Noi cerchiamo una nuova Terra come nostra dimora

Apocalisse 21

1 Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. 2 Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. 3 Udii allora una voce potente che usciva dal trono:
«Ecco la dimora di Dio con gli uomini!
Egli dimorerà tra di loro
ed essi saranno suo popolo
ed egli sarà il “Dio-con-loro”.
4 E tergerà ogni lacrima dai loro occhi;

non ci sarà più la morte,
né lutto, né lamento, né affanno,
perché le cose di prima sono passate».
5 E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose»; e soggiunse: «Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci.
6 Ecco sono compiute!
Io sono l’Alfa e l’Omega,
il Principio e la Fine.
A colui che ha sete darò gratuitamente
acqua della fonte della vita.
7 Chi sarà vittorioso erediterà questi beni;
io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio.
8 Ma per i vili e gl’increduli, gli abietti e gli omicidi, gl’immorali, i fattucchieri, gli idolàtri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. È questa la seconda morte».
9 Poi venne uno dei sette angeli che hanno le sette coppe piene degli ultimi sette flagelli e mi parlò: «Vieni, ti mostrerò la fidanzata, la sposa dell’Agnello».

La nostra Nuova Terra

10 L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. 11 Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. 12 La città è cinta da un grande e alto muro con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. 13 A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e ad occidente tre porte. 14 Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello.
15 Colui che mi parlava aveva come misura una canna d’oro, per misurare la città, le sue porte e le sue mura. 16 La città è a forma di quadrato, la sua lunghezza è uguale alla larghezza. L’angelo misurò la città con la canna: misura dodici mila stadi; la lunghezza, la larghezza e l’altezza sono eguali. 17 Ne misurò anche le mura: sono alte centoquarantaquattro braccia, secondo la misura in uso tra gli uomini adoperata dall’angelo. 18 Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo. 19 Le fondamenta delle mura della città sono adorne di ogni specie di pietre preziose. Il primo fondamento è di diaspro, il secondo di zaffìro, il terzo di calcedònio, il quarto di smeraldo, 20 il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisòlito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l’undecimo di giacinto, il dodicesimo di ametista. 21 E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta è formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente.
22 Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. 23 La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello.
24 Le nazioni cammineranno alla sua luce
e i re della terra a lei porteranno la loro magnificenza.
25 Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno,

poiché non vi sarà più notte.
26 E porteranno a lei la gloria e l’onore delle nazioni.
27 Non entrerà in essa nulla d’impuro,
né chi commette abominio o falsità,
ma solo quelli che sono scritti
nel libro della vita dell’Agnello.

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Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il principio e la fine.

Apocalisse 22

1 Mi mostrò poi un fiume d’acqua viva limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. 2 In mezzo alla piazza della città e da una parte e dall’altra del fiume si trova un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni.
3 E non vi sarà più maledizione.
Il trono di Dio e dell’Agnello
sarà in mezzo a lei e i suoi servi lo adoreranno;
4 vedranno la sua faccia
e porteranno il suo nome sulla fronte.
5 Non vi sarà più notte
e non avranno più bisogno di luce di lampada,
né di luce di sole,
perché il Signore Dio li illuminerà
e regneranno nei secoli dei secoli
.

6 Poi mi disse: «Queste parole sono certe e veraci. Il Signore, il Dio che ispira i profeti, ha mandato il suo angelo per mostrare ai suoi servi ciò che deve accadere tra breve. 7 Ecco, io verrò presto. Beato chi custodisce le parole profetiche di questo libro».
8 Sono io, Giovanni, che ho visto e udito queste cose. Udite e vedute che le ebbi, mi prostrai in adorazione ai piedi dell’angelo che me le aveva mostrate. 9 Ma egli mi disse: «Guardati dal farlo! Io sono un servo di Dio come te e i tuoi fratelli, i profeti, e come coloro che custodiscono le parole di questo libro. È Dio che devi adorare».
10 Poi aggiunse: «Non mettere sotto sigillo le parole profetiche di questo libro, perché il tempo è vicino. 11 Il perverso continui pure a essere perverso, l’impuro continui ad essere impuro e il giusto continui a praticare la giustizia e il santo si santifichi ancora.
12 Ecco, io verrò presto e porterò con me il mio salario, per rendere a ciascuno secondo le sue opere. 13 Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il principio e la fine. 14 Beati coloro che lavano le loro vesti: avranno parte all’albero della vita e potranno entrare per le porte nella città. 15 Fuori i cani, i fattucchieri, gli immorali, gli omicidi, gli idolàtri e chiunque ama e pratica la menzogna!
16 Io, Gesù, ho mandato il mio angelo, per testimoniare a voi queste cose riguardo alle Chiese. Io sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino».
17 Lo Spirito e la sposa dicono: «Vieni!». E chi ascolta ripeta: «Vieni!». Chi ha sete venga; chi vuole attinga gratuitamente l’acqua della vita.
18 Dichiaro a chiunque ascolta le parole profetiche di questo libro: a chi vi aggiungerà qualche cosa, Dio gli farà cadere addosso i flagelli descritti in questo libro; 19 e chi toglierà qualche parola di questo libro profetico, Dio lo priverà dell’albero della vita e della città santa, descritti in questo libro.
20 Colui che attesta queste cose dice: «Sì, verrò presto!». Amen. Vieni, Signore Gesù. 21 La grazia del Signore Gesù sia con tutti voi. Amen!

 

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Ecco la Dimora di Dio con gli uomini! La nostra Città e Patria!

Apocalisse 21

1 Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. 2 Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. 3 Udii allora una voce potente che usciva dal trono:
«Ecco la dimora di Dio con gli uomini!
Egli dimorerà tra di loro
ed essi saranno suo popolo
ed egli sarà il “Dio-con-loro”.
4 E tergerà ogni lacrima dai loro occhi;

non ci sarà più la morte,
né lutto, né lamento, né affanno,
perché le cose di prima sono passate».
5 E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose»; e soggiunse: «Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci.
6 Ecco sono compiute!
Io sono l’Alfa e l’Omega,
il Principio e la Fine.
A colui che ha sete darò gratuitamente
acqua della fonte della vita.
7 Chi sarà vittorioso erediterà questi beni;
io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio.
8 Ma per i vili e gl’increduli, gli abietti e gli omicidi, gl’immorali, i fattucchieri, gli idolàtri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. È questa la seconda morte».
9 Poi venne uno dei sette angeli che hanno le sette coppe piene degli ultimi sette flagelli e mi parlò: «Vieni, ti mostrerò la fidanzata, la sposa dell’Agnello». 10 L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. 11 Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. 12 La città è cinta da un grande e alto muro con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. 13 A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e ad occidente tre porte. 14 Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello.
15 Colui che mi parlava aveva come misura una canna d’oro, per misurare la città, le sue porte e le sue mura. 16 La città è a forma di quadrato, la sua lunghezza è uguale alla larghezza. L’angelo misurò la città con la canna: misura dodici mila stadi; la lunghezza, la larghezza e l’altezza sono eguali. 17 Ne misurò anche le mura: sono alte centoquarantaquattro braccia, secondo la misura in uso tra gli uomini adoperata dall’angelo. 18 Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo. 19 Le fondamenta delle mura della città sono adorne di ogni specie di pietre preziose. Il primo fondamento è di diaspro, il secondo di zaffìro, il terzo di calcedònio, il quarto di smeraldo, 20 il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisòlito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l’undecimo di giacinto, il dodicesimo di ametista. 21 E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta è formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente.
22 Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. 23 La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello.
24 Le nazioni cammineranno alla sua luce
e i re della terra a lei porteranno la loro magnificenza.
25 Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno,

poiché non vi sarà più notte.
26 E porteranno a lei la gloria e l’onore delle nazioni.
27 Non entrerà in essa nulla d’impuro,
né chi commette abominio o falsità,
ma solo quelli che sono scritti
nel libro della vita dell’Agnello.

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Gli ultimi due capitoli dell’Apocalisse ci parlano,in simboli,della nostre sorte futura e delle Meraviglie di Dio

Apocalisse

Capitolo 21

[1] E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. [2] E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. [3]Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva:
«Ecco la tenda di Dio con gli uomini!
Egli abiterà con loro
ed essi saranno suoi popoli
ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio.
[4] E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi
e non vi sarà più la morte
né lutto né lamento né affanno,
perché le cose di prima sono passate».
[5] E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». E soggiunse: «Scrivi, perché queste parole sono certe e vere». [6] E mi disse:
«Ecco, sono compiute!
Io sono l’Alfa e l’Omèga,
il Principio e la Fine.
A colui che ha sete
io darò gratuitamente da bere
alla fonte dell’acqua della vita.
[7] Chi sarà vincitore erediterà questi beni;
io sarò suo Dio ed egli sarà mio figlio.
[8] Ma per i vili e gli increduli, gli abietti e gli omicidi, gli immorali, i maghi, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. Questa è la seconda morte».
[9] Poi venne uno dei sette angeli, che hanno le sette coppe piene degli ultimi sette flagelli, e mi parlò: «Vieni, ti mostrerò la promessa sposa, la sposa dell’Agnello». [10] L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. [11] Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. [12] È cinta da grandi e alte mura con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. [13] A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e a occidente tre porte. [14] Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello.
[15] Colui che mi parlava aveva come misura una canna d’oro per misurare la città, le sue porte e le sue mura. [16] La città è a forma di quadrato: la sua lunghezza è uguale alla larghezza. L’angelo misurò la città con la canna: sono dodicimila stadi; la lunghezza, la larghezza e l’altezza sono uguali. [17] Ne misurò anche le mura: sono alte centoquarantaquattro braccia, secondo la misura in uso tra gli uomini adoperata dall’angelo. [18] Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo.[19] I basamenti delle mura della città sono adorni di ogni specie di pietre preziose. Il primo basamento è di diaspro, il secondo di zaffìro, il terzo di calcedònio, il quarto di smeraldo, [20] il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisòlito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l’undicesimo di giacinto, il dodicesimo di ametista. [21] E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta era formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente.
[22] In essa non vidi alcun tempio:
il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello
sono il suo tempio.
[23] La città non ha bisogno della luce del sole,
né della luce della luna:
la gloria di Dio la illumina
e la sua lampada è l’Agnello.
[24] Le nazioni cammineranno alla sua luce,
e i re della terra a lei porteranno il loro splendore.
[25] Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno,
perché non vi sarà più notte.
[26] E porteranno a lei la gloria e l’onore delle nazioni.
[27] Non entrerà in essa nulla d’impuro,
né chi commette orrori o falsità,
ma solo quelli che sono scritti
nel libro della vita dell’Agnello.

Capitolo 22

[1] E mi mostrò poi un fiume d’acqua viva, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. [2] In mezzo alla piazza della città, e da una parte e dall’altra del fiume, si trova un albero di vita che dà frutti dodici volte all’anno, portando frutto ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni.
[3] E non vi sarà più maledizione.
Nella città vi sarà il trono di Dio e dell’Agnello:
i suoi servi lo adoreranno;
[4] vedranno il suo volto
e porteranno il suo nome sulla fronte.
[5] Non vi sarà più notte,
e non avranno più bisogno
di luce di lampada né di luce di sole,
perché il Signore Dio li illuminerà.
E regneranno nei secoli dei secoli.
[6] E mi disse: «Queste parole sono certe e vere. Il Signore, il Dio che ispira i profeti, ha mandato il suo angelo per mostrare ai suoi servi le cose che devono accadere tra breve. [7] Ecco, io vengo presto. Beato chi custodisce le parole profetiche di questo libro».
[8] Sono io, Giovanni, che ho visto e udito queste cose. E quando le ebbi udite e viste, mi prostrai in adorazione ai piedi dell’angelo che me le mostrava. [9]Ma egli mi disse: «Guàrdati bene dal farlo! Io sono servo, con te e con i tuoi fratelli, i profeti, e con coloro che custodiscono le parole di questo libro. È Dio che devi adorare».
[10] E aggiunse: «Non mettere sotto sigillo le parole della profezia di questo libro, perché il tempo è vicino.[11] Il malvagio continui pure a essere malvagio e l’impuro a essere impuro e il giusto continui a praticare la giustizia e il santo si santifichi ancora.
[12] Ecco, io vengo presto e ho con me il mio salario per rendere a ciascuno secondo le sue opere. [13] Io sono l’Alfa e l’Omèga, il Primo e l’Ultimo, il Principio e la Fine. [14] Beati coloro che lavano le loro vesti per avere diritto all’albero della vita e, attraverso le porte, entrare nella città. [15] Fuori i cani, i maghi, gli immorali, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna!
[16] Io, Gesù, ho mandato il mio angelo per testimoniare a voi queste cose riguardo alle Chiese. Io sono la radice e la stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino».
[17] Lo Spirito e la sposa dicono: «Vieni!». E chi ascolta, ripeta: «Vieni!». Chi ha sete, venga; chi vuole, prenda gratuitamente l’acqua della vita.
[18] A chiunque ascolta le parole della profezia di questo libro io dichiaro: se qualcuno vi aggiunge qualcosa, Dio gli farà cadere addosso i flagelli descritti in questo libro; [19] e se qualcuno toglierà qualcosa dalle parole di questo libro profetico, Dio lo priverà dell’albero della vita e della città santa, descritti in questo libro.
[20] Colui che attesta queste cose dice: «Sì, vengo presto!». Amen. Vieni, Signore Gesù. [21] La grazia del Signore Gesù sia con tutti.

 

Il Salvatore opera potentemente ogni giorno, attirando persone alla religione, persuadendole alla virtù, istruendole sull’immortalità, spegnendo la loro sete per le cose celesti, rivelando la conoscenza del Padre, ispirando loro forza davanti alla morte, manifestando se Stesso a ciascuno di loro, soppiantando l’irreligione degli idoli, mentre gli dei e gli spiriti malvagi dei non credenti non possono fare alcuna di queste cose, ma anzi diventano morti alla presenza di Cristo, tutta la loro ostentazione diventa sterile e vuota. Col segno della croce, al contrario, ogni arte magica è fermata, ogni stregoneria confusa, tutti gli idoli abbandonati e disertati, tutti i piaceri insensati cessano, mentre l’occhio della fede si alza dalla terra al cielo.

Sant’Atanasio: Dell’Incarnazione del Verbo [31]

 

 

23. LA NUOVA CREAZIONE (Apocalisse 21-22)

 

         Ebbene, siamo infine giunti ad un posto in Rivelazione dove tutti sono d’accordo, giusto? “I nuovi cieli e la nuova terra” – questo ha da essere letterale e riferirsi all’eternità dopo la fine del mondo, giusto? Sbagliato. O, per essere assolutamente precisi, dovrei dire; Sì e no. La verità è che la Bibbia ci dice molto poco del cielo; appena quanto basta, infatti, per permetterci di sapere che stiamo andando lì. Ma l’interesse principale della Scrittura è la vita presente. Sicuramente, le benedizioni dei capitoli finali di Rivelazione fanno effettivamente riferimento al cielo. Non è proprio una questione del tipo “o questo o quello”. Ma ciò che è importante è che queste cose sono vere ora. Il cielo è una continuazione e perfezione di ciò che è vero della Chiesa in questa vita. Noi non dobbiamo semplicemente guardare avanti a queste benedizioni in un’eternità a venire, ma dobbiamo goderle e gioire in esse qui ed ora. Giovanni stava parlando alla Chiesa primitiva di realtà presenti, di benedizioni che già esistevano e che sarebbero cresciute mano a mano che il vangelo si espandeva e rinnovava la terra.

 

        

“Ecco, Io faccio nuove tutte le cose”

 

         Innanzitutto, Giovanni disse di aver visto “un nuovo cielo e una nuova terra, perché il primo cielo e la prima terra erano passati” (Ap. 21:1). Per comprendere questa frase, abbiamo bisogno di ricordare una delle lezioni più basilari del tema del paradiso: la salvezza è una ri-creazione. Questo è il motivo per cui la Scrittura impiega linguaggio e simbolismo creazionale ogniqualvolta Dio parla di salvare il suo popolo. Il Diluvio, l’Esodo, e il Primo Avvento di Cristo sono tutti descritti come di Dio che crea un nuovo mondo. Così, quando Dio parlò a Isaia, profetizzando le benedizioni terrene del Regno a venire, Egli disse:

 

Poiché ecco, io creo nuovi cieli e nuova terra,

e le cose di prima non si ricorderanno piú e non verranno piú in mente.

Ma voi gioite ed esultate per sempre in ciò che creo,

perché, ecco, io creo Gerusalemme per il gaudio

e il suo popolo per la gioia

Mi rallegrerò di Gerusalemme e gioirò del mio popolo;

in essa non si udrà piú alcuna voce di pianto né voce di grida,

Non vi sarà piú in essa alcun bimbo che viva solo pochi giorni,

né vecchio che non compia i suoi giorni,

poiché il giovane morirà a cento anni

e il peccatore che non giunge ai cento anni,

sarà considerato maledetto.

Costruiranno case e le abiteranno

pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto.

Non costruiranno piú perché un altro vi abiti,

non pianteranno piú perché un altro mangi;

poiché i giorni del mio popolo saranno come i giorni degli alberi;

e i miei eletti godranno a lungo dell’opera delle loro mani.

Non faticheranno invano

né daranno alla luce figli per una improvvisa distruzione,

perché saranno la progenie dei benedetti dall’Eterno

e i loro discendenti con essi.

E avverrà che prima che mi invochino io risponderò,

staranno ancora parlando che io li esaudirò.

Il lupo e l’agnello pascoleranno insieme,

il leone mangerà la paglia come il bue

e il serpente si nutrirà di polvere.

Non faranno piú alcun danno né distruzione su tutto il mio santo monte.

(Isa. 65: 17-25)

 

Questo passo non può parlare del cielo, o di un tempo dopo la fine del mondo perché in questi “nuovi cieli e nuova terra” c’è ancora la morte (ad un’età molto avanzata: i giorni degli alberi), le persone costruiscono, piantano, lavorano e hanno figli. Potremmo impiegare  il resto di questo capitolo ad esaminare le implicazioni di questo passo di Isaia, ma il solo punto che farò è che questo è inequivocabilmente una dichiarazione riguardo a questa epoca, prima della fine del mondo, e mostra ciò che le generazioni future possono aspettarsi mano a mano che il vangelo permea il mondo, restaura la terra al Paradiso, e porta a fruizione gli obbiettivi del Regno. Isaia sta descrivendo le benedizioni di Deuteronomio 28 in ciò che probabilmente è il loro più grande compimento terreno. Così. Quando Giovanni ci dice di aver visto “un nuovo cielo e una nuova terra”, dovremmo riconoscere che il significato primario di quella frase è simbolico, e ha a che vedere con la benedizione della salvezza.

         Giovanni vide poi “la santa città, la nuova Gerusalemme che scendeva dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.” (Ap. 21:2). No, non è una stazione spaziale. È qualcosa che dovrebbe essere molto più eccitante; è la Chiesa. La Sposa non è semplicemente nella Città; la Sposa è la Città (cf. Ap. 21:9-10). Noi siamo nella Nuova Gerusalemme ora. La prova? La Bibbia ci dice categoricamente: “Ma voi vi siete accostati al monte Sion e alla città del Dio vivente, che è la Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all’assemblea universale e alla chiesa dei primogeniti che sono scritti nei cieli …” (Eb. 12: 22-23; cf. Ga. 4:26; Ap. 3:12). La Nuova Gerusalemme è una realtàpresente; è descritta scendere dal cielo perché l’origine della Chiesa è celeste. Noi siamo “nati da alto” (Gv 3:3s) e siamo ora cittadini della Città Celeste (Ef. 2:19; Fl. 3:20).

         Questo concetto è sviluppato nella susseguente dichiarazione di Giovanni. Egli udì una gran voce dal trono, che diceva: “Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Ed Egli abiterà con loro; ed essi saranno suo popolo e Dio stesso sarà con loro e sarà il loro Dio” (Ap. 21:3). Come Paolo, anche Giovanni connette questi due concetti: noi siamo cittadini del cielo, e noi siamo la dimora di Dio, il suo Tempio santo (Ef. 2:19-22). Una delle benedizioni Edeniche promesse da Dio in Levitico era: “Io stabilirò la mia dimora in mezzo a voi” (Le. 26:11), questa è compiuta nella Chiesa del Nuovo Testamento (2 Co. 6: 16). La voce che Giovanni udiva continuò:

        

E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, e non ci sarà piú la morte né cordoglio né grido né fatica, perché le cose di prima son passate».Allora colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio tutte le cose nuove”. Poi mi disse: “Scrivi, perché queste parole sono veraci e fedeli”. E mi disse ancora: “E’ fatto! Io sono l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine; a chi ha sete io darò in dono della fonte dell’acqua della vita.” (Ap. 21: 4-6).

 

Alla fine, nella sua estensione massima, questo sarà compiuto in cielo. Ma dobbiamo riconoscere che è già vero. Dio ha asciugato le nostre lacrime. La prova l’abbiamo nell’ovvia differenza tra i funerali cristiani e quelli pagani: noi siamo contristati, ma non come gli altri che non hanno speranza (1Te. 4:13). Dio ha rimosso il dardo della morte (1 Co. 15: 55-58).  E colpisce ancor di più la frase seguente: “Le cose di prima sono passate … ecco, io faccio tutte le cose nuove”. Dove lo abbiamo letto in precedenza? Proviene da 2 Corinzi 5:17; “se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate, ecco, tutte le cose sono diventate nuove.” È questa una realtà ora? Certamente! La sola differenza reale tra il soggetto di 2 Corinzi 5 e di Rivelazione 21 è che Paolo sta parlando dell’individuo redento, mentre Giovanni sta parlando della comunità redenta. Ma sia l’individuo che la comunità sono restituiti al Paradiso nella salvezza, e quella restituzione è già cominciata. L’acqua della vita ci nutre generosamente ora, dando vita all’individuo e ri-sgorgando per dare vita al mondo intero (Gv. 4:14, 7. 37-39). “Chi vince erediterà tutte le code,” Dio dice, “E io sarò per lui Dio, ed egli sarà per me figlio” (Ap. 21:7). Il figlio di Dio è caratterizzato dalla vittoria contro l’opposizione (1Gv. 5:4). Il linguaggio qui usato “Io sarò il suo Dio” è la basilare promessa pattale della salvezza. (cf. Ge. 17: 7-8; 2 Co. 6: 16-18). Il compimento più alto avverrà in cielo per l’eternità. Ma definitivamente e progressivamente, è già presente. Noi stiamo vivendo nei nuovi cieli e nella nuova terra, siamo cittadini della Nuova Gerusalemme. Le cose vecchie sono passate, tutte le cose dono diventate nuove.

 

Città sulla Collina

 

         Giovanni è trasportato nello Spirito “su di un grande ed alto monte” (Ap. 21:10) perché vedesse la bellezza di questo Paradiso completato, che splende con la gloria di Dio. Le dodici porte della Città hanno incise su di esse i nomi delle dodici tribù d’Israele, e sui dodici fondamenti ci sono i nomi dei dodici apostoli (Ap. 21: 12-14) Questo simbolismo è forse troppo difficile da comprendere? Esso rappresenta chiaramente il fatto che la Città di Dio contiene la Chiesa intera, l’intero popolo di Dio che comprende i credenti sia del Vecchio che del Nuovo Testamento, che, come ha scritto Paolo, è edificata sul fondamento degli apostoli e dei profeti (Ef. 2:20).

         L’assurdità della mala interpretazione “letteralista” è pietosamente evidente quando essi tentano di trattare con le misure che Giovanni dà della Città (Ap. 21: 15-17). Giovanni dice che la Città è una piramide (o cubo) di 12.000 stadi ogni lato, con un muro alto 144 cubiti. I numeri sono ovviamente simbolici, essendo i multipli di dodici sono un riferimento alla maestà, vastità e perfezione della Chiesa. Ma i “letteralisti” si sentono obbligati a tradurre quei numeri in misure moderne, ottenendo un muro lungo 1500 miglia e alto 216 piedi. I chiari simboli di Giovanni sono cancellati, e lo sfortunato lettore della Bibbia è lasciato solamente con un guazzabuglio di numeri senza significato. I “letteralisti” si trovano nella ridicola posizione d’aver cancellato i numeri letterali della parola di Dio e di averli rimpiazzati con simboli senza senso!

         Giovanni prosegue a descrivere la Città con termini di gioielleria: ciascuna delle pietre di fondamento è adorna di pietre preziose, ciascuna delle porte è “una singola perla”, il muro è fatto di diaspro, e la città e le strade sono “d’oro puro, come di cristallo trasparente” (Ap. 21:18-21). Dal nostro studio sui minerali collegati col Giardino d’Eden, comprendiamo che questo è ancora una volta linguaggio simbolico che parla della restaurazione e del compimento del Paradiso nella salvezza. Ottocento anni prima, Isaia aveva descritto la salvezza che stava per venire nei termini di una città adorna di gioielli:

 

O afflitta, sbattuta dalla tempesta, sconsolata,

ecco, io incastonerò le tue pietre nell’antimonio

e ti fonderò sugli zaffiri.

Farò i tuoi merli di rubini,

le tue porte di carbonchio

e tutto il tuo recinto di pietre preziose. (Isa. 54. 11-12).

 

         È interessante che la parola tradotta antimonio (fair colors nella KJ) è, in ebraico: ombretto per gli occhi. Sembra pazzesco, no? I muri sono intesi per protezione, questo muro è meramente decorativo. Chi costruirebbe un muro digioielli usando cosmetici come “malta?” Qualcuno favolosamente ricco, e supremamente sicuro contro gli attacchi. Questo, dice Isaia, è il futuro della Chiesa, la Città di Dio. Ella sarà ricca e sicura dai nemici, come anche il resto del passo spiega:

 

Tutti i tuoi figli saranno ammaestrati dall’Eterno,

e grande sarà la pace dei tuoi figli.

Tu sarai stabilita fermamente nella giustizia;

sarai lontana dall’oppressione perché non dovrai piú temere,

e dal terrore, perché non si avvicinerà piú a te…

Nessun’arma fabbricata contro di te avrà successo,

e ogni lingua che si alzerà in giudizio contro di te, la condannerai.

Questa è l’eredità dei servi dell’Eterno,

e la loro giustizia viene da me», dice l’Eterno.

(Isa. 54: 13-17)

 

         Giovanni vide che in questa nuova Città di Dio non c’è tempio: “ Perché il Signore Dio onnipotente e l’Agnello sono il suo tempio. E la città non ha bisogno del sole né della luna, che risplendano in lei, perché la gloria di Dio la illumina e l’Agnello è il suo luminare.” (Ap. 21:22-23). Anche questo è basato su Isaia ( Isa. 60. 1-3, 19-20), che enfatizza che la Chiesa è illuminata dalla gloria di Dio, abitata dalla Nuvola, splendente con la Luce originale. Questa è la Città sulla Collina (Mt. 5:14-16), la luce del mondo che risplenda davanti agli uomini cosicché glorificheranno Dio il Padre. Attingendo allo stesso passo in Isaia (Isa. 60. 4-18), Giovanni parla dell’influenza della Città nelle nazioni del mondo:

 

E le nazioni di quelli che sono salvati cammineranno alla sua luce, e i re della terra porteranno la loro gloria ed onore in lei. Le sue porte non saranno mai chiuse durante il giorno, perché lí non vi sarà notte alcuna. In lei si porterà la gloria e l’onore delle nazioni. E nulla d’immondo e nessuno che commetta abominazione o falsità vi entrerà mai, ma soltanto quelli che sono scritti nel libro della vita dell’Agnello. (Ap. 21: 24-27; cf. Sl. 22:27; 66:4; 86:9; Isa. 27:6; 42:4; 45: 22-23; 49: 5-13; Ag. 2: 7-8).

 

Questo è scritto è per un tempo in cui le nazioni esisteranno ancora come nazioni; eppure le nazioni sono tutte convertite, confluiscono nella Città a vi portano le loro ricchezze. Mano a mano che la luce del Vangelo risplende sul mondo attraverso la Chiesa, il mondo è convertito, le nazioni sono fatte discepoli, e la ricchezza dei peccatori diventa eredità dei giusti. Questa è una promessa basilare della Scrittura dal principio alla fine. Questa è la forma della storia, la direzione in cui si sta muovendo il mondo. Questo è il nostro futuro, il retaggio di generazioni a venire.

 

Il Fiume della Vita

 

         Noi guardiamo avanti al ritiro della maledizione in ogni area di vita, sia in questo mondo che nel prossimo, mentre il Vangelo dilaga in tutto il mondo. Abbiamo studiato in uno dei capitoli precedenti come l’immagine del Fiume Eden sia utilizzata attraverso tutta la Scrittura per indicare la benedizioni del Paradiso che ritornano alla terra per la potenza dello Spirito per mezzo della Chiesa (cf. Ez. 47. 1-12; Za. 14:8). Giovanni appropriatamente chiude il suo quadro della nuova Creazione con quest’immagine, presa dalla visione di Ezechiele riguardo alla Chiesa:

 

         Poi mi mostrò il fiume puro dell’acqua della vita, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. E in mezzo alla piazza della città e da una parte e dall’altra del fiume si trovava l’albero della vita, che fa dodici frutti e che porta il suo frutto ogni mese; e le foglie dell’albero sono per la guarigione delle nazioni. E qui non ci sarà alcuna maledizione; in essa sarà il trono di Dio e dell’Agnello e i suoi servi lo serviranno; essi vedranno la sua faccia e porteranno il suo nome sulla loro fronte. E qui non ci sarà piú notte alcuna e non avranno bisogno di luce di lampada né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà, ed essi regneranno nei secoli dei secoli (Ap. 22: 1-5).

 

         Il fiume della vita sta scorrendo ora (Gv. 4: 14; 7: 37-39), e continuerà a fluire in un continuo crescere del flusso della benedizione alla terra, guarendo le nazioni, mettendo fine alle trasgressioni della legge e alla guerra per mezzo dell’applicazione della legge biblica (Mi. 4:1-3) Questa visione del glorioso futuro della Chiesa, terreno e celeste, ripara la tela che fu strappata in Genesi. In Rivelazione vediamo l’Uomo redento, ricondotto alla Montagna, sostenuto dal Fiume e dall’Albero della Vita, riguadagnare il suo dominio perduto e regnare come un sacerdote-re sulla terra. Questo è il nostro privilegio e il nostro retaggio ora, definitivamente e progressivamente, in questa epoca, e sarà nostro pienamente nell’era a venire. Il Paradiso è in via di restaurazione.

 

157

Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!

Apocalisse 1-5

1,1 Rivelazione di Gesù Cristo che Dio gli diede per render noto ai suoi servi le cose che devono presto accadere, e che egli manifestò inviando il suo angelo al suo servo Giovanni. 2 Questi attesta la parola di Dio e la testimonianza di Gesù Cristo, riferendo ciò che ha visto. 3 Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e mettono in pratica le cose che vi sono scritte. Perché il tempo è vicino.
4 Giovanni alle sette Chiese che sono in Asia: grazia a voi e pace da Colui che è, che era e che viene, dai sette spiriti che stanno davanti al suo trono, 5 e da Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra.
A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, 6 che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen.
7 Ecco, viene sulle nubi e ognuno lo vedrà;
anche quelli che lo trafissero
e tutte le nazioni della terra si batteranno per lui il petto
.

Sì, Amen!
8 Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!
9 Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, nel regno e nella costanza in Gesù, mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù. 10 Rapito in estasi, nel giorno del Signore, udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva: 11 Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese: a Efeso, a Smirne, a Pèrgamo, a Tiàtira, a Sardi, a Filadèlfia e a Laodicèa. 12 Ora, come mi voltai per vedere chi fosse colui che mi parlava, vidi sette candelabri d’oro 13 e in mezzo ai candelabri c’era uno simile a figlio di uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro. 14 I capelli della testa erano candidi, simili a lana candida, come neve. Aveva gli occhi fiammeggianti come fuoco, 15 i piedi avevano l’aspetto del bronzo splendente purificato nel crogiuolo. La voce era simile al fragore di grandi acque. 16 Nella destra teneva sette stelle, dalla bocca gli usciva una spada affilata a doppio taglio e il suo volto somigliava al sole quando splende in tutta la sua forza.
17 Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la destra, mi disse: Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo 18 e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi. 19 Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle che sono e quelle che accadranno dopo.20 Questo è il senso recondito delle sette stelle che hai visto nella mia destra e dei sette candelabri d’oro, eccolo: le sette stelle sono gli angeli delle sette Chiese e le sette lampade sono le sette Chiese.

2,1 All’angelo della Chiesa di Efeso scrivi:
Così parla Colui che tiene le sette stelle nella sua destra e cammina in mezzo ai sette candelabri d’oro:2 Conosco le tue opere, la tua fatica e la tua costanza, per cui non puoi sopportare i cattivi; li hai messi alla prova – quelli che si dicono apostoli e non lo sono – e li hai trovati bugiardi. 3 Sei costante e hai molto sopportato per il mio nome, senza stancarti. 4 Ho però da rimproverarti che hai abbandonato il tuo amore di prima. 5 Ricorda dunque da dove sei caduto, ravvediti e compi le opere di prima. Se non ti ravvederai, verrò da te e rimuoverò il tuo candelabro dal suo posto. 6 Tuttavia hai questo di buono, che detesti le opere dei Nicolaìti, che anch’io detesto.
7 Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese: Al vincitore darò da mangiare dell’albero della vita, che sta nel paradiso di Dio.
8 All’angelo della Chiesa di Smirne scrivi:
Così parla il Primo e l’Ultimo, che era morto ed è tornato alla vita: 9 Conosco la tua tribolazione, la tua povertà – tuttavia sei ricco – e la calunnia da parte di quelli che si proclamano Giudei e non lo sono, ma appartengono alla sinagoga di satana. 10 Non temere ciò che stai per soffrire: ecco, il diavolo sta per gettare alcuni di voi in carcere, per mettervi alla prova e avrete una tribolazione per dieci giorni. Sii fedele fino alla morte e ti darò la corona della vita.
11 Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese: Il vincitore non sarà colpito dalla seconda morte.
12 All’angelo della Chiesa di Pèrgamo scrivi:
Così parla Colui che ha la spada affilata a due tagli: 13 So che abiti dove satana ha il suo trono; tuttavia tu tieni saldo il mio nome e non hai rinnegato la mia fede neppure al tempo in cui Antìpa, il mio fedele testimone, fu messo a morte nella vostra città, dimora di satana. 14 Ma ho da rimproverarti alcune cose: hai presso di te seguaci della dottrina di Balaàm, il quale insegnava a Balak a provocare la caduta dei figli d’Israele, spingendoli a mangiare carni immolate agli idoli e ad abbandonarsi alla fornicazione. 15 Così pure hai di quelli che seguono la dottrina dei Nicolaìti. 16 Ravvediti dunque; altrimenti verrò presto da te e combatterò contro di loro con la spada della mia bocca.
17 Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese: Al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza bianca sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi la riceve.
18 All’angelo della Chiesa di Tiàtira scrivi:
Così parla il Figlio di Dio, Colui che ha gli occhi fiammeggianti come fuoco e i piedi simili a bronzo splendente.19 Conosco le tue opere, la carità, la fede, il servizio e la costanza e so che le tue ultime opere sono migliori delle prime. 20 Ma ho da rimproverarti che lasci fare a Iezabèle, la donna che si spaccia per profetessa e insegna e seduce i miei servi inducendoli a darsi alla fornicazione e a mangiare carni immolate agli idoli. 21 Io le ho dato tempo per ravvedersi, ma essa non si vuol ravvedere dalla sua dissolutezza. 22 Ebbene, io getterò lei in un letto di dolore e coloro che commettono adulterio con lei in una grande tribolazione, se non si ravvederanno dalle opere che ha loro insegnato. 23 Colpirò a morte i suoi figli e tutte le Chiese sapranno che io sono Colui che scruta gli affetti e i pensieri degli uomini, e darò a ciascuno di voi secondo le proprie opere.24 A voi di Tiàtira invece che non seguite questa dottrina, che non avete conosciuto le profondità di satana – come le chiamano – non imporrò altri pesi; 25 ma quello che possedete tenetelo saldo fino al mio ritorno.26 Al vincitore che persevera sino alla fine nelle mie opere,
darò autorità sopra le nazioni;
27 le pascolerà con bastone di ferro
e le frantumerà come vasi di terracotta
,

28 con la stessa autorità che a me fu data dal Padre mio e darò a lui la stella del mattino. 29 Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese.

Apocalisse

3,1 All’angelo della Chiesa di Sardi scrivi:
Così parla Colui che possiede i sette spiriti di Dio e le sette stelle: Conosco le tue opere; ti si crede vivo e invece sei morto. 2 Svegliati e rinvigorisci ciò che rimane e sta per morire, perché non ho trovato le tue opere perfette davanti al mio Dio. 3 Ricorda dunque come hai accolto la parola, osservala e ravvediti, perché se non sarai vigilante, verrò come un ladro senza che tu sappia in quale ora io verrò da te. 4 Tuttavia a Sardi vi sono alcuni che non hanno macchiato le loro vesti; essi mi scorteranno in vesti bianche, perché ne sono degni. 5 Il vincitore sarà dunque vestito di bianche vesti, non cancellerò il suo nome dal libro della vita, ma lo riconoscerò davanti al Padre mio e davanti ai suoi angeli. 6 Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese.
7 All’angelo della Chiesa di Filadelfia scrivi:
Così parla il Santo, il Verace,
Colui che ha la chiave di Davide:
quando egli apre nessuno chiude,
e quando chiude nessuno apre
.

8 Conosco le tue opere. Ho aperto davanti a te una porta che nessuno può chiudere. Per quanto tu abbia poca forza, pure hai osservato la mia parola e non hai rinnegato il mio nome. 9 Ebbene, ti faccio dono di alcuni della sinagoga di satana – di quelli che si dicono Giudei, ma mentiscono perché non lo sono -: li farò venire perché si prostrino ai tuoi piedi e sappiano che io ti ho amato. 10 Poiché hai osservato con costanza la mia parola, anch’io ti preserverò nell’ora della tentazione che sta per venire sul mondo intero, per mettere alla prova gli abitanti della terra. 11 Verrò presto. Tieni saldo quello che hai, perché nessuno ti tolga la corona. 12 Il vincitore lo porrò come una colonna nel tempio del mio Dio e non ne uscirà mai più. Inciderò su di lui il nome del mio Dio e il nome della città del mio Dio, della nuova Gerusalemme che discende dal cielo, da presso il mio Dio, insieme con il mio nome nuovo. 13 Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese.
14 All’angelo della Chiesa di Laodicèa scrivi:
Così parla l’Amen, il Testimone fedele e verace, il Principio della creazione di Dio: 15 Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! 16 Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. 17 Tu dici: «Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla», ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo. 18 Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, vesti bianche per coprirti e nascondere la vergognosa tua nudità e collirio per ungerti gli occhi e ricuperare la vista. 19 Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo. Mostrati dunque zelante e ravvediti. 20 Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. 21 Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono. 22 Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese.

4,1 Dopo ciò ebbi una visione: una porta era aperta nel cielo. La voce che prima avevo udito parlarmi come una tromba diceva: Sali quassù, ti mostrerò le cose che devono accadere in seguito. 2 Subito fui rapito in estasi. Ed ecco, c’era un trono nel cielo, e sul trono uno stava seduto. 3 Colui che stava seduto era simile nell’aspetto a diaspro e cornalina. Un arcobaleno simile a smeraldo avvolgeva il trono. 4 Attorno al trono, poi, c’erano ventiquattro seggi e sui seggi stavano seduti ventiquattro vegliardi avvolti in candide vesti con corone d’oro sul capo. 5 Dal trono uscivano lampi, voci e tuoni; sette lampade accese ardevano davanti al trono, simbolo dei sette spiriti di Dio. 6 Davanti al trono vi era come un mare trasparente simile a cristallo. In mezzo al trono e intorno al trono vi erano quattro esseri viventi pieni d’occhi davanti e di dietro. 7 Il primo vivente era simile a un leone, il secondo essere vivente aveva l’aspetto di un vitello, il terzo vivente aveva l’aspetto d’uomo, il quarto vivente era simile a un’aquila mentre vola. 8 I quattro esseri viventi hanno ciascuno sei ali, intorno e dentro sono costellati di occhi; giorno e notte non cessano di ripetere:
Santo, santo, santo
il Signore Dio, l’Onnipotente
,

Colui che era, che è e che viene!
9 E ogni volta che questi esseri viventi rendevano gloria, onore e grazie a Colui che è seduto sul trono e che vive nei secoli dei secoli, 10 i ventiquattro vegliardi si prostravano davanti a Colui che siede sul trono e adoravano Colui che vive nei secoli dei secoli e gettavano le loro corone davanti al trono, dicendo:
11 «Tu sei degno, o Signore e Dio nostro,
di ricevere la gloria, l’onore e la potenza,
perché tu hai creato tutte le cose,
e per la tua volontà furono create e sussistono».

5,1 E vidi nella mano destra di Colui che era assiso sul trono un libro a forma di rotolo, scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli. 2 Vidi un angelo forte che proclamava a gran voce: «Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?». 3 Ma nessuno né in cielo, né in terra, né sotto terra era in grado di aprire il libro e di leggerlo. 4 Io piangevo molto perché non si trovava nessuno degno di aprire il libro e di leggerlo. 5 Uno dei vegliardi mi disse: «Non piangere più; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli».
6 Poi vidi ritto in mezzo al trono circondato dai quattro esseri viventi e dai vegliardi un Agnello, come immolato. Egli aveva sette corna e sette occhi, simbolo dei sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra. 7 E l’Agnello giunse e prese il libro dalla destra di Colui che era seduto sul trono. 8 E quando l’ebbe preso, i quattro esseri viventi e i ventiquattro vegliardi si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno un’arpa e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi. 9 Cantavano un canto nuovo:
«Tu sei degno di prendere il libro
e di aprirne i sigilli,
perché sei stato immolato
e hai riscattato per Dio con il tuo sangue
uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione
10 e li hai costituiti per il nostro Dio
un regno di sacerdoti
e regneranno sopra la terra».
11 Durante la visione poi intesi voci di molti angeli intorno al trono e agli esseri viventi e ai vegliardi. Il loro numero era miriadi di miriadi e migliaia di migliaia 12 e dicevano a gran voce:
«L’Agnello che fu immolato
è degno di ricevere potenza e ricchezza,
sapienza e forza,
onore, gloria e benedizione».
13 Tutte le creature del cielo e della terra, sotto la terra e nel mare e tutte le cose ivi contenute, udii che dicevano:
«A Colui che siede sul trono e all’Agnello
lode, onore, gloria e potenza,
nei secoli dei secoli».
14 E i quattro esseri viventi dicevano: «Amen». E i vegliardi si prostrarono in adorazione.

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Nel Cielo apparve poi un segno grandioso: una Donna vestita di Sole

Apocalisse 12

1 Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. 2 Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto. 3 Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; 4 la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena nato. 5 Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono. 6 La donna invece fuggì nel deserto, ove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni.
7 Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, 8 ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. 9 Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli. 10 Allora udii una gran voce nel cielo che diceva:
«Ora si è compiuta
la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio
e la potenza del suo Cristo,
poiché è stato precipitato
l’accusatore dei nostri fratelli,
colui che li accusava davanti al nostro Dio
giorno e notte.
11 Ma essi lo hanno vinto
per mezzo del sangue dell’Agnello
e grazie alla testimonianza del loro martirio;
poiché hanno disprezzato la vita
fino a morire.
12 Esultate, dunque, o cieli,
e voi che abitate in essi.
Ma guai a voi, terra e mare,
perché il diavolo è precipitato sopra di voi
pieno di grande furore,
sapendo che gli resta poco tempo».
13 Or quando il drago si vide precipitato sulla terra, si avventò contro la donna che aveva partorito il figlio maschio. 14 Ma furono date alla donna le due ali della grande aquila, per volare nel deserto verso il rifugio preparato per lei per esservi nutrita per un tempo, due tempi e la metà di un tempo lontano dal serpente. 15 Allora il serpente vomitò dalla sua bocca come un fiume d’acqua dietro alla donna, per farla travolgere dalle sue acque. 16 Ma la terra venne in soccorso alla donna, aprendo una voragine e inghiottendo il fiume che il drago aveva vomitato dalla propria bocca.
17 Allora il drago si infuriò contro la donna e se ne andò a far guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che osservano i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù.
18 E si fermò sulla spiaggia del mare.

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Ecco la Dimora di Dio con gli uomini!

Apocalisse 21

1 Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. 2 Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. 3 Udii allora una voce potente che usciva dal trono:
«Ecco la dimora di Dio con gli uomini!
Egli dimorerà tra di loro
ed essi saranno suo popolo
ed egli sarà il “Dio-con-loro”.
4 E tergerà ogni lacrima dai loro occhi;

non ci sarà più la morte,
né lutto, né lamento, né affanno,
perché le cose di prima sono passate».
5 E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose»; e soggiunse: «Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci.
6 Ecco sono compiute!
Io sono l’Alfa e l’Omega,
il Principio e la Fine.
A colui che ha sete darò gratuitamente
acqua della fonte della vita.
7 Chi sarà vittorioso erediterà questi beni;
io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio.

8 Ma per i vili e gl’increduli, gli abietti e gli omicidi, gl’immorali, i fattucchieri, gli idolàtri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. È questa la seconda morte».
9 Poi venne uno dei sette angeli che hanno le sette coppe piene degli ultimi sette flagelli e mi parlò: «Vieni, ti mostrerò la fidanzata, la sposa dell’Agnello». 10 L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. 11 Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. 12 La città è cinta da un grande e alto muro con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. 13 A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e ad occidente tre porte. 14 Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello.
15 Colui che mi parlava aveva come misura una canna d’oro, per misurare la città, le sue porte e le sue mura. 16 La città è a forma di quadrato, la sua lunghezza è uguale alla larghezza. L’angelo misurò la città con la canna: misura dodici mila stadi; la lunghezza, la larghezza e l’altezza sono eguali. 17 Ne misurò anche le mura: sono alte centoquarantaquattro braccia, secondo la misura in uso tra gli uomini adoperata dall’angelo.

18 Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo. 19 Le fondamenta delle mura della città sono adorne di ogni specie di pietre preziose. Il primo fondamento è di diaspro, il secondo di zaffìro, il terzo di calcedònio, il quarto di smeraldo, 20 il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisòlito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l’undecimo di giacinto, il dodicesimo di ametista. 21 E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta è formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente.
22 Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. 23 La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello.
24 Le nazioni cammineranno alla sua luce
e i re della terra a lei porteranno la loro magnificenza.
25 Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno,

poiché non vi sarà più notte.
26 E porteranno a lei la gloria e l’onore delle nazioni.
27 Non entrerà in essa nulla d’impuro,
né chi commette abominio o falsità,
ma solo quelli che sono scritti
nel libro della vita dell’Agnello.

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Mi mostrò poi un fiume d’acqua viva limpida come cristallo

Apocalisse 22

1 Mi mostrò poi un fiume d’acqua viva limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. 2 In mezzo alla piazza della città e da una parte e dall’altra del fiume si trova un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni.
3 E non vi sarà più maledizione.
Il trono di Dio e dell’Agnello
sarà in mezzo a lei e i suoi servi lo adoreranno;
4 vedranno la sua faccia
e porteranno il suo nome sulla fronte.
5 Non vi sarà più notte
e non avranno più bisogno di luce di lampada,
né di luce di sole,
perché il Signore Dio li illuminerà
e regneranno nei secoli dei secoli
.

6 Poi mi disse: «Queste parole sono certe e veraci. Il Signore, il Dio che ispira i profeti, ha mandato il suo angelo per mostrare ai suoi servi ciò che deve accadere tra breve. 7 Ecco, io verrò presto. Beato chi custodisce le parole profetiche di questo libro».
8 Sono io, Giovanni, che ho visto e udito queste cose. Udite e vedute che le ebbi, mi prostrai in adorazione ai piedi dell’angelo che me le aveva mostrate. 9 Ma egli mi disse: «Guardati dal farlo! Io sono un servo di Dio come te e i tuoi fratelli, i profeti, e come coloro che custodiscono le parole di questo libro. È Dio che devi adorare».
10 Poi aggiunse: «Non mettere sotto sigillo le parole profetiche di questo libro, perché il tempo è vicino. 11 Il perverso continui pure a essere perverso, l’impuro continui ad essere impuro e il giusto continui a praticare la giustizia e il santo si santifichi ancora.

12 Ecco, io verrò presto e porterò con me il mio salario, per rendere a ciascuno secondo le sue opere. 13 Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il principio e la fine. 14 Beati coloro che lavano le loro vesti: avranno parte all’albero della vita e potranno entrare per le porte nella città. 15 Fuori i cani, i fattucchieri, gli immorali, gli omicidi, gli idolàtri e chiunque ama e pratica la menzogna!
16 Io, Gesù, ho mandato il mio angelo, per testimoniare a voi queste cose riguardo alle Chiese. Io sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino».
17 Lo Spirito e la sposa dicono: «Vieni!». E chi ascolta ripeta: «Vieni!». Chi ha sete venga; chi vuole attinga gratuitamente l’acqua della vita.
18 Dichiaro a chiunque ascolta le parole profetiche di questo libro: a chi vi aggiungerà qualche cosa, Dio gli farà cadere addosso i flagelli descritti in questo libro; 19 e chi toglierà qualche parola di questo libro profetico, Dio lo priverà dell’albero della vita e della città santa, descritti in questo libro.
20 Colui che attesta queste cose dice: «Sì, verrò presto!». Amen. Vieni, Signore Gesù. 21 La grazia del Signore Gesù sia con tutti voi. Amen!

Copyright Sandro Damiano

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Io sono l’Alfa e l’Omèga, il Primo e l’Ultimo, il Principio e la Fine

Apocalisse

Capitolo 22

[1] E mi mostrò poi un fiume d’acqua viva, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. [2] In mezzo alla piazza della città, e da una parte e dall’altra del fiume, si trova un albero di vita che dà frutti dodici volte all’anno, portando frutto ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni.
[3] E non vi sarà più maledizione.
Nella città vi sarà il trono di Dio e dell’Agnello:
i suoi servi lo adoreranno;
[4] vedranno il suo volto
e porteranno il suo nome sulla fronte.
[5] Non vi sarà più notte,
e non avranno più bisogno
di luce di lampada né di luce di sole,
perché il Signore Dio li illuminerà.
E regneranno nei secoli dei secoli.
[6] E mi disse: «Queste parole sono certe e vere. Il Signore, il Dio che ispira i profeti, ha mandato il suo angelo per mostrare ai suoi servi le cose che devono accadere tra breve. [7] Ecco, io vengo presto. Beato chi custodisce le parole profetiche di questo libro».
[8] Sono io, Giovanni, che ho visto e udito queste cose. E quando le ebbi udite e viste, mi prostrai in adorazione ai piedi dell’angelo che me le mostrava. [9] Ma egli mi disse: «Guàrdati bene dal farlo! Io sono servo, con te e con i tuoi fratelli, i profeti, e con coloro che custodiscono le parole di questo libro. È Dio che devi adorare».
[10] E aggiunse: «Non mettere sotto sigillo le parole della profezia di questo libro, perché il tempo è vicino. [11] Il malvagio continui pure a essere malvagio e l’impuro a essere impuro e il giusto continui a praticare la giustizia e il santo si santifichi ancora.
[12] Ecco, io vengo presto e ho con me il mio salario per rendere a ciascuno secondo le sue opere. [13] Io sono l’Alfa e l’Omèga, il Primo e l’Ultimo, il Principio e la Fine. [14] Beati coloro che lavano le loro vesti per avere diritto all’albero della vita e, attraverso le porte, entrare nella città. [15] Fuori i cani, i maghi, gli immorali, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna!
[16] Io, Gesù, ho mandato il mio angelo per testimoniare a voi queste cose riguardo alle Chiese. Io sono la radice e la stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino».
[17] Lo Spirito e la sposa dicono: «Vieni!». E chi ascolta, ripeta: «Vieni!». Chi ha sete, venga; chi vuole, prenda gratuitamente l’acqua della vita.
[18] A chiunque ascolta le parole della profezia di questo libro io dichiaro: se qualcuno vi aggiunge qualcosa, Dio gli farà cadere addosso i flagelli descritti in questo libro; [19] e se qualcuno toglierà qualcosa dalle parole di questo libro profetico, Dio lo priverà dell’albero della vita e della città santa, descritti in questo libro.
[20] Colui che attesta queste cose dice: «Sì, vengo presto!». Amen. Vieni, Signore Gesù. [21] La grazia del Signore Gesù sia con tutti.

 

In mezzo alla piazza della città e da una parte e dall’altra del fiume si trova un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni messe; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni. E non vi sarò più maledizione.
Ap 22,2-3

Come vivere questa Parola?
Questo brano dell’ultimo libro della Bibbia è colmo di realtà consolanti anche se disseminato di avvisi che richiamano alla vigilanza in ordine a un Dio che, essendo Padre tenerissimo ma non bonaccione, ci chiederà il rendiconto della nostra vita. La città di cui qui si parla allude alla Chiesa, ma anche a tutto il mondo dove scorre un fiume le cui acque sono vivificanti. Ma nella pericope qui riportata l’attenzione è attirata da uno splendido albero che è così fecondo da offrire i suoi frutti puntualmente ogni mese. Le sue foglie contengono una qualità di energia terapeutica che guarisce le malattie (in gran parte di ordine morale) della gente di ogni nazione, etnia, colore. Un’affermazione chiude in splendore di speranza: non ci sarà più maledizione, cioè quelle conseguenze del tutto deteriori di chi, commettendo il male ha inquinato la terra, saranno superate dalla vittoria di Gesù che, risorgendo da morte, dissolverà la maledizione, perché in tutti e in tutto prevalga un’energia di benedizione – gioia infinita.

O Maria, che stai sulla soglia dell’Avvento come una mamma davanti alla casa, aiutaci a contemplare con Te l’albero della Vita che rappresenta Gesù Crocifisso e Risorto. Ravviva in noi la fede perché con Lui e in Lui la nostra vita porti frutti di amore.

La voce di un fisico e filosofo
La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere ‘superato’.
Albert Einstein

Pulpito-Duomo-di-Barga-3

I am the Alpha and the Omega, the first and the last, the beginning and the end

Revelation

Chapter 22

1

Then the angel showed me the river of life-giving water, 1 sparkling like crystal, flowing from the throne of God and of the Lamb

2

down the middle of its street. On either side of the river grew the tree of life 2 that produces fruit twelve times a year, once each month; the leaves of the trees serve as medicine for the nations.

3

Nothing accursed will be found there anymore. The throne of God and of the Lamb will be in it, and his servants will worship him.

4

They will look upon his face, 3 and his name will be on their foreheads.

5

Night will be no more, nor will they need light from lamp or sun, for the Lord God shall give them light, and they shall reign forever and ever.

6

4 And he said to me, “These words are trustworthy and true, and the Lord, the God of prophetic spirits, sent his angel to show his servants what must happen soon.”

7

5 “Behold, I am coming soon.” 6 Blessed is the one who keeps the prophetic message of this book.

8

It is I, John, who heard and saw these things, and when I heard and saw them I fell down to worship at the feet of the angel who showed them to me.

9

But he said to me, “Don’t! I am a fellow servant of yours and of your brothers the prophets and of those who keep the message of this book. Worship God.”

10

Then he said to me, “Do not seal up the prophetic words of this book, for the appointed time 7 is near.

11

Let the wicked still act wickedly, and the filthy still be filthy. The righteous must still do right, and the holy still be holy.”

12

“Behold, I am coming soon. I bring with me the recompense I will give to each according to his deeds.

13

I am the Alpha and the Omega, the first and the last, the beginning and the end.” 8

14

Blessed are they who wash their robes so as to have the right to the tree of life and enter the city 9 through its gates.

15

Outside are the dogs, the sorcerers, the unchaste, the murderers, the idol-worshipers, and all who love and practice deceit.

16

“I, Jesus, sent my angel to give you this testimony for the churches. I am the root and offspring of David, 10 the bright morning star.”

17

The Spirit and the bride 11 say, “Come.” Let the hearer say, “Come.” Let the one who thirsts come forward, and the one who wants it receive the gift of life-giving water.

18

I warn everyone who hears the prophetic words in this book: if anyone adds to them, God will add to him the plagues described in this book,

19

and if anyone takes away from the words in this prophetic book, God will take away his share in the tree of life and in the holy city described in this book.

20

12 The one who gives this testimony says, “Yes, I am coming soon.” Amen! Come, Lord Jesus!

21

The grace of the Lord Jesus be with all.

images (2)

E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte

Apocalisse

Capitolo 21

[1] E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. [2] E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. [3] Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva:
«Ecco la tenda di Dio con gli uomini!
Egli abiterà con loro
ed essi saranno suoi popoli
ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio.
[4] E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi
e non vi sarà più la morte
né lutto né lamento né affanno,
perché le cose di prima sono passate».
[5] E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». E soggiunse: «Scrivi, perché queste parole sono certe e vere». [6] E mi disse:
«Ecco, sono compiute!
Io sono l’Alfa e l’Omèga,
il Principio e la Fine.
A colui che ha sete
io darò gratuitamente da bere
alla fonte dell’acqua della vita.
[7] Chi sarà vincitore erediterà questi beni;
io sarò suo Dio ed egli sarà mio figlio.
[8] Ma per i vili e gli increduli, gli abietti e gli omicidi, gli immorali, i maghi, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. Questa è la seconda morte».
[9] Poi venne uno dei sette angeli, che hanno le sette coppe piene degli ultimi sette flagelli, e mi parlò: «Vieni, ti mostrerò la promessa sposa, la sposa dell’Agnello». [10] L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. [11] Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. [12] È cinta da grandi e alte mura con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. [13] A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e a occidente tre porte. [14] Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello.
[15] Colui che mi parlava aveva come misura una canna d’oro per misurare la città, le sue porte e le sue mura. [16] La città è a forma di quadrato: la sua lunghezza è uguale alla larghezza. L’angelo misurò la città con la canna: sono dodicimila stadi; la lunghezza, la larghezza e l’altezza sono uguali. [17] Ne misurò anche le mura: sono alte centoquarantaquattro braccia, secondo la misura in uso tra gli uomini adoperata dall’angelo. [18] Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo. [19] I basamenti delle mura della città sono adorni di ogni specie di pietre preziose. Il primo basamento è di diaspro, il secondo di zaffìro, il terzo di calcedònio, il quarto di smeraldo, [20] il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisòlito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l’undicesimo di giacinto, il dodicesimo di ametista. [21] E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta era formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente.
[22] In essa non vidi alcun tempio:
il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello
sono il suo tempio.
[23] La città non ha bisogno della luce del sole,
né della luce della luna:
la gloria di Dio la illumina
e la sua lampada è l’Agnello.
[24] Le nazioni cammineranno alla sua luce,
e i re della terra a lei porteranno il loro splendore.
[25] Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno,
perché non vi sarà più notte.
[26] E porteranno a lei la gloria e l’onore delle nazioni.
[27] Non entrerà in essa nulla d’impuro,
né chi commette orrori o falsità,
ma solo quelli che sono scritti
nel libro della vita dell’Agnello.

 

Collocazione del brano
La liturgia domenicale ci porta di colpo al termine dell’Apocalisse. Dopo grandi lotte, nel capitolo 20 l’antagonista di Cristo viene finalmente sconfitto, tutti i morti risorgono e vengono giudicati secondo le loro opere. Gli ultimi due capitoli dell’Apocalisse (21 e 22) descrivono il cielo e la terra nuova, nati dal ritorno glorioso di Cristo. E’ dal capitolo 21 che vengono tratte le letture di questa domenica e di domenica prossima.

Lectio
Io, Giovanni, 1vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più.
La terra e il cielo che noi conosciamo oggi finiranno e faranno posto a un cielo e a una terra nuovi. Accanto a questa nuova terra però non c’è il mare, che nella mentalità semitica è il luogo delle forze ostili a Dio, è il simbolo del male. Vi è dunque una nuova creazione, libera dal male e dal peccato. La novità è data dalla risurrezione di Cristo. Anche noi parteciperemo a questa nuova creazione, saremo fatti nuovi a immagine del Risorto.

2E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.
Protagonista di questa nuova terra è la nuova Gerusalemme, la città santa. Ciò significa un nuovo rapporto tra Dio e gli uomini. Gerusalemme è la sposa di Dio, come un tempo era Israele e ora la Chiesa. Si tratta dunque di un rapporto privilegiato

3Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio.
Ecco che finalmente colui che siede sul trono parla. Egli non ha mai detto niente per tutto il corso dell’Apocalisse. Cosa dice ora? Ci spiega il senso della Città Santa. Essa è la tenda, cioè il luogo in cui il Signore abitava quando seguiva Israele nel suo viaggio nel deserto. Il Signore abiterà per sempre con il suo popolo. Non si tratta più del solo Israele, ma di tutti i popoli della terra. Vi sarà una grande comunione tra Dio e tutta l’umanità, Egli sarà l’Emmanuele di tutte le genti, il Dio con loro!

4E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate».
Ritorna l’immagine che abbiamo visto domenica scorsa. Dio si fa vicino ai suoi figli e alle sue figlie ad uno ad uno e come un padre affettuoso asciuga le loro lacrime. Cura le loro ferite, le trasforma in gioia. La misera condizione dell’uomo mortale è finita, non ci sarà più pianto, né lamento, il mondo con le sue sofferenze è ormai passato.

5E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose».
Ancora sentiamo la voce di Dio. Egli ci rassicura: faccio nuove tutte le cose. Come al tempo della creazione, Egli è capace di creare di nuovo tutto il mondo. Con la risurrezione di Cristo è un mondo redento, libero dalla morte, dal peccato, dalla sofferenza.

Meditatio
– Come mi immagino i cieli e la terra nuovi?
– Cosa significa per me che Dio abita in mezzo al suo popolo?
– Come mi comporto nei confronti delle sofferenze che ho vissuto o vivo tuttora?

FONTE:  http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=37148

Pecoraro1

E i libri furono aperti. Fu aperto anche un altro libro, quello della vita

Apocalissa

Capitolo 20

[1] E vidi un angelo che scendeva dal cielo con in mano la chiave dell’Abisso e una grande catena. [2] Afferrò il drago, il serpente antico, che è diavolo e il Satana, e lo incatenò per mille anni; [3] lo gettò nell’Abisso, lo rinchiuse e pose il sigillo sopra di lui, perché non seducesse più le nazioni, fino al compimento dei mille anni, dopo i quali deve essere lasciato libero per un po’ di tempo. [4]Poi vidi alcuni troni – a quelli che vi sedettero fu dato il potere di giudicare – e le anime dei decapitati a causa della testimonianza di Gesù e della parola di Dio, e quanti non avevano adorato la bestia e la sua statua e non avevano ricevuto il marchio sulla fronte e sulla mano. Essi ripresero vita e regnarono con Cristo per mille anni; [5] gli altri morti invece non tornarono in vita fino al compimento dei mille anni. Questa è la prima risurrezione. [6] Beati e santi quelli che prendono parte alla prima risurrezione. Su di loro non ha potere la seconda morte, ma saranno sacerdoti di Dio e del Cristo, e regneranno con lui per mille anni.
[7] Quando i mille anni saranno compiuti, Satana verrà liberato dal suo carcere[8] e uscirà per sedurre le nazioni che stanno ai quattro angoli della terra, Gog e Magòg, e radunarle per la guerra: il loro numero è come la sabbia del mare. [9]Salirono fino alla superficie della terra e assediarono l’accampamento dei santi e la città amata. Ma un fuoco scese dal cielo e li divorò. [10] E il diavolo, che li aveva sedotti, fu gettato nello stagno di fuoco e zolfo, dove sono anche la bestia e il falso profeta: saranno tormentati giorno e notte per i secoli dei secoli.
[11] E vidi un grande trono bianco e Colui che vi sedeva. Scomparvero dalla sua presenza la terra e il cielo senza lasciare traccia di sé. [12] E vidi i morti, grandi e piccoli, in piedi davanti al trono. E i libri furono aperti. Fu aperto anche un altro libro, quello della vita. I morti vennero giudicati secondo le loro opere, in base a ciò che era scritto in quei libri. [13] Il mare restituì i morti che esso custodiva, la Morte e gli inferi resero i morti da loro custoditi e ciascuno venne giudicato secondo le sue opere. [14] Poi la Morte e gli inferi furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la seconda morte, lo stagno di fuoco. [15] E chi non risultò scritto nel libro della vita fu gettato nello stagno di fuoco.

 

Vennero aperti i libri e fu aperto anche un altro libro: quello della vita. I morti vennero giudicati in base a ciò che era scritto in quei libri, ciascuno secondo le sue opere.

Come vivere questa Parola?

Sullo sfondo di uno scenario dove ricchezza di simboli e grande liturgia con movimento e fulgore di “cose ultime”, emerge, s’impone e trionfa la Grande Presenza di Dio. Tutta la storia è lì, davanti a lui. Ci sono libri e libri che ne racchiudono le ormai passate vicende. Ma l’attenzione va al “libro della vita”. È come la narrazione del grande resoconto. Dice che è impensabile non ci sia un giudizio, dove gli uomini vengono giudicati non in ordine alla nazionalità, all’etnia o alla religione e neppure in base al bagaglio di buona cultura, alati desideri, realizzazioni toccanti e stupende. No, il giudizio vaglierà se le opere sono buone o no. Il passaporto per la vita eterna è quel libro su cui sarà scritto: “Ha amato. Ha visto e servito il Signore nel suo prossimo”. Tutto il resto può essere opera più opera, opera su opera, con grande scalpore e riconoscimenti esteriori, ma non buone opere, santificate da Uno che per primo ci ha amati e si è dato per noi (cf 1 Gv 4). Per essere scritto sul “libro della vita” conta dunque amare. “E chi non era scritto nel libro della vita – asserisce l’autore sacro – viene gettato nello stagno di fuoco. E questa è la seconda morte: lo stagno di fuoco”. No, questa espressine allusiva all’inferno non può essere cancellata. Non c’è scolorina che tenga.

Oggi, nella mia pausa contemplativa, in questo star per chiudersi un altro anno liturgico, sosto senza ossessive paure a contemplare questa misteriosa e terribile possibilità della “seconda morte”. Ma poi riposo e scaldo il cuore nella visione della “città santa, la Gerusalemme che scende dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo”.

Gesù, io credo fermamente che la “seconda morte” non mi farà male, se tu afferri di continuo questo mio fragile cuore e lo penetri di fede e speranza. Soprattutto fa’ che, in te col tuo vigore, si impegni ad amare e rendere migliore il mondo, sgombro da egoiche pretese. Signore, dammi di amare.

La voce del “Mahatma Gandhi”

Per riuscire a vedere faccia a faccia lo Spirito della verità, universale e onnipresente, bisogna riuscire ad amare la più modesta creatura quanto noi stessi.

2 (1)

«Alleluia! Salvezza, gloria e potenza sono del nostro Dio”

Apocalisse

Capitolo 19

[1] Dopo questo, udii come una voce potente di folla immensa nel cielo che diceva:
«Alleluia!
Salvezza, gloria e potenza
sono del nostro Dio,
[2] perché veri e giusti sono i suoi giudizi.
Egli ha condannato la grande prostituta
che corrompeva la terra con la sua prostituzione,
vendicando su di lei
il sangue dei suoi servi!».
[3] E per la seconda volta dissero:
«Alleluia!
Il suo fumo sale nei secoli dei secoli!».
[4] Allora i ventiquattro anziani e i quattro esseri viventi si prostrarono e adorarono Dio, seduto sul trono, dicendo:
«Amen, alleluia».
[5] Dal trono venne una voce che diceva:
«Lodate il nostro Dio,
voi tutti, suoi servi,
voi che lo temete,
piccoli e grandi!».
[6] Udii poi come una voce di una folla immensa, simile a fragore di grandi acque e a rombo di tuoni possenti, che gridavano:
«Alleluia!
Ha preso possesso del suo regno il Signore,
il nostro Dio, l’Onnipotente.
[7] Rallegriamoci ed esultiamo,
rendiamo a lui gloria,
perché sono giunte le nozze dell’Agnello;
la sua sposa è pronta:
[8] le fu data una veste
di lino puro e splendente».
La veste di lino sono le opere giuste dei santi.
[9] Allora l’angelo mi disse: «Scrivi: Beati gli invitati al banchetto di nozze dell’Agnello!». Poi aggiunse: «Queste parole di Dio sono vere». [10] Allora mi prostrai ai suoi piedi per adorarlo, ma egli mi disse: «Guàrdati bene dal farlo! Io sono servo con te e i tuoi fratelli, che custodiscono la testimonianza di Gesù. È Dio che devi adorare. Infatti la testimonianza di Gesù è lo Spirito di profezia».
[11] Poi vidi il cielo aperto, ed ecco un cavallo bianco; colui che lo cavalcava si chiamava Fedele e Veritiero: egli giudica e combatte con giustizia.
[12] I suoi occhi sono come una fiamma di fuoco, ha sul suo capo molti diademi; porta scritto un nome che nessuno conosce all’infuori di lui. [13] È avvolto in un mantello intriso di sangue e il suo nome è: il Verbo di Dio. [14] Gli eserciti del cielo lo seguono su cavalli bianchi, vestiti di lino bianco e puro. [15] Dalla bocca gli esce una spada affilata, per colpire con essa le nazioni. Egli le governerà con scettro di ferro e pigerà nel tino il vino dell’ira furiosa di Dio, l’Onnipotente.[16] Sul mantello e sul femore porta scritto un nome: Re dei re e Signore dei signori.
[17] Vidi poi un angelo, in piedi di fronte al sole, nell’alto del cielo, e gridava a gran voce a tutti gli uccelli che volano: [18] «Venite, radunatevi al grande banchetto di Dio. Mangiate le carni dei re, le carni dei comandanti, le carni degli eroi, le carni dei cavalli e dei cavalieri e le carni di tutti gli uomini, liberi e schiavi, piccoli e grandi».
[19] Vidi allora la bestia e i re della terra con i loro eserciti, radunati per muovere guerra contro colui che era seduto sul cavallo e contro il suo esercito.[20] Ma la bestia fu catturata e con essa il falso profeta, che alla sua presenza aveva operato i prodigi con i quali aveva sedotto quanti avevano ricevuto il marchio della bestia e ne avevano adorato la statua. Ambedue furono gettati vivi nello stagno di fuoco, ardente di zolfo. [21] Gli altri furono uccisi dalla spada che usciva dalla bocca del cavaliere; e tutti gli uccelli si saziarono delle loro carni.

 

Beati gli invitati al banchetto dell’Agnello.

Come vivere questa Parola?

Siamo verso l’epilogo dell’Apocalisse, quando la grande lotta tra il bene e il male è terminata con esito felice. L’autore sacro vede una folla immensa, quella dei salvati da tutte le nazioni, che inneggia: “Alleluia! Salvezza, gloria e potenza sono del nostro Dio, perché veri e giusti sono i suoi giudizi, egli ha condannato la grande meretrice che corrompeva la terra”. Chi è questa meretrice? È la figura emblematica di Babilonia, la grande città assira che, a sua volta, è simbolo di ogni tipo di società prona solo agli interessi terreni, dentro un’autosufficienza stolta e distruttiva, perché aliena completamente da Dio. Mentre la fine di questa città è segnata dal venir meno di tutti i beni caduchi e fallaci, emerge dallo scritto profetico una grande gioia che – badiamo! – non a caso trova la sua splendida metafora nel “banchetto delle nozze dell’Agnello”. Tutta la fame, infatti, che si cela nel cuore dell’uomo è, sostanzialmente, fame d’amore. E che cosa potrebbe esprimerne il gioioso placarsi, se non l’immagine evocante l’amore nuziale? Sì, la storia nel suo contrasto di bene e male, va verso questo esito ultimo. E chi non si sarà lasciato assimilare alla grande meretrice, vive i suoi giorni come vigilia di festa nuziale: la festa dell’amore senza limiti e senza tramonto.

Oggi, nella mia pausa contemplativa, “dimorerò” in questa “beatitudine” degli invitati a nozze, prendendo coscienza che arricchisce il mio cuore ogni volta che viene pronunciata dal sacerdote quando sto per avvicinarmi all’Eucaristia. Purtroppo spesso fa parte di “parole” che non raccolgo perché non le interiorizzo?

Signore, dammi piena consapevolezza di questa espressione biblica tanto pregnante. E dammi di accostarmi all’Eucaristia davvero come a banchetto che prefigura e anticipa quello delle nozze eterne.

La voce di una testimone del XX secolo

“Cercate il Regno di Dio e la sua giustizia, tutto il resto vi sarà dato in più”. Ecco perché io attendo serena: perché i giorni passano nell’attesa di Lui, che io amo nell’aria, nel sole che non vedo più, ma che sento, ugualmente, nel suo calore, quando entra attraverso la finestra a scaldarmi le mani; nella pioggia che scende dal cielo per lavare la terra.
Benedetta Bianchi Porro

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In un’ora sola tanta ricchezza è andata perduta!

Apocalisse

Capitolo 18

[1] Dopo questo, vidi un altro angelo discendere dal cielo con grande potere, e la terra fu illuminata dal suo splendore.
[2] Gridò a gran voce:
«È caduta, è caduta Babilonia la grande,
ed è diventata covo di demòni,
rifugio di ogni spirito impuro,
rifugio di ogni uccello impuro
e rifugio di ogni bestia impura e orrenda.
[3] Perché tutte le nazioni hanno bevuto
del vino della sua sfrenata prostituzione,
i re della terra si sono prostituiti con essa
e i mercanti della terra si sono arricchiti
del suo lusso sfrenato».
[4] E udii un’altra voce dal cielo:
«Uscite, popolo mio, da essa,
per non associarvi ai suoi peccati
e non ricevere parte dei suoi flagelli.
[5] Perché i suoi peccati si sono accumulati fino al cielo
e Dio si è ricordato delle sue iniquità.
[6] Ripagàtela con la sua stessa moneta,
retribuitela con il doppio dei suoi misfatti.
Versàtele doppia misura nella coppa in cui beveva.
[7] Quanto ha speso per la sua gloria e il suo lusso,
tanto restituitele in tormento e afflizione.
Poiché diceva in cuor suo:
“Seggo come regina,
vedova non sono
e lutto non vedrò”.
[8] Per questo, in un solo giorno,
verranno i suoi flagelli:
morte, lutto e fame.
Sarà bruciata dal fuoco,
perché potente Signore è Dio
che l’ha condannata».
[9] I re della terra, che con essa si sono prostituiti e hanno vissuto nel lusso, piangeranno e si lamenteranno a causa sua, quando vedranno il fumo del suo incendio, [10] tenendosi a distanza per paura dei suoi tormenti, e diranno:
«Guai, guai, città immensa,
Babilonia, città possente;
in un’ora sola è giunta la tua condanna!».
[11] Anche i mercanti della terra piangono e si lamentano su di essa, perché nessuno compera più le loro merci: [12] i loro carichi d’oro, d’argento e di pietre preziose, di perle, di lino, di porpora, di seta e di scarlatto; legni profumati di ogni specie, oggetti d’avorio, di legno, di bronzo, di ferro, di marmo; [13]cinnamòmo, amòmo, profumi, unguento, incenso, vino, olio, fior di farina, frumento, bestiame, greggi, cavalli, carri, schiavi e vite umane.
[14] «I frutti che ti piacevano tanto
si sono allontanati da te;
tutto quel lusso e quello splendore
per te sono perduti
e mai più potranno trovarli».
[15] I mercanti, divenuti ricchi grazie a essa, si terranno a distanza per timore dei suoi tormenti; piangendo e lamentandosi, diranno:
[16] «Guai, guai, la grande città,
tutta ammantata di lino puro,
di porpora e di scarlatto,
adorna d’oro,
di pietre preziose e di perle!
[17] In un’ora sola
tanta ricchezza è andata perduta!».
Tutti i comandanti di navi, tutti gli equipaggi, i naviganti e quanti commerciano per mare si tenevano a distanza [18] e gridavano, guardando il fumo del suo incendio: «Quale città fu mai simile all’immensa città?». [19] Si gettarono la polvere sul capo, e fra pianti e lamenti gridavano:
«Guai, guai, città immensa,
di cui si arricchirono
quanti avevano navi sul mare:
in un’ora sola fu ridotta a un deserto!
[20] Esulta su di essa, o cielo,
e voi, santi, apostoli, profeti,
perché, condannandola,
Dio vi ha reso giustizia!».
[21] Un angelo possente prese allora una pietra, grande come una màcina, e la gettò nel mare esclamando:
«Con questa violenza sarà distrutta
Babilonia, la grande città,
e nessuno più la troverà.
[22] Il suono dei musicisti,
dei suonatori di cetra, di flauto e di tromba,
non si udrà più in te;
ogni artigiano di qualsiasi mestiere
non si troverà più in te;
il rumore della màcina
non si udrà più in te;
[23] la luce della lampada
non brillerà più in te;
la voce dello sposo e della sposa
non si udrà più in te.
Perché i tuoi mercanti erano i grandi della terra
e tutte le nazioni dalle tue droghe furono sedotte.
[24] In essa fu trovato il sangue di profeti e di santi
e di quanti furono uccisi sulla terra».

 

«Sarà distrutta Babilonia, la grande città, e nessuno più la troverà. Il suono dei musicisti, dei suonatori di cetra, di flauto e di tromba, non si udrà più in te; ogni artigiano di qualsiasi mestiere non si troverà più in te; il rumore della macina non si udrà più in te; la luce della lampada non brillerà più in te; la voce dello sposo e della sposa non si udrà più in te. Perché i tuoi mercanti erano i grandi della terra e tutte le nazioni dalle tue droghe furono sedotte». Dopo questo, udii come una voce potente di folla immensa nel cielo che diceva: «Alleluia! Salvezza, gloria e potenza sono del nostro Dio, perché veri e giusti sono i suoi giudizi. Egli ha condannato la grande prostituta che corrompeva la terra con la sua prostituzione, vendicando su di lei il sangue dei suoi servi!». E per la seconda volta dissero: «Alleluia! Il suo fumo sale nei secoli dei secoli!». Allora l’angelo mi disse: «Scrivi: Beati gli invitati al banchetto di nozze dell’Agnello!»
Ap 18, 21; 19,9
Come vivere questa Parola?
Non è mai allegro sostare su scene come questa che l’Apocalisse qui descrive. Ma è comunque salutare. Perché questa è la realtà: nella storia di tutti i tempi dentro la “pasta” dell’umanità c’è il bene ma anche il male; c’è qualcosa che già fa pensare alla Gerusalemme Celeste ma c’è anche Babilonia, la città immagine di una società depravata. Ecco, la Parola di oggi ci invita a riflettere: se ci fosse anche parvenza (e non realtà) di festante allegria in ambienti e persone dove la vita sta nel bere e mangiare e fare sesso e appagare l’insorgere continuo di desideri indotti dal grande “ipermercato del mondo”, tutto questo passerà. “passa la scena di questo mondo… quando il nostro pianeta entrerà in collisione col sole o con altri pianetti e, prima ancora quando ognuno incontrerà la propria morte.
Tutto finirà. Per chi avrà vissuto bene, l’ultimo soggiorno qui sarà anche il primo in uno stato d’infinita gioia. Per chi si sarà lasciato “abbindolare” dai grandi della terra”: non da quelli intenti ad esercitare la giustizia e a cercare il bene comune ma da quei grandi che hanno giocato spericolatamente sulla pelle dei più poveri per fare soldi e roba e … “droga”, intossicando la vita dei giovani e dei più deboli, la fine di questa vita e di questa storia e poi quella del futuro eterno sarà terribile.
La Parola però di oggi non mette punto su questa finale di giudizio contro il male. Apre orizzonti di sconfinata gioia. “Beati gli invitati al banchetto di nozze dell’Agnello”.
Grazie, Signore! In questo declinare dell’anno, dammi idee chiare sul senso della vita e di ciò che ci viene offerto. Dammi gioie tue: per me, per i miei cari, per ogni uomo di buon volere propenso a scegliere il bene.
La voce di saggio scrittore educatore
Il cristiano è l’uomo della gioia. Il messaggio fondamentale, che è anche stile di vita, è il vangelo che significa lieta notizia.
Guido Novella

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La donna che hai visto simboleggia la città grande, che regna sui re della terra

Apocalisse
Capitolo 17

IL GIUDIZIO

La grande prostituta

1 E uno dei sette angeli, che hanno le sette coppe, venne e parlò con me: «Vieni, ti mostrerò la condanna della grande prostituta, che siede presso le grandi acque. 2Con lei si sono prostituiti i re della terra, e gli abitanti della terra si sono inebriati del vino della sua prostituzione». 3L’angelo mi trasportò in spirito nel deserto. Là vidi una donna seduta sopra una bestia scarlatta, che era coperta di nomi blasfemi, aveva sette teste e dieci corna. 4La donna era vestita di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle; teneva in mano una coppa d’oro, colma degli orrori e delle immondezze della sua prostituzione. 5Sulla sua fronte stava scritto un nome misterioso: «Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli orrori della terra».
6E vidi quella donna, ubriaca del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù. Al vederla, fui preso da grande stupore. 7Ma l’angelo mi disse: «Perché ti meravigli? Io ti spiegherò il mistero della donna e della bestia che la porta, quella che ha sette teste e dieci corna. 8La bestia che hai visto era, ma non è più; salirà dall’abisso, ma per andare verso la rovina. E gli abitanti della terra il cui nome non è scritto nel libro della vita fino dalla fondazione del mondo, stupiranno al vedere che la bestia era, e non è più; ma riapparirà. 9Qui è necessaria una mente saggia. Le sette teste sono i sette monti sui quali è seduta la donna. E i re sono sette: 10i primi cinque sono caduti; uno è ancora in vita, l’altro non è ancora venuto e, quando sarà venuto, dovrà rimanere per poco. 11La bestia, che era e non è più, è l’ottavo re e anche uno dei sette, ma va verso la rovina. 12Le dieci corna che hai visto sono dieci re, i quali non hanno ancora ricevuto un regno, ma riceveranno potere regale per un’ora soltanto, insieme con la bestia. 13Questi hanno un unico intento: consegnare la loro forza e il loro potere alla bestia.14Essi combatteranno contro l’Agnello, ma l’Agnello li vincerà, perché è il Signore dei signori e il Re dei re; quelli che stanno con lui sono i chiamati, gli eletti e i fedeli».
15E l’angelo mi disse: «Le acque che hai visto, presso le quali siede la prostituta, simboleggiano popoli, moltitudini, nazioni e lingue. 16Le dieci corna che hai visto e la bestia odieranno la prostituta, la spoglieranno e la lasceranno nuda, ne mangeranno le carni e la bruceranno col fuoco. 17Dio infatti ha messo loro in cuore di realizzare il suo disegno e di accordarsi per affidare il loro regno alla bestia, finché si compiano le parole di Dio. 18La donna che hai visto simboleggia la città grande, che regna sui re della terra».

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«Sì, Signore Dio onnipotente, veri e giusti sono i tuoi giudizi!»

Apocalisse

Capitolo 16

[1] E udii dal tempio una voce potente che diceva ai sette angeli: «Andate e versate sulla terra le sette coppe dell’ira di Dio».
[2] Partì il primo angelo e versò la sua coppa sopra la terra; e si formò una piaga cattiva e maligna sugli uomini che recavano il marchio della bestia e si prostravano davanti alla sua statua.
[3] Il secondo angelo versò la sua coppa nel mare; e si formò del sangue come quello di un morto e morì ogni essere vivente che si trovava nel mare.
[4] Il terzo angelo versò la sua coppa nei fiumi e nelle sorgenti delle acque, e diventarono sangue. [5] Allora udii l’angelo delle acque che diceva:
«Sei giusto, tu che sei e che eri,
tu, il Santo,
perché così hai giudicato.
[6] Essi hanno versato il sangue di santi e di profeti;
tu hai dato loro sangue da bere:
ne sono degni!».
[7] E dall’altare udii una voce che diceva:
«Sì, Signore Dio onnipotente,
veri e giusti sono i tuoi giudizi!».
[8] Il quarto angelo versò la sua coppa sul sole e gli fu concesso di bruciare gli uomini con il fuoco. [9] E gli uomini bruciarono per il terribile calore e bestemmiarono il nome di Dio che ha in suo potere tali flagelli, invece di pentirsi per rendergli gloria.
[10] Il quinto angelo versò la sua coppa sul trono della bestia; e il suo regno fu avvolto dalle tenebre. Gli uomini si mordevano la lingua per il dolore [11] e bestemmiarono il Dio del cielo a causa dei loro dolori e delle loro piaghe, invece di pentirsi delle loro azioni.
[12] Il sesto angelo versò la sua coppa sopra il grande fiume Eufrate e le sue acque furono prosciugate per preparare il passaggio ai re dell’oriente. [13] Poi dalla bocca del drago e dalla bocca della bestia e dalla bocca del falso profeta vidi uscire tre spiriti impuri, simili a rane: [14] sono infatti spiriti di demòni che operano prodigi e vanno a radunare i re di tutta la terra per la guerra del grande giorno di Dio, l’Onnipotente.
[15] Ecco, io vengo come un ladro. Beato chi è vigilante e custodisce le sue vesti per non andare nudo e lasciar vedere le sue vergogne.
[16] E i tre spiriti radunarono i re nel luogo che in ebraico si chiama Armaghedòn.
[17] Il settimo angelo versò la sua coppa nell’aria; e dal tempio, dalla parte del trono, uscì una voce potente che diceva: «È cosa fatta!». [18] Ne seguirono folgori, voci e tuoni e un grande terremoto, di cui non vi era mai stato l’uguale da quando gli uomini vivono sulla terra. [19] La grande città si squarciò in tre parti e crollarono le città delle nazioni. Dio si ricordò di Babilonia la grande, per darle da bere la coppa di vino della sua ira ardente. [20] Ogni isola scomparve e i monti si dileguarono. [21] Enormi chicchi di grandine, pesanti come talenti, caddero dal cielo sopra gli uomini, e gli uomini bestemmiarono Dio a causa del flagello della grandine, poiché davvero era un grande flagello.

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Vidi pure come un mare di cristallo misto a fuoco

Capitolo 15

[1] E vidi nel cielo un altro segno, grande e meraviglioso: sette angeli che avevano sette flagelli; gli ultimi, poiché con essi è compiuta l’ira di Dio.
[2] Vidi pure come un mare di cristallo misto a fuoco; coloro che avevano vinto la bestia, la sua immagine e il numero del suo nome, stavano in piedi sul mare di cristallo. Hanno cetre divine e [3] cantano il canto di Mosè, il servo di Dio, e il canto dell’Agnello:
«Grandi e mirabili sono le tue opere,
Signore Dio onnipotente;
giuste e vere le tue vie,
Re delle genti!
[4] O Signore, chi non temerà
e non darà gloria al tuo nome?
Poiché tu solo sei santo,
e tutte le genti verranno
e si prostreranno davanti a te,
perché i tuoi giudizi furono manifestati».
[5] E vidi aprirsi nel cielo il tempio che contiene la tenda della Testimonianza;[6] dal tempio uscirono i sette angeli che avevano i sette flagelli, vestiti di lino puro, splendente, e cinti al petto con fasce d’oro. [7] Uno dei quattro esseri viventi diede ai sette angeli sette coppe d’oro, colme dell’ira di Dio, che vive nei secoli dei secoli. [8] Il tempio si riempì di fumo, che proveniva dalla gloria di Dio e dalla sua potenza: nessuno poteva entrare nel tempio finché non fossero compiuti i sette flagelli dei sette angeli.

 

«Grandi e mirabili sono le tue opere, Signore Dio onnipotente; giuste e vere le tue vie, Re delle genti! O Signore, chi non temerà e non darà gloria al tuo nome? Poiché tu solo sei santo, e tutte le genti verranno e si prostreranno davanti a te, perché i tuoi giudizi furono manifestati».
Ap 15,3-4

Come vivere questa Parola?
È questo il canto che l’autore dell’Apocalisse mette sulle labbra di coloro che, con la grazia (forza di Dio anche in noi) hanno vinto definitivamente il male nella propria vita ormai giunta a compimento.
Se ne stanno ritti su quel “mare di cristallo” che raffigura emblematicamente tutta la storia e la loro gioia è tradotta in un canto che è esaltazione della gloria di Dio: da prima evocando l’epico canto di Mosè che, al mar Rosso sperimentò con tutto il popolo la vittoria sul Faraone e sulle sue incredibili forze di opposizione e inimicizia. Ma il canto di questa gente ormai felice passa poi a glorificare Gesù: l’Agnello immolato e risorto, il Sovrano liberatore di tutte le genti di ogni epoca ed etnia.
Ecco, il canto è un’ovazione entusiasta a colui che “Dio vero da Dio vero” non disdegna di farsi uomo, subire la morte e “ingoiarla” vincendola nella RISURREZIONE.
Glorificare dunque la persona di Cristo Signore dell’universo vuol dire inneggiare a Lui credendo fin d’ora che i suoi giusti giudizi si sono venuti manifestando sempre e dovunque, quando nel cuore dell’uomo è la vittoria del bene a prevalere.
Signore Gesù, dammi occhi luminosi di questa fede che è certezza del trionfo del bene sul male. Anche quando tutto mi sembra oscuro, fa’ che non dimentichi che “grandi e mirabili sono le tue opere” e Tu che “solo sei santo” vuoi e puoi aiutare anche me a scegliere strade di luce .
La voce di un pensatore
La vita ci è data per cercare Dio, la morte per trovarlo, l’eternità per possederlo.
Jacques Nouet

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Adorate colui che ha fatto il cielo e la terra, il mare e le sorgenti delle acque

Apocalisse

Capitolo 14

[1] E vidi: ecco l’Agnello in piedi sul monte Sion, e insieme a lui centoquarantaquattromila persone, che recavano scritto sulla fronte il suo nome e il nome del Padre suo. [2] E udii una voce che veniva dal cielo, come un fragore di grandi acque e come un rimbombo di forte tuono. La voce che udii era come quella di suonatori di cetra che si accompagnano nel canto con le loro cetre. [3] Essi cantano come un canto nuovo davanti al trono e davanti ai quattro esseri viventi e agli anziani. E nessuno poteva comprendere quel canto se non i centoquarantaquattromila, i redenti della terra. [4] Sono coloro che non si sono contaminati con donne; sono vergini, infatti, e seguono l’Agnello dovunque vada. Questi sono stati redenti tra gli uomini come primizie per Dio e per l’Agnello. [5] Non fu trovata menzogna sulla loro bocca: sono senza macchia.
[6] E vidi un altro angelo che, volando nell’alto del cielo, recava un vangelo eterno da annunciare agli abitanti della terra e ad ogni nazione, tribù, lingua e popolo. [7] Egli diceva a gran voce:
«Temete Dio e dategli gloria,
perché è giunta l’ora del suo giudizio.
Adorate colui che ha fatto il cielo e la terra,
il mare e le sorgenti delle acque».
[8] E un altro angelo, il secondo, lo seguì dicendo:
«È caduta, è caduta Babilonia la grande,
quella che ha fatto bere a tutte le nazioni
il vino della sua sfrenata prostituzione».
[9] E un altro angelo, il terzo, li seguì dicendo a gran voce: «Chiunque adora la bestia e la sua statua, e ne riceve il marchio sulla fronte o sulla mano, [10]anch’egli berrà il vino dell’ira di Dio, che è versato puro nella coppa della sua ira, e sarà torturato con fuoco e zolfo al cospetto degli angeli santi e dell’Agnello.[11] Il fumo del loro tormento salirà per i secoli dei secoli, e non avranno riposo né giorno né notte quanti adorano la bestia e la sua statua e chiunque riceve il marchio del suo nome». [12] Qui sta la perseveranza dei santi, che custodiscono i comandamenti di Dio e la fede in Gesù.
[13] E udii una voce dal cielo che diceva: «Scrivi: d’ora in poi, beati i morti che muoiono nel Signore. Sì – dice lo Spirito –, essi riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono».
[14] E vidi: ecco una nube bianca, e sulla nube stava seduto uno simile a un Figlio d’uomo: aveva sul capo una corona d’oro e in mano una falce affilata. [15]Un altro angelo uscì dal tempio, gridando a gran voce a colui che era seduto sulla nube: «Getta la tua falce e mieti; è giunta l’ora di mietere, perché la messe della terra è matura». [16] Allora colui che era seduto sulla nube lanciò la sua falce sulla terra e la terra fu mietuta.
[17] Allora un altro angelo uscì dal tempio che è nel cielo, tenendo anch’egli una falce affilata. [18] Un altro angelo, che ha potere sul fuoco, venne dall’altare e gridò a gran voce a quello che aveva la falce affilata: «Getta la tua falce affilata e vendemmia i grappoli della vigna della terra, perché le sue uve sono mature».[19] L’angelo lanciò la sua falce sulla terra, vendemmiò la vigna della terra e rovesciò l’uva nel grande tino dell’ira di Dio. [20] Il tino fu pigiato fuori della città e dal tino uscì sangue fino al morso dei cavalli, per una distanza di milleseicento stadi.

 

“Seguono l’Agnello dovunque vada. Questi sono stati redenti tra gli uomini come primizie per Dio e per l’Agnello. Non fu trovata menzogna sulla loro bocca: sono senza macchia.”
Ap. 14, 4-5

Come vivere questa Parola?
Questa pericope dell’Apocalisse tenta di esprimere qualcosa che, essendo ineffabile, fatica a essere recepito da noi.
Secondo un simbolismo pervenutoci dall’Antica Alleanza (in particolare dal sacro rito pasquale), sappiamo che il miglior agnello veniva sgozzato e poi mangiato, ricordando che il suo sangue, era servito a preservare gli Israeliti dalla spada dell’Angelo punitore.
Ora, ricordando che l’Agnello, ucciso per salvare il popolo, era divenuto figura di Gesù, mite Agnello che si lasciò configgere alla croce per salvarci, è bello pensare a questa sequela di gente fedele che si è decisa per Lui: il Signore morto e risorto, il Signore che vince ogni morte.
Saremo anche noi, nella vita che dura, in questa apoteosi di luce e di gioia?
Si, a un patto però: quello di essere trovati veri, leali, fuori da quella bugia esistenziale che è la menzogna: il peccato come tentativo di cambiare le carte in tavola a Dio. Che assurdità!
Signore, liberami dal ‘barare’ esistenzialmente. Fammi vera, trasparente, fiduciosa in Te o mia Verità e Vita.

Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo. (Sl 50,12)
La voce di un Papa
La tradizione giudaica ha posto il Salmo 50 sulle labbra di Davide sollecitato alla penitenza dalle parole severe del profeta Natan (cfr vv. 1-2; 2Sam 11-12), che gli rimproverava l’adulterio compiuto con Betsabea e l’uccisione del marito di lei Uria. Il Salmo, tuttavia, si arricchisce nei secoli successivi, con la preghiera di tanti altri peccatori, che recuperano i temi del “cuore nuovo” e dello “Spirito” di Dio infuso nell’uomo redento, secondo l’insegnamento dei profeti Geremia ed Ezechiele (cfr v. 12; Ger 31,31-34; Ez11,19; 36, 24-28).
Giovanni Paolo II
Sr Maria Pia Giudici FMA

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Allora la terra intera, presa d’ammirazione, andò dietro alla bestia

Apocalisse

Capitolo 13

[1] E vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e su ciascuna testa un titolo blasfemo. [2] La bestia che io vidi era simile a una pantera, con le zampe come quelle di un orso e la bocca come quella di un leone. Il drago le diede la sua forza, il suo trono e il suo grande potere. [3] Una delle sue teste sembrò colpita a morte, ma la sua piaga mortale fu guarita.
Allora la terra intera, presa d’ammirazione, andò dietro alla bestia [4] e gli uomini adorarono il drago perché aveva dato il potere alla bestia, e adorarono la bestia dicendo: «Chi è simile alla bestia e chi può combattere con essa?».
[5] Alla bestia fu data una bocca per proferire parole d’orgoglio e bestemmie, con il potere di agire per quarantadue mesi. [6] Essa aprì la bocca per proferire bestemmie contro Dio, per bestemmiare il suo nome e la sua dimora, contro tutti quelli che abitano in cielo. [7] Le fu concesso di fare guerra contro i santi e di vincerli; le fu dato potere sopra ogni tribù, popolo, lingua e nazione. [8] La adoreranno tutti gli abitanti della terra, il cui nome non è scritto nel libro della vita dell’Agnello, immolato fin dalla fondazione del mondo.
[9] Chi ha orecchi, ascolti:
[10] Colui che deve andare in prigionia,
vada in prigionia;
colui che deve essere ucciso di spada,
di spada sia ucciso.
In questo sta la perseveranza e la fede dei santi.
[11] E vidi salire dalla terra un’altra bestia che aveva due corna, simili a quelle di un agnello, ma parlava come un drago. [12] Essa esercita tutto il potere della prima bestia in sua presenza e costringe la terra e i suoi abitanti ad adorare la prima bestia, la cui ferita mortale era guarita. [13] Opera grandi prodigi, fino a far scendere fuoco dal cielo sulla terra davanti agli uomini. [14] Per mezzo di questi prodigi, che le fu concesso di compiere in presenza della bestia, seduce gli abitanti della terra, dicendo loro di erigere una statua alla bestia, che era stata ferita dalla spada ma si era riavuta. [15] E le fu anche concesso di animare la statua della bestia, in modo che quella statua perfino parlasse e potesse far mettere a morte tutti coloro che non avessero adorato la statua della bestia. [16]Essa fa sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi, ricevano un marchio sulla mano destra o sulla fronte, [17] e che nessuno possa comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome. [18] Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: è infatti un numero di uomo, e il suo numero è seicentosessantasei.

 

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Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole

Apocalisse

Capitolo 12

[1] Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. [2] Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto. [3] Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; [4] la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito. [5] Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. [6] La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni.
[7] Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme ai suoi angeli, [8] ma non prevalse e non vi fu più posto per loro in cielo. [9] E il grande drago, il serpente antico, colui che è chiamato diavolo e il Satana e che seduce tutta la terra abitata, fu precipitato sulla terra e con lui anche i suoi angeli. [10] Allora udii una voce potente nel cielo che diceva:
«Ora si è compiuta
la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio
e la potenza del suo Cristo,
perché è stato precipitato
l’accusatore dei nostri fratelli,
colui che li accusava davanti al nostro Dio
giorno e notte.
[11] Ma essi lo hanno vinto
grazie al sangue dell’Agnello
e alla parola della loro testimonianza,
e non hanno amato la loro vita
fino a morire.
[12] Esultate, dunque, o cieli
e voi che abitate in essi.
Ma guai a voi, terra e mare,
perché il diavolo è disceso sopra di voi
pieno di grande furore,
sapendo che gli resta poco tempo».
[13] Quando il drago si vide precipitato sulla terra, si mise a perseguitare la donna che aveva partorito il figlio maschio. [14] Ma furono date alla donna le due ali della grande aquila, perché volasse nel deserto verso il proprio rifugio, dove viene nutrita per un tempo, due tempi e la metà di un tempo, lontano dal serpente. [15] Allora il serpente vomitò dalla sua bocca come un fiume d’acqua dietro alla donna, per farla travolgere dalle sue acque. [16] Ma la terra venne in soccorso alla donna: aprì la sua bocca e inghiottì il fiume che il drago aveva vomitato dalla propria bocca.
[17] Allora il drago si infuriò contro la donna e se ne andò a fare guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che custodiscono i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù.
[18] E si appostò sulla spiaggia del mare.

 

Dalla Parola del giorno

“Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo”.

Come vivere questa Parola?

L’Apocalisse, da cui è tratta questa pericope, narra di una guerra avvenuta nelle sfere celesti invisibili. Hanno combattuto tra loro gli Angeli (creature fatte soltanto di spirito). Quelli buoni, cioè fedeli a Dio, si sono opposti, in forte combattimento, agli angeli ribelli al Creatore.

Della prima schiera era a capo l’Arcangelo Michele, della seconda il dragone o satana, “il serpente antico” di cui parla la Genesi (3,1ss).

Ciò che conta qui evidenziare è che la visione dell’Apocalisse, pur senza rivestimenti simbolici, è evento continuo nelle nostre giornate. Sì, c’è una lotta perenne tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre. La scommessa esistenziale, per ogni uomo, anche per me oggi, è di scegliere la luce. E la luce ha un nome umano-divino. È la persona stessa di Cristo! Ci conforta poter credere che, proprio dentro le confusioni, le contraddizioni e contrarietà innescate continuamente da satana per farci cadere, si fa largo la presenza degli Angeli, questi esseri spirituali il cui nome (= messaggeri, annunciatori) non designa la natura ma la funzione. Sì, il compito di Michele, il grande oppositore di satana, è quello di aiutarci a vivere bene la nostra dimensione spirituale e quella di vivere bene (cioè da uomini e non da animali) anche la nostra dimensione corporale.

Il nome Michele significa: “Chi è come Dio?”. Qualcuno ha chiamato questo Angelo “il primo umile della storia”. Altri due Arcangeli di spicco nella Bibbia sono Gabriele, colui che reca lieti annunci (si pensi all’annunciazione a Maria) e Raffaele che significa “Medicina di Dio” perché aiutò Tobia a guarire dalla cecità.

Che pensare, in pausa contemplativa, se non che anche gli Angeli sono un grande segno del fatto che Dio ci ama?

Signore, manda tanti Angeli sulle mie vie perché siano vie di obbedienza al Tuo amore.

La voce di un grande santo

Un’anima non è mai senza la scorta degli angeli, questi spiriti illuminati sanno benissimo che l’anima nostra ha più valore che non tutto il mondo.
Bernardo di Chiaravalle

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Questi sono i due olivi e i due candelabri che stanno davanti al Signore della terra

Apocalisse

Capitolo 11

[1] Poi mi fu data una canna simile a una verga e mi fu detto: «Àlzati e misura il tempio di Dio e l’altare e il numero di quelli che in esso stanno adorando. [2]Ma l’atrio, che è fuori dal tempio, lascialo da parte e non lo misurare, perché è stato dato in balìa dei pagani, i quali calpesteranno la città santa per quarantadue mesi. [3] Ma farò in modo che i miei due testimoni, vestiti di sacco, compiano la loro missione di profeti per milleduecentosessanta giorni».[4] Questi sono i due olivi e i due candelabri che stanno davanti al Signore della terra. [5] Se qualcuno pensasse di fare loro del male, uscirà dalla loro bocca un fuoco che divorerà i loro nemici. Così deve perire chiunque pensi di fare loro del male. [6] Essi hanno il potere di chiudere il cielo, perché non cada pioggia nei giorni del loro ministero profetico. Essi hanno anche potere di cambiare l’acqua in sangue e di colpire la terra con ogni sorta di flagelli, tutte le volte che lo vorranno. [7] E quando avranno compiuto la loro testimonianza, la bestia che sale dall’abisso farà guerra contro di loro, li vincerà e li ucciderà. [8] I loro cadaveri rimarranno esposti sulla piazza della grande città, che simbolicamente si chiama Sòdoma ed Egitto, dove anche il loro Signore fu crocifisso. [9] Uomini di ogni popolo, tribù, lingua e nazione vedono i loro cadaveri per tre giorni e mezzo e non permettono che i loro cadaveri vengano deposti in un sepolcro.[10] Gli abitanti della terra fanno festa su di loro, si rallegrano e si scambiano doni, perché questi due profeti erano il tormento degli abitanti della terra.
[11] Ma dopo tre giorni e mezzo un soffio di vita che veniva da Dio entrò in essi e si alzarono in piedi, con grande terrore di quelli che stavano a guardarli. [12]Allora udirono un grido possente dal cielo che diceva loro: «Salite quassù» e salirono al cielo in una nube, mentre i loro nemici li guardavano. [13] In quello stesso momento ci fu un grande terremoto, che fece crollare un decimo della città: perirono in quel terremoto settemila persone; i superstiti, presi da terrore, davano gloria al Dio del cielo.
[14] Il secondo «guai» è passato; ed ecco, viene subito il terzo «guai».
[15] Il settimo angelo suonò la tromba e nel cielo echeggiarono voci potenti che dicevano:
«Il regno del mondo
appartiene al Signore nostro e al suo Cristo:
egli regnerà nei secoli dei secoli».
[16] Allora i ventiquattro anziani, seduti sui loro seggi al cospetto di Dio, si prostrarono faccia a terra e adorarono Dio dicendo:
[17] «Noi ti rendiamo grazie,
Signore Dio onnipotente,
che sei e che eri,
[18] perché hai preso in mano la tua grande potenza
e hai instaurato il tuo regno.
Le genti fremettero,
ma è giunta la tua ira,
il tempo di giudicare i morti,
di dare la ricompensa
ai tuoi servi, i profeti, e ai santi,
e a quanti temono il tuo nome,
piccoli e grandi,
e di annientare coloro
che distruggono la terra».
[19] Allora si aprì il tempio di Dio che è nel cielo e apparve nel tempio l’arca della sua alleanza. Ne seguirono folgori, voci, scoppi di tuono, terremoto e una tempesta di grandine.

 

Ecco i miei due testimoni. Questi sono i due olivi e le due lampade che stanno davanti al Signore della terra.

Come vivere questa Parola?

Una visione, quella che ci propone oggi l’Apocalisse, che mostra uno spaccato di umanità sconvolta dal male dilagante. Una piaga che riguarda anche i nostri tempi, e su cui continua a levarsi incoraggiante la Parola di Dio. Aspre persecuzioni, a cui oggi fanno riscontro violenze inaudite, mettono a dura prova la fede. Il male sembra avere la meglio, mentre la voce dei giusti viene impunemente soffocata nel sangue. È la sorte toccata ai due “testimoni”. Immagini emblematiche di una Presenza che, nonostante le nostre resistenze, permane ostinatamente fedele alla parola data: “Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dei tempi”. Sì, Dio non abbandona, neppure nei momenti più oscuri della storia. Anzi, è proprio allora che suscita “profeti”, testimoni del suo amore e della sua volontà di salvezza. Essi sono là, dinanzi a Dio, quali “ulivi” che alimentano con il loro olio la luce delle “lampade”, simbolo della Chiesa (come indicato dallo stesso Giovanni – cf Ap 1,20), perché essa continui ad illuminare gli uomini. E sono “nella piazza della grande città, che simbolicamente si chiama Sodoma ed Egitto”, i luoghi della perversione morale e della schiavitù. Frammisti agli altri uomini, di cui non schivano sprezzanti la compagnia. Ponti fra il cielo e la terra. Richiami a ciò che permane. Testimoni di ieri e di oggi. Uomini comuni che si distinguono solo per il coraggio di prendere sul serio la Parola di Dio che continua a chiamare e a inviare.

Oggi, nella mia pausa contemplativa, lascerò risuonare dentro di me l’invito di Gesù ad essere, in quanto cristiano, suo testimone. Mescolato tra gli altri, in un mondo segnato dalla corruzione, deve “risplendere la mia luce”, tradotta in opere di amore, perché chi mi vive accanto ritrovi la via della vita.

Donami, Signore, il coraggio di testimoniarti in un mondo che sembra impermeabile ad ogni proposta di bene. Che io parli di te, senza prendere l’atteggiamento del maestro. Che io ti doni con l’umile consapevolezza che sono solo uno strumento di cui ti degni di servirti. Che io viva te, perché gli altri incontrandomi possano fare esperienza di te.

La voce di un martire dei nostri giorni

È ormai tempo che riprendiate la vostra coscienza e obbediate alla vostra coscienza piuttosto che alla legge del peccato. La Chiesa, sostenitrice dei diritti di Dio, della dignità umana, della persona, non può restarsene silenziosa davanti a tanto abominio.
Mons.Oscar Romero

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«Devi profetizzare ancora su molti popoli, nazioni, lingue e re»

Apocalisse

Capitolo 10

[1] E vidi un altro angelo, possente, discendere dal cielo, avvolto in una nube; l’arcobaleno era sul suo capo e il suo volto era come il sole e le sue gambe come colonne di fuoco. [2] Nella mano teneva un piccolo libro aperto. Avendo posto il piede destro sul mare e il sinistro sulla terra, [3] gridò a gran voce come leone che ruggisce. E quando ebbe gridato, i sette tuoni fecero udire la loro voce. [4]Dopo che i sette tuoni ebbero fatto udire la loro voce, io ero pronto a scrivere, quando udii una voce dal cielo che diceva: «Metti sotto sigillo quello che hanno detto i sette tuoni e non scriverlo».
[5] Allora l’angelo, che avevo visto con un piede sul mare e un piede sulla terra, alzò la destra verso il cielo [6] e giurò per Colui che vive nei secoli dei secoli, che ha creato cielo, terra, mare e quanto è in essi: «Non vi sarà più tempo! [7] Nei giorni in cui il settimo angelo farà udire la sua voce e suonerà la tromba, allora si compirà il mistero di Dio, come egli aveva annunciato ai suoi servi, i profeti».
[8] Poi la voce che avevo udito dal cielo mi parlò di nuovo: «Va’, prendi il libro aperto dalla mano dell’angelo che sta in piedi sul mare e sulla terra». [9] Allora mi avvicinai all’angelo e lo pregai di darmi il piccolo libro. Ed egli mi disse: «Prendilo e divoralo; ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele». [10] Presi quel piccolo libro dalla mano dell’angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l’amarezza. [11] Allora mi fu detto: «Devi profetizzare ancora su molti popoli, nazioni, lingue e re».

 

Va’, prendi il libro aperto dalla mano dell’angelo… Prendilo e divoralo; ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele… Devi profetizzare ancora su molti popoli…

Ap 10,8-9.11
Come vivere questa Parola?
Dopo il sesto sigillo e la sesta tromba la sequenza delle descrizioni viene interrotta per raccontare delle visioni intermedie che preparano alla settima serie. Innanzitutto, il veggente è riportato a Patmos, reinserito nella realtà terrena: risuona la voce dal cielo, per bocca di un angelo descritto negli ornamenti di Dio, del Gesù trasfigurato, della visione iniziale del figlio dell’uomo all’inizio delle visioni (cf Ap 1).
L’angelo misterioso, potente e immenso, che abbraccia la terra e il mare, scende dal cielo con un piccolo rotolo. Il rotolo che il veggente dovrà mangiare! Che in bocca gli sarà dolce come il miele, ma nello stomaco ne sentirà tutta l’amarezza. Perché il rotolo contiene sì delle notizie piacevoli della vittoria dei fedeli, ma anche delle notizie amare del disastro che incombe sul mondo. E questo il veggente ~ missionario deve annunciare ai popoli, alle nazioni, ai re,… a tutti: … non c’è più tempo! Quando infatti suonerà la settima tromba, allora il mistero di Dio, tutto il mistero di Dio annunciato dai profeti, sarà compiuto (cf 10,6-7)!
È il mistero di Dio quindi che sta entrando nella nostra vita. Per non sentire l’amarezza viscerale perché non abbiamo riconosciuto il suo passaggio, bisogna dunque sgombrare ogni angolo del nostro essere: la bocca, il cuore, la mente. Siamo infatti il tempio di Dio ~ deve essere casa di preghiera e non un covo di malviventi (cf Lc 19,45-48). Gesù che dal tempio di Gerusalemme scaccio i venditori ipocriti della grazia, in quello stesso luogo insegnò come vivere e come pregare. Vi annunciava il Vangelo: il tempo è compiuto e il Signore è in mezzo a noi. Il popolo “pendeva dalle sue labbra nell’ascoltarlo”: quelle parole docili alle orecchie e dolci in bocca, smuoveranno anche le viscere alla felicità, alla lode, all’impegno che solo da una casa purificata può diffondersi tra i popoli e le nazioni.
Quanto sono dolci al mio palato le tue promesse, più del miele per la mia bocca… Apro anelante la mia bocca, perché ho sete dei tuoi comandi.(dal Salmo responsoriale 119[118],103.131)
Un proverbio:
«Una buona parola è come il miele: dolce per l’anima, medicina per il corpo».

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«Libera i quattro angeli incatenati sul grande fiume Eufrate»

Apocalisse

Capitolo 9

[1] Il quinto angelo suonò la tromba: vidi un astro caduto dal cielo sulla terra. Gli fu data la chiave del pozzo dell’Abisso; [2] egli aprì il pozzo dell’Abisso e dal pozzo salì un fumo come il fumo di una grande fornace, e oscurò il sole e l’atmosfera. [3] Dal fumo uscirono cavallette, che si sparsero sulla terra, e fu dato loro un potere pari a quello degli scorpioni della terra. [4] E fu detto loro di non danneggiare l’erba della terra, né gli arbusti né gli alberi, ma soltanto gli uomini che non avessero il sigillo di Dio sulla fronte. [5] E fu concesso loro non di ucciderli, ma di tormentarli per cinque mesi, e il loro tormento è come il tormento provocato dallo scorpione quando punge un uomo. [6] In quei giorni gli uomini cercheranno la morte, ma non la troveranno; brameranno morire, ma la morte fuggirà da loro.
[7] Queste cavallette avevano l’aspetto di cavalli pronti per la guerra. Sulla testa avevano corone che sembravano d’oro e il loro aspetto era come quello degli uomini. [8] Avevano capelli come capelli di donne e i loro denti erano come quelli dei leoni. [9] Avevano il torace simile a corazze di ferro e il rombo delle loro ali era come rombo di carri trainati da molti cavalli lanciati all’assalto. [10]Avevano code come gli scorpioni e aculei. Nelle loro code c’era il potere di far soffrire gli uomini per cinque mesi. [11] Il loro re era l’angelo dell’Abisso, che in ebraico si chiama Abaddon, in greco Sterminatore.
[12] Il primo «guai» è passato. Dopo queste cose, ecco, vengono ancora due «guai».
[13] Il sesto angelo suonò la tromba: udii una voce dai lati dell’altare d’oro che si trova dinanzi a Dio. [14] Diceva al sesto angelo, che aveva la tromba: «Libera i quattro angeli incatenati sul grande fiume Eufrate». [15] Furono liberati i quattro angeli, pronti per l’ora, il giorno, il mese e l’anno, al fine di sterminare un terzo dell’umanità. [16] Il numero delle truppe di cavalleria era duecento milioni; ne intesi il numero. [17] E così vidi nella visione i cavalli e i loro cavalieri: questi avevano corazze di fuoco, di giacinto, di zolfo; le teste dei cavalli erano come teste di leoni e dalla loro bocca uscivano fuoco, fumo e zolfo.[18] Da questo triplice flagello, dal fuoco, dal fumo e dallo zolfo che uscivano dalla loro bocca, fu ucciso un terzo dell’umanità. [19] La potenza dei cavalli infatti sta nella loro bocca e nelle loro code, perché le loro code sono simili a serpenti, hanno teste e con esse fanno del male.
[20] Il resto dell’umanità, che non fu uccisa a causa di questi flagelli, non si convertì dalle opere delle sue mani; non cessò di prestare culto ai demòni e agli idoli d’oro, d’argento, di bronzo, di pietra e di legno, che non possono né vedere, né udire, né camminare; [21] e non si convertì dagli omicidi, né dalle stregonerie, né dalla prostituzione, né dalle ruberie.

 

Questo mese, per la Festa di tutti i Santi e la Commemorazione dei defunti, ci offre la necessaria riflessione sul fine ultimo della nostra vita: dalla morte alla Vita.

Così scrive S. Giovanni apostolo: “Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre, di essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente. La ragione per cui il mondo non ci conosce è perché non ha conosciuto Lui. Carissimi, fin d’ora noi siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando Egli si sarà manifestato, noi saremo simili a Lui, perché Lo vedremo così come Egli è. Chiunque ha questa speranza in Lui, purifica se stesso come Egli è puro”. (I Gv. 3,1-2)

E, sempre Giovanni, nell’Apocalisse dice: ‘Dopo ciò apparve una moltitudine immensa che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. E tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide e portavano palme nelle mani e gridavano a gran voce: “La salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all’Agnello”. (Ap. 9, 10)

Questa visione di una ‘moltitudine immensa’, che passa sotto i nostri occhi, a prima vista può sembrarci esagerata, se consideriamo con superficialità, secondo il nostro povero punto di vista, quanto ci sembrino pochi coloro che hanno a cuore una vita vissuta con la dignità di quella moltitudine. Facile anche solo vedere un’umanità per lo più indifferente a quello che l’attende dopo la morte!

Entrando nei cimiteri, in questi giorni, si ha come l’impressione, per molti, di una fugace visita, che vuole certamente essere ricordo di chi era tra noi, ha vissuto e condiviso tutto con noi; e, per chi ha vissuto gomito a gomito con amore, la morte appare un assurdo, incomprensibile distacco da chi ora non c’è più… ma, per gli uni e per gli altri, vi è la consapevolezza, che tutto ciò deve essere…per un momento, poi… la vita continua!

Dovremmo sapere tutti che la vita non è un dono qualsiasi, ma è il Dono di Dio per eccellenza, che ha sicuramente un futuro nell’eternità. Vivere dovrebbe essere, nella coscienza di tutti, camminare verso quel giorno quando finirà la nostra esperienza terrena, ma inizierà quella con Dio e la ‘moltitudiné di cui parla Giovanni.

Se c’è una stoltezza inammissibile in tanti è quella di ‘vivere’ senza pensare a ciò che ci attende.

Mentre per il credente la saggezza è vivere preparandosi per trasferirsi alla sua vera Casa, il Cielo: l’esistenza terrena può essere più o meno lunga, ma alla fine si sa di tornare a Casa, dove il Padre ci attende.

È dunque giusto e sapiente, in questa Solennità dei Santi e nella Commemorazione dei nostri defunti, quando, chinandoci sopra le tombe dei nostri cari, contempliamo il severo Mistero della morte, che è di tutti, interrogarci su ciò che ci attende dopo…

Non è possibile che tutto di noi finisca li, sotterrato sotto una manciata di terra. Come non è possibile possa finire nel mesto ricordo di un momento, il vincolo di amore che ci ha uniti in vita con chi ora non è più tra noi. Non ha senso costruire ‘qui’ un amore, che non abbia dimensioni di eternità, anche se c’è chi considera la vita solo come ‘un diario’ da affidare a chi resta e non come il prologo della vita eterna.

La ricerca del ‘senso’ della vita è un percorso a volte lungo e accidentato, ma soprattutto assolutamente personale, che chiama in causa ogni singolo uomo, che non deve però essere mai lasciato solo in questo cammino: la preghiera, l’amicizia sincera lo possono sempre sostenere…

La vita – credo tutti dovremmo.’avvertirlo’ nell’esperienza quotidiana – è una seria responsabilità. Pensiamo alla fatica di chi cerca di crescere bene, secondo i disegni di Dio: la fatica quotidiana di una mamma in casa; la fatica di un padre di famiglia, per essere sostegno morale e materiale per i suoi cari; la fatica della ‘ricerca’ nei giovani e degli educatori che li affiancano; la fatica di un missionario, di un prete, di una suora che si sono consacrati per intero a Dio; la fatica dei malati nell’accettazione della sofferenza.

È l’esperienza del ‘sentirsi’ pellegrini sulla terra, in mezzo a tante difficoltà e incognite, puntando diritti là dove Dio vuole si arrivi: la santità, che domani darà il diritto di partecipare alla ‘moltitudiné, descritta da Giovanni, ‘avvolti in candide vesti, portando palme nelle mani e gridando a gran voce’, ciò in cui sempre si è creduto: ‘La salvezza appartiene al nostro Dio e all’Agnello’.

Forse alcuni provano un certo disagio di fronte alla parola ‘SANTITÀ’, ma i nostri fratelli nella fede si definivano ‘santi’, solo perché erano consapevoli di appartenere a Chi è la Santità: Dio. “Tutti i fedeli – afferma il Concilio – di Qualsiasi stato o grado, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità… I coniugi e genitori cristiani, seguendo la propria via, devono con costante amore sostenersi a vicenda nella grazia per tutta la vita e istruire nella dottrina cristiana e nelle virtù evangeliche la prole che amorosamente hanno accettato da Dio. Così infatti offrono a tutti l’esempio di un amore instancabile e generoso, edificando il fraterno consorzio della santità” (L.G. 41).

Credo che tutti noi, in questi giorni in particolare, andremo a trovare i nostri cari che sono tornati a Dio. Troveremo coloro che hanno condiviso con noi la vita, troveremo tanti, ma tanti, amici, con cui abbiamo cercato di dare il vero ‘senso’ alla nostra esistenza. Non sono ricordi che solo per un momento riallacciano rapporti: i nostri cari, i nostri amici non sono perduti… hanno solo cambiato dimora! E ora, che sono in Cielo – a Dio volendo – continuano ad ‘esserci presenti’ e ci offrono un amorevole consiglio, che non mentisce più: ‘SIATE SANTI!’.

Cosi don Tonino Bello pregava Maria SS.ma, pensando alla morte:
“Quando giungerà anche per noi l’ultima ora,
e il sole si spegnerà sui barlumi del crepuscolo,
mettiti accanto a noi perché possiamo affrontare la morte.
E un’esperienza che hai fatto con Gesù,
quando il sole si eclissò e si fece gran buio sulla terra.
Questa esperienza ripetila con noi.

Piantati sotto la nostra croce, sorvegliaci nell’ora delle tenebre,
Infondici nell’anima affaticata la dolcezza del sonno.
Se tu ci darai una mano, non avremo più paura di lei…
Anzi l’ultimo istante della nostra vita

lo sperimenteremo come l’ingresso nella cattedrale della luce

al termine di un lungo pellegrinaggio, con la fiaccola accesa.

Giunti sul sagrato, dopo averla spenta, deporremo la fiaccola.

Non avremo più bisogno della luce della fede, che ha illuminato il cammino. Oramai saranno gli splendori del tempio
ad allargare di felicità le nostre pupille”.

E vorrei ancora aggiungere una breve riflessione di Paolo VI sui defunti:

“Vi invitiamo oggi ad uscire con la memoria dal mondo dei vivi ed a fare, come è costume in questo mese, una visita al mondo dei nostri cari defunti, a tutta l’umanità trapassata dalla scena del tempo a quella dell’esistenza fuori del tempo. Visitando i cimiteri ci fa riflettere alla inesorabile caducità della vita presente; ed è questa una formidabile lezione anche se l’effetto pratico può essere ambiguo, stimolando in chi non riflette un’ansia maggiore di vivere la vita presente, ma crescendo invece nei credenti la sapienza per il buon uso di ogni valore, del tempo durante la nostra effimera attuale giornata terrena. É una scuola di alta filosofia questa sosta sui sepolcri umani.

Anche per due altre ragioni: per compiere un dovere di memoria e di riconoscenza verso chi ci ha lasciato un’eredità, quella della vita specialmente, e poi tante altre, dell’amicizia, della cultura, del sacrificio forse. Dimenticare non è umano, non è saggio.

L’altra ragione perché la memoria dei defunti non è soltanto una rimembranza, è una celebrazione della loro sopravvivenza, dell’immortalità della loro anima, anche se tanto velata di mistero; è un contatto con una comunione viva e commovente con coloro i quali ‘ci hanno preceduti con il segno della fede e dormono il sonno della pace’.

In Cristo poi li possiamo in qualche modo raggiungere, i nostri morti, che in Lui sono vivi. In Cristo continua la CIRCOLAZIONE DELL’AMORE. La nostra vita ‘ecco, io vi dico un misterò (S. Paolo ai Corinti) riprenderà. Ora si trova in una fase di dissociazione che disintegra il corpo, e lascia superstite l’anima, ma questa è priva dello strumento naturale per le sue facoltà normali. Un giorno, se qui siamo inseriti in Cristo, il nostro corpo risorgerà, ricomposto, perfetto e felice.

Non è vano pensare così: è vero, è pio, è consolante. Lo sguardo del passato si volge al futuro, verso l’aurora del ritorno di Cristo. Per questo riflettiamo e preghiamo per i nostri defunti e, ricordando ciò che ci attende, preghiamo per noi vivi”.

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E vidi i sette angeli che stanno davanti a Dio, e a loro furono date sette trombe

Apocalisse

Capitolo 8

[1] Quando l’Agnello aprì il settimo sigillo, si fece silenzio nel cielo per circa mezz’ora.
[2] E vidi i sette angeli che stanno davanti a Dio, e a loro furono date sette trombe. [3] Poi venne un altro angelo e si fermò presso l’altare, reggendo un incensiere d’oro. Gli furono dati molti profumi, perché li offrisse, insieme alle preghiere di tutti i santi, sull’altare d’oro, posto davanti al trono. [4] E dalla mano dell’angelo il fumo degli aromi salì davanti a Dio, insieme alle preghiere dei santi. [5] Poi l’angelo prese l’incensiere, lo riempì del fuoco preso dall’altare e lo gettò sulla terra: ne seguirono tuoni, voci, fulmini e scosse di terremoto.
[6] I sette angeli, che avevano le sette trombe, si accinsero a suonarle.
[7] Il primo suonò la tromba: grandine e fuoco, mescolati a sangue, scrosciarono sulla terra. Un terzo della terra andò bruciato, un terzo degli alberi andò bruciato e ogni erba verde andò bruciata.
[8] Il secondo angelo suonò la tromba: qualcosa come una grande montagna, tutta infuocata, fu scagliato nel mare. Un terzo del mare divenne sangue, [9] un terzo delle creature che vivono nel mare morì e un terzo delle navi andò distrutto.
[10] Il terzo angelo suonò la tromba: cadde dal cielo una grande stella, ardente come una fiaccola, e colpì un terzo dei fiumi e le sorgenti delle acque. [11] La stella si chiama Assenzio; un terzo delle acque si mutò in assenzio e molti uomini morirono a causa di quelle acque, che erano divenute amare.
[12] Il quarto angelo suonò la tromba: un terzo del sole, un terzo della luna e un terzo degli astri fu colpito e così si oscurò un terzo degli astri; il giorno perse un terzo della sua luce e la notte ugualmente.
[13] E vidi e udii un’aquila, che volava nell’alto del cielo e che gridava a gran voce: «Guai, guai, guai agli abitanti della terra, al suono degli ultimi squilli di tromba che i tre angeli stanno per suonare!».

 

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«La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello»

Apocalisse

Capitolo 7

[1] Dopo questo vidi quattro angeli, che stavano ai quattro angoli della terra e trattenevano i quattro venti, perché non soffiasse vento sulla terra, né sul mare, né su alcuna pianta.
[2] E vidi salire dall’oriente un altro angelo, con il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato concesso di devastare la terra e il mare: [3] «Non devastate la terra né il mare né le piante, finché non avremo impresso il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio».
[4] E udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli d’Israele:
[5] dalla tribù di Giuda, dodicimila segnati con il sigillo;
dalla tribù di Ruben, dodicimila;
dalla tribù di Gad, dodicimila;
[6] dalla tribù di Aser, dodicimila;
dalla tribù di Nèftali, dodicimila;
dalla tribù di Manasse, dodicimila;
[7] dalla tribù di Simeone, dodicimila;
dalla tribù di Levi, dodicimila;
dalla tribù di Ìssacar, dodicimila;
[8] dalla tribù di Zàbulon, dodicimila;
dalla tribù di Giuseppe, dodicimila;
dalla tribù di Beniamino, dodicimila segnati con il sigillo.
[9] Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. [10] E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello».
[11] E tutti gli angeli stavano attorno al trono e agli anziani e ai quattro esseri viventi, e si inchinarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio dicendo: [12] «Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen».
[13] Uno degli anziani allora si rivolse a me e disse: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?». [14] Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello. [15] Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo tempio; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro.
[16] Non avranno più fame né avranno più sete,
non li colpirà il sole né arsura alcuna,
[17] perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono,
sarà il loro pastore
e li guiderà alle fonti delle acque della vita.
E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi».

 

Collocazione del brano
Domenica scorsa Giovanni ci ha raccontato dell’Agnello che riceveva da Dio il libro chiuso da sette sigilli. Nel capitolo 6 l’Agnello apre i primi sei sigilli. Ad ogni apertura corrisponde la realizzazione progressiva dei decreti di Dio. Volta per volta vengono rivelati coloro che devono realizzare questi decreti: i quattro cavalieri, i martiri con il loro invito alla giustizia, il cosmo, gli Angeli e i Santi con le loro preghiere. Prima dell’apertura del settimo sigillo vi è una pausa. Gli angeli vengono mandati sulla terra a mettere un segno per distinguere gli eletti di Dio. Questo segno li pone sotto la protezione di Dio, grazie al suo aiuto essi potranno resistere alle prove della persecuzione. Giovanni poi vede la schiera dei beati che si trova già in cielo, la Chiesa trionfante. E’ questa descrizione che leggiamo nel brano di questa domenica.

Lectio
9Io Giovanni, vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani.
Giovanni riporta quello che vede. I beati del cielo sono una folla immensa, non si può calcolare, non si può esprimere nemmeno con un numero simbolico. Provengono da tutte le parti del mondo. Essi stanno in piedi, l’atteggiamento dell’uomo vivo e libero. I vestiti bianchi sono simbolo della gloria del cielo e le palme sono simbolo di vittoria.

E uno degli anziani disse: 14b «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello.
Nei versetti che saltiamo uno degli anziani chiede a Giovanni chi siano queste persone e Giovanni a sua volta lo chiede all’anziano. Si tratta di coloro che hanno perseverato nel momento della prova. Essi hanno potuto resistere non grazie alle loro forze, ma grazie al sangue di Cristo, alla sua redenzione, a cui hanno potuto accedere grazie alla fede e ai sacramenti.

15Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo tempio; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro.
Giovanni contempla la condizione dei beati: essi stanno sempre davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte, cioè celebrano le sue lodi. Dio da parte sua stende la sua tenda su di loro, cioè se ne prende cura.

16Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna,
Essi non hanno più alcuna necessità, né soffrono per le difficoltà legate alla vita terrena.

17perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi».
Questo versetto ben si adatta alla domenica del buon pastore. L’Agnello diventa pastore, si prende cura dei beati, è Lui che li conduce alle acque della vita, cioè alla beatitudine e alla vita in pienezza. Non solo. Verranno ammessi a questi beni celesti, ma se questo non basta a cancellare le sofferenze che hanno subito in vita, il Signore stesso asciugherà ogni lacrima dai loro occhi. Dio come padre pieno di compassione, saprà consolare il loro animo da ogni dolore, saprà sanare ogni male che i suoi eletti hanno dovuto vivere. Il Signore che ha chiamato i suoi, sa custodirli fino alla fine. Si tratta di un’immagine molto tenera e consolante.

Meditatio
– Come posso superare le fatiche e le sofferenze che la vita non risparmia a nessuno?
– Ho mai pensato a come possa essere la vita eterna in Dio?
– Ho mai asciugato le lacrime di chi mi stava accanto ed era nella sofferenza?

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Fino a quando, Sovrano, tu che sei santo e veritiero, non farai giustizia?

Apocalisse

Capitolo 6

[1] E vidi, quando l’Agnello sciolse il primo dei sette sigilli, e udii il primo dei quattro esseri viventi che diceva come con voce di tuono: «Vieni». [2] E vidi: ecco, un cavallo bianco. Colui che lo cavalcava aveva un arco; gli fu data una corona ed egli uscì vittorioso per vincere ancora.
[3] Quando l’Agnello aprì il secondo sigillo, udii il secondo essere vivente che diceva: «Vieni». [4] Allora uscì un altro cavallo, rosso fuoco. A colui che lo cavalcava fu dato potere di togliere la pace dalla terra e di far sì che si sgozzassero a vicenda, e gli fu consegnata una grande spada.
[5] Quando l’Agnello aprì il terzo sigillo, udii il terzo essere vivente che diceva: «Vieni». E vidi: ecco, un cavallo nero. Colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano. [6] E udii come una voce in mezzo ai quattro esseri viventi, che diceva: «Una misura di grano per un denaro, e tre misure d’orzo per un denaro! Olio e vino non siano toccati».
[7] Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce del quarto essere vivente che diceva: «Vieni». [8] E vidi: ecco, un cavallo verde. Colui che lo cavalcava si chiamava Morte e gli inferi lo seguivano. Fu dato loro potere sopra un quarto della terra, per sterminare con la spada, con la fame, con la peste e con le fiere della terra.
[9] Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano reso. [10] E gridarono a gran voce:
«Fino a quando, Sovrano,
tu che sei santo e veritiero,
non farai giustizia
e non vendicherai il nostro sangue
contro gli abitanti della terra?».
[11] Allora venne data a ciascuno di loro una veste candida e fu detto loro di pazientare ancora un poco, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli, che dovevano essere uccisi come loro.
[12] E vidi, quando l’Agnello aprì il sesto sigillo, e vi fu un violento terremoto. Il sole divenne nero come un sacco di crine, la luna diventò tutta simile a sangue,[13] le stelle del cielo si abbatterono sopra la terra, come un albero di fichi, sbattuto dalla bufera, lascia cadere i frutti non ancora maturi. [14] Il cielo si ritirò come un rotolo che si avvolge, e tutti i monti e le isole furono smossi dal loro posto. [15] Allora i re della terra e i grandi, i comandanti, i ricchi e i potenti, e infine ogni uomo, schiavo o libero, si nascosero tutti nelle caverne e fra le rupi dei monti; [16] e dicevano ai monti e alle rupi: «Cadete sopra di noi enascondeteci dalla faccia di Colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello, [17]perché è venuto il grande giorno della loro ira, e chi può resistervi?».

 

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Meditazioni approfondite sull’Apocalisse

Mons. Luciano Monari
Vescovo di Piacenza-Bobbio

Meditazione su L’Apocalisse

Libro edito da Golinelli Editore, novembre 1996

Capitolo primo
Gesù Cristo Signore dell’universo

Premessa

Cercheremo di meditare sull’Apocalisse di Giovanni. Il lavoro importante degli esercizi consiste nella lettura dell’Apocalisse, almeno di alcuni testi fondamentali. Le parole che io dico dovrebbero servire per riuscire a cogliere meglio il significato fondamentale del libro e per evidenziare alcune cose che, altrimenti, potrebbero passare inosservate; la meditazione però fatela sul libro dell’Apocalisse.

Altra cosa da tenere presente: l’Apocalisse, come sapete e come vedrete, è fatta soprattutto di immagini; contiene una teologia “robusta”, una riflessione straordinaria sul mistero di Gesù Cristo, ma questa riflessione è basata attraverso delle immagini, più che sui ragionamenti. Cercherò di darvi delle indicazioni di significato, ma se volete “gustare” l’Apocalisse dovete leggere e prendere dentro al cuore le immagini, dovete imparare a ricordarle e a gustarle.

L’Apocalisse dovrebbe darvi una specie di patrimonio di fantasia, di immaginazione che vi permetta di ritrovare la presenza del Signore e il suo mistero in persone, avvenimenti, cose, immagini: insomma, una trasfigurazione della realtà e questo è un cammino prezioso anche perché dovrebbe aiutarci a purificare l’immaginazione.

Questa purificazione è uno dei grandi campi del cammino dell’ascetica. L’unico modo per purificare tutte quelle immagini che ci portiamo dentro al cuore e che sono fondamentalmente egoistiche, è quello di sostituirle con altre che vengono dal Signore e che ci riconducono istintivamente, facilmente a Lui.

È il cammino che hanno tentato di fare i padri del deserto attraverso l’abbandono della vita delle città, del mondo, per trovarsi soli con il Signore. Essi desideravano purificare anche i sentimenti profondi istintivi che non sono peccato, perché non dipendono ancora dalla volontà, ma che bloccano il cammino dell’uomo nella fede e nella carità e che hanno quindi bisogno di essere rigenerati, purificati, cristianizzati. Questo l’Apocalisse lo può fare molto bene.

Queste dunque le due premesse. State attaccati al testo e cercate di interiorizzare le immagini e le parole che il testo vi regala.

Una liturgia per capire il mondo

«Rivelazione di Gesù Cristo che Dio gli diede per render noto ai suoi servi le cose che devono presto accadere, e che egli manifestò inviando il suo angelo al suo servo Giovanni. Questi attesta la parola di Dio e la testimonianza di Gesù Cristo, riferendo ciò che ha visto. Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e mettono in pratica le cose che vi sono scritte. Perché il tempo è vicino.

Giovanni alle sette Chiese che sono in Asia: grazia a voi e pace da Colui che è, che era e che viene, dai sette spiriti che stanno davanti al suo trono, e da Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra.

A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen.

Ecco, viene sulle nubi e ognuno lo vedrà; anche quelli che lo trafissero e tutte le nazioni della terra si batteranno per lui il petto.

Sì, Amen! Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!

Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, nel regno e nella costanza in Gesù, mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù. Rapito in estasi, nel giorno del Signore, udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva: Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese: a Efeso, a Smirne, a Pèrgamo, a Tiàtira, a Sardi, a Filadèlfia e a Laodicèa. Ora, come mi voltai per vedere chi fosse colui che mi parlava, vidi sette candelabri d’oro e in mezzo ai candelabri c’era uno simile a figlio di uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro. I capelli della testa erano candidi, simili a lana candida, come neve. Aveva gli occhi fiammeggianti come fuoco, i piedi avevano l’aspetto del bronzo splendente purificato nel crogiuolo. La voce era simile al fragore di grandi acque. Nella destra teneva sette stelle, dalla bocca gli usciva una spada affilata a doppio taglio e il suo volto somigliava al sole quando splende in tutta la sua forza.

Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la destra, mi disse: Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi. Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle che sono e quelle che accadranno dopo. Questo è il senso recondito delle sette stelle che hai visto nella mia destra e dei sette candelabri d’oro, eccolo: le sette stelle sono gli angeli delle sette Chiese e le sette lampade sono le sette Chiese[1].»

Questo è il testo da imparare, da leggere varie volte.

Che cosa meditiamo?

Una rivelazione.

Rivelazione è la traduzione in italiano della parola “apocalisse” ed è la traduzione letterale perché apocalisse vuol dire tirare via il velo che nasconde qualche cosa. La rivelazione vuol proprio dire questo: c’è un velo che nasconde un mistero, lo togliamo. Qual è la rivelazione che dobbiamo meditare?

Rivelazione di Gesù Cristo, di Gesù di Nazareth. È Gesù che toglie il velo, ma è Lui che sta dietro al velo: non abbiamo da imparare nient’altro che Lui. Il libro vuole rivelarci Gesù Cristo; vuole farcelo conoscere perché rimane, per molti aspetti, a noi misterioso e abbiamo bisogno di rivelazione per capirlo. La rivelazione di Gesù, la manifestazione di quello che Gesù è – dice il libro dell’Apocalisse – contiene le cose che devono presto accadere. L’Apocalisse parla del futuro, ma non pensate che parli del futuro come una cronaca anticipata degli avvenimenti, come tentano di fare in qualche modo i maghi a capodanno quando danno le previsioni per l’anno che viene; il discorso dell’Apocalisse è molto più profondo e prezioso. Quello che l’Apocalisse vuole rivelare è il significato della storia umana, il dove la storia va a parare, qual è dunque il traguardo della nostra vita.

Nella concezione greca, la storia procede fondamentalmente attraverso un processo circolare, come le stagioni: c’è la primavera, l’estate, l’autunno, poi l’inverno e si ricomincia il ciclo con la primavera. Anno dopo anno si ripetono fondamentalmente le stesse cose, per cui, nella concezione greca, la storia è un processo che ritorna su se stesso. Ma nella concezione biblica no.

Nella concezione della Bibbia la storia ha uno scopo, ha un traguardo, è un processo che va verso una fine e un compimento. Sapere qual è questo compimento vuol dire imparare qual è la strada e dove stiamo andando, vuol dire dare senso alle cose che facciamo, dare senso alla realtà che noi stiamo sopportando, vivendo, costruendo.

C’è una frase famosa nel Macbet di Shakespeare di uno che dice che la storia sembra una favola, un racconto narrato da un idiota, nel senso che nella storia ci sono tante contraddizioni e tante incoerenze e che sembra, non dire assolutamente niente: ci sono imperi che crescono, che diventano grandi, poi crollano all’improvviso; ci sono ricchezze che si ammassano poi vengono dilapidate. Ci si domanda che cosa vuol dire questo e se ha senso. Sembra, vista dall’esterno, un avvenimento raccontato da uno che non ha cognizione, che non ha un disegno preciso. Allora capire qual è questo disegno, se c’è, è prezioso; ed è questo che l’Apocalisse vuole indicare: vuole darvi una speranza, vuole insegnarvi che cosa potete sperare, che cosa dovete sperare.

«Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia».

Notate questo strano modo di esprimersi: fa dire ai commentatori che siamo nella liturgia. C’è uno che legge e c’è l’assemblea che ascolta; quando avviene questo? Nella liturgia.

«Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia».

Quindi dovreste leggere l’Apocalisse come una liturgia, nel contesto della liturgia, di una proclamazione liturgica, perché il senso della storia è lì.

Se volete sapere che cosa succede veramente nel mondo, naturalmente dovete leggere i giornali o accendere la televisione, ma si capisce poco da queste fonti. Se volete capire davvero cosa succede nel mondo dovete partecipare a una liturgia, perché il senso della storia è quello; dove la Parola di Dio viene annunciata e dove l’amore di Dio viene proclamato. Questo è il contenuto della storia: la liturgia.

Tutta l’Apocalisse è una grande liturgia che viene messa davanti ai nostri occhi, nella quale ci dobbiamo lasciare come immergere, trascinare. È vero che dal punto di vista economico è più importante quello che succede alla borsa di Milano di quello che succede nella chiesa di Pietravolta[2], ma dal punto di vista della rivelazione, quello che succede nella chiesa di Pietravolta quando viene celebrata l’Eucaristia, è il senso stesso del mondo, è la rivelazione vera di Gesù Cristo, è la rivelazione vera della nostra esistenza.

Un saluto “trinitario”

Fatto questo prologo, Giovanni continua la sua lettera:

«Giovanni alle sette Chiese che sono in Asia: grazia a voi e pace da Colui che è, che era e che viene, dai sette spiriti che stanno davanti al suo trono, e da Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra»,

quindi è una lettera che inizia.

La formula delle epistole era questa: «Cicerone ad Attico, salute…».

Ci sono in più delle cose preziose nel saluto: «Giovanni alle sette Chiese che sono in Asia: grazia a voi e pace».

Le sette chiese che vengono nominate sono dell’Asia, della provincia d’Asia, della Turchia (la Turchia Occidentale), ma in realtà le sette chiese rappresentano tutta la Chiesa. Sette è il numero della perfezione, quindi le sette chiese sono la Chiesa universale: ci siamo dentro anche noi. Dobbiamo ritenerla come una parola rivelata a noi, parola che ci dona la grazia e la pace.

La grazia è il dono gratuito di Dio, è il saluto tipicamente greco.

La pace è l’abbondanza delle benedizioni di Dio, saluto tipicamente ebraico.

Questo saluto quindi mette insieme l’ottica greca con quella ebraica, come fa normalmente anche san Paolo.

Ma notate: grazia e pace da chi? Si potrebbe dire dal Dio Trinità. Invece di dire Trinità, l’Apocalisse dice: «da Colui che è, che era e che viene», questo è il Padre; «dai sette spiriti che stanno davanti al suo trono», questo è lo Spirito Santo; «da Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra» e questo è la seconda persona della Santissima Trinità.

C’è la Trinità; è Dio uno e trino quello da cui viene questo saluto, questo dono di pace e di grazia.

Ritroviamo quindi una struttura trinitaria che per noi è fondamentale: la vita cristiana nasce dalla Trinità, dalla rivelazione del Padre, attraverso il Cristo, nello Spirito Santo.

Notate come vengono presentate le tre persone della Trinità:

Il Padre, Colui che è, che era e che viene, riassume il tempo, è il Signore del tempo. Il passato, il presente, il futuro sono pieni di Lui, della sua presenza. È – dicono i commentatori – la spiegazione di quel nome di Dio che era stato insegnato a Mosè nel libro dell’Esodo[3]; quando Mosè chiedeva «Dimmi come ti chiami, perché andando dagli israeliti io possa dire chi mi ha mandato», la risposta fu: «Io sono colui che sono!».

Questa espressione in ebraico è misteriosa, perché può indicare anche “io ero” o addirittura “io sarò”, quindi può indicare tutte le dimensioni del tempo, e il libro dell’Apocalisse le spiega. Dio è colui che è, che era e uno direbbe che sarà, e invece dice che viene, perché vuol dire che la nostra esperienza, che il nostro futuro si misurano dall’incontro con Lui. Dio è colui che viene per giudicare e per salvare, per purificare e rinnovare, è quello che fa nuove tutte le cose; per noi vivere vuol dire attendere colui che viene. Quindi non è colui che è distante, lontano, che non ci raggiunge mai e che non riusciamo a raggiungere, ma è colui che viene, che incontra concretamente la nostra vita.

Lo Spirito è presentato come i sette spiriti che stanno davanti al trono, al Suo trono. Anche qui sette è naturalmente il numero della perfezione. I sette spiriti indicano la straordinaria abbondanza dello Spirito che è propria della divinità. Dio è vita, Dio è amore ma non solo, è vita sovrabbondante, è vita senza limiti. Lo Spirito rappresenta proprio questa vitalità stupenda e creativa che è propria di Dio.

La definizione i sette spiriti probabilmente viene da Isaia, al capitolo 11, dove si parla dello spirito di fortezza, di conoscenza… ma l’idea è proprio quella della sovrabbondanza.

Infine Gesù Cristo. Chi è Gesù Cristo?

Prima è il testimone fedele perché è stato fedele fino alla morte, rendendo testimonianza all’amore di Dio Padre senza tirarsi indietro di fronte a nessun ostacolo, e gli ha reso testimonianza con il dono della sua vita.

Testimone è naturalmente la traduzione in italiano del termine “martius” martire, non nel senso acquisito nella letteratura cristiana, ma con il significato che Gesù Cristo è il martire, è il modello del martire, è quello che ha testimoniato non solo con la parola ma con il sangue: per questo è martire, testimone fedele.

Poi Gesù è il primogenito dei morti, quindi ha testimoniato fino alla passione e alla morte, ma ha superato la morte come il primogenito dei risorti. Quindi non solo morte ma risurrezione; non solo risurrezione, ma aggiunge il principe dei re della terra. Vuole dire che possiede una sovranità effettiva sul mondo e su tutti i poteri del mondo.

Ricordate il testo di Matteo «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra»[4], è il Cristo risorto che ha questo potere e Giovanni dice la stessa cosa, ma con questa immagine: «il principe dei re della terra».

Se volete tentare di fare una gerarchia dei grandi del mondo potete anche farla, ma l’unico, vero principe e capo è Lui, il Cristo risorto.

Vedete come procede Giovanni? Potrebbe dire «Saluti da Gesù Cristo che è morto, risorto e glorioso alla destra del Padre». Invece dice che è il testimone fedele nella morte, è il primogenito dei morti nella risurrezione, è il principe dei re della terra nella sua ascensione al cielo.

Quindi questo è un modo di dire le cose fondamentali della teologia attraverso immagini, attraverso espressioni che, torno a dire, dobbiamo fare nostre.

Espressioni come “testimone fedele” le dobbiamo portare dentro al cuore, le dobbiamo fare diventare memoria perché ci aiutino a vivere, perché ci aiutino a diventare testimoni fedeli nel momento della prova, della difficoltà.

Dio ci ama ‘adesso’ in Gesù Cristo

Poi san Giovanni ha una ricchezza di espressioni che sono sorprendenti e continua:

«A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen».

Qualcuno ha notato che l’espressione di Giovanni “a colui che ci ama” è l’unica in tutto il nuovo testamento.

San Paolo dice, alcune volte, che Cristo ci ha amati e ha donato se stesso per noi, ma usa il passato; fa riferimento alla croce di Gesù, alla sua passione: camminando verso la croce, accettando il cammino della croce, Cristo ci ha amati e ha donato se stesso per noi.

San Giovanni aggiunge qualcos’altro: a colui che ci ama, adesso. La nostra vita è esperienza di un amore attuale del Signore, essere amati attualmente, concretamente da Lui. E questo è in fondo l’essenziale.

Se uno vuole capire l’Apocalisse, deve capire che Gesù Cristo è un vivente e che la nostra esistenza, l’esistenza della Chiesa, è l’incontro con il suo amore attuale, con colui che ci ama.

Il fatto che ci ama è garantito dall’esperienza del passato, perché – aggiunge – ci ha liberati dai nostri peccati con il sangue; e questo è la redenzione, questa è un’opera del passato che sta però alla base della esperienza attuale dell’amore del Signore, «che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre».

Il sacerdozio del cristiano

L’Apocalisse è certamente il libro dove la regalità del cristiano e il suo sacerdozio vengono presentati nel modo più pieno. Voi siete sacerdoti di Dio. Naturalmente c’è un sacerdozio ministeriale che spetta ai preti e solo a loro a motivo dell’ordinazione, ma c’è un sacerdozio regale che spetta a tutti i cristiani e che consiste nel diritto e nel dovere di offrire a Dio la propria vita.

Come ha fatto Gesù Cristo a fare il sacerdote? Offrendo a Dio la propria vita.

Questo lo potete e lo dovete fare anche voi. Avete accesso a Dio, non siete costretti a stare fuori dal santuario come gli ebrei che dovevano fermarsi prima del santo e del santo dei santi. No! Voi potete entrare nel santo dei santi e potete entrare con un sacrificio da offrire, con un sangue da porre davanti al propiziatorio, alla presenza di Dio.

Ma quello che potete offrire, quello che dovete offrire è la vostra vita. Questo è il sacerdozio regale, la dignità del cristiano: il potere di trasformare in offerta gradita a Dio tutto quello che tocca (le azioni, il lavoro, i rapporti umani e il tempo libero) e tutta la sua vita (i pensieri, i sentimenti, le scelte). Gesù Cristo ha fatto di noi questo.

«A lui [per questo motivo], la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen. Ecco, viene sulle nubi e ognuno lo vedrà; anche quelli che lo trafissero e tutte le nazioni della terra si batteranno per lui il petto. Sì, Amen! Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!».

Ecco ancora una serie di immagini: l’Alfa e l’Omega cioè la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto (la A e la Z) quelle che riassumono tutto, contengono tutto.

Dio contiene tutto il mistero della realtà in sé, ne è Signore e padrone; contiene il tempo. Colui che è, che era e che viene, è l’Onnipotente, il pantocratore: è l’immagine di Dio come sovrano del mondo, il vero sovrano sul mondo: non ce ne sono altri.

In mezzo alle difficoltà della vita, di fronte a tutti i poteri del mondo che si presentano come invincibili, i cristiani di tutti i tempi, costretti a scegliere tra questi e Dio, sanno su chi possono e debbono fondare la loro fede e la loro sicurezza. Dio è Dio ed è l’unico Signore. Dio ci ama nel suo Figlio, ci ha salvati, attraverso il suo Spirito, possiamo fare risalire a Dio l’adorazione del mondo che è creato per Lui.

L’Apocalisse vuole ottenere che il mondo non ci faccia paura, e non ci seduca; non ci seducano il denaro, il piacere, il successo, la carriera o niente di tutto questo; vuole ottenere che la nostra vita sia immune da ogni forma di idolatria.

Può essere immune la nostra vita da ogni forma di idolatria? Solo se riconosce in Dio l’unico sovrano, solo si parte dall’adorazione di Dio come Dio: Lui solo è Dio e a Lui solo spetta la nostra adorazione. Questo è il motivo per cui la liturgia è ancora così importante: perché quando ci inginocchiamo davanti a Dio troviamo la forza di non inginocchiarci davanti a nessun potere umano e mondano. Se non lo facciamo i poteri mondani ci fanno paura, non riusciamo a mantenere la nostra libertà. Il fondamento della nostra libertà sta nel fatto che ci mettiamo in ginocchio davanti a Dio.

In ascolto di Gesù che ci parla

Dopo questo troviamo nel testo la visione inaugurale:

«Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, nel regno e nella costanza in Gesù, mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù».

Giovanni doveva essere in confino a Patmos[5] a motivo della Parola di Dio, probabilmente perché era stato fedele a questa Parola e quindi era stato mandato in esilio. Anche se non è chiarissimo, le cause erano evidentemente quelle: la Parola di Dio e la testimonianza resa a Gesù.

Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione. Notate che Giovanni si presenta non tanto come uno al di sopra di noi, ma come uno di noi, come fratello che condivide: c’è una fraternità che unisce i credenti, che sta prima di ogni differenza e di ogni dignità.

Siamo nel giorno del Signore, nel giorno della liturgia, la domenica, e il veggente viene rapito in estasi e sente dietro di sé una voce potente, come di tromba che parla.

Notate questo elemento: Giovanni fa una esperienza estatica e, in estasi, vedrà molte cose, ma prima di vedere sente, ascolta. Può sembrare una cosa da poco ma, in realtà, gli studiosi dicono che questo è caratteristico e proprio dell’esperienza biblica.

Nella concezione biblica il rapporto con Dio è un vedere e un ascoltare, ma prima di tutto un ascoltare. È più importante l’ascoltare che il vedere, perché nell’ascolto si fa un’esperienza interpersonale: si ha davanti una persona che chiama per nome, che si rivela, che parla di sé. Vedere può anche significare percepire delle cose o delle immagini; ascoltare è sempre prestare attenzione a qualcuno che parla, a una voce che dice, e questo per noi è prezioso.

La vita di fede è un rapporto personale con Dio, con un Dio personale; non solo con un Dio che è forza, che è sapienza….ma con un Dio che è persona, che è soggetto libero di dialogo, comunicazione di amore.

Allora Giovanni sente anzitutto una voce che gli parla e deve ascoltare questa voce; vedrà anche delle cose, e racconterà quello che vede, ma a partire da questa esperienza.

Qualcuno nota che, stranamente, Giovanni sente questa voce dietro di sé e non davanti.

Don Divo Barsotti dice che questa è una delle intuizioni più misteriose e più grandi di Giovanni. Che cosa vuol dire dietro di sé?

Vuol dire che quello che Giovanni incontra c’era già prima, non lo deve andare a cercare chissà dove, deve voltarsi indietro per vederlo, per ascoltarlo. Significa: Gesù Cristo non lo dovete andare a cercare da qualche parte; sta alle vostre spalle, sta all’origine della vostra vita, vi dovete voltare per trovarlo, per vederlo. Non è un Gesù che può apparire chissà dove: è già venuto, è apparso, si è già manifestato, voltatevi! E tutte le volte che voi leggete il Vangelo vi voltate verso di Lui, e tutte le volte che fate l’Eucaristia vi tornate a voltare verso di Lui; vi voltate indietro dove Lui ha parlato, ha operato e vi incontra.

L’Apocalisse non dice niente di nuovo, dice solo che quel Gesù Cristo che è venuto prima di noi, sta alle nostre spalle. È venuto 2000 anni fa ed è lo stesso. È Lui che adesso è vivo e che ci ama, è Lui che viene rivelato nell’Apocalisse. Ci dobbiamo voltare per vederlo, per ascoltarlo, per incontrarlo.

«Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese: a Efeso, a Smirne, a Pèrgamo, a Tiàtira, a Sardi, a Filadèlfia e a Laodicèa».

Se si guarda la cartina si potrebbe fare una specie di visita pastorale; partendo da Efeso, che era la capitale della provincia di Asia, andando verso nord si raggiunge Smirne, Pergamo, poi voltando verso oriente, Tiàtira, poi scendendo verso sud Sardi, Filadelfia, Laodicea: c’è proprio un percorso reale. Probabilmente è il tragitto di una qualche visita pastorale che l’autore ha compiuto.

Sono sette chiese di questa provincia ma – come dicevo – rappresentano tutta la Chiesa, si riferiscono a tutte le diverse esperienze di comunità cristiane.

La Chiesa terrena e la Chiesa celeste

«Ora, come mi voltai per vedere chi fosse colui che mi parlava, vidi sette candelabri d’oro e in mezzo ai candelabri c’era uno simile a figlio di uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro. I capelli della testa erano candidi, simili a lana candida, come neve».

Questi sette candelabri d’oro – dice san Giovanni pochi versetti dopo – sono le sette Chiese che abbiamo citato prima, che riempiono l’Asia minore. Dovete immaginare queste sette Chiese e Gesù Cristo che ci cammina in mezzo.

La Chiesa dovete sempre vederla così, come Chiesa terrena concreta: Efeso, Smirne, Pergamo, Tiàtira, poi Reggio Emilia e… Piacenza! Sono le Chiese concrete che camminano nella storia; in realtà dovete sempre vedere il Signore che cammina in mezzo a loro: è in mezzo alle sette Chiese come riferimento di queste Chiese.

Gesù Cristo viene descritto da Daniele, al capitolo 7, come un figlio di uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro

L’abito lungo fino ai piedi significa che ha la dignità sacerdotale, questa è la tunica del sacerdote; la fascia d’oro al petto è segno che è anche re: è il simbolo di dignità, di grandezza regale.

I capelli della testa erano candidi, simili a lana candida, come neve. Anche questa è una citazione dal libro di Daniele, quando viene descritto l’antico di giorni[6], per definire l’eternità di Dio, che ha un’età venerabile, ma rimane ancora vivo e potente. L’antico di giorni ha i capelli del capo candidi come neve; così anche Gesù Cristo, è il Cristo eterno, il Signore del tempo.

Poi, continua, «aveva gli occhi fiammeggianti come fuoco». Gli occhi sono il simbolo della conoscenza, di quella conoscenza di Cristo che penetra nel profondo delle cose e delle persone.

Ricordate il Salmo 139: «O Dio, tu mi scruti e mi conosci…»[7], ci comunica l’idea che non si sfugge allo sguardo di Dio che ci radiografa e che mette in luce tutto quello che noi siamo. Gesù Cristo è così: i suoi occhi sono fiammeggianti come fuoco. Se state davanti a Lui, vi guarda e il suo sguardo vi brucia, ma vi purifica. Lo sguardo del Signore è scomodo per tanti aspetti, non c’è dubbio, perché mette in luce tutto quello che in noi c’è di falso e di egoista, ma è anche uno sguardo che pulisce, che brucia.

«I piedi avevano l’aspetto del bronzo splendente purificato nel crogiuolo». Questa citazione dal libro del profeta Ezechiele dà l’idea della solidità, della fermezza, della signoria ferma.

«La voce era simile al fragore di grandi acque. Nella destra teneva sette stelle, dalla bocca gli usciva una spada affilata a doppio taglio e il suo volto somigliava al sole quando splende in tutta la sua forza».

Abbiamo detto prima che il figlio dell’uomo cammina in mezzo ai sette candelabri che rappresentano le Chiese; ora il figlio dell’uomo ha nella destra sette stelle e queste, viene detto un poco dopo, sono gli angeli delle sette Chiese. Probabilmente gli angeli simboleggiano la personificazione delle Chiese collocate davanti a Dio.

Le Chiese sono terrene: Reggio, Parma, Piacenza… ma le Chiese sono anche celesti. La Chiesa di Reggio è sulla terra, ma è anche davanti a Dio; è al suo cospetto come Chiesa del Signore. Così è per tutte le altre.

Queste stelle dovrebbero rappresentare quest’altra dimensione della Chiesa: la Chiesa è terrena ma è anche celeste; è quella Chiesa nella storia in mezzo a cui cammina il Signore, ma è anche la Chiesa celeste che il Signore tiene nelle sue mani e che presenta al Padre. Dalla bocca di Gesù Cristo, dal figlio dell’uomo, esce una spada affilata a doppio taglio; non è difficile da capire che questa spada è la Parola di Dio, è la parola di Gesù Cristo che è affilata come una lama a doppio taglio. La lettera agli Ebrei spiega che la Parola di Dio è capace di entrare nei recessi del cuore umano ed è capace di distinguere i sentimenti: quelli che sono di orgoglio e quelli che sono d’amore, di umiltà; quelli che sono di servizio e quelli che sono di affermazione di sé e che, a volte, noi tendiamo a mescolare, facendo passare per giustizia quello che invece è affermazione di noi stessi.

La Parola di Dio, questa spada affilata a doppio taglio, sa distinguere bene, ci permette di verificare quello che abbiamo davvero nel cuore, di verificare i nostri sentimenti, di vederli per quello che sono con sincerità e con chiarezza.

«Il suo volto somigliava al sole quando splende in tutta la sua forza. Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto». Questo è tradizionale: era capitato così ad Ezechiele, era capitato così ai discepoli nel momento della trasfigurazione, davanti alla gloria del Signore.

«Ma egli, posando su di me la destra, mi disse: Non temere!». Anche questo “non temere” è tradizionale, ma il gesto invece è proprio di Giovanni. È un gesto di premura, di delicatezza infinita, che il Signore usa nei confronti di Giovanni. Gli mette la mano sul capo per dargli coraggio, per fargli comprendere che la visione che ha non è una visione che lo distruggerà, non è per la sua distruzione, come può a volte pensare l’uomo di fronte alla rivelazione di Dio.

Tante volte facciamo fatica ad accettare Dio nella nostra vita perché abbiamo paura di quello che in fondo è naturale, che la sua presenza sia distruzione della nostra vita, che ci chiede chissà che cosa e che quindi, diventi per noi motivo di disorientamento.

«Ma egli, posando su di me la destra», Giovanni quindi si sente protetto da quella mano del Signore sul suo capo.

«Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente». È interessante l’espressione “il Vivente”. Gesù appare così non come l’uomo del passato, ma come colui che oggi è presente nella nostra vita.

«Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi». La vita che Gesù possiede è una vita che si è confrontata con la morte; non è la vita come la nostra. Anche io vivo, ma vivo sotto l’ipoteca della morte; per me vivere vuol dire vivere per la morte: la vita dell’uomo è strutturalmente così. Quella di cui stiamo parlando no. È una vita che si è confrontata con la morte, l’ha conosciuta, ne ha sentito il sapore e l’amarezza, ma l’ha vinta. «Io ero morto, ma ora vivo per sempre».

Per quanto riguarda la morte, Cristo è morto una volta per tutte, ma vive per sempre; è il vincitore della morte: «Perché‚ cercate tra i morti colui che è vivo?[8]». È il vivente, ha il potere sopra la morte e sopra gli inferi.

«Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle che sono e quelle che accadranno dopo. Questo è il senso recondito delle sette stelle che hai visto nella mia destra e dei sette candelabri d’oro, eccolo: le sette stelle sono gli angeli delle sette Chiese e le sette lampade sono le sette Chiese».

Uno studioso, nel commentare questo testo, dice: «Nel capitolo 9° il Figlio dell’uomo ha nella mano i sette spiriti, qui ha nella sua mano le sette stelle, che sono le Chiese».

Ne viene fuori questa teologia propria di Giovanni: Gesù Cristo cammina in mezzo alla Chiesa, anzi Gesù Cristo tiene la Chiesa nella sua mano; la Chiesa celeste è nella mano del Signore.

Ma Gesù Cristo ha nella sua mano anche lo Spirito di Dio e comunica lo Spirito alla Chiesa. È da Lui che viene alla Chiesa il dono dello Spirito e, per la Chiesa, vivere vuol dire camminare sulla terra, essere presente nello stesso tempo davanti a Dio e vivere della forza dello Spirito. La chiesa opera sempre così.

*** ***

Detto questo, il capitolo dell’Apocalisse dovrebbe aiutarci a impostare gli esercizi perché tratta di una lettera che Giovanni scrive alle sette Chiese, a noi.

Gli esercizi intendeteli così: una lettera che Giovanni ci scrive, ma una lettera nella quale Giovanni ci presenta la rivelazione di Gesù Cristo, cioè la conoscenza di Gesù Cristo come senso della storia e quindi senso della nostra vita.

Per noi, fare gli esercizi, vuol dire metterci, attraverso la lettera di Giovanni, alla presenza di questo Gesù Cristo che ci ama oggi, che ci ha liberati dai nostri peccati, che ha fatto di noi un regno di sacerdoti, che tiene nelle sue mani la nostra vita, che cammina in mezzo a noi, che è ricco della vita stessa di Dio, che ha conosciuto la nostra stessa debolezza, fragilità e morte, ma che, come un vivente, sta davanti a noi per darci sicurezza.

Per noi si tratta di tornare a Lui, di voltarci per ascoltarlo e per vederlo, per capire quello che ha da dirci sulla nostra vita e sulla nostra storia, per capire da Lui come si fa a comprendere gli avvenimenti che accadono intorno a noi, non dal punto di vista politico, o economico, ma dal punto di vista del piano di Dio, del progetto di Dio.

Gli esercizi dovrebbero portarci fondamentalmente a questo. L’essenziale è mettersi davanti all’Apocalisse, davanti a Gesù Cristo, al Vivente, a Colui che ci ama.

Gli esercizi siano un dialogo personale con Lui.

Capitolo secondo
Gesù l’innamorato della Chiesa

La visione inaugurale del capitolo primo ci ha messi alla presenza del Cristo glorioso, che cammina in mezzo ai sette candelabri, cioè in mezzo alle sue Chiese.

Abbiamo imparato da questo primo capitolo che quel Cristo glorioso ci ama, ha un atteggiamento attuale, perenne, costante di amore.

Abbiamo visto che dalla sua bocca esce una spada affilata a doppio taglio, cioè una parola capace di giudicare, di discernere, di distinguere il bene dal male, il vero dal falso, quello che è conforme al progetto di Dio e quello che invece si oppone a Dio.

Itinerario di vita cristiana

Nei capitoli 2° e 3° quel Cristo glorioso diventa il pastore che si rivolge alle sue Chiese e le dirige con una Parola che è appunto “parola-spada” affilata, parola di giudizio e di discernimento.

Ci sono sette lettere dirette ciascuna a una delle comunità alle quali il Cristo risorto rivolge esortazioni o come parole di conforto, o come parole di rimprovero e di invito alla conversione.

Alla Chiesa di Efeso: rinnovare l’amore per il Signore

Iniziamo analizzando la lettera alla Chiesa di Efeso:

«All’angelo della Chiesa di Efeso scrivi: Così parla Colui che tiene le sette stelle nella sua destra e cammina in mezzo ai sette candelabri d’oro: Conosco le tue opere, la tua fatica e la tua costanza, per cui non puoi sopportare i cattivi; li hai messi alla prova – quelli che si dicono apostoli e non lo sono – e li hai trovati bugiardi. Sei costante e hai molto sopportato per il mio nome, senza stancarti. Ho però da rimproverarti che hai abbandonato il tuo amore di prima. Ricorda dunque da dove sei caduto, ravvediti e compi le opere di prima. Se non ti ravvederai, verrò da te e rimuoverò il tuo candelabro dal suo posto. Tuttavia hai questo di buono, che detesti le opere dei Nicolaìti, che anch’io detesto.

Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese: Al vincitore darò da mangiare dell’albero della vita, che sta nel paradiso di Dio»[9].

Incominciamo dunque con la Chiesa più importante. Efeso era la capitale della provincia di Asia ed è certamente una delle città che ha avuto maggior rilievo nella formazione del cristianesimo primitivo che si è formato attorno ad alcune comunità principali.

Antiochia di Siria, Efeso e Roma sono tate le prime grandi città; ad Efeso san Paolo si è fermato per tre anni a predicare il Vangelo, quindi è la comunità che ha curato con maggior spesa e impegno di tempo.

Efeso dunque è una metropoli importante dal punto di vista ecclesiale e dal punto di vista civico.

Che cosa dice il Signore a questa comunità?

Due cose, come normalmente fa.

La prima è un elogio. C’è una serie di indicazioni per cui viene riconosciuto il suo valore. È una comunità che ha faticato, che ha manifestato costanza, perseveranza, che ha distinto chiaramente quello che era vero e quello che era falso, che ha sopportato con perseveranza le persecuzioni.

Poi c’è però un rimprovero: Efeso è decaduta dall’amore iniziale. Credo che il rimprovero sia per noi straordinariamente prezioso, perché vuole significare: nell’esperienza cristiana ci sono dei momenti privilegiati, che sono i momenti dell’innamoramento, della sequela del Signore. Ci sono stati nella nostra vita momenti in cui abbiamo veramente voluto bene al Signore, in cui abbiamo colto e capito la bellezza della consacrazione a Lui e abbiamo desiderato dare tutto senza riserve e senza pentimenti.

Ma succede, nella vita cristiana, quello che capita molto spesso in ogni scelta che deve durare: il tempo svilisce, rende un poco opaca l’adesione iniziale; vengono meno l’entusiasmo e la gioia del dono. Il cristiano tende, come succede facilmente, ad imborghesirsi, a lasciarsi in qualche modo condizionare dall’ambiente circostante e dal mondo, ad assumere i comportamenti usuali dell’ambiente e viene meno quello splendore della prima adesione al Signore.

È la tentazione della Chiesa di Efeso, ma è la tentazione della Chiesa di tutti i tempi: la mondanizzazione della Chiesa è un rischio e un pericolo costante.

Bisogna allora che la comunità cristiana se ne renda conto, che non stia a dormire sugli allori. Gli allori ci sono stati, certamente, e il Signore li riconosce: ci sono stati momenti belli nella comunità di Efeso, ma questi non danno nessuna garanzia per il futuro.

La conversione deve essere permanente; l’amore rivolto al Signore deve essere un amore che si rinnova giorno per giorno. Si tratta allora di recuperare il fervore di un tempo.

Quando il profeta Osea, nel capitolo 2, sta parlando della condizione di idolatria di Israele, il Signore interviene per giudicare Israele, ma per ricondurlo poi all’impegno di amore e di fedeltà: «Perciò, ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore[10].

Il Signore riporta Israele al deserto, al tempo della luna di miele, al momento in cui aveva conosciuto Dio e si era innamorata di Lui. Lì, nel deserto, dove non c’è niente che possa distrarre, il Signore parlerà al cuore di Israele, in un rapporto di intimità piena. Rinasce la vita di fede, rinasce l’adesione e la consacrazione al Signore.

Questo chiede il Signore alla comunità di Efeso:

«Ho però da rimproverarti che hai abbandonato il tuo amore di prima. Ricorda dunque da dove sei caduto, ravvediti e compi le opere di prima.»

Insieme a questa esortazione c’è però una minaccia: «Se non ti ravvederai, verrò da te e rimuoverò il tuo candelabro dal suo posto».

Il Signore è Colui che viene e tutte le comunità cristiane faranno esperienza di questa venuta Ma si tratta di sapere qual è il suo contenuto concreto, che cosa significa, perché può avere esito di salvezza o di giudizio. Ravvediti, convertiti perché la venuta del Signore sia per te la conferma del rapporto di alleanza, di comunione.

In caso contrario sarà una venuta di giudizio: “Rimuoverò il tuo candelabro dal suo posto”, vuol dire il venir meno della comunità, lo scomparire della comunità dalla faccia della terra. È una minaccia che purtroppo si è avverata per molte comunità cristiane dell’Asia minore, ma è una possibilità concreta per tutte le comunità cristiane: o la comunità mantiene il suo fervore, o tende a mondanizzarsi e, quando ciò succede, si confonde con il mondo, con il suo modo di fare e di agire e scompare come comunità cristiana.

Una riflessione di questo genere, come viene riferita alla comunità di Efeso, può aiutare ad avere un atteggiamento corretto nei confronti della comunità cristiana di sempre. Quando pensiamo alle prime comunità cristiane, ne abbiamo come una visione idealizzata, le consideriamo perfette, pure e veramente consacrate al Signore in tutta la loro esistenza.

Invece la Chiesa ha conosciuto il rischio dell’intiepidimento, della perdita del fervore fino dall’inizio e ad esso la Chiesa è chiamata a fare attenzione. Ed è significativo fare un confronto e notare come viene descritta la Chiesa qui e come viene descritta nel capitolo 12: quella donna vestita di sole con la luna sotto ai suoi piedi, bellissima, integra, dello splendore stesso di Dio, bella della bellezza di Dio.

Uno dice: com’è la Chiesa? È bella della bellezza di Dio, o esiste con i suoi compromessi, con le sue debolezze e fragilità?

La Chiesa misteriosamente è l’uno e l’altro. È fatta di quel materiale povero che siamo noi. Porta, nella sua esperienza, anche la condizione di fragilità, di debolezza; nello stesso tempo però è e rimane il corpo di Cristo, rimane quella sposa che Cristo ha purificato e resa bella con il lavacro dell’acqua accompagnato dalla Parola e con il suo sacrificio. L’ha resa bella, l’ha purificata da ogni macchia o ruga; è quindi bella della bellezza di Gesù, bella della bellezza del Signore.

Il fatto che la Chiesa sia queste due cose insieme, fa sì che il cammino della Chiesa debba essere sempre un cammino di conversione.

La distanza tra quello che siamo, in quanto corpo di Cristo, e quello che realizziamo concretamente, data la nostra debolezza, ci deve mettere in un atteggiamento di tensione, di conversione continua, di rinnovamento impegnato e costante.

«Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese: Al vincitore darò da mangiare dell’albero della vita, che sta nel paradiso di Dio». Troveremo ripetutamente espressioni e immagini di questo genere per indicare che il dono che sta al termine del cammino di conversione, è la partecipazione alla vita stessa di Dio.

Alla Chiesa di Smirne: fedeli fino alla morte

«All’angelo della Chiesa di Smirne scrivi: Così parla il Primo e l’Ultimo, che era morto ed è tornato alla vita: Conosco la tua tribolazione, la tua povertà – tuttavia sei ricco – e la calunnia da parte di quelli che si proclamano Giudei e non lo sono, ma appartengono alla sinagoga di satana. Non temere ciò che stai per soffrire: ecco, il diavolo sta per gettare alcuni di voi in carcere, per mettervi alla prova e avrete una tribolazione per dieci giorni. Sii fedele fino alla morte e ti darò la corona della vita. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese: Il vincitore non sarà colpito dalla seconda morte»[11].

Sono belle le parole che il Signore rivolge a questa Chiesa, perché non ha nessun rimprovero da farle.

Conosco la tua tribolazione, la tua povertà – tuttavia sei ricco -”. Siamo davanti a una comunità povera dal punto di vista sociale, che non ha un grande impatto sul contesto culturale della città, del grande porto di Smirne, ma che in realtà, nonostante appaia povera ed insignificante, è ricca.

C’è una ricchezza interiore che il Signore riconosce a questa comunità che non ha rimproveri da ricevere. Se è spiritualmente ricca pur apparendo povera, che cosa le si può promettere?

La vita, la felicità, la benedizione di Dio.

Prima però le viene promessa la persecuzione, prima le viene detto: «Non temere ciò che stai per soffrire: ecco, il diavolo sta per gettare alcuni di voi in carcere, per mettervi alla prova».

Dunque è fedele e allora sarà perseguitata. Proprio perché è fedele la comunità di Smirne deve conoscere la partecipazione alla sofferenza del suo Signore e deve imparare a non avere paura della persecuzione, perché è il segno della piena fedeltà.

La comunità di Smirne è diventata degna addirittura di partecipare alla passione di Cristo.

Naturalmente le viene data la promessa della vita: “ti darò la corona della vita”, ma a una condizione e la condizione è: “Sii fedele fino alla morte”.

Solo nella morte, solo quando avrà pagato la sua fedeltà al Signore fino all’ultimo, questa comunità potrà ricevere la corona della vita.

«Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese: Il vincitore non sarà colpito dalla seconda morte».

L’incontro con la morte è doloroso per tutti (la persecuzione entra in questa sofferenza), ma la promessa è che questa morte è provvisoria così l’esperienza della persecuzione rimane provvisoria perché al di là c’è quella vita che non è colpita dalla seconda morte, cioè dalla morte eterna, che veramente è terribile, che è fallimento radicale dell’esistenza. Dunque promessa di persecuzione.

Alla Chiesa di Pèrgamo: l’identità del cristiano

«All’angelo della Chiesa di Pèrgamo scrivi: Così parla Colui che ha la spada affilata a due tagli: So che abiti dove satana ha il suo trono; tuttavia tu tieni saldo il mio nome e non hai rinnegato la mia fede neppure al tempo in cui Antìpa, il mio fedele testimone, fu messo a morte nella vostra città, dimora di satana. Ma ho da rimproverarti alcune cose: hai presso di te seguaci della dottrina di Balaàm, il quale insegnava a Balak a provocare la caduta dei figli d’Israele, spingendoli a mangiare carni immolate agli idoli e ad abbandonarsi alla fornicazione. Così pure hai di quelli che seguono la dottrina dei Nicolaìti. Ravvediti dunque; altrimenti verrò presto da te e combatterò contro di loro con la spada della mia bocca.

Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese: Al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza bianca sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi la riceve».[12]

Viene esaminata la città di Pergamo. È costruita su un colle, domina tutta la pianura ed era stata per secoli un regno indipendente e famoso dal punto di vista economico e dal punto di vista culturale (la biblioteca di Pergamo era la più grande dell’antichità insieme con quella di Alessandria).

A Pèrgamo c’è il trono di satana cioè il culto imperiale. Pian piano, nel progresso dell’impero romano, della ideologia imperiale, gli imperatori sono stati assimilati alle divinità, allora, si esercitava il culto della dea Roma e del dio imperatore.

Pèrgamo era uno dei centri di questo culto: sul colle c’era un famoso altare, l’altare di Zeus; era immenso, dominava tutta la pianura ed era il simbolo della città, il simbolo dell’idolatria. Il veggente dell’Apocalisse la vede come il centro dell’idolatria, tuttavia in questa città la comunità è rimasta fedele, non si è lasciata trascinare dall’idolatria e dal culto imperiale, e dai vantaggi che questi potevano offrire. (A chi accetta di sacrificare agli idoli, a chi accetta di sacrificare all’imperatore, toccano dei privilegi dal punto di vista sociale ed economico).

La comunità di Pèrgamo è rimasta fedele; però ha anche lei le sue macchie: sono sette ereticheggianti al suo interno, che tendono a compromessi con l’idolatria e che tendono a quelle speculazioni gnostiche che diventeranno diffuse nel secolo secondo dopo Cristo.

Interessante è la promessa che viene fatta a questa Chiesa:

«Al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza bianca sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi la riceve».

Questa pietruzza bianca con un nome nuovo, è come l’immagine di una nuova identità, di una identità donata da Dio.

Quello che noi siamo, naturalmente dipende dal codice genetico che ci fa essere con certe caratteristiche dal punto di vista fisico, con certe caratteristiche dal punto di vista psicologico; ci portiamo dietro quindi tutta una serie di cose che ci hanno definito come persona.

In realtà, la vera identità di ciascuno di noi la dice il Signore quando ci chiama per nome e quando dà a ciascuno di noi un compito, una vocazione, una missione, un’identità: l’identità di partner del Signore, l’identità di colui che gli appartiene e che proprio nel rapporto con il Signore trova se stesso.

Questo viene promesso: che non siamo schiavi dei nostri limiti anche se ce li porteremo dietro fin che vivremo. Non sono i nostri limiti che ci definiscono; quello che ci definisce è il Signore, è l’amore con cui si rivolge a noi, è il nome con cui ci chiama, che non è scritto sulla carta d’identità, sui documenti pubblici, ma è dentro al nostro cuore e abbiamo imparato a riconoscerlo rispondendo al Signore, dicendo di sì a Lui e alla sua chiamata.

Anche questo fa parte delle grandi immagini della vita: una pietruzza bianca con su scritto un nome nuovo, pulito, integro, bello; quello che siamo davanti al Signore.

Alla Chiesa di Tiàtira: il dono del Signore

«All’angelo della Chiesa di Tiàtira scrivi: Così parla il Figlio di Dio, Colui che ha gli occhi fiammeggianti come fuoco e i piedi simili a bronzo splendente. Conosco le tue opere, la carità, la fede, il servizio e la costanza e so che le tue ultime opere sono migliori delle prime. Ma ho da rimproverarti che lasci fare a Iezabèle, la donna che si spaccia per profetessa e insegna e seduce i miei servi inducendoli a darsi alla fornicazione e a mangiare carni immolate agli idoli. Io le ho dato tempo per ravvedersi, ma essa non si vuol ravvedere dalla sua dissolutezza. Ebbene, io getterò lei in un letto di dolore e coloro che commettono adulterio con lei in una grande tribolazione, se non si ravvederanno dalle opere che ha loro insegnato. Colpirò a morte i suoi figli e tutte le Chiese sapranno che io sono Colui che scruta gli affetti e i pensieri degli uomini, e darò a ciascuno di voi secondo le proprie opere. A voi di Tiàtira invece che non seguite questa dottrina, che non avete conosciuto le profondità di satana – come le chiamano – non imporrò altri pesi; ma quello che possedete tenetelo saldo fino al mio ritorno. Al vincitore che persevera sino alla fine nelle mie opere, darò autorità sopra le nazioni; le pascolerà con bastone di ferro e le frantumerà come vasi di terracotta, con la stessa autorità che a me fu data dal Padre mio e darò a lui la stella del mattino. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese».[13]

A questa comunità vengono rivolti un elogio perché possiede amore, fede, servizio e costanza, un’esortazione perché c’è una profetessa che deve essere smascherata nella sua falsità, infine una promessa.

Il Signore promette alla Chiesa di Tiàtira, la sua stessa autorità, il suo stesso potere: quello che Gesù ha, lo dona senza riserve. Il Signore si dona a questa comunità e si dona totalmente; dice addirittura che le darà la stella del mattino, che è Cristo stesso.

Che cosa vuole dire?

L’unica differenza che c’è tra la Chiesa e il Signore è che la prima riceve come dono quello che il Signore è per natura. Gesù è Figlio di Dio, e anche noi siamo figli di Dio; la differenza sta nel fatto che Gesù lo è per natura e noi lo siamo per dono, per grazia. Ma la stessa filiazione del Signore diventa nostra, e tutto il potere che il Signore ha, sulla vita e sulle cose, viene comunicato alla Chiesa; la Chiesa ce l’ha, anche se lo ha come dono: la differenza fondamentale è quella.

Vuole dire che il Signore ama così tanto la Chiesa che non le sottrae niente di quello che Lui possiede; la rende pienamente partecipe dei suoi beni, della sua ricchezza, della sua gioia, della sua vita.

Alla Chiesa di Sardi: svegliarsi dalla morte

«All’angelo della Chiesa di Sardi scrivi: Così parla Colui che possiede i sette spiriti di Dio e le sette stelle: Conosco le tue opere; ti si crede vivo e invece sei morto. Svegliati e rinvigorisci ciò che rimane e sta per morire, perché non ho trovato le tue opere perfette davanti al mio Dio. Ricorda dunque come hai accolto la parola, osservala e ravvediti, perché se non sarai vigilante, verrò come un ladro senza che tu sappia in quale ora io verrò da te. Tuttavia a Sardi vi sono alcuni che non hanno macchiato le loro vesti; essi mi scorteranno in vesti bianche, perché ne sono degni. Il vincitore sarà dunque vestito di bianche vesti, non cancellerò il suo nome dal libro della vita, ma lo riconoscerò davanti al Padre mio e davanti ai suoi angeli. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese»[14].

Qui incominciamo ad entrare negli aspetti più aspri, in quelli che ci mettono veramente in crisi, perché questa espressione “conosco le tue opere; ti si crede vivo e invece sei morto” è una di quelle di fronte alle quali non riusciamo a difenderci, è una parola dura.

Ti si crede vivo vuol dire: davanti al mondo hai successo e riconoscimenti grandi, e invece sei morto, quella vita che ti era stata donata l’hai sciupata, persa.

Si tratta allora anzitutto di rendersi conto di questa situazione, senza nasconderla, senza mascherarla, perché il rischio è proprio quello. Siccome noi viviamo al cospetto del mondo cerchiamo di curare il nostro look, la nostra apparenza; quando davanti al mondo noi riusciamo a cavarcela con un riconoscimento o un applauso, ci sentiamo in qualche modo al sicuro, ci sentiamo realizzati, riusciti “ti si crede vivo e invece sei morto”.

Ma c’è l’aspetto consolante: questa affermazione non è una specie di pietra tombale che viene messa e che chiude definitivamente la storia; questa affermazione è il motivo di una esortazione a convertirsi, a ritornare. Svegliati! Ma sono morto, come faccio a svegliarmi? Chi è morto non può svegliarsi!

Non è vero, chi è morto può svegliarsi. La parola del Signore sveglia i morti; è quella Parola che abbiamo ricevuto nell’annuncio del Vangelo e che è diventata sacramento nel Battesimo, perciò è proprio la Parola che sveglia, che risuscita dai morti.

Siccome c’è questa parola, c’è per Sardi una speranza: «Svegliati e rinvigorisci ciò che rimane e sta per morire, perché non ho trovato le tue opere perfette davanti al mio Dio».

Di consolante c’è la Parola di Dio.

Se una Parola di Dio arriva alla mia vita, può mettermi in crisi, perché mi dice la realtà del mio cuore, ma se una Parola di Dio arriva al mio cuore c’è speranza, perché la parola di Dio è creatrice, e quando rimprovera, purifica; quando accusa, nello stesso tempo salva.

Se accettiamo l’accusa della Parola di Dio, siamo salvi; l’unico disastro sarebbe rifiutarla e affermare: “Non ne ho bisogno!” o “Non dice la mia verità, io sono vivo per conto mio!”.

Questo costituirebbe l’unico disastro contro il quale nemmeno la Parola di Dio è capace di salvarmi, perché la salvezza richiede la disponibilità a lasciarsi salvare, «svegliati e rinvigorisci ciò che rimane».

Non ho trovato le tue opere perfette davanti al mio Dio” non significa che le opere avevano qualche difetto, ma vuol dire che quelle opere nuove della carità, che sono le opere della perfezione, non si esercitano più a Sardi; quindi la comunità ha perso la sua identità di comunità cristiana.

«Ricorda dunque come hai accolto la parola, osservala e ravvediti, perché se non sarai vigilante, verrò come un ladro senza che tu sappia in quale ora io verrò da te».

Anche in questo caso si tratta di ritornare all’origine, alla prima adesione al Vangelo, quando avevamo accolto la parola di Dio con gioia e riconoscenza, e quindi avevamo lasciato operare il Signore nella nostra vita. Il Signore aveva potuto costruirci un cuore nuovo, attraverso la Parola accolta e ricevuta nella fede. Ricordati allora e riprendi l’atteggiamento iniziale della fede e della conversione.

«Al vincitore la veste bianca» perché nel Nuovo Testamento la veste è il simbolo dell’interiorità, quindi indica un cuore pulito, un’anima rigenerata e rinnovata.

Alla Chiesa di Filadelfia: dove il Signore ama dimorare

«All’angelo della Chiesa di Filadelfia scrivi: Così parla il Santo, il Verace, Colui che ha la chiave di Davide: quando egli apre nessuno chiude, e quando chiude nessuno apre. Conosco le tue opere. Ho aperto davanti a te una porta che nessuno può chiudere. Per quanto tu abbia poca forza, pure hai osservato la mia parola e non hai rinnegato il mio nome. Ebbene, ti faccio dono di alcuni della sinagoga di satana – di quelli che si dicono Giudei, ma mentiscono perché non lo sono –: li farò venire perché si prostrino ai tuoi piedi e sappiano che io ti ho amato. Poiché hai osservato con costanza la mia parola, anch’io ti preserverò nell’ora della tentazione che sta per venire sul mondo intero, per mettere alla prova gli abitanti della terra. Verrò presto. Tieni saldo quello che hai, perché nessuno ti tolga la corona. Il vincitore lo porrò come una colonna nel tempio del mio Dio e non ne uscirà mai più. Inciderò su di lui il nome del mio Dio e il nome della città del mio Dio, della nuova Gerusalemme che discende dal cielo, da presso il mio Dio, insieme con il mio nome nuovo. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese»[15].

Ci troviamo di fronte a una comunità povera, piccola e di campagna. Mentre Efeso, Smirne, o Pergamo sono grandi città, e la comunità cristiana è una comunità cittadina, Filadelfia è una piccola comunità di campagna che si presenta povera e irrilevante; è una di quelle che il concilio chiamava piccole, povere e disperse, ma nelle quali – dice il concilio – è presente il mistero intero della Chiesa.

La Chiesa non si divide in comunità, ma si realizza in ciascuna comunità integra. Anche una Chiesa piccola è presenza del Signore in mezzo agli uomini, anche una Chiesa dispersa, povera è in realtà significativa agli occhi del Signore. Questi la cerca con interesse, la guarda e la cura con un amore grande, e la pone come colonna del suo tempio cioè questa comunità entra in quel tempio di Dio che è la Chiesa e che è il luogo dove Dio abita e dove si riposa.

Bisognerebbe imparare a vedere le comunità cristiane come il luogo che il Signore ama frequentare, dove il Signore va e si ferma volentieri; comunità che sono la Sua gioia. Il Signore è la nostra gioia, non c’è dubbio, questo lo capiamo, ma è vero anche il contrario: le comunità sono la gioia del Signore e Lui abita volentieri in quelle, anche piccole, che però hanno mantenuto la fede, la disponibilità alla Parola. Questo credo che debba essere motivo di gioia grande.

Alla Chiesa di Laodicèa: mendicanti alla presenza del Signore

«All’angelo della Chiesa di Laodicèa scrivi: Così parla l’Amen, il Testimone fedele e verace, il Principio della creazione di Dio: Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. Tu dici: “Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla”, ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo. Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, vesti bianche per coprirti e nascondere la vergognosa tua nudità e collirio per ungerti gli occhi e ricuperare la vista. Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo. Mostrati dunque zelante e ravvediti. Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese»[16].

Il rimprovero riguarda la tiepidezza. Anche in questo caso sono venuti meno il fervore, la gioia della fede iniziale, e siamo di fronte ad un’indifferenza che rende difficile la consapevolezza di sé e la conversione: c’è una realtà di peccato che non si riesce a nascondere e che quindi può anche diventare il trampolino di lancio per la conversione.

Quando uno è di fronte al suo peccato ed è costretto a rendersene conto perché è evidente, c’è la possibilità della conversione: uno se ne rende conto.

Dal punto di vista del cammino spirituale, è più complicata quella specie di penombra per cui non si comprende se sia bene o se sia male, se sia giusto o se sia falso; non si capisce se sia in sintonia con Dio o, in fondo, mescolato con il mondo e mondanizzato: in questo caso, suscitare il senso del proprio peccato è tremendamente difficile.

Quello che è tragico, nel nostro mondo, è in genere il fatto che ogni comportamento viene considerato come una cosa da poco, non grave, magari anche sbagliato, ma ci si fa un poco l’abitudine come si fanno le abitudini alle mazzette: dopo un po’, non sembra nemmeno una cosa così grave il prendere delle tangenti, o simili. Si fa l’abitudine un po’ a tutti i comportamenti e nasce l’atteggiamento della tiepidezza: non ci si impegna né nel bene, né nel male.

Naturalmente non impegnarsi nel male è una cosa buona, ma rende come impossibile la coscienza di sé, per cui uno non si rende conto del suo stato. Se uno non sa di essere ammalato, è un pasticcio perché non si cura.

“Tu dici: Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla”. Chi si crede autosufficiente, si crede arrivato.

È il rischio che in alcune comunità emerge anche dalle lettere di Paolo: «Già siete sazi, già siete diventati ricchi; senza di noi già siete diventati re. Magari foste diventati re! Così anche noi potremmo regnare con voi. Ritengo infatti che Dio abbia messo noi, gli apostoli, all’ultimo posto, come condannati a morte, poiché siamo diventati spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini. Noi stolti a causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi onorati, noi disprezzati»[17]

Con questa ironia cerca di smontare la comunità di Corinto, perché i cristiani di quella comunità pensano di essere già arrivati in paradiso, pensano di avere già raggiunto la perfezione, di essere in stato di grazia permanente e di non correre quindi nessun rischio. In verità sono poveri uomini, povera gente che si tira dietro tutta la propria fragilità e Paolo lo fa vedere: “non vi rendete conto che anche noi apostoli, ci portiamo dietro tutta la nostra fragilità, che ci riconosciamo come dei poveri in questo mondo? Come potete considerarvi re, come se aveste già raggiunto la realtà definitiva, come se foste già arrivati in paradiso?”.

Questo comportamento diventa pericoloso: è presunzione. Il cammino cristiano è fatto di speranza non di presunzione. L’una è la virtù di chi cammina verso la meta, l’altra è l’atteggiamento di chi pensa di essere già arrivato e, quindi, non cammina più, e non si converte più, non pensa di avere più bisogno di conversione, di rinnovamento.

È un atteggiamento di orgoglio quasi satanico, quello ad esempio che descrive Ezechiele, quando parla della città di Tiro:

«Tiro, tu dicevi: Io sono una nave di perfetta bellezza. In mezzo ai mari è il tuo dominio. I tuoi costruttori ti hanno reso bellissima»[18].

Tiro è costruita su di una isoletta in mezzo al mare a poche centinaia di metri dalla riva, e si sente come una nave perfetta che domina i mari, alla quale non può accadere niente tanto è robusta, tanto è bella.

Addirittura dice: «[…] il tuo cuore si è insuperbito e hai detto: Io sono un dio, siedo su un seggio divino in mezzo ai mari, mentre tu sei un uomo e non un dio»[19].

Questo è orgoglio, questa è presunzione.

La realtà è invece un’altra: “non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo”. Questa è la fotografia della comunità di Laodicèa: infelice, miserabile, povera, cieca e nuda. Allora non c’è niente da fare? C’è solo il fuoco del giudizio che deve scendere dal cielo per distruggere questa città? No!

La lettera a Laodicèa è da un punto di vista, la più severa, dall’altro punto è la più delicata, la più affettuosa:

«Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, vesti bianche per coprirti e nascondere la vergognosa tua nudità e collirio per ungerti gli occhi e ricuperare la vista».

Renditi conto di tutto quello che ti manca, vienlo a comperare da me. Dunque c’è la possibilità di superare la povertà spirituale, la cecità spirituale, a condizione che uno comperi dal Signore quello di cui ha bisogno e lo può comperare senza spendere denaro.

Dice il profeta Isaia: «O voi tutti assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente; comprate e mangiate senza denaro e, senza spesa, vino e latte»[20].

Non c’è da pagare niente, c’è solo da riconoscere la propria debolezza; c’è solo da riconoscersi mendicanti. Se uno si riconosce povero, con quella povertà compera tutti i doni del Signore; Lui non ne toglie nemmeno uno, non ne nega nemmeno uno: l’oro, le vesti, il collirio.

«Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo.» Questa è la motivazione vera: se Gesù parla così alla comunità di Laodicèa non lo fa perché è arrabbiato e, quindi, esprime un rifiuto radicale; lo fà perché è innamorato di lei e non si rassegna a vederla umiliata e annientata dal male, rosa dal peccato e dalla tiepidezza. Il Signore vuole la sua comunità bella, ha dato la vita perché sia bella e allora tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo, non per la voglia di far soffrire, ma per il desiderio di rendere puri e belli.

Nel capitolo della lettera agli Ebrei, l’autore dice alla comunità a cui scrive di essere disposti ad accettare la correzione del Signore perché è il segno dell’amore paterno di Dio:

«[…] perché‚ il Signore corregge colui che egli ama e sferza chiunque riconosce come figlio. È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual’è il figlio che non è corretto dal padre? Se siete senza correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete bastardi, non figli!»[21].

Se Dio non vi correggesse vorrebbe dire che non siete preziosi davanti a Lui, che Lui accetta tranquillamente il vostro fallimento senza batter ciglio, invece no. Proprio perché è Padre, Dio rimprovera, castiga per indurre alla purificazione.

«Mostrati dunque zelante e ravvediti. Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me».

Il mendicante è diventato il Signore, è Lui che sta alla porta e bussa come se dovesse ricevere qualcosa: deve ricevere una risposta che dipende dalla libertà dell’uomo. È lui che deve dire di sì; è Laodicèa che deve accogliere il Signore come un mendicante.

Se lo accoglie Laodicèa, che in realtà è il mendicante, sarà arricchita dal Signore.

Il Signore è un mendicante capace di arricchire l’uomo a condizione che l’uomo lo accetti, lo accolga.

Una frase come questa richiama il Cantico dei Cantici: lo sposo che sta alla porta, che bussa, deve ricevere l’espressione d’amore, la risposta d’amore dalla sua sposa.

Naturalmente diventa prezioso il richiamo all’attenzione: quando Dio bussa alla porta bisogna che l’uomo dica di sì, che sia disponibile e pronto.

Nel capitolo 50 del profeta Isaia il Signore dice:

«Per qual motivo non c’è nessuno, ora che io sono venuto? Perché ora che chiamo, nessuno risponde? È forse la mia mano troppo corta per riscattare oppure io non ho la forza per liberare?»[22]

Perché quando Dio viene per liberare, nessuno risponde alla sua voce, nessuno lo accoglie? Forse che Dio non è capace di liberare?

È capace, eccome! Il Signore è capace di liberare anche Laodicèa, è capace di vincere anche la tiepidezza, ma quando il Signore viene, sta alla porta e bussa, bisogna che ci sia risposta da parte dell’uomo.

Se c’è questa risposta, c’è il banchetto dell’amicizia, c’è il banchetto che esprime l’intimità, la comunione piena della vita:

“[…] cenerò con lui ed egli con me. Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono”.

Quello che appare, in questa lettera, è semplicemente che Gesù è il Signore della Chiesa, la guida e la comanda. È un Signore che si interessa delle sue comunità, le scruta, le conosce, le loda, quindi riconosce quello che hanno di bello.

È pieno di bontà, ma le rimprovera anche: lo fa per amore, per portarle alla conversione; le esorta a un rinnovamento di vita.

A tutte le Chiese Lui, il Signore, annuncia la sua venuta. Lui viene.

L’importante è che sia una venuta di salvezza, perché trova una comunità disponibile ad accoglierlo; magari una comunità tiepida, ma che non dice di no.

Lui, il Signore, è quello che ha in mano il futuro della Chiesa; è Lui che lo decide, è Lui che può fare della Chiesa una novità continua, perenne; è Lui che desidera una vita di intimità con la Chiesa.

*** ***

Nell’Apocalisse da una parte ci sono immagini di una grandezza sconvolgente: nel primo capitolo, il figlio dell’uomo si presenta con gloria, potenza, splendore, come il Signore dell’universo; dall’altra, lo Stesso si presenta come un amico che ha un desiderio infinito di comunione, di amore; addirittura come un mendicante: un mendicante di amore che chiede l’amore della sua comunità.

Le due cose, grandezza e intimità, vanno insieme; ciò è sorprendente ma fondamentale per capire l’Apocalisse.

Il Figlio dell’uomo è il Signore dell’universo ed è, nello stesso tempo, lo sposo innamorato della sua Chiesa, e non desidera altro se non colmare la sua sposa di tutti i suoi beni, delle sue ricchezze, della sua gloria.

Gesù Cristo non tiene niente per sé: se Lui è un vincitore dà la vittoria alla Chiesa; se lui è glorificato, concede la gloria alla Chiesa; se Lui ha il potere di Dio, lo concede alla sua comunità. Non tiene niente egoisticamente per sé.

*** ***

I due capitoli con le sette lettere dovrebbero esserci d’aiuto: sono un esame di coscienza anche per noi, esame di coscienza per tutta la Chiesa che deve fare un cammino di conversione.

Bisogna leggerle come la Parola che lo Spirito proferisce alla Chiesa, che il Signore rivolge a noi come invito alla conversione, come riconoscimento di quello che di bello c’è nella nostra vita (infatti ci sono egli elogi), ma come invito alla conversione, perché l’intimità con il Signore sia completa.

Il Signore non si rassegna a comunità tiepide, a comunità “mezzo e mezzo”: le vuole fervorose, in un rapporto di comunione e di amore con Lui.

Anche le comunità morte possono rivivere quando la Parola del Signore le tocca, quando il Signore si rivolge a loro.

Capitolo terzo
Il mistero della storia e del futuro

Dopo la visione preparatoria del capitolo primo e dopo le sette lettere che occupano i capitoli 2 e 3, con il capitolo 4, l’Apocalisse incomincia ad introdurci dentro al mistero della storia ed al mistero del futuro.

Leggiamo il brano cercando di seguirlo con il cuore:

«Dopo ciò ebbi una visione: una porta era aperta nel cielo. La voce che prima avevo udito parlarmi come una tromba diceva: Sali quassù, ti mostrerò le cose che devono accadere in seguito. Subito fui rapito in estasi. Ed ecco, c’era un trono nel cielo, e sul trono uno stava seduto. Colui che stava seduto era simile nell’aspetto a diaspro e cornalina. Un arcobaleno simile a smeraldo avvolgeva il trono. Attorno al trono, poi, c’erano ventiquattro seggi e sui seggi stavano seduti ventiquattro vegliardi avvolti in candide vesti con corone d’oro sul capo. Dal trono uscivano lampi, voci e tuoni; sette lampade accese ardevano davanti al trono, simbolo dei sette spiriti di Dio. Davanti al trono vi era come un mare trasparente simile a cristallo. In mezzo al trono e intorno al trono vi erano quattro esseri viventi pieni d’occhi davanti e di dietro. Il primo vivente era simile a un leone, il secondo essere vivente aveva l’aspetto di un vitello, il terzo vivente aveva l’aspetto d’uomo, il quarto vivente era simile a un’aquila mentre vola. I quattro esseri viventi hanno ciascuno sei ali, intorno e dentro sono costellati di occhi; giorno e notte non cessano di ripetere: “Santo, santo, santo il Signore Dio, l’Onnipotente, Colui che era, che è e che viene!”

E ogni volta che questi esseri viventi rendevano gloria, onore e grazie a Colui che è seduto sul trono e che vive nei secoli dei secoli, i ventiquattro vegliardi si prostravano davanti a Colui che siede sul trono e adoravano Colui che vive nei secoli dei secoli e gettavano le loro corone davanti al trono, dicendo: «Tu sei degno, o Signore e Dio nostro, di ricevere la gloria, l’onore e la potenza, perché tu hai creato tutte le cose, e per la tua volontà furono create e sussistono».

E vidi nella mano destra di Colui che era assiso sul trono un libro a forma di rotolo, scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli. Vidi un angelo forte che proclamava a gran voce: «Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?». Ma nessuno né in cielo, né in terra, né sotto terra era in grado di aprire il libro e di leggerlo. Io piangevo molto perché non si trovava nessuno degno di aprire il libro e di leggerlo. Uno dei vegliardi mi disse: «Non piangere più; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli».

Poi vidi ritto in mezzo al trono circondato dai quattro esseri viventi e dai vegliardi un Agnello, come immolato. Egli aveva sette corna e sette occhi, simbolo dei sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra. E l’Agnello giunse e prese il libro dalla destra di Colui che era seduto sul trono. E quando l’ebbe preso, i quattro esseri viventi e i ventiquattro vegliardi si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno un’arpa e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi. Cantavano un canto nuovo: «Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione e li hai costituiti per il nostro Dio un regno di sacerdoti e regneranno sopra la terra».

Durante la visione poi intesi voci di molti angeli intorno al trono e agli esseri viventi e ai vegliardi. Il loro numero era miriadi di miriadi e migliaia di migliaia e dicevano a gran voce: «L’Agnello che fu immolato è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione».

Tutte le creature del cielo e della terra, sotto la terra e nel mare e tutte le cose ivi contenute, udii che dicevano: «A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza, nei secoli dei secoli». E i quattro esseri viventi dicevano: «Amen». E i vegliardi si prostrarono in adorazione[23]».

Salire in alto: il punto di vista di Dio

Questo brano è una meraviglia e dovrebbe anche essere pieno di consolazione. Si apre per noi una porta nel cielo: Dio non tiene nascosto il suo segreto e il suo mistero, c’è la possibilità di salirgli accanto, e di vedere le cose dal Suo punto di vista. Questo, naturalmente, è pura grazia, perché noi non possiamo salire accanto a Dio. Solo il Signore, pura grazia, può aprire il segreto del suo cuore, della sua mente, dei suoi progetti. È proprio quello che avviene:

«Una porta era aperta nel cielo. La voce che prima avevo udito parlarmi come una tromba diceva: Sali quassù, ti mostrerò le cose che devono accadere in seguito».

Ci si domanda: “A cosa serve sapere le cose che devono accadere in seguito? Perché è così importante? È una curiosità da soddisfare?”

No.

Il discorso è che Giovanni, la comunità cristiana di Giovanni e la Chiesa devono annunciare il Vangelo.

Il Vangelo eterno, è la notizia di un’opera di salvezza, è la speranza di un mondo nuovo, di quel mondo che Dio si impegna a creare. Noi annunciamo questo.

Se dovete annunciare il Vangelo dovete sapere quello che accadrà, quello che Dio farà della storia, della nostra vita, delle sofferenze e delle gioie che segnano il cammino dell’uomo nel mondo.

Sapere il futuro in questo caso, non è questione dei maghi che vogliono anticipare la conoscenza; è il problema di sapere qual è la nostra speranza e che cosa possiamo davvero annunciare alla gente come una sicurezza che non viene dai nostri sogni, ma dal progetto di Dio.

Quel sali quassù, ti mostrerò le cose che devono accadere in seguito, manifesta la volontà di Dio di svelare il suo progetto di salvezza, perché Giovanni lo possa conoscere e lo possa annunciare. Si tratta di sapere il contenuto del Vangelo.

È significativo che san Giovanni, per conoscere il senso della storia, debba uscire dal mondo.

Per sapere il senso della storia non basta leggere i giornali, o studiare i libri di storia, o cercare le riflessioni dei filosofi sull’uomo e sul significato dell’evoluzione umana. Se tu vuoi sapere il senso della storia devi salire presso Dio. Stando dentro la storia non capisci, non vedi o vedi solo dei piccoli frammenti. Se vuoi capire davvero il disegno, devi salire verso Dio e vedere le cose dal punto di vista di Dio e del suo progetto.

E Giovanni riceve, come un dono, questo modo di vedere le cose.

Una porta aperta nel cielo: capire la storia

Dunque viene innalzato in cielo; in estasi (siamo naturalmente al cospetto della regalità di Dio sovrano) vede un trono circondato da un arcobaleno simile a smeraldo e, attorno al trono, ci sono ventiquattro vegliardi e quattro viventi.

I ventiquattro vegliardi sono una specie di simbolo della storia della salvezza: dovrebbero significare insieme i patriarchi dell’antico testamento e gli apostoli del nuovo; raccolgono, insomma, l’esperienza del popolo di Dio nella storia della salvezza. Collocateci dentro tutti quei grandi personaggi che abbiamo conosciuto attraverso la scrittura da Abramo in poi, che hanno camminato secondo la volontà di Dio, che sono stati guidati dal suo progetto e che sono rappresentati da questi ventiquattro personaggi misteriosi che stanno accanto al trono: Dio sta in mezzo come dominatore di questa storia di salvezza.

Poi ci sono i quattro viventi. Gli esperti dicono che il quattro è il simbolo della totalità dello spazio: siccome lo spazio noi lo percepiamo a partire dal nostro corpo, lo dividiamo in quattro parti: davanti, dietro, destra e sinistra. Poiché questo è il nostro modo di percepire lo spazio, il quattro è il numero che rappresenta la totalità dello spazio.

I quattro viventi sono il simbolo del cosmo, dell’universo, della creazione.

Ventiquattro vegliardi e quattro viventi: la storia della salvezza, il cosmo, la creazione, tutto è attorno al trono di Dio. Dio è il Signore del mondo, Dio è il Signore della storia. Dio ha creato l’universo e Dio domina il cammino della vita dell’uomo nel mondo.

Per cui proclamano davanti al Signore:

«Santo, santo, santo, il Signore Dio, l’Onnipotente, Colui che era, che è e che viene!» e «Tu sei degno, o Signore e Dio nostro, di ricevere la gloria, l’onore e la potenza, perché tu hai creato tutte le cose, e per la tua volontà furono create e sussistono».

Di conseguenza, se uno vuole capire la storia, deve partire da Dio, dal riconoscimento che c’è un Dio Signore del mondo; non si può capire la storia solo “dai tetti in giù”. Dai tetti in giù si possono vedere gli avvenimenti ma non si può capire quello che succede veramente.

Per farlo bisogna partire da Dio: al centro del mondo ci sta Lui come sovrano. Il trono rappresenta questa regalità, questa sovranità di Dio.

A questo punto veniamo all’aspetto più significativo:

«[…] vidi nella mano destra di Colui che era assiso sul trono un libro a forma di rotolo, scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli.»

Sembra proprio una specie di testamento[24].

Questo Signore che siede sul trono ha, nella mano destra, il rotolo che contiene la sua volontà, che contiene quindi il senso della storia.

Il senso della storia significa questo: io mi trovo nella storia a confrontarmi con avvenimenti che non riesco a controllare del tutto, perché non sono signore delle cose e mi condizionano; mi trovo a dovere fare i conti con distacchi e con destini misteriosi che fanno soffrire, con malvagità e cattiverie insopportabili, con oppressioni e pianti di innocenti che stento a spiegare, a dare loro un significato.

Mi chiedo se questo materiale complesso di cui è fatta la mia vita, abbia poi uno scopo, perché, se c’è da piangere, e questo serve a qualcosa, ci sto; se c’è da provare angoscia, e questa costruisce qualcosa di positivo, ci sto, la sopporto.

Ma quello che non riesco a sopportare è il peso della sofferenza che non porta da nessuna parte, che sembra inutile come la fatica di Sisifo[25]. È questo il dramma dell’assurdo che facciamo fatica a sopportare.

La risposta sta in quel rotolo, perché in quel rotolo c’è scritto il testamento di Dio, il Suo disegno, la Sua volontà, il Suo progetto.

L’ideale sarebbe potere leggere, potere sciogliere quei sigilli e leggere il rotolo.

«Vidi un angelo forte che proclamava a gran voce: «Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?». Ma nessuno né in cielo, né in terra, né sotto terra era in grado di aprire il libro e di leggerlo. Io piangevo molto perché non si trovava nessuno degno di aprire il libro e di leggerlo.»

Non c’è nessuna forza umana o sovrumana che sia in grado di sciogliere il mistero della storia, il mistero della vita; non bastano i filosofi che hanno una testa sopraffina, non bastano i re che mettono insieme delle potenze sterminate, nemmeno gli angeli e i demoni, sono in grado di rivelare il significato di queste cose. Non bastano queste realtà per entrare nel mistero della storia: l’uomo rimane radicalmente impotente.

«Io piangevo molto perché non si trovava nessuno degno di aprire il libro e di leggerlo». Il pianto di Giovanni è il pianto di tutti gli uomini che non sono stati in grado di capire il senso delle loro sofferenze, delle loro angosce, e si sono trovati radicalmente deboli di fronte agli avvenimenti, che hanno sopportato. Non hanno potuto fare altro che subirli senza riuscire a comprenderli. Il pianto dell’uomo, è quel pianto che attraversa e accompagna le sofferenze immense dell’umanità – Io piangevo molto.

Nella prospettiva dell’Agnello immolato

«Uno dei vegliardi mi disse: «Non piangere più; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli».

Non piangere più, esprime la proclamazione di un avvenimento nuovo nella storia che procede da Adamo in poi. Adesso c’è qualcosa di nuovo, qualcosa di radicalmente inatteso, inedito e che finalmente può dare il senso alle cose, può svelare il mistero degli avvenimenti.

Non piangere più; ha vinto.

Chi?

Il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide.

Questi sono due attributi messianici.

Il primo viene dalla Genesi al capitolo 49, quando Giacobbe benedice Giuda e lo proclama come un leone – il leone di Giuda – che poi è diventato un simbolo messianico:

«Un giovane leone è Giuda: dalla preda, figlio mio, sei tornato; si è sdraiato, si è accovacciato come un leone e come una leonessa; chi oserà farlo alzare? Non sarà tolto lo scettro da Giuda né il bastone del comando tra i suoi piedi, finché verrà colui al quale esso appartiene e a cui è dovuta l’obbedienza dei popoli»[26].

Dunque è una figura messianica: il Messia è come il leone di Giuda – leone indica naturalmente nobiltà forza irresistibile -.

Accanto al leone è citato, il germoglio di Davide; questo titolo viene da Isaia[27], quando annuncia che dal ceppo di Iesse, dalla famiglia di Davide, scaturirà un nuovo germoglio che sarà il Messia.

Quindi due immagini messianiche: il Messia, forte e vincitore, aprirà il libro e i suoi sette sigilli.

Dunque bisogna aspettarsi la venuta di qualcuno forte e vincitore: la venuta di un leone forte e nobile.

«Poi vidi ritto in mezzo al trono circondato dai quattro esseri viventi e dai vegliardi un Agnello, come immolato. Egli aveva sette corna e sette occhi, simbolo dei sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra».

Qui ci dobbiamo stupire: ci aspettavamo un leone e abbiamo un agnello, ci aspettavamo un vincitore e abbiamo uno sgozzato.

Ma è proprio questo il mistero della storia.

Vidi ritto in mezzo al trono indica che è in piedi, e quindi è vivente. Se è sul trono, dunque esercita la sovranità, è un vincitore.

Circondato dai quattro esseri viventi e dai vegliardi: i quattro esseri rappresentano il cosmo, il mondo; i vegliardi rappresentano la storia. La storia è per Lui, dipende da Lui; quell’agnello è il Signore del mondo, è il Signore della storia.

Un Agnello come immolato, quindi è un agnello che è stato sgozzato, che porta ancora i segni del suo sacrificio, dello sgozzamento.

Questo fa parte della teologia tipicamente giovannea. Anche nel suo Vangelo si dice che il Signore risorto porta i segni della passione e li mostra ai suoi discepoli quando appare loro il giorno di Pasqua:

«Venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore»[28].

La stessa cosa accade otto giorno dopo con Tommaso: ancora i segni della passione che, per san Giovanni, servono a ricordarci che il risorto e il crocifisso sono è la stessa persona.

È vero che è risorto ed è glorioso, ma porta i segni del sacrificio. Di fatto, se è risorto e glorioso è solo perché si è sacrificato; la risurrezione non è solo un dopo la morte, ma è un dentro alla morte, è quella morte che viene trasfigurata, ma è morte: senza sacrificio non c’è risurrezione. Se non è sgozzato, non è nemmeno vittorioso; se non ha sacrificato se stesso, non è nemmeno in grado di vincere, di vivere come un risorto.

Dunque l’agnello immolato ha sette corna e sette occhi simbolo dei sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra: le sette corna indicano la potenza irresistibile: è un agnello, ma potente. Vale per lui quello che abbiamo ricordato ieri «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra»[29].

Varrebbe la pena che ricordaste che cosa è questo potere, perché il potere che ha Gesù Cristo, il Cristo risorto, non è arbitrario. Gesù ha rinunciato al “faccio quello che mi pare”; il potere che ha conquistato è il potere di dare la vita.

«Tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato»[30]. Questo è il potere: dare la vita di Dio. Proprio perché l’ha donata, la comunica; ha un potere irresistibile, ma è un potere salvifico, un potere di vivificazione, di rinnovamento del mondo. Queste dunque significano le sette corna: potere senza limiti.

Sette occhi simbolo dei sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra. È l’immagine – ancora giovannea – del Cristo risorto come sorgente dello Spirito: la sorgente in realtà è il Padre, ma il Cristo risorto comunica lo Spirito ai suoi e con abbondanza.

Il giorno di Pasqua ancora Gesù appare ai suoi discepoli, soffia su di loro lo Spirito e dice: «Ricevete lo Spirito Santo[31]».

Addirittura nella prospettiva di san Giovanni, quando Gesù è sulla croce: «[…] ricevuto l’aceto, Gesù disse: «Tutto è compiuto!». E, chinato il capo, spirò»[32], ha comunicato lo Spirito di Dio che era in Lui agli uomini, per vivificarli.

«[…] Uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua»[33]; questa è una morte feconda, è una morte che produce vita, e la vita è esattamente lo Spirito: Gesù comunica lo Spirito di Dio agli uomini. Ha la pienezza dello Spirito, perché lo Spirito è sceso su di Lui – ma non solo, si è fermato sopra di Lui, e – secondo san Giovanni – quello Spirito che Gesù ha posseduto, lo trasmette e lo comunica:

«Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non c’era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato»[34].

Allora chi ha sete venga a me e beva: accolga l’abbondanza dello Spirito che scaturisce da Lui, dal Signore.

Il traguardo della storia e dell’umanità

Così è dunque l’agnello che viene presentato nell’Apocalisse:

regale, perché è sul trono;

vittorioso sulla morte, perché porta i segni dello sgozzamento, ma è ritto in piedi sul trono;

al centro del mondo e della storia, perché attorno a Lui ci sono i quattro viventi e i ventiquattro vegliardi;

con l’onnipotenza di Dio per dare la vita simboleggiata dalle sette corna;

con la pienezza dello Spirito da comunicare, cioè con i sette occhi simbolo dei sette spiriti di Dio.

Esso sta al centro del mistero della storia: se uno vuole capire la storia deve guardare lì, deve guardare a questo trono, deve rivolgere lo sguardo a Lui, perché quell’avvenimento che è la passione del Signore, la Pasqua di Gesù, non è uno dei tanti avvenimenti della storia, ma è la sintesi della storia stessa, è il compimento.

La storia ha raggiunto il suo traguardo, non c’è da aggiungere nient’altro.

Che cosa è successo nella Pasqua di Cristo?

L’umanità, un pezzo di mondo, è diventata divina.

Gesù Cristo è fatto del materiale di cui siamo fatti noi; ha preso un’umanità che è fatta di carbonio, idrogeno, ossigeno e azoto… ha preso un’umanità che è fatta di carne, di terra, della nostra terra. Ma Gesù Cristo ha portato quella terra alla perfezione dell’obbedienza a Dio, l’ha resa fedele, pulita, giusta, perfettamente obbediente a Dio, tanto da arrivare fino alla morte.

Quando questa umanità arriva all’obbedienza a Dio fino alla morte, è diventata perfetta, entra nella gloria.

La risurrezione, l’ascensione vogliono dire questo: un pezzo di mondo è davanti a Dio, è diventato divino, è stato trasfigurato, trasformato.

Come?

Non lo so! Quale cambiamento sia avvenuto nell’umanità di Gesù, attraverso la sua risurrezione, è cosa che non riesco a decifrare – se non per alcune immagini che usa san Paolo – ma il fatto è quello lì: la nostra umanità sta accanto a Dio nella gloria.

La storia non ha altro senso che questo: assolvere la funzione che questo mondo venga condotto fino a Dio, faccia il cammino che ha fatto Gesù Cristo, viva la Pasqua che è il compimento della storia, perché un pezzo di umanità diventa glorioso. La Pasqua è davvero il compimento della storia del mondo, e per questo l’agnello pasquale sta sul trono ed è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli.

Non sono gli studiosi che scrutano gli avvenimenti della storia, e non sono i potenti che ne decidono gli avvenimenti coloro che prendono il libro e aprono i sigilli. Chi prende il libro e ne scioglie i sigilli è Colui che ha dato la vita nell’obbedienza al Padre, che ha trasformato la sua vita in un atto di obbedienza e di amore. Questo è il mistero profondo della storia.

«L’Agnello giunse e prese il libro dalla destra di Colui che era seduto sul trono. E quando l’ebbe preso, i quattro esseri viventi [il cosmo] e i ventiquattro vegliardi [la storia] si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno un’arpa e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi. Cantavano un canto nuovo: «Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli».

Perché è degno?

«perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione e li hai costituiti per il nostro Dio un regno di sacerdoti e regneranno sopra la terra».

Capite qual è il senso della storia?: che l’uomo venga riscattato per Dio e diventi un regno sacerdotale; l’umanità venga liberata da quelle catene di egoismo, egocentrismo, peccato e diventi veramente un’umanità per Dio.

Questo ha fatto Gesù Cristo: è stato immolato, ma non solo, ha trasportato la sua umanità dal nostro mondo al mondo di Dio – perché ne ha fatto un’umanità obbediente, un’umanità ricca di amore; facendo questo, ha riscattato anche gli uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione. Il riscatto è la redenzione, è la liberazione dal peccato, dal male, perché questo mondo, questa umanità, tutta l’umanità di ogni lingua, popolo e nazione, appartenga a Dio, e diventi un regno di sacerdoti.

Divenga cioè un’umanità di persone in grado di convertire la propria vita in sacrificio gradito a Dio, di fare quello che ha fatto Gesù Cristo, che ha trasformato la sua vita in sacrificio gradito al Padre, perché l’ha trasformata in obbedienza ed amore. Gesù Cristo rende possibile questo agli uomini.

Non c’è altro che questo da realizzare nella storia: diventare un regno di sacerdoti offrendo a Dio non qualcosa, ma la propria vita.

Il sacrificio gradito a Dio è il sacrificio della vita, quello solo. Tutti gli altri sacrifici sono dei simboli che hanno il loro valore, perché l’uomo vive di queste cose, ma hanno la loro verità nell’offerta della vita, nella sua consacrazione. Quando la vita non appartiene più a noi, ma a Dio, Dio può sentire il profumo della vita dell’uomo come qualcosa di gradito a Lui.

Un sacrificio deve essere – secondo la terminologia dell’antico testamento – di soave odore, quindi deve essere profumato davanti a Dio. La vita del credente è una vita che viene trasformata, aderendo al Vangelo, in pazienza, in bontà, in servizio, in un sacrificio di soave odore.

Nell’ottica di san Giovanni, il senso della storia non sta in grandi progressi culturali, anche se questi ci stanno bene, non sta in trasformazioni tecniche, anche se queste hanno il loro valore e non sta in edificazioni politiche, anche se l’edificazione di un’umanità universale fa parte del cammino dell’uomo. Il senso vero è la trasformazione dell’umanità in qualcosa di gradito a Dio, in una vita d’amore, di pazienza e di servizio.

Quando avviene ciò, la storia è completa, piena, colma, realizzata e questa umanità può regnare sopra la terra, cioè è in grado di vivere i condizionamenti e i limiti senza riportarli al proprio egoismo, ma trasformandoli in amore, in obbedienza e consacrazione a Dio. Non c’è nessun limite o povertà o condizionamento che ci possa impedire di trasformare la vita in obbedienza a Dio. Anche le cose più pesanti, più angoscianti, possono diventare sacrificio, offerta a Dio. Regnare vuol dire non essere schiavi del mondo e delle cose, ma usare anche i condizionamenti del mondo e delle cose per realizzare la nostra vocazione, che ha come fine la glorificazione di Dio nella nostra vita.

«Durante la visione poi intesi voci di molti angeli intorno al trono e agli esseri viventi e ai vegliardi. Il loro numero era miriadi di miriadi e migliaia di migliaia e dicevano a gran voce: «L’Agnello che fu immolato è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione». Tutte le creature del cielo e della terra, sotto la terra e nel mare e tutte le cose ivi contenute, udii che dicevano: «A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza, nei secoli dei secoli». E i quattro esseri viventi dicevano: «Amen». E i vegliardi si prostrarono in adorazione».

La liturgia celeste è quella nella quale si svela il senso del mondo.

Quando la storia, il cosmo, gli angeli e tutte le creature riconoscono la sovranità dell’Agnello e attribuiscono a Lui il potere, la ricchezza, la sapienza, la forza…, la storia è rivelata nel suo senso.

Quando celebriamo la liturgia e facciamo queste cose, – perché facciamo queste cose fondamentalmente con un inno o con l’altro – noi glorifichiamo l’Agnello, riconosciamo che a Lui spettano potenza, ricchezza, sapienza e forza. Quando facciamo la liturgia, la storia, il senso della vita umana, viene portata alla sua rivelazione, e tutto il materiale di cui è fatta l’esistenza degli uomini viene trasformato in lode a Dio.

Il pane e il vino, che sono le fatiche e le sofferenze degli uomini, diventano lode a Dio; quello che noi, in fondo dovremmo tentare di realizzare, quella che costituisce la nostra speranza, è che tutta la vita diventi una liturgia; che quello che compiamo nell’ora dell’Eucaristia animi anche il resto: il lavoro, la fatica, i momenti di tristezza. Dentro tutte queste cose entrino la lode, la glorificazione di Dio.

*** ***

Giovanni ha posto come la chiave di lettura di tutto il resto del libro nei capitoli 4 e 5. Dopo si vedranno una serie di avvenimenti che tentano di chiarire ancora quello che avviene nella storia, ma il senso è praticamente determinato dall’immagine fondamentale dell’Agnello ritto in piedi sul trono di Dio, con i segni della sua passione, con la pienezza della potenza e con l’abbondanza dello Spirito da donare, da comunicare a tutta la terra.

Allora quello che dovremmo semplicemente fare, come lavoro, come esercizio è prendere questi due capitoli, assimilarli il più possibile e riuscire a rinnovare la nostra fede nel Signore, nell’Agnello come in colui che dà senso alla nostra vita.

Il discorso lo potete rapportare alla storia del mondo, ma il discorso vuole rapportato anche alla vita di ciascuno di noi dentro a questa storia del mondo.

Anche per ciascuno di noi vale il discorso che il senso delle cose sta nell’Agnello, che è in grado di sciogliere l’enigma della nostra vita. Guardando a Lui, e ricevendo da Lui l’energia, la forza, anche noi possiamo trasformare la nostra vita in offerta sacerdotale, in sacrificio sacerdotale dedicato a Lui.

Fare questo vuole dire portare la nostra vita a perfezione.

Capitolo quarto
Il progetto di Dio

Colui che è in grado di prendere il libro e di aprirne i sigilli, è anche Colui che decide, che definisce il valore degli avvenimenti di ciò che effettivamente accade nella storia. In essa avviene il riscatto degli uomini perché possano diventare popolo di Dio, regno di sacerdoti, in grado quindi di vivere nella piena libertà dei figli di Dio.

Questa è la chiave di lettura di tutto il resto.

Con il capitolo sesto Giovanni narra l’apertura dei sette sigilli:

«Quando l’Agnello sciolse il primo dei sette sigilli, vidi e udii il primo dei quattro esseri viventi che gridava come con voce di tuono: «Vieni». Ed ecco mi apparve un cavallo bianco e colui che lo cavalcava aveva un arco, gli fu data una corona e poi egli uscì vittorioso per vincere ancora.

Quando l’Agnello aprì il secondo sigillo, udii il secondo essere vivente che gridava: «Vieni». Allora uscì un altro cavallo, rosso fuoco. A colui che lo cavalcava fu dato potere di togliere la pace dalla terra perché si sgozzassero a vicenda e gli fu consegnata una grande spada.

Quando l’Agnello aprì il terzo sigillo, udii il terzo essere vivente che gridava: «Vieni». Ed ecco, mi apparve un cavallo nero e colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano. E udii gridare una voce in mezzo ai quattro esseri viventi: «Una misura di grano per un danaro e tre misure d’orzo per un danaro! Olio e vino non siano sprecati».

Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce del quarto essere vivente che diceva: «Vieni». Ed ecco, mi apparve un cavallo verdastro. Colui che lo cavalcava si chiamava Morte e gli veniva dietro l’Inferno. Fu dato loro potere sopra la quarta parte della terra per sterminare con la spada, con la fame, con la peste e con le fiere della terra.

Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa. E gridarono a gran voce: «Fino a quando, Sovrano, tu che sei santo e verace, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue sopra gli abitanti della terra?».

Allora venne data a ciascuno di essi una veste candida e fu detto loro di pazientare ancora un poco, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli che dovevano essere uccisi come loro.

Quando l’Agnello aprì il sesto sigillo, vidi che vi fu un violento terremoto. Il sole divenne nero come sacco di crine, la luna diventò tutta simile al sangue, le stelle del cielo si abbatterono sopra la terra, come quando un fico, sbattuto dalla bufera, lascia cadere i fichi immaturi. Il cielo si ritirò come un volume che si arrotola e tutti i monti e le isole furono smossi dal loro posto. Allora i re della terra e i grandi, i capitani, i ricchi e i potenti, e infine ogni uomo, schiavo o libero, si nascosero tutti nelle caverne e fra le rupi dei monti; e dicevano ai monti e alle rupi: Cadete sopra di noi e nascondeteci dalla faccia di Colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello, perché é venuto il gran giorno della loro ira, e chi vi può resistere?

Dopo ciò, vidi quattro angeli che stavano ai quattro angoli della terra, e trattenevano i quattro venti, perché non soffiassero sulla terra, né sul mare, né su alcuna pianta. Vidi poi un altro angelo che saliva dall’oriente e aveva il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli ai quali era stato concesso il potere di devastare la terra e il mare: «Non devastate né la terra, né il mare, né le piante, finché non abbiamo impresso il sigillo del nostro Dio sulla fronte dei suoi servi». Poi udii il numero di coloro che furon segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila, segnati da ogni tribù dei figli d’Israele: dalla tribù di Giuda dodicimila; dalla tribù di Ruben dodicimila; dalla tribù di Gad dodicimila; dalla tribù di Aser dodicimila; dalla tribù di Néftali dodicimila; dalla tribù di Manàsse dodicimila; dalla tribù di Simeone dodicimila; dalla tribù di Levi dodicimila; dalla tribù di Issacar dodicimila; dalla tribù di Zàbulon dodicimila; dalla tribù di Giuseppe dodicimila; dalla tribù di Beniamino dodicimila.

Dopo ciò, apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani. E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all’Agnello».

Allora tutti gli angeli che stavano intorno al trono e i vegliardi e i quattro esseri viventi, si inchinarono profondamente con la faccia davanti al trono e adorarono Dio dicendo: «Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen».

Uno dei vegliardi allora si rivolse a me e disse: «Quelli che sono vestiti di bianco, chi sono e donde vengono?». Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello. Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo santuario; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro.

Non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole, né arsura di sorta, perché l’Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi».

Quando l’Agnello aprì il settimo sigillo, si fece silenzio in cielo per circa mezz’ora. Vidi che ai sette angeli ritti davanti a Dio furono date sette trombe»[35].

Le crepe del mondo

Tentiamo di capire che cosa questo brano ci vuole dire.

Dovete intendere questi sette sigilli come elementi di un quadro che definisce il complesso della storia umana; non metteteli in fila come se venissero uno dopo l’altro: il terzo cavallo non appare dopo il secondo; il terzo cavallo avanza con il secondo e i quattro cavalli cavalcano insieme. Sono quattro elementi che descrivono il corso della storia, tutto il corso della storia.

Non c’è l’idea di epoche della storia che si susseguono; c’è un affresco che ci viene comunicato, ci viene svelato attraverso questi sette sigilli: è il progetto di Dio che era stato annunciato fondamentalmente nell’antico testamento e che, adesso, viene svelato nella vita di Gesù e nella vita della Chiesa.

Gli eventi di Cristo, della Chiesa e il tempo che noi viviamo realizzano le promesse, gli annunci dell’antico testamento, il progetto di Dio, quel famoso libro, appunto, suggellato con sette sigilli.

La prima cosa che il nostro testo dice è che il tempo che noi viviamo è questa cavalcata misteriosa dei quattro cavalli: il primo bianco, il secondo rosso fuoco, il terzo nero e il quarto verdastro.

Sul secondo cavallo, sul terzo e sul quarto, non c’è problema: il cavallo rosso è il cavallo che indica la guerra e la violenza; il nero indica la carestia, la penuria dei beni materiali.

Quando il testo afferma: «[…] aveva una bilancia in mano. E udii gridare una voce in mezzo ai quattro esseri viventi: “Una misura di grano per un danaro e tre misure d’orzo per un danaro”!», manifesta questa idea: l’orzo, il grano e gli alimenti sono venuti meno, quindi bisogna tesserarli, razionarli.

Il quarto cavallo, quello verdastro, è il cavallo della peste e della morte: lo seguono la morte e l’inferno.

È misterioso il primo cavallo, quello bianco sul quale cavalca un arciere vincitore, che esce per vincere ancora.

Chi è questo cavaliere e che significato ha il suo cavallo?

Lo si può forse comprendere ritornando ad un testo del libro di Abacuc:

«Dio viene da Teman, il Santo dal monte Paràn. La sua maestà ricopre i cieli, delle sue lodi è piena la terra. Il suo splendore è come la luce, bagliori di folgore escono dalle sue mani: là si cela la sua potenza. Davanti a lui avanza la peste, la febbre ardente segue i suoi passi»[36]. […]

«Tu estrai il tuo arco e ne sazi di saette la corda. Fai erompere la terra in torrenti; i monti ti vedono e tremano, un uragano di acque si riversa, l’abisso fa sentire la sua voce. In alto il sole tralascia di mostrarsi, e la luna resta nella sua dimora, fuggono al bagliore delle tue saette, allo splendore folgorante della tua lancia. Sdegnato attraversi la terra, adirato calpesti le genti»[37]. […]

«Il fico infatti non germoglierà, nessun prodotto daranno le viti, cesserà il raccolto dell’olivo, i campi non daranno più cibo, i greggi spariranno dagli ovili e le stalle rimarranno senza buoi. Ma io gioirò nel Signore, esulterò in Dio mio salvatore»[38].

Il profeta descrive l’irruzione di Dio nella storia degli uomini, la sua venuta, che giunge insieme con il giudizio, con una serie di calamità, di sofferenze (peste, carestia…).

“Sono i giudizi di Dio – dice un commentatore – nel senso che questi giudizi, questi fatti storici, rappresentano una risposta di Dio al tentativo del mondo di chiudersi all’avvenire incominciato in Gesù Cristo in quanto essi, con lo spezzarsi degli ostacoli del mondo, permettono al futuro di apparire”.

La storia del mondo è, secondo questi quattro cavalli, l’irruzione di Dio accompagnata da una serie di catastrofi: guerra, peste, morte, carestia. Non pensate a delle cose particolari, questi sono fatti quotidiani, sono di oggi, di tutti i giorni. La violenza, la morte, la malattia accompagnano la storia dell’uomo da sempre; questi cavalli hanno sempre cavalcato, tutta la storia è segnata dalla loro cavalcata.

Però con loro c’è Dio, c’è misteriosamente la presenza di Dio. Queste esperienze, queste realtà sono giudizi di Dio.

Ma in che senso sono giudizi di Dio? Sono delle punizioni per i malvagi?

Forse, sono anche questo, ma non sempre. Non è che la peste colpisca solo i cattivi, o che la guerra prenda solo i violenti. Di solito la guerra la subiscono anche gli innocenti e i deboli.

Sono i giudizi, nel senso che esprimono le crepe che ci sono nella storia del mondo: il mondo non è autosufficiente, non è capace di salvare gli uomini, non è nell’ordine del mondo che l’uomo trova la sua gioia, la sua pienezza di vita.

L’uomo cerca di creare un ordine nel mondo, e fa bene. Ma si illude se pensa di riuscire a creare un mondo così perfetto da trovarvi la sua realizzazione.

Quei cavalli dicono che, in realtà, il mondo ha delle crepe e le avrà sempre. La morte è la prima e fondamentale crepa: un mondo dove si muore è un mondo che non è capace di dare la vita in modo permanente. Non tocca al mondo dare la vita!

Un mondo dove c’è la violenza è un cosmo nel quale non si può porre un’abitazione durevole; non si può fare il nido, perché la violenza lo snida, dicendo che questo mondo non è giusto.

Così è per tutte le altre miserie, sofferenze e disgrazie: esprimono l’insufficienza del mondo e quindi lo aprono alla salvezza di Dio.

È vero che di per sé non ci dovrebbe essere bisogno della violenza o della malattia per aprirsi a Dio, ma è vero che le crepe, cioè le insufficienze e le debolezze, sia quelle che vengono dalla natura (come la malattia e la morte), sia quelle che vengono dalla cattiveria dell’uomo (come la guerra e la violenza) costringono il mondo a cercare la sua salvezza oltre se stesso, a cercarla in Dio.

Fate riferimento, per esempio, alle piaghe d’Egitto. Sono ferite che colpiscono l’Egitto e che mettono in ginocchio un potere che si ritiene onnipotente, in condizione di potere fare quello che vuole, che pensa di potere opprimere gli israeliti perché valgono poco. Dai punti di vista politico e militare non valgono niente e l’Egitto si illude, in questo modo, di potere schiacciare Israele. Le piaghe sono le crepe che l’Egitto deve trovare in se stesso: è costretto a vedere che non può fare tutto, che non è onnipotente, che deve fare i conti con la morte, con la tempesta, con l’acqua diventata sangue… con queste cose.

Oppure pensate alle sofferenze di Giobbe.

Egli ha una vita religiosa perfetta, equilibrata: compie tutte le opere di virtù ed ha la benedizione di Dio. Poi, all’improvviso, la sua vita mostra delle crepe grosse: gli vengono tolti i figli, i beni, la salute, la stima degli altri … e Giobbe è costretto a cercare un Dio al di là della sua insufficienza, a cercare un Dio nuovo, a trovare Dio non semplicemente come il garante della sua felicità naturale, del suo benessere materiale. L’aveva visto così; aveva fatto un contratto con Lui: Giobbe, era virtuoso e Dio, da parte sua, era provvidente. Poi, all’improvviso, Giobbe scopre attraverso le crepe della sua vita, attraverso le sofferenze, un Dio inedito, ed è costretto a fare un salto di fede, è costretto a stare attaccato non ai benefici di Dio, ma a Dio senza benefici. È costretto a staccarsi dalle cose. Questo distacco è chiaramente una sofferenza per Giobbe, ma nemmeno meritata, mentre nel caso dell’Egitto è una sofferenza in fondo procurata, però è quella sofferenza cui passa la maturazione vera della fede.

Questi primi quattro sigilli vogliono indicare che la storia del mondo ha spaccature, non è integra, non è perfetta, non è autosufficiente e che, proprio per le crepe che l’uomo incontra, può aprirsi all’intervento di Dio che viene esattamente come vincitore per vincere ancora, viene come salvatore per salvare ancora.

La voce dei martiri

Il quinto sigillo è la voce dei martiri. Anche questo fa parte degli elementi misteriosi della storia del mondo.

«Vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa. E gridarono a gran voce: «Fino a quando, Sovrano, tu che sei santo e verace, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue sopra gli abitanti della terra?».

Vi è mai venuto di pregare in questo modo? Di chiedere a Dio perché permette delle ingiustizie così gravi? Perché permette che degli innocenti siano schiacciati? Perché non interviene? Perché non fa giustizia?.

La storia è così; non pensate di trovarvi una giustizia immediata.

I martiri alzano davanti al Signore il lamento: Fino a quando, Sovrano.

Questa è un’espressione tipica delle lamentazioni dell’antico testamento: «Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi?»[39].

È l’espressione dell’uomo che si trova davanti a una storia che non capisce, in cui la giustizia di Dio non si manifesta. Allora se Tu sei verace e santo, perché non fai giustizia? Fino a quanto non farai giustizia, fino a quando non vendicherai il nostro sangue sopra gli abitanti della terra?

Quando Abacuc si trovava davanti al mistero dei Caldei – popolo pagano che distruggeva, annientava e si riteneva onnipotente – chiedeva «Fino a quando Signor …»[40].

Il mistero inquietante del ritardo del Signore fa parte quindi della storia.

Dio è certamente un Dio giusto, farà giustizia, ma dal nostro punto di vista c’è un ritardo, vediamo che non viene al momento giusto. La storia non spiega fino in fondo il significato dei sacrifici, dei martiri, della loro testimonianza; non dà loro ragione, o non la dà subito, per cui debbono alzare il lamento fino a quando, Sovrano, tu che sei santo e verace, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue?.

Questo non vuol dire che loro vogliono vendetta per sé, ma vogliono che venga il Regno di Dio, e la Sua giustizia sul mondo. Non è una questione personale, è ma quella di vedere che Dio si manifesta per quello che è.

Quando nel Padre Nostro diciamo: «Padre fa venire il tuo regno» chiediamo di non permettere che in questo mondo comandino le forze del denaro, del potere, della violenza; chiediamo che venga a regnare Lui, perché non riusciamo a sopportare un mondo ingiusto come quello in cui siamo. Questo chiediamo noi, e questo gli chiedono i martiri.

«Allora venne data a ciascuno di essi una veste candida e fu detto loro di pazientare ancora un poco, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli che dovevano essere uccisi come loro».

Da una parte c’è un gesto di consolazione: viene data loro una veste candita che è la veste del vincitore (il bianco è il colore della purezza e della vittoria), viene proclamato che sono dei vincitori, ma viene chiesto, nello stesso tempo, di pazientare ancora un poco.

C’è un mistero di Dio che comprende anche il martirio, include anche il dono della vita da parte dei servi del Signore e questo progetto deve essere portato fino al compimento, fino a quando il numero dei martiri non sia completo.

«Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?»[41].

Ai discepoli di Emmaus Gesù spiega il motivo della sua morte: il suo martirio faceva parte del piano di Dio. Quindi che non perdano la fiducia di fronte agli avvenimenti angoscianti di cui sono stati testimoni, ma sappiano vedere quella morte in funzione della gloria. Bisognava… perché entrasse nella sua gloria.

Quello che vale per Gesù, vale per i discepoli del Signore, per i suoi testimoni. Anche per loro deve esserci il tempo del martirio perché possano entrare nella pienezza della gloria: ogni cristiano deve essere disposto al martirio.

Detta così è un’affermazione provocatoria, ma per san Giovanni è proprio questo: il martirio entra nelle possibilità concrete. Quindi quando esaminate la storia, non pensate che il martirio sia escluso; la sovranità di Dio sulla storia si esercita anche attraverso questa realtà misteriosa e paradossale.

È vero che non cadrà un capello del vostro capo senza che Dio lo sappia, perciò il martirio non avviene “senza che Dio lo sappia”, ma all’interno del suo progetto, all’interno della sua misteriosa sapienza.

Nella storia deve manifestarsi il fallimento vittorioso della croce, la vittoria della croce attraverso il fallimento. La vita della Chiesa deve comprendere anche questo.

Fare parte del popolo di Dio

Il sesto sigillo comprende una serie di elementi e il primo è lo sconvolgimento dell’universo: «… vi fu un violento terremoto. Il sole divenne nero come sacco di crine, la luna diventò tutta simile al sangue, le stelle del cielo si abbatterono sopra la terra».

Normalmente la natura rivela la presenza della gloria di Dio. Uno sconvolgimento della natura esprime un intervento diretto ed immediato di Dio, in questo caso si tratta del giorno del giudizio.

Neanche il mondo, il cosmo può apparire un rifugio sicuro e rassicurante per l’uomo; questi non può mettere il suo nido nella storia perché essa è la cavalcata dei quattro cavalli, quindi comprende queste realtà: la guerra, la morte, la peste e la carestia.

L’uomo non vi può mettere la sua sicurezza, ma non la può mettere nemmeno nel cosmo anche se si presenta, di per sé, come solido e rassicurante; in realtà ha le sue crepe: le catastrofi naturali lo esprimono e Giovanni entra in questa logica.

Assieme a questo, dovete mettere tutto il capitolo settimo dove si dice una cosa fondamentale della storia: la formazione del popolo di Dio.

La storia è fatta di desolazione, di persecuzione e di martirio, ma è fatta di un popolo di Dio che viene costruito ed edificato.

Come?

«Vidi poi un altro angelo che saliva dall’oriente e aveva il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli ai quali era stato concesso il potere di devastare la terra e il mare: “Non devastate né la terra, né il mare, né le piante, finché non abbiamo impresso il sigillo del nostro Dio sulla fronte dei suoi servi”».

Prima che si compia il giudizio definitivo di Dio vengono segnati alcuni con un sigillo, con un “tau”[42] (o qualcosa del genere), e vengono segnati tutti coloro che appartengono a Dio.

Il sigillo è un segno di appartenenza: chi porta il sigillo di qualcuno è sua proprietà. Non c’è dubbio: nel nuovo testamento il sigillo è prima di tutto quello con cui è sigillato Gesù Cristo. Dio ha messo su Gesù il suo sigillo, per cui Egli appartiene al Padre e unicamente a Lui, è consacrato a Lui. Quello che Gesù fa, dice, pensa è in perfetta obbedienza e appartenenza al Padre. Gesù Cristo è sigillato: «Su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo»[43].

L’immagine, evidentemente, si sposta: come Gesù porta il sigillo del Padre, il credente porta il sigillo di Gesù, appartiene a Lui. Nel battesimo lo Spirito sigilla il credente rendendolo un consacrato. Il credente, a motivo della fede e del battesimo, è un consacrato, appartiene a Gesù Cristo. Essere battezzati nel nome di Gesù Cristo vuol dire portare quel nome sopra di sé, vuol dire quindi fare e vivere un passaggio di proprietà: se prima appartenevi al mondo, a satana, adesso appartieni a Gesù Cristo, unicamente a Lui.

L’immagine del sigillo la troviamo altre volte nel nuovo testamento, in san Paolo, per esempio:

«In Cristo anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza e avere in esso creduto, avete ricevuto il suggello [il sigillo] dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria»[44].

Dunque vengono segnati e sono centoquarantaquattromila.

Questa cifra si ottiene moltiplicando 12 x 12 x 1.000. Il dodici è il numero tipico del popolo di Dio, perché dodici sono i patriarchi di Israele e dodici sono gli apostoli del nuovo popolo di Dio; quindi questo è un numero salvifico, legato alla storia della salvezza.

Il dodici per dodici è il simbolo della pienezza del popolo di Dio: moltiplicato per mille significa accresciuto all’infinito.

Non date quindi un valore aritmetico a questo numero, ma intendetelo come il popolo di Dio nella sua integrità allargato all’infinito. Di fatto, questo popolo di Dio che è rappresentato come i centoquarantaquattromila; può essere descritto anche come «una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua».

Non è quindi un altro popolo di Dio, ma è lo stesso visto nella sua realtà celeste, come trionfatore e vincitore. La storia dunque, costruisce questo popolo.

Come? Chi sono costoro vestiti di bianco, con la palma nelle mani? Chi sono e da dove vengono?

«Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello».

Le regole del gioco

La grande tribolazione è un elemento della storia umana, dell’esperienza della Chiesa.

Essa conosce, nel mondo, la persecuzione e la tribolazione: queste sono state annunciate esplicitamente dal Signore e quindi non dovrebbero stupire.

Il cristiano non vive secondo la logica mondana dell’egocentrismo, ma secondo la logica divina dell’amore e del servizio rivolto al debole e al povero.

Il mondo fa fatica a capire questo comportamento, lo ritiene estraneo, inconcepibile. Bisogna avere un animo fondamentalmente cristiano per riuscire a comprendere e ad accettare il servizio al debole, al povero, all’ultimo.

Tale animo lo può avere chiunque, anche i non battezzati, ma è un animo profondamente cristiano, che nasce dalla stessa concezione di valori di Gesù Cristo, che non è quella del mondo.

Quest’ultimo procede secondo regole e fisionomie proprie. Per questo, bisogna mettere in conto la tribolazione e considerarla non come qualcosa di episodico, ma come una realtà che accompagna la vita della Chiesa.

Nella prima lettera di Pietro si legge:

«Carissimi, non siate sorpresi per l’incendio di persecuzione che si è acceso in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano. [La persecuzione – dice san Pietro – non è una cosa strana; non vi meravigliate quindi più di tanto]. Ma nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo [questa è la tribolazione], rallegratevi perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare. Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito della gloria e lo Spirito di Dio riposa su di voi. Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida o ladro o malfattore o delatore. Ma se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca; glorifichi anzi Dio per questo nome»[45].

È accaduta una persecuzione, ma questa non dovrebbe stupire né sorprendere il cristiano; in fondo, era nei patti, faceva parte delle regole del gioco.

Proprio perché sono passati attraverso la grande tribolazione, hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello.

È naturalmente un sangue misterioso quello che può rendere bianche le vesti: lo si comprende in riferimento al battesimo con cui l’uomo viene purificato e quindi reso nuovo come figlio di Dio, cioè il sangue dell’Agnello, attraverso la redenzione di Cristo e il dono della sua esistenza.

Il Dio con noi

Siccome sono passati attraverso la tribolazione, siccome sono stati resi candidi dal sangue dell’Agnello:

«Stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo santuario; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro».

Per indicare la speranza cristiana troviamo l’immagine della tenda, una delle grandi immagini della Bibbia

Quando gli ebrei sono usciti dall’Egitto, erano di conseguenza nomadi, e quando si accampavano, rizzavano al centro dell’accampamento la tenda del Signore, il tabernacolo, la tenda del convegno e, se uno voleva incontrare il Signore, poteva andarvi e lì poteva ricevere la parola di Dio come guida della sua vita. La tenda del convegno serviva a questo.

Nel libro dell’Esodo troviamo: «Io darò convegno agli Israeliti in questo luogo, che sarà consacrato dalla mia Gloria. Consacrerò la tenda del convegno e l’altare. Consacrerò anche Aronne e i suoi figli, perché siano miei sacerdoti. Abiterò in mezzo agli Israeliti e sarò il loro Dio. Sapranno che io sono il Signore, il loro Dio, che li ho fatti uscire dal paese d’Egitto, per abitare in mezzo a loro, io il Signore, loro Dio»[46].

Notate l’insistenza dell’espressione “abiterò in mezzo agli Israeliti e sarò il loro Dio. Sapranno che io sono il Signore, il loro Dio, che li ho fatti uscire dal paese d’Egitto, per abitare in mezzo a loro, io il Signore, loro Dio”.

Il loro Dio” viene ripetuto tre volte per indicare quella intimità che Dio vuole stabilire con Israele che non è semplicemente un popolo così come Lui non è semplicemente un dio: Lui è il Dio di Israele, e Israele è il popolo di Dio, il popolo del Signore. C’è un rapporto di intimità, di comunione e la tenda è il segno della presenza del Signore.

Se li ha liberati dall’Egitto è per stare in mezzo a loro! Non poteva stare in mezzo a un popolo schiavo, allora lo ha liberato, perché in mezzo a un popolo libero Dio può abitare veramente.

Ora non viene solo annunciato che Dio pianta la tenda in mezzo al suo popolo, ma che l’allarga per coprirlo tutto. La tenda del Signore diventa l’abitazione di Israele, popolo di Dio. Andiamo ad abitare lì, è casa nostra! La casa di Dio, la sua tenda, diventa casa nostra!

Questa immagine di speranza è accompagnata alla seguente: «Non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole, né arsura di sorta».

La fame, la sete, l’arsura sono le crepe della storia, sono tutte quelle realtà di limite, di disagio che l’uomo è costretto a sperimentare nel mondo e che lo obbligano a cercare una salvezza al di là delle cose.

Dio dona questa integrità che il mondo, con tutti i suoi soldi, non è capace di donare, di raggiungere, «perché l’Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi».

L’Agnello diventa pastore. Questo mutamento è strano, ma i cambiamenti di immagine nell’Apocalisse sono facilissimi. Non bisogna soffermarsi sul versetto, ma bisogna seguire il testo così come viene.

Questo Agnello diventa il pastore del salmo:

«Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome»[47].

C’è tutta un’esperienza di perfezione di vita: l’acqua simboleggia la pienezza che viene donata al popolo di Dio dall’Agnello diventato suo pastore.

Ed infine un’ultima cosa: la vittoria sulla morte pone il sigillo su tutto.

«E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi»

La vittoria sulla sofferenza si allarga alla prospettiva della vittoria sulla morte preannunziata dal profeta Isaia ed espressa in modo perfetto alla fine del libro dell’Apocalisse:

«Eliminerà la morte per sempre; il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto; la condizione disonorevole del suo popolo farà scomparire da tutto il paese, poiché‚ il Signore ha parlato. E si dirà in quel giorno: «Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché‚ ci salvasse; questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza»[48].

Con questo il progetto di Dio ha preso forma.

I sette sigilli sono il compimento di questo progetto nella storia. Una serie di desolazioni e sofferenze fanno parte della storia e vanno interpretate come giudizi di Dio, come esperienze che manifestano le crepe dell’ordine umano, ed il fatto che il mondo non è capace di salvare, di dare la vita.

D’altra parte è proprio della storia il mistero del tempo, il fatto che il progetto di Dio non si realizza subito, ma c’è da aspettare fino a quando il numero dei martiri non sia completo.

Questa è un’attesa nella quale il popolo di Dio si edifica attraverso l’appartenenza a Lui (il sigillo con cui vengono segnati gli eletti), attraverso il passaggio nella tribolazione e la redenzione nel sangue dell’Agnello.

Ciò apre il cammino dell’uomo, del credente, alla speranza della vita nuova donata da Dio al di là di ogni limite, di ogni debolezza, per cui non avranno più fame, né avranno più sete, saranno condotti alle acque della vita, quindi ci sarà vittoria sulla morte e sulla sofferenza, e Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi.

«Quando l’Agnello aprì il settimo sigillo, si fece silenzio in cielo per circa mezz’ora. Vidi che ai sette angeli ritti davanti a Dio furono date sette trombe».

Il silenzio assoluto prepara l’ultima e definitiva parola di Dio; di ciò tratta il resto dell’Apocalisse. Ma, in fondo, il mistero della storia, anche se in modo sintetico, è esposto in questi capitoli. Per coglierne i contenuti in modo più preciso occorreranno tutti gli altri capitoli, ma praticamente quello che verrà detto non è altro che l’espansione di questi.

L’ultima e definitiva parola di Dio avviene solo dopo un silenzio di mezz’ora, il silenzio assoluto del mondo, delle cose, della storia, perché la Parola di Dio si esprima con la massima efficacia e chiarezza.

Capitolo quinto
La missione della Chiesa

Il famoso settimo sigillo dell’Apocalisse contiene tutto il resto del libro e quindi la conclusione del piano di Dio, fino alla salvezza finale.

Comprende, per esempio, il suono delle trombe che viene ricordato nel capitolo ottavo e nel nono, che contiene anche una serie di flagelli, di castighi, al termine dei quali:

«Il resto dell’umanità che non perì a causa di questi flagelli, non rinunziò alle opere delle sue mani; non cessò di prestare culto ai demòni e agli idoli d’oro, d’argento, di bronzo, di pietra e di legno, che non possono né vedere, né udire, né camminare; non rinunziò nemmeno agli omicidi, né alle stregonerie, né alla fornicazione, né alle ruberie»[49].

I due versetti vogliono dire che questi castighi non ottengono il risultato della conversione. Gli uomini di fronte a queste pene rimangono nella loro cattiveria e nella loro empietà, nella opposizione a Dio.

Allora ci vuole qualcosa di diverso, qualcosa di più efficace e significativo.

Avviene, allora, nel libro dell’Apocalisse una cosa che ci interessa molto perché riguarda la posizione della Chiesa nello sviluppo del progetto di Dio.

Abbiamo visto qual è questo progetto, dobbiamo ora vedere qual è il nostro posto: la funzione, la missione, il servizio che la Chiesa ha da svolgere.

«Poi la voce che avevo udito dal cielo mi parlò di nuovo: «Và, prendi il libro aperto dalla mano dell’angelo che sta ritto sul mare e sulla terra.» Allora mi avvicinai all’angelo e lo pregai di darmi il piccolo libro. Ed egli mi disse: «Prendilo e divoralo; ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele». Presi quel piccolo libro dalla mano dell’angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l’amarezza. Allora mi fu detto: «Devi profetizzare ancora su molti popoli, nazioni e re.

Poi mi fu data una canna simile a una verga e mi fu detto: «Alzati e misura il santuario di Dio e l’altare e il numero di quelli che vi stanno adorando. Ma l’atrio che è fuori del santuario, lascialo da parte e non lo misurare, perché è stato dato in balìa dei pagani, i quali calpesteranno la città santa per quarantadue mesi. Ma farò in modo che i miei due Testimoni, vestiti di sacco, compiano la loro missione di profeti per milleduecentosessanta giorni». Questi sono i due olivi e le due lampade che stanno davanti al Signore della terra. Se qualcuno pensasse di far loro del male, uscirà dalla loro bocca un fuoco che divorerà i loro nemici. Così deve perire chiunque pensi di far loro del male. Essi hanno il potere di chiudere il cielo, perché non cada pioggia nei giorni del loro ministero profetico. Essi hanno anche potere di cambiare l’acqua in sangue e di colpire la terra con ogni sorta di flagelli tutte le volte che lo vorranno. E quando poi avranno compiuto la loro testimonianza, la bestia che sale dall’Abisso farà guerra contro di loro, li vincerà e li ucciderà. I loro cadaveri rimarranno esposti sulla piazza della grande città, che simbolicamente si chiama Sòdoma ed Egitto, dove appunto il loro Signore fu crocifisso. Uomini di ogni popolo, tribù, lingua e nazione vedranno i loro cadaveri per tre giorni e mezzo e non permetteranno che i loro cadaveri vengano deposti in un sepolcro. Gli abitanti della terra faranno festa su di loro, si rallegreranno e si scambieranno doni, perché questi due profeti erano il tormento degli abitanti della terra.

Ma dopo tre giorni e mezzo, un soffio di vita procedente da Dio entrò in essi e si alzarono in piedi, con grande terrore di quelli che stavano a guardarli. Allora udirono un grido possente dal cielo: «Salite quassù» e salirono al cielo in una nube sotto gli sguardi dei loro nemici. In quello stesso momento ci fu un grande terremoto che fece crollare un decimo della città: perirono in quel terremoto settemila persone; i superstiti presi da terrore davano gloria al Dio del cielo»[50].

Un popolo di profeti

Non so se le immagini dell’Apocalisse vi entrano dentro, se ci prendete gusto, se le assimilate o no, perché questo è certamente un modo di presentare il cristianesimo, l’esperienza cristiana, al quale non siamo molto abituati. Speriamo che ci aiuti a purificare l’immaginazione, a sapere mettere dentro al nostro cuore, come sentimenti che scaturiscono spontanei, immagini che si legano al progetto di Dio, alla volontà di Dio.

Siamo a un punto fondamentale dell’Apocalisse perché Giovanni riceve l’incarico di profetizzare su molti popoli, nazioni e re; è lo stesso incarico che aveva avuto Geremia, ma che adesso tocca a lui e tocca a tutti i credenti.

Giovanni deve rivelare ai cristiani la loro missione. Che cosa ci state a fare voi, nel mondo?

I profeti. La comunità cristiana è un popolo profetico, che ha come compito quello di rendere testimonianza davanti alle nazioni. Questa è la sua funzione nella storia.

Se la Chiesa genera la storia della salvezza, produce nella storia dei frutti di salvezza e lo fa vivendo la sua testimonianza. Attraverso questa la Chiesa fa maturare la storia, la fa arrivare al suo traguardo, al compimento del progetto di Dio. La Chiesa non vive per sé stessa, non deve semplicemente badare a sé e alla sua crescita, ma deve badare al mondo e deve rendere testimonianza di fronte al mondo.

I due testimoni, di cui parla il capitolo 11, sono il simbolo di questo, rappresentano tutta la Chiesa e la loro testimonianza è come il modello della nostra esperienza cristiana. Devono attestare davanti al mondo, in concreto, nella prospettiva dell’Apocalisse, a Roma che è il centro del potere politico, è il centro culturale del mondo e proprio lì debbono andare ad annunciare, a testimoniare la parola di Dio.

Sono vestiti di sacco, profetizzano fuori del tempio e sono descritti come Elia e Mosè; Elia, perché si dice: hanno il potere di chiudere il cielo, perché non cada pioggia nei giorni del loro ministero profetico (Elia ha annunciato il giudizio di Dio sul popolo di Israele e ha chiuso il cielo con la carestia); Mosè, perché si dice: Essi hanno anche potere di cambiare l’acqua in sangue e di colpire la terra con ogni sorta di flagelli (Si fa riferimento alle piaghe d’Egitto).

Sono capaci di compiere segni, di manifestare l’intervento di Dio. Di loro si dice che compiono la loro missione, ma vengono perseguitati, attaccati e, alla fine, uccisi dalla bestia: la bestia che sale dall’Abisso farà guerra contro di loro, li vincerà e li ucciderà.

I due testimoni che rappresentano la Chiesa, hanno dato tanto filo da torcere agli interpreti che si chiedono chi siano, in concreto, questi due personaggi. Sono forse Pietro e Paolo che sono morti a Roma? Sono altre immagini diverse della funzione sacerdotale e profetica del popolo di Dio?

Non importa.

Quello che è chiaro per tutti è che questi rappresentano la Chiesa che è fondamentalmente, per l’Apocalisse, testimone nel mondo. La testimonianza implica anche la possibilità del martirio.

Abbiamo incontrato, nella lettera alla Chiesa di Pergamo, questo aspetto: «Antipa, il mio fedele testimone, fu messo a morte nella vostra città, dimora di satana»[51], quindi c’è stata un’esperienza di questo genere; quando si parla di Babilonia, l’Apocalisse la rappresenta come «ebbra del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù»[52] cioè come quella che desidera ardentemente bere il sangue dei mariti, dei testimoni.

Di per sé la testimonianza non è la morte in quanto tale; di questi testimoni si dice che vengono uccisi, ma quando hanno finito la loro opera.

L’irrinunciabile alternativa

La testimonianza consiste nel pronunciare una parola in pubblico che attesta la realtà di qualche cosa, vuol dire porre davanti al mondo la verità misteriosa dell’azione di Dio, della presenza di Dio.

Diventare testimoni significa questo: rendere presente al mondo Dio, fare in modo che il mondo non possa fare a meno di confrontarsi con Dio e con la Sua parola.

Qual è il problema vero che sta sotto alla testimonianza e alla vita della Chiesa? È sempre quello: Dio o gli idoli? Dio o il paganesimo? Chi è il vero Dio? Di chi l’uomo può e deve diventare servo? Di fronte a chi l’uomo deve piegare le ginocchia?

Questo è il vero problema. Le deve piegare di fronte al mondo con la sua potenza di denaro o di forza? Le deve piegare davanti agli idoli, strutture che l’uomo si è fatto con le sua mani, o le deve piegare di fronte al Dio vivo e vero, invisibile e misterioso? Chi è il vero Dio?

Questo dramma, questa lotta, era già presente nell’Antico Testamento, in particolare nel libro del profeta Isaia, quando Nabucodonosor ha conquistato Gerusalemme e gli Ebrei sono stati deportati in Babilonia. Là essi vissero a contatto con una religione pagana, con una selva infinita di dei che la gente onorava e che si presentavano come dei salvatori.

È nato quindi il problema: chi è il vero Dio? È il dio di Babilonia che ha vinto o è il Dio di Israele che ha perso, che è stato sconfitto (Israele è un popolo sconfitto!)?

Il Dio di Israele mantiene ancora la forza divina o ha dovuto cedere di fronte alla superiorità degli dei di Babilonia?

Il problema per gli Ebrei è stato scottante, perché la tentazione di andare con i vincitori, di salire sul loro carro è stata grande ed è una tentazione di sempre quella di mollare il dio che ci ha abbandonato, che si è mostrato incapace di difenderci.

Contro questa tentazione lotta il profeta Isaia:

«Ascoltatemi in silenzio, isole, e voi, nazioni, badate alla mia sfida! Si accostino e parlino; raduniamoci insieme in giudizio. Chi ha suscitato dall’oriente colui che chiama la vittoria sui suoi passi? Chi gli ha consegnato i popoli e assoggettato i re?»[53].

Viene descritto una specie di processo in cui si discute tra Dio e gli dei di Babilonia. Il Dio di Israele si manifesta, sfida gli dei di Babilonia per vedere chi è il vero Signore della storia, chi è che decide gli avvenimenti e la sorte dell’uomo.

«Fa’ uscire il popolo cieco, che pure ha occhi, i sordi, che pure hanno orecchi. Si radunino insieme tutti i popoli e si raccolgano le nazioni. Chi può annunziare questo tra di loro e farci udire le cose passate? Presentino i loro testimoni e avranno ragione, ce li facciano udire e avranno detto la verità. Voi siete i miei testimoni – oracolo del Signore miei servi, che io mi sono scelto perché mi conosciate e crediate in me e comprendiate che sono io. Prima di me non fu formato alcun dio né dopo ce ne sarà. Io, io sono il Signore, fuori di me non v’è salvatore. Io ho predetto e ho salvato, mi son fatto sentire e non c’era tra voi alcun dio straniero. Voi siete miei testimoni – oracolo del Signore e io sono Dio»[54].

In questo processo Dio deve dimostrare di essere il vero dio. Che cosa fa?

Semplicemente si manifesta perché Dio è il Dio vero, è il Dio che È, mentre gli idoli non sono, sono tutto fumo, tutta apparenza. In realtà non c’è vita in loro: «Hanno orecchi e non odono, hanno narici e non odorano. Hanno mani e non palpano, hanno piedi e non camminano; dalla gola non emettono suoni»[55], sono del tutto impotenti. Dio, invece, è un Dio operante e attendibile.

Chi sono i testimoni di questo fatto? Gli israeliti. Perché hanno sperimentato la salvezza di Dio, ne hanno fatto l’esperienza, perché Dio li ha guidati, creati, custoditi, protetti: sono il segno concreto nella storia che Dio c’è. Se Israele esiste, se questo piccolo popolo, che non ha nessuna forza militare per difendersi, riesce a resistere di fronte a Babilonia, (resistere non nel senso di vincere, ma nel senso del rimanere lui, il suo popolo, senza essere annientato o assimilato), il motivò è Dio, è la salvezza di Dio.

Si può leggere a questo proposito nel libro del profeta Isaia: «Ora così dice il Signore che ti ha creato, o Giacobbe, che ti ha plasmato, o Israele: “Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni”».[56]

Allora siccome Israele lo ha fatto Dio, Israele ne è il testimone; basta che manifesti quello che lui è come popolo del Signore, perché Dio venga proclamato di fronte alle nazioni.

Gesù Cristo: il testimone di Dio

C’è un testimone nell’Apocalisse, in fondo ce n’è uno solo, ma fedele e verace; questo testimone è Gesù Cristo. Gesù è l’unico testimone di Dio.

Perché è l’unico?

Perché Dio si rivela in Lui, perché se voi guardate Gesù Cristo vedete Dio. Provate ad ascoltare i dialoghi, le parole che dice: sono parole di Dio; provate a vedere i gesti che compie, le sue guarigioni: sono opera di Dio. Provate a guardare la sua passione e la sua morte: è la rivelazione di Dio. Dio lì c’è.

Nella vita di Gesù Cristo Dio c’è e c’è chiarissimamente, c’è evidentissimamente proprio perché Gesù è vissuto in una perfetta obbedienza al Padre; in Gesù, il Padre si vede benissimo, è trasparente. Gesù non ha messo nessun ostacolo, nessun velo, nessun paravento, niente che impedisse il passaggio della volontà di Dio attraverso di Lui.

Per questo Gesù è il testimone.

Israele è il testimone di Dio, ma Gesù riassume tutta la vita di Israele in sé, perché pur essendo un popolo stupendo si porta dietro i suoi peccati che sono dei veli, degli ostacoli che non lasciano “passare” del tutto la volontà di Dio, proprio perché c’è una disubbidienza, c’è un rifiuto ostinato; è un popolo dalla dura cervice che non sa piegare il collo, che non è più capace di piegare la testa. Israele si porta dietro questa difficoltà.

In Gesù Cristo la missione d’Israele diventa pulita, perfetta: è il testimone vero.

Parlare con coraggio

E la Chiesa?

Adesso Gesù esercita la sua testimonianza attraverso i cristiani. Sono testimoni anche loro ma lo sono per partecipazione perché sono una cosa sola con Gesù Cristo; siccome sono suoi servi, sono legati e consacrati a Lui: dato che Gesù Cristo è il testimone, anche i credenti diventano testimoni.

La loro funzione fondamentalmente è quella di essere profeti: con la loro parola e con la loro vita debbono annunciare Gesù Cristo, debbono dire l’amore di Dio per gli uomini. La Chiesa non ha il diritto di rimanere muta di fronte alle nazioni, deve parlare con coraggio e parlare di fronte a un mondo ostile.

«I loro cadaveri rimarranno esposti sulla piazza della grande città, che simbolicamente si chiama Sòdoma ed Egitto, dove appunto il loro Signore fu crocifisso»

Dal punto di vista geografico c’è qualcosa che non quadra perché la grande città viene indicata come Babilonia rappresentante di Roma, poi viene chiamata Sodoma ed Egitto, poi diventa Gerusalemme dove il loro Signore fu crocefisso. Allora è Babilonia o Roma o l’Egitto o Sodoma o Gerusalemme?

Sono tutte insieme, perché tutti questi nomi rappresentano il paganesimo, il rifiuto di Dio: Roma in quanto capitale dell’impero pagano; Babilonia, in quanto simbolo dell’opposizione a Dio; Sodoma, come la città dell’impurità, della degradazione morale; l’Egitto, come luogo dell’oppressione; Gerusalemme, non ogni Gerusalemme con un valore simbolico positivo, ma la Gerusalemme che ha ucciso Gesù Cristo.

Sono tutte un’unica realtà, sono tante facce dell’unica opposizione al messaggio dell’amore, della volontà di Dio, del rispetto per l’uomo, dell’amore, della fraternità e della misericordia.

Rimanere fedeli

Questo deve fare la Chiesa, sapendo bene la difficoltà del suo compito, perché la profezia dei due testimoni tormenta gli abitanti della terra:

«Gli abitanti della terra faranno festa su di loro, si rallegreranno e si scambieranno doni, perché questi due profeti erano il tormento degli abitanti della terra».

Come è possibile che la testimonianza resa all’amore di Dio diventi un tormento? Come è possibile che venga sentita come una minaccia?

Proclamare l’amore di Dio vuol dire dare all’uomo una straordinaria sicurezza e libertà nella vita, questo è verissimo, però proclamare l’amore di Dio vuol dire chiedere all’uomo una profondissima conversione, chiedergli di non vivere più per se stesso, ma di accogliere la vita degli altri, dire di sì alla vita di tutti, quindi anche alle persone antipatiche, o alle persone pesanti.

Proclamare l’amore di Dio vuol dire inoltre accettare di giocare la propria vita, di mettere come criterio fondamentale non la realizzazione di sé (uno può cercarla, ma questa non costituisce più il criterio fondamentale), perché il criterio fondamentale diventa il dono di sé.

Questo è un messaggio stupendo, per molti aspetti affascinante, ma anche esigente, duro, con il quale a volte ci scontriamo.

Il mondo, gli abitanti della terra, quel mondo che si è costruito una struttura di vita basata sull’avere e sulla forza del proprio potere, o sull’apparenza, si trova di fronte a un messaggio che lo mette in crisi, e davanti ad esso i casi diventano due soli: o si accetta di convertirsi, o si cerca di cancellare il messaggio; o uno accetta di cambiare vita, o tenta di eliminare quelli che gli mettono davanti il messaggio.

Questo vuole significare l’espressione: i due profeti erano il tormento degli abitanti della terra, e hanno reagito nel modo descritto dal libro della Sapienza al capitolo 2, dove gli empi eliminano il giusto perché si pone davanti a loro come un rimprovero dei loro comportamenti, è come un atteggiamento che li mette continuamente in crisi, e siccome in crisi non ci vogliono stare troppo, spesso eliminano quello che provoca la consapevolezza di sé.

Mettono dunque a morte il testimone, ma qui viene il paradosso: il testimone viene proclamato come vincitore. Muore, ma vince, vince rendendo testimonianza, vince perché parla, semplicemente perché parla e perché dice la Parola di Dio.

Con la certezza della vittoria

Alla fine del libro dell’Apocalisse viene presentato un cavaliere:

«Poi vidi il cielo aperto, ed ecco un cavallo bianco; colui che lo cavalcava si chiamava “Fedele” e “Verace”: egli giudica e combatte con giustizia.

I suoi occhi sono come una fiamma di fuoco, ha sul suo capo molti diademi; porta scritto un nome che nessuno conosce all’infuori di lui. È avvolto in un mantello intriso di sangue e il suo nome è Verbo di Dio».[57]

Verbo di Dio, Parola di Dio: è il cavaliere fedele e verace, con il segno della verità del sacrificio della sua vita; questa è la vittoria di Cristo, è la vittoria del testimone insieme con lui.

Per l’Apocalisse non vuole dire vittoria nell’aldilà, cioè che i testimoni vincono perché saranno risuscitati, è vero anche questo, ma non è il motivo per cui vengono proclamati vincitori. Quando si dice che sono vincitori non si vuol dire che possono esercitare un dominio temporale sulle potenze politiche o religiose, non si parla di potere politico o religioso, niente di tutto questo. Il testimone è vincitore semplicemente perché ha parlato e ha detto la parola di Dio, perché ha proclamato l’amore di Dio.

Quando mantiene la fedeltà fino alla morte, quando continua ad annunciare la parola di Dio anche di fronte all’ostilità e assume sopra di sé il destino della morte, questa non è altro che il sigillo della sua vittoria, la morte è il segno di una testimonianza totale e assoluta.

Il libro dell’Apocalisse dirà un poco più avanti, in quell’inno che usiamo anche nel breviario:

«Ma essi lo hanno vinto (hanno vinto satana) per mezzo del sangue dell’Agnello e grazie alla testimonianza del loro martirio; poiché hanno disprezzato la vita fino a morire»[58].

Hanno saputo rimanere fedeli al loro compito di testimonianza anche a prezzo della vita e questa è il sigillo della loro vittoria.

In questo modo è stato contrapposto al potere dell’impero romano il potere dei testimoni della parola di Dio. L’Apocalisse è davanti ad un’istituzione politica di una forza unica, come appunto è l’impero romano, che è l’impero vittorioso (l’imperatore si chiama proprio “vittorioso” è uno dei titoli che gli vengono attribuiti), e proclama che è destinato alla sconfitta, anche se ciò appare paradossale, é detto da una comunità che fa ridere per la sua piccolezza e povertà.

Non pensate al miliardo e oltre di persone che oggi fanno parte della Chiesa cattolica; quando Giovanni scrive l’Apocalisse, sono piccolissime le comunità sparse nel grande impero romano; sono comunità delle quali ci si comincia appena ad accorgere, e che si possono tranquillamente prendere sotto gamba.

Giovanni annuncia la sconfitta dell’impero come incarnazione del potere tirannico, di un potere assoluto dove non c’è obbedienza a Dio, non c’è il riconoscimento della sua sovranità e quindi della sua volontà, dove non c’è l’etica nel comportamento come modo di obbedienza a Dio.

Alla Chiesa invece viene fatta una promessa, e la promessa è solo questa:

«farò in modo che i miei due Testimoni, vestiti di sacco, compiano la loro missione di profeti per milleduecentosessanta giorni».

Non viene garantito il successo, ma la possibilità di profetizzare: “farò sì che possano profetizzare per mille-duecentosessanta giorni”.

La Chiesa c’è per questo, e in fondo le basta ciò: poter annunciare il Vangelo, la parola di Dio “vestita di sacco”. Vestita di sacco vuol dire in una condizione di umiltà, di povertà, di debolezza, senza armi, avendo come unica arma la parola di Dio, che però è un’arma tremenda, è una spada fiammeggiante – dice il profeta Isaia –, è un martello che spacca la roccia – dice Geremia. Questa è la forza che la comunità cristiana possiede.

«Dopo tre giorni e mezzo, un soffio di vita procedente da Dio entrò in essi e si alzarono in piedi, con grande terrore di quelli che stavano a guardarli. Allora udirono un grido possente dal cielo: «Salite quassù» e salirono al cielo in una nube sotto gli sguardi dei loro nemici».

Questi testimoni hanno conosciuto la morte ma, poiché la loro morte è una partecipazione a quella di Cristo, termina nella risurrezione e nell’ascensione: partecipano della gloria del Signore come ne sono stati testimoni.

A questo punto c’è la conclusione; è interessante perché rivela un grave terremoto, e a questo siamo abituati perché si è riscontrato anche per la morte del Signore, per la Pasqua del Signore, e lo capiamo.

Perirono in quel terremoto settemila persone. Da dove è preso questo numero? Probabilmente dal primo libro dei Re, quando Elia è così avvilito che dice “tanto io valgo meno dei miei padri”, e avrebbe voglia di lasciare tutto; allora deve fare il pellegrinaggio all’Oreb, al Sinai, per incontrare il Signore e ritrovare la forza di fare il profeta.

Il Signore gli dice: «Io mi sono risparmiato in Israele settemila persone, quanti non hanno piegato le ginocchia a Baal e quanti non l’hanno baciato con la bocca»[59].

Nel libro dei Re sono rimasti in settemila: sono un piccolo resto.

Nell’Apocalisse viene capovolta la prospettiva: settemila sono i periti, gli altri, «i superstiti, presi da terrore davano gloria al Dio del cielo».

Dopo i castighi la gente ha continuato a bestemmiare, a rubare, a uccidere e a commettere adulterio: i castighi non li hanno convertiti, la testimonianza sì. Questa testimonianza, la morte dei testimoni, porta alla glorificazione di Dio, induce a dare gloria a Dio. Vi arrivano per vie traverse, con fatica, ma vi arrivano. In fondo la testimonianza della Chiesa giunge a produrre quello che è il suo frutto, anche se, paradossalmente, attraverso una apparente sconfitta, un apparente fallimento.

Chiamati a prolungare la testimonianza di Gesù

È interessante questo capitolo undici perché indica il compito che la Chiesa ha nella storia: c’è un progetto di Dio che dobbiamo conoscere e amare. Ne deriva una domanda: noi che cosa ci facciamo in questo progetto? Siamo semplicemente oggetto delle cose che succedono?

No! Noi abbiamo un compito preciso ed è quello di testimoniare Dio davanti alle genti, ai pagani.

Il problema è sempre quello: Dio o gli idoli!

In realtà l’unico testimone fondamentale è Gesù Cristo, ma noi siamo una cosa sola con Lui e quindi chiamati a prolungare la Sua testimonianza: “come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi»[60]. Siccome il Padre mi ha mandato per rivelare il suo amore, io mando voi perché continuiate e portiate a compimento la mia opera.

La Chiesa fondamentalmente deve fare questo, con la sicurezza che questa testimonianza è efficace anche se procede insieme con la tribolazione e col martirio, nella convinzione però che l’annuncio della parola è sempre una vittoria.

Uno può dire che queste cose erano molto più vere un tempo che non adesso; ora, almeno dalle nostre parti, di martirio in senso fisico non ce n’è tantissimo. Questo accade, in fondo, anche per un paradosso: siccome viviamo in una società fondamentalmente relativista, detta “del pensiero debole”, uno non si scalda mai troppo, banalizza qualunque cosa, anche la più grande.

Non vale la pena di muoversi troppo per perseguitare il cristianesimo, nemmeno per combatterlo; serve di più, ed è tipico della società di oggi, l’indifferenza o il fastidio; il tirare su le spalle o il guardare da un’altra parte, quindi il non prendere sul serio l’annuncio della Parola di Dio, dell’amore, o l’annuncio del giudizio e della speranza.

Per molti aspetti la società in cui viviamo è notevolmente diversa da quella di Giovanni, e quindi, dell’Apocalisse; per certi aspetti questa nostra società è anche più complicata perché se combattere contro un avversario è molto difficile, però è certamente molto più chiaro, come comportamento dell’ avere a che fare con un indifferente, con uno non interessato, con uno che ha altri problemi e che è difficile anche da scuotere.

Posta questa differenza, la realtà rimane fondamentalmente la stessa: il compito della Chiesa è l’annuncio rivolto a questa società pagana, dove Dio non c’è, o meglio dove Dio è irrilevante.

Non è che la gente non creda in Dio, ma fa fatica a prenderlo sul serio, a fare delle scelte conformi alla Sua volontà. Le scelte le facciamo con delle altre motivazioni, poi Dio ce lo aggiungiamo un poco come consolazione, come conforto soprattutto in alcuni momenti della vita, ma non in modo decisivo: non ha in mano Lui il gioco della nostra vita.

*** ***

Occorre ancora annunciare a questa società, a questo mondo, l’amore di Dio e le esigenze del suo amore, che è assolutamente gratuito, ma proprio per questo straordinariamente esigente: deve mettere in crisi, deve suscitare conversione e deve essere accolto per quello che è, quindi anche con questi aspetti di fatica e di sofferenza.

La testimonianza rimane sempre il nostro compito in un modo o nell’altro.

Dobbiamo fare vedere che nella nostra vita è cambiato qualcosa perché c’è Dio, e dobbiamo, con la nostra vita, proclamare appunto, che Dio c’è.

Dio c’è perché cambia qualcosa: cambia il mio modo di pensare, di parlare, di agire, di valutare le cose e gli avvenimenti: cambia il mio modo di rapportarmi con gli altri.

Capitolo sesto
La Pasqua al centro della storia del mondo

«Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena nato. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, ove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni.

Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli. Allora udii una gran voce nel cielo che diceva: «Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo, poiché è stato precipitato l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte. Ma essi lo hanno vinto per mezzo del sangue dell’Agnello e grazie alla testimonianza del loro martirio; poiché hanno disprezzato la vita fino a morire. Esultate, dunque, o cieli, e voi che abitate in essi. Ma guai a voi, terra e mare, perché il diavolo è precipitato sopra di voi pieno di grande furore, sapendo che gli resta poco tempo».

Ora quando il drago si vide precipitato sulla terra, si avventò contro la donna che aveva partorito il figlio maschio. Ma furono date alla donna le due ali della grande aquila, per volare nel deserto verso il rifugio preparato per lei per esservi nutrita per un tempo, due tempi e la metà di un tempo lontano dal serpente. Allora il serpente vomitò dalla sua bocca come un fiume d’acqua dietro alla donna, per farla travolgere dalle sue acque. Ma la terra venne in soccorso alla donna, aprendo una voragine e inghiottendo il fiume che il drago aveva vomitato dalla propria bocca.

Allora il drago si infuriò contro la donna e se ne andò a far guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che osservano i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù. E si fermò sulla spiaggia del mare».[61]

Un segno grandioso

L’immagine mi sembra straordinaria. Il contenuto che Giovanni vuole trasmettere è fondamentalmente il significato della Pasqua, degli avvenimenti pasquali che stanno al centro della storia del mondo.

C’è prima un segno grandioso: «Una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle.»

Questa immagine viene dall’antico testamento, precisamente dal libro del profeta Isaia:

«Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te. Poiché, ecco, le tenebre ricoprono la terra, nebbia fitta avvolge le nazioni; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te».[62]

È il profeta che vede Gerusalemme collocata sul colle di Sion, e la vede illuminata dal sole mentre tutto intorno è ancora buio. Il sole colpisce prima di tutto, la città del Signore. Rivestita quindi di luce diventa essa stessa luce; non è una luce qualsiasi, ma è la bellezza di Dio, è la Sua luce che risplende sopra di lei. Una donna vestita di sole significa rivestita di quella gloria, di quella bellezza che riveste Dio stesso.

Ha la luna sotto i suoi piedi: è un simbolo abbastanza misterioso, ma credo che si possa dire che ha vinto la mutabilità. La luna è, per natura sua, il simbolo di ciò che cambia perché per quattordici giorni cresce, per altrettanti cala, poi scompare, poi torna, e così via… la luna è tutta un “su e giù”. Essere “lunatici” vuole dire appunto cambiare facilmente d’umore. Questa donna ha la luna sotto ai suoi piedi, ha in qualche modo superato la fragilità, il ritmo proprio debole della nostra condizione umana.

Ha sul suo capo una corona di dodici stelle (12 è il numero del popolo di Dio). Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Questo parto travagliato che sta per avvenire è il centro della storia del mondo, perché quello che deve nascere è il Messia, è il rappresentante e la presenza di Dio in mezzo agli uomini.

Il travaglio della donna sta a significare i secoli che hanno preceduto questa nascita: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge»[63].

Questa pienezza dei tempi ce ne ha messo a venire!

Ci sono voluti Abramo, Isacco, Giacobbe, Davide e i profeti, l’esilio in Babilonia, le sofferenze degli uomini di Israele perché venisse il tempo adatto per la nascita di questo Figlio di Dio, di questo Messia in mezzo agli uomini.

Entra Dio nel mondo

Questo avvenimento è così decisivo ed importante che il testo dell’Apocalisse continua:

«Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena nato».

Che cosa sia il drago non c’è bisogno di dirlo, lo spiega Giovanni stesso: è il serpente antico, è il serpente della Genesi, è satana, è il simbolo stesso di quel male che è entrato in mezzo alla creazione, la domina e esercita un potere di falsità, di menzogna, di violenza, di cattiveria.

Il drago sà che quel bambino determina la fine del suo potere, che quella nascita è lo sgretolamento del suo regno: stà per nascere uno più forte di lui, e allora tenta in tutti i modi di impedire quello che sta per avvenire e si pone davanti alla donna per divorare il bambino appena nato.

Qualcuno, e credo non in modo sbagliato, ha fatto un parallelo tra questa scena e quella che sta all’inizio della vita pubblica di Gesù, la scena delle tentazioni.

Gesù sta per iniziare la sua vita pubblica, il suo ministero e satana lo attacca: vuole sgretolare quel progetto di Dio che sta compiendosi in Gesù, e gli pone tutta una serie di alternative al fare la volontà di Dio:

«Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane», oppure

«Se sei Figlio di Dio, gettati giù dal pinnacolo», o

«Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai»[64].

Questa serie di prove, è un’unica tentazione, è il tentativo di satana di deviare Gesù dalla sua strada, dal suo cammino di obbedienza a Dio, perché l’obbedienza di Gesù è la fine di satana.

Per questo satana dice a Gesù, facendogli vedere tutti i regni del mondo:

«Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri dinanzi a me tutto sarà tuo»[65].

È un tentativo di togliere il nemico, di trasformare il Messia – il figlio di Dio – in un suo supporter, in qualcuno che lo sostiene e che sta dalla sua parte; è disposto a dargli potere sul mondo intero a condizione che riconosca il suo potere e il suo dominio.

Quando dice a Gesù di buttarsi dal pinnacolo del Tempio e di farsi salvare, cerca di sviarlo dalla via della morte, della passione. “Fatti salvare! Sei figlio di Dio, dunque, devi compiere un cammino di gloria non certamente di morte. Fatti salvare! Ti spetta in quanto figlio di Dio”. Tutti questi sono tentativi di eliminare la presenza di Gesù che costituisce la fine del regno di satana.

La lotta drammatica

Quindi vi è una visione molto bellicosa. Certamente l’Apocalisse non è una descrizione di rose e viole: la storia è vista come una storia conflittuale dove tra bene e male non c’è compromesso e c’è una lotta profonda.

«Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena nato. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro».

Questo è una citazione del Salmo 2°, è la profezia di un salmo messianico che si realizza: «Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra. Le spezzerai con scettro di ferro, come vasi di argilla le frantumerai»[66].

«… e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono».

È il riferimento alla risurrezione e all’ascensione. Il “subito” significa che nel contesto della storia della salvezza la vita di Gesù Cristo è un attimo; sono un attimo la sua passione, la sua morte, la risurrezione e la glorificazione. Quello che vuole dire è che questo bambino viene sottratto alla minaccia di satana, è condotto e portato verso Dio, entra nella dimora divina, nella gloria di Dio: fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono, appunto per avere quel potere eterno e universale che gli spetta.

«La donna invece fuggì nel deserto, ove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni».

Le espressioni un tempo, due tempi e la metà di un tempo, oppure tre anni e mezzo, oppure milleduecentosessanta giorni sono lo stesso modo, la stessa formula. Significano un tempo non infinito, un tempo abbastanza limitato, lungo ma limitato.

La Chiesa in cammino

Chi è questa donna nel deserto? È la Chiesa stessa che inizia, dopo la Pasqua del Signore, il suo pellegrinaggio nel mondo.

Israele aveva camminato quarant’anni nel deserto prima di arrivare alla terra promessa e la Chiesa cammina anche lei i suoi milleduecentosessanta giorni nel deserto per arrivare alla terra promessa. Fa un pellegrinaggio.

L’idea che la Chiesa sia pellegrina sulla terra è fondamentale per noi: siamo dei pellegrini, siamo sulla terra, ci camminiamo volentieri ma come pellegrini, ospiti. L’immagine della comunità cristiana è quella della parrocchia. La parrocchia è la quasi casa: è una casa provvisoria, è una tenda piantata, ma che deve poi essere levata perché non è lì che abitiamo, siamo di passaggio. La Chiesa deve percorrere il suo cammino nella storia, nel deserto della storia; direbbe il concilio: “Tra le gioie e le consolazioni, tra le tribolazioni e le fatiche ma anche tra le gioie e le consolazioni del Signore”.

In questo deserto deve essere nutrita; ma da chi? Evidentemente dal Signore. È Lui che nutre la Chiesa; essa non va avanti con le cose del mondo, va avanti con la Parola di Dio, con l’Eucaristia: questo è il suo nutrimento.

Il nutrimento dei pellegrini è l’Eucaristia, è il viatico quello che serve per il sostentamento in via. Quando uno è in via, quando uno è in cammino allora ha bisogno di cibo, di viatico: l’Eucaristia. La Chiesa cammina così.

Poi di quello che è avvenuto, viene data una misteriosa e grande descrizione: scoppia una guerra nel cielo, ed è come esprimere il significato della Pasqua:

«Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo».

Michele vuol dire “chi è come Dio?”, ed è quel nome che esprime la unicità di Dio, è la sua inarrivabilità.

Dio è trascendente e nessuno davanti a Lui può stare al suo livello: tutti davanti a Dio debbono chinare le ginocchia. Non è un caso che sia Michele il capo delle schiere celesti perché il contenuto della lotta è proprio questo: è affermare a chi appartiene il potere in cielo e cioè il potere universale.

Bisogna ragionare come ragionavano gli antichi: quanto più uno va in alto, tanto maggiore è il suo potere; se uno va in cielo, il suo potere è totale, domina tutto. Allora si tratta di sapere a chi appartiene il cielo: Michele e i suoi angeli combattono e sconfiggono il drago e i suoi angeli.

«Non ci fu più posto per essi in cielo». Non c’è più posto per questo potere grande di satana, è un potere sgretolato: dopo la Pasqua non esiste più questa forza:

«Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli. Allora udii una gran voce nel cielo che diceva: «Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo, poiché è stato precipitato l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte. Ma essi lo hanno vinto per mezzo del sangue dell’Agnello e grazie alla testimonianza del loro martirio; poiché hanno disprezzato la vita fino a morire. Esultate, dunque, o cieli, e voi che abitate in essi. Ma guai a voi, terra e mare, perché il diavolo è precipitato sopra di voi pieno di grande furore, sapendo che gli resta poco tempo».

Nel cielo la battaglia è vinta, quindi è vinta la battaglia definitiva. La sconfitta di satana è ormai irrevocabile, la Pasqua l’ha privato del suo potere, l’obbedienza di Cristo a Dio l’ha privato della sua potenza. Il sangue di Cristo ha vinto, è vittorioso.

Insieme con Cristo, a motivo del sangue dell’Agnello, sono vittoriosi tutti i testimoni dell’Agnello, tutti quelli che con la loro parola e con la loro vita proclamano che Dio c’è e che Dio è il Signore; sono vincitori quelli che proclamano che niente è come Dio, quindi non hanno idoli, non si prostrano davanti al mondo, non si lasciano sedurre o spaventare: giacché hanno bisogno di pane, non diventano però gli adoratori del pane; siccome hanno bisogno di gratificazioni, non diventano gli adoratori delle gratificazioni; poiché hanno bisogno di stima sociale, non diventano però i mendicanti della stima a qualunque prezzo, a prezzo di menzogna o di cattiveria.

L’idolatria è il vero peccato: tutti gli altri peccati ne sono delle sottospecie. Il peccato vero è non riconoscere che Dio è Dio e quindi attribuire quello che spetta a Lui a qual cos’altro: o al denaro, o alla bella figura, o al successo, o al piacere o a quello che si vuole. In qualche modo è privare Dio della gloria che gli spetta: ogni peccato è in questa categoria fondamentale. Quelli che hanno reso testimonianza all’Agnello sono quelli che con la loro vita hanno proclamato, invece, che Dio è Dio, e l’hanno fatto in modo così forte da accettare anche la morte per questo, senza averne paura.

La nostra certezza

Nella concezione del nuovo testamento il non avere paura della morte vuol dire non temere niente, perché tutti gli attaccamenti che noi viviamo sono delle sottospecie della paura della morte.

Ci attacchiamo al mondo, ai soldi (e si diventa avari), alle persone (e si diventa possessivi), al successo… ci attacchiamo a qualunque cosa, ma ognuna è della sottospecie della morte, è un tentativo di allontanarla, perché la morte fa paura a tutti.

Ci vuole una fede grande per non averne paura, non tanto dal punto di vista psicologico ma da quello che determina le scelte, i comportamenti, per cui può manifestarsi istintivo l’attaccamento ai soldi, ma quando questo attaccamento lo faccio diventare scelta, allora si trasforma effettivamente in avarizia. Finché è impulso istintivo delinea semplicemente la fragilità dell’uomo, il suo limite, la sua povertà; il problema è che questo non diventi scelta, non diventi comportamento libero che dipende da me e dal mio progetto: questo sarebbe il vincere la paura della morte.

Nella lettera agli Ebrei c’è scritto che Cristo, passando attraverso la morte e risorgendo, ha liberato quelli che, per paura della morte, erano sottomessi a schiavitù per tutta la vita[67], cioè ha liberato quelli che sono schiavi dell’attaccamento alle cose, al mondo.

Il martire è colui che ha vinto il mondo perché ha qualche cosa di più solido del mondo stesso a cui attaccarsi, tanto che è disposto ad accettare la morte.

Accettare la morte vuol dire avere come sicurezza, come libertà, come fondamento della libertà, qualche cosa di più grande della morte e del mondo stesso.

«Ora quando il drago si vide precipitato sulla terra, si avventò contro la donna che aveva partorito il figlio maschio».

Il drago ha già persa la guerra perché si è compiuta in cielo, si è compiuta nel confronto tra le schiere di Dio e di satana. Ma non sono finite le battaglie sulla terra, anzi paradossalmente queste si inaspriscono perché il diavolo sa che gli resta poco tempo, e allora gioca tutte le carte contro la donna e contro la sua discendenza, contro la comunità dei credenti (rappresentati da questa donna), e contro tutti quelli che hanno fede nel Signore.

«Ma furono date alla donna le due ali della grande aquila, per volare nel deserto verso il rifugio preparato per lei per esservi nutrita per un tempo, due tempi e la metà di un tempo lontano dal serpente».

Queste ali della grande aquila ricordano l’uscita degli Ebrei dall’Egitto:

«Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me»[68].

Quando gli Ebrei sono usciti dall’Egitto, il Signore li ha condotti; non hanno dovuto far niente se non lasciarsi portare: era il Signore che li ha portati come un’aquila guida gli aquilotti ancora incapaci di volare.

La Chiesa è pellegrina nel deserto, ma non è senza lo sguardo premuroso di Dio: Dio la accompagna e la protegge di fronte a tutti i pericoli, di fronte alla lotta di questo drago che si mette a combatterla: non può più vincere il Figlio, si mette a combattere la madre.

«Allora il serpente vomitò dalla sua bocca come un fiume d’acqua dietro alla donna, per farla travolgere dalle sue acque. Ma la terra venne in soccorso alla donna, aprendo una voragine e inghiottendo il fiume che il drago aveva vomitato dalla propria bocca».

Vi è ancora un riferimento dal libro dell’Esodo. Il mare non ha sommerso gli israeliti, il popolo di Dio che vi è passato in mezzo, è stato protetto; qui è la terra che protegge la donna e quindi la libera da questo fiume di acqua, da questo mare che il drago le lancia contro.

«Allora il drago si infuriò contro la donna e se ne andò a far guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che osservano i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù. E si fermò sulla spiaggia del mare».

La lotta non è finita, anzi incomincia. Il drago ha perso contro il Figlio, ha perso contro la donna in quanto tale, allora deve combattere i figli della donna, i credenti, e questo è quello che viene descritto nel capitolo successivo.

«Vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e su ciascuna testa un titolo blasfemo. La bestia che io vidi era simile a una pantera, con le zampe come quelle di un orso e la bocca come quella di un leone. Il drago le diede la sua forza, il suo trono e la sua potestà grande. Una delle sue teste sembrò colpita a morte, ma la sua piaga mortale fu guarita.

Allora la terra intera presa d’ammirazione, andò dietro alla bestia e gli uomini adorarono il drago perché aveva dato il potere alla bestia e adorarono la bestia dicendo: «Chi è simile alla bestia e chi può combattere con essa?».

Alla bestia fu data una bocca per proferire parole d’orgoglio e bestemmie, con il potere di agire per quarantadue mesi. Essa aprì la bocca per proferire bestemmie contro Dio, per bestemmiare il suo nome e la sua dimora, contro tutti quelli che abitano in cielo. Le fu permesso di far guerra contro i santi e di vincerli; le fu dato potere sopra ogni stirpe, popolo, lingua e nazione. L’adorarono tutti gli abitanti della terra, il cui nome non è scritto fin dalla fondazione del mondo nel libro della vita dell’Agnello immolato. Chi ha orecchi, ascolti: Colui che deve andare in prigionia, andrà in prigionia; colui che deve essere ucciso di spada di spada sia ucciso. In questo sta la costanza e la fede dei santi.

Vidi poi salire dalla terra un’altra bestia, che aveva due corna, simili a quelle di un agnello, che però parlava come un drago. Essa esercita tutto il potere della prima bestia in sua presenza e costringe la terra e i suoi abitanti ad adorare la prima bestia, la cui ferita mortale era guarita. Operava grandi prodigi, fino a fare scendere fuoco dal cielo sulla terra davanti agli uomini. Per mezzo di questi prodigi, che le era permesso di compiere in presenza della bestia, sedusse gli abitanti della terra dicendo loro di erigere una statua alla bestia che era stata ferita dalla spada ma si era riavuta. Le fu anche concesso di animare la statua della bestia sicché quella statua perfino parlasse e potesse far mettere a morte tutti coloro che non adorassero la statua della bestia. Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome. Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d’uomo. E tal cifra è seicentosessantasei».

Sempre pronti a scegliere Dio

Il drago deve quindi combattere la sua lotta contro la discendenza della donna, ma come? Attraverso due bestie: la prima viene dal mare, la seconda dalla terra.

La prima è spaventosa, tremenda, terribile; ha dieci corna e sette teste, simbolo di potenza e di sovranità, e su ciascuna testa ha un titolo blasfemo, anzi le viene data una bocca per proferire parole d’orgoglio e bestemmie ed ha il potere di agire per quarantadue mesi.

«Fu data una bocca», ma da chi fu data?

Il passivo nella Bibbia generalmente sta per Dio stesso, è il passivo di Dio: è Dio che concede alla bestia la bocca per proferire parole di orgoglio, quindi parole di rifiuto di Dio.

Che cosa è questa bestia che viene dal mare? Dicono. I commentatori dicono che sia il potere politico, sia l’impero di Roma che si presenta come divino, che pretende di prendere il posto di Dio. Gli imperatori incominciano a chiedere un culto come divino, si presentano come dei e come salvatori: Domiziano si impone come un dio salvatore, quindi come il contrapposto a Dio e questo significa la bestia.

La bestia quindi è una realtà del mondo che riceve il potere, la forza, il trono, la potestà dal drago, da satana.

Addirittura «una delle sue teste sembrò colpita a morte, ma la sua piaga mortale fu guarita»: diventa una specie di risurrezione. Il potere politico ha conosciuto le crisi, ma le ha superate e proprio perché si è mostrato molto forte seduce gli uomini che si prostrano, lo adorano, lo seguono: «La terra intera presa d’ammirazione, andò dietro alla bestia e gli uomini adorarono il drago perché aveva dato il potere alla bestia e adorarono la bestia dicendo: «Chi è simile alla bestia e chi può combattere con essa?».

Questo è la scimmiettatura del culto a Dio che dice: «Chi è come Dio?». Qui gli uomini dicono: «Chi è come la bestia?». Hanno confuso Dio con il potere; quest’ultimo ha preso il posto di Dio e appare ai loro occhi così grande da giustificare qualunque cosa.

Se il potere comanda di ammazzare, si ammazza; se comanda di bruciare o mentire, si brucia o si mente. Questo è adorare il potere, questo è adorare la bestia, o meglio adorare il drago che ha dato il potere alla bestia.

Quando l’uomo diventa adoratore di ciò che si presenta come forte ed è disposto ai compromessi, alle ingiustizie, alla cattiveria e alla menzogna perché glielo chiedono il potere e la forza, allora è diventato idolatra, sta adorando satana.

Gli adoratori di satana, in senso stretto, sono quelle strane sette costituite da persone un tantino svitate, ma gli adoratori di satana veri stanno laddove viene riconosciuto al potere una capacità assoluta di comando. Gli adoratori di satana stanno in noi e nelle nostre ingiustizie quando entriamo in questo compromesso; spero non in modo radicale, ma noi tutti ci portiamo dietro la tentazione di adorare quello che è grande e di diventarne servi e schiavi.

«L’adorarono tutti gli abitanti della terra, il cui nome non è scritto fin dalla fondazione del mondo nel libro della vita dell’Agnello immolato».

I casi sono solo due. O si diventa testimoni dell’Agnello o si diventa adoratori della bestia. Non ci sono vie di mezzo. O veramente si riconosce Dio come Dio, o di conseguenza si finisce per adorare il mondo, la bestia e le sue manifestazioni.

Poi c’è quell’espressione strana ma profondamente importante: «Chi ha orecchi, ascolti: Colui che deve andare in prigionia, andrà in prigionia; colui che deve essere ucciso di spada di spada sia ucciso. In questo sta la costanza e la fede dei santi».

In questa lotta può essere chiesto al credente di andare in prigionia, e può essere chiesto anche di essere ucciso di spada. Qui sta il comportamento vero del credente, la costanza e la fede dei santi: sapere accettare quello che Dio pone davanti anche se, in concreto, pone la tribolazione, la sofferenza.

Appare poi un’altra bestia, meno appariscente della precedente che si presenta come agnello: vestita di agnello, in pelle di agnello che però parla come un drago e le sue parole la smascherano.

Che cosa è questa bestia? La prima, dicevamo, è il potere politico, quello che ha la forza dalla sua parte. Questa invece è il potere spirituale, o culturale, o filosofico, o di pensiero: è la bestia che serve alla prima come strumento per farsi adorare e per riuscire nel suo intento, deve farsi passare per giusto. Il potere assoluto è radicalmente oppressivo, ma questo non lo può manifestare, deve fare vedere alla gente che in realtà è giusto, che è bello e onorevole adorare questa bestia; è una bestia forte, potente.

Bene, la seconda bestia è quella che giustifica l’adorazione alla prima. È quella che con le parole, la propaganda, la filosofia storta, giustifica il potere oppressivo, l’ingiustizia. C’è anche un modo di giustificare l’ingiustizia, c’è anche un modo di giustificare la menzogna.

Fate caso a quelle forze che dominano l’opinione pubblica: tendono a fare passare per vero quello che è falso, a far passare per buono, per bene, quello che è male, a confondere le cose, a sollevare un polverone così grande che nessuno capisce più niente, che non si capisce chi è che ha sbagliato, chi è il giudice, chi è l’imputato.

Questo è un modo per far “passare” l’adorazione alla bestia, è un modo per impedire di vedere la realtà delle cose, l’oppressione, la falsità e l’ingiustizia.

Quindi questa seconda bestia è tremendamente moderna e antica. Anche al tempo dell’impero romano c’era un sacerdote imperiale che serviva per rendere religioso l’omaggio all’imperatore, quindi lo giustificava dal punto di vista religioso. C’era anche tutta una serie di accoliti dell’impero che doveva giustificare la grandezza di Roma e quindi il diritto di Roma di comandare: “Tu regere romane gentes imperare mementum” (Ricordati, romano, che il tuo compito è quello di comandare la gente, di comandare sui popoli).

Questo è un tentativo di giustificare che può andare bene nel potere politico in sé, ma nel potere politico assoluto, che opprime diventa un pasticcio grosso, diventa la giustificazione del male facendolo passare per bene, facendolo riconoscere come giusto.

Il macchiavellismo va in questa direzione. Macchiavelli non giustifica dal punto di vista etico, però, alla fine, dice che la politica con l’etica non ha niente a che fare; che, dal punto di vista politico non si deve stare a valutare se un comportamento è giusto o sbagliato, se ammazzare quella persona è giusto o sbagliato, ma si deve vedere se è utile o non utile, e questo è un criterio radicalmente opposto.

La seconda bestia rovina la testa, la capacità di giudicare, di valutare, perché confonde le carte in tavola e conduce ad adorare il potere, ad adorare la prima bestia.

Inoltre fa dei prodigi: «Le è concesso di animare la statua della bestia […], faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome».

È un ricatto economico; è come dire: “O tu prendi la mia tessera o tu a lavorare non ci vai; o tu stai dalla mia parte o non riesci a comprare; o tu prendi il marchio dell’appartenenza a me o io ti tiro via il cibo davanti, ti faccio morire di fame”.

Questo applicatelo a tutta una serie di situazioni che sono antiche e anche moderne, che sono quei ricatti di cui si serve un potere ingiusto per mantenere il suo dominio, per costruire quella rete di protezione di sé, che è l’adorazione della gente. Questo potere ha bisogno di un consenso di adorazione, e lo ottiene o ricattando o in altri modi: “O tu fai quello che fa la maggioranza della gente o tu sei fondamentalmente un emarginato, messo alla periferia della società, schernito e rifiutato”.

Sono quei ricatti che un credente, un uomo fondamentalmente onesto, può incontrare nel cammino della sua vita: per fare carriere, per poter vivere, per realizzarsi, per compiersi c’è il rischio di entrare in questa spirale di compromessi.

*** ***

Questi due capitoli dicono il senso della storia attraverso il mistero pasquale: si deve partire da qui, dalla contemplazione di quello che è avvenuto nella Pasqua perché è la nostra speranza; se si guarda solo a quello che avviene nel capitolo tredici, si perde la speranza di fronte alla grandezza del potere e alla situazione della seconda bestia. Bisogna partire dal capitolo dodici e da quel dramma che si è compiuto nel cielo, che ha avuto come protagonisti la donna, il figlio, Michele con i suoi angeli.

Questa è la nostra sicurezza: la battaglia decisiva è già stata vinta, non la dobbiamo combattere noi; l’ha combattuta e vinta Gesù Cristo. A noi tocca, nel cammino della storia, sostenere l’assalto del drago che si serve, per questo, delle due bestie: del potere politico e del potere propagandistico. Dobbiamo sapere resistere alla tentazione del potere o alla tentazione della giustificazione utilitaristica che invece di cercare la verità e il bene, cerca quello che conviene. Dobbiamo lottare resistendo fondamentalmente contro queste forze che accompagnano tutta la storia dell’uomo.

Capitolo settimo
Giornata di deserto

Mettersi alla presenza del Signore

Seguendo i testi che abbiamo meditato, vorrei dare alcune linee di riflessione da ripercorrere in questa giornata di deserto.

Il primo capitolo dell’Apocalisse è una visione preparatoria e dovrebbe servire a metterci alla presenza del Signore e riuscire ad averne la più ricca immagine possibile.

Si tratta semplicemente di fare questo esercizio: mettersi alla presenza del Signore. Per esempio, se siamo a fare adorazione davanti a Gesù Eucaristia, possiamo arricchire l’esperienza dell’Eucaristia con alcune di quelle immagini che ci sono state proposte nel primo capitolo dell’Apocalisse: «A colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue»[69].

Questa è una stupenda immagine del Signore: partendo da una frase di questo genere, potete iniziare con Lui un dialogo d’amore perché è «colui che ci ama», ed un dialogo di ringraziamento perché «ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue».

Invece di dire “ci ha” provate a mettere la seconda persona: “ci hai liberati dai nostri peccati con il tuo sangue» e questa è già preghiera. Se vi ci soffermate mezzo minuto, o un minuto, o anche un’ora, questa è preghiera!

E continuando il testo: «…che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen»[70], diventa «Hai fatto di noi un regno di sacerdoti per il tuo Dio e Padre, a te la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen».

In questo primo capitolo c’è una serie di immagini del Signore, del Padre e di Gesù Cristo che ci può arricchire. Naturalmente l’esercizio diventa più difficile quando si legge:

«Vidi sette candelabri d’oro e in mezzo ai candelabri c’era uno simile a figlio di uomo con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro», però se avete la pazienza di ricordare le cose che dicevamo, ci ritrovate il Signore che cammina in mezzo alla sua Chiesa.

Questa è una bellissima immagine. In mezzo alle chiese concrete, alle comunità parrocchiali…, lì c’è il Signore: lo vediamo che cammina in mezzo a noi, lo vediamo come sacerdote con quella lunga tunica che significa la dignità sacerdotale. È sacerdote perché ha offerto il vero sacrificio, l’unico vero sacrificio: la sua vita.

Lo vediamo anche come re, e lo riconosciamo tale. Questa ammissione non si fonda su un dato di fatto, ma è una professione di fede, è dire “è il nostro re!” e quindi “io gli appartengo” e “lo riconosco”.

Allora “occorre girare” su queste immagini come arricchimento del nostro rapporto con il Signore.

Questo per quanto riguarda il primo capitolo dell’Apocalisse.

Esame di coscienza

I capitoli 2 e 3 invece contengono le sette lettere alle Chiese dell’Asia e queste sono un esame di coscienza e un incoraggiamento perché vengono riconosciute delle cose belle.

Ci sono delle cose belle nella vostra vita! Non è proibito vedere che il Signore ha lavorato, che avete dei briciolini di fede… briciolini soli, però di vera fede che viene dal Signore, come non è proibito riconoscere che c’è un cammino di carità e di servizio nella vostra vita. Non ci vuole molto per rendersene conto, e allora vale la pena che sentiate l’approvazione del Signore su tutto questo materiale di cui è fatta la vostra vita.

Il servizio ai poveri che vivete, lo vivrete con tanti limiti, però lo vivete, e credo ci sia un sì del Signore: “conosco le tue opere”, so che c’è una ricerca della carità, del servizio. Quindi dovete sentire anche questo.

Poi fate anche l’esame di coscienza per le cose che non funzionano, per la tiepidezza, quella che ricordavamo nella lettera alla Chiesa di Laodicea. C’è anche questo nella nostra vita, però rammentate sempre quello che ci ha detto quel brano: «Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo»[71], quindi li rimprovero non perché mi sono indifferenti e li castigo non perché voglio loro male. Castigo perché voglio bene, perché mi interessa così tanto che siate belli, della bellezza del Signore, che finché non lo siete, vi castigo (castigo va inteso nel senso del rimprovero, della conversione).

Quindi i capitoli 2° e 3° sono fondamentali esami di coscienza; possono servire per la preparazione alla celebrazione del sacramento della penitenza, possono servire come richiamo ai propositi – gli esercizi terminano con qualche proposito – e in questi capitoli riceviamo tanti stimoli per ritrovarne.

Apriamo il libro della nostra vita

I capitoli 4° e 5° presentano l’Agnello immolato come la chiave della storia: a partire dall’Agnello si può dissigillare il libro dei 7 sigilli.

Potreste, ed è un esercizio come tanti, dissuggellare il libro della vostra vita, perché anche questo ha delle chiusure, e dissigillarlo davanti a Lui.

La nostra vita è una storia; la vita di ogni uomo è una storia, e la si può raccontare in tanti modi. Si può raccontare come una cronaca (nel 1942 la nascita e il Battesimo, nel 1948 la Cresima, ecc. ecc.), però la si può anche raccontare come l’avventura di un dialogo con il Signore.

Se voi siete nati, è perché vi hanno voluto i vostri genitori; siete nati perché qualcuno vi ha chiamati a vivere, perché c’è una vocazione del Signore, siete una chiamata del Signore. Allora cominciate a raccontare la vostra storia proprio da quella chiamata del Signore alla quale dovete imparare a dire di sì.

Bisognerà che diciate che siete contenti di essere stati chiamati a vivere. Il dire di sì alla vita sembra la cosa più banale di questo mondo, ma, in realtà, è la scelta più grossa che noi facciamo. La facciamo implicitamente molte volte, ma è una scelta fondamentale: non ho deciso io di vivere, però tocca a me dire di sì a quello che qualcun altro, il Signore, ha deciso.

Poi la storia. Ci sono dei momenti fondamentali nella nostra vita che possiamo rileggere, raccontare davanti al Signore, davanti all’Agnello immolato. Questo vuol dire leggere la nostra storia in riferimento alla Pasqua, perché deriva da lì, dall’amore del Signore per noi e perché porta i lineamenti della Pasqua nei nostri peccati – (per i quali i Signore è morto) – nel perdono del Signore – (che la Pasqua ci ha donato) – nella possibilità di vita nuova che viene dalla Pasqua – (il Battesimo è la liberazione).

Tutto questo è il racconto della nostra vita, ma in questa prospettiva, come ha fatto sant’Agostino quando ha scritto le “Confessioni”. Confessioni vuol dire proclamare la grandezza di Dio raccontando la propria vita come azione del Signore, come Sua chiamata. Allora il Signore è grande perché con “roba” come siamo noi compie una storia di salvezza, un cammino di salvezza.

Prendiamo coscienza delle nostre «crepe»

I capitoli 6 e 7 ci ricordano le crepe che ci sono nel mondo.

Vale la pena che riconosciamo quelle che ci sono nella nostra vita, cioè tutti quegli elementi di limite, di povertà, di miseria, di morte che sono inevitabili e che ci rimandano al di là del mondo e delle cose, che ci obbligano a non fermarci semplicemente in esse, ma a cercare il Signore al di là dei nostri fallimenti.

Così quei capitoli ci ricordavano l’importanza della pazienza, della capacità di sopportare il tempo: abbiamo davanti a noi una speranza immensa, però sperimentiamo in noi una distanza grande che, a volte, ci fa soffrire, per i nostri limiti e errori. I tempi li definisce il Signore; non possiamo avere l’agitazione e l’ansia del volere subito il risultato o il traguardo, ma dobbiamo avere la pazienza per sopportare il tempo.

Quando si è gettato un seme bisogna aspettare, perché se uno va a tormentare la terra per vedere se il seme sta germogliando, non fa altro che rovinare tutto, che impedire il germoglio tranquillo.

Bisogna gettare il seme e poi avere la pazienza di aspettare che il Signore lo faccia maturare a modo suo.

Sempre nei capitoli 6° e 7°, c’è il richiamo alla nostra identità di battezzati. Occorre riscoprire allora che noi siamo stati ripuliti dal sangue dell’Agnello che ci ha resi popolo del Signore, sua appartenenza.

Rileggeteli sempre con il rendimento di grazie al Signore per il Battesimo e per quello che ha fatto di noi.

Essere testimoni

Dal capitolo 11 dovrebbe essere abbastanza possibile trarre il riferimento alla nostra vita: è il capitolo della testimonianza.

Se ha un senso la vita è per il fatto che siete testimoni. Quindi ritrovate in quei due testimoni il modello e dovrete chiedetevi che cosa vuol dire essere testimoni. Siccome l’unico testimone verace è Gesù Cristo, voi guardate come Lui ha fatto a fare il testimone del Padre, poi chiedetevi come fate voi, come nella vostra vita c’è il rimando alla presenza di Dio, il segno che Dio sta operando. C’è qualche cosa che avviene nella vostra vita perché c’è Dio? Dio cambia qualcosa nella vostra vita, nel vostro modo di pensare, nel vostro modo di parlare, di agire?

Se volete essere testimoni bisogna che Dio cambi qualcosa, perché se, con Dio o senza di Lui, la vita è la stessa, vuol dire che Dio è praticamente irrilevante. Ci sono certamente delle cose nella nostra vita che vengono dalla presenza del Signore: il servizio, il vestito che portate (perché non credo lo portiate per tanti altri motivi se non per il Signore!), però vale la pena che vi interroghiate sul come, sul perché possiamo rendere questa testimonianza al Signore.

Scegliere senza compromessi

I capitoli 12 e 13 dovrebbero proporre un esame di coscienza sui compromessi che ci sono nella nostra vita, sugli idoli. È vero che non abbiamo degli idoli totalizzanti, perché per fortuna celebriamo l’Eucaristia e preghiamo, quindi il riferimento al Signore nella nostra vita c’è, però è vero che ci sono degli altri idoli.

Idolo vuol dire un qualche cosa che fa fare delle scelte non vere e non buone perché servono per raggiungere quella cosa lì. I soldi di per sé non sono un idolo, però diventano tali quando fanno fare qualcosa di sbagliato, quando dicono “Ci vuoi? Vuoi averci? Allora dì una menzogna, allora sii ingiusto”. Se io accetto il ricatto dei soldi, sono diventati un idolo per me: poco o tanto – secondo l’importanza delle scelte che ci fanno fare – ma sono un idolo.

Il discorso delle due bestie, del drago che dà il potere alle bestie, è un discorso che ci deve coinvolgere perché è una lotta inevitabile, dalla quale nessuno può esimersi; nessuno può dire di essere esonerato dalla lotta perché è una lotta che dobbiamo fare tutti, tutti i giorni e che possiamo fare se ci rendiamo conto della qualità dei nostri compromessi e delle realtà della nostra vita dove non è il Signore a comandare, ma è una o l’altra bestia, ma è il bisogno di possedere, di raggiungere, o qualche cosa di questo genere, di congiunto al mondo.

Io vi consiglio di rileggere i brani in questo modo, e molto semplicemente di fare questa lettura davanti al Signore trasformandola in dialogo. La preghiera è poi semplicemente questo: dare del “tu” al Signore. Se voi gli date del “tu” e glielo date amando, la preghiera è perfetta.

Se è vero quello che diceva Santa Teresa d’Avila, la preghiera non consiste nel pensare molto, ma nell’amare molto. Prendete l’Apocalisse come occasione per dialogare con il Signore, dialogare amando.

Capitolo ottavo
Una parola di consolazione

Dopo la marcia nel deserto dovrebbe esserci l’ingresso nella terra promessa: questo chiediamo al Signore per questi ultimi due giorni di esercizi.

L’ultimo brano che avevamo commentato era quello del drago e delle sue due bestie; subito dopo viene l’immagine tremenda del giudizio di Dio e, in mezzo allo scatenamento dei flagelli escatologici, c’è una specie di quadro di riposo e di consolazione, come un’immagine dei credenti insieme all’Agnello. Questa immagine ci deve dare sicurezza, speranza e deve servirci anche da verifica del nostro atteggiamento spirituale.

«Poi guardai ed ecco l’Agnello ritto sul monte Sion e insieme centoquarantaquattromila persone che recavano scritto sulla fronte il suo nome e il nome del Padre suo. Udii una voce che veniva dal cielo, come un fragore di grandi acque e come un rimbombo di forte tuono. La voce che udii era come quella di suonatori di arpa che si accompagnano nel canto con le loro arpe. Essi cantavano un cantico nuovo davanti al trono e davanti ai quattro esseri viventi e ai vegliardi. E nessuno poteva comprendere quel cantico se non i centoquarantaquattromila, i redenti della terra. Questi non si sono contaminati con donne, sono infatti vergini e seguono l’Agnello dovunque va. Essi sono stati redenti tra gli uomini come primizie per Dio e per l’Agnello. Non fu trovata menzogna sulla loro bocca; sono senza macchia»[72].

Il nuovo popolo di Dio

La prima apparizione è quella dell’Agnello ritto sul monte Sion e non ci stupisce più di tanto perché, ormai lo conosciamo, è il simbolo del Cristo vittorioso, del Cristo risorto, è in piedi e quindi vittorioso. È sul monte Sion perché su questo monte era costruita la città santa, la città di Gerusalemme diventata, nella Bibbia, il luogo tradizionale di riunione dei riscattati, dei salvati. Quando infatti gli Ebrei escono dall’Egitto, dalla schiavitù, devono andare vero la libertà, verso la Terra promessa, essa è simboleggiata da questo monte che sta al centro della terra promessa ed è il luogo dove i riscattati si ritrovano, si radunano. È il luogo della Chiesa, della congregazione dei riscattati dal Signore.

Nel libro di Sofonia si trova la seguente profezia: «In quel giorno non avrai vergogna di tutti i misfatti commessi contro di me, perché allora eliminerò da te tutti i superbi millantatori e tu cesserai di inorgoglirti sopra il mio santo monte. Farò restare in mezzo a te un popolo umile e povero; confiderà nel nome del Signore il resto d’Israele. Non commetteranno più iniquità e non proferiranno menzogna; non si troverà più nella loro bocca una lingua fraudolenta. Potranno pascolare e riposare senza che alcuno li molesti»[73].

Al centro c’è il monte Sion, il luogo su cui è costruita Gerusalemme; lì il Signore elimina ogni superbo millantatore, tutti quelli che si credono chissà chi vengono tolti. Su quel monte rimane ad abitare il resto di Israele, cioè quella piccola parte di Israele che rappresenta il Suo cuore, la Sua realtà ideale, il Suo significato vero.

Qual’è la caratteristica di questo resto?

«Un popolo umile e povero», umile e povero tanto da potere confidare nel nome del Signore, non in se stesso, nelle propria forza o nella propria intelligenza, e nemmeno nella propria virtù, ma unicamente nel nome del Signore. Allora questo popolo diventerà un popolo pulito, santificato da Lui.

Capite allora cosa vuol dire il testo? L’agnello ritto sul monte Sion e le 144.000 persone che recavano scritto sulla fronte il suo nome e il nome del Padre suo, sono il resto di Israele: questo è il nuovo popolo di Dio, umile e povero, che riceve la sua vita e la sua gioia dall’Agnello.

Sono quelli, dice il testo, che portano il nome dell’Agnello, e il nome del Padre suo. Anche questa è un’immagine tratta dall’Antico Testamento. Portare il nome del Signore vuol dire appartenergli, vuol dire avere come identità quella di “salvato dal Signore”, e ritroviamo questa espressione nel libro del profeta Geremia:

«Se le nostre iniquità testimoniano contro di noi, Signore, agisci per il tuo nome! Certo, sono molte le nostre infedeltà, abbiamo peccato contro di te. O speranza di Israele, suo salvatore al tempo della sventura, perché vuoi essere come un forestiero nel paese e come un viandante che si ferma solo una notte? Perché vuoi essere come un uomo sbigottito, come un forte incapace di aiutare? Eppure tu sei in mezzo a noi, Signore, e noi siamo chiamati con il tuo nome, non abbandonarci!»[74].

Noi siamo peccatori, le nostre iniquità testimoniano contro di noi, non abbiamo nessun diritto e nessuna pretesa, allora Signore, agisci per il tuo nome. Devi fare vedere quello che Tu sei; e, siccome ci consideri tuo popolo devi salvarci proprio perché si riveli la tua grandezza, la tua misericordia, perché Tu non appaia come un uomo sbigottito, che non sa che cosa fare, come un forte incapace di aiutare, che è diventato debole.

No! Dio non è debole, Dio rimane forte e rimane capace di aiutare e di salvare. Tu sei in mezzo a noi, Signore e il tuo nome è stato invocato sopra di noi, noi siamo chiamati con il tuo nome, non abbandonarci.

Il profeta Geremia affronta questo tema in un altro brano: «Quando le tue parole mi vennero incontro, le divorai con avidità; la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore, perché io portavo il tuo nome, Signore, Dio degli eserciti»[75].

Nel Battesimo ci viene consegnato il nome del Signore, veniamo chiamati con il Suo nome, apparteniamo a Lui. Il nome del Signore è un sigillo di appartenenza.

Rimanere con il Signore

Sul monte Sion insieme all’Agnello stanno quelli che portano il nome del Signore e che proprio per questo stanno insieme a lui.

Si legge: «ecco l’Agnello ritto sul monte Sion e insieme centoquarantaquattromila persone»[76] che stanno quindi con il Signore. Stare con Gesù è la caratteristica del discepolo, che naturalmente ha da fare tante cose, ma la cosa fondamentale è stare con il Signore, rimanere con Lui.

«Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto[77]»: si tratta di rimanere, di accompagnare e infatti, continua il brano, «Udii una voce che veniva dal cielo, come un fragore di grandi acque e come un rimbombo di forte tuono». È una citazione dal libro di Ezechiele.

Poi riprende ed è sorprendente, perché dovete sentire negli orecchi un fragore che rimbomba, che rende sordi, ma questo fragore cambia: «La voce che udii era come quella di suonatori di arpa che si accompagnano nel canto con le loro arpe»; diventa un canto delicato, bello che non colpisce violentemente ma che entra dolcemente dentro agli orecchi e al cuore.

Il cantico dei redenti

«Cantavano un cantico nuovo davanti al trono e davanti ai quattro esseri viventi e ai vegliardi. E nessuno poteva comprendere quel cantico se non i centoquarantaquattromila, i redenti della terra».

Questa idea del cantico nuovo ricorre spesso nel libro dei salmi, ma non pensate che un cantico sia nuovo perché sono nuove la parole, bensì che è nuovo perché è nuova l’esperienza da cui scaturisce.

Secondo la spiritualità biblica, dove Dio opera l’uomo deve rispondere con la lode, deve cantare perché cantare è fondamentale per la spiritualità biblica (cantare, si intende, con il cuore, anche con la voce, ma cantare nel senso di esprimere la riconoscenza profonda del cuore di fronte alle grandi opere di Dio).

Quando Dio agisce tu non puoi rimanere muto, tu devi cantare, devi lodare. Quando Dio compie qualcosa di radicalmente nuovo e definitivo, il canto deve essere un canto nuovo, cioè l’ultimo, grande, che non diventa vecchio con il tempo: è il cantico della fine dei tempi, è il canto del Paradiso, diremmo noi.

Questi cantavano un cantico nuovo, ma considerate che non è un canto che si impara facilmente, non lo imparano tutti: solo i riscattati lo possono imparare, gli altri rimangono stonati di fronte a questa musica, non riescono a leggerla e ad eseguirla, per loro rimane incomprensibile.

Ci riuscite voi! Sì, ci riuscite perché il Signore vi ha riscattato, perché portate il suo nome, perché avete fatto esperienza della misericordia di Dio, avete compreso la sua misericordia e la sua potenza di fronte a tutti i vostri peccati e a tutti i vostri limiti. Avendo fatto questa esperienza, siete in grado di ascoltare, di comprendere e di imparare questo canto.

Dicevo “voi”, ma chi sono questi “voi”? Ci sono quattro espressioni che descrivono i redenti, quindi che descrivono “voi”.

Coloro che appartengono al Signore

«Questi non si sono contaminati con donne, sono infatti vergini». Dicono i commentatori, e credo che sia corretto, che il discorso non è riferito ad una scelta ascetica, non a persone che hanno scelto per ascesi la verginità. In questo contesto la verginità è fondamentalmente spirituale, è l’integrità e la fedeltà della Chiesa che si custodisce immune da ogni contaminazione con l’idolatria del mondo.

La Chiesa è vergine, lo è fondamentalmente. Se è Chiesa, e rimane Chiesa, vive la verginità intesa come rifiuto di ogni contaminazione con l’idolatria, rifiuto di ogni contaminazione mondana.

La Chiesa appartiene al Signore, è consacrata a Lui, è quindi vergine in questo senso.

Se vive la sua consacrazione, la sua realtà è quella del distacco dall’idolatria; se non la vive perde la sua identità di Chiesa, la sua fisionomia. La Chiesa è essenzialmente questo.

Quello di cui parla la lettera agli Efesini: «Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata»[78].

L’ottica è questa: la contrapposizione è alla mondanizzazione della Chiesa in senso negativo, è alla idolatria.

È chiaro che la Chiesa deve innestarsi nel mondo, deve diventare cultura, come si dice oggi; deve cioè tradurre il Vangelo che possiede in comportamenti, in pensieri, anche in strutture, che hanno i loro limiti, però tentano di esprimere la novità e la bellezza del Vangelo e della carità. Quindi la Chiesa deve rimanere immune da quella contaminazione mondana che è la contaminazione con gli idoli del mondo, come il denaro e i suoi figli, che girano tutti più o meno lì intorno. Questa è la prima immagine.

È vero che non si parla della verginità, come scelta ascetica concreta, ma si parla della Chiesa nel suo complesso, quindi in costoro che stanno accanto all’Agnello sono compresi anche gli sposati.

È però significativo che l’immagine sia quella della verginità, perché vuole dire che la verginità come stato di vita esprime nella Chiesa in modo sociale quella identità che è di tutta la Chiesa, quella consacrazione totale al Signore che è di tutti, ma che si esprime nello stato della verginità. Ne è un’immagine, ne è una concretizzazione.

La Chiesa nel suo complesso si rispecchia nella scelta della verginità: dove questa scelta è vissuta, e quindi, esprime la consacrazione, la chiesa ci si ritrova. Per questo anche il carisma della verginità ha un’importanza determinante nella identità, nell’equilibrio della Chiesa.

Intimamente uniti al Signore

«Seguono l’Agnello dovunque va». Questo è stupendo! Seguono l’Agnello dovunque vada, hanno lo stesso destino, sono ormai inseparabili. C’è una solidarietà di amore che indissolubilmente li lega. Dovunque vada l’Agnello, lo seguono.

Potete riprendere alcuni brani, per allargare la riflessione, come il capitolo primo di San Giovanni, dove si parla dei due discepoli del Battista che vedono passare Gesù, sentono il loro maestro che lo indica come “l’Agnello di Dio”, allora:

«I due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: «Che cercate?». Gli risposero: «Rabbì (che significa maestro), dove abiti?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio»[79].

Andarono e si fermarono, cioè sono andati a stare con Lui; hanno accettato questo legame di appartenenza con Lui. Da quel momento in poi lo seguono, dovunque vada.

Di fatto il tema della sequela, che è all’inizio del Vangelo, lo trovate esattamente in quel brano stupendo di Pietro che deve rinnovare la sua promessa di amore dopo avere rinnegato il Signore: «Mi vuoi bene tu più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: “Pasci i miei agnelli”. E fin qui gli viene dato un compito, una missione.

Poi continua:

«In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi”. Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: «Seguimi»[80].

Seguimi!”. Vuol dire che Pietro in questo cammino deve fare da pastore, ma soprattutto dovrà arrivare a dare la vita per il Signore: “un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi”. Pietro servirà il Signore governando il gregge, ma servirà il Signore ancora di più seguendolo nel cammino della Passione.

È interessante, nel Vangelo di Giovanni, questo discorso della sequela, perché Pietro l’aveva capito, l’aveva impostato anche lui. Se ricordate durante l’ultima cena, quando Gesù annuncia che se ne deve andare, dice:

«Dove io vado per ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi». Pietro disse: «Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!». Rispose Gesù: «Darai la tua vita per me? In verità, in verità ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte»[81].

Pietro vorrebbe seguire Gesù, ma non può; in realtà andandogli dietro non farà altro che rinnegarlo per tre volte.

Adesso è Gesù stesso che gli dice: “Seguimi!”. Prima gli aveva detto “ora tu non puoi seguirmi”, ora gli dice “Seguimi” e Pietro può farlo.

Ma perché prima no, ed ora sì? È diventato più forte di carattere? No. Semplicemente perché di mezzo c’è la morte di Gesù; è la morte che dona a Pietro la capacità di seguirlo fino alla morte.

Questa capacità del seguire, dell’andare dove va l’Agnello, i redenti non l’hanno per forza propria, ma per forza derivata, ricevuta per dono, per grazia: è l’amore con cui ci ama il Signore, quello che ci lega a Lui, che suscita anche il nostro amore di risposta, il nostro amore di appartenenza.

C’è quindi un ritratto semplicissimo dei redenti, ma credo ricco di conseguenze: sono quelli che seguono l’Agnello ovunque vada.

Si diceva che le nazioni della terra andavano dietro alla bestia ammirate per la sua grandezza. Si tratta di scegliere: o seguire la bestia (quindi il potere, la forza che viene riconosciuta come invincibile) o seguire l’Agnello che affascina non tanto per una forza materiale, ma per la forza del suo amore, perché è come sgozzato, perché ha amato fino a dare la vita.

Naturalmente questo discorso di seguire l’Agnello lo potete concretizzare con tutta una serie di riferimenti biblici.

Quando san Paolo dice: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me»[82], appare la medesima affermazione dell’appartenenza.

Nella lettera ai Romani sta scritto:

«Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore. Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi»[83].

Sono tutte affermazioni di questa appartenenza al Signore.

Oppure potete riprendere quella preghiera di Sant’Ignazio che il sacerdote recitava in latino dopo la Messa; la traduzione dovrebbe essere così: «Signore prendi tutta la mia libertà, prendi la mia memoria, l’intelletto e tutta la volontà. Tutto quello che ho e possiedo me l’hai dato tu. Te lo restituisco totalmente e lo abbandono alla tua volontà perché tu lo governi. Dammi solo il tuo amore con la tua grazia e sono ricco abbastanza, e non ho più bisogno di altro». È una preghiera molto semplice ma molto bella di consacrazione al Signore, di appartenenza a Lui.

Frutti preziosi della redenzione

«Essi sono stati redenti tra gli uomini come primizie per Dio e per l’Agnello». È importante il fatto di essere “primizie” per Dio e per l’Agnello.

Le primizie sono i frutti più preziosi, più gradevoli, quelli che si gustano con un tantino di avidità proprio perché si è dovuto farne digiuno per molto tempo; poi quando le primizie sono pronte, allora vengono gustate con gioia.

Primizia è naturalmente Israele nell’Antico Testamento, e c’è un brano nel libro del profeta Geremia che bisogna d’imparare:

«Così dice il Signore: “Mi ricordo di te, dell’affetto della tua giovinezza, dell’amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto, in una terra non seminata. Israele era cosa sacra al Signore, la primizia del suo raccolto; quanti ne mangiavano dovevano pagarla, la sventura si abbatteva su di loro. Oracolo del Signore”»[84].

Dunque voi siete la primizia del Signore, la primizia del raccolto del Signore: Egli vi ha raccolto con amore, gli appartenete, e se qualcuno osasse alzare la mano contro di voi il Signore vi proteggerebbe e castigherebbe violentemente questi bestemmiatori e sacrileghi (sacrileghi perché siete una cosa sacra, appartenete al Signore come cosa sacra).

Questa è espressione di un rapporto di amore, di un fidanzamento.

«Mi ricordo di te, dell’affetto della tua giovinezza, dell’amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto, in una terra non seminata».

Una terra non seminata dal punto di vista esterno non dà tanto, non è un bel paesaggio che si attraversa volentieri semplicemente per il gusto di vederlo. No, questa è una terra aspra, pericolosa, difficile, che non si attraversa volentieri a meno che non si sia innamorati. Se uno è innamorato anche il deserto diventa bello, perché basta che ci sia la presenza del Signore, basta che ci sia Lui.

Lo seguono l’Agnello dovunque va proprio perché sono primizie del suo raccolto, perché vivono un rapporto di amore, di intimità, in fondo ancora di luna di miele.

Indivisi nel cuore

Ultima espressione che definisce questi redenti: «Non fu trovata menzogna sulla loro bocca; sono senza macchia».

Menzogna” lo dovete intendere non riferito esclusivamente all’ottavo comandamento, al non dire bugie, ma soprattutto alla menzogna che è idolatria. Siccome gli idoli sono niente, quello che gli idoli promettono è menzogna, è falso. Quando il denaro promette la felicità, la beatitudine, la realizzazione di una vita… è menzognero: il denaro non è capace di fare questo.

Dal punto di vista della verità dell’uomo il denaro è nulla, e quando l’uomo dà retta al denaro si lascia illudere da quello che è solo apparenza.

Questo non vuol dire che il denaro non abbia un suo valore a livello dell’economia, ma vuol dire che quando si presenta come il senso della vita, “io do senso alla tua vita”, dice una menzogna. Da quel punto di vista il denaro è niente, come è niente il mondo.

Mi è capitato, qualche giorno fà, di incontrare una persona che è stata pubblica, una di quelle persone che avevano un certo potere. Poi, causa citazioni di garanzia, ora è fuori dalla vita pubblica e – mi ha detto – è tornato a leggere il libro del Quoelet, perché l’autore ha capito tutto quando dice che tutto è vanità, tutto è vuoto, un infinito vuoto, un infinito niente. Questo uomo – Quoelet – si è affannato per realizzare chissà che cosa; dice di non aver negato niente di quello che gli occhi desideravano, di avere lavorato con le mani per produrre giardini, case, oliveti; tutto ha fatto per vedere che c’era qualcosa che lui aveva costruito. Alla fine si volta indietro, fa il bilancio e dice “è niente”, è come un inseguire il vento: prova a prenderlo se ci riesci, lo afferri nella mano e ti rimane vento, niente.

Il senso dell’idolatria è questo. Non è che il mondo sia niente. Il mondo è una meraviglia! È stupendo! Ma quando viene inteso come quello che dà senso alla vita dell’uomo, si sbriciola, diventa vento. Bisogna contare su qualcosa di più solido che non il denaro, o la bella figura, o la realizzazione economica e sociale, o altre di queste cose che hanno un certo valore al loro livello, si intende, ma non a quello del senso della vita.

Il senso della vita è più in là di queste cose, quindi la menzogna vuol dire questo.

Quando si dice che non fu trovata menzogna sulla loro bocca, si vuole indicare questa libertà dall’idolatria. Non hanno baciato gli idoli con la loro bocca, non si sono abbassati al nulla dell’idolatria.

Si può richiamare, a questo proposito la lettera ai Romani: «[…] essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa»[85].

Non vuoti, ma pieni del dono di Dio

Infine, sempre legato con quest’ultimo aspetto leggiamo che “Sono senza macchia”.

Nell’inno della lettera agli Efesini si dice: «Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità»[86].

Abbiamo dunque una vocazione alla santità e all’immacolatezza – per essere santi e immacolati – non solo davanti al mondo, (perché davanti alla gente uno con un po’ di attenzione ci riesce a passare per santo), ma santi e immacolati al suo cospetto, cioè davanti a Dio, e, davanti a Lui, la questione sta in modo molto diverso.

Dio ha gli «occhi così puri che non può vedere il male e non può guardare l’iniquità»[87]. Allora questa è una santità autentica, non semplicemente di facciata; è una immacolatezza autentica: questa è la nostra vocazione! Questo voi siete, non per capacità particolari da parte vostra, si intende, ma per grazia di Cristo.

Dice la lettera agli Efesini «In lui ci ha scelti». In Lui. È una scelta del Padre che si compie nella nostra vita, in Cristo, e solo in Cristo. Quindi la santità che noi abbiamo è una santità ricevuta da Lui, come un dono. Non è una costruzione che abbiamo fatto autonomamente. È puro dono della grazia di Dio, della quale, quindi, non ci possiamo vantare, ma della quale dobbiamo semplicemente rendere grazie.

Dietro a questo modo di esprimersi c’è il libro del Levitico, dove si dice che, quando si fanno dei sacrifici, bisogna offrire degli animali senza macchia. Se un animale è zoppo o ha un qualunque difetto non può essere offerto a Dio perché sarebbe come offrirgli qualcosa di non integro, di non pieno.

Questo discorso del Levitico ci riguarda solo perché fa riferimento a quel sacrificio vivo, santo, gradito a Dio che voi dovete essere, e che potete essere solo se state senza macchia, integri.

Termino con il versetto della prima lettera a Pietro:      «Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia»[88].

Voi siete stati liberati dalla condotta vana, vuota del peccato. Come siete stati liberati? Con il sangue prezioso di Cristo. Non con l’oro e l’argento, perché la santità non si può comperare, non è un look che si può alterare con un lifting o con quegli accidenti lì. La santità è un dono della grazia, un dono del sangue prezioso di Cristo; è una trasformazione del cuore che può venire unicamente da quella ricchezza di vita che sta nella passione del Signore.

Ritratto della Chiesa terrena

Questi cinque versetti che abbiamo cercato di commentare li dovete intendere come il ritratto della Chiesa terrena, delle comunità cristiane, il vostro ritratto, in quanto anche nella chiesa terrena si esprime il mistero della Chiesa celeste. La chiesa celeste è così, ma è così anche la Chiesa terrena.

Nella nostra vita ci portiamo dietro una serie di limiti e di mancanze, ma sono presenti anche queste realtà, che vi ricordo, e che dobbiamo verificare e custodire:

1.  Stare con l’Agnello portando il suo nome, quindi la consacrazione a Lui.

2.  Saper cantare il canto nuovo che è il canto dei redenti, quindi avere il cuore che canta per quello che Dio ha compiuto.

3.  La verginità intesa come integrità e fedeltà al Signore.

4.  Seguire l’Agnello, dovunque va, nella vita quotidiana, dove il Signore vi porta.

5.  Essere per il Signore come primizie, che appartengono a Lui e che vivono per Lui.

6.  Essere senza menzogna e senza macchia, nel senso del rifiuto di ogni idolatria o contaminazione mondana, in quel senso negativo del mondano che abbiamo detto.

Ecco, in questo siamo come chiamati a contemplare una visione riposante della Chiesa; questa è proprio bella come immagine, come visione, tanto più significativa perché è posta dopo le bestie e prima dei flagelli, quindi il contesto è piuttosto aspro, però contiene un piccolo quadro gioioso e riposante.

È da contemplare, ma soprattutto da fare entrare nella nostra vita; dobbiamo misurarci con questo modello di Chiesa.

*** ***

Vorrei precisare che noi salteremo alcuni capitoli, però varrebbe la pena che deste un’occhiata al resto del capitolo 14, ai capitoli dal 15 al 18 dove ci sono gli ultimi flagelli e c’è l’annuncio della caduta di Babilonia.

Se volete leggere qualcosa di affascinante dal punto di vista spirituale, vi consiglio il capitolo 18:

«È caduta, è caduta Babilonia la grande ed è diventata covo di demòni, carcere di ogni spirito immondo, carcere d’ogni uccello impuro e aborrito e carcere di ogni bestia immonda e aborrita […]. Uscite, popolo mio, da Babilonia per non associarvi ai suoi peccati e non ricevere parte dei suoi flagelli»[89].

Uscite da Babilonia: quando gli eremiti andavano nel deserto avevano l’impressione proprio di uscire da Babilonia. Non si tratta di uscire materialmente dalla città (potete andare anche nel cuore della città); bisogna cioè uscire da questa struttura di egoismo giustificato, di mancanza d’amore e di solidarietà. Bisogna uscire con l’adesione al Signore, con una fede che diventi effettiva, operante.

Il lamento su Babilonia dovrebbe servire per renderci conto che, quello che tante volte appare come seducente o immenso, in realtà è povero ed è senza futuro. Il futuro appartiene effettivamente alla scelta della solidarietà, dell’amore, della condivisione, di quelle piccole realtà che vanno nella direzione della comunione fra gli uomini e degli uomini con Dio.

*** ***

Domanda di una suora:

Ha detto che la vittima deve essere senza macchia, pura. Come facciamo noi ad offrirci senza macchia?

Risposta:

Noi possiamo fare un’offerta pura solo in Cristo, innestando la nostra offerta in quella del Signore.

Pensate all’Eucaristia: noi portiamo del pane e del vino, ma Dio non ha bisogno di questi doni e inoltre il pane e il vino sono le nostre azioni e quindi di difetti ne hanno tanti. Però invochiamo lo Spirito perché il pane e il vino diventino il Corpo e il Sangue del Signore e quello che offriamo è la nostra vita trasformata nella vita del Signore, nel Suo corpo e sangue. Quindi offriamo la nostra vita, ma trasformata nel Signore. Questa è un’offerta santa e gradita a Dio.

Domanda di una suora:

In questa offerta noi possiamo mettere anche la sofferenza dei nostri poveri? Nell’offerta della Messa possiamo mettere non solo i nostri sacrifici personali, la nostra vita, ma anche quella di coloro che ci sono stati affidati?

Risposta:

Altroché, perché è offerta di tutta la Chiesa e in particolare di quella realtà concreta che noi viviamo e i poveri effettivamente vi sono consegnati. Le persone innocenti, che vivono nella loro pelle una sofferenza, sono consegnati a tutta la Chiesa ed è lei, che insieme con loro, si offre al Signore. Questa è un’offerta anche più pura.

Capitolo nono
Cristo vincitore

Nel nostro cammino, guidati dall’Apocalisse, abbiamo ricordato i capitoli 16, 17, 18 dove viene annunciata la distruzione di Babilonia, che è la città dell’orgoglio e del lusso, la città dell’autosufficienza e dell’affermazione di sé senza limiti. Questa città è stata annientata in modo definitivo e irrecuperabile.

A questa parte del libro, che equivale a quello che sarebbe il giudizio negli oracoli dei profeti, corrisponde naturalmente l’altro aspetto della salvezza. Gli oracoli profetici hanno come due facce: la faccia di giudizio e la faccia di salvezza, di distruzione e di creazione nuova.

Dal capitolo 19 in poi c’è la visione finale che presenta la vittoria definitiva di Cristo ed è la promessa che l’Apocalisse fa ai suoi ascoltatori o lettori.

La promessa si esprime in questo modo:

«Udii poi come una voce di una immensa folla simile a fragore di grandi acque e a rombo di tuoni possenti, che gridavano: «Alleluia. Ha preso possesso del suo regno il Signore, il nostro Dio, l’Onnipotente. Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui gloria, perché sono giunte le nozze dell’Agnello; la sua sposa è pronta, le hanno dato una veste di lino puro splendente». La veste di lino sono le opere giuste dei santi. Allora l’angelo mi disse: «Scrivi: Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello!». Poi aggiunse: «Queste sono parole veraci di Dio»[90].

Un rapporto sponsale

Quindi il compimento della storia è visto da San Giovanni sotto l’immagine dello sposalizio. La storia tende a una comunione d’amore tra Dio e gli uomini; una comunione d’amore così totale e intima che può essere espressa solo dal simbolo fondamentale del matrimonio: le nozze dell’Agnello. Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello: sono parole che sono ormai entrate nel nostro patrimonio di memoria spirituale perché ci riconducono continuamente a quella unione con Dio che è l’Eucaristia, il cui contenuto è proprio la comunione con Lui.

Poi, appare Cristo, come ultimo giudice, in quella visione, che abbiamo già letto, del cavallo bianco e del cavaliere che è fedele e verace:

«Dalla bocca gli esce una spada affilata per colpire con essa le genti. Egli le governerà con scettro di ferro e pigerà nel tino il vino dell’ira furiosa del Dio onnipotente. Un nome porta scritto sul mantello e sul femore: Re dei re e Signore dei signori»[91].

Il cavaliere ha un mantello intriso di sangue e naturalmente ciò è un richiamo alla passione, alla morte del Signore. Il suo nome è “Verbo di Dio”. Porta un nome sul mantello e sul femore, cioè su quella parte del mantello che appoggia, sulle spalle e sulla parte del mantello che posa sulla gamba; porta scritto “Re dei re e Signore dei signori”: questo è uno dei tanti titoli cristologici dell’Apocalisse.

Tra i libri del Nuovo Testamento credo che l’Apocalisse sia quello che abbia la maggio abbondanza di titoli cristologici, cioè di piccole espressioni che riassumono l’identità di Gesù, e, tra le tante, c’è questa “Re dei re e Signore dei signore” che è un’affermazione potente se pensate cos’era un re o un signore nel contesto culturale dell’Impero Romano d’occidente.

Questo cavaliere che opera rapidissimamente il giudizio si manifesta nel capitolo 20°; viene raccontata la rivolta delle nazioni, il fallimento di questa rivolta, e il brano che ci interessa è la conclusione:

«Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: «Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio-con-loro”. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate». E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose»; e soggiunse: «Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci»[92].

Quale speranza?

Questo brano è da imparare a memoria, e vi spiego il perché.

Quel filosofo famoso che si chiamava Kant diceva che ci sono tre domande fondamentali che l’uomo non può eludere e alle quali deve cercare di rispondere: che cosa possiamo sapere; che cosa dobbiamo fare; che cosa possiamo sperare.

L’uomo si definisce dalla sua speranza. Si può dire: “Dimmi che cosa speri e ti dirò chi sei”. Se uno spera solo di vincere al totocalcio, si capisce che tipo di persona è; se uno spera nella carriera, questo definisce il suo comportamento, il suo atteggiamento nei confronti degli altri e a volte nei confronti della famiglia.

Che cosa possiamo sperare? Dal punto di vista cristiano quello che possiamo sperare è quello che abbiamo letto.

Prendetelo, naturalmente, non come una descrizione di cronaca del futuro ma come una serie di immagini. La speranza procede per immagini, procede per espressioni che allargano il cuore e che trascinano il comportamento verso una certa direzione e questo è uno dei brani più significativi, se uno vuole capire la speranza cristiana.

Cieli nuovi e terra nuova

Inizia con quella prima immagine: “Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più”.

Che cosa voglia dire l’Apocalisse con questa espressione bisogna andarlo a cercare nel libro del profeta Isaia, perché l’Apocalisse riprende una serie di testi dell’Antico Testamento.

È impossibile capire l’Apocalisse se uno non ha letto i profeti e se uno non ha letto il libro dell’Esodo perché in filigrana la carta su cui è scritta l’Apocalisse è l’Antico Testamento.

Al capitolo 65° di Isaia troviamo: «Ecco infatti io creo nuovi cieli e nuova terra; non si ricorderà più il passato, non verrà più in mente, poiché si godrà e si gioirà sempre di quello che sto per creare, e farò di Gerusalemme una gioia, del suo popolo un gaudio. Io esulterò di Gerusalemme, godrò del mio popolo. Non si udranno più in essa voci di pianto, grida di angoscia. Non ci sarà più un bimbo che viva solo pochi giorni, né un vecchio che dei suoi giorni non giunga alla pienezza; poiché il più giovane morirà a cento anni e chi non raggiunge i cento anni sarà considerato maledetto»[93].

È allora una creazione nuova: è gioia, è lo stupore di Dio, il gaudio di Dio, qualche cosa di cui Dio può esultare, dove non ci sono più grida di pianto e di angoscia.

Naturalmente il mondo attuale lo ha creato Dio, ma il mondo attuale ha qualche cosa che non corrisponde al progetto di Dio: ci sono delle realtà che sono entrate nella storia dell’uomo e nel mondo e che non corrispondono al progetto di Dio, al progetto iniziale.

Certamente il mondo è buono e Dio lo approva, però ci sono anche realtà che hanno bisogno di novità, per cui non viene cancellato il cielo ma c’è un cielo nuovo: non si tratta di eliminare la terra, ma di fare una terra nuova.

Il fatto che il mare venga tolto deriva dal valore simbolico del mare. Il mare è simbolo del caos e di quelle forze che sono ostili all’uomo (pensate al mar Rosso o ai draghi che abitano nel mare secondo la concezione Israelita), quindi si tratta di creare un mondo dove non ci sono realtà caotiche e di disturbo che rovinano il resto.

La Gerusalemme celeste

Poi in questi cieli nuovi e terra nuova “vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo”.

È significativo che l’immagine della speranza sia una città e non un’oasi, anche se uno potrebbe sognare benissimo una bella oasi con l’erba fresca e l’acqua bella dove potere dissetarsi o fare il bagno.

L’immagine della speranza è una città, cioè un luogo dove la gente è insieme; dove c’è una comunità (la città dovrebbe essere una comunità). Non si tratta di trovare il proprio eremo isolato, la nostra speranza è trovare una comunione vera e nuova tra gli uomini, rappresentata da una città: la nuova Gerusalemme che, notate, scende dal cielo per dire che non è la Babilonia che gli uomini hanno costruito.

La torre di Babele l’hanno fatta gli uomini, l’hanno voluta fare gli uomini e quello che ne è venuto fuori è stata una “babele”. Questa città scende da Dio, esce dal Suo cuore, dal suo amore, dalla sua intenzione e volontà; è iniziativa della grazia di Dio.

Naturalmente è una Gerusalemme che ha qualche cosa a che fare con la città umana, ma viene da Dio, quindi è grazia di Dio. In questo c’è una concezione tipicamente cristiana. Quando a cominciare, soprattutto dal 1700, è venuta fuori l’idea di progresso delle magnifiche sorti progressive dell’umanità, si immaginava che la storia umana fosse un miglioramento di crescita continua dove al traguardo, alla meta di questo cammino, ci sarebbe stata la felicità per tutti.

L’idea di progresso vuol dire questo: tutto quello che di male c’è adesso nel mondo è dovuto semplicemente alla mancanza di progresso. Quando il progresso sarà realizzato, allora avremo la felicità e naturalmente questa visione, un tantino ingenua, ha fatto fallimento. Non è affatto vero che il cammino dell’uomo è un cammino progressivo verso la gioia o verso la libertà, perché quando l’uomo procede certamente può crescere nella gioia, ma può crescere nel dolore, nella sofferenza; può creare degli strumenti di pace e degli strumenti di guerra, gli uni e gli altri: non esiste un meccanismo che garantisca il futuro.

Il traguardo, da un punto di vista cristiano, non è il risultato solo del cammino dell’uomo, ma il cammino dell’uomo è soprattutto la grazia di Dio.

Quello che la Bibbia vuole dire è che l’uomo non riesce a diventare uomo senza Dio. Per diventarlo l’uomo ha bisogno della natura, delle cose da conoscere e da usare; ha bisogno degli altri per dialogare, perché senza altre persone intorno non diventa uomo, rimane bestia. È il contatto con gli altri uomini che umanizza.

Ma per diventare veramente uomo, l’uomo ha bisogno di Dio. Questi lo apre alla pienezza del dono di sé, alla pienezza dell’amore, alla pienezza della condivisione, della solidarietà; altrimenti l’uomo non ce la caverebbe da solo.

La Gerusalemme celeste, questa comunione perfetta degli uomini, è comunione degli uomini che avviene come grazia di Dio. Si chiede tutto lo sforzo degli uomini. Faremo il congresso di Palermo proprio per i cieli nuovi e la terra nuova, sapendo bene che il risultato non è 1+1+1, ciascuno ci mette il suo e alla fine abbiamo il risultato; ma ciascuno ci mette il suo e Dio aggiunge la sua grazia e questa crea veramente la novità e la pienezza.

Pronta come una sposa adorna per il suo sposo”: richiama tutto il tema biblico dell’alleanza. Il rapporto tra Dio e Israele è un rapporto d’alleanza: “Io sono il vostro Dio e voi siete il mio popolo” ed è la formula del Cantico dei Cantici: «Il mio diletto è per me e io per lui»[94].

Non ho bisogno di preoccuparmi troppo di me perché ci pensa il Signore alla mia vita. È al Signore che è affidata la mia salvezza. Quindi non tocca a me preoccuparmene più di tanto. Io devo preoccuparmi della gloria del Signore, perché vivo per Lui, perché per Lui respiro e cammino. Questo scambio è lo scambio tipicamente matrimoniale: nel matrimonio, quando funziona bene, ciascuno vive per la gioia dell’altro e ciascuno è preoccupato della vita e del bene dell’altro. Ciascuno dice all’altro: “È bello che tu ci sia; mi interessa che tu ci sia e che tu sia felice”.

Nel rapporto con il Signore l’alleanza è proprio questa; si può esprimere con tante immagini, ma la più bella è quella dello sposo e della sposa, è quella del Cantico dei Cantici. Di fatto il nostro contenuto di speranza è questo rapporto sponsale con Dio, proprio un rapporto sponsale.

La dimensione della sponsalità è fondamentale nella concezione cristiana della vita religiosa. Tenetela presente perché dovete avere la dimensione della sponsalità.

Dio in mezzo a noi

«Udii allora una voce potente che usciva dal trono: «Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio-con-loro».

La dimora di Dio con gli uomini, lo abbiamo ricordato varie volte, è uno dei temi essenziali dell’Antico Testamento: quando Israele è uscito dall’Egitto come popolo in cammino in mezzo all’accampamento di Israele c’era il tabernacolo, cioè la tenda di Dio; e quando Israele da popolo nomade è diventato popolo sedentario nella terra di Canan, il Tabernacolo è diventato un tempio di pietra quindi un’abitazione permanente.

Il tempio è evidentemente un mistero; non è un edificio di pietra, ma è una presenza. È la misteriosa presenza di Dio in mezzo al suo popolo; è il segno che Dio ci ha in nota e che ci ha in nota così tanto da abitare in mezzo a noi. Naturalmente il tempio non può contenere Dio; neanche il cielo è capace di contenere Dio e neanche i cieli dei cieli – dice Salomone nella sua preghiera – ma il Signore ha scelto di abitare lì, nella nube. Ha scelto di incontrare gli uomini, per cui nel tempio si incontra veramente Dio.

Questo discorso del tempio ha il suo traguardo, il suo culmine nel tema dell’incarnazione.

Dio abita in mezzo agli uomini nel tabernacolo, addirittura Dio abita in mezzo agli uomini nell’umanità di Gesù. L’umanità di Gesù è il vero, pieno, tempio di Dio, perché quell’umanità è l’umanità di Dio. La persona, è la persona divina.

Quello che noi vediamo è Gesù di Nazareth, quello che noi vediamo è Dio in Gesù di Nazareth, è la gloria di Dio in Gesù: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria»[95].

Il senso dell’incarnazione è il cambiamento della storia in modo che la vita di tutti gli uomini venga trasformata in abitazione di Dio. L’umanità di Gesù tende ad allargarsi, a coinvolgere in sé l’umanità intera (è il corpo di Cristo), a trasformare il cosmo intero. Allora al termine c’è:

«Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio-con-loro».

Bisognerebbe rileggere alcuni testi di Isaia (il secondo e terzo Isaia) che presentano questa novità della Gerusalemme trasfigurata da Dio.

Per esempio: «Non temere, perché non dovrai più arrossire; non vergognarti, perché non sarai più disonorata; anzi, dimenticherai la vergogna della tua giovinezza e non ricorderai più il disonore della tua vedovanza. Poiché tuo sposo è il tuo creatore, Signore degli eserciti è il suo nome; tuo redentore è il Santo di Israele, è chiamato Dio di tutta la terra»[96].

Non dovrai più arrossire”. Nella concezione biblica arrossire vuol dire rimanere deluso di qualche cosa in cui si aveva posto la propria fiducia. Non è quindi l’arrossire da un punto di vista psicologico, è qualcosa di più profondo. Quando uno colloca la sua fiducia nei soldi alla fine dovrà arrossire perché ha sbagliato tutto, ha rovinato tutto, ha perso tutto. Arrossire vuol dire essere deluso nelle aspettative; avere sognato chissà che cosa e il sogno è miseramente infranto.

La condizione dell’uomo è la condizione di chi è costretto ad arrossire perché incontra tali e tante delusioni nella sua vita da essere obbligato a emettere una dichiarazione di fallimento; l’ultima è evidentemente quella della morte.

Devi crepare, questo è il fallimento finale; i tuoi progetti falliscono. Dovrai arrossire. No!

«Non temere, perché non dovrai più arrossire; non vergognarti, perché non sarai più disonorata; anzi, dimenticherai la vergogna della tua giovinezza e non ricorderai più il disonore della tua vedovanza. Poiché tuo sposo è il tuo creatore, Signore degli eserciti è il suo nome».

Quindi sei redenta da uno sposo, è il rapporto con questo sposo quello che ti da sicurezza e forza, che dà senso alla tue esperienze.

Così nel cap. 61 del profeta Isaia: «Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto con il manto della giustizia, come uno sposo che si cinge il diadema e come una sposa che si adorna di gioielli. Poiché come la terra produce la vegetazione e come un giardino fa germogliare i semi, così il Signore Dio farà germogliare la giustizia e la lode davanti a tutti i popoli»[97].

Queste sono frasi da imparare a memoria, non per un esercizio mnemonico, ma perché che ci allargano il cuore, fanno da antidoto alle nostre tristezze, ai nostri avvilimenti. Ne abbiamo bisogno!

Hanno un valore antidepressivo da un punto di vista spirituale, cioè ci permettono di ritrovare una fiducia e una speranza in ogni situazione:

«Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto con il manto della giustizia».

La salvezza e la giustizia sono doni del Signore, li ha fatti Lui e li ha compiuti in Gesù Cristo. Non sono i miei meriti, nei quali si possono avere perplessità grandi: questo fa parte della grazia di Dio.

(Consiglio di leggere Isaia 62, 4-6).

Pronti per il Signore

Allora la sposa scende dal cielo: “Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo”, vuol dire che si è preparata, abbigliata, si è fatta bella.

Come si è fatta bella è detto nel brano dell’Apocalisse:

«La sua sposa è pronta, le hanno dato una veste di lino puro splendente – questo è l’abbigliamento della sposa, il lino puro e splendente – La veste di lino sono le opere giuste dei santi». Ecco come si è presentata la sposa: con le opere di giustizia, le opere di carità. Vuol dire che la storia è come una preparazione dell’abito di nozze della Chiesa.

È un abito bello e ricco e ci vuole molto tempo a tesserlo, a cucirlo, a ornarlo; ci vuole tutto il tempo della storia: attraverso i secoli, i millenni, pian piano questo vestito viene intessuto con le opere buone, con le opere dei santi.

Il testo dice: «le hanno dato una veste di lino puro splendente» e vuol enunciare che queste sono le spese dell’uomo, ma sono il dono della grazia di Dio; sono state date, non le ha fatte l’uomo, sono grazia di Dio e sforzo dell’uomo nello stesso tempo.

Questo facciamo fatica a capirlo completamente perché noi partiamo dalla convinzione che è o roba nostra o è roba di Dio. Invece nella concezione biblica è roba nostra e di Dio nello stesso tempo.

Dio ci dona di fare liberamente le opere buone. Bisogna entrare in questo modo di vedere le cose.

Dice la lettera ai Filippesi: «È Dio infatti che suscita in voi il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni»[98].

Quindi il volere e l’operare è vostro, ma è Dio che lo suscita. È azione libera dell’uomo, ma è grazia di Dio.

La sposa si prepara con le opere buone che le vengono date da Dio, che Dio le dà da compiere.

Viene eliminata la tristezza e lo sposo asciuga le lacrime sul volto della sua sposa:

«E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate».

La morte non fa parte del progetto di Dio; Dio non ama la morte. Dio è il Dio della vita e la sua volontà è che l’uomo viva: su questo non ci sono perplessità, non ci devono essere perplessità.

Ripensate al libro della Sapienza: «Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutto per l’esistenza; le creature del mondo sono sane, in esse non c’è veleno di morte, né gli inferi regnano sulla terra, perché la giustizia è immortale»[99] […] «Tu risparmi tutte le cose, perché tutte sono tue, Signore, amante della vita»[100].

Quella morte che segna negativamente l’esistenza dell’uomo e che non corrisponde alla volontà, al progetto di Dio viene ingoiata.

“Ingoiare” è immagine data dal profeta Isaia al capitolo 25 – uno dei capitoli che sta alla base del nostro testo dell’Apocalisse – dove troviamo l’immagine della morte ingoiata e si capisce se si parte dalla concezione che avevano gli antichi della morte come di una gola vorace che non si sazia mai, per cui, ogni giorno, ingoia centinaia, migliaia di uomini, ma non diventa sazia e tutti i giorni torna ad ingoiarne degli altri. È una gola vorace.

La morte sarà ingoiata! C’è qualche cosa di più grande della morte, che la ingoia, che la annienta. Come la morte annienta i viventi così ci sarà qualche cosa che annienterà lei, per cui la vittoria finale possa essere la vittoria della vita:

La promessa di Dio

“E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose»; e soggiunse: «Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci»“.

Questa citazione ci spiega che quello che abbiamo detto non è il sogno illusorio di qualcuno, ma è la promessa di Dio. Ha gli aspetti del sogno, tanto è bella, ma ha la solidità della Parola di Dio perché viene da Lui, quindi è promessa.

È chiaro che di una promessa bisogna fidarsi; non si ha una garanzia matematica del risultato delle parole date, perché dipendono da chi le pronuncia, dalla sua libertà e dalla sua capacità. Questa si presenta come la promessa di Dio:

«E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose»; e soggiunse: «Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci».

È come se il sigillo su queste parole fosse messo da Dio stesso, anzi viene proprio messo da Lui, perché continua:

«Ecco sono compiute! Io sono l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine. A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita. Chi sarà vittorioso erediterà questi beni; io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio»[101].

Io sono l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine, è la firma di Dio messa su queste parole perché appaiano in tutta la loro forza.

A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita; c’è dunque una ricchezza di vita che Dio mette a nostra disposizione e che noi dobbiamo affrettarci a bere, ad attingere. Il senso, in fondo, della nostra vita è avere ferma questa speranza e camminare incontro ad essa.

Occorre fare cioè quello che ricordavamo questa mattina: abbandonare il passato alle spalle, non attaccarci ad esso, ma essere disponibili per quel futuro che viene da Lui, per quella promessa che viene da Lui.

È vero che camminare verso il futuro significa sopportare l’incertezza del pellegrino, ma quello che viene messo davanti ai nostri occhi è un cammino preciso e orientato.

Qualcuno dice che la figura dell’uomo contemporaneo è quella del vagabondo: una persona che non ha mai una casa fissa, che si muove sempre, ma non si sa mai dove va.

C’è un dialogo allucinante di Kafca.

“Dove vai Signore?” – “Vado via di qui”. – “Allora andrai da qualche parte”. – “Certamente che vado da qualche parte!”. – “Dove?”. – “Via!”.

Il passo ci presenta l’immagine dell’uomo di oggi che non è mai contento di dov’è, ha sempre bisogno di muoversi, ma non sa dove andare, non ha nessun posto dove andare: gira e rigira, non sai mai dov’è, non sai mai dove si muova. Non esiste una fedeltà cioè un luogo fermo su cui poter contare. Non è nelle virtù dell’uomo d’oggi la fedeltà; la virtù dell’uomo d’oggi è la provvisorietà.

Dal punto di vista cristiano è vero, c’è un aspetto positivo: l’uomo cristiano non mette la sua dimora fissa, è in cammino; ma il cristiano è un pellegrino.

Il vagabondo gira e non sa dove va; il pellegrino cammina ma sa dove va, ha una meta. Farà fatica ad arrivarci e magari resteranno dei chilometri da fare dopo: quelli che gli mancano per arrivare alla meta li farà in purgatorio. Il pellegrino ha la meta. La concezione cristiana è quella del pellegrino, della vita come pellegrinaggio.

Trasformati a immagine di Dio

Una seconda visione dice la stessa cosa, solo presenta più particolari:

«Poi venne uno dei sette angeli che hanno le sette coppe piene degli ultimi sette flagelli e mi parlò: «Vieni, ti mostrerò la fidanzata, la sposa dell’Agnello». L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. La città è cinta da un grande e alto muro con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e ad occidente tre porte. Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello. Colui che mi parlava aveva come misura una canna d’oro, per misurare la città, le sue porte e le sue mura. La città è a forma di quadrato, la sua lunghezza è uguale alla larghezza. L’angelo misurò la città con la canna: misura dodici mila stadi; la lunghezza, la larghezza e l’altezza sono eguali. Ne misurò anche le mura: sono alte centoquarantaquattro braccia, secondo la misura in uso tra gli uomini adoperata dall’angelo. Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo. Le fondamenta delle mura della città sono adorne di ogni specie di pietre preziose. Il primo fondamento è di diaspro, il secondo di zaffiro, il terzo di calcedònio, il quarto di smeraldo, il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisòlito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l’undecimo di giacinto, il dodicesimo di ametista. E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta è formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente.

Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello. Le nazioni cammineranno alla sua luce e i re della terra a lei porteranno la loro magnificenza. Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno, poiché non vi sarà più notte. E porteranno a lei la gloria e l’onore delle nazioni. Non entrerà in essa nulla d’impuro, né chi commette abominio o falsità, ma solo quelli che sono scritti nel libro della vita dell’Agnello»[102].

È la Gerusalemme di prima che viene descritta in un modo più preciso.

L’angelo porta il veggente, Giovanni, in spirito, su un monte grande e alto e gli mostra la città santa, la nuova Gerusalemme che – come dicevamo – scende, dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Questa è la prima cosa che il veggente vede: la città bella, risplendente, luminosa.

Luminosa di che cosa? Della bellezza di Dio. Come se questa città fosse stata trasfigurata. È proprio una trasfigurazione.

Quando Gesù sul monte, alto come questo di Pietravolta, si è trasfigurato, la sua umanità è diventata come compenetrata dalla gloria, dalla bellezza e dallo splendore di Dio.

Lo stesso vale per la nuova Gerusalemme. Il punto di arrivo è la trasformazione di questa realtà umana in realtà divinizzata, trasfigurata da Dio.

È la stessa cosa per la donna del capitolo 12 che era rivestita di sole ed era trasfigurata, da quello splendore abbagliante che era lo splendore del sole, lo splendore di Dio. Pensate alla gloria di Dio sul monte Sinai: quando gli anziani insieme a Mosè salgono sul monte vedono la gloria del Signore.

O pensate a quel brano di Isaia che si legge nella solennità dell’Epifania: «Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te»[103].

La Gerusalemme nuova è umana, è fatta di uomini, ma nello stesso tempo è divina, è tutt’altro da ciò che è mondano e semplicemente umano. Non è più la città profana, la babilonia; è l’umanità assunta nella sfera di Dio, è l’umanità divinizzata. Il progetto di Dio è che Voi «siate partecipi della natura divina»[104]. È misteriosa l’espressione, ed è l’unica volta che appare nel Nuovo Testamento, ma è ricca di significato: partecipi della natura divina.

Dimensioni e materiali della santità

Ripensate al valore del tempio a Gerusalemme. Nella città santa c’è un luogo, il tempio, dove Dio abita.

In questa nuova Gerusalemme il tempio non c’è. Perché? Perché tutta la città è diventata un tempio; tutta la città è diventata luogo della presenza di Dio. Non c’è bisogno di un luogo specifico, particolare. La città è bella come una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino.

La strana misurazione che viene fatta (dove la città appare cubica perché larghezza, altezza e lunghezza sono uguali) evidentemente ha un valore simbolico. È un cubo di dodicimila stadi cioè di 2.400 chilometri in lunghezza, di 2.400 chilometri in larghezza e di 2.400 chilometri in altezza. Il testo vuole dare l’idea di una grandezza immensa.

Ma perché cubica? Perché il Santo dei Santi era un cubo. Il Santo dei Santi misurava 10 metri, per 10 metri, per 10 metri: quindi era un piccolo cubo dove Dio abitava.

Quel piccolo cubo diventa questa città immensa, ma è il Santo dei Santi, è il mondo che viene trasformato nel Santo dei Santi, quindi nel luogo della presenza.

Voi ci siete dentro; voi fate parte di questo luogo che diventa abitazione del Signore: evidentemente l’abitazione non sono le mura, ma le persone, i cuori, le realtà dei credenti.

La città, dice il testo, è circondata da mura, che rappresentano la protezione, quindi è una città sicura, nella quale si sta tranquilli, in pace. La protezione, naturalmente, non sono le mura in quanto tali, ma è Dio; le mura sono il simbolo della protezione divina sulla città.

Alle porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. Questi 12 angeli sono il segno della provvidenza di Dio, della protezione divina. L’angelo è l’angelo custode, è il segno dell’attenzione che Dio ha ed esprime la Sua vicinanza.

I nomi delle 12 tribù di Israele significano che siamo nella dimora del popolo di Dio.

Le porte sono tre in ciascun punto cardinale: tre a Est, tre a Ovest, tre a Sud, tre a Nord. Questo vuol dire naturalmente che la città raccoglie tutta l’umanità da tutti i punti cardinali, quindi ha un significato universale, cosmico: è il mondo intero, l’umanità intera che viene raccolta.

Il fatto che sulle fondamenta della città ci siano i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello vuol dire che è una città fondata sugli Apostoli; è la Chiesa fondata sulla loro testimonianza, quindi è popolo della nuova alleanza.

Pietre preziose e perle costituiscono il materiale con cui sono costruite mura e fondamenta; le pietre preziose dovrebbero provenire dall’immagine del pettorale che portava il sommo sacerdote: un pettorale fatto di 12 pietre preziose, diverse tra di loro, e ciascuna di esse rappresentava una delle 12 tribù di Israele.

Siamo quindi di fronte a una città che viene descritta nei minimi particolari, bella, splendente dello splendore stesso di Dio, preziosa, sicura ecc.

Volevo solo aggiungere una cosa che parte dall’Apocalisse. Riguarda queste pietre preziose con cui sono fatti i basamenti delle mura.

Dicono che le pietre preziose sono composte fondamentalmente di carbonio, quindi di materiale che non vale nulla; però questo carbonio è stato sottomesso a delle enormi pressioni e ad un calore fortissimo ed è diventato diamante, o pietra preziosa.

Quindi il materiale è di scarto, ma la pressione ed il calore lo hanno fatto diventare una pietra preziosa. Chiaro il discorso?

L’altra cosa interessante sulle pietre preziose è che le più pregiate non sono quelle pure al massimo; a volte qualche piccola impurità dona alle pietre dei riflessi di luce che le rendono particolarmente belle e preziose. È chiaro?

Metto in relazione con noi.

Il materiale di cui sono fatte le mura è materiale di scarto: noi non siamo un gran materiale, però pressione e calore, cioè quello che Dio ha compiuto nella nostra storia e quello che Dio ha introdotto nella nostra vita, a volte ci rende delle pietre preziose.

Talora siamo pietre preziose con delle impurità, dei difetti, ma che non rovinano; anzi rendono le cose ancora più interessanti e personalizzate.

Credo che i Santi, di cui abbiamo letto in questi giorni, siano un po’ l’esempio di questo.

Anche le perle hanno il loro significato. Quando nelle ostriche penetrano delle impurità, c’è qualcosa che le mette in movimento e costruiscono intorno al un sassolino, all’impurità, la perla.

Bisogna che l’impurità sia dentro l’ostrica, non fuori. Un sassolino fuori è solo un sassolino, ma se è custodito dall’ostrica, può diventare qualcosa di stupendo.

Capitolo decimo
Sette beatitudini

Beato chi ascolta e mette in pratica

Continuiamo la nostra meditazione sull’Apocalisse richiamando sette versetti che costituiscono sette beatitudini.

La beatitudine è uno dei generi letterari caratteristici del Nuovo Testamento, ma lo si trova anche nell’Antico, ed ha un’importanza bella, profonda, basta pensare alle beatitudini del Vangelo di Matteo e alle due di Giovanni che abbiamo ricordato nella celebrazione Eucaristica.

Nell’Apocalisse ce ne sono sette; la prima è proprio all’inizio: “Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e mettono in pratica le cose che vi sono scritte. Perché il tempo è vicino”[105].

Bisogna collocare questa beatitudine in un contesto liturgico: quando si dice Beato chi legge il riferimento immediato non è il lettore privato che in camera sua legge il libro dell’Apocalisse, ma è la lettura nell’assemblea cristiana, nella liturgia, perché sta scritto “Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole”, c’è quindi un proclamatore e c’è un’assemblea che ascolta.

Naturalmente ascoltare non vuol dire ascoltare solo con gli orecchi, ma anche comprendere con la testa e cercare di aderire con il cuore. Infatti continua “beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e mettono in pratica le cose che vi sono scritte”. Mettere in pratica è la traduzione del verbo “custodire”, “conservare”, dunque significa il compenetrarsi delle parole dell’Apocalisse, il vivere secondo quello che è scritto in questo libro.

Questa è la beatitudine della comunità cristiana, e non è strano, perché anche San Luca, nel Vangelo, dopo aver narrato la parabola del seminatore afferma:

“«Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica[106];

e più avanti, nel capitolo 11, c’è una beatitudine esplicita quando una donna si alza in mezzo alla folla e proclama:

«Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte! [Gesù] disse: Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!»[107].

Luca congiunge sempre queste due cose: ascoltare e osservare e anche l’Apocalisse fa questa unione.

Beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e mettono in pratica. Beato chi legge (il predicatore degli esercizi); beati coloro che ascoltano (voi) le parole di questa profezia, e mettono in pratica (voi, e anch’io spero) le cose che vi sono scritte. Il senso dell’Apocalisse sta in questa beatitudine

San Giovanni inoltre aggiunge una ragione: Perché il tempo è vicino. Il tempo della realizzazione di tutte le cose che abbiamo ascoltato non è così lontano da noi da non impegnarci. No! È vicino. Quella che abbiamo ascoltata è una parola che illumina il senso del tempo, il senso della nostra vita che ci pone di fronte al giudizio divino.

Allora è beata quella comunità che ricava da queste parole la regola della sua vita, vive secondo questa rivelazione del Signore, se ne lascia illuminare, guidare e correggere.

Beato chi muore nel Signore

La seconda beatitudine si trova al capitolo 14: «Poi udii una voce dal cielo che diceva: «Scrivi: Beati d’ora in poi, i morti che muoiono nel Signore. Sì, dice lo Spirito, riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono»[108].

È una rivelazione che viene dal cielo – quindi ha un’importanza grande –, viene pronunciata da una voce misteriosa – che rappresenta il cielo, Dio stesso – e proclama beati i morti che muoiono nel Signore, che sono stati fedeli ai suoi comandamenti, che hanno conservato la fede in Lui, che sono stati fedeli fino alla morte. Hanno subito la persecuzione, la tribolazione, gli assalti della bestia, le sue seduzioni, ma a tutte queste realtà hanno saputo rispondere con fedeltà.

Beati i morti che muoiono nel Signore. Morire nel Signore è come un sigillo dell’esistenza cristiana […] a quel punto la vita è in qualche modo finita, completa, sigillata e se il sigillo è posto nella fedeltà, è il sigillo della morte nel Signore. Noi viviamo nel Signore e speriamo proprio di poter morire nel Signore. Se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore.

Viene poi aggiunto un avverbio strano: «Beati d’ora in poi, i morti che muoiono nel Signore».

D’ora in poi vuol dire dopo la risurrezione di Gesù Cristo, e significa che l’esperienza della Pasqua di Gesù ci fa vedere la vita e la morte in un modo nuovo.

La morte ha naturalmente un aspetto traumatico inevitabile, perché è un distacco, è una sofferenza, ma, dopo la Pasqua di Gesù, la morte ha una speranza infinitamente più grande.

C’è qualcosa di tenebroso, di misterioso nella morte, di fronte alla quale l’intelligenza dell’uomo deve in qualche modo dichiarare il suo fallimento. La filosofia, con tutte le sue riflessioni, e la scienza con tutte le sue tecniche, non riescono a dissipare l’oscurità della morte, a renderla chiara e luminosa da capirla tutta: non si comprende proprio niente, nella morte!

La risurrezione del Signore però mette nella realtà della morte una luce di speranza, una forza di abbandono. Morire vuole dire addormentarsi nel Signore e questo significa non avere più il dominio della propria vita, non poterla più gestire come pare e piace; vuol dire affidare questo dominio al Signore, non nelle mani del nulla e nemmeno di una forza negativa… è quindi un addormentarsi che mantiene un aspetto di fiducia e di speranza.

Nell’Apocalisse abbiamo contemplato Cristo come Agnello sgozzato, ma ritto in piedi, vivente, come un vittorioso. Proprio Lui, l’Agnello, che ha conosciuto la morte, che era morto, ora vive nei secoli; proprio Lui illumina per noi il mistero tragico della morte: Beati d’ora in poi, i morti che muoiono nel Signore, hanno un fondamento di speranza che prima mancava, non era noto.

A questa beatitudine viene data un’approvazione dallo Spirito:

«Sì, dice lo Spirito, riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono». La testimonianza di Dio, lo Spirito, conferma dentro al nostro cuore che la speranza della risurrezione non è illusione, ma ha un fondamento solido, per cui la morte viene davvero percepita, fin nell’interno del nostro cuore, in questa prospettiva di speranza: un riposo dalle fatiche. L’Apocalisse intende la fine delle tribolazioni e della persecuzione; non la fine nel senso che è cancellato tutto; qualcosa rimane e oltrepassa il cancello della morte. Che cosa? Le loro opere.

Quello che ci segue dopo la risurrezione non è la nostra intelligenza: se abbiamo 140 di quoziente di intelligenza, quando saremo di là non servirà

Quello che passa di là non è la carriera: se abbiamo raggiunto gradi di chissà quale carriera, non varrà quando saremo di là.

Così non vale il conto in banca, che pure non oltrepasserà la morte perché starà di qua.

Passano solo le vostre opere buone, la carità – direbbe San Paolo. Tutto il resto, anche le cose belle, rimangono di qua, perché di là c’è una teologia migliore di quella che studiamo qui. La nostra teologia è caduca, rimane solo per un po’ poi sparisce; la carità no, è eterna perché è legata profondamente all’amore di Dio.

L’amore che noi doniamo agli altri non è altro che l’Amore di Dio stesso che ci trasforma e ci orienta verso gli altri in questa direzione. Proprio perché è un amore che viene da Dio è eterno, ci segue, ci accompagna.

La veste di lino splendente della sposa – che abbiamo visto – sono le opere che noi possiamo lasciare trasformare dal Signore dentro alla nostra vita.

La prima beatitudine quindi è quella dell’ascolto; la seconda è quella della morte, del morire. C’è una beatitudine paradossalmente anche nel morire proprio perché è un morire nel Signore, non cancella tutto, ma custodisce quel bene che il Signore ha operato in noi e attraverso di noi.

Beato chi è vigilante

La terza beatitudine la incontriamo nel capitolo 16, tra la descrizione delle coppe, cioè degli ultimi flagelli, degli ultimi castighi:

«Ecco, io vengo come un ladro. Beato chi è vigilante e conserva le sue vesti per non andar nudo e lasciar vedere le sue vergogne»[109].

Essa ha il suo fondamento nel Vangelo di Matteo ma si possono leggere tutti i brani ad esso paralleli:

«Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi state pronti, perché nell’ora che non immaginate, il Figlio dell’uomo verrà»[110].

L’esistenza cristiana è un’esistenza di vigilanza: è l’opposto di chi si addormenta, cioè di chi si lascia sommergere così tanto dalle cose e dalle esperienze da perdere la lucidità, la consapevolezza di quello che è, e di dove và.

Quando uno è ubriaco non si rende più conto esattamente del chi è, di dove è, dove sta andando. L’opposto del vigilare è l’addormentarsi o il diventare ubriachi.

La sobrietà e la vigilanza invece significano questo: pur vivendo quotidianamente le cose del mondo voi avete la mente e il cuore rivolto oltre le cose, rivolto alla venuta del Signore.

Sobrio, vigilante vuole dire anche che la nostra vita non si definisce solo con le cose che ci circondano, ma si definisce nel Signore che verrà.

Proprio perché dobbiamo essere vigilanti dobbiamo conservare le vesti per non andar nudo. Le vesti rappresentano le virtù, i comportamenti, le opere che scaturiscono dalla grazia del Signore. Dobbiamo quindi essere rivestiti di questa veste bianca e splendente che è la coerenza con il Vangelo, che è l’obbedienza al Signore, che è il fare quotidianamente la sua volontà.

Beato chi è invitato al banchetto di nozze

La quarta beatitudine è quella che conosciamo meglio: «Allora l’angelo mi disse: «Scrivi: Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello!»[111].

Fa parte di quel canto di trionfo che precede l’annuncio immediato delle nozze dell’Agnello, e siccome la comunità cristiana è invitata a queste nozze escatologiche, è beata.

Nella concezione dell’Apocalisse – come abbiamo già ricordato – la storia umana termina nelle nozze, nell’intimità, nella comunione piena tra Dio e gli uomini. Il segno di queste nozze è il banchetto dell’Agnello con la sua sposa. Beati, allora coloro che sono invitati a queste nozze.

Sono le nozze della Gerusalemme celeste, ma possiamo dire che è il banchetto dell’Eucaristia. Giovanni, nel libro dell’Apocalisse, non si riferisce direttamente a questa, ma semplicemente al banchetto escatologico; l’Eucaristia è per noi l’anticipo della fine dei tempi; l’Eucaristia – dicono i teologi – è il tempo contratto cioè sintetizzato, riassunto.

C’è una antifona famosa di San Tommaso: “O sacro convito in cui viene assunto Cristo; si fa memoria della sua Passione, l’anima è ripiena di grazie e a noi viene dato il pegno della vita futura”.

Comprende tutto il tempo: si fa memoria della sua passione, il passato è qui, nella passione del Signore; la mente viene riempita di grazia nel presente, ed è la comunione che facciamo; ci viene dato il pegno della gloria futura. La gloria futura è la comunione piena degli uomini tra di loro e con Dio. Che cosa è la comunione che facciamo, se non appunto l’unione nostra con il Signore, con Dio in Gesù Cristo?

Allora nell’Eucaristia c’è questa sintesi della storia; la storia del mondo è tutta lì, passato, presente e futuro. Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello!

Il riposo dei giusti, non sarà allora solo un riposo, ma anche la partecipazione alla gioia del banchetto delle nozze dell’Agnello, quindi un riposo gioioso, di comunione tra noi e con il Signore.

A invitarci è Cristo stesso, quello che ha guadagnato, che ha imbandito questo banchetto di nozze con il dono della Sua vita; gli invitati sono i chiamati dal Signore.

Uniamo questo discorso con il precedente: morire vuole dire riposare nel Signore; morire vuol dire presentarsi davanti al Signore, con la ricchezza delle opere che abbiamo compiuto, che la grazia di Dio ha compiuto in noi; morire vuol dire partecipare al banchetto delle nozze dell’Agnello; quindi non è solo un riposo dalle tribolazioni ma anche l’inizio della comunione piena con il Signore. Di questo inizio abbiamo già una caparra, un pegno nell’Eucaristia.

Beato chi prende parte alla prima risurrezione

Quinta beatitudine – capitolo 20: «Beati e santi coloro che prendon parte alla prima risurrezione. Su di loro non ha potere la seconda morte, ma saranno sacerdoti di Dio e del Cristo e regneranno con lui per mille anni».[112]

(È il famoso millennio che ha fatto tanto tribolare gli interpreti, che dà da fare anche oggi ai testimoni di Geova i quali su questo millennio ricamano molto…. ma ora non ci interessa).

San Giovanni distingue due risurrezioni: la seconda è quella finale dei cieli nuovi e terra nuova, ma prima di questa ce n’è una che si lega alla Pasqua del Signore, che è la trasformazione della storia operata dalla Pasqua del Signore.

Gesù Cristo è risorto, ma non solo Lui! Con la sua risurrezione crea delle cose nuove: il Battesimo ci fa rinascere, la vita cristiana è una nascita nuova e vuol dire che qualche cosa muore e qualche cosa risorge.

Quando San Paolo presenta la teologia del Battesimo dice: «O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova»[113].

C’è una prima risurrezione che si lega all’esperienza della Pasqua di Gesù, allora beati e santi coloro che prendon parte alla prima risurrezione, allora beati voi che siete risorti con Cristo nel Battesimo, che avete preso parte a questo misterioso e straordinario rinnovamento del mondo.

Su di loro non ha potere la seconda morte.La prima morte è la morte fisica, quella al termine della nostra vita; la seconda è la morte eterna, è la dannazione; quindi non ha potere su di loro, su quelli che hanno preso parte alla prima Risurrezione, sui rinati, sui redenti.

Di conseguenza beati voi, perché è vero che dovrete sperimentare la morte naturale, ma non la seconda morte; questa ormai è stata sciolta, per quanto vi riguarda, a motivo del vostro battesimo, della vostra adesione a Cristo, e sarete sacerdoti di Dio e del Cristo e regnerete con lui per mille anni.

Dunque la vita cristiani vi rende un popolo sacerdotale, vi pone davanti a Dio nella possibilità di accostarvi a Lui con l’offerta della vostra vita. Avete accesso a Dio, non siete costretti a stare lontani, potete camminare fino verso il Santo dei Santi, fino dove c’è la presenza di Dio con l’offerta della vostra vita.

E regneranno con lui per mille anni, (questo naturalmente è un termine simbolico come molti dei numeri che troviamo nel libro dell’Apocalisse), significa che la regalità che voi esercitate – perché oltre ad essere un popolo sacerdotale voi siete un popolo regale – attraversa tutta la storia. La Chiesa dei redenti è una Chiesa regale, non è schiava del mondo, ma padrona, non è condizionabile da parte del mondo perché ha il Signore dentro di sé, ha la Parola di Dio come luce, quindi il mondo non la può sedurre, né trascinare dentro ad uno stile di vita antievangelico. Si intende, naturalmente la Chiesa nel suo complesso come mistero, perché tutte le nostre fragilità purtroppo ce le portiamo dietro, ma dobbiamo avere questa immagine della chiesa Santa, della sovranità.

Abbiamo la possibilità di regnare con Cristo per tutta la storia; essa non ci blocca, non ci può impedire di amare e di servire il Signore.

Domanda di una suora:

Da quanto ha detto, sembra che con il battesimo noi siamo salvi dalla seconda morte, ma noi dopo il battesimo possiamo opporci.

Risposta

È vero; rimane la possibilità dell’uomo di rifiutare, ma il discorso è che nel battesimo c’è per voi – da parte di Dio – la volontà della vostra salvezza; avviene in qualche modo quello che dice San Paolo nella lettera ai Romani:

«Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno. Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati»[114].

Si può obiettare dicendo che noi siamo chiamati, ma non siamo ancora glorificati; il progetto di Dio non è la sola chiamata, ma è la chiamata e la gloria insieme. Quando siete stati battezzati Dio vi ha fatti suoi figli per l’eternità; non c’è forza mondana che sia in grado di togliervi questo.

È vero che potete ripudiare il vostro battesimo, questo sta nella libertà dell’uomo, ma nel battesimo come vi è stato dato secondo la volontà di Dio, c’è la gloria.

Dio, per quanto lo riguarda, ha già deciso la vostra gloria. Voi potete dire di no perché la libertà ve la mantenete e Dio non ve la toglie, ma Lui ha già deciso la vostra gloria; non ha solo deciso l’inizio del cammino, ha deciso anche la fine, quindi, per quanto lo riguarda vi porterà fino alla gloria, se voi non siete così ostinati da rifiutare il Suo cammino.

Questo è sicuro. Non abbiamo la sicurezza di andare in paradiso, ma abbiamo la sicurezza che Dio vuole che ci andiamo, anzi che Dio ha operato tutto perché ci andiamo e allora si tratta di lasciarci guidare, portare, condurre, salvare, glorificare da Lui; si tratta di lasciare che l’opera del Signore si compia nella nostra vita.

Domanda:

Però quelli che non hanno il battesimo sono figli di Dio ugualmente.

Risposta:

È un altro discorso e sono pienamente d’accordo. Che Dio poi voglia anche la salvezza dei non battezzati non c’è dubbio; ma quello che voglio dire è che, per quanto ci riguarda, il battesimo per noi è questo.

Noi – secondo Baltasar – dobbiamo sperare nella salvezza per tutti gli uomini; questo è un precetto questo per il cristiano che non può desiderare di escludere qualcuno. San Paolo, nella lettera a Timoteo dice:

«Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità»[115], quindi su questo non c’è dubbio.

Beato chi custodisce

Sesta beatitudine: «Ecco, io verrò presto. Beato chi custodisce le parole profetiche di questo libro»[116].

Questa beatitudine si collega alla prima. Non dice più «Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia» perché la lettura è già stata fatta.

All’inizio degli esercizi potevamo dire beato colui che predica e coloro che ascoltano, adesso ho predicato, voi avete ascoltato, perciò beato chi custodisce le parole profetiche di questo libro, quindi beati voi se custodite nel vostro cuore le parole dell’Apocalisse (non le mie che contano poco), e le osservate attraverso la vostra vita.

Beato chi lava le sue vesti

Ultima beatitudine: «Beati coloro che lavano le loro vesti: avranno parte all’albero della vita e potranno entrare per le porte della città»[117].

È questa chiaramente un’allusione al battesimo: ripensate all’immagine degli eletti che hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’agnello. Hanno già ricevuto la loro purificazione per il sangue dell’agnello, ma questa purificazione persiste, devono continuamente lavare le vesti, nel senso del trasformare continuamente la loro vita in una vita battesimale. Bisogna che il battesimo diventi l’anima, la regola dei nostri comportamenti, delle nostre scelte.

A questi viene fatta allora la promessa: avranno parte all’albero della vita – quindi avranno parte del paradiso, (si fa riferimento all’albero della vita che ritroviamo nel libro della Genesi[118] da cui l’uomo è stato escluso a motivo del peccato) e potranno entrare per le porte della città quindi pensate al battesimo come porta d’accesso alla comunità del Signore, come ingresso nella Gerusalemme celeste: si tratta di poter partecipare alla redenzione operata da Cristo.

Un cammino di speranza

Abbiamo visto le sette beatitudini che potrebbero darci insieme il senso dell’Apocalisse.

Abbiamo detto varie volte che l’Apocalisse si presenta come un grande invito alla speranza.

Che cosa possiamo sperare? Abbiamo cercato la risposta nel capitolo 21° del libro dove notate che praticamente tutte le immagini che Giovanni adopera sono immagini dall’Antico Testamento: l’immagine della città, della tenda, della comunione di Dio con gli uomini, delle nozze dell’Agnello… quindi non fa altro che riprendere l’attesa profetica, soprattutto della seconda parte del profeta Isaia, ma un po’ di tutti i profeti.

Allora nasce una domanda: se Giovanni riprende l’Antico Testamento che cosa c’è di nuovo? Siamo nella condizione degli Ebrei? No c’è una cosa nuova, e grossa.

Faccio una piccola parentesi che fa parte della cultura: gli esperti distinguono alcune concezioni diverse della storia:

I greci avevano una concezione ciclica della storia: per loro era un cammino che ritorna su se stesso, così come la natura ripete gli stessi cicli, per cui la terra gira intorno al sole per 365 giorni, poi si ritrova al punto esatto di partenza e inizia un altro ciclo.Per i greci «non c’è niente di nuovo sotto il sole»[119].

Per gli ebrei invece la storia è un cammino che ha un traguardo, quindi è una strada con una meta.

Quando il Signore chiama Abramo e gli dice di andarsene dalla sua terra verso una che Lui gli indicherà, Abramo se ne parte come gli aveva detto il Signore. Abramo quindi cammina, ma ha un traguardo, ha una meta che è la promessa di Dio, è questa promessa che lo ha messo in moto. Non si muove per la voglia di muoversi, ma perché gli è arrivata la parola di Dio che gli ha detto di andare verso quella meta, quel traguardo. È la promessa di Dio che lo fa partire.

La Chiesa, il popolo di Dio, si muove perché Dio ha messo davanti una promessa e deve camminare verso di lei. Tutta la concezione della storia ebraica è così.

Il cristiano, come l’ebreo, cammina verso un traguardo, ma noi cristiani abbiamo già visto questo traguardo in Gesù Cristo. Il traguardo è già entrato nella storia del mondo, il compimento è qui. Non lo aspettiamo tra 347 anni; lo aspettiamo per 347 anni o meglio per quando Dio vorrà; lo aspettiamo, è ancora futuro, ma è già presente, è già entrato nella nostra storia, lo abbiamo visto.

Il contenuto della nostra speranza non è ignoto, è Gesù Cristo. Noi speriamo in un mondo trasformato in Gesù Cristo. Ma quel Gesù Cristo che è la meta del mondo noi lo abbiamo già conosciuto.

Questo è il motivo per cui San Giovanni scrive: «Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!»[120].

Quindi non diventeremo Figli di Dio, ma lo siamo già.

«Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è»[121].

Noi siamo figli di Dio, ma lo splendore del nostro essere suoi figli non è ancora rivelato del tutto: continuiamo a sperimentare la fragilità e la miseria della condizione mondana, quindi aspettiamo la rivelazione dei figli di Dio, la aspettiamo assieme a tutta la creazione «che geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto»[122]. Aspettiamo quindi, ma quello che aspettiamo lo siamo già, il paradiso non sarà altro che la manifestazione di quella grazia che è già entrata nella nostra vita.

Voi siete figli, ma non è ancora rivelata la vostra identità di figli, non è ancora manifestata pienamente.

Pensate allora alle espressioni del vangelo di Giovanni:

«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna»[123]. Ha la vita, non ce l’avrà. Naturalmente dovrà riceverla, ma ce l’ha già.

«Chi crede nel Figlio ha la vita eterna»[124], cioè l’esperienza cristiana è già un anticipo del traguardo, della fine.

Questa è la differenza rispetto all’Antico Testamento.

Come nell’Antico Testamento noi aspettiamo la rivelazione di Dio, ma diversamente dall’Antico Testamento, noi questa rivelazione l’abbiamo già vista in Gesù Cristo.

Questo è il motivo per cui molte immagini dell’Apocalisse sono a due facce, perché sembra che descrivano il paradiso e nello stesso tempo la Chiesa attuale.

Nel capitolo 14 si parlava dei centoquarantaquattromila che recano sulla fronte il nome dell’Agnello, che cantano un cantico nuovo, che non sono contaminati con donne, che seguono l’Agnello dovunque va…. questa grande immagine a che cosa si riferisce? Alla Chiesa trionfante o alla Chiesa militante? Alla Chiesa del Paradiso o alla Chiesa sulla terra?

A tutte e due. È la Chiesa del Paradiso, trionfante, ma è anche la Chiesa attuale che porta i lineamenti di quella, perché il futuro è entrato nel presente. Non viviamo solo della speranza futura, ma viviamo di questa speranza realizzata oggi.

Domanda:

Diceva che la Gerusalemme celeste non è il traguardo del cammino dell’uomo, ma è un dono della grazia di Dio. Però questo cammino della storia, dove sono congiunti l’impegno dell’uomo e la grazia di Dio, lo si può definire un cammino progressivo verso la Gerusalemme celeste?

Risposta:

Si può definire così purché per progressivo non si intenda il modo geometrico e preciso di procedere. È un andare avanti sì, ma ci sono dei ritorni.

Non è che nel 1995 siamo più vicini alla Gerusalemme celeste che nel 1921. Dal punto di vista dell’opera di Dio non è che al progredire si aggiunga sempre qualche cosa: delle volte si aggiunge, delle volte si toglie; delle volte si sbaglia strada e si torna indietro ecc., quindi quello della storia umana è un cammino piuttosto tortuoso, non lineare. Io non sono sicuro che oggi nel mondo ci sia una quantità di carità più grande di quella di dieci anni fa; di questo non ho la garanzia. Debbo vivere nel cammino verso il futuro e lasciare a Dio di fare i bilanci perché non mi posso illudere di essere migliore dei miei padri.

I materiali di cui è fatta la Gerusalemme celeste siamo noi, con la nostra vita; la Gerusalemme celeste è grazia di Dio che prende quel materiale che siamo riusciti a costruire noi stessi, sempre con la Sua grazia.

La vita che viviamo sulla terra è straordinariamente importante per la costruzione della Gerusalemme celeste perché costituisce il materiale, le pietre, di cui la Gerusalemme celeste è costruita.

Ci possiamo porre allora l’ultima domanda: se questo è quello che noi speriamo, che cosa dobbiamo fare?

La risposta che dà tutto il Nuovo Testamento è: dobbiamo vivere alla luce di questa speranza, alla luce del futuro. Noi siamo, dice la prima lettera ai Tessalonicesi, figli della luce. Quello che Dio ci ha promesso ci plasma, ci deve costruire, per cui io spero nella Gerusalemme celeste, allora cammino verso di essa; siccome io spero in una comunione piena degli uomini con Dio e tra di loro, quello che debbo realizzare è questa comunione.

La Gerusalemme celeste è la regola del nostro comportamento, è quello che dobbiamo cercare di costruire sapendo che non arriveremo a lei con le nostre forze, siamo infatti consapevoli di tutti i limiti che segnano la nostra vita e la storia degli uomini, però è lì che il Signore ci chiama. Essa è la nostra speranza effettiva, concreta, perché la garanzia della speranza ci è data in Gesù Cristo, nella Parola di Dio, nella Chiesa, e ci è data in modo particolarissimo in Maria.

Maria, segno di perfetta speranza

Maria è praticamente presente in tutta l’Apocalisse, anche se non se ne parla direttamente, se si esclude il capitolo 12° dove si cita «una donna vestita di sole»[125] che gli esegeti vorrebbero riferire in prime istanza alla comunità del popolo di Dio.

Però proprio perché si parla della Chiesa e della Chiesa perfetta, senza macchia, né ruga, si parla esattamente di Maria, infatti nella fede cristiana Essa è la realizzazione perfetta della Chiesa, è come la sua punta di diamante, è il frutto pieno della redenzione. Quello che Cristo ha compiuto lo compie in tutta la Chiesa, ma lo compie in modo perfetto in Maria, in modo che Lei sia per noi un segno di perfetta speranza, cioè la garanzia che anche ad una persona umana – perché Lei è persona umana – il dono della redenzione è fatto in modo pieno, senza ostacoli o ombre o riserve.

Di conseguenza, tutto quello che abbiamo letto della Chiesa perfetta lo vediamo realizzato in Maria, come donna vestita di sole, come comunità trasfigurata dalla gloria del Signore, che è pienamente glorificata in questo e sta davanti a noi come segno di perfetta speranza.

*** ***

Se volete riassumere le cose che dobbiamo fare, le potreste sintetizzare in due termini che sono importanti nell’Apocalisse: la costanza e la testimonianza.

La costanza è la capacità di portare il peso del tempo, quindi di rimanere fedeli, di perseverare in mezzo alle tribolazioni in modo che non diminuiscano il fervore.

Credo che di costanza ne abbiamo un bisogno immenso, perché tipica dell’uomo è l’incostanza. Prendere delle decisioni che durino per tutta la vita sembra impossibile all’uomo di oggi.

La costanza vuol proprio dire questo: un dono è irrevocabile. Ci sarà da lottare, da faticare, ma bisogna cercare di rimanere in questa scelta di dono e di amore.

La testimonianza è fondamentale nella vita della Chiesa; essa è nel mondo non per sé, ma per il mondo intero, che deve viverla. Il vero testimone – lo abbiamo detto – è Gesù Cristo, si tratta di vivere dilatando la testimonianza di Gesù Cristo nella nostra vita, nella nostra esperienza.

A conclusione vi leggo l’epilogo del libro dell’Apocalisse: «Dichiaro a chiunque ascolta le parole profetiche di questo libro: a chi vi aggiungerà qualche cosa, Dio gli farà cadere addosso i flagelli descritti in questo libro; e chi toglierà qualche parola di questo libro profetico, Dio lo priverà dell’albero della vita e della città santa, descritti in questo libro. Colui che attesta queste cose dice: «Sì, verrò presto!». Amen. Vieni, Signore Gesù. La grazia del Signore Gesù sia con tutti voi. Amen!»[126].

[1] Ap. 1, 1-17.

[2] Località dell’Appennino al confine tosco-emiliano

[3] Es. 3, 14.

[4] Mt. 28, 18b.

[5] Piccola isola non lontano dalla costa della Turchia

[6] Nel libro di Daniele viene descritto Dio, chiamadolo con questa strana espressione “l’antico di giorni”.

[7] Sal. 139, 1.

[8] Lc. 24, 5b.

[9] Ap. 2, 1-7.

[10] Os. 2, 16.

[11] Ap. 2, 8-11.

[12] Ap. 2, 12-17.

[13] Ap. 2, 18-29.

[14] Ap. 3, 1-6.

[15] Ap. 3, 7-13.

[16] Ap. 3, 14-21.

[17] 1Cor. 4, 8-10.

[18] Ez. 27, 3b-4.

[19] Ez. 28, 2.

[20] Is. 55, 1.

[21] Eb. 12, 6-8.

[22] Is. 50, 2.

[23] Ap. 4, 1 – 5, 14.

[24] I testamenti, secondo il diritto romano, dovevano essere sigillati con sette sigilli

[25] Sisifo era quel gigante che avendo dato l’assalto all’Olimpo ed essendo stato vinto, era stato condannato a rotolare un masso pesantissimo lungo la costa di un monte, e doveva arrivare in cima. Quando il masso arrivava in cima tornava a rotolare in fondo e lui doveva ricominciare da capo. Ricominciava una fatica che sapeva inutile perché al traguardo era ancora al punto di partenza. L’unica possibilità era quella di immaginare che questo Sisifo fosse felice, ma in realtà non costruiva proprio niente.

[26] Gen. 49, 9-10.

[27] Is. 11, 1.

[28] Gv. 20, 19b – 20.

[29] Mt. 28, 18b.

[30] Gv. 17, 2.

[31] Gv. 20, 22.

[32] Gv. 19, 30.

[33] Gv. 19, 34.

[34] Gv. 7, 38-39.

[35] Ap. 6, 1 – 8, 1.

[36] Ab. 3, 3-5

[37] Ab. 3, 9-12

[38] Ab. 3, 17-18.

[39] Sal. 13, 2.

[40] Ab. 1, 2.

[41] Lc. 24, 26.

[42] Il simbolo del “tau” è presa dal libro del profeta Ezechiele al cap. 9: Dio ha deciso di distruggere il tempio di Gerusalemme e la città a motivo degli abomini che vengono compiuti, ma prima di farlo c’è un uomo, con un vestito di lino, che va a segnare con un tau la fronte di quelli che sono rimasti fedeli al Signore, perché non vengano toccati dalla distruzione e siano liberati, protetti.

[43] Gv. 6, 27b.

[44] Ef. 1, 13-14.

[45] 1Pt. 4, 12-16.

[46] Es. 29, 43-46.

[47] Sal. 23, 1-3.

[48] Is. 25, 8-9.

[49] Ap. 9, 20-21.

[50] Ap. 10, 8 – 11, 13.

[51] Ap. 2, 13.

[52] Ap. 17, 6.

[53] Is. 41, 1-2.

[54] Is. 43, 8-12.

[55] Sal. 115, 6-7.

[56] Is. 43, 1.

[57] Ap. 19, 11-13.

[58] Ap. 12, 11.

[59] 1Re. 19, 18.

[60] Gv. 20, 21.

[61] Ap. 12, 1-18.

[62] Is. 60, 1-2.

[63] Gal. 4, 4-5.

[64] Mt. 4, 4-9.

[65] Lc. 4, 6-7.

[66] Sal. 2, 8-9.

[67] Eb. 2, 14-15.

[68] Es. 19, 4.

[69] Ap. 1, 5b.

[70] Ap. 1, 6a.

[71] Ap. 3, 19.

[72] Ap. 14, 1-5.

[73] Sof. 3, 11-13.

[74] Ger. 14, 7-9.

[75] Ger. 15, 16.

[76] 144.000 è un numero che abbiamo esaminato ieri e significa il popolo di Dio infinito, senza limite.

[77] Gv. 15, 5.

[78] Ef. 5, 25b – 27

[79] Gv. 1, 36-39.

[80] Gv. 21, 19.

[81] Gv. 13, 37-38.

[82] Gal. 2, 20.

[83] Rom. 14, 7-9.

[84] Ger. 2, 2-3.

[85] Rm. 1, 21.

[86] Ef. 1, 3-4.

[87] Ab. 1, 13.

[88] 1Pt. 1, 18-19.

[89] Ap. 18, 2-4.

[90] Ap. 19, 6-9.

[91] Ap. 19, 15-16.

[92] Ap. 21, 1-5.

[93] Is. 65, 17-20.

[94] Ct. 2, 16a.

[95] Gv. 1, 14a.

[96] Is. 54, 4-5.

[97] Is. 61, 10-11.

[98] Fil. 2, 13.

[99] Sap. 1, 13-15.

[100] Sap. 11, 26.

[101] Ap. 21, 6-7

[102] Ap. 21, 9-27.

[103] Is. 60, 1.

[104] 2Pt. 1, 4.

[105] Ap. 1, 3.

[106] Lc. 8, 21.

[107] Lc. 11, 27-28.

[108] Ap. 14, 13.

[109] Ap. 16, 15.

[110] Mt. 24, 42-44.

[111] Ap. 19, 9.

[112] Ap. 20, 6.

[113] Rm. 6, 3-4.

[114] Rm. 8, 28-30.

[115] 1Tim. 2, 4.

[116] Ap. 22, 7.

[117] Ap. 22, 14.

[118] Gen. 2, 9.

[119] Qo. 1, 9b.

[120] 1Gv. 3, 1a.

[121] 1Gv. 3, 2.

[122] Rm. 8, 22.

[123] Gv. 6, 54.

[124] Gv. 3, 36a.

[125] Ap. 12, 1a.

[126] Ap. 22, 18-21.

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«Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?»

Apocalisse

Capitolo 5

[1] E vidi, nella mano destra di Colui che sedeva sul trono, un libro scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli. [2] Vidi un angelo forte che proclamava a gran voce: «Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?». [3] Ma nessuno né in cielo, né in terra, né sotto terra, era in grado di aprire il libro e di guardarlo. [4] Io piangevo molto, perché non fu trovato nessuno degno di aprire il libro e di guardarlo.
[5] Uno degli anziani mi disse: «Non piangere; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli».
[6] Poi vidi, in mezzo al trono, circondato dai quattro esseri viventi e dagli anziani, un Agnello, in piedi, come immolato; aveva sette corna e sette occhi, i quali sono i sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra. [7] Giunse e prese il libro dalla destra di Colui che sedeva sul trono. [8] E quando l’ebbe preso, i quattro esseri viventi e i ventiquattro anziani si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno una cetra e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi, [9] e cantavano un canto nuovo:
«Tu sei degno di prendere il libro
e di aprirne i sigilli,
perché sei stato immolato
e hai riscattato per Dio, con il tuo sangue,
uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione,
[10] e hai fatto di loro, per il nostro Dio,
un regno e sacerdoti,
e regneranno sopra la terra».
[11] E vidi, e udii voci di molti angeli attorno al trono e agli esseri viventi e agli anziani. Il loro numero era miriadi di miriadi e migliaia di migliaia [12] e dicevano a gran voce:
«L’Agnello, che è stato immolato,
è degno di ricevere potenza e ricchezza,
sapienza e forza,
onore, gloria e benedizione».
[13] Tutte le creature nel cielo e sulla terra, sotto terra e nel mare, e tutti gli esseri che vi si trovavano, udii che dicevano:
«A Colui che siede sul trono e all’Agnello
lode, onore, gloria e potenza,
nei secoli dei secoli».
[14] E i quattro esseri viventi dicevano: «Amen». E gli anziani si prostrarono in adorazione.

 

Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio, con il tuo sangue, uomini di ogni tribù, popolo e nazione…
Ap 5,9

COME VIVERE QUESTA PAROLA?

Il canto dei quattro esseri viventi e dei ventiquattro anziani prostrati davanti al trono continua la lode al Dio Santo e Onnipotente, e all’Agnello (cf Ap 5,6) ~ il titolo messianico che succede a quelli del v. 5: l’Agnello, che sta come immolato, viene identificato come leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide. L’inno (cf Ap 5,9-10.12-13) viene elevato a Gesù, il Messia davidico vittorioso, il servo del Signore, il Redentore, posto sullo stesso piano di Dio che nel capitolo precedente viene salutato come il Creatore.

Gesù, il Messia, che alla vista di Gerusalemme nella quale sta per entrare (cf Lc 19,41) pianse su di essa perché non riesce a riconoscere Colui che le porta la pace e la salvezza; Colui che è in essa sarà immolato e riscatterà per Dio ogni uomo, di tutti i tempi; degno di aprire i sigilli del libro. Uno di quei sigilli apre la visione sulle anime dei martiri (cf Ap 6,9-11). Il loro grido per una giustizia punitiva di Dio su quelli che spargono sangue diventa un’ancorante preghiera dei cristiani perseguitati per la loro fede in tutti i momenti della storia, fino ad oggi. Sono coloro che furono immolati a causa della Parola di Dio e della testimonianza che hanno reso all’Agnello.

Al loro grido per la giustizia divina si unisca anche la nostra preghiera di supplica; e al loro canto di lode all’Agnello innalziamo uniamo la nostra voce di lode, di gloria, di benedizione ~ come la voce di santa Cecilia, vergine e martire.

L’invito di S. Cecilia a tutti i testimoni di fede:

«Cari giovani, morire non è perdere la propria gioventù, ma cambiarla in una migliore: è come dare fango e ricevere in cambio oro, abbandonare una vile dimora ed entrare in una preziosa e ornata. Il mio Signore rende il centuplo di quanto gli si dona».

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«Sali quassù, ti mostrerò le cose che devono accadere in seguito»

Apocalisse

Capitolo 4

[1] Poi vidi: ecco, una porta era aperta nel cielo. La voce, che prima avevo udito parlarmi come una tromba, diceva: «Sali quassù, ti mostrerò le cose che devono accadere in seguito». [2] Subito fui preso dallo Spirito. Ed ecco, c’era un trono nel cielo, e sul trono Uno stava seduto. [3] Colui che stava seduto era simile nell’aspetto a diaspro e cornalina. Un arcobaleno simile nell’aspetto a smeraldo avvolgeva il trono. [4] Attorno al trono c’erano ventiquattro seggi e sui seggi stavano seduti ventiquattro anziani avvolti in candide vesti con corone d’oro sul capo. [5] Dal trono uscivano lampi, voci e tuoni; ardevano davanti al trono sette fiaccole accese, che sono i sette spiriti di Dio. [6] Davanti al trono vi era come un mare trasparente simile a cristallo. In mezzo al trono e attorno al trono vi erano quattro esseri viventi, pieni d’occhi davanti e dietro. [7] Il primo vivente era simile a un leone; il secondo vivente era simile a un vitello; il terzo vivente aveva l’aspetto come di uomo; il quarto vivente era simile a un’aquila che vola.[8] I quattro esseri viventi hanno ciascuno sei ali, intorno e dentro sono costellati di occhi; giorno e notte non cessano di ripetere:
«Santo, santo, santo
il Signore Dio, l’Onnipotente,
Colui che era, che è e che viene!».
[9] E ogni volta che questi esseri viventi rendono gloria, onore e grazie a Colui che è seduto sul trono e che vive nei secoli dei secoli, [10] i ventiquattro anziani si prostrano davanti a Colui che siede sul trono e adorano Colui che vive nei secoli dei secoli e gettano le loro corone davanti al trono, dicendo:
[11] «Tu sei degno, o Signore e Dio nostro,
di ricevere la gloria, l’onore e la potenza,
perché tu hai creato tutte le cose,
per la tua volontà esistevano e furono create».

 

Tu sei degno, o Signore e Dio nostro, di ricevere la gloria, l’onore e la potenza, perché tu hai creato tutte le cose, per la tua volontà esistevano e furono create.
Ap 4,11

Come vivere questa Parola?

Con questo breve e solenne inno di lode al Dio intronizzato si chiude la prima parte della descrizione delle visioni celesti. Non si parla più della situazione delle Chiese, degli incoraggiamenti ai cristiani indeboliti dalle varie prove, delle promesse ottimistiche a coloro che vinceranno il male e si convertiranno a operare di nuovo il bene. Siamo invece trasportati nella sfera celeste, e con il salmista ci uniamo all’eco del “Hallelujah” del Salmo (cf Sal 150): lodiamo il Signore, Dio nostro, l’unico degno di ricevere la gloria, l’onore, la potenza. Lodiamo colui che sa giudicare con giustizia il nostro operare daservi fedeli (cf Lc 19,11-27), servi cioè che non nascondono i doni ricevuti e non cercano attenuanti alla loro pigrizia e svogliatezza, ma con ingegnosità compiono la missione loro affidata.

Da veri servi fedeli ci incamminiamo oggi anche noi verso il tempio del Signore: come Maria che tutta si donò al Signore. In lei si compie pienamente la beatitudine che avvolge chi crede: in lei la Parola è adempiuta, la volontà di Dio per lei è il cibo quotidiano, sta alla presenza del Signore lodandolo continuamente perché ha guardato l’umiltà della sua serva, ha fatto per lei grandi cose, così come mostra la sua misericordia a quelli che lo temono, di generazione in generazione (cf Lc 1,48-50). Lui, l’Onnipotente, cui nome è Santo; Lui che riconosce suo fratello, sorella e madre chi fa la volontà di Dio (cf Mc 3,35); Lui, il tre volte Santo, Colui che era, che è e che viene (cf Ap 4,8).

Maria, Tempio di Dio, madre di ogni credente, sostieni la nostra fede, la nostra preghiera, la nostra testimonianza, il nostro compiere la volontà di Dio.

La voce di una sorella di clausura:

«La preghiera d’intercessione, la preghiera liturgica dei salmi, cantata da un popolo che si fa voce del cosmo, e voce del mondo, in particolare dal popolo delle claustrali, che servono nel Tempio come Maria: sono alcune delle dimensioni della preghiera di una singola comunità monastica, come la nostra, che… entra nella preghiera che il Figlio, eterno Sacerdote, da sempre rivolge al Padre, restituendogli l’universo e il mondo in offerta redenta e purificata»

suor Maria Francesca Righi, monaca dell’ordine cistercense della stretta osservanza; Monastero di Valserena – Pisa

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Come interpretare i Simboli e le Allegorie dell’Apocalisse

Come interpretare i simboli dell”Apocalisse?
Come collocare l’ultima venuta di Gesù con il periodo di pace di mille anni.

Nel libro dell’apocalisse vi è una distinzione tra 1° e 2° resurrezione e si parla di un periodo di pace di mille anni, dopo i quali sarà liberato satana. Non riesco a collocare l’ultima venuta di Gesù con il periodo di pace di mille anni. Mi potete aiutare a capire?
Massimo  Volpe

Risponde don Stefano Tarocchi, docente di Sacra Scrittura
Com’è noto, l’Apocalisse è l’ultimo libro del Nuovo Testamento (e delle sacre Scritture). La parola greca significa «Rivelazione», quella che ha ricevuto Giovanni, prigioniero «a causa della parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù» (Ap 1,9), nell’isola di Patmos, nel mare Egeo di fronte ad  Efeso. Rapito in estasi il «giorno del Signore» (Ap 1,9), gli è stato ordinato di scrivere «le cose che ha visto, quelle che sono e quelle che accadranno dopo» (Ap 1,19): il contenuto delle visioni del libro dell’Apocalisse.

Va detto anzitutto che il libro di Giovanni non può essere spiegato senza fare ricorso ad una interpretazione limpida dei simboli che la percorrono (dai colori, ai numeri, alle bestie alle vesti, e così via): è la caratteristica di questo tipo di letteratura, sia all’interno che al di fuori dei libri biblici, tipico di tempi di persecuzione. Se non si comprende questa premessa si può abusare del significato dell’Apocalisse. Essa non annuncia eventi futuri (soprattutto quelli che vanno sotto il nome di eventi «apocalittici»), bensì vuole indicare – detto brevemente – la teologia della storia della comunità dei discepoli di Cristo, perseguitati da coloro che, nel corso degli eventi della storia umana, si oppongono alla sua vittoria sul male e sulla morte.
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Nel libro le forze ostili ai credenti sono rappresentati in diversi modi: per esempio dalle due bestie che riproducono in maniera idolatrica la Trinità (Ap 13). La vittoria di Cristo invece è descritta, fra l’altro, con l’immagine l’Agnello immolato, che sta in piedi come vincitore (Ap 5,6).

Verso la fine, dopo che è stato cantato il canto di trionfo per le nozze dell’Agnello con la Gerusalemme nuova (Ap 19,1-9), e prima che queste nozze vengano compiute (Ap 21,9-27), il libro dell’Apocalisse introduce il tema del regno dei mille anni. Il testo a cui è il lettore fa riferimento descrive una visione di Giovanni, che riportiamo per intero: «Vidi poi un angelo che scendeva dal cielo con la chiave dell’Abisso e una gran catena in mano. Afferrò il dragone, il serpente antico – cioè il diavolo, satana – e lo incatenò per mille anni;  lo gettò nell’Abisso, ve lo rinchiuse e ne sigillò la porta sopra di lui, perché non seducesse più le nazioni, fino al compimento dei mille anni. Dopo questi dovrà essere sciolto per un po’ di tempo. Poi vidi alcuni troni e a quelli che vi si sedettero fu dato il potere di giudicare. Vidi anche le anime dei decapitati a causa della testimonianza di Gesù e della parola di Dio, e quanti non avevano adorato la bestia e la sua statua e non ne avevano ricevuto il marchio sulla fronte e sulla mano. Essi ripresero vita e regnarono con Cristo per mille anni;  gli altri morti invece non tornarono in vita fino al compimento dei mille anni. Questa è la prima risurrezione. Beati e santi coloro che prendono parte alla prima risurrezione. Su di loro non ha potere la seconda morte, ma saranno sacerdoti di Dio e del Cristo e regneranno con lui per mille anni. Quando i mille anni saranno compiuti, satana verrà liberato dal suo carcere e uscirà per sedurre le nazioni ai quattro punti della terra» (Ap 20,1-8).

L’interpretazione di questo regno di mille anni ha fatto scorrere fiumi di inchiostro. Credo vada evitato di pensare in termini quantitativi ad un regno millenario proiettato nel futuro (il mille è un numero simbolico, la durata di un giorno divino secondo il Salmo 90), che nel testo è chiamato la «prima risurrezione». È più opportuno pensare che il testo si riferisca ad una interpretazione profetica della storia umana: in essa il bene e il male coesistono. Al male, inteso come potenza personale (cf. Ap 11,2.3) viene concesso un potere ma sempre limitato («verrà sciolto per un po’ di tempo»; cf. anche Ap 12,12). Se può inquietare l’allusione al fatto che «satana verrà liberato dal suo carcere  e uscirà per sedurre le nazioni», va ricordato che, dopo che «il mare, la morte e gli inferi» avranno restituito tutti i loro morti, gli sarà riservata la morte eterna («seconda morte»), insieme a tutti coloro il cui nome non è scritto nel libro della vita (Ap 20,14-15).

Giovanni quindi, intravede e descrive il frutto della salvezza definitiva: al termine della vicenda umana, quando Dio con il suo Cristo dimorerà in mezzo agli uomini dopo aver cancellato il dolore e la morte dalla storia umana, ci saranno un cielo e una terra nuovi: «Ecco io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5).

dal sito Aleteia.org

L’Apocalisse
tratto da: Don Antonio Persili, La nuova evangelizzazione e l’apostolo Giovanni.

Il tema del libro dell’Apocalisse è la storia del progetto creativo di Dio e della sua realizzazione nel
tempo.

L’autore è Giovanni (Ap 1, 1.4.9; 22,8), l’apostolo, che negli ultimi anni visse ad Efeso, “fratello e compagno di tribolazione” (Ap 1,5).

L’Apocalisse fu scritta da Giovanni nell’isola di Patmos, ove era stato deportato a causa della parola di Dio alla fine dell’impero di Domiziano, verso l’anno 95.
L’interpretazione del libro è strettamente legata alle leggi cosmiche, che regolano i movimenti del sole e della luna, che determinano la divisione del tempo: il giorno, la settimana, il mese e l’anno.
Giovanni ha fatto questa scelta, perché voleva porre la rivelazione al di sopra e al di fuori di ogni fenomeno terrestre, che potesse essere influenzato, in qualche modo, dall’uomo, che può sconvolgere la terra, ma nulla può per mutare il corso degli astri.
La parola “Apocalisse” è la trascrizione letterale di una parola greca, che in italiano corrisponde alla parola “Rivelazione”.

Il libro, che inizia con le parole illuminanti “Rivelazione di Gesù Cristo”, riassume tutte le rivelazioni della Bibbia e svela il senso recondito della storia: di ciò che è accaduto, di ciò che accade e di ciò che accadrà.
La rivelazione è fatta per immagini e visioni; deve perciò essere decodificata, per comprenderne il significato; segue una logica interna, che deve essere scoperta, per comprenderne lo sviluppo progressivo; dà una visione d’insieme della storia umana, che, per quanto diversa nel suo svolgimento, si ripete ad ogni generazione con la monotonia esasperante del peccato; riscatta il tempo con la novità dell’azione di Dio, che non è solo il Creatore, ma anche il Salvatore di tutte le sue creature.

Prima di presentare la struttura dell’Apocalisse, è opportuno spiegare il significato di alcuni elementi, che rendono comprensibile l’Apocalisse.

IL GIORNO
Presso gli Ebrei il giorno iniziava con il tramonto del sole e si estendeva fino al tramonto del sole, inizio del giorno seguente.
Il giorno era diviso in due parti. La prima parte comprendeva dodici ore di tenebre, dalle 18 alle 6; la seconda parte comprendeva dodici ore di luce, dalle 6 alle 18.
Si può affermare che la visione di Giovanni inizia al calar del sole, che poneva fine al sabato, e che dura fino al sorgere del sole, cioè durante le 12 ore di tenebre.
La visione termina al sorgere del sole, cioè 12 ore dopo, quando inizia la domenica, giorno in cui Gesù risorge e si canta l’Alleluia della vittoria della vita sulla morte.
Con la risurrezione di Gesù, anticipazione della risurrezione finale, si entra nell’ottavo giorno, che è il giorno di Dio, giorno della salvezza, della pace e della gloria.
Le dodici ore della notte erano divise in quattro parti, di tre ore ciascuna, chiamate “vigilie”.
La parola “vigilia”, che in origine era un termine militare, derivava dal verbo “vigilare”, e si riferiva alla vigilanza dei soldati alle porte della città.
I turni di guardia duravano 3 ore, sicché con 4 turni si coprivano tutte le ore della notte: dalle 18 alle 21, dalle 21 alle 24, dalle 24 alle 3, dalle 3 alle 6.
I diversi turni erano chiamati prima, seconda, terza e quarta vigilia.

IL MESE

Le dodici ore della notte, divise in quattro vigilie, scandiscono, nell’Apocalisse, lo svolgersi di un mese lunare, che viene diviso dalle fasi lunari in 4 parti: novilunio, primo quarto, plenilunio, ultimo quarto.

Giovanni, nella divisione della notte, ha in mente le divisioni delle vigilie, come se fossero le fasi lunari, e le divide in 7 sezioni, che corrispondono alla durata di ogni fase lunare, cioè alla settimana.
La luna ha sempre avuto una grande influenza presso gli antichi abitatori della terra.
Il libro del Siracide descrive così l’importanza della luna:
“Anche la luna sempre puntuale nelle sue fasi regola i mesi e determina il tempo. Dalla luna dipende l’indicazione delle feste, luminare, che decresce fino alla sua scomparsa. Da essa il mese prende il nome, mirabilmente crescendo secondo le fasi. È un’insegna per le milizie nell’alto splendendo nel firmamento del cielo”. (Sir 43, 6-8).

 LA SETTIMANA

La settimana nasce dalle fasi della luna, che duravano mediamente sette giorni e nasce anche dalla Bibbia, che nel primo capitolo del libro della Genesi racconta la creazione, dividendo l’azione di Dio in 7 giorni: sei di creazione e il settimo di riposo.

Questa divisione del tempo dalla cultura ebraica è passata anche nella nostra cultura, tanta è la forza non solo della Bibbia, ma anche delle leggi del tempo, che regolano il lavoro dell’uomo proprio con le fasi lunari.

I NUMERI: sette, quattro, tre, dodici, mille.

Dalle fasi lunari è nata non solo la settimana, ma anche uno speciale significato del numero sette, che è usato dagli Ebrei, e non solo da loro, come numero che indica la totalità.

Infatti in 7 giorni è stato creato l’universo, che è la totalità per eccellenza dell’azione del Creatore e della creazione delle creature.

La metà di 7, variamente espressa, indica, invece, incompiutezza, situazione temporanea.
Nell’Apocalisse si trova in queste forme: tre anni e mezzo; due tempi, più un tempo, più mezzo tempo; 42 mesi; 1260 giorni.

Il numero 7 risulta formato dalla somma di due numeri, 4 e 3, che, a loro volta, hanno importanza fondamentale nella cultura ebraica.

Il numero 4 è il numero del creato, che ha 4 direzioni: settentrione, meridione, oriente e occidente.

Sembra che il male e la debolezza derivi dal settentrione, da cui vengono le tenebre e i venti freddi.
Il settentrione è la parte della terra meno illuminata dal sole. È come il regno della morte.

Il numero 4 è il numero della debolezza della creatura che, quando è colpita dalla morte, nei primi tre giorni ha ancora la possibilità di rianimarsi, ma al quarto giorno entra nella morte biologica e non può più tornare indietro.

Quattro sono le virtù cardinali, le virtù umane, che sorreggono l’uomo come i cardini sostengono una porta a due ante: Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza.

Il numero 3, invece, è il numero della divinità e della vita.

Presso gli Egiziani esisteva un amuleto, simbolo della vita, che consisteva in una T maiuscola, fornita di un cappio, che serviva per sorreggerlo, chiamata “Ankh”, cioè vita.
Questo simbolo della vita, lo si trova nei dipinti, che ornano le tombe egizie, ed è portato dalle divinità, mentre le creature ne sono prive.
Le divinità sono immortali, le creature mortali.
Un simbolo simile lo ritroviamo nella Bibbia con lo stesso significato: è il Tau maiuscolo.
Ne parla Ezechiele, quando narra che sulla fronte di coloro che dovevano essere salvati doveva essere segnato un Tau (Ez 9.4).
L’episodio viene ripreso nell’Apocalisse, dove si parla di un sigillo di Dio da imprimere sulla fronte dei suoi servi (Ap 7,3).
La T maiuscola è una lettera che ha tre direzioni ed è esattamente la forma della croce, sulla quale è morto Gesù.
La croce, il Tau, l’Ankh mancano della direzione settentrionale, cioè della direzione mortale, tenebrosa.
È veramente straordinario e profetico che la cultura egizia e la Bibbia abbiano stimato la croce come il segno della vita, perché veramente la vita viene dalla Croce.

Tre sono le virtù teologali : Fede, Speranza e Carità.
Nella Bibbia si parla molte volte dell’intervento di Dio al terzo giorno, perché al quarto sarebbe troppo tardi.
Nel terzo giorno è avvenuto quello che è l’avvenimento centrale di tutta la creazione: la risurrezione di Gesù.

Dunque il numero 4 indica il creato ed il numero 3 la divinità.
La loro somma, cioè 7, indica la totalità dell’umanità e della divinità.
La loro moltiplicazione, cioè 12, indica, invece, la perfezione.
Perfetto è l’anno, formato da 12 mesi, divisi in 4 stagioni di 3 mesi ciascuna.

Il calendario biblico si basava sull’anno solare di 365 giorni e un quarto e sul mese lunare di 29 giorni e mezzo. Dodici mesi lunari danno un anno di 354 giorni: alla differenza, come anche alla frazione di un giorno dell’anno solare, si provvedeva intercalando un secondo mese con nome di Adar, ultimo mese dell’anno.
Non sappiamo quale fosse il meccanismo seguito, per far concordare i due diversi sistemi di divisione del tempo.
Nell’Apocalisse si trovano utilizzati molte volte sia il numero 7 che il numero 12 e spesso sono anche usati i numeri che li compongono: il 3 e il 4.
Per indicare una moltitudine di persone, non calcolabile numericamente, gli Ebrei usavano il numero 1000. Uso che in parte è diffuso anche nella nostra cultura.

BREVE PRESENTAZIONE DEI TEMI DELL’APOCALISSE

Anticipando quelle che saranno le conclusioni delle riflessioni sulla struttura dell’Apocalisse, possiamo dire che essa è una Veglia pasquale.
La celebrazione inizia al tramonto del sole del sabato santo e termina al sorgere del sole del “giorno del Signore”, quando Gesù risorto entra vittorioso in cielo.
La veglia dura 12 ore durante le quali Giovanni, attraverso visioni e rivelazioni, è condotto a ripercorrere tutta la storia della creazione e della redenzione.

Il libro dell’Apocalisse è un’opera stilisticamente perfetta, perché è stata composta seguendo le regole di una corretta composizione letteraria: unità di luogo, unità di tempo, unità d’azione.

Nella prima parte della veglia, Giovanni prende coscienza della situazione delle Chiese d’Asia ed è invitato a scrivere loro delle lettere, con le quali Gesù le conforta nelle loro prove, le rimprovera per le loro debolezze, le loda per la loro fedeltà. È la sezione delle sette lettere.
L’Apocalisse inizia con la presentazione della Chiesa nel momento storico, vissuto da Giovanni, e termina con la visione della Chiesa perfetta, per cui possiamo anche dire che l’Apocalisse è il libro della storia della Chiesa.

Nella seconda parte Giovanni viene invitato a salire in cielo, perché gli deve essere rivelato il progetto creativo e redentivo di Dio.
Progetto che ha il suo centro nell’apertura del rotolo chiuso da sette sigilli da parte dell’Agnello, segno dell’infinita potenza misericordiosa di Dio. È la sezione dei 7 sigilli.

Nella terza parte Giovanni vede scorrere sotto i suoi occhi le linee essenziali della realizzazione del progetto di Dio.
Due schieramenti opposti si affrontano: da una parte i due testimoni (Giovanni Battista e Giovanni evangelista), la donna (Maria), e suo figlio (Gesù); dall’altra parte il drago (satana), la bestia che viene dal mare (il potere satanico dei falsi cristi), la bestia che viene dalla terra (il potere satanico dei falsi profeti).
Il drago e le due bestie sono una caricatura della Santissima Trinità.
È la sezione delle 7 trombe. Le trombe annunziano la guerra, che termina con la sconfitta di coloro che non temono Dio.

Nella quarta parte si celebra la vittoria dell’Agnello e la sconfitta di satana e dei suoi seguaci. Si ode una gran voce che grida: “È caduta, è caduta Babilonia la grande ed è diventata covo di demoni” (Ap 18,2).

Nella quinta parte si realizza il regno di Dio sulla terra. Il regno di Dio trionfa nella verità, nella giustizia e nella pace.

Infine Giovanni vede scendere dal cielo la Gerusalemme celeste, la città santa, la città di Dio per gli uomini. E, quando tutto giunto alla perfezione, il creato entra nella vita eterna.

In questa breve presentazione e nelle riflessioni che seguono non è possibile illustrare tutti gli aspetti dell’Apocalisse, ma solo quelli che sembrano i più opportuni e i più nuovi, per capirne la struttura, il significato e il messaggio.

Ora riprendiamo le riflessioni sulla struttura dell’Apocalisse.

LA STRUTTURA DELL’APOCALISSE

L’Apocalisse è divisa in 7 parti: il prologo e l’epilogo; 4 parti centrali divise ciascuna in 7 sezioni: le sette lettere, i sette sigilli, le sette trombe e le sette coppe; e la quinta parte conclusiva.

IL PROLOGO (Ap 1, 1-3) (3 versetti)

Il libro contiene la rivelazione, manifestata da Gesù Cristo, per volontà del Padre, attraverso un angelo, al suo servo Giovanni.

PRIMA PARTE:

LE SETTE LETTERE (da Ap 1,4 a Ap 3,22) (68 versetti)

Introduzione (Ap 1, 4-8)

Questo brano, come molti altri dell’Apocalisse, ha la struttura di un dialogo tra il lettore e l’assemblea. Infatti l’Apocalisse è una celebrazione liturgica, che la Chiesa ha inserito nell’anno liturgico, come uno dei momenti centrali della vita della Chiesa: la Veglia pasquale.

Visione iniziale (Ap 1, 9-20)

Giovanni ha la visione nel giorno del Signore, mentre soggiornava nell’isola di Patmos, dove era stato relegato dall’imperatore Domiziano.
È importante stabilire quale fosse il giorno del Signore.
Non può essere una domenica qualsiasi, chiamata così perché ripete la domenica pasquale di settimana in settimana.
Qui si deve intendere il giorno del Signore per eccellenza, cioè il giorno della risurrezione di Gesù, centro focale della rivelazione e della salvezza.
Una domenica qualsiasi, per quanto importante, non poteva essere celebrata con una veglia così solenne e con una grandiosa rivelazione, che ha il suo culmine nell’Alleluia pasquale (Ap 19, 1-10).
In quale ora del giorno del Signore Giovanni è rapito in estasi?
Poiché non viene indicata un’ora particolare, vuol dire che la visione è cominciata con l’inizio del giorno del Signore, cioè alle 6 pomeridiane del sabato.

LE SETTE LETTERE (da Ap 1,21 a Ap 3,22)

Le visioni dell’Apocalisse iniziano nella prima vigilia, che corrisponde, nel pensiero di Giovanni, alla prima fase della luna: il novilunio.
Nella fase di luna nuova, la luna non è visibile in cielo, perché mostra la faccia non illuminata dal sole. Il cielo perciò è oscuro ed è rischiarato solo dalla tenue luce delle stelle.
Il cielo è chiuso e Giovanni riceve l’ordine di scrivere lettere a 7 Chiese dell’Asia minore, che si trovavano di fronte all’isola di Patmos.
Le comunità sono nominate nell’ordine che un corriere avrebbe seguito, se avesse dovuto portare dei messaggi, seguendo la strada che collega le diverse città: Efeso, Smirne, Pergamo, Tiatira, Sardi, Filadelfia, Laodicea.
Naturalmente le lettere sono 7 come i giorni della settimana.

SECONDA PARTE:
I SETTE SIGILLI (da Ap 4,1 a Ap 4,8,1) (60 versetti)
Introduzione (Ap 4,1; Ap 5,14)

Inizia la seconda vigilia, che corrisponde alla seconda fase lunare: il primo quarto.
Questa fase è così introdotta da Giovanni: “Dopo ciò ebbi una visione: una porta era aperta in cielo” (Ap 4,1).
La porta aperta in cielo è il primo quarto di luna, che somiglia veramente ad una porta, che permette il passaggio al di là del firmamento.
Giovanni continua: “La voce che prima avevo udito parlarmi come una tromba diceva: Sali quassù, ti mostrerò le cose che devono accadere in seguito. Subito fui rapito in estasi” (Ap 4, 1-2).
A Giovanni non vengono mostrate le cose che devono accadere a partire dalla fine del primo secolo dopo Cristo, in cui egli vive, ma le cose che devono accadere dall’inizio della creazione fino alla fine del mondo.

In questa seconda parte viene presentato il progetto creativo e redentivo
di Dio nelle sue linee essenziali: la creazione e la redenzione
per mezzo dell’Agnello, le sofferenze dei martiri, le schiere dei consacrati
e di una folla immensa, che adorano, lodano e ringraziano Dio,
perché sono stati salvati.

Nel capitolo quarto è descritto il trono di Dio e, con figure simboliche, tutta la creazione (Ap 4, 1-11).
La creazione è presente intorno al trono di Dio, per mezzo del simbolismo di vari elementi, e rende gloria a Dio secondo il detto del salmista: “I cieli narrano la gloria di Dio, e le opere delle sue mani annunzia il firmamento. Il giorno al giorno ne affida il messaggio e la notte alla notte ne trasmette notizia” (Sal 19, 2-3).
La creazione, nel pensiero di Dio, è buona e incontaminata e da essa si innalza un linguaggio incessante di adorazione e di lode.
I ventiquattro anziani non sono altro che le dodici ore di luce e le dodici ore di tenebre; sono il giorno di ventiquattro ore; sono il tempo che altro non è se non un susseguirsi di giorni, di luce e di tenebre.
Il tempo, che passa ed invecchia, è ben rappresentato dai ventiquattro vegliardi, che cantano le lodi di Dio e dell’Agnello.
I quattro esseri viventi rappresentano lo spazio, il creato: proprio perché sono quattro.
La presenza degli esseri viventi, che con i loro occhi riflettono l’immagine del creato e lo rendono partecipe della loro vita e della loro storia.
Davanti al trono vi era come un mare simile al cristallo. In Dio, il mare non è una forza ostile, solo dopo il peccato cambia nella storia la sua natura e diviene di tipo demoniaco.
Davanti al trono ardono sette lampade accese, simbolo dei sette spiriti di Dio.
Era costume degli Ebrei di tenere sempre accesa, fuori la porta di casa, una lampada, che aveva il significato di avvertire i passanti che la casa era abitata e che si sarebbe aperta a chiunque avesse avuto bisogno di aiuto.
Davanti al trono di Dio ardono sette lampade, che indicano la pienezza della vita e la piena disponibilità ad accogliere i bisognosi di aiuto.
Del resto anche nel tempio di Gerusalemme, davanti al Santo dei Santi, ardeva, giorno e notte, il candelabro d’oro dai sette bracci.
Sacerdoti incaricati riassettavano la lampada due volte al giorno, usando olio purissimo, che non provocava nè fumo nè cattivi odori.

L’AGNELLO APRE IL ROTOLO SIGILLATO

L’Agnello, che è il Verbo, per mezzo del quale tutto è stato fatto e tutto è stato rigenerato, prende il rotolo tra canti e preghiere di tutte le creature viventi e di miriadi di angeli e apre i sette sigilli.
All’apertura dei primi quattro compaiono quattro cavalli; il primo bianco, che rappresenta Cristo vittorioso; il secondo nero, che rappresenta la guerra; il terzo rosso, che rappresenta l’ingiustizia e l’oppressione; il quarto verdastro, che rappresenta la Morte, seguita dall’Inferno (Ap 6, 1-8).
Quando è aperto il quinto sigillo, si odono le preghiere dei martiri che attendono la salvezza di Dio.
Quando è aperto il sesto sigillo giunge l’ora di Dio. L’Agnello salva il suo popolo.
Per primi appaiono i consacrati del popolo eletto del Vecchio Testamento e del popolo di Dio del Nuovo Testamento.
Sono quelli, di cui san Paolo dice: “È Dio stesso che ci conferma, insieme a voi, in Cristo, e ci ha conferito l’unzione, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori” (2 Cor 1, 21-22).
Il numero dei consacrati è indicato con il numero simbolico di 144.000, che risulta dalla moltiplicazione di 12.000 per 12. I consacrati sono divisi secondo le 12 tribù di Israele. Dodicimila salvati per ogni tribù: complessivamente 144.000.
Il numero 12 è il numero della perfezione e si addice, in modo particolare, alla Gerusalemme celeste, alla città santa, al popolo di Dio. Il numero 12, moltiplicato per mille, indica il massimo della perfezione e della totalità.
Non c’è da meravigliarsi che i consacrati del Vecchio e del Nuovo Testamento siano indicati come facenti parte delle 12 tribù di Israele. Infatti, quando nell’Apocalisse si descriverà la Gerusalemme celeste, si dirà che la città ha dodici porte, sulle quali è scritto il nome delle dodici tribù di Israele e che gli Apostoli ne costituiscono il fondamento. Non esistono due città, ma una sola, di cui fanno parte Ebrei e cristiani.
Nell’Apocalisse strettissimo è il legame che unisce il popolo ebreo e il popolo dei cristiani: sono il popolo dei consacrati del Signore.
L’elenco delle tribù non corrisponde esattamente all’elenco delle tribù storiche.
Ma ci sono delle ragioni che spiegano questa scelta.
Infatti, le tribù di Israele di fatto erano 13, come anche gli Apostoli saranno 13, e come anche i mesi dell’anno sono dodici più un terzo di mese.
Le tribù territoriali di Israele erano 12, ma vi era una tredicesima tribù, quella di Levi, che non aveva territorio proprio, ma non poteva essere tralasciata, perché era la tribù dei sacerdoti e dei leviti a servizio del tempio.
Dovendo eliminare una tribù, Giovanni ha tolto dall’elenco la tribù di Dan, la tribù di Sansone, che ha avuto il grave torto di non aver saputo difendere il suo territorio dall’attacco dei Filistei ed ha preferito emigrare in un territorio non suo, al nord della Palestina.

I consacrati sono seguiti da “una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua” (Ap 7,9). E gridavano a gran voce: “La salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all’Agnello” (Ap 7,10).
Un inno di adorazione, di lode, e di ringraziamento si innalza da tutto il creato.
Al centro del progetto di Dio vi è l’Agnello, per mezzo del quale Dio crea l’universo e salva le sue creature.

TERZA PARTE:

LE SETTE TROMBE (da Ap 8,2 a Ap 14,20) (119 versetti)
L’apertura del settimo sigillo dà inizio alla terza vigilia, che è anche la terza fase lunare, quella della luna piena e viene introdotta con queste parole: “Quando l’Agnello aprì il settimo sigillo, si fece silenzio in cielo per circa mezz’ora. Vidi che ai sette angeli ritti davanti a Dio furono date sette trombe” (Ap 8, 1-2).
In questi versetti sono indicati due elementi, che si riferiscono alla terza fase lunare del plenilunio: il silenzio e le trombe.
Quando, di notte, la luna piena sorge all’orizzonte, un senso di sorpresa colpisce gli esseri viventi, che reagiscono al passaggio dalle tenebre alla pallida luce lunare con un silenzio, pieno di attesa.

Giovanni coglie questo silenzio come elemento caratterizzante del fenomeno.
Bisogna, infatti, tener conto che l’apostolo è in cielo e non può vedere la luna piena, come ha visto il primo quarto.
Tutte le visioni di Giovanni, a partire dalla seconda parte, si svolgono in cielo.
L’altro elemento è la connessione del plenilunio con le trombe della liturgia.
Nei salmi si legge che per la festa del plenilunio si suonava la tromba: “Suonate la tromba nel plenilunio nostro giorno di festa. Questa è una legge per Israele, un decreto del Dio di Giacobbe” (Sal 81, 4-5).
Nel Levitico si legge: “Nel settimo mese, il primo giorno del mese, sarà per voi riposo assoluto, una proclamazione fatta a suono di tromba, una santa convocazione” (Lv 23,24).
Ma le trombe sono anche uno strumento musicale, usato nelle battaglie per annunciare l’attacco, il momento cruciale della lotta.
Si legge in Geremia: “Il cuore mi batte forte; non riesco a tacere, perché ho udito uno squillo di tromba, un fragore di guerra…” (Ger 4,13).

Questo duplice aspetto della tromba come strumento, usato nella liturgia e in guerra, si adatta perfettamente a questa sezione della Bibbia, che presenta in sintesi lo scontro tra il bene e il male, scontro che avviene nel cielo.

L’esito di ciò che accadrà in terra sarà determinato da ciò che accadrà in cielo.
Anche Omero, nell’Iliade, fa dipendere l’esito della guerra di Troia da ciò che accade in cielo. Quando le divinità protettrici di Troia soccombono di fronte alle divinità protettrici degli Achei, davanti al tribunale supremo di Giove, il destino di Troia è segnato per la distruzione.
Al suono delle prime quattro trombe avvengono guasti sulla terra, nel mare e nel cielo.
Al suono delle ultime tre trombe avvengono i fatti centrali dell’Apocalisse e della storia umana.
Come se non bastasse, al suono terrificante delle ultime trombe, Giovanni vede e poi udì un’aquila, che volava nell’alto del cielo e gridava a gran voce: “Guai, guai, guai agli abitanti della terra al suono degli ultimi squilli di tromba, che i tre angeli stanno per suonare!” (Ap 8,13).
Quando il quinto angelo suona la tromba, inizia il primo guaio ed un astro cade dal cielo sulla terra.
Gli viene data la chiave del pozzo dell’Abisso. Egli apre il pozzo, da cui esce un fumo denso, che oscura il sole e l’atmosfera. Dal fumo escono terribili cavallette, che danneggiano gli uomini, che non avevano il sigillo di Dio.

Termina il primo guaio.

Quando il sesto angelo suonò la tromba, inizia il secondo guaio ed appare una cavalleria infernale, che stermina un terzo dell’umanità.

Segue l’apparizione di un angelo che fa mangiare a Giovanni un piccolo libro, perché la rivelazione che ora udrà e vedrà è la rivelazione suprema.

I DUE TESTIMONI

Entrano in scena i due Testimoni del Signore, vestiti di sacco, che devono compiere la loro missione per milleduecentosessanta giorni, cioè per un tempo determinato.
I due testimoni sono Giovanni Battista e Giovanni evangelista. Essi sono “i due olivi e le due lampade che stanno davanti al Signore della terra” (Ap 11,4).
Davanti al Signore della terra stanno i due precursori, che, per vocazione divina, sono i testimoni dell’entrata del Figlio di Dio nel mondo con l’incarnazione, e della sua uscita dal mondo con la resurrezione.
Essi, secondo l’Apocalisse, rendono con forza la loro testimonianza e vengono uccisi, “ma dopo tre giorni e mezzo, un soffio di vita procedente da Dio entrò in essi e si alzarono in piedi, con grande terrore di quelli che stavano a guardarli” (Ap 11,11).
Trascorsi i tre giorni e mezzo, che indicano un tempo limitato, i due Testimoni cominciano di nuovo a rendere la loro testimonianza e poi salgono in cielo.
Termina così il secondo guaio; ed ecco viene subito il terzo, descritto nel capitolo dodicesimo.

LA DONNA E IL DRAGO

Quando il settimo angelo suona la tromba, echeggiano nel cielo voci potenti di adorazione e di ringraziamento a Dio, che preparano la rivelazione del mistero di pietà (Ap 11, 15-18).

Il momento è solenne.
In una visione cosmica grandiosa appare una donna, dalla quale, per volere divino, verrà il Salvatore. Giovanni la descrive con poche parole stupende: “Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle” (Ap 12,1).
In questa donna si realizza la promessa, che Dio ha fatto ai primordi dell’umanità, con le parole conosciute come il proto-vangelo: “Io porrò inimicizia tra te (satana) e la donna (Maria), tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” (Gn 3,15).
Questa donna del capitolo dodicesimo dell’Apocalisse è la donna del capitolo terzo della Genesi.
E questa donna è Maria.
Senza il libro dell’Apocalisse, la Bibbia sarebbe rimasta come incompiuta, anzi sarebbe stata incomprensibile, perché Dio avrebbe fatto delle promesse e non avremmo saputo come e quando le avrebbe mantenute.
Nell’Apocalisse Maria è vestita di sole, perché è luminosa per la sua divina maternità. Maria è la madre del “sole di giustizia” (Mal 3,20) perché è la madre di Gesù e madre della Chiesa.
La luna è sotto i suoi piedi.
Da sempre sotto i piedi sono posti i nemici vinti. In questa visione la luna rappresenta Satana e i suoi seguaci vinti e resi ormai innocui.
Maria è la nemica di satana, per vocazione divina. Maria è l’Immacolata Concezione, è la Vergine Santa, la piena di grazia.
Maria ha sul capo una corona di dodici stelle, che sono le dodici tribù di Israele, il popolo di Dio del Vecchio Testamento.
È veramente fuorviante l’interpretazione, che vorrebbe vedere nella donna solo la Chiesa e non Maria.
Nella Bibbia tradotta dai testi originali e commentati a cura e sotto la direzione di mons. Salvatore Garofalo sono elencati i motivi, per i quali la donna dell’Apocalisse non può essere assolutamente la Chiesa, ma è certamente Maria, la Madre di Dio e della Chiesa.
E, per conseguenza, neanche la donna della Genesi può essere la Chiesa, ma è Maria.
I motivi si possono riassumere così:
La donna del dodicesimo capitolo dell’Apocalisse non può essere la Chiesa:

a. perché la donna è presentata come madre della Chiesa;

b. perché la Chiesa non può dirsi la madre di Cristo;

c. perché la donna è anteriore alla Chiesa, essendo il suo conflitto già nel protoevangelo;

d. perché la lotta della donna col drago è distinta dalla lotta della Chiesa col drago (Ap 12,15-17 e Ap 13);

e. perché la donna è sottratta agli attacchi del drago, mentre la Chiesa rimane sulla terra, vittima degli attacchi di satana.

A tutti questi argomenti se ne può aggiungere un altro.
Il segno appare in cielo e la lotta si svolge nel cielo, mentre la Chiesa, al contrario, si trova sulla terra e combatte sulla terra e non cielo.
La Chiesa è salva per la lotta e la vittoria, che Maria e suo Figlio riportano sul drago.
La stirpe della donna, la sua discendenza, che è il Cristo, schiaccia la testa del drago, mentre egli, invano, cerca di morderlo al calcagno.
Michele e i suoi angeli gettano satana e i suoi seguaci dal cielo sulla terra, dove, con grande furore, attacca la Chiesa, sapendo che ormai gli rimane poco tempo.
Il capitolo si conclude con queste parole: “Il drago si infuriò contro la donna (Maria) e se ne andò a far guerra contro il resto della sua discendenza (la Chiesa), contro quelli che osservano i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù” (Ap 12,17).
Comunque, come vedremo nel capitolo seguente, la donna è anche la Chiesa, anche se in senso secondario.

LE DUE BESTIE

Il capitolo tredicesimo è dedicato alla presentazione delle due bestie.
Giovanni vede salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna aveva dieci diademi e su ciascuna testa un titolo blasfemo. La bestia riceve dal drago il potere, che appartiene solo a Dio, e si fa adorare, come se essa fosse la portatrice della salvezza.
La bestia rappresenta i falsi cristi: il potere dell’uomo. Giovanni poi vede salire dalla terra un’altra bestia, che aveva due corna, simili a quelle di un agnello, che però parlava come un drago.

La bestia, che sale dalla terra, è l’immagine dei falsi profeti, che ingannano gli uomini e con la violenza e l’inganno li costringono ad adorare la prima bestia.
Questa bestia impone il suo marchio sulla mano destra e sulla fronte degli uomini, che lo seguono.
Il potere del male è rappresentato dal drago e da due bestie, che tentano di imitare la potenza della Santissima Trinità. Il drago rappresenta il Padre, fonte del potere. La prima bestia, che viene dal mare, rappresenta Cristo, che riceve il potere dal Padre. La seconda bestia, che viene dalla terra, rappresenta lo Spirito Santo, che è la comunicazione.

L’AGNELLO SUL MONTE SION

Il capitolo quattordicesimo è il capitolo conclusivo della terza parte e logicamente si chiude con la visione dell’Agnello vittorioso ritto sul monte Sion e insieme a lui compaiono 144.000 persone, che recavano scritto sulla fronte il suo nome e il nome del Padre suo.
L’Agnello ha vinto per la sua obbedienza al Padre, quando si è immolato sulla croce restituendo all’uomo la regalità perduta.
Nella sua infinita pietà e misericordia il Padre ha voluto che suo Figlio non fosse il solo a salvare il mondo, ma associasse a sè un popolo scelto ed eletto.
I 144.000 sono i redenti della terra, i consacrati del Vecchio e del Nuovo Testamento, gli Ebrei ed i Cristiani, che hanno tre caratteristiche:

a. sono vergini, cioè non si sono prostituiti nell’adorazione degli idoli, ma hanno conservato la fedeltà (la verginità) al Dio vero;

b. seguono l’Agnello dovunque esso vada, perché la via della salvezza e della regalità consiste nel seguire Cristo: Via, Verità e Vita.

c. Essi sono redenti tra gli uomini come primizie per Dio e per l’Agnello.

I 144.000 rappresentano il numero totale dei consacrati, che prima degli altri sono stati redenti, perché la loro salvezza risale alla loro consacrazione.

La lotta è finita. Dio ha vinto con l’obbedienza del suo Figlio, come si legge nel salmo 109: “Lo scettro del tuo potere stende il Signore da Sion: Domina in mezzo ai tuoi nemici” (Sal 109,2).
Lo scettro del suo potere che il Signore Gesù ha usato in Sion, cioè in Gerusalemme, è la sua obbedienza al Padre.
L’obbedienza al Padre è l’arma potente, che salva il mondo, anzi è l’unica arma che salva. È venuta l’ora del giudizio.
Chi adora la bestia e ne riceve il marchio berrà il vino dell’ira di Dio, che è versato nella coppa della sua ira. Beati, invece, coloro che muoiono nel Signore.

QUARTA PARTE:
LE SETTE COPPE (da Ap 15,1 a Ap 19,10) (81 versetti)

Con il capitolo quindicesimo inizia la quarta vigilia, che corrisponde alla fase lunare dell’ultimo quarto.
Giovanni è ancora in cielo e di là ha contemplato la visione, che ha descritto nella seconda e terza fase: i sigilli sono stati infranti dall’Agnello in cielo; le trombe sono state suonate dagli angeli in cielo.
In questa quarta parte i sette angeli ricevono l’ordine: “Andate e versate sulla terra le sette coppe dell’ira di Dio” (Ap 16,1).
L’ordine allude alla porta che si aprì in cielo con l’ultimo quarto di luna. Inoltre poco prima Giovanni aveva visto aprirsi nel cielo il tempio, che contiene la Tenda della Testimonianza; ed aveva visto uscire dal tempio i sette angeli: altra allusione all’apertura del cielo.

Il capitolo si apre con il cantico di Mosè e dell’Agnello. La lotta è finita. L’Agnello ha trionfato.
Giovanni vede in cielo un altro segno grande e meraviglioso: sette angeli che avevano sette flagelli, per compiere l’ira di Dio.
Coloro che avevano vinto la bestia stavano ritti sul mare di cristallo e, come gli Ebrei, dopo aver attraversato il mar Rosso, cantano il cantico di Mosè e dell’Agnello: un cantico di adorazione, di lode e di ringraziamento.
La liberazione degli Ebrei dalla schiavitù d’Egitto è il modello della liberazione dell’umanità dalla schiavitù di satana e dalla morte.
I primi cinque angeli versarono le loro coppe sulla terra, nel mare, nei fiumi, sul sole, sul trono della bestia e terribili castighi si abbatterono sui nemici di Dio.
Quando il sesto angelo versò la sua coppa sul fiume Eufrate, le acque del fiume si prosciugarono e da tutta la terra i re si radunarono nel luogo chiamato Armaghedon.
Armaghedon è una parola derivata dalla corruzione di due parole “Har Meghiddon” o “Har Megheddo” cioè la montagna di Meghiddo.
Meghiddo era una città della Palestina settentrionale, ai margini della catena montuosa del Carmelo. Aveva una grande importanza strategica, perché era il passaggio obbligato tra il Nord e il Sud. Innumerevoli eserciti lo avevano attraversato e sul quel valico avevano perduto il fior fiore dei loro soldati, gioventù forte proveniente da paesi vicini e lontani.

I re della terra con i loro eserciti si radunarono in Armaghedon, non per combattere, perché il tempo della lotta è finito, ma per essere distrutti.

LA CADUTA DI BABILONIA

Quando il settimo angelo versò la sua coppa, una voce potente disse: “È fatto!”. Babilonia si squarciò in tre parti e crollarono le città delle nazioni.
I capitoli che seguono non fanno altro che descrivere ciò che accadrà quando la voce potente dice: “È fatto!”, cioè la volontà di Dio si compie, nonostante la guerra scatenata da Satana e dalle due bestie contro di essa.
L’affermazione esclamativa “È fatto!” (Ap 16,17) somiglia molto a quella che Gesù pronunciò sulla croce “Consummatum est!” “È fatto!”.
Nella traduzione della C.E.I. si legge così “E dopo aver ricevuto l’aceto. Gesù disse: Tutto è compiuto!” (Gv 19,30).

Tra le due espressioni c’è una sottile differenza che le rende sostanzialmente diverse.
Mentre Gesù sulla croce ha compiuto liberamente la volontà di Dio, Babilonia e le città delle nazioni compiono la volontà di Dio nonostante la loro opposizione.
Ciò risulta dai verbi che Giovanni usa: nell’Apocalisse Giovanni adopera il verbo “ghegonen” che sta ad indicare come l’avvenimento si compie senza l’adesione di coloro che sono coinvolti nel fatto e che si sono sempre opposti alla realizzazione della volontà divina; nel Vangelo invece adopera il verbo “tetèlestai” che vuol indicare come l’avvenimento si compie con la piena e totale adesione di Gesù, che non è oggetto passivo dell’avvenimento, ma è colui che realizza liberamente la volontà di Dio.
Tutti e due, Babilonia e Gesù, muoiono e sono distrutti. Ma la distruzione di Babilonia è fonte di morte eterna; la morte di Gesù è fonte di vita.
I capitoli diciassettesimo e diciottesimo sono dedicati alla caduta di Babilonia.
Ai tempi di Giovanni, Babilonia aveva perduto ogni importanza; della sua grande potenza e grandezza era rimasto solo il ricordo, tramandato soprattutto attraverso la Sacra Scrittura.

Babilonia, il cui nome “Bab-ilanu” significa “Porta degli dei”, era stata una delle meraviglie del mondo antico ed era diventata simbolo di tutte le città, in cui si adorano gli idoli, la cui potenza, benché magnifica, è fragile, perché frutto dell’orgoglio umano e demoniaco.
Babilonia è la città di satana in antitesi a Gerusalemme, che è la città di Dio.
Nella descrizione delle città di satana Giovanni utilizza elementi di sua conoscenza, che riguardano Roma.
Babilonia e Roma sono le città esemplari, simbolo di tutte le città idolatre di ogni tempo e di ogni luogo, che subiscono la stessa sorte.
Babilonia è chiamata la grande prostituta, vittima della sua prostituzione.
Babilonia è simboleggiata da una donna, la grande prostituta, seduta su molte acque, chiaro riferimento alla posizione di Babilonia adagiata sull’Eufrate e sui canali, derivati dal fiume.
Con Babilonia “si sono prostituiti i re della terra e gli abitanti della terra si sono inebriati dal vino della sua prostituzione” (Ap 17,2).
Continua la descrizione della donna, che sulla fronte aveva scritto un nome misterioso “Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli abomini della terra” (Ap 17,5).
I re della terra “hanno un unico intento: consegnare la loro forza e il loro potere alla bestia” (Ap 17,13). “Ma l’Agnello li vincerà, perché è il Signore dei signori e il Re dei re e quelli con lui sono i chiamati, gli eletti e i fedeli” (Ap 17,14).

Nel capitolo diciottesimo si innalza un lamento a più voci, secondo gli schemi usati dai grandi profeti dell’Antico Testamento, per la caduta di Babilonia la grande.

Il lamento è diviso in sette parti: due proclamazioni (Ap 18,1-3); quattro episodi corali (Ap 18, 9-10; 11-14; 15-17a; 17b-20); e infine un’azione simbolica (Ap 18, 21-24).
Nel capitolo diciannovesimo l’attenzione è tutta rivolta alla vittoria dell’Agnello: “Alleluia! la salvezza, gloria e potenza sono del nostro Dio…” (Ap 19,1).
Si susseguono cori di adorazione, di lode e di ringraziamento all’Agnello, che ripetono “Alleluia!” (Ap 19, 1.3.4.6.)
La parola “Alleluia” ricorre per quattro volte e sono le uniche che si incontrano in tutto il Nuovo Testamento.
L’Alleluia fa da sfondo musicale, dà “leitmotiv” a tutta la dossologia in onore dell’Agnello. È l’Alleluia pasquale, che segna la vittoria di Gesù nella risurrezione e preannuncia la risurrezione delle creature.
Siamo arrivati al mattino. Sono passate le dodici ore della notte. Il sole sorge all’orizzonte, le tenebre sono fugate: “Cristo è risorto! Cristo ha vinto il peccato e la morte! Cristo trionfa”.
La veglia pasquale è giunta al culmine; l’Agnello si è immolato con fiduciosa obbedienza alla volontà del Padre, che con un raggio di sole lo richiama alla vita.

Tutta la storia dell’umanità si svolge tra un tramonto e un sorger di sole.
Il tramonto è figura delle tenebre e della morte, frutto del peccato; il sorgere del sole è la figura della luce e della vita, frutto dell’obbedienza di Gesù al Padre.

QUINTA PARTE:
IL REGNO di DIO (da Ap 19,11 a Ap 22,11) (64 versetti)

Cristo appare su un cavallo bianco giudica, combatte e vince con la fedeltà al Padre, con la testimonianza della verità, con la giustizia.
Il Verbo di Dio è invincibile. Sul mantello e sul femore porta scritto: “Re dei re e Signore dei signori” (Ap 19,16).
Il capitolo ventesimo scioglie l’intreccio degli eventi e fa scattare la conclusione finale.
Come nel capitolo sedicesimo, quando il sesto angelo versò la sua coppa, i re si radunarono nel luogo che in ebraico si chiama Armaghedon, per essere distrutti; così ora è la volta del dragone, del serpente antico, cioè del diavolo, di satana, che, dopo una serie di lotte convulse contro i santi di Dio, viene gettato “nello stagno di fuoco e zolfo, dove sono anche la bestia (il potere) e il falso profeta: saranno tormentati giorno e notte per i secoli dei secoli”.
Il capitolo ventunesimo presenta la realizzazione completa del progetto di Dio.
Il nuovo cielo e la nuova terra, che erano cominciati con l’Incarnazione del Verbo, sono giunti alla loro completa maturazione e splendore.
Giovanni vede il tanto atteso regno di Dio in tutta la sua potenza e bellezza. “Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo” (Ap 21,2).
Dal cielo scende il progetto che Dio aveva preparato fin dall’eternità, che ora si adatta perfettamente al Regno di Dio, che è stato fondato sulla terra e che si è maturato con l’azione divina e la cooperazione umana.
La volontà divina si è compiuta!

Il Signore, riprendendo le parole riferite dal profeta Isaia, dice: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5 e Is 43,19).
La profezia di Isaia, che ha iniziato a realizzarsi con l’incarnazione del Figlio di Dio, è giunta al compimento: “Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci. Ecco, sono compiute! Io sono l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine” (Ap 21, 5-6).
Segue la descrizione della Gerusalemme celeste, della Chiesa trionfante.
La città santa è costruita seguendo le leggi, che regolano l’anno.
L’anno, generato dai movimenti del sole, è considerato come il massimo della perfezione. Esso è formato da dodici mesi, divisi in quattro stagioni di tre mesi ciascuna.
Così la Gerusalemme celeste è formata da una cinta di mura con dodici porte, sulle quali stanno dodici angeli e vi sono scritti i nomi delle dodici tribù di Israele.
Le mura sono a forma di quadrato e su ogni lato vi sono tre porte.
Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello.
È interessante notare che non esistono due città, quella dell’Antico Testamento e quella del Nuovo, quella degli Ebrei e quella dei cristiani; ma vi è un’unica città del popolo di Dio.
Giovanni, fin dagli inizi della Chiesa, aveva indicato ai cristiani la strada da percorrere per quanto riguarda i rapporti con gli Ebrei: una strada che porta all’unione tra i due popoli, nell’attesa della venuta del Regno di Dio.
Le altre misure della città santa sono multipli di dodici, numero solare perfetto. Le mura misurano dodicimila stadi; la lunghezza, la larghezza e l’altezza hanno le stesse misure, formando un enorme cubo. Le mura sono larghe 144 braccia (12 x 12 144).
All’interno non vi è il tempio, perché Dio e il suo Agnello sono il suo tempio; non vi è luce del sole nè della luna, perché è illuminata dalla gloria di Dio e la sua lampada è l’Agnello.

L’Apocalisse si chiude con il capitolo ventiduesimo, dedicato in parte a completare la descrizione della città santa ed in parte alla conclusione del libro.
Nell’interno della città santa si trova l’albero della vita, che dà dodici raccolti l’anno. “Il Signore Dio illuminerà i suoi servi e regneranno nei secoli dei secoli” (Ap. 22,5).

EPILOGO: (Ap 22, 12-20)

La rivelazione si chiude con l’assicurazione, da parte del Signore Gesù, della sua prossima venuta: “Ecco, io verrò presto e porterò con me il mio salario, per rendere a ciascuno secondo le sue opere. Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il Principio e la Fine”. (Ap 22,12).

“Lo Spirito e la sposa (la Chiesa) dicono: Vieni!” (Ap 22,17).

E “Colui che attesta queste cose dice: Sì, verrò presto!” (Ap 22,20)

Così termina la Veglia pasquale, che è insieme l’attesa della risurrezione di Gesù e del regno di Dio.

NUMERO DEI VERSETTI
I. Parte Prologo Ap 1, 1-3  Versetti 3
II. Parte  da Ap 1,4 a Ap 3,22  Versetti 68
III. Parte  da Ap 4,1 a Ap 5,14  Versetti 60
IV. Parte  da Ap 8,5 a Ap 14,20  Versetti 119
V. Parte  da Ap 15,1 a Ap 19,10  Versetti 81
VI. Parte  da Ap 19,11 a Ap 22,11  Versetti 64
VII. Parte  Epilogo Ap 22, 12-20  Versetti 9
Totale versetti 404

DIVISIONE DELL’APOCALISSE

I. PARTE  PROLOGO  (Ap 1, 1-3)
II. PARTE   Prima Fase Lunare  (da Ap 1,4, a Ap 3,22)
Le Sette Lettere
Introduzione (Ap 1, 4-8)

Visione iniziale (Ap 1, 9-20)

1. Lettera alla Chiesa di Efeso   (Ap 2, 1-7)

2. Lettera alla Chiesa di Smirne  (Ap 2, 8-11)

3. Lettera alla Chiesa di Pergamo  (Ap 2, 12-17)

4. Lettera alla Chiesa di Tiatira  (Ap 2, 18-29)

5. Lettera alla Chiesa di Sardi  (Ap 3, 1-6)

6. Lettera alla Chiesa di Filadelfia  (Ap 3, 7-13)

7. Lettera alla Chiesa di Laodicea  (Ap 3, 14-22)

III. PARTE Seconda Fase Lunare (da Ap 4,1 a Ap 5,14)

I Sette Sigilli

Il trono di Dio (Ap 4, 1-11)

Il rotolo dei Sette Sigilli e l’Agnello (Ap 4, 1-14)

1. Il primo sigillo (Ap 6, 1-2)

2. Il secondo sigillo (Ap 6, 3-4)

3. Il terzo sigillo (Ap 6, 5-6)

4. I quarto sigillo (Ap 6, 7-8)

5. Il quinto sigillo (Ap 6, 9-11)

6. Il sesto sigillo (Ap 6, 12-17)

7. Il settimo sigillo (Ap 8, 1)

IV. PARTE Terza Fase Lunare (da Ap 8,2a a Ap 14,20)

Le Sette Trombe

Liturgia celeste (Ap 8, 2-5)

1. La prima tromba (Ap 8, 6-7)

2. La seconda tromba (Ap 8, 8-9)

3. La terza tromba (Ap 8, 10-11)

4. La quarta tromba (Ap 8, 12-13)

5. La quinta tromba (Ap 9, 1-12)

6. La sesta tromba (Ap 9, 13; Ap 11,14)

7. La settima tromba (Ap 11,15; Ap 14,20)

V. PARTE Quarta Fase Lunare (da Ap 15,1 a Ap 19,10)

Le Sette Coppe

Il cantico dei vittoriosi (Ap 15, 1-8)

1. La prima coppa (Ap 16, 1-2)

2. La seconda coppa (Ap 16,3)

3. La terza coppa (Ap 16, 4-7)

4. La quarta coppa (Ap 16, 8-9)

5. La quinta coppa (Ap 16, 10-11)

6. La sesta coppa (Ap 16, 12-16)

7. La settima coppa (Ap 16,17; Ap 19,10)

VI. PARTE Quinta Parte conclusiva (da Ap 19,11 a Ap 22,11)

VII. PARTE EPILOGO (Ap 22, 12-20)

La Bibbia non è un libro di devoti racconti e di rassicuranti fiabe, ma è il libro della storia della nostra salvezza, che usa il linguaggio e la logica umana, perché tutti possano comprendere e credere.

 

FONTE :  http://www.cristianicattolici.net/apocalisse-segni-ultimi-tempi.html

 

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