RICAPITOLARE TUTTO IN CRISTO – 2

Bocca di Magra 30-31 ottobre – 1 novembre 1994

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Ricapitolare tutto in Cristo
Meditazioni sulla Lettera agli Efesini

2ª meditazione

«Dio disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza. Anzitutto si deve qui investigare il motivo per il quale, in occasione della creazione del cielo, Dio non disse: Facciamo, bensì: il cielo sia, la luce sia, come d’altronde in ogni parte della creazione. La parola facciamo appare solo qui, e questa espressione appare come un consiglio, una deliberazione, una comunicazione di Dio a un’altra persona fornita della sua medesima dignità.

E chi è mai colui che deve essere creato, dal momento che può rallegrarsi di un simile onore? È l’uomo, il grande e meraviglioso essere vivente che Dio considera il più illustre di tutta la creazione, per amore del quale esiste il cielo, la terra, il mare e il resto della creazione. È l’uomo, la cui salvezza Dio ha tanto desiderato, da non risparmiare per amore di lui il suo Figlio unigenito. Dio, infatti, non ha smesso di compiere efficacemente la sua opera fino a quando non abbia sollevato quest’uomo e non l’abbia fatto sedere alla propria destra. Paolo esclama: Dio ci ha risuscitati e ci ha fatti sedere in Cristo Gesù alla destra nei cieli.

Per questo dunque ci fu il consiglio, la deliberazione e la comunicazione, non come se Dio avesse avuto bisogno di un consiglio, non sia mai, ma per mostrarci attraverso questo discorso, l’onore spettante a colui che stava per nascere».

(S. Giovanni Crisostomo)

Questa pagina mi interessa per quell’affermazione. «Dio non ha smesso di compiere la sua opera fino a quando non abbia sollevato quest’uomo e non l’abbia fatto sedere alla propria destra».

È cosi lontano Dio dalla gelosia e dall’invidia o dal timore e dalla difesa nei confronti dell’uomo, che, anzi, tutto il progetto di Dio tende a glorificare l’uomo, a farlo sedere alla sua destra.

È quello di cui ci parla questa mattina l’inno della lettera agli Efesini. Ha parlato San Paolo di elezione: è Dio che guarda l’uomo con benevolenza; ha parlato di filiazione adottiva: Dio che dona all’uomo il suo medesimo codice genetico di vita perché l’uomo gli assomigli; ha parlato di redenzione: perché l’uomo non sia schiavo del suo egoismo, del suo peccato e del suo passato, ma possa ricuperare una libertà, la libertà di vivere sempre di nuovo.

Poi continua San Paolo a parlare delle benedizioni di Dio così: «Egli l’ha abbondantemente riversata su di noi (la sua grazia) con ogni sapienza e intelligenza, perché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito, per realizzarlo nella pienezza dei tempi, il disegno, cioè, di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra».

Dice dunque San Paolo che Dio ha un progetto di salvezza nei confronti dell’uomo che non ha tenuto per sé, ma lo ha fatto conoscere, lo ha rivelato all’uomo: e questo vuole dire che Dio considera l’uomo come un partner consapevole della sua opera. Non è solo oggetto della sua volontà: Dio vuole fare qualche cosa, e allora ci mette anche l’uomo, fa anche l’uomo. No, l’uomo è un soggetto libero che Dio pone di fronte a se e del quale Dio cerca il consenso, il si, la partecipazione libera al suo progetto di vita.

Il rapporto tra Dio e l’uomo la Bibbia lo presenta sempre come un rapporto serio e impegnativo, per l’uomo s’intende, ma impegnativo per Dio. Dio liberamente si lega, si impegna nei confronti dell’uomo.

Nel cap. 18 del Libro della Genesi c’è un episodio un pochino strano: Dio sta pensando che cosa fare per Sodoma e Gomorra, ma prima di decidere, Dio va da Abramo e gli rivela quello che sta per fare, perché Abramo sappia il progetto di Dio e Abramo possa prendere posizione anche lui nei confronti del progetto di Dio. Dio non fa le cose per conto suo, considera Abramo come un suo socio, un suo alleato, e quindi va a dire ad Abramo anzitutto la sua volontà, ad ascoltare il parere di Abramo. È evidentemente un modo umano di parlare di Dio ma molto significativo.

E quando Gesù nell’ultima cena dice dei suoi discepoli: «Non vi chiamo più servi…. vi ho chiamato amici, (spiega il perché), perché vi ho fatto conoscere tutto quello che ho conosciuto dal Padre; non ho tenuto nascosto niente a voi».

Il mio cuore, i miei desideri, i miei progetti vi sono davanti spalancati, perché li conosciate e li possiate liberamente fare vostri, perché il sì dell’uomo sia consapevole e autentico. Per questo, dice San Paolo, «Dio ci ha fatto conoscere il mistero del suo volere».

Mistero è un termine tecnico della lettera agli Efesini; vuole indicare il progetto di Dio sull’uomo e sul cosmo. C’è un progetto che Dio ha scritto nel mondo fin dal momento della creazione, ma che, dice Paolo, è rimasto nascosto; l’uomo non è stato in grado di decifrare nella creazione, nel cosmo, quella che era la volontà di Dio, ma ora questo progetto misterioso è rivelato. In Cristo si può leggere la volontà di Dio, si può comprendere questo progetto. L’idea è di un mondo, di un cosmo che è ancora in movimento, e la cultura contemporanea questo l’ha molto chiaro: il cosmo è una realtà che si espande, la vita è un cammino, un processo che si perfeziona dalle forme elementari di vita fino a quelle più complesse, fino all’uomo, quindi c’è un movimento che afferra tutte le cose, però il problema è: verso dove? C’è una meta, un traguardo a questo movimento? O il cosmo si espande all’infinito senza avere un traguardo, o si espande e si contrae senza avere uno scopo? C’è un disegno, una volontà positiva sulle cose?

È quell’interrogativo che aveva tormentato il vecchio Qoelet. Qoelet è un anziano che ha fatto esperienza della vita consapevolmente, ha cioè provato e fatto un esperimento di vita provando tutte le cose per vedere che cosa valga la pena fare e realizzare nella propria esistenza.

Al capitolo 2 dice (Qo 2, 3):

[3] Ho voluto soddisfare il mio corpo con il vino, con la pretesa di dedicarmi con la mente alla sapienza e di carni alla follia, finche non scoprissi che cosa convenga agli uomini compiere sotto il cielo, nei giorni contati della loro vita.

Vuole dire: mi sono dato alla follia, ho provato di tutto, ma mica da stupido, l’ho provato pensando, riflettendo, cercando di valutare e di vedere che cosa valeva veramente la pena fare; mi sono guardato «vivere», ho vissuto e ho riflettuto sulla mia vita. E siccome era una persona ricca, ha potuto fare di tutto: «Ho intrapreso grandi opere…», e racconta tutto quello che ha realizzato nella sua vita di opere concrete materiali, di gioia, di realizzazione della sua umanità.

Conclusione» (Qo 2, 11):

[11] Ho considerato tutte le opere fatte dalle mie mani e tutta la fatica che avevo durato a farle: ecco tutto mi è apparso vanità e un inseguire il vento: non c’è nessun vantaggio sotto il sole.

Notate, siamo al traguardo di una riflessione; c’è un bilancio da fare, e il bilancio è: «Vanità». Vanità vuole dire «fiato», cioè qualche cosa che non ha sostanza, vuole dire inseguire il vento, qualche cosa che non puoi afferrare e possedere. «Non c’è alcun vantaggio sotto il sole». Notate questa espressione: sotto il sole.

Di fatto il libro di Qoelet inizia con quelle parole famose (Qo 1, 2-9).

[2] Vanità delle vanità, dice Qoelet, vanità delle vanità, tutto è vanità.

[3] Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il sole?.

[4] Una generazione va, una generazione viene ma la terra resta sempre la stessa.

[5] Il sole sorge e il sole tramonta, si affretta verso il luogo da dove risorgerà.

[6] Il vento soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana; gira e rigira e sopra i suoi giri il vento ritorna.

[7] Tutti i fiumi vanno al mare, eppure il mare non è mai pieno: raggiunta la loro meta, i fiumi riprendono la loro marcia.

[8] Tutte le cose sono in travaglio e nessuno potrebbe spiegarne il motivo. Non si sazia l’occhio di guardare né mai l’orecchio è sazio di udire.

[9] Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà; non c’è niente di nuovo sotto il sole.

Qoelet vede dunque il mondo come un mondo inquieto, in continuo movimento, ma un mondo che ritorna su se stesso. Tutto questo movimento non conclude niente: tutti i fiumi vanno al mare, ma non lo riempiono; il sole corre, ma quando è arrivato alla fine della sua corsa torna all’inizio, si ricomincia da capo; non c’è niente di nuovo e di definitivo sotto il sole.

«Sotto il sole»: è proprio questo che Qoelet esamina. Vede il mondo dai tetti in giù, dal sole in giù, da quello che io posso sperimentare e comprendere in giù; quello che Qoelet vuole dire è che alla fine, se il mondo lo considero solo al suo interno, ne rimango deluso, non mi rimane niente per cui valga la pena vivere e soprattutto faticare. Siccome vivere stanca ed è fatica, ci vorrebbe almeno un vantaggio, un salario che dica il motivo della mia fatica. Sotto il sole questo salario non c’è.

Ma è proprio vero che non c’è e che non c’è niente di nuovo sotto il sole?

Alla fine della Bibbia nel libro dell’Apocalisse al cap. 21 che abbiamo commentato un po’ di tempo fa, le grandi parole che concludono la storia umana sono le parole di Dio.

«Ecco, io faccio nuove tutte le cose». Questo è il traguardo.

Il traguardo non è la fine del mondo, come a volte si dice, è il rinnovamento del mondo, è la trasformazione del mondo in una realtà nuova dove la bellezza di Dio sia riflessa perfettamente nelle cose, dove il mondo partecipi della pienezza di vita di Dio«Ecco, io faccio nuove tutte le cose».

Questa è la fine della storia! Ma non è mica vero. Questa non è solo la fine della storia!

Nella seconda lettera ai Corinzi San Paolo dice:

«Se qualcuno è in Cristo, è una creatura nuova, le cose vecchie sono passate. Ecco, ne sono nate di nuove».

Allora quello che noi aspettiamo dalla potenza di Dio per la fine del tempo, Dio lo ha già compiuto, è già dentro la storia ed è una novità che incomincia a manifestarsi. La novità si chiama Gesù Cristo: Gesù Cristo è una realtà nuova, è una umanità impastata di amore, di Spirito Santo, cioè della vita e dell’amore di Dio.

È una realtà nuova che è sotto il sole, ma la sua origine è da sopra il sole, è da Dio ed è la presenza dell’amore di Dio in mezzo agli uomini. Bene, in Cristo l’uomo è una creatura nuova; in Cristo all’uomo viene data la possibilità di uscire dai suoi egoismi e dalle sue chiusure, dalla sua ripetitività noiosa di comportamenti egoistici e di difesa, e gli viene data la possibilità di diventare quello che era nel progetto di Dio: immagine e somiglianza di Dio.

Questo dice il nostro testo parlando del progetto di Dio: il progetto del Padre e di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra», come se il mondo trovasse in Cristo la sua piena realizzazione.

Dunque: tutte le cose sono in travaglio, tutte le cose sono in movimento.

Verso dove va questo travaglio e questo movimento?

Dal punto di vista della fede il travaglio e il movimento del mondo vanno verso Gesù Cristo: Gesù Cristo è il traguardo perché è il compimento e la perfezione, è il mondo portato alla sua realizzazione più piena.

Teillard De Chardin, uno dei più discussi teologi degli ultimi decenni, presenta Gesù Cristo risorto come motore e come termine dell’evoluzione; era un paleontologo e quindi con l’evoluzione aveva a che fare normalmente: aveva scoperto l’homo Pechinensis e per tutte queste cose ci aveva speso la vita, bene, vede la evoluzione come un cammino attirato dal Cristo risorto.

Cosa vuole dire il Cristo risorto? Vuole dire carne, umanità, materia perché Cristo risorto è materia, ma materia divinizzata, trasformata in vita divina: questo è il traguardo della materia, della evoluzione dal punto di vista teologico.

C’è un progresso di crescita, la materia diventa vita, la vita diventa pensiero, ma non basta, l’evoluzione non termina con la nascita del pensiero: l’evoluzione termina con la trasformazione della vita in amore, quando il pensiero diventa dono, capacità di donarsi, capacità di superare l’atteggiamento di autodifesa istintivo e naturale, anzi, diventa una legge della evoluzione biologica a livello animale, ma che a livello umano deve essere superato; l’uomo è chiamato a superare l’atteggiamento di autodifesa in una capacità di amore, di gratuità, di dono, quando l’uomo fa’ questo diventa specchio della bellezza di Dio, perché Dio è amore. Per questo il traguardo dell’evoluzione è l’amore, perché Dio è questo. Il traguardo dell’evoluzione è che il mondo porti l’impronta stessa di Dio.

Non è forse una vita trasformata in dono quello che noi crediamo come Trinità di Dio? Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo vuole dire Dio è dono eternamente tale, che esiste solo come dono e come offerta totale di se stesso? Bene, questo è il traguardo del mondo, questo è il progetto di Dio: ricapitolare in Cristo tutte le cose.

Cristo vuole dire, l’incarnazione del Verbo: il Verbo di Dio, la seconda persona della santissima Trinità, si è fatta carne. Ma Cristo sì può presentare anche a rovescio: la carne che diventa portatrice di Dio, del Verbo, quindi è il cammino di una carne trasfigurata, arricchita e riempita della bellezza di Dio: ricapitolare in Cristo tutte le cose. Vuole dire che il progetto di Dio è dare Cristo al mondo come capo del cosmo, e dare il cosmo a Cristo come corpo di Cristo.

Vuole dire che Cristo è chiamato nel progetto di Dio a essere la direzione, il traguardo, il punto di arrivo del mondo, e vuole dire che il mondo è chiamato a diventare il corpo di Cristo.

Corpo di Cristo vuole dire una cosa molto concreta: il corpo sono io, non è solo qualche cosa che io ho; il corpo sono io in quanto mi manifesto, mi esprimo. Mi esprimo attraverso il mio corpo: io parlo, agisco, entro in rapporto con gli altri, per cui, attraverso il mio corpo, i gesti e le azioni che io compio, potete in qualche modo conoscere me.

Bene, è proprio questo il cosmo come corpo di Cristo: Cristo che si esprime e che parla, che agisce, che soffre nel e attraverso il mondo, attraverso gli uomini e il cosmo che diventa il suo corpo.

«Gesù Cristo è immagine del Dio invisibile» vuole dire che nella umanità di Gesù Dio si è fatto riconoscibile nella umanità, perché Gesù è naturalmente uomo, fatto di corpo e di anima umana e dice parole umane (parla aramaico), compie azioni umane (tocca con le mani), entra in rapporto con gli altri, farà il falegname o quello che volete, ha dei sentimenti umani, ha in pratica tutta quella gamma di materiale di cui è fatta l’esistenza di ogni uomo.

Gesù di Nazaret è veramente carne.

Però questa carne umana è trasformata in obbedienza a Dio: «Mio cibo è fare la volontà del Padre».

Quindi questo fare la volontà del Padre ha trasformato tutte le sue azioni, tutti suoi pensieri e sentimenti; è stata una trasfigurazione, un perfezionamento della carne, in modo da diventare pienamente portatrice al punto da manifestare la presenza di Dio.

Ricordavamo questa mattina quel versetto del Vangelo di Giovanni.

«Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato».

Questo Gesù lo ha manifestato in tutta la sua vita e lo ha manifestato nella sua passione e nella sua morte.

Passione e morte vuole dire che a Gesù non è rimasto proprio niente, che tutto quello che aveva lo ha donato, lo ha fatto diventare obbedienza al Padre; non gli è rimasta una azione, un sentimento, un minuto per se; l’obbedienza ha trasformato tutto, la lettera agli Ebrei direbbe:

«È diventato perfetto».

Diventato perfetto non vuole dire che prima non fosse perfetto, ma vuole dire che prima c’era ancora qualche cosa da trasformare in obbedienza a Dio, in offerta con la sua croce. Gesù ha portato a compimento tutto.

Notate che, quello che sto dicendo adesso: trasformare tutto in obbedienza a Dio, è esattamente lo stesso che prima dicevamo: trasformare tutto in amore. Dicevamo che lo scopo della evoluzione del mondo, il suo traguardo è la realizzazione dell’amore come dono, abbiamo affermato che lo scopo e il traguardo della vita di Gesù era l’obbedienza al Padre: è la stessa cosa. L’amore di obbedienza al Padre e l’amore di dono nei confronti degli altri si identificano strettamente nella vita di Gesù; sono la stessa cosa considerata da due punti di vista diversi, ma la stessa cosa.

Nel Vangelo secondo Giovanni al cap. 13, inizio del racconto della passione, c’è un versetto che dice:

[1] Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine».

Dunque Gesù sa che è arrivata la sua ora, e la sua ora vuole dire il momento in cui deve fare vedere quello che è, il momento in cui Gesù è chiamato a giocare tutto per tutto; adesso non c’è più da aspettare nient’altro, deve giocare tutto quello che è e tutto quello che è capace di fare: vediamo quello che vale, è la sua ora, il suo momento.

In che cosa consiste questa ora? Passare da questo mondo al Padre.

Passare da questo mondo al Padre vuole dire che la carne umana diventa portatrice della bellezza di Dio, che viene glorificata; questo è il significato. Vuole dire quindi il passaggio da una condizione sottomessa alla miseria e alla morte a una condizione di risurrezione; vuole dire insomma vincere la morte. È qui che si gioca l’identità di Gesù: vincere la morte; passare da questo mondo al Padre, portare cioè la carne umana a contatto con Dio, in comunione con Dio.

E come si fa a fare questa pasqua, questo passaggio dalla schiavitù alla libertà, dal mondo a Dio, dalla mortalità all’immortalità? «Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine». Così avviene la pasqua; così avviene il passaggio. Gesù passa da questo mondo al Padre, perché tutto quello che ha lo trasforma in amore, non gli rimane più niente. «Li amò sino alla fine», vuole dire: li ha amati fino a che non ha tenuto niente per sé, quindi fino alla perfezione, al compimento, alla consumazione della sua vita, e facendo questo, è passato da questo mondo al Padre.

Tradotto vuole dire: Volete diventare come Dio? Lo abbiamo ripetuto molte volte, non è proibito, basta non prendere la strada sbagliata, quella di Adamo che, per diventare come Dio, ha scelto l’autosufficienza. Se vuoi diventare come Dio, trasforma la tua vita in amore. Se fai questo, se tutto quello che hai lo trasformi in amore, la tua vita diventa immagine della bellezza di Dio, perché Dio è cosi.

Il problema, quindi, è di trovare la strada giusta. Il problema è: non desiderare cose grandi; le potete proprio desiderare, solo che, paradossalmente, le cose grandi si realizzano nel momento in cui l’uomo dona o perde se stesso. «Se qualcuno vuole tenere stretta la sua vita, la perde. Se qualcuno è disposto a donare la vita per me e per il Vangelo, la trova».

La logica è sempre quella: «Se il chicco di grano, caduto per terra non muore, rimane solo, ma se muore, produce molto frutto».

È attraverso il dono che si compie la pienezza dell’uomo. E «se qualcuno di voi vuole essere il primo, si faccia l’ultimo di tutti e il servo di tutti. Non è mica proibito desiderare di essere primi, ma non pensare di diventare primo con degli onori, facendoti servire; se vuoi diventare primo devi metterti a servire, e se riesci a servire tutti, non solo le persone gradevoli ma anche quelle sgradevoli, bene, sei primo, sei vicino a Gesù Cristo perché Gesù Cristo «è venuto non per essere servito, ma per servire e dare la sua vita come riscatto per la moltitudine».

Capite che cosa vuole dire «ricapitolare tutto in Cristo»: il progetto di Dio.

Il progetto di Dio è proprio quello, che il mondo, la materia, l’umanità, i nostri sentimenti e le nostre azioni prendano l’impronta di Gesù Cristo, tanto che Gesù Cristo possa manifestarsi in loro. Se le cose che noi facciamo prendono l’impronta di Gesù Cristo, Gesù si manifesta in voi, e se Gesù si manifesta in voi, siamo il suo corpo, il suo prolungamento.

La Chiesa è per San Paolo, nella lettera agli Efesini, la dilatazione del corpo di Cristo. Ma pensate in concreto, al corpo di Cristo in croce, a quel corpo di crocefisso; quel corpo concreto lì nel quale è scritto l’amore, perché è trasformato totalmente in dono, quel corpo lì si dilata, si allarga a comprendere altre persone, altre situazioni, altri gruppi sociali, ad assimilare comportamenti, sentimenti e progetti: e quando questo avviene allora al Chiesa diventa corpo di Cristo, e Cristo si esprime nella Chiesa.

Se volete, ripetiamo: la Chiesa è quel pezzo di mondo che la trasformazione in Cristo l’ha già subita o incontrata o vissuta. Questa trasformazione è il punto d’arrivo del cosmo, del progetto di Dio, quindi il mondo intero deve tendere, e arrivare a quello. Bene, la Chiesa anticipa, accompagna, trascina il mondo nella sua obbedienza e sottomissione a Gesù Cristo.

In questo modo si compie il progetto che è fondamentalmente un progetto di unità, di comunione: quello che Dio ha pensato del mondo, è un mondo «uno», raccolto nell’unità, tanto quanto è uno il mistero di Dio: Dio è Trinità, ma è la Trinità dell’amore, e quindi è unità perfetta: bene, Dio sogna da sempre un mondo così.

Nella prefazione della Via Crucis che abbiamo fatto prima, c’era una immagine bella di Gesù presentato come il non separato, quello che porta in se la pienezza dell’amore. Non separato vuole dire che Gesù Cristo è una sola cosa con Dio; quella separazione che si chiama peccato, Gesù Cristo non l’ha e la sua esistenza e perfettamente in comunione con il Padre.

«Non separato» vuole dire: non separato nemmeno dagli uomini; vuole dire che Gesù/uomo è perfettamente solidale con gli uomini, anche se gli uomini sono peccatori. Quella realtà che si chiama odio e divide gli uomini gli uni dagli altri, Gesù Cristo non la conosce: è il non separato, non separato da Dio e non separato dai fratelli. E in modo strano e paradossale lo è nel momento della passione, quando sembrerebbe che Dio l’abbia abbandonato perché non si fa vedere e sentire, e che gli uomini lo abbiano abbandonato perché i discepoli hanno chiuso con lui, i Giudei e i Romani lo stanno accusando e processando, quindi sembra esattamente l’emarginato, il separato; no, è l’uomo della comunione, è il non separato, è quello che porta in sé la perfetta sintonia con Dio e l’amore senza limiti agli uomini.

Questo, secondo San Paolo, è quello che Cristo ha compiuto con la sua passione e morte: la riconciliazione del mondo con Dio e la riconciliazione degli uomini fra di loro. Dice al cap. 2, 14 (le espressioni sono un tantino misteriose nei particolari, ma l’essenziale è abbastanza chiaro):

[14] Egli è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo.

I due sono Ebrei e Pagani. Fra Ebrei e Pagani c’era una separazione insuperabile che era la legge, che metteva gli uni contro gli altri. Bene, questa separazione era l’immagine di tutte le separazioni e di tutti gli odi che ci sono fra gli uomini,

[14] Cristo è la nostra pace, ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia,

[15] annullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso dei due, un solo popolo nuovo, facendo la pace.

Crea in se stesso dei due un solo uomo nuovo, facendo la pace. E vuole dire: Gesù Cristo è morto amando; ha amato i Giudei e quindi ha portato il mondo giudaico nella sua carne; ha amato i pagani e ha portato lo stesso mondo pagano nella sua carne. E proprio perché è solidale con gli uni e con gli altri, ha creato in se stesso un unico popolo, una umanità nuova, dove non ci sono più odi e divisioni, contrasti e cattiverie degli uni nei confronti degli altri, ma c’è questa legge di unità e di amore.

Detto in altri termini: se voi siete cristiani, è perché Gesù Cristo vi ha amato; ha amato ciascuno di voi ed è solidale pienamente con ciascuno di voi. Ma se Cristo è solidale con ciascuno di voi, voi siete costretti ad essere un popolo solo, perché, se vi lacerate, voi lacerate Cristo. Cristo vi porta dentro di se tutti, perché ha steso le braccia sulla croce senza escludere o eliminare nessuno. Non ha escluso nemmeno i suoi nemici. Dentro al suo amore di crocifisso ci stanno tutti gli uomini. Allora la solidarietà, la comunione fra gli uomini è l’unica possibilità per realizzare, per compiere una vera comunione con Cristo, altrimenti si lacera la Chiesa.

Paolo, quando scriveva ai Corinzi, diceva proprio questo. Aveva davanti una comunità nella quale c’erano delle divisioni; c’era chi si sentiva un cristiano di Pietro, chi si sentiva un cristiano di Paolo e chi si sentiva un cristiano di Apollo, e Paolo reagisce violentemente e dice: Ma che è? È forse stato diviso Gesù Cristo? Voi siete il corpo di Cristo, non potete essere divisi tra voi: lacerate Cristo stesso e il suo mistero di amore, quello che è, al contrario, un mistero di comunione, di solidarietà, di riconciliazione fra gli uomini tra loro e con Dio.

Allora, questo progetto del Signore è quello al quale siamo chiamati a collaborare, per questo ci è stato fatto conoscere. Il Signore non vuole realizzare l’unità, distruggendo la diversità. Non è che vi vuole prendere e omogeneizzare in modo che siate tutti simili gli uni agli altri e quindi senza individualità, senza originalità. La scommessa di Gesù è una scommessa più grossa; togliere l’individualità sembra il modo più semplice per costruire l’unità fra gli uomini, ma Gesù ha fatto una scommessa più grossa: quella che garantisce la diversità, ma la riconduce all’unità attraverso l’amore, non quindi annientando i singoli, ma unificandoli e vivificandoli attraverso lo Spirito Santo, attraverso la forza dell’amore e del dono.

L’amore è una forza nello stesso tempo unificante e personalizzante.

Unificante vuole dire che ci mette insieme, che ci aiuta a vincere le diversità: le diversità nell’amore non sono motivo di divisione, anzi sono un motivo di attrazione ancora più grande, di comunione ancora più intensa e più profonda. Ma nel momento stesso in cui l’amore unifica, l’amore personalizza, e personalizza vuole dire che fa in modo che ciascuno sia se stesso; non fa perdere l’originalità, la creatività, i lineamenti propri, anzi al contrario, l’amore è tanto più profondo quanto più prende ciascuno cosi com’è e lo realizza così com’è.

Questo desidera il Signore: non che perdiate la vostra identità, ma che viviate la vostra identità non come motivo di divisione ma come motivo di complementarità e di comunione più grande. Per questa scommessa Gesù ha giocato la sua vita, l’ha donata, ed è per questa scommessa che Dio ha creato il mondo, sognandolo vario e nello stesso tempo uno, un mondo di pluralità e nello stesso tempo di comunione. Questo mondo Dio lo ha visto realizzato in Gesù Cristo, nel proprio Figlio. Ed è proprio Gesù Cristo il motivo ultimo e fondamentale della creazione.

Voglio dire: c’è un raccontino ebraico il quale dice che, quando Dio ha pensato di creare il mondo, è rimasto un pochino perplesso perché ha visto Adamo e non era un gran che; ha visto i figli di Adamo, Caino, ed era ancora peggio; ha visto i discendenti di Caino, Lamech, e non c’era molto da sperare; Dio era quasi vicino a dire: Non lo costruisco il mondo, perché quello che viene fuori sarà troppo brutto. Forse vale la pena non cominciare nemmeno un’avventura di questo genere. Poi, dice questo racconto, Dio vide Abramo e vide la sua fede. Allora disse: Su Abramo posso costruire qualche cosa di vero che mi piace.

Bene, credo che il senso del progetto di Dio in Gesù Cristo, secondo la lettera agli Efesini, o secondo quello che dice San Giovanni nel prologo: «tutto è stato creato per mezzo di lui e in vista di lui»; il Verbo è il senso del mondo e del cosmo, tutto questo vuole dire che quando Dio ha pensato al mondo, ha pensato prima di tutto a Gesù Cristo, e in quella realizzazione di cosmo che è Gesù Cristo, ha visto il senso del mondo: vale la pena creare un mondo dove c’è uno così. Dove c’è uno così che è Gesù Cristo come germe di trasformazione del cosmo intero, dell’umanità, dove gli uomini possono pian piano assomigliare a Gesù Cristo e quindi assumere questa capacità di santità, di amore e di dono. È in vista di questo che Dio ha creato il mondo.

«Egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto, nella sua benevolenza, aveva in lui prestabilito per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle della terra come quelle dei cieli». Ricapitolare in Cristo tutte le cose.

Dicevo: è la nostra vocazione, è il senso dell’esistenza della Chiesa, e varrebbe la pena un pochino rifletterci sopra. Il Battesimo ci innesta in Gesù Cristo, quindi ci fa diventare corpo di Gesù Cristo. Riscoprire il senso del nostro Battesimo, vuole dire riscoprire il senso della nostra vocazione. E in questa logica della lettera agli Efesini, vuole dire riscoprire il senso cosmico della nostra vocazione; non si tratta solo di una vocazione individuale (siamo chiamati a una santità individuale, questo è vero e ci torneremo sopra), ma non si tratta solo di questo: si tratta di una vocazione cosmica, di una vocazione che mi coinvolge personalmente perché debbo dire il mio sì libero al Signore, ma che si colloca dentro a un progetto cosmico che coinvolge l’umanità intera, che coinvolge l’evoluzione del cosmo, la materia stessa, perché la materia diventi portatrice della bellezza di Dio.

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