FEDE E AMORE: L’ESISTENZA CRISTIANA SECONDO SAN GIOVANNI

U.C.I.I.M.
Unione Cattolica Italiana Insegnanti Medi
Sezione di Reggio Emilia (Via Prevostura 4)

Fede e Amore: l’esistenza cristiana secondo S. Giovanni

1991

Documento rilevato dalla registrazione ma non rivisto dall’autore.

  1. Giovanni, presentando negli ultimi versetti del cap. 20°, lo scopo del suo lavoro, dice di aver fatto una scelta fra tutti i segni che Gesù ha compiuto e di avere scritto alcuni di questi segni:

«perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20, 31).

Perciò lo scopo di tutta l’opera di S. Giovanni è la fede dei lettori, perché attraverso la fede possano raggiungere la vita. E per vita si intende la partecipazione alla vita di Dio e a quella gioia e pienezza di amore che sono legate con la vita di Dio.

È significativo che anche nella sua prima lettera S. Giovanni esprima una intenzione del medesimo tipo:

«[13]Questo vi ho scritto perché sappiate che possedete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figlio di Dio» (1 Gv 5, 13).

Sia il Vangelo, dunque, sia la prima lettera di S. Giovanni sono scritti per alimentare la fede, quale via necessaria per raggiungere la vita.

Nel capitolo 17 del Vangelo, nel contesto della grande festa delle Capanne, una delle feste più importanti del calendario ebraico, S. Giovanni riporta una solenne proclamazione di Gesù:

«[37]Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù levatosi in piedi esclamò ad alta voce: Chi ha sete venga a me e beva [38]chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno. [39]Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non c’era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato» Gv. 7, 37-39).

Per S. Giovanni la glorificazione di Gesù, cioè la sua morte e risurrezione, produce un effetto fondamentale: il dono dello Spirito. E’ una morte feconda quella di Gesù perché riempie il mondo con la presenza dello Spirito. Ma per accogliere lo Spirito occorre la fede: «Chi ha sete venga a me e beva [38]chi crede in me».

Il Cristo crocifisso è una sorgente di vita; dal suo costato escono sangue e acqua. Ma a questa ricchezza di vita, che scaturisce dalla morte del Signore, si può attingere unicamente con la fede: «[39]Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui».

E il Vangelo di S. Giovanni terminava al capitolo 20, 29 con la beatitudine della fede:

«beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».

In S. Giovanni il tema della fede è dunque essenziale. Quando, dopo la moltiplicazione dei pani, i Giudei vanno da Gesù e gli chiedono:

«che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?» (Gv 6, 28).

Gesù risponde che c’è un’unica opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato.

Nella fede quindi si gioca il senso della vita umana e l’atteggiamento dell’uomo di fronte a Dio.

Detto questo come promessa, può essere strano il fatto che S. Giovanni in realtà non usi quasi mai il termine “fede”. Lo usa una volta sola nella prima Lettera.

«[4]Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede» (1 Gv 5, 4).

In tutti gli altri casi S. Giovanni non usa il sostantivo, ma il verbo credere. Lo si trova 96 volte nel Vangelo e 9 volte nella prima Lettera. È un’osservazione di tipo statistico, però dice che a S. Giovanni non interessa tanto il concetto di fede quanto il dinamismo del credere. La fede per S. Giovanni è fondamentalmente un modo di vivere, una attività che l’uomo deve continuamente arricchire e approfondire.

Infatti, S. Giovanni probabilmente ha scritto il Vangelo non per fare arrivare alla fede quelli che non credono, ma per far giungere a una fede matura quelli che hanno una fede ancora iniziale.

Il Verbo “credere” è poi usato in S. Giovanni con alcune diverse costruzioni che sono significative:

  • La prima fondamentale è quella con il dativo: “credere a Gesù”, “credere al Padre”, credere ai profeti”, “credere alla Scrittura”, “credere a Mosè”, “credere alle opere”, ecc. e tutte queste espressioni sottolineano l’aspetto fiduciale della fede. Credere a Gesù vuole dire che si ha fiducia in Lui, che si giudica Gesù come degno di essere creduto. Naturalmente il tema della fiducia sta veramente nel cuore dell’atto della fede che non è un atto puramente intellettuale, ma è un rapporto interpersonale, una scelta con cui si riconosce qualcuno a cui si può affidare la propria esistenza.

  • C’è poi il “credere che”, “credere che Gesù è il Santo di Dio”.

«Signore da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il sorso di Dio» (Gv 6, 68-69)

I due verbi “creduto” e “conosciuto” sono abbastanza vicini nei vocabolario di S. Giovanni.

“credere che Gesù è il Cristo”, “credere che è il Figlio di Dio”, “credere che è il mandato dal Padre”, ecc.

Tutte queste espressioni indicano l’aspetto di scoperta.

Si incontra l’uomo Gesù di Nazaret, ma nell’atto di fede si scopre in quell’uomo la gloria di Dio, la bellezza di Dio, la presenza salvatrice di Dio. Ricordavamo prima che la fede è certamente fiducia ma essa ha anche un contenuto esprimibile. Non è uri fideismo vago, un vago abbandonarsi a qualche cosa difficile da comprendere e da definire; ma è un affidarsi consapevole a qualcuno che si conosce. Per questo “credere” e “conoscere” sono due atteggiamenti legati l’uno all’altro. Attraverso la fede l’uomo arriva a una vera conoscenza di Dio attraverso Gesù Cristo, anche se la nostra conoscenza rimane infinitamente al di sotto di quella che è la ricchezza di Dio, pur non essendo una conoscenza vaga o falsa, ma vera e con un preciso contenuto di fede.

La terza espressione che S. Giovanni usa è “credere in”, che viene usata 36 volte. È forse l’uso più tipico del Vangelo di S. Giovanni. Essa non significa solo che si ritiene vero quello che il Signore dichiara, ma che implica un movimento di adesione personale a Lui, un dono di sé.

La fiducia porta a interpretare e a vivere un vero itinerario di affidamento costante e progressivo a Lui. Insieme a queste espressioni troviamo quella più rara, ma dello stesso genere: “credere nel nome di Gesù”, che vuol dire aderire a Lui accettando pienamente quello che il suo nome esprime (il nome è l’identità, è il volto di un persona, sono i lineamenti che la definiscono).

A tutto ciò che abbiamo detto aggiungiamo il fatto che il verbo “credere” in S. Giovanni viene usato con alcuni paralleli. Il parallelismo, in uso nel modo di esprimersi ebraico e biblico, consiste nel dire la stessa cosa con due espressioni un po’ diverse tra loro, ma che esprimono un’unica affermazione globale.

Perciò “credere” è come dire “venire a Gesù”, “accogliere Gesù”, “seguire Gesù”.

«[35]Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete» (Gv 6, 35).

Evidentemente “fame” e “sete” sono in parallelo e complementari, come lo sono “chi viene a me” e “chi crede in me”.

L’espressione “chi viene a me” dice che l’atto di fede non è un quieto possesso, ma è un cammino progressivo, è un rapporto che deve maturare e approfondirsi, un rapporto di accoglienza nei confronti di Gesù e di accoglienza legata con l’amore.

L’atto di fede non è esattamente lo stesso che l’atto di amore ma è ad esso strettamente collegato, perché la fiducia in qualcuno non è possibile senza un atteggiamento di amore nei suoi confronti.

San Giovanni riprende:

«[43]Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi ricevete; se un altro venisse nel proprio nome, lo ricevereste. [44]E come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo?» (Gv 5, 43-44).

Credere in Gesù significa dunque riceverlo, accoglierlo e anche seguirlo. Possiamo ora tentare di fennarci su alcuni testi più significativi, il primo dei quali è il dialogo fra Gesù e Nicodemo che contiene:

  • La proclamazione di una vita nuova e di una nuova nascita che viene offerta all’uomo;

  • L’invito a credere in Gesù come colui che è disceso dal cielo. È in questo credere sta la nuova nascita, la nuova vita.

Il capitolo si porrebbe leggere nella prospettiva di:

  • una “pars destruens” in cui Gesù sembra distruggere le sicurezze con cui Nicodemo si è avvicinato a Lui;

  • una “pars costruens” in cui il Signore conduce Nicodemo a una pienezza di conoscenza e di vita.

Nicodemo si accosta a Gesù con una sua ricchezza. Di fatto il dialogo comincia così:

«[2]Egli andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio; nessuno infatti può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui» (Gv 3, 2).

Nicodemo comincia dunque col verbo “sappiamo”.

Se si legge oltre, al versetto 10, si trovano queste parole di Gesù a Nicodemo:

«Tu sei Maestro in Israele e non sai queste cose?».

Gesù ha sgretolato la conoscenza di Nicodemo che si era avvicinato a Gesù nella convinzione di avere una sua scienza, frutto dello studio, delta tradizione, della educazione ricevuta… Il Nicodemo che va da Gesù è infatti una persona che ha alle spalle una notevole esperienza religiosa e di vita. È un maestro, uno che conosce le Scritture, quindi si presenta con una sua sicurezza.

Dall’incontro con Gesù emerge la rivelazione che quella scienza in realtà non esiste. Nicodemo non sa e deve riconoscere di non sapere.

Per due volte Gesù fa una affermazione:

«se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio» (Gv 3, 3).

«se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio» (Gv 3, 5).

Presenta perciò una condizione assoluta per l’ingresso nel Regno di Dio. La condizione è una nuova nascita, ma l’uomo non se la può procurare. Infatti il nascere è esperienza radicalmente ricevuta perché si nasce per la volontà di un altro e non per una propria scelta.

Il dare a se stesso la vita è evidentemente una contraddizione in termini e proprio per questo Gesù prende l’immagine del nascere. Quella vita della quale parla il Vangelo di S. Giovanni e che è lo scopo del Vangelo stesso, viene presentata anzitutto come una nascita, quindi come qualche cosa che l’uomo non si può procurare da sé, ma che può solo ricevere, in un atteggiamento di disponibilità. Perciò tutta quella ricchezza con cui Nicodemo pensa di potersi presentare davanti a Gesù, viene riconosciuta inutile. Ciò non significa che tutti i valori umani sono inutili davanti ai Regno di Dio, ma che il Regno di Dio non è un valore creato dall’uomo, ma da Dio, e l’uomo può solo accoglierlo come un dono.

In altri termini si può dire che la struttura propria della vita biologica dell’uomo vale anche per la vita spirituale. Ci si trova con l’esistenza biologica senza averlo voluto, ma per la volontà dei genitori. La stessa cosa succede per la vita dello Spirito: l’uomo se la ritrova come un dono.

E come nella vita biologica ognuno può costruire tutto un edificio secondo i suoi progetti, ma a partire da ciò che ha ricevuto, così nella vita spirituale ognuno è chiamato a costruire tutto il suo progetto di vita, ma sulla base di un dono non meritato bensì accolto nell’atto della fede.

E l’atto di fede consiste nell’accogliere l’atto gratuito di Dio che vuole la vita nel senso più pieno.

Gesù spiega tutto questo con una serie di affermazioni significative:

«[6]Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito» (Gv 3, 6).

C’è quindi una contrapposizione irriducibile tra carne e spirito, cioè tra l’uomo e Dio. Per “carne” non si intende infatti la parte materiale dell’uomo, ma l’uomo in tutta la sua realtà, come debole, come “non Dio”.

Allora tutto ciò che è semplicemente umano e mondano, intelligenza e buona volontà, desiderio e sforzo, tutto questo, per quanto grande sia, è qualitativamente diverso dalla realtà divina, dallo Spirito. L’uomo non può trasformarsi e spiritualizzarsi così tanto da diventare spirito. Egli rimane radicalmente “carne”.

Si tratta invece di accogliere il dono di una “nascita” con docilità e con riconoscenza:

«[8]Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito» (Gv 3, 8).

In greco, come in ebraico, il termine “vento” e il termine “spirito” sono identici: c’è un’unica parola che esprime l’uno e l’altro.

Si comprende quindi come Gesù usi la parola “vento” per indicare non tanto la libertà dello spirito che va dove vuole, ma piuttosto per dire che lo Spirito è misterioso (e “misterioso” vuole dire che c’è, che ne vedi gli effetti, ma che non ne conosci né l’origine né la destinazione).

Così l’uomo che nasce dallo Spirito c’è, lo vedi e ne vedi anche gli effetti (perché lo spirito produce degli effetti concreti nella vita dell’uomo come amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà… cfr. Gal 5, 22) ma non sai da dove vengono. Non possono semplicemente venire dal carattere o dall’educazione, come Gesù non viene soltanto da Nazaret. L’uomo che nasce dallo Spirito viene da Dio e le sue parole e i suoi gesti si spiegano a partire da Dio. Dopo aver detto che l’uomo non può entrare nel Regno di Dio se non per un dono, per una nascita che è unicamente opera della grazia di Dio e dello Spirito, ora bisogna fare la parte di edificazione della vita dell’uomo.

Supposta questa nascita, che cosa significa vivere? Fondamentalmente significa credere.

Gesù si presenta come colui che sa, che ha visto e quindi parla e testimonia. Lui è l’unico testimone oculare delle cose del cielo perché:

«[13]Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo» (Gv 3, 13).

E l’atteggiamento dell’uomo di fronte a Gesù in che cosa consiste? Fondamentalmente nella fede.

«[14]E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, [15]perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (Gv 3, 14-15).

Notate: «bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato».

Egli è sceso da Dio, è entrato nella storia degli uomini per portare ad essi la rivelazione di Dio, la rivelazione dell’amore di Dio. Infatti tutta la rivelazione di Gesù Cristo vuole indicare che Dio è il Padre che ama.

Per questo bisogna che Gesù sia innalzato, per questo bisogna che vada in croce: perché deve portare la rivelazione alla sua pienezza trasformando tutta la sua vita in dono.

Abbiamo già detto che Gesù traduce il volto misterioso di Dio in parole; e in gesti umani, ma quali parole e quali gesti? Quelli di tutta la sua vita, ma soprattutto quelle della sua Passione, perché nel momento in cui Gesù perde la sua vita comunicandola e donandola, in quel momento Gesù rivela pienamente il volto del Padre, rivela che Dio è effettivamente amore.

Allora credere vuole dire “credere in Gesù” ma credere nel Gesù innalzato, credere nell’amore del Padre, in quell’amore del Padre che si è rivelato in Gesù. Alla rivelazione di Dio si risponde essenzialmente nella fede e nell’amore.

«[16]Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3, 16).

Per capire questa frase dobbiamo anzitutto contrapporre “Dio” e “mondo” come realtà che sono agli antipodi. Per “mondo” si intende non tanto la creazione, quanto una umanità che si è allontanata da Dio, una umanità ribelle, peccatrice, quella di cui parla S. Paolo nella lettera ai Romani quando scrive che Cristo “è morto per gli empi nel tempo stabilito”. Non vuol dire che è morto solo per gli empi e non per i giusti, ma che è morto per tutti perché dai giusti non ce n’erano. Gli uomini infatti erano, davanti a Dio, in una condizione di empietà. Ed è per questi uomini che Cristo è morto. «Dio infatti ha tanto amato il mondo», non solo quel mondo che è infinitamente lontano come la creatura dal Creatore, ma quel mondo che è infinitamente lontano come il peccatore dall’amore di Dio: quindi non solo lontano, ma in opposizione.

«[16]Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito».

La Bibbia di Gerusalemme in margine a questo, testo cita Genesi 22° dove si parla del sacrificio di Isacco.

«Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco» (Gen 22, 2).

Dio non dice semplicemente “Prendi Isacco e sacrificalo” ma dice “Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco». Ci sono quattro espressioni per indicare la persona che deve essere indicata, e queste quattro espressioni vogliono evidentemente indicare il legame profondissimo di affetto che unisce Abramo al figlio.

È a questo testo dell’Antico Testamento che Giovanni allude quando parla del Figlio unico di Dio, quello che è oggetto dell’amore pieno e della piena benevolenza da parte del Padre. Questo Figlio viene dorato agli uomini, al mondo, «perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna», riceva quindi, attraverso il Figlio, la vira e l’amore di Dio.

Questo brano continua:

«[18]Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio» (Gv 3, 18).

Per S. Giovanni ciò significa che nella fede e nella incredulità si gioca fin d’ora il giudizio. Giovanni infatti tende a vedere le realtà escatologiche come già presenti nella vita dell’uomo.

Questo non vuol dire che le realtà escatologiche non ci siano, ma vuol dire che esse non verranno all’improvviso capovolgendo le cose, ma che saranno semplicemente la manifestazione di ciò che fin d’ora è presente e operante nella vita dell’uomo.

Teniamo anche presente il versetto precedente cine dice:

«[17]Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Gv 3, 17).

Vediamo così che l’unico scopo di Dio, l’unica sua volontà è la salvezza. Dio non vuole la condanna e non manda il Figlio per condannare, ma per salvare. Rimane però questo fatto: siccome il Figlio è l’unica possibilità di salvezza per l’uomo, il rifiuto del Figlio significa rifiuto della salvezza e quindi significa condanna, significa “rimanere sotto la condanna” come dice S. Giovanni. L’uomo è sotto la condanna a motivo della sua condizione di peccato; gli viene offerta una possibilità di scampare a questa condanna attraverso la fede nell’amore di Dio che è la fede in Gesù Cristo. Da ciò si decide il senso totale, definitivo della sua vita.

Leghiamo questo discorso sulla fede a una piccola riflessione sul cap. 4, 1-42 di Giovanni che parla della Samaritana. Si dovrà leggere questo brano come un vero itinerario di fede.

Il capitolo è costruito come un ingresso sempre più ricco dentro al mistero di Gesù. All’inizio Gesù si presenta alla Samaritana e la donna lo riconosce nel modo più immediato e più semplice come un giudeo, cioè come un non-samaritano.

Poi la Samaritana si pone un interrogativo: siccome Gesù ha parlato di un’acqua viva, si chiede se Egli non sia più grande del padre Giacobbe. Non crede, di fatto, a questo dubbio, ma con una domanda di questo genere fa capire che forse dubita che ci sia qualcosa di più del solo viandante affaticato e assetato.

Quando poi Gesti dice a questa donna: «va a chiamare tuo marito» e le richiama i cinque mariti che ha avuto, la Samaritana risponde: «Signore, vedo che tu sei un profeta». Ed è il primo riconoscimento della identità soprannaturale di Gesù, perché la donna ha fatto l’esperienza tipica della fede che è quella di essere conosciuta. “Fede” infatti, vuol dire conoscere, ma fede vuoi dire, prima di tutto, essere conosciuti/ sapersi conosciuti da Cristo, sapere che non ci sono degli schermi che ci proteggano dal suo sguardo e dalla sua conoscenza.

Gesù poi si presenta alla Samaritana come un Messia e allora questa donna va a parlarne, sia pure in modo interrogativo, ai suoi concittadini:

«[29] Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?» (Gv 4, 29.).

E alla fine del brano i Samaritani fanno una professione di fede completa e piena «… noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo» (Gv 4, 42) – non solo salvatore di Israele, ma Salvatore del mondo intero).

Il cammino della fede, come ben si vede, viene messo in movimento da Gesù.

C’è questa donna che va ad attingere acqua al pozzo di Giacobbe; trova Gesù il quale le chiede da bere. La Samaritana si stupisce che un Giudeo chieda da bere a lei Samaritana.

«[4.10]Gesù le rispose: Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva».

Questa è la frase che mette in movimento l’atto della fede. Quando Gesù dice alla donna: «se tu conoscessi il dono di Dio», vuole dire che, se la donna desidera l’acqua del pozzo di Giacobbe perché ha sete, Gesù vuole dilatare questo desiderio per orientarlo verso qualcos’altro. «Se tu conoscessi il dono di Dio»,

Non c’è solo l’acqua del pozzo, come realtà che possa dare vista all’uomo, ma c’è molto di più: c’è un dono di Dio del quale bisogna diventare consapevoli, verso cui bisogna allargare il cuore.

Bisogna cioè che i desideri e i progetti dell’uomo vengano scardinati per lasciare spazio al progetto di Dio. Gesù non si presenta solo come colui che risponde ai desideri dell’uomo, ma prima di tutto come colui che dilata i desideri dell’uomo, partendo dalla condizione in cui l’uomo si trova.

Si serve infatti della samaritana, della sua sete, della sua inquietudine e insoddisfazione per allargare di più il suo desiderio, per introdurla nella percezione del dono di Dio.

E insieme bisogna diventare consapevoli della identità di chi dice “Dammi da bere”, perché colui che chiede da bere si presenta come un viandante assetato, come un mendicante. Bisogna invece imparare a vedere in Gesù il dono di Dio, bisogna sapere squarciare il velo della carne per cogliere nella carne di Gesù, nella umanità di Gesù, il dono stesso di Dio.

«(…) tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva» (Gv 10, 10).

Le parti così si capovolgono. Nel momento in cui la Samaritana diventa consapevole del dono di Dio e della identità di Gesù, ella, che è in grado di offrire da bere, diventerà invece la mendicante.

L’uomo deve rendersi conto di essere un mendicante. Si presenta come ricco, come chi ha a sua disposizione l’acqua del pozzo, la ricchezza, il potere e tutto ciò che serve per soddisfare i suoi desideri, ma deve imparare capovolgere la sua prospettiva. In realtà l’uomo possiede tutte queste cose, ma di fronte alla vita l’uomo è un mendicante se riesce a rendersene conto, allora comincia l’itinerario della fede, perché comprende che c’è qualcos’altro da desiderare.

Non riusciamo oggi a ripercorrere tutto il cammino della Samaritana, ma il punto di partenza, per S. Giovanni, deve essere questo.

Ritorniamo, a proposito, su una cosa appena accennata, ma sulla quale è bene insistere.

Gesù viene presentato da S. Giovanni come la risposta al desiderio dell’uomo, ma non al desiderio nativo dell’uomo, bensì al desiderio che Gesù stesso ha suscitato nel cuore dell’uomo. Gesù dunque non è la risposta ai nostri desideri, ma a Lui che sconvolge i nostri desideri e li fa diventare diversi, nuovi, che li arricchisce e li orienta verso un traguardo diverso per poi rispondervi. S. Giovanni nel suo Vangelo riporta spesso la formula “ Io sono” che se è usata in senso assoluto corrisponde al nome di Dio.

Ma questa formula è usata molto spesso anche col predicato (“Io sono” il pane della vita, la luce del mondo, il buon pastore, la porta delle pecore, la risurrezione e la vita, ecc). Queste esperienze si possono leggere in due modi:

  • come risposta alla domanda “Chi è Gesù?” e si risponde: “Gesù è il pane disceso dal cielo”;

  • ma si possono anche leggere a rovescio, anzi alcune debbono essere lette a rovescio. E allora alla domanda “Chi è il pane della vita” Gesù risponde: “Il pane della vita sono io”.

Si tratta dunque di vedere Gesù come colui che risponde alle attese dell’uomo, ai desideri dell’uomo, a quei desideri che la presenza stessa di Gesù suscita nel cuore dell’uomo.

Dovrebbe ora essere facile cogliere anche n rapporto tra la fede e l’amore. Credere in Gesù Cristo significa non soltanto credere in colui che è stato mandato dal Padre, ma credere nel fatto che la vita di Gesù Cristo esprime l’amore stesso del Padre, per S. Giovanni è molto importante che Gesù Cristo venga riconosciuto come il Figlio, perché se l’unità di Gesù con il Padre viene diminuita anche di poco, la rivelazione perde tutto il suo senso. Infatti o Gesù Cristo è davvero una cosa sola con il Padre (e allora quello che Gesù fa e dice rivela definitivamente il Padre) o Gesù è sì somigliante al Padre, ma resta lo spazio per una ulteriore rivelazione, più perfetta, che va al di là di Gesù Cristo.

Ma questo per S. Giovanni è radicalmente impossibile. Gesù è una cosa sola con il Padre e la fede è radicalmente legata a Lui perché il contenuto della fede è che: «Dio ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio unigenito» (Gv 3, 16).

La vita di Gesù è essenzialmente riassumibile nella espressione “Amore” perciò Dio è essenzialmente definibile attraverso la parola “amore”. Questo non c’è nel Vangelo; lo si trova invece nella prima lettera di S Giovanni per ben due volte: “Dio è amore”.

E quella espressione non è una vera e propria definizione di Dio, ma esprime l’esperienza che l’uomo ha avuto di Dio. In altri termini: quello che di Dio noi conosciamo lo abbiamo sperimentato attraverso il rapporto con Gesù. Che cosa abbiamo conosciuto nella rivelazione di Gesù? che Dio è amore. Allora la fede è fede nell’amore del Padre, è una vita fondata sulla fede è una vita che si apre radicalmente all’amore.

La preghiera sacerdotale di Gesù si conclude con queste parole:

«[24]Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato; poiché tu mi hai amato prima della creazione del mondo» (Gv 17, 24).

Prima di tutto c’è dunque un amore che, dal Padre, è donato al Figlio.

«[25]Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; questi sanno che tu mi hai mandato. [26]E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro» (Gv 17, 25-26).

Tutto il senso della preghiera e della vita di Gesù è di coinvolgere l’umanità dentro al mistero di amore che unisce il Padre al Figlio. È un amore che ha delle radici eterne, ma che vuole dilatarsi, che vuole assumere in sé l’esistenza dell’umanità intera.

«[24]Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me (…)perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro» (Gv 17, 24.26).

Quindi l’amore del Padre non può terminare nel Figlio, ma deve passare attraverso il Figlio per coinvolgere tutta l’umanità. Questo è lo scopo della missione di Gesù, questo è il progetto del Padre nei confronti di Gesù. La seconda parte del Vangelo di Giovanni inizia così:

«[1]Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13, 1).

La Bibbia di Gerusalemme fa notare che per la prima volta in questo testo S. Giovanni mette esplicitamente la vita la morte di Gesù sotto il segno del suo amore per gli uomini.

È come un segreto la cui piena rivelazione è riservata agli ultimi istanti. Da quel momento in poi il tema dell’amore di Gesù per i suoi è dominante, perché esprime l’interpretazione della Croce. Il Vangelo di Giovanni quando presenta i segni di Gesù li fa seguire spesso dai discorsi che interpretano i segni. Così, ad esempio, dopo la moltiplicazione dei pani c’è un lungo discorso che spiega che il vero pane della vita è Gesù. Nel caso della passione la spiegazione e il segno vengono capovolti: prima c’è la spiegazione e poi c’è il segno.

Il segno, che è la morte di Gesù, non è facile da comprendere: Può apparire come uno scandalo, una sconfitta, il fallimento di una vita.

La parola allora interpreta questo segno: «Prima della festa di Pasqua, sapendo… li arò sino alla fine».

Nella festa di Pasqua Gesù deve passare da questo mondo al Padre. E’ questo il vero passaggio. Ma la forza che permette a Gesù di compiere il suo passaggio è l’amore.

Gesù è passato da questo mondo al Padre amando i suoi amandoli fino al dono della sua vita. Evidentemente questa non è solo la sua strada, ma diventa anche la nostra. Se lui è “la via”, la strada che conduce da questo mondo verso Dio è Lui stesso: «ha amato i suoi sino alla fine».

“Sino alla fine”, non vuol dire fino ai termine, ma fino al “compimento”, fino alla perfezione. Tutto dunque viene riletto atta luce della dimensione fondamentale dell’amore.

Ora, per capire bene, non si dovrebbe partire dall’amore di Gesù per il Padre o per i suoi, ma dall’amore del Padre per Gesù. Infatti l’amore con cui Gesù ci ha amato non è altro che la manifestazione, la dilatazione dell’amore con cui il Padre ha amato Gesù e ha donato a Gesù ogni cosa (per il Padre esistere significa donarsi totalmente al Figlio).

«[35]Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa» (Gv 3, 35).

E “ogni cosa” vuol dire che la conoscenza di Dio viene comunicata pienamente al mondo attraverso Gesù Cristo.

«[20]Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, e voi ne resterete meravigliati» (Gv 5, 20).

«[21]Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi vuole» (Gv 5, 21).

Anche in questi versetti si sottolinea che l’amore con cui il Padre ama il Figlio si esprime in un dono totale di se. Il Padre dona al Figlio anche quelle che sono le sue caratteristiche: dare la vita e giudicare.

Questo amore conduce tutta la vita di Gesù e si compie nella sua obbedienza.

«[17]Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. [18]Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio» (Gv 10, 17-18.

Ricevere tutto dal Padre vuol dire per Gesù non affermare un suo potere tirannico sul mondo (che lo collocherebbe in direzione opposta a quella dell’amore del Padre), ma vuol dire donare se stesso, quindi trasformare la propria vita in dono. Cosciente e sicuro dell’amore del Padre, Gesù è in grado di trasformare la sua vita umana in dono totale e irrevocabile.

«[9]Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. [10]Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. [11]Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. [12]Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. [13]Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 9-13).

La struttura è evidente: il Padre ama il Figlio e gli dona tutto se stesso. Il Figlio ama i suoi e dona la vita perché non c’è amore più grande che il dare la vita. Ma appunto per questo i suoi debbono amarsi gli uni gli altri. Non possono interrompere quel flusso di amore che, partendo dal Padre, deve giungere a tutti gli uomini. Gesù ha ricevuto dal Padre l’amore, la forza di donare se stesso e questa forza il Figlio la comunica ai suoi. per cui quando si legge “amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato” il “come” deve essere inteso con valore causale (cioè “perché io vi ho amati”).

In Gv 13 Gesù consegna ai suoi discepoli questo comando come il suo comandamento. Il capitolo termina con queste parole:

«[33]Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete, ma come ho già detto ai Giudei, lo dico ora anche a voi: dove vado io voi non potete venire. [34]Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. [35]Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 33-35).

In questi versetti vediamo prima di tutto l’annuncio del distacco: «dove vado io voi non potete venire» e questo è fondamentale per capire il comandamento che deve in qualche modo supplire all’essenza di Gesù. Finora il gruppo dei discepoli era il gruppo unito dall’amore di Gesù, cioè era l’amore del Signore per loro che li faceva essere una cosa sola. Adesso viene meno la presenza fisica e immediata di Gesù.

Perciò l’amore fraterna sostituisce la presenza di Gesù perché non è il surrogato dell’amore di Gesù, ma viene da Gesù. è la presenza del suo amore anche quando Gesù non c’è.

Quello che viene comunicato ai discepoli è quindi una vera e propria presenza del Signore nella sua forza di amore.

«Vi do un comandamento nuovo».

L’aggettivo “nuovo” significa almeno due cose:

  • è nuovo rispetto a tutto quello che c’era prima, perché trae la sua origine dalla morte di Gesù in Croce, quindi è qualche cosa di originale e mai visto prima.

  • ma è nuovo anche nel senso che è il comandamento escatologico, cioè il comandamento definitivo che non appartiene a una storia che passa.

Questo comandamento è nella storia, ma non è il frutto della cultura umana, bensì della rivelazione di Dio: perciò ha la sua radice in Dio stesso. Per questo è definitivo ed escatologico: non invecchierà e non passerà.

«che vi amiate gli uni gli altri».

Dicevamo prima che l’amore del Padre ha reso capace Gesù di fare della sua vita un dono. L’amore di Gesù deve rendere capaci anche i discepoli di fare della loro vita un dono. Gesù non dà una specie di modello esterno, ma suscita la forza dell’amore fraterno.

«[13.35]Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri»

La qualità di questo amore è così tipica, così caratteristica da diventare una testimonianza, una rivelazione di Gesù e dellà sua presenza in mezzo ai discepoli.

Dove c’è questo amore, c’è il Signore.

Fisicamente non sarà visibile, ma c’è effettivamente la continuità del suo amore.

Come la presenza di Gesù rendeva presente il Padre (“chi vede me, vede il Padre”) così dove c’è una comunità cristiana che viva l’amore fraterno, li c’è il Signore.

Si capisce perciò come in “fede” e “Amore” ci sia il succo della vita cristiana.

Nella prima Lettera S. Giovanni darà proprio questo precetto come unico comandamento di Gesù:

«[23]Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato» (1 Gv 3, 23).

È dunque un comandamento solo: che crediamo e che ci amiamo. L’amore che riceviamo attraverso Cristo deve realizzare l’amare fraterno nel quale c’è il traguardo della esistenza cristiana.

Si può dire che dove c’è l’amore fraterno, l’amore di Dio ha raggiunto il suo scopo e perciò è veramente perfetto.

Testo da registrazione – non rivisto dal relatore – U.C.I.I.M – Sezione di Reggio E. – Via Prevostura 4 –

La nostra vita è costruita sui sogni e realizzata nell’amore

Francisco Candido Xavier

Che Dio non mi permetta di perdere il romanticismo,
anche sapendo che le rose non parlano…

Che Dio non mi permetta di perdere l’ottimismo,
anche sapendo che il futuro che ci aspetta non è tanto allegro…

Che io non perda la voglia di vivere,
anche sapendo che la vita è, in molti momenti, dolorosa…

Che io non perda la voglia di avere grandi amici,
anche sapendo che, con il giro del mondo, anche loro vanno via dalle nostre vite…

Che io non perda la voglia di aiutare le persone,
anche sapendo che molte di loro sono incapaci di vivere, di vedere, riconoscere e compensare questo aiuto…

Che io non perda la voglia di amare,
anche sapendo che la persona che io più amo può non provare lo stesso sentimento verso di me…

Che io non perda la luce e la lucentezza degli occhi,
anche sapendo che molte cose che vedrò nel mondo oscureranno i miei occhi…

Che io non perda la forza,
anche sapendo che la sconfitta e la perdita sono due avversari estremamente pericolosi…

Che io non perda la ragione,
anche sapendo che le tentazioni della vita sono molte e attraenti…

Che io non perda il sentimento di giustizia,
pur sapendo che il pregiudicato possa essere io stesso…

Che io non perda il mio abbraccio forte,
anche sapendo che un giorno le mie braccia saranno fiacche…

Che io non perda la bellezza e la gioia di vedere,
anche sapendo che molte lacrime scorreranno dai miei occhi e finiranno nella mia anima…

Che io non perda l’amore per la mia famiglia,
anche sapendo che molte volte essa mi chiederà degli sforzi incredibili per mantenere la sua armonia…

Che io non perda la voglia di essere grande,
anche sapendo che il mondo è piccolo…

E soprattutto…
Che io non dimentichi mai che Dio mi ama infinitamente,
che un piccolo grano di allegria e di speranza dentro ciascuno è capace di cambiare e trasformare qualsiasi cosa, poi…

La vita è costruita sui sogni
e realizzata nell’amore!

bonta-danimo-18

Vorrei salire in alto,molto in alto, e vedere con i Tuoi Occhi,Signore!

Michel Quoist

Vorrei salire molto in alto, Signore,
sopra la mia città, sopra il mondo, sopra il tempo.
Vorrei purificare il mio sguardo e avere i tuoi occhi.
Vedrei allora l’universo, l’umanità, la storia,
come li vede il Padre.
Vorrei la bella, eterna idea d’amore del tuo Padre
che si realizza progressivamente:
tutto ricapitolare in te, le cose del cielo e della terra.
E vedrei che, oggi come ieri, i minimi particolari
vi partecipano,
ogni uomo al suo posto, ogni gruppo ed ogni oggetto.
Vedrei la minima particella di materia e il più piccolo
palpito di vita;
l’amore e l’odio, il peccato e la grazia.
Commosso, comprenderei che dinanzi a me
si svolge la grande avventura d’amore
iniziata all’alba del mondo.
Comprenderei che tutto è unito insieme,
che tutto non è che un minimo movimento
di tutta l’umanità e di tutto l’universo verso la Trinità,
in te e per te, Signore.

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Installare Amore come software per il Cuore

Come installare il software Amore per rendere poi operativi anche tutti gli altri programmi.

Assistenza tecnica: Sì… come posso aiutarti?

Cliente: Ho deciso di installare Amore. Potete guidarmi nella procedura di caricamento?

Assistenza tecnica: Sì, posso aiutarti. Sei pronto a procedere?

Cliente: Beh, non sono molto esperto, ma credo di essere pronto. Qual è la prima cosa da fare?

Assistenza tecnica: Il primo passo è aprire il Cuore. Hai localizzato dove si trova Cuore?

Cliente: Sì, ma ci sono diversi altri programmi attualmente operativi. Va bene installare Amore con altri programmi aperti?

Assistenza tecnica: Quali sono i programmi aperti?

Cliente: Vediamo. Attualmente sono attivi sofferenze passate, scarsa autostima, risentimenti e rancori.

Assistenza tecnica: Non c’è problema. Amore cancellerà gradualmente sofferenze passate dal tuo sistema operativo attuale. Potrebbe rimanere nella memoria permanente ma non disturberà più gli altri programmi. Alla fine Amore renderà obsoleto scarsa autostima. Però devi chiudere completamente risentimenti e rancori: questi programmi impediscono la corretta installazione di Amore. Puoi chiuderli?

Cliente: Non so come fare a chiuderli. Può spiegarmi come si fa?

Assistenza tecnica: Con piacere. Vai al menu di partenza e clicca su perdono. Ripeti l’operazione finché risentimenti e rancori sono stati completamente cancellati.

Cliente: Bene, ho fatto! Amore ha cominciato a installarsi da solo. È normale?

Assistenza tecnica: Sì, ma ricorda che attualmente ha solo il programma di base. Devi cominciare a collegarti con altri Cuori per scaricare le estensioni.

Cliente: Oh oh. Vedo già un messaggio di errore. Dice, “Errore: il programma non è operativo su supporti esterni.” Cosa devo fare?

Assistenza tecnica: Non ti preoccupare. Significa che il software Amore è programmato per operare su cuori interiori, ma non è ancora stato inizializzato sul tuo cuore. In termini non tecnici, vuol dire semplicemente che tu devi Amare te stesso prima di poter amare altri.

Cliente: Che cosa devo fare adesso?

Assistenza tecnica: Vai al menu accettazione di sé, poi apri i seguenti file: perdonarsi, rendersi conto del proprio valore, riconoscere i propri limiti.

Cliente: Bene, fatto.

Assistenza tecnica: Ok. Ora copia questi file nella cartella “Mio Cuore”. Il sistema eliminerà automaticamente i file contrari e comincerà a riparare la programmazione difettosa. Devi anche cancellare autocritica soffocante da tutte le cartelle e svuotare il cestino per assicurarti che il file sia eliminato completamente e non torni mai più.

Cliente: Bene. Ehi! Il mio cuore si sta riempiendo di file nuovi. È comparso sorriso sul mio monitor, e pace e soddisfazione si stanno copiando in tutto il mio cuore. È normale?

Assistenza tecnica: Succede. Qualche volta ci vuole del tempo, ma alla fine tutto arriva al momento giusto. Bene, Amore è installato e operativo. Ancora una cosa prima di interrompere la comunicazione: Amore è un software gratuito. Se fai circolare Amore e le sue estensioni a tutti quelli che incontri, verrà condiviso con molti altri e riceverai in cambio dei sottoprogrammi utili.

Cliente: Grazie, Dio.

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Amore,voce del verbo Morire: ma che cos’è il vero Amore?

L’amore non è la folgorazione della bellezza
davanti a un volto che d’improvviso s’illumina per te,
perché la vera bellezza è il riflesso dell’anima,
ma l’anima è oltre, e la cerchi tremando.

L’amore non è seduzione di un’intelligenza viva e sciolta
che scorre in parole e idee per piacerti,
perché l’intelligenza può splendere di mille barbagli
senza essere autentico diamante nascosto nelle profondità dell’amato.

L’amore non è l’emozione di fronte a un cuore
che batte per te
più di quanto non batta per gli altri,
né quella meraviglia d’essere scelto, eletto,
senza motivo ai tuoi occhi
che valga questa follia,
perché un cuore può un giorno turbarsi per un altro,
e lasciarti sanguinare, in lacrime,
senza che il tuo amore muoia.

L’amore non è voglia di catturare, di afferrare
l’oggetto del tuo desiderio,
sia esso cuore, corpo, mente o tutti e tre insieme,
perché l’altro non è “oggetto”;
e se lo prendi per te, lo mangi e lo distruggi,
è te che ami credendo di amare l’altro.

Folgorazione e seduzione, fame e fremiti,
emozione e sgorgare di desideri,
tutto ciò è bello e necessario, nell’uomo, nella donna,
ma soltanto per aiutare ad amare chi accetta di amare.

E’ la porta socchiusa e le finestre spalancate,
è il vento che entra a folate,
è il richiamo del largo, è il mormorio di Dio
che invitano a uscire dalla casa sbarrata
per andare verso un altro
che hai scelto per colmare la tua vita
perché lo ami e lo vuoi amare.

Amare è volere l’altro libero e non sedurlo,
è liberarlo dai suoi lacci se ne rimane prigioniero,
perché anche lui possa dire: ti amo,
senza esservi spinto dai suoi desideri non domati.

Amare è con tutte le forze volere il bene dell’altro,
anche prima del tuo,
è fare di tutto perché l’amato cresca, e poi sbocci e fiorisca
diventando ogni giorno l’uomo che deve essere
e non quello che tu vuoi modellare
sull’immagine dei tuoi sogni.

Amare è dare il tuo corpo, e non prendere il suo,
ma accogliere il suo quando si offre per essere condiviso,
è raccoglierti, arricchirti,
per offrire all’amato più che mille carezze e folli abbracci,
la tua vita intera raccolta nelle braccia del tuo “io”.

Amare è offrirti all’altro,
anche se questi ad un certo momento si rifiuta,
è dare senza tenere il conto di quello che l’altro ti dà,
pagando il prezzo alto senza mai reclamare il resto,
ed è supremo amore perdonare
quando l’amato purtroppo si sottrae,
tentando di consegnare ad altri ciò che ti aveva promesso.

Amare è credere nell’altro e dargli fiducia,
credere nelle sue forze nascoste, nella vita che ha in sé;
e quali che siano le pietre da tagliare
per appianare la strada,
è decidere da uomo ragionevole
di avviarsi coraggiosamente per il viaggio del tempo.

Non per cento giorni, per mille, e neppure per diecimila,
ma per un pellegrinaggio che non finirà,
perché è un pellegrinaggio che durerà
“sempre”…

Se amare è questo, come potrò riuscirci?
Ero scoraggiato…
Non avevo ancora capito…
che l’amore era un fine da raggiungere
e non un punto di partenza
e che, per cercare di riuscirci,
bisognava lottare per tutto il tempo della vita.
Io volevo tutto e subito.

Questo era il mio errore.
Dovevo accettare di adottare
il passo lento e regolare,
il passo dell’autentico montanaro.

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Il comandamento dell’Amore è innanzitutto esigenza umana

L’Amore

Quando nell’ambito religioso manca la certezza della fede e l’autenticità della vita, capita inevitabilmente che, nel tentativo di correggere gli errori e le manchevolezze, si incorra in una moltiplicazione di leggi e di precetti fino a farli diventare dei veri e propri capestri e a immergere le persone in un ginepraio impercorribile. Così era capitato agli scribi e ai farisei al tempo di Gesù. Comprendiamo allora il motivo che spinge uno di loro, finalmente ammirato delle risposte del Signore, a porgergli una domanda importante e definitiva: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?”. La domanda implica un desiderio di conoscere l’essenziale, qualcosa da cui poter trarre finalmente un orientamento sicuro. La risposta di Gesù è chiara e completa, non lascia più adito a dubbio alcuno: “Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questi”. Vengono sintetizzati tutti i comandamenti con una premessa importantissima ed indispensabile: “Ascolta Israele”. Senza l’ascolto ogni altro discorso è vano. L’ascolto a sua volta, richiede il silenzio, la purezza e la pace dell’anima, la docilità del cuore, la quiete dei sensi, il distacco dalle cose del mondo. Bisogna sgombrare il nostro spirito da mille cianfrusaglie per poter sentire la voce soave e dolce del Signore. A queste condizioni, facendo spazio a Dio, facendolo già inabitate in noi, possiamo accogliere il suo Spirito e diventare così capaci di un amore puro, che trova nel Signore il sommo bene e nel prossimo la gioia della fraternità. Amiamo così Dio con l’Amore che egli stesso ci dona e che noi docilmente accogliamo, donandolo poi anche ai nostri fratelli. Ci viene da pensare che nel nostro mondo e dentro di noi ci sia troppo chiasso al punto che ci risulti quasi impossibile l’ascolto. Se così è, dobbiamo ricercare il silenzio ed amarlo come primo gradino che ci fa salire fino a Dio.

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Temere il Signore significa amare Dio come un figlio ama suo Padre

Siracide 1

Molti e profondi insegnamenti ci sono stati dati nella Legge, nei Profeti e negli altri Scritti successivi e per essi si deve lodare Israele come popolo istruito e sapiente.
Poiché è necessario che i lettori non si accontentino di divenire competenti solo per se stessi, ma che gli studiosi anche ai profani possano rendersi utili con la parola e con gli scritti anche mio nonno Gesù, dedicatosi lungamente alla lettura della Legge, dei Profeti e degli altri libri dei nostri padri e avendovi conseguito una notevole competenza, fu spinto a scrivere qualche cosa riguardo all’insegnamento e alla sapienza, perché gli amanti del sapere, assimilato anche questo, possano progredire sempre più in una condotta secondo la Legge.
Siete dunque invitati a farne la lettura con benevolenza e attenzione e a perdonare se, nonostante l’impegno posto nella traduzione, sembrerà che non siamo riusciti a render la forza di certe espressioni. Difatti le cose dette in ebraico non hanno la medesima forza quando sono tradotte in altra lingua. E non solamente questa opera, ma anche la stessa Legge, i Profeti e il resto dei libri conservano un vantaggio non piccolo nel testo originale.
Nell’anno trentottesimo del re Evergete, venuto in Egitto e fermatomi ivi alquanto, dopo aver scoperto che lo scritto è di grande valore educativo, anch’io ritenni necessario adoperarmi con diligenza e fatica per tradurlo. Dopo avervi dedicato molte veglie e studi in tutto quel tempo, ho condotto a termine questo libro, che pubblico per coloro che all’estero intendano istruirsi conformando i propri costumi per vivere secondo la Legge.Capitolo 1
1 Ogni sapienza viene dal Signore
ed è sempre con lui.
2 La sabbia del mare, le gocce della pioggia
e i giorni del mondo chi potrà contarli?
3 L’altezza del cielo, l’estensione della terra,
la profondità dell’abisso chi potrà esplorarle?
4 Prima di ogni cosa fu creata la sapienza
e la saggia prudenza è da sempre.
5 A chi fu rivelata la radice della sapienza?
Chi conosce i suoi disegni?
6 Uno solo è sapiente, molto terribile,
seduto sopra il trono.
7 Il Signore ha creato la sapienza;
l’ha vista e l’ha misurata,
l’ha diffusa su tutte le sue opere,
8 su ogni mortale, secondo la sua generosità,
la elargì a quanti lo amano.
9 Il timore del Signore è gloria e vanto,
gioia e corona di esultanza.
10 Il timore del Signore allieta il cuore
e dà contentezza, gioia e lunga vita.
11 Per chi teme il Signore andrà bene alla fine,
sarà benedetto nel giorno della sua morte.
12 Principio della sapienza è temere il Signore;
essa fu creata con i fedeli nel seno materno.
13 Tra gli uomini essa ha posto il nido, fondamento perenne;
resterà fedelmente con i loro discendenti.
14 Pienezza della sapienza è temere il Signore;
essa inebria di frutti i propri devoti.
15 Tutta la loro casa riempirà di cose desiderabili,
i magazzini dei suoi frutti.
16 Corona della sapienza è il timore del Signore;
fa fiorire la pace e la salute.
17 Dio ha visto e misurato la sapienza;
ha fatto piovere la scienza e il lume dell’intelligenza;
ha esaltato la gloria di quanti la possiedono.
18 Radice della sapienza è temere il Signore;
i suoi rami sono lunga vita.
19 La collera ingiusta non si potrà giustificare,
poiché il traboccare della sua passione sarà la sua
rovina.
20 Il paziente sopporterà per qualche tempo;
alla fine sgorgherà la sua gioia;
21 per qualche tempo terrà nascoste le parole
e le labbra di molti celebreranno la sua intelligenza.
22 Fra i tesori della sapienza sono le massime istruttive,
ma per il peccatore la pietà è un abominio.
23 Se desideri la sapienza, osserva i comandamenti;
allora il Signore te la concederà.
24 Il timore del Signore è sapienza e istruzione,
si compiace della fiducia e della mansuetudine.
25 Non essere disobbediente al timore del Signore
e non avvicinarti ad esso con doppiezza di cuore.
26 Non essere finto davanti agli uomini
e controlla le tue parole.
27 Non esaltarti per non cadere
e per non attirarti il disonore;
28 il Signore svelerà i tuoi segreti
e ti umilierà davanti all’assemblea,
29 perché non hai ricercato il timore del Signore
e il tuo cuore è pieno di inganno.

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Grande è l’Amore del Padre per ciascuno di noi!

 

Così il  Padre ci ama

“Iddio ci vede e ci conosce tutti, uno a uno.

Chiunque tu sia, egli ti vede individualmente.
Egli ti chiama col tuo nome. Egli ti comprende
quale realmente ti ha fatto.

Egli conosce ciò che è in te, tutti i tuoi sentimenti e
pensieri più intimi, le tue disposizioni e preferenze,
la tua forza e la tua debolezza.

Egli ti guarda nel giorno della gioia
e nel giorno della tristezza,
ti ama nella speranza e nella tua tentazione,
s’interessa di tutte le tue ansietà,
di tutti i tuoi ricordi,
di tutti gli alti e bassi del tuo spirito.

Egli ha perfino contato i capelli del tuo capo
e misurato la tua statura,
ti circonda e ti sostiene con le sue braccia,
ti solleva e ti depone.

Egli osserva i tratti del tuo volto,
quando piangi e sorridi,
quando sei malato e quando godi buona salute.
Con tenerezza Egli guarda le tue mani e i tuoi piedi;
sente la tua voce, il battere del tuo cuore,
ode perfino il tuo respiro.

Tu non ami te stesso più di  quanto Egli ti ama.

Tu non puoi fremere innanzi al dolore
come Egli freme vedendolo venire sopra di te,
e se tuttavia te lo impone,
è perchè anche tu,
se fossi davvero sapiente,
lo sceglieresti per un maggior bene futuro…”

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Signore,ammaestrami e insegnami l’Amore! Senza l’Amore non posso più vivere!

Insegnami l’amore

Signore, insegnami a non parlare
come un bronzo risonante
o un cembalo squillante,
ma con amore.
Rendimi capace di comprendere
e dammi la fede che muove le montagne,
ma con l’amore.
Insegnami quell’amore che è sempre paziente
e sempre gentile;
mai geloso, presuntuoso, egoista o permaloso;
l’amore che prova gioia nella verità,
sempre pronto a perdonare,
a credere, a sperare e a sopportare.
Infine, quando tutte le cose finite
si dissolveranno
e tutto sarà chiaro,
che io possa essere stato il debole ma costante
riflesso del tuo amore perfetto.

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Il Comandamento dolcissimo dell’Amore

AMERAI IL PROSSIMO TUO COME TE STESSO

Gesù ha affermato che, unito all’amore di Dio prima di ogni cosa, « non esiste un comandamento più importante di questo ».

Rispondendo alla domanda rivoltagli sul primo dei comandamenti, Gesù disse: « Il primo è: «Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza». E il secondo è questo: «Amerai il prossimo tuo come te stesso». Non c’è altro comandamento più importante di questo » (Mc 12,29 31) [2196].

Paolo ci ricorda che tutti gli altri precetti si compiono nel comandamento dell’amore del prossimo.

L’Apostolo san Paolo lo richiama: « Chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti, il precetto: «Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare» e qualsiasi altro comandamento, si riassumono in queste parole: «Amerai il prossimo tuo come te stesso». L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore » (Rm 13,8 10) [2196].

AMERAI IL SIGNORE TUO DIO

(PRIMO COMANDAMENTO)

La prima delle « dieci parole » prescrive l’amore all’unico Dio, come ci ricorda Gesù.

Gesù ha riassunto i doveri dell’uomo verso Dio in questa parola: « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente » (Mt 22,37; cf Lc 10,27: « e con tutte le tue forze »). Essa fa immediatamente eco alla solenne esortazione: « Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo » (Dt 6,4).

Dio ha amato per primo. L’amore del Dio Unico è ricordato nella prima delle « dieci parole ». I comandamenti poi esplicitano la risposta d’amore che l’uomo è chiamato a dare al suo Dio [2083].

Questo mandato comprende le tre virtù teologali con le quali l’uomo deve corrispondere a Dio, che è sempre uguale a se stesso, fedele e giusto: la fede, la speranza e la carità.

« Nell’esplicita affermazione divina: «Io sono il Signore tuo Dio» è incluso il comandamento della fede, della speranza e della carità. Se noi riconosciamo infatti che egli è Dio, e cioè eterno, immutabile, sempre uguale a se stesso, affermiamo con ciò anche la sua infinita veracità; ne segue quindi l’obbligo di accogliere le sue parole e di aderire ai suoi comandi con pieno riconoscimento della sua autorità. Se egli inoltre è Dio, noi ne riconosciamo l’onnipotenza, la bontà, i benefici; di qui l’illimitata fiducia e la speranza. E se egli è l’infinita bontà e l’infinito amore, come non offrirgli tutta la nostra dedizione e donargli tutto il nostro amore? Ecco perché nella Bibbia Dio inizia e conclude invariabilmente i suoi comandi con la formula: «Io sono il Signore» » (Catech. R. 3, 2, 4) [2086].

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