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DIO CAMMINA CON GLI UOMINI – libro intero

DIO CAMMINA CON GLI UOMINI

NON SO SE CREDI

o se sei soltanto un indifferente. In entrambi i casi certamente ciò avviene perché non sei informato o perché sei male informato.

Forse getti uno scatolo prima di aprirlo e di vederne il contenuto? Perché getti Dio ed il suo Cristo senza sapere se ci sono e chi sono? Eppure sono infinitamente piú preziosi di un qualunque tesoro. Tu ti credi già informato. Mi permetto di dubitarne.

Se hai bisogno di un contabile, vai forse da un manovale? Se hai bisogno di un dentista, vai forse da un fabbro?

Se hai bisogno di un medico, vai forse da un ragioniere? Anzi, se il medico non ti guarisce, vai da uno specialista.

Non dovresti fare altrettanto andando da una persona specializzata per conoscere un po’ Dio, il suo Cristo ed il Corpo Mistico di lui?

Questo libro ti potrà dare le prime giuste informazioni. Se non risponde ai tuoi problemi, va da uno specialista della religione cattolica, quale è ge­neralmente un prete dotto e pio.

E, se questo non fai, non fai male a nessuno, ma soltanto a te: sprechi la tua vita. Ti accorgerai troppo tardi della felicità alla quale hai rinunziato. Dopo tutto, dice Pascal, non c’è per l’uomo che un dilemma: o la fede che spiega tutto e dà una speranza o l’incredulità che non spiega niente e toglie ogni speranza.

Solo la fede ti può spiegare i fatti esposti in questo libro e accendere nel tuo cuore la speranza di raggiungere quello che ogni uomo desidera: poter sempre vivere, restare sempre giovane, poter sempre godere l’antico sogno di Faust il sogno di ogni cuore umano, sogno che resterà solo un sogno, quando l’uomo non accoglie l’Unico che glielo può realizzare.

CAP. I – IL VOLTO DI DIO

1. Il Dio in cui non credo

È il Dio-nulla degli atei, che senza esistere produce l’universo; senza essere vita crea la vita; senza avere l’intelligenza produce l’intelligenza. È il Dio-materia cieca e stupida dei marxisti, capace di organizzare le galassie e questa terra meravigliosa, di programmare l’esistenza di tutti i viventi e di fare spuntare dal non essere l’essere, dalla non vita la vita, dalla non intelligenza l’intelligenza; siamo all’assurdo di un programma senza programmatore.

È il Dio-tutto dei panteisti, confuso con la materia, che fa brillare per un momento il pensiero dell’uomo per riassorbirlo e farlo scomparire con la morte.

È il Dio-statua dei pagani, insensibile alle necessità degli uomini, inca­pace di vedere, di ascoltare, di commuoversi, di intervenire, di apprezzare gli sforzi e i sacrifici degli uomini, di rallegrarsi; uno di quegli dei pagani di cui dice la Bibbia: « Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non ve­dono, hanno orecchi e non odono, hanno narici e non odorano. Con le loro mani non palpano, con i loro piedi non camminano, non danno suono con la loro gola » (Ps. 115, 5-17).

È il Dio-uomo dei greco-romani, fatto con gli stessi istinti, con le stesse debolezze, con le stesse passioni, con la stessa maniera di ragionare degli uomini.

È il Dio-fato, inferiore alle leggi da lui stesso create, che non può piú modificare quanto ha fatto, perché non è libero, ma schiavo di se stesso. È il Dio-architetto dei liberali e dei massoni, disinteressato delle vicen­de di questi piccoli uomini, perché occupato a guidare le stelle.

È il Dio-tabú dei feticisti, che dà ordini capricciosi per esercitare la sua potestà; castiga e uccide chi osa toccarlo o anche solo avvicinarglisi. È il Dio-moloch dei cananei e degli altri popoli medio-orientali che co­mandava agli uomini di sacrificargli i loro nemici, gli schiavi e perfino i loro figli.

È il Dio menefreghista dei pessimisti che abbandona gli uomini alla lo­ro sorte: lavorare, soffrire, morire.

È il Dio dei peccatori che condanna la felicità degli uomini e gode della loro infelicità.

È il Dio dei manichei che considera il matrimonio un peccato.

È il Dio altissimo dei deisti con il quale è impossibile allacciare un qual­siasi rapporto, perché troppo superiore e lontano da noi.

È il Dio di Zarathustra, limitato dal principio del male.

È il Dio ragione dei razionalisti, fatto a misura di uomo, capace di esse­re capito e compreso dagli uomini.

È il Dio dei satanisti capace di essere condizionato, sottomesso agli uo­mini e ai demoni.

È il Dio dei giansenisti che aspetta al varco questi poveri disgraziati di uomini peccatori, per avere il piacere di vendicarsi e di mandarli all’infer­no.

È il Dio vecchio maestoso degli indifferenti verso cui sentono rispetto ma nessuna attrattiva.

È il Dio-tappabuchi di tanti pseudo-religiosi, intento a riparare, dietro segnalazione dei suoi clienti, tutti i difetti commessi seguenti l’opera del­la creazione e la vita e il cattivo uso della libertà degli uomini.

È il Dio principio dei sadducei (che negano la resurrezione) secondo i quali egli ha esaurito tutte le sue possibilità nella creazione di questo mondo, e quindi dà ricchezze e felicità a quelli che ama; miseria e malattie ai peccatori.

Giustamente dice Tolstoi: « Se vi capita di pensare che tutte le vostre credenze concernenti Dio sono false e che non esiste nessun Dio, non scoraggiatevi. È una cosa che capita a molte persone. Non crediate però che la ragione della vostra incredulità sia nel fatto che Dio non esiste. Il fatto di non credere piú nel Dio nel quale credevate prima, proviene dal fatto che la vostra credenza precedente era sbagliata; dovete fare ancora uno sforzo per comprendere meglio quello che voi chiamate Dio.

Quando un selvaggio cessa di credere nel suo dio di legno, non signifi­ca che Dio non esiste; significa solo che il vero Dio non è il dio di legno ».

2. Il Dio in cui credo

È il Dio della Bibbia, Jawhé, colui che è, e che dà principio a tutte le co­se.

È il Dio che ascoltò i gemiti del suo popolo tenuto schiavo in Egitto dal faraone e lo liberò con braccio potente, facendo miracoli inauditi per por­tarlo in Palestina.

È il Dio che premurosamente addita ai suoi figli la strada da percorrere per essere felici: « Guarda, io pongo davanti a te la vita e il bene, la morte e il male. Se tu ascolti gli ordini del Signore, Iddio tuo, che oggi ti prescrivo, amando il Signore, tuo Dio, camminando nelle sue vie, osservando i suoi comandamenti, le sue leggi e i suoi precetti, allora tu vivrai e ti moltipli­cherai e il Signore, Iddio tuo, ti benedirà nel paese, dove tu stai per entrare e prenderne possesso. Ma se il tuo cuore si volge indietro e non vuoi ob­bedire e ti lasci trascinare a prostrarti davanti ad altri déi e servir loro, io vi dichiaro oggi formalmente che voi perirete, e non vivrete a lungo nella terra, in cui entrate per possederla, passando il Giordano » (Deut. 30, 15­18).

È il Dio che sta sempre vicino al suo popolo per ascoltarlo ogni volta che lo prega (Deut. 4, 7).

È il Dio che anzi abita in mezzo al suo popolo e si è fatto fare una tenda in mezzo a loro (Es. 26, 30).

È il Dio che ama tutte le cose che sono e non aborre nulla di quello che ha fatto, perché, se odiasse qualcosa, non l’avrebbe creata. (Sap. 11, 24). È il Dio che soccorre in tutti i pericoli e bisogni i suoi figli che lo amano e a lui si affidano, come poeticamente canta il Salmo 90.

È il Dio che pone le sue delizie nello stare in mezzo ai figli degli uomini (Prov. 8, 21).

È il Dio che ha compassione di tutti e finge di non vedere i peccati degli uomini per non essere costretto a castigarli subito e poter aspettare che si convertano (Sap. 11, 23).

È il Dio che in un anno preciso della storia, nel 754 di Roma « si incarnò ed abitò fra noi » (Gv. 1, 14) e si fece in tutto simile a noi: nella fame, nella sete, nella stanchezza, nel dolore; tranne che nel peccato. Anzi « Egli, pos­sedendo la natura divina, non pensò di valersi della sua eguaglianza con Dio, ma annientò se stesso, prendendo la natura di schiavo e diventando simile agli uomini; e dopo che ebbe rivestito la natura umana, umiliò se stesso ancor di piú, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce » (Fil. 2, 6-8).

È il Dio che non ci ha abbandonati al nostro destino, ma ha continua cura di noi e minutamente ci provvede di quello di cui abbiamo bisogno come il piú tenero dei padri, almeno fino a quando noi non lo rifiutiamo come Padre (Lc. 12, 22-31).

È il Dio amoroso dei cristiani che mette piú cura per una persona che lo ama che non a guidare tutte le stelle dell’universo.

È il Dio che si è definito « Amore » e che ci ha amati tanto da consegnare il suo Figlio unigenito perché venisse ucciso per noi, affinché ognuno che crede in lui non perisca ma abbia la vita eterna (Gv. 3, 16).

È il Dio che ci ha resi e ci ha chiamati amici (Gv.15,15), anzi addirittura suoi figli, destinati a divenire simili a lui, come dice S. Giovanni: « Consi­derate quale ineffabile amore ci ha donato il Padre: che ci chiamiamo figli di Dio, e che lo siamo » (Gv. 3, 1); e aggiunge: « Ancora non è apparso ciò che saremo. Sappiamo che quando apparirà saremo simili a lui, perché lo vedremo quale egli è » (1 Gv. 3, 2).

il Dio che ha voluto che dove andava lui (in Paradiso) andassero pure i suoi amici e per questo ha fatto quella meravigliosa preghiera riportata da Giovanni nel cap. 17.

È il Dio che, per meritarci questo, per divinizzarci e portarci con sé in cielo, ci ha purificati « non con il sangue di capri e di vitelli, ma con il pro­prio sangue » (Ebr. 9, iz), sparso fra orrendi tormenti sulla croce.

È il Dio che, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine (Gv. 13, 1) cioè sino all’estremo possibile, restando nell’Eucarestia si­no alla fine del mondo, in balia anche dei cattivi e dei suoi nemici, per es­sere nostro compagno, nostro amico, nostro confidente, nostro cibo, no­stra luce, nostra vita, nostra forza, per renderci simili a sé e darci il pegno della futura gloria, ossia della nostra resurrezione e felicità eterna in Para­diso.

È il Dio che ci risusciterà nell’ultimo giorno (Gv. 6, 39) e ci renderà im­mortali e felici per tutta l’eternità.

Dice Gesú: « Io sono la resurrezione e la vita: chi crede in me, anche se morto vivrà; e chi vive e crede in me, non morrà in eterno » (CV. 11, z5). Non val la pena vedere se tutto questo è vero?

Non abbiamo tutto da guadagnare, se potremo vivere felici eterna­mente in Dio con le persone che amiamo?

Questo libro ti vuol aiutare a scoprire questa certezza.

C’è poi un risvolto terribile per coloro che non vogliono tale felicità: è l’inferno, ossia la perdita eterna di Dio.

Ci sono molti che fanno gli spavaldi e i forti: negano Dio, negano l’altra vita, ridono dell’inferno e a chi dice loro: « Non sai che, se c’è l’inferno, tu, vivendo cosí, ci andrai di certo? ».

Rispondono: «Beh! Se ci sarà, lo affronteremo ».

Costoro dovrebbero ricordare le parole di Napoleone: « Non amo gli spiriti forti. Non ci sono che gli imbecilli a sfidare l’ignoto».

Questo libro, se lo leggi senza prevenzioni, ti aiuterà a scoprire l’ignoto del dopo morte.

CAP. II – I CIELI NARRANO LA GLORIA DI DIO

Ai primordi della nuova astronomia gli scienziati, in genere, hanno creduto che l’universo abbia avuto un infinito passato e abbia un futuro infinito, che cioè sia senza principio e senza fine. Altri, senza essere scien­ziati, come Marx, hanno creduto che la materia fosse infinita.

Di tutte queste concezioni ha fatto giustizia la scienza moderna, spe­cialmente per merito di Einstein.

Newton aveva scoperto la legge della gravitazione: «un’attrazione re­ciproca tra i corpi, proporzionata alla quantità della loro massa e inversa­mente proporzionale alla loro distanza ».

I portatori di massa sono i protoni, i neutroni, gli elettroni. Essi sono i componenti fondamentali degli atomi dei corpi: sono per cosí dire, i mat­toni con cui è costituito tutto l’universo e rivelano l’unità dell’universo tenuto insieme dalla forza di gravità esistente e agente tra pianeti, stelle e galassie.

Einstein dà una nuova idea all’idea della gravitazione, legandola ai concetti di tempo, spazio, massa, inerzia e dice che la forza gravitazionale ha esattamente la stessa natura di un’accelerazione di velocità.

« L’inerzia è la resistenza che una massa materiale oppone a una forza che tende a muoverla e a darle una certa velocità». Secondo Einstein l’i­nerzia è un qualche cosa legato alla massa, come la gravitazione; anzi Einstein, riprendendo una teoria di Mach, formulò il principio di Mach: «L’inerzia è creata dall’azione gravitazionale dell’intera massa dell’uni­verso in ogni suo punto ». La cosa si può dimostrare con la Relatività; ma non è questo il luogo di farlo.

In parole povere un corpo (vagone ferroviario o … protone che sia), è inerte proporzionalmente alla propria massa, a causa dell’azione gravita­zionale che tutte le altre masse dell’universo hanno su di esso. E mentre la gravitazione, come forza attraente universale, si annulla in ogni punto perché si è attirati ugualmente da ogni parte (solo tra corpi relativamente vicini: pianeti, stelle, galassie: si crea una dissimetria ed emerge una lo­cale attrazione reciproca); la stessa gravitazione invece, come forza iner­ziale, si fa sentire fortissima in ogni punto durante ogni accelerazione ap­plicata a un corpo. È come se il campo gravitazionale universale tendesse a tenere inchiodato ogni corpo nella situazione di quiete o di moto uni­forme che ha. L’insieme totale della materia, tutto l’infinito numero di ga­lassie distribuite per miliardi e miliardi di anni-luce (o meglio, l’infinità di protoni, neutroni ed elettroni che ne compongono tutti gli elementi) creano un campo universale di gravitazione che si esprime, in ogni punto, con l’inerzia di ogni singola massa.

Potrebbe sembrare ridicolo pensare che questi esseri lontanissimi, queste galassie distanti miliardi di anni-luce, possano esercitare una sen­sibile influenza, sulla terra. Anzi, è naturale pensare che, se tutte le galas­sie sparissero e restasse solo la nostra, nessuno se ne accorgerebbe. Invece nulla di piú sbagliato. La teoria della Relatività, applicando il principio di Mach, dimostra che infinitamente piú del sole, della luna, della nostra ga­lassia e delle galassie vicine, è l’infinito numero delle galassie lontane (e proprio le piú lontane perché infinitamente piú numerose) che contri­buiscono all’inerzia, a dare cioè corpo alla terra stessa.

Se si annientasse l’universo lontano, anche noi resteremmo annientati, poiché la nostra massa è definita dalla totalità delle altre masse; anche se è vero che, a sua volta, la nostra massa contribuisce essa pure a definire l’intero universo.

« Si rivela cosí una essenziale situazione di unità: a livello primordiale, ogni parte costituisce il tutto; ma è anche costituita dal tutto » (Pasolini). Materia nell’universo ce n’è tanta quanta è necessaria perché ci siano le presenti leggi chimico-fisiche-biologiche che regolano il mondo, ossia quanta è necessaria per la nostra esistenza.

Nel 1916 Einstein formulò la teoria della Relatività generale. Essa in­quadra la gravitazione newtoniana nella cornice relativistica e introduce l’ipotesi audace che la forza gravitazionale, emanata dalla materia agisce sullo spazio-tempo incurvandolo.

È una visione nuova dell’universo cosí sconvolgente che Einstein stes­so ammise piú volte di essere costretto a vedere al di là di esso un disegno creatore, un Dio che si rivela alla ragione, un Dio che costruisce, con un perfetto linguaggio matematico, con un preciso disegno geometrico: Un Dio che non gioca a dadi con il mondo, sottile ma non malizioso, un Dio che si fa comprensibile, se sappiamo porgli le domande giuste.

È un universo dove spazio e tempo, energia e materia cessano di esiste­re come entità assolute a sé stanti, ma diventano un’unica realtà inscindi­bile: lo spazio-tempo, che a sua volta diventa un qualcosa di inconcepibi­le senza la materia, che è al tempo stesso anche energia. Non esiste lo spa­zio vuoto, e neppure il tempo senza gli oggetti fisici.

Non restava ai fisici che controllare sperimentalmente se lo spazio real­mente fosse curvo.

Ciò che fecero in un’eclissi di sole. In essa poterono vedere che la luce di una stella veniva attirata dal campo gravitazionale del sole; nella foto era ben visibile la stella con i raggi incurvati verso il sole.

« Dunque lo spazio è curvo », conclusero gli astronomi. La conseguenza evidente è che lo spazio è limitato e che quindi la materia non è infinita, né eterna, e perciò ha avuto un principio. Cosí nasceva la nuova teoria astronomica del « bing-bang » a opera degli astronomi Le Maitre, Huble e Gamow.

L’universo ha avuto origine da un’esplosione di luce, che ha proiettato la materia in tutte le direzioni, costituendo i vari miliardi di galassie (di cui una è la nostra con circa 200 miliardi di stelle) e i quasars. Ogni stella è piú o meno come il nostro sole; questo è 1.300.000 volte piú grande della terra.

Questa spinta iniziale continua ancora, sicché l’universo è in espansio­ne: galassie e quasars sono in fuga e si allontanano sempre piú, come si prova dalla loro luce rossa. Esattamente come dice la Bibbia: Dio disse: « Sia fatta la luce e la luce fu » (Gen. 1, 3).

Ci vollero millenni di studi per arrivare a una scoperta che la Bibbia aveva proclamata 3300 anni prima.

Oggi molti scienziati studiano per scoprire un modello matematico dell’universo che spieghi tutto e che Einstein aveva intuito dicendo: « Vo­glio scoprire il disegno di Dio »; quel disegno di cui parla la Bibbia dicen­do: « Dio fece tutto in numero, peso e misura » (Sap. 11, z1).

Le prime registrazioni delle onde gravitazionali e la scoperta di nuove particelle negli acceleratori, ci danno speranza che forse presto verrà fatta la scoperta di questo progetto unico e armonioso di Dio. È sempre piú ve­ro quanto dice la Bibbia: « I cieli narrano la gloria di Dio » (Ps. 18, 2).

CAP. III – DIO SI FA RICONOSCERE

Qualunque persona che deve fare un’operazione importante, se non è conosciuta, si fa riconoscere con dei garanti; e se deve farla fare dà al suo inviato le credenziali o la delega.

Altrettanto fa Dio sia quando interviene direttamente, sia quando in­terviene con un suo messaggero.

Eccetto qualche rarissima volta in cui si fa riconoscere con immediata evidenza, come ai tempi di Mosè, o come nel prodigio del sole del 13.10.1917 a Fatima, visto nel raggio di km 25 da oltre 80.000 persone, quasi sempre Dio dà garanzie sicure, ma non di immediata evidenza, tali da la­sciare negli uomini di buona volontà la libertà e il merito, e da lasciare quelli di mala volontà nell’indifferenza o nell’ostilità.

Tali garanzie sono: le profezie, i prodigi, i miracoli. Con tali segni Dio garantisce i suoi interventi, i suoi messaggeri, i suoi messaggi.

1. Necessità dei segni di riconoscimento

Nessuno viene creduto senza garanzie. Gesú stesso ebbe a dire: « Se io rendo testimonianza a me stesso, la mia testimonianza non vale. Vi è un altro che testifica per me e so che vale la testimonianza che mi rende … Quelle opere che il Padre mi ha dato da compiere e che io faccio, esse atte­stano per me che il Padre mi ha mandato. E il Padre stesso che mi ha man­dato rende testimonianza a mio favore » (Gv. 5, 31).

E quando gli ebrei gli chiedono di dire chiaramente se egli è una cosa sola con Dio, egli risponde: « Ve l’ho detto e non mi credete; le opere che io faccio in nome del Padre mio, queste mi rendono testimonianza; tutta­via voi non credete perché non siete delle mie pecore … Io e il Padre sia­mo Uno. Se non faccio le opere del Padre mio non credetemi; ma se le fac­cio, anche se non volete credere a me, credete alle opere, affinché sappiate e conosciate che il Padre è in me, e io nel Padre » (Gv 10, 25-37). Allora gli ebrei tentarono di prenderlo per ucciderlo. Per questo Gesú, sfuggito da loro, disse poi di loro: « Se non avessi fatto tra loro le opere che nessun al­tro mai fece, sarebbero senza colpa » (Gv. 15, 24).

E un altro giorno di alcune città che non avevano voluto credere a lui, disse: «Guai a te, Corazin! Guai a te, Bethsaida! Perché se in Tiro e in Sido­ne fossero stati fatti i miracoli compiuti in mezzo a voi, già da gran tempo avrebbero fatto penitenza, cinti di cilizio e ricoperti di cenere. Perciò vi di­co: nel giorno del giudizio Tiro e Sidone saranno trattate meno severa­mente di voi. E tu, Cafarnao, sarai esaltata fino al Cielo? Tu discenderai si­no all’inferno: perché se in Sodoma fossero stati fatti i miracoli opera­ti in te, ancora oggi sussisterebbe. Perciò vi dico: nel giorno del giudizio il paese di Sodoma sarà trattato meno duramente di te » (Mt.11, 21-24). E dei suoi discepoli Gesú dice: «In verità, in verità vi dico: chi crede in me, com­pirà anche lui le opere che io faccio, anzi ne farà delle maggiori» (Gv. 14, 12).

Prima di andare in cielo, mandando i suoi discepoli a predicare il Van­gelo in tutto il mondo, dice: « Ed ecco i miracoli che accompagneranno coloro che avranno creduto: cacceranno i demoni in nome mio, parleran­no lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti, e se berranno qualcosa di mortifero non farà loro del male; imporranno le mani ai malati e saran­no guariti » (Mc. 16, 17).

Da qualche tempo hanno cominciato a girare per le strade e spesso per le case seguaci di tante sette: protestanti, mormoni, testimoni di Geova, discepoli di Hare Krishna, discepoli di Sai Baba, ecc.

Si presentano a nome di Dio, senza portare alcuna credenziale né alcu­na garanzia; spesso addirittura si presentano a nome proprio; e tanti po­veri cristiani, sprovveduti di senso critico e di buon senso, li ascoltano e finiscono per seguirli, senza chiedere loro chi li manda, né quali garanzie o credenziali hanno.

Se qualcuno si presentasse a nome del giudice a chiedere loro qualche centinaio di milioni o anche solo un milione, richiederebbero l’esibizione della condanna del giudice; questi falsi profeti vengono a rubare la loro anima, ed essi gliela danno stupidamente, senza chiedere con quali ga­ranzie provano che è Dio che li manda.

2. Uno sguardo alle garanzie

Prima di entrare in merito ad esse facciamo alcune osservazioni preli­minari: Dio ha provvisto abbondantemente alla vita degli uomini sulla terra con tutta la creazione minerale, vegetale, animale. Quando ora inter­viene lo fa direttamente o indirettamente in ordine alla nostra vita e feli­cità eterna; e non interviene mai senza uno scopo adeguato, cosí per pas­satempo, come possiamo fare noi uomini. In conseguenza tutta la Rivela­zione del Vecchio e Nuovo Testamento e le garanzie che ne dà sono in or­dine a Gesú, alla grande opera per cui Gesú è venuto: la Chiesa e la sal­vezza di ogni singolo uomo.

Le innumerevoli profezie del Vecchio Testamento ci mostrano con estrema chiarezza la persona e la missione di Gesú; gli innumerevoli mi­racoli di Gesú ci mostrano con estrema chiarezza la sua divinità e la verità della sua dottrina; gli innumerevoli prodigi e miracoli che accompagnano passo passo la vita della Chiesa ci mostrano la sua divina istituzione e ci fanno ricordare quanto Gesú ci ha rivelato e come egli è sempre pre­sente nella sua Chiesa, cosí come aveva predetto (Mt. 28, zo) per illumi­narci, per richiamarci, per convertirci, per guidarci al paradiso.

3. L’atteggiamento dinanzi alle garanzie

Per quanto riguarda le profezie, ricordiamo che quelle autentiche rico­nosciute dalla Chiesa sono soltanto quelle contenute nella Bibbia, sia nel Vecchio, che nel Nuovo Testamento e riguardano o direttamente o indi­rettamente Gesú o la sua Chiesa. Le altre non sono autentiche e su di esse Dio ha dato a Mosé il criterio di discernimento (Dt. 18, 21).

Per quanto riguarda i prodigi e i miracoli bisogna ricordare: Dio non ne fa mai degli inutili; con essi ci vuole rafforzare nella fede o vuole garantire un suo servo o un suo inviato o un suo messaggio o l’autenticità di un’ap­parizione e dei relativi messaggi. In questi ultimi tempi prodigi e miracoli ne avvengono moltissimi; non significa che per questo sono falsi; signifi­ca piuttosto che siamo a una svolta pericolosa e decisiva della storia.

La profezia è la predizione di un avvenimento dipendente dalla libera, futura determinazione di persone viventi e anche non ancora nate. Non è invece profezia, ma semplice chiaroveggenza, la predizione di un fatto di­pendente da leggi fisiche e biologiche già esistenti, come il decorso di un tumore oggi occulto o il sesso di un nascituro. Queste cose le può cono­scere anche il diavolo o una persona dotata di straordinaria sensibilità psichica:

Il miracolo non è un evento eccezionale, dovuto a leggi naturali oggi ancora sconosciute, ma un fatto straordinario, contrario a leggi della na­tura oggi conosciute, come la resurrezione di cellule in ulcere varicose, la scomparsa totale e istantanea di un tumore o di una grossa infezione, di un’ulcera perforata e la creazione, al loro posto, di cellule e tessuti nuovi…

È evidente che il miracolo può farlo solo Dio, perché solo lui può creare e annientare; e quindi esso è un segno della sua presenza, della sua onni­potenza e bontà.

I santi non possono fare i miracoli, neppure la Madonna. Essi li posso­no ottenere per i loro meriti, perché Dio li ama e li ascolta.

Diverso dal miracolo è il prodigio, come il sollevamento di un oggetto, l’accelerazione di una crescita, la sanguinazione di una statua, l’apporto di un oggetto, la guarigione di una malattia funzionale.

Mentre il miracolo lo può fare solo Dio, il prodigio lo possono compie­re tanto Dio che un angelo, un demonio, un uomo dotato di eccezionali capacità psichiche, come i guaritori…

Dio con le profezie, con i miracoli e con i prodigi, vuol richiamare gli uomini alle verità eterne e alla conversione per salvarli.

Satana, per confondere gli uomini e perderli, crea false profezie, falsi miracoli e prodigi.

Molti, vedendo la falsità di certe profezie, miracoli e prodigi, non cre­dono piú ai veri, quindi neanche ai messaggi che Dio ci manda per salvar­ci. È il gioco del demonio.

L’unica cosa intelligente è invece discernere il vero dal falso.

Non ci sarebbero le false profezie se non ci fossero le vere, né falsi mira­coli é falsi prodigi, se non ci fossero i veri; come non esisterebbero i bi­glietti falsi di L. 100.000; se non ci fossero quelli veri.

Il criterio per giudicare le vere profezie dalle false, è quello dato da Dio a Mosé: « Forse tu dirai in cuor tuo: Come conosceremo noi le parole che il signore non ha detto? Se questo profeta dice di parlare in nome del Signo­re, ma la sua parola non avrà effetto e non si avvererà, allora sarà una pa­rola che il Signore non ha detto. Il profeta ha parlato per presunzione: non aver timore di lui » (Deut. 18, 21-22).

4. Criterio di discernimento

Può però il diavolo far dire a una persona una profezia fatta preceden­temente da un vero profeta: lo fa per far accettare insieme le false profezie a danno delle anime, come fa con le profezie dei maghi.

In tal caso, facendo uno studio accurato, si scopre che precedentemen­te c’era una profezia vera.

Ugualmente satana opera falsi miracoli, per screditare i miracoli opera­ti da Dio a garanzia della vera religione, e far credere che le religioni sono tuttete o tutte false.

Per accertare il vero miracolo, occorre esaminare la storicità del fatto e le leggi naturali contro le quali il fatto è avvenuto. Quindi in una guari­gione si può parlare con certezza di miracolo, solo quando il male è docu­mentato da diagnosi mediche, da analisi e radiografie precedenti e susse­guenti, dall’instantaneità delle guarigioni, senza uso di medicina alcuna.

Il criterio invece per giudicare la paternità di un prodigio è unicamente quello di constatare quali frutti il prodigio produce: « Dai loro frutti li co­noscerete, dice Gesú: non può un albero buono dare frutti cattivi, né un albero cattivo fare frutti buoni » (Mt. 7, 18).

Se un prodigio produce conversioni, rafforza la pietà e la vita cristiana, viene da Dio; se produce solo curiosità, peggio confusione di idee, è dal diavolo, o almeno da occulte forze psichiche.

Se il Signore fa dei segni per attirare l’attenzione degli uomini, per par­lare loro, gli uomini hanno il dovere di fare attenzione: controllare tali se­gni per vedere se sono autentici. Di qui il dovere di ascoltare cosa dice il Signore e fare quanto lui ordina; cosí come un servo, quando si sente chiamare dal padrone, ha il dovere di vedere se è precisamente il padrone che lo chiama, e quindi ha il dovere di ascoltare e di fare quanto gli viene ordinato.

Quando l’uomo non fa attenzione ai segni e si rifiuta di esaminare se sono veri, se sono la voce di Dio, agisce male, come il servo che non vuole ascoltare la voce del padrone e non accorre quando viene chiamato. Gli uomini cattivi non vogliono ascoltare la voce del Signore, perché non vo­gliono abbandonare i loro peccati e non vogliono responsabilità; ma è precisamente rifiutandosi di ascoltare che si creano grosse responsabilità.

Oggi c’è una tendenza, anche in campo cristiano, a emarginare e mini­mizzare i miracoli e di conseguenza i messaggi di Dio. In compenso si è at­tenti alle parole degli uomini, ai loro adattamenti e ridimensionamenti della parola di Dio.

È questo il motivo del macroscopico abbassamento del livello di vita cristiana, dell’abbandono della pratica delle virtú cristiane e dell’aurea mediocrità, proposta, con parole altisonanti, come modello di vita, al po­sto della santità.

5. Atteggiamento ragionevole

I buoni, i semplici, gli onesti, fanno attenzione alle profezie vere, ai mi­racoli veri, ai prodigi divini, per giungere alla fede e infervorarsi, per co­noscere la volontà di Dio e attuarla. Ad essi bastano anche piccoli segni per vedere l’intervento e la volontà di Dio, come agli apostoli e alle folle che seguivano Gesú, come a Natanaele cui bastò che Gesú gli rivelasse di averlo visto poco prima mentre era sotto un fico (Gv. 1, 48).

I cattivi e i superbi vanno cercando false profezie, falsi miracoli, prodigi diabolici, per contestare i veri e restare nei loro peccati; essi anche se ve­dessero un morto risorgere, negherebbero il miracolo, come ha profetiz­zato Gesú (Lc. 16, 3).

Un cavillo lo troveranno sempre; un falso miracolo magari lo invente­ranno, per non accettare il cattolicesimo.

Quando Dio vuol darci qualche messaggio, raccomandarci la pratica delle virtú, richiamarci alla conversione, fa sempre dei segni per attirare la nostra attenzione e darci la garanzia che è lui a parlare.

Dio agisce cosí per proporci l’esempio dei santi, i loro insegnamenti, la loro predicazione, o per garantire i messaggi della Madonna nelle sue ap­parizioni.

Con il miracolo Dio assicura l’ortodossia nella dottrina e la santità del­la vita.

Il cristiano saggio imita i magi. Essi stavano sempre in osservazione del cielo e, quando videro la stella che si muoveva, la seguirono finché rag­giunsero il presepio; cosí il cristiano saggio guarda nel tempo e nello spa­zio, ossia alla storia e alla vita della Chiesa sicuro che dove Dio cammina, lascia i segni del suo passaggio: i miracoli, come quando guidò il popolo ebreo nel viaggio verso la terra promessa.

Il cristiano attento vede, attraverso i miracoli, cosa Dio chiede e racco­manda ai suoi figli, ed, eseguendo la volontà di Dio, raggiunge la sua terra promessa: il Paradiso.

C’è una ricchezza cosí straordinaria di verità, di consigli, di stimoli nel­le dottrine e negli esempi dei santi e nelle rivelazioni fatte per mezzo di persone scelte da Dio, che non possono lasciare indifferenti nessuno che li legga o ascolti con animo semplice.

Per questo il cristiano saggio preferisce sempre alla sua interpretazione personale della Bibbia, quella fatta dai santi; alle storie e ai romanzi, le vi­te dei santi; alle preghiere fatte dagli uomini, quelle fatte dai santi e accet­ta gli insegnamenti degli uomini solo quando sono conformi a quelli dei santi.

Al contrario il cristiano tiepido perde il suo tempo a vedere o leggere le favole, i romanzi, gli scandali, le chiacchiere degli uomini, attuando quanto profetizzava S. Paolo: « Verrà il tempo in cui gli uomini distoglie­ranno gli orecchi dalla verità e si dedicheranno alle favole » (2 Tim. 4, 4). Dinanzi ai miracoli vi sono tre posizioni.

6. La posizione degli increduli

Essi dicono: « Se Dio c’è, mi faccia questo miracolo ». Scambiano Dio per un cameriere di bar che corre ad ogni richiamo per servire il cliente. Dio non è un cameriere, ma il padrone.

Egli fa i miracoli quando, dove e a chi vuole. Chi desidera constatare un suo miracolo non ha che andare dove egli lo ha fatto.

Dio ha fatto e fa lungo i secoli innumerevoli miracoli, anche oggi. È un luogo comune dei nemici della verità negare i miracoli della Bib­bia e particolarmente quelli operati da Gesú, qualificandoli come leggen­de o prodigi di un guaritore.

Ed è incredibile come costoro accettano subito per buoni i cosiddetti miracoli di Apollonio di Tiana e dei fachiri, senza alcun giudizio critico e senza nessuna documentazione, mentre restano scettici e negatori siste­matici di qualunque miracolo cristiano.

A costoro sono da ripetere le parole di Gesú: « Guai a te Corozaim, guai a te Betsaida! Poiché se i miracoli fatti in mezzo a voi fossero stati compiu­ti in Tiro e in Sidone, già da gran tempo, esse, vestite di sacco e prostrate nella cenere, avrebbero fatto penitenza. Per questo, nel giudizio, Tiro e Si­done saranno trattate con minor rigore di voi » (Lc. 10, 13-14).

Gesú infatti, per farsi conoscere, fece un’infinità di miracoli: dava la vi­sta ai ciechi, guariva i lebbrosi e ogni altro genere di malati, risuscitava i morti e, in ultimo, risuscitò se stesso.

Tuttavia agli uomini d’oggi, che credono solo alla scienza, indichiamo solo quei miracoli che la scienza ha verificato.

Scegliendoli fra moltissimi, ne citeremo solo quattro operati da Dio a persone tuttora viventi e intervistabili.

7. La posizione di chi sa tutto

Alcuni dicono: « Perché Dio non fa crescere un braccio o una gamba a chi non lo ha? » A parte il fatto che Dio questo lo ha fatto, come riporto nel libro « Io credo » e che gli increduli restano sempre increduli, è la posizio­ne di partenza che è sbagliata.

L’uomo non può imporre a Dio il tipo di miracoli da fare o la persona o il luogo in cui farli, perché Dio non è il nostro servitore. Egli fa i miracoli che vuole, quando vuole, dove vuole e a chi vuole.

L’uomo quando vuol accertarsi della fede o di un determinato messag­gio divino ha il dovere di andare ad informarsi se e dove Dio ha fatto un qualche miracolo e vedere se è vero. Però non sono i miracoli che producono la fede.

Con il miracolo Dio si mette dietro il nostro uscio; ma se noi non gli apriamo, egli non può entrare. La ricerca, umile e non pretenziosa, è il primo passo dell’uomo per arri­vare alla fede.

Il desiderio e la preghiera sono il secondo passo, come quelle dell’uo­mo che domandò a Gesú di guarirgli il figlio, e che, richiesto da Gesú se avesse fede, rispose: « Signore, aumenta la mia fede » (Mc. g, a3).

L’ultimo e decisivo passo è di cominciare a vivere da cristiano e fre­quentare la Chiesa, perché il maggior ostacolo alla fede è il peccato. Per questo Pascal all’amico che gli chiedeva altre prove per giungere alla fede rispose: « Se vuoi credere da cristiano, comincia a vivere da cristiano ». Altri dicono: Se Dio fa miracoli perché non ne fa uno a me?

Se Dio facesse un miracolo a ogni preghiera, il miracolo avverrebbe ad ogni istante, in ogni angolo della terra; perderebbe il suo valore di segno e verrebbe catalogato quale fenomeno naturale. Inoltre non ci sarebbe piú né morte, né malattia, né sofferenza alcuna, perché tutti pregherebbero per non averle; questa terra verrebbe trasformata in paradiso, anche se un cattivo paradiso, perché, stante la condizione biologica del nostro corpo, tutti arriveremmo a essere dei vecchi rattrappiti di mille, duemila, tremila anni. Dato poi il cattivo uso della libertà, diverrebbe una bolgia infernale, con il predominio dei malvagi. Infine non ci sarebbe amore di Dio, ma tor­naconto: gli uomini non servirebbero piú Dio, ma si servirebbero di Dio per il loro benessere.

Lasciamo fare a Dio le cose come le ha fatte e non pretendiamo di esse­re piú sapienti e piú buoni di lui.

Dio non fa mai miracoli inutili. Egli fa miracoli, come pure profezie e prodigi, solo per un fine proporzionato.

Egli dirige la natura con le leggi naturali e non occorre che intervenga per correggerle, perché sono perfette.

Il fine proporzionato è il fine soprannaturale a cui Dio, nella sua gene­rosità infinita, ha destinato l’uomo: la formazione del Corpo Mistico e il nostro inserimento in esso mediante l’amore e i sacramenti, perché pos­siamo raggiungere la felicità eterna.

Possiamo sempre domandare una grazia o anche un miracolo a Dio, ma senza arroganza e senza imposizioni o condizioni, disposti sempre a fare la sua volontà. Egli ci ascolterà quando vede che ciò che domandia­mo è piú utile all’anima nostra o di colui per il quale preghiamo; altri­menti ci ascolterà concedendo una grazia superiore, ma di natura diversa da quella che chiediamo.

8. La posizione dei protestanti e dei testimoni di Geova

Costoro, non avendo miracoli, attribuiscono i miracoli dei cattolici all’intervento di satana, per non riconoscere la Chiesa Cattolica. Non ri­flettono che una legge la può sospendere solo chi l’ha fatta e che, se sata­na potesse fare miracoli, potrebbe anche creare, sarebbe cioè un altro Dio. Fanno come i farisei che attribuivano a Belzebù i miracoli di Gesú, per non riconoscerlo Dio.

Gesú allora rispose ai farisei: « Se dunque satana caccia satana, egli è in discordia con se stesso; come dunque, potrà durare il suo regno? E se io caccio i demoni per virtú di Belzebù, per opera di chi li cacciano i vostri figli? Per questo essi saranno i vostri giudici » (Mt. 12, a6-a7).

Ugualmente se satana fosse l’autore dei miracoli che avvengono nella Chiesa cattolica, egli andrebbe contro se stesso, perché per i miracoli in­numerevoli peccatori si convertono e diventano religiosi, casti, caritate­voli, come avviene a Lourdes e a Fatima; come avveniva con S. Antonio di Padova, con il Curato d’Ars, con Padre Pio … D’altro lato Gesú ha esplici­tamente promesso ai suoi discepoli che avrebbe mandato lo Spirito Santo, il quale avrebbe suggerito loro ogni cosa (Gv. 14, 26) e che avrebbe fatto far loro miracoli anche piú grandi di quelli che aveva fatto lui stesso (Gv. 14, iz).

Dove sono i miracoli dei protestanti e dei testimoni di Geova? Parliamo dei miracoli dichiarati tali dalla scienza medica.

9. Dio è sempre col suo popolo

Gesú, da quando si è fatto uomo, ha promesso che sarebbe rimasto con i suoi discepoli sino alla fine del mondo (Mt. 28, ao) e perciò lascia sempre le tracce della sua presenza nella storia, per farsi agevolmente trovare da chi lo cerca (Mc. 16, 17).

L’uomo onesto, per sapere qual è la vera Chiesa, non ha che da vedere dove egli lascia i segni della sua presenza con i miracoli; e per sapere quali sono le verità e i messaggi ispirati dallo Spirito Santo, non ha che da cerca­re quali tra essi portano la garanzia del miracolo.

Quando il cristiano sente una dottrina nuova, diversa da quanto la Chiesa ha insegnato, sia che venga proposta da protestanti o da cattolici, ha il diritto e il dovere di chiedere loro: « Dove sono i miracoli con cui Dio vi raccomanda e garantisce? ». E ha il dovere di non crederli e non seguirli se non danno queste garanzie.

Quando invece vede i miracoli, ha il dovere di conoscere quali messag­gi Dio, per mezzo di essi, ci manda, e di seguirli.

Moltissimi credono che Dio abbia parlato solo nel Vecchio Testamento e poi in Gesú e per mezzo degli apostoli; quindi non si sia fatto piú sentire. Non c’è niente di piú falso. Dio è sempre vicino al suo popolo e continua a parlare al popolo cristiano molto di piú di quanto ha parlato agli ebrei: parla direttamente per mezzo di tanti mistici, o indirettamente per mezzo di apparizioni della Madonna o ispirando i suoi innumerevoli santi.

Riferiremo, scegliendoli tra moltissimi, alcuni messaggi dati da Dio al suo popolo in questo secolo.

10. Conclusioni

Attraverso i suoi interventi Dio conferma il popolo cristiano nella fede che egli ha rivelato e che la Congregazione per la Dottrina della Fede (ex S. Ufficio) il 17 maggio 1979 ha riassunto in 7 punti, fatti propri dal Papa:

1) La Chiesa crede alla resurrezione dei morti.

2) La Chiesa crede alla resurrezione dell’uomo tutto intero; per gli eletti questa è l’estensione agli uomini della resurrezione di Cristo.

3) La Chiesa afferma la sopravvivenza e la sussistenza dopo la morte del nostro « io », ossia dell’anima, pur mancando, nel frattempo del com­plemento del corpo.

4) La Chiesa esclude ogni forma di pensiero che renderebbe assurdi o inintellegibili la sua preghiera, i suoi riti funebri, il suo culto dei morti.

5) La Chiesa attende, conformemente alla S. Scrittura, la manifestazio­ne gloriosa del Signore nostro Gesú Cristo (Parusia).

6) La Chiesa afferma che Maria SS. è stata assunta in cielo in anima e corpo: quale anticipazione della glorificazione riservata a tutti gli eletti.

7) La Chiesa crede alla felicità dei giusti (il Paradiso), alla pena dei pec­catori (l’Inferno), alla purificazione degli eletti non purificati in terra (il Purgatorio). Non bisogna ricorrere a immagini fantasiose ed arbitrarie di esse: quelle però usate dalla Bibbia meritano rispetto e non bisogna svuo­tarle.

Fatte queste premesse, daremo uno sguardo ai prodigi e ai miracoli piú recenti con cui Dio garantisce il suo unico Figlio Gesú, la sua unica vera Chiesa, quella Cattolica, le apparizioni e i messaggi della sua SS. Madre e dei Santi. Con i miracoli di oggi, perfettamente controllati dalla scienza, Dio va continuamente confermando la verità dei miracoli del Vangelo.

Quindi esporremo il nucleo centrale del Vangelo, la missione e l’opera grandiosa di Gesú, e poi, attraverso gli ultimi risultati degli studi sulla Sindone, vedremo la conferma archeologica della passione e risurrezione di Gesú, e quindi della verità di tutto il Vangelo. Infine parleremo delle principali apparizioni della Madonna e dei relativi messaggi e della nuova Pentecoste suscitata dallo Spirito Santo.

CAP. IV – PRODIGI

I prodigi che Dio va operando in questi tempi sono specialmente pro­digi solari e prodigi di lacrimazioni di immagini di Gesú o della Madonna. I prodigi solari si verificano quasi in tutte le apparizioni autentiche del­la Madonna: si vede il sole cambiare colore, pulsare e girare attorno a sè velocemente e, anche spesso, muoversi come impazzito nel cielo, o quasi precipitare sulla terra. Qui parliamo dei prodigi di lacrimazioni.

Tutti questi prodigi rientrano nel campo dell’osservazione, ed è da sciocchi negarli o metterli in dubbio quando sono testimoniati da una moltitudine di persone; tutt’al piú si può discutere sulla loro origine.

Quando in Adrano ci fu il prodigio della lacrimazione del volto di Gesú Misericordioso, ed io cominciai a parlare pubblicamente del fatto, in una grossa riunione fui tacciato da un sacerdote di leggerezza; io risposi tran­quillamente: « Se i vostri occhi sono privilegiati e valgono piú dei miei e di molte centinaia di altri testimoni che vi posso portare, avete ragione; se credete che i vostri occhi valgono quanto quelli degli altri, sarete saggi solo se non parlate piú ». Prodigi di lacrimazioni di immagini o di statue della Madonna o di Gesú ne sono avvenuti nella seconda metà di questo secolo diverse centinaia.

Ne citiamo soltanto alcuni:

Nel 1953 la Madonna pianse per tre giorni a Siracusa; il prodigio oltre ad essere osservato da migliaia di persone fu anche filmato e, in seguito, fu fatto un grande Santuario.

A Castelvolturno piansero una statuetta della Madonna e una di Gesú Bambino nella casa di Teresa Musco, stimmatizzata e morta in concetto di santità.

A Porto Santo Stefano (Grosseto), nella casa di Enzo Alocci, ha pianto la statua della Madonna dal 3.7.1972 al 31.7.1977 per nove volte lacrime bian­che, per 18 volte lacrime di sangue.

A Maropati (R.C.) nella casa del sindaco comunista avv. Gordiano ha pianto moltissime volte l’immagine della Madonna di Pompei.

A Cinquefrondi (Reggio Calabria) ha pianto molte volte il Sacro Cuore di Maria nella casa della stimmatizzata Bettina Jamundo.

A Niscima (Caltanissetta) nella Villa Bella ha pianto moltissime volte la statua della Madonna di Lourdes: una volta un incredulo, che poi è dive­nuto mio amico (Aldo Martorelli di Catania), andato per curiosità sul luogo e presa la statua fra le mani, se la vide piangere e, naturalmente, subito si converti.

A Catania ha pianto moltissime volte una statua della Madonna dinan­zi a tanti in casa Castorina (in via dei Salesiani).

A Ravenna, nella Chiesa di S. Damiano, dal 1972 in poi ha pianto moltis­sime volte una statua della Madonna, dinanzi a moltissime persone; una volta dinanzi a un migliaio di persone. Altrettanto a Ladeira (Spagna) dal 196o in qua e a New Orleans (U.S.A.).

A Roccacorneta (Bologna) dal 12.5.1957 a oggi ha pianto moltissime vol­te una statua della Madonna. Sparsasi la notizia, nei giorni successivi, ac­corsero sul luogo molte centinaia di persone e dinanzi a tutti si ripeté quasi ogni giorno il prodigio della lacrimazione. Dinanzi a un fatto cosí impressionante venne sul posto una commissione di esperti da Bologna per studiare la « statua »; nel mese seguente venne un’altra commissione da Modena. Entrambe le commissioni, dopo aver smontato la statua, non vi trovarono alcuna traccia di trucco.

I primi testimoni furono due ragazzi undicenni, che, interrogati dal Ve­scovo, furono trovati sinceri e dichiararono di avere sentito entrambi una vocina sottile e soave che disse loro: «Piango perché gli uomini sono di­ventati cattivi; si sono allontanati da Dio e dalla Chiesa e vivono nell’im­purità e nella disonestà… Con le mie lacrime voglio richiamare tutti alla preghiera e al sacrificio, ai sacramenti, alla comunione, alla recita del ro­sario … Gli uomini si uccideranno tra di loro, se non si ritornerà al Signore ».

Ritornano in mente le parole quasi identiche dette da Suor Lucia di Fa­tima il 22.5.1958 al padre Agostino Fuentes: « La Madonna mi ha detto espressamente: “Ci avviciniamo agli ultimi tempi”. Quando saranno esau­riti gli ultimi mezzi di salvezza, disprezzati dagli uomini, Dio nella sua in­finita misericordia, ci offrirà un’ultima ancora di salvezza: la Vergine san­ta in persona, sue numerose apparizioni, sue lacrimazioni. Se anche allora non ascolteranno la voce della Madonna e continueranno a offendere il Signore, non saranno perdonati ».

In Adrano (Catania) i prodigi di lacrimazione sono stati moltissimi. Av­vennero in casa Orofino, una famiglia completamente lontana da Dio. Co­minciarono il 7.12.1980 e si ripeterono molte volte al giorno per circa cen­to giorni, cioè fino al marzo 1981. In quella casa non esistevano simboli re­ligiosi, eccetto un quadrettino di S. Giuseppe e una cartolina della Ma­donna di Cinquefrondi.

Il pomeriggio del 7.12.1980 le due stanze al 1° piano di detta casa ap­parvero con tutte le pareti completamente rigate di sangue vivo, tali da terrorizzare. La padrona di casa non ebbe coraggio di parlare con qualcu­no. L’indomani mattina, marito e moglie trovarono le due stanzette di pian terreno, dove fanno e infornano il pane, completamente insanguina­te: pareti, volte, forno, mensole di marmo, pavimento. Terrorizzati cominciano a gridare. In un batter d’occhio accorrono folle e folle di persone, ta­li da dovere subito intervenire le guardie municipali e i carabinieri per ar­ginarle. Dopo un po’ di giorni un uomo porta in quella casa un poster di Gesú Misericordioso, e, dopo, uno della Madonna di Fatima. Prima l’uno e dopo l’altro cominciano a sanguinare. Il volto di Gesú si copre talmente di sangue, uscito dagli occhi e da un’invisibile corona di spine, da fare non solo pietà, ma anche spavento. Contemporaneamente cominciano a for­marsi, quasi sempre sotto gli occhi di tanti testimoni, nelle porte delle stanze al 1° piano e in fogli di carta dei segni e dei simboli fatti con sangue: l’ostia, il calice, la croce, la « M », ecc. Sopra il manto della Madonna com­parve il n. 3 e accanto al poster di Gesú Misericordioso si formò il n 21. Ri­petutamente il giudice preparò l’ordine di arresto dei coniugi Orofino, convinto che gli autori di tutto fossero essi; arresto scongiurato dai miei interventi. Il tribunale di Catania mandò il proprio medico legale per esa­minare il sangue: risultò sangue umano gruppo AB. Io personalmente fui testimonio oculare di abbondanti lacrimazioni; ho raccolto inoltre un centinaio di verbali di altri testimoni (vedi il libro Dalla Polonia a Adrano).

CAP. V – MIRACOLI

1. Maddalena Carini da San Remo

Essa stessa racconta la sua storia.

« Avevo dieci anni quando mi ammalai; abitavo a Pavia con i genitori e i miei sei fratelli. « Pleurite, disse il medico ai miei familiari. E’ una forma grave, ma non bisogna preoccuparsi troppo, guarirà. » Certo guarii dalla pleurite. Ma mi rimasero addosso tali conseguenze che per 21 anni non potei piú lasciare il letto. Ecco, in breve, l’elenco dei miei mali: peritonite tubercolare, angina pectoris, anemia perniciosa, troncaterite alla gamba destra. Passai la giovinezza trasferendomi da un ospedale all’altro, ma senza risultato. A vent’anni pesavo ventinove chili e soffrivo dolori atro­ci. Peggioravo di giorno in giorno.

Improvvisamente si bloccò del tutto la gamba destra e con essa la schiena e da allora dovetti restare immobile a letto. Ma non era ancora fi­nita. In seguito alla peritonite, mi gonfiò la pancia, che diventò tutta dura, i tessuti epidermici si distrussero, il corpo era pieno di lesioni organiche, la gamba destra si atrofizzò e si ricoprí di ferite che, secondo i medici, non sarebbero mai piú guarite.

Quando i medici mi dimisero dall’ospedale, perché ormai non c’era piú nulla da fare, ero diventata uno spettro vivente. Era il luglio del 1948. Come un condannato a morte, espressi il mio ultimo desiderio: ritorna­re a Lourdes. Ma le mie condizioni erano tali che i medici non mi voleva­no dare il permesso.

«Morirai durante il viaggio!» Non me lo dicevano, ma lo pensavano. Ottenni il permesso e partii il 9 agosto in condizioni disperate. Tutti i giorni andai alla grotta a pregare, ma l’ultimo giorno stavo talmente male che i barellieri si rifiutarono di accompagnarmi. Li implorai e finalmente qualcuno si commosse. Davanti alla statua della Madonna, per l’ultima volta, cominciai a pregare. All’improvviso sentii uno strappo al cuore, poi un altro ancora piú forte, poi un terzo. Ecco, muoio, pensai chiudendo gli occhi. Ma non morii: anzi in quel momento ero completamente guarita… ».

2. Don Teodosio Galotta, salesiano, di Napoli

La sua malattia era così grave che i parenti gli avevano preparato il lo­culo al cimitero con l’iscrizione già fatta.

L’urologo, dott. Bruno, fece questa diagnosi.

«Neoplasia prostatica con metastasi ossee e polmonari, una prostata aumentata di volume, di consistenza lignea e di superficie bernoccoluta ». La diagnosi era stata confermata dalle radiografie: « Alterazione strut­turale del terzo prossimale del femore destro e delle branche ischio-pubi­che, specie a sinistra, per lesioni del tipo osteolitico. Nei campi polmonari alti, specie a destra, presenza di noduli neoplastici metastatici »:

Descrivendo poi dettagliatamente quanto riscontrato, il radiologo, prof. Acampora, aveva aggiunto: « L’alterazione si presentò con scompar­sa della normale trabecolatura ossea, sostituita da aree di osteolisi alter­nate da aree di addensato osseo, riproducenti il tipico quadro neoplastico del tipo osteoclastico e in parte osteoblastico. Successivamente si notò una frattura del piccolo trocantere di destra … ».

L’ortopedico, dott. Coletti, dopo l’esame radiografico fatto personal­mente nella camera di don Calotta con apparecchio portatile, aveva di­chiarato: « Frattura patologica sottotrocanterica del femore destro. Il ter­zo prossimale del femore è sede di alterazioni morfologiche e strutturali da metastasi di neoplasia prostatica… ».

L’internista dott. Schettino nella sua dichiarazione scritta aveva parla­to, in occasione dei due gravi collassi periferici, di condizioni fisiche mol­to precarie e di situazione molto pericolosa per la vita del paziente.

Il medico legale, a sua volta, dopo aver esaminato tutta la documenta­zione, disse che si trattava di una « diagnosi precisa », « non di un sospetto diagnostico o di un enunziato nosologico di probabilità ». La notte del 25.10.1976 arrivò alla fine: era quasi in coma.

L’assistente, toccandogli il polso, si lasciò sfuggire: « Non si sente piú ». Don Calotta che ancora capiva, al sentir questo, invocò nel suo cuore i due martiri salesiani della Cina: « Mons. Versaglia e Don Caravario, aiuta­temi voi ».

Subito gli comparvero i due martiri e gli dissero: « Non temere, ci siamo noi ».

All’istante don Calotta guarí completamente.

La documentazione medica è ora a Roma presso la Sacra Congregazio­ne per le Cause dei Santi per la beatificazione dei due martiri.

3. Miracolo vivente

È Suor Caterina Capitani, oggi di 46 anni, superiora della comunità del­le Figlie della Carità che accudiscono all’ospedale di Benevento. Essa vive senza stomaco, senza bile, senza pancreas. Le cose sono andate cosí: era da poco entrata nella Congregazione delle Figlie della Carità. Nel 1962 a 20 anni lavorava quale infermiera negli Ospedali Riuniti per Bambini « Lina Ravascheri » di Napoli, quando cominciò a sentire un dolore noioso allo stomaco e, dopo due mesi, ebbe un vomito di sangue. Non avendo com­piuto i tre anni di prova prima di emettere i voti e temendo di venire man­data a casa, non disse nulla.

Dopo sette mesi ebbe un’altra emorragia, ma imponente. Dovette par­lare. Furono fatti esami, radiografie, stratigrafie per accettarne la causa. Alla fine del 1964 fu ricoverata nell’Ospedale « Ascalesi » di Napoli sotto cura del prof. Alfonso D’Alvino. Fatta 1’esofagoscopia si riscontrò una zo­na emorragica nel segmento toracico; le furono praticate cure idonee, ma senza alcun risultato. Allora Suor Caterina fu trasferita nell’Ospedale « Pellegrini » di Napoli, sotto cura di uno specialista, il prof. Giovanni Bile; ma anche le sue cure non ebbero risultato, anzi le condizioni di salute di Suor Caterina andarono sempre piú peggiorando, al punto che la medesi­ma si ridusse a dover vivere soltanto di fleboclisi e di trasfusioni. La sua superiora, come ultima speranza, la fece ricoverare presso l’Istituto di Se­meiotica chirurgica di Napoli il 10.5.1965 per metterla sotto cura del prof. Giuseppe Zannini, specialista di chirurgia dei vasi sanguigni, direttore dell’Istituto. Questi, dopo cinque mesi di cure inutili, la fece trasferire il 27.10.1965 nella Clinica Mediterranea, dove dopo tre giorni la operò, asportandole completamente lo stomaco, la milza e il pancreas, perché ri­scontrò lo stomaco completamente ricoperto di varici a causa del cattivo funzionamento della milza e del pancreas. Fu anche necessario collegare la parte superiore dell’intestino, chiamata « digiuno » con l’esofago, e ta­gliare la vena aorta e collegarla con la vena cava. L’operazione fu difficilis­sima. Sembrò che la salute di Suor Caterina migliorasse; ma il migliora­mento fu illusorio.

Alcuni giorni dopo le venne la pleurite e, insieme, il vomito frequente di succhi gastrici che, con i suoi acidi, le bruciava le labbra. Un giorno, du­rante un vomito, si sentí bagnare lo stomaco. Si guardò; vide che gli acidi vi avevano aperto un buco, attraverso il quale avevano trovato una piú facile via d’uscita. Attraverso quella fistola non solo uscivano i succhi ga­strici, ma, insieme, tutto quello che la Suora mangiava, o, meglio, che be­veva. La fistola procurava, contemporaneamente, la febbre a 4o e una pe­ritonite diffusa. Il prof. Zannini, informato, ordinò l’immediato trasporto nella sua clinica di Napoli. Lí, visitata l’ammalata, disse che bisognava fa­re una seconda operazione, ma che in quelle condizioni lei non era in gra­do di sostenerla, per cui la fece ricoverare nell’Ospedale della Marina Mi­litare di Napoli.

Suor Caterina vi fu portata la sera del 17 maggio; ma era piú morta che viva. Il prof. Zannini insistette perché essa prendesse dei succhi di frutta; ma tutto quello che Suor Caterina ingoiava, fuorusciva, attraverso la fi­stola, sull’addome, nel quale si era addirittura formata una vasta piaga necrotica. Era la fine. La superiora, per farla morire contenta, le fece fare i voti in «articulo mortis».

Suor Caterina era contenta perché pensava che stava per morire e per cessare di soffrire. Intanto le consorelle cominciarono a pregare Papa Gio­vanni perché le facesse il miracolo; lei stessa, per condiscendenza, si asso­ciò alle loro preghiere. Una consorella si era procurata una reliquia di Pa­pa Giovanni, esattamente un pezzettino del lenzuolo dove egli era morto; e lo mise sullo stomaco di Suor Caterina. Intanto la febbre si manteneva molto alta.

Il 25.5.1966 alle ore 14,25 Suor Caterina disse alla suora che l’assisteva che socchiudesse la finestra e la porta perché voleva riposare. La suora eseguì il desiderio di Suor Caterina; e questa si assopì; ma, a un certo pun­to, sentí una mano premere sulla ferita, mentre una voce d’uomo chiama­va: « Suor Caterina! Suor Caterina! ». Suor Caterina si svegliò, si rigirò nel letto e vide accanto al letto Papa Giovanni, bello, luminoso, sorridente, che le disse: « Mi avete tutti molto pregato. Me lo avete strappato dal cuo­re questo miracolo. Non hai piú niente. Suona il campanello e chiama le suore che stanno in Chiesa a pregare, e qualcuna dorme (dicendo questo, sorrise benevolmente). Misurati la febbre; non arriva a 37 gradi. Mangia tutto; io tengo la mia mano sulla ferita; non avrai piú niente. Fatti visitare; prepara tutta la documentazione; un giorno gioverà ». Detto questo il Pa­pa scomparve.

Suor Caterina credette di sognare; suonò il campanello; e alle suore ac­corse disse: « Sono guarita; datemi da mangiare ». Le suore le misurarono la temperatura; era 36,8; le portarono del semolino, che lei divorò vorace­mente e ne chiese altro. Una suora spaventata, temendo che quel cibo fos­se uscito fuori dalla fistola sull’addome, le scoprí la pancia; e tutte videro che la ferita era perfettamente chiusa e asciutta. Il professore Zannini te­lefonò per vedere se Suor Caterina fosse morta; non rispondendo nessu­no e temendo il peggio, si precipitò verso l’ospedale, ed, entrato nella stanza di Suor Caterina, trovò la suora alzata e vestita. La visitò: era perfet­tamente guarita.

Istruito il processo canonico su tale miracolo, furono interrogati tutti i medici, soprattutto il professore Zannini; e tutti dichiararono che quella guarigione per la scienza era inspiegabile. Questo è uno dei miracoli pre­sentati alla S. Congregazione dei Riti per il processo di beatificazione di Papa Giovanni. Adesso Suor Caterina è considerata un «miracolo vivente » perché, pur senza stomaco, senza milza e senza pancreas, ha un aspetto floridissimo e giovanile, sta in piedi 16 ore al giorno, correndo in ospedale continuamente da un punto all’altro nell’espletamento della sua missione di assistenza verso i ricoverati.

4. Erminia Pane, miracolata a Lourdes il 3.11.1982

Esponiamo, abbreviandolo, il suo stesso racconto, da lei diffuso con una fono-cassetta in tutta l’Italia: « Sono nata cieca dell’occhio destro, perché in tale occhio non vi era e non vi è la retina. Nel maggio 1977, accompagnata da un fortissimo dolore di testa, ebbi una paresi che mi ab­bassò definitivamente la palpebra dell’occhio sinistro, facendomi diven­tare totalmente cieca e facendomi restare difettosa di un braccio e di una gamba. Per poter vedere un poco dovevo tenere sollevata la palpebra di tale occhio o con la mano o attaccandola con un cerotto alla fronte. Se non teoricamente, praticamente ero atea, bestemmiavo, vivevo disperata.

Nell’ottobre 1982 fui ricoverata nell’ospedale di Milano, reparto neuro­logia e vi subii una prima operazione da parte del prof. Infuso e dall’équi­pe del prof. Villani. Quindi i medici volevano farmi un secondo interven­to, tirandomi su la palpebra sinistra mediante un innesto nervoso. Atten­devo tale intervento. Il 12.10.1982 vennero a visitarmi i miei parenti; dissi a mia figlia Teresa di 23 anni di lasciarmi una sigaretta, perché avevo il vizio del fumo.

Andati via i miei parenti, la mia compagna di camera, Lombardini Fla­via (abitante a Milano, Piazza Tirana), che mi aiutava giornalmente, non essendo io autosufficiente, mi disse: “Dai, Erminia, andiamo giú a fumarci una sigaretta”.

La pregai di attendere perché dovevo andare in bagno per legarmi la palpebra col cerotto alla fronte. Entrata nel bagno, mi sedetti nella como­da e, invece di fare quell’operazione, mi misi a fumare. Mentre fumavo sentii aprire la porta del bagno e un fruscio di vesti. Nascosi istintivamen­te la sigaretta, mi tirai su la palpebra e vidi una signora vestita di bianco, con la testa coperta.

Credendola un’ammalata, le dissi: “Venga avanti, signora e chiuda la porta”.

La signora fece un passo avanti; la porta si chiuse; ma, chiudendosi, vi restò impigliato il lembo della fascia azzurra che la signora teneva attorno alla vita, sicché la signora non poté muoversi. Io gettai la sigaretta, mi al­zai e andai ad aprire la porta per liberare la fascia azzurra: e quindi pregai la signora di accomodarsi.

Ma lei mi disse: “No, siedi tu”; e, prendendomi per mano, mi fece sedere nella comoda.

lo le dissi: “Signora, non faccia complimenti!” La signora rispose: “Non chiamarmi signora; io sono la Madonna di Lourdes”. Io dissi: “Sei la Ma­donna di Lourdes? Non ti credo… Non ti credo… ! Io ti ho bestemmiato sempre!” (e scoppio a piangere). La Madonna rispose: “Lo so! Ma so pure che sei buona”.

Io dissi: “Se sono buona, aiutami!” In quel momento entrò Flavia e mi disse: “Dí, Erminia: te sei matta! Te parli sola!” Allora capii che lei non ve­deva la Madonna e rimasi certa che la signora che stava accanto a me era la Madonna; e dissi a Flavia: “Sí, hai ragione! lo penso ad alta voce”. Flavia andò via.

Allora dissi alla Madonna: “Se tu sei veramente la Madonna, sai che ho una figlia di 23 anni che si deve sposare; sai che devo avere un altro intervento; Aiutami!” La Madonna rispose: “Si, io lo so cosa vuol dire essere mamma; io sono la Madre di Dio”. Io le dissi: “Prendimi pure le gambe; tie­nimi per tutta la vita in una sedia a rotelle; ma lasciami, almeno, questo mezzo occhio!”

La Madonna allora tirò fuori il braccio destro e mi mostrò la corona del rosario. Io prendendo il crocifisso della corona, dissi: “Mamma mia! Sto uscendo pazza?… È un’illusione? Sarà la signora di sotto… ” La Madonna risponde: “Prima ti faccio andare via la paresi. Poi ti do la vista all’occhio destro; e ti lascio le gambe perché devi fare tanto cammino per me”.

Io le dissi: “Ti prometto che non bestemmierò piú, che non farò piú quelle cose.” La Madonna rispose: “La prima cosa che devi fare è di non in­vocare piú lo spirito dei morti”. Io le promisi che non avrei fatto piú sedu­te spiritiche.

Quindi la Madonna mi disse: “Voglio che tu venga a Lourdes a piedi scalzi e con tanta fede. Per adesso non dire niente a nessuno di questo no­stro incontro. Ne parlerai al tuo ritorno da Lourdes. Poi dovrai parlare molto di me”.

Io, siccome avevo l’abitudine di dire bugie, temendo di non essere per questo creduta, le risposi: “Come faccio a parlare di te? Chi mi crede?” La Madonna mi disse: “Porterai con te tutta la documentazione che parla della tua menomazione, perché io ti guarirò”.

Il 16.10.1982 i medici mi dimisero, dicendomi di rientrare in ospedale il 1° di novembre per un secondo intervento. Io dissi al prof. Infuso: “Io ven­go a salutarvi; ma voi le mani addosso non me le mettete, perché io vado a Lourdes e vado a guarire”. I medici mi guardarono e mi dissero: “E tu, a 40 anni, credi ancora alla befana?”

“Certo, risposi; vado a Lourdes e tornerò guarita; anzi vedrò anche dall’occhio destro!” Fui presa per pazza.

Ritornata a casa, ripetei la stessa cosa a mia madre. Anch’essa mi prese per pazza. Intanto mia madre cadde ammalata e non potei partire. L’indomani, domenica, rividi a casa mia la Madonna che mi disse: “Al­lora quand’è che vieni?” Le risposi: “Mia madre è malata. Com’è che ven­go?”

La Madonna mi rispose: “Ti accompagnerà tua madre. Io la farò guarire”. Il 29. Io andai in ospedale, perché il cerotto col quale tenevo legata la palpebra alla fronte aveva prodotto un’infezione corneale. Mi visitò la prof. Lasanna che mi disse: “Erminia, devi tenere l’occhio chiuso almeno 8 o 10 giorni”. Io risposi: “Come faccio a tenerlo chiuso, dato che fra 4 gior­ni debbo partire per Lourdes per guarire?” La dottoressa mi rispose: “Ma va, non credere a certe stupidaggini. La Madonna non ha la bacchetta ma­gica… Non andare”. Io le dissi: “Non si preoccupi. Vedrà che quando tor­nerò da Lourdes, sarò guarita”. Allora la dottoressa mi tolse quel cerotto e me ne diede uno di carta. Ritornata a casa, dissi alla mamma di prepararsi perché fra 4 giorni saremmo partite per Lourdes. Mia madre rispose: “Co­me faccio a partire con questa brutta bronchite?”

Nel frattempo venne a visitare mia madre il medico Silvio Avella. Que­sti mi dice chiaro che mia madre in quelle condizioni non può partire. Avendo nelle mie condizioni necessità di venire accompagnata e non avendo altro scopo, insistei col dottore che lasciasse partire mia madre, perché io a Lourdes dovrò guarire. Il dottore mi risponde: “Non credere a queste cose! E poi lo sai dov’è Lourdes? È al di là dei Pirenei”.

Io risposi: “Non si preoccupi. Io andrò e guarirò”. Al mattino del 2.11 mia madre era guarita.

Partimmo. II 3.11 fummo a Lourdes. Mi tolsi le scarpe e andai scalza al Santuario. Mia madre mi disse: “Ma, Erminia cosa stai facendo? Vedi che freddo e come piove! Hai l’occhio tutto gonfio e la piaga della fronte che getta sangue! Cerca di ragionare! Tu stai diventando pazza!”

Io risposi: “Mamma, lasciami fare quello che sento di fare!”

Giunte alla grotta, mia madre s’inginocchiò. Io, restando in piedi, guar­dando la statua della Madonna e ricordando come essa era bella, dissi: “Mamma, ch’è brutta!” Mia madre rispose: “Ma bada a quello che dici! Guarda che quella è la Madonna!” Io che credevo di trovare a Lourdes la Madonna come l’avevo vista, ripresi: “Ma sí! Com’è brutta!”.

Alle 14,30 siamo andate alle fontanelle e volendo fare come gli altri che si bagnavano e bevevano, e non potendolo a causa del cerotto della pal­pebra che tenevo con la mano, vidi d’improvviso vicino a me un uomo con i capelli lunghi ondulati e gli occhi celesti che mi disse in italiano: “Vieni, ché ti aiuto io”; e mi mise la mano sotto la spalla, e mi portò vicino alla fontanella. Mi bagnai la schiena, il braccio con la paresi, la gamba, scossi le mani e mi volto per ringraziare quel signore. Ma egli non c’era piú. Restai sbalordita. Essendo quindi il cerotto bagnato, mi feci accom­pagnare con gli occhi chiusi da mia madre alle piscine. Lí giunte, sollevai la palpebra e vidi due dame che mi aiutarono a svestirmi e mi accompa­gnarono alla vasca e mi fecero inginocchiare. Io sollevai la palpebra e vidi di trovarmi dinanzi a una statuina della Madonna: la presi e l’appoggiai alla fronte, mentre le due dame pregavano. Quindi esse, dopo circa un quarto d’ora, vennero per prendermi. Io volevo restare ancora nell’acqua perché non guarivo e dissi: “Mannaggia a te! Adesso mantieni la promes­sa! Vedi con quanta fede io sto ai tuoi piedi!”

Allora ho sentito come un cantico mentre continuavo a picchiarmi con la statuina l’occhio sinistro. Aprii spontaneamente l’occhio e vidi la Ma­donna come l’avevo vista nell’ospedale, ma solo il suo volto. Grido dalla gioia. Mia madre, sentendomi gridare, entra nella vasca. Io grido: “Mam­ma, ti vedo con l’occhio destro!”

Mia madre mi prese per pazza; però mi fece voltare e vede l’occhio sini­stro guarito, la piaga della fronte scomparsa, la paralisi alla palpebra scomparsa, la gamba e il braccio della paralisi che muovevo perfettamente. Presi coscienza della mia completa guarigione e cominciai a gridare sconvolta: “Tu sei potente! … Tu sei potente!… ” Le due dame mi vestono gridando: “Miracolo! Miracolo!”; quindi mi portarono alla grotta dove ri­masi moltissimo ringraziando la Madonna.

L’indomani mi portarono al Bureau Medical dal dott. Mangiapan, al quale avevano già raccontato l’accaduto. Il dottore mi fece raccontare la mia vita, i miei mali, l’accaduto nella vasca; quindi disse: “Lo dice lei che è guarita!” Io risposi: “No! Lo dice la documentazione medica in mio posses­so”; e gli mostrai la documentazione che per ordine della Madonna avevo portato con me. Il dottore mi chiese come mai avevo portato tale docu­mentazione; ed io gli raccontai la visione avuta a Milano nell’ospedale. Il dottore, esaminando la documentazione esclamò: “Mio Dio! Mio Dio! È un miracolo!” E tutti lodammo e ringraziammo Dio. Ritornata in Italia, an­dai in Ospedale. I medici constatarono la mia guarigione perfetta e per di piú constatano che l’occhio destro, pur io vedendoci, era sempre senza retina: un miracolo permanente e sempre riscontrabile! Ciò che vado di­cendo e dimostrando in tutta l’Italia».

CAP. VI – IL PADRE

Che Dio sia il Creatore e il Padrone lo hanno creduto in maniera piú o meno perfetta tutti i popoli, specialmente quelli primitivi; ma che sia Pa­dre lo poteva rivelare e lo ha rivelato fin dal Vecchio Testamento soltanto lui stesso, perché noi uomini, per natura, siamo soltanto sue creature e non suoi figli.

Gli ebrei, però, vissero in gran parte quasi sempre lontani da Dio; ebbe­ro di Dio piú timore che amore e lo consideravano piú Padrone e Giusti­ziere che Padre. La rivelazione di Dio Padre ce l’ha fatta Gesú, facendoci vedere che egli ha cosí amato il mondo da mandare il suo Figlio Unigeni­to per salvarlo (Gv. 3, 16) e da farlo a tal fine morire sulla croce per noi.

E’ vero che una moltitudine di buoni cristiani ha sempre considerato Dio nostro Padre; ma è altrettanto vero che la stragrande maggioranza di essi lo ha sempre dimenticato, è vissuta sempre lontana da lui e, spesso, lo ha offeso e l’offende in maniera spaventosa con la bestemmia e, alle volte, con il sacrilegio e con l’odio. Nessuno dei popoli che non hanno cono­sciuto l’amore di Dio fa queste cose: né i buddisti, né i confuciani, né gli indú, né i maomettani: soltanto i cristiani, purtroppo, bestemmiano Dio.

I peccati piú gravi contro Dio, le ingratitudini piú nere contro di lui so­no un’esclusiva del popolo cristiano.

E cosí anche presso i cristiani prevale il concetto di Dio Padre, di Giudi­ce severo e di giustizia.

All’inizio di questo secolo, Dio, volendo meglio farsi comprendere quale Padre, si è rivelato a un’umile religiosa, suor Eugenia Ravasio della Congregazione di Nostra Signora degli Apostoli. I messaggi che egli le ha dato sono meravigliosi e commoventi. Naturalmente essi non sono una nuova rivelazione, ma ci fanno meglio comprendere quanto il Padre ha rivelato per mezzo del suo Figlio Unigenito. Dice infatti Gesú: « Chi vede me, vede anche il Padre » (Gv. 14, 9).

Gesú è l’immagine vivente del Padre. È quindi sbagliato pensare che Gesú è misericordioso e il Padre è terribile. Tutte le perfezioni di Gesú ri­velano altrettante perfezioni del Padre. Come Gesú è dolce, amorevole, misericordioso, umile, sempre disponibile, comprensivo; altrettanto lo è il Padre.

Per questo Gesú chiama Dio « Padre mio e Padre vostro » (Mt. 7, 11) e nella preghiera fatta nell’ultima cena dice al Padre: « Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini » (Gv. 17, 8).

I messaggi dati dal Padre a suor Eugenia non sono garantiti da miracoli e da prodigi, ma sono garantiti dalla santità di suor Eugenia e, soprattutto, dal suo Vescovo, Mons. Alexander Caillot, vescovo di Grenoble, e dalla commissione di teologi che sottopose per molti anni suor Eugenia a con­tinui esami, e che fini per scartare l’ipotesi di allucinazione, di illusione, di spiritismo, di isterismo, di delirio. Alla fine, dopo dieci anni, Mons. Cail­lot, convinto ormai della autenticità di tali messaggi, diede per scritto una bellissima testimonianza sopra suor Eugenia, dalla quale riassumiamo al­cune notizie.

Suor Eugenia aveva soltanto le scuole elementari e un’ortografia pue­rile. Le sue superiore, notando i fatti straordinari che le capitavano, vole­vano rimandarla a casa; la trattennero soltanto vedendo la sua umiltà e la sua santità. Giovanissima fu fatta Superiora Generale della sua Congrega­zione. Nonostante fosse incolta, teneva alle comunità delle suore confe­renze profondissime. Conosceva tutte le sue 1.400 suore; visitò tutte le Missioni dove esse lavoravano; fece 67 nuove fondazioni. Mons. Caillot conclude: « La sproporzione tra la debolezza dello strumento – incapace esso stesso di scoprire una dottrina di questa natura – e la profondità del messaggio che la suora porta, non lascia intravedere che un’altra causa superiore, soprannaturale, divina è intervenuta per affidarle questo mes­saggio? Io non vedo come umanamente, si potrebbe spiegare la scoperta, da parte della suora, di un’idea di cui gli inquisitori teologi hanno intravi­sto soltanto a poco a poco l’originalità e la fecondità. Un altro fatto mi sembra ugualmente molto suggestivo: quando suor Eugenia ha annun­ciato che aveva avuto delle apparizioni del Padre, gli inquisitori teologi le hanno replicato che le apparizioni del Padre erano in se stesse impossibi­li, che esse non si erano mai prodotte nella storia; a queste obiezioni, la suora ha resistito, dichiarando semplicemente: “Il Padre mi ha detto di descrivere quello che io vedevo. Egli chiede ai suoi figli teologi di cerca­re”. La suora non ha mai cambiato niente nelle sue spiegazioni; ha mante­nuto le sue affermazioni per lunghi mesi. Fu solo nel gennaio 1934 che i teologi scoprirono nello stesso S. Tommaso d’Aquino la risposta all’obie­zione che essi facevano. La risposta del grande dottore sulla distinzione tra l’apparizione e la missione fu luminosa. Essa tolse l’ostacolo che para­lizzava tutta l’inchiesta. Contro sapienti teologi la piccola e ignorante aveva avuto ragione… Secondo la mia anima e la mia coscienza, con un vivissimo senso della mia responsabilità davanti alla Chiesa dichiaro che l’intervento soprannaturale e divino mi sembra il solo capace di dare una spiegazione logica e soddisfacente dell’insieme dei fatti».

Messaggi

Dal libro Dio è Padre (Ed. « Inidi di Preghiera » C.P. 135 – L’Aquila) stral­ciamo un po’ dei messaggi dati dal Padre a Suor Eugenia dall’1.7.1932 per tutto l’anno. Scrive suor Eugenia: « Dopo alcuni minuti di preghiera sono stata presa dal desiderio di vedere il Padre e di sentirlo. II mio cuore bru­ciava d’amore. Il pensiero del Padre mio mi gettava come in una follia di allegrezza. Finalmente dei canti cominciano a farsi udire. Degli angeli vengono e mi annunciano questo felice arrivo! Quest’armonia cessò un istante ed ecco il corteo degli eletti, dei Cherubini e dei Serafini, con Dio nostro Creatore e Padre nostro. Prostrata, la faccia a terra, inabissata nel mio nulla, ho recitato il Magnificat. Subito dopo il Padre mi dice di seder­mi con lui per scrivere ciò che ha deciso di dire agli uomini. Tutta la sua corte che l’aveva accompagnato è scomparsa. Il Padre solo resta con me e prima di sedersi mi dice: “Te l’ho già detto e te lo dico ancora: non posso piú donare un’altra volta il mio Figlio diletto per provare il mio amore per gli uomini! Ora è per amarli e perché essi conoscano questo amore che io vengo tra loro, prendendo la loro somiglianza, la loro povertà. Guarda, io depongo la mia corona e tutta la mia gloria, per prendere l’atteggiamento di un uomo comune!”

Dopo aver preso l’atteggiamento di un uomo comune deponendo la sua corona e la sua gloria ai suoi piedi, prese il globo del mondo sul suo cuore, sostenendolo con la mano sinistra; poi si sedette accanto a me ».

Nei giorni seguenti le disse: « Da tutta l’eternità non ho che un deside­rio: quello di farmi conoscere dagli uomini e di farmi amare, desiderando stare incessantemente presso di loro..

Perché, poi, ho ordinato a Mosé di costruire il Tabernacolo e l’Arca del­l’Alleanza se non perché avevo il desiderio ardente di venire ad abitare, come un Padre, un fratello, un amico confidente con le mie creature, gli uomini? Malgrado ciò mi hanno dimenticato, offeso con delle colpe senza numero …

Per vivere tra gli uomini, poi, creai, scelsi nell’Antico Testamento dei profeti, ai quali comunicai i miei desideri, le mie pene e le mie gioie, per­ché le trasmettessero a tutti…

Eppure il mio amore per questi uomini, figli miei, non si è affatto fer­mato. Quando ebbi ben constatato che né i patriarchi, né i profeti aveva­no potuto farmi conoscere e amare dagli uomini, ho deciso di venire io stesso…

Per me niente era nascosto del futuro; a queste due domande rispon­devo io stesso: “Ignoreranno la mia presenza, pur essendo vicino a me. Mi maltratteranno nel mio Figlio, nonostante tutto il bene che egli farà loro. Nel Figlio mio mi calunnieranno, mi crocifiggeranno per farmi morire”…

Eppure non mi sono fermato. Vi ho amato, per cosí dire, piú del mio Fi­glio diletto, o per dire ancora meglio, piú di me stesso.

Ciò che vi dico è talmente vero che se fosse bastata una delle mie crea­ture per espiare i peccati degli altri uomini, mediante una vita e una mor­te simile a quella del Figlio mio, avrei esitato. Perché? Perché avrei tradito il mio amore facendo soffrire un’altra creatura che amo, anziché soffrire io stesso nel Figlio mio. Non avrei voluto mai far soffrire i miei figli… Io vengo tra voi per due vie: la Croce e l’Eucarestia. La Croce è la mia via per scendere tra i miei figli, perché è per mezzo suo che vi ho fatto re­dimere dal mio Figlio. E, per voi, la croce è la via per salire al mio Figlio e da mio Figlio fino a me. Senza di essa non potreste mai venire, perché l’uomo con il peccato, ha attirato su di sé il castigo della separazione da Dio. Nell’Eucarestia io dimoro tra voi, come un Padre nella sua famiglia. Ho voluto che mio Figlio istituisse l’Eucarestia per fare di ogni tabernaco­lo il serbatoio delle mie grazie, delle mie ricchezze e del mio amore, per darle agli uomini, miei figli. È sempre per queste due strade che faccio scendere incessantemente e la mia potenza e la mia infinita misericor­dia…

Dandovi la vita, ho voluto crearvi a mia somiglianza! Il vostro cuore è dunque sensibile come il mio; il mio come il vostro!…

Oh, come vorrei far conoscere che Padre onnipotente sono per voi e come lo sarei anche per tutti quelli che mi ignorano colmandoli dei miei benefici! Vorrei far loro trascorrere una vita piú dolce con la mia legge. Vorrei che andaste a loro nel mio nome e che parlaste loro di me. Si, dite loro che hanno un Padre che, dopo averli creati, vuole dare loro i tesori che possiede; soprattutto dite loro che li penso, li amo, e voglio dare loro la felicità eterna. Che tutti i peccatori, i malati, i moribondi e quanti sof­frono sappiano che ho un solo desiderio: amarli tutti, donare loro la mia grazia, perdonare quando si pentono e, soprattutto, non giudicarli con la mia giustizia, ma con la mia misericordia, perché tutti siano salvi e anno­verati nel numero dei miei eletti …

Chiamatemi col nome di Padre con confidenza e amore, e riceverete tutto da questo Padre, con amore e misericordia.

Io vivo con gli uomini in un’intimità piú grande che una madre con i suoi figli.

Fin dalla creazione dell’uomo non ho mai smesso un solo istante di vi­vere accanto a lui; come Creatore e Padre dell’uomo sento il bisogno di amarlo. Non è che abbia bisogno di lui, ma il mio amore di Padre e di Creatore mi fa sentire questo bisogno di amare l’uomo. Vivo dunque vici­no all’uomo, lo seguo dovunque, lo aiuto in tutto, supplisco a tutto. Vedo i suoi bisogni, le sue fatiche, tutti i suoi desideri, e la mia felicità piú gran­de è di soccorrerlo e di salvarlo. Gli uomini credono che io sia un Dio ter­ribile e che precipiti tutta l’umanità nell’inferno. Che sorpresa alla fine dei tempi, quando vedranno le tante anime che credevano perse, godere l’eterna felicità in mezzo agli eletti!

Una madre non dimentica mai la piccola creatura che ha messo al mondo. Non è ancora piú bello da parte mia, che mi ricordi di tutte le creature che ho messo al mondo?

Può forse una mamma dimenticare il suo pargoletto? Non avere compassione del frutto del suo seno? Ma anche se essa lo dimenticasse, io non potrò dimenticarti! (Is. 49, 15).

Se mi amate e se mi chiamate con confidenza con questo dolce nome di Padre, voi iniziate, fin da quaggiú, l’amore e la fiducia che faranno la vo­stra felicità nell’eternità e che canterete in cielo in compagnia degli eletti.

Desidero dunque che l’uomo si ricordi spesso che io sono là dove lui è; che non potrebbe vivere se io non fossi con lui, vivente come lui. Nono­stante la sua incredulità io non cesso mai di essere accanto a lui.

Vorrei vedere stabilirsi una grande confidenza tra l’uomo e il Padre suo dei cieli, un vero spirito di familiarità e di delicatezza nello stesso tempo per non abusare della mia grande bontà.

Non crediate che io sia quel terribile vecchio che gli uomini rappresen­tano nelle loro immagini e nei loro libri! No, no, io non sono né piú giova­ne, né piú vecchio di mio Figlio e del mio Santo Spirito. Perciò vorrei che tutti, dal bambino al vecchio, mi chiamassero col nome familiare di Padre e di amico, poiché sono sempre con voi, mi faccio simile a voi per farvi si­mili a me.

Vorrei stabilirmi in ogni famiglia come nel mio dominio, affinché tutti possano dire con tutta sicurezza: “Abbiamo un Padre che è infinitamente buono, immensamente ricco e ampiamente misericordioso. Egli pensa a noi ed è vicino a noi, ci guarda, ci sostiene lui stesso, ci darà tutto ciò che ci manca se glielo domandiamo. Tutte le sue ricchezze sono nostre. Noi avremo tutto ciò che ci occorre”.

Desidero che ogni famiglia esponga la mia immagine, che si metta sot­to la mia protezione, che mi faccia partecipe dei suoi bisogni, dei suoi la­vori, delle sue pene, delle sue sofferenze e anche delle sue gioie, perché un Padre deve conoscere tutto ciò che riguarda i suoi figli.

Vedete, ho messo la mia corona ai miei piedi, il mondo sul mio cuore. Ho lasciato la mia gloria nel cielo e sono venuto qui, facendomi tutto a tutti.

Ho creato l’uomo per me ed è ben giusto che io sia tutto per l’uomo. L’uomo non gusterà gioia vera al di fuori del Padre suo e del suo Creatore, perché il suo cuore non è fatto altro che per me.

Dal canto mio, il mio amore per le mie creature è cosí grande che io non provo nessuna gioia come quella di essere tra gli uomini (Prov. 8, 31). La mia gloria in cielo è infinitamente grande, ma la mia gloria è ancora piú grande quando mi trovo tra i miei figli: gli uomini di tutto il mondo… Vengo a rendermi simile alle mie creature per correggere l’idea che avete di un Dio terribilmente giusto… Desidero che tutti sappiano che il mio unico desiderio è di facilitare a tutti gli uomini il passaggio della loro vita terrena per dare loro, dopo, in cielo una vita tutta divina.

Tutti quelli che mi chiameranno con il nome di Padre, non fosse che una volta sola, non periranno, ma saranno sicuri della loro vita eterna in­sieme agli eletti. Ed a voi che lavorerete per la mia gloria e che vi impegnerete a farmi conoscere ed amare, assicuro che la vostra ricompensa sa­rà grande, poiché conterò tutto, anche il minimo sforzo che farete e vi renderò di tutto il centuplo per tutta l’eternità.

Se gli uomini sapessero penetrare il Cuore di Gesú con tutti i suoi desi­deri, riconoscerebbero che il suo desiderio piú ardente è di glorificare il Padre, colui che l’ha inviato e soprattutto di non lasciargli una gloria di­minuita come è stato fatto fino ad oggi, ma una gloria totale che l’uomo può e deve dargli come Padre e Creatore, e ancora di piú, come autore del­la loro redenzione!

Io gli domando ciò che egli può darmi; la sua confidenza, il suo amore e la sua riconoscenza. Non è perché ho bisogno della mia creatura o delle sue adorazioni che io desidero essere conosciuto, onorato ed amato; è unicamente per salvarla e per farla partecipe della mia gloria che io mi ab­basso fino a lei.

Per vedere la grandezza del mio amore infinito per voi vi basta aprire i libri santi, guardare il Crocifisso, il Tabernacolo e il SS. Sacramento. A tutti chiedo di ascoltare la santa Messa e di parteciparvi liturgicamente.

Se qualcuno mi onora e si affida a me farò scendere su di lui un raggio di pace in tutte le sue avversità, in tutti i suoi turbamenti, nelle sue soffe­renze di ogni genere, soprattutto se mi invoca e mi ama come suo Padre.

Se le famiglie mi onorano e mi amano come loro Padre, io darò loro la mia pace e con essa la mia provvidenza.

È per mio Figlio e lo Spirito Santo che vengo verso di voi, in voi, ed in voi cerco il mio riposo. Per certe anime queste parole “vengono in voi” sembreranno un mistero, ma non c’è mistero! Perché dopo che ebbi ordi­nato a mio Figlio di istituire la santa Eucarestia mi sono proposto di veni­re in voi tutte le volte che ricevete la santa Ostia! Ve lo ha detto già mio Fi­glio: “Se uno mi ama osserverà la parola, e il Padre mio lo amerà e verremo a lui e dimoreremo in lui” (Gv. 14, a3).

Quando sono in voi, vi do piú agevolmente ciò che possiedo, purché me lo domandiate. Con questo sacramento vi unite a me intimamente, ed è in questa intimità che l’effusione del mio amore fa spandere nella vostra anima la mia santità.

Che gioia trovarmi, come Padre, tra i figli del mio amore! Con voi, miei intimi, converserò come con degli amici! Sarò per voi il piú discreto dei confidenti! Sarò il vostro tutto, che vi basterà per tutto. Sarò soprattutto il Padre che accoglie i vostri desideri, che vi colma della sua tenerezza ».

In conclusione dobbiamo essere convinti che Dio ci ama teneramente; allora non potremo non riamarlo e non avere confidenza con lui. La piú bella devozione verso di lui è di recitare spesso durante il giorno il Padre nostro.

CAP. VII – IL FIGLIO E IL SUO MESSAGGIO

La piú grande opera di Dio è, senza dubbio, l’incarnazione del Figlio suo. Che l’infinito Dio divenga un piccolo uomo, neonato e poi debole, indifeso, soggetto a tutti, e, soprattutto, che egli venga crocifisso, è una cosa cosí enorme che gli ebrei si rifiutarono decisamente di ammettere, mentre i pagani chiamarono pazzi i cristiani che la predicavano.

E tuttavia non c’è niente di piú storicamente documentato della vita di Gesú: della sua predicazione, dei suoi miracoli, della sua passione e della sua resurrezione.

L’argomento è troppo grande per trattarlo in questo libro. Rimandiamo il lettore al nostro libro: “Certezze di Gesú”.

Qui esponiamo il messaggio di Gesú e la sua Opera.

Con i miracoli Gesú ha voluto dimostrare la sua divinità, e quindi ga­rantire la verità delle cose che ci ha rivelato e che noi dobbiamo credere e fare per raggiungere la vita eterna.

Quanto Gesú ha detto e fatto è contenuto nel Vangelo.

Il Vangelo è il I° libro che il cristiano deve leggere e poi continuare a leggere e meditare per tutta la vita.

Qui riportiamo gli insegnamenti principali di Gesú e alcune parabole.

1. «Gesú, veduta la folla, salí sul monte e quando si fu seduto, gli si ac­costarono i discepoli. Allora egli apri la bocca per ammaestrali, e disse: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli! Beati quelli che piangono, perché saranno consolati!

Beati i miti, perché erediteranno la terra!

Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati! Beati i misericordiosi, perché otterranno misericordia!

Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio!

Beati i pacificatori, perché saranno chiamati figli di Dio!

Beati quelli che sono perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli!

Beati sarete voi, quando vi oltraggeranno e perseguiteranno, e falsa­mente diranno di voi ogni male per cagion mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli; cosí, infatti, hanno perse­guitato i profeti che sono stati prima di voi”».

« Voi siete il sale della terra. Ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si restituirà? Non serve ad altro che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo. Non può rimanere nascosta una città situata sopra una montagna, né si accende una lucerna e la si pone sotto il moggio, ma sul portalucerna a far luce a tutti quelli che sono in casa. Cosí risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli ». « Non crediate che io sia venuto ad abolire la legge o i profeti; non sono venuto ad aboli­re ma a completare. In verità vi dico, che fino a quando il cielo e la terra non passeranno, non scomparirà dalla legge neppure un iota o un apice, finché non sia tutto adempiuto.

Chi dunque violerà uno tra i piú piccoli di questi comandamenti e in­segnerà agli uomini a fare cosí, sarà considerato il piú piccolo nel regno dei cieli; ma colui che li osserverà e insegnerà a osservarli, sarà chiamato grande nel regno dei cieli! Poiché vi dico: se la vostra giustizia non sarà maggiore di quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli ».

« Voi avete udito che fu detto agli antichi: Non uccidere; e chiunque avrà ucciso sarà condannato in giudizio; ma io vi dico: chiunque va in collera con suo fratello, sarà condannato in giudizio; e chi avrà chiamato imbecille suo fratello, sarà condannato nel Sinedrio. E chi gli avrà detto empio, sarà condannato al fuoco della geenna. Se dunque tu stai presen­tando la tua offerta dinanzi all’altare e ivi ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia la tua offerta dinanzi all’altare, e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello; poi torna e presenta la tua offerta. Mettiti presto d’accordo col tuo avversario, mentre sei in cammino con lui, affin­ché egli non ti consegni al giudice e il giudice alle guardie e tu non sia messo in prigione. In verità ti dico: non ne uscirai finché non avrai pagato fin l’ultimo centesimo! ».

« Avete udito che fu detto: non commettere adulterio. Ma io vi dico che chiunque avrà guardato una donna, desiderandola, ha già commesso adulterio con lei, nel suo cuore. Ora, se il tuo occhio destro ti è occasione di caduta, cavalo e gettalo via: è meglio per te perdere uno delle tue mem­bra, piuttosto che tutto il tuo corpo sia gettato nell’inferno. E se la tua ma­no destra ti è occasione di caduta, tagliala e gettala via; perché è meglio per te perdere uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada nell’inferno. È stato detto pure: se uno ripudia la propria moglie, le dia il libello del ripudio; ma io vi dico che chiunque ripudia la sua donna, ec­cetto in caso di concubinato, l’espone all’adulterio; e chi sposa la ripudia­ta, commette pure adulterio ».

« Avete pure udito che fu detto agli antichi: non spergiurare, ma adem­pi i tuoi giuramenti al Signore. Io però vi dico di non giurare mai, né per il cielo, che è il trono di Dio; né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi pie­di; né per Gerusalemme, perché è la città del gran re. Non giurare neppure per la tua testa, perché tu non puoi far bianco o nero un sol capello. Ma sia il vostro parlare: sí, sí; no, no; quel che vi è in piú, proviene dal male ». « Avete udito che fu detto: “occhio per occhio, dente per dente. Ma io vi dico di non resistere al malvagio; anzi, se uno ti percuote nella guancia destra, porgigli anche l’altra. Se uno vuol litigare con te, per toglierti la tu­nica, cedigli anche il mantello. E se uno ti costringe a fare un miglio, va’ con lui per due. Dà a chi ti chiede, e non voltare le spalle a colui che desi­dera da te un prestito” ».

« Avete udito che fu detto: “amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemi­co. Ma io vi dico: amate i vostri nemici, pregate per coloro che vi persegui­tano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli, che fa sorgere il sole sopra i cattivi e sopra i buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Perché, se voi amate quelli che vi amano, quale premio meritate? Non fanno altrettanto anche i pubblicani? E se salutate solo i vostri fratelli, che fate di speciale? Non fanno altrettanto anche i pagani? Siate dunque per­fetti, come è perfetto il Padre vostro celeste” » (Mt. 5, 1-48).

2. «Guardatevi dal praticare la vostra giustizia davanti agli uomini, per essere veduti da loro, altrimenti non avrete ricompensa dal Padre vostro che è nei cieli. Quando, adunque fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per es­sere onorati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ri­compensa. Ma quando fai elemosina, non sappia la tua sinistra quel che fa la destra, affinché la tua elemosina resti segreta e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando pregate, non imitate gl’ipocriti, i quali hanno piacere di pregare in piedi nelle sinagoghe o agli angoli delle piazze, per essere veduti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevu­to la loro ricompensa. Ma tu, quando vuoi pregare, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa. Pregando, poi non moltiplicate vane pa­role, come fanno i pagani, che credono di essere esauditi a forza di parole. Non siate simili a loro, poiché il Padre vostro sa di che cosa avete bisogno, prima che glielo chiediate ».

« Voi, dunque, pregate cosí: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo, cosí in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debi­ti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori; e non c’indurre in ten­tazione, ma liberaci dal male. Perché se perdonate agli uomini i loro falli, il vostro Padre celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonate agli uomini, nemmeno il Padre vostro perdonerà i vostri peccati ».

« Quando poi digiunate, non prendete un’aria malinconica, come gli ipocriti, i quali sfigurano la loro faccia per mostrare alla gente che digiu­nano. In verità vi dico che hanno già ricevuto la loro ricompensa. Ma tu, quando digiuni, profumati il capo e lavati la faccia, per non mostrare agli uomini che digiuni, ma al Padre tuo che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa. Non accumulate tesori sulla terra, dove la ruggine e la tignola consumano e dove i ladri sfondano e ru­bano; ma accumulate tesori nel cielo, dove né ruggine, né tignole consu­mano e dove i ladri non sfondano, né rubano. Perché là dov’è il tuo teso­ro, ci sarà pure il tuo cuore. L’occhio è lume del corpo. Se, dunque l’oc­chio è sano, tutto il corpo sarà illuminato. Ma se l’occhio tuo è guasto, tut­ta la tua persona sarà nelle tenebre. Se dunque la luce che è in te, è tene­bre, quanto grandi saranno queste tenebre! ».

« Nessuno può servire due padroni, perché, o disprezzerà l’uno e amerà l’altro, o sarà affezionato a uno e trascurerà l’altro. Non potete servire a Dio e alle ricchezze. Perciò io vi dico: non siate troppo solleciti per la vo­stra vita, di quel che mangerete, né per il vostro corpo, di che vi vestirete. La vita non vale piú del cibo e il corpo piú del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Pa­dre celeste li nutre. Or non valete voi piú di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può aggiungere alla durata della sua vita un sol cubito? E perché darsi tanta pena per il vestito? Guardate come crescono i gigli del campo: non lavorano, né filano, eppure vi assicuro che nemmeno Salo­mone, in tutta la sua gloria, non fu mai vestito come uno di loro. Or, se Dio riveste cosí l’erba del campo, che oggi è e domani vien gettata nel for­no, quanto piú vestirà voi, gente di poca fede? Non vogliate, dunque an­gustiarvi dicendo: « Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Di che co­sa ci vestiremo? » Di tutte queste cose, si danno premura i pagani; ora il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutto questo. Cercate prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno da­te per giunta. Non vogliate, dunque, mettervi in pena per il domani, poi­ché il domani avrà cura di se stesso: a ciascun giorno il suo affanno » (Mt. 6, 1-34).

3. « Non giudicate per non essere giudicati. Perché secondo il giudizio col quale giudicate, sarete giudicati, e con la misura con la quale misura­te, sarà rimisurato a voi. Perché osservi la paglia nell’occhio del tuo fratel­lo e non badi alla trave che è nel tuo occhio? O come puoi tu dire al tuo fratello: lascia che ti levi dall’occhio la pagliuzza, mentre hai una trave nel tuo occhio? Ipocrita, leva prima la trave dal tuo occhio, e poi tenterai di le­vare la pagliuzza dall’occhio di tuo fratello.

Non date le cose sante ai cani, e non gettate le vostre perle ai porci, per­ché non le pestino con i loro piedi e, rivoltandosi, vi sbranino ».

« Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; picchiate e vi sarà aperto. Poiché chiunque chiede, riceve; chi cerca, trova; e a chi bussa, verrà aper­to. E qual è quell’uomo fra voi che darà una pietra al figlio che gli chiede un pane? O se chiede un pesce, gli darà una serpe? Se, dunque voi, cattivi come siete, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto piú il Padre vo­stro che è nei cieli concederà cose buone a coloro che gliele chiedono!

Tutto quanto, adunque, desiderate che gli uomini facciano a voi, fatelo voi pure a loro; poiché questa è la Legge e i Profeti ».

« Entrate per la porta stretta perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita e pochi sono quelli che la trovano! ».

« Guardatevi dai falsi profeti; essi vengono a voi travestiti da pecore, ma dentro sono lupi rapaci. Dai loro frutti li conoscerete. Si coglie forse uva sui pruni, o fichi sui rovi? Cosí ogni albero buono dà buoni frutti; ma ogni albero cattivo dà frutti cattivi. Non può un albero buono dare frutti cattivi, né l’albero cattivo dare frutti buoni. Ogni pianta che non porta buon frutto, viene tagliata e gettata nel fuoco. Dai loro frutti, dunque li conoscerete. Non chiunque mi dice: Signore! Signore! entrerà nel regno dei cieli; ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli! ».

« Molti mi diranno in quel giorno: Signore! Signore! Non abbiamo noi profetato in nome tuo? Non abbiamo cacciato i demoni in nome tuo? E non abbiamo nel tuo nome fatto molti prodigi? Ma allora dirò ad essi apertamente: Io non vi ho mai conosciuto; allontanatevi da me, voi che avete commesso l’iniquità. Pertanto, chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà paragonato ad un uomo prudente, che ha fonda­to la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, vennero le inondazioni, sof­fiarono i venti e imperversarono contro quella casa, ma essa non rovinò, perché era fondata sulla roccia. Ma chi ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile ad un uomo stolto, che edificò la sua casa so­pra l’arena. Cadde la pioggia, vennero le inondazioni, soffiarono i venti, imperversarono contro quella casa, ed essa crollò e fu grande la sua rovi­na » (Mt. 7, 1-z7).

4. « Allora Gesú disse ai suoi discepoli: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Poiché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi perderà la sua vita per amor mio, la troverà. Che gioverebbe a un uomo guadagnare tutto il mondo, se per­desse l’anima sua? O che cosa potrà dare in cambio della propria anima? Il Figlio dell’uomo, infatti, verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi Ange­li, e allora renderà a ciascuno secondo le sue opere” » (Mt. 16, 24-17).

5. « In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesú e gli domanda­rono: Chi sarà piú grande nel regno dei cieli? Allora Gesú, chiamato a sé un fanciullo, lo pose in mezzo a loro e disse: ” In verità vi dico: se voi non cambiate e non diventate come i fanciulli, non entrerete nel regno dei cie­li. Perciò chiunque diventerà umile come questo fanciullo, sarà il piú grande nel regno dei cieli, e chiunque accoglierà un fanciullo come que­sto in nome mio, accoglie me” ».

« Ma se qualcuno scandalizzasse uno di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina da mu­lino e venisse sommerso nel fondo del mare. Guai al mondo per gli scan­dali! È inevitabile che vi siano degli scandali; ma guai a quell’uomo a cau­sa del quale viene lo scandalo! Se la tua mano o il tuo piede ti è di scanda­lo, tagliali e gettali via da te: è meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, che avere due mani e due piedi ed essere gettato nel fuoco eterno. E se l’occhio tuo ti è di scandalo, cavalo e gettalo via da te: è meglio per te entrare nella vita con un occhio solo, che avere due occhi ed essere getta­to nella Geenna del fuoco.

Guardate di non disprezzare nessuno di questi piccoli, perché vi dico che i loro Angeli nei cieli vedono continuamente la faccia del Padre mio che è nei cieli. Il Figlio dell’uomo è venuto, infatti, a salvare quello che era perduto».

« Se tuo fratello ha mancato contro di te, va’ e correggilo fra te e lui so­lo; se t’ascolta, hai guadagnato tuo fratello; ma se non ti ascolta, prendi con te una persona o due, affinché sulla parola di due o tre testimoni sia decisa ogni questione; e se rifiuta di ascoltarti, dillo alla Chiesa e sia per te come un pagano e un pubblicano ».

« In verità vi dico: quanto legherete sulla terra, sarà legato nel cielo, e quanto scioglierete sulla terra, sarà sciolto nel cielo. Vi dico ancora: se due di voi s’accorderanno sulla terra per chiedere qualsiasi cosa, sarà loro concessa dal Padre mio che è nei cieli. Perché dove sono due o tre riuniti in mio nome, ci sono io in mezzo a loro ». « Allora Pietro si avvicinò a lui e gli disse: Signore, se mio fratello pecca contro di me, quante volte gli do­vrò perdonare? Fino a sette volte? Gesú gli rispose: Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette ».

« Per questo il regno dei cieli è simile a un re, il quale volle fare i conti con i suoi servi. Quando ebbe incominciato a fare i conti gli fu presentato uno che era debitore di diecimila talenti. E siccome non aveva da pagare, il padrone comandò che fosse venduto lui, la moglie, i figli e quanto ave­va, e si saldasse il debito. Ma il servo, gettatosi a terra, lo scongiurava di­cendo: abbi pazienza con me e ti pagherò tutto. E il padrone, mosso a compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli cancellò il debito. Uscito di lí, quel servo, trovò uno dei suoi compagni che gli doveva cento denari: gettandosi su di lui, lo prese per la gola dicendo: Paga quanto mi devi. Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: abbi pazienza con me e ti pagherò. Ma costui non volle e lo fece mettere in prigione fino a che non avesse pagato il debito. I compagni, veduto ciò che era successo, ne rimasero profondamente rattristiti e andarono a riferire al loro padro­ne quanto era avvenuto. Allora il padrone fece chiamare quel servo e gli disse: servo iniquo, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu ti rac­comandasti; non dovevi anche tu aver pietà d’un tuo compagno, come io l’ho avuta di te? E il padrone, sdegnato, lo consegnò ai torturatori, fino a che non avesse pagato tutto il debito. Cosí il Padre mio celeste farà a voi, se ognuno non perdona di cuore al proprio fratello » (Mt. 18, 1-35).

6. « Uno dei commensali, udite queste parole, esclamò: beato chi man­gerà il pane nel regno di Dio! Gesú gli disse: Un uomo fece una gran cena e invitò molti. All’ora di cena mandò il servo a dire ai convitati: venite, perché tutto è già pronto.

Ma tutti quanti incominciarono a trovare delle scuse il primo disse: ho comprato un podere e bisogna che vada a vederlo; ti prego, fagli le mie scuse. Un altro disse: ho comprato cinque paia di buoi e devo andare a provarli; ti prego, fagli le mie scuse. E un altro disse: ho preso moglie, quindi non posso venire. Il servo tornò a riferire queste cose al padrone. Allora il padrone di casa, sdegnato, disse al servo: presto, va’ per le piazze e per le vie della città e conduci qua poveri, storpi, ciechi e zoppi. Poi il servo disse: Signore, s’è fatto come hai comandato e ancora c’è posto. Il padrone disse al servo: W a’ per le strade e lungo le siepi e forzali a venire affinché la mia casa sia piena. Perché vi assicuro che nessuno di quelli che erano stati invitati, gusterà della mia cena” » (Lc.14, 15-24). In questa para­bola Gesú ha voluto insegnarci i tre ostacoli che ci allontanano dal cristia­nesimo, dalla comunione e dal Paradiso: la lussuria, i divertimenti, il de­naro.

7. « Vi era un uomo ricco che vestiva di porpora e bisso e ogni giorno faceva splendidi conviti. Vi era pure un povero mendico, chiamato Lazza­ro, il quale, ricoperto di piaghe, se ne stava alla porta del ricco, bramoso di sfamarsi delle briciole che cadevano dalla sua tavola. Persino i cani veni­vano a leccargli le piaghe. Ora, avvenne che il povero morí e fu portato dagli Angeli nel seno di Abramo. Mori pure il ricco e gli fu data sepoltura. Trovandosi nell’inferno, in preda ai tormenti, alzò gli occhi e vide da lon­tano Abramo e Lazzaro nel suo seno ed esclamò: Padre Abramo, abbi pie­tà di me e manda Lazzaro, che intinga la punta del suo dito nell’acqua, per refrigerarmi la lingua, perché spasimo dal dolore in questa fiamma. Abra­mo rispose: figliuolo, ricorda che tu, durante la vita, hai ricevuto la tua parte di beni e Lazzaro, a sua volta, la sua parte di mali; ora egli è qui con­solato, mentre tu sei tormentato. Per di piú, fra noi e voi vi è un grande abisso, di modo che quelli i quali volessero di qui passare a voi, non pos­sono e neppure quelli che di costi volessero venire fino a noi.

Il ricco allora soggiunse: ti prego, o padre, di mandarlo a casa del padre mio perché ho cinque fratelli: li avvisi, affinché non vengano anch’essi in questo luogo di tormenti. Abramo rispose: hanno Mosé e i Profeti: li ascoltino! Ma egli insisté: no, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti an­drà a loro, faranno penitenza.

« Se non ascoltano Mosé né i Profeti, gli rispose Abramo, non crederan­no neppure se uno risuscitasse dai morti ».

Nella parabola Gesú ci fa vedere la fine dei gaudenti e la loro ostinata incredulità.

8. « Il regno dei cieli è simile ad un uomo che seminò buon seme nel suo campo. Però, mentre gli uomini dormivano, venne il suo nemico e se­minò del loglio in mezzo al grano e se ne andò. Quando l’erba germogliò e poi grani, apparve anche il loglio. I servi del padrone di casa andarono a dirgli: “Signore, non hai seminato buon seme nel tuo campo? Come dun­que c’è il loglio?”Egli rispose loro: “Qualche nemico ha fatto questo”. Allo­ra i servi gli dissero: vuoi che andiamo a coglierlo? Egli rispose: no, per ti­more che, cogliendo il loglio, strappiate insieme con quello anche il gra­no. Lasciate che l’uno e l’altro crescano fino alla mietitura; al tempo delle messi dirò ai mietitori: raccogliete prima il loglio e legatelo in fasci, per bruciarlo; il grano, invece, ammassatelo nel mio granaio ».

In questa parabola Gesú ci insegna che se dovesse castigare subito ogni peccato non si salverebbe nessuno e che egli differisce il castigo ai cattivi per dar loro il tempo di convertirsi.

9. « Disse pure questa parabola, per taluni che in cuor loro erano per­suasi d’essere giusti e disprezzavano gli altri. Due uomini salirono al Tempio per pregare; uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, ritto in piedi cosí pregava dentro di sé: « O Dio, ti ringrazio perché non sono come tutti gli altri uomini, rapaci, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di tutte quante le mie rendite ». Il pubblicano, invece, se ne stava distante e non ardiva neppure alzare gli occhi al cielo, ma si percuoteva il petto dicendo: O Dio, sii propizio verso di me che sono peccatore! Io vi dico che questi discese a casa sua giustificato a differenza dell’altro; perché chi si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato » (Lc. 18, 9-14).

In questa parabola Gesú ci insegna a non vantarci mai, né dinanzi a Dio, né dinanzi agli uomini delle opere buone che facciamo, ma a pensare solo ai nostri peccati, ad umiliarci e a chiedere sempre perdono al Signore.

10. « Tutti i pubblicani e i peccatori si avvicinarono a Gesú per ascoltar­lo; ma i farisei e gli scribi mormoravano dicendo: Costui accoglie i pecca­tori e mangia con essi. Allora egli disse loro questa parabola: Chi di voi, avendo cento pecore, se ne perde una, non lascia le novantanove nel chiuso e non va in cerca di quella smarrita, finché non l’abbia ritrovata? E quando l’ha ritrovata, se la mette sulle spalle tutto contento e, ritornato a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: rallegratevi con me, perché ho ritrovato la mia pecorella smarrita. Cosí, io vi dico, vi sarà in cielo una gioia maggiore per un solo peccatore chi si pente, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di pentimento ».

In questa parabola Gesú ci fa vedere con quanta gioia accoglie il pecca­tore che si converte.

11. « Un uomo di nobile stirpe se ne andò in un paese lontano a prende­re in suo possesso un regno e poi ritornare. Chiamò dieci dei suoi servi e dette loro dieci mine dicendo: mettetele a frutto fino al mio ritorno. Ma i suoi concittadini lo odiavano e inviarono dietro di lui un’ambasciata a di­re: non vogliamo che costui regni sopra di noi. Quando fu di ritorno, do­po aver preso possesso del regno, fece chiamare a sé quei servi ai quali aveva consegnato il denaro, per sapere quanto ciascuno l’aveva fatto frut­tare. Si presentò il primo e gli disse: Signore, la tua mina ne ha fruttate die­ci. Bene, servo buono, gli rispose, perché sei stato fedele nel poco, prendi il governo di dieci città. Venne poi il secondo e disse: la tua mina, o Signo­re, ne ha fruttate cinque. Tu pure, gli rispose, sii a capo di cinque città. Venne un altro e disse: Signore, eccola tua mina che io ho custodito av­volta in un pezzo di panno. Ho avuto paura di te, che sei un uomo severo; tu cogli ciò che non hai piantato, e mieti ciò che non hai seminato. Ed egli a lui: dalle tue parole ti giudico servo iniquo! Tu sapevi che io sono un uo­mo severo, che colgo ciò che non ho piantato, e mieto ciò che non ho se­minato! Perché, dunque, non hai messo il mio denaro in una banca? Al mio ritorno io l’avrei potuto esigere con l’interesse. Poi disse a quelli che erano presenti: riprendetegli la mina e datela a colui che ne ha dieci. Gli osservarono: Signore, egli ha dieci mine. Io vi dico a chi ha, sarà dato; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. Intanto conducete qui i miei nemici, quelli che non volevano che io regnassi sopra di loro, e sgozzateli in mia presenza » (Lc. 19, 12-27).

Con questa parabola Gesú ci insegna che gli eletti in Paradiso non go­dono tutti alla stessa maniera come gli spettatori in teatro, ma godono piú o meno secondo la loro capacità.

Possiamo paragonare la loro personalità fisica e psichica a quella di un bambino o di un fanciullo o di un giovane.

Il Paradiso è come un banchetto: tutti si saziano, ma un giovane man­gia e beve molto piú di un fanciullo, moltissimo piú di un piccolino. Il Paradiso è come il firmamento: tutti vediamo le stelle, ma chi ha un telescopio gigante ne vede smisuratamente di piú di chi guarda a occhio nudo, e vede le meraviglie delle galassie e dei quasars che a occhio nudo non possono vedersi.

Ci sono piú differenze nella bellezza, nell’intelligenza, nella potenza e nella felicità degli eletti di quanta ce n’è nella luce delle stelle. « Altro è lo splendore del sole, altro quello della luna, altro quello delle stelle, ci dice S. Paolo; ogni stella differisce dall’altra stella nello splendore (i Cor. 15, 41). Potremmo paragonare un comune eletto a una luna, un santo a un so­le. La nostra perfezione fisica e intellettuale in Paradiso, e quindi la nostra felicità, sono in rapporto alla santità, ossia all’amore di Dio e all’amore del prossimo che avremo raggiunto in terra.

Alla sorgente si beve in rapporto alla propria sete. Possederemo e go­dremo Dio e gli altri eletti in rapporto alla sete di Dio che abbiamo avuto in terra e alla profondità, universalità e operosità del nostro amore verso il prossimo.

Il vero grande problema nostro in terra è quello di crescere in tale sete e in tale amore.

CAP. VIII – PROGETTO DEL DIO-AMORE

1. Questo universo che, fino a pochi anni addietro, sembrava senza senso, oggi è visto dagli scienziati come una unità meravigliosa: unità nell’origine, nelle leggi, nelle inter-relazioni, nel fine.

Se restringiamo lo sguardo alla terra, tale unità appare molto piú evi­dente, nelle condizioni che rendono possibile la vita su di essa (grossezza, distanza dal sole, rapporto terra-acqua, ionosfera, ecc.) nella programma­zione e nello sviluppo della vita (DNA), nella scala degli esseri, nella com­plementarietà tra vegetali ed animali…

Una nuova scienza (Ecologia) studia questo equilibrio e cerca di non farlo distruggere dall’uomo per non rendergli impossibile la vita sulla terra.

Oggi vediamo di piú: la complementarietà delle terre e dei popoli al fi­ne di un’ordinata e felice vita di tutti gli uomini in questo pianeta: gli uni hanno la civiltà, altri le materie prime …

Questa unità risplende piú perfettamente nel corpo umano dove di una grandissima quantità di membra e di organi, nessuno è fatto per se stesso, nessuno ha senso per sé, ma ciascuno è a servizio di tutti gli altri e ha senso solo per gli altri. Nel corpo umano, inoltre, materia e spirito han­no interrelazioni perfettissime, al punto che la materia agisce nello spiri­to come nelle intossicazioni, e lo spirito nella materia, al punto da deter­minare certe malattie e certe guarigioni. Cosí ogni uomo, pur formato da migliaia di miliardi di cellule, sente di essere una sola entità, una persona unica.

2. Dove però l’opera di Dio raggiunge la massima perfezione, è nel Cor­po Mistico, ossia nella Chiesa.

Quando il Corpo Mistico sarà trapiantato in Paradiso, la sua unità sarà tale da non potersene concepire una maggiore e da non poter venire mai meno.

Nel Corpo Mistico Gesú riunisce tutti gli esseri belli e buoni dei cieli e della terra, creati dalle sue mani, in un’unità cosí perfetta che ognuno vi­vrà eternamente per tutti gli altri e sarà reso felice da tutti gli altri, e tutti insieme esploderanno in inni di giubilo, di meraviglia, di lode, di amore all’infinita bellezza, sapienza e bontà di Dio.

Sarà come un’orchestra composta da migliaia di miliardi di strumenti che eseguono un’opera lirica estasiante, senza che un solo strumento abbia a stonare, al punto da sembrare una cosa sola. Cosí tutti gli eletti sa­ranno consumati in quella unità e in quella felicità perfettissima richieste da Gesú al Padre nella preghiera dell’ultima cena.

3. Come Gesú otterrà questo? Mediante l’amore.

Ogni forma di vita comincia con l’uscire da sé. Cosí la vita del cosmo comincia con l’esplosione della luce dall’atomo primordiale; la vita della pianta con l’uscita dal germe, dal guscio che lo contiene; la vita dell’ani­male con l’uscita dall’uovo; la vita cristiana con l’uscita dal proprio egoi­smo. Ogni essere che si ripiega su di sé muore:

Le stelle e le galassie con l’implosione; le piante col chiudersi alla luce come nella parabola dell’ammutinamento del bosco di Joerghensen; gli organi del corpo con il non servire piú il corpo, come nell’apologo di Me­nenio Agrippa.

Ugualmente la vita dello spirito comincia con l’uscire dal proprio egoismo e con il cominciare ad amare; finisce quando ci si ripiega nel no­stro egoismo. Ogni cristiano vive servendo il Corpo Mistico, ossia aman­do e servendo gli altri.

Come l’organo che non serve il corpo è morto, e non resta che estirpar­lo per il bene del corpo; cosí il cristiano che non ama è morto, e non resta che estirparlo dal Corpo Mistico perché lo rovina e rovinerebbe la felicità degli eletti.

« Chi non ama resta nella morte » (1 Gv. 3, 14).

L’amore unisce coloro che si amano: solo l’amore può unire gli spiriti. È con l’amore che Dio unisce gli uomini e forma il Corpo Mistico, la sua Chiesa.

4. Per questo Gesú al fariseo che gli chiedeva quale fosse il primo co­mandamento rispose: « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutto te stesso; il secondo è simile al primo: amerai il prossimo tuo come te stesso » (Mc. 13, 30).

Nessuno può amare Dio se non ama il prossimo e nessuno può amare veramente il prossimo se non ama Dio.

Questi due comandamenti sono come due ali; senza di essi o anche senza uno solo di essi, nessuno è buono e nessuno può arrivare a Dio in Paradiso. Sono molti i cristiani che credono di potersi salvare facendo sol­tanto qualche preghiera e andando a Messa. Essi dimenticano quanto ha detto S. Giovanni: « Come può amare Dio che non si vede, chi non ama il prossimo che vede? » (1 Gv. 4, z0).

Molti altri credono di potersi salvare trascurando Dio e facendo qual­che opera buona.

Essi dimenticano quanto ha detto Gesú: « Chi ama il padre o la madre, il marito o la moglie o i figli piú di me, non è degno di me » (Mt. 10, 37).

Questo amore, per essere vero, dev’essere senza infiltrazioni di egoi­smi, di tornaconti, di sensualità.

5. Tale amore purissimo è la carità. La carità è l’amore di Dio per se stesso e l’amore del prossimo per amor di Dio.

L’amore del prossimo è simile all’amore di Dio perché Gesú, come l’anima dei corpo, è presente in tutti quelli che formano il suo Corpo Mi­stico: quindi in tutti i bambini, in tutti i poveri, in tutti gli ammalati, in tutti i bisognosi. Per questo egli dice: « Qualunque cosa avrete fatto al piú piccolo dei miei fratelli, l’avrete fatto a me » (Mt. 25, 40).

Per questo il cristiano che ama Gesú, sente un gran desiderio di amare tutti e fare del bene a tutti.

6. La carità è il comandamento nuovo, quello che forma e distingue il cristiano.

«Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate a vicenda: amatevi l’un l’altro come io ho amato voi. In questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni verso gli altri» (Gv. 13, 34-35) L’amore sia divino che umano è fatto alla stessa maniera.

Chi ama vuole stare sempre vicino alla persona amata, vuole parlare molto con la persona amata, vuole sempre ascoltare la persona amata, vuole addirittura divenire una cosa sola con essa. Cosí ha fatto Dio con noi; e cosí dobbiamo fare noi con Dio.

Per questo l’uomo che ama il Signore trova piacere a stare vicino a lui: nel trovarlo in Chiesa nell’Eucarestia, nell’ascoltare la sua parola, nel par­largli, ossia nel pregare, nel riceverlo per divenire con lui una cosa sola. E se questo piacere non ha e si annoia di ascoltare e leggere la parola del Si­gnore, di stare in Chiesa, di pregare, di fare la Comunione, è segno che non lo ama. Chi ama Gesú trova il mezzo per fare la Comunione; chi non lo ama trova le scuse per non farla.

Crescendo l’amore, cresce il desiderio ed il bisogno di stare con la per­sona amata.

Per questo chi cresce nell’amore di Dio sente il desiderio e il bisogno di pregare di piú, di fare piú spesso la Comunione.

Per questo i Santi pregano sempre e non sanno stare un giorno senza l’Eucarestia.

7. Ugualmente se un cristiano ama il prossimo, sa che ogni uomo gli è fratello, perché membro dello stesso Corpo Mistico.

Chi vive borghesemente, chiuso come in una torre d’avorio nella sua casa, nel suo circolo, nella sua villa, è segno che non ama Dio, né il prossi­mo. Chi ama, prega e dona, soccorre, partecipa agli altri quello che ha, il suo denaro e il suo amore di Dio, e ha le sue preferenze per i piccoli, per i poveri, per i sofferenti, per i lontani dalla Chiesa. Egli somiglia a quel padre arabo che, interrogato chi amasse di piú dei suoi tre figli, rispose: « Il piú piccolo finché cresce, l’ammalato finché guarisce, il lontano finché ri­torna ».

L’egoista non ha mai tempo per Dio e non ha mai denaro per il prossi­mo. Al contrario il perfetto discepolo di Cristo, non trova mai tempo per sé, né denaro da sciupare per sé. Anche qui chi ama il prossimo trova sem­pre il mezzo per fare la carità; chi non l’ama trova le scuse per non farla.

8. Tanti credono di amare Dio e di amare il prossimo, ma in effetti sono solo degli egoisti, giacché invece di servire Dio si servono di Dio: lo prega­no solo quando hanno bisogno e fin quando Dio li ascolta e asseconda i loro desideri.

Ugualmente costoro servono gli uomini e la Chiesa solo finché ci tro­vano il proprio tornaconto.

Solo chi ama Dio riesce ad amare e servire gli uomini senza guadagnar­ci nulla, anzi perdendoci tempo, denaro, fatica e senza stancarsi mai. Tan­ti altri credono di amare Dio al di sopra di tutte le cose, e invece lo amano al di sotto di tutte le cose. Infatti pregano, vanno a Messa quando hanno tempo…

Costoro non hanno mai soldi per i poveri. Non si interessano dei ao mi­lioni di lebbrosi senza cura per Mancanza di mezzi; nè dei 40 milioni di persone che ogni anno muoiono di fame.

9. Quello poi che è tanto difficile, è mantenere l’equilibrio tra l’amore di Dio e l’amore del prossimo.

I cristiani sono continuamente tentati a scivolare, sbandando a destra o a sinistra, ossia sono tentati di amare Dio trascurando gli uomini, o di amare gli uomini trascurando Dio.

Cosí ci sono cristiani che raccomandano solo la conversione a Dio e ba­dano solo alla preghiera e al culto di Dio, come facevano i farisei ai quali Gesú rimproverava di osservare anche le minime tradizioni, arrivando a trascurare persino il padre e la madre (Mc. 7, 9).

E ci sono i cristiani che raccomandano solo la conversione agli uomini, e badano solo alle rivendicazioni sociali e alle opere di promozione umana.

10. Moltissimi credono che l’amore consista in un sentimento o moto interno: è vero che dall’interno, ossia dall’animo, parte l’amore; ma l’amore che non si estrinseca nelle opere è un’illusione.

Chi dice di amare Dio e non lo prega, non osserva la sua legge, non fre­quenta la Chiesa, è bugiardo; ed è ugualmente bugiardo chi dice di amare il prossimo e non fa opere di carità.

Per questo dice S. Giacomo che la fede senza le opere è morta (Gv. 2,15). Il termometro dell’amore di Dio, è l’amore del prossimo. Chi ama poco Dio, pensa di fare molto se dice qualche preghiera e se regala qualche mille lire al povero; chi lo ama molto, prega molto e finisce per sacrificare il caffè, le sigarette, l’acquisto di un vestito, di una macchina non necessa­ria, della casa al mare, per dare il denaro corrispettivo ai poveri.

Chi infine ha un amore grandissimo a Dio, dona tutte le cose sue e tut­to se stesso a Dio, per aiutare i poveri e per salvare le anime, obbedendo al comando di Gesú: « Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che hai e dal­lo ai poveri, vieni e seguimi » (Mt. 19, 21).

11. I pericoli dell’amore al prossimo sono:

1) pensare solo ai loro bisogni materiali; pensare solo ai loro bisogni spirituali.

Bisogna amare tutto l’uomo, anima e corpo: aiutarlo materialmente e spiritualmente. Il discepolo di Gesú vuole il bene di tutti e fa del bene a tutti, come il maestro, perché tutti hanno un qualche bisogno: quello ha bisogno del pane; quell’altro della pigione della casa; quello ha bisogno di sfogarsi; quell’altro ha bisogno di un conforto; uno ha bisogno di un po’ di compagnia, un altro di rivolgergli la parola; quello della fede, quell’altro di un sorriso. Molti arrivano a dare un pane ad un affamato, ma non pensano mai di dare un buon libro a un lontano o ad un incredu­lo per salvarlo dall’inferno.

Il vero cristiano cerca di dare a ognuno quello di cui ha bisogno e vive facendo, anche con gravi sacrifici, del bene a quanti avvicina.

2) pensare solo ai lontani; pensare solo ai vicini. Chi ama, ama tutti, come il sole che illumina tutti.

II cattolico che non ama tutti gli uomini, non è cattolico, perché cattoli­co significa universale.

Per questo il vero cristiano è premuroso con tutti, sorridente, affettuo­so, servizievole con i familiari, con i compagni di scuola, di lavoro, di viag­gio, d’attesa; con quelli che incontra e con quelli che ha incontrato… ; «Si fa, come S. Paolo, tutto a tutti per salvare tutti » (1 Cor. 9, 22).

Il cristiano cresce, vale, è premiato, per quanto ama.

3) La divisione degli uomini in classi.

La divisione degli uomini in base alla loro casta, ai loro beni, alla loro cultura, alla loro razza, ai loro partiti, è fatta da pagani o dai peccatori. Per l’uomo nuovo, cioè per il cristiano, dice S. Paolo «non vi è piú né greco, né giudeo, né circonciso, né incirconciso, né barbaro, né scita, né schiavo, né libero, ma soltanto Cristo, che è tutto in tutti » (Col. 3, ll). Per questo egli aggiunge: « Rivestitevi, dunque, come eletti di Dio, san­ti ed amati, di viscere di misericordia, di bontà, di umiltà, di dolcezza, di pazienza. Sopportatevi a vicenda; e se qualcuno ha di che lagnarsi di un altro, perdonatevi scambievolmente: come vi ha perdonato il Signore, cosí fate voi. Ma soprattutto rivestitevi di carità, che è il vincolo della per­fezione. Regni nei vostri cuori la pace di Cristo, alla quale siete stati chia­mati in un solo corpo. Mostratevi riconoscenti » (Col. 3, 12-15).

Gesú quindi ci ha chiamati ad essere piú che una famiglia; una cosa so­lo, un sol corpo con lui.

Ora in una semplice e buona famiglia, il sano serve l’ammalato; chi la­vora mantiene il disoccupato; chi è colto sta bene con chi è ignorante; nessuno si sente superiore agli altri, nessuno odia gli altri; tutti si voglio­no bene, ognuno serve gli altri.

I cristiani che non fanno altrettanto, non sono buoni cristiani. L’odio è l’antitesi del cristianesimo. Per il cristiano non è possibile odiare nessuno, neanche i peccatori; bisogna odiare il peccato, ma amare i peccatori; non possiamo odiare una classe, neanche i nostri nemici e chi ci fa male: « Amate i vostri nemici, ha detto Gesú, fate del bene a coloro che vi fanno del male» (Mt. 5, 44).

Quando poi l’odio viene istituzionalizzato (odio di classe), diventa il peggiore nemico del Cristianesimo.

Per distruggere la Chiesa basta seminare l’odio. Dove c’è odio, non c’è salvezza.

12. Per salvarsi non basta non odiare; bisogna amare.

Dove c’è Cristianesimo autentico, non sono possibili le divisioni in classi e nei blocchi che oggi dividono il mondo.

In un mondo cristiano le classi non sono viste in contesa, ma in colla­borazione tra loro, come gli organi di un corpo destinati a realizzare la sa­lute e il benessere del corpo, ossia di tutti gli uomini.

« Per questo, dice Bardieaev, il comunismo non poteva sorgere in una nazione pagana (perché vi mancano le istanze cristiane di libertà, di fra­ternità e di uguaglianza); né in una nazione veramente cristiana (perché vi mancano le forti sperequazioni); ma poteva sorgere in una nazione cri­stiana scristianizzata, quale era la Russia ».

Le divisioni esasperate dagli egoismi e dalle passioni umane portano alle guerre civili e tra gli stati.

Un corpo i cui organi non operano in collaborazione, ma in contesa tra loro, muore. Cosí sta per morire il mondo oggi.

Dopo il fallimento economico e politico del capitalismo e del comuni­smo, e dopo il caos prodotto dalle guerre civili e internazionali, ci sarà una sola speranza a cui si aggrapperanno gli uomini: il ritorno al Cristia­nesimo, all’amore cristiano e alla collaborazione di tutti, per ricostruire dalle rovine un mondo nuovo, piú giusto, piú umano.

13. Tale amore, però, se non si traduce in fatti, è un’illusione. I ricchi debbono far molto di piú che la semplice elemosina ai poveri: debbono amarli, partecipare ad essi le loro ricchezze e fare ogni sforzo per toglierli dal bisogno; i poveri non devono odiare i ricchi, ma pregare perché si convertano e si salvino.

La conversione del ricco, perché sia vera e lo metta in condizione di sal­varsi, deve portarlo ad aprire il portafoglio ai poveri. Questo discorso può sembrare duro. È per questo che Gesú disse: « È piú facile che un cammello entri per la cruna d’un ago anziché un ricco entri nel regno dei cieli» (Mt. 19, 24).

Senza carità non c’è salvezza: non c’è per il povero che odia il ricco; né per il ricco che non si cura del povero; non per il ricco che non ha pietà del povero e lo lascia morire di fame; né per il povero che non ha pietà del ric­co e lo lascia andare all’inferno.

14. I beni della terra Dio li ha creati per tutti gli uomini e vuol che basti­no per tutti gli uomini.

Non è cristiano e neppure umano che ci sia chi guazza nelle ricchezze e chi muore di fame.

Tuttavia non possiamo impedire che ci siano ricchi e poveri, come di­mostra la Russia dopo 6o anni di comunismo.

Noi cristiani dobbiamo volere che i beni della terra non si ammassino nelle mani di pochi, ma vengano piú equamente distribuiti fra tutti. Chi lavora in tal senso fa opera cristiana. Chi, però, esasperando le ri­vendicazioni, polarizza tutta l’attenzione dei lavoratori sui beni terreni e nella lotta di classe e fa dimenticare il cielo e il Vangelo che ce lo apre, fa opera diabolica.

È estremamente interessante quanto fu detto, nel congresso di Puebla in Messico, nel 1979 al quale furono presenti Giovanni Paolo II e oltre mil­le inviati speciali dei maggiori giornali del mondo occidentale.

Tanto i Vescovi, quanto i delegati delle comunità di base di tutta l’America Latina dissero di essere progressisti, di volere le riforme sociali che dividano la ricchezza, rispettino la libertà e la dignità della persona umana, tolgano ogni uomo dalla miseria e dal bisogno; ma aggiunsero di non essere marxisti ma cristiani, e di volere, oltre al bene materiale dell’uomo, il suo bene spirituale, e quindi la sua evangelizzazione e la sua eterna salvezza.

Giovanni Paolo II, dopo aver illustrato l’azione e il compito della Chie­sa per la promozione umana dei poveri, ricordò che il primo compito del­la Chiesa è la salvezza eterna degli uomini, e ammoni i sacerdoti e i reli­giosi a essere annunciatori del Vangelo della salvezza, non agenti sinda­cali.

15. Non dobbiamo però limitarci a far fare agli altri la giustizia e la cari­tà, ma dobbiamo farle innanzi tutto noi, pagando e trattando bene i di­pendenti, se ne abbiamo, e donando parte dei nostri beni ai poveri. Dio nel Vecchio Testamento aveva ordinato a tutti di dare il 10% dei loro beni per il culto e per i poveri; né mai questa legge è stata abolita. I primi cri­stiani davano molto di piú.

Abbiamo il dovere grave di pensare per primo ai bisognosi vicini e con­temporaneamente agli affamati, ai lebbrosi, ai bisognosi lontani, perché in ognuno di loro è Gesú che soffre. Non possiamo fare sprechi, né conti-

nuare ad ammassare soldi quando ci sono 40 milioni di persone che ogni anno muoiono per la fame o per le malattie causate dalla fame e 20 milio­ni di lebbrosi che imputridiscono vivi e muoiono per mancanza di cure.

Ricordiamo le parole di Gesú nel giudizio: « Andate, maledetti all’infer­no perché ebbi fame e non mi avete dato da mangiare, ebbi sete e non mi deste da bere; fui pellegrino e non mi albergaste; nudo e non mi rivestiste; infermo e carcerato e non mi visitaste » (Mt. 25, 42-43).

16. Saremo giudicati sull’amore.

Il Vangelo ci dice che dopo la morte saremo giudicati e che il giudizio sarà sull’amore che abbiamo avuto verso gli altri.

Il motivo è evidente. Gesú è venuto per formare, con tutti gli uomini, l’unità perfettissima del Corpo Mistico. Tale unità si costruisce con l’amo­re, si ostacola con la mancanza di amore.

Coloro che amano il prossimo, contribuiscono all’opera di Gesú per la felicità di tutti gli uomini e Gesú li premierà; coloro che non amano il prossimo, ostacolano l’opera di Gesú per la felicità degli uomini e Gesti li castigherà.

Questa verità rivelata ha una conferma singolare nell’opera di Ray­mond Moody.

Il Moody è un medico che si è dedicato ad intervistare centinaia di morti rianimati, con la tecnica recente della rianimazione in uso negli ospedali piú attrezzati. È impressionante il fatto che tutti gli hanno detto di essere morti, di essersi distaccati dal loro corpo, di aver visto prima il loro cadavere e poi un mondo di luce; di non aver avuto il giudizio finale, ma una specie di pre-giudizio; di aver visto in un colpo d’occhio, come in un flash, tutta la loro vita, minutamente in tutti i particolari, con le loro responsabilità e con particolare riferimento all’amore portato o no agli al­tri; di essere tornati con un grande disiderio di fare del bene; di essere or­mai sicuri dell’immortalità dell’anima.

Citiamo solo tre dei casi riportati dal Moody nel suo libro, « La vita oltre la vita» (Mondadori).

Un uomo gli disse che, appena morto, gli era stato chiesto se avesse fat­to quello che aveva fatto perché amava gli altri, se il movente delle sue azioni era stato l’amore.

Una donna gli disse: « Prima uscii dal corpo; ero al di sopra dell’edificio e vedevo il mio corpo. Quindi divenni consapevole della luce, luce e nul­l’altro attorno a me. Poi vi fu come uno spettacolo: ogni momento della mia vita mi passò davanti, perché lo esaminassi in un certo senso. Prova­vo un’intensa vergogna per molte cose, perché sembrava avessi ora una consapevolezza diversa, sembrava che la luce mi mostrasse che cosa ave­vo fatto di male. Era tutto molto reale.

Sembrava che quel «flashback», quel ricordo, o qualsiasi cosa fosse, avesse come scopo principale di stabilire lo scopo della mia vita. Sembra-

va vi fosse come un giudizio; poi di colpo la luce divenne più opaca e vi fu una conversazione, non con parole, ma con pensieri. Quando vedevo qualcosa, sperimentavo un evento passato, era come se lo vedessi attra­verso occhi, che (penso si possa dire cosa avevano una conoscenza onni­potente e mi guardavano, mi aiutavano a vedere.

È questo il momento che piú mi è rimasto impresso, perché mi mostra­va non soltanto quello che avevo fatto, ma anche come quel che avevo fatto aveva influito sugli altri. E non era come se guardassi immagini proiettate su uno schermo, perché sentivo tutte quelle cose e in modo particolare; ho scoperto che neppurre i pensieri vanno perduti … Ogni mio pensiero era presente … I pensieri non vanno perduti »…

Un altro gli disse: « Non ho parlato a nessuno della mia esperienza, ma quando me ne sono tornato avevo il desiderio ardente, di fare qualcosa per gli altri … Provavo tanta vergogna per tutte le cose che avevo o non avevo fatto, in vita mia. Sentivo di dover fare qualcosa, che non era possi­bile rimandare.

Quando sono tornato ho deciso che era meglio cambiare. Provavo molto pentimento. Non ero soddisfatto della vita che avevo condotto si­no allora, per questo volevo cominciare a far meglio».

17. Se il Signore ci portasse in paradiso cosí come siamo qui in terra, il paradiso diverrebbe un’edizione peggiorata dell’attuale nostra vita terre­na, piena di vizi, di litigi, di sofferenze di ogni genere.

Per rendere il paradiso il regno dell’amore e della felicità il Signore get­ta nella pattumiera, ossia nell’inferno, i peccatori induriti e inguaribili, e manda i peccatori guaribili, ossia pentiti, nel suo ospedale, il purgatorio, ove li purifica da tutte le loro scorie: dalla superbia, dall’avarizia e grettez­za, dalla lussuria, dall’irascibilità, dalla gelosia…

Ciascuno dev’essere perfettamente amabile e pieno d’amore, in grado di aumentare con la sua compagnia la felicità degli altri. Quindi noi potre­mo andare in paradiso soltanto se siamo stati o siamo divenuti, dopo con­vertiti, amabili, senza difetti, pieni di amore per tutti; o dopo che saremo divenuti tali tra le purificatrici sofferenze del purgatorio. Dio nella Bibbia parla ripetutamente di questo luogo di purificazione che noi chiamiamo purgatorio (2 Mac. 12, 32; Mt. 5, 26; Mt. 12, 36; 1 Cor. 3, 15).

Come un direttore d’orchestra tiene nel suo complesso soltanto suo­natori che sanno eseguire, in perfetto accordo con tutti gli altri, i concerti e non tiene per pietà suonatori che stonano, per non guastare l’esecuzio­ne dell’opera e la felicità del pubblico; cosí Dio non può ricevere in para­diso quelli che non amano e non vanno d’accordo con tutti gli altri, altri­menti guasterebbe la felicità degli eletti.

Questo è il senso della preghiera di Gesú per tutti i suoi discepoli: « Che siano consumati in uno » (Gv. 17, 23).

Divenuti tutti gli eletti una cosa sola, quasi fusi in uno dall’amore perfetto, saremo immersi nella visione beatifica di Dio. E come ogni suonato­re d’orchestra, prima di mettersi a suonare, raccorda il suo strumento, per essere in armonia con gli altri; cosí ogni uomo, prima di andare in paradi­so deve mettersi in armonia con tutti gli uomini, deve andare d’accordo con tutti, eccetto che nel peccato.

Chi non raggiunge in terra questo amore e questo accordo con tutti, dovrà raggiungerlo con immenso dolore nel purgatorio.

Il paradiso è il regno dell’amore perfettissimo, e per questo, della felicità.

CAP. IX – IL DIVINO PROGRAMMATORE

1. Contro l’esistenza di Dio e soprattutto contro la rivelazione cristiana del Dio-Amore, l’uomo del popolo ripete l’obiezione di Kastler, premio Nobel per la fisica.

Egli, pur dichiarandosi ateo, dice: «Alla concezione che l’evoluzione sia dovuta esclusivamente a una successione di micro-eventi, a mutazio­ni ciascuna delle quali sopraggiunge in modo casuale, si oppongono il tempo e l’aritmetica. Per estrarre da una roulette passo per passo, sottou­nità per sottounità, ognuna delle quasi centomila catene proteiche che possono costituire il corpo di un mammifero, è necessario un tempo che supera di gran lunga la durata attribuita al sistema solare. Per non parlare di finalità, si inventa la parola teleonomia. Monod è costretto ad accettare l’esistenza di una teleonomia, cioè di un progetto, di un programma svol­to dall’evoluzione degli esseri viventi.

Vorrei usare una parabola. Supponiamo che nel corso di uno dei pros­simi voli lunari venga esplorata la faccia sconosciuta della Luna, cioè quella che ci è opposta e che non vediamo mai, ma che gli astronauti pos­sono raggiungere. Fino ad oggi, essi sono sempre atterrati sulla parte visi­bile dalla Terra, perché le comunicazioni via radio rimangano possibili, mentre non lo sono piú quando ci si trova sull’altra faccia.

Supponiamo che essi abbiano la sorpresa di scoprire una fabbrica auto­matica che produce alluminio: esistono attualmente sulla Terra fabbri­che completamente automatiche. Essi vedrebbero da un lato delle pale che scavano il suolo e raccolgono l’alluminio; dall’altro le barre di allumi­nio che ne escono. Essi vi troverebbero apparecchiature tipiche della fisi­ca, processi di elettrolisi poiché l’alluminio viene prodotto mediante elet­trolisi di una soluzione di allumina nella criolite. In altre parole, dopo aver esaminato questa fabbrica, essi constaterebbero solo il verificarsi di normali fenomeni fisici perfettamente spiegabili con le leggi della casua­lità. Essi ne dovrebbero forse concludere che il caso ha creato tale fabbri­ca, oppure che degli esseri intelligenti sono discesi sulla Luna prima di es­si e l’hanno costruita?

Ambedue queste possibilità di spiegazione sono reali. Ma pongo la do­manda: sarebbe logico ritenere che il caso ha unito le molecole in modo da creare siffatta fabbrica automatica? Nessuno accetterebbe quest’inter­pretazione. Ebbene, in un essere vivente troviamo un sistema infinita­mente piú complesso di una fabbrica automatica. Voler ammettere che il caso ha creato tale essere mi sembra assurdo. Se esiste un programma, non posso ammettere programma senza programmatore: del quale però non voglio costruirmi un’immagine».

Pertanto, piú che ateo, egli conclude di essere agnostico. Per questo non accetta l’immagine-rivelazione del Dio-Amore e aggiunge: « Dio non è amore perché esiste la morte. La vita degli uni sulla terra come sul mare è fondata sulla morte degli altri.

Gli animali mangiano le erbe e si mangiano tra loro, il pesce grosso mangia il pesce piccolo, gli uomini mangiano tutto e si sbranano tra loro » (Chabanis – Dio esiste? No – Mondadori).

La presenza del dolore e del male nella terra è cosí universale da sem­brare costitutiva della natura, al punto che un altro scienziato francese, Jean Rostand, dice: « Non mi disturba la presenza del male, ma i piccoli lampi di bontà, questi lampi di pietà costituiscono per me un grande pro­blèma ».

Per tale motivo il Rostand aggiunge: « Se vi limitate a porre Dio al pun­to di partenza non ho niente da obiettare e forse, dopo tutto, avete ragio­ne. Quello che non tollero è che mi facciate intervenire Dio nello sviluppo della catena causale, perché allora non è piú possibile fare della scienza ».

In altre parole, sia uomini del popolo che scienziati, non hanno diffi­coltà ad ammettere l’esistenza di un Dio creatore; ma non ammettono che questo Dio sia Amore e Provvidenza a causa della presenza del dolore e della morte nel mondo e della intoccabilità delle leggi della natura.

A costoro noi diciamo: Se Dio non vede i bisogni dell’uomo non è onni­sciente. Se Dio non può provvedere perché le leggi che ha fatto sono su­periori a lui, non è onnipotente.

Se Dio vede, ma non vuole provvedere, non è buono.

In altri termini se Dio non vede o non può o non vuole provvedere, non esiste.

Ma allora come si spiega questa presenza universale del male e del do­lore sulla terra?

a. Per vedere se esiste la Provvidenza dobbiamo vedere qual è il dise­gno di Dio nel creare il mondo; cosí come, per giudicare se un progetto è buono, bisogna vedere a che cosa deve servire.

Ad esempio, altro è il progetto di un condominio, altro è quello di un supermercato, altro il progetto di un’astronave che deve orbitare attorno alla terra, altro quello di un’astronave che deve andare sulla Luna o su Marte. Dio cosa si è prefisso di ottenere creando questa terra con i suoi abitanti?

Si è prefisso di farci orbitare sulla terra, ossia di far chiudere la nostra vicenda nella vita presente sulla terra, o di farci extraorbitare da questa terra oltre questa vita?

La domanda può sembrare di poca importanza, ma è essenziale perché solo dalla conoscenza della risposta possiamo giudicare se il progetto di Dio è buono o cattivo.

Ma come possiamo sapere cosa si è prefisso Dio, se Dio stesso non parla e non ce lo dice?

Nei capitoli precedenti abbiamo visto qual è il progetto di Dio e come Dio ce lo ha garantito.

A chi non crede all’esistenza di Dio e alla sua parola contenuta nella Bibbia, è impossibile conoscere, tanto meno capire, una risposta al pro­blema del male e del dolore.

A costui, se non basta questo libro, non resta che studiare su testi piú completi per arrivare a conoscere la divinità di Cristo e a credere alla Bibbia. A volte ci sembra che, se avessimo l’onnipotenza di Dio, questo mondo noi l’avremmo disposto meglio di com’è, avremmo fatto soffrire meno gli uomini e li avremmo resi piú felici.

Forse ci saremmo riusciti.

Tuttavia se la nostra vita avesse dovuto chiudersi in questa esistenza terrena, Dio ci sarebbe riuscito immensamente meglio di noi, perché infi­nitamente piú sapiente e piú buono di noi.

Però per fare raggiungere la massima perfezione ai santi e per salvare il maggior numero possibile di uomini, nessuno avrebbe potuto disporre questo progetto meglio di come lo ha disposto lui.

Cosí come stanno le cose, con questa libertà e questo cattivo uso della libertà, con la presenza perturbatrice dei demoni, se avessimo dovuto di­sporre noi il mondo, avremmo rovinato tutto.

3. S. Paolo nella lettera agli Efesini espone il progetto di Dio: « Benedet­to sia Dio e Padre del Signor nostro Gesú Cristo, il quale ci ha benedetti in Cristo dall’alto dei cieli con ogni specie di benedizioni spirituali, cosí co­me in lui ci aveva eletti prima della creazione del mondo, affinché fossi­mo santi e immacolati dinanzi a lui per la carità. Egli ci ha predestinati ad essere figli adottivi per mezzo di Gesú Cristo, secondo il beneplacito del suo volere, a lode della gloria della sua grazia, di cui ci ha favoriti nel suo Figlio diletto.

In lui abbiamo la redenzione per mezzo del suo sangue, la remissione dei peccati, secondo la ricchezza della sua grazia, che Dio ha effuso in ab­bondanza su di noi, con ogni sapienza e prudenza, facendoci conoscere il mistero della propria volontà che, a suo beneplacito, egli aveva prestabili­to in se stesso, e che doveva compiersi nella pienezza dei tempi: riunire tutte le cose, quelle dei cieli e quelle della terra, sotto un unico capo, Cri­sto. In lui noi pure siamo stati costituiti eredi, predestinati per disposizio­ne di colui che tutto opera secondo il consiglio del suo volere, affinché fossimo strumenti di lode della sua gloria, noi che abbiamo sperato in Cristo per primi » (1, 3-12).

E nella lettera ai Romani rivela l’origine della morte. «Pertanto, come per la colpa di un uomo solo il peccato entrò nel mondo, e a causa del pec­cato la morte, e cosí la morte si è estesa a tutti gli uomini, perché tutti han­no peccato » (5, 12).

Se Dio voleva fare l’uomo diverso dalle scimmie e dagli ominidi e simi­le a sé, non gli restava che dargli la libertà. Se voleva dargli la libertà dove­va sopportare che l’uomo ne facesse anche un cattivo uso.

4. Il male è venuto nel mondo per questo cattivo uso della libertà. Da tale cattivo uso della libertà traggono origine i sette vizi capitali, causa di tutti i mali della terra.

Non fu un capriccio di Dio la creazione di questo mondo cosí com’è, con tutte le sue gioie e tutti i suoi dolori, se egli stesso, facendosi uomo, non volle gustare le gioie degli uomini, ma provare soltanto i dolori e tut­ti i dolori che gli uomini cattivi vollero infliggergli.

Nessuno si fa mettere in croce per capriccio. E Gesú nell’orto di Getse­mani, con lacrime e gemiti, supplicò il Padre di risparmiargli la crocifis­sione; ma, vedendone l’impossibilità, si rassegnò a subirla.

Se Dio avesse potuto fare a meno del dolore nel mondo, volentieri ne avrebbe fatto a meno per risparmiare il suo dilettissimo figlio.

E quando i discepoli di Emmaus se ne andavano tristi ricordando la spaventosa passione e morte di Cristo, egli ricordò tutte le profezie che lo riguardavano e concluse: « Bisognava che il Cristo patisse per poter entra­re nella sua gloria » (Lc. 24, 26).

Lí è il nocciolo del mistero.

5. Dio ha creato l’uomo con aspirazioni infinite: – con il desiderio di conoscere tutto l’universo e tutti i suoi misteri; – con il desiderio di pos­sedere tutto ciò che c’è di bello e buono; – con il desiderio di vivere sem­pre e di restare sempre giovane; – con il desiderio di non vedere nessuno soffrire e morire. Ma allora perché il dolore e la morte?

La risposta ce la dà ancora S. Paolo: « Stimo che le sofferenze del tempo presente non possono essere paragonate alla gloria futura che si rivelerà in noi. Poiché la creazione attende con gran desiderio la manifestazione dei figli di Dio. La creazione infatti, fu sottoposta alla vanità, non di sua volontà, ma a causa di colui che ve la sottopose, con la speranza che la creazione stessa un giorno sarà liberata dalla servitú della corruzione, per aver parte alla libertà della gloria dei figli di Dio.

Sappiamo, infatti, che fino ad ora la creazione tutta geme e soffre le do­glie del parto; anzi, non solo essa, ma anche noi, che abbiamo le primizie dello Spirito, noi pure gemiamo in noi stessi, in attesa dell’adozione, del riscatto del nostro corpo. In speranza, infatti, noi siamo stati salvati. Or, la speranza che si vede, non è piú speranza; difatti, chi spera ciò che vede?

Ma se noi speriamo ciò che non vediamo, è per mezzo della pazienza che l’aspettiamo » (Rom. 8, 18-25).

Quindi la nostra fine non è la morte, ma la resurrezione; e il segno della nostra fine è la resurrezione di Cristo.

Difatti S. Paolo aggiunge: « Or se si predica che Cristo è risuscitato da morte, come mai alcuni di voi dicono che non esiste la resurrezione dei morti? Se non vi è resurrezione dei morti, nemmeno Cristo è risorto. Ora, se Cristo non è risorto, è vana la nostra predicazione e vana pure la vostra fede. Anzi, diventerebbe manifesto che noi saremmo falsi testimoni di Dio, perché per Dio abbiamo testimoniato che egli ha resuscitato Cristo, mentre non l’avrebbe resuscitato, se i morti non risorgono; perché se i morti non risorgono, neppure Cristo è risorto. Se Cristo poi non è risorto, la vostra fede è vana; voi siete ancora nei vostri peccati. E quindi anche quelli che si sono addormentati in Cristo sono perduti. Se noi riponiamo la nostra speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo i piú miserabili di tutti gli uomini.

Ma ecco che Cristo è risorto dai morti, primizia di quelli che dormono. Poiché, infatti, a causa d’un uomo è venuta la morte, cosí pure in virtú di un uomo c’è la resurrezione dei morti. E come tutti muoiono in Adamo, cosí tutti saranno vivificati in Cristo. Ciascuno, però, nell’ordine proprio: come primizia Cristo, poi quelli che sono di Cristo, alla sua venuta. Quin­di la fine, quando egli riconsegnerà il regno a Dio, suo Padre, dopo aver distrutto ogni principato, dominazione e potenza. Perché è necessario che Cristo regni « fino a che non abbia messo sotto i suoi piedi tutti i ne­mici ».

L’ultimo nemico ad essere distrutto sarà la morte. Dio, infatti, « tutto ha posto sotto i piedi di lui ». Ma quando dice tutto gli è stato assoggettato, è chiaro che si deve eccettuare colui che gli ha assoggettato ogni cosa. E quando avrà assoggettato a lui tutte le cose, allora il Figlio stesso farà atto di sottomissione a colui che gli ha sottoposto ogni cosa, affinché Dio sia tutto in tutti » (I Cor. 15, 12-28).

6. « Qualcuno domanderà: Come risuscitano i morti? Con quale corpo ritorneranno? Stolto! Quello che tu semini non germina, se prima non muore; quello che tu semini non è il corpo che deve nascere, ma un nudo granello come, ad esempio, un chicco di grano o di qualunque altra se­menza; Dio poi gli dà il corpo che vuole, a ciascun seme dà il corpo che gli conviene. Non ogni carne è la stessa carne; ma altra è la carne degli uomi­ni e altra quella degli animali domestici, altra quella degli uccelli e altra quella dei pesci. Come vi sono dei corpi celesti e dei corpi terrestri, ma al­tro è lo splendore dei corpi celesti, e altro quello dei corpi terrestri. Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna e altro lo splendore del­le stelle: anzi, una stella differisce in splendore da un’altra. Cosí pure sarà della resurrezione dei corpi. Si semina il corpo corruttibile e risorge incorruttibile; si semina spregevole e risorge glorioso; si semina debole e risor­ge potente; si semina corpo materiale e risorge corpo spirituale » (I Cor.15, 35-44)

E finisce con l’inno della vittoria.

« Ecco, vi svelo un mistero: noi non morremo tutti, ma tutti saremo tra­sformati, in un attimo, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba. Squillerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorruttibili e noi sare­mo trasfomati. Perché è necessario che questo corpo corruttibile si rivesta d’incorruzione e che il nostro corpo mortale si rivesta di immortalità.

Quando questo corpo corruttibile avrà rivestito l’incorruzione e que­sto corpo mortale avrà rivestito l’immortalità, allora avrà compimento la parola che fu scritta: la morte è stata assorbita nella vittoria. O morte dov’è la tua vittoria? O morte, dov’è il tuo pungiglione? Il pungiglione della morte è il peccato, e la forza del peccato è la legge. Ma sia ringraziato Iddio, che ci dà la vittoria mediante il Signor nostro Gesú Cristo! Perciò, o miei fratelli diletti, mantenetevi fermi, incrollabili, e progredite sempre nell’opera del Signore, sapendo che il vostro lavoro nel Signore non è va­no » (I Cor. 15, 51-58).

Con la resurrezione entreremo nel possesso di tutti i beni che deside­riamo e di moltissimi altri ancora che non riusciamo a desiderare, perché per ora non possiamo comprendere.

« Occhio umano non ha visto, dice S. Paolo che ancora vivente ebbe il privilegio di vedere il paradiso, orecchio umano non ha sentito, né mai cuore d’uomo ha potuto desiderare quello che Dio ha preparato a quelli che lo amano » (1 Cor. 2, 9).

7. Adesso possiamo dare una risposta al problema del dolore e della morte. Dice S. Paolo: « Tutto appartiene a voi, e Paolo, e Apollo, e Pietro, e il mondo, e la vita, e la morte, e le cose presenti e le future, tutto è vostro, ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio » (I Cor. 3, 22-23).

Dio ha creato i vegetali e gli animali perché servissero all’uomo: senza di essi infatti l’uomo non potrebbe vivere.

Ha creato i carnivori perché gli erbivori non finissero per divorare tutti i vegetali e finissero cosí per morire tutti i viventi.

Ha creato questo corpo soggetto al logoramento, all’invecchiamento e alla morte, perché ci preparassimo alla vita eterna.

Ha messo nella vita tante gioie e tanti piaceri perché la vita ci fosse pia­cevole e fossimo desiderosi di vivere sempre.

Ha messo l’istinto della fame perché lavorassimo per procurarci il cibo e cooperassimo con lui nell’opera della creazione.

Ha messo l’istinto sessuale perché cooperassimo con lui nella genera­zione di altri uomini che dovranno completare il numero degli eletti, os­sia il Corpo Mistico di Cristo; e quando l’uomo si serve degli istinti messigli da Dio, non per distorcere i fini assegnati a essi da Dio, ma per attuarli, è da lui benedetto in terra e premiato in paradiso; ma solo allora. Ha messo il dolore perché ci stancassimo e ci staccassimo da questo mondo e desiderassimo il paradiso.

Senza del dolore pochissimi si sarebbero salvati, perché pochissimi si sarebbero senza di esso convertiti a Dio.

Agli innocenti che muoiono, sia piccoli che grandi, per i flagelli della natura e degli uomini, Dio non fa alcun torto, perché è come se un ricco togliesse a un uomo una lira per dargli in cambio un miliardo: ora quello che Dio dona ad essi con la morte, vale infinitamente di piú; è il paradiso.

Certamente una risposta esauriente al problema del male e al proble­ma del dolore nessuno può darla. Resta il mistero della iniquità (2 TeSS. 2, 7) e la potenza della croce di cui parla S. Paolo: « II linguaggio della croce è follia per quelli che si perdono, ma per noi che ci salviamo, è potenza di Dio » (1 Cor. 1, 18).

Ma già Gesú aveva profetizzato che si sarebbero salvati solo quelli che non si sarebbero scandalizzati di lui, cioè della passione che egli avrebbe patito, e che quindi avrebbero accettato il dolore del mondo e il loro dolo­re (Mt. 11, 6).

8. Qualcuno potrebbe obiettare: «Il Cristianesimo resta allora la reli­gione del dolore?»

Paradossalmente il Cristianesimo è invece la religione della gioia. Gesú promette ai suoi discepoli: « Fino ad ora non avete chiesto nulla in nome mio; chiedete e otterrete, affinché la vostra gioia sia piena » (Gv. 16, 24).

S. Paolo raccomanda ai cristiani: « Siate sempre lieti nel Signore, lo ripe­to, siate lieti. La vostra letizia sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino. Non inquietatevi di nulla; ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vo­stre necessità con preghiere, con suppliche, con azioni di grazie. E la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesú.

Finalmente, fratelli, tutto ciò che è vero, puro, giusto, santo, amabile, tutto ciò che dà buona fama, che è virtuoso, degno di lode, sia oggetto dei vostri pensieri » (Fil. 4, 4-8).

A coloro però che non sanno godere entro l’ordine stabilito da Dio e con moderazione, solo il dolore può fare aprire gli occhi e convertirli a Dio.

Per essi il dolore è l’ultima misericordia di Dio; misericordia che Dio non usa ai peggiori.

9. Il Cristianesimo è la sola religione che dà una risposta al problema del dolore e nello stesso tempo combatte il dolore, combattendo il pecca­to, causa di tutti i mali e di tutti i dolori, e comandando ai suoi discepoli di lenire dappertutto i dolori umani.

Gesú stesso ne diede l’esempio: «percorreva tutte le città e i villaggi predicando il Vangelo e sanando ogni malattia e ogni infermità » (Mt. 9, 35), senza aspettare, per pietà verso gli ammalati, neppure che passasse il sabato, sfidando per questo l’indignazione dei farisei (Lc. 13, 14).

La stessa missione Gesú diede ai suoi discepoli « Guarite i malati, risu­scitate i morti, mondate i lebbrosi, scacciate i demoni: gratuitamente ave­te ricevuto, gratuitamente date » (Mt. 16, 8).

Anzi egli ha voluto identificarsi addirittura con tutti i sofferenti al pun­to che salverà soltanto coloro che li soccorrono, mentre condannerà tutti quelli che sono insensibili verso di essi.

« Quando verrà il Figlio dell’uomo nella sua maestà con tutti gli Angeli, si assiderà sul trono della sua gloria. E tutte le nazioni saranno radunate davanti a lui, ma egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri; e metterà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra.

Allora il re dirà a quelli che sono alla sua destra: venite, benedetti del Padre mio, prendete possesso del regno preparato per voi sin dalla crea­zione del mondo. Perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui pellegrino e mi accoglieste; ero nudo e mi rivestiste; in­fermo e mi visitaste; carcerato e veniste a trovarmi. Allora i giusti gli ri­sponderanno: Signore, quando mai ti vedemmo affamato e ti demmo ri­storo; assetato e ti demmo da bere? Quando ti vedemmo pellegrino e ti al­loggiammo, o nudo e ti rivestimmo? Quando ti vedemmo infermo o car­cerato e siam venuti a visitarti? E il re risponderà loro: in verità vi dico: ogni volta che avete fatto questo a uno dei piú piccoli di questi miei fra­telli, l’avete fatto a me.

Infine dirà anche a quelli che saranno alla sua sinistra: andate lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per gli angeli suoi. Perché ebbi fame e non mi deste da mangiare; ebbi sete e non mi de­ste da bere; fui pellegrino e non mi albergaste; nudo e non mi rivestiste; infermo e carcerato e non mi visitaste. Allora anche questi gli risponde­ranno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato, o assetato, o pelle­grino, o nudo, o infermo, o carcerato, e non t’abbiamo assistito?

Ma egli risponderà loro: in verità vi dico: ogni volta che non lo avete fatto ad uno di questi piú piccoli, non l’avete fatto a me. E costoro andran­no all’eterno supplizio, i giusti invece alla vita eterna» (Mt. 25, 31-46).

10. Il Cristianesimo è l’unica religione che lenisce e combatte le soffe­renze umane.

Ma, paradossalmente, la liberazione dal dolore viene attraverso il dolo­re; dopo la croce viene la resurrezione.

Attraverso la croce di Cristo è venuta la nostra salvezza; attraverso il sacrificio dei santi, dei giusti sofferenti e di tutti i discepoli di Cristo viene la liberazione dei sofferenti dal dolore, dei peccatori dall’inferno.

Giustamente dice Leon Bloy: « Nessuna grazia viene a un peccatore se un giusto non paga per lui ».

Ma a coloro ai quali dà il privilegio di soffrire per salvare gli altri, Dio parteciperà, in proporzione alle loro sofferenze, l’immensa gloria e l’im­mensa felicità che ha dato al suo Figlio.

Il Cristianesimo, sull’esempio di Gesú, vuol salvare tutto l’uomo: cor­po e anima.

Per questo ha istituito gli ospedali, gli orfanotrofi, i lebbrosari, gli isti­tuti per minorati, che nei paesi del 3° mondo sono le uniche opere umani­tarie esistenti e che gli stati civili solo da poco hanno copiato.

Nel nome di Cristo Madre Teresa in India e in tante altre parti del mon­do va aprendo centinaia di case per raccogliere gli affamati, i moribondi, i lebbrosi; mentre le « Helpers of Mary » nella stessa India vanno a curare i lebbrosi e a dormire nelle loro stesse catapecchie.

Per questo tanti sacerdoti, tante suore e anime consacrate, tanti missio­nari e tanti ottimi laici si stanno sacrificando per la salvezza dei propri fra­telli.

CAP. X – LA SINDONE

1. A questo secolo che porta l’insegna della scienza e dello scetticismo Gesú ha voluto parlare per bocca della scienza; ha voluto dare la prova scientifica della sua passione narrata dai Vangeli, dell’assoluta storicità dei Vangeli stessi e quindi della sua resurrezione e della sua divinità.

Tale prova è la santa Sindone, il lenzuolo dove fu avvolto Gesú, depo­sto nel sepolcro, nel quale restò impresso tutto il suo corpo martirizzato. Su tale lenzuolo un esercito di scienziati hanno fatto le piú accurate ricer­che.

Matteo cosí narra: «Venuta la sera giunse un uomo ricco di Arimatea, chiamato Giuseppe, il quale era diventato anche lui discepolo di Gesú. Egli andò da Pilato e gli chiese il corpo di Gesú. Allora Pilato ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe preso il corpo di Gesú, lo avvolse in un candido lenzuolo e lo depose nella sua tomba nuova, che si era fatta sca­vare nella roccia; rotolata poi una gran pietra sulla porta del sepolcro, se ne andò. Erano lí, davanti al sepolcro, Maria di Magdala e l’altra Maria» (Mt. 27, 57-61).

Gli altri evangelisti concordano, pur aggiungendo ognuno qualche particolare. Cosí Giovanni dice: « Vi andò anche Nicodemo, quello che in precedenza era andato da lui di notte, e portò una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre. Essi presero allora il corpo di Gesú, e lo avvolse­ro in bende, insieme con oli aromatici, come è usanza seppellire per i Giu­dei » (Gv. 19, 39-40)

Di questo lenzuolo, che in greco si dice Sindone, ne parlano: nel II seco­lo, il Vangelo apocrifo degli Ebrei, da cui spesso Origene attinge notizie; nel 340 S. Cirillo, vescovo di Gerusalemme che ricorda i testimoni della re­surrezione: la rupe rossa venata di bianco e la Sindone; nel 646 S. Braulio, vescovo di Saragozza, in una lettera; nel 650 il monaco Arculfo in una re­lazione del suo viaggio a Gerusalemme.

Per l’avanzata dei mussulmani la Sindone fu portata alla fine del VII se­colo, a Costantinopoli. Qui, nel 1353, la prese Goffredo di Charny e la portò a Lirey in Francia. Nel 1451 Margherita di Charny la portò a Chambery dal duca di Savoia. Nel 1578 S. Carlo Borromeo fece voto di andare da Milano a piedi a venerare la S. Sindone, per riconoscenza al Signore d’aver rispar­miato Milano dalla peste.

Il duca Emanuele Filiberto di Savoia, per risparmiargli la maggior parte della strada, portò la Sindone a Torino, dove poi decise di farla rimanere, e fece costruire per essa dal Guarini una bellissima cappella attigua al Duomo. Il prof. Max Frei, il famoso criminologo dello Stato svizzero, prelevan­do con speciali nastri adesivi il polline da alcune parti della Sindone, ha ri­levato che si tratta di polline di piante esistenti in Palestina, in Turchia, in Francia e in Italia; ed ha cosí fornito la prova scientifica della dimora della Sindone in tali luoghi.

L’agnostico Y. Delage, accademico di Francia, che scongiurava gli scienziati a studiare la Sindone « perché non resti esclusiva riserva dei cle­ricali», già nel 1902 diceva all’Accademia delle Scienze: «Se l’ipotesi che l’uomo della Sindone sia Gesú Cristo non ha una buona udienza presso certa gente, è perché molti credono che sia una questione religiosa, che fa velo al loro raziocinio. Se non si trattasse di Cristo, ma di Sargon, di Achil­le, di uno dei faraoni, nessuno avrebbe da eccepire. Io considero Cristo come un personaggio storico e non vedo perché certa gente abbia a spa­ventarsi cimentandosi con una traccia tangibile della sua esistenza ».

2. L’immagine di Gesú nella Sindone non è fatta da mano umana. Ciò è provato:

a) Dal fatto che essa è un perfetto negativo fotografico, come risulta da qualunque foto (la prima, che mise in moto tutta la scienza moderna, fu fatta dall’avv. Secondo Pia del 1898); ma soprattutto dalla foto tridimen­sionale recentemente eseguita dal prof. Giovanni Tamburelli, docente di comunicazioni elettriche dell’università di Torino col computer dello CSELT (Centro Studi e Laboratori di Telecomunicazioni del Gruppo IRI­Stet).

b) Dal colore del sangue giusta la localizzazione delle ferite: – piú chia­ro se proveniente dalle arterie; – piú scuro se proveniente dalle vene, co­me quello al centro della fronte; – piú scuro ancora se proveniente dal corpo morto: ferita del cuore.

La scoperta dei vari tipi di sangue fu fatta appena nel 1,593 dal medico italiano Andrea Cisalpino.

c) Dalla morfologia del decalco del sangue della Sindone.

La morfologia del sangue sulla Sindone ci documenta due tipi di san­gue: sangue vivo, sgorgato « intra vitam », caratterizzato dal tipico argine di fibrina ai margini e dalla parte chiara, plasmatica, al centro; e sangue « post-mortem », uscito dopo la morte, come quello della ferita del costato, caratterizzato dalla disposizione inversa: alone plasmatico in periferia, fi­brina al centro.

Il fenomeno della coagulazione e conseguente decalco su stoffa rispet­ta perfettamente la morfologia del sangue coagulato (per un processo chimico del sangue in cui il fibrinogeno forma un reticolo spugnoso di fi­brina che rammenda e ostruisce una ferita, impedendo l’ulteriore perdita di globuli rossi e provvedendo a raccoglierne di nuovi cosí da formare

una crosta) uscito infra-vitam e del sangue rappreso o disseccato all’aria, cioè il sangue dopo la morte.

Queste due caratteristiche morfologiche del sangue rivelano che le im­pronte sindoniche non sono opera di un falsario, il quale non poteva co­noscere, secoli fa, questo aspetto della coagulazione, né il processo fibri­nolitico che ha favorito il decalco della sostanza ematica sul tessuto in circa 36 ore di contatto col corpo, grazie all’azione emolitica dell’aloe e della mirra (Ricci).

3. Sull’origine delle impronte sindoniche ci sono varie ipotesi:

– La prima (del Vignon 1939): l’impronta è dovuta alla reazione dell’aloe e della mirra sul lenzuolo, con i vapori ammoniacali emessi dal cadavere, per l’evaporazione lenta e continuata di residui di sudore feb­brile e per il vapore acqueo dovuto alla naturale perdita di umidità del corpo dei defunti.

– La seconda (Baima, Bollone, Rodante, Ricci 1977): dato che non pote­va esserci nel cadavere tutta quell’urea necessaria a tale processo e tanto meno uniformemente depositata in tutte le sue parti, l’impronta sul len­zuolo si spiega con la semplice azione della miscela dell’aloe e della mirra sul cadavere con tracce ormai secche di sangue in ambiente umido. Il dott. Rodante ha cosí ottenuto delle impronte, ma meno perfette.

– La terza (Exteandia Carreiìo, Willis e altri 1977): l’impronta è dovuta ad una radiazione di energia prodotta da un flash di luce calda esplosa dal corpo di Cristo al momento della resurrezione.

Adducono come prova che il colore delle impronte è uguale a quello delle bruciature della Sindone avvenute nell’incendio del 1532 nella Cap­pella di Chambery dov’era conservata (Carreno Exteandia – La Sindone ultimo reporter – Ed. Paoline).

Il Willis aggiunge il fatto che le macchie di sangue non stanno come un rilievo sul tessuto, ma sono segnate a fuoco nel lenzuolo.

Forse la seconda e la terza ipotesi si integrano. Ci sembra che non si possa, né si debba escludere un particolare intervento di Dio, sia per la ni­tidezza di tali impronte sindoniche, sia per l’assenza di deformazioni do­vute alla sagomatura del lenzuolo sul cadavere.

Giustamente dice Attilio Vaudagnotti: « La dignità maestosa del volto sindonico, la sua mansuetudine pensosa, l’armonia dei tratti, e per di piú in totale contrasto con gli atroci tormenti che la Sindone rivela, non per­mettono di dare alla Sindone un autore umano e mostrano il Cristo domi­natore della morte

4. Reciproca prova.

La Sindone concorda con i Vangeli e ne fa vedere la verità: i Vangeli provano e spiegano l’autenticità della Sindone.

a) La Sindone mostra un corpo flagellato.

I flagellatori furono romani perché i colpi furono 121; se invece fossero stati ebrei avrebbero dato 40 colpi, quanti ne prescriveva la legge ebraica. I colpi sono dati in tutto il corpo e sono convergenti; provenienti da un flagellatore che sta a destra e da un altro che sta a sinistra. Ora i condan­nati alla crocifissione venivano condotti a dorso nudo al supplizio e fla­gellati lungo il percorso dai soldati; quindi i flagellatori colpivano caoti­camente.

Dal Vangelo: Dice Pilato alla folla: « Quest’uomo non ha fatto nulla che meriti la morte. Io dunque lo lascerò libero dopo averlo flagellato » (Lc. 23, 16).

Quindi i soldati di Pilato flagellarono Gesú fermo e legato a un cippo.

b) La Sindone mostra tumefazioni varie sul viso e in tutto il corpo e i segni di un casco di spine conficcato nel capo.

Dal Vangelo: « Frattanto gli uomini che avevano in custodia Gesú lo schernivano e lo percuotevano, lo bendavano e gli dicevano: Indovina chi ti ha colpito? » (Lc. 22, 63) « Poi lo rivestirono di porpora e cinsero la sua testa con una corona di spine che avevano intrecciato » (Mc. 15, 17).

c) La Sindone mostra un uomo che ha portato la croce vestito, perché le impronte della croce nella spalla e nel dorso non sono marcate, ma dif­fuse; invece i condannati portavano nudi il patibolo.

Dal Vangelo: « Dopo averlo schernito lo spogliarono del mantello, gli fecero indossare i suoi vestiti e lo portarono via per crocifiggerlo » (Mt. 27,31).

d) La Sindone mostra un uomo senza le gambe spezzate, al contrario di come si usava fare ai crocifissi, e lo mostra ancora con le mani e con i piedi trafitti da chiodi, con il cuore ferito e con fuoriuscita di sangue cadaveri­co e siero.

Dal Vangelo: «Poi lo crocifissero» (Mc. 15, 24).

«Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe al primo e all’altro che era stato crocifisso insieme a lui. Venuti però da Gesú, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpí il costato con la lancia e subito ne uscí sangue e acqua » (Gv. 19, 3z).

e) La Sindone mostra il volto di Cristo provvidenzialmente asciugato prima della crocifissione (la tradizione dà il nome di Veronica alla donna che compí quell’atto pietoso) e cosí ne abbiamo l’impressione nitida; mo­stra ancora che il corpo non fu lavato né unto con profumi o con sostanze antiputride, come invece usavano fare i giudei; se fosse stato lavato le im­pronte non avrebbero potuto verificarsi; se fosse stato anche solo unto, il sangue delle ferite sarebbe stato spalmato in tutto il corpo.

Dal Vangelo: « I giudei avuta la soddisfazione della morte di Gesú sono presi dalla preoccupazione del riposo sabbatico che cominciava fra alcu­ne ore. Allora vanno da Pilato (distante circa mezz’ora) ottengono da lui che vengano presto spezzate le gambe ai condannati. Ritornati, mostrano l’ordine di Pilato ai soldati, che l’eseguono mentre a Gesú danno soltanto un colpo di lancia al cuore perché era morto » (Gv. 19, 31-34).

Cosí si fa sera. A quell’ora, cioè al tramonto (Mt. 27, 57): «dopo queste cose, Giuseppe d’Arimatea, discepolo di Gesú, ma occulto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di poter togliere il corpo di Gesú e Pilato lo permi­se. Venne, dunque, e tolse il corpo di Gesú. Anche Nicodemo, quello che da principio era andato di notte da Gesú, venne portando una mistura di mirra e d’aloe, quasi cento libbre. Essi presero il corpo di Gesú e lo avvol­sero in bende di lino con aromi, secondo il modo di seppellire in uso pres­so gli ebrei. Presso il luogo dove Gesú era stato crocifisso vi era un orto e nell’orto un sepolcro nuovo nel quale non era ancora stato posto nessu­no. Lí, dunque, a motivo della Parasceve dei Giudei, giacché il sepolcro era vicino, deposero Gesú » (Gv. 19, 38-42).

Marco aggiunge che « Giuseppe d’Arimatea, di ritorno da Pilato, com­prato un lenzuolo, calò Gesú dalla croce, lo avvolse nel lenzuolo, lo depo­se in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare un masso contro l’entrata del sepolcro. Intanto Maria di Magdala e Maria madre di Giusep­pe stavano a osservare dove veniva deposto » (Mc. 15, 46).

Luca precisa l’ora ad operazione finita: era il giorno della Parasceve (venerdí santo) e già splendevano le luci del sabato (Lc. 23, 54) cioè erano comparse le prime stelle colle quali cominciava il riposo sabbatico.

Dall’osservatorio astronomico di Brera sappiamo che quel giorno (14 di Nisan) il sole era tramontato alle ore 18,8 e che la 3a stella era apparsa alle ore 19,8: in tutto un’ora.

In quest’ora Giuseppe d’Arimatea dovette andare in casa di Pilato, di­stante poco meno di mezz’ora, ritornare, comprare il lenzuolo, scendere Gesú dalla croce, seppellirlo. Dovette fare tutto con estrema fretta, e for­tunatamente il sepolcro, che era dello stesso Giuseppe d’Arimatea, si tro­vava molto vicino. Naturalmente non poté esserci il tempo materiale di lavare e ungere il corpo di Gesú con gli aromi. Ciò che andarono a fare le pie donne la domenica di buon mattino quando trovarono il sepolcro vuoto e Gesú risuscitato (Lc. 242).

6. La Sindone mostra i dolori di Cristo.

È impossibile vedere la somma dei dolori morali sofferti da Cristo nella sua passione. Dei dolori fisici la Sindone ce ne dà qualche idea. La flagella­zione fatta dai soldati romani era cosí dolorosa che tanti ne morivano. Delle circa 121 ferite avute dai colpi di flagello in tutto il corpo dovettero essere estremamente dolorose quelle avute nel ventre. La Sindone fa ve­dere ancora contusioni in tutto il corpo prodotte dai soldati con pugni e bastonate dopo la flagellazione; particolarmente dolorose quelle del vol­to prodotte, nella maggior parte, quando Gesú cadendo sotto la croce, nel viaggio al Calvario batteva il capo sul selciato.

Il Ricci nel suo libro L’uomo della Sindone è Gesú (Porziuncola – Assisi)

fa rilevare: – forte tumefazione nello zigomo destro; tumefazione della guancia destra inferiore all’altezza della pinna nasale che mostra la carti­lagine rotta e un leggero spostamento a sinistra dell’estremità del naso; labbro superiore e maggiormente quello inferiore tumefatti; queste tu­mefazioni dimostrano che Gesú lungo il viaggio al Calvario dovette avere legate le due mani alla croce, oppure una alla croce e l’altra a un altro con­dannato; che cadde ripetutamente sotto la croce e che cadendo non pote­va col braccio proteggere il viso, per cui lo batté ogni volta violentemente sul selciato, – dal lato destro della bocca è visibile fuoriuscita di sangue; – grande tumefazione della zona sopracciliare sinistra; – tumefazione della parte centro destra della fronte; – tumefazione a forma di palla nella parte superiore centrale della fronte. La Sindone mostra il capo di Gesú trafitto da moltissime spine; – mostra ancora le mani e i piedi trafitti da chiodi; – estremamente dolorose le ferite delle mani perché i chiodi furono confic­cati nel carpo e ferirono il nervo mediano provocando la contrazione au­tomatica dei pollici che di fatto non si vedono nella Sindone.

Le tre ore di agonia sulla croce causarono tormenti superiori a qualun­que immaginazione. Da esperienze fatte, la morte per asfissia avrebbe do­vuto avvenire al massimo in un quarto d’ora. Per poter respirare Gesú era costretto a sollevarsi poggiando sulle ferite dei piedi; non potendo quindi sopportare il dolore di tali ferite si accasciava pendendo dalle ferite delle mani. Cosí alternativamente passava, a distanza di pochi minuti, da una posizione di accasciamento a una di sollevamento; come ne fanno fede le due colature di sangue dalle mani: una lungo il braccio (nella posizione di accasciamento); l’altra ad angolo di circa 45° col braccio nella posizione di sollevamento.

A questi tormenti si aggiunsero quelli spaventosi dei crampi tetanici e della sete per la perdita di gran parte del sangue.

La morte di Gesú avvenne, secondo esperienze dell’illustre medico in­glese William Stroud, per rottura del cuore.

Si verificarono perfettamente in Gesú le profezie di Isaia: « Dalla punta del piede fino alla testa non vi è niente di sano, ma ferite, contusioni e pia­ghe vive, non fasciate, non medicate, non lenite con olio » (Is. 1, 6).

«Disprezzato, rifiutato dall’umanità, uomo dei dolori, assuefatto alla sofferenza, come uno davanti al quale ci si copre il volto, disprezzato, cosí che non l’abbiamo stimato. Veramente egli si è addossato i nostri mali, si è caricato dei nostri dolori. Noi lo credevamo trafitto, percosso da Dio e umiliato, mentre egli fu piagato per le nostre iniquità, fu calpestato per i nostri peccati. Il castigo, che è pace per noi, pesò su di lui e le sue piaghe ci hanno guariti » (Is. 53, 3-5).

Una nuova luce sui dolori di Gesú ci viene dalle recenti foto alla Sindo­ne fatte a raggi ultra-violetti semplici e con la lampada di R. William Wood. Esse fanno vedere il corpo di Cristo straordinariamente massacra­to, completamente rigato da rigagnoli di sangue, invisibili a occhio nudo,

che, partendo dalle profonde ferite della flagellazione, scendono lungo il corpo a terra.

E evidente che tali rigagnoli non potevano essere fatti da mano umana. Chi riflette che colui che ha voluto soffrire tutto questo, e insieme un’infinità di insulti fino a diventare, appeso nudo sulla croce, il ludibrio degli uomini, era l’onnipotente e l’infinito Iddio, non può non restare sbalordito e intenerito.

7. La Sindone e la resurrezione.

La Sindone prova indirettamente la resurrezione di Gesú:

a) perché, senza quell’esplosione di luce emanata dal corpo di Cristo alla resurrezione, o altro diverso intervento di Dio, quell’immagine non poteva imprimersi nel lenzuolo cosí nitida;

b) perché manca qualsiasi traccia di putrefazione; se Cristo non fosse risorto, la decomposizione ne avrebbe distrutta l’immagine sindonica;

c) perché lo induce la piú esatta traduzione del testo greco del Vange­lo di Giovanni, testimonio oculare.

Il versetto 7 del cap 20 è stato cosí malamente tradotto: « Entrò nel se­polcro e vide le bende per terra e il sudario che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte »; invece deve tradursi cosí: « … Vide i panni giacenti per terra e il sudario … arrotolato al suo posto ».

Il Vangelo aggiunge: « e Giovanni vide e credette », cioè vedendo i pan­ni (la Sindone) afflosciati, ma non sconvolti, e il sudario al suo posto come se fosse arrotolato ancora intorno al volto, credette che Cristo era risusci­tato e che il suo corpo era passato attraverso i panni senza scomporli.

8. La Sindone prova la verità dei Vangeli.

La Sindone fa vedere come i Vangeli sono esatti nella descrizione della passione di Gesú fino ai minimi particolari.

Da ciò viene provato che i Vangeli sono libri storici.

Quindi Gesú è vero Dio e vero uomo; sono veri tutti i miracoli che ha fatto e sono vere tutte le parole che ha detto.

9. Il volto della Sindone.

Ecco come lo descrivono dall’esame della Sindone tre celebri medici. Il professore Cecchelli, anatomista: «L’esame dei valori antropometri­ci, la determinazione degli indici antropometrici, le misure composte e i valori fondamentali del tronco e i relativi raffronti danno un normotipo ». Il professore Nicola Pende, scienziato di fama mondiale: « La definizio­ne di Clores che il somatico è in funzione dello psichico, ci fa vedere in Cristo quell’armonia corporea, funzionale dei sentimenti e dell’intelletto che sono doti dell’uomo bio-psichicamente perfetto ».

Il professore Judica, docente di medicina legale all’Università di Milano, dopo aver classificato il Gesú della Sindone « al di sopra e al di fuori di ogni tipo etnico » cosí conclude: « Cosí e non diversamente era il Cristo, uomo di vigorosa e salda complessione, dall’aspetto maestoso, dal volto visibilmente bello, in cui brillavano due occhi che trascinavano, che feri­vano, che risanavano, piangevano e sorridevano e raggiungevano le vie del cuore: vero capolavoro della Sapienza divina ».

10. Prova archeologica della resurrezione di Cristo.

La danno, con una scoperta sensazionale, tre studiosi specializzati: il prof. Giuseppe Arcidiacono, docente di meccanica relativistica all’Uni­versità di Perugia; il dott. Giovanni Montalto, specialista di chirurgia ge­nerale; il dott. Aldo Ventola, cardiochirurgo.

Il risultato delle loro scoperte lo sta pubblicando in un libro Walter Maggiorani. La relazione di tutto questo la dà il Padre D. Chianella a Ren­zo Allegri per la rivista « Gente » del 13.11.1987.

Già nel 1978 quaranta scienziati americani, stimolati da un libro di Pe­ter Rinaldi, si erano riuniti in un organismo chiamato « STURP »; erano ve­nuti a Torino con 6 tonnellate di strumenti scientifici e avevano osserva­to la Sindone per complessive 130 ore di lavoro e poi vi avevano lavorato in America per 3 anni per complessive 15o.ooo ore di lavoro: attraverso analisi computerizzate sulle immagini fotografiche (come si usa per le ri­cerche spaziali), e attraverso esami alla fluoroscenza dei raggi X, radiogra­fie a bassa energia, riflessione ai raggi ultravioletti con foto multispettrali, hanno accertato l’assenza di sostanze coloranti, e quindi di pittura, e rile­vato la presenza di sangue umano gruppo AB; rilevato pure che nella Sin­done è stato avvolto un corpo umano di un uomo morto in croce e che questo avvenne z.ooo anni addietro.

I tre studiosi, basandosi sul racconto evangelico, dicono che Giuseppe d’Arimatea, membro importante del Sinedrio, stimato dal popolo e da Pi­lato, aveva ottenuto da costui il corpo di Gesú e che, avendo avuto un’im­mensa venerazione per Gesú, lo aveva seppellito con tutti gli onori nel suo stesso sepolcro, facendolo lavare e ungere con aromi da uomini del mestiere; e che quindi il corpo di Gesú era pulito e non aveva piú sangue.

I tre studiosi ammettono pure l’altra ipotesi: che cioè il corpo di Gesú fosse stato seppellito tutto insanguinato come si trovava. In tal caso essi rilevano quanto segue: quando una persona soffre terribilmente per trau­mi gravissimi e molteplici, per una legge precisa conosciuta col nome di «sindrome iperfibrinolitica », il suo sangue diventa incoagulabile. Ciò succede perché i tessuti, fortemente traumatizzati, riversano nel circolo sanguigno una grande quantità di enzimi che distruggono i principali agenti della coagulazione, cioè il « fibrinogeno » e la « fibrina ». I casi piú frequenti avvengono con i traumi chirurgici. Tutto questo non poteva non avvenire in Cristo a causa di tutta quella sua tremenda passione; e, in conseguenza, anche se il suo corpo fosse stato seppellito senza venire pu­lito, il suo sangue non avrebbe potuto coagulare nella sua pelle, né la­sciarvi tracce. Invece nella Sindone si trova un sangue completamente di­verso: esso presenta una grande omogeneità miscellativa tra siero e glo­buli rossi e una forte potenza di coagulabilità; ed è un sangue particolar­mente ricco di globuli rossi, in quantità due volte e mezzo piú del normale.

Mentre un uomo sano e forte ha, in media, nel suo sangue 5 milioni di globuli rossi per millimetro cubo, il sangue della Sindone ne possiede 12 milioni, e quello rilevato in prossimità della ferita del costato ao milioni. Si tratta quindi di un autentico supersangue. Tutto questo non può avere altra spiegazione che questa: il sangue della Sindone non è il sangue di un uomo morente nella Croce, ma quello uscito dalle ferite del corpo di Gesú al momento della sua resurrezione e lasciato a noi a prova archeologica della sua passione e della sua resurrezione. Tale processo viene chiamato dagli autori « processo di energia trasformativa ».

Mentre con la resurrezione avveniva la « creazione » di questo nuovo sangue, esplose dal corpo di Cristo un’enorme luce calda che impresse, come uno stampo, l’immagine nella Sindone.

Resta da fare un’ultima precisazione sul famoso rapporto dato dalle tre Università sulla Sindone. Esse, dopo avere analizzato col metodo del ra­diocarbonio alcuni pezzettini della Sindone, nell’estate del 1988 dichia­rarono che il lenzuolo della Sindone era stato tessuto nel secolo XIII.

Oltre al fatto che tale dichiarazione contrasta con tutte le considerazio­ni esposte in questo capitolo e oltre all’impossibilità di prodursi a mano un’uguale immagine sindonica sia pure usando tutte le tecniche moder­ne, c’è da aggiungere che il metodo del radio-carbonio è valido soltanto quando il corpo vegetale o animale esaminato è stato tutto il tempo al buio perfetto o in un sepolcro o sotto terra, o in una piramide, ecc. Quan­do tale corpo ha subito lunghe esposizioni alla luce, è andato perdendo una percentuale del proprio carbonio, in proporzione al periodo di espo­sizione, per cui il metodo del radio-carbonio non è piú valido.

È precisamente il caso della Sindone che nei zooo anni della sua esi­stenza è stata esposta alla luce per varie centinaia di giorni. Questa è la principale risposta che i tanti scienziati, studiosi della Sindone, stanno dando alle tre Università.

Lo stesso inventore del metodo di ricerca col radio-carbonio, prof. Lib­by, dice che tale esame non si addice alla Sindone, perché questa è stata soggetta, nei secoli, a molteplici inquinamenti: esalazioni, esposizione al­la luce, pollini, incendi, baci di milioni di persone, ecc. (L’Avvenire 21-10- 1988).

Christopher Derrie aggiunge che, oltre che agli inquinamenti ha modi­ficato la Sindone la resurrezione di Gesú, con la sua esplosione di luce de­notata dal terremoto che l’accompagnò (Mt 28,2 – L’Avvenire 6-11-1988). Molti altri scienziati vanno aggiungendo una grande quantità di altre os­servazioni (ad es., la trama del tessuto, la bruciacchiatura, l’assenza di co­lori e di acidi) che distruggono il reperto delle tre Università e dimostrano l’autenticità della Sindone.

CAP. XI – IL MISTERO DELL’AMORE

1. La fede

Mai gli uomini si sono ribellati alla fede come oggi; eppure mai sono vissuti di fede come oggi.

L’uomo vive di fede: affida la sua vita all’autista, al ferroviere, al pilota dell’aereo, al medico, al chirurgo, al farmacista, al pasticciere… Senza fede oggi non si può vivere.

Il paradosso dell’uomo moderno è questo: si fida di tutti quelli che possono sbagliare; non si fida dell’Unico che non può sbagliare. Anzi, a priori, il piú delle volte, nega, senza alcun argomento, l’esisten­za stessa di Dio (basta leggere le esplicite e oneste dichiarazioni in tal sen­so di tanti uomini di cultura riportate da Chabanisin Dio esiste? Ed. Mon­dadori); o nega che egli possa aver parlato e possa essersi incarnato; e contesta quanto egli ha detto.

Ogni uomo si rende onorato e impegnato quando qualcuno si fida di lui. Altrettanto Dio.

Per questo Gesú ha detto: « Se avrete fede quanto un granello di senapa direte a questa montagna: spostati ed essa si sposterà » (Mt. 17, ao). Per questo, dice S. Paolo, l’uomo viene giustificato dalla fede (Ebr. i1, 6). Ci sentiamo profondamente offesi da chi non si fida di noi; eppure sia­mo peccatori e fallibili.

Per questo il peccato che maggiormente offende Dio è dubitare della sua parola, peggio negarlo. « Senza la fede è impossibile piacere a Dio» (Ebr. li, 6).

All’uomo intelligente e onesto è sufficiente che Dio abbia dato un se­gno sicuro per credergli; basta che Gesú abbia dato una prova certa della sua divinità per credere a tutte le sue parole.

Come abbiamo visto, Dio ha fatto tante profezie e tanti miracoli nel Vecchio Testamento per garantire i messaggi dei profeti, e nel Nuovo Te­stamento per garantire la divinità del suo Figlio e la fondazione della Chiesa.

Dopo tutte queste garanzie ha il diritto di esigere da noi una fede asso­luta per tutto quello che dice, anche per le cose che non riusciamo a com­prendere.

2. L’Eucarestia

Il mistero piú grande della fede è l’Eucarestia.

Per esso crediamo che Gesú è realmente presente con il suo corpo, il suo sangue, la sua anima e divinità nell’Ostia consacrata, anzi in ciascuna dei milioni di ostie consacrate che sono custodite in tutte le chiese del mondo; e tuttavia Gesú è sempre uno, identico come si trova glorioso in cielo.

Qui, per la verità, la mente si perde.

Chi crede in Dio, crede che a lui tutto è possibile e perciò è possibile an­che questo miracolo. Se non fosse possibile, la sua onnipotenza sarebbe limitata.

Quindi per l’uomo intelligente e onesto il problema è un altro: Gesú ha veramente istituito l’Eucarestia?

Leggiamo cosa dice il Vangelo: « Or, mentre mangiavano, Gesú prese il pane, lo benedisse, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse: prendete e mangiate, questo è il mio corpo. Poi, preso il calice, rese grazie e lo diede loro dicendo: bevetene tutti, perché questo è il mio sangue della nuova alleanza, che sarà sparso per molti in remissione dei peccati » (Mt. 26, 26­28).

A questo punto i testimoni di Geova e i protestanti dicono: Gesú ha vo­luto dire: «prendete e mangiate, questo significa il mio corpo; questo si­gnifica il mio sangue ».

È evidente l’arbitrio. II testo originale greco dice: « è », non « significa ». E perché nessuno dubitasse delle sue reali intenzioni, Gesú aveva detto parole cosí chiare che soltanto chi è irragionevole può fraintendere.

« Io sono il pane di vita. I padri vostri mangiarono la manna del deserto e morirono. Questo è il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di que­sto pane, vivrà in eterno; e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo. Discutevano perciò fra di loro i Giudei dicendo: come può darci a mangiare la sua carne?

Gesú disse loro: in verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non berrete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna, ed io lo resusci­terò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è veramente cibo, e il mio sangue è veramente bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio san­gue rimane in me ed io in lui.

Come il Padre vivente ha mandato me ed io vivo per il Padre, cosí chi mangia me vivrà anch’egli per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non come quello che mangiarono i vostri padri e morirono: chi mangia questo pane vivrà in eterno » (Gv. 6, 48-58).

3. Le sante Ostie di Siena

Come se non fossero bastati i miracoli operati durante la sua vita e la sua resurrezione, per dar credito alla sua parola, Gesú, lungo i secoli, per confermarci nella fede della sua reale presenza nell’Eucarestia, ha fatto innumerevoli e spesso strepitosi miracoli.

Citiamo soltanto il miracolo di Siena per la sua documentazione scien­tifica.

Felice Rossetti nel volume Una delle piú grandi meraviglie (Edizioni Pe­riccioli – Siena) lo documenta ottimamente e fa pure un elenco degli altri numerosissimi miracoli eucaristici.

Nella notte del 14 agosto 173o alcuni ladri, a Siena, entrarono nella Chiesa di S. Francesco, forzarono la porficina del tabernacolo e portarono via la pisside con le Ostie consacrate. A Siena ci fu una costernazione ge­nerale e furono indette speciali preghiere riparatrici.

Tre giorni dopo le sante Ostie furono ritrovate nella cassetta delle ele­mosine della vicina chiesa di Provenzano.

L’inquisitore generale, fatta la ricognizione, ne attestò l’autenticità. Fu­rono contate: erano 351 e furono messe in un reliquario sotto vetro. Nel 1815 il card. Zondadari le sigillò in una pisside.

Lungo questi 250 anni sono state eseguite tante ricognizioni, e in ognuna ne sono state consumate alcune, per vedere se si mantenevano incorrotte e dello stesso sapore; per cui oggi le Ostie sono ridotte a 225. Il risultato è stato sempre identico. Le sante Ostie si mantengono intatte.

Sono state fatte delle controprove: nello stesso ciborio sono state mes­se a parte, in scatola, delle ostie non consacrate.

Ogni volta, nella successiva ricognizione, le ostie della scatola sono state trovate sbriciolate in piccoli frammenti guasti e di colore scuro, per cui sono state buttate via.

Di particolare importanza la ricognizione scientifica fatta il 10 giugno 1914 da un comitato presieduto dal prof. Siro Grimaldi, accompagnata da una controprova su 228 ostie non consacrate.

Mentre queste dopo un anno e mezzo erano guaste, le sante Ostie dopo circa zoo anni erano perfettamente intatte.

Lo stesso prof. Siro Grimaldi nell’altra ricognizione da lui fatta il 3.6.1922, colpito dal fatto che i vasi sacri che custodivano le sacre Ostie erano pieni di polvere e di muffa, mentre le Ostie si mantenevano integre nonostante l’infierire di agenti fisici e chimici, rilasciò questa dichiarazio­ne: « Niente è piú fragile e suscettibile di alterazione del tenue velo delle ostie di pane azzimo. Per loro natura sono il non plus ultra dell’alterabili­tà… Le sacre particole pertanto sono in perfetto stato di conservazione contro ogni legge fisica e chimica. È strano, è sorprendente, è anormale. Le leggi della natura sono invertite: il vetro è divenuto sede di muffe, il pane azzimo invece è stato piú refrattario del cristallo… È la scienza dun­que nei suoi principi piú indiscussi che ci dà il diritto di affermare: Digi­tus Dei est hic! Questa conservazione è un miracolo ».

4. Alexandrina

Un miracolo di diverso genere è quello di Alexandrina da Costa.

Alexandrina nacque a Balazar prov. di Oporto (Portogallo) il 30 marzo 1904 e vi morí il 13 ottobre 1955. Ebbe fenomeni mistici sbalorditivi.

La sua vita fu un calvario continuato dal 1918 fino alla morte. Ogni ve­nerdí vedeva e soffriva la passione di Gesú fino a sembrare ai medici clini­camente morta. Offriva generosamente tutti i suoi dolori per la conver­sione dei peccatori. Di tutto fu testimonio onesto il dott. Emanuele De Azevedo, suo medico curante. Alexandrina aveva una fame e una sete ar­dentissima dell’Eucarestia e la sua abituale preghiera era: « O mio Amore sacramentato, non posso vivere senza di te. O Gesú, trasformami nella tua Eucarestia ».

E un giorno Gesú le disse: « Non ti alimenterai mai piú sulla terra. Il tuo alimento è la mia carne, il tuo sangue è il mio sangue; la tua vita è la mia vita. La ricevi da me quando ti do calore, quando unisco il tuo corpo al mio cuore ».

E dal 27 marzo 1942 cominciò per Alexandrina il digiuno totale da ogni cibo e da ogni liquido; digiuno che si protrasse fino alla morte, cioè per 13 anni, senza alcun bisogno fisiologico; si nutriva soltanto con la S. Comu­nione che faceva ogni giorno.

Dinanzi all’incredulità di molti, specie delle persone di scienza, l’Arci­vescovo le ordinò un controllo medico. Fu eseguito nell’ospedale di Foce del Duro dal dott. Gomes de Araujo, specialista di malattie nervose, dal lo giugno 1943, per un mese, e subito dopo, dal dott. Carlo Lima per altri 10 giorni. Entrambi i medici erano increduli e si fecero aiutare da donne di loro assoluta fiducia. Alla fine dei 40 giorni onestamente dichiararono: « Entrò nell’ospedale alle ore 20 del 10 giugno. Fu subito assistita e vigilata da un gruppo di persone di assoluta probità, incapaci della minima vena­lità, tutte con qualche nozione da infermiera, ma non professioniste, completamente libere, senza interesse pecuniario, pronte ad assistere l’ammalata, a passare le notti con lei tenendo sempre la chiave della ca­mera con loro. Nessuna persona, oltre queste, toccò l’ammalata o fece le pulizie (pulizie che si riducevano a ben poca cosa, cioè a semplici abluzio­ni con alcool a causa del sudore e di rari vomiti, non essendoci evacuazio­ni). Parecchie di queste signore, di cui riportiamo i nomi, furono scelte per la loro incredulità, o cinismo addirittura, riguardo al caso.

È per noi assolutamente certo che, durante quaranta giorni di degenza, l’ammalata non mangiò né bevve mai ».

Il dott. Lima: « Attestiamo anche che la degente, dal 10 giugno al 20 lu­glio corrente anno, rimase nel Rifugio della paralisi infantile di Foce del Duro, sotto la direzione del dott. Gomes de Araujo e sotto la vigilanza, giorno e notte, di persone coscienziose e desiderose di scoprire la verità, e che la sua astinenza da solidi e liquidi fu assoluta durante tutto quel tem­po. Attestiamo pure che conservò il suo peso, la temperatura, la respira­zione, le tensioni, il polso, il sangue; che le sue facoltà mentali furono riscontrate assolutamente normali, costanti e lucide e non ebbe, durante quei quaranta giorni, necessità naturali ».

L’esame del sangue, fatto tre settimane dopo quella degenza, è annesso a questo attestato e da esso si vede come, « considerata detta astinenza da solidi e liquidi, la scienza non possa naturalmente spiegare ciò che risultò in quell’esame; come pure, considerate le leggi della fisiologia e biochi­mica, non si possa spiegare la sopravvivenza di quest’ammalata, a motivo dell’astinenza assoluta, durante i quaranta giorni di degenza, dovendosi sottolineare che l’ammalata, durante quel tempo, rispose giornalmente a molti interrogatori e sostenne moltissime conversazioni, mostrando un’ottima disposizione e la migliore lucidità di spirito».

Durante gli ultimi anni della sua vita, folle immense andavano giornal­mente a visitarla e si convertivano.

La sua abituale raccomandazione a quelli che la visitavano era questa: « Fate la Comunione molte volte; recitate il Rosario tutti i giorni ». Alla sua morte, per 21 ore, si susseguirono fittissime folle a visitare la salma esposta nella camera ardente, e tutti gli abitanti del paese si vestiro­no a lutto per 8 giorni.

Dettò per la sua tomba questa epigrafe: « Peccatori, se le ceneri del mio corpo possono esservi utili per salvarvi, avvicinatevi, passatevi sopra, cal­pestatele fino a che spariscano, ma non peccate piú, non offendete piú il nostro Gesú!

Peccatori, vorrei dirvi tante cose! Non basterebbe questo grande cimi­tero per scriverle tutte!

Convertitevi! Non offendete Gesú, non vogliate perderlo per tutta l’eternità! Egli è tanto buono! Basta col peccato! Amatelo! Amatelo! »

(Pasquale – Alexandiína – Ed. Elle Di Ci – Torino)

5. Scopi dell’Eucarestia

S. Giovanni ci dice « Gesú, avendo amato i suoi, li amò sino alla fine » (Gv. 13, 1) e istituí l’Eucarestia.

Mediante l’Eucarestia Gesú:

a) Dà la massima prova d’amore al Padre e agli uomini annientandosi in forma di pane, facendosi da essi mangiare per divenire con essi una co­sa sola. Nello stesso tempo fornisce agli uomini il mezzo di dargli una grandissima prova d’amore, credendo, sulla sua parola, a un mistero cosí superiore alla ragione qual è l’Eucarestia e ricevendolo con amore nel lo­ro cuore.

Dice S. Giovanni M. Vianney: « Il destino di ogni Ostia consacrata è di struggersi d’amore in un cuore umano».

b) Unisce a sé gli uomini e li rende capaci di arrivare a Dio. Tra l’uomo

e Dio c’è una distanza infinita che l’uomo da solo non potrà mai superare. Come l’uomo non può arrivare alla luna, se non salendo su un’astro­nave; cosí non potrà assolutamente mai arrivare a Dio se non unendosi a Cristo.

Solo un pazzo può dire di arrivare alla luna senza astronave; altrettanto è l’uomo che pretende di arrivare a Dio senza il Cristo. Per questo Gesú ha detto: « Nessuno va al Padre se non per mezzo mio » (Gv. 14, 6).

c) Nutre gli uomini e li fa crescere.

Come l’uomo per vivere ha bisogno di un minimo di cibo e di calorie; per crescere deve mangiare abbondantemente; per fare lavori pesanti de­ve mangiare ancora di piú. Cosí il cristiano, per stare in grazia di Dio, deve fare ogni tanto, durante l’anno, la Comunione; per crescere e fare bene maggiore deve fare la Comunione piú spesso, possibilmente ogni dome­nica, partecipando alla Messa; per avere la forza di santificarsi e fare mol­tissimo bene, deve fare la Comunione tutte le volte che gli è possibile, an­che ogni giorno.

Cosí facevano i primi cristiani per mantenersi casti nel corrotto mondo pagano e avere la forza di affrontare il martirio.

Cosí hanno fatto, nonostante l’immenso lavoro che dovevano affron­tare ogni giorno, il Beato Moscati, medico napoletano; Enrico Medi, scien­ziato, professore d’università, deputato, vice-presidente dell’Euratom; Giorgio la Pira, giurista professore d’università, deputato, sindaco di Fi­renze… Cosí faceva S. Tommaso Moro, cancelliere d’Inghilterra; e ai no­bili che volevano convincerlo di essere esagerato, rispondeva: « Voi mi opponete tutte le ragioni che invece mi convincono di piú a ricevere la S. Comunione ogni giorno. La mia dissipazione è grande, ma con Gesú io imparo a raccogliermi. Le occasioni di offendere Dio sono frequenti, e io prendo ogni giorno forza da lui per fuggirle. Ho bisogno di lumi e di pru­denza per sbrigare affari molto difficili, e ogni giorno posso consultare Gesú nella S. Comunione: egli è il mio grande Maestro ».

d) Dà agli uomini il pegno della futura gloria.

Come il chicco di grano messo sottoterra marcisce, ma poi germoglia perché ha un germe vitale, cosí il corpo del cristiano messo sottoterra, se in sé ha il germe, ossia se in vita ha ricevuto Gesú nella Comunione, ger­moglierà nel giorno del giudizio universale, risuscitando glorioso, come Gesú è risorto.

e) Riunisce gli uomini e forma con essi una cosa sola: il Corpo Mistico, cioè la Chiesa.

Gesú è come il seme dell’uovo che deve formare il pulcino, cioè il Cor­po Mistico; gli uomini di buona volontà sono come il tuorlo che il seme assorbe e trasforma in sé diventando vita.

Gli uomini di cattiva volontà, che opprimono i cristiani, con le perse­cuzioni o con i loro peccati, sono la scorza per mezzo della quale si forma­no i santi del Corpo Mistico.

Quando il pulcino è formato, si getta via l’involucro; cosí quando il Corpo Mistico si sarà perfettamente formato e il numero degli eletti sarà completo, ci sarà la fine del mondo e Dio getterà all’inferno come una scorza inutile tutti gli uomini che non hanno amato Gesú o il prossimo o, peggio, li hanno fatto soffrire.

6. Comunione

Essendo l’Eucarestia il vertice dell’amore di Dio, perché non venga profanata dev’essere ricevuta con amore.

Per tale motivo il cristiano che riceve l’Eucarestia deve togliere dal suo cuore tutto ciò che distrugge l’amore, cioè il peccato.

Per questo S. Paolo dice: « Chiunque mangia questo pane o beve que­sto calice del Signore indegnamente, sarà reo del Corpo e del Sangue del Signore. Ognuno dunque, esamini se stesso, e cosí mangi di quel pane e beva del calice; perché chi mangia e beve, senza discernere il Corpo del Si­gnore, mangia e beve la propria condanna » (I Cor. 11, z7-z9).

Perché la comunione sia mezzo di salvezza e non strumento di danna­zione bisogna:

1) Essere senza peccati. Tanti non fanno la Comunione perché dicono di essere indegni. Ma chi potrà mai essere degno di ricevere Gesú? Il male non è essere indegni, perché lo siamo tutti; ma il voler restare indegni. Chi vuole restare indegno, non deve fare la Comunione, nemmeno a Pasqua. Chi vuole diventare migliore, può sempre fare la Comunione, ed è consigliabile la faccia ogni volta che partecipa alla Messa, almeno ogni domenica, come raccomanda il Concilio Vaticano ii. Ogni volta però è be­ne premettere un atto di sincero dolore per ricevere il Signore con un cuo­re puro; e chi avesse peccati gravi deve prima confessarsi. La Comunione frequente è la migliore medicina per correggerci dei nostri peccati, ed è il miglior cibo per crescere spiritualmente. S. Tommaso d’Aquino esprime questi concetti in una bellissima preghiera da recitare alla Comunione: « Signore vengo a te come l’ammalato va dal medico, come l’intirizzito si accosta al fuoco, come il povero va dal ricco. Se l’ammalato non va dal medico, chi lo guarisce? Se l’intirizzito non si avvicina al fuoco, come si ri­scalda? Se il povero non va dal ricco, come potrà nutrirsi? O Signore, io so­no quest’ammalato: guariscimi dai miei peccati; io sono questo intirizzi­to: dammi un gran fuoco d’amore; io sono questo povero: dammi tante grazie perché possa santificarmi ».

2) Avere la carità. Chi fa la Comunione senza amore verso Dio e il pros­simo, la profana. Per questo Gesú ci dice: « Se mentre stai per fare la tua of­ferta all’altare ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, la­scia la tua offerta all’altare e và prima a riconciliarti con tuo fratello; poi torna e presenta la tua offerta » (Mt. 5, z3). La Comunione non è come un cibo comune che fa a tutti lo stesso effetto. È invece come una centrale

elettrica dalla quale ogni lampada assorbe maggiore o minore energia se­condo la sua potenza. La comunione dà a noi maggiore o minore vita divi­na, maggiore o minore bellezza e grazia, secondo l’amore con cui la fac­ciamo e la donazione che di noi facciamo al Cristo. Potremo vedere l’ef­fetto che ha prodotto in noi, dal desiderio che abbiamo di amare, pregare e servire meglio Dio; amare, servire, beneficare di piú il prossimo.

Chi ha fatto bene la Comunione, uscendo dalla Chiesa sente un amore grande verso tutti quelli che incontra e vorrebbe salutare e aiutare tutti; sente un amore universale, che è il riflesso dell’amore di Cristo per l’uma­nità; sente una grande pietà per tutte le sofferenze umane e per tutti i pec­catori avviati all’inferno; e intanto comincia ad essere affettuoso, servi­zievole, generoso, zelante con tutti.

Mosé, dopo aver parlato con Dio nel Sinai, divenne talmente mansueto che non c’era su tutta la terra uomo mansueto come lui, mentre il suo volto divenne cosí luminoso che, quando parlava agli ebrei, doveva met­tersi un velo per non abbagliarli.

Cosí chiunque si accosta veramente a Dio irradia serenità e bontà; e, se questa pace e questa bontà non traspaiono dal suo volto e non si manife­stano nelle opere, è segno che in lui il vero incontro col Signore non è av­venuto, nonostante tutte le Comunioni. Gli amici di Dio ispirano tutti simpatia. Il Beato Giuseppe Moscati, medico napoletano, i cui colleghi af­fermano che mai ebbe a sbagliare la diagnosi di un ammalato, dichiarava di ricevere dalla Comunione quotidiana la luce per curare i suoi ammala­ti; e dalla Comunione quotidiana riceveva l’amore che gli faceva curare gratuitamente tutti i poveri e comprare le medicine a chi non poteva comprarle.

Alberto Marvelli, ingegnere al comune di Rimini, dopo essersi nutrito quotidianamente di Gesú, si donava con una energia indomabile, travol­gente e una bontà irresistibile, ai giovani che formava cristianamente, ai poveri ai quali procurava cibo e vesti, ai senzatetto ai quali procurava la casa, ai disoccupati ai quali procurava il lavoro, agli ammalati ai quali pro­curava le medicine; al punto che alla sua morte, avvenuta tragicamente a 28 anni nel dopoguerra, dietro la sua salma si snodò un corteo di uomini lungo tre chilometri.

Giorgio La Pira, sindaco di Firenze e deputato, fatta quotidianamente la Comunione, si donava a tutti e offriva quanto possedeva ai poveri. Per i suoi funerali si bloccò interamente il traffico di Firenze e tutti i fiorentini fecero ala lungo le vie di Firenze, battendo le mani al passaggio della bara, portata a spalle per chilometri e chilometri dagli operai.

Le missionarie della carità ricevono dalla Comunione quotidiana la forza di passare tutte le loro giornate cercando, sfamando, assistendo cir­ca un milione di affamati; mentre le meravigliose « Helpers of Mary », pure nella Comunione quotidiana, trovano la forza di vivere con i lebbrosi notte e giorno per curarli, assisterli e confortarli.

CAP. XII – LO SPIRITO SANTO

1. Rivelazione dello Spirito Santo

Dello Spirito Santo se ne parla già nel Vecchio Testamento: « Lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque » (Gen. 1, a).

Ezechiele, per ordine di Dio, invoca lo Spirito: « Vieni, o Spirito, dai quattro venti e soffia su questi morti perché rivivano » (Ez. 37, q); e tutte le ossa dell’immensa pianura riformano gli scheletri sui quali cresce la car­ne, e lo Spirito, venendo con un vento impetuoso, vi porta le anime e li fa risuscitare.

Infine, Dio promette che avrebbe mandato sugli uomini il suo Spirito: « E dopo tali cose io diffonderò il mio Spirito su ogni mortale. I figli vostri e le vostre figlie profeteranno, i vostri anziani avranno dei sogni, e i vostri giovani delle visioni. Anzi in quei giorni anche sui servi e sulle serve ef­fonderò lo Spirito mio » (Giode 3, i).

Tuttavia gli ebrei non compresero. È nel Nuovo Testamento che Dio ri­vela la terza persona della SS. Trinità, lo Spirito Santo.

Lo Spirito Santo fa nascere Gesú nel seno di Maria (Lc. 1, 35); e dal suo seno fa nascere misticamente la Chiesa nel giorno di Pentecoste, discen­dendo sugli Apostoli riuniti in preghiera con lei (Atti a,1-4). Lo Spirito San­to è l’Amore vivente del Padre e del Figlio. Egli illumina gli Apostoli, fa lo­ro comprendere tutta la rivelazione di Gesú e dà loro la forza di testimo­niarlo e di predicarlo: « Molte cose avrei ancora da dirvi, dice loro Gesú, ma per ora non ne siete capaci. Ma quando verrà lui, lo Spirito di verità, egli vi guiderà verso tutta la verità, perché non vi parlerà da sé stesso, ma dirà quanto ascolta e vi farà conoscere l’avvenire. Egli mi glorificherà per­ché prenderà dal mio e ve lo farà conoscere » (Gv. 16, ia); e, dopo risorto, dice loro ancora: « Con la discesa dello Spirito Santo riceverete dentro di voi la forza di essermi testimoni in Gerusalemme, in tutta la Giudea, nella Samaria e fino alla estremità della terra » (Atti 1, 8).

2. I carismi dello Spirito Santo

Lo Spirito Santo è il donatore della grazia e dei sette doni: sapienza, in­telletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà, timore di Dio; è l’autore dei ca­rismi. Con essi fa crescere Gesú, cioè forma il suo Corpo Mistico, ossia la Chiesa.

S. Paolo dice: « Nessuno può dire: “Signore Gesù, se non per lo Spirito Santo. C’è bensí diversità di doni, ma lo Spirito è il medesimo; come c’è di­versità di ministeri, ma il medesimo Signore; e diversità di operazioni, ma il medesimo Dio che opera tutto in tutti. La manifestazione dello Spirito è data a ognuno, per l’utilità di tutti. Infatti, per lo Spirito ad uno è dato il linguaggio della sapienza; ad un altro il linguaggio della scienza; secondo il medesimo Spirito; ad uno la fede, nel medesimo Spirito; ad un altro il dono delle guarigioni, nell’unico Spirito; ad un altro il dono di operare i miracoli, ad un altro la profezia, ad uno il discernimento degli spiriti, ad un altro il genere delle lingue e ad un altro l’interpretazione delle lingue. Or tutto questo lo compie l’unico e medesimo Spirito che distribuisce a ciascuno come vuole.

Come il corpo, infatti, è uno solo ed ha molte membra, ma tutte le sue membra, pur essendo molte, non sono che un solo corpo, cosí il Cristo. In­fatti, noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito… per formare un solo corpo, e tutti siamo stati dissetati con un solo Spirito… Dio ha stabi­lito diverse membra nella Chiesa: in primo luogo gli Apostoli, in secondo luogo i profeti, in terzo i maestri, poi il dono dei miracoli, il dono di guari­re, di assistere, di governare, di parlare diverse lingue.. » (I Cor.12, 3-11, 27).

È lo Spirito Santo che ha suscitato e suscita le vocazioni sacerdotali, gli ordini, le congregazioni, gli istituti maschili e femminili; ed è lo Spirito Santo che suscita i missionari, le suore di carità, i vari movimenti di rinno­vamento di vita cristiana: Opus Dei, Focolarini, Neo-catecumenali, Co­munione e Liberazione, ecc.

Senza voler minimizzare alcun istituto, né alcun movimento (tutti uti­lissimi per l’edificazione del Corpo Mistico), parliamo del Rinnovamento nello Spirito perché esso piú di tutti mostra la necessità dei carismi e della loro presenza attuale nella Chiesa, come giustamente rilevò il Card. Wil­lebrands, presidente del Segretariato per l’Unità dei cristiani, il 16.5.1975 in un discorso a Roma, durante il 3° Congresso Internazionale del Rinno­vamento Carismatico Cattolico, sui rapporti tra carismi dello Spirito San­to e Chiesa: « Se lo Spirito e la Chiesa sono inseparabili, come abbiamo vi­sto in tanti modi, si possono separare dalla Chiesa i carismi? L’unica spie­gazione di quello che si è soliti chiamare il Movimento Carismatico nella Chiesa deve essere cercata nel fatto che lo Spirito è stato dato alla Chiesa… Come nel giorno di Pentecoste lo Spirito discese come il soffio di un vento violento e riempí la casa (At. 2), cosí lo Spirito Santo continua a discendere e a riempire la casa della Chiesa. Un cristiano è carismatico perché la chiesa è carismatica, avendo ricevuto i doni dello Spirito … Nel­la Chiesa il principio sacramentale e il principio carismatico si uniscono, si appartengono l’un l’altro. La Chiesa non può vivere esclusivamente dell’uno e dell’altro, allo stesso modo che il singolo cristiano non può fondare la sua vita unicamente sull’uno o sull’altro » (G. Grasso, Vescovi e Rinnovamento carismatico, E.P.).

3. Il Rinnovamento nello Spirito

Il Vescovo di Brescia, Mons. Luigi Morstabilini in una riunione di tale Movimento (dicembre 1975) ne tracciò brevemente il programma: « Rin­novarci spiritualmente vuol dire prendere coscienza che non siamo solo materia e sesso, ma siamo spirito, siamo raggio di Dio e della luce divina e che è necessario, quindi, far posto nella nostra vita alla componente spiri­tuale; quindi significa rinnovarci nello Spirito di Dio, nello Spirito Santo; Spirito Santo che, per molti cristiani ancora oggi, è veramente il Dio igno­to. La missione dello Spirito Santo è di essere anima; anima della Chiesa, anima della vita cristiana; quindi qualcosa di profondamente presente, operante, organizzante, com’è l’anima nel corpo » (Vescovi e Rinnovamen­to Car., E.P.).

Paolo VI nel 3° Congresso Internazionale di tale Movimento, il 19.5.1975 ne tracciò le componenti programmatiche per ogni suo mem­bro: « In questo mondo sempre più secolarizzato, nulla di piú necessario della testimonianza di questo “Rinnovamento spirituale” che vediamo suscitato dallo Spirito Santo nelle regioni e negli ambienti piú diversi. Le sue manifestazioni sono molteplici: comunione profonda delle anime, contatto intimo con Dio nella fedeltà agli impegni presi nel battesimo, in una preghiera spesso comunitaria in cui ciascuno, esprimendosi libera­mente, aiuta, sostiene, nutre la preghiera degli altri; e, alla base di tutto, una convinzione personale che non deriva unicamente da un insegna­mento ricevuto dalla fede, ma anche da una certa esperienza vissuta, e cioè che senza Dio l’uomo non può nulla, e che invece con lui può tutto: di qui il bisogno di lodarlo, di ringraziarlo, di celebrare le meraviglie che egli opera dovunque intorno a noi e dentro di noi…

Proprio per questo voi provate il bisogno di una formazione dottrinale sempre piú approfondita: biblica, spirituale, teologica. Soltanto una simi­le formazione, la cui autenticità deve essere garantita dalla Gerarchia, vi preserverà da deviazioni sempre possibili e vi darà la certezza e la gioia di avere servito la causa del Vangelo “senza battere l’aria”» (1 Cor. 9, 27).

Naturalmente, ogni carisma, come dice S. Paolo, è dato dallo Spirito per la edificazione della Chiesa e non come fine a se stesso per il carismatico. Questo lo sottolinea esplicitamente Mons. Bernardin, presidente della Conferenza dei Vescovi U.S.A., approvando, a nome di tutti i Vescovi ame­ricani, tale Movimento nel Congresso di Notre Dame (1976): « Il dono del­lo Spirito lo dobbiamo a Cristo, nostro Signore. Il dono del Signore, lo Spi­rito, non consiste nel condividere un potere segreto e senza precedenti. Ciò. che il Signore dà è lo stesso che egli riceve dal Padre: lo Spirito Santo, per opera del quale egli fu concepito come uomo e reso capace, durante la sua vita sulla terra, di parlare e agire come il Figlio bene amato dal Padre. Quando, perciò, Gesú concede il suo Spirito, non concede soltanto qual­cosa di infinitamente prezioso, ma lo stesso segreto della sua personalità.

Questa è l’esperienza fondamentale della Chiesa: un’esperienza che le dà esistenza e la riveste per sempre di un’identità unica al mondo. Perciò quando la Chiesa riceve lo Spirito, sa di ricevere non solo un dono prezio­so, ma ancora piú, di ricevere e possedere lo stesso Gesú nascosto nel mi­stero invisibile di Dio, nelle profondità dello Spirito. Gesú concede lo Spi­rito e cosí continua a vivere nei suoi discepoli, unendoli e rendendoli ca­paci di affrontare gli stessi avversari e le stesse prove che egli stesso af­frontò. Egli li fortifica per proclamare con franchezza invincibile il mes­saggio del Vangelo …

In nessun modo possiamo essere soddisfatti di considerarci un piccolo gruppo di credenti, diversi degli altri, destinati a salvarci dal giudizio di Dio. E proprio il contrario. Quelli che hanno ricevuto e accettato la buona novella hanno una ragione di piú per occuparsi degli altri. Si aspetta da essi che comunichino e diffondano il messaggio della salvezza, che di­ventino evangelizzatori. Debbono lavorare nella costruzione del regno attirando altri ad esso, perché Gesú e la buona novella hanno un senso per tutte le persone e per tutti i tempi. Di conseguenza quanti realmente credono e accettano Gesú debbono continuamente guardare fuori, piú che dentro di loro …

Vi invito pertanto a unirvi a me come partners attivi della missione evangelizzatrice della Chiesa. Uniti, potremo umilmente aprire la nostra mente e il nostro cuore allo Spirito. Usiamo i talenti e i doni che Dio ci ha dati per proclamare la buona novella, perché Gesú sia conosciuto e amato da coloro che non lo conoscono, e per farlo meglio conoscere e meglio amare da quanti credono in lui, ma con fede fiacca. In ultima analisi l’au­tenticità della nostra vita, se è veramente piena di Spirito, è confermata soltanto quando noi siamo strumenti per la edificazione del regno, di mo­do che l’intera famiglia umana arrivi a riconoscere Gesú come Signore e Salvatore » (Vescovi e Rinn. Car., E.P.).

4. Il dono dei miracoli e delle guarigioni

È di moda oggi negare il miracolo: lo si fa per negare Dio o per emargi­narlo dalla propria vita. Eppure mai come oggi i miracoli sono stati all’or­dine del giorno. Hanno fatto notizia nella stampa italiana ed estera i due raduni del Rinnovamento nello Spirito: quello nazionale alla Fiera di Ri­mini dell’aprile 1988 e quello di Milano nella basilica di S. Eustorgio del maggio 1988, per i moltissimi miracoli in essi avvenuti.

Dice giustamente Renzo Allegri: « Qualcuno ha cercato di fare dell’iro­nia, ritenendo che alle soglie del zooo, nell’era dei computer, sia assurdo parlare di miracoli; ma le guarigioni avvenute nella basilica di S. Eustor­gio sono cosí clamorose e cosí documentate da impressionare anche i piú scettici » (Gente 16.6.1988). Entrambi i raduni sono stati tenuti dal missionario canadese Padre Emiliano Tardif, e i miracoli sono avvenuti durante la celebrazione della Messa al momento in cui il Padre Tardif faceva la preghiera per gli ammalati. « Niente è impossibile al Signore, dice il P. Tar­dif. Nel Vangelo Gesú afferma: Chiedete e vi sarà dato; bussate e vi sarà aperto, pregate e otterrete. Noi abbiamo messo in pratica il consiglio di Gesú. Abbiamo pregato e lui ci ha ascoltati. Il Signore è vivo, sta in mezzo a noi. »

Il P. Tardif precisa che lui non è un guaritore; il Signore gli ha dato il dono di percepire quanto egli sta operando, di intuire i miracoli e di po­terli quindi annunziare mentre essi stanno avvenendo. Citiamo qualche esempio: a S. Eustorgio, durante la preghiera per gli ammalati, egli a un certo punto dice in inglese: « Alcune persone paralitiche, da tempo bloc­cate in carrozzelle, si alzeranno in piedi e potranno venire qui da me, cam­minando da sole, senza stampelle e senza sostegni». Appena l’interprete fa la traduzione due paralitici si alzano, lasciano le stampelle e corrono verso l’altare.

La folla scoppia in applausi, mentre tanti piangono. Poi il P. Tardif dice: « C’è tra voi una donna che è stata operata tre volte all’anca, e non può camminare: si alzi; il Signore le ha fatto la grazia ». A questo punto l’inte­ressata, la signora Leonilda Riboni De Agostini di 71 anni che a causa di un incidente automobilistico aveva riportato diverse fratture alla gamba de­stra fino all’anca e aveva subito tre interventi chirurgici all’anca senza miglioramenti, guarda l’amica nella carrozzella accanto, sperando che il P. Tardif si riferisse a lei; vedendo l’amica ferma, pensa che si tratta pro­prio di lei, si sente guarita, lascia le stampelle e va all’altare, perfettamente guarita. Naturalmente anche quí segue un’esplosione di applausi nella folla.

Il raduno che fece letteralmente sbalordire tutti è stato quello di Rimi­ni e per il numero dei convegnisti (circa go.ooo), e per il gran numero dei miracoli ivi avvenuti (oltre cento). Oltre che dalla stampa, ne abbiamo avuto relazioni dettagliate da tanti amici ivi presenti. Anche qui riportia­mo soltanto alcuni casi. Durante la Messa, al solito durante la preghiera fatta dal Padre Tardif per gli ammalati, egli dice: « Tra di voi c’è una donna con il cancro al fegato. Gesú le dice: sei guarita ». Appena fatta la traduzio­ne dall’interprete, una donna si alza tra la folla e dice: « Sono io! Mi sono scomparsi in questo momento i dolori e il gonfiore ». Quindi il P. Tardif dice: « Tra di voi ci sono diversi uomini che per gravi dolori artritici non possono camminare. Gesú vi dice: “Siete guariti”. Si alzano due uomini sollevando le loro stampelle, gridando ognuno: « Sono io! »; e vanno spe­diti verso l’altare.

Il Padre Tardif dice: « Tra di voi c’è un ragazzo sordomuto. Gesú gli di­ce: “Sei guarito”. Si alza un ragazzo gridando, tra gli applausi della folla: “Sono io!” ».

Tutti questi miracoli confermano la validità della promessa fatta da Gesú ai suoi futuri discepoli: « Imporranno le mani ai malati e saranno guariti » (Mc.16,18); e l’attualità perenne dei carismi dati dallo Spirito San­to alla Chiesa (1 Cor. 12).

Concludiamo con quanto S. Paolo raccomanda nella stessa lettera ai cristiani; dopo aver parlato dei carismi suddetti: « Aspirate ai carismi mi­gliori. Anzi, vi insegno una via che sorpassa ogni altra. Quand’anche io parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, se non ho la carità, io sono un bronzo che suona o un cembalo che squilla.

E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi una fede tale da trasportare le montagne, se non ho la ca­rità, io sono un niente. E se distribuissi anche tutti i miei beni ai poveri e dessi il mio corpo ad essere bruciato, se non ho la carità, tutto questo non mi giova a nulla. La carità è longanime, la carità è benigna, non è invidio­sa, la carità non si vanta, né si insuperbisce; non manca di rispetto, non cerca le cose sue, non si irrita, non tiene conto del male che riceve, non gode dell’ingiustizia, ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non verrà mai meno. Le profezie, in­vece, avranno fine, come cesseranno le lingue e la scienza avrà termine » (I Cor. 13).

CAP. XIII – LA GRANDE MESSAGGERA DI GESÚ

È Maria.

È evidente che la piú grande e la piú santa delle creature è Maria. In es­sa Dio ha messo un limite alle sue possibilità infinite: non poteva crearla piú grande, piú bella, piú dolce, né renderla piú santa; non poteva rifiuta­re a sua Madre qualche perfezione che avrebbe potuto darle. Non è possi­bile qui parlare della bellezza e della santità della Madonna. Rimandiamo il lettore al nostro libro Maria. Ci piace qui riferire quanto mette nella bocca di Gesú Michel Quoist: « La mia piú bella invenzione, dice Dio, è Maria. Mi mancava una Mamma e l’ho fatta. Ho fatto mia Madre prima che ella facesse me. Era piú sicuro. Ora sono veramente un uomo come tutti gli uomini. Non ho piú nulla di invidiare loro, poiché ho una Mam­ma, una vera. Mi mancava. Mia Madre si chiama Maria, dice Dio. La sua anima è assolutamente pura e piena di grazia. Il suo corpo è vergine, per­vaso da una luce che sulla terra mai mi sono stancato di guardarla, di ascoltarla, di animarla. È bella mia Madre, tanto che, lasciando gli splen­dori del cielo, non mi sono trovato sperduto vicino a lei. Eppure so bene, dice Dio, cosa sia l’essere portato dagli angeli: beh, non vale le braccia di una mamma, credetemi. Maria, mia Madre è morta, dice Dio. Dopo che io ero risalito verso il cielo, ella mi mancava, io le mancavo. Ella mi ha rag­giunto. Con la sua anima, con il suo corpo direttamente. Non potevo fare diversamente. Era necessario. Era conveniente. Le dita che hanno portato Dio non potevano immobilizzarsi. Gli occhi che hanno contemplato Dio non potevano restare chiusi. Le labbra che hanno baciato Dio, non pote­vano irrigidirsi. Il corpo purissimo che aveva dato un corpo a Dio non po­teva marcire mescolato alla terra. Non ho potuto, non era possibile. Mi sa­rebbe costato troppo. Ho un bell’essere Dio, sono suo figlio, e comando io. E poi, dice Gesú, l’ho fatto anche per gli uomini miei fratelli. Perché ab­biano una Mamma in cielo. Una vera, una di loro, corpo e anima, la mia…

In cielo hanno una Mamma che li segue con gli occhi, con i suoi occhi di carne.

In cielo hanno una Mamma che li ama con tutto il cuore, con il suo cuore di carne. E questa Mamma è la mia, che mi guarda con gli stessi oc­chi, che mi ama con lo stesso cuore. Se gli uomini fossero furbi, ne appro­fitterebbero, dovrebbero ben sospettare che io non le posso rifiutare nul­la… Che volete! È mia Madre. Io l’ho voluta. Non me ne pento. L’uno di fronte all’altro, corpo e anima, Madre e Figlio. Eternamente Madre e Fi­glio … ».

Per le cose piú importanti e urgenti Gesú, nel suo infinito amore, ci manda sua Madre. E giacché ora tutto il mondo corre il pericolo di venire distrutto, e la stragrande maggioranza degli uomini corrono il pericolo di andare all’inferno, Gesú ci sta mandando migliaia di volte la sua SS. Ma­dre in tante parti del mondo con innumerevoli segni e prodigi, come ulti­mo tentativo per salvarci tutti. Dinanzi a tutte queste apparizioni non si può non ricordare la profezia di S. Luigi Grignion de Montfort: « Come Maria preparò la prima venuta di Gesú nel mondo e ce lo diede; cosí Maria preparerà la seconda venuta di Gesú per il Giudizio Universale e ce lo por­terà ».

Sembra logico pensare che, come l’aurora precede e annunzia il sorge­re del sole, cosí questa era mariana precede e annunzia questa imminente venuta di Gesú. È impossibile qui parlare di tutte le apparizioni di Maria; parleremo soltanto di alcune e ne riporteremo i principali messaggi.

CAP. XIV – GUADALUPE: MERAVIGLIOSA SCOPERTA DOPO 450 ANNI

1. Antefatto

Dieci anni dopo la conquista dei Messico fatta dagli Spagnoli, il 9.12.1731, all’alba, l’indio Juan Diego s’incamminò verso Tlstilolco, in peri­feria della città di Messico, per assistere alla Messa. Giunto nei pressi del colle Tepeyac si sentí avvolto da una musica dolcissima e da un’immensa luce, e vide una bellissima fanciulla che, parlandogli nel suo dialetto, il nahuatl, gli disse: « Io sono la sempre Vergine Maria, la “Cuatlaxupeh” (= colei che schiaccia la testa al serpente). Desidero che in questo luogo ven­ga eretto un tempio. Và a dirlo al Vescovo ».

Juan Diego andò subito dal Vescovo, Mons. Juan Zumarraga, e gli riferí l’ambasciata della Madonna. Il Vescovo gli rispose: «Hai sognato, oppure eri ubriaco ».

Juan Diego ritornò sui passi, vi trovò ancora la Madonna e le riferí la ri­sposta del Vescovo. La Madonna gli disse: « Domani và sul monte, raccogli i fiori che vi troverai e portali al Vescovo ».

L’indomani Juan sali sul monte, alto mt a.ooo, e, sebbene fosse d’inver­no e facesse molto freddo, vi trovò delle bellissime rose di Castiglia, inesi­stenti in Messico e, in ogni caso, fuori stagione: le raccolse, le mise nella sua tilma (= mantello) e le portò al Vescovo che era spagnolo. Immensa fu la meraviglia del Vescovo e delle altre persone presenti nel vedere quelle rose, ma, soprattutto, nello scoprire nel mantello, appena furono deposte le rose, una meravigliosa immagine a colori della Madonna. Mons. Zu­marraga si convinse subito della verità delle apparizioni e fece costruire sul Tepeyac una chiesetta, che poi fu sostituita da un grande e bellissimo Santuario, dove si custodisce quella immagine della Madonna dentro una preziosa cornice d’oro e di argento. È superfluo dire che quel Santuario divenne subito meta di innumerevoli pellegrinaggi, al punto che nel 1976 si dovette costruire accanto ad esso un altro Santuario, ancora piú grande.

Gli Spagnoli, pronunziando con difficoltà il titolo datosi dalla Madon­na « Cuatlaxupeh » lo sostituirono con « Guadalupe », sia per assonanza col titolo indio, sia per ricordare l’omonimo Santuario di Spagna.

2. L’immagine non è una pittura

Questa immagine sul mantello di Juan è stata veramente impressa dal­la Madonna? Innumerevoli sono stati gli studi fatti su quel mantello; inferiori soltanto a quelli fatti sulla Sindone. Quel mantello è fatto con fibre di agave, con le quali venivano fatte le corde. Tali fibre, ritorte, danno un tessuto estremamente rozzo e aspro, assolutamente inadatto a venire di­pinto. Nessuno è riuscito finora a spiegare come quell’immagine abbia potuto venire dipinta in esso; e per di piú cosí finemente. Fin dal 1751, stu­diandola, lo avevano constatato sette celebri pittori. La certezza assoluta è venuta nel 1936, quando il professore Richard Kuhn, direttore della sezio­ne di chimica del Kaiser Wilhelm Institut di Heidelberg (che nel 1938 ot­tenne il premio Nobel per la chimica), esaminando alcune fibre della til­ma constatò che non vi erano coloranti vegetali, animali, né vi potevano essere coloranti sintetici perché scoperti nella metà dell’8oo. C’è, poi, da osservare che le pitture ornamentali fatte lungo i secoli attorno all’imma­gine si sono tutte screpolate, mentre l’immagine è inalterata, nonostante anche l’enorme umidità del Tepeyac.

L’immagine è resistita inalterata anche nonostante i numerosi inciden­ti capitati lungo i secoli: il piú grave è avvenuto nel 1971, quando alcuni operai, pulendo la cornice con acido nitrico, lasciarono cadere per inav­vertenza la bottiglia di acido nitrico sull’immagine. L’acido nitrico avreb­be dovuto bruciare non solo l’immagine, ma anche la tela; e, invece, non intaccò l’immagine per nulla e lasciò soltanto (quasi a prova del miracolo) due leggere macchie giallastre sulla tela.

3. La scoperta

La scoperta sensazionale è stata fatta in questi ultimi anni. La riassu­miamo dall’intervista fatta allo studioso gesuita Padre Antonio Caruso da Renzo Allegri (Gente 14.1.1988).

Fa impressione osservare nel manto della Madonna la disposizione delle stelle, che riproduce le varie costellazioni celesti, anche quelle sco­nosciute a quel tempo. Ma quello che sbalordisce è quanto si vede negli occhi della Madonna, naturalmente non a occhio nudo, ma con lenti di fortissimo ingrandimento. Il primo a scoprire una figura umana nell’oc­chio destro della Madonna è stato, nel 1929, il fotografo Alfonso Marqué Gonzales. Altrettanto scoprí nell’occhio sinistro nel 1951 il fotografo Carlo Solinas. Incuriosito da tali affermazioni, con permesso speciale, studiò per tre anni (1956 e 1958) l’immagine messa fuori la protezione del vetro e con lenti speciali il medico Raffael Torija Lavoignet e confermò di avere osser­vato dentro gli occhi della Madonna delle figure umane. Nel 1979 l’ing. José Aste Tonsmann pensò di studiare l’immagine con strumenti elettro­nici adoperati dalla NASA per decifrare le foto inviate dai satelliti spaziali. Mediante il processo di « digitalizzazione delle immagini » José Aste rea­lizzò ingrandimenti fino a 2500 volte le dimensioni originarie, ottenendo 25.000 punti luminosi per millimetro quadrato. In tal modo poté osserva­re negli occhi della Madonna una scena con una decina di personaggi: vi si vede un indio seduto a terra con i capelli lunghi legati all’al­tezza delle orecchie, un orecchino e un anello al dito; accanto a lui un uo­mo anziano, alquanto calvo, la barba bianca, il naso dritto, le sopracciglia sporgenti e una lacrima che gli scende lungo la guancia destra: è il Vesco­vo Juan de Zumarraga; alla sua sinistra un uomo ancora giovane che si suppone sia Juan Gonzales, che gli faceva da interprete. Piú avanti si vede il profilo di un indio maturo con barba e baffi aderenti alle guance, naso grande e aquilino, zigomi sporgenti, occhi incavati in atto di aprire il mantello.

È evidente che questa è la scena di Juan che porta le rose al Vescovo e del Vescovo che, vedendo le rose e l’immagine della Madonna, piange di commozione. La Madonna era presente; i suoi occhi fotografarono la sce­na e la sua immagine che in quel momento impresse nel mantello dell’In­dio. Gli occhi di quella immagine sono gli stessi occhi della Madonna che fotografa la scena e conservarono per sempre quella scena per garanzia della sua apparizione per il 2000. Unica difficoltà: nella scena si vede una negretta. A quel tempo non c’erano negri in America. Da accurate succes­sive ricerche si è scoperto il testamento del Vescovo Zumarraga: da esso si è appreso che egli aveva una schiava negra, alla quale, prima di morire volle concedere la libertà per i servizi preziosi prestatigli.

CAP. XV – FATIMA

Una delle piú celebri apparizioni della Madonna in questo secolo sono quelle di Fatima nel Portogallo, avvenute dal 13 maggio al 13 ottobre 1917 ai tre pastorelli Francesco, Lucia, Giacinta.

Le apparizioni avvenivano alle ore 12; venivano accompagnate da un abbassamento inspiegabile della luce del sole e quasi sempre precedute da una pioggia di fiocchi bianchi che si dissolvevano prima di giungere a terra.

Il Sindaco, incredulo, il 13 agosto imprigionò i tre bambini e con pro­messe di ricchissimi doni e la minaccia di morte, che fingeva fare eseguire ora all’uno, ora all’altro in un’altra stanza, cercò di far dire loro che le ap­parizioni erano false: tutto invano.

I giornali massonico-liberali scatenarono una formidabile campagna diffamatoria contro tali apparizioni, con il risultato di far correre a Fatima il 13 settembre circa 20.000 persone, che videro il prodigio di un grande globo di fuoco venire dall’oriente e fermarsi sotto il sole per io minuti, durante tutto il tempo dell’apparizione; e con l’altro risultato di farvi ac­correre, il 13 ottobre, oltre 50.000 persone per avere divulgato, con fine malevolo, la notizia data dai tre bambini che in quel giorno sarebbe avve­nuto un grande prodigio.

E il grande prodigio avvenne e fu visto indistintamente da tutti i pre­senti e da quanti si trovavano in un raggio di 2o km da Fatima. Fu descrit­to e documentato fotograficamente dal giornale liberale « O Seculo » il 15 ottobre 1917.

De Marchi nel suo libro Era una Signora piú splendente del sole (Edizio­ni Missioni Consolata – Corso Ferruccio 14 – Torino) porta una fotocopia dell’articolo di tale giornale con le fotografie.

Ecco la descrizione del grande prodigio solare: « La pioggia cessa im­mediatamente, le nubi si squarciano e appare il disco solare, come una lu­na d’argento, poi gira vertiginosamente su se stesso, simile a una ruota di fuoco, proiettando in ogni direzione fasci di luce gialla, verde, rossa, az­zurra, viola… che colorano fantasticamente le nubi del cielo, gli alberi, le rocce, la terra, la folla immensa. Si ferma, per alcuni momenti, poi rico­mincia di nuovo la sua danza di luce come una girandola ricchissima, fat­ta dai piú valenti pirotecnici. Si arresta ancora, per incominciare una terza volta piú variato, piú colorito, piú brillante qual fuoco di artificio.

La moltitudine estatica, senza fiatare, contempla.

Ad un tratto tutti hanno la sensazione che il sole si stacchi dal firma­mento e si precipiti su di loro! Un grido unico, immenso, erompe da ogni petto; esso traduce il terrore di tutti, e nelle varie esclamazioni esprime i diversi sentimenti: “Miracolo! Miracolo!” dicono questi; “Credo in Dio” es­clamano quelli; “Ave Maria” pregano altri; “Mio Dio, misericordia!” grida­no i piú, e, cadendo ginocchioni nel fango, recitano ad alta voce l’atto di contrizione ».

E questo spettacolo, chiaramente distinto in tre tempi, dura ben io mi­nuti ed è visto da piú di 50 mila persone: credenti e miscredenti, semplici contadini e cittadini colti, uomini di scienza, corrispondenti di giornali. Chi volesse accertarsi di questo prodigio, andando a Fatima può interro­gare i testimoni oculari ancora viventi.

Per un prodigio cosí grande che trova riscontro solo in quello biblico della fermata del sole di Giosué, doveva esserci un fine ancora piú grande. E il fine ci fu: sono i messaggi dati dalla Madonna.

« Dite agli uomini che non offendano piú il Signore che già è troppo of­feso ».

« Dite a tutte le famiglie cristiane di recitare ogni giorno il S. Rosario ». Quindi diede loro tre segreti.

Il 1°, del 13 giugno, che non fu dato come un segreto, anche se i veggen­ti lo ritennero tale, è questo: « Sacrificatevi per i peccati e dite spesso, ma specialmente nel fare qualche sacrificio: “O Gesú, è per il vostro amore, per la conversione dei peccatori e in riparazione delle ingiurie commesse contro l’Immacolato Cuore di Maria”».

Il 20 venne dato il 13 luglio con espresso divieto di rivelarlo: fu rivelato da Lucia 25 anni dopo. Ecco il testo: « Il segreto consta di tre cose distinte, ma intimamente connesse, due delle quali ora esporrò, dovendo la terza continuare per ora a rimanere avvolta nel mistero.

La prima cosa fu la visione dell’inferno. Quando diceva le parole riferi­te sopra: sacrificatevi per i peccatori… Nostra Signora aprí di nuovo le mani, come nei due mesi precedenti. Il fascio di luce riflesso sembrò pe­netrare nella terra, e noi vedemmo come un grande mare di fuoco e in es­so immersi, neri e abbronzati, demoni e anime in forma umana, somi­glianti a bracie trasparenti che, trascinate poi in alto dalle fiamme, spri­gionatesi dalle anime stesse, insieme a nubi di fumo, ricadevano giú da ogni parte, come le faville nei grandi incendi, senza peso, né equilibrio, fra grida e lamenti di dolore e di disperazione, che facevano inorridire e tre­mare per lo spavento. (Fu probabilmente a questa vista, che io emisi quel­l’ahi! che dicono di aver sentito). I demoni si distinguevano per forme or­ribili e schifose di animali spaventevoli e sconosciuti, ma trasparenti co­me neri carboni di brace.

Questa vista durò un istante, e dobbiamo grazie alla nostra buona Ma­dre del cielo che prima ci aveva prevenuti con la promessa di portarci in paradiso; altrimenti, credo, saremmo morti di terrore e spavento.

Quasi a domandare soccorso alzammo gli occhi alla Madonna, che ci disse con bontà e tristezza:

– Avete visto l’inferno dove vanno a finire le anime dei poveri peccato­ri. Per salvarli il Signore vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato. Se si farà quello che vi dirò, molte anime si salveranno e vi sarà pace.

La guerra sta per finire; ma se non cessano di offendere il Signore, nel regno di Pio XI ne incomincerà un’altra peggiore. Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che quello è il grande segno che vi dà Iddio che è prossima la punizione del mondo per i suoi tanti delitti, mediante la guerra, la fame e le persecuzioni contro la Chiesa e contro il santo Padre.

Per impedire ciò, verrò a chiedere la consacrazione della Russia al mio Cuore Immacolato e la Comunione riparatrice nei primi sabati del mese. Se si darà ascolto alle mie domande, la Russia si convertirà e si avrà la pa­ce. Altrimenti diffonderà nel mondo i suoi errori, suscitando guerre e per­secuzioni alla Chiesa; molti buoni saranno martirizzati, il santo Padre avrà molto da soffrire: varie nazioni saranno annientate…».

In un’intervista di padre Lombardi a Lucia, riportata dall’« Osservatore Romano », egli chiese a Lucia: Sono molti quelli che vanno all’inferno? – Molti, padre, risponde Lucia. – Certamente, anche uno per ogni città, le città del mondo sono tante!… – Padre, rispose ancora Lucia, non si illuda. Lo so con certezza: quelli che vanno all’inferno sono molti, molti, molti.

Pare di sentire le parole di Gesú sugli ultimi tempi: « Perché vi sarà allo­ra una tribolazione sí grande, quale non vi fu mai dal principio del mondo fino ad ora, né mai vi sarà. E se quei giorni non fossero abbreviati, non scamperebbe anima viva; ma in grazia degli eletti quei giorni sono abbre­viati » (Mt. 24, ai-az). È questo il tempo in cui tutti i buoni dovrebbero fare una crociata di preghiere, di sacrifici, di apostolato per la salvezza del mondo.

3. Il 3° segreto fu pure dato dalla Madonna il 13 giugno 1917 coll’ordine di rivelarlo solo al Papa e di non divulgarlo prima del 196o. II giornale Neues Europa di Stoccarda lo pubblicò il 15.io.1963 dicendo che il Papa Giovanni XXIII, nel momento in cui la guerra fredda tra Russia e America stava per fare scoppiare la 3a guerra mondiale, lo inviò per scongiurarla ai capi di stato della Russia, dell’America e dell’Inghilterra.

Il giornale affermava di aver conosciuto tale segreto per un’indiscre­zione diplomatica del governo inglese.

Esso parla di una guerra catastrofica mondiale che dovrebbe scoppiare in questi anni; ma Lucia non ne ha confermato l’autenticità.

Ella ha detto: « Gli uomini semplicemente s’interessano degli avveni­menti terreni: dovrebbero invece porre attenzione al messaggio di Fatima

che è quello di salvarci dall’inferno e di fare molte preghiere e molti sacri­fici per salvare i moltissimi che ci vanno ».

4. Il Padre Agostino Fuentes, postulatore della causa di beatificazione dei due piccoli veggenti morti, Francesco e Giacinta, riferisce queste paro­le di Lucia: « La Madonna ha detto espressamente: “Ci avviciniamo agli ul­timi tempi”. Me lo ha detto tre volte:

a) prima affermò che il demonio ha ingaggiato una lotta decisiva; cioè finale, dalla quale uno dei due uscirà vittorioso o sconfitto: o siamo con Dio o con il demonio.

b) la seconda volta mi ha ripetuto che gli ultimi rimedi dati al mondo sono: il S. Rosario e la devozione al Cuore Immacolato di Maria; ultimo, si­gnifica che non ce ne saranno altri.

c) la terza volta mi disse che, esauriti gli altri mezzi disprezzati dagli uomini, ci dà con tremore l’ultima ancora di salvezza che è la SS. Vergine in persona, segni di lacrime, messaggi di diversi veggenti sparsi in tutte le parti del mondo. Disse la Madonna che, se non ascoltiamo e offendiamo ancora, non saremo piú perdonati. Padre, mi diceva Lucia, è urgente che ci rendiamo conto della terribile realtà. Non vogliamo riempire le anime di paura, ma solo è un urgente richiamo alla realtà. Da quando la SS. Ver­gine ha dato grande efficacia al S. Rosario, non c’è problema materiale, né spirituale, nazionale o internazionale che non si possa risolvere con il S. Rosario e con i nostri sacrifici. Recitarlo con amore e devozione sarà con­solare Maria e tergere tante lacrime al suo Cuore Immacolato! ».

È sicuro quindi che la Madonna parlò a Lucia degli ultimi tempi del mondo e della fine del mondo, ma non sappiamo con certezza cosa le ab­bia detto.

Il Padre Agostino Fuentes ebbe il permesso dal Papa di pubblicare il suddetto messaggio.

Ci avviciniamo forse alla fine del mondo?

(Il ritorno di Gesú – Comunità Editrice – 95031 Adrano)

Sappiamo con certezza la conclusione del 3° segreto di Fatima perché pubblicato direttamente da Lucia.

« … Finalmente il mio Cuore Immacolato trionferà. La Russia si conver­tirà e ci sarà nel mondo un’era di pace ».

In essa, ricacciato satana nell’inferno, gli uomini si volgeranno al Cri­stianesimo, quale unica e ultima speranza del mondo, e la Chiesa si dif­fonderà nel mondo.

Le apparizioni di Fatima sono nel mezzo delle grandi apparizioni della Madonna della Salette, di Lourdes e della lunga serie delle sue apparizioni e di innumerevoli prodigi di lacrimazioni di questo secolo.

Dice il Danielou: « Viene alla mente la celebre profezia di S. Luigi Gri­gnon. Egli aveva proclamato che gli ultimi tempi sarebbero stati riempiti

dalla presenza di Maria e che queste apparizioni sarebbero state come il segno di questa imminenza sempre presente della Parusia » (La Vierge et les temps. Dieu vivano.

Il Signore ha voluto garantire, con una grandissima quantità di miraco­li, la divina origine delle apparizioni e dei messaggi di Fatima.

Di tali miracoli c’è la documentazione presso l’Ufficio di Constatazioni di Fatima a disposizione di tutti.

Ne citiamo solo alcuni:

D. Margarida Maria Teixeira Lopes di Lousada, da dieci anni pativa una malattia che le aveva prodotto 500 tumori: da capo a piedi « sembrava ri­vestita di sughero » secondo la frase del medico. Contemporaneamente si formò un’ulcera allo stomaco, ribelle a tutte le cure dei piú distinti clinici di Oporto. Recatasi a Fatima il 13.10.1928, al momento di ricevere la bene­dizione con il Santissimo Sacramento, si trovò guarita.

L’altra miracolata è Assunta da LanGa Palma, di anni 36 maritata a Gia­cinto Guerreiro da Lama, proprietari dimoranti ad Almondovar (Beja). Dal 1925 incominciò a soffrire di fegato, con coliche epatiche, itterizia, quindi appendicite, della quale fu operata. Ma nel 1935 apparvero sintomi piú gravi: febbri altissime, sudori freddi, tremiti, tosse violenta, dolori tor­turanti continui, dei quali non poteva avere sollievo che con iniezioni anestetiche. Ripetute radiografie rivelarono una cisti idatica alla base del polmone destro, aderente al diaframma, vicino al cuore; inoltre spondilite nella 4a e 5a vertebra, alla quale vennero attribuiti i grandi continui dolori.

I migliori medici di Almondovar, Beja e Lisbona tentarono tutte le cure possibili, ma con scarsissimi risultati. Un intervento chirurgico, per causa della localizzazione della cisti, era ritenuto fatale. Passato qualche tempo ebbe una crisi piú forte: il tumore scoppiò causando abbondanti emottisi.

Ridotta in fin di vita, tormentata da atrocissimi dolori, leniti da fre­quentissime morfine, volle ostinatamente essere portata il 13 maggio 1941 a Fatima, ove, alla benedizione del SS. Sacramento, istantaneamente guarí.

Moltissimi altri miracoli avvenuti per intercessione della Madonna di Fatima e documentati dal predetto ufficio di Constatazioni sono elencati dal Fonseca nel suo libro Le meraviglie di Fatima (Edizioni Paoline).

I miracoli continuano ad avvenire fino ad oggi, tanto a Fatima, quanto, specialmente, a Lourdes.

L’incredulo onesto non ha che da andare in tali luoghi, vederne tutta la documentazione scientifica, e forse potrà accadergli di vederne qualcuno con i propri occhi.

CAP. XVI – MONTECHIARI E FONTANELLE

1. Fra le altre apparizioni della Madonna sono da ricordare quelle avve­nute a Pierina Gilli a Montechiari e Fontanelle (Brescia), che sembra siano la continuazione e il completamento di quelle di Fatima.

Tali apparizioni sono state molte: cominciano nella primavera del 1947 e ancora continuano. Su di esse la Chiesa non si è pronunciata; ma hanno tutto il carattere della autenticità. Infatti Dio a conferma vi ha operato dei miracoli. Ne accenniamo solo due.

a) Gino Giori, impiegato nelle poste di Rovereto, colpito da un cancro linfatico già avanzato, nella domenica in Albis del 1974 a Montechiari, be­vendo un sorso d’acqua della sorgente toccata dalla Madonna, guarisce subito. La diagnosi del male è del primario dell’ospedale di Rovereto prof. Mario Roich.

b) il prodigio solare: « Il 14 agosto 1974 vigilia della festa dell’Assunta di Maria, arriva a Montechiari un pullman dalla Jugoslavia con pellegrini croati, guidati da un sacerdote. Pregano per molto tempo nella cappella di Pierina Gilli, poi la salutano cordialmente e vogliono ripartire. Sono le ore quindici e gli sguardi di tutti sono rivolti al sole, che somiglia ad un disco argenteo luccicante, nel quale si può fissare lo sguardo senza sforzo alcu­no.

Tale disco rotea pazzamente e getta raggi dappertutto. Vicino al sole vi è una grande nuvola bianca, che prende la figura di una donna vestita con un manto assai ampio. Dapprima sta ferma vicino al sole, ma dopo vola attraverso il sole in direzione del cielo, dritta, dritta, come nessuna nuvola si muove. II cielo è azzurro e senza nuvole. Pian piano e con mae­stà questa nuvola sale ancora attraverso il sole verso l’alto e piú tardi si dissolve lentamente. Intanto il disco del sole si tinge dei colori dell’arco­baleno, colorando i dintorni con bellissima luce variopinta.

I croati dapprima hanno creduto che il sole che danzava nel cielo, stes­se per cadere sulla terra e la fine del mondo fosse già venuta. Per lo spa­vento caddero in ginocchio e gridarono dal terrore. Ma quando videro la nuvola bianca, che aveva la forma e la figura della Madonna col manto, che, attraversando il sole, saliva verso l’alto, mentre il sole si mostrava in un gioco di colori variopinti, lanciando raggi colorati per tutto l’universo, capirono che a loro era stato concesso di vedere un prodigio del sole co­me a Fatima».

2. I messaggi della Madonna in tali apparizioni sono molteplici. Citia­mo i principali.

Nella primavera del 1947 chiese: preghiera, penitenza, sacrificio.

Il 22 novembre 1974 disse: « I cristiani della tua nazione sono quelli che, al presente, offendono maggiormente il Signore con i peccati contro la santa purezza. Perciò il Signore chiede preghiere, generosità di sacrifici e penitenza ». Pierina allora domandò: « Cosa dobbiamo fare per eseguire questi tuoi ordini? ».

E la risposta fu: «preghiera». Dopo una breve pausa la Madonna disse: « Accettate giornalmente tutte le piccole croci ed eseguite ogni lavoro in segno di penitenza ».

Il 13 gennaio chiese: « Recitate il S. Rosario! Tutti coloro che lo recite­ranno, otterranno da me molte grazie. Esso è un forte legame che vi uni­sce al mio cuore. Esso glorifica il Signore, re del cielo e della terra. I miei devoti sappiano che bisogna espiare le molte offese fatte al mio divin fi­glio Gesú Cristo. Figli miei, amatevi l’un l’altro ». Il zz luglio 1973 chiese preghiera e penitenza, in espiazione di tutti i peccati degli uomini e si pro­clamò Rosa mistica, Madre della Chiesa, ossia Madre del Corpo Mistico e quindi di tutti noi.

3. Il 6 gennaio 1976 disse: « Guarda in questi tempi: il materialismo vuole precipitare l’umanità in una miseria spirituale tale da soffocare il nome del Signore e anche il nostro… Io vengo per chiamare alla conver­sione e per additare il cielo, donde io porto il messaggio dell’amore … Oh miei figli, io vi amo dello stesso amore di Gesú e questo è un amore in­commensurabile. Io vorrei salvare tutti. Vengo per portare la concordia, perché regni la pace nel mondo. Come una madre amorosa mi premuro ovunque di radunare attorno a me i miei figli, anche quelli che sono mol­to lontani: con l’indulgenza e la misericordia del Signore io aspetto la loro conversione ».

4. Il 29 giugno 19741a Gilli vide come in un plastico la Madonna Madre della Chiesa.

Racconta: « II manto della SS. Vergine improvvisamente si aprí e diven­ne immenso come l’universo. Vidi pure migliaia e migliaia di angeli e san­ti, i quali distesero e formarono questo manto. Erano piccoli, grandi e straordinariamente forti e potenti; angeli, schierati in fondo, come un ma­re senza sponde. Portavano meravigliosi vestiti, corone, cerchi attorno al­la fronte. Essi stesero e allargarono il manto di Maria sopra l’universo smi­surato. Sotto di loro vidi, vicinissimo agli angeli, una grandissima folla di gente su una grande pianura. Tra questi vi erano vescovi, molti sacerdoti, religiosi e molti uomini, donne e bambini. Tutti assieme, angeli e uomini cantarono in coro: – Santo, Santo, Santo, il Signore! Amore, onore e gloria a lui per tutta l’eternità! Maria, Madre di Dio, Madre di grazia, sii an­che tu sempre glorificata dal cielo e dalla terra ».

L’8 settembre 1976 la Madonna apparendole le disse: « In questo tempo occorre tanta preghiera… tanta generosità di amore. Figli, costruite l’amore fraterno… Amatevi tutti come vorreste essere amati. O figli miei, accogliete e trasformate il mio materno slancio d’amore verso tutti i figli del mondo! Vorrei salvare tutti per portarli alla luce del Signore, che è lu­ce d’amore piena di infinita misericordia… È l’ora dell’amore verso il Si­gnore! ».

CAP. XVII – BALESTRINO

Bergalla è una frazione di Balestrino, in prov. di Savona. Ivi il 7.10.1940 nacque, maggiore di quattro figli, Caterina Richero.

La fanciulla crebbe sana, intelligente, semplice. Fece le scuole elemen­tari, frequentò per diversi anni le Suore; cresciuta, fece il corso di infer­miera e, quindi, fu assunta quale infermiera nell’ospedale Santa Corona di Pietra Ligure. Fu sempre modesta e di condotta esemplare; il 15.1.1970, a 30 anni, si sposò con Giuseppe Visconti. Dal libro di Piero Mantero 22 anni di incontri con la Madonna (Ed. Di Vincenzo, Genova) ricaviamo tutte le seguenti notizie: Gerolamo Delfino, compagno di Caterina, cosí la descri­ve: « Era una ragazza molto seria e di una riservatezza incredibile. Dopo ogni estasi faceva un silenzio impressionante ».

Il direttore dell’ospedale di Pietra Ligure, prof. Rocco, dice di lei: « Que­sta ragazza è un ottimo elemento sotto il profilo del servizio … Sul posto di lavoro non ha mai parlato con alcuno delle sue mistiche apparizioni ».

Il sindaco di Balestrino, Leone Damiano, cosí la descrive: « Caterina è una brava ragazza, e tutti le vogliono bene per la sua bontà e gentilezza… Posso testimoniare sulla buona fede della ragazza, la cui serietà è prover­biale; e di questo possono essermi testimoni tutti i miei compaesani ».

1. Le apparizioni

Il 4.10.1949, a 9 anni, mentre giocava presso casa sua con la sorellina, entrò di corsa e spaventata a casa gridando: « Ho visto un Angelo che as­somigliava al Signore ». L’ indomani, mentre pascolava le pecore con le so­relline, le apparve per la prima volta la Madonna e le disse che sarebbe ap­parsa fra 5 mesi sul monte Croce. Promessa che, naturalmente, la Madon­na mantenne. Il monte Croce è presso Bergalla e raggiunge l’altezza di m 780 sul m. In seguito la Madonna le apparve al 5 di quasi ogni mese per la durata di 22 anni e per un numero complessivo di 135 volte. Le apparizioni duravano alcuni minuti. Caterina cosí le descrive: «Prima di tutto c’è un grande bagliore che mi acceca e mi costringe a piegare le ginocchia. Poi vedo di colpo lei… È molto giovane, dimostra non piú di 20 anni, ha una lunga veste rosa carico e, sopra, un mantello azzurro. Ai piedi ha sandali simili a quelli dei frati. Attorno al capo ha una corona di stelle, non un’au­reola, proprio una corona. I suoi occhi sono azzurri, il viso molto dolce ».

La gente cominciò ad affluire sul posto dapprima molto timidamente; poi sempre piú decisa e numerosa; finché cominciarono a venire le folle non soltanto dalla Liguria, ma da molte parti d’Italia e dell’estero, special­mente dalla Francia.

Alla 7a apparizione (5.8.1950) la Madonna chiese a Caterina che si faces­se sul monte Croce una Chiesa. Nel 1951 il popolo spianò la vetta del mon­te ricavandone un grande spiazzo, sul quale quindi costruí la Chiesa. L’impresa fu difficile perché si doveva portare tutto dalla valle su dorso di asini o sulle spalle, compresa l’acqua occorrente. Nel 1953 1a Chiesa fu ter­minata; quindi fu allestita una strada d’accesso, circolare, carrozzabile e asfaltata, con 15 cappelle lungo il percorso, raffiguranti ciascuna uno dei 15 misteri del Rosario; e, infine, furono fatte e istallate a distanza, l’una dall’altra, tre imponenti statue: una di S. Giuseppe, l’altra di Gesú glorio­so, la 3a della Madonna.

Il Vescovo di Albenga, dentro la cui giurisdizione si trova Balestrino, Mons. Raffaele Giuli, prese subito posizione contro queste apparizioni; proibí a tutti di andare sul monte Croce e, fatta la Chiesa, vi mise l’inter­detto, proibendo quindi di celebrarvi la Messa e di farvi altre funzioni li­turgiche.

Caterina obbedí e non andò piú nel monte Croce; allora la Madonna cominciò ad apparirle in casa sua o fermandosi nella ampia finestra o en­trando da essa e posando i piedi sul lettino, che Caterina faceva trovare sempre cosparso di fiori, specialmente di rose. Alla morte del Vescovo la Madonna riprese a comparirle sul monte Croce. L’ultima apparizione av­venne il 5.10.1971.

2. Garanzie

Chiunque manda un ambasciatore gli dà sempre le credenziali.

Se un’apparizione viene da Dio, Dio la garantisce per farne prendere sul serio il relativo messaggio. La garanzia di Dio è quello che lui solo può fare: il miracolo. A Balestrino sono avvenuti molti miracoli e molti prodigi che ci inducono ad attribuire alle apparizioni un’origine divina. Senza vo­ler prevenire il giudizio definitivo della Chiesa, ne riportiamo alcuni a ti­tolo semplicemente informativo.

1) Prodigi solari. – Durante le apparizioni di Bergalla ne sono avvenuti molti; e sono testimoniati da persone insospettabili. « Il giornale del mat­tino » riporta il prodigio avvenuto durante l’apparizione del 5.5.1954: « Nel cielo terso il sole improvvisamente è apparso assumere una colorazione verde scura, mentre i bordi suoi, che sembravano girare vorticosamente, sono divenuti prima gialli, poi rossi ».

Pure il 5.5.1953 e il 5.9.1958 il sole sembrò che si mettesse a danzare e a girare e molti caddero in ginocchio.

Il 5.10.1969 il sole si oscurò e prese una forma di croce, che venne foto­grafata dal dott. Alex Sanchez di Saint Jean de Braye (Loiret). L’ultimo prodigio solare avvenne nell’ultima apparizione, il 5.10.1971; mentre il sole girava, alcuni videro attorno ad esso una grande corona del Rosario.

2) Guarigioni. – Il comandante Lanfray Georges Edouard di Marsiglia (34, Av. des Chateaux) dichiara: « Da alcuni anni soffrivo di un cancro alla lingua. Dal 1964 sono stato operato numerose volte. Il 5.10.1967, alle ore 14,30 nel momento in cui la nostra cara Madre Celeste appariva alla giova­ne Caterina Richero, i miei dolori, che erano giunti al parossismo della sofferenza, ed all’impossibilità umana di resistere piú a lungo, sono im­provvisamente cessati. Da quel giorno non ho sofferto piú un istante. Il mio chirurgo, prof. André Appaix, titolare della cattedra di otorinolarin­goiatria di Marsiglia e il mio medico, dott. Abignoli, primario e capo di cli­nica alla facoltà, mi hanno rilasciato certificati attestanti la mia guari­gione ».

Marie-Therese Carquillat nel 1941 era stata proiettata in alto da un car­ro militare. Ne riportò un infossamento della decima vertebra che la rese per sempre invalida. Da 30 anni, per uscire, aveva bisogno di un’assistente e del seggiolino nel quale si sedeva spessissimo anche in mezzo alla strada.

Il 5.6.1969 durante l’apparizione a Balestrino, pregando la SS. Vergine, improvvisamente guarí. La sua guarigione è attestata dal suo medico, dott. J.M. Rosseaux (9, Rue de l’Hotel de Ville – 82000 Montauban).

Giuseppe Visconti (colui che poi sposò Caterina) aveva una grave ma­lattia agli occhi, tale da non poter distinguere a dieci metri un uomo da una donna. Andato nel 1970 a Bergalla, durante l’apparizione della Ma­donna, guarí perfettamente.

3. I messaggi

Ad ogni apparizione la Madonna ha dato un brevissimo messaggio. La Madonna non viene a fare nuove rivelazioni; viene per cercare di conver­tire i peccatori e di infervorare i buoni: per questo in tali messaggi gene­ralmente non c’è altro che un invito alla conversione, alla preghiera e alla penitenza. E i frutti sono abbondantissimi: un grandissimo numero di pellegrini hanno rinnovato la loro vita cristiana. Ricordando che un buon consiglio da chiunque ci venga facciamo bene a seguirlo, e che la stessa Curia Vescovile ha detto che i messaggi di Bergalla sono tutti ortodossi, ne riportiamo parte di alcuni: « Sappiate, cari figliuoli, che vengo su que­sta terra per la vostra salvezza e per portarvi un giorno tutti con me in Pa­radiso. Non stancatevi di pregare e di fare penitenza » (5.6.1958).

«Sappiate che senza penitenza non potrete meritare il Paradiso (5.12.1957).

« Pregate, pregate tanto perché io possa convertire tanti peccatori » (5.5.1953).

« Pregate e le grazie che mi chiedete in questo momento le poserò, ap­pena in cielo, sul Cuore di Gesú, e state tranquilli che egli sarà generoso con voi » (5.6.1957). « Figlioli miei, solo con la preghiera e la penitenza il mio Gesú riuscirà a salvare l’umanità» (5.1.1963).

«Il rosario è lo scudo che salva l’umanità» (5.10.1957)

« Figlioli cari, dovete essere voi, anime fedeli, coloro che portano i figli traviati al mio Gesú » (5.10.1958).

« Cari figlioli, vi siete portati ancora vicino a me in questo giorno e ave­te deposto ai miei piedi tutte le vostre croci e sofferenze. Come può il mio caro Gesú non ascoltare la voce di tante anime che tanto amano la Mam­ma sua? » (5.8.1959)

Il 5.10.1959 la Madonna, tenendo la corona del rosario tra le mani, le disse: « Dovete sapere che questa corona è una forte arma contro il male ». « Figlioli, amatemi come io vi amo; sforzatevi di imitare le mie virtú. So­lo cosí mi darete la vera prova della vostra devozione. Ricordatevi che io sono la Madre della misericordia e aspetto per mezzo della vostra pre­ghiera la conversione di tutti i peccatori » (5.51964).

« Figlioli cari, quanto piú i vostri occhi si leveranno in alto per guardare i miei, tanto piú il mio sguardo amoroso si abbasserà su voi » (5.5.1962).

«Figlioli, quante volte per i vostri peccati siete voi stessi l’ostacolo al compimento dei vostri desideri! » (5.5.1966).

« Quanto mi piacciono le anime caste! “Quanto piú un’anima sarà stata pura su questa terra, tanto piú sarà vicina a Gesú in cielo” » (5.12A96o).

CAP. XVIII – SAN MARTINO DI SCHIO (VICENZA)

1. Antefatto

S. Martino delle Aste è una chiesetta romanica che sorge alle falde delle colline prospicienti il convento S. Nicolò dei PP. Cappuccini di Schio. A Schio nacque il 7.12.1932 Renato Baron; fa il casellante nell’autostrada Valdastico; sposò nel 1958 Margherita Menin; per 2o anni (dal 196o al 1980) fu consigliere comunale a Schio, e dal 1970 al 1975 vi fu assessore ai LL.PP.

Aveva l’abitudine di andare spesso nella chiesetta di S. Martino. Nel 1951 vide nel Convento dei Cappuccini accantonata la statua della Madonna del Rosario: la chiese in prestito al priore, Padre Geremia, per portarla nella Chiesa di S. Martino. Il priore gliela prestò per il solo mese di maggio. Renato con un grosso gruppo di giovani portò la statua in trionfo nella Chiesa di S. Martino. Il 31.5.1951, finita la funzione del mese di maggio, Renato e i suoi compagni presero la statua della Madonna per ri­portarla in Convento. Improvvisamente scoppiò un uragano che rese im­possibile il riporto.

Il priore concesse a Renato di lasciare la statua della Madonna a S. Mar­tino fino al maggio del prossimo anno. Il 31.5.1952, finita la funzione a S. Martino, mentre stanno per prendere la statua della Madonna per ripor­tarla in convento, scoppiò un altro violentissimo temporale.

Altrettanto il 31.5.1953; altrettanto il 31.5.1954

A questo punto il priore disse a Renato: « Non voglio piú la statua. La Madonna vuole restare a S. Martino; si vede che lei ti vuole vicino ». Nell’aprile 1960 i tecnici della Sopraintendenza ai Monumenti di Vi­cenza, visitando la Chiesa di S. Martino e vedendo la statua della Madon­na posta nell’altare centrale copriva degli antichi affreschi, ordinarono a Renato di rimuoverla e di metterla in un angolo. Renato acconsenti mal­volentieri. Durante la notte cadde il pesante baldacchino sovrastante l’al­tare maggiore e frantumò le colonnine, il tabernacolo e l’altare. La Ma­donna aveva salvato la sua statua. Renato continuò ad accudire alla Chie­sa, a pulirla, ad animarvi degli incontri di preghiera, a farvi celebrare la Messa due volte al mese.

Nel 1969 Renato fece costruire una Croce di ferro alta m 7, e la portò in processione con i giovani sulla vetta di Belmonte, che da allora cominciò a chiamarsi Monte di Cristo; poi ripristinò il sentiero di accesso, eresse lungo di esso le 14 stazioni della Via Crucis, e cominciò a farvi ogni primo sabato di mese la Via Crucis con moltissimi fedeli.

2. Le apparizioni

Nel marzo 1985 per tre notti di seguito Renato sognò la Madonna che gli disse: « Vieni a S. Martino: io devo parlarti. Vieni a trovarmi nella tua Chiesa ».

Dopo alcuni giorni Renato, il 25 marzo, riuscí ad andare a San Martino. Messosi in preghiera, dopo alcuni minuti si sentí morire, come se la sua anima fosse uscita dal corpo, vide la statua della Madonna divenire di car­ne, le vesti di lei divenire di stoffa, i suoi occhi divenire bellissimi e dolcis­simi; essa lo invitò a ritornare l’indomani sul luogo.

L’indomani gli appare di nuovo la Madonna e gli disse: « Da ora in poi, noi faremo un cammino di fede assieme, ti preparerò; un giorno parle­rai… Ti preparerò degli amici, degli apostoli che amano Maria e farai con loro tanta strada, dobbiamo insieme convertire tante anime e portarle a Gesú ».

Ritornato a casa, Renato ne parlò per la prima volta con la moglie; que­sta gli disse di portarsi dell’acqua benedetta e di aspergere l’apparizione, nel timore che potesse venire dal diavolo. Ciò che Renato esegui. Quando l’indomani ancora gli apparve la Madonna, Renato prese l’acqua benedet­ta per aspergerla, ma si sentí paralizzare il braccio, mentre la Madonna gli diceva: « Sono io che ti benedico ». Per 8 mesi la Madonna quindi lo prepa­rò, gli fece leggere dei libri particolari, gli insegnò delle preghiere, lo man­dò a farsi gli esercizi spirituali. Quindi il 7.11.1985 gli rivelò la sua missio­ne.

Il 3.3.1986 Renato formò il primo gruppo di apostoli con i 12 uomini che gli mandò la Madonna; al 30.1.1987 i cooperatori erano diventati 26. La Madonna continuò ad apparire frequentemente a Renato, ma senza appuntamento, sempre a S. Martino, generalmente dopo il rosario recitato in gruppo alle ore 20,30 dandogli dei brevi messaggi. A principio Renato trasmise tali messaggi ai suoi collaboratori. Questi li diffusero. Interven­ne la Curia Vescovile di Vicenza; proibí la diffusione di tali messaggi e po­se difficoltà anche per le funzioni nella Chiesa di S. Martino. Tutti obbedi­rono.

L’11.4.1986, facendo Renato con molti altri un pellegrinaggio al Monte di Cristo, gli comparve lí la Madonna e gli disse: « Da qui non vi manderà via nessuno ». Da quel giorno si intensificarono i pellegrinaggi a detto Monte, spesso anche sotto piogge torrenziali, e la Madonna cominciò ad apparire a Renato quasi sempre lí. In tali apparizioni la Madonna si pre­sentò tutta vestita di bianco, luminosa, scalza, a piedi nudi e a braccia aperte, come a Medjugorje.

3. Garanzie

Il 2.6.1986 i rappresentanti del gruppo di S. Martino furono ricevuti dal Vescovo di Vicenza, Mons. Arnoldo Onisto. Da quel giorno caddero le ostilità verso le apparizioni di S. Martino e il Vescovo, pur non conceden­do l’imprimatur ai messaggi dati dalla Madonna, permise che essi venis­sero divulgati.

Quali i motivi?

1) Renato Baron, oltre ad essere una persona da tutti stimata, era stato vi­sitato da diversi medici per incarico della Curia, e uno di essi, la dott. Magda Di Gaetano, medico legale dell’INPS di Vicenza, l’aveva tenuto in osservazione per un mese e mezzo, dando, concordemente con gli altri, il giudizio che Renato era una persona sanissima, sincera ed equi­librata.

2) I messaggi ricevuti erano tutti perfettamente ortodossi e formativi.

3) A S. Martino e al Monte di Cristo andavano avvenendo moltissime conversioni.

4) In entrambi i luoghi avvenivano tanti miracoli e tantissimi prodigi, dei quali oltre che dal popolo se ne parlava tanto nei giornali. Soprattutto era interessantissimo il prodigio dei profumi.

Questi profumi si sprigionano saltuariamente dalla statua della Ma­donna, e dal Crocifisso della Chiesa di S. Martino, dai rametti di « piumo­so » inodore messi davanti alla Madonna, dalla Croce della 2a stazione del­la Via Crucis e persino dalle pietre dei muretti del Monte di Cristo. Si trat­ta di un profumo intensissimo di rose, che si sprigiona improvvisamente e viene sentito da tutti, anche sotto la pioggia torrenziale. Quanti si porta­no qualche rametto di plumoso o qualche frammento della Croce della 2a stazione o qualche sassolino dei muretti del M. di Cristo spesso avvertono tale profumo nelle loro case o per strada anche per dieci o venti giorni.

4. I messaggi

La Madonna si presentò a Renato cosí: « Io sono la Regina dell’Amore. Se vi amerete, sarete vicini al Padre; amore e carità; preghiera senza fine. Camminate per le vie del mondo annunciando il Regno del Padre, senza stancarvi. Chi salverà un fratello salverà sé stesso ».

Il 7.9.1985 gli disse: « In cento parti sto intervenendo in tutto il mondo in questo momento; ma gli uomini non credono e sono lontani da Dio ». La Madonna in queste apparizioni di Schio vuole formare delle comu­nità di cristiani alla santità, e quindi innanzitutto alla preghiera e al sacri­ficio, per lanciarli all’apostolato e convertire il mondo.

« Figli miei, sappiate mettere Dio al primo posto in tutte le cose, in ogni vostro pensiero; in ogni azione vi sia Dio, in tutta la vostra vita vi sia lui. Solo cosí realizzerete quanto vi è stato assegnato di fare e vi santificherete. Prima di ogni vostra parola ci sia l’ascolto! Lui vi parlerà. Grandi cose vi attendono, figli miei, se mi ascolterete » (24.4.1986). ).

« Se mi accoglierete, vi condurrò alla fonte della gioia e della pace » (22.5.1986).

«Spogliatevi del superfluo. Lasciate al mondo le cose del mondo. Al Pa­dre si arriva soltanto nudi» (13.2.1986).

« Riunitevi spesso insieme; io sarò sempre in mezzo a voi » (3.2.1986). Renato e i suoi amici cominciarono a riunirsi quasi ogni giorno per lunghe ore di preghiera e per discutere i programmi di apostolato. La Ma­donna disse ancora: « Vi benedico, figli miei; vi richiamo all’umiltà. Il la­voro che vi attende è grande, ma opererete soltanto attraverso la vostra umiltà. Non perdetevi in piccole cose. Quello che Gesú aspetta da voi è grande… Pregate di piú, cercate la giustizia. Amatevi, innamoratevi del bene, allontanatevi dal male e vi santificherete… Io voglio rimanere in mezzo a voi. Desidero lavorare con le vostre mani, parlare con la vostra lingua, amare con i vostri cuori. Donatemi la vostra disponibilità e insie­me salveremo le anime » (luglio 1986).

« Satana sta prevalendo su tutte le istituzioni, in tutte le Scuole. Dio è stato allontanato dalla società. Satana lo avete lasciato entrare dappertut­to; e attraverso la TV è entrato in tutte le vostre case ».

« Cari figli miei, sono le vostre preghiere che salveranno il mondo. Il la­voro che vi aspetta è molto. Vi chiedo quindi di andare in tutte le parti: parlate di Gesú; di Maria; non siate timidi, ma coraggiosi! Insegnate a pre­gare. Portate l’amore di Dio a tutti. Gli ostacoli che incontrerete saranno la prova del vostro amore » (21.1.1986).

« Non disperdetevi, ma unitevi e fate un pane solo » (8.4.1985).

« Non dividete la Chiesa, ma unitevi e fate una sola famiglia » (2.5.1985).

« Camminate per le vie del mondo annunziando il regno del Padre sen­za stancarvi » (28.11.1985).

« Sappiate che non vi salverete se non elargirete in dono ciò che avete ricevuto in dono » (2.11.1985).

« Insegnate a tutti che non si trova Gesú nei piaceri del mondo. Gesú vi attende e lo potrete incontrare solo attraverso la croce e la preghiera, nel­la povertà e nell’umiltà del vostro cuore. Lui vuole donarvi la sua pace e la sua gioia» (9.4.1986).

« Voi sarete la nuova Chiesa, ma non sarete ascoltati se non parlerete con la vostra vita. A coloro che vi dicono di andare piano, rispondete che è già troppo tardi. Bisogna correre per arrivare in tempo. Pregate e sarete aiutati. Non aspettate coloro che stanno a guardare. Il tempo che vi rima­ne non è molto » (10 e 13.4.1986).

«Pregate e lavorate; non perdete tempo!… Cercate di operare sempre con amore. Le schiere di Maria aumenteranno. Sarete in tanti se lavorere­te con amore. Non perdete tempo. Avvicinate i giovani e gli anziani » (giu­gno 1986).

« Il primo vostro impegno sia questo: in ogni parrocchia vicina o lonta­na riunite i giovani, fate udire la mia voce, portateli a Gesú … Assieme a loro cambierete il mondo e cesserà il male » (4.3.1986).

Diceva Padre Pio raccomandando di creare ovunque dei gruppi di pre­ghiera: « Saranno i gruppi di preghiera che convertiranno il mondo ». Cosí definí i Gruppi di preghiera Paolo VI il 24.9.1975: « Schiera, fiumi di persone che pregano e danno testimonianza di comunione nella preghie­ra, nella carità, nella povertà di spirito, nella energia di una professione cristiana. Questi gruppi sorgono ora senza formalità di iscrizione, senza tessere di riconoscimento. Dopo che hanno pregato insieme, con forte ca­rica di spiritualità, scorrono come acque di un fiume, a portare dovunque l’amore secondo l’invito della Vergine Santa: pregate e fate pregare ». Essi sono come un monastero aperto in una parrocchia.

Per contribuire alla volontà della Madonna di estendere in tutta la ter­ra il regno di Dio e salvare tutta l’umanità, Renato formò un gruppo di apostoli laici consacrati a Maria, decisi a dare, secondo il desiderio di lei, la loro totale disponibilità per questo scopo; e tal fine fece uno statuto che stimola alla conversione e alla santificazione personale nel proprio am­biente mediante la pratica del sacrificio, l’accettazione delle sofferenze della vita, una forte vita di preghiera, possibilmente con la comunione quotidiana e un apostolato continuo e generoso. È quanto potremmo fare ognuno di noi.

Consacrazione a Maria redatta da R. Baron

O Madre nostra, Mamma di Gesú, figlia diletta del Padre, noi desideria­mo la tua presenza per essere condotti alla fonte della gioia e della pace. Per questo insegnaci l’umiltà del cuore. Insegnaci ad essere servi della vo­lontà del Padre per essere servitori dei nostri fratelli che attendono la pa­rola, l’esempio e l’amore. Veramente, Maria carissima, ci infiammi la cari­tà di Cristo e il suo Spirito si effonda dal cuore affinché il nostro volto atti­ri le anime, le nostre parole siano le tue parole e le tue mani guidino le no­stre opere. Fin d’ora quello che faremo sia fatto per mezzo tuo. Il Padre amatissimo, per mezzo tuo, trasformi la nostra mentalità e la nostra ope­rosità perché tutto sia orientato alla salvezza delle anime. Accoglici, Regi­na del Cielo e della terra, ogni giorno alla scuola mariana di Nazareth, e mostraci Gesú perché i vostri volti siano impressi indelebili nel nostro cuore come carisma d’amore. Ti ringraziamo e ci consacriamo a te. Per noi, sempre, e a nome di tutti i nostri amici, ringrazia e benedici il Padre nostro con lo Spirito Santo. Amen.

CAP. XIX – OLIVETO CITRA (SALERNO)

1. Le apparizioni

La sera del 24.5.1985, durante la festa di S. Macario, patrono del paese, un gruppo di ragazzi giocava nella piazzetta avanti il castello medioevale. A un certo punto vedono una scia luminosa in direzione del castello e sentono il pianto di un bambino proveniente dal cancello avanti il corto viale che porta al castello. Non vedendo niente, uno di loro lancia un sas­so verso il cancello; pochi secondi dopo vedono di là del cancello una bel­lissima signora con un bambino in braccio. Si radunano altri che pure ve­dono la bella signora e gridano tutti: « Abbiamo visto la Madonna! » Ascol­ta quelle grida la padrona del bar, che è nella piazzetta vicino al cancello e ne parla alla sua impiegata, Anita Rio. Questa decisamente non crede. I ra­gazzi, colpiti nell’amor proprio, la sfidano: « Vieni! Andiamo a vedere! ». Giunti vicino al cancello, vedono tutti lí davanti una giovane donna di una bellezza indescrivibile, vestita di bianco con un manto azzurro filet­tato d’oro, una corona di stelle intorno al capo, con il bambino stretto al petto con il braccio destro; dalla manina del bambino pende la corona del rosario. I ragazzi stanno per scappare per la paura, ma la bella signora li invita a star lí e, rivolgendosi ad Anita, le dice: « Tu mi vedrai sempre di notte ».

Da quel giorno Anita ha visto la Madonna oltre trenta volte ed ha rice­vuto messaggi di preghiera e di penitenza. Sparsasi la notizia data dai veg­genti che la notte del 20 luglio la Madonna avrebbe dato un segno, si ra­dunarono in quella notte vicino al castello oltre 2.000 pellegrini. Alle ore 23 comparve nel cielo una nube dapprima sbiadita, poi di colore rosso vi­vo che illuminò il castello e cominciò a volteggiare prima sul castello stesso, poi sulle case dintorno. Quella nube fu vista da tutti nel raggio di km 10.

In seguito la Madonna apparve, sempre nello stesso luogo ora ad un veggente, ora a un altro, ora a un gruppo di veggenti, ora a un altro grup­po; una volta apparve a circa 200 persone. Complessivamente la Madonna è apparsa a diverse centinaia di persone. Citiamo due sole apparizioni: un giorno un uomo (Antonio Del Prete), passando vicino al cancello bestem­miò. Gli apparve subito la Madonna che, addolorata, gli disse: « Figliuolo, perché bestemmi? » Antonio restò sconvolto e cadde in ginocchio. La Ma­donna gli disse: « Ti perdono! Ti perdono! Bacia la terra ». Antonio la baciò.

La Madonna scomparve. Un altro giorno (il 5.5.1986) una testimone di Geova (Stefania De Prisco), spinta da curiosità e da scetticismo, andò al cancello. Le comparve la Madonna, vestita di bianco con manto celeste, meravigliosamente bella, e con voce dolcissima le disse: « Figlia mia, hai sbagliato tutto! Prega e pensa solo a me e a mio Figlio. Pregate, pregate molto perché nel mondo avverranno cose che a te non posso rivelare ». E superfluo dire che Stefania si convertí e divenne una cattolica fervorosis­sima.

2. Garanzie

Oltre al prodigio accennato, si sono verificati a Oliveto Citra molti altri prodigi, particolarmente prodigi solari. Un giorno, a vista di una moltitu­dine di persone, il sole sembrò impazzire nel cielo: cominciò a pulsare violentemente e a volteggiare di qua e di là nel cielo vertiginosamente. Si trovava presente un operatore cinematografico che filmò con la sua cine­presa il prodigio e ne mandò una copia a me, che conservo tuttora. È im­pressionante.

Il 26.11.1985 un grosso gruppo di pellegrini, in maggioranza siciliani e napoletani, vedono nel cielo, sopra il castello, molti punti neri, a forma di grossi volatili che formano una grande corona. Li contano: sono 59. Dopo alcuni minuti essi rompono la corona e si dispongono in maniera da for­mare sul cielo la parola AVE.

Il 7.12.1985 appare nel cielo sopra il castello, prima alle ore 18, poi alle ore 21,30 la Madonna. La vedono un centinaio di persone raccolte avanti al cancello: osservano una scia luminosa che si apre e nel mezzo appare luminosissima la Madonna Immacolata.

3. Messaggi

Naturalmente i messaggi sono molti ed è impossibile riportarli: vengo­no dati a un gran numero di veggenti. Ne riportiamo soltanto alcuni. Il 25.9.1985 apparendo a Mattia Mafalda le disse: « Chiamatemi “La Ma­donna del Castello”, perché qui io sono apparsa; ma io sono l’Immacolata Vergine Madre di Gesú ». Il 10.1.1986, apparendo alla stessa, le dice: « Figli miei, Dio mi manda sulla terra per venire a salvarvi tutti, perché il mondo intero è in pericolo. Vengo in mezzo a voi a portare la pace nei vostri cuo­ri. Gesú vuole che nel cuore di tutta l’umanità regni la pace e vuole la conversione di tutti gli uomini. Perciò, miei cari figli, pregate, pregate, pregate. Se non pregate non riceverete nulla. Il tempo a vostra disposizio­ne è breve. Verranno sciagure per tutti gli abitanti della terra. Cari figli, quando Dio viene tra di voi con qualche manifestazione non viene per scherzo. Egli non ha paura dei prepotenti e degli indifferenti; perciò prendete sul serio questo messaggio. Io pregherò perché Dio non vi punisca. Dio dice: “Salvatevi, pregate molto, fate penitenza e convertitevi; con la preghiera potete ottenere tutto”. Gli uomini non devono amare solo Dio, ma anche i fratelli sofferenti e debbono combattere la fame nel mondo. L’umanità è piena di grandi peccati che offendono l’amore di Dio. La pace sulla terra sta per finire. Il mondo non può essere salvato se l’umanità non ritorna a Dio. Figli miei, vi supplico di pregare per la conversione di tutti i popoli. Fate penitenza e salvatevi dall’inferno. Io combatterò la lotta fina­le contro satana, ed essa si concluderà con il trionfo del mio Cuore Imma­colato e con l’avvento del regno di Dio nel mondo. Coloro che oggi rifiu­tano Dio, andranno domani lontano da lui nell’inferno. Mi sono presenta­ta a voi come la Vergine Immacolata, madre di Gesú, e vengo a portare a voi, cari figliuoli, la misericordia, il perdono e la pace nel nome di Dio Pa­dre. Fate leggere questo messaggio ai sacerdoti. Desidero che sia divulga­to a tutti al piú presto. Non vergognatevi del mio messaggio, ma ditelo a tutti quelli con i quali vi incontrerete. Il diffondere il mio messaggio è opera di grande apostolato, perché con l’informazione sulle apparizioni e la conoscenza dei messaggi molte persone pregheranno di piú. Ora vi be­nedico tutti. Ricordate: preghiera e penitenza e pregate per la conversio­ne di tutta l’umanità».

Il 24.2.1986 le dice: « Cari figli, in questi giorni sono tanto triste perché Satana desidera intralciare i miei piani; mi dovete aiutare, con le vostre preghiere. Pregate, pregate, pregate affinché si avverino i miei piani. Non abbiate paura. Io sono sempre vicino a voi ».

Il 7.5.1986 a Biagio Tarcisio, appena arrivato al cancello, la Madonna di­ce: « Caro figlio, la tua preghiera non deve essere solo il rosario; le tue giornate devono essere una preghiera continua fatta di opere buone, di amore verso gli altri, di penitenza. Questo non vale solo per te, ma per tut­ti. Figlio mio, quando reciti il rosario devi pensare che in ogni mistero ci sono racchiusi tutto l’amore e la sofferenza di mio figlio e mio per tutti voi ».

Il 21.6.1986 Vania Calce, salita al cancello per pregare, vide la Madonna vestita di bianco e con le mani giunte. Il suo volto era triste, i suoi occhi lacrimavano sangue, e con voce dolce le disse: « Pregate, perché, se non pregate, il mondo non si salverà ».

Il 28.1.1986 la Madonna disse a Santa Agorini di Frattamaggiore (Napo­li), andata a Oliveto Citra con altri pellegrini: « Se pregate vi aiuterò a scampare dai flagelli che dovrebbero abbattersi sul mondo per i peccati. Mi vedranno molti bambini e molti giovani »; e, mentre cominciavano ad andarsene, la Madonna aggiunse: « Vorrei abbracciarvi tutti. Ciao ».

L’1.2.1986 mentre Tarcisio Di Biase recitava con tanti altri il rosario vici­no al cancello, gli comparve la Madonna e gli disse: «Figli miei, come sono felice che pregate insieme!»; quindi, elevate le braccia al cielo, disse: « Figlio mio, vedi quante persone che pregano! Abbi pietà di loro! »; e s’innal­zò al cielo avvolta e illuminata da un fascio di luce abbagliante.

Il 3.12.1985 la Madonna disse a Elsa De Rosa di Ercolano (NA): « Sono ve­nuta a portare la pace, l’unione, la gioia».

L’8.12.1985 la Madonna, apparendo vicino al cancello a Rita Rocco di Bellizzi (SA), le disse: « Riferisci alle persone che io desidero che si reciti il rosario in ogni famiglia. Io vorrei stringervi tutti nelle mie braccia ».

L’1.6.1986 la Madonna, apparendo a Umberto Bacco, andato con tanti pellegrini a Oliveto Citra, gli disse rivolta a tutti i pellegrini: « Cari figli, voi vi attardate a cercarmi e non vi accorgete che sono in mezzo a voi. Non vi rattristate se non mi vedete tutti; basta che io veda voi. Non immaginate quanto vi voglio bene, anche se non sempre pregate e mi rendete cosí feli­ce ». « Voi siete tutti nel mio cuore e sempre vi resterete. Cari figli, state at­tenti: sono molte le persone che fanno sacrifici al demonio col peccato e lo rendono piú potente. Perciò pregate, pregate, pregate e partecipate spesso al sacrificio della santa Messa ».

Il 16.6.1986, apparendo a Mattia Mafalda, disse: «Cari figli, vi invito a parlare poco e a pregare molto. Con le parole non otterrete nulla; solo con la preghiera potete comprendere meglio ogni cosa e ricevere di piú. Vi in­vito ad aprire il Vangelo: leggetelo e credete. In esso è la risposta a tutti i vostri quesiti, perché il Vangelo contiene le parole di mio Figlio».

Il 16.6.1986 la Madonna, apparendo a Giacone Maria Teresa, le disse: « Cari figli, divulgate la parola di Dio e recitate il rosario perché molti sono lontani da me ».

CAP. XX – MEDJUGORJE

1. Le apparizioni

Ormai questo villaggio sperduto dell’Erzegovina Gugoslavia) è dive­nuto uno dei santuari piú celebri del mondo. Dal 1982 vi sono andati a vi­sitarlo oltre 12 milioni di pellegrini. Un vecchio marxista di Mostar ebbe a dire: «Mai, e poi mai noi, vecchi marxisti avremmo immaginato che nella patria di Tito potessero verificarsi cosí clamorose manifestazioni di su­perstizione religiosa ».

Questo è l’atteggiamento di chi vuol chiudere ostinatamente gli occhi alla luce. I fatti si sono iniziati cosí: nel pomeriggio del 24.6.1981 Ivan, Vic­ka, Mirijana, Maria e Ivanka giocano alle falde del colle Podbrdo, sopra il quale si erge una grande croce in cemento armato. Ad un tratto vedono una nube luminosa dentro la quale scorgono la « Velika Gospa », cioè la Grande Signora, bella e splendente. I veggenti riferiscono: « Vestiva un abito grigio, portava un mantello bianco, era incoronata di stelle e aveva in braccio un bambino. Ci parlava in croato, con una voce melodiosa che sembrava un canto; ci chiamava “angeli miei” ». I veggenti ebbero paura. La Madonna dice loro: « Non abbiate paura; sono la Madre celeste; tornate domani in questo luogo, alla stessa ora perché desidero parlarvi ».

L’indomani i 5 veggenti ritornano con in piú il piccolo Jakov; portano l’acqua santa per aspergere l’apparizione, nel timore che sia un’illusione diabolica.

La Madonna, apparendo, sorride e dice loro: «Io sono la Madre di Dio, la Regina della Pace ».

Si sparge la notizia di queste apparizioni. Da principio la gente è scetti­ca; accorre nelle successive apparizioni; ma, osservando i ragazzi mentre vedono la Madonna, si convincono quasi tutti della realtà delle apparizio­ni e vengono presi dall’entusiasmo. L’afflusso della gente mette in allar­me il Governo comunista, che fa mettere un reticolato attorno al monte Krizevac dove avvengono le apparizioni, per impedirne l’accesso e, in un secondo tempo fa arrestare i sei veggenti. Questi vengono liberati dopo alcuni giorni; e da allora le apparizioni avvengono giorno per giorno in una stanzetta dei locali parrocchiali. Cosí fino al 1988. Ora le apparizioni avvengono qualche volta al mese.

2. Garanzie

La prima garanzia la dà, senza volerlo, la Polizia. Questa mette i sei ra­gazzi in sei celle differenti, in maniera che nessuno può parlare con gli al­tri; quindi li fa interrogare separatamente da abili giudici per farli cadere in contraddizione circa la statura, il colore, le vesti, l’atteggiamento, i messaggi della « Signora »; ma, avendo ottenuto risposte perfettamente identiche da ciascuno di essi, è costretta a rimetterli in libertà.

Identici interrogatori sono stati fatti negli anni seguenti da varie com­missioni, fra le quali da una vescovile molto pignola, ma sempre con uguali risultati. Altre commissioni di carattere scientifico, fatte soprattut­to da medici, hanno esaminato i veggenti durante le apparizioni con stru­menti elettronici e punzecchiandoli; ed hanno constatato in tutti uno sta­to totale di insensibilità durante le apparizioni.

A tutte queste osservazioni si aggiungono un grandissimo numero di prodigi visti da tutti: vari prodigi solari piú o meno come quello del 13.10.1917 a Fatima; e innumerevoli volte una grande luce dietro la Croce del Krizevac; una volta addirittura un grande fuoco, tale che dovettero accorrere i pompieri sul Krizevac, ma non vi trovarono nessuna traccia di fuoco.

3. Messaggi

Ci sono molti che non vogliono prendere in nessuna considerazione i messaggi che ci vengono dalle varie apparizioni della Madonna, dicendo che prima si deve pronunziare la Chiesa sulla loro autenticità. A costoro si risponde con quanto dice il Card. Ratzinger a proposito delle apparizio­ni di Medjugorje: « Sarebbe un guaio se, a motivo dell’attesa del giudizio della Chiesa, non si dovessero prendere in seria considerazione le urgen­ze segnalate a Medjugorje ».

I messaggi che la Madonna ha dato a Medjugorje sono tanti da riempi­re un grosso volume. Essi sono una vera scuola e una guida alla conver­sione, alla preghiera, all’apostolato, alla santità. Ne spigoliamo soltanto alcuni: la Madonna cosí si presenta: « Io sono la Regina della Pace. Il mon­do ha forti tensioni. Se continua cosí, finirà male. Solo nella pace troverà salvezza; però avrà la pace solo se troverà Dio ».

Il 24.6.1983: « Sono venuta per dire al mondo che Dio c’è, che Dio è la pienezza della vita. Per avere la pace bisogna convertirsi a Dio ».

« Convertitevi, non aspettate. Voi non sapete quello che Dio manderà al mondo ».

« Dio non intende scherzare con gli uomini; prendete sul serio i suoi ri­chiami» (11.8.1983).

« Molti cristiani hanno perso la fede perché non pregano. Voi avete di­menticato che con le preghiere e il digiuno potete allontanare anche le

guerre. Non si può sostituire il digiuno con l’elemosina e la preghiera. Oc­corre pregare, digiunare, fare elemosina ».

« Coloro che non pregano sono atei » cioè non hanno Dio.

« Non si deve rinunziare al digiuno corporale; il migliore è quello di pa­ne ed acqua e nient’altro. Vero digiuno è rinunziare a tutti i peccati, e in­nanzi tutto ai programmi televisivi, che sono un grave pericolo per la fa­miglia: dopo i programmi TV non siete piú capaci di pregare. Rinunciate all’alcool, alle sigarette, ai vari piaceri: tali rinunce tutti le possono fare.

Dite a tutti i miei figli e a tutte le mie figlie, dite a tutto il mondo e al piú presto che il mio cuore arde per voi e che io voglio conversione, soltanto conversione ». « La parola che voglio dire a tutti al piú presto è: convertite­vi. Io pregherò mio Figlio perché non punisca il mondo; ma voi converti­tevi. Voi non potete sapere quello che Dio manderà sul mondo ».

« Ciascuno può liberamente decidere. Rinunciate a tutte le passioni di­sordinate. Abbandonatevi totalmente in Dio. Buttate via da voi, una volta per sempre, tutte le paure. Le persone che si sono totalmente abbandona­te a Dio non hanno piú spazio nel loro cuore per la paura ».

« … cominciate ad amare i vostri nemici; non giudicate, non disprezza­te, non maledite, ma portate soltanto amore e benedizione e pregate per i vostri avversari… Le persone che decidono di appartenere a Dio total­mente sono tentate dal demonio ».

« Tu devi sapere che Satana esiste. Egli ha il permesso da Dio di provare la Chiesa, ma non la distruggerà. Quando saranno realizzati i segreti affi­dati a voi, il potere di Satana sarà distrutto. Ora è diventato aggressivo, di­strugge i matrimoni, mette litigi fra i sacerdoti, ossessiona le persone … Perciò proteggetevi da lui, con la preghiera, col digiuno. Innanzitutto con la preghiera comunitaria. Portate con voi i segni sacri nelle vostre case. Rinnovate l’uso dell’acqua benedetta. Satana non può nulla contro colo­ro che hanno fede ferma in Dio ».

« Confessatevi, riflettete anche sui peccati passati; dovete rinunziare ad ogni peccato. Con la penitenza, con il digiuno, e la preghiera potete fare tutto; dipende da voi il vostro futuro… “Per i cristiani non esiste la cata­strofe”. “Cari figli, oggi desidero avvolgervi tutti nel mio manto e condur­vi tutti sulla strada della conversione”. Cari figli, vi prego, date al Signore tutto il vostro passato, tutto il male che si è accumulato nei vostri cuori. Desidero che ognuno di voi sia felice, ma nessuno può esserlo con il pec­cato. Perciò pregate, e nella preghiera riconoscerete la nuova strada della gioia. La gioia si manifesterà nei vostri cuori e in tal modo sarete gioiosi testimoni di ciò che io e mio Figlio desideriamo da ognuno di voi » (8.3.1987).

« Cari figli, invito ognuno di voi a cominciare a vivere nell’amore di Dio. Voi, purtroppo siete pronti a commettere il peccato e a mettervi nelle mani di Satana senza riflettere. lo invito ciascuno di voi a decidere co­scientemente per Dio e contro Satana. Io sono vostra Madre; perciò desidero condurvi tutti alla santità completa. Desidero che ognuno di voi sia felice qui sulla terra e sia con me in cielo. Questo è, cari figli, lo scopo della mia vita venuta qui e il mio desiderio » (7.6.1987).

« Cari figli, desidero che comprendiate che Dio ha scelto ognuno di voi per adoperarlo nel grande piano di salvezza dell’umanità… Nell’aposta­sia generale Dio ha scelto me come la guida del suo popolo e i “suoi” come strumento di salvezza… Non c’è da attendere perché è imminente (crono­logicamente, non solo “escatologicamente”, dice Mirijana) la manifesta­zione di Cristo glorioso. Gli uomini che sono immersi nel mistero dell’ini­quità lo dovranno riconoscere a loro confusione; quelli che si saranno convertiti a loro gloria. Il mondo che è sotto il potere del maligno vedrà uno sconvolgimento che distruggerà tutti i suoi piani, perché risalti a tut­ti che Dio è l’unico Signore ».

Siamo all’ultima fase del progetto di Dio affidato a Maria.

« Quelle di questi tempi, ha detto la Madonna, sono le ultime apparizio­ni mie sulla terra ».

« Voi non potete capire quanto è grande il vostro ruolo nel progetto di Dio. Perciò, cari figli, pregate affinché nella preghiera possiate compren­dere il piano di Dio attraverso di voi ».

« Cari figli, vi prego di accogliere da oggi la via della santità. Vi amo e per questo desidero che siate santi. Non voglio che Satana vi ostacoli su tale via. Cari figli, pregate e accogliete tutto ciò che Dio vi porge su questa via che è dolorosa. Ma per chi comincia a percorrerla Dio ne rivela tutta la dolcezza in modo che risponderà volentieri ad ogni sua chiamata. Non date importanza alle piccole cose (di quaggiú). Tendete al cielo » (25.7.1987).

« Cari figli, anche oggi vi invito alla conversione completa, la quale è difficile a tutti coloro che non hanno scelto Dio. Io vi invito, cari figli, alla conversione completa in Dio. Dio può darvi tutto quello che chiedete a lui; ma voi cercate Dio solo quando vengono malattie, problemi, difficoltà e pensate che Dio è lontano da voi e che non vi ascolta e non esaudisce le vostre preghiere. No, cari figli, questo non è vero! Se voi state lontano da Dio, non potete ricevere le grazie, perché non lo cercate con fede ferma. Io prego per voi, giorno dopo giorno e desidero sempre di piú avvicinarvi a Dio, ma non posso, se voi non lo desiderate. Perciò, cari figli, mettete la vostra vita nelle mani di Dio » (25.1.1988).

« Cari figli, non permettete che Satana vi seduca; egli è abbastanza forte e per questo chiedo che mi offriate le vostre preghiere per quelli che sono sotto il suo influsso, affinché si salvino. Testimoniate con la vostra vita e sacrificate le vostre vite per la salvezza del mondo. lo sono con voi e vi ringrazio. Poi, in cielo riceverete dal Padre il premio che vi è promesso. Perciò, figlioli non abbiate paura. Se pregate, Satana non vi può minima­mente nuocere, perché siete figli di Dio, e lui tiene il suo sguardo su di voi. Pregate! Che il rosario sia sempre nelle vostre mani, come segno, per Satana, che mi appartenete » (25.2.1988).« Io vi domando di non per­mettere al mio cuore di versare lacrime di sangue a causa delle anime che si perdono per il peccato. Per questo, cari figli, pregate, pregate, pregate » (24.5.1984).

« Pregate perché Satana si sforza continuamente di rovinare i miei pia­ni. Pregate col cuore e nella preghiera offritevi a Gesú » (11.8.1984).

« Oggi vi domando di leggere ogni giorno nelle vostre case la santa Bib­bia e di metterla in evidenza perché vi inciti a leggerla e a pregare » (18.10.1984).

« Oggi vi invito alla preghiera del cuore e non meccanica. Alcuni ven­gono, ma non desiderano avanzare nella preghiera… Vi invito a una pre­ghiera piú attiva e a una maggiore partecipazione alla Messa. Io desidero che la Messa sia per voi un’esperienza di Dio » (16.5.1985).

« Vi invito tutti oggi a pregare perché si realizzino i piani di Dio con noi e tutto quello che Dio desidera attraverso voi. Aiutate gli altri a convertir­si » (30.1.1986).

« Vi invito a cominciare a cambiare la vostra vita nella famiglia. Che la famiglia sia un fiore armonioso che io desidero donare a Gesú. Cari figli, che ogni famiglia sia attiva nella preghiera; desidero che un giorno si ve­dano i frutti nella famiglia. Allora solamente io vi offrirò tutti come dei petali a Gesú nella realizzazione dei piani di Dio » (1.3.1986).

« Io desidero rivestirvi di giorno in giorno di santità, di bontà, d’obbe­dienza e d’amore per Dio affinché di giorno in giorno voi possiate appari­re sempre piú belli agli occhi del Signore. Cari figlioli, ascoltate e vivete i miei messaggi. Io voglio guidarvi » (24.10.1985).

« Io desidero invitarvi a vivere la santa Messa. Vi sono molti tra di voi che hanno compreso la bellezza della Messa; ma vi sono tanti altri che vi assistono mal volentieri. Io vi ho scelto, cari figlioli, ma Gesú vi dona le sue grazie durante la Messa. Perciò vivete coscientemente la Messa e che ciascuna Messa sia per voi piena di gioia. Venite con amore e partecipate alla S. Messa » (3.4.1986).

« Vi invito a vivere l’amore verso Dio e verso il prossimo. Senza amore non potete nulla. Vi prego, figlioli, a bruciare, a cominciare da oggi, d’amore per tutti».

« Invitate tutti a recitare il Rosario. Col rosario si vincono tutte le diffi­coltà che Satana vuol mettere contro la Chiesa Cattolica. Che i sacerdoti recitino il rosario, lo facciano recitare, dedichino del tempo al rosario » (25.6.1985).

«Vi prego di cominciare da oggi il cammino verso la santità» (25.7.1987).

CAP. XXI – BELPASSO: 1986-1988

1. Le apparizioni

Il veggente di Belpasso è Rosario Toscano di Catania. Cominciò ad ave­re le apparizioni della Madonna nel 1986 a 14 anni, prima a casa sua, dopo nella roccia di Belpasso, dove la sua famiglia possiede una bella casina di villeggiatura. Nel maggio 1986 la Madonna gli promise che lo avrebbe guarito da una fastidiosa malattia dovuta a un virus chiamato ECO; il me­se seguente lo guarí.

L’8.12.1986, trovandosi nella casa di villeggiatura, sul mezzogiorno fece una passeggiatina fra le sciare (ossia le colate laviche raffreddate) circo­stanti. Lí gli comparve la Madonna, gli diede un messaggio e gli disse che gli sarebbe apparsa il primo gennaio. Da allora continuò ad apparirgli nel­lo stesso luogo per appuntamento il primo giorno di ogni mese a mezzo­giorno. Il 1° maggio 1988 gli disse che non gli sarebbe apparsa piú.

2. Le garanzie

Ho avuto maniera di studiare Rosario; fra l’altro, una volta lo sottoposi per mezz’ora a una serie di test: mi sembra un ragazzo semplice e sincero; non ha manie di protagonismo; rifiuta le interviste; è piuttosto timido.

I messaggi li trasmette ogni volta, ritornato a casa dopo l’apparizione, e dopo essersi chiuso nella sua stanza e averli scritti, generalmente durante mezz’ora. Il contenuto dei messaggi è superiore alle sue capacità e alla mentalità dei suoi genitori. Quando si chiude nella sua stanza è sempre solo, come ogni volta controlla una grande quantità di persone, fra le quali molte volte ci sono stato io stesso. E’ assurdo che egli li abbia ogni volta trascritti da un foglio preparato prima, sia perché vi sono spesso de­gli errori di grammatica o di sintassi, sia perché conosco intimamente il suo direttore spirituale, padre Dino Magnano. Il contenuto dei messaggi è ortodosso e altamente formativo. Mentre la Madonna appare a Rosario, spesso viene vista da tante altre persone; fra di esse un giorno cinque per­sone dissero a me di averla vista; un’altra volta me lo dissero una diecina di persone; un’altra volta me lo dissero un centinaio di pellegrini palermi­tani. Molte migliaia di persone hanno visto durante l’apparizione un pro­digio solare: il sole che diventa pallido, che gira attorno a sé stesso, che pulsa mandando raggi rossi, che sembra correre nel cielo, che sembra precipitarsi nella terra, ecc. Fra queste persone io stesso l’ho visto due vol­te. Moltissime persone scattando delle foto nel cielo durante le apparizio­ni ne ricavano immagini impressionanti: in alcune appare una sagoma della Madonna; in altre appare una porta luminosa; in altre si distingue con chiarezza il numero 21. Molti dicono di avere ricevuto dei miracoli durante le apparizioni: a me hanno lasciato dichiarazione scritta la prof. Maria Sciacca (via Fratelli Bandiera, Gravina di Catania) e il segretario del­la Corte d’Appello di Palermo. La prima soffriva di una dolorosa artrite che da 20 anni le impediva di camminare (comprovata da cartella clinica e resistente a tutte le cure); la moglie del secondo soffriva da 17 anni di un fastidiosissimo tic nervoso che le faceva girare continuamente la testa.

Per tutti questi motivi c’è stato un afflusso spettacolare di pellegrini per ogni apparizione, fino a raggiungere negli ultimi mesi il numero di circa 200.000 con centinaia di autobus e migliaia di macchine da tutta l’Italia.

3. I messaggi

a) Conversione

La Madonna cosí si presenta a Rosario: « Io sono la Regina della Pace. Desidero che entriate nel mio Cuore con umiltà e amore; che recitiate ogni giorno il Rosario, che vi confessiate e comunichiate in modo da esse­re sempre piú degni dell’amore di Cristo» (1.1.1987). Nell’apparizione dell’1.4.1988 Rosario vede Gesú Crocifisso e la Madonna in ginocchio ai suoi piedi; e mentre, su invito di lei recita il rosario, tutte le volte che dice: « Santa Maria, madre di Dio, prega per noi peccatori », vede che la Madon­na alza pietosamente gli occhi al cielo per intercedere per noi. È per sua intercessione che noi otteniamo ogni grazia e che il mondo viene salvato.

L’1.3.1987 gli dice: «Convertitevi… presto; non c’è tempo; pregate per la pace nel mondo».

L’ 1.10.1987: « Promettete dì abitare sempre nella casa del Signore; essa è sempre aperta. Vi invito a mettere la sacra Bibbia in un luogo che si noti e che faccia capire che deve essere letta quotidianamente, e soprattutto un passo del Vangelo. La vostra guida sia il Santo Vangelo, la Parola di Dio » (1.5.1987).

In ogni messaggio la Madonna ripete alla fine: «Che il Vangelo, parola di Dio, sia sempre nelle vostre menti, che sia la vostra parola, ma che, so­prattutto, sia scrittura nei vostri cuori».

Ugualmente quasi ad ogni apparizione ripete nel messaggio: « Conver­titevi, confessatevi, comunicatevi; chi rifiuta di confessarsi e di comuni­carsi, rifiuta di salvarsi» (1.7.1987).

Il 18.7.1986 disse: «Dio vi ama tanto; ma voi non lo comprendete. Dio è onnipotente, Dio è clemente, Dio è misericordioso, ma non interviene sempre su questa terra, perché allora non sareste liberi; sareste condizio­nati e obbligati. Il suo desiderio è quello di avere delle anime che hanno liberamente scelto la retta via ».

L’1.2.1987 la Madonna fece vedere a Rosario il paradiso, il purgatorio, l’inferno. Rosario non vide Dio, ma vide uno stuolo immenso di beati, tut­ti biancovestiti, splendenti, luminosi, gioiosi che cantavano le lodi e la gloria di Dio; sopra di essi c’era un’immensa luce che si rifletteva su di lo­ro e rifletteva tra loro. Quindi Rosario vide il purgatorio: un numero gran­de di anime con vesti colore marrone, piú o meno scuro, supplichevoli.

La visione dell’inferno fu esattamente uguale a quella che ebbero i tre fanciulli di Fatima: appena la Madonna aprí le mani, uscì da esse una luce intensa che fece aprire la terra come una melagrana vicino a Rosario. Den­tro quell’abisso Rosario vide un mare di fuoco, dove erano immerse delle persone che bruciavano e gemevano e tra di esse animali orribili di specie sconosciuta nella terra. A quella vista Rosario si sentì morire e svenne.

b) Accorati inviti alla preghiera

« Ora, cari figli, rinnovo la mia richiesta: recitate molti rosari, fate sacri­fici per la conversione dei peccatori, digiunate per la pace nel mondo e, soprattutto, partecipate piú volte alla settimana alla S. Messa, ma con tut­to il cuore e con dei buoni propositi nell’impegno a migliorare e santifica­re la vostra anima, a rendere puri i vostri cuori ». Sono troppi i vostri affan­ni di ogni giorno; però quante sono le volte in cui vi fermate a dissetarvi presso il Signore? Come il cervo va all’acqua, cosí anche voi dovete fare con Dio. Non chiudete il vostro cuore all’Amore, ma dite: « Ha sete di te, Signore, l’anima mia» (1.11.1987). «Siate costanti nella preghiera. Date sempre una maggiore importanza alle preghiere, impiegate piú tempo per Dio; partecipate spesso alla S. Messa; confessatevi, comunicatevi, non ri­ponete mai il vostro rosario » (1.9.1987).

« Cominciate a fare penitenza; partecipate alla Messa piú volte alla set­timana. In questo mese di tentazioni confessatevi ogni domenica » (1.7.1987).

« Che l’anima vostra abbia sete del Signore. Il Signore venga a voi e ren­da sempre pieni d’amore, di pace e di bontà i vostri cuori. Desidero che ogni venerdí facciate un’ora santa in riparazione degli oltraggi che riceve Gesú e dei sacrilegi e delle indifferenze con cui viene offeso. Fate peniten­ze e digiuni, soprattutto in questo mese in cui viene piú offeso » (1.8.1987).

« Dovete sapere che quando pregate divenite molto piú belli. Come fio­ri in primavera, vi mostrate piú belli; il vostro cuore si apre al Signore e per lui diventate molto piú preziosi di prima, a tal punto che diventate de­gni del paradiso. Preparatevi ad una buona confessione con un esame di coscienza meticoloso » (1.12.1987).

« Meditate spesso la Via Crucis; pregate col santo Rosario; confessatevi piú spesso. La S. Messa è il compendio delle meraviglie che Dio ha operato per gli uomini; voi assistete al grande sacrificio della Passione e morte di Gesú. Nella S. Messa si contemplano e si celebrano i grandi misteri di Dio. Aspirate tutti alla resurrezione e al paradiso. Non fuggite la croce che vi è stata assegnata. In tal modo anche voi partecipate al sacrificio eucaristico. Accostatevi all’Eucarestia… Durante la settimana andate piú spesso alla S. Messa» (1.3.1988).

c) Apostolato

« Portate sempre l’amore nei vostri cuori; siate sempre piú degni del Sa­cro Cuore di Gesú; portate la parola del Vangelo per le strade, in famiglia, e in tutto il mondo, perché l’unico faro, l’unica vita e via è mio Figlio » (1.1.1987).

« Molti hanno dimenticato che essere veri cristiani vuol dire annuncia­re la buona novella… Spesso molti si dicono cristiani e non si accorgono che loro stessi sono causa della perduta fede di molti. Ognuno di voi do­vrebbe radicare prima la propria fede e poi convertire il prossimo … An­date ed evangelizzate; non abbiate timore perché il mio Cuore Immacola­to sarà sempre con voi » (1.2.1987).

« Non cercate altro: propagate l’amore di Gesú, predicando e vivendo il santo Vangelo » (1.4.1987).

« Date aiuto al vostro fratello bisognoso: ogni piccola o grande azione che voi avrete fatto ad uno di questi fratelli piú piccoli, l’avrete fatta a Ce­sú » (1.9.1987).

d) Il ritorno di Gesú

A Belpasso nei suoi messaggi molte volte la Madonna ha ripetuto che c’è poco tempo. Dopo aver fatto avere a Rosario nell’ottobre il nostro li­bro “Il ritorno di Gesú” perché chiedesse alla Madonna se l’approvava, la Madonna in tre messaggi parlò esplicitamente del vicino ritorno di Gesú. L’1.11.1987 disse: «Siate consapevoli della sua imminente venuta».

L’1.2.1988 disse: « Oggi siete stati chiamati a un compito particolare che Gesú nella sua misericordia ha voluto affidarvi: annunziare al mondo la sua imminente venuta. Siate grati, ma non insuperbitevi, perché Dio non sceglie i migliori, ma i piú docili al suo spirito ».

L’1.5.1988: « Ora devo dirti una cosa molto importante: puoi dirla a tut­ti. Dopo il periodo di pace che concederò al mondo per mezzo del mio Cuore, accadrà che molti si allontaneranno da Dio, si vergogneranno di lui. Finito il periodo di pace, accadranno molti eventi spiacevoli per ogni famiglia, per ogni città, per ogni nazione, per il mondo intero: questo perché molti si adageranno di nuovo e si dimenticheranno di Dio e delle sue leggi. La Chiesa avrà molto da soffrire. Prima che questo accada, ti avver­tirò in modo che tu possa dirlo a tutti ».

Sembra chiaro che con queste ultime parole la Madonna abbia voluto parlarci di quel periodo di pace seguente la conversione della Russia, di cui ha parlato a Fatima, e di quell’ultima pace nella quale il Vangelo dovrà venire predicato nel mondo intero; e per questo a Medjugorje, a Schio e a Belpasso ci sprona ripetutamente a pregare, a fare sacrifici e ad evangeliz­zare il mondo intero. A questo periodo di pace seguirà l’ultima persecu­zione contro la Chiesa; dopo di che potrebbero esserci il ritorno di Gesú, la resurrezione dei morti, il giudizio universale e l’assunzione di tutto il Corpo Mistico glorioso in cielo.

Questa opinione sembra venire confermata da due prodigi:

1) La foto qui riprodotta in ultima pagina di copertina, recante i numeri 3 e 21. Essa è stata scattata nel cielo di Belpasso durante un’apparizione della Madonna da persona di mia fiducia: prof. Occhino Rosina, via Li­bertà, 115/G, 95018 Riposto (Catania). Lo stesso numero ho visto duran­te un’apparizione della Madonna a Belpasso in una foto scattata con polaroid da persona che non ricordo.

a) Gli stessi numeri 3 e 21 si sono formati col sangue in casa Orofino in Adrano nel 1981 durante i prodigi di lacrimazione di sangue del volto di Gesú Misericordioso e della Madonna di Fatima. Come sappiamo le apparizioni di Gesú Misericordioso a Suor Faustina Kowalska sono ben viste dalla Chiesa, tanto che è stato iniziato il processo di beatifica­zione della medesima. In una di tali apparizioni Gesú disse a Suor Fau­stina: « Il tuo compito è di preparare il mondo alla mia seconda e ulti­ma venuta… Questo è un segno degli ultimi tempi: dopo di essi sorge­rà il giorno di giustizia…».

« Dalla Polonia uscirà la scintilla che preparerà il mondo alla mia ul­tima venuta ».

In conseguenza il n. 3 ci sembra indicare che è giunto il tempo dell’av­veramento del 3° segreto di Fatima; il n. 21 ci sembra chiaramente volere indicare il capitolo 21 dell’Apocalisse nel quale, dopo l’era di Satana e la sua sconfitta definitiva, dopo la resurrezione dei morti e il giudizio uni­versale, si parla della conclusione della Storia con l’ascensione in cielo del Corpo Mistico glorioso risuscitato.

CAP. XXII – I FALSI PROFETI

In questo secolo si vanno diffondendo con una virulenza spaventosa ogni genere di eresie e di sette (Testimoni di Geova, Mormoni, Chiesa del­l’Unificazione, ecc.); e, contemporaneamente vanno invadendo il mondo cristiano attivisti pagani ad esportarci le loro religioni, particolarmente i discepoli di Hare Krishna e quelli di Sai Baba.

E una moltitudine di cristiani, completamente digiuni delle motivazio­ni profonde della nostra fede e anche delle verità piú elementari del cate­chismo vanno apostatando dalla fede cattolica per diventare:

a) O discepoli di Russel, o di Smit, o di Moon; ai propagandisti dei quali dovrebbero, invece, fare questo semplice discorso: « Prima di Russel, di Smit, di Moon, gli uomini si salvavano o no? ». Se poi tali propagandisti dovessero rispondere: « Si »; bisognerebbe rispondere; « E allora, come si salvavano nel secolo scorso senza di loro, ci salveremo ora senza di loro»; se, invece, tali propagandisti dovessero dire: «Non si salvavano»; bisognerebbe rispondere: «Allora il Salvatore non è piú Gesú, ma è Russel, oppure Smit, oppure Moon. Andate via, perché per me il salvatore è Gesú soltanto ».

b) O per diventare devoti di Krishna, gabbato per personaggio storico e incarnazione di Brama, senza sapere che Krishna non solo non è un personaggio storico, ma non è neanche esistito, ed è solo una favola.

c) O per diventare devoti di Sai Baba, che si spaccia per una reincarnazio­ne di Gesú, il quale, secondo lui, fu una reincarnazione di Krishna; e si fanno ingannare dai prodigi che Sai Baba fa con l’aiuto del diavolo. Si avverano cosí: la profezia di San Paolo: « Verrà un tempo in cui gli uomini non sopporteranno piú la sana dottrina, ma per prurito di ascolta­re cose piacevoli, si circonderanno di una folla di dottori secondo i loro capricci e, distogliendo gli orecchi della verità, si volgeranno a favole » (z Tim. 4, a); e le profezie di Gesú: « Sorgeranno molti falsi profeti e sedurran­no molti… Vi sarà allora una tribolazione sí grande, quale non ci fu mai dal principio del mondo fino ad ora, né mai vi sarà. E se quei giorni non fossero abbreviati, non scamperebbe anima viva; ma, in grazia degli eletti, quei giorni saranno abbreviati. Allora, se qualcuno vi dirà. “Ecco, il Cristo è qui”, oppure: “è là!”, non gli credete: perché sorgeranno falsi Cristi e falsi profeti che faranno grandi portenti e prodigi da sedurre anche gli eletti, se fosse possibile. Ecco, ve l’ho predetto. Se, dunque, vi diranno: “Ecco, è nel deserto”, non vi andate; “ecco, è nell’interno della casa”, non ci credete;

perché come il lampo esce da levante e si mostra fino a ponente, cosí pure sarà la venuta del Figlio dell’uomo » (Mt. 24,11-z7). E subito dopo, dice Ge­sú, vi sarà il giudizio universale.

Qui ora parliamo soltanto di qualche setta. i. I Testimoni di Geova

1. Origine

Da circa un secolo i Testimoni di Geova, che per brevità chiameremo TdG, imperversano nel mondo.

Essi desiderano che non si parli dei loro capi. Vedendone la loro storia ne scopriremo i motivi.

il fondatore è un commerciante di Pittsburg (Pennsylvania USA) e si chiama Charles Taze Russel. La moglie lo fece condannare per adulterio e lo lasciò. Altre tre volte fu processato per imbrogli fatti.

Egli scoprí nel 1874 che dalla morte degli apostoli nessuno aveva piú capito la Bibbia e che proprio lui era il predestinato da Dio a farne capire agli uomini il significato.

Allora fondò un circolo di « Studenti internazionali della Bibbia », chia­mati anche Bibbiani o Russelliti e che Rutherdorf, successore di Russel, nel 1931 chiamò Testimoni di Geova. Naturalmente fu Russel che formò i suoi seguaci.

A tal fine fondò la rivista « Torre di Guardia », e, pur non avendo fatto nessun genere di studi biblici, compose ben sette volumi di Studi Scrittu­ristici che, secondo lui, erano piú importanti della Bibbia stessa, perché solo per mezzo di essi l’umanità ne avrebbe capito il senso. Egli dice te­stualmente: « Si tratta non di semplici commenti sulla Bibbia, essi sono praticamente la Bibbia… Quando si pongono da un canto “Studi sulle Scritture”… per andare alla Bibbia sola… in capo a due anni si ritorna nel­le tenebre. Se invece si legge semplicemente “Studi sulle Scritture” con le citazioni, senza leggere una pagina della Bibbia stessa, dopo due anni si sarebbe nella luce » (la T. di G. del 15.9.1910).

Russel dà le sue interpretazioni con estrema certezza perché, dice lui, gli sono state rivelate direttamente da Dio.

E superfluo dire quanto enormi siano i suoi spropositi.

Un giorno Dio disse a Mosé: « Se tu pensi: come riconosceremo la paro­la che il Signore non ha detta? Quando il profeta parlerà in nome del Si­gnore e la cosa non accadrà e non si realizzerà, quella parola non l’ha det­ta il Signore; l’ha detta il profeta per presunzione: di lui non devi aver paura » (Deut. 18, a1-zz).

Basta citare alcune profezie di Russel e del suo successore John Ruther­dorf per vedere la loro falsità, e quindi la falsità di tutta la dottrina dei TdG.

Lo faremo sulla scorta del bellissimo libro di un ex-TdG, Gunther Pape, Io ero testimone di Geova Queriniana – Brescia.

2. Le false profezie

a) Il tempo della fine di cui parla Daniele è di 115 anni che vanno dal 1799 al 1914.

« La carriera pubblica di Napoleone Bonaparte, che fu riconosciuto an­che nella sua epoca come “l’uomo del destino”, è descritta cosí chiara­mente nel discorso profetico, da inserirsi con certezza nel “tempo stabilito”.

Quando noi mostreremo che gli eventi citati qui nella profezia, concorda­no con le vicende storiche di Napoleone, potremo conoscere la data della fi­ne dei tempi senz’ombra di dubbio.

Il colpo di stato di Napoleone stabilisce, alla luce della profezia, il 1799 d.C. come termine dei 126o anni di dominazione papale, e inizio del perio­do che va sotto il nome di tempo della fine » (Studi Scritturistici, vol. III, P. 34).

II 1914 è l’ultimo anno del tempo della fine.

« Regno millenaristico e risurrezione dei principi Abramo, Isacco, Gia­cobbe, ecc. » (Id., p. 132).

« E nell’anno 1914 scomparirà ciò che Dio chiama Babilonia e gli uomini chiamano cristianità, come già fu indicato nella profezia » (Id., p. 146). « Non possiamo aspettarci la presa di possesso dei reggenti terreni pri­ma che sia spirato, nel 1914, il tempo delle nazioni pagane. Al principio del Regno, al termine dell’anno 1914 dunque … saranno investiti di potere so­lo i santi risorti dell’Antico Testamento, da S. Giovanni Battista giú giú fi­no ad Abele, Abramo, Isacco, Giacobbe e tutti i profeti » (vol. 1v, p. 325). Russel inoltre scoprí che il ritorno di Gesú avvenne nel 1874 (non im­porta se non l’abbia visto nessuno), mentre la resurrezione dei 144.ooo di cui parla l’Apocalisse avvenne 4 anni dopo (non si sa perché).

« Cosí abbiamo provato chiaramente con la Scrittura che il tempo del secondo avvento di Nostro Signore cade nel 1874 e precisamente nell’ot­tobre di quell’anno, secondo quanto già detto nel vol. ii, cap. 6 » (vol. III, p. 118).

« Poiché la resurrezione della Chiesa (cioè dei 144.ooo) deve aver luogo in qualche fase di questa “fine”… noi riteniamo piú consono al piano del Signore che i suoi Apostoli e tutti i vittoriosi dell’epoca cristiana che dor­mivano in Gesú, siano stati risuscitati nella primavera dei 1878 in spirito, come il loro Signore e Maestro » (Id., p. 219).

Non essendo avvenuta la fine del mondo nel 1914, Russel corse ai ripari e disse che Dio, nella sua infinita misericordia, per dar tempo ai peccatori di convertirsi e di diventare TdG, l’aveva differita di due anni. Non suc­cesso niente nel 1916 Russel disse che Dio, volendo usare un’ultima mise­ricordia, aveva differito la fine del mondo al 1918. Per sua fortuna si tolse d’imbarazzo morendo nel 1917. Frattanto molti TdG avevano denunzia­to al Tribunale Russel per imbroglio, perché, a causa delle sue profezie, essi convinti che il mondo era per finire, avevano venduto i loro be­ni.

Russel si fece difendere dall’Avv. Rutherdorf, che lo fece assolvere, non negando le profezie di Russel, ma provando che Russel a nessuno aveva detto di vendere i propri beni.

b) Non si fermò qui il genio inventivo di Russel.

Avendo appreso nel suo studio della Bibbia da una illuminazione su­periore che con la morte muore nell’uomo il corpo e anche l’anima, ap­prese pure da calcoli precisi ispiratigli da Dio che i 144.000 giusti del­l’Apocalisse erano risuscitati spiritualmente (come abbiamo visto) nel 1878 e che dovevano risuscitare col corpo nel 1914.

Russel insegnò parimenti che chi non entrava nel numero dei 144.000 eletti non sarebbe potuto entrare in paradiso, ma avrebbe potuto far par­te, se divenuto suo discepolo, del regno millenaristico di Cristo in questa terra.

Non si capisce perché Russel non volle leggere nel capitolo 7 dell’Apo­calisse che parla dei 144.000 eletti i versetti 9 e 1o: « Dopo ciò, apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, raz­za, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti al­l’Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani. E grida­vano a gran voce: La salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all’Agnello

c) Né finirono lí le scoperte di Russel.

Nel vol. IV p. 292 scopri che l’abominio della desolazione, di cui parla lo stesso Daniele, è il Papato, e addirittura vede nella terribile bestia dell’Apocalisse (Ap. 13), indicata col n. 666 il Papa; per dimostrarlo prese l’anno in corso, sottrasse l’anno di nascita del Papa allora regnante, Leone XIII, aggiunse il numero delle navi della marina americana e ottenne… il numero 666, come volevasi dimostrare. Di simili amenità sono pieni i 7 volumi degli Studi Scritturistici di Russel.

Intanto la fine del 1918 era avvenuta: per i TdG fu un colpo durissimo. Per i piú fedeli era finita con essa l’ultima speranza di far parte dei 144.000 eletti e quindi di risorgere e di andare in Paradiso; i meno forti e meno fe­deli si erano allontanati, sfiduciati, dalla setta.

d) Successe a Russel, con manovre abili e poco pulite, John Rutherdorf. Egli volendo rilanciare i Russelliti, nella massima parte divenuti sbandati a causa delle false profezie di Russel, pubblicò poco dopo un libro sensa­zionale intitolato Milioni che oggi vivono non morranno mai, annunzian­do in esso la fine del mondo per 1925. Il libro fece enorme scalpore e diede fiato ai TdG.

Rutherdorf scrive: « Come abbiamo precedentemente spiegato, l’inizio del grande anticipo dell’anno giubilare cade nel 1925. In quel momento

dovrà inaugurarsi la fase terrena del Regno … Perciò possiamo attendere fiduciosamente che col 1925 abbia luogo il ritorno di Abramo, Isacco, Gia­cobbe e dei profeti di fede provata del Vecchio Testamento, i cui nomi so­no citati dall’Apostolo in Ebrei u, qual esempio di umana perfezione » (Capit. « Sovrani terreni », pp. 8o-81).

« … dal fatto che col precedente ordinamento delle cose, il vecchio mondo, è destinato a cessare e scomparire per dar luogo all’ordine nuovo, e dal fatto che l’anno 1925 segna il momento della risurrezione dei fedeli vincitori dell’Antico Testamento e l’inizio della Ricapitolazione, si può prudentemente arguire che milioni fra coloro che vivono attualmente, nel 1925 continueranno a restare nel mondo. Fondati sulle promesse cu­stodite nella parola di Dio, dobbiamo giungere alla conclusione positiva e inconfutabile che milioni che oggi vivono, non morranno mai » (Capit. « Positive promesse », p. 28).

Il 1925 rivelò che Rutherdorf era falso profeta. Questi però, sebbene sot­to la gragnuola degli infiniti insulti e scherni si fosse ecclissato per parec­chio tempo, non si perdette d’animo, e, per trattenere e mantenere in fer­mento i TdG, annunziò che la misericordia di Dio era infinita e che aveva ancora differito per pochi anni la fine del mondo.

E per far vedere che diceva sul serio, o forse perché ne era convinto ve­ramente, costruí con i denari dei fedeli una sontuosa villa, che chiamò Beth-Sarim (= Casa dei Principi) a S. Diego in California, per accogliervi, ciascuno nel proprio appartamento, i principi del Vecchio Testamento: Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosé, David… appena risuscitati.

A tal fine tenne pronta nella villa una fuoriserie con l’autista a bordo, perché corresse a prelevarli appena gli osservatori della Torre di Guardia li avrebbero avvistati. Naturalmente non è successo niente.

Dopo tutte queste delusioni i TdG divennero piú prudenti.

e) Il successore Nathan Knorr, per togliere una testimonianza con­tro Rutherdorf, vendette la villa di Beth-Sarim e stette quieto per molti anni. Ma alla fine si lasciò tentare anche lui dall’estro profetico e nel 1969 al Congresso internazionale dei TdG di Columbus annunciò solenne­mente che la fine di questo mondo malvagio e l’inizio del regno dei mille anni di Cristo sulla terra avrebbe avuto inizio nel 1975.

3. I Testimoni di Geova sono in errore perino nel loro nome Essi stanno attaccati con accanimento al nome di Geova.

« Geova è il nome esclusivo del Creatore del cielo e della terra » (« La Torre di Guardia», 1957, P. 451)

« Solo il resto dei segnati TdG, e i loro compagni di oggi, hanno piena comprensione del divino nome di Geova» (T. di G., p. 441).

È inutile moltiplicare citazioni perché lo ripetono continuamente.

Tale lettura del nome di Dio è sbagliata, come qualunque dizionario e qualunque studioso di ebraico può vedere.

Il nome di Dio gli Ebrei lo scrivevano JHVH, omettendo le vocali e lo pronunziavano e pronunziano ancora oggi Javhé, che significa « Io sono ». Dopo le critiche di tutti gli studiosi, alla fine, gli stessi dirigenti dei TdG si convinsero del loro sbaglio; e, per non farsi dire ignoranti, lo riconob­bero nella loro edizione Mondo Nuovo del Nuovo Testamento (p. 25); ma tuttavia mantennero il loro nome Geova per salvare la faccia dinanzi al popolo.

C’è per altro da aggiungere che tutto questo loro accanimento per il nome di Geova è fuori luogo e contrario allo spirito della Sacra Scrittura perché come, si rileva da essa, per rispetto, gli Ebrei non osavano pronun­ciare né scrivere «Javhé» ma chiamavano Dio o Adonai (= Signore) o Eloim (= Altissimo) o El Shaddai (= Onnipotente).

4. Contraddizioni

Di contraddizioni nei TdG se ne possono trovare moltissime altre, per­ché quello che dice Russel non lo dice Rutherdorf, e quello che dice Ru­therdorf non lo dice Knorr o Franz.

Ciò è umano e comprensibile; il male è che essi si sentono tutti capi ca­rismatici ispirati da Dio e piú infallibili del Papa, anzi gli unici infallibili. Identiche contraddizioni si trovano fra le loro riviste « La Torre di Guardia » e « Consolazione » (ora « Destatevi ») e tra quanto la stessa rivista scrive un anno e quanto propone l’anno seguente.

Citiamo solo alcuni esempi:

a) Sulla ricostruzione dello Stato di Israele: per John Rutherdorf essa è opera di Dio. Nel suo libro Consolazione per gli Ebrei a p.112 dice: « Il Sio­nismo fu organizzato come corporazione nel 1897 in Svizzera, precisa­mente a Basilea: al congresso nel quale l’organizzazione fu costituita, pre­sero parte esattamente duecentosei delegati, tanti delegati quante sono le ossa del corpo umano. Questo non fu un puro caso, ma un fatto determi­nato da Dio, che intendeva cosí significare la sua sollecitudine per il ritor­no degli Ebrei a far parte del suo popolo ».

Per il suo successore Nathan Knorr la ricostruzione dello Stato di Israe­le fu opera di Satana. Egli scrive nella « Torre di Guardia » del 15.7.1955 (ed. tedesca): « Col pubblicare il secondo volume dell’opera Giustificazione i Testimoni di Geova riconobbero in quell’anno 1932 che il movimento ebraico per il ritorno in Palestina era stato architettato dal Nemico, da Sa­tana, che ha ingannato il mondo intero ».

b) L’abominio della desolazione (Mt. 24, 15), quale prova irrefragabile della prossima fine del mondo, per Russel è il Papato. Nel suo libro Studi Scritturistici vol. IV p. 292 dice: «Il Papato, mediante l’istituzione della messa, ha stabilito la prosecuzione del sacrificio liturgico, e per con-

seguenza ha indotto la cristianità a respingere il sacrificio di riconciliazio­ne di Cristo, portando all’annientamento del cristianesimo stesso … ». Per Rutherdorf l’abominio della desolazione sono la Corte internazionale dell’Aia e la Società delle Nazioni (Luce, vol. ii, p. 91). Per Knorr è semplice­mente l’ONU. Lo dice nel suo libro Dio resta verace p. 271­

c) Governi e pace.

A favore dei governi e della pace:

« La Torre di Guardia » ed. tedesca del 15.8.1956 p. 493 scrive: « Infatti ci vien detto che dobbiamo pregare per i monarchi e i detentori del potere, per impetrare un’esistenza quieta e pacifica… ».

E la stessa rivista, nell’agosto 1952 pp. 253-254 scrive un lunghissimo ar­ticolo a favore dei governi e della pace citando fra l’altro I Tim. 2,14 e Ger. 29, 7 (perché essi con la Bibbia provano tutto).

Contro i governi e la pace:

La « Torre di Guardia » net 1933 ed. tedesca a p. 36 scrive: «… Come ha detto il presidente (si allude a Truman) il popolo è libero di perseguire i suoi scopi mediante la scelta di leader umani, di partiti e di programmi. Non è allora estremamente stolto rivestire una creatura decaduta della toga dell’autorità, elevarla al di sopra dei consorti nel peccato, colmarla di lodi, cingerla di un potente esercito e poi aspettarsi che sia in grado di li­berare i propri compagni? ».

La loro rivista « Destatevi », 8.2.1956 scrive: « Non ci si lasci trarre in in­ganno: “mondo” non significa qui “la feccia dell’umanità”, ma “questo si­stema di cose”, compresi i re, i presidenti, i parlamentari e tutte le altre istituzioni statuali ».

La « Torre di Guardia » dell’ 1.6.1955 P. 323 scrive: « Dio ha condannato la cristianità, che nella Bibbia è rappresentata come Babilonia, nell’annien­tamento. Consapevoli di ciò, quelli che conoscono i disegni di Dio non si sono uniti nella preghiera per la pace del mondo al presidente Eisenho­wer e al Consiglio Mondiale delle Chiese, nei giorni dal 18 al 25 gennaio. Invece della preghiera, essi fanno risuonare l’ammonimento di Geova: Uscite, o popolo mio, da essa, per non associarvi ai suoi peccati e non rice­vere parte dei suoi flagelli ».

d) Sul servizio militare:

La loro rivista « Consolazione » (Trost) da Berna 1’1.10.1943 scrive a favo­re del servizio militare (vedi « Io ero testimone di Geova», p. 112).

La « Torre di Guardia » del 15.3.1951 (e poi in seguito sempre) è contro il servizio militare.

C’è da ripetere a tutti i TdG e specialmente ai loro fondatori e governa­tori le parole di Dio a Geremia: « Io non ho inviato tali profeti ed essi sono venuti correndo: non ho parlato loro ed essi hanno profetato » (Ger. 23, 21).

S. Sono infedeli alla S. Scrittura

La loro traduzione della Bibbia è sempre infedele, allo scopo di poter provare con essa sempre le loro idee.

Citiamo solo alcuni esempi scegliendoli fra i moltissimi.

a) Per negare l’Eucarestia traducono le parole di Gesú (riportate da Mt. 26, 26 e degli altri evangelisti) « Questo è il mio corpo », « Questo è il mio sangue » cosí: « questo significa il mio corpo », « questo significa il mio sangue ». Ignorano o vogliono sconoscere il testo greco originale dei van­geli « tuto estì to soma mou », che significa letteralmente « questo è il cor­po di me ».

b) Per negare l’inferno traducono le parole di Gesú « e questi andranno nel supplizio eterno » (Mt. 25, 46) cosí: « e questi andranno allo stronca­mento eterno ».

c) Per togliere una prova dell’immortalità dell’anima trascrivono le parole di Gesú al buon ladrone: « Oggi sarai con me in paradiso » (Lc. 23, 43) cosí: « Tu sarai con me in paradiso ».

d) Ancora per provare che l’anima muore col corpo traducono le paro­le di Gesú: « Chi ama la sua vita la perde » (Gv. 12, 2S), « Chi ama la sua ani­ma la distrugge ». E cosí via.

6. Principali errori dei TdG

Con tutti questi precedenti si può immaginare a quali assurdità e a quali stramberie arrivano, provando tutto con la Sacra Scrittura. Se lo vantava Rutherdorf scrivendo: « Se la «Torre di Guardia” propone qualco­sa che non sia fondato sulla Sacra Scrittura non le badate. Ma la “Torre di Guardia” è sempre pronta a provare tutto con la parola di Dio » (T. di G. 1936 N. z0).

Cosí come Russel aveva provato che il re del Nord che vince il re del Sud (Dan.11, 40) è l’Inghilterra e il re del Sud è l’Egitto (Scritti Scritturisuci vol. II, p. 39); mentre i Capi dei TdG nel 1942 nel libro Il mondo nuovo nel Cap. « La fine definitiva è prossima », prevedendo allora la vittoria dell’As­se, dissero che il re del Nord era l’Asse Germania Italia Giappone e il re del Sud gli Alleati.

Ora che le cose andarono a rovescio e l’Asse perdette la guerra. Sarebbe divertente sapere dai nuovi capi dei TdG chi sono il re del Nord e il re del Sud di Daniele.

Quello che sbalordisce è la sicurezza e la tracotanza con cui negano tutte le verità cristiane e con cui insegnano i loro errori. Si avvera per loro quanto S. Pietro annunzia che avverrà a coloro che vogliono interpretare privatamente la Bibbia.

« Sappiate anzitutto questo: nessuna scrittura profetica va soggetta a privata spiegazione, poiché non da volontà umana fu recata mai una pro-

fezia, ma mossi da Spirito Santo parlarono quegli uomini da parte di Dio ». « Ci sono stati falsi profeti tra il popolo, come pure ci saranno in mezzo a voi falsi maestri che introdurranno eresie perniciose, rinnegando il Signo­re che li ha riscattati e attirandosi una pronta rovina» (2 Pt. 1, 20-21 e 2, 1).

E lo stesso S. Pietro parlando delle lettere di S. Paolo dice: « In esse ci so­no alcune cose difficili da comprendere e gli ignoranti e gli instabili le travisano, al pari delle altre Scritture, per loro propria rovina » (2 Pt. 3, 16).

Riferiamo un po’ di testi biblici che confutano i principali errori dei TdG.

a) I TdG negano la Trinità.

Essi imbrogliano gli ingenui dicendo: Trovatemi la parola «Trinità» nella Bibbia.

Rispondiamo. A noi non interessa se non si accetta la parola « Trinità » coniata dai Santi Padri. Interessa la sostanza: cioè che venga riconosciuto Dio come Padre, Figlio e Spirito Santo e che tutte le tre persone vengano professate come un solo Dio.

Il Vangelo e il libro degli Atti parlano moltissime volte del Padre, del Fi­glio e dello Spirito Santo quali persone divine.

Citiamo solo alcuni passi: « Quando verrà il Consolatore che io vi man­derò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza » (Gv.15, 26). « Andate, insegnate a tutti i popoli, battezzan­doli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo » (Mt. 28, 19). b) Negano la divinità di Gesú.

Rispondiamo: Tutto il Nuovo Testamento è pieno di affermazioni della divinità di Gesú e tutti i milioni di martiri morirono per testimoniarlo. Citiamo solo alcuni passi: S. Giovanni dice: « In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio » (Gv.1, 1). Gli ebrei vogliono uc­cidere Gesú perché egli si dichiara Dio (Gv. io, 33-38)

Gesú dice; « Io e il Padre siamo uno » cioè un solo Dio (Gv. io, 30). San Tommaso vedendolo risorto lo proclama Dio (Gv. 20, 28). S. Paolo dice: « In lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità » (Col. 2, 9). c) Condannano il culto delle immagini.

Adducono Es. 20, 3, ma dimenticano le parole seguenti: « Non adorare tali cose, né servir loro », cioè non farti degli idoli; e soprattutto dimenti­cano che Dio ordina a Mosé di ricamare due Cherubini nella cortina del Tabernacolo (Es. 26,3o) e di fare due statue d’oro di Cherubini per l’Arca Santa (Es. 37, 7); e dimenticano ancora che loro stessi non dovrebbero mai fare o tenere fotografie, e neanche la tessera di riconoscimento.

d) Negano l’immortalità dell’anima.

La Bibbia continuamente parla dell’immortalità dell’anima. Vedere: Sap. 3,1-3; Mt. 10, 28;16, 26; 22, 32; 25, 34-41. Lc. 3,16; 16, 19-31, 43; 2 Cor. 5,1; Filipp. 1, 23.

e) Negano l’Eucarestia.

Oltre che nell’ultima cena, come abbiamo visto, Gesú ne parla esplici­tamente dopo la moltiplicazione dei pani: « Gesú disse: In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui » (Gv. 6, 53-56). Ne parla pure espressamente S. Paolo in I Cor. 11, 23-29).

fl Negano la confessione.

Invece è Gesú stesso che la istituisce. Quando risuscitò disse agli apo­stoli: «Riceverete lo Spirito Santo; a coloro ai quali rimettete i pecca­ti saranno rimessi; a coloro ai quali li riterrete saranno ritenuti » (Gv. 20, 23).

g) Negano il purgatorio.

La Bibbia parla esplicitamente di un luogo di purificazione che la Chie­sa chiama purgatorio.

Gesú dice; « Chiunque parlerà contro il Figlio dell’uomo sarà perdona­to; ma chi avrà parlato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato né in questa vita, né in quella futura » (Mt. 12, 32).

Ciò significa che ci sono peccati che vengono perdonati nell’altra vita. Ciò non può avvenire nell’inferno, dove non c’è perdono; non può avve­nire in paradiso, dove non si può entrare con il peccato; quindi avviene in purgatorio.

Gesú dice: « Nel giorno del giudizio gli uomini daranno conto anche di una parola oziosa» (Mt. 12, 34).

Naturalmente Dio non può mandare all’inferno un uomo per una pa­rola oziosa; lo manderà in purgatorio.

S. Paolo, parlando di chi opera per vanità, dice: « La sua opera prenderà fuoco, ne soffrirà danno, però si salverà, ma come attraverso il fuoco » (I Cor. 3, 15).

h) Negano il primato di Pietro, i Vescovi, i Presbiteri.

Rispondiamo: Gesú dà il primato a Pietro dicendogli: « Tu sei Pietro, e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa » (Mt. 16, 18).

Nel testo greco viene ripetuta la parola « Kefa » (= pietra) al posto di Pie­tro e al posto di pietra, per indicare che si tratta della stessa persona di S. Pietro.

S. Paolo parla espressamente dei Vescovi: « Vegliate quindi su voi stessi e su tutto il gregge, sul quale lo Spirito Santo vi ha costituiti Vescovi per pascere la Chiesa del Signore » (Atti 20, 28).

S. Paolo parla ancora dei presbiteri, cioè dei sacerdoti, sia nella la lettera a Timoteo 4, 14 e 5, 17, sia nella lettera a Tito (1, 5) al quale ultimo racco­manda di metterne alcuni in ogni città.

i) Rifiutano di mangiare e trasfondere il sangue.

Rispondiamo: Dice S. Paolo: « Tutto ciò che Dio ha creato è buono e

niente deve essere rigettato, purché si prenda in azione di grazie » (i Tim. 4, 4).

Dice Gesú: « Bevetene tutti perché questo è il sangue » (Mt. 26, 27). Dice ancora S. Paolo: « Mangiate di tutto quello che si vende al mercato », quindi anche la carne non dissanguata ( i Cor. 10, 25).

1) Rifiutano il servizio militare perché, dicono, « chi serve il Governo serve i ministri di Satana e quindi non si può salvare ».

Rispondiamo: S. Giovanni Battista ai soldati che gli chiedevano cosa dovevano fare per salvarsi non disse di abbandonare il servizio militare, ma: « Non fate violenza a nessuno, né calunniate, e siate contenti della vo­stra paga » (Lc. 3, 14).

m) Ci accusano di trasgredire il comando di riposare il sabato. Rispondiamo: Il Signore disse: « Per 6 giorni lavorerai e attenderai alle tue opere, ma il giorno 7° è il giorno di riposo per il Signore » (Es. 20, 9). Sabato è una parola ebraica e significa « riposo ». Il Signore benedice il sabato, cioè il giorno di riposo settimanale.

La parola 7° non significa un giorno specifico, ma « dopo 6 ».

I cristiani cominciano a contare quale 1° giorno il giorno della luna, e quindi per loro il 7° è il giorno del sole. Tale giorno fin dal principio lo chiamarono giorno del Signore (Ap.1, lo), dies Domini, cioè domenica. Per essi il vero sole è Gesú, e la loro festa è quando Gesú risuscitò, la domeni­ca. Il sabato Gesú era ancora nel sepolcro ed essi non potevano in tale giorno fare festa.

Tale giorno del Signore essi lo dedicarono fin da principio, come ci dice la Bibbia, alle assemblee liturgiche e alle opere di carità (Atti 20, 7; 1 Cor. 16, 2).

II I Mormoni

I mormoni sono i seguaci del libro di Mormon.

Furono fondati da Joseph Smith nella prima metà del secolo scorso in America.

Egli nacque il 23.12.1805 a Sharon, stato del Vermont, in America. Vo­lendolo giudicare bene, egli fu un visionario allucinato.

Smith nella sua autobiografia racconta che un giorno gli comparvero due uomini. Uno di essi gli disse, indicandoglielo, che l’altro era Gesú Cri­sto.

Un altro giorno nell’anno 1823 gli comparve il profeta Moroni (mai esi­stito) e gli disse che vi era un libro, scritto su tavole d’oro, contenente la storia dei primi abitanti di quel continente (l’America) e della loro origi­ne. Disse pure che la pienezza del Vangelo eterno vi era contenuta quale era stata data da Gesú agli antichi abitanti di America, quando (dice lui) vi era andato.

Disse pure che vi erano due pietre unite da archi d’argento, e che que­ste pietre, fissate ad un pettorale, costituivano ciò che è chiamato 1’Urim ed il Thummin, e che erano depositate con le tavole; ed il possesso e l’uso di queste pietre era ciò che costituiva i « veggenti » in tempi antichi; e che Iddio li aveva preparati per tradurre il libro.

Come ispirato, Smith andò in una collina del villaggio di Manchester (Stato di New York), scavò un poco e vi trovò il prezioso libro con l’Urim e Thummin; lo volle prendere, ma un messaggero glielo proibí. Questa sce­na si ripeté una volta l’anno, quando Smith andava a visitare il libro, fin­ché giunse il 22.9.1927 quando gli fu permesso di prenderlo. Il libro era scritto in una lingua sconosciuta, ma Smith, presi l’Urim e il Thumman, lo tradusse agevolmente.

Era il libro di Mormon, un altro profeta inventato da Smith. Terminata la traduzione, Smith dovette portare le tavole d’oro con 1’Urim e il Thummin nel posto dove le aveva prese; le prese subito un an­gelo e le portò in paradiso. Quindi è inutile chiedere a Smith o ai suoi se­guaci l’origine o un qualunque documento sul libro di Mormon; bisogna credere per fede, perché lo dice lui.

Un altro giorno, racconta sempre Smith, gli comparve Giovanni Batti­sta che gli disse di restaurare il sacerdozio di Aronne.

Allora Smith andò al fiume e battezzò un compagno e poi si fece bat­tezzare da lui; quindi lo ordinò sacerdote e poi si fece a sua volta ordinare sacerdote da lui.

Il libro di Mormon è un complesso imponente di episodi, di ammae­stramenti, di genealogie con cui Smith ha cercato di creare una parodia della Bibbia.

Non esiste nessuna documentazione storica di nessun fatto del libro di Mormon, o meglio di Smith.

Ciò che sbalordisce è vedere come tanti, anche professionisti, si fanno Mormoni senza nessun senso critico.

Se chiedete ad essi delle prove, vi rispondono: bisogna credere per fede.

Se chiedete ancora con quali miracoli Dio ha garantito la loro fede, vi dicono che i miracoli li fa il demonio.

Se provate ad essi che i miracoli può farli solo Dio, vi dicono che anche essi hanno tanti miracoli; ma si guardano bene dal documentarne qual­cuno o dall’accettare una sfida.

Viene da ricordare le parole di S. Paolo: « Verrà il tempo in cui gli uomi­ni distogliendo l’occhio dalla verità, si volgeranno alle favole » (2 Tim. 4, 4). III Chiesa dell’Unificazione

Il fondatore è Sung Myun Moon nato a Sang Sa-Ra in Corea il 6.1.1920; è ancora vivente.

Nel 1950 parte poverissimo per l’America, portando con sé un grande odio al comunismo, perché era stato torturato dai comunisti, il suo libro Principi divini per salvare il mondo e la presunzione di essere il vero Mes­sia. Tanto gli basta per fare fortuna in America e diventare presto, col la­voro dei suoi adepti, arcimiliardario. Questi sono i suoi principali inse­gnamenti:

Lucifero si innamorò di Eva e la sedusse; allora entrambi precipitarono dal paradiso, seguiti da Adamo. Allora Lucifero divenne Satana. Eva se­dusse Adamo ed entrambi ben presto furono sottomessi a Satana.

La missione di Gesú era di stabilire sulla terra un regno visibile e di ge­nerare l’umanità. Ma egli non riuscí in niente, perché non solo non era Dio ma neanche il Messia. Allora Dio, per riparare al fallimento di Gesú, mandò il vero Messia: Sung Myun Moon. Moon afferma che Gesú stesso gli comunicò questo.

Egli segnerà la fine della sovranità di Satana e porterà nel mondo il re­gno dei cieli. Tale regno cominciò nel 196o quando Moon fondò i pionieri. Per stabilire il regno di Dio sulla terra bisognava che ci fosse il matri­monio di una coppia perfetta che potesse generare una nuova umanità senza peccato.

A tal fine, dopo essere stato arrestato piú volte per adulterio, bigamia e oltraggio al buon costume, all’età di 4o anni si sposò la 4a volta. Questa volta prese la « Nuova Eva », una studentessa di 18 anni, e cele­brò con lei « Le nozze dell’Agnello » predette dall’Apocalisse. Cosí comin­cia per il mondo la Nuova Era; e, per diffonderla, Moon fonda la rivista « La nuova era ».

Con una tecnica psicologica e sociologica raffinata concedendo molto ai giovani, proclamandosi Messia piú grande di Gesú Cristo e Signore di un regno imminente di Dio di pace e di benessere, riuscí a trascinare folle di giovani a seguirlo per divenire i pionieri di tale regno.

Si calcolano due milioni i suoi seguaci; e tutti, in una maniera o nell’al­tra, debbono lavorare per il regno di Dio, o meglio per Moon; ed è Moon stesso e il suo stato maggiore che il piú delle volte scelgono ad essi le spo­se o gli sposi.

Moon si dichiara ecumenico, ma il suo tentativo è di penetrare in tutte le Chiese per distruggerle e per fare sulle loro rovine la Chiesa dell’Unifi­cazione, ossia la sua Chiesa.

iv Conclusione

Dice Gesú: « Se fossi io a rendere testimonianza a me stesso, la mia testi­monianza non sarebbe vera; ma c’è un altro che mi rende testimonianza, e so che la testimonianza che egli mi rende è verace» (Gv. 5, 31-32). Nessuno può provare se stesso.

In un qualunque concorso e per qualunque assunzione nessuno viene

creduto sulla sua parola, ma deve provare la sua identità con documenti rilasciati dall’autorità competente.

Ora Russel, Smith, Moon e tutti gli altri fondatori di religioni o di sette si presentano a nome proprio.

Nessuno di loro porta una testimonianza dell’autorità competente. In materia di religione l’autorità competente è Dio, e la sua testimo­nianza è il miracolo.

Gesú aveva predetto: « Allora se qualcuno vi dirà: Ecco, il Cristo è qui, o: È là, non ci credete. Sorgeranno infatti falsi cristi e falsi profeti e faranno grandi portenti e miracoli, cosí da indurre in errore, se possibile, anche gli eletti. Ecco io ve l’ho predetto. Se dunque vi diranno: Ecco, è nel deserto, non ci andate; o: È in casa, non ci credete » (Mt. 24, 23-26).