Se non diventate come bambini

In questo incontro cerchiamo di penetrare un aspetto particolare della preghiera: la semplicità di cuore che conduce alla preghiera di lode e di ringraziamento.

Partiamo dalla Parola di Dio e ascoltiamo tre brani: Mc.10,13-16   Lc.10,21-22   S1.131

La semplicità di cuore, ossia essere col cuore di fanciullo, non vuol dire ingenuità, dabbenaggine, ma profonda sapienza di Dio.

Si può essere profondamente inseriti nelle cose del mondo, negli intrighi, nelle malizie, in quelli che sono oggi “i lupi rapaci”; e riuscire a navigare con la semplicità di cuore, sapienza di Dio, che non è richie­sta dal Signore come un’”optional”, cioè qualcosa che si può aggiungere o meno al nostro essere cristiani, ma è fondamentale per entrare nel Regno, per la comunione profonda con Dio, per un dialogo puro con Lui.

Quando diciamo solo parole su noi stessi, la nostra non è preghiera; con la semplicità di cuore ci apriremo a una nuova prospettiva.

Più degli altri evangelisti, Marco ci offre una “freschezza” una immediatezza di racconto, riportando alcune espressioni che non sono casuali o solo folkloristiche:

“Prendendoli fra le braccia e ponendo le mani sopra di loro, li benedi­ceva”. In questo atteggiamento di Gesù, che è realtà storica, si manife­sta la tenerezza di Dio verso i bambini, ritenuti da Gesù stesso, come estremamente graditi al Padre.

1) Il primo passo per metterci nell’atteggiamento di semplicità di cuore è quello della fiducia e dell’abbandono senza riserve nel Signore, per iniziare un dialogo vivo con Lui che, son certo, mi ascolta e mi par­la. Per immettersi in questo abbandono è necessario superare il gusto e la sensibilità; bellissima questa tenerezza di Dio: “Un bambino svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia (Salmo 131)”.

Ma quando non sento questa tenerezza di Dio, la presenza del Dio vicino e “non mi muove nella sensibilità” il fatto che Dio è Padre, mi accoglie, mi accarezza, allora devo camminare nella fede viva.

Se non nell’aridità, ma la mia fede è salda come una roccia, la mia pre­ghiera ha un valore immenso: lentamente, senza che io me ne accorga, sgretola le mie resistenze, purifica la mia fede, mi porta a un abban­dono più profondo.

Se viviamo le circostanze con fede, scopriamo che Dio c’è, intervie­ne, ci porte aiuto nelle situazioni, anche se non lo sentiamo. Se uno ha addirittura le visioni, molto bene! È un dono, un carisma. Se il gusto e la sensibilità ci sono, ben vengano, se mancano, non ha importanza.

2) Adesso vediamo come liberarci da alcune resistenze concrete che ostacolano il nostro abbandono.

Una di queste è il ripiegamento su noi stessi che si manifesta in una preghiera troppo piena di noi stessi, delle nostre elucubrazioni, pro­blemi e affanni. Certamente dobbiamo presentare le nostre difficoltà al Signore, ma non chiuderci in esse tanto che generino in noi tristezze, preoccupazioni, abbattimento.

Un esempio ci può illuminare sul mezzo adatto a superare questo ostacolo: quando entra un cantante in un teatro si sposta su di lui il riflettore che lo segue con il suo cerchio di luce. Noi dobbiamo fare questo lavoro dentro di noi: spostare il riflettore della nostra mente, dalle nostre preoccupazioni, da noi stessi a Chi veramente ci ascolta e presentargliele, offrirgliele; non si tratterà certo di dimenticarle, di ignorarle; non è questa la via. Questa liberazione da se stessi avviene non per un movimento psicologico, ma per un atto di fede viva, per una preghiera che scopre 1’Altro. Se questo lavorìo avviene in noi insieme con quello della purificazione della sensibilità, del gusto, la nostra pre­ghiera diventa di fede viva, aperta a un Qualcuno su cui si fonda e non è più un monologo su noi stessi. Se poi questo Qualcuno, nella nostra fede viva, assume le dimensioni di “Cristo e i bambini”, del salmo 131, assume questa presenza forte e di fiducia assoluta, allora si arriva all’abbandono più perfetto che genera la più grande pace del cuore.

I Santi, non solo quelli beatificati, ma quanti vivono queste realtà, hanno la profonda pace del cuore, quindi il sorriso facile, non il riso facile, perchè trovano continuamente nella presenza del Signore una luce e un appoggio.

Questa non è teoria. Se noi riusciamo nella nostra giornata a “far passare” nel Signore i nostri affanni, dispiaceri e gioie, possiamo tra­sformare non solo le nostre situazioni, ma l’umanità intera, possiamo scongiurare anche le guerre. Allora comprendiamo che la preghiera è efficace, che Qualcuno l’ascolta e la paga a peso d’oro.

3) Un altro ostacolo all’abbandono, al cuore semplice, che la Parola di Dio ci richiede, è la presunzione, l’orgoglio di noi stessi. Il mezzo per superarlo è quello di sentirsi creatura, capire che la nostra vita è legata ad un filo, comprendere che siamo nel fiume della storia, un punto, profondamente amato da Dio, ma pur sempre una creatura. Quindi non dobbiamo inorgoglirci: “Signore, non si inorgoglisce il mio cuore”.

Il mezzo regale per ridimensionare noi stessi è l’accettazione delle umiliazioni che tutti nella vita abbiamo. Quando riceviamo un “pesce in faccia” anzichè turbarci, cerchiamo di lodare e ringraziare Dio che ci fa comprendere la nostra piccolezza e ci ridimensiona. In questo modo preghiamo anche per chi ci ha fatto del male e viviamo il Vangelo. Dobbiamo cercare di avvalerci subito e sempre di questo mezzo molto grande e concreto.

4) Un altro ostacolo all’”essere piccoli” è dato dalla preoccupazione eccessiva che per le cose e per noi stessi. Quando l’affanno raggiunge un livello di guardia è segno che sostanzialmente il Signore non entra nella nostra storia; dobbiamo quindi interrogarci, riaprirci a Lui, per ricuperare un atteggiamento di pace.

Il pessimismo e la tristezza sono senz’altro frutto del carattere, ma al di là di una spiegazione psicologica che ha la sua verità, sono anche date dal fatto di non aver colto effettivamente l’amicizia con Dio. Se l’abbiamo colta, ci potrà essere la tristezza o il pessimismo di un momento, ma non di sempre. Se viviamo stabilmente in una condizione di questo genere, dobbiamo verificarci sul nostro abbandono e ricupe­rarlo.

5) C’è, tra molti, un elemento contrario alla semplicità di cuore: il razionalismo e la scientificità di Dio. È tipico della mentalità occiden­tale odierna. Siamo immersi in una realtà di meravigliosi progressi scientifici per i quali lodiamo Dio, ma da cui non dobbiamo lasciarci imbrigliare al punto di razionalizzare tutto e non accettare più con sem­plicità certe verità di fede. A volte arriviamo a deriderle e a reagire col disprezzarle perchè non siamo più in grado di coglierle.

Sotto questo aspetto la prova magistrale è la misura della nostra fede nella Parola. Che cos’è per noi questo? Un libro o “il libro”? Que­sta è una lettera di Dio agli uomini, la presenza di Cristo in mezzo a noi, o un libro più o meno storico, più o meno ispirato? Non voglio mettere in dubbio la validità della esegesi, della scientificità degli studi che rispetto e apprezzo, ma mettermi su un piano di esperienza di rela­zione con il Signore.

Oggi dobbiamo riscoprire un contatto semplice con la Parola di Dio, aprirla con questa certezza: il Signore mi parla.

Se la Parola di Dio è ancora lontana, non è entrata a sufficienza nella nostra giornata, si rende necessario ricercare dei tempi di pre­ghiera nutriti dalla Parola, “insieme con la Parola”.

La scuola di preghiera vuole offrire degli spunti che dovranno avere il loro seguito nel concreto della nostra vita quotidiana farraginosa e movimentata. Lo dico perchè ho sperimentato per sette anni un tipo di vita africana completamente diversa dalla nostra.

Uno stile di semplicità naturale, ma non ancora soprannaturale; a differenza di loro, noi siamo tormentati dal rumore, dalla fretta, ma possiamo, grazie al lavoro e alla produzione, aiutare anche gli altri se non accumuliamo solo per noi.

Il rischio è di lasciarci condizionare da tutto questo e di non risco­prire la semplicità del cuore. Dalla semplicità di cuore nasce la pre­ghiera di lode e di ringraziamento: è il cuore semplice, innamorato di Dio che loda e ringrazia. Così visse S. Francesco d’Assisi.

Chiediamoci dunque che spazio ha il ringraziamento nella nostra giornata, per le piccole cose, per le piccole gioie, per le cose grandi. La nostra preghiera è solo di richiesta di grazie necessarie? Se il ringrazia­mento non entra nella nostra preghiera, siamo lontani da un cuore sem­plice, dall’abbandono: “Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso”.

“Io ti rendo lode Padre e Signore del cielo e della terra che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli”.

Dio Padre, il Signore del cosmo e della storia, Sapienza assoluta ci vuol fare intendere che, nella misura in cui siamo coscienti della nostra piccolezza di creature, Egli ci rivela le sue cose, cioè la sua stessa Pre­senza, Egli scende in noi e da piccole cose diventiamo, nelle sue mani, delle cose immense.

Allora scoppieremo in lode, di ringraziamento, di gioia, fino ad arri­vare ai carismi più alti, se il Signore vuole concederceli.

Oggi nella Chiesa ci sono numerosi laici, magari sconosciuti e anche sacerdoti e suore, che ricevono dallo Spirito molti carismi di discerni­mento, di profezia, di guarigioni perchè sono piccoli, semplici.

L’unica proposta che voglio lasciarvi è questa: non dimentichiamo che se non preghiamo concretamente nelle nostre giornate, non pos­siamo convertirci a Cristo. Chi più può, più preghi. Se lo desidera con le formule, ma essenziali restano la semplicità di cuore e la fede viva.