubblica non si fa parola [Cf Gv 20,30 ]. Ciò che è contenuto nei Vangeli, è stato scritto “perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo Nome” ( Gv 20,31 ).

515

I Vangeli sono scritti da uomini che sono stati tra i primi a credere [Cf Mc 1,1; Gv 21,24 ] e che vogliono condividere con altri la loro fede. Avendo conosciuto, nella fede, chi è Gesù, hanno potuto scorgere e fare scorgere in tutta la sua vita terrena le tracce del suo Mistero. Dalle fasce della sua nascita, [Cf Lc 2,7 ] fino all’aceto della sua passione [Cf Mt 27,48 ] e al sudario della Risurrezione, [Cf Gv 20,7 ] tutto nella vita di Gesù è segno del suo Mistero. Attraverso i suoi gesti, i suoi miracoli, le sue parole, è stato rivelato che “in lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” ( Col 2,9 ). In tal modo la sua umanità appare come “il sacramento”, cioè il segno e lo strumento della sua divinità e della salvezza che egli reca: ciò che era visibile nella sua vita terrena condusse al Mistero invisibile della sua filiazione divina e della sua missione redentrice.

I tratti comuni dei Misteri di Gesù

516

Tutta la vita di Cristo è Rivelazione del Padre: le sue parole e le sue azioni, i suoi silenzi e le sue sofferenze, il suo modo di essere e di parlare. Gesù può dire: “Chi vede me, vede il Padre” ( Gv 14,9 ), e il Padre: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo” ( Lc 9,35 ). Poiché il nostro Signore si è fatto uomo per compiere la volontà del Padre, [Cf Eb 10,5-7 ] i più piccoli tratti dei suoi Misteri ci manifestano “l’amore di Dio per noi” ( 1Gv 4,9 ).

517

Tutta la vita di Cristo è Mistero di Redenzione. La Redenzione è frutto innanzi tutto del sangue della croce, [Cf Ef 1,7; Col 1,13-14; 1Pt 1,18-19 ] ma questo Mistero opera nell’intera vita di Cristo: già nella sua Incarnazione, per la quale, facendosi povero, ci ha arricchiti con la sua povertà; [Cf 2Cor 8,9 ] nella sua vita nascosta che, con la sua sottomissione, [Cf Lc 2,51 ] ripara la nostra insubordinazione; nella sua parola che purifica i suoi ascoltatori; [Cf Gv 15,3 ] nelle guarigioni e negli esorcismi che opera, mediante i quali “ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie” ( Mt 8,17 ); [Cf Is 53,4 ] nella sua Risurrezione, con la quale ci giustifica [Cf Rm 4,25 ].

518

Tutta la vita di Cristo è Mistero di Ricapitolazione. Quanto Gesù ha fatto, detto e sofferto, aveva come scopo di ristabilire nella sua primitiva vocazione l’uomo decaduto:

Allorché si è incarnato e si è fatto uomo, ha ricapitolato in se stesso la lunga storia degli uomini e in breve ci ha procurato la salvezza, così che noi recuperassimo in Gesù Cristo ciò che avevamo perduto in Adamo, cioè d’essere ad immagine e somiglianza di Dio [Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3, 18, 1]. Per questo appunto Cristo è passato attraverso tutte le età della vita, restituendo con ciò a tutti gli uomini la comunione con Dio [Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3, 18, 1].

La nostra comunione ai Misteri di Gesù

519

Tutta la ricchezza di Cristo “è destinata ad ogni uomo e costituisce il bene di ciascuno” [Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptor hominis, 11]. Cristo non ha vissuto la sua vita per sé, ma per noi , dalla sua Incarnazione “per noi uomini e per la nostra salvezza” fino alla sua morte “per i nostri peccati” ( 1Cor 15,3 ) e alla sua Risurrezione “per la nostra giustificazione” ( Rm 4,25 ). E anche adesso, è “nostro avvocato presso il Padre” ( 1Gv 2,1 ), “essendo sempre vivo per intercedere” a nostro favore ( Eb 7,25 ). Con tutto ciò che ha vissuto e sofferto per noi una volta per tutte, egli resta sempre “al cospetto di Dio in nostro favore” ( Eb 9,24 ).

520

Durante tutta la sua vita, Gesù si mostra come nostro modello : [Cf Rm 15,5; Fil 2,5 ] è “l’uomo perfetto” [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 38] che ci invita a diventare suoi discepoli e a seguirlo; con il suo abbassamento, ci ha dato un esempio da imitare, [Cf Gv 13,15 ] con la sua preghiera, attira alla preghiera, [Cf Lc 11,1 ] con la sua povertà, chiama ad accettare liberamente la spogliazione e le persecuzioni [Cf Mt 5,11-12 ].

521

Tutto ciò che Cristo ha vissuto, egli fa sì che noi possiamo viverlo in lui e che egli lo viva in noi. “Con l’Incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo” [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 22]. Siamo chiamati a formare una cosa sola con lui; egli ci fa comunicare come membra del suo Corpo a ciò che ha vissuto nella sua carne per noi e come nostro modello:

Noi dobbiamo sviluppare continuamente in noi e, in fine, completare gli stati e i Misteri di Gesù. Dobbiamo poi pregarlo che li porti lui stesso a compimento in noi e in tutta la sua Chiesa. . . Il Figlio di Dio desidera una certa partecipazione e come un’estensione e continuazione in noi e in tutta la sua Chiesa dei suoi Misteri mediante le grazie che vuole comunicarci e gli effetti che intende operare in noi attraverso i suoi Misteri. E con questo mezzo egli vuole completarli in noi [San Giovanni Eudes, Tractatus de regno Iesu, cf Liturgia delle Ore, IV, Ufficio delle letture del venerdì della trentatreesima settimana].

II. I Misteri dell’infanzia e della vita e della vita nascosta di Gesù

Le preparazioni

522

La venuta del Figlio di Dio sulla terra è un avvenimento di tale portata che Dio lo ha voluto preparare nel corso dei secoli. Riti e sacrifici, figure e simboli della “Prima Alleanza” ( Eb 9,15 ), li fa convergere tutti verso Cristo; lo annunzia per bocca dei profeti che si succedono in Israele; risveglia inoltre nel cuore dei pagani l’oscura attesa di tale venuta.

523

San Giovanni Battista è l’immediato precursore del Signore, [Cf At 13,24 ] mandato a preparargli la via [Cf Mt 3,3 ]. “Profeta dell’Altissimo” ( Lc 1,76 ), di tutti i profeti è il più grande [Cf Lc 7,26 ] e l’ultimo; [Cf Mt 11,13 ] egli inaugura il Vangelo; [Cf At 1,22; Lc 16,16 ] saluta la venuta di Cristo fin dal seno di sua madre [Cf Lc 1,41 ] e trova la sua gioia nell’essere “l’amico dello sposo” ( Gv 3,29 ), che designa come “l’Agnello di Dio… che toglie il peccato del mondo” ( Gv 1,29 ). Precedendo Gesù “con lo spirito e la forza di Elia” ( Lc 1,17 ), gli rende testimonianza con la sua predicazione, il suo battesimo di conversione ed infine con il suo martirio [Cf Mc 6,17-29 ].

524

La Chiesa, celebrando ogni anno la Liturgia dell’Avvento, attualizza questa attesa del Messia: mettendosi in comunione con la lunga preparazione della prima venuta del Salvatore, i fedeli ravvivano l’ardente desiderio della sua seconda venuta [Cf Ap 22,17 ]. Con la celebrazione della nascita e del martirio del Precursore, la Chiesa si unisce al suo desiderio: “egli deve crescere e io invece diminuire” ( Gv 3,30 ).

Il Mistero del Natale

525

Gesù è nato nell’umiltà di una stalla, in una famiglia povera; [Cf Lc 2,6-7 ] semplici pastori sono i primi testimoni dell’avvenimento. In questa povertà si manifesta la gloria del cielo [Cf Lc 2,8-20 ]. La Chiesa non cessa di cantare la gloria di questa notte:

La Vergine oggi dà alla luce l’Eterno
e la terra offre una grotta all’Inaccessibile.
Gli angeli e i pastori a lui inneggiano
e i magi, guidati dalla stella, vengono ad adorarlo.
Tu sei nato per noi
Piccolo Bambino, Dio eterno!

[Kontakion di Romano il Melode]

526

“Diventare come i bambini” in rapporto a Dio è la condizione per entrare nel Regno; [Cf Mt 18,3-4 ] per questo ci si deve abbassare, [Cf Mt 23,12 ] si deve diventare piccoli; anzi, bisogna “rinascere dall’alto” ( Gv 3,7 ), essere generati da Dio [Cf Gv 1,13 ] per “diventare figli di Dio” ( Gv 1,12 ). Il Mistero del Natale si compie in noi allorché Cristo “si forma” in noi [Cf Gal 4,19 ]. Natale è il Mistero di questo “meraviglioso scambio”:

O admirabile commercium! Creator generis humani, animatum corpus sumens, de virgine nasci dignatus est; et procedens homo sine semine, largitus est nobis suam deitatem – O meraviglioso scambio! Il Creatore ha preso un’anima e un corpo, è nato da una vergine; fatto uomo senza opera d’uomo, ci dona la sua divinità [Liturgia delle Ore, I, Antifona dei Vespri nell’Ottava di Natale].

I Misteri dell’infanzia di Gesù

527

La Circoncisione di Gesù, otto giorni dopo la nascita, [Cf Lc 2,21 ] è segno del suo inserimento nella discendenza di Abramo, nel popolo dell’Alleanza, della sua sottomissione alla Legge, [Cf Gal 4,4 ] della sua abilitazione al culto d’Israele al quale parteciperà durante tutta la vita. Questo segno è prefigurazione della “circoncisione di Cristo” che è il Battesimo [Cf Col 2,11-13 ].

528

L’ Epifania è la manifestazione di Gesù come Messia d’Israele, Figlio di Dio e Salvatore del mondo. Insieme con il battesimo di Gesù nel Giordano e con le nozze di Cana, [Cf Liturgia delle Ore, I, Antifona del Magnificat dei secondi Vespri dell’Epifania] essa celebra l’adorazione di Gesù da parte dei “magi” venuti dall’Oriente [Cf Mt 2,1 ]. In questi “magi”, che rappresentano le religioni pagane circostanti, il Vangelo vede le primizie delle nazioni che nell’Incarnazione accolgono la Buona Novella della salvezza. La venuta dei magi a Gerusalemme per adorare il re dei giudei [Cf Mt 2,2 ] mostra che essi, alla luce messianica della stella di Davide, [Cf Nm 24,17; 528 Ap 22,16 ] cercano in Israele colui che sarà il re delle nazioni [Cf Nm 24,17-19 ]. La loro venuta sta a significare che i pagani non possono riconoscere Gesù e adorarlo come Figlio di Dio e Salvatore del mondo se non volgendosi ai giudei [Cf Gv 4,22 ] e ricevendo da loro la promessa messianica quale è contenuta nell’Antico Testamento [Cf Mt 2,4-6 ]. L’Epifania manifesta che “la grande massa delle genti” entra “nella famiglia dei Patriarchi” [San Leone Magno, Sermones, 23: PL 54, 224B, cf Liturgia delle Ore, I, Ufficio delle letture dell’Epifania] e ottiene la “dignità israelitica” [Messale Romano, Veglia pasquale: orazione dopo la terza lettura].

529

La Presentazione di Gesù al Tempio [Cf Lc 2,22-39 ] lo mostra come il Primogenito che appartiene al Signore [Cf Es 13,12-13 ]. In Simeone e Anna è tutta l’attesa di Israele che viene all’ Incontro con il suo Salvatore (la tradizione bizantina chiama così questo avvenimento). Gesù è riconosciuto come il Messia tanto a lungo atteso, “luce delle genti” e “gloria di Israele”, ma anche come “segno di contraddizione”. La spada di dolore predetta a Maria annunzia l’altra offerta, perfetta e unica, quella della croce, la quale darà la salvezza “preparata da Dio davanti a tutti i popoli”.

530

La fuga in Egitto e la strage degli innocenti [Cf Mt 2,13-18 ] manifestano l’opposizione delle tenebre alla luce: “Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” ( Gv 1,11 ). L’intera vita di Cristo sarà sotto il segno della persecuzione. I suoi condividono con lui questa sorte [Cf Gv 15,20 ]. Il suo ritorno dall’Egitto [Cf Mt 2,15 ] ricorda l’Esodo [Cf Os 11,1 ] e presenta Gesù come il liberatore definitivo.

I Misteri della vita nascosta di Gesù

531

Durante la maggior parte della sua vita, Gesù ha condiviso la condizione della stragrande maggioranza degli uomini: un’esistenza quotidiana senza apparente grandezza, vita di lavoro manuale, vita religiosa giudaica sottomessa alla Legge di Dio, [Cf Gal 4,4 ] vita nella comunità. Riguardo a tutto questo periodo ci è rivelato che Gesù era “sottomesso” ai suoi genitori e che “cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” ( Lc 2,51-52 ).

532

Nella sottomissione di Gesù a sua madre e al suo padre legale si realizza l’osservanza perfetta del quarto comandamento. Tale sottomissione è l’immagine nel tempo della obbedienza filiale al suo Padre celeste. La quotidiana sottomissione di Gesù a Giuseppe e a Maria annunziava e anticipava la sottomissione del Giovedì Santo: “Non. . . la mia volontà. . . ” ( Lc 22,42 ). L’obbedienza di Cristo nel quotidiano della vita nascosta inaugurava già l’opera di restaurazione di ciò che la disobbedienza di Adamo aveva distrutto [Cf Rm 5,19 ].

533

La vita nascosta di Nazaret permette ad ogni uomo di essere in comunione con Gesù nelle vie più ordinarie della vita quotidiana:

Nazaret è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù, cioè la scuola del Vangelo. . . In primo luogo essa ci insegna il silenzio. Oh! se rinascesse in noi la stima del silenzio, atmosfera ammirabile e indispensabile del lo spirito. . . Essa ci insegna il modo di vivere in famiglia. Nazaret ci ricordi cos’è la famiglia, cos’è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro e inviolabile. . . Infine impariamo una lezione di lavoro. Oh! dimora di Nazaret, casa del “Figlio del falegname”! Qui soprattutto desideriamo comprendere e celebrare la legge, severa certo, ma redentrice della fatica umana. . . Infine vogliamo salutare gli operai di tutto il mon do e mostrar loro il grande modello, il loro divino fratello [Paolo VI, discorso del 5 gennaio 1964 a Nazaret, cf Liturgia delle Ore, I, Ufficio delle Letture della festa della Santa Famiglia].

534

Il ritrovamento di Gesù nel Tempio [Cf Lc 2,41-52 ] è il solo avvenimento che rompe il silenzio dei Vangeli sugli anni nascosti di Gesù. Gesù vi lascia intravvedere il mistero della sua totale consacrazione a una missione che deriva dalla sua filiazione divina: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” ( Lc 2,49 ). Maria e Giuseppe “non compresero” queste parole, ma le accolsero nella fede, e Maria “serbava tutte queste cose nel suo cuore” ( Lc 2,51 ) nel corso degli anni in cui Gesù rimase nascosto nel silenzio di una vita ordinaria.

III. I Misteri della vita pubblica di Gesù

Il battesimo di Gesù

535

L’inizio [Cf Lc 3,23 ] della vita pubblica di Gesù è il suo battesimo da parte di Giovanni nel Giordano [Cf At 1,22 ]. Giovanni predicava “un battesimo di conversione per il perdono dei peccati” ( Lc 3,3 ). Una folla di peccatori, pubblicani e soldati, [Cf Lc 3,10-14 ] farisei e sadducei [Cf Mt 3,7 ] e prostitute[Cf Mt 21,32 ] vengono a farsi battezzare da lui. Ed ecco comparire Gesù. Il Battista esita, Gesù insiste: riceve il battesimo. Allora lo Spirito Santo, sotto forma di colomba, scende su Gesù e “una voce dal cielo” dice: “Questi è il Figlio mio prediletto” [Cf Mt 3,13-17 ]. E’ la manifestazione (Epifania”) di Gesù come Messia di Israele e Figlio di Dio.

536

Il battesimo di Gesù è, da parte di lui, l’accettazione e l’inaugurazione della sua missione di Servo sofferente. Egli si lascia annoverare tra i peccatori; [Cf Is 53,12 ] è già “l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” ( Gv 1,29 ); già anticipa il “battesimo” della sua morte cruenta [Cf Mc 10,38; 536 Lc 12,50 ]. Già viene ad adempiere “ogni giustizia” ( Mt 3,15 ), cioè si sottomette totalmente alla volontà del Padre suo: accetta per amore il battesimo di morte per la remissione dei nostri peccati [Cf Mt 26,39 ]. A tale accettazione risponde la voce del Padre che nel Figlio suo si compiace [Cf Lc 3,22; Is 42,1 ]. Lo Spirito, che Gesù possiede in pienezza fin dal suo concepimento, si posa e rimane su di lui [Cf Gv 1,32-33; cf Is 11,2 ]. Egli ne sarà la sorgente per tutta l’umanità. Al suo battesimo, “si aprirono i cieli” ( Mt 3,16 ) che il peccato di Adamo aveva chiuso; e le acque sono santificate dalla discesa di Gesù e dello Spirito, preludio della nuova creazione.

537

Con il Battesimo, il cristiano è sacramentalmente assimilato a Gesù, il quale con il suo battesimo anticipa la sua morte e la sua Risurrezione; il cristiano deve entrare in questo mistero di umile abbassamento e pentimento, discendere nell’acqua con Gesù, per risalire con lui, rinascere dall’acqua e dallo Spirito per diventare, nel Figlio, figlio amato dal Padre e “camminare in una vita nuova” ( Rm 6,4 ):

Scendiamo nella tomba insieme con Cristo per mezzo del Battesimo, in modo da poter anche risorgere insieme con lui; scendiamo con lui per poter anche risalire con lui; risaliamo con lui, per poter anche essere glorificati con lui [San Gregorio Nazianzeno, Orationes, 40, 9: PG 36, 369B].

Tutto ciò che è avvenuto in Cristo ci fa comprendere che, dopo l’immersione nell’acqua, lo Spirito Santo vola su di noi dall’alto del cielo e che, adottati dalla Voce del Padre, diventiamo figli di Dio [Sant’Ilario di Poitiers, In evangelium Matthaei, 2: PL 9, 927].

La tentazione di Gesù

538

I Vangeli parlano di un tempo di solitudine di Gesù nel deserto, immediatamente dopo che ebbe ricevuto il battesimo da Giovanni: “Sospinto” dallo Spirito nel deserto, Gesù vi rimane quaranta giorni digiunando; sta con le fiere e gli angeli lo servono [Cf Mc 1,12-13 ]. Terminato questo periodo, Satana lo tenta tre volte cercando di mettere alla prova la sua disposizione filiale verso Dio. Gesù respinge tali assalti che ricapitolano le tentazioni di Adamo nel Paradiso e quelle d’Israele nel deserto, e il diavolo si allontana da lui “per ritornare al tempo fissato” ( Lc 4,13 ).

539

Gli evangelisti rilevano il senso salvifico di questo misterioso avvenimento. Gesù è il nuovo Adamo, rimasto fedele mentre il primo ha ceduto alla tentazione. Gesù compie perfettamente la vocazione d’Israele: contrariamente a coloro che in passato provocarono Dio durante i quaranta anni nel deserto, [Cf Sal 95,10 ] Cristo si rivela come il Servo di Dio obbediente in tutto alla divina volontà. Così Gesù è vincitore del diavolo: egli ha “legato l’uomo forte” per riprendergli il suo bottino [Cf Mc 3,27 ]. La vittoria di Gesù sul tentatore nel deserto anticipa la vittoria della passione, suprema obbedienza del suo amore filiale per il Padre.

540

La tentazione di Gesù manifesta quale sia la messianicità del Figlio di Dio, in opposizione a quella propostagli da Satana e che gli uomini [Cf Mt 16,21-23 ] desiderano attribuirgli. Per questo Cristo ha vinto il tentatore per noi: “Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato” ( Eb 4,15 ). La Chiesa ogni anno si unisce al Mistero di Gesù nel deserto con i quaranta giorni della Quaresima .

“Il Regno di Dio è vicino”

541

“Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il Vangelo di Dio e diceva: “Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino: convertitevi e credete al Vangelo”” ( Mc 1,15 ). “Cristo, per adempiere la volontà del Padre, ha inaugurato in terra il Regno dei cieli” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 3]. Ora, la volontà del Padre è di “elevare gli uomini alla partecipazione della vita divina” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 3]. Lo fa radunando gli uomini attorno al Figlio suo, Gesù Cristo. Questa assemblea è la Chiesa, la quale in terra costituisce “il germe e l’inizio” del Regno di Dio [Cf ibid., 5].

542

Cristo è al centro di questa riunione degli uomini nella “famiglia di Dio”. Li convoca attorno a sé con la sua Parola, con i suoi “segni” che manifestano il Regno di Dio, con l’invio dei suoi discepoli. Egli realizzerà la venuta del suo Regno soprattutto con il grande Mistero della sua Pasqua: la sua morte in croce e la sua Risurrezione. “Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” ( Gv 12,32 ). “Tutti gli uomini sono chiamati a questa unione con Cristo” [Cf ibid., 5].

L’annunzio del Regno di Dio

543

Tutti gli uomini sono chiamati ad entrare nel Regno. Annunziato dapprima ai figli di Israele, [Cf Mt 10,5-7 ] questo Regno messianico è destinato ad accogliere gli uomini di tutte le nazioni [Cf Mt 8,11; Mt 28,19 ]. Per accedervi, è necessario accogliere la Parola di Gesù:

La Parola del Signore è paragonata appunto al seme che viene seminato in un campo: quelli che l’ascoltano con fede e appartengono al piccolo gregge di Cristo hanno accolto il Regno stesso di Dio; poi il seme per virtù propria germoglia e cresce fino al tempo del raccolto [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 5].

544

Il Regno appartiene ai poveri e ai piccoli, cioè a coloro che l’hanno accolto con un cuore umile. Gesù è mandato per “annunziare ai poveri un lieto messaggio” ( Lc 4,18 ) [Cf Lc 7,22 ]. Li proclama beati, perché “di essi è il Regno dei cieli” ( Mt 5,3 ); ai “piccoli” il Padre si è degnato di rivelare ciò che rimane nascosto ai sapienti e agli intelligenti [Cf Mt 11,25 ]. Gesù condivide la vita dei poveri, dalla mangiatoia alla croce; conosce la fame, [Cf Mc 2,23-26; Mt 21,18 ] la sete[Cf Gv 4,6-7; Gv 19,28 ] e l’indigenza [Cf Lc 9,58 ]. Anzi, arriva a identificarsi con ogni tipo di poveri e fa dell’amore operante verso di loro la condizione per entrare nel suo Regno [Cf Mt 25,31-46 ].

545

Gesù invita i peccatori alla mensa del Regno: “Non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori”( Mc 2,17 ) [Cf 1Tm 1,15 ]. Li invita alla conversione, senza la quale non si può entrare nel Regno, ma nelle parole e nelle azioni mostra loro l’infinita misericordia del Padre suo per loro [Cf Lc 15,11-32 ] e l’immensa “gioia” che si fa “in cielo per un peccatore convertito” ( Lc 15,7 ). La prova suprema di tale amore sarà il sacrificio della propria vita “in remissione dei peccati” ( Mt 26,28 ).

546

Gesù chiama ad entrare nel Regno servendosi delle parabole, elemento tipico del suo insegnamento [Cf Mc 4,33-34 ]. Con esse egli invita al banchetto del Regno, [Cf Mt 22,1-14 ] ma chiede anche una scelta radicale: per acquistare il Regno, è necessario “vendere” tutto; [Cf Mt 13,44-45 ] le parole non bastano, occorrono i fatti [Cf Mt 21,28-32 ]. Le parabole sono come specchi per l’uomo: accoglie la Parola come un terreno arido o come un terreno buono? [Cf Mt 13,3-9 ] Che uso fa dei talenti ricevuti? [Cf Mt 25,14-30 ] Al cuore delle parabole stanno velatamente Gesù e la presenza del Regno in questo mondo. Occorre entrare nel Regno, cioè diventare discepoli di Cristo per “cono scere i Misteri del Regno dei cieli” ( Mt 13,11 ). Per coloro che rimangono “fuori”, [Cf Mc 4,11 ] tutto resta enigmatico [Cf Mt 13,10-15 ].

I segni del Regno di Dio

547

Gesù accompagna le sue parole con numerosi “miracoli, prodigi e segni” ( At 2,22 ), i quali manifestano che in lui il Regno è presente. Attestano che Gesù è il Messia annunziato [Cf Lc 7,18-23 ].

548

I segni compiuti da Gesù testimoniano che il Padre lo ha mandato [Cf Gv 5,36; Gv 10,25 ]. Essi sollecitano a credere in lui [Cf Gv 10,38 ]. A coloro che gli si rivolgono con fede, egli concede ciò che domandano [Cf Mc 5,25-34; Mc 10,52; ecc]. Allora i miracoli rendono più salda la fede in colui che compie le opere del Padre suo: testimoniano che egli è il Figlio di Dio [Cf Gv 10,31-38 ]. Ma possono anche essere motivo di scandalo [Cf Mt 11,6 ]. Non mirano a soddisfare la curiosità e i desideri di qualcosa di magico. Nonostante i suoi miracoli tanto evidenti, Gesù è rifiutato da alcuni; [Cf Gv 11,47-48 ] lo si accusa perfino di agire per mezzo dei demoni [Cf Mc 3,22 ].

549

Liberando alcuni uomini dai mali terreni della fame, [Cf Gv 6,5-15 ] dell’ingiustizia, [Cf Lc 19,8 ] della malattia e della morte, [Cf Mt 11,5 ] Gesù ha posto dei segni messianici; egli non è venuto tuttavia per eliminare tutti i mali di quaggiù, [Cf Lc 12,13; Lc 12,14; Gv 18,36 ] ma per liberare gli uomini dalla più grave delle schiavitù: quella del peccato, [Cf Gv 8,34-36 ] che li ostacola nella loro vocazione di figli di Dio e causa tutti i loro asservimenti umani.

550

La venuta del Regno di Dio è la sconfitta del regno di Satana: [Cf Mt 12,26 ] “Se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il Regno di Dio” ( Mt 12,28 ). Gli esorcismi di Gesù liberano alcuni uomini dal tormento dei demoni [ Cf Lc 8,26-39 ]. Anticipano la grande vittoria di Gesù sul “principe di questo mondo” ( Gv 12,31 ). Il Regno di Dio sarà definitiva mente stabilito per mezzo della croce di Cristo: “Regnavit a ligno Deus Dio regnò dalla croce” [Inno “Vexilla Regis”].

“Le chiavi del Regno”

551

Fin dagli inizi della vita pubblica, Gesù sceglie dodici uomini perché stiano con lui e prendano parte alla sua missione; [Cf Mc 3,13-19 ] li fa partecipi della sua autorità e li manda “ad annunziare il Regno di Dio e a guarire gli infermi” ( Lc 9,2 ). Restano per sempre associati al Regno di Cristo, che, per mezzo di essi, guida la Chiesa:

Io preparo per voi un Regno, come il Padre l’ha preparato per me; perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio Regno, e siederete in trono a giudicare le dodici tribù d’Israele ( Lc 22,29-30).

552

Nel collegio dei Dodici Simon Pietro occupa il primo posto [Cf Mc 3,16; Mc 9,2; Lc 24,34; 552 1Cor 15,5 ]. Gesù a lui ha affidato una missione unica. Grazie ad una rivelazione concessagli dal Padre, Pietro aveva confessato: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Nostro Signore allora gli aveva detto: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa” ( Mt 16,18 ). Cristo, “Pietra viva” ( 1Pt 2,4 ), assicura alla sua Chiesa fondata su Pietro la vittoria sulle potenze di morte. Pietro, a causa della fede da lui confessata, resterà la roccia incrollabile della Chiesa. Avrà la missione di custodire la fede nella sua integrità e di confermare i suoi fratelli [Cf Lc 22,32 ].

553

Gesù ha conferito a Pietro un potere specifico: “A te darò le chiavi del Regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli” ( Mt 16,19 ). Il “potere delle chiavi” designa l’autorità per governare la casa di Dio, che è la Chiesa. Gesù, “il Buon Pastore” ( Gv 10,11 ) ha confermato questo incarico dopo la Risurrezione: “Pasci le mie pecorelle” ( Gv 21,15-17 ). Il potere di “legare e sciogliere” indica l’autorità di assolvere dai peccati, di pronunciare giudizi in materia di dottrina, e prendere decisioni disciplinari nella Chiesa. Gesù ha conferito tale autorità alla Chiesa attraverso il ministero degli Apostoli [Cf Mt 18,18 ] e particolarmente di Pietro, il solo cui ha esplicitamente affidato le chiavi del Regno.

Un anticipo del Regno: la Trasfigurazione

554

Dal giorno in cui Pietro ha confessato che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, il Maestro “cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme, e soffrire molto. . . e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno” ( Mt 16,21 ). Pietro protesta a questo annunzio, [Cf Mt 16,22-23 ] gli altri addirittura non lo comprendono [ Cf Mt 17,23; Lc 9,45 ]. In tale contesto si colloca l’episodio misterioso della Trasfigurazione di Gesù [Cf Mt 17,1-8 par. ; 2Pt 1,16-18 ] su un alto monte, davanti a tre testimoni da lui scelti: Pietro, Giacomo e Giovanni. Il volto e la veste di Gesù diventano sfolgoranti di luce, appaiono Mosè ed Elia che parlano “della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme” ( Lc 9,31 ). Una nube li avvolge e una voce dal cielo dice: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo” ( Lc 9,35 ).

555

Per un istante, Gesù mostra la sua gloria divina, confermando così la confessione di Pietro. Rivela anche che, per “entrare nella sua gloria” ( Lc 24,26 ), deve passare attraverso la croce a Gerusalemme. Mosè ed Elia avevano visto la gloria di Dio sul Monte; la Legge e i profeti avevano annunziato le sofferenze del Messia [Cf Lc 24,27 ]. La passione di Gesù è proprio la volontà del Padre: il Figlio agisce come Servo di Dio [Cf Is 42,1 ]. La nube indica la presenza dello Spirito Santo: “Tota Trinitas apparuit: Pater in voce; Filius in homine, Spiritus in nube clara – Apparve tutta la Trinità: il Padre nella voce, il Figlio nell’uomo, lo Spirito nella nube luminosa”: [San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, III, 45, 4, ad 2]

Tu ti sei trasfigurato sul monte, e, nella misura in cui ne erano capaci, i tuoi discepoli hanno contemplato la tua gloria, Cristo Dio, affinché, quando ti avrebbero visto crocifisso, comprendessero che la tua passione era volontaria ed annunziassero al mondo che tu sei veramente l’irradiazione del Padre [Liturgia bizantina, Kontakion della festa della Trasfigurazione].

556

Alla soglia della vita pubblica: il battesimo; alla soglia della Pasqua: la Trasfigurazione. Col battesimo di Gesù “declaratum fuit mysterium primae regenerationis – fu manifestato il mistero della prima rigenerazione: il nostro Battesimo”; la Trasfigurazione “est sacramentum secundae regenerationis – è il sacramento della seconda rigenerazione: la nostra risurrezione” [San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, III, 45, 4, ad 2]. Fin d’ora noi partecipiamo alla Risurrezione del Signore mediante lo Spirito Santo che agisce nel sacramento del Corpo di Cristo. La Trasfigurazione ci offre un anticipo della venuta gloriosa di Cristo “il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso” ( Fil 3,21 ). Ma ci ricorda anche che “è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno di Dio” ( At 14,22 ):

Pietro non lo capiva ancora quando sul monte desiderava vivere con Cristo. Questa felicità Cristo te la riservava dopo la morte, o Pietro. Ora invece egli stesso ti dice: Discendi ad affaticarti sulla terra, a servire sulla terra, a essere disprezzato, a essere crocifisso sulla terra. E’ discesa la Vita per essere uccisa; è disceso il Pane per sentire la fame; è discesa la Via, perché sentisse la stanchezza del cammino; è discesa la sorgente per aver sete; e tu rifiuti di soffrire? [Sant’Agostino, Sermones, 78, 6: PL 38, 492-493]

La salita di Gesù a Gerusalemme

557

“Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, [Gesù] si diresse decisamente verso Gerusalemme” ( Lc 9,51 ) [Cf Gv 13,1 ]. Con questa decisione, indicava che saliva a Gerusalemme pronto a morire. A tre riprese aveva annunziato la sua passione e la sua Risurrezione [Cf Mc 8,31-33; Mc 9,31-32; Mc 10,32-34 ]. Dirigendosi verso Gerusalemme dice: “Non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme” ( Lc 13,33 ).

558

Gesù ricorda il martirio dei profeti che erano stati messi a morte a Gerusalemme [Cf Mt 23,37 a]. Tuttavia, non desiste dall’invitare Gerusalemme a raccogliersi attorno a lui: “Gerusalemme. . . quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!” ( Mt 23,37 b). Quando arriva in vista di Gerusalemme, Gesù piange sulla città ed ancora una volta manifesta il desiderio del suo cuore: “Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace! Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi” ( Lc 19,41-42 ).

L’ingresso messianico di Gesù a Gerusalemme

559

Come Gerusalemme accoglierà il suo Messia? Dopo essersi sempre sottratto ai tentativi del popolo di farlo re, [Cf Gv 6,15 ] Gesù sceglie il tempo e prepara nei dettagli il suo ingresso messianico nella città di “Davide, suo padre” ( Lc 1,32 ) [Cf Mt 21,1-11 ]. E’ acclamato come il figlio di Davide, colui che porta la salvezza (Hosanna” significa: “Oh, sì, salvaci!”, “donaci la salvezza!”). Ora, “Re della gloria” ( Sal 24,7-10 ) entra nella sua città cavalcando un asino: [Cf Zc 9,9 ] egli non conquista la Figlia di Sion, figura della sua Chiesa, né con l’astuzia né con la violenza, ma con l’umiltà che rende testimonianza alla Verità [Cf Gv 18,37 ]. Per questo i soggetti del suo Regno, in quel giorno, sono i fanciulli [Cf Mt 21,15-16; Sal 8,3 ] e i “poveri di Dio”, i quali lo acclamano come gli angeli lo avevano annunziato ai pastori [Cf Lc 19,38; 559 Lc 2,14 ]. La loro acclamazione, “Benedetto colui che viene nel Nome del Signore” ( Sal 118,26 ), è ripresa dalla Chiesa nel “Sanctus” della Liturgia eucaristica come introduzione al memoriale della Pasqua del Signore.

560

L’ingresso di Gesù a Gerusalemme manifesta l’avvento del Regno che il Re-Messia si accinge a realizzare con la Pasqua della sua morte e Risurrezione. Con la celebrazione dell’entrata di Gesù in Gerusalemme, la domenica delle Palme, la Liturgia della Chiesa dà inizio alla Settimana Santa.

In sintesi

561

“Tutta la vita di Cristo fu un insegnamento continuo: i suoi silenzi, i suoi miracoli, i suoi gesti, la sua preghiera, il suo amore per l’uomo, la sua predilezione per i piccoli e per i poveri, l’accettazione del sacrificio totale sulla croce per la Redenzione del mondo, la sua Risurrezione sono l’attuazione della sua Parola e il compimento della Rivelazione” [Giovanni Paolo II, Esort. ap. Catechesi tradendae, 9].

562

I discepoli di Cristo devono conformarsi a lui, finché egli sia formato in loro [Cf Gal 4,19 ]. “Per ciò siamo assunti ai Misteri della sua vita, resi conformi a lui, morti e risuscitati con lui, finché con lui regneremo” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 7].

563

Pastori o magi, non si può incontrare Dio quaggiù che inginocchiandosi davanti alla mangiatoia di Betlemme e adorandolo nascosto nella debolezza di un bambino.

564

Con la sua sottomissione a Maria e a Giuseppe, come pure con il suo umile lavoro durante i lunghi anni di Nazaret, Gesù ci dà l’esempio della santità nella vita quotidiana della famiglia e del lavoro.

565

Dall’inizio della sua vita pubblica al momento del suo battesimo, Gesù è il “Servo” totalmente consacrato all’opera redentrice che avrà il compimento nel “battesimo” della sua passione.

566

La tentazione nel deserto mostra Gesù, Messia umile che trionfa su Satana in forza della sua piena adesione al disegno di salvezza voluto dal Padre.

567

Il Regno dei cieli è stato inaugurato in terra da Cristo. “Si manifesta chiaramente agli uomini nelle parole, nelle opere, nella persona di Cristo” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 5]. La Chiesa è il germe e l’inizio di questo Regno. Le sue chiavi sono affidate a Pietro.

568

La Trasfigurazione di Gesù ha come fine di consolidare la fede degli Apostoli in vista della passione: la salita sull'”alto monte” prepara la salita al Calvario. Cristo, Capo della Chiesa, manifesta ciò che il suo Corpo contiene e irradia nei sacramenti: “la speranza della gloria” ( Col 1,27 ) [Cf San Leone Magno, Sermones, 51, 3: PL 54, 310C].

569

Gesù è salito a Gerusalemme volontariamente, pur sapendo che vi sarebbe morto di morte violenta a causa della grande ostilità dei peccatori [Cf Eb 12,3 ].

570

L’ingresso di Gesù a Gerusalemme è la manifestazione dell’avvento del Regno che il Re-Messia, accolto nella sua città dai fanciulli e dagli umili di cuore, si accinge a realizzare con la Pasqua della sua morte e Risurrezione.

CONCEPITO PER OPERA DELLO SPIRITO SANTO

Paragrafo 2: “… CONCEPITO PER OPERA DELLO SPIRITO SANTO, NATO DALLA VERGINE MARIA”

I. Concepito per opera dello Spirito Santo

484

L’Annunciazione a Maria inaugura la “pienezza del tempo” ( Gal 4,4 ), cioè il compimento delle promesse e delle preparazioni. Maria è chiamata a concepire colui nel quale abiterà “corporalmente tutta la pienezza della divinità” ( Col 2,9 ). La risposta divina al suo “Come è possibile? Non conosco uomo” ( Lc 1,34 ) è data mediante la potenza dello Spirito: “Lo Spirito Santo scenderà su di te” ( Lc 1,35 ).

485

La missione dello Spirito Santo è sempre congiunta e ordinata a quella del Figlio [Cf Gv 16,14-15 ]. Lo Spirito Santo, che è “Signore e dà la vita”, è mandato a santificare il grembo della Vergine Maria e a fecondarla divinamente, facendo sì che ella concepisca il Figlio eterno del Padre in un’umanità tratta dalla sua.

486

Il Figlio unigenito del Padre, essendo concepito come uomo nel seno della Vergine Maria, è “Cristo”, cioè unto dallo Spirito Santo, [Cf Mt 1,20; 486 Lc 1,35 ] sin dall’inizio della sua esistenza umana, anche se la sua manifestazione avviene progressivamente: ai pastori, [Cf Lc 2,8-20 ] ai magi, [ Cf Mt 2,1-12 ] a Giovanni Battista, [Cf Gv 1,31-34 ] ai discepoli [Cf Gv 2,11 ]. L’intera vita di Gesù Cristo manifesterà dunque “come Dio [lo] consacrò in Spirito Santo e potenza” ( At 10,38 ).

II. … nato dalla Vergine Maria

487

Ciò che la fede cattolica crede riguardo a Maria si fonda su ciò che essa crede riguardo a Cristo, ma quanto insegna su Maria illumina, a sua volta, la sua fede in Cristo.

La predestinazione di Maria

488

“Dio ha mandato suo Figlio” ( Gal 4,4 ), ma per preparargli un corpo, [Cf Eb 10,5 ] ha voluto la libera collaborazione di una creatura. Per questo, Dio, da tutta l’eternità, ha scelto, perché fosse la Madre del Figlio suo, una figlia d’Israele, una giovane ebrea di Nazaret in Galilea, “una vergine promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria” ( Lc 1,26-27 ):

Volle il Padre delle misericordie che l’accettazione di colei che era predestinata a essere la Madre precedesse l’Incarnazione, perché così, come la donna aveva contribuito a dare la morte, la donna contribuisse a dare la vita [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 56; cf 61].

489

Nel corso dell’Antica Alleanza, la missione di Maria è stata preparata da quella di sante donne. All’inizio c’è Eva: malgrado la sua disobbedienza, ella riceve la promessa di una discendenza che sarà vittoriosa sul Maligno, [Cf Gen 3,15 ] e quella d’essere la madre di tutti i viventi [Cf Gen 3,20 ]. In forza di questa promessa, Sara concepisce un figlio nonostante la sua vecchiaia [Cf Gen 18,10-14; 489 Gen 21,1-2 ]. Contro ogni umana attesa, Dio sceglie ciò che era ritenuto impotente e debole [Cf 1Cor 1,27 ] per mostrare la sua fedeltà alla promessa: Anna, la madre di Samuele, [Cf 1Sam 1 ] Debora, Rut, Giuditta e Ester, e molte altre donne. Maria “primeggia tra gli umili e i poveri del Signore, i quali con fiducia attendono e ricevono da lui la salvezza. . . Con lei, la eccelsa figlia di Sion, dopo la lunga attesa della Promessa, si compiono i tempi e si instaura la nuova economia” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 55].

L’Immacolata Concezione

490

Per esser la Madre del Salvatore, Maria “da Dio è stata arricchita di doni degni di una così grande carica” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 55]. L’angelo Gabriele, al momento dell’Annunciazione, la saluta come “piena di grazia” ( Lc 1,28 ). In realtà, per poter dare il libero assenso della sua fede all’annunzio della sua vocazione, era necessario che fosse tutta sorretta dalla grazia di Dio.

491

Nel corso dei secoli la Chiesa ha preso coscienza che Maria, colmata di grazia da Dio, [Cf Lc 1,28 ] era stata redenta fin dal suo concepimento. E’ quanto afferma il dogma dell’Immacolata Concezione, proclamato da papa Pio IX nel 1854:

La beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per una grazia ed un privilegio singolare di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, è stata preservata intatta da ogni macchia del peccato originale [Pio IX, Bolla Ineffabilis Deus: Denz. -Schönm., 2803].

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Questi “splendori di una santità del tutto singolare” di cui Maria è “adornata fin dal primo istante della sua concezione” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 56] le vengono interamente da Cristo: ella è “redenta in modo così sublime in vista dei meriti del Figlio suo” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 56]. Più di ogni altra persona creata, il Padre l’ha “benedetta con ogni benedizione spirituale, nei cieli, in Cristo” ( Ef 1,3 ). In lui l’ha scelta “prima della creazione del mondo, per essere” santa e immacolata “al suo cospetto nella carità” ( Ef 1,4 ).

493

I Padri della Tradizione orientale chiamano la Madre di Dio “la Tutta Santa” (Panaghia”), la onorano come “immune da ogni macchia di peccato, dallo Spirito Santo quasi plasmata e resa una nuova creatura” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 56]. Maria, per la grazia di Dio, è rimasta pura da ogni peccato personale durante tutta la sua esistenza.

“Avvenga di me quello che hai detto… “

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All’annunzio che avrebbe dato alla luce “il Figlio dell’Altissimo” senza conoscere uomo, per la potenza dello Spirito Santo, [Cf Lc 1,28-37 ] Maria ha risposto con “l’obbedienza della fede” ( Rm 1,5 ), certa che “nulla è impossibile a Dio”: “Io sono la serva del Signore; avvenga di me quello che hai detto” ( Lc 1,37-38 ). Così, dando il proprio assenso alla Parola di Dio, “Maria è diventata Madre di Gesù e, abbracciando con tutto l’animo e senza essere ritardata da nessun peccato la volontà divina di salvezza, si è offerta totalmente. . . alla persona e all’opera del Figlio suo, mettendosi al servizio del Mistero della Redenzione, sotto di lui e con lui, con la grazia di Dio onnipotente”: [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 56]

Come dice sant’Ireneo, “obbedendo divenne causa della salvezza per sé e per tutto il genere umano”. Con lui, non pochi antichi Padri affermano: “Il nodo della disobbedienza di Eva ha avuto la sua soluzione con l’obbedienza di Maria; ciò che la vergine Eva aveva legato con la sua incredulità, la Vergine Maria l’ha sciolto con la sua fede”, e, fatto il paragone con Eva, chiama no Maria “la Madre dei viventi” e affermano spesso: “la morte per mezzo di Eva, la vita per mezzo di Maria” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 56].

La maternità divina di Maria

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Maria, chiamata nei Vangeli “la Madre di Gesù” ( Gv 2,1; Gv 19,25 ), [Cf Mt 13,55 ] prima della nascita del Figlio suo è acclamata, sotto la mozione dello Spirito, “la Madre del mio Signore” ( Lc 1,43 ). Infatti, colui che Maria ha concepito come uomo per opera dello Spirito Santo e che è diventato veramente suo Figlio secondo la carne, è il Figlio eterno del Padre, la seconda Persona della Santissima Trinità. La Chiesa confessa che Maria è veramente Madre di Dio [Theotokos”] [Cf Concilio di Efeso: Denz. -Schönm., 251].

La verginità di Maria

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Fin dalle prime formulazioni della fede, [Cf Denz.- Schönm., 10-64] la Chiesa ha confessato che Gesù è stato concepito nel seno della Vergine Maria per la sola potenza dello Spirito Santo, ed ha affermato anche l’aspetto corporeo di tale avvenimento: Gesù è stato concepito “senza seme, per opera dello Spirito Santo” [Concilio Lateranense (649): Denz. -Schönm., 503]. Nel concepimento verginale i Padri ravvisano il segno che si tratta veramente del Figlio di Dio, il quale è venuto in una umanità come la nostra:

Così, sant’Ignazio di Antiochia (inizio II secolo): “Voi siete fermamente persuasi riguardo a nostro Signore che è veramente della stirpe di Davide secondo la carne, [Cf Rm 1,3 ] Figlio di Dio secondo la volontà e la potenza di Dio, [Cf Gv 1,13 ] veramente nato da una Vergine, . . . veramente è stato inchiodato [alla croce] per noi, nella sua carne, sotto Ponzio Pilato. . . Veramente ha sofferto, così come veramente è risorto” [Sant’Ignazio di Antiochia, Epistula ad Smyrnaeos, 1-2].

497

I racconti evangelici [Cf Mt 1,18-25; 497 Lc 1,26-38 ] considerano la concezione verginale un’opera divina che supera ogni comprensione e ogni possibilità umana: [Cf Lc 1,34 ] “Quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo”, dice l’angelo a Giuseppe riguardo a Maria, sua sposa ( Mt 1,20 ). La Chiesa vede in ciò il compimento della promessa divina fatta per bocca del profeta Isaia: “Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio” [ Is 7,14, secondo la traduzione greca di Mt 1,23 ].

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Il silenzio del Vangelo secondo san Marco e delle Lettere del Nuovo Testamento sul concepimento verginale di Maria è stato talvolta causa di perplessità. Ci si è potuto anche chiedere se non si trattasse di leggende o di elaborazioni teologiche senza pretese di storicità. A ciò si deve rispondere: La fede nel concepimento verginale di Gesù ha incontrato vivace opposizione, sarcasmi o incomprensione da parte dei non-credenti, giudei e pagani: [Cf San Giustino, Dialogus cum Tryphone Judaeo, 99, 7; Origene, Contra Celsum, 1, 32. 69; e. a] essa non trovava motivo nella mitologia pagana né in qualche adattamento alle idee del tempo. Il senso di questo avvenimento è accessibile soltanto alla fede, la quale lo vede in quel “nesso che lega tra loro i vari misteri”, [Concilio Vaticano I: Denz. -Schönm., 3016] nell’insieme dei Misteri di Cristo, dalla sua Incarnazione alla sua Pasqua. Sant’Ignazio di Antiochia già testimonia tale legame: “Il principe di questo mondo ha ignorato la verginità di Maria e il suo parto, come pure la morte del Signore: tre Misteri sublimi che si compirono nel silenzio di Dio” [Sant’Ignazio di Antiochia, Epistula ad Ephesios, 19, 1; cf 1Cor 2,8 ].

Maria “sempre Vergine”

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L’approfondimento della fede nella maternità verginale ha condotto la Chiesa a confessare la verginità reale e perpetua di Maria [Cf Concilio di Costantinopoli II: Denz.-Schönm., 427] anche nel parto del Figlio di Dio fatto uomo [Cf San Leone Magno, Lettera Lectis dilectionis tuae: Denz.-Schönm., 291; 294; Pelagio I, Lettera Humani generis: ibid., 442; Concilio Lateranense (649): ibid., 503; Concilio di Toledo XVI: ibid., 571; Pio IV, Cost. Cum quorumdam hominum: ibid., 1880]. Infatti la nascita di Cristo “non ha diminuito la sua verginale integrità, ma l’ha consacrata” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 57]. La Liturgia della Chiesa celebra Maria come la “Aeiparthenos”, “sempre Vergine” [Cf ibid., 52].

500

A ciò si obietta talvolta che la Scrittura parla di fratelli e di sorelle di Gesù [Cf Mc 3,31-35; 500 Mc 6,3; 1Cor 9,5; Gal 1,19 ]. La Chiesa ha sempre ritenuto che tali passi non indichino altri figli della Vergine Maria: infatti Giacomo e Giuseppe, “fratelli di Gesù” ( Mt 13,55 ) sono i figli di una Maria discepola di Cristo, [Cf Mt 27,56 ] la quale è designata in modo significativo come “l’altra Maria” ( Mt 28,1 ). Si tratta di parenti prossimi di Gesù, secondo un’espressione non inusitata nell’Antico Testamento [Cf Gen 13,8; Gen 14,16; Gen 29,15; ecc…].

501

Gesù è l’unico Figlio di Maria. Ma la maternità spirituale di Maria [Cf Gv 19,26-27; Ap 12,17 ] si estende a tutti gli uomini che egli è venuto a salvare: “Ella ha dato alla luce un Figlio, che Dio ha fatto “il primogenito di una moltitudine di fratelli” ( Rm 8,29 ), cioè dei fedeli, e alla cui nascita e formazione ella coopera con amore di madre” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 63].

La maternità verginale di Maria nel disegno di Dio

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Lo sguardo della fede può scoprire, in connessione con l’insieme della Rivelazione, le ragioni misteriose per le quali Dio, nel suo progetto salvifico, ha voluto che suo Figlio nascesse da una Vergine. Queste ragioni riguardano tanto la Persona e la missione redentrice di Cristo, quanto l’accettazione di tale missione da parte di Maria in favore di tutti gli uomini.

503

La verginità di Maria manifesta l’iniziativa assoluta di Dio nell’Incarnazione. Gesù come Padre non ha che Dio [Cf Lc 2,48-49 ]. “La natura umana che egli ha assunto non l’ha mai separato dal Padre. . . Per natura Figlio del Padre secondo la divinità, per natura Figlio della Madre secondo l’umanità, ma propriamente Figlio di Dio nelle sue due nature” [Concilio del Friuli (796): Denz. -Schönm., 619].

504

Gesù è concepito per opera dello Spirito Santo nel seno della Vergine Maria perché egli è il nuovo Adamo [Cf 1Cor 15,45 ] che inaugura la nuova creazione: “Il primo uomo tratto dalla terra è di terra, il secondo uomo viene dal cielo” ( 1Cor 15,47 ). L’umanità di Cristo, fin dal suo concepimento, è ricolma dello Spirito Santo perché Dio gli “dà lo Spirito senza misura” ( Gv 3,34 ). “Dalla pienezza” di lui, capo dell’umanità redenta, [Cf Col 1,18 ] “noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia” ( Gv 1,16 ).

505

Gesù, il nuovo Adamo, inaugura con il suo concepimento verginale la nuova nascita dei figli di adozione nello Spirito Santo per la fede. “Come è possibile?” ( Lc 1,34 ) [Cf Gv 3,9 ]. La partecipazione alla vita divina non proviene “da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio” ( Gv 1,13 ). L’accoglienza di questa vita è verginale perché è interamente donata all’uomo dallo Spirito. Il senso sponsale della vocazione umana in rapporto a Dio [Cf 2Cor 11,2 ] si compie perfettamente nella maternità verginale di Maria.

506

Maria è vergine perché la sua verginità è il segno della sua fede “che non era alterata da nessun dubbio” e del suo totale abbandono alla volontà di Dio [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 63 e 1Cor 7,34-35 ]. Per la sua fede ella diviene la Madre del Salvatore: “Beatior est Maria percipiendo fidem Christi quam concipiendo carnem Christi-Maria è più felice di ricevere la fede di Cristo che di concepire la carne di Cristo” [Sant’Agostino, De sancta virginitate, 3: PL 40, 398].

507

Maria è ad un tempo vergine e madre perché è la figura e la realizzazione più perfetta della Chiesa: [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 63] “La Chiesa. . . per mezzo della Parola di Dio accolta con fedeltà diventa essa pure madre, poiché con la predicazione e il Battesimo genera a una vita nuova e immortale i figli, concepiti ad opera dello Spirito Santo e nati da Dio. Essa pure è la vergine che custodisce integra e pura la fede data allo Sposo” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 64].

In sintesi

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Nella discendenza di Eva, Dio ha scelto la Vergine Maria perché fosse la Madre del suo Figlio. “Piena di grazia”, ella è “il frutto più eccelso della Redenzione” : [Conc. Ecum. Vat. II, Sacrosanctum concilium, 103] fin dal primo istante del suo concepimento, è interamente preservata da ogni macchia del peccato originale ed è rimasta immune da ogni peccato personale durante tutta la sua vita.

509

Maria è veramente “Madre di Dio”, perché è la Madre del Figlio eterno di Dio fatto uomo, Dio lui stesso.

510

Maria è rimasta “Vergine nel concepimento del Figlio suo, Vergine nel parto, Vergine incinta, Vergine madre, Vergine perpetua” : [Sant’Agostino, Sermones, 186, 1: PL 38, 999] con tutto il suo essere, ella è “la serva del Signore” ( Lc 1,38 ).

511

Maria Vergine “cooperò alla salvezza dell’uomo con libera fede e obbedienza” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 56]. Ha detto il suo “fiat” “loco totius humanae naturae – in nome di tutta l’umanità” : [San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, III, 30, 1] per la sua obbedienza, è diventata la nuova Eva, madre dei viventi.