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DIO CAMMINA CON GLI UOMINI – libro intero

DIO CAMMINA CON GLI UOMINI

NON SO SE CREDI

o se sei soltanto un indifferente. In entrambi i casi certamente ciò avviene perché non sei informato o perché sei male informato.

Forse getti uno scatolo prima di aprirlo e di vederne il contenuto? Perché getti Dio ed il suo Cristo senza sapere se ci sono e chi sono? Eppure sono infinitamente piú preziosi di un qualunque tesoro. Tu ti credi già informato. Mi permetto di dubitarne.

Se hai bisogno di un contabile, vai forse da un manovale? Se hai bisogno di un dentista, vai forse da un fabbro?

Se hai bisogno di un medico, vai forse da un ragioniere? Anzi, se il medico non ti guarisce, vai da uno specialista.

Non dovresti fare altrettanto andando da una persona specializzata per conoscere un po’ Dio, il suo Cristo ed il Corpo Mistico di lui?

Questo libro ti potrà dare le prime giuste informazioni. Se non risponde ai tuoi problemi, va da uno specialista della religione cattolica, quale è ge­neralmente un prete dotto e pio.

E, se questo non fai, non fai male a nessuno, ma soltanto a te: sprechi la tua vita. Ti accorgerai troppo tardi della felicità alla quale hai rinunziato. Dopo tutto, dice Pascal, non c’è per l’uomo che un dilemma: o la fede che spiega tutto e dà una speranza o l’incredulità che non spiega niente e toglie ogni speranza.

Solo la fede ti può spiegare i fatti esposti in questo libro e accendere nel tuo cuore la speranza di raggiungere quello che ogni uomo desidera: poter sempre vivere, restare sempre giovane, poter sempre godere l’antico sogno di Faust il sogno di ogni cuore umano, sogno che resterà solo un sogno, quando l’uomo non accoglie l’Unico che glielo può realizzare.

CAP. I – IL VOLTO DI DIO

1. Il Dio in cui non credo

È il Dio-nulla degli atei, che senza esistere produce l’universo; senza essere vita crea la vita; senza avere l’intelligenza produce l’intelligenza. È il Dio-materia cieca e stupida dei marxisti, capace di organizzare le galassie e questa terra meravigliosa, di programmare l’esistenza di tutti i viventi e di fare spuntare dal non essere l’essere, dalla non vita la vita, dalla non intelligenza l’intelligenza; siamo all’assurdo di un programma senza programmatore.

È il Dio-tutto dei panteisti, confuso con la materia, che fa brillare per un momento il pensiero dell’uomo per riassorbirlo e farlo scomparire con la morte.

È il Dio-statua dei pagani, insensibile alle necessità degli uomini, inca­pace di vedere, di ascoltare, di commuoversi, di intervenire, di apprezzare gli sforzi e i sacrifici degli uomini, di rallegrarsi; uno di quegli dei pagani di cui dice la Bibbia: « Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non ve­dono, hanno orecchi e non odono, hanno narici e non odorano. Con le loro mani non palpano, con i loro piedi non camminano, non danno suono con la loro gola » (Ps. 115, 5-17).

È il Dio-uomo dei greco-romani, fatto con gli stessi istinti, con le stesse debolezze, con le stesse passioni, con la stessa maniera di ragionare degli uomini.

È il Dio-fato, inferiore alle leggi da lui stesso create, che non può piú modificare quanto ha fatto, perché non è libero, ma schiavo di se stesso. È il Dio-architetto dei liberali e dei massoni, disinteressato delle vicen­de di questi piccoli uomini, perché occupato a guidare le stelle.

È il Dio-tabú dei feticisti, che dà ordini capricciosi per esercitare la sua potestà; castiga e uccide chi osa toccarlo o anche solo avvicinarglisi. È il Dio-moloch dei cananei e degli altri popoli medio-orientali che co­mandava agli uomini di sacrificargli i loro nemici, gli schiavi e perfino i loro figli.

È il Dio menefreghista dei pessimisti che abbandona gli uomini alla lo­ro sorte: lavorare, soffrire, morire.

È il Dio dei peccatori che condanna la felicità degli uomini e gode della loro infelicità.

È il Dio dei manichei che considera il matrimonio un peccato.

È il Dio altissimo dei deisti con il quale è impossibile allacciare un qual­siasi rapporto, perché troppo superiore e lontano da noi.

È il Dio di Zarathustra, limitato dal principio del male.

È il Dio ragione dei razionalisti, fatto a misura di uomo, capace di esse­re capito e compreso dagli uomini.

È il Dio dei satanisti capace di essere condizionato, sottomesso agli uo­mini e ai demoni.

È il Dio dei giansenisti che aspetta al varco questi poveri disgraziati di uomini peccatori, per avere il piacere di vendicarsi e di mandarli all’infer­no.

È il Dio vecchio maestoso degli indifferenti verso cui sentono rispetto ma nessuna attrattiva.

È il Dio-tappabuchi di tanti pseudo-religiosi, intento a riparare, dietro segnalazione dei suoi clienti, tutti i difetti commessi seguenti l’opera del­la creazione e la vita e il cattivo uso della libertà degli uomini.

È il Dio principio dei sadducei (che negano la resurrezione) secondo i quali egli ha esaurito tutte le sue possibilità nella creazione di questo mondo, e quindi dà ricchezze e felicità a quelli che ama; miseria e malattie ai peccatori.

Giustamente dice Tolstoi: « Se vi capita di pensare che tutte le vostre credenze concernenti Dio sono false e che non esiste nessun Dio, non scoraggiatevi. È una cosa che capita a molte persone. Non crediate però che la ragione della vostra incredulità sia nel fatto che Dio non esiste. Il fatto di non credere piú nel Dio nel quale credevate prima, proviene dal fatto che la vostra credenza precedente era sbagliata; dovete fare ancora uno sforzo per comprendere meglio quello che voi chiamate Dio.

Quando un selvaggio cessa di credere nel suo dio di legno, non signifi­ca che Dio non esiste; significa solo che il vero Dio non è il dio di legno ».

2. Il Dio in cui credo

È il Dio della Bibbia, Jawhé, colui che è, e che dà principio a tutte le co­se.

È il Dio che ascoltò i gemiti del suo popolo tenuto schiavo in Egitto dal faraone e lo liberò con braccio potente, facendo miracoli inauditi per por­tarlo in Palestina.

È il Dio che premurosamente addita ai suoi figli la strada da percorrere per essere felici: « Guarda, io pongo davanti a te la vita e il bene, la morte e il male. Se tu ascolti gli ordini del Signore, Iddio tuo, che oggi ti prescrivo, amando il Signore, tuo Dio, camminando nelle sue vie, osservando i suoi comandamenti, le sue leggi e i suoi precetti, allora tu vivrai e ti moltipli­cherai e il Signore, Iddio tuo, ti benedirà nel paese, dove tu stai per entrare e prenderne possesso. Ma se il tuo cuore si volge indietro e non vuoi ob­bedire e ti lasci trascinare a prostrarti davanti ad altri déi e servir loro, io vi dichiaro oggi formalmente che voi perirete, e non vivrete a lungo nella terra, in cui entrate per possederla, passando il Giordano » (Deut. 30, 15­18).

È il Dio che sta sempre vicino al suo popolo per ascoltarlo ogni volta che lo prega (Deut. 4, 7).

È il Dio che anzi abita in mezzo al suo popolo e si è fatto fare una tenda in mezzo a loro (Es. 26, 30).

È il Dio che ama tutte le cose che sono e non aborre nulla di quello che ha fatto, perché, se odiasse qualcosa, non l’avrebbe creata. (Sap. 11, 24). È il Dio che soccorre in tutti i pericoli e bisogni i suoi figli che lo amano e a lui si affidano, come poeticamente canta il Salmo 90.

È il Dio che pone le sue delizie nello stare in mezzo ai figli degli uomini (Prov. 8, 21).

È il Dio che ha compassione di tutti e finge di non vedere i peccati degli uomini per non essere costretto a castigarli subito e poter aspettare che si convertano (Sap. 11, 23).

È il Dio che in un anno preciso della storia, nel 754 di Roma « si incarnò ed abitò fra noi » (Gv. 1, 14) e si fece in tutto simile a noi: nella fame, nella sete, nella stanchezza, nel dolore; tranne che nel peccato. Anzi « Egli, pos­sedendo la natura divina, non pensò di valersi della sua eguaglianza con Dio, ma annientò se stesso, prendendo la natura di schiavo e diventando simile agli uomini; e dopo che ebbe rivestito la natura umana, umiliò se stesso ancor di piú, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce » (Fil. 2, 6-8).

È il Dio che non ci ha abbandonati al nostro destino, ma ha continua cura di noi e minutamente ci provvede di quello di cui abbiamo bisogno come il piú tenero dei padri, almeno fino a quando noi non lo rifiutiamo come Padre (Lc. 12, 22-31).

È il Dio amoroso dei cristiani che mette piú cura per una persona che lo ama che non a guidare tutte le stelle dell’universo.

È il Dio che si è definito « Amore » e che ci ha amati tanto da consegnare il suo Figlio unigenito perché venisse ucciso per noi, affinché ognuno che crede in lui non perisca ma abbia la vita eterna (Gv. 3, 16).

È il Dio che ci ha resi e ci ha chiamati amici (Gv.15,15), anzi addirittura suoi figli, destinati a divenire simili a lui, come dice S. Giovanni: « Consi­derate quale ineffabile amore ci ha donato il Padre: che ci chiamiamo figli di Dio, e che lo siamo » (Gv. 3, 1); e aggiunge: « Ancora non è apparso ciò che saremo. Sappiamo che quando apparirà saremo simili a lui, perché lo vedremo quale egli è » (1 Gv. 3, 2).

il Dio che ha voluto che dove andava lui (in Paradiso) andassero pure i suoi amici e per questo ha fatto quella meravigliosa preghiera riportata da Giovanni nel cap. 17.

È il Dio che, per meritarci questo, per divinizzarci e portarci con sé in cielo, ci ha purificati « non con il sangue di capri e di vitelli, ma con il pro­prio sangue » (Ebr. 9, iz), sparso fra orrendi tormenti sulla croce.

È il Dio che, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine (Gv. 13, 1) cioè sino all’estremo possibile, restando nell’Eucarestia si­no alla fine del mondo, in balia anche dei cattivi e dei suoi nemici, per es­sere nostro compagno, nostro amico, nostro confidente, nostro cibo, no­stra luce, nostra vita, nostra forza, per renderci simili a sé e darci il pegno della futura gloria, ossia della nostra resurrezione e felicità eterna in Para­diso.

È il Dio che ci risusciterà nell’ultimo giorno (Gv. 6, 39) e ci renderà im­mortali e felici per tutta l’eternità.

Dice Gesú: « Io sono la resurrezione e la vita: chi crede in me, anche se morto vivrà; e chi vive e crede in me, non morrà in eterno » (CV. 11, z5). Non val la pena vedere se tutto questo è vero?

Non abbiamo tutto da guadagnare, se potremo vivere felici eterna­mente in Dio con le persone che amiamo?

Questo libro ti vuol aiutare a scoprire questa certezza.

C’è poi un risvolto terribile per coloro che non vogliono tale felicità: è l’inferno, ossia la perdita eterna di Dio.

Ci sono molti che fanno gli spavaldi e i forti: negano Dio, negano l’altra vita, ridono dell’inferno e a chi dice loro: « Non sai che, se c’è l’inferno, tu, vivendo cosí, ci andrai di certo? ».

Rispondono: «Beh! Se ci sarà, lo affronteremo ».

Costoro dovrebbero ricordare le parole di Napoleone: « Non amo gli spiriti forti. Non ci sono che gli imbecilli a sfidare l’ignoto».

Questo libro, se lo leggi senza prevenzioni, ti aiuterà a scoprire l’ignoto del dopo morte.

CAP. II – I CIELI NARRANO LA GLORIA DI DIO

Ai primordi della nuova astronomia gli scienziati, in genere, hanno creduto che l’universo abbia avuto un infinito passato e abbia un futuro infinito, che cioè sia senza principio e senza fine. Altri, senza essere scien­ziati, come Marx, hanno creduto che la materia fosse infinita.

Di tutte queste concezioni ha fatto giustizia la scienza moderna, spe­cialmente per merito di Einstein.

Newton aveva scoperto la legge della gravitazione: «un’attrazione re­ciproca tra i corpi, proporzionata alla quantità della loro massa e inversa­mente proporzionale alla loro distanza ».

I portatori di massa sono i protoni, i neutroni, gli elettroni. Essi sono i componenti fondamentali degli atomi dei corpi: sono per cosí dire, i mat­toni con cui è costituito tutto l’universo e rivelano l’unità dell’universo tenuto insieme dalla forza di gravità esistente e agente tra pianeti, stelle e galassie.

Einstein dà una nuova idea all’idea della gravitazione, legandola ai concetti di tempo, spazio, massa, inerzia e dice che la forza gravitazionale ha esattamente la stessa natura di un’accelerazione di velocità.

« L’inerzia è la resistenza che una massa materiale oppone a una forza che tende a muoverla e a darle una certa velocità». Secondo Einstein l’i­nerzia è un qualche cosa legato alla massa, come la gravitazione; anzi Einstein, riprendendo una teoria di Mach, formulò il principio di Mach: «L’inerzia è creata dall’azione gravitazionale dell’intera massa dell’uni­verso in ogni suo punto ». La cosa si può dimostrare con la Relatività; ma non è questo il luogo di farlo.

In parole povere un corpo (vagone ferroviario o … protone che sia), è inerte proporzionalmente alla propria massa, a causa dell’azione gravita­zionale che tutte le altre masse dell’universo hanno su di esso. E mentre la gravitazione, come forza attraente universale, si annulla in ogni punto perché si è attirati ugualmente da ogni parte (solo tra corpi relativamente vicini: pianeti, stelle, galassie: si crea una dissimetria ed emerge una lo­cale attrazione reciproca); la stessa gravitazione invece, come forza iner­ziale, si fa sentire fortissima in ogni punto durante ogni accelerazione ap­plicata a un corpo. È come se il campo gravitazionale universale tendesse a tenere inchiodato ogni corpo nella situazione di quiete o di moto uni­forme che ha. L’insieme totale della materia, tutto l’infinito numero di ga­lassie distribuite per miliardi e miliardi di anni-luce (o meglio, l’infinità di protoni, neutroni ed elettroni che ne compongono tutti gli elementi) creano un campo universale di gravitazione che si esprime, in ogni punto, con l’inerzia di ogni singola massa.

Potrebbe sembrare ridicolo pensare che questi esseri lontanissimi, queste galassie distanti miliardi di anni-luce, possano esercitare una sen­sibile influenza, sulla terra. Anzi, è naturale pensare che, se tutte le galas­sie sparissero e restasse solo la nostra, nessuno se ne accorgerebbe. Invece nulla di piú sbagliato. La teoria della Relatività, applicando il principio di Mach, dimostra che infinitamente piú del sole, della luna, della nostra ga­lassia e delle galassie vicine, è l’infinito numero delle galassie lontane (e proprio le piú lontane perché infinitamente piú numerose) che contri­buiscono all’inerzia, a dare cioè corpo alla terra stessa.

Se si annientasse l’universo lontano, anche noi resteremmo annientati, poiché la nostra massa è definita dalla totalità delle altre masse; anche se è vero che, a sua volta, la nostra massa contribuisce essa pure a definire l’intero universo.

« Si rivela cosí una essenziale situazione di unità: a livello primordiale, ogni parte costituisce il tutto; ma è anche costituita dal tutto » (Pasolini). Materia nell’universo ce n’è tanta quanta è necessaria perché ci siano le presenti leggi chimico-fisiche-biologiche che regolano il mondo, ossia quanta è necessaria per la nostra esistenza.

Nel 1916 Einstein formulò la teoria della Relatività generale. Essa in­quadra la gravitazione newtoniana nella cornice relativistica e introduce l’ipotesi audace che la forza gravitazionale, emanata dalla materia agisce sullo spazio-tempo incurvandolo.

È una visione nuova dell’universo cosí sconvolgente che Einstein stes­so ammise piú volte di essere costretto a vedere al di là di esso un disegno creatore, un Dio che si rivela alla ragione, un Dio che costruisce, con un perfetto linguaggio matematico, con un preciso disegno geometrico: Un Dio che non gioca a dadi con il mondo, sottile ma non malizioso, un Dio che si fa comprensibile, se sappiamo porgli le domande giuste.

È un universo dove spazio e tempo, energia e materia cessano di esiste­re come entità assolute a sé stanti, ma diventano un’unica realtà inscindi­bile: lo spazio-tempo, che a sua volta diventa un qualcosa di inconcepibi­le senza la materia, che è al tempo stesso anche energia. Non esiste lo spa­zio vuoto, e neppure il tempo senza gli oggetti fisici.

Non restava ai fisici che controllare sperimentalmente se lo spazio real­mente fosse curvo.

Ciò che fecero in un’eclissi di sole. In essa poterono vedere che la luce di una stella veniva attirata dal campo gravitazionale del sole; nella foto era ben visibile la stella con i raggi incurvati verso il sole.

« Dunque lo spazio è curvo », conclusero gli astronomi. La conseguenza evidente è che lo spazio è limitato e che quindi la materia non è infinita, né eterna, e perciò ha avuto un principio. Cosí nasceva la nuova teoria astronomica del « bing-bang » a opera degli astronomi Le Maitre, Huble e Gamow.

L’universo ha avuto origine da un’esplosione di luce, che ha proiettato la materia in tutte le direzioni, costituendo i vari miliardi di galassie (di cui una è la nostra con circa 200 miliardi di stelle) e i quasars. Ogni stella è piú o meno come il nostro sole; questo è 1.300.000 volte piú grande della terra.

Questa spinta iniziale continua ancora, sicché l’universo è in espansio­ne: galassie e quasars sono in fuga e si allontanano sempre piú, come si prova dalla loro luce rossa. Esattamente come dice la Bibbia: Dio disse: « Sia fatta la luce e la luce fu » (Gen. 1, 3).

Ci vollero millenni di studi per arrivare a una scoperta che la Bibbia aveva proclamata 3300 anni prima.

Oggi molti scienziati studiano per scoprire un modello matematico dell’universo che spieghi tutto e che Einstein aveva intuito dicendo: « Vo­glio scoprire il disegno di Dio »; quel disegno di cui parla la Bibbia dicen­do: « Dio fece tutto in numero, peso e misura » (Sap. 11, z1).

Le prime registrazioni delle onde gravitazionali e la scoperta di nuove particelle negli acceleratori, ci danno speranza che forse presto verrà fatta la scoperta di questo progetto unico e armonioso di Dio. È sempre piú ve­ro quanto dice la Bibbia: « I cieli narrano la gloria di Dio » (Ps. 18, 2).

CAP. III – DIO SI FA RICONOSCERE

Qualunque persona che deve fare un’operazione importante, se non è conosciuta, si fa riconoscere con dei garanti; e se deve farla fare dà al suo inviato le credenziali o la delega.

Altrettanto fa Dio sia quando interviene direttamente, sia quando in­terviene con un suo messaggero.

Eccetto qualche rarissima volta in cui si fa riconoscere con immediata evidenza, come ai tempi di Mosè, o come nel prodigio del sole del 13.10.1917 a Fatima, visto nel raggio di km 25 da oltre 80.000 persone, quasi sempre Dio dà garanzie sicure, ma non di immediata evidenza, tali da la­sciare negli uomini di buona volontà la libertà e il merito, e da lasciare quelli di mala volontà nell’indifferenza o nell’ostilità.

Tali garanzie sono: le profezie, i prodigi, i miracoli. Con tali segni Dio garantisce i suoi interventi, i suoi messaggeri, i suoi messaggi.

1. Necessità dei segni di riconoscimento

Nessuno viene creduto senza garanzie. Gesú stesso ebbe a dire: « Se io rendo testimonianza a me stesso, la mia testimonianza non vale. Vi è un altro che testifica per me e so che vale la testimonianza che mi rende … Quelle opere che il Padre mi ha dato da compiere e che io faccio, esse atte­stano per me che il Padre mi ha mandato. E il Padre stesso che mi ha man­dato rende testimonianza a mio favore » (Gv. 5, 31).

E quando gli ebrei gli chiedono di dire chiaramente se egli è una cosa sola con Dio, egli risponde: « Ve l’ho detto e non mi credete; le opere che io faccio in nome del Padre mio, queste mi rendono testimonianza; tutta­via voi non credete perché non siete delle mie pecore … Io e il Padre sia­mo Uno. Se non faccio le opere del Padre mio non credetemi; ma se le fac­cio, anche se non volete credere a me, credete alle opere, affinché sappiate e conosciate che il Padre è in me, e io nel Padre » (Gv 10, 25-37). Allora gli ebrei tentarono di prenderlo per ucciderlo. Per questo Gesú, sfuggito da loro, disse poi di loro: « Se non avessi fatto tra loro le opere che nessun al­tro mai fece, sarebbero senza colpa » (Gv. 15, 24).

E un altro giorno di alcune città che non avevano voluto credere a lui, disse: «Guai a te, Corazin! Guai a te, Bethsaida! Perché se in Tiro e in Sido­ne fossero stati fatti i miracoli compiuti in mezzo a voi, già da gran tempo avrebbero fatto penitenza, cinti di cilizio e ricoperti di cenere. Perciò vi di­co: nel giorno del giudizio Tiro e Sidone saranno trattate meno severa­mente di voi. E tu, Cafarnao, sarai esaltata fino al Cielo? Tu discenderai si­no all’inferno: perché se in Sodoma fossero stati fatti i miracoli opera­ti in te, ancora oggi sussisterebbe. Perciò vi dico: nel giorno del giudizio il paese di Sodoma sarà trattato meno duramente di te » (Mt.11, 21-24). E dei suoi discepoli Gesú dice: «In verità, in verità vi dico: chi crede in me, com­pirà anche lui le opere che io faccio, anzi ne farà delle maggiori» (Gv. 14, 12).

Prima di andare in cielo, mandando i suoi discepoli a predicare il Van­gelo in tutto il mondo, dice: « Ed ecco i miracoli che accompagneranno coloro che avranno creduto: cacceranno i demoni in nome mio, parleran­no lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti, e se berranno qualcosa di mortifero non farà loro del male; imporranno le mani ai malati e saran­no guariti » (Mc. 16, 17).

Da qualche tempo hanno cominciato a girare per le strade e spesso per le case seguaci di tante sette: protestanti, mormoni, testimoni di Geova, discepoli di Hare Krishna, discepoli di Sai Baba, ecc.

Si presentano a nome di Dio, senza portare alcuna credenziale né alcu­na garanzia; spesso addirittura si presentano a nome proprio; e tanti po­veri cristiani, sprovveduti di senso critico e di buon senso, li ascoltano e finiscono per seguirli, senza chiedere loro chi li manda, né quali garanzie o credenziali hanno.

Se qualcuno si presentasse a nome del giudice a chiedere loro qualche centinaio di milioni o anche solo un milione, richiederebbero l’esibizione della condanna del giudice; questi falsi profeti vengono a rubare la loro anima, ed essi gliela danno stupidamente, senza chiedere con quali ga­ranzie provano che è Dio che li manda.

2. Uno sguardo alle garanzie

Prima di entrare in merito ad esse facciamo alcune osservazioni preli­minari: Dio ha provvisto abbondantemente alla vita degli uomini sulla terra con tutta la creazione minerale, vegetale, animale. Quando ora inter­viene lo fa direttamente o indirettamente in ordine alla nostra vita e feli­cità eterna; e non interviene mai senza uno scopo adeguato, cosí per pas­satempo, come possiamo fare noi uomini. In conseguenza tutta la Rivela­zione del Vecchio e Nuovo Testamento e le garanzie che ne dà sono in or­dine a Gesú, alla grande opera per cui Gesú è venuto: la Chiesa e la sal­vezza di ogni singolo uomo.

Le innumerevoli profezie del Vecchio Testamento ci mostrano con estrema chiarezza la persona e la missione di Gesú; gli innumerevoli mi­racoli di Gesú ci mostrano con estrema chiarezza la sua divinità e la verità della sua dottrina; gli innumerevoli prodigi e miracoli che accompagnano passo passo la vita della Chiesa ci mostrano la sua divina istituzione e ci fanno ricordare quanto Gesú ci ha rivelato e come egli è sempre pre­sente nella sua Chiesa, cosí come aveva predetto (Mt. 28, zo) per illumi­narci, per richiamarci, per convertirci, per guidarci al paradiso.

3. L’atteggiamento dinanzi alle garanzie

Per quanto riguarda le profezie, ricordiamo che quelle autentiche rico­nosciute dalla Chiesa sono soltanto quelle contenute nella Bibbia, sia nel Vecchio, che nel Nuovo Testamento e riguardano o direttamente o indi­rettamente Gesú o la sua Chiesa. Le altre non sono autentiche e su di esse Dio ha dato a Mosé il criterio di discernimento (Dt. 18, 21).

Per quanto riguarda i prodigi e i miracoli bisogna ricordare: Dio non ne fa mai degli inutili; con essi ci vuole rafforzare nella fede o vuole garantire un suo servo o un suo inviato o un suo messaggio o l’autenticità di un’ap­parizione e dei relativi messaggi. In questi ultimi tempi prodigi e miracoli ne avvengono moltissimi; non significa che per questo sono falsi; signifi­ca piuttosto che siamo a una svolta pericolosa e decisiva della storia.

La profezia è la predizione di un avvenimento dipendente dalla libera, futura determinazione di persone viventi e anche non ancora nate. Non è invece profezia, ma semplice chiaroveggenza, la predizione di un fatto di­pendente da leggi fisiche e biologiche già esistenti, come il decorso di un tumore oggi occulto o il sesso di un nascituro. Queste cose le può cono­scere anche il diavolo o una persona dotata di straordinaria sensibilità psichica:

Il miracolo non è un evento eccezionale, dovuto a leggi naturali oggi ancora sconosciute, ma un fatto straordinario, contrario a leggi della na­tura oggi conosciute, come la resurrezione di cellule in ulcere varicose, la scomparsa totale e istantanea di un tumore o di una grossa infezione, di un’ulcera perforata e la creazione, al loro posto, di cellule e tessuti nuovi…

È evidente che il miracolo può farlo solo Dio, perché solo lui può creare e annientare; e quindi esso è un segno della sua presenza, della sua onni­potenza e bontà.

I santi non possono fare i miracoli, neppure la Madonna. Essi li posso­no ottenere per i loro meriti, perché Dio li ama e li ascolta.

Diverso dal miracolo è il prodigio, come il sollevamento di un oggetto, l’accelerazione di una crescita, la sanguinazione di una statua, l’apporto di un oggetto, la guarigione di una malattia funzionale.

Mentre il miracolo lo può fare solo Dio, il prodigio lo possono compie­re tanto Dio che un angelo, un demonio, un uomo dotato di eccezionali capacità psichiche, come i guaritori…

Dio con le profezie, con i miracoli e con i prodigi, vuol richiamare gli uomini alle verità eterne e alla conversione per salvarli.

Satana, per confondere gli uomini e perderli, crea false profezie, falsi miracoli e prodigi.

Molti, vedendo la falsità di certe profezie, miracoli e prodigi, non cre­dono piú ai veri, quindi neanche ai messaggi che Dio ci manda per salvar­ci. È il gioco del demonio.

L’unica cosa intelligente è invece discernere il vero dal falso.

Non ci sarebbero le false profezie se non ci fossero le vere, né falsi mira­coli é falsi prodigi, se non ci fossero i veri; come non esisterebbero i bi­glietti falsi di L. 100.000; se non ci fossero quelli veri.

Il criterio per giudicare le vere profezie dalle false, è quello dato da Dio a Mosé: « Forse tu dirai in cuor tuo: Come conosceremo noi le parole che il signore non ha detto? Se questo profeta dice di parlare in nome del Signo­re, ma la sua parola non avrà effetto e non si avvererà, allora sarà una pa­rola che il Signore non ha detto. Il profeta ha parlato per presunzione: non aver timore di lui » (Deut. 18, 21-22).

4. Criterio di discernimento

Può però il diavolo far dire a una persona una profezia fatta preceden­temente da un vero profeta: lo fa per far accettare insieme le false profezie a danno delle anime, come fa con le profezie dei maghi.

In tal caso, facendo uno studio accurato, si scopre che precedentemen­te c’era una profezia vera.

Ugualmente satana opera falsi miracoli, per screditare i miracoli opera­ti da Dio a garanzia della vera religione, e far credere che le religioni sono tuttete o tutte false.

Per accertare il vero miracolo, occorre esaminare la storicità del fatto e le leggi naturali contro le quali il fatto è avvenuto. Quindi in una guari­gione si può parlare con certezza di miracolo, solo quando il male è docu­mentato da diagnosi mediche, da analisi e radiografie precedenti e susse­guenti, dall’instantaneità delle guarigioni, senza uso di medicina alcuna.

Il criterio invece per giudicare la paternità di un prodigio è unicamente quello di constatare quali frutti il prodigio produce: « Dai loro frutti li co­noscerete, dice Gesú: non può un albero buono dare frutti cattivi, né un albero cattivo fare frutti buoni » (Mt. 7, 18).

Se un prodigio produce conversioni, rafforza la pietà e la vita cristiana, viene da Dio; se produce solo curiosità, peggio confusione di idee, è dal diavolo, o almeno da occulte forze psichiche.

Se il Signore fa dei segni per attirare l’attenzione degli uomini, per par­lare loro, gli uomini hanno il dovere di fare attenzione: controllare tali se­gni per vedere se sono autentici. Di qui il dovere di ascoltare cosa dice il Signore e fare quanto lui ordina; cosí come un servo, quando si sente chiamare dal padrone, ha il dovere di vedere se è precisamente il padrone che lo chiama, e quindi ha il dovere di ascoltare e di fare quanto gli viene ordinato.

Quando l’uomo non fa attenzione ai segni e si rifiuta di esaminare se sono veri, se sono la voce di Dio, agisce male, come il servo che non vuole ascoltare la voce del padrone e non accorre quando viene chiamato. Gli uomini cattivi non vogliono ascoltare la voce del Signore, perché non vo­gliono abbandonare i loro peccati e non vogliono responsabilità; ma è precisamente rifiutandosi di ascoltare che si creano grosse responsabilità.

Oggi c’è una tendenza, anche in campo cristiano, a emarginare e mini­mizzare i miracoli e di conseguenza i messaggi di Dio. In compenso si è at­tenti alle parole degli uomini, ai loro adattamenti e ridimensionamenti della parola di Dio.

È questo il motivo del macroscopico abbassamento del livello di vita cristiana, dell’abbandono della pratica delle virtú cristiane e dell’aurea mediocrità, proposta, con parole altisonanti, come modello di vita, al po­sto della santità.

5. Atteggiamento ragionevole

I buoni, i semplici, gli onesti, fanno attenzione alle profezie vere, ai mi­racoli veri, ai prodigi divini, per giungere alla fede e infervorarsi, per co­noscere la volontà di Dio e attuarla. Ad essi bastano anche piccoli segni per vedere l’intervento e la volontà di Dio, come agli apostoli e alle folle che seguivano Gesú, come a Natanaele cui bastò che Gesú gli rivelasse di averlo visto poco prima mentre era sotto un fico (Gv. 1, 48).

I cattivi e i superbi vanno cercando false profezie, falsi miracoli, prodigi diabolici, per contestare i veri e restare nei loro peccati; essi anche se ve­dessero un morto risorgere, negherebbero il miracolo, come ha profetiz­zato Gesú (Lc. 16, 3).

Un cavillo lo troveranno sempre; un falso miracolo magari lo invente­ranno, per non accettare il cattolicesimo.

Quando Dio vuol darci qualche messaggio, raccomandarci la pratica delle virtú, richiamarci alla conversione, fa sempre dei segni per attirare la nostra attenzione e darci la garanzia che è lui a parlare.

Dio agisce cosí per proporci l’esempio dei santi, i loro insegnamenti, la loro predicazione, o per garantire i messaggi della Madonna nelle sue ap­parizioni.

Con il miracolo Dio assicura l’ortodossia nella dottrina e la santità del­la vita.

Il cristiano saggio imita i magi. Essi stavano sempre in osservazione del cielo e, quando videro la stella che si muoveva, la seguirono finché rag­giunsero il presepio; cosí il cristiano saggio guarda nel tempo e nello spa­zio, ossia alla storia e alla vita della Chiesa sicuro che dove Dio cammina, lascia i segni del suo passaggio: i miracoli, come quando guidò il popolo ebreo nel viaggio verso la terra promessa.

Il cristiano attento vede, attraverso i miracoli, cosa Dio chiede e racco­manda ai suoi figli, ed, eseguendo la volontà di Dio, raggiunge la sua terra promessa: il Paradiso.

C’è una ricchezza cosí straordinaria di verità, di consigli, di stimoli nel­le dottrine e negli esempi dei santi e nelle rivelazioni fatte per mezzo di persone scelte da Dio, che non possono lasciare indifferenti nessuno che li legga o ascolti con animo semplice.

Per questo il cristiano saggio preferisce sempre alla sua interpretazione personale della Bibbia, quella fatta dai santi; alle storie e ai romanzi, le vi­te dei santi; alle preghiere fatte dagli uomini, quelle fatte dai santi e accet­ta gli insegnamenti degli uomini solo quando sono conformi a quelli dei santi.

Al contrario il cristiano tiepido perde il suo tempo a vedere o leggere le favole, i romanzi, gli scandali, le chiacchiere degli uomini, attuando quanto profetizzava S. Paolo: « Verrà il tempo in cui gli uomini distoglie­ranno gli orecchi dalla verità e si dedicheranno alle favole » (2 Tim. 4, 4). Dinanzi ai miracoli vi sono tre posizioni.

6. La posizione degli increduli

Essi dicono: « Se Dio c’è, mi faccia questo miracolo ». Scambiano Dio per un cameriere di bar che corre ad ogni richiamo per servire il cliente. Dio non è un cameriere, ma il padrone.

Egli fa i miracoli quando, dove e a chi vuole. Chi desidera constatare un suo miracolo non ha che andare dove egli lo ha fatto.

Dio ha fatto e fa lungo i secoli innumerevoli miracoli, anche oggi. È un luogo comune dei nemici della verità negare i miracoli della Bib­bia e particolarmente quelli operati da Gesú, qualificandoli come leggen­de o prodigi di un guaritore.

Ed è incredibile come costoro accettano subito per buoni i cosiddetti miracoli di Apollonio di Tiana e dei fachiri, senza alcun giudizio critico e senza nessuna documentazione, mentre restano scettici e negatori siste­matici di qualunque miracolo cristiano.

A costoro sono da ripetere le parole di Gesú: « Guai a te Corozaim, guai a te Betsaida! Poiché se i miracoli fatti in mezzo a voi fossero stati compiu­ti in Tiro e in Sidone, già da gran tempo, esse, vestite di sacco e prostrate nella cenere, avrebbero fatto penitenza. Per questo, nel giudizio, Tiro e Si­done saranno trattate con minor rigore di voi » (Lc. 10, 13-14).

Gesú infatti, per farsi conoscere, fece un’infinità di miracoli: dava la vi­sta ai ciechi, guariva i lebbrosi e ogni altro genere di malati, risuscitava i morti e, in ultimo, risuscitò se stesso.

Tuttavia agli uomini d’oggi, che credono solo alla scienza, indichiamo solo quei miracoli che la scienza ha verificato.

Scegliendoli fra moltissimi, ne citeremo solo quattro operati da Dio a persone tuttora viventi e intervistabili.

7. La posizione di chi sa tutto

Alcuni dicono: « Perché Dio non fa crescere un braccio o una gamba a chi non lo ha? » A parte il fatto che Dio questo lo ha fatto, come riporto nel libro « Io credo » e che gli increduli restano sempre increduli, è la posizio­ne di partenza che è sbagliata.

L’uomo non può imporre a Dio il tipo di miracoli da fare o la persona o il luogo in cui farli, perché Dio non è il nostro servitore. Egli fa i miracoli che vuole, quando vuole, dove vuole e a chi vuole.

L’uomo quando vuol accertarsi della fede o di un determinato messag­gio divino ha il dovere di andare ad informarsi se e dove Dio ha fatto un qualche miracolo e vedere se è vero. Però non sono i miracoli che producono la fede.

Con il miracolo Dio si mette dietro il nostro uscio; ma se noi non gli apriamo, egli non può entrare. La ricerca, umile e non pretenziosa, è il primo passo dell’uomo per arri­vare alla fede.

Il desiderio e la preghiera sono il secondo passo, come quelle dell’uo­mo che domandò a Gesú di guarirgli il figlio, e che, richiesto da Gesú se avesse fede, rispose: « Signore, aumenta la mia fede » (Mc. g, a3).

L’ultimo e decisivo passo è di cominciare a vivere da cristiano e fre­quentare la Chiesa, perché il maggior ostacolo alla fede è il peccato. Per questo Pascal all’amico che gli chiedeva altre prove per giungere alla fede rispose: « Se vuoi credere da cristiano, comincia a vivere da cristiano ». Altri dicono: Se Dio fa miracoli perché non ne fa uno a me?

Se Dio facesse un miracolo a ogni preghiera, il miracolo avverrebbe ad ogni istante, in ogni angolo della terra; perderebbe il suo valore di segno e verrebbe catalogato quale fenomeno naturale. Inoltre non ci sarebbe piú né morte, né malattia, né sofferenza alcuna, perché tutti pregherebbero per non averle; questa terra verrebbe trasformata in paradiso, anche se un cattivo paradiso, perché, stante la condizione biologica del nostro corpo, tutti arriveremmo a essere dei vecchi rattrappiti di mille, duemila, tremila anni. Dato poi il cattivo uso della libertà, diverrebbe una bolgia infernale, con il predominio dei malvagi. Infine non ci sarebbe amore di Dio, ma tor­naconto: gli uomini non servirebbero piú Dio, ma si servirebbero di Dio per il loro benessere.

Lasciamo fare a Dio le cose come le ha fatte e non pretendiamo di esse­re piú sapienti e piú buoni di lui.

Dio non fa mai miracoli inutili. Egli fa miracoli, come pure profezie e prodigi, solo per un fine proporzionato.

Egli dirige la natura con le leggi naturali e non occorre che intervenga per correggerle, perché sono perfette.

Il fine proporzionato è il fine soprannaturale a cui Dio, nella sua gene­rosità infinita, ha destinato l’uomo: la formazione del Corpo Mistico e il nostro inserimento in esso mediante l’amore e i sacramenti, perché pos­siamo raggiungere la felicità eterna.

Possiamo sempre domandare una grazia o anche un miracolo a Dio, ma senza arroganza e senza imposizioni o condizioni, disposti sempre a fare la sua volontà. Egli ci ascolterà quando vede che ciò che domandia­mo è piú utile all’anima nostra o di colui per il quale preghiamo; altri­menti ci ascolterà concedendo una grazia superiore, ma di natura diversa da quella che chiediamo.

8. La posizione dei protestanti e dei testimoni di Geova

Costoro, non avendo miracoli, attribuiscono i miracoli dei cattolici all’intervento di satana, per non riconoscere la Chiesa Cattolica. Non ri­flettono che una legge la può sospendere solo chi l’ha fatta e che, se sata­na potesse fare miracoli, potrebbe anche creare, sarebbe cioè un altro Dio. Fanno come i farisei che attribuivano a Belzebù i miracoli di Gesú, per non riconoscerlo Dio.

Gesú allora rispose ai farisei: « Se dunque satana caccia satana, egli è in discordia con se stesso; come dunque, potrà durare il suo regno? E se io caccio i demoni per virtú di Belzebù, per opera di chi li cacciano i vostri figli? Per questo essi saranno i vostri giudici » (Mt. 12, a6-a7).

Ugualmente se satana fosse l’autore dei miracoli che avvengono nella Chiesa cattolica, egli andrebbe contro se stesso, perché per i miracoli in­numerevoli peccatori si convertono e diventano religiosi, casti, caritate­voli, come avviene a Lourdes e a Fatima; come avveniva con S. Antonio di Padova, con il Curato d’Ars, con Padre Pio … D’altro lato Gesú ha esplici­tamente promesso ai suoi discepoli che avrebbe mandato lo Spirito Santo, il quale avrebbe suggerito loro ogni cosa (Gv. 14, 26) e che avrebbe fatto far loro miracoli anche piú grandi di quelli che aveva fatto lui stesso (Gv. 14, iz).

Dove sono i miracoli dei protestanti e dei testimoni di Geova? Parliamo dei miracoli dichiarati tali dalla scienza medica.

9. Dio è sempre col suo popolo

Gesú, da quando si è fatto uomo, ha promesso che sarebbe rimasto con i suoi discepoli sino alla fine del mondo (Mt. 28, ao) e perciò lascia sempre le tracce della sua presenza nella storia, per farsi agevolmente trovare da chi lo cerca (Mc. 16, 17).

L’uomo onesto, per sapere qual è la vera Chiesa, non ha che da vedere dove egli lascia i segni della sua presenza con i miracoli; e per sapere quali sono le verità e i messaggi ispirati dallo Spirito Santo, non ha che da cerca­re quali tra essi portano la garanzia del miracolo.

Quando il cristiano sente una dottrina nuova, diversa da quanto la Chiesa ha insegnato, sia che venga proposta da protestanti o da cattolici, ha il diritto e il dovere di chiedere loro: « Dove sono i miracoli con cui Dio vi raccomanda e garantisce? ». E ha il dovere di non crederli e non seguirli se non danno queste garanzie.

Quando invece vede i miracoli, ha il dovere di conoscere quali messag­gi Dio, per mezzo di essi, ci manda, e di seguirli.

Moltissimi credono che Dio abbia parlato solo nel Vecchio Testamento e poi in Gesú e per mezzo degli apostoli; quindi non si sia fatto piú sentire. Non c’è niente di piú falso. Dio è sempre vicino al suo popolo e continua a parlare al popolo cristiano molto di piú di quanto ha parlato agli ebrei: parla direttamente per mezzo di tanti mistici, o indirettamente per mezzo di apparizioni della Madonna o ispirando i suoi innumerevoli santi.

Riferiremo, scegliendoli tra moltissimi, alcuni messaggi dati da Dio al suo popolo in questo secolo.

10. Conclusioni

Attraverso i suoi interventi Dio conferma il popolo cristiano nella fede che egli ha rivelato e che la Congregazione per la Dottrina della Fede (ex S. Ufficio) il 17 maggio 1979 ha riassunto in 7 punti, fatti propri dal Papa:

1) La Chiesa crede alla resurrezione dei morti.

2) La Chiesa crede alla resurrezione dell’uomo tutto intero; per gli eletti questa è l’estensione agli uomini della resurrezione di Cristo.

3) La Chiesa afferma la sopravvivenza e la sussistenza dopo la morte del nostro « io », ossia dell’anima, pur mancando, nel frattempo del com­plemento del corpo.

4) La Chiesa esclude ogni forma di pensiero che renderebbe assurdi o inintellegibili la sua preghiera, i suoi riti funebri, il suo culto dei morti.

5) La Chiesa attende, conformemente alla S. Scrittura, la manifestazio­ne gloriosa del Signore nostro Gesú Cristo (Parusia).

6) La Chiesa afferma che Maria SS. è stata assunta in cielo in anima e corpo: quale anticipazione della glorificazione riservata a tutti gli eletti.

7) La Chiesa crede alla felicità dei giusti (il Paradiso), alla pena dei pec­catori (l’Inferno), alla purificazione degli eletti non purificati in terra (il Purgatorio). Non bisogna ricorrere a immagini fantasiose ed arbitrarie di esse: quelle però usate dalla Bibbia meritano rispetto e non bisogna svuo­tarle.

Fatte queste premesse, daremo uno sguardo ai prodigi e ai miracoli piú recenti con cui Dio garantisce il suo unico Figlio Gesú, la sua unica vera Chiesa, quella Cattolica, le apparizioni e i messaggi della sua SS. Madre e dei Santi. Con i miracoli di oggi, perfettamente controllati dalla scienza, Dio va continuamente confermando la verità dei miracoli del Vangelo.

Quindi esporremo il nucleo centrale del Vangelo, la missione e l’opera grandiosa di Gesú, e poi, attraverso gli ultimi risultati degli studi sulla Sindone, vedremo la conferma archeologica della passione e risurrezione di Gesú, e quindi della verità di tutto il Vangelo. Infine parleremo delle principali apparizioni della Madonna e dei relativi messaggi e della nuova Pentecoste suscitata dallo Spirito Santo.

CAP. IV – PRODIGI

I prodigi che Dio va operando in questi tempi sono specialmente pro­digi solari e prodigi di lacrimazioni di immagini di Gesú o della Madonna. I prodigi solari si verificano quasi in tutte le apparizioni autentiche del­la Madonna: si vede il sole cambiare colore, pulsare e girare attorno a sè velocemente e, anche spesso, muoversi come impazzito nel cielo, o quasi precipitare sulla terra. Qui parliamo dei prodigi di lacrimazioni.

Tutti questi prodigi rientrano nel campo dell’osservazione, ed è da sciocchi negarli o metterli in dubbio quando sono testimoniati da una moltitudine di persone; tutt’al piú si può discutere sulla loro origine.

Quando in Adrano ci fu il prodigio della lacrimazione del volto di Gesú Misericordioso, ed io cominciai a parlare pubblicamente del fatto, in una grossa riunione fui tacciato da un sacerdote di leggerezza; io risposi tran­quillamente: « Se i vostri occhi sono privilegiati e valgono piú dei miei e di molte centinaia di altri testimoni che vi posso portare, avete ragione; se credete che i vostri occhi valgono quanto quelli degli altri, sarete saggi solo se non parlate piú ». Prodigi di lacrimazioni di immagini o di statue della Madonna o di Gesú ne sono avvenuti nella seconda metà di questo secolo diverse centinaia.

Ne citiamo soltanto alcuni:

Nel 1953 la Madonna pianse per tre giorni a Siracusa; il prodigio oltre ad essere osservato da migliaia di persone fu anche filmato e, in seguito, fu fatto un grande Santuario.

A Castelvolturno piansero una statuetta della Madonna e una di Gesú Bambino nella casa di Teresa Musco, stimmatizzata e morta in concetto di santità.

A Porto Santo Stefano (Grosseto), nella casa di Enzo Alocci, ha pianto la statua della Madonna dal 3.7.1972 al 31.7.1977 per nove volte lacrime bian­che, per 18 volte lacrime di sangue.

A Maropati (R.C.) nella casa del sindaco comunista avv. Gordiano ha pianto moltissime volte l’immagine della Madonna di Pompei.

A Cinquefrondi (Reggio Calabria) ha pianto molte volte il Sacro Cuore di Maria nella casa della stimmatizzata Bettina Jamundo.

A Niscima (Caltanissetta) nella Villa Bella ha pianto moltissime volte la statua della Madonna di Lourdes: una volta un incredulo, che poi è dive­nuto mio amico (Aldo Martorelli di Catania), andato per curiosità sul luogo e presa la statua fra le mani, se la vide piangere e, naturalmente, subito si converti.

A Catania ha pianto moltissime volte una statua della Madonna dinan­zi a tanti in casa Castorina (in via dei Salesiani).

A Ravenna, nella Chiesa di S. Damiano, dal 1972 in poi ha pianto moltis­sime volte una statua della Madonna, dinanzi a moltissime persone; una volta dinanzi a un migliaio di persone. Altrettanto a Ladeira (Spagna) dal 196o in qua e a New Orleans (U.S.A.).

A Roccacorneta (Bologna) dal 12.5.1957 a oggi ha pianto moltissime vol­te una statua della Madonna. Sparsasi la notizia, nei giorni successivi, ac­corsero sul luogo molte centinaia di persone e dinanzi a tutti si ripeté quasi ogni giorno il prodigio della lacrimazione. Dinanzi a un fatto cosí impressionante venne sul posto una commissione di esperti da Bologna per studiare la « statua »; nel mese seguente venne un’altra commissione da Modena. Entrambe le commissioni, dopo aver smontato la statua, non vi trovarono alcuna traccia di trucco.

I primi testimoni furono due ragazzi undicenni, che, interrogati dal Ve­scovo, furono trovati sinceri e dichiararono di avere sentito entrambi una vocina sottile e soave che disse loro: «Piango perché gli uomini sono di­ventati cattivi; si sono allontanati da Dio e dalla Chiesa e vivono nell’im­purità e nella disonestà… Con le mie lacrime voglio richiamare tutti alla preghiera e al sacrificio, ai sacramenti, alla comunione, alla recita del ro­sario … Gli uomini si uccideranno tra di loro, se non si ritornerà al Signore ».

Ritornano in mente le parole quasi identiche dette da Suor Lucia di Fa­tima il 22.5.1958 al padre Agostino Fuentes: « La Madonna mi ha detto espressamente: “Ci avviciniamo agli ultimi tempi”. Quando saranno esau­riti gli ultimi mezzi di salvezza, disprezzati dagli uomini, Dio nella sua in­finita misericordia, ci offrirà un’ultima ancora di salvezza: la Vergine san­ta in persona, sue numerose apparizioni, sue lacrimazioni. Se anche allora non ascolteranno la voce della Madonna e continueranno a offendere il Signore, non saranno perdonati ».

In Adrano (Catania) i prodigi di lacrimazione sono stati moltissimi. Av­vennero in casa Orofino, una famiglia completamente lontana da Dio. Co­minciarono il 7.12.1980 e si ripeterono molte volte al giorno per circa cen­to giorni, cioè fino al marzo 1981. In quella casa non esistevano simboli re­ligiosi, eccetto un quadrettino di S. Giuseppe e una cartolina della Ma­donna di Cinquefrondi.

Il pomeriggio del 7.12.1980 le due stanze al 1° piano di detta casa ap­parvero con tutte le pareti completamente rigate di sangue vivo, tali da terrorizzare. La padrona di casa non ebbe coraggio di parlare con qualcu­no. L’indomani mattina, marito e moglie trovarono le due stanzette di pian terreno, dove fanno e infornano il pane, completamente insanguina­te: pareti, volte, forno, mensole di marmo, pavimento. Terrorizzati cominciano a gridare. In un batter d’occhio accorrono folle e folle di persone, ta­li da dovere subito intervenire le guardie municipali e i carabinieri per ar­ginarle. Dopo un po’ di giorni un uomo porta in quella casa un poster di Gesú Misericordioso, e, dopo, uno della Madonna di Fatima. Prima l’uno e dopo l’altro cominciano a sanguinare. Il volto di Gesú si copre talmente di sangue, uscito dagli occhi e da un’invisibile corona di spine, da fare non solo pietà, ma anche spavento. Contemporaneamente cominciano a for­marsi, quasi sempre sotto gli occhi di tanti testimoni, nelle porte delle stanze al 1° piano e in fogli di carta dei segni e dei simboli fatti con sangue: l’ostia, il calice, la croce, la « M », ecc. Sopra il manto della Madonna com­parve il n. 3 e accanto al poster di Gesú Misericordioso si formò il n 21. Ri­petutamente il giudice preparò l’ordine di arresto dei coniugi Orofino, convinto che gli autori di tutto fossero essi; arresto scongiurato dai miei interventi. Il tribunale di Catania mandò il proprio medico legale per esa­minare il sangue: risultò sangue umano gruppo AB. Io personalmente fui testimonio oculare di abbondanti lacrimazioni; ho raccolto inoltre un centinaio di verbali di altri testimoni (vedi il libro Dalla Polonia a Adrano).

CAP. V – MIRACOLI

1. Maddalena Carini da San Remo

Essa stessa racconta la sua storia.

« Avevo dieci anni quando mi ammalai; abitavo a Pavia con i genitori e i miei sei fratelli. « Pleurite, disse il medico ai miei familiari. E’ una forma grave, ma non bisogna preoccuparsi troppo, guarirà. » Certo guarii dalla pleurite. Ma mi rimasero addosso tali conseguenze che per 21 anni non potei piú lasciare il letto. Ecco, in breve, l’elenco dei miei mali: peritonite tubercolare, angina pectoris, anemia perniciosa, troncaterite alla gamba destra. Passai la giovinezza trasferendomi da un ospedale all’altro, ma senza risultato. A vent’anni pesavo ventinove chili e soffrivo dolori atro­ci. Peggioravo di giorno in giorno.

Improvvisamente si bloccò del tutto la gamba destra e con essa la schiena e da allora dovetti restare immobile a letto. Ma non era ancora fi­nita. In seguito alla peritonite, mi gonfiò la pancia, che diventò tutta dura, i tessuti epidermici si distrussero, il corpo era pieno di lesioni organiche, la gamba destra si atrofizzò e si ricoprí di ferite che, secondo i medici, non sarebbero mai piú guarite.

Quando i medici mi dimisero dall’ospedale, perché ormai non c’era piú nulla da fare, ero diventata uno spettro vivente. Era il luglio del 1948. Come un condannato a morte, espressi il mio ultimo desiderio: ritorna­re a Lourdes. Ma le mie condizioni erano tali che i medici non mi voleva­no dare il permesso.

«Morirai durante il viaggio!» Non me lo dicevano, ma lo pensavano. Ottenni il permesso e partii il 9 agosto in condizioni disperate. Tutti i giorni andai alla grotta a pregare, ma l’ultimo giorno stavo talmente male che i barellieri si rifiutarono di accompagnarmi. Li implorai e finalmente qualcuno si commosse. Davanti alla statua della Madonna, per l’ultima volta, cominciai a pregare. All’improvviso sentii uno strappo al cuore, poi un altro ancora piú forte, poi un terzo. Ecco, muoio, pensai chiudendo gli occhi. Ma non morii: anzi in quel momento ero completamente guarita… ».

2. Don Teodosio Galotta, salesiano, di Napoli

La sua malattia era così grave che i parenti gli avevano preparato il lo­culo al cimitero con l’iscrizione già fatta.

L’urologo, dott. Bruno, fece questa diagnosi.

«Neoplasia prostatica con metastasi ossee e polmonari, una prostata aumentata di volume, di consistenza lignea e di superficie bernoccoluta ». La diagnosi era stata confermata dalle radiografie: « Alterazione strut­turale del terzo prossimale del femore destro e delle branche ischio-pubi­che, specie a sinistra, per lesioni del tipo osteolitico. Nei campi polmonari alti, specie a destra, presenza di noduli neoplastici metastatici »:

Descrivendo poi dettagliatamente quanto riscontrato, il radiologo, prof. Acampora, aveva aggiunto: « L’alterazione si presentò con scompar­sa della normale trabecolatura ossea, sostituita da aree di osteolisi alter­nate da aree di addensato osseo, riproducenti il tipico quadro neoplastico del tipo osteoclastico e in parte osteoblastico. Successivamente si notò una frattura del piccolo trocantere di destra … ».

L’ortopedico, dott. Coletti, dopo l’esame radiografico fatto personal­mente nella camera di don Calotta con apparecchio portatile, aveva di­chiarato: « Frattura patologica sottotrocanterica del femore destro. Il ter­zo prossimale del femore è sede di alterazioni morfologiche e strutturali da metastasi di neoplasia prostatica… ».

L’internista dott. Schettino nella sua dichiarazione scritta aveva parla­to, in occasione dei due gravi collassi periferici, di condizioni fisiche mol­to precarie e di situazione molto pericolosa per la vita del paziente.

Il medico legale, a sua volta, dopo aver esaminato tutta la documenta­zione, disse che si trattava di una « diagnosi precisa », « non di un sospetto diagnostico o di un enunziato nosologico di probabilità ». La notte del 25.10.1976 arrivò alla fine: era quasi in coma.

L’assistente, toccandogli il polso, si lasciò sfuggire: « Non si sente piú ». Don Calotta che ancora capiva, al sentir questo, invocò nel suo cuore i due martiri salesiani della Cina: « Mons. Versaglia e Don Caravario, aiuta­temi voi ».

Subito gli comparvero i due martiri e gli dissero: « Non temere, ci siamo noi ».

All’istante don Calotta guarí completamente.

La documentazione medica è ora a Roma presso la Sacra Congregazio­ne per le Cause dei Santi per la beatificazione dei due martiri.

3. Miracolo vivente

È Suor Caterina Capitani, oggi di 46 anni, superiora della comunità del­le Figlie della Carità che accudiscono all’ospedale di Benevento. Essa vive senza stomaco, senza bile, senza pancreas. Le cose sono andate cosí: era da poco entrata nella Congregazione delle Figlie della Carità. Nel 1962 a 20 anni lavorava quale infermiera negli Ospedali Riuniti per Bambini « Lina Ravascheri » di Napoli, quando cominciò a sentire un dolore noioso allo stomaco e, dopo due mesi, ebbe un vomito di sangue. Non avendo com­piuto i tre anni di prova prima di emettere i voti e temendo di venire man­data a casa, non disse nulla.

Dopo sette mesi ebbe un’altra emorragia, ma imponente. Dovette par­lare. Furono fatti esami, radiografie, stratigrafie per accettarne la causa. Alla fine del 1964 fu ricoverata nell’Ospedale « Ascalesi » di Napoli sotto cura del prof. Alfonso D’Alvino. Fatta 1’esofagoscopia si riscontrò una zo­na emorragica nel segmento toracico; le furono praticate cure idonee, ma senza alcun risultato. Allora Suor Caterina fu trasferita nell’Ospedale « Pellegrini » di Napoli, sotto cura di uno specialista, il prof. Giovanni Bile; ma anche le sue cure non ebbero risultato, anzi le condizioni di salute di Suor Caterina andarono sempre piú peggiorando, al punto che la medesi­ma si ridusse a dover vivere soltanto di fleboclisi e di trasfusioni. La sua superiora, come ultima speranza, la fece ricoverare presso l’Istituto di Se­meiotica chirurgica di Napoli il 10.5.1965 per metterla sotto cura del prof. Giuseppe Zannini, specialista di chirurgia dei vasi sanguigni, direttore dell’Istituto. Questi, dopo cinque mesi di cure inutili, la fece trasferire il 27.10.1965 nella Clinica Mediterranea, dove dopo tre giorni la operò, asportandole completamente lo stomaco, la milza e il pancreas, perché ri­scontrò lo stomaco completamente ricoperto di varici a causa del cattivo funzionamento della milza e del pancreas. Fu anche necessario collegare la parte superiore dell’intestino, chiamata « digiuno » con l’esofago, e ta­gliare la vena aorta e collegarla con la vena cava. L’operazione fu difficilis­sima. Sembrò che la salute di Suor Caterina migliorasse; ma il migliora­mento fu illusorio.

Alcuni giorni dopo le venne la pleurite e, insieme, il vomito frequente di succhi gastrici che, con i suoi acidi, le bruciava le labbra. Un giorno, du­rante un vomito, si sentí bagnare lo stomaco. Si guardò; vide che gli acidi vi avevano aperto un buco, attraverso il quale avevano trovato una piú facile via d’uscita. Attraverso quella fistola non solo uscivano i succhi ga­strici, ma, insieme, tutto quello che la Suora mangiava, o, meglio, che be­veva. La fistola procurava, contemporaneamente, la febbre a 4o e una pe­ritonite diffusa. Il prof. Zannini, informato, ordinò l’immediato trasporto nella sua clinica di Napoli. Lí, visitata l’ammalata, disse che bisognava fa­re una seconda operazione, ma che in quelle condizioni lei non era in gra­do di sostenerla, per cui la fece ricoverare nell’Ospedale della Marina Mi­litare di Napoli.

Suor Caterina vi fu portata la sera del 17 maggio; ma era piú morta che viva. Il prof. Zannini insistette perché essa prendesse dei succhi di frutta; ma tutto quello che Suor Caterina ingoiava, fuorusciva, attraverso la fi­stola, sull’addome, nel quale si era addirittura formata una vasta piaga necrotica. Era la fine. La superiora, per farla morire contenta, le fece fare i voti in «articulo mortis».

Suor Caterina era contenta perché pensava che stava per morire e per cessare di soffrire. Intanto le consorelle cominciarono a pregare Papa Gio­vanni perché le facesse il miracolo; lei stessa, per condiscendenza, si asso­ciò alle loro preghiere. Una consorella si era procurata una reliquia di Pa­pa Giovanni, esattamente un pezzettino del lenzuolo dove egli era morto; e lo mise sullo stomaco di Suor Caterina. Intanto la febbre si manteneva molto alta.

Il 25.5.1966 alle ore 14,25 Suor Caterina disse alla suora che l’assisteva che socchiudesse la finestra e la porta perché voleva riposare. La suora eseguì il desiderio di Suor Caterina; e questa si assopì; ma, a un certo pun­to, sentí una mano premere sulla ferita, mentre una voce d’uomo chiama­va: « Suor Caterina! Suor Caterina! ». Suor Caterina si svegliò, si rigirò nel letto e vide accanto al letto Papa Giovanni, bello, luminoso, sorridente, che le disse: « Mi avete tutti molto pregato. Me lo avete strappato dal cuo­re questo miracolo. Non hai piú niente. Suona il campanello e chiama le suore che stanno in Chiesa a pregare, e qualcuna dorme (dicendo questo, sorrise benevolmente). Misurati la febbre; non arriva a 37 gradi. Mangia tutto; io tengo la mia mano sulla ferita; non avrai piú niente. Fatti visitare; prepara tutta la documentazione; un giorno gioverà ». Detto questo il Pa­pa scomparve.

Suor Caterina credette di sognare; suonò il campanello; e alle suore ac­corse disse: « Sono guarita; datemi da mangiare ». Le suore le misurarono la temperatura; era 36,8; le portarono del semolino, che lei divorò vorace­mente e ne chiese altro. Una suora spaventata, temendo che quel cibo fos­se uscito fuori dalla fistola sull’addome, le scoprí la pancia; e tutte videro che la ferita era perfettamente chiusa e asciutta. Il professore Zannini te­lefonò per vedere se Suor Caterina fosse morta; non rispondendo nessu­no e temendo il peggio, si precipitò verso l’ospedale, ed, entrato nella stanza di Suor Caterina, trovò la suora alzata e vestita. La visitò: era perfet­tamente guarita.

Istruito il processo canonico su tale miracolo, furono interrogati tutti i medici, soprattutto il professore Zannini; e tutti dichiararono che quella guarigione per la scienza era inspiegabile. Questo è uno dei miracoli pre­sentati alla S. Congregazione dei Riti per il processo di beatificazione di Papa Giovanni. Adesso Suor Caterina è considerata un «miracolo vivente » perché, pur senza stomaco, senza milza e senza pancreas, ha un aspetto floridissimo e giovanile, sta in piedi 16 ore al giorno, correndo in ospedale continuamente da un punto all’altro nell’espletamento della sua missione di assistenza verso i ricoverati.

4. Erminia Pane, miracolata a Lourdes il 3.11.1982

Esponiamo, abbreviandolo, il suo stesso racconto, da lei diffuso con una fono-cassetta in tutta l’Italia: « Sono nata cieca dell’occhio destro, perché in tale occhio non vi era e non vi è la retina. Nel maggio 1977, accompagnata da un fortissimo dolore di testa, ebbi una paresi che mi ab­bassò definitivamente la palpebra dell’occhio sinistro, facendomi diven­tare totalmente cieca e facendomi restare difettosa di un braccio e di una gamba. Per poter vedere un poco dovevo tenere sollevata la palpebra di tale occhio o con la mano o attaccandola con un cerotto alla fronte. Se non teoricamente, praticamente ero atea, bestemmiavo, vivevo disperata.

Nell’ottobre 1982 fui ricoverata nell’ospedale di Milano, reparto neuro­logia e vi subii una prima operazione da parte del prof. Infuso e dall’équi­pe del prof. Villani. Quindi i medici volevano farmi un secondo interven­to, tirandomi su la palpebra sinistra mediante un innesto nervoso. Atten­devo tale intervento. Il 12.10.1982 vennero a visitarmi i miei parenti; dissi a mia figlia Teresa di 23 anni di lasciarmi una sigaretta, perché avevo il vizio del fumo.

Andati via i miei parenti, la mia compagna di camera, Lombardini Fla­via (abitante a Milano, Piazza Tirana), che mi aiutava giornalmente, non essendo io autosufficiente, mi disse: “Dai, Erminia, andiamo giú a fumarci una sigaretta”.

La pregai di attendere perché dovevo andare in bagno per legarmi la palpebra col cerotto alla fronte. Entrata nel bagno, mi sedetti nella como­da e, invece di fare quell’operazione, mi misi a fumare. Mentre fumavo sentii aprire la porta del bagno e un fruscio di vesti. Nascosi istintivamen­te la sigaretta, mi tirai su la palpebra e vidi una signora vestita di bianco, con la testa coperta.

Credendola un’ammalata, le dissi: “Venga avanti, signora e chiuda la porta”.

La signora fece un passo avanti; la porta si chiuse; ma, chiudendosi, vi restò impigliato il lembo della fascia azzurra che la signora teneva attorno alla vita, sicché la signora non poté muoversi. Io gettai la sigaretta, mi al­zai e andai ad aprire la porta per liberare la fascia azzurra: e quindi pregai la signora di accomodarsi.

Ma lei mi disse: “No, siedi tu”; e, prendendomi per mano, mi fece sedere nella comoda.

lo le dissi: “Signora, non faccia complimenti!” La signora rispose: “Non chiamarmi signora; io sono la Madonna di Lourdes”. Io dissi: “Sei la Ma­donna di Lourdes? Non ti credo… Non ti credo… ! Io ti ho bestemmiato sempre!” (e scoppio a piangere). La Madonna rispose: “Lo so! Ma so pure che sei buona”.

Io dissi: “Se sono buona, aiutami!” In quel momento entrò Flavia e mi disse: “Dí, Erminia: te sei matta! Te parli sola!” Allora capii che lei non ve­deva la Madonna e rimasi certa che la signora che stava accanto a me era la Madonna; e dissi a Flavia: “Sí, hai ragione! lo penso ad alta voce”. Flavia andò via.

Allora dissi alla Madonna: “Se tu sei veramente la Madonna, sai che ho una figlia di 23 anni che si deve sposare; sai che devo avere un altro intervento; Aiutami!” La Madonna rispose: “Si, io lo so cosa vuol dire essere mamma; io sono la Madre di Dio”. Io le dissi: “Prendimi pure le gambe; tie­nimi per tutta la vita in una sedia a rotelle; ma lasciami, almeno, questo mezzo occhio!”

La Madonna allora tirò fuori il braccio destro e mi mostrò la corona del rosario. Io prendendo il crocifisso della corona, dissi: “Mamma mia! Sto uscendo pazza?… È un’illusione? Sarà la signora di sotto… ” La Madonna risponde: “Prima ti faccio andare via la paresi. Poi ti do la vista all’occhio destro; e ti lascio le gambe perché devi fare tanto cammino per me”.

Io le dissi: “Ti prometto che non bestemmierò piú, che non farò piú quelle cose.” La Madonna rispose: “La prima cosa che devi fare è di non in­vocare piú lo spirito dei morti”. Io le promisi che non avrei fatto piú sedu­te spiritiche.

Quindi la Madonna mi disse: “Voglio che tu venga a Lourdes a piedi scalzi e con tanta fede. Per adesso non dire niente a nessuno di questo no­stro incontro. Ne parlerai al tuo ritorno da Lourdes. Poi dovrai parlare molto di me”.

Io, siccome avevo l’abitudine di dire bugie, temendo di non essere per questo creduta, le risposi: “Come faccio a parlare di te? Chi mi crede?” La Madonna mi disse: “Porterai con te tutta la documentazione che parla della tua menomazione, perché io ti guarirò”.

Il 16.10.1982 i medici mi dimisero, dicendomi di rientrare in ospedale il 1° di novembre per un secondo intervento. Io dissi al prof. Infuso: “Io ven­go a salutarvi; ma voi le mani addosso non me le mettete, perché io vado a Lourdes e vado a guarire”. I medici mi guardarono e mi dissero: “E tu, a 40 anni, credi ancora alla befana?”

“Certo, risposi; vado a Lourdes e tornerò guarita; anzi vedrò anche dall’occhio destro!” Fui presa per pazza.

Ritornata a casa, ripetei la stessa cosa a mia madre. Anch’essa mi prese per pazza. Intanto mia madre cadde ammalata e non potei partire. L’indomani, domenica, rividi a casa mia la Madonna che mi disse: “Al­lora quand’è che vieni?” Le risposi: “Mia madre è malata. Com’è che ven­go?”

La Madonna mi rispose: “Ti accompagnerà tua madre. Io la farò guarire”. Il 29. Io andai in ospedale, perché il cerotto col quale tenevo legata la palpebra alla fronte aveva prodotto un’infezione corneale. Mi visitò la prof. Lasanna che mi disse: “Erminia, devi tenere l’occhio chiuso almeno 8 o 10 giorni”. Io risposi: “Come faccio a tenerlo chiuso, dato che fra 4 gior­ni debbo partire per Lourdes per guarire?” La dottoressa mi rispose: “Ma va, non credere a certe stupidaggini. La Madonna non ha la bacchetta ma­gica… Non andare”. Io le dissi: “Non si preoccupi. Vedrà che quando tor­nerò da Lourdes, sarò guarita”. Allora la dottoressa mi tolse quel cerotto e me ne diede uno di carta. Ritornata a casa, dissi alla mamma di prepararsi perché fra 4 giorni saremmo partite per Lourdes. Mia madre rispose: “Co­me faccio a partire con questa brutta bronchite?”

Nel frattempo venne a visitare mia madre il medico Silvio Avella. Que­sti mi dice chiaro che mia madre in quelle condizioni non può partire. Avendo nelle mie condizioni necessità di venire accompagnata e non avendo altro scopo, insistei col dottore che lasciasse partire mia madre, perché io a Lourdes dovrò guarire. Il dottore mi risponde: “Non credere a queste cose! E poi lo sai dov’è Lourdes? È al di là dei Pirenei”.

Io risposi: “Non si preoccupi. Io andrò e guarirò”. Al mattino del 2.11 mia madre era guarita.

Partimmo. II 3.11 fummo a Lourdes. Mi tolsi le scarpe e andai scalza al Santuario. Mia madre mi disse: “Ma, Erminia cosa stai facendo? Vedi che freddo e come piove! Hai l’occhio tutto gonfio e la piaga della fronte che getta sangue! Cerca di ragionare! Tu stai diventando pazza!”

Io risposi: “Mamma, lasciami fare quello che sento di fare!”

Giunte alla grotta, mia madre s’inginocchiò. Io, restando in piedi, guar­dando la statua della Madonna e ricordando come essa era bella, dissi: “Mamma, ch’è brutta!” Mia madre rispose: “Ma bada a quello che dici! Guarda che quella è la Madonna!” Io che credevo di trovare a Lourdes la Madonna come l’avevo vista, ripresi: “Ma sí! Com’è brutta!”.

Alle 14,30 siamo andate alle fontanelle e volendo fare come gli altri che si bagnavano e bevevano, e non potendolo a causa del cerotto della pal­pebra che tenevo con la mano, vidi d’improvviso vicino a me un uomo con i capelli lunghi ondulati e gli occhi celesti che mi disse in italiano: “Vieni, ché ti aiuto io”; e mi mise la mano sotto la spalla, e mi portò vicino alla fontanella. Mi bagnai la schiena, il braccio con la paresi, la gamba, scossi le mani e mi volto per ringraziare quel signore. Ma egli non c’era piú. Restai sbalordita. Essendo quindi il cerotto bagnato, mi feci accom­pagnare con gli occhi chiusi da mia madre alle piscine. Lí giunte, sollevai la palpebra e vidi due dame che mi aiutarono a svestirmi e mi accompa­gnarono alla vasca e mi fecero inginocchiare. Io sollevai la palpebra e vidi di trovarmi dinanzi a una statuina della Madonna: la presi e l’appoggiai alla fronte, mentre le due dame pregavano. Quindi esse, dopo circa un quarto d’ora, vennero per prendermi. Io volevo restare ancora nell’acqua perché non guarivo e dissi: “Mannaggia a te! Adesso mantieni la promes­sa! Vedi con quanta fede io sto ai tuoi piedi!”

Allora ho sentito come un cantico mentre continuavo a picchiarmi con la statuina l’occhio sinistro. Aprii spontaneamente l’occhio e vidi la Ma­donna come l’avevo vista nell’ospedale, ma solo il suo volto. Grido dalla gioia. Mia madre, sentendomi gridare, entra nella vasca. Io grido: “Mam­ma, ti vedo con l’occhio destro!”

Mia madre mi prese per pazza; però mi fece voltare e vede l’occhio sini­stro guarito, la piaga della fronte scomparsa, la paralisi alla palpebra scomparsa, la gamba e il braccio della paralisi che muovevo perfettamente. Presi coscienza della mia completa guarigione e cominciai a gridare sconvolta: “Tu sei potente! … Tu sei potente!… ” Le due dame mi vestono gridando: “Miracolo! Miracolo!”; quindi mi portarono alla grotta dove ri­masi moltissimo ringraziando la Madonna.

L’indomani mi portarono al Bureau Medical dal dott. Mangiapan, al quale avevano già raccontato l’accaduto. Il dottore mi fece raccontare la mia vita, i miei mali, l’accaduto nella vasca; quindi disse: “Lo dice lei che è guarita!” Io risposi: “No! Lo dice la documentazione medica in mio posses­so”; e gli mostrai la documentazione che per ordine della Madonna avevo portato con me. Il dottore mi chiese come mai avevo portato tale docu­mentazione; ed io gli raccontai la visione avuta a Milano nell’ospedale. Il dottore, esaminando la documentazione esclamò: “Mio Dio! Mio Dio! È un miracolo!” E tutti lodammo e ringraziammo Dio. Ritornata in Italia, an­dai in Ospedale. I medici constatarono la mia guarigione perfetta e per di piú constatano che l’occhio destro, pur io vedendoci, era sempre senza retina: un miracolo permanente e sempre riscontrabile! Ciò che vado di­cendo e dimostrando in tutta l’Italia».

CAP. VI – IL PADRE

Che Dio sia il Creatore e il Padrone lo hanno creduto in maniera piú o meno perfetta tutti i popoli, specialmente quelli primitivi; ma che sia Pa­dre lo poteva rivelare e lo ha rivelato fin dal Vecchio Testamento soltanto lui stesso, perché noi uomini, per natura, siamo soltanto sue creature e non suoi figli.

Gli ebrei, però, vissero in gran parte quasi sempre lontani da Dio; ebbe­ro di Dio piú timore che amore e lo consideravano piú Padrone e Giusti­ziere che Padre. La rivelazione di Dio Padre ce l’ha fatta Gesú, facendoci vedere che egli ha cosí amato il mondo da mandare il suo Figlio Unigeni­to per salvarlo (Gv. 3, 16) e da farlo a tal fine morire sulla croce per noi.

E’ vero che una moltitudine di buoni cristiani ha sempre considerato Dio nostro Padre; ma è altrettanto vero che la stragrande maggioranza di essi lo ha sempre dimenticato, è vissuta sempre lontana da lui e, spesso, lo ha offeso e l’offende in maniera spaventosa con la bestemmia e, alle volte, con il sacrilegio e con l’odio. Nessuno dei popoli che non hanno cono­sciuto l’amore di Dio fa queste cose: né i buddisti, né i confuciani, né gli indú, né i maomettani: soltanto i cristiani, purtroppo, bestemmiano Dio.

I peccati piú gravi contro Dio, le ingratitudini piú nere contro di lui so­no un’esclusiva del popolo cristiano.

E cosí anche presso i cristiani prevale il concetto di Dio Padre, di Giudi­ce severo e di giustizia.

All’inizio di questo secolo, Dio, volendo meglio farsi comprendere quale Padre, si è rivelato a un’umile religiosa, suor Eugenia Ravasio della Congregazione di Nostra Signora degli Apostoli. I messaggi che egli le ha dato sono meravigliosi e commoventi. Naturalmente essi non sono una nuova rivelazione, ma ci fanno meglio comprendere quanto il Padre ha rivelato per mezzo del suo Figlio Unigenito. Dice infatti Gesú: « Chi vede me, vede anche il Padre » (Gv. 14, 9).

Gesú è l’immagine vivente del Padre. È quindi sbagliato pensare che Gesú è misericordioso e il Padre è terribile. Tutte le perfezioni di Gesú ri­velano altrettante perfezioni del Padre. Come Gesú è dolce, amorevole, misericordioso, umile, sempre disponibile, comprensivo; altrettanto lo è il Padre.

Per questo Gesú chiama Dio « Padre mio e Padre vostro » (Mt. 7, 11) e nella preghiera fatta nell’ultima cena dice al Padre: « Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini » (Gv. 17, 8).

I messaggi dati dal Padre a suor Eugenia non sono garantiti da miracoli e da prodigi, ma sono garantiti dalla santità di suor Eugenia e, soprattutto, dal suo Vescovo, Mons. Alexander Caillot, vescovo di Grenoble, e dalla commissione di teologi che sottopose per molti anni suor Eugenia a con­tinui esami, e che fini per scartare l’ipotesi di allucinazione, di illusione, di spiritismo, di isterismo, di delirio. Alla fine, dopo dieci anni, Mons. Cail­lot, convinto ormai della autenticità di tali messaggi, diede per scritto una bellissima testimonianza sopra suor Eugenia, dalla quale riassumiamo al­cune notizie.

Suor Eugenia aveva soltanto le scuole elementari e un’ortografia pue­rile. Le sue superiore, notando i fatti straordinari che le capitavano, vole­vano rimandarla a casa; la trattennero soltanto vedendo la sua umiltà e la sua santità. Giovanissima fu fatta Superiora Generale della sua Congrega­zione. Nonostante fosse incolta, teneva alle comunità delle suore confe­renze profondissime. Conosceva tutte le sue 1.400 suore; visitò tutte le Missioni dove esse lavoravano; fece 67 nuove fondazioni. Mons. Caillot conclude: « La sproporzione tra la debolezza dello strumento – incapace esso stesso di scoprire una dottrina di questa natura – e la profondità del messaggio che la suora porta, non lascia intravedere che un’altra causa superiore, soprannaturale, divina è intervenuta per affidarle questo mes­saggio? Io non vedo come umanamente, si potrebbe spiegare la scoperta, da parte della suora, di un’idea di cui gli inquisitori teologi hanno intravi­sto soltanto a poco a poco l’originalità e la fecondità. Un altro fatto mi sembra ugualmente molto suggestivo: quando suor Eugenia ha annun­ciato che aveva avuto delle apparizioni del Padre, gli inquisitori teologi le hanno replicato che le apparizioni del Padre erano in se stesse impossibi­li, che esse non si erano mai prodotte nella storia; a queste obiezioni, la suora ha resistito, dichiarando semplicemente: “Il Padre mi ha detto di descrivere quello che io vedevo. Egli chiede ai suoi figli teologi di cerca­re”. La suora non ha mai cambiato niente nelle sue spiegazioni; ha mante­nuto le sue affermazioni per lunghi mesi. Fu solo nel gennaio 1934 che i teologi scoprirono nello stesso S. Tommaso d’Aquino la risposta all’obie­zione che essi facevano. La risposta del grande dottore sulla distinzione tra l’apparizione e la missione fu luminosa. Essa tolse l’ostacolo che para­lizzava tutta l’inchiesta. Contro sapienti teologi la piccola e ignorante aveva avuto ragione… Secondo la mia anima e la mia coscienza, con un vivissimo senso della mia responsabilità davanti alla Chiesa dichiaro che l’intervento soprannaturale e divino mi sembra il solo capace di dare una spiegazione logica e soddisfacente dell’insieme dei fatti».

Messaggi

Dal libro Dio è Padre (Ed. « Inidi di Preghiera » C.P. 135 – L’Aquila) stral­ciamo un po’ dei messaggi dati dal Padre a Suor Eugenia dall’1.7.1932 per tutto l’anno. Scrive suor Eugenia: « Dopo alcuni minuti di preghiera sono stata presa dal desiderio di vedere il Padre e di sentirlo. II mio cuore bru­ciava d’amore. Il pensiero del Padre mio mi gettava come in una follia di allegrezza. Finalmente dei canti cominciano a farsi udire. Degli angeli vengono e mi annunciano questo felice arrivo! Quest’armonia cessò un istante ed ecco il corteo degli eletti, dei Cherubini e dei Serafini, con Dio nostro Creatore e Padre nostro. Prostrata, la faccia a terra, inabissata nel mio nulla, ho recitato il Magnificat. Subito dopo il Padre mi dice di seder­mi con lui per scrivere ciò che ha deciso di dire agli uomini. Tutta la sua corte che l’aveva accompagnato è scomparsa. Il Padre solo resta con me e prima di sedersi mi dice: “Te l’ho già detto e te lo dico ancora: non posso piú donare un’altra volta il mio Figlio diletto per provare il mio amore per gli uomini! Ora è per amarli e perché essi conoscano questo amore che io vengo tra loro, prendendo la loro somiglianza, la loro povertà. Guarda, io depongo la mia corona e tutta la mia gloria, per prendere l’atteggiamento di un uomo comune!”

Dopo aver preso l’atteggiamento di un uomo comune deponendo la sua corona e la sua gloria ai suoi piedi, prese il globo del mondo sul suo cuore, sostenendolo con la mano sinistra; poi si sedette accanto a me ».

Nei giorni seguenti le disse: « Da tutta l’eternità non ho che un deside­rio: quello di farmi conoscere dagli uomini e di farmi amare, desiderando stare incessantemente presso di loro..

Perché, poi, ho ordinato a Mosé di costruire il Tabernacolo e l’Arca del­l’Alleanza se non perché avevo il desiderio ardente di venire ad abitare, come un Padre, un fratello, un amico confidente con le mie creature, gli uomini? Malgrado ciò mi hanno dimenticato, offeso con delle colpe senza numero …

Per vivere tra gli uomini, poi, creai, scelsi nell’Antico Testamento dei profeti, ai quali comunicai i miei desideri, le mie pene e le mie gioie, per­ché le trasmettessero a tutti…

Eppure il mio amore per questi uomini, figli miei, non si è affatto fer­mato. Quando ebbi ben constatato che né i patriarchi, né i profeti aveva­no potuto farmi conoscere e amare dagli uomini, ho deciso di venire io stesso…

Per me niente era nascosto del futuro; a queste due domande rispon­devo io stesso: “Ignoreranno la mia presenza, pur essendo vicino a me. Mi maltratteranno nel mio Figlio, nonostante tutto il bene che egli farà loro. Nel Figlio mio mi calunnieranno, mi crocifiggeranno per farmi morire”…

Eppure non mi sono fermato. Vi ho amato, per cosí dire, piú del mio Fi­glio diletto, o per dire ancora meglio, piú di me stesso.

Ciò che vi dico è talmente vero che se fosse bastata una delle mie crea­ture per espiare i peccati degli altri uomini, mediante una vita e una mor­te simile a quella del Figlio mio, avrei esitato. Perché? Perché avrei tradito il mio amore facendo soffrire un’altra creatura che amo, anziché soffrire io stesso nel Figlio mio. Non avrei voluto mai far soffrire i miei figli… Io vengo tra voi per due vie: la Croce e l’Eucarestia. La Croce è la mia via per scendere tra i miei figli, perché è per mezzo suo che vi ho fatto re­dimere dal mio Figlio. E, per voi, la croce è la via per salire al mio Figlio e da mio Figlio fino a me. Senza di essa non potreste mai venire, perché l’uomo con il peccato, ha attirato su di sé il castigo della separazione da Dio. Nell’Eucarestia io dimoro tra voi, come un Padre nella sua famiglia. Ho voluto che mio Figlio istituisse l’Eucarestia per fare di ogni tabernaco­lo il serbatoio delle mie grazie, delle mie ricchezze e del mio amore, per darle agli uomini, miei figli. È sempre per queste due strade che faccio scendere incessantemente e la mia potenza e la mia infinita misericor­dia…

Dandovi la vita, ho voluto crearvi a mia somiglianza! Il vostro cuore è dunque sensibile come il mio; il mio come il vostro!…

Oh, come vorrei far conoscere che Padre onnipotente sono per voi e come lo sarei anche per tutti quelli che mi ignorano colmandoli dei miei benefici! Vorrei far loro trascorrere una vita piú dolce con la mia legge. Vorrei che andaste a loro nel mio nome e che parlaste loro di me. Si, dite loro che hanno un Padre che, dopo averli creati, vuole dare loro i tesori che possiede; soprattutto dite loro che li penso, li amo, e voglio dare loro la felicità eterna. Che tutti i peccatori, i malati, i moribondi e quanti sof­frono sappiano che ho un solo desiderio: amarli tutti, donare loro la mia grazia, perdonare quando si pentono e, soprattutto, non giudicarli con la mia giustizia, ma con la mia misericordia, perché tutti siano salvi e anno­verati nel numero dei miei eletti …

Chiamatemi col nome di Padre con confidenza e amore, e riceverete tutto da questo Padre, con amore e misericordia.

Io vivo con gli uomini in un’intimità piú grande che una madre con i suoi figli.

Fin dalla creazione dell’uomo non ho mai smesso un solo istante di vi­vere accanto a lui; come Creatore e Padre dell’uomo sento il bisogno di amarlo. Non è che abbia bisogno di lui, ma il mio amore di Padre e di Creatore mi fa sentire questo bisogno di amare l’uomo. Vivo dunque vici­no all’uomo, lo seguo dovunque, lo aiuto in tutto, supplisco a tutto. Vedo i suoi bisogni, le sue fatiche, tutti i suoi desideri, e la mia felicità piú gran­de è di soccorrerlo e di salvarlo. Gli uomini credono che io sia un Dio ter­ribile e che precipiti tutta l’umanità nell’inferno. Che sorpresa alla fine dei tempi, quando vedranno le tante anime che credevano perse, godere l’eterna felicità in mezzo agli eletti!

Una madre non dimentica mai la piccola creatura che ha messo al mondo. Non è ancora piú bello da parte mia, che mi ricordi di tutte le creature che ho messo al mondo?

Può forse una mamma dimenticare il suo pargoletto? Non avere compassione del frutto del suo seno? Ma anche se essa lo dimenticasse, io non potrò dimenticarti! (Is. 49, 15).

Se mi amate e se mi chiamate con confidenza con questo dolce nome di Padre, voi iniziate, fin da quaggiú, l’amore e la fiducia che faranno la vo­stra felicità nell’eternità e che canterete in cielo in compagnia degli eletti.

Desidero dunque che l’uomo si ricordi spesso che io sono là dove lui è; che non potrebbe vivere se io non fossi con lui, vivente come lui. Nono­stante la sua incredulità io non cesso mai di essere accanto a lui.

Vorrei vedere stabilirsi una grande confidenza tra l’uomo e il Padre suo dei cieli, un vero spirito di familiarità e di delicatezza nello stesso tempo per non abusare della mia grande bontà.

Non crediate che io sia quel terribile vecchio che gli uomini rappresen­tano nelle loro immagini e nei loro libri! No, no, io non sono né piú giova­ne, né piú vecchio di mio Figlio e del mio Santo Spirito. Perciò vorrei che tutti, dal bambino al vecchio, mi chiamassero col nome familiare di Padre e di amico, poiché sono sempre con voi, mi faccio simile a voi per farvi si­mili a me.

Vorrei stabilirmi in ogni famiglia come nel mio dominio, affinché tutti possano dire con tutta sicurezza: “Abbiamo un Padre che è infinitamente buono, immensamente ricco e ampiamente misericordioso. Egli pensa a noi ed è vicino a noi, ci guarda, ci sostiene lui stesso, ci darà tutto ciò che ci manca se glielo domandiamo. Tutte le sue ricchezze sono nostre. Noi avremo tutto ciò che ci occorre”.

Desidero che ogni famiglia esponga la mia immagine, che si metta sot­to la mia protezione, che mi faccia partecipe dei suoi bisogni, dei suoi la­vori, delle sue pene, delle sue sofferenze e anche delle sue gioie, perché un Padre deve conoscere tutto ciò che riguarda i suoi figli.

Vedete, ho messo la mia corona ai miei piedi, il mondo sul mio cuore. Ho lasciato la mia gloria nel cielo e sono venuto qui, facendomi tutto a tutti.

Ho creato l’uomo per me ed è ben giusto che io sia tutto per l’uomo. L’uomo non gusterà gioia vera al di fuori del Padre suo e del suo Creatore, perché il suo cuore non è fatto altro che per me.

Dal canto mio, il mio amore per le mie creature è cosí grande che io non provo nessuna gioia come quella di essere tra gli uomini (Prov. 8, 31). La mia gloria in cielo è infinitamente grande, ma la mia gloria è ancora piú grande quando mi trovo tra i miei figli: gli uomini di tutto il mondo… Vengo a rendermi simile alle mie creature per correggere l’idea che avete di un Dio terribilmente giusto… Desidero che tutti sappiano che il mio unico desiderio è di facilitare a tutti gli uomini il passaggio della loro vita terrena per dare loro, dopo, in cielo una vita tutta divina.

Tutti quelli che mi chiameranno con il nome di Padre, non fosse che una volta sola, non periranno, ma saranno sicuri della loro vita eterna in­sieme agli eletti. Ed a voi che lavorerete per la mia gloria e che vi impegnerete a farmi conoscere ed amare, assicuro che la vostra ricompensa sa­rà grande, poiché conterò tutto, anche il minimo sforzo che farete e vi renderò di tutto il centuplo per tutta l’eternità.

Se gli uomini sapessero penetrare il Cuore di Gesú con tutti i suoi desi­deri, riconoscerebbero che il suo desiderio piú ardente è di glorificare il Padre, colui che l’ha inviato e soprattutto di non lasciargli una gloria di­minuita come è stato fatto fino ad oggi, ma una gloria totale che l’uomo può e deve dargli come Padre e Creatore, e ancora di piú, come autore del­la loro redenzione!

Io gli domando ciò che egli può darmi; la sua confidenza, il suo amore e la sua riconoscenza. Non è perché ho bisogno della mia creatura o delle sue adorazioni che io desidero essere conosciuto, onorato ed amato; è unicamente per salvarla e per farla partecipe della mia gloria che io mi ab­basso fino a lei.

Per vedere la grandezza del mio amore infinito per voi vi basta aprire i libri santi, guardare il Crocifisso, il Tabernacolo e il SS. Sacramento. A tutti chiedo di ascoltare la santa Messa e di parteciparvi liturgicamente.

Se qualcuno mi onora e si affida a me farò scendere su di lui un raggio di pace in tutte le sue avversità, in tutti i suoi turbamenti, nelle sue soffe­renze di ogni genere, soprattutto se mi invoca e mi ama come suo Padre.

Se le famiglie mi onorano e mi amano come loro Padre, io darò loro la mia pace e con essa la mia provvidenza.

È per mio Figlio e lo Spirito Santo che vengo verso di voi, in voi, ed in voi cerco il mio riposo. Per certe anime queste parole “vengono in voi” sembreranno un mistero, ma non c’è mistero! Perché dopo che ebbi ordi­nato a mio Figlio di istituire la santa Eucarestia mi sono proposto di veni­re in voi tutte le volte che ricevete la santa Ostia! Ve lo ha detto già mio Fi­glio: “Se uno mi ama osserverà la parola, e il Padre mio lo amerà e verremo a lui e dimoreremo in lui” (Gv. 14, a3).

Quando sono in voi, vi do piú agevolmente ciò che possiedo, purché me lo domandiate. Con questo sacramento vi unite a me intimamente, ed è in questa intimità che l’effusione del mio amore fa spandere nella vostra anima la mia santità.

Che gioia trovarmi, come Padre, tra i figli del mio amore! Con voi, miei intimi, converserò come con degli amici! Sarò per voi il piú discreto dei confidenti! Sarò il vostro tutto, che vi basterà per tutto. Sarò soprattutto il Padre che accoglie i vostri desideri, che vi colma della sua tenerezza ».

In conclusione dobbiamo essere convinti che Dio ci ama teneramente; allora non potremo non riamarlo e non avere confidenza con lui. La piú bella devozione verso di lui è di recitare spesso durante il giorno il Padre nostro.

CAP. VII – IL FIGLIO E IL SUO MESSAGGIO

La piú grande opera di Dio è, senza dubbio, l’incarnazione del Figlio suo. Che l’infinito Dio divenga un piccolo uomo, neonato e poi debole, indifeso, soggetto a tutti, e, soprattutto, che egli venga crocifisso, è una cosa cosí enorme che gli ebrei si rifiutarono decisamente di ammettere, mentre i pagani chiamarono pazzi i cristiani che la predicavano.

E tuttavia non c’è niente di piú storicamente documentato della vita di Gesú: della sua predicazione, dei suoi miracoli, della sua passione e della sua resurrezione.

L’argomento è troppo grande per trattarlo in questo libro. Rimandiamo il lettore al nostro libro: “Certezze di Gesú”.

Qui esponiamo il messaggio di Gesú e la sua Opera.

Con i miracoli Gesú ha voluto dimostrare la sua divinità, e quindi ga­rantire la verità delle cose che ci ha rivelato e che noi dobbiamo credere e fare per raggiungere la vita eterna.

Quanto Gesú ha detto e fatto è contenuto nel Vangelo.

Il Vangelo è il I° libro che il cristiano deve leggere e poi continuare a leggere e meditare per tutta la vita.

Qui riportiamo gli insegnamenti principali di Gesú e alcune parabole.

1. «Gesú, veduta la folla, salí sul monte e quando si fu seduto, gli si ac­costarono i discepoli. Allora egli apri la bocca per ammaestrali, e disse: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli! Beati quelli che piangono, perché saranno consolati!

Beati i miti, perché erediteranno la terra!

Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati! Beati i misericordiosi, perché otterranno misericordia!

Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio!

Beati i pacificatori, perché saranno chiamati figli di Dio!

Beati quelli che sono perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli!

Beati sarete voi, quando vi oltraggeranno e perseguiteranno, e falsa­mente diranno di voi ogni male per cagion mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli; cosí, infatti, hanno perse­guitato i profeti che sono stati prima di voi”».

« Voi siete il sale della terra. Ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si restituirà? Non serve ad altro che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo. Non può rimanere nascosta una città situata sopra una montagna, né si accende una lucerna e la si pone sotto il moggio, ma sul portalucerna a far luce a tutti quelli che sono in casa. Cosí risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli ». « Non crediate che io sia venuto ad abolire la legge o i profeti; non sono venuto ad aboli­re ma a completare. In verità vi dico, che fino a quando il cielo e la terra non passeranno, non scomparirà dalla legge neppure un iota o un apice, finché non sia tutto adempiuto.

Chi dunque violerà uno tra i piú piccoli di questi comandamenti e in­segnerà agli uomini a fare cosí, sarà considerato il piú piccolo nel regno dei cieli; ma colui che li osserverà e insegnerà a osservarli, sarà chiamato grande nel regno dei cieli! Poiché vi dico: se la vostra giustizia non sarà maggiore di quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli ».

« Voi avete udito che fu detto agli antichi: Non uccidere; e chiunque avrà ucciso sarà condannato in giudizio; ma io vi dico: chiunque va in collera con suo fratello, sarà condannato in giudizio; e chi avrà chiamato imbecille suo fratello, sarà condannato nel Sinedrio. E chi gli avrà detto empio, sarà condannato al fuoco della geenna. Se dunque tu stai presen­tando la tua offerta dinanzi all’altare e ivi ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia la tua offerta dinanzi all’altare, e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello; poi torna e presenta la tua offerta. Mettiti presto d’accordo col tuo avversario, mentre sei in cammino con lui, affin­ché egli non ti consegni al giudice e il giudice alle guardie e tu non sia messo in prigione. In verità ti dico: non ne uscirai finché non avrai pagato fin l’ultimo centesimo! ».

« Avete udito che fu detto: non commettere adulterio. Ma io vi dico che chiunque avrà guardato una donna, desiderandola, ha già commesso adulterio con lei, nel suo cuore. Ora, se il tuo occhio destro ti è occasione di caduta, cavalo e gettalo via: è meglio per te perdere uno delle tue mem­bra, piuttosto che tutto il tuo corpo sia gettato nell’inferno. E se la tua ma­no destra ti è occasione di caduta, tagliala e gettala via; perché è meglio per te perdere uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada nell’inferno. È stato detto pure: se uno ripudia la propria moglie, le dia il libello del ripudio; ma io vi dico che chiunque ripudia la sua donna, ec­cetto in caso di concubinato, l’espone all’adulterio; e chi sposa la ripudia­ta, commette pure adulterio ».

« Avete pure udito che fu detto agli antichi: non spergiurare, ma adem­pi i tuoi giuramenti al Signore. Io però vi dico di non giurare mai, né per il cielo, che è il trono di Dio; né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi pie­di; né per Gerusalemme, perché è la città del gran re. Non giurare neppure per la tua testa, perché tu non puoi far bianco o nero un sol capello. Ma sia il vostro parlare: sí, sí; no, no; quel che vi è in piú, proviene dal male ». « Avete udito che fu detto: “occhio per occhio, dente per dente. Ma io vi dico di non resistere al malvagio; anzi, se uno ti percuote nella guancia destra, porgigli anche l’altra. Se uno vuol litigare con te, per toglierti la tu­nica, cedigli anche il mantello. E se uno ti costringe a fare un miglio, va’ con lui per due. Dà a chi ti chiede, e non voltare le spalle a colui che desi­dera da te un prestito” ».

« Avete udito che fu detto: “amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemi­co. Ma io vi dico: amate i vostri nemici, pregate per coloro che vi persegui­tano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli, che fa sorgere il sole sopra i cattivi e sopra i buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Perché, se voi amate quelli che vi amano, quale premio meritate? Non fanno altrettanto anche i pubblicani? E se salutate solo i vostri fratelli, che fate di speciale? Non fanno altrettanto anche i pagani? Siate dunque per­fetti, come è perfetto il Padre vostro celeste” » (Mt. 5, 1-48).

2. «Guardatevi dal praticare la vostra giustizia davanti agli uomini, per essere veduti da loro, altrimenti non avrete ricompensa dal Padre vostro che è nei cieli. Quando, adunque fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per es­sere onorati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ri­compensa. Ma quando fai elemosina, non sappia la tua sinistra quel che fa la destra, affinché la tua elemosina resti segreta e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando pregate, non imitate gl’ipocriti, i quali hanno piacere di pregare in piedi nelle sinagoghe o agli angoli delle piazze, per essere veduti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevu­to la loro ricompensa. Ma tu, quando vuoi pregare, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa. Pregando, poi non moltiplicate vane pa­role, come fanno i pagani, che credono di essere esauditi a forza di parole. Non siate simili a loro, poiché il Padre vostro sa di che cosa avete bisogno, prima che glielo chiediate ».

« Voi, dunque, pregate cosí: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo, cosí in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debi­ti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori; e non c’indurre in ten­tazione, ma liberaci dal male. Perché se perdonate agli uomini i loro falli, il vostro Padre celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonate agli uomini, nemmeno il Padre vostro perdonerà i vostri peccati ».

« Quando poi digiunate, non prendete un’aria malinconica, come gli ipocriti, i quali sfigurano la loro faccia per mostrare alla gente che digiu­nano. In verità vi dico che hanno già ricevuto la loro ricompensa. Ma tu, quando digiuni, profumati il capo e lavati la faccia, per non mostrare agli uomini che digiuni, ma al Padre tuo che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa. Non accumulate tesori sulla terra, dove la ruggine e la tignola consumano e dove i ladri sfondano e ru­bano; ma accumulate tesori nel cielo, dove né ruggine, né tignole consu­mano e dove i ladri non sfondano, né rubano. Perché là dov’è il tuo teso­ro, ci sarà pure il tuo cuore. L’occhio è lume del corpo. Se, dunque l’oc­chio è sano, tutto il corpo sarà illuminato. Ma se l’occhio tuo è guasto, tut­ta la tua persona sarà nelle tenebre. Se dunque la luce che è in te, è tene­bre, quanto grandi saranno queste tenebre! ».

« Nessuno può servire due padroni, perché, o disprezzerà l’uno e amerà l’altro, o sarà affezionato a uno e trascurerà l’altro. Non potete servire a Dio e alle ricchezze. Perciò io vi dico: non siate troppo solleciti per la vo­stra vita, di quel che mangerete, né per il vostro corpo, di che vi vestirete. La vita non vale piú del cibo e il corpo piú del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Pa­dre celeste li nutre. Or non valete voi piú di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può aggiungere alla durata della sua vita un sol cubito? E perché darsi tanta pena per il vestito? Guardate come crescono i gigli del campo: non lavorano, né filano, eppure vi assicuro che nemmeno Salo­mone, in tutta la sua gloria, non fu mai vestito come uno di loro. Or, se Dio riveste cosí l’erba del campo, che oggi è e domani vien gettata nel for­no, quanto piú vestirà voi, gente di poca fede? Non vogliate, dunque an­gustiarvi dicendo: « Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Di che co­sa ci vestiremo? » Di tutte queste cose, si danno premura i pagani; ora il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutto questo. Cercate prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno da­te per giunta. Non vogliate, dunque, mettervi in pena per il domani, poi­ché il domani avrà cura di se stesso: a ciascun giorno il suo affanno » (Mt. 6, 1-34).

3. « Non giudicate per non essere giudicati. Perché secondo il giudizio col quale giudicate, sarete giudicati, e con la misura con la quale misura­te, sarà rimisurato a voi. Perché osservi la paglia nell’occhio del tuo fratel­lo e non badi alla trave che è nel tuo occhio? O come puoi tu dire al tuo fratello: lascia che ti levi dall’occhio la pagliuzza, mentre hai una trave nel tuo occhio? Ipocrita, leva prima la trave dal tuo occhio, e poi tenterai di le­vare la pagliuzza dall’occhio di tuo fratello.

Non date le cose sante ai cani, e non gettate le vostre perle ai porci, per­ché non le pestino con i loro piedi e, rivoltandosi, vi sbranino ».

« Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; picchiate e vi sarà aperto. Poiché chiunque chiede, riceve; chi cerca, trova; e a chi bussa, verrà aper­to. E qual è quell’uomo fra voi che darà una pietra al figlio che gli chiede un pane? O se chiede un pesce, gli darà una serpe? Se, dunque voi, cattivi come siete, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto piú il Padre vo­stro che è nei cieli concederà cose buone a coloro che gliele chiedono!

Tutto quanto, adunque, desiderate che gli uomini facciano a voi, fatelo voi pure a loro; poiché questa è la Legge e i Profeti ».

« Entrate per la porta stretta perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita e pochi sono quelli che la trovano! ».

« Guardatevi dai falsi profeti; essi vengono a voi travestiti da pecore, ma dentro sono lupi rapaci. Dai loro frutti li conoscerete. Si coglie forse uva sui pruni, o fichi sui rovi? Cosí ogni albero buono dà buoni frutti; ma ogni albero cattivo dà frutti cattivi. Non può un albero buono dare frutti cattivi, né l’albero cattivo dare frutti buoni. Ogni pianta che non porta buon frutto, viene tagliata e gettata nel fuoco. Dai loro frutti, dunque li conoscerete. Non chiunque mi dice: Signore! Signore! entrerà nel regno dei cieli; ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli! ».

« Molti mi diranno in quel giorno: Signore! Signore! Non abbiamo noi profetato in nome tuo? Non abbiamo cacciato i demoni in nome tuo? E non abbiamo nel tuo nome fatto molti prodigi? Ma allora dirò ad essi apertamente: Io non vi ho mai conosciuto; allontanatevi da me, voi che avete commesso l’iniquità. Pertanto, chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà paragonato ad un uomo prudente, che ha fonda­to la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, vennero le inondazioni, sof­fiarono i venti e imperversarono contro quella casa, ma essa non rovinò, perché era fondata sulla roccia. Ma chi ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile ad un uomo stolto, che edificò la sua casa so­pra l’arena. Cadde la pioggia, vennero le inondazioni, soffiarono i venti, imperversarono contro quella casa, ed essa crollò e fu grande la sua rovi­na » (Mt. 7, 1-z7).

4. « Allora Gesú disse ai suoi discepoli: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Poiché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi perderà la sua vita per amor mio, la troverà. Che gioverebbe a un uomo guadagnare tutto il mondo, se per­desse l’anima sua? O che cosa potrà dare in cambio della propria anima? Il Figlio dell’uomo, infatti, verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi Ange­li, e allora renderà a ciascuno secondo le sue opere” » (Mt. 16, 24-17).

5. « In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesú e gli domanda­rono: Chi sarà piú grande nel regno dei cieli? Allora Gesú, chiamato a sé un fanciullo, lo pose in mezzo a loro e disse: ” In verità vi dico: se voi non cambiate e non diventate come i fanciulli, non entrerete nel regno dei cie­li. Perciò chiunque diventerà umile come questo fanciullo, sarà il piú grande nel regno dei cieli, e chiunque accoglierà un fanciullo come que­sto in nome mio, accoglie me” ».

« Ma se qualcuno scandalizzasse uno di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina da mu­lino e venisse sommerso nel fondo del mare. Guai al mondo per gli scan­dali! È inevitabile che vi siano degli scandali; ma guai a quell’uomo a cau­sa del quale viene lo scandalo! Se la tua mano o il tuo piede ti è di scanda­lo, tagliali e gettali via da te: è meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, che avere due mani e due piedi ed essere gettato nel fuoco eterno. E se l’occhio tuo ti è di scandalo, cavalo e gettalo via da te: è meglio per te entrare nella vita con un occhio solo, che avere due occhi ed essere getta­to nella Geenna del fuoco.

Guardate di non disprezzare nessuno di questi piccoli, perché vi dico che i loro Angeli nei cieli vedono continuamente la faccia del Padre mio che è nei cieli. Il Figlio dell’uomo è venuto, infatti, a salvare quello che era perduto».

« Se tuo fratello ha mancato contro di te, va’ e correggilo fra te e lui so­lo; se t’ascolta, hai guadagnato tuo fratello; ma se non ti ascolta, prendi con te una persona o due, affinché sulla parola di due o tre testimoni sia decisa ogni questione; e se rifiuta di ascoltarti, dillo alla Chiesa e sia per te come un pagano e un pubblicano ».

« In verità vi dico: quanto legherete sulla terra, sarà legato nel cielo, e quanto scioglierete sulla terra, sarà sciolto nel cielo. Vi dico ancora: se due di voi s’accorderanno sulla terra per chiedere qualsiasi cosa, sarà loro concessa dal Padre mio che è nei cieli. Perché dove sono due o tre riuniti in mio nome, ci sono io in mezzo a loro ». « Allora Pietro si avvicinò a lui e gli disse: Signore, se mio fratello pecca contro di me, quante volte gli do­vrò perdonare? Fino a sette volte? Gesú gli rispose: Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette ».

« Per questo il regno dei cieli è simile a un re, il quale volle fare i conti con i suoi servi. Quando ebbe incominciato a fare i conti gli fu presentato uno che era debitore di diecimila talenti. E siccome non aveva da pagare, il padrone comandò che fosse venduto lui, la moglie, i figli e quanto ave­va, e si saldasse il debito. Ma il servo, gettatosi a terra, lo scongiurava di­cendo: abbi pazienza con me e ti pagherò tutto. E il padrone, mosso a compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli cancellò il debito. Uscito di lí, quel servo, trovò uno dei suoi compagni che gli doveva cento denari: gettandosi su di lui, lo prese per la gola dicendo: Paga quanto mi devi. Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: abbi pazienza con me e ti pagherò. Ma costui non volle e lo fece mettere in prigione fino a che non avesse pagato il debito. I compagni, veduto ciò che era successo, ne rimasero profondamente rattristiti e andarono a riferire al loro padro­ne quanto era avvenuto. Allora il padrone fece chiamare quel servo e gli disse: servo iniquo, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu ti rac­comandasti; non dovevi anche tu aver pietà d’un tuo compagno, come io l’ho avuta di te? E il padrone, sdegnato, lo consegnò ai torturatori, fino a che non avesse pagato tutto il debito. Cosí il Padre mio celeste farà a voi, se ognuno non perdona di cuore al proprio fratello » (Mt. 18, 1-35).

6. « Uno dei commensali, udite queste parole, esclamò: beato chi man­gerà il pane nel regno di Dio! Gesú gli disse: Un uomo fece una gran cena e invitò molti. All’ora di cena mandò il servo a dire ai convitati: venite, perché tutto è già pronto.

Ma tutti quanti incominciarono a trovare delle scuse il primo disse: ho comprato un podere e bisogna che vada a vederlo; ti prego, fagli le mie scuse. Un altro disse: ho comprato cinque paia di buoi e devo andare a provarli; ti prego, fagli le mie scuse. E un altro disse: ho preso moglie, quindi non posso venire. Il servo tornò a riferire queste cose al padrone. Allora il padrone di casa, sdegnato, disse al servo: presto, va’ per le piazze e per le vie della città e conduci qua poveri, storpi, ciechi e zoppi. Poi il servo disse: Signore, s’è fatto come hai comandato e ancora c’è posto. Il padrone disse al servo: W a’ per le strade e lungo le siepi e forzali a venire affinché la mia casa sia piena. Perché vi assicuro che nessuno di quelli che erano stati invitati, gusterà della mia cena” » (Lc.14, 15-24). In questa para­bola Gesú ha voluto insegnarci i tre ostacoli che ci allontanano dal cristia­nesimo, dalla comunione e dal Paradiso: la lussuria, i divertimenti, il de­naro.

7. « Vi era un uomo ricco che vestiva di porpora e bisso e ogni giorno faceva splendidi conviti. Vi era pure un povero mendico, chiamato Lazza­ro, il quale, ricoperto di piaghe, se ne stava alla porta del ricco, bramoso di sfamarsi delle briciole che cadevano dalla sua tavola. Persino i cani veni­vano a leccargli le piaghe. Ora, avvenne che il povero morí e fu portato dagli Angeli nel seno di Abramo. Mori pure il ricco e gli fu data sepoltura. Trovandosi nell’inferno, in preda ai tormenti, alzò gli occhi e vide da lon­tano Abramo e Lazzaro nel suo seno ed esclamò: Padre Abramo, abbi pie­tà di me e manda Lazzaro, che intinga la punta del suo dito nell’acqua, per refrigerarmi la lingua, perché spasimo dal dolore in questa fiamma. Abra­mo rispose: figliuolo, ricorda che tu, durante la vita, hai ricevuto la tua parte di beni e Lazzaro, a sua volta, la sua parte di mali; ora egli è qui con­solato, mentre tu sei tormentato. Per di piú, fra noi e voi vi è un grande abisso, di modo che quelli i quali volessero di qui passare a voi, non pos­sono e neppure quelli che di costi volessero venire fino a noi.

Il ricco allora soggiunse: ti prego, o padre, di mandarlo a casa del padre mio perché ho cinque fratelli: li avvisi, affinché non vengano anch’essi in questo luogo di tormenti. Abramo rispose: hanno Mosé e i Profeti: li ascoltino! Ma egli insisté: no, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti an­drà a loro, faranno penitenza.

« Se non ascoltano Mosé né i Profeti, gli rispose Abramo, non crederan­no neppure se uno risuscitasse dai morti ».

Nella parabola Gesú ci fa vedere la fine dei gaudenti e la loro ostinata incredulità.

8. « Il regno dei cieli è simile ad un uomo che seminò buon seme nel suo campo. Però, mentre gli uomini dormivano, venne il suo nemico e se­minò del loglio in mezzo al grano e se ne andò. Quando l’erba germogliò e poi grani, apparve anche il loglio. I servi del padrone di casa andarono a dirgli: “Signore, non hai seminato buon seme nel tuo campo? Come dun­que c’è il loglio?”Egli rispose loro: “Qualche nemico ha fatto questo”. Allo­ra i servi gli dissero: vuoi che andiamo a coglierlo? Egli rispose: no, per ti­more che, cogliendo il loglio, strappiate insieme con quello anche il gra­no. Lasciate che l’uno e l’altro crescano fino alla mietitura; al tempo delle messi dirò ai mietitori: raccogliete prima il loglio e legatelo in fasci, per bruciarlo; il grano, invece, ammassatelo nel mio granaio ».

In questa parabola Gesú ci insegna che se dovesse castigare subito ogni peccato non si salverebbe nessuno e che egli differisce il castigo ai cattivi per dar loro il tempo di convertirsi.

9. « Disse pure questa parabola, per taluni che in cuor loro erano per­suasi d’essere giusti e disprezzavano gli altri. Due uomini salirono al Tempio per pregare; uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, ritto in piedi cosí pregava dentro di sé: « O Dio, ti ringrazio perché non sono come tutti gli altri uomini, rapaci, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di tutte quante le mie rendite ». Il pubblicano, invece, se ne stava distante e non ardiva neppure alzare gli occhi al cielo, ma si percuoteva il petto dicendo: O Dio, sii propizio verso di me che sono peccatore! Io vi dico che questi discese a casa sua giustificato a differenza dell’altro; perché chi si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato » (Lc. 18, 9-14).

In questa parabola Gesú ci insegna a non vantarci mai, né dinanzi a Dio, né dinanzi agli uomini delle opere buone che facciamo, ma a pensare solo ai nostri peccati, ad umiliarci e a chiedere sempre perdono al Signore.

10. « Tutti i pubblicani e i peccatori si avvicinarono a Gesú per ascoltar­lo; ma i farisei e gli scribi mormoravano dicendo: Costui accoglie i pecca­tori e mangia con essi. Allora egli disse loro questa parabola: Chi di voi, avendo cento pecore, se ne perde una, non lascia le novantanove nel chiuso e non va in cerca di quella smarrita, finché non l’abbia ritrovata? E quando l’ha ritrovata, se la mette sulle spalle tutto contento e, ritornato a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: rallegratevi con me, perché ho ritrovato la mia pecorella smarrita. Cosí, io vi dico, vi sarà in cielo una gioia maggiore per un solo peccatore chi si pente, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di pentimento ».

In questa parabola Gesú ci fa vedere con quanta gioia accoglie il pecca­tore che si converte.

11. « Un uomo di nobile stirpe se ne andò in un paese lontano a prende­re in suo possesso un regno e poi ritornare. Chiamò dieci dei suoi servi e dette loro dieci mine dicendo: mettetele a frutto fino al mio ritorno. Ma i suoi concittadini lo odiavano e inviarono dietro di lui un’ambasciata a di­re: non vogliamo che costui regni sopra di noi. Quando fu di ritorno, do­po aver preso possesso del regno, fece chiamare a sé quei servi ai quali aveva consegnato il denaro, per sapere quanto ciascuno l’aveva fatto frut­tare. Si presentò il primo e gli disse: Signore, la tua mina ne ha fruttate die­ci. Bene, servo buono, gli rispose, perché sei stato fedele nel poco, prendi il governo di dieci città. Venne poi il secondo e disse: la tua mina, o Signo­re, ne ha fruttate cinque. Tu pure, gli rispose, sii a capo di cinque città. Venne un altro e disse: Signore, eccola tua mina che io ho custodito av­volta in un pezzo di panno. Ho avuto paura di te, che sei un uomo severo; tu cogli ciò che non hai piantato, e mieti ciò che non hai seminato. Ed egli a lui: dalle tue parole ti giudico servo iniquo! Tu sapevi che io sono un uo­mo severo, che colgo ciò che non ho piantato, e mieto ciò che non ho se­minato! Perché, dunque, non hai messo il mio denaro in una banca? Al mio ritorno io l’avrei potuto esigere con l’interesse. Poi disse a quelli che erano presenti: riprendetegli la mina e datela a colui che ne ha dieci. Gli osservarono: Signore, egli ha dieci mine. Io vi dico a chi ha, sarà dato; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. Intanto conducete qui i miei nemici, quelli che non volevano che io regnassi sopra di loro, e sgozzateli in mia presenza » (Lc. 19, 12-27).

Con questa parabola Gesú ci insegna che gli eletti in Paradiso non go­dono tutti alla stessa maniera come gli spettatori in teatro, ma godono piú o meno secondo la loro capacità.

Possiamo paragonare la loro personalità fisica e psichica a quella di un bambino o di un fanciullo o di un giovane.

Il Paradiso è come un banchetto: tutti si saziano, ma un giovane man­gia e beve molto piú di un fanciullo, moltissimo piú di un piccolino. Il Paradiso è come il firmamento: tutti vediamo le stelle, ma chi ha un telescopio gigante ne vede smisuratamente di piú di chi guarda a occhio nudo, e vede le meraviglie delle galassie e dei quasars che a occhio nudo non possono vedersi.

Ci sono piú differenze nella bellezza, nell’intelligenza, nella potenza e nella felicità degli eletti di quanta ce n’è nella luce delle stelle. « Altro è lo splendore del sole, altro quello della luna, altro quello delle stelle, ci dice S. Paolo; ogni stella differisce dall’altra stella nello splendore (i Cor. 15, 41). Potremmo paragonare un comune eletto a una luna, un santo a un so­le. La nostra perfezione fisica e intellettuale in Paradiso, e quindi la nostra felicità, sono in rapporto alla santità, ossia all’amore di Dio e all’amore del prossimo che avremo raggiunto in terra.

Alla sorgente si beve in rapporto alla propria sete. Possederemo e go­dremo Dio e gli altri eletti in rapporto alla sete di Dio che abbiamo avuto in terra e alla profondità, universalità e operosità del nostro amore verso il prossimo.

Il vero grande problema nostro in terra è quello di crescere in tale sete e in tale amore.

CAP. VIII – PROGETTO DEL DIO-AMORE

1. Questo universo che, fino a pochi anni addietro, sembrava senza senso, oggi è visto dagli scienziati come una unità meravigliosa: unità nell’origine, nelle leggi, nelle inter-relazioni, nel fine.

Se restringiamo lo sguardo alla terra, tale unità appare molto piú evi­dente, nelle condizioni che rendono possibile la vita su di essa (grossezza, distanza dal sole, rapporto terra-acqua, ionosfera, ecc.) nella programma­zione e nello sviluppo della vita (DNA), nella scala degli esseri, nella com­plementarietà tra vegetali ed animali…

Una nuova scienza (Ecologia) studia questo equilibrio e cerca di non farlo distruggere dall’uomo per non rendergli impossibile la vita sulla terra.

Oggi vediamo di piú: la complementarietà delle terre e dei popoli al fi­ne di un’ordinata e felice vita di tutti gli uomini in questo pianeta: gli uni hanno la civiltà, altri le materie prime …

Questa unità risplende piú perfettamente nel corpo umano dove di una grandissima quantità di membra e di organi, nessuno è fatto per se stesso, nessuno ha senso per sé, ma ciascuno è a servizio di tutti gli altri e ha senso solo per gli altri. Nel corpo umano, inoltre, materia e spirito han­no interrelazioni perfettissime, al punto che la materia agisce nello spiri­to come nelle intossicazioni, e lo spirito nella materia, al punto da deter­minare certe malattie e certe guarigioni. Cosí ogni uomo, pur formato da migliaia di miliardi di cellule, sente di essere una sola entità, una persona unica.

2. Dove però l’opera di Dio raggiunge la massima perfezione, è nel Cor­po Mistico, ossia nella Chiesa.

Quando il Corpo Mistico sarà trapiantato in Paradiso, la sua unità sarà tale da non potersene concepire una maggiore e da non poter venire mai meno.

Nel Corpo Mistico Gesú riunisce tutti gli esseri belli e buoni dei cieli e della terra, creati dalle sue mani, in un’unità cosí perfetta che ognuno vi­vrà eternamente per tutti gli altri e sarà reso felice da tutti gli altri, e tutti insieme esploderanno in inni di giubilo, di meraviglia, di lode, di amore all’infinita bellezza, sapienza e bontà di Dio.

Sarà come un’orchestra composta da migliaia di miliardi di strumenti che eseguono un’opera lirica estasiante, senza che un solo strumento abbia a stonare, al punto da sembrare una cosa sola. Cosí tutti gli eletti sa­ranno consumati in quella unità e in quella felicità perfettissima richieste da Gesú al Padre nella preghiera dell’ultima cena.

3. Come Gesú otterrà questo? Mediante l’amore.

Ogni forma di vita comincia con l’uscire da sé. Cosí la vita del cosmo comincia con l’esplosione della luce dall’atomo primordiale; la vita della pianta con l’uscita dal germe, dal guscio che lo contiene; la vita dell’ani­male con l’uscita dall’uovo; la vita cristiana con l’uscita dal proprio egoi­smo. Ogni essere che si ripiega su di sé muore:

Le stelle e le galassie con l’implosione; le piante col chiudersi alla luce come nella parabola dell’ammutinamento del bosco di Joerghensen; gli organi del corpo con il non servire piú il corpo, come nell’apologo di Me­nenio Agrippa.

Ugualmente la vita dello spirito comincia con l’uscire dal proprio egoismo e con il cominciare ad amare; finisce quando ci si ripiega nel no­stro egoismo. Ogni cristiano vive servendo il Corpo Mistico, ossia aman­do e servendo gli altri.

Come l’organo che non serve il corpo è morto, e non resta che estirpar­lo per il bene del corpo; cosí il cristiano che non ama è morto, e non resta che estirparlo dal Corpo Mistico perché lo rovina e rovinerebbe la felicità degli eletti.

« Chi non ama resta nella morte » (1 Gv. 3, 14).

L’amore unisce coloro che si amano: solo l’amore può unire gli spiriti. È con l’amore che Dio unisce gli uomini e forma il Corpo Mistico, la sua Chiesa.

4. Per questo Gesú al fariseo che gli chiedeva quale fosse il primo co­mandamento rispose: « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutto te stesso; il secondo è simile al primo: amerai il prossimo tuo come te stesso » (Mc. 13, 30).

Nessuno può amare Dio se non ama il prossimo e nessuno può amare veramente il prossimo se non ama Dio.

Questi due comandamenti sono come due ali; senza di essi o anche senza uno solo di essi, nessuno è buono e nessuno può arrivare a Dio in Paradiso. Sono molti i cristiani che credono di potersi salvare facendo sol­tanto qualche preghiera e andando a Messa. Essi dimenticano quanto ha detto S. Giovanni: « Come può amare Dio che non si vede, chi non ama il prossimo che vede? » (1 Gv. 4, z0).

Molti altri credono di potersi salvare trascurando Dio e facendo qual­che opera buona.

Essi dimenticano quanto ha detto Gesú: « Chi ama il padre o la madre, il marito o la moglie o i figli piú di me, non è degno di me » (Mt. 10, 37).

Questo amore, per essere vero, dev’essere senza infiltrazioni di egoi­smi, di tornaconti, di sensualità.

5. Tale amore purissimo è la carità. La carità è l’amore di Dio per se stesso e l’amore del prossimo per amor di Dio.

L’amore del prossimo è simile all’amore di Dio perché Gesú, come l’anima dei corpo, è presente in tutti quelli che formano il suo Corpo Mi­stico: quindi in tutti i bambini, in tutti i poveri, in tutti gli ammalati, in tutti i bisognosi. Per questo egli dice: « Qualunque cosa avrete fatto al piú piccolo dei miei fratelli, l’avrete fatto a me » (Mt. 25, 40).

Per questo il cristiano che ama Gesú, sente un gran desiderio di amare tutti e fare del bene a tutti.

6. La carità è il comandamento nuovo, quello che forma e distingue il cristiano.

«Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate a vicenda: amatevi l’un l’altro come io ho amato voi. In questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni verso gli altri» (Gv. 13, 34-35) L’amore sia divino che umano è fatto alla stessa maniera.

Chi ama vuole stare sempre vicino alla persona amata, vuole parlare molto con la persona amata, vuole sempre ascoltare la persona amata, vuole addirittura divenire una cosa sola con essa. Cosí ha fatto Dio con noi; e cosí dobbiamo fare noi con Dio.

Per questo l’uomo che ama il Signore trova piacere a stare vicino a lui: nel trovarlo in Chiesa nell’Eucarestia, nell’ascoltare la sua parola, nel par­largli, ossia nel pregare, nel riceverlo per divenire con lui una cosa sola. E se questo piacere non ha e si annoia di ascoltare e leggere la parola del Si­gnore, di stare in Chiesa, di pregare, di fare la Comunione, è segno che non lo ama. Chi ama Gesú trova il mezzo per fare la Comunione; chi non lo ama trova le scuse per non farla.

Crescendo l’amore, cresce il desiderio ed il bisogno di stare con la per­sona amata.

Per questo chi cresce nell’amore di Dio sente il desiderio e il bisogno di pregare di piú, di fare piú spesso la Comunione.

Per questo i Santi pregano sempre e non sanno stare un giorno senza l’Eucarestia.

7. Ugualmente se un cristiano ama il prossimo, sa che ogni uomo gli è fratello, perché membro dello stesso Corpo Mistico.

Chi vive borghesemente, chiuso come in una torre d’avorio nella sua casa, nel suo circolo, nella sua villa, è segno che non ama Dio, né il prossi­mo. Chi ama, prega e dona, soccorre, partecipa agli altri quello che ha, il suo denaro e il suo amore di Dio, e ha le sue preferenze per i piccoli, per i poveri, per i sofferenti, per i lontani dalla Chiesa. Egli somiglia a quel padre arabo che, interrogato chi amasse di piú dei suoi tre figli, rispose: « Il piú piccolo finché cresce, l’ammalato finché guarisce, il lontano finché ri­torna ».

L’egoista non ha mai tempo per Dio e non ha mai denaro per il prossi­mo. Al contrario il perfetto discepolo di Cristo, non trova mai tempo per sé, né denaro da sciupare per sé. Anche qui chi ama il prossimo trova sem­pre il mezzo per fare la carità; chi non l’ama trova le scuse per non farla.

8. Tanti credono di amare Dio e di amare il prossimo, ma in effetti sono solo degli egoisti, giacché invece di servire Dio si servono di Dio: lo prega­no solo quando hanno bisogno e fin quando Dio li ascolta e asseconda i loro desideri.

Ugualmente costoro servono gli uomini e la Chiesa solo finché ci tro­vano il proprio tornaconto.

Solo chi ama Dio riesce ad amare e servire gli uomini senza guadagnar­ci nulla, anzi perdendoci tempo, denaro, fatica e senza stancarsi mai. Tan­ti altri credono di amare Dio al di sopra di tutte le cose, e invece lo amano al di sotto di tutte le cose. Infatti pregano, vanno a Messa quando hanno tempo…

Costoro non hanno mai soldi per i poveri. Non si interessano dei ao mi­lioni di lebbrosi senza cura per Mancanza di mezzi; nè dei 40 milioni di persone che ogni anno muoiono di fame.

9. Quello poi che è tanto difficile, è mantenere l’equilibrio tra l’amore di Dio e l’amore del prossimo.

I cristiani sono continuamente tentati a scivolare, sbandando a destra o a sinistra, ossia sono tentati di amare Dio trascurando gli uomini, o di amare gli uomini trascurando Dio.

Cosí ci sono cristiani che raccomandano solo la conversione a Dio e ba­dano solo alla preghiera e al culto di Dio, come facevano i farisei ai quali Gesú rimproverava di osservare anche le minime tradizioni, arrivando a trascurare persino il padre e la madre (Mc. 7, 9).

E ci sono i cristiani che raccomandano solo la conversione agli uomini, e badano solo alle rivendicazioni sociali e alle opere di promozione umana.

10. Moltissimi credono che l’amore consista in un sentimento o moto interno: è vero che dall’interno, ossia dall’animo, parte l’amore; ma l’amore che non si estrinseca nelle opere è un’illusione.

Chi dice di amare Dio e non lo prega, non osserva la sua legge, non fre­quenta la Chiesa, è bugiardo; ed è ugualmente bugiardo chi dice di amare il prossimo e non fa opere di carità.

Per questo dice S. Giacomo che la fede senza le opere è morta (Gv. 2,15). Il termometro dell’amore di Dio, è l’amore del prossimo. Chi ama poco Dio, pensa di fare molto se dice qualche preghiera e se regala qualche mille lire al povero; chi lo ama molto, prega molto e finisce per sacrificare il caffè, le sigarette, l’acquisto di un vestito, di una macchina non necessa­ria, della casa al mare, per dare il denaro corrispettivo ai poveri.

Chi infine ha un amore grandissimo a Dio, dona tutte le cose sue e tut­to se stesso a Dio, per aiutare i poveri e per salvare le anime, obbedendo al comando di Gesú: « Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che hai e dal­lo ai poveri, vieni e seguimi » (Mt. 19, 21).

11. I pericoli dell’amore al prossimo sono:

1) pensare solo ai loro bisogni materiali; pensare solo ai loro bisogni spirituali.

Bisogna amare tutto l’uomo, anima e corpo: aiutarlo materialmente e spiritualmente. Il discepolo di Gesú vuole il bene di tutti e fa del bene a tutti, come il maestro, perché tutti hanno un qualche bisogno: quello ha bisogno del pane; quell’altro della pigione della casa; quello ha bisogno di sfogarsi; quell’altro ha bisogno di un conforto; uno ha bisogno di un po’ di compagnia, un altro di rivolgergli la parola; quello della fede, quell’altro di un sorriso. Molti arrivano a dare un pane ad un affamato, ma non pensano mai di dare un buon libro a un lontano o ad un incredu­lo per salvarlo dall’inferno.

Il vero cristiano cerca di dare a ognuno quello di cui ha bisogno e vive facendo, anche con gravi sacrifici, del bene a quanti avvicina.

2) pensare solo ai lontani; pensare solo ai vicini. Chi ama, ama tutti, come il sole che illumina tutti.

II cattolico che non ama tutti gli uomini, non è cattolico, perché cattoli­co significa universale.

Per questo il vero cristiano è premuroso con tutti, sorridente, affettuo­so, servizievole con i familiari, con i compagni di scuola, di lavoro, di viag­gio, d’attesa; con quelli che incontra e con quelli che ha incontrato… ; «Si fa, come S. Paolo, tutto a tutti per salvare tutti » (1 Cor. 9, 22).

Il cristiano cresce, vale, è premiato, per quanto ama.

3) La divisione degli uomini in classi.

La divisione degli uomini in base alla loro casta, ai loro beni, alla loro cultura, alla loro razza, ai loro partiti, è fatta da pagani o dai peccatori. Per l’uomo nuovo, cioè per il cristiano, dice S. Paolo «non vi è piú né greco, né giudeo, né circonciso, né incirconciso, né barbaro, né scita, né schiavo, né libero, ma soltanto Cristo, che è tutto in tutti » (Col. 3, ll). Per questo egli aggiunge: « Rivestitevi, dunque, come eletti di Dio, san­ti ed amati, di viscere di misericordia, di bontà, di umiltà, di dolcezza, di pazienza. Sopportatevi a vicenda; e se qualcuno ha di che lagnarsi di un altro, perdonatevi scambievolmente: come vi ha perdonato il Signore, cosí fate voi. Ma soprattutto rivestitevi di carità, che è il vincolo della per­fezione. Regni nei vostri cuori la pace di Cristo, alla quale siete stati chia­mati in un solo corpo. Mostratevi riconoscenti » (Col. 3, 12-15).

Gesú quindi ci ha chiamati ad essere piú che una famiglia; una cosa so­lo, un sol corpo con lui.

Ora in una semplice e buona famiglia, il sano serve l’ammalato; chi la­vora mantiene il disoccupato; chi è colto sta bene con chi è ignorante; nessuno si sente superiore agli altri, nessuno odia gli altri; tutti si voglio­no bene, ognuno serve gli altri.

I cristiani che non fanno altrettanto, non sono buoni cristiani. L’odio è l’antitesi del cristianesimo. Per il cristiano non è possibile odiare nessuno, neanche i peccatori; bisogna odiare il peccato, ma amare i peccatori; non possiamo odiare una classe, neanche i nostri nemici e chi ci fa male: « Amate i vostri nemici, ha detto Gesú, fate del bene a coloro che vi fanno del male» (Mt. 5, 44).

Quando poi l’odio viene istituzionalizzato (odio di classe), diventa il peggiore nemico del Cristianesimo.

Per distruggere la Chiesa basta seminare l’odio. Dove c’è odio, non c’è salvezza.

12. Per salvarsi non basta non odiare; bisogna amare.

Dove c’è Cristianesimo autentico, non sono possibili le divisioni in classi e nei blocchi che oggi dividono il mondo.

In un mondo cristiano le classi non sono viste in contesa, ma in colla­borazione tra loro, come gli organi di un corpo destinati a realizzare la sa­lute e il benessere del corpo, ossia di tutti gli uomini.

« Per questo, dice Bardieaev, il comunismo non poteva sorgere in una nazione pagana (perché vi mancano le istanze cristiane di libertà, di fra­ternità e di uguaglianza); né in una nazione veramente cristiana (perché vi mancano le forti sperequazioni); ma poteva sorgere in una nazione cri­stiana scristianizzata, quale era la Russia ».

Le divisioni esasperate dagli egoismi e dalle passioni umane portano alle guerre civili e tra gli stati.

Un corpo i cui organi non operano in collaborazione, ma in contesa tra loro, muore. Cosí sta per morire il mondo oggi.

Dopo il fallimento economico e politico del capitalismo e del comuni­smo, e dopo il caos prodotto dalle guerre civili e internazionali, ci sarà una sola speranza a cui si aggrapperanno gli uomini: il ritorno al Cristia­nesimo, all’amore cristiano e alla collaborazione di tutti, per ricostruire dalle rovine un mondo nuovo, piú giusto, piú umano.

13. Tale amore, però, se non si traduce in fatti, è un’illusione. I ricchi debbono far molto di piú che la semplice elemosina ai poveri: debbono amarli, partecipare ad essi le loro ricchezze e fare ogni sforzo per toglierli dal bisogno; i poveri non devono odiare i ricchi, ma pregare perché si convertano e si salvino.

La conversione del ricco, perché sia vera e lo metta in condizione di sal­varsi, deve portarlo ad aprire il portafoglio ai poveri. Questo discorso può sembrare duro. È per questo che Gesú disse: « È piú facile che un cammello entri per la cruna d’un ago anziché un ricco entri nel regno dei cieli» (Mt. 19, 24).

Senza carità non c’è salvezza: non c’è per il povero che odia il ricco; né per il ricco che non si cura del povero; non per il ricco che non ha pietà del povero e lo lascia morire di fame; né per il povero che non ha pietà del ric­co e lo lascia andare all’inferno.

14. I beni della terra Dio li ha creati per tutti gli uomini e vuol che basti­no per tutti gli uomini.

Non è cristiano e neppure umano che ci sia chi guazza nelle ricchezze e chi muore di fame.

Tuttavia non possiamo impedire che ci siano ricchi e poveri, come di­mostra la Russia dopo 6o anni di comunismo.

Noi cristiani dobbiamo volere che i beni della terra non si ammassino nelle mani di pochi, ma vengano piú equamente distribuiti fra tutti. Chi lavora in tal senso fa opera cristiana. Chi, però, esasperando le ri­vendicazioni, polarizza tutta l’attenzione dei lavoratori sui beni terreni e nella lotta di classe e fa dimenticare il cielo e il Vangelo che ce lo apre, fa opera diabolica.

È estremamente interessante quanto fu detto, nel congresso di Puebla in Messico, nel 1979 al quale furono presenti Giovanni Paolo II e oltre mil­le inviati speciali dei maggiori giornali del mondo occidentale.

Tanto i Vescovi, quanto i delegati delle comunità di base di tutta l’America Latina dissero di essere progressisti, di volere le riforme sociali che dividano la ricchezza, rispettino la libertà e la dignità della persona umana, tolgano ogni uomo dalla miseria e dal bisogno; ma aggiunsero di non essere marxisti ma cristiani, e di volere, oltre al bene materiale dell’uomo, il suo bene spirituale, e quindi la sua evangelizzazione e la sua eterna salvezza.

Giovanni Paolo II, dopo aver illustrato l’azione e il compito della Chie­sa per la promozione umana dei poveri, ricordò che il primo compito del­la Chiesa è la salvezza eterna degli uomini, e ammoni i sacerdoti e i reli­giosi a essere annunciatori del Vangelo della salvezza, non agenti sinda­cali.

15. Non dobbiamo però limitarci a far fare agli altri la giustizia e la cari­tà, ma dobbiamo farle innanzi tutto noi, pagando e trattando bene i di­pendenti, se ne abbiamo, e donando parte dei nostri beni ai poveri. Dio nel Vecchio Testamento aveva ordinato a tutti di dare il 10% dei loro beni per il culto e per i poveri; né mai questa legge è stata abolita. I primi cri­stiani davano molto di piú.

Abbiamo il dovere grave di pensare per primo ai bisognosi vicini e con­temporaneamente agli affamati, ai lebbrosi, ai bisognosi lontani, perché in ognuno di loro è Gesú che soffre. Non possiamo fare sprechi, né conti-

nuare ad ammassare soldi quando ci sono 40 milioni di persone che ogni anno muoiono per la fame o per le malattie causate dalla fame e 20 milio­ni di lebbrosi che imputridiscono vivi e muoiono per mancanza di cure.

Ricordiamo le parole di Gesú nel giudizio: « Andate, maledetti all’infer­no perché ebbi fame e non mi avete dato da mangiare, ebbi sete e non mi deste da bere; fui pellegrino e non mi albergaste; nudo e non mi rivestiste; infermo e carcerato e non mi visitaste » (Mt. 25, 42-43).

16. Saremo giudicati sull’amore.

Il Vangelo ci dice che dopo la morte saremo giudicati e che il giudizio sarà sull’amore che abbiamo avuto verso gli altri.

Il motivo è evidente. Gesú è venuto per formare, con tutti gli uomini, l’unità perfettissima del Corpo Mistico. Tale unità si costruisce con l’amo­re, si ostacola con la mancanza di amore.

Coloro che amano il prossimo, contribuiscono all’opera di Gesú per la felicità di tutti gli uomini e Gesú li premierà; coloro che non amano il prossimo, ostacolano l’opera di Gesú per la felicità degli uomini e Gesti li castigherà.

Questa verità rivelata ha una conferma singolare nell’opera di Ray­mond Moody.

Il Moody è un medico che si è dedicato ad intervistare centinaia di morti rianimati, con la tecnica recente della rianimazione in uso negli ospedali piú attrezzati. È impressionante il fatto che tutti gli hanno detto di essere morti, di essersi distaccati dal loro corpo, di aver visto prima il loro cadavere e poi un mondo di luce; di non aver avuto il giudizio finale, ma una specie di pre-giudizio; di aver visto in un colpo d’occhio, come in un flash, tutta la loro vita, minutamente in tutti i particolari, con le loro responsabilità e con particolare riferimento all’amore portato o no agli al­tri; di essere tornati con un grande disiderio di fare del bene; di essere or­mai sicuri dell’immortalità dell’anima.

Citiamo solo tre dei casi riportati dal Moody nel suo libro, « La vita oltre la vita» (Mondadori).

Un uomo gli disse che, appena morto, gli era stato chiesto se avesse fat­to quello che aveva fatto perché amava gli altri, se il movente delle sue azioni era stato l’amore.

Una donna gli disse: « Prima uscii dal corpo; ero al di sopra dell’edificio e vedevo il mio corpo. Quindi divenni consapevole della luce, luce e nul­l’altro attorno a me. Poi vi fu come uno spettacolo: ogni momento della mia vita mi passò davanti, perché lo esaminassi in un certo senso. Prova­vo un’intensa vergogna per molte cose, perché sembrava avessi ora una consapevolezza diversa, sembrava che la luce mi mostrasse che cosa ave­vo fatto di male. Era tutto molto reale.

Sembrava che quel «flashback», quel ricordo, o qualsiasi cosa fosse, avesse come scopo principale di stabilire lo scopo della mia vita. Sembra-

va vi fosse come un giudizio; poi di colpo la luce divenne più opaca e vi fu una conversazione, non con parole, ma con pensieri. Quando vedevo qualcosa, sperimentavo un evento passato, era come se lo vedessi attra­verso occhi, che (penso si possa dire cosa avevano una conoscenza onni­potente e mi guardavano, mi aiutavano a vedere.

È questo il momento che piú mi è rimasto impresso, perché mi mostra­va non soltanto quello che avevo fatto, ma anche come quel che avevo fatto aveva influito sugli altri. E non era come se guardassi immagini proiettate su uno schermo, perché sentivo tutte quelle cose e in modo particolare; ho scoperto che neppurre i pensieri vanno perduti … Ogni mio pensiero era presente … I pensieri non vanno perduti »…

Un altro gli disse: « Non ho parlato a nessuno della mia esperienza, ma quando me ne sono tornato avevo il desiderio ardente, di fare qualcosa per gli altri … Provavo tanta vergogna per tutte le cose che avevo o non avevo fatto, in vita mia. Sentivo di dover fare qualcosa, che non era possi­bile rimandare.

Quando sono tornato ho deciso che era meglio cambiare. Provavo molto pentimento. Non ero soddisfatto della vita che avevo condotto si­no allora, per questo volevo cominciare a far meglio».

17. Se il Signore ci portasse in paradiso cosí come siamo qui in terra, il paradiso diverrebbe un’edizione peggiorata dell’attuale nostra vita terre­na, piena di vizi, di litigi, di sofferenze di ogni genere.

Per rendere il paradiso il regno dell’amore e della felicità il Signore get­ta nella pattumiera, ossia nell’inferno, i peccatori induriti e inguaribili, e manda i peccatori guaribili, ossia pentiti, nel suo ospedale, il purgatorio, ove li purifica da tutte le loro scorie: dalla superbia, dall’avarizia e grettez­za, dalla lussuria, dall’irascibilità, dalla gelosia…

Ciascuno dev’essere perfettamente amabile e pieno d’amore, in grado di aumentare con la sua compagnia la felicità degli altri. Quindi noi potre­mo andare in paradiso soltanto se siamo stati o siamo divenuti, dopo con­vertiti, amabili, senza difetti, pieni di amore per tutti; o dopo che saremo divenuti tali tra le purificatrici sofferenze del purgatorio. Dio nella Bibbia parla ripetutamente di questo luogo di purificazione che noi chiamiamo purgatorio (2 Mac. 12, 32; Mt. 5, 26; Mt. 12, 36; 1 Cor. 3, 15).

Come un direttore d’orchestra tiene nel suo complesso soltanto suo­natori che sanno eseguire, in perfetto accordo con tutti gli altri, i concerti e non tiene per pietà suonatori che stonano, per non guastare l’esecuzio­ne dell’opera e la felicità del pubblico; cosí Dio non può ricevere in para­diso quelli che non amano e non vanno d’accordo con tutti gli altri, altri­menti guasterebbe la felicità degli eletti.

Questo è il senso della preghiera di Gesú per tutti i suoi discepoli: « Che siano consumati in uno » (Gv. 17, 23).

Divenuti tutti gli eletti una cosa sola, quasi fusi in uno dall’amore perfetto, saremo immersi nella visione beatifica di Dio. E come ogni suonato­re d’orchestra, prima di mettersi a suonare, raccorda il suo strumento, per essere in armonia con gli altri; cosí ogni uomo, prima di andare in paradi­so deve mettersi in armonia con tutti gli uomini, deve andare d’accordo con tutti, eccetto che nel peccato.

Chi non raggiunge in terra questo amore e questo accordo con tutti, dovrà raggiungerlo con immenso dolore nel purgatorio.

Il paradiso è il regno dell’amore perfettissimo, e per questo, della felicità.

CAP. IX – IL DIVINO PROGRAMMATORE

1. Contro l’esistenza di Dio e soprattutto contro la rivelazione cristiana del Dio-Amore, l’uomo del popolo ripete l’obiezione di Kastler, premio Nobel per la fisica.

Egli, pur dichiarandosi ateo, dice: «Alla concezione che l’evoluzione sia dovuta esclusivamente a una successione di micro-eventi, a mutazio­ni ciascuna delle quali sopraggiunge in modo casuale, si oppongono il tempo e l’aritmetica. Per estrarre da una roulette passo per passo, sottou­nità per sottounità, ognuna delle quasi centomila catene proteiche che possono costituire il corpo di un mammifero, è necessario un tempo che supera di gran lunga la durata attribuita al sistema solare. Per non parlare di finalità, si inventa la parola teleonomia. Monod è costretto ad accettare l’esistenza di una teleonomia, cioè di un progetto, di un programma svol­to dall’evoluzione degli esseri viventi.

Vorrei usare una parabola. Supponiamo che nel corso di uno dei pros­simi voli lunari venga esplorata la faccia sconosciuta della Luna, cioè quella che ci è opposta e che non vediamo mai, ma che gli astronauti pos­sono raggiungere. Fino ad oggi, essi sono sempre atterrati sulla parte visi­bile dalla Terra, perché le comunicazioni via radio rimangano possibili, mentre non lo sono piú quando ci si trova sull’altra faccia.

Supponiamo che essi abbiano la sorpresa di scoprire una fabbrica auto­matica che produce alluminio: esistono attualmente sulla Terra fabbri­che completamente automatiche. Essi vedrebbero da un lato delle pale che scavano il suolo e raccolgono l’alluminio; dall’altro le barre di allumi­nio che ne escono. Essi vi troverebbero apparecchiature tipiche della fisi­ca, processi di elettrolisi poiché l’alluminio viene prodotto mediante elet­trolisi di una soluzione di allumina nella criolite. In altre parole, dopo aver esaminato questa fabbrica, essi constaterebbero solo il verificarsi di normali fenomeni fisici perfettamente spiegabili con le leggi della casua­lità. Essi ne dovrebbero forse concludere che il caso ha creato tale fabbri­ca, oppure che degli esseri intelligenti sono discesi sulla Luna prima di es­si e l’hanno costruita?

Ambedue queste possibilità di spiegazione sono reali. Ma pongo la do­manda: sarebbe logico ritenere che il caso ha unito le molecole in modo da creare siffatta fabbrica automatica? Nessuno accetterebbe quest’inter­pretazione. Ebbene, in un essere vivente troviamo un sistema infinita­mente piú complesso di una fabbrica automatica. Voler ammettere che il caso ha creato tale essere mi sembra assurdo. Se esiste un programma, non posso ammettere programma senza programmatore: del quale però non voglio costruirmi un’immagine».

Pertanto, piú che ateo, egli conclude di essere agnostico. Per questo non accetta l’immagine-rivelazione del Dio-Amore e aggiunge: « Dio non è amore perché esiste la morte. La vita degli uni sulla terra come sul mare è fondata sulla morte degli altri.

Gli animali mangiano le erbe e si mangiano tra loro, il pesce grosso mangia il pesce piccolo, gli uomini mangiano tutto e si sbranano tra loro » (Chabanis – Dio esiste? No – Mondadori).

La presenza del dolore e del male nella terra è cosí universale da sem­brare costitutiva della natura, al punto che un altro scienziato francese, Jean Rostand, dice: « Non mi disturba la presenza del male, ma i piccoli lampi di bontà, questi lampi di pietà costituiscono per me un grande pro­blèma ».

Per tale motivo il Rostand aggiunge: « Se vi limitate a porre Dio al pun­to di partenza non ho niente da obiettare e forse, dopo tutto, avete ragio­ne. Quello che non tollero è che mi facciate intervenire Dio nello sviluppo della catena causale, perché allora non è piú possibile fare della scienza ».

In altre parole, sia uomini del popolo che scienziati, non hanno diffi­coltà ad ammettere l’esistenza di un Dio creatore; ma non ammettono che questo Dio sia Amore e Provvidenza a causa della presenza del dolore e della morte nel mondo e della intoccabilità delle leggi della natura.

A costoro noi diciamo: Se Dio non vede i bisogni dell’uomo non è onni­sciente. Se Dio non può provvedere perché le leggi che ha fatto sono su­periori a lui, non è onnipotente.

Se Dio vede, ma non vuole provvedere, non è buono.

In altri termini se Dio non vede o non può o non vuole provvedere, non esiste.

Ma allora come si spiega questa presenza universale del male e del do­lore sulla terra?

a. Per vedere se esiste la Provvidenza dobbiamo vedere qual è il dise­gno di Dio nel creare il mondo; cosí come, per giudicare se un progetto è buono, bisogna vedere a che cosa deve servire.

Ad esempio, altro è il progetto di un condominio, altro è quello di un supermercato, altro il progetto di un’astronave che deve orbitare attorno alla terra, altro quello di un’astronave che deve andare sulla Luna o su Marte. Dio cosa si è prefisso di ottenere creando questa terra con i suoi abitanti?

Si è prefisso di farci orbitare sulla terra, ossia di far chiudere la nostra vicenda nella vita presente sulla terra, o di farci extraorbitare da questa terra oltre questa vita?

La domanda può sembrare di poca importanza, ma è essenziale perché solo dalla conoscenza della risposta possiamo giudicare se il progetto di Dio è buono o cattivo.

Ma come possiamo sapere cosa si è prefisso Dio, se Dio stesso non parla e non ce lo dice?

Nei capitoli precedenti abbiamo visto qual è il progetto di Dio e come Dio ce lo ha garantito.

A chi non crede all’esistenza di Dio e alla sua parola contenuta nella Bibbia, è impossibile conoscere, tanto meno capire, una risposta al pro­blema del male e del dolore.

A costui, se non basta questo libro, non resta che studiare su testi piú completi per arrivare a conoscere la divinità di Cristo e a credere alla Bibbia. A volte ci sembra che, se avessimo l’onnipotenza di Dio, questo mondo noi l’avremmo disposto meglio di com’è, avremmo fatto soffrire meno gli uomini e li avremmo resi piú felici.

Forse ci saremmo riusciti.

Tuttavia se la nostra vita avesse dovuto chiudersi in questa esistenza terrena, Dio ci sarebbe riuscito immensamente meglio di noi, perché infi­nitamente piú sapiente e piú buono di noi.

Però per fare raggiungere la massima perfezione ai santi e per salvare il maggior numero possibile di uomini, nessuno avrebbe potuto disporre questo progetto meglio di come lo ha disposto lui.

Cosí come stanno le cose, con questa libertà e questo cattivo uso della libertà, con la presenza perturbatrice dei demoni, se avessimo dovuto di­sporre noi il mondo, avremmo rovinato tutto.

3. S. Paolo nella lettera agli Efesini espone il progetto di Dio: « Benedet­to sia Dio e Padre del Signor nostro Gesú Cristo, il quale ci ha benedetti in Cristo dall’alto dei cieli con ogni specie di benedizioni spirituali, cosí co­me in lui ci aveva eletti prima della creazione del mondo, affinché fossi­mo santi e immacolati dinanzi a lui per la carità. Egli ci ha predestinati ad essere figli adottivi per mezzo di Gesú Cristo, secondo il beneplacito del suo volere, a lode della gloria della sua grazia, di cui ci ha favoriti nel suo Figlio diletto.

In lui abbiamo la redenzione per mezzo del suo sangue, la remissione dei peccati, secondo la ricchezza della sua grazia, che Dio ha effuso in ab­bondanza su di noi, con ogni sapienza e prudenza, facendoci conoscere il mistero della propria volontà che, a suo beneplacito, egli aveva prestabili­to in se stesso, e che doveva compiersi nella pienezza dei tempi: riunire tutte le cose, quelle dei cieli e quelle della terra, sotto un unico capo, Cri­sto. In lui noi pure siamo stati costituiti eredi, predestinati per disposizio­ne di colui che tutto opera secondo il consiglio del suo volere, affinché fossimo strumenti di lode della sua gloria, noi che abbiamo sperato in Cristo per primi » (1, 3-12).

E nella lettera ai Romani rivela l’origine della morte. «Pertanto, come per la colpa di un uomo solo il peccato entrò nel mondo, e a causa del pec­cato la morte, e cosí la morte si è estesa a tutti gli uomini, perché tutti han­no peccato » (5, 12).

Se Dio voleva fare l’uomo diverso dalle scimmie e dagli ominidi e simi­le a sé, non gli restava che dargli la libertà. Se voleva dargli la libertà dove­va sopportare che l’uomo ne facesse anche un cattivo uso.

4. Il male è venuto nel mondo per questo cattivo uso della libertà. Da tale cattivo uso della libertà traggono origine i sette vizi capitali, causa di tutti i mali della terra.

Non fu un capriccio di Dio la creazione di questo mondo cosí com’è, con tutte le sue gioie e tutti i suoi dolori, se egli stesso, facendosi uomo, non volle gustare le gioie degli uomini, ma provare soltanto i dolori e tut­ti i dolori che gli uomini cattivi vollero infliggergli.

Nessuno si fa mettere in croce per capriccio. E Gesú nell’orto di Getse­mani, con lacrime e gemiti, supplicò il Padre di risparmiargli la crocifis­sione; ma, vedendone l’impossibilità, si rassegnò a subirla.

Se Dio avesse potuto fare a meno del dolore nel mondo, volentieri ne avrebbe fatto a meno per risparmiare il suo dilettissimo figlio.

E quando i discepoli di Emmaus se ne andavano tristi ricordando la spaventosa passione e morte di Cristo, egli ricordò tutte le profezie che lo riguardavano e concluse: « Bisognava che il Cristo patisse per poter entra­re nella sua gloria » (Lc. 24, 26).

Lí è il nocciolo del mistero.

5. Dio ha creato l’uomo con aspirazioni infinite: – con il desiderio di conoscere tutto l’universo e tutti i suoi misteri; – con il desiderio di pos­sedere tutto ciò che c’è di bello e buono; – con il desiderio di vivere sem­pre e di restare sempre giovane; – con il desiderio di non vedere nessuno soffrire e morire. Ma allora perché il dolore e la morte?

La risposta ce la dà ancora S. Paolo: « Stimo che le sofferenze del tempo presente non possono essere paragonate alla gloria futura che si rivelerà in noi. Poiché la creazione attende con gran desiderio la manifestazione dei figli di Dio. La creazione infatti, fu sottoposta alla vanità, non di sua volontà, ma a causa di colui che ve la sottopose, con la speranza che la creazione stessa un giorno sarà liberata dalla servitú della corruzione, per aver parte alla libertà della gloria dei figli di Dio.

Sappiamo, infatti, che fino ad ora la creazione tutta geme e soffre le do­glie del parto; anzi, non solo essa, ma anche noi, che abbiamo le primizie dello Spirito, noi pure gemiamo in noi stessi, in attesa dell’adozione, del riscatto del nostro corpo. In speranza, infatti, noi siamo stati salvati. Or, la speranza che si vede, non è piú speranza; difatti, chi spera ciò che vede?

Ma se noi speriamo ciò che non vediamo, è per mezzo della pazienza che l’aspettiamo » (Rom. 8, 18-25).

Quindi la nostra fine non è la morte, ma la resurrezione; e il segno della nostra fine è la resurrezione di Cristo.

Difatti S. Paolo aggiunge: « Or se si predica che Cristo è risuscitato da morte, come mai alcuni di voi dicono che non esiste la resurrezione dei morti? Se non vi è resurrezione dei morti, nemmeno Cristo è risorto. Ora, se Cristo non è risorto, è vana la nostra predicazione e vana pure la vostra fede. Anzi, diventerebbe manifesto che noi saremmo falsi testimoni di Dio, perché per Dio abbiamo testimoniato che egli ha resuscitato Cristo, mentre non l’avrebbe resuscitato, se i morti non risorgono; perché se i morti non risorgono, neppure Cristo è risorto. Se Cristo poi non è risorto, la vostra fede è vana; voi siete ancora nei vostri peccati. E quindi anche quelli che si sono addormentati in Cristo sono perduti. Se noi riponiamo la nostra speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo i piú miserabili di tutti gli uomini.

Ma ecco che Cristo è risorto dai morti, primizia di quelli che dormono. Poiché, infatti, a causa d’un uomo è venuta la morte, cosí pure in virtú di un uomo c’è la resurrezione dei morti. E come tutti muoiono in Adamo, cosí tutti saranno vivificati in Cristo. Ciascuno, però, nell’ordine proprio: come primizia Cristo, poi quelli che sono di Cristo, alla sua venuta. Quin­di la fine, quando egli riconsegnerà il regno a Dio, suo Padre, dopo aver distrutto ogni principato, dominazione e potenza. Perché è necessario che Cristo regni « fino a che non abbia messo sotto i suoi piedi tutti i ne­mici ».

L’ultimo nemico ad essere distrutto sarà la morte. Dio, infatti, « tutto ha posto sotto i piedi di lui ». Ma quando dice tutto gli è stato assoggettato, è chiaro che si deve eccettuare colui che gli ha assoggettato ogni cosa. E quando avrà assoggettato a lui tutte le cose, allora il Figlio stesso farà atto di sottomissione a colui che gli ha sottoposto ogni cosa, affinché Dio sia tutto in tutti » (I Cor. 15, 12-28).

6. « Qualcuno domanderà: Come risuscitano i morti? Con quale corpo ritorneranno? Stolto! Quello che tu semini non germina, se prima non muore; quello che tu semini non è il corpo che deve nascere, ma un nudo granello come, ad esempio, un chicco di grano o di qualunque altra se­menza; Dio poi gli dà il corpo che vuole, a ciascun seme dà il corpo che gli conviene. Non ogni carne è la stessa carne; ma altra è la carne degli uomi­ni e altra quella degli animali domestici, altra quella degli uccelli e altra quella dei pesci. Come vi sono dei corpi celesti e dei corpi terrestri, ma al­tro è lo splendore dei corpi celesti, e altro quello dei corpi terrestri. Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna e altro lo splendore del­le stelle: anzi, una stella differisce in splendore da un’altra. Cosí pure sarà della resurrezione dei corpi. Si semina il corpo corruttibile e risorge incorruttibile; si semina spregevole e risorge glorioso; si semina debole e risor­ge potente; si semina corpo materiale e risorge corpo spirituale » (I Cor.15, 35-44)

E finisce con l’inno della vittoria.

« Ecco, vi svelo un mistero: noi non morremo tutti, ma tutti saremo tra­sformati, in un attimo, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba. Squillerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorruttibili e noi sare­mo trasfomati. Perché è necessario che questo corpo corruttibile si rivesta d’incorruzione e che il nostro corpo mortale si rivesta di immortalità.

Quando questo corpo corruttibile avrà rivestito l’incorruzione e que­sto corpo mortale avrà rivestito l’immortalità, allora avrà compimento la parola che fu scritta: la morte è stata assorbita nella vittoria. O morte dov’è la tua vittoria? O morte, dov’è il tuo pungiglione? Il pungiglione della morte è il peccato, e la forza del peccato è la legge. Ma sia ringraziato Iddio, che ci dà la vittoria mediante il Signor nostro Gesú Cristo! Perciò, o miei fratelli diletti, mantenetevi fermi, incrollabili, e progredite sempre nell’opera del Signore, sapendo che il vostro lavoro nel Signore non è va­no » (I Cor. 15, 51-58).

Con la resurrezione entreremo nel possesso di tutti i beni che deside­riamo e di moltissimi altri ancora che non riusciamo a desiderare, perché per ora non possiamo comprendere.

« Occhio umano non ha visto, dice S. Paolo che ancora vivente ebbe il privilegio di vedere il paradiso, orecchio umano non ha sentito, né mai cuore d’uomo ha potuto desiderare quello che Dio ha preparato a quelli che lo amano » (1 Cor. 2, 9).

7. Adesso possiamo dare una risposta al problema del dolore e della morte. Dice S. Paolo: « Tutto appartiene a voi, e Paolo, e Apollo, e Pietro, e il mondo, e la vita, e la morte, e le cose presenti e le future, tutto è vostro, ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio » (I Cor. 3, 22-23).

Dio ha creato i vegetali e gli animali perché servissero all’uomo: senza di essi infatti l’uomo non potrebbe vivere.

Ha creato i carnivori perché gli erbivori non finissero per divorare tutti i vegetali e finissero cosí per morire tutti i viventi.

Ha creato questo corpo soggetto al logoramento, all’invecchiamento e alla morte, perché ci preparassimo alla vita eterna.

Ha messo nella vita tante gioie e tanti piaceri perché la vita ci fosse pia­cevole e fossimo desiderosi di vivere sempre.

Ha messo l’istinto della fame perché lavorassimo per procurarci il cibo e cooperassimo con lui nell’opera della creazione.

Ha messo l’istinto sessuale perché cooperassimo con lui nella genera­zione di altri uomini che dovranno completare il numero degli eletti, os­sia il Corpo Mistico di Cristo; e quando l’uomo si serve degli istinti messigli da Dio, non per distorcere i fini assegnati a essi da Dio, ma per attuarli, è da lui benedetto in terra e premiato in paradiso; ma solo allora. Ha messo il dolore perché ci stancassimo e ci staccassimo da questo mondo e desiderassimo il paradiso.

Senza del dolore pochissimi si sarebbero salvati, perché pochissimi si sarebbero senza di esso convertiti a Dio.

Agli innocenti che muoiono, sia piccoli che grandi, per i flagelli della natura e degli uomini, Dio non fa alcun torto, perché è come se un ricco togliesse a un uomo una lira per dargli in cambio un miliardo: ora quello che Dio dona ad essi con la morte, vale infinitamente di piú; è il paradiso.

Certamente una risposta esauriente al problema del male e al proble­ma del dolore nessuno può darla. Resta il mistero della iniquità (2 TeSS. 2, 7) e la potenza della croce di cui parla S. Paolo: « II linguaggio della croce è follia per quelli che si perdono, ma per noi che ci salviamo, è potenza di Dio » (1 Cor. 1, 18).

Ma già Gesú aveva profetizzato che si sarebbero salvati solo quelli che non si sarebbero scandalizzati di lui, cioè della passione che egli avrebbe patito, e che quindi avrebbero accettato il dolore del mondo e il loro dolo­re (Mt. 11, 6).

8. Qualcuno potrebbe obiettare: «Il Cristianesimo resta allora la reli­gione del dolore?»

Paradossalmente il Cristianesimo è invece la religione della gioia. Gesú promette ai suoi discepoli: « Fino ad ora non avete chiesto nulla in nome mio; chiedete e otterrete, affinché la vostra gioia sia piena » (Gv. 16, 24).

S. Paolo raccomanda ai cristiani: « Siate sempre lieti nel Signore, lo ripe­to, siate lieti. La vostra letizia sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino. Non inquietatevi di nulla; ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vo­stre necessità con preghiere, con suppliche, con azioni di grazie. E la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesú.

Finalmente, fratelli, tutto ciò che è vero, puro, giusto, santo, amabile, tutto ciò che dà buona fama, che è virtuoso, degno di lode, sia oggetto dei vostri pensieri » (Fil. 4, 4-8).

A coloro però che non sanno godere entro l’ordine stabilito da Dio e con moderazione, solo il dolore può fare aprire gli occhi e convertirli a Dio.

Per essi il dolore è l’ultima misericordia di Dio; misericordia che Dio non usa ai peggiori.

9. Il Cristianesimo è la sola religione che dà una risposta al problema del dolore e nello stesso tempo combatte il dolore, combattendo il pecca­to, causa di tutti i mali e di tutti i dolori, e comandando ai suoi discepoli di lenire dappertutto i dolori umani.

Gesú stesso ne diede l’esempio: «percorreva tutte le città e i villaggi predicando il Vangelo e sanando ogni malattia e ogni infermità » (Mt. 9, 35), senza aspettare, per pietà verso gli ammalati, neppure che passasse il sabato, sfidando per questo l’indignazione dei farisei (Lc. 13, 14).

La stessa missione Gesú diede ai suoi discepoli « Guarite i malati, risu­scitate i morti, mondate i lebbrosi, scacciate i demoni: gratuitamente ave­te ricevuto, gratuitamente date » (Mt. 16, 8).

Anzi egli ha voluto identificarsi addirittura con tutti i sofferenti al pun­to che salverà soltanto coloro che li soccorrono, mentre condannerà tutti quelli che sono insensibili verso di essi.

« Quando verrà il Figlio dell’uomo nella sua maestà con tutti gli Angeli, si assiderà sul trono della sua gloria. E tutte le nazioni saranno radunate davanti a lui, ma egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri; e metterà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra.

Allora il re dirà a quelli che sono alla sua destra: venite, benedetti del Padre mio, prendete possesso del regno preparato per voi sin dalla crea­zione del mondo. Perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui pellegrino e mi accoglieste; ero nudo e mi rivestiste; in­fermo e mi visitaste; carcerato e veniste a trovarmi. Allora i giusti gli ri­sponderanno: Signore, quando mai ti vedemmo affamato e ti demmo ri­storo; assetato e ti demmo da bere? Quando ti vedemmo pellegrino e ti al­loggiammo, o nudo e ti rivestimmo? Quando ti vedemmo infermo o car­cerato e siam venuti a visitarti? E il re risponderà loro: in verità vi dico: ogni volta che avete fatto questo a uno dei piú piccoli di questi miei fra­telli, l’avete fatto a me.

Infine dirà anche a quelli che saranno alla sua sinistra: andate lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per gli angeli suoi. Perché ebbi fame e non mi deste da mangiare; ebbi sete e non mi de­ste da bere; fui pellegrino e non mi albergaste; nudo e non mi rivestiste; infermo e carcerato e non mi visitaste. Allora anche questi gli risponde­ranno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato, o assetato, o pelle­grino, o nudo, o infermo, o carcerato, e non t’abbiamo assistito?

Ma egli risponderà loro: in verità vi dico: ogni volta che non lo avete fatto ad uno di questi piú piccoli, non l’avete fatto a me. E costoro andran­no all’eterno supplizio, i giusti invece alla vita eterna» (Mt. 25, 31-46).

10. Il Cristianesimo è l’unica religione che lenisce e combatte le soffe­renze umane.

Ma, paradossalmente, la liberazione dal dolore viene attraverso il dolo­re; dopo la croce viene la resurrezione.

Attraverso la croce di Cristo è venuta la nostra salvezza; attraverso il sacrificio dei santi, dei giusti sofferenti e di tutti i discepoli di Cristo viene la liberazione dei sofferenti dal dolore, dei peccatori dall’inferno.

Giustamente dice Leon Bloy: « Nessuna grazia viene a un peccatore se un giusto non paga per lui ».

Ma a coloro ai quali dà il privilegio di soffrire per salvare gli altri, Dio parteciperà, in proporzione alle loro sofferenze, l’immensa gloria e l’im­mensa felicità che ha dato al suo Figlio.

Il Cristianesimo, sull’esempio di Gesú, vuol salvare tutto l’uomo: cor­po e anima.

Per questo ha istituito gli ospedali, gli orfanotrofi, i lebbrosari, gli isti­tuti per minorati, che nei paesi del 3° mondo sono le uniche opere umani­tarie esistenti e che gli stati civili solo da poco hanno copiato.

Nel nome di Cristo Madre Teresa in India e in tante altre parti del mon­do va aprendo centinaia di case per raccogliere gli affamati, i moribondi, i lebbrosi; mentre le « Helpers of Mary » nella stessa India vanno a curare i lebbrosi e a dormire nelle loro stesse catapecchie.

Per questo tanti sacerdoti, tante suore e anime consacrate, tanti missio­nari e tanti ottimi laici si stanno sacrificando per la salvezza dei propri fra­telli.

CAP. X – LA SINDONE

1. A questo secolo che porta l’insegna della scienza e dello scetticismo Gesú ha voluto parlare per bocca della scienza; ha voluto dare la prova scientifica della sua passione narrata dai Vangeli, dell’assoluta storicità dei Vangeli stessi e quindi della sua resurrezione e della sua divinità.

Tale prova è la santa Sindone, il lenzuolo dove fu avvolto Gesú, depo­sto nel sepolcro, nel quale restò impresso tutto il suo corpo martirizzato. Su tale lenzuolo un esercito di scienziati hanno fatto le piú accurate ricer­che.

Matteo cosí narra: «Venuta la sera giunse un uomo ricco di Arimatea, chiamato Giuseppe, il quale era diventato anche lui discepolo di Gesú. Egli andò da Pilato e gli chiese il corpo di Gesú. Allora Pilato ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe preso il corpo di Gesú, lo avvolse in un candido lenzuolo e lo depose nella sua tomba nuova, che si era fatta sca­vare nella roccia; rotolata poi una gran pietra sulla porta del sepolcro, se ne andò. Erano lí, davanti al sepolcro, Maria di Magdala e l’altra Maria» (Mt. 27, 57-61).

Gli altri evangelisti concordano, pur aggiungendo ognuno qualche particolare. Cosí Giovanni dice: « Vi andò anche Nicodemo, quello che in precedenza era andato da lui di notte, e portò una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre. Essi presero allora il corpo di Gesú, e lo avvolse­ro in bende, insieme con oli aromatici, come è usanza seppellire per i Giu­dei » (Gv. 19, 39-40)

Di questo lenzuolo, che in greco si dice Sindone, ne parlano: nel II seco­lo, il Vangelo apocrifo degli Ebrei, da cui spesso Origene attinge notizie; nel 340 S. Cirillo, vescovo di Gerusalemme che ricorda i testimoni della re­surrezione: la rupe rossa venata di bianco e la Sindone; nel 646 S. Braulio, vescovo di Saragozza, in una lettera; nel 650 il monaco Arculfo in una re­lazione del suo viaggio a Gerusalemme.

Per l’avanzata dei mussulmani la Sindone fu portata alla fine del VII se­colo, a Costantinopoli. Qui, nel 1353, la prese Goffredo di Charny e la portò a Lirey in Francia. Nel 1451 Margherita di Charny la portò a Chambery dal duca di Savoia. Nel 1578 S. Carlo Borromeo fece voto di andare da Milano a piedi a venerare la S. Sindone, per riconoscenza al Signore d’aver rispar­miato Milano dalla peste.

Il duca Emanuele Filiberto di Savoia, per risparmiargli la maggior parte della strada, portò la Sindone a Torino, dove poi decise di farla rimanere, e fece costruire per essa dal Guarini una bellissima cappella attigua al Duomo. Il prof. Max Frei, il famoso criminologo dello Stato svizzero, prelevan­do con speciali nastri adesivi il polline da alcune parti della Sindone, ha ri­levato che si tratta di polline di piante esistenti in Palestina, in Turchia, in Francia e in Italia; ed ha cosí fornito la prova scientifica della dimora della Sindone in tali luoghi.

L’agnostico Y. Delage, accademico di Francia, che scongiurava gli scienziati a studiare la Sindone « perché non resti esclusiva riserva dei cle­ricali», già nel 1902 diceva all’Accademia delle Scienze: «Se l’ipotesi che l’uomo della Sindone sia Gesú Cristo non ha una buona udienza presso certa gente, è perché molti credono che sia una questione religiosa, che fa velo al loro raziocinio. Se non si trattasse di Cristo, ma di Sargon, di Achil­le, di uno dei faraoni, nessuno avrebbe da eccepire. Io considero Cristo come un personaggio storico e non vedo perché certa gente abbia a spa­ventarsi cimentandosi con una traccia tangibile della sua esistenza ».

2. L’immagine di Gesú nella Sindone non è fatta da mano umana. Ciò è provato:

a) Dal fatto che essa è un perfetto negativo fotografico, come risulta da qualunque foto (la prima, che mise in moto tutta la scienza moderna, fu fatta dall’avv. Secondo Pia del 1898); ma soprattutto dalla foto tridimen­sionale recentemente eseguita dal prof. Giovanni Tamburelli, docente di comunicazioni elettriche dell’università di Torino col computer dello CSELT (Centro Studi e Laboratori di Telecomunicazioni del Gruppo IRI­Stet).

b) Dal colore del sangue giusta la localizzazione delle ferite: – piú chia­ro se proveniente dalle arterie; – piú scuro se proveniente dalle vene, co­me quello al centro della fronte; – piú scuro ancora se proveniente dal corpo morto: ferita del cuore.

La scoperta dei vari tipi di sangue fu fatta appena nel 1,593 dal medico italiano Andrea Cisalpino.

c) Dalla morfologia del decalco del sangue della Sindone.

La morfologia del sangue sulla Sindone ci documenta due tipi di san­gue: sangue vivo, sgorgato « intra vitam », caratterizzato dal tipico argine di fibrina ai margini e dalla parte chiara, plasmatica, al centro; e sangue « post-mortem », uscito dopo la morte, come quello della ferita del costato, caratterizzato dalla disposizione inversa: alone plasmatico in periferia, fi­brina al centro.

Il fenomeno della coagulazione e conseguente decalco su stoffa rispet­ta perfettamente la morfologia del sangue coagulato (per un processo chimico del sangue in cui il fibrinogeno forma un reticolo spugnoso di fi­brina che rammenda e ostruisce una ferita, impedendo l’ulteriore perdita di globuli rossi e provvedendo a raccoglierne di nuovi cosí da formare

una crosta) uscito infra-vitam e del sangue rappreso o disseccato all’aria, cioè il sangue dopo la morte.

Queste due caratteristiche morfologiche del sangue rivelano che le im­pronte sindoniche non sono opera di un falsario, il quale non poteva co­noscere, secoli fa, questo aspetto della coagulazione, né il processo fibri­nolitico che ha favorito il decalco della sostanza ematica sul tessuto in circa 36 ore di contatto col corpo, grazie all’azione emolitica dell’aloe e della mirra (Ricci).

3. Sull’origine delle impronte sindoniche ci sono varie ipotesi:

– La prima (del Vignon 1939): l’impronta è dovuta alla reazione dell’aloe e della mirra sul lenzuolo, con i vapori ammoniacali emessi dal cadavere, per l’evaporazione lenta e continuata di residui di sudore feb­brile e per il vapore acqueo dovuto alla naturale perdita di umidità del corpo dei defunti.

– La seconda (Baima, Bollone, Rodante, Ricci 1977): dato che non pote­va esserci nel cadavere tutta quell’urea necessaria a tale processo e tanto meno uniformemente depositata in tutte le sue parti, l’impronta sul len­zuolo si spiega con la semplice azione della miscela dell’aloe e della mirra sul cadavere con tracce ormai secche di sangue in ambiente umido. Il dott. Rodante ha cosí ottenuto delle impronte, ma meno perfette.

– La terza (Exteandia Carreiìo, Willis e altri 1977): l’impronta è dovuta ad una radiazione di energia prodotta da un flash di luce calda esplosa dal corpo di Cristo al momento della resurrezione.

Adducono come prova che il colore delle impronte è uguale a quello delle bruciature della Sindone avvenute nell’incendio del 1532 nella Cap­pella di Chambery dov’era conservata (Carreno Exteandia – La Sindone ultimo reporter – Ed. Paoline).

Il Willis aggiunge il fatto che le macchie di sangue non stanno come un rilievo sul tessuto, ma sono segnate a fuoco nel lenzuolo.

Forse la seconda e la terza ipotesi si integrano. Ci sembra che non si possa, né si debba escludere un particolare intervento di Dio, sia per la ni­tidezza di tali impronte sindoniche, sia per l’assenza di deformazioni do­vute alla sagomatura del lenzuolo sul cadavere.

Giustamente dice Attilio Vaudagnotti: « La dignità maestosa del volto sindonico, la sua mansuetudine pensosa, l’armonia dei tratti, e per di piú in totale contrasto con gli atroci tormenti che la Sindone rivela, non per­mettono di dare alla Sindone un autore umano e mostrano il Cristo domi­natore della morte

4. Reciproca prova.

La Sindone concorda con i Vangeli e ne fa vedere la verità: i Vangeli provano e spiegano l’autenticità della Sindone.

a) La Sindone mostra un corpo flagellato.

I flagellatori furono romani perché i colpi furono 121; se invece fossero stati ebrei avrebbero dato 40 colpi, quanti ne prescriveva la legge ebraica. I colpi sono dati in tutto il corpo e sono convergenti; provenienti da un flagellatore che sta a destra e da un altro che sta a sinistra. Ora i condan­nati alla crocifissione venivano condotti a dorso nudo al supplizio e fla­gellati lungo il percorso dai soldati; quindi i flagellatori colpivano caoti­camente.

Dal Vangelo: Dice Pilato alla folla: « Quest’uomo non ha fatto nulla che meriti la morte. Io dunque lo lascerò libero dopo averlo flagellato » (Lc. 23, 16).

Quindi i soldati di Pilato flagellarono Gesú fermo e legato a un cippo.

b) La Sindone mostra tumefazioni varie sul viso e in tutto il corpo e i segni di un casco di spine conficcato nel capo.

Dal Vangelo: « Frattanto gli uomini che avevano in custodia Gesú lo schernivano e lo percuotevano, lo bendavano e gli dicevano: Indovina chi ti ha colpito? » (Lc. 22, 63) « Poi lo rivestirono di porpora e cinsero la sua testa con una corona di spine che avevano intrecciato » (Mc. 15, 17).

c) La Sindone mostra un uomo che ha portato la croce vestito, perché le impronte della croce nella spalla e nel dorso non sono marcate, ma dif­fuse; invece i condannati portavano nudi il patibolo.

Dal Vangelo: « Dopo averlo schernito lo spogliarono del mantello, gli fecero indossare i suoi vestiti e lo portarono via per crocifiggerlo » (Mt. 27,31).

d) La Sindone mostra un uomo senza le gambe spezzate, al contrario di come si usava fare ai crocifissi, e lo mostra ancora con le mani e con i piedi trafitti da chiodi, con il cuore ferito e con fuoriuscita di sangue cadaveri­co e siero.

Dal Vangelo: «Poi lo crocifissero» (Mc. 15, 24).

«Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe al primo e all’altro che era stato crocifisso insieme a lui. Venuti però da Gesú, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpí il costato con la lancia e subito ne uscí sangue e acqua » (Gv. 19, 3z).

e) La Sindone mostra il volto di Cristo provvidenzialmente asciugato prima della crocifissione (la tradizione dà il nome di Veronica alla donna che compí quell’atto pietoso) e cosí ne abbiamo l’impressione nitida; mo­stra ancora che il corpo non fu lavato né unto con profumi o con sostanze antiputride, come invece usavano fare i giudei; se fosse stato lavato le im­pronte non avrebbero potuto verificarsi; se fosse stato anche solo unto, il sangue delle ferite sarebbe stato spalmato in tutto il corpo.

Dal Vangelo: « I giudei avuta la soddisfazione della morte di Gesú sono presi dalla preoccupazione del riposo sabbatico che cominciava fra alcu­ne ore. Allora vanno da Pilato (distante circa mezz’ora) ottengono da lui che vengano presto spezzate le gambe ai condannati. Ritornati, mostrano l’ordine di Pilato ai soldati, che l’eseguono mentre a Gesú danno soltanto un colpo di lancia al cuore perché era morto » (Gv. 19, 31-34).

Cosí si fa sera. A quell’ora, cioè al tramonto (Mt. 27, 57): «dopo queste cose, Giuseppe d’Arimatea, discepolo di Gesú, ma occulto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di poter togliere il corpo di Gesú e Pilato lo permi­se. Venne, dunque, e tolse il corpo di Gesú. Anche Nicodemo, quello che da principio era andato di notte da Gesú, venne portando una mistura di mirra e d’aloe, quasi cento libbre. Essi presero il corpo di Gesú e lo avvol­sero in bende di lino con aromi, secondo il modo di seppellire in uso pres­so gli ebrei. Presso il luogo dove Gesú era stato crocifisso vi era un orto e nell’orto un sepolcro nuovo nel quale non era ancora stato posto nessu­no. Lí, dunque, a motivo della Parasceve dei Giudei, giacché il sepolcro era vicino, deposero Gesú » (Gv. 19, 38-42).

Marco aggiunge che « Giuseppe d’Arimatea, di ritorno da Pilato, com­prato un lenzuolo, calò Gesú dalla croce, lo avvolse nel lenzuolo, lo depo­se in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare un masso contro l’entrata del sepolcro. Intanto Maria di Magdala e Maria madre di Giusep­pe stavano a osservare dove veniva deposto » (Mc. 15, 46).

Luca precisa l’ora ad operazione finita: era il giorno della Parasceve (venerdí santo) e già splendevano le luci del sabato (Lc. 23, 54) cioè erano comparse le prime stelle colle quali cominciava il riposo sabbatico.