FESTA DELLA SACRA FAMIGLIA

Liturgia Festa della Sacra Famiglia

Il bambino cresceva e la grazia di Dio era con lui

29 Dicembre 1996

Fonte settimanale diocesano “Nuovo Giornale” n. 47 del 28/12/96.

Letture: Gen (15, 1-6, 21;21, 1-3); Eb (11, 8.11-12.17-19); Lc (2, 22-40).

Le letture della Messa ci propongono l’esperienza di Abramo e Sara, di Maria e Giuseppe come specchio nel quale possiamo riconoscere il senso della famiglia cristiana.

L’impegno di un figlio

Anzitutto Abramo: quest’uomo, ormai anziano e rassegnato, diventa padre. Come? nella sua carne, certamente; e tuttavia non per la forza della carne ma per il vigore della fede. «Uno nato da te sarà il tuo erede» (Gen 15, 4) gli dice il Signore; non Eliezer di Damasco, il fattore che Abramo e disposto ad adottare e al quale prevede che finiranno i suoi beni, ma «uno nato da te». La promessa di Dio non passa, in questo caso, fuori o al di sopra della carne di Abramo ma la coinvolge la carne di Abramo, non e messa da parte come inutile ma trasformata per poter diventare strumento della potenza di Dio. E la trasformazione è operata dalla fede. Non ci vuole di meno per mettere al mondo un figlio. La procreazione e atto biologico, ma la procreazione di un uomo è atto umano che coinvolge la libertà, la consapevolezza, il cuore. Mettere al mondo un figlio e scelta che comporta necessariamente delle rinunce e dei rischi: rinunce perchè un figlio è esigente e chiede tempo, energie, affetto, denaro; la sua presenza rivoluziona i progetti e i ritmi di vita quotidiana; e non sono poche le esperienze cui si deve rinunciare per essere a disposizione del figlio.

Poi i rischi: nessuno ha un controllo preciso del futuro; che cosa diventerà il figlio? sarà fonte di consolazioni o di angosce? corrisponderà all’affetto dei genitori o lo rifiuterà? Quando decidono di mettere al mondo un figlio, i genitori non sanno nulla di questo, devono fare un atto di fede. È un vero e proprio atto di fede nella vita; è come se dicessero: “Non sappiamo che cosa questa nascita comporterà per noi; enon sappiamo che cosa la vita riserverà per nostro tiglio. Ma abbiamo fiducia nella vita. Accogliamo con gioia e riconoscenza la nostra vita; la consideriamo degna di essere vissuta nonostante tutte le tribolazioni e fatiche. Per questo accettiamo volentieri di dare la vita: siamo convinti che nostro figlio non ci maledirà per questo ma benedirà con noi il Signore della vita”.

La fede nella vita, quando diventa piena, senza condizioni, trova la sua giustificazione in un Dio che ha creato e conserva il mondo con amore; e viceversa la fede in Dio, quando è sincera ed efficace, conduce a dire un “sì” cordiale alla vita.

Una volontà che sta oltre

Diventa indispensabile volgerci al Vangelo per trovare lì una parola di speranza. L’inizio e la fine del Vangelo (Lc 2, 22.39) non hanno nulla di straordinario; Maria e Giuseppe compiono ciò che la Legge comanda riguardo a un figlio primogenito: lo consacrano a Dio e riconoscono in questo modo che non loro, ma Dio è il Signore; non per fare la loro volontà, ma quella di Dio; per questo il bambino è nato. Quando leggiamo: «Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui» (Lc 2, 40) possiamo ben immaginare lo sguardo di benevolenza e il senso di fierezza con cui i genitori debbono aver seguito la crescita di Gesù. Non è così per tutti i genitori?

Eppure, la gioia della vita che nasce porta con sé anche il germe della sofferenza. Di quel bambino un profeta ha detto cose grandi; lo ha salutato come “salvezza di Dio”, “luce dei pagani”, e “gloria d’Israele” (Is 40, 5); ma sono state annunciate anche delle contraddizioni e delle sofferenze: «Egli e qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele (…) e anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2, 34.35). In nessuno il mistero della vita e della morte trova compimento come in Gesù. Forse proprio guardando a Lui si può guardare la vita così com’è senza dover censurare gli elementi negativi. Non è cancellando mentalmente il male o la morte che si garantisce la fede nella vita, ma guardando in faccia la realtà con tutti i suoi aspetti negativi. E guardando, nello stesso tempo, alla potenza di Dio che «è capace di far risorgere i morti» (Eb 11, 19).

LA TESTIMONIANZA

III Domenica di Avvento

15 Dicembre 1996

Letture: Isaia (61, 1-2. 10-11. 14. 16); 1 Tessalonicesi (5, 16, -24); Giovanni(1, 6-8. 19-28).

Fonte settimanale diocesano «Nuovo Giornale» n. 45 – 1996 del 14 Dicembre 1996.

“Testimonianza, testimoniare” sono i termini chiave del Vangelo di oggi, termini che definiscono la missione di Giovanni il Battista: egli non è la luce, ma solo un testimone della luce; non è in lui che si deve credere, ma attraverso di lui; non è il Cristo, ma solo una voce che invita a preparargli la strada; battezzata, ma solo perché attraverso il suo Battesimo sia rivelato colui che sta in mezzo a Israele come non conosciuto. Non solo: la testimonianza che egli rende è quanto mai solenne; viene resa davanti a degli incaricati mandati appositamente da Gerusalemme; viene ripetuta tre volte con grande enfasi («confessò e non negò e confessò»); e al termine l’Evangelista annota anche il luogo in cui i fatti sono avvenuti: «Questo avvenne in Betania, al di là del Giordano». Si può dire che inizia qui quel grande processo che attraversa tutto il Vangelo di Giovanni e che deve stabilire l’identità di Gesù; verranno addotti numerosi testimoni a suo favore: il Padre, Mosè e le Scritture, le opere dì Gesù stesso. Di questi testimoni Giovanni è il primo.

Introdotti nel Mistero

«Non era lui la luce», ascoltiamo nel prologo; e più avanti «[35]Egli era una lampada che arde e risplende, e voi avete voluto solo per un momento rallegrarvi alla sua luce» (Gv 5, 35).

La luce vera è i1 Cristo in quanto rivelatore dell’amore del Padre; luce splendida che vince la tenebre del mondo e offre un orientamento sicuro alla vita dell’uomo. Ma è luce di una rivelazione che può essere percepita solo attraverso l’occhio della fede; per questo ha senso un testimone della luce che introduca gli altri alla comprensione del Mistero.

Come? Anzitutto distogliendo lo sguardo da sé. La domanda decisiva: «Chi sei tu?» riceve all’inizio una triplice risposta negativa, sempre più secca: «Io non sono il Cristo… non lo sono… no!». Forse non ha tanta importanza distinguere con precisione tra “il Cristo”, “Elia”, “il profeta”; sono in ogni modo figure che esprimono l’attesa ebraica e Giovanni nega ogni possibilità di venir identificato con loro: «Io non sono quello che voi cercate; cercate altrove».

Testimonianza negativa dicevamo ma preziosa perché immunizza contro il pericolo di idolatrare i propri maestri e nello stesso tempo rimette in moto la ricerca. La domanda si fa insistente: «Chi sei? … che cosa dici di te stesso?». E Giovanni risponde con il testo di Is 40: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia».

Non il Signore, dunque; ma uno che con la sua voce gli rende testimonianza, lo indica e invita alla fede in lui. Anche il Battesimo che Giovanni amministra sembra non avere un suo significato in se stesso: è solo l’occasione per manifestare la presenza di Gesù come Figlio di Dio. È noto, infatti che il quarto Vangelo non narra il battesimo di Gesù da parte di Giovanni; e nemmeno narra un’esperienza spirituale di Gesù in questa occasione. È Giovanni stesso, piuttosto, che riceve un’illuminazione e comprende che Gesù, sul quale è sceso e si è fermato lo Spirito, è colui che dovrà battezzare in Spirito Santo.

In conclusione, la figura di Giovanni (Battista) non ha una sua autonomia nel quarto Vangelo; non è un profeta predicatore di penitenza e battezzatore del popolo; è piuttosto solo un testimone che indica Gesù come l’agnello di Dio e invita i suoi ascoltatori a considerarlo così. Non solo egli è subordinatore a Gesù (questo è vero anche per i sinottici), ma esiste solo in riferimento a lui, riceve da lui la sua missione e la sua stessa identità.

State sempre lieti

  1. Paolo dà un piccolo ritratto della Chiesa che, in attesa della «venuta del Signore nostro Gesù Cristo», deve conservarsi irreprensibile e integra in tutta la sua vita, spirito anima e corpo. Ma come? Attraverso quali comportamenti è possibile custodire nel tempo una fedeltà integra al Signore? «Fratelli, state sempre lieti, pregare incessantemente, in ogni cosa rendete grazie». Per fondare una tale gioia c’è sempre un motivo efficace: la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Dove c’è una vocazione cristiana c’è anche una speranza ferma della gloria, e dove c’è questa speranza deve fiorire la gioia.

A condizione, però, che la consapevolezza del tempo che viviamo non scompaia e che non ci lasciamo assorbire dalla tristezza nel mondo. Per questo Paolo aggiunge: «pregate incessantemente» in modo che non venga mai meno il dialogo di fede con Dio, in modo che il riferimento a Dio si affermi in ogni momento. Né ci si deve spaventare quasi si fosse davanti a un programma troppo difficile per le nostre forze perché il fondamento della speranza non sono le nostre capacità ma la fedeltà di Dio: «Colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo!».

LA VITA E’ UN CAMMINO VERSO DIO

Cattedrale

II Domenica di Quaresima

Celebrazione eucaristica
3 marzo 1996

Letture: Genesi 12, 1-4; Salmo 32; 2 Timoteo 1,8-10; Matteo 17, 1-9.

Introduzione

Dice il Vangelo che il Signore «portò Pietro, Giacomo e Giovanni su un monte alto, in disparte», e davanti a loro ha manifestato se stesso (Mt 17, 1-2). Vogliamo vivere questa Eucaristia come un momento di intimità con il Signore, uno stare con gioia e sereni davanti a Lui; per accogliere la rivelazione della sua gloria, la forza della sua Parola e del suo Spirito; per potere riceve, in questa Eucaristia, l’energia che ci permette di continuare il cammino quaresimale fino alla Pasqua.

Per questo riconosciamo davanti al Signore i bisogni che abbiamo di Lui e della sua grazia, confessando i nostri peccati.

Omelia

La vita dell’uomo religioso, è sempre un cammino verso Dio, e si potrebbe anche dire un ritorno verso Dio, perché Dio sta all’inizio e al termine della nostra vita. Sta all’inizio come sorgente, origine e creatore; e questo è un dato di fatto che accogliamo nella fede. Ma Dio sta al termine della nostra vita come traguardo, felicità e gioia piena per l’uomo, e anche come promessa. Ma mentre l’origine c’è data indipendentemente dalla nostra volontà, il traguardo invece deve essere il punto di arrivo di un cammino dell’uomo consapevole, voluto e libero; e ogni persona religiosa desidera fare questo cammino. Noi stiamo vivendo la Quaresima che è anch’essa un cammino verso la Pasqua di Gesù Cristo, verso la sua passione, morte e risurrezione.

Domanda: questo è lo stesso di un cammino verso Dio? Fare un cammino verso la Pasqua di Cristo, verso la croce, è lo stesso che ritornare verso Dio: riscoprire l’origine, la sorgente della nostra vita? Chi è Gesù di Nàzaret? perché il camminare con Lui e verso di Lui diventa lo stesso che camminare verso Dio e con Dio?

Il Vangelo di oggi vuole proprio rispondere a questa domanda. «Gesù prende alcuni discepoli e con loro sale su un monte alto, in disparte» (Mt 17, 1). E vuol dire: Gesù vive un momento di separazione dal chiasso e dalle preoccupazioni quotidiane, prende la distanza dalla fatica e dall’oppressione del quotidiano; è come il simbolo di un cammino alla ricerca di Dio. Ricordate che Mosè era salito sul monte del Signore, c’era stato quaranta giorni per potere conoscere e ascoltare il Signore (cfr. Es 24, 18). Anche Elia, quando in un momento critico della sua vita aveva voglia di morire, aveva fatto un lungo pellegrinaggio di quaranta giorni fino al monte di Dio, l’Oreb, per potere ritrovare nell’incontro con Dio il coraggio di vivere (cfr. 1 Re 19, 8).

Quindi Gesù prende con sé alcuni suoi discepoli e li conduce in alto, su un monte, e lì, dice il Vangelo: «Fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candite come la luce» (Mt 17, 2). Ricordate quell’inno di San Paolo della lettera ai Filippesi, dove descrive la carriera di Gesù. Gesù era in forma divina, aveva la bellezza e lo splendore di Dio, ma invece di aggrapparsi a questa bellezza divina e tenerla stretta per sé in modo geloso, ha rinunciato alla forma divina e ha preso forma umana, anzi ha preso la forma di un servo sofferente fino alla morte, e addirittura alla morte umiliante della croce. Alla figura divina, ha sostituito una figura di servo (cfr. Fil 2, 6-11). Nella trasfigurazione avviene come il contrario; in quella che è la figura umana di Gesù, la sua figura di servo, si rivela all’improvviso la forma divina, la bellezza e lo splendore di Dio. È come dire ai discepoli: «Badate che Gesù che voi conoscete e incontrate come uomo, amico e vicino; in realtà porta dentro di sé un mistero grande». La forma umana non ha cancellato la forma divina, l’ha semplicemente velata; c’è un velo che normalmente impedisce di vederla, ma la forma divina è in Gesù di Nàzaret.

«Il volto che diventa splendente come il sole», vuole indicare l’incorruttibilità; in quanto il sole era considerato incorruttibile, perfetto. Gesù di Nàzaret è un uomo che va verso la morte, ma in realtà la sua vita è nella pienezza di vita di Dio, nella incorruttibilità divina; e «le vesti candite» vogliono indicare una santità, una perfezione senza macchia.

Ma non basta vedere con gli occhi, perché l’apparizione luminosa e abbagliante del Signore potrebbe anche essere interpretato in modo diverso. Tanto è vero che San Paolo ci ricorda «che anche satana può presentarsi come un angelo di luce» (2 Cor 11, 14); quindi, delle volte, può far credere agli occhi qualche cosa di diverso dalla realtà. Allora questa apparizione per essere interpretata, ha bisogno che sia messa insieme con qualche cosa d’altro, e prima di tutto ci stanno Mosè ed Elia, e vuol dire l’Antico Testamento: la lunga rivelazione di Dio.

In altri termini, Gesù di Nàzaret, non è un meteorite capitato all’improvviso dentro alla storia del mondo. No! Gesù di Nàzaret si colloca in tutta la storia d’Israele, nella grande storia della rivelazione, quella di Mosè e dei profeti. In fondo il motivo per cui lo riconosciamo come Messia, è che la sua presenza e la sua Parola, danno significato a tutta la storia della salvezza dell’umanità intera, chiamata da Dio a partecipare alla pienezza della sua vita. Mosè ed Elia, sono la testimonianza dell’Antico Testamento, della storia della salvezza.

Ma non basta nemmeno questo, alla testimonianza di Mosè e di Elia si aggiunge un’altra testimonianza: «Ecco una voce che diceva: Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo» (Mt 17, 5b). È una voce che viene dal cielo, da Dio, e che proclama Gesù come il suo Figlio. Figlio di Dio era considerato, in qualche modo, anche il re d’Israele, anzi il popolo d’Israele era considerato da Dio come suo Figlio. Quando il Signore libera Israele dall’Egitto, fa dire al Faraone: «Israele è il mio figlio primogenito…: lascia partire il mio figlio, perché mi serva!» (Es 4, 23). Ma quello che si diceva di Israele in genere, e del re di Israele, qui viene affermato in un modo unico: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto». E vuol dire: l’unico nel quale Dio si riconosce, si riflette, si ritrova pienamente e perfettamente.

È significativo, quando Dio guarda la storia del mondo e vede tutta la serie infinita degli uomini con quello che hanno fatto. Vede la serie degli uomini potenti, che hanno cambiato il mondo con la forza e con il potere; vede la serie degli uomini intelligenti che hanno scoperto cose nuove, che hanno inventato cose utili e scoperto verità profonde. E Dio cerca in questa lista, storia di umanità, qualcuno in cui rispecchiarsi. Questo qualcuno lo trova in Gesù di Nàzaret, non nei potenti, e nemmeno nei sapienti, ma in colui che dà la vita per gli altri, che vive l’obbedienza al Padre, a Dio, fino al dono di se stesso; quello è il Figlio di Dio, l’unico, l’unigenito, nel quale Dio veramente può compiacersi, di cui Dio è perfettamente contento. S’intende che è contento anche di tante altre persone, ma la contentezza di Dio su Gesù, è piena, perfetta e senza ombre.

Tutto questo, dice il Vangelo di Matteo, è una rivelazione ma per certi aspetti misteriosa e paradossale: «Pietro stava ancora parlando quando una nube luminosa li avvolse con la sua ombra» (Mt 17, 5a). E viene da dire: Ma questa nube fa ombra o fa luce? È luminosa, quindi sembra che illumini? Però in realtà è una nube e si parla di ombra? Allora è scura o luminosa, fa ombra o fa luce? Paradossalmente sono tutte e due le cose insieme. Quando Dio si rivela, è una luce grande che illumina la vita dell’uomo, ma non è una luce che non abbia con sé anche un aspetto di oscurità, di difficoltà a capire e a vedere. Dio è così grande per noi che nello stesso tempo la sua manifestazione appare paradossalmente luminosa e oscura.

Ma in questa rivelazione l’identità di Gesù è definita in modo preciso: «Il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto»; con quell’imperativo: «Ascoltatelo». Ascoltatelo, vuole dire che le parole di Gesù esprimono la rivelazione di Dio. Delle volte le parole di Gesù possono sorprenderci e apparire strane. Quando Gesù incomincerà a parlare di croce e di sofferenza, sembra che parli di qualche cosa che non ha niente a che fare con Dio. In realtà è proprio in quel momento che bisogna imparare ad ascoltarlo, quindi ad aprire il proprio cuore a quella rivelazione, anche quando va contro le nostre attese o le nostre idee.

Continua il Vangelo con quelle parole: «Pietro disse: Signore, è bello per noi stare qui con te; se vuoi farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia» (Mt 17, 4b). Ma in realtà non è questo il progetto di Gesù; il progetto è piuttosto quello che Pietro, Giacomo e Giovanni, fatta questa esperienza, debbono scendere dal monte e ritornino nel tessuto del quotidiano. E vuol dire: dovevano salire sul monte per vedere la bellezza di Gesù, per essere affascinati dalla sua bellezza, per ascoltare la testimonianza di Dio a suo favore, per avere nel cuore una disponibilità piena all’ascolto di Gesù; ma poi devono scendere dal monte, perché l’obbedienza a Gesù e l’ascolto della sua Parola, lo devono praticare nella fatica quotidiana, non uscendo dal mondo ma vivendo nell’obbedienza il proprio impegno di lavoro e l’impegno quotidiano di testimonianza.

Questo per noi diventa straordinariamente significativo. Stiamo facendo il cammino verso la Pasqua con il Signore. Domenica scorsa c’è stato messo davanti il racconto delle tentazioni perché scegliessimo, e ci fosse nella nostra vita, una decisone chiara a favore di Dio; e quindi Dio solo diventasse, e fosse riconosciuto, come il nostro Dio.

Oggi, in questa Domenica, c’è chiesto di fare un altro passo, di riconoscere che il nostro incontro con Dio passa attraverso l’incontro con Gesù: vedere la gloria di Dio sul volto di Gesù, per orientare il nostro cammino dietro di Lui, nel cammino di obbedienza di sequela a Lui. Lo facciamo attraverso la nostra preghiera, la contemplazione che ci viene donata in questa Eucaristia; ma poi dobbiamo ritornare in mezzo alla nostra vita, nel lavoro e nella famiglia, negli impegni di dialogo con gli altri, nelle responsabilità sociali. È nel tessuto quotidiano che dobbiamo continuare a vivere, riconoscendo in Gesù il Figlio di Dio, e quindi ascoltando le parole del Signore, e cercando di vivere in modo obbediente a Lui.

È sempre così, nella nostra vita c’è bisogno di un momento di distacco dalle cose che ci impegnano; c’è bisogno di un momento di festa, di liturgia, in cui riscopriamo il senso e la gioia di vivere la nostra vita davanti al Signore. «È bello per noi stare qui», bisognerebbe che riuscissimo a vivere la liturgia così, che diventasse proprio bella. È un momento di distensione, in cui non abbiamo preoccupazioni che ci ossessionino; ma semplicemente godere il fatto di essere amati dal Signore, di vederlo davanti e di rivedere la sua bellezza. «È bello per noi stare qui», abbiamo bisogno di questi momenti, ma non per distaccarci dal quotidiano e dalle responsabilità della vita; ma piuttosto per ritornarci dentro con una sicurezza e una speranza e una energia più grande, perché l’incontro con il Signore attraversi tutte le nostre esperienze e tutte quelle responsabilità che la vita ci dona.

Allora celebriamo così l’Eucarestia, poi scenderemo dal monte, e poi ritorneremo a casa a fare le cose di prima; ma non a farle come prima. Pietro, Giacomo e Giovanni sono scesi dal monte e hanno fatto quello che facevano prima, ma erano stati toccati dal Signore, avevano visto la sua gloria, avevano il fascino del Signore dentro nel loro cuore, e andranno avanti secondo il Signore. Questo non li metterà al sicuro dai peccati e dalle cadute; Pietro rinnegherà il Signore, ma per un solo attimo, poi basterà che Pietro si ricordi della Parola del Signore per pentirsi e ritrovare il cammino della comunione con Lui; perché l’aveva visto, e non poteva dimenticare la rivelazione di gloria e di bellezza che il Signore gli aveva dato.

Ecco, io spero che avvenga lo stesso per noi, che l’Eucarestia ci faccia vedere la bellezza del Signore, e che ci portiamo dentro al cuore l’esperienza di gioia e di comunione con Lui, in tutta la vita.

Ripeto che questo non ci metterà al sicuro dalle cadute e dai peccati; ma ci permetterà sempre di recuperare, anche nella caduta e nel peccato, la gioia di camminare con il Signore, la consapevolezza di essere stati cercati e amati da Lui. In questo modo, se il Signore vorrà, potremmo fare tutto il cammino della vita, arrivare fino alla Pasqua del Signore, e nella Pasqua del Signore ritrovare la presenza di Dio da cui la nostra vita è partita, e alla quale la nostra vita è chiamata a ritornare.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.

I DISCEPOLI GIOIRONO NEL VEDERE IL SIGNORE

Solennità di Pentecoste

I discepoli gioirono nel vedere il Signore

26 Maggio 1996

Fonte Settimanale diocesano “Nuovo Giornale” n. 20 – 1996

Letture: Atti (2, 1-11); 1 Corinzi (12, 3-7.12-13); Giovanni (20, 19-23).

Il dono dello Spirito

Il giorno stesso di Pasqua, secondo il vangelo di Giovanni, Gesù appare ai suoi discepoli e dona lo Spirito Santo Anzi, lo «soffia» su di loro con un gesto insolito, che sembra richiamare l’attività creatrice di Dio nel Libro della Genesi: Dio «soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» – (Gen 2, 7).

L’azione di Gesù va collegata immediatamente con il comando di missione: «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi» (Gv 20, 21). Si deve intendere: non ci sono due missioni successive (quella di Gesù e quella dei discepoli), la seconda delle quali dovrebbe cercare di somigliare alla prima; ma c’è un’unica missione, voluta dal Padre, affidata a Gesù e continuata dai discepoli. Si potrebbe tra durre il testo così: “Siccome il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”; siccome il Padre vuole che tutti gli uomini ricevano la pienezza della vita e per questo ha mandato me nel mondo, anch’io, partecipe della volontà stessa del Padre, mando voi nel mondo perché andiate e portiate il frutto del Vangelo e trasmettiate a tutti gli uomini la vita che avete ricevuto.

Spirito Santo e missione della Chiesa

Si capisce allora che gli Apostoli abbiano bisogno delle Spirito. Può forse bastare l’intelligenza umana o l’abilità umana o la buona volontà per compiere la missione di Cristo? Non c’è un’insuperabile sproporzione? Per agire «come» Gesù e «in nome» di Gesù i discepoli debbono diventare nuove creature; debbono essere rigenerati da quello Spirito per opera del quale Cristo stesso è stato concepito. Perciò, «riceverete lo Spirito Santo». Solo così i discepoli potranno «rimettere i peccati» e cioè combattere e sconfiggere la forza negativa del peccato e la sua nefasta influenza sul mondo. Era stato il compito essenziale di Gesù «l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo» (Gv 1, 29); sarà il compito storico della Chiesa: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi» (Gv 20, 23).

Quello che Giovanni colloca nel giorno stesso di Pasqua, Luca lo riporta alla festa della Pentecoste, cinquanta giorni dopo. Il gruppo dei discepoli è radunato insieme nello stesso luogo; appaiono lingue di fuoco che si posano su ciascuno dei presenti: allora «essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere di esprimersi» (At 2, 4). Non solo i discepoli, prima paurosi, hanno il coraggio di parlare, ma soprattutto hanno la capacità di dire la Parola di Dio (e questa Parola è Gesù Cristo), d’interpretare e annunciare il disegno salvifico di Dio.

Un altro elemento sorprendente è che questa Parola viene intesa da tutti. Luca dà un elenco ampio e dettagliato di nazioni che sono presenti all’annuncio del Vangelo e afferma che tutti odono annunziare nelle proprie lingue le grandi opere di Dio.

Doni dello Spirito e unità

Si può dire allora che lo Spirito della Pentecoste è una forza unificatrice che si contrappone vittoriosamente alla logica di divisione (quella della torre di Babele). Dallo Spirito le diverse esperienze umane vengono assunte senza essere mortificate; diventano portatrici del Vangelo senza perdere la propria identità.

Non è forse questo il progetto di Dio? Un mondo ricco nella varietà e saldo nella comunione, tale da riflettere il mistero Trinitario; un’esperienza di unità raggiunta senza mortificare la pluralità ma trasformandola con la forza dell’amore. Ebbene, questo mistero di comunione incomincia fin d’ora a manifestarsi nell’esperienza della Chiesa, che deve esprimere il mistero di Cristo, essere il suo «corpo». Ma questo esige la consapevolezza chiara che «a ciascuno è data una manifestazione dello Spirito per l’utilità comune» (1 Cor 12, 7).

Ne viene un’etica dei carismi che fa parte essenziale dell’etica dei rapporti intracomunitari. Nel mondo chi ha un dono cerca di affermarlo in ogni modo, ma tra i credenti non è così: chi ha ricevuto un dono dello Spirito lo metterà al servizio di tutti e considererà il bene della comunità più importante della propria affermazione.

GLI ULTIMI SARANNO I PRIMI E I PRIMI GLI ULTIMI

Liturgia XXV Domenica t.o.

Gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi

22 Settembre 1996

Fonte settimanale diocesano “Nuovo Giornale” n. 33 del 21/09/1996 – Liturgia: XXV Domenica t.o.

Letture: Isaia(55, 6-9); Filippesi (1, 20-27); Matteo (20, 1-16).

Lavoro e salario

Rimaniamo sorpresi davanti alla parabola del Vangelo. Quale giustizia è mai quella che ricompensa ugualmente operai che hanno compiuto lavori diversi? Alcuni hanno lavorato una giornata intera, altri un po’ meno, altri un’ora sola. Hanno ragione gli operai della prima ora quando si lamentano contro il padrone: «[12]Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo». È giusto?

Secondo una giustizia distributiva, no. Ma possiamo interpretare il rapporto con Dio secondo una logica di giustizia distributiva? Anzi, c’è di più: avremmo interesse a volere così il nostro rapporto con Dio? Se Dio ci donasse solo quello che abbiamo meritato; se misurasse con esattezza i nostri doveri e le nostre prestazioni, sarebbe davvero vantaggioso per noi? O non sarà meglio appellarci alla bontà del Signore senza fare troppi riferimenti ai nostri eventuali meriti?

Il padrone della parabola distribuisce il salario non secondo la misura delle prestazioni degli operai, ma in vista del loro bene e della loro gioia. Hanno bisogno di un denaro per vivere in pace? Ebbene. lui dona un denaro a tutti quelli che non l’hanno meritato appieno.

Riconoscenza

Che cosa significa un comportamento del genere? Agli operai della prima ora dice: non cadere nella considerazione commerciale della religione. È vero: hai lavorato tutto il giorno e ricevi il denaro che era stato pattuito. Anche se te lo sei meritato, prendilo come un dono: sia per te il segno del mio amore e della mia premura. In fondo, se hai potuto lavorare dalla prima ora, è stato sì per la tua buona volontà, ma è stato soprattutto per il mio amore che ti ha cercato, chiamato e assunto. Se consideri il salario come un dono, non ci rimetti: hai il tuo denaro e in più hai la mia amicizia e la mia stima. Non è meglio così? Agli operai dell’ultima ora dice: non avvilirti se sono passate undici ore vuote. Ti chiamo adesso, un’ora prima del tramonto. Rispondimi e avrai anche tu, al termine della giornata, il denaro della gioia e della pienezza. È vero che ormai non fai più in tempo a «meritare» il «denaro», ma puoi ancora prepararti a riceverlo in dono. E proprio la consapevolezza della tua povertà ti costringe a sentirti riconoscente: non è con il lavoro che hai potuto salvare la tua vita, ma solo col dono di Dio che ti ha superato immensamente. Il Signore ci vuole far fare una «conversione»: Dio non è un padrone che dà un salario, ma un padre che dà un dono; l’uomo non è un operaio che lavora per interesse, ma un figlio che serve per amore; la salvezza non è un salario di cui l’operaio possa vantarsi, ma una grazia di cui il beneficiario deve essere riconoscente. Ci sono, nella vita dell’uomo, degli ambiti dove i rapporti sono regolati dalla giustizia distributiva: sono i rapporti che si muovono all’interno della vita economica. Ma ci sono ambiti dove i rapporti sono regolati dalla gratuità e la religione (come anche l’amicizia, l’amore…) appartiene a questi. Non è dunque la paura che ci deve muovere ma la gioia che l’amore di Dio apre davanti al nostro cammino. Il passato non ci condiziona più, il tempo che abbiamo perduto non è motivo di tristezza invincibile: ci è possibile recuperare ogni testo e dare valore a ogni comportamento.

Ecco in che modo i pensieri di Dio superano i nostri; ed ecco il motivo che ci invita alla conversione: «[7]L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri» (Is 55, 7). Perché? Perché il Signore è vicino e si fa trovare; perché il Signore è pronto al perdono.

GLI ANGELI SEPARERANNO I CATTIVI DAI BUONI

Liturgia: XVII Domenica t.o./ a.A

Gli angeli separeranno i cattivi dai buoni

28 Luglio 1996

Fonte settimanale diocesano “Nuovo Giornale” n. 29 del 27/07/1996.

Letture: Romani (8-28-30); Matteo (13, 44-52).

Un tesoro da comprare

Quanto vale il Regno di Dio? La risposta e evidente: vale tutto. Il Regno di Dio è Dio stesso, e Dio è l’incommensurabile: nulla di tutto ciò che esiste può confrontarsi con lui. Ma, concretamente, quanto siamo disposti a rischiare per il Regno (per Gesù Cristo)? In che misura l’incontro col Regno (con Gesù Cristo) ha cambiato la nostra vita? Le nostre scelte sono motivate dal Regno (da Gesù Cristo)?

Siamo costretti a fare un serio esame di coscienza, e ci aiutano le due parabole del tesoro nel campo e della perla preziosa.

La gioia di una scoperta

Un bracciante che sta lavorando un campo vi trova un tesoro; un mercante, appassionato di perle, trova la perla preziosa che aveva sognato per tutta la vita. Due esperienze diverse: la prima casuale, la seconda preparata con una lunga ricerca. Ma l’effetto è lo stesso: «va… vende tutti i suoi averi e compra quel campo…, compra la perla». Questa conclusione può sorprendere. Non è forse, il Regno, un dono? Perché allora Gesù usa l’immagine del comperare il campo o la perla? È necessario il verbo «comprare» perché nelle due parabole si uniscono fortuna e impegno, per indicare che nell’esperienza del Regno si coniugano grazia e Dio e responsabilità dell’uomo.

La ricchezza che si ottiene è ben superiore alla cifra che si spende. In entrambi i casi però è indispensabile che il protagonista «venda tutti i suoi averi»: solo così percepisce il valore di quello che ottiene.

Disposti a spendere tutto

Il Regno di Dio chiede l’impegno dell’uomo, ma rimane sempre un dono gratuito del Signore che dev’essere accolto con riconoscenza e con stupore. Notiamo ancora che il prezzo da spendere è «tutti i propri averi»; non una parte, per quanto cospicua, del proprio patrimonio, ma tutto. Si tratta di vedere nel Regno il senso pieno della vita per cui, ricevuto quello, non c’è più bisogno di altro.

Di fatto, è vero che non a tutti i cristiani viene chiesto di fare una scelta di povertà radicale, ma a tutti viene certo chiesto di porre il valore del Regno sopra ogni altra cosa e di sapere sacrificare ogni sicurezza per il Regno.

La logica cristiana del martirio significa esattamente questo: non sappiamo quali sacrifici ci chiederà concretamente l’adesione al Vangelo; ma dobbiamo essere pronti a qualsiasi sacrificio.

Paradossalmente, il fare questo deve essere accompagnato dalla gioia: «dalla gioia vende tutti i suoi averi». Il credente è consapevole di aver scoperto la bellezza, la consolazione, il senso pieno della vita.

La parabola che segue (i pescatori che dopo la pesca siedono a distinguere i pesci buoni dai cattivi) ci fa capire che l’adesione al Regno (alla Chiesa) può esprimere una effettiva adesione del cuore a Dio, ma può anche nascondere la ricerca di vantaggi personali. E i due tipi di religione (autentico e falso) coesistono fino alla fine dei tempi; sarà il giudizio di Dio a mettere in luce i segreti dei cuori e darà a ciascuno quello che corrisponde al suo vero impegno.

Salomone è piaciuto a Dio perché, invece di chiedere dei benefici privati, ha chiesto di saper servire con saggezza il suo popolo. Il credente piacerà al Signore se vivrà la vita religiosa non come la ricerca di un vantaggio personale ma come il desiderio di fare pienamente la volontà di Dio attraverso il servizio sincero dei fratelli.

GIOVEDI SANTO – MESSA CRISMALE

Cattedrale

Giovedì santo
Messa Crismale

4 aprile 1996

Letture: Salmo 118, 65-72; Is 61, 1-3. 6, 8-9; Ap 1, 5-8; Lc 4, 16-21.

Consideriamo la nostra vocazione, fratelli

È con una commozione forte e anche con una grande gioia che presiedo per la prima volta questa Concelebrazione con tutto il mio Presbiterio perché è una delle occasioni più belle in cui la Chiesa di Piacenza-Bobbio si manifesta in tutta la sua pienezza e ricchezza per la presenza del Vescovo, dei preti, di tutto il Presbiterio, dei diaconi, poi sono presenti i religiosi, le religiose e i fedeli laici, nel contesto del giovedì santo che è memoria dell’Eucarestia, per la quale siamo stati ordinati preti. Quindi, memoria del nostro sacerdozio. Saranno consacrati gli oli, quale materia che diventerà strumento della consacrazione a Cristo del popolo di Dio, nei sacramenti del Battesimo, della Confermazione, dell’Unzione degli infermi e dell’ordinazione sacerdotale. Quindi c’è dentro molto del mistero della Chiesa piacentina-bobbiese.

Desidero soprattutto che questo sia un momento di comunione fraterna fondata sulla comunione sacramentale che ci lega; vuole dire che abbiamo ricevuto tutti lo stesso sacramento per diventare una cosa sola. Quando uno viene ordinato è immesso in un Presbiterio ed entra in un’unità profonda con tutti i presbiteri; a questo serve l’ordinazione sacerdotale, ed è per questo che ci sentiamo legati da un vincolo che è di conoscenza, di amicizia e di rispetto reciproco; ma prima di tutto è il vincolo sacramentale che il Signore ha costruito tra noi. Quello che diceva S. Ignazio di Antiochia – che non si deve fare niente senza il Vescovo – non è prima di tutto una determinazione giuridica, ma è l’espressione di quel mistero di comunione che ci lega e per il quale siamo ordinati.

E proprio per questo vogliamo fare memoria di tutti quelli che non sono in questa Assemblea, ma che sono con noi a motivo dei legami di fraternità.

Ricordiamo i preti ammalati che riconosciamo come membra vive e attive del Presbiterio, perché il Signore ha redento il mondo predicando, ma soprattutto soffrendo, e dove c’è sofferenza, accolta nella dimensione della fede e dell’amore, lì si attua la redenzione del Signore. Grazie dunque a questi sacerdoti ammalati.

Ricordiamo ancora i missionari, i nostri fratelli preti che sono sparsi in tutto il mondo, soprattutto in Brasile, che esprimono l’apertura cattolica della Chiesa piacentina-bobbiese. Li sentiamo evidentemente molto vicini, come una ricchezza per la dimensione di universalità e di cattolicità della nostra Chiesa.

Una preghiera fraterna anche per i sacerdoti che hanno lasciato il ministero; non riusciamo pensare a loro senza provare sofferenza e tristezza, perché le promesse fatte a Dio sono molto serie, ma teniamo e abbiamo per loro un sincero affetto fraterno, perché tutti noi, come loro, viviamo dell’immensa misericordia e del perdono del Signore.

Nella lettera che il Papa ci ha mandato in occasione del giovedì santo, ormai tradizionale, è partito da quella espressione di S. Paolo: «Consideriamo la nostra vocazione, fratelli» (1 Cor 1, 26a), ed è un’esortazione rivolta a tutti i cristiani, ma in particolare a noi che abbiamo una vocazione che ha sconvolto la nostra vita che ci ha portato per strade non immaginabili o programmabili in precedenza.

Consideriamo dunque, fratelli, la nostra vocazione. E quale? Quella che è stata detta dal profeta Isaia ed è stata ripresa da Gesù nella sinagoga di Nàzaret: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore» (Lc 4, 18-19). Questa è la vocazione di Gesù ma anche la nostra che ci chiama attraverso di Lui: portare il Vangelo ai poveri, ai cuori spezzati, agli schiavi, ai ciechi, ai prigionieri, a tutte le situazioni di povertà e di limite che segnano la tristezza e la condizione dell’uomo. Si potrebbe naturalmente allungare l’elenco, perché la nostra società ricca e complessa, crea delle nuove forme di povertà; quindi includiamo gli anziani e gli ammalati, le persone sole, i disoccupati e gli emarginati, i drogati e gli alcolisti e tutti quelli che vivono la fatica della speranza.

Per tutti questi siamo mandati, perché dietro al Vangelo c’è e ci deve essere una autentica passione per l’uomo, un desiderio forte che l’uomo viva: questo è il desiderio di Dio. «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia (Dio non vuole che l’uomo muoia), ma abbia la vita eterna» (Gv 3, 16).

L’amore e la passione di Dio per l’uomo deve diventare la motivazione del nostro ministero e dell’annuncio del Vangelo: dobbiamo proclamare a tutti un anno di grazia del Signore. Un anno di grazia del Signore, dicono gli esegeti, vuol dire un giubileo: l’anno nel quale vengono condonati i debiti e liberati gli schiavi; quindi annunciare un anno di grazia del Signore vuol dire annunciare la ricostruzione e la rigenerazione dell’uomo.

Quando Dio ha creato l’uomo l’ha fatto «a sua immagine e somiglianza» (Gen 1, 26), Dio ha sognato l’uomo libero, signore del mondo. Ma l’uomo non è libero, rischia frequentemente la schiavitù delle cose, del denaro e del mondo: non è quello che Dio ha sognato. Quando Dio ha pensato all’uomo, lo ha chiamato ad essere suo figlio, ma molte volte l’uomo di oggi appare come figlio di nessuno, sembra che non abbia niente cui potersi appoggiare con fiducia e con speranza. Dio quando ha creato l’uomo lo ha pensato in Gesù Cristo: l’uomo doveva avere i lineamenti di Gesù Cristo, ma molte volte l’uomo ha i lineamenti della violenza o della cattiveria o dell’egoismo. Quando Dio ha pensato l’uomo lo ha voluto animato dallo spirito dell’amore, e invece molte volte siamo spinti dall’interesse e dalla volontà di prevalere.

Insomma c’è da rifare l’uomo, e certamente non siamo noi che lo possiamo rifare ma il Vangelo. Il Vangelo è forza di Dio capace di plasmare l’uomo e di farlo secondo il volere di Dio, per questo «mi ha mandato per proclamare il lieto annuncio – il Vangelo – ai poveri» (Lc 4, 18).

Proclamare il Vangelo, vuol dire trasmettere una notizia? notificare qualche cosa? No! Proclamare il Vangelo vuol dire operare efficacemente la salvezza. Il Vangelo non è un insegnamento o una istruzione o una teoria: il Vangelo è una forza divina, una dynamis – dice Paolo – è una energia che viene innestata nel mondo e nel cuore dell’uomo per cambiarlo (cfr. Rm 1, 16).

Il significato della lettera pastorale che ho mandato è proprio questo; vuole essere semplicemente l’affermazione di questa tesi: la Parola del Vangelo contiene l’energia di Dio che salva e che dà speranza all’uomo. Gesù Cristo ha fatto dei miracoli, ma l’energia del Vangelo non sono i miracoli; i miracoli sono solo il segno di quella vera salvezza che è Lui, il Signore; Gesù è più grande di tutti i suoi segni ed è Lui la salvezza che viene donata quando pronunciamo il Vangelo.

Mi ha consacrato con l’unzione

Ma dice il brano che abbiamo ascoltato: perché il Vangelo possa essere annunciato ci sono delle condizioni, e la prima è questa: «Mi ha mandato per annunciare il lieto messaggio» (Lc 4, 18). Dunque il Vangelo ha il suo posto all’interno della missione, non è un’opera autonoma che facciamo per volontà e per scelta nostra, ma nell’obbedienza. Se vogliamo avere autorevolezza, questa deriva solo dall’obbedienza, dal fatto che non agiamo per volontà nostra, ma in obbedienza al Signore che ci manda. Valeva lo stesso per Gesù Cristo che si è presentato come un mandato, come un obbediente, come uno che non faceva niente di testa propria, ma unicamente secondo la volontà di Dio: parlava e agiva secondo la volontà del Padre; così vale anche per noi: dobbiamo concepire il nostro servizio come missione, siamo semplicemente amministratori della salvezza di Dio.

E legato a questo, dice: «Per questo mi ha consacrato con l’unzione» (Lc 4, 18). L’annuncio del Vangelo si lega alla consacrazione. Che cosa vuol dire? Che non apparteniamo a noi stessi, ma a Gesù Cristo. Per annunciare il Vangelo non basta saperne il contenuto e trasmetterne l’insegnamento, bisogna essere di Gesù Cristo, appartenere totalmente a Lui; non siamo dei prestatori d’opera e neanche degli operai a contratto che discutono le condizioni del lavoro e le accettano o le rifiutano a seconda che a loro piacciono o no: siamo dei consacrati, dei quali il Signore può fare quello che vuole. Il sacerdozio è bello per questo, perché, se fosse nella linea dei mestieri, ci sono molti mestieri più interessanti del fare il prete, dal punto di vista economico e dal punto di vista sociale. Ma il sacerdozio è nella linea del dono di sé, e non c’è un’altra esperienza che coinvolga così pienamente, pensieri, desideri, emozioni, progetti e speranze come la consacrazione a Gesù Cristo. Il sacerdozio è bello solo per questo; è la sua specificità, è quello che lo rende interessante e motivo di gioia, che ci fa essere preti non provvisoriamente ma definitivamente; in qualche modo abbiamo tagliato i ponti alle spalle e non ci è più possibile tornare indietro. S. Paolo scriveva ai Filippesi: «Sono stato raggiunto da Gesù Cristo. Allora dimentico di tutto quello che è il mio passato mi protendo verso il futuro, se posso arrivare a raggiungere anch’io Gesù Cristo» (cfr. Fil 3, 12-14). Non abbiamo altra strada, se non questa: avanti dove il Signore ci precede, verso il Signore che ci chiama. Questa consacrazione è necessaria per l’annuncio al Vangelo.

E finalmente dice: «Lo Spirito del Signore è sopra di me» (Lc 4, 18). Vuol dire che questo annuncio del Vangelo non lo facciamo per paura o per interesse, ma per amore. “Lo Spirito del Signore”, vuol dire che annunciamo il Vangelo per una gioia che il Signore mette dentro ai nostri cuori; lo Spirito serve per questo: annunciamo il Vangelo con una umiltà grande, perché abbiamo in consegna delle cose enormi; ma noi rimaniamo della povera gente e deboli; quindi gestiamo e trasmettiamo delle cose che sono infinitamente più grandi di noi. Allora la gioia, l’umiltà e la fiducia sono l’atteggiamento interiore, lo spirito con cui possiamo annunciare il Vangelo. Per questo il Vangelo è dynamis: “lo Spirito del Signore è sopra di me”, mi ha consacrato, mi ha mandato; e allora questo annuncio diventa energia, forza di Dio, perché passa il Signore attraverso la nostra consacrazione e obbedienza.

È questo il motivo per cui è così importante per noi, per la nostra Chiesa, la dimensione missionaria: una Chiesa che si trasforma in soggetto di evangelizzazione, che vuole donare la salvezza attraverso l’annuncio di Gesù Cristo. Abbiamo nel cuore la “Missione diocesana”, che viene da questo: dall’amore per l’uomo di oggi, dalla consapevolezza che l’uomo di oggi è povero e ha bisogno non di noi ma di Cristo, non delle cose che noi possiamo insegnare ma del Vangelo. Proprio perché ha bisogno di questo, non possiamo tacere e non possiamo rimanere dentro alle nostre abitudini. Allora vi prego di mettere la missionarietà, l’annuncio del Vangelo, prima di tutto.

Fa parte del nostro ministero l’attività di contenimento, cioè rispondere alle esigenze religiose della gente; noi facciamo i gesti religiosi e giustamente la gente ci chiede di rispondere a queste esigenze religiose; questo va bene, ma non basta. Così la gente ha bisogno di attività sociali e assistenziali; va bene, ma non basta. Così la gente ha bisogno di rapporti umani, di simpatia e di amicizia, ed è giusto: ci dobbiamo presentare con mitezza, con dolcezza, con affabilità; va bene, ma non basta.

La gente ha bisogno di Gesù Cristo e del suo Vangelo e questo dobbiamo metterlo come centro della nostra attività di ministero. Tenendo anche presente che se vogliamo metterci in stato di missione, bisogna che rinunciamo a qualche cosa d’altro; se diamo più posto al Vangelo, bisogna dare meno posto a qualche cosa d’altro, bisogna che il tempo e le energie siano orientate su questo. Sempre nella prospettiva missionaria, aggiungo solo una parola per il Brasile. Mi hanno detto che era tradizione nel contesto dell’omelia del Giovedì santo invitare quelli che si sentono disponibili per un servizio missionario in Brasile e lo faccio volentieri anch’io. Lo faccio volentieri per quello che dicevo all’inizio, perché la nostra Chiesa ha bisogno di essere missionaria anche con la missio ad gentes, perché anche questa missione in Brasile la arricchisce e le dà un respiro più cattolico e più grande. Ci aiuta anche a vedere un po’ alla distanza tutti quei problemi che abbiamo anche noi, che sono problemi veri ma che visti un poco da lontano ritrovano la loro dimensione, altrimenti sembrano enormi, mentre sono molto più discreti e molto più piccoli.

Secondariamente m’interessa la questione del Brasile e dell’America Latina perché si gioca una partita importante per la Chiesa cattolica (sono nazioni che stanno entrando nella ricchezza e nella modernizzazione), che si trova a dovere fare i conti con una miriade di sette religiose, deve confrontarsi con la cultura popolare e con la capacità di animare questa cultura popolare; quindi molte delle sfide della Chiesa si giocano lì.

Allora credo sia bello che la nostra Chiesa piacentina abbia partecipato all’attività di evangelizzazione in Brasile, e vorrei che questo servizio continuasse; quindi, se qualcuno si sente disponibile a un servizio di questo genere lo può evidentemente fare presente, ascoltando il proprio cuore e interrogandosi sulle motivazioni. La motivazione non può essere solo quella del cambiare attività per trovarne una più gradevole, perché in realtà non è la più gradevole; l’unica motivazione è la volontà di annunciare il Vangelo come consacrati, come mandati da Gesù Cristo e animati dal suo Spirito. Se ci sono queste motivazioni, e qualcuno si fa avanti, io lo accetto molto volentieri.

Mi viene in mente quel Salmo: «Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme! È come olio profumato sul capo, che scende sulla barba, sulla barba di Aronne, che scende sull’orlo della sua veste. È come rugiada dell’Ermon, che scende sui monti di Sion» (Sal 133, 1-3).

Torniamo al discorso iniziale: la cosa fondamentale è la comunione che ci lega, che ci fa essere un unico Presbiterio, un’unica cosa; se riusciamo a vivere questo, il nostro ministero acquista una energia e una forza grande, non ci sono tra noi dei liberi battitori, c’è un unico corpo che agisce con la collaborazione di tutti che vuole esprimere il mistero dell’amore di Dio, attraverso il mistero e l’esperienza dell’amore fraterno, dell’amore che ci unisce e che ci fa essere fratelli nel Signore.

GIORNATA DIOCESANA DELLA CARITA’

Cattedrale

Giornata diocesana della Carità
IV domenica di avvento

22 dicembre 1996

Letture: 2 Samuele 7, 1-5. 8-12. 14. 16; Salmo 88; Romani 16, 25-27; Luca 1, 26-38.

Introduzione

Nella liturgia di questa IV domenica di Avvento, Maria santissima ci insegna a prepararci correttamente al Natale che viene, con la sua disponibilità alla parola del Signore e la sua obbedienza al progetto di salvezza di Dio. Allora, chiediamo all’intercessione di Maria che metta nei nostri cuori atteggiamenti simili; che il suo “eccomi” diventi anche il nostro “eccoci” di fronte alla volontà e al progetto che Dio ha sulla nostra Chiesa; perché il cammino del Natale si trasformi per noi in cammino di vita nuova e di conversione autentica. Per questo chiediamo innanzitutto al Signore che ci doni la sua grazia di un cuore nuovo e di uno spirito saldo e fedele a Lui.

Omelia

Verso la fine della sua vita, il re Davide accarezza il proposito di costruire un tempio, una casa, del Signore. E chiede il parere al profeta del Signore, Natan. Natan dopo avergli detto immediatamente di si, ha una visione del Signore che gli manifesta invece un progetto diverso. Non sarà Davide a costruire una casa al Signore ma sarà il Signore a costruire una casa a Davide. A quel re il Signore promette una discendenza continua sul trono di Gerusalemme: «Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu giacerai con i tuoi padri, io assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno. Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio. La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me e il tuo trono sarà reso stabile per sempre» (2 Sam 7, 12-13). Questo testo giustifica la monarchia Davidica. Se sul trono di Gerusalemme ci saranno sempre dei discendenti di Davide fino al 586 a.C., è per questa promessa del profeta, perché in quell’anno Nabucodonosor con il suo esercito distrugge Gerusalemme e la dinastia Davidica praticamente scompare. Sembra che la promessa del Signore sia stata cancellata dalla storia umana, dalle sabbie della storia.

Invece è proprio questa promessa di Natan, cui si riferisce l’angelo quando spiega a Maria il progetto che Dio ha su di lei: «Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine» (Lc 1, 31-33). Dicevo che le parole richiamavano esattamente quelli di Natan ed è significativo. La promessa è stata fatta circa mille anni prima; sono passati quasi mille anni, prima che s’intraveda il compimento di questa promessa; anzi sono ormai passati quasi 600 anni da quando la dinastia Davidica è stata spazzata via. Le parole dell’angelo appaiono incredibili e assolutamente al di fuori delle attese e delle verifiche umane. Ma sono proprio le parole e le promesse del Signore che si compiono senza lasciarne cadere una, ma con i suoi tempi e secondo le sue modalità.

A Maria viene chiesto di rappresentare la fede di Israele: dire il suo sì a nome di tutto il popolo di Dio; perché quel popolo, che aveva atteso inutilmente la salvezza, l’accolga adesso nel momento in cui Dio vuole liberamente donare. È il sì di Maria, l’espressione: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1, 38); è il consenso umano che permette alla Parola di Dio di incarnarsi, di entrare nella storia. Ci voleva questo consenso di Maria, perché la Parola di Dio doveva entrare nella piena libertà dell’uomo ed essere accolta nella fede.

Per questo l’angelo, iniziando la rivelazione della volontà di Dio, le aveva detto: «Rallegrati, o piena di grazia, il Signore è con te» (Lc 1, 28), come se a Maria le venisse affidato un compito così grande che le sue forze non erano sufficienti. Per questo “il Signore è con te”, è la garanzia della presenza di Dio, perché quello che umanamente è inconcepibile e impossibile e supera le nostre forze, sia creduto e compiuto con la forza di Dio.

Questo Vangelo c’è donato nella IV domenica d’Avvento, nelle immediate vicinanze del Natale, come insegnamento sul modo in cui la nostra Chiesa di Piacenza-Bobbio deve attendere e vivere il Natale; perché le promesse che sono state fatte a Maria le abbiamo ascoltate anche noi.

Se qualcuno ha fatto il percorso dell’Avvento, si è accorto che abbiamo ascoltato una serie straordinaria e incredibile di promesse. Ci è stato promesso che «gli strumenti di guerra diventeranno strumenti di pace» (cfr. Is 2, 4). Ci è stato promesso che «il lupo e l’agnello dimoreranno insieme» (cfr. Is 65, 25); vuol dire: quelli che hanno la forza e i deboli potranno convivere nella giustizia e nell’amore; quelli che sono forti non schiacceranno i deboli e quelli che sono deboli non avranno paura dei forti. Ci è stato promesso che viene tolta la coperta che ci impedisce di vedere la verità della cose (cfr. Is 25, 7); vuole dire: ci viene tolta l’ignoranza e possiamo capire qual è il senso della nostra vita e della nostra storia. Ci è stato promesso che anche la morte con la sua paura viene ingoiata (cfr. Is 25, 8).

Nel tempo dell’Avvento ci sono state fatte tutte queste promesse, e a noi è chiesto di crederle e di prenderle sul serio, di non pensare che sono semplicemente dei sogni, delle illusioni, dei pii desideri e delle proiezioni delle nostre povertà umane che diventano attese o speranze strane. C’è chiesto di pensare che queste parole sono di Dio e che adesso, nella nostra storia e nella nostra vita, Dio le realizza perché a Maria è stato chiesto questo. A Maria non è stato chiesto di credere semplicemente in una realizzazione della promessa indipendentemente da lei, ma le è stato chiesto di lasciare che la sua vita fosse compromessa e assunta in qualche modo nelle realizzazioni delle promesse di Dio, tanto che la sua vita è diventata un’esistenza sequestrata. Maria da quel momento appartiene alle promesse di Dio: la sua libertà è donata liberamente al compimento della volontà di Dio.

Con il Natale è chiesto la stessa cosa alla nostra Chiesa di Piacenza-Bobbio; ci sono messe davanti le promesse di Dio e ci viene detto: «Rallegrati, Chiesa di Piacenza-Bobbio, sei piena di grazia, il Signore è con te». E vuole dire: rallegrati perché Dio ti ha guardata con favore e ha messo dentro di te la santità della sua grazia. Alla Chiesa di Piacenza-Bobbio è chiesto di credere nel compimento delle promesse di Dio perché è vero che sono più grandi di noi e se misuriamo le nostre forze dobbiamo dire: non abbiamo niente che ci possa permettere di sperare in una salvezza così bella come c’è stata promessa; ma appunto per questo, “il Signore è con te”.

Torno a dire: se noi prendiamo sul serio queste promesse, la nostra vita e quella della nostra Chiesa viene coinvolta. Se noi prendiamo sul serio le promesse di Isaia 2, 4: «gli strumenti di guerra diventano strumenti di pace»; vuol dire: la nostra Chiesa di Piacenza-Bobbio è chiamata ed è obbligata a non usare più strumenti di guerra e a non fare più paura a nessuno, ma usare solo gli strumenti della fraternità e della pace. Vuol dire: la nostra Chiesa di Piacenza-Bobbio è obbligata a far si che tutti quelli che nella nostra Chiesa hanno delle forze, dei soldi, del potere, dell’onore, qualunque tipo di energia e di forza, usino queste energie e forze a favore di chi è povero, debole, solo, piccolo e ha bisogno.

La nostra Chiesa di Piacenza-Bobbio, se prende sul serio le promesse del Signore, è chiamata a riconoscere nella sua Parola il senso della propria storia, quindi una Chiesa che scoprirà e crederà nella verità dell’amore di Dio; e che la nostra esistenza è una vocazione all’amore per Dio e per i fratelli. Voglio dire: le promesse di Dio non si possono rimandare a un futuro lontano (a quando entreremo, Dio volendo, in Paradiso), ma le prendiamo sul serio per la vita della nostra Chiesa di oggi. Non cambieremo magicamente la storia, ma dobbiamo vivere con fedeltà le promesse di Dio.

Dobbiamo vivere le beatitudini: «Beati i poveri in spirito», ma bisogna che nella Chiesa lo siano veramente. «Beati gli afflitti», ma evidentemente nella Chiesa possono essere “beati gli afflitti” se quelli che non sono afflitti stanno accanto a loro senza abbandonarli e lasciali da soli; se un ammalato è lasciato da solo non può essere beato, ma se ha accanto a sé la solidarietà della comunità cristiana allora si realizzano le beatitudini: «Beati i poveri in spirito. Beati gli afflitti. Beati i miti. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia» (cfr. Mt 5, 3-6).

Insomma, l’Avvento ci compromette in questo senso: se noi diciamo il nostro sì alla parola del Signore come l’ha detta Maria, allora la nostra vita è sequestrata da Dio. “Sequestrata” vuol dire: la nostra vita serve a realizzare il progetto di Dio nella storia umana; non ci apparteniamo più, se non al Signore che compie in noi quello che Lui desidera e vuole. Siamo convinti in questo modo di non perdere la libertà ma di guadagnarla, ma evidentemente per certi aspetti qualcun altro diventa il centro del nostro cuore e della nostra vita.

Fare bene il Natale vuol dire questo: il Natale nasce dall’iniziativa e dalla promessa di Dio; è la promessa di un mondo nuovo e rinnovato dalla presenza del Figlio di Dio in mezzo agli uomini. Il Figlio di Dio viene a regnare nel mondo che entra sotto alla sua sovranità; e questo “mondo nuovo” obbedisce e riconosce la volontà e la sovranità di Gesù. È questo “mondo nuovo” che ci viene donato e al quale dobbiamo dire di sì nello stesso momento in cui diciamo di sì al Natale, però accettando (perché questa è la condizione) che la nostra vita venga usata dal Signore per il compimento della sua volontà. Il Signore come ha usato la vita di Maria così usi la vita della nostra Chiesa di Piacenza-Bobbio, perché in mezzo al mondo possa manifestarsi il compimento della sua volontà di amore e di salvezza.

Professione di fede

Alla professione di fede che facciamo insieme diamo il significato del sì di Maria, “dell’eccomi di Maria”. È la nostra Chiesa che professa la sua fede nell’amore di Dio e che si lascia coinvolgere nella rivelazione di questo amore di Dio nella storia.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.

IL TERZO MILLENNIO – 8

Bocca di Magra, 1-2-3 Novembre 1996

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Gesù Cristo, unico salvatore ieri, oggi e per sempre

“Il terzo millennio”

Omelia Via Crucis

La riflessione che conclude la Via Crucis ci serve anche di preparazione al Sacramento della Penitenza e ci serve per alcuni motivi che sono:

Primo: il fatto che se prendiamo la Via Crucis non come la commemorazione di qualche cosa che riguardava altre persone, Gesù di Nazaret, la gente del suo tempo, ma se la prendiamo come uno specchio nel quale rileggere la nostra vita e la nostra esperienza, ci permette di non banalizzare il male.

Lo dicevamo ieri in una meditazione, uno dei problemi grossi del punto di vista cristiano del modo di ragionare comune è la tendenza a trasformare il male in errore. È chiaro che nella vita di un uomo ci sono anche degli errori, ma il male è qualche cosa di più profondo, di più radicale e se ne vediamo la fotografia nella Passione del Signore riusciamo a capirlo abbastanza facilmente. Non è possibile mettersi di fronte alla realtà della Passione di Cristo, alla sua via di croce e banalizzare o ridimensionare il male.

E male ha una capacità distruttiva grave, profonda, che deforma il volto dell’uomo, che è ribellione nei confronti di Dio e nei confronti della sua volontà e bisogna vederlo in tutta la sua negatività e, dicevo, il racconto della Passione ci può aiutare a comprendere questo.

Ci può aiutare anche a rivederci dentro a tutta una serie di realizzazioni concrete del male che il racconto della Passione ci mette davanti: perché Pilato, perché il Sinedrio, e la folla, e Giuda, e Pietro, e i discepoli, sono tutta una serie di personaggi che riprendono fondamentalmente i nostri mali, i nostri peccati.

È vero che noi non siamo loro, è vero che noi non siamo responsabili di quello che loro hanno fatto, però è vero che il mettersi di fronte a loro ci aiuta meglio a capire quello che succede dentro il nostro cuore, a smascherarlo, a togliere gli aspetti di giustificazione che molte volte ci vengono istintivi e spontanei perché appena ci troviamo di fronte a una responsabilità nostra.

È chiaro, l’atteggiamento di autodifesa viene naturale e l’atteggiamento di autodifesa è dire: «Io non ho colpa» o «La colpa è di Tizio, di Caio, o di qualcun altro, o della società, o della vita, o non so di che cosa», ma in qualche modo abbiamo bisogno di salvare la faccia. E, invece, il racconto della via della croce ci aiuterebbe a non avere questo tipo di difesa.

Il problema è un altro, perché non c’è dubbio se la Via Crucis è la rivelazione del male, del peccato dell’uomo, è rivelazione dell’amore, dell’amore di Cristo, cioè dell’amore di Dio.

Il Vangelo di Luca riporta due frasi di Gesù nel contesto della Passione. Una è quella che ricordiamo:

«Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno»,

l’altra è:

«Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito».

Sono i due atteggiamenti di Gesù nei confronti degli uomini e nei confronti di Dio. Nei confronti degli uomini l’atteggiamento di Gesù è quello dell’amore: il «Perdonali, perché non sanno quello che fanno» è l’espressione di una realtà di amore che non è stato scalfito dal male che ha ricevuto. Anche questo lo ricordavamo:

«Avendo ricevuto il male non è diventato cattivo; avendo subito l’ingiustizia non l’ha restituita con l’ingiustizia».

Ha mantenuto, invece, quella scelta fondamentale di amore per la quale era vissuto, per cui la morte di Gesù diventa il suo sigillo posto sulla scelta di amore:

«Dopo avere amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine».

Così come dall’altra parte, e strettamente legato con questo, diventa la morte di Gesù, il suo atto estremo di fiducia verso il Padre.

Il «Padre, nelle tue mani affido il mio spirito», la mia vita, vuol dire rinuncio a difenderla, rinuncio quindi a diventare aggressivo nei confronti degli altri, affido la difesa della mia vita alla tua fedeltà e al tuo amore.

Sono i due atteggiamenti di fondo che costituiscono la nostra sicurezza. Di fronte al nostro peccato al nostro male non serve difenderci giustificandoci, cercando delle scuse, piuttosto è più corretto cercare un fondamento di vittoria o di superamento del nostro male che ci è dato, nell’amore di Gesù ci è dato un fondamento solido sul quale edificare una esistenza rinnovata sul quale superare e vincere il peccato che è nostro, il non esserne vinti.

Se ci giustifichiamo, alla fine, ce lo teniamo per noi il nostro male, ce lo teniamo perché lo abbiamo idealmente, illusoriamente trasformato in qualche cosa da poco o addirittura in qualche cosa di meritorio.

Se lo riconosciamo per quello che è, il nostro male, la nostra vita viene ad appoggiarsi sull’amore di Dio che Gesù ci ha donato, viene quindi a ricevere in Gesù un fondamento ed una base solida di novità fatta di quei due elementi che ricordavamo prima: di fiducia in Dio e di amore verso gli altri.

La terza cosa legata a questo è che in questo amore c’è dentro il perdono di Dio, c’è dentro in modo definitivo, irrevocabile.

Voglio dire: quando mi vado a confessare vado davanti a Dio non tanto per commuoverlo e spingerlo a perdonare, ma vado davanti a Dio nella convinzione che mi ha già perdonato e il suo perdono mi è già stato donato una volta per sempre in Gesù di Nazaret.

Allora, se sono stato già perdonato, perché vado a confessarmi, perché vado a ricevere il perdono? Vado a ricevere il perdono per me, non per cambiare Dio, da renderlo da irato a buono, ma per cambiare me e passare da una condizione di peccato o di chiusura in me stesso a una apertura al perdono di Dio.

Voglio dire: il perdono di Dio c’è già, ma il perdono di Dio deve arrivare nel centro del mio cuore, deve arrivare a cogliere il cuore della mia vita, il centro della mia vita, dove c’è la mia libertà, dove c’è il centro del mio essere, deve arrivare lì il perdono di Dio e lì non ci arriva senza che io spalanchi il cuore. Dio non violenta la nostra libertà:

«Io sto alla porta e busso se qualcuno sente la mia voce e apre la porta entrerò da lui e cenerò con lui e lui con me».

“Io sto alla porta e busso”.

Quel «busso» vuol dire: l’amore di Dio c’è già, è l’amore e il perdono che bussano alla nostra vita al nostro cuore. Si tratta di lasciarci perdonare da Dio, quindi che abbiamo bisogno di perdono, e questo è la confessione del peccato e di essere convinti che questo perdono Dio non ce lo nega e affidarci a Lui e alla fedeltà del suo Amore. Andarsi a confessare vuol dire questo qui, vuol dire aprire il cuore perché il passaggio nel nostro cuore sia aperto al perdono di Dio, perché questo perdono possa entrare e rinnovare.

Evidentemente il perdono di Dio diventa nostro solo quando il cuore diventa più buono, solo quando il nostro cuore da cattivo che era diventa generoso, ed è questo quello che la confessione vuole ottenere.

Quello che pregavamo stamattina nel Miserere:

“Crea in me, o Dio, un cuore puro,

rinnova in me uno spirito saldo”.

«Crea» vuol dire dal peggio del niente, nel senso che deve partire da un cuore che invece è egoista quindi non solo neutrale dove il bene non c’è, ma piuttosto negativo dove c’è del male e lì deve creare il bene dal male che abbiamo.

Il senso allora della Via Crucis ci può aiutare a recuperare queste tre cose: la serietà del peccato, la serietà dell’amore di Dio, la forza del perdono che sta dentro questo amore che tocca a noi ricevere spalancando il cuore, lasciandoci cercare, perdonare e amare.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.

IL TERZO MILLENNIO – 7

Bocca di Magra, 1-2-3 Novembre 1996

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Gesù Cristo, unico salvatore ieri, oggi e per sempre

“Il terzo millennio”

Omelia Domenica XXXI per annum ‑Anno A

Ml 1,14-2,1-2.8-10

[14b] lo sono un re grande, dice il Signore degli eserciti, e il mio nome è terribile fra le nazioni.

[1] Ora a voi questo monito, o sacerdoti.

[2] Se non mi ascolterete e non vi prenderete a cuore di dar gloria al mio nome, dice il Signore degli eserciti, manderò su di voi la maledizione e cambierò in maledizione le vostre benedizioni.

(…)

[8] Voi vi siete allontanati dalla retta via e siete stati d’inciampo a molti con il vostro insegnamento; avete rotto l’alleanza di Levi, dice il Signore degli eserciti.

[9] Perciò anch’io vi ho reso spregevoli e abbietti davanti a tutto il popolo, perché non avete osservato le mie disposizioni e avete usato parzialità riguardo alla legge.

[10] Non abbiamo forse tutti noi un solo Padre? Forse non ci ha creati un unico Dio? Perché dunque agire con perfidia l’uno contro l’altro profanando l’alleanza dei nostri padri?

Sal 130
Tienimi vicino a te, Signore, nella pace

[1] Signore, non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva con superbia il mio sguardo; non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze.

[2] lo sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia.

[3] Speri Israele nel Signore, ora e sempre.

1 Ts 2, 7-9.13

[7] Fratelli, siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre e ha cura delle proprie creature.

[8] Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il Vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari.

[9] Voi ricordate infatti, fratelli, la nostra fatica e il nostro travaglio: lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno vi abbiamo annunziato il Vangelo di Dio.

(…)

[13] Proprio per questo anche noi ringraziamo Dio continuamente, perché, avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione, l’avete accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che credete.

Alleluia, alleluia

Come servi fedeli, vegliate e pregate in ogni momento, per essere degni di comparire davanti al Figlio dell’uomo.

Alleluia

Mt 23,1-12

[1] In quel tempo Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo:

[2] «Sulla cattedra dì Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei.

[3] Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno.

[4] Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito.

[5] Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filatteri e allungano le frange;

[6] amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe

[7] e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare ‘Rabbì’ dalla gente.

[8] Ma voi non fatevi chiamare ‘Rabbì’, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli.

[9] E non chiamate nessuno ‘padre’ sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo.

[10] E non fatevi chiamare ‘maestri’, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo.

[11] Il più grande tra voi sia vostro servo;

[12] chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato».

Il profeta Malachia ha un monito e un’ammonizione dura rivolta ai sacerdoti e il Vangelo di Matteo parla della deformazione della vita religiosa che si manifesta nella esperienza degli scribi e dei farisei, dove gli scribi erano gli insegnanti autorizzati della legge e i farisei erano quelli che si assumevano impegni religiosi particolari. Quindi, di per se, la prima lettura e il Vangelo dovrebbero riguardare me e i preti soprattutto, sono parole abbastanza dure rivolte a noi.

Però, siccome abbiamo imparato che tutti i cristiani sono sacerdoti, quindi che tutti i cristiani partecipano della dignità sacerdotale di Cristo, proviamo ad applicare queste parole non solo a me e ai preti che sono con me, ma un pochino a tutti.

Che cosa viene fuori?

Dice il profeta Malachia: state attenti che se voi non mi ascoltate e non prendete a cuore di dare gloria al mio nome le benedizioni che voi date diventano delle maledizioni. Tradotto vuol dire: se non vi impegnate a cercare la gloria di Dio prima di tutto, potete anche fare delle grandi cose che sembrino costruire la vita, ma in realtà producete la morte, l’unica vera sorgente di vita si chiama Dio, ed è a Dio che bisogna agganciare tutto quello che facciamo, perché quello che facciamo possa diventare portatore di vita, possa diventare portatore di speranza, possa diventare ricco di gioia per il mondo in cui siamo.

Bisogna che quello che facciamo sia riferito a Dio, alla sorgente prima e ultima dell’amore e della vita, dare gloria al nome del Signore proclamare che Lui e Lui solo è Dio, che non ce ne sono degli altri perché nessuno e nulla può usurpare la gloria che spetta a Dio.

Perché è così importante questo?

Ci può aiutare il Vangelo; dice Gesù ai suoi discepoli: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno».

Questo è uno di quei giudizi che taglia! Il dire che c’è una incoerenza così profonda per cui le parole vanno bene, le parole sono secondo la legge di Mosè, ma i comportamenti trascurano la legge di Mosè. Un giudizio di questo genere è evidentemente un giudizio mortale che dobbiamo però prendere sopra di noi, prima di tutto, si intende, io vescovo, i preti.

Lo dobbiamo sentire come un ammonimento forte perché siccome parlare parliamo, anzi non si fa altro che parlare, che dire il Vangelo, la parola del Signore, la volontà di Dio e tutte queste cose, c’è il rischio che caschiamo dentro a questo tranello che è il tranello del sentirci bravi e religiosi perché parliamo bene, poiché diciamo le cose giuste, diciamo le cose del Vangelo e questo è certamente importante e utile, ma non è sufficiente.

Quello che diciamo deve diventare vita e solo se diventa vita è atteggiamento religioso corretto, solo se dà gloria a Dio, in concreto, diventa portatore di vita.

Dicevo: questo va applicato a me e ai preti, ma questo va applicato un pochino a tutti perché in un modo o nell’altro noi davanti al mondo cristiani lo siamo, cristiani lo siete, se siete cristiani voi annunciate il Vangelo, sarà bene che lo annunciate non solo con l’anagrafe parrocchiale: io sono battezzato e cristiano, o con la partecipazione ai riti cristiani, ma bisognerà che l’annunciamo e l’annunciate anche con la vita.

Solo se la nostra vita assume pian piano i lineamenti dei Vangelo può diventare portatrice di speranza per gli uomini.

Lo ricordate, non si è cristiani solo per se stessi, non si è cristiani perché solo i cristiani si salvano, si salvano anche quelli che cristiani non sono e non lo diventeranno nella loro vita, ma si è cristiani perché la testimonianza cristiana all’amore di Dio è necessaria per il mondo; gli uomini hanno bisogno di qualcuno che testimoni la fede nell’amore di Dio.

Siamo cristiani per questo, ma non possiamo testimoniare la fede nell’amore di Dio nelle parole, le parole sono indispensabili perché nella vita umana le parole sono espressione più profonda più esplicita della verità, ma le parole debbono rispondere alla vita corrente, a una vita di amore, a una vita di bontà. Solo se accompagniamo le parole con l’amore possiamo davvero testimoniare, far riconoscere il Signore.

Continua: “Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filatteri e allungano le frange; amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare ‘Rabbì’ dalla gente”.

Questo è un secondo rimprovero altrettanto duro: “Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini”, quindi sono dei vanitosi, quindi sono delle persone che cercano il successo o l’apparenza o l’approvazione o l’applauso e questo non funziona perché non va mai bene nella vita dell’uomo, la volontà di apparire rende normalmente l’uomo superficiale, lo rende tutto look e niente sostanza, tutta apparenza e niente vero impegno; questo vale per tutti, ma non ci sta bene soprattutto dal punto di vista religioso, perché questo comportamento qui non è solo un comportamento vanitoso, ma è un comportamento da incredulo, un comportamento senza fede.

Voglio dire, quando l’apparenza davanti agli uomini arriva a contare troppo vuol dire che non crediamo in Dio, vuol dire che Dio non è importante nella nostra vita che non siamo sotto lo sguardo di Dio, possiamo continuare a dire che crediamo in Dio con le parole, ma in realtà nella nostra vita stiamo davanti agli altri per vedere se ci battono le mani. Vuol dire che Dio non conta, che Dio sta diventando irrilevante.

Quindi non è solo una questione di mancanza di virtù umana, di vana gloria umana, è proprio una mancanza di fede.

Mi spiego: io sono più alto di Don Nardo, sono più grande, 5 o 6 cm di più, e se ci mettiamo vicini io mi sento più grande di Don Nardo, non c’è dubbio, ma se io e Don Nardo ci mettiamo davanti a nostro Signore, siamo piccoli tutte e due e non c’è proprio nessuna differenza, i 5 cm non contano proprio niente davanti al Signore.

Quando il Signore incomincia a contare le differenze incominciano a non contare più. Fin che contano le differenze vuol dire che davanti al Signore non ci siamo mica, vuol dire che stiamo vivendo come se il Signore non ci fosse, come se il Signore fosse irrilevante.

E questa la gravità del comportamento, non è solo la questione della vana gloria, quando uno è vanitoso c’è piuttosto da sorridere, quando un uomo si crede chissà chi, fa più da venire da ridere che altro, ma il problema è che quando una persona religiosa è vanitosa vuol dire che ha smesso di stare davanti al Signore, vuol dire che il Signore conta poco, conta meno che lo sguardo degli uomini, vuol dire che la vita religiosa non c’è.

Continua: «Ma voi non fatevi chiamare ‘Rabbì’, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno «padre» sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare ‘maestro’, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo».

Vuol dire non tanto che si debba usare o no la parola ‘Rabbì’ la parola ‘maestro’, la parola ‘padre’, ma vuol dire che nella vita religiosa, quando la vita religiosa è autentica, noi partiamo tutti apprendisti, partiamo tutti discepoli, partiamo tutti in ascolto: vescovo e preti e laici e religiosi non fa differenza.

C’è uno che parla che si chiama Gesù Cristo, c’è un popolo che ascolta che siamo tutti noi insieme. Poi, naturalmente, perché nella comunità cristiana ci sia l’annuncio del Vangelo ci vuoi della gente che lo annunci, ecco il vescovo annuncerà il Vangelo, ma annuncia quello che ha ascoltato, mica quello che ha pensato, quello che ha ricevuto, mica quello che ha creato lui. Nella seconda lettura, se ci avete fatto caso, san Paolo dice: «Noi ringraziamo Dio continuamente, perché, avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione»non la parola della filosofia che è una costruzione degli uomini, ma la parola della predicazione che viene da Gesù Cristo, «l’avete accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che credete».

L’avete accolta non come parola di Luciano o di Nardo o di chi volete, l’avete accolta quale parola di Dio. La parola di santificazione viene da Lui, non l’ho inventata, semplicemente la trasmetto; naturalmente ognuno ci mette il suo cuore, ci mette il suo modo di parlare, la sua struttura mentale queste cose qui, ma è la parola della predicazione che trasmetto che cerco di trasmettere.

Questo vuole dire: al punto di partenza, all’inizio siamo tutti discepoli e tutti in ascolto e l’unico maestro è Gesù Cristo e l’unica persona alla quale attiviamo davvero la nostra vita è Dio.

Quando dice: «Non chiamate nessuno ‘padre’ sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo». vuol dire: affidate totalmente la vostra vita a Dio solo perché lui solo è capace di custodirla con l’amore e con la premura patema.

Posto questo, si può vivere la paternità nei confronti degli altri, ma è semplicemente la paternità del donare agli altri la propria vita, il proprio servizio quello che san Paolo, ancora, dice ai Tessalonicesi quando scrive: «Fratelli, siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre e ha cura delle proprie creature. Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il Vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari».

Ho imparato a volervi bene, dice san Paolo ai Tessalonicesi, vi ho voluto così bene che vi ho trattato con una premura di madre, vi ho trattato così bene che avrei voluto darvi non solo il Vangelo di Dio, ma donare tutta la mia vita perché voi poteste vivere, perché il Vangelo arrivasse davvero ai vostri cuori e vi desse speranza e consolazione e mi sono comportato con voi, dice ancora, come un padre per correggere la vostra vita e fare in modo che corrispondesse alla volontà di Dio.

Non sono stato di peso a nessuno, dice Paolo, ho cercato solo di donare.

In questo senso si può essere madre o padre non certamente nel senso di sostituire Dio e di essere il riferimento della speranza e della fiducia degli uomini.

Ecco, le letture ci possono aiutare in questo: c’è il recupero dell’autenticità della fede da riscoprire, dell’autenticità della religione e alla radice dì tutto ci sta Cristo. Riuscire a stare davanti a Dio, a riconoscere che Lui è il Salvatore della nostra vita e nessun altro, che Lui è il Maestro e nessun altro, che davanti a Lui dobbiamo vivere quello che siamo e non davanti agli altri o non soprattutto, s’intende, davanti agli altri.

Dio deve diventare così rilevante che il rapporto con Lui domini le motivazioni dei nostri comportamenti, allora la nostra vita diventa autentica, allora la nostra vita diventa sacerdotale, la vita di noi sacerdoti, e la vita di ogni credente.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.