AMORE E MISERICORDIA – (libro intero)

AMORE E MISERICORDIA

Vivere nella Divina Misericordia – Dio è Amore – A cura di don Domenico Labellarte

Introduzione

“Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo” (Ef 2,4-5a).

L’amore eterno, duraturo, immutabile di Dio, già ma­nifesto nella creazione, nell’alleanza del Sinai, nella sto­ria di Israele si rivela pienamente in Cristo. Egli stesso lo incarna e personifica, rende presente l’amore del Pa­dre per l’umanità quando nell’ambito della sua missione dice: “Lo Spirito del Signore… mi ha mandato per an­nunciare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per ri­mettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia…” (Lc 4,18-19).

“Gesù, soprattutto con il suo stile di vita e con le sue azioni, ha rivelato come nel mondo in cui viviamo è pre­sente l’amore, l’amore operante, l’amore che si rivolge all’uomo ed abbraccia tutto ciò che forma la sua umani­tà.

Tale amore si fa particolarmente notare nel contatto con la sofferenza, l’ingiustizia, la povertà, a contatto con tutta la condizione umana storica, che in vari modi manifesta la limitatezza e la fragilità dell’uomo, sia fisi­ca che morale” (DM, n.3).

Più con i fatti che con le parole Gesù manifesta “l’ampiezza, l’altezza, la lunghezza, la profondità” del­l’amore di Dio. Come risposta a questo amore divino, gratuito e misericordioso, egli esige dall’uomo il duplice comandamento dell’amore, che egli definisce “il più grande” (Mt 22,38).

La misericordia è dunque la manifestazione ad extra dell’amore di Dio, lo specchio in cui l’uomo può leggere tutta la profondità di un amore che affonda le radici nel­l’Essere stesso di Dio, tutto buono, tutto bontà (cfr Es 3,2.7-8).

E il bene, diffusivo per se stesso, non può non comu­nicarsi in bontà verso di noi.

Dunque i due percorsi si incrociano: dall’amore si giunge alla misericordia e viceversa. Più scopriamo l’amore, e più, sull’esempio di Gesù, capiamo la miseri­cordia; d’altra parte, più facciamo esperienza della mise­ricordia di Dio e dei fratelli, più si accende in noi l’amo­re (cfr Lc 7,47).

Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo

Profilo biografico

S. Teresa di Gesù Bambino e del Volto santo nacque ad Alençon, nella Britannia, in Francia il 2 gennaio 1873. Quinta di cinque sorelle, trascorre un’infanzia fe­lice fino all’età di 4 anni quando muore la mamma. Da questo momento il suo carattere gioviale e allegro passa ` per il crogiolo della prova”, rendendola sensibile e su­scettibile.

La famiglia si trasferisce a Lisieux, dove abita il Si­gnor Guerin, fratello della mamma, con famiglia. Al­l’età di otto anni, perde colei che aveva scelto per mam­ma tra le sorelle, Paolina, la quale lascia il nido paterno per essere carmelitana. La piccola Teresa soccombe in questa dura separazione cadendo in una strana malat­tia, che sconvolgerà tutta la famiglia.

La fede e la preghiera ottengono la guarigione dalla Madonna, che regalerà a Teresa un incantevole sorriso. A undici anni farà, a breve distanza di tempo, la S. Comunione e la Cresima, entrando in una fase di pro­fonda intimità spirituale con Gesù che la porterà a chie­dergli “di cambiare in amarezza tutte le consolazioni della terra”.

Nel Natale del 1886 ottiene da Gesù quella che lei chiama la conversione; la troviamo matura e capace di recepire il dono della vocazione al Carmelo, per la cui realizzazione non temerà di recarsi fino a Roma, per ot­tenere dal Papa il permesso, data la sua giovanissima età.

Il 9 aprile del 1888 entra al Carmelo di Lisieux pre­ceduta dalle sorelle più grandi Maria e Paolina.

Varie prove familiari e spirituali in questo periodo fanno dire a Teresa: “La sofferenza mi ha tese le braccia ed io mi sono gettata con amore”. Sarà in questi anni che maturerà “la sua piccola via” fatta di umiltà, di semplicità evangelica e filiale confidenza, di abbandono in Dio, Padre Misericordioso.

Il 9 giugno 1895 si offre insieme alla sorella Celina, che l’ha raggiunta al Carmelo, come vittima di olocau­sto all’Amore Misericordioso.

La sua salute nel 1896 è già minata dalla tubercolo­si, per cui sente “come un dolce e lontano mormorio l’arrivo dello Sposo” e si prepara ad accoglierlo in pun­ta di fede, nel buio spirituale e nel più completo abban­dono.

Il 30 settembre 1897, a soli 24 anni, lascia l’esilio di questa terra ripetendo: “Mio Dio… ti amo! – e promet­tendo una pioggia di rose a quanti percorreranno la sua piccola via, fatta di amore e confidenza.

Dagli scritti autobiografici

“Crescevo nell’amore del buon Dio, sentivo nel mio cuore slanci fino allora sconosciuti, talvolta avevo dei veri e propri impeti d’amore. Una sera non sapevo come dire a Gesù che l’amavo e quanto desideravo che fosse amato e glorificato ovunque, pensavo con dolore che non avrebbe mai potuto ricevere nell’inferno un solo atto d’amore. Allora dissi al buon Dio che per fargli pia­cere avrei acconsentito a vedermi sprofondata là, affin­ché egli fosse amato eternamente in quel luogo di bestemmia. Sapevo che questo non poteva glorificarlo, perché egli desidera solo la nostra felicità, ma quando si ama, si prova il bisogno di dire mille follie; se parlavo in quel modo, non era perché il Cielo non eccitasse il mio desiderio; ma allora il mio Cielo non era altro che l’amo­re e io sentivo come san Paolo che niente avrebbe potuto distaccarmi dall’oggetto divino che mi aveva rapita!” (SA – A,147).

“Da qualche tempo mi ero offerta a Gesù Bambino per essere il suo giocattolino. Gli avevo detto di servirsi di me non come di un giocattolo costoso che i bambini si limitano a guardare senza osare toccarlo, ma come di una pallina di nessun valore che poteva gettare in terra, spingere con i piedi, bucare, lasciare in un angolo oppure stringere al cuore se questo gli faceva piacere; insomma, volevo divertire il piccolo Gesù, fargli piacere, volevo abbandonarmi ai suoi capricci infantili… Egli aveva esaudito la mia preghiera” (SA – A, 177).

“Sono di una natura tale che il timore mi fa indietreg­giare; con l’amore non solo vado avanti, ma volo.

O Madre! Fu soprattutto dal giorno benedetto della sua elezione che volai sulle vie dell’amore. Quel giorno Paolina divenne il mio Gesù vivente… divenne per la se­conda volta “Mamma!…” (SA – A, 204).

“Ora non ho più nessun desiderio, se non quello di amare Gesù alla follia…

Non desidero nemmeno la sofferenza né la morte, ep­pure le amo tutte e due, ma è l’amore solo che mi attira. A lungo le ho desiderate; ho posseduto la sofferenza e ho creduto di giungere alla riva del Cielo, ho creduto che il fiorellino sarebbe stato colto nella sua primavera: ora è solo l’abbandono che mi guida, non ho proprio al­tra bussola! Non riesco a chiedere più nulla con ardore, tranne il compimento perfetto della volontà del buon Dio sulla mia anima, senza che le creature possano porvi ostacoli. Posso dire queste parole del cantico spirituale del nostro Santo Padre Giovanni della Croce: ‘Nell’inti­ma cantina del mio Amato ho bevuto e quando sono uscita in tutta questa pianura non sapevo più nulla e ho perduto il gregge che prima seguivo… La mia anima si è data con tutte le sue risorse al suo servizio, non custodi­sco più il gregge, non ho più altro ufficio, perché ora tutto il mio esercizio è di amare!… oppure ancora: `Da quando ne ho l’esperienza, l’amore è così potente in opere che sa trarre profitto da tutto, dal bene e dal male che trova in me, e trasforma la mia anima in sé’.

O Madre diletta, com’è dolce la via dell’amore. Cer­to, si può anche cadere, si possono commettere delle in­fedeltà, ma l’amore, sapendo trarre profitto da tutto, ha consumato subito tutto ciò che può dispiacere a Gesù, lasciando solo un’umile e profonda pace in fondo al cuo­re” (SA – A,235).

“È soprattutto il Vangelo che mi intrattiene durante le orazioni, in esso trovo tutto ciò che è necessario alla mia povera piccola anima. Vi scopro sempre nuove luci, si­gnificati nascosti e misteriosi.

Capisco e so per esperienza che `il regno di Dio è dentro di noi’. Gesù non ha affatto bisogno di libri né di dottori per istruire le anime; Dottore dei dottori, egli in­segna senza rumor di parole. Mai l’ho udito parlare, ma sento che egli è in me, ad ogni istante mi guida, mi ispira quello che devo dire o fare. Scopro, proprio nel momen­to in cui ne ho bisogno, delle luci che non avevo ancora visto: il più delle volte non è durante le orazioni che sono più abbondanti, ma piuttosto tra le occupazioni del­la giornata.

O Madre diletta, dopo tante grazie posso cantare con il salmista che `il Signore è buono, che la sua misericor­dia è eterna’. Mi sembra che se tutte le creature avessero le stesse grazie che ho io, il buon Dio non sarebbe temu­to da nessuno, ma amato fino alla follia, e che per amore e non tremando, nessuna anima acconsentirebbe mai a dargli dispiacere. Capisco, però, che non tutte le anime possono somigliarsi: bisogna che ce ne siano di diversi tipi allo scopo di onorare in modo speciale ognuna delle perfezioni del buon Dio. A me egli ha donato la sua mi­sericordia infinita ed è attraverso essa che contemplo ed adoro le altre perfezioni divine! Allora tutte mi appaiono raggianti d’amore; perfino la giustizia (e forse anche più di ogni altra) mi sembra rivestita d’amore.

Che dolce gioia pensare che il buon Dio è giusto, cioè che tiene conto delle nostre debolezze, che conosce perfettamente la fragilità della nostra natura. Di cosa dunque dovrei avere paura? Ah, il Dio infinitamente giu­sto che si degnò di perdonare con tanta bontà tutte le col­pe del figliol prodigo, non deve forse essere giusto anche verso di me che sono sempre con lui?…

Quest’anno il 9 giugno, festa della Santissima Trini­tà, ho ricevuto la grazia di capire più che mai quanto Gesù desideri essere amato.

Pensavo alle anime che si offrono come vittime alla giustizia di Dio allo scopo di stornare e di attirare su di sé i castighi riservati ai colpevoli; questa offerta mi sembrava grande e generosa, ma io ero lontana dal sentirmi portata a farla. O mio Dio – esclamai in fondo al cuore – ci sarà solo la tua giustizia a ricevere anime che si immo­lano come vittime? Il tuo amore misericordioso non ne ha bisogno anche lui? Da tutte le parti è sconosciuto, re­spinto; i cuori nei quali tu desideri prodigarlo si volgono verso le creature chiedendo loro la felicità con il loro miserabile affetto, invece di gettarsi tra le tue braccia ed accogliere il tuo amore infinito. O mio Dio, il tuo amore disprezzato deve restare nel tuo cuore? Mi sembra che se tu trovassi anime che si offrono come vittime di olocau­sto al tuo amore, tu le consumeresti rapidamente; mi sembra che saresti felice di non comprimere affatto i tor­renti di infinite tenerezze che sono in te. Se alla tua giu­stizia piace essere soddisfatta, lei che si estende solo sul­la terra, quanto più il tuo amore misericordioso desidera incendiare le anime, visto che la tua misericordia s’in­nalza fino ai Cieli. O mio Gesù, che sia io questa felice vittima, consuma il tuo olocausto con il fuoco del tuo amore divino!

Madre diletta, lei che mi ha permesso di offrirmi così al buon Dio, lei conosce i fiumi o meglio gli oceani di grazie che sono venuti ad inondare la mia anima… Ah, da quel giorno felice, mi sembra che l’amore mi penetri e mi circondi, mi sembra che ad ogni istante questo amo­re misericordioso mi rinnovi, purifichi la mia anima e non vi lasci nessuna traccia di peccato, perciò non posso temere il purgatorio. So che per me stessa non meriterei nemmeno di entrare in quel luogo di espiazione, poiché solo le anime sante possono accedervi, ma so anche che il fuoco dell’amore è più santificante di quello del pur­gatorio, so che Gesù non può desiderare per noi sofferenze inutili e che egli non mi ispirerebbe i desideri che sento, se non volesse esaudirli.

Oh, come è dolce la via dell’amore! Come voglio im­pegnarmi a fare sempre, con il più grande abbandono, la volontà del buon Dio!” (SA – A,236-238).

“Non è per mezzo di libri, perché non capisco quello che leggo, ma talvolta una parola come questa che ho trovata alla fine dell’orazione (dopo essere rimasta nel silenzio e nell’aridità) viene a consolarmi: `Ecco il mae­stro che ti do, ti insegnerà tutto quello che devi fare. Vo­glio farti leggere nel libro della vita, dove è contenuta la scienza dell’amore’. La scienza dell’amore, oh sì, questa parola risuona dolcemente all’orecchio della mia anima. Io desidero solo quella scienza: per essa, avendo dato tutte le mie ricchezze, mi sembra, come la sposa dei sa­cri cantici, di non aver dato nulla!…

Capisco così bene che non è che l’amore che possa renderci graditi al buon Dio, che questo amore è l’unico bene che bramo. Gesù si compiace di mostrarmi l’unico cammino che porta a questa fornace Divina. Questo cammino è l’abbandono del bambino che si addormenta senza timore tra le braccia di suo Padre… “Se qualcuno è molto piccolo venga a me”, ha detto lo Spirito Santo per bocca di Salomone; e questo medesimo Spirito d’amore ha detto anche che “ai piccoli è concessa la misericor­dia”. In nome suo, il profeta Isaia ci rivela che nell’ulti­mo giorno “il Signore condurrà il suo gregge al pasco­lo, radunerà gli agnellini e se li stringerà al seno”. E come se tutte queste promesse non bastassero, lo stesso profeta, il cui sguardo ispirato si immergeva già nelle profondità eterne, esclama in nome del Signore: “Come una madre accarezza il figlio, così io vi consolerò, vi porterò in braccio e vi accarezzerò sulle mie ginoc­chia”. O madrina diletta, dopo un simile linguaggio, non resta altro che tacere e piangere di riconoscenza e di amore!… Ah, se tutte le anime deboli e imperfette sentis­sero ciò che sente la più piccola tra tutte le anime, l’ani­ma della sua piccola Teresa, non una sola di esse dispe­rerebbe di giungere in cima alla montagna dell’amore! Infatti Gesù non chiede grandi azioni, ma soltanto l’ab­bandono e la riconoscenza, poiché ha detto nel Salmo 49: “Non ho alcun bisogno dei capri dei vostri greggi, perché a me appartengono tutte le bestie delle foreste e le migliaia di animali che pascolano sulle colline, cono­sco tutti gli uccelli dei monti… Se avessi fame, non è a te che lo direi: mia è la terra e quanto contiene. Devo forse mangiare la carne dei tori e bere il sangue dei capri?”

“Offri a Dio sacrifici di lode e di azioni di grazie”. Ecco, quindi, tutto ciò che Gesù esige da noi. Egli non ha affatto bisogno delle nostre opere, ma solamente del no­stro amore, perché questo stesso Dio che dichiara di non aver affatto bisogno di dirci se ha fame, non ha esitato a mendicare un po’ d’acqua dalla Samaritana. Aveva sete…. Ma dicendo: “dammi da bere” era l’amore della sua povera creatura che il Creatore dell’universo invoca­va. Aveva sete d’amore!… Ah, lo sento più che mai che Gesù è assetato: incontra solo degli ingrati e degli indif­ferenti tra i discepoli del mondo e tra i suoi propri disce­poli; trova, ahimè, pochi cuori che si abbandonino a lui senza riserve, che comprendano tutta la tenerezza del suo amore infinito.

Sorella diletta, come siamo fortunate a capire gli inti­mi segreti del nostro Sposo! Ah, se lei volesse scriverne tutto ciò che sa, avremmo delle belle pagine da leggere; ma lo so, preferisce serbare in fondo al cuore «i segreti del Re», ma a me dice «che è cosa onorifica manifestare le opere dell’Altissimo»” (SA – A,241-244).

“Durante l’orazione i miei desideri mi facevano sof­frire un vero e proprio martirio: Aprii le epistole di san Paolo per cercare qualche risposta. Mi caddero sotto gli occhi i capitoli XII e XIII della prima lettera ai Corinzi. Nel primo lessi che non tutti possono essere apostoli, profeti, dottori, ecc…. che la Chiesa è composta da di­verse membra e che l’occhio non potrebbe essere al tem­po stesso la mano.

La risposta era chiara, ma non appagava i miei desi­deri, non mi dava la pace. Come la Maddalena chinando­si continuamente sul sepolcro vuoto finì per trovare quello che cercava, così, abbassandomi fino alle profon­dità del mio nulla, mi elevai tanto in alto che riuscii a raggiungere il mio scopo… Senza scoraggiarmi conti­nuai la lettura e questa frase mi rincuorò: “Cercate con ardore i doni più perfetti; ma io vi mostrerò una via an­cora più eccellente”. E l’Apostolo spiega come tutti i doni più perfetti non sono niente senza l’amore… Che la carità è la via eccellente che conduce sicuramente a Dio. Finalmente avevo trovato il riposo!… Considerando il corpo mistico della Chiesa, non mi ero riconosciuta in nessuno dei membri descritti da san Paolo: o meglio, volevo riconoscermi in tutti!… La carità mi diede la chiave della mia vocazione. Capii che se la Chiesa aveva un corpo, composto da diverse membra, il più necessa­rio, il più nobile di tutti non le mancava: capii che la Chiesa aveva un cuore e che questo cuore era acceso d’amore. Capii che solo l’amore faceva agire le membra della Chiesa, che se l’amore si dovesse spegnere, gli Apostoli non annuncerebbero più il Vangelo, i Martiri rifiuterebbero di versare il loro sangue… Capii che l’amore racchiudeva tutte le vocazioni, che l’amore era tutto, che abbracciava tutti i tempi e tutti i luoghi!… In­somma che è Eterno!…

Allora, nell’eccesso della mia gioia delirante, ho esclamato: O Gesù mio amore… la mia vocazione l’ho trovata finalmente! La mia vocazione è l’amore!

Sì, ho trovato il mio posto nella Chiesa e questo po­sto, o mio Dio, sei tu che me l’hai dato: nel cuore della Chiesa, mia Madre, sarò l’amore!… Così sarò tutto… così il mio sogno sarà realizzato!…” (SA – 13,253-254).

“Sono solo una bambina, impotente e debole: eppure la mia stessa debolezza mi dà l’audacia di offrirmi come vittima al tuo amore, o Gesù!

Un tempo le ostie pure e senza macchie erano le sole gradite al Dio Forte e Potente.

Per soddisfare la giustizia divina occorrevano vitti­me perfette; ma alla legge del timore è succeduta la leg­ge dell’amore; e l’Amore ha scelto per olocausto me, de­bole e imperfetta creatura!… Questa scelta non è forse degna dell’Amore? Sì. Perché l’Amore sia pienamente soddisfatto bisogna che si abbassi, che si abbassi fino al niente e si trasformi in fuoco questo niente…

O Gesù, lo so, l’amore si paga soltanto con l’amore, perciò ho cercato e ho trovato il modo per calmare il mio cuore rendendoti amore per amore. “Usate le ricchezze che rendono ingiusti per farvi degli amici che vi accol­gono nelle dimore eterne”. Ecco, Signore, il consiglio che tu dai ai tuoi discepoli dopo aver detto loro che “i figli delle tenebre sono più scaltri nei loro affari dei figli della luce”.

Figlia della luce, ho capito che i miei desideri di es­sere tutto, di abbracciare tutte le vocazioni, erano ric­chezze che avrebbero davvero potuto rendermi ingiusta: allora me ne sono servita per farmi degli amici… Ricor­dandomi della preghiera di Eliseo al suo Padre Elia quando osò chiedergli il suo duplice spirito, mi sono pre­sentata davanti agli Angeli e ai Santi e ho detto loro: “Io sono la più piccola delle creature, conosco la mia mise­ria e la mia debolezza, ma so anche quanto piaccia ai cuori nobili e generosi fare del bene; quindi vi supplico, o Beati abitanti del Cielo, vi supplico di adottarmi come figlia. Per voi soli sarà la gloria che mi farete acquistare, ma degnatevi di esaudire la mia preghiera: è temeraria, lo so, tuttavia oso domandarvi di concedermi il vostro duplice amore”.

Gesù, non posso approfondire la mia richiesta: teme­rei di restare schiacciata sotto il peso dei miei desideri audaci!… La mia scusa è che sono una bambina: i bambi­ni non riflettono sulla portata delle loro parole; tuttavia i loro genitori, quando sono sul trono, quando posseggono immensi tesori, non esitano ad accontentare i desideri dei piccoli esseri che amano quanto se stessi; per far loro piacere fanno follie, arrivano fino alla debolezza… Eb­bene, io sono la Figlia della Chiesa, e la Chiesa è Regina perché è tua Sposa, o Divino Re dei Re… Non sono le ricchezze e la Gloria (neanche la Gloria del Cielo) ciò che reclama il cuore d’un bambino piccolo. La gloria, lo capisce, appartiene di diritto ai suoi Fratelli, gli Angeli e i Santi. La gloria sua sarà il riflesso di quella che scaturirà dalla fronte di sua Madre. Ciò che egli chiede è l’amo­re!… Egli sa una cosa sola: amarti, o Gesù!… Le opere clamorose gli sono vietate: non può predicare il Vangelo, versare il suo sangue… Ma che importa? I suoi fratelli lavorano al posto suo e lui, piccolo bambino, si mette vicinissimo al trono del Re e della Regina, ama per i suoi fratelli che combattono… Ma come testimonierà il suo amore, dal momento che l’amore si prova con le opere? Ebbene, il piccolo bambino getterà fiori, impregnerà con i suoi profumi il trono regale, canterà con la sua voce argentina il cantico dell’amore!…

Sì, mio Amato, ecco come si consumerà la mia vita! Non ho altro mezzo per provarti il mio amore che gettare fiori, cioè non lasciar fuggire nessun piccolo sacrificio, nessuno sguardo, nessuna parola, approfittare di tutte le cose più piccole e farle per amore!… Voglio soffrire per amore e anche gioire per amore: così getterò fiori davan­ti al tuo trono; non ne incontrerò uno senza sfogliarlo per te! Poi gettando i miei fiori canterò (Come sarebbe pos­sibile piangere nel fare un’azione così gioiosa?), cante­rò, anche quando dovrò cogliere i miei fiori in mezzo alle spine, e il mio canto sarà tanto più melodioso quanto più le spine saranno lunghe e pungenti.

Gesù, a cosa ti serviranno i miei fiori e i miei canti? Ah, lo so bene: questa pioggia profumata, questi petali fragili e senza alcun valore, questi canti d’amore del cuore più piccolo di tutti ti incanteranno; sì, questi nulla ti faranno piacere. Faranno sorridere la Chiesa trionfan­te: ella raccoglierà i miei fiori sfogliati per amore e, fa­cendoli passare per le tue mani divine, o Gesù, questa Chiesa celeste, volendo giocare con il suo bambino, get­terà anche lei quei fiori che avranno acquistato, per il tuo tocco divino, un valore infinito: li getterà sulla Chiesa purgante per spegnerne le fiamme, li getterà sulla Chiesa militante per farle conseguire la vittoria!…

O mio Gesù, ti amo! Amo la Chiesa mia Madre, ri­cordo che “il più piccolo moto di puro amore le è più utile che non tutte le altre opere messe insieme”. Ma c’è davvero il puro amore del cuore?… I miei immensi desi­deri non sono forse un sogno, una follia?… Ah, se è così, Gesù, illuminami: tu lo sai, io cerco la verità! Se i miei desideri sono temerari, falli sparire perché questi deside­ri sono per me il più grande martirio!… Eppure, lo sento, o Gesù, dopo aver aspirato alle regioni più alte del­l’amore, anche se non dovessi raggiungerle un giorno, avrò gustato più dolcezza nel mio martirio, nella mia fol­lia, di quanta ne gusterei in seno alle gioie della patria, a meno che tu, con un miracolo, non mi tolga il ricordo delle mie speranze terrene. Allora lasciami godere du­rante il mio esilio le delizie dell’amore. Lasciami assa­porare le dolci amarezze del mio martirio!…

Gesù, se è così delizioso il desiderio di amarti, cosa è dunque possedere, godere l’amore?…

Come può un’anima così imperfetta come la mia aspirare a possedere la pienezza dell’amore? O Gesù, mio primo, mio solo Amico, tu che io amo unicamente, dimmi: che mistero è questo? Perché non riservi queste immense aspirazioni alle grandi anime, alle Aquile che si librano nelle altezze?… Io mi considero invece un de­bole uccellino coperto solo da una leggera lanugine. Non sono un’aquila: dell’aquila ho semplicemente gli occhi e il cuore perché, nonostante la mia piccolezza estrema, oso fissare il Sole divino, il Sole dell’amore, e il mio cuore sente dentro di sé tutte le aspirazioni dell’Aquila…

L’uccellino vorrebbe volare verso quel Sole brillante che affascina i suoi occhi, vorrebbe imitare le Aquile sue so­relle che vede elevarsi fino al focolare Divino della Tri­nità Santissima… Ahimé, tutto ciò che riesce a fare è sol­levare le sue piccole ali! Ma alzarsi in volo, questo non è nelle sue piccole possibilità. Che ne sarà di lui? Morirà dal dispiacere nel vedersi così impotente?… Oh, no! L’uccellino non si affiggerà nemmeno. Con un abbando­no audace vuol restare a fissare il suo Sole Divino. Nien­te potrebbe spaventarlo, né il vento, né la pioggia. E se nubi oscure vengono a nascondere l’Astro dell’amore, l’uccellino non cambia posto, sa che al di là delle nubi il suo Sole brilla sempre, che il suo splendore non potreb­be eclissarsi neanche un momento. Talvolta, è vero, il cuore dell’uccellino è assalito dalla tempesta, gli sembra di non credere che esista altro se non le nubi che lo av­volgono. È quello il momento della gioia perfetta per il povero debole esserino. Che felicità per lui restare là ugualmente, fissare la luce invisibile che si nasconde alla sua fede!!!…

Gesù, fin qui, capisco il tuo amore per l’uccellino, poiché egli non si allontana da te… Ma io lo so e anche tu lo sai: spesso l’imperfetta creaturina, pur restando al suo posto (cioè sotto i raggi del Sole), si lascia un po’ distrar­re dalla sua unica occupazione. Prende un granellino a destra e a sinistra, corre dietro a un vermiciattolo; poi, quando incontra una piccola pozzanghera, si bagna le penne appena spuntate; vede un fiore che gli piace e il suo piccolo spirito si occupa di quel fiore. Insomma, non potendo librarsi come le aquile, il povero uccellino si occupa ancora delle piccolezze della terra. Eppure, dopo tutte queste birichinate, invece di andare a nascondersi in un angolo e piangere la sua miseria e morire di penti­mento, l’uccellino si gira verso il suo Amato Sole, pre­senta ai suoi raggi benefici le alucce bagnate, geme come la rondine e nel suo dolce canto egli confida, egli racconta una per una le sue infedeltà, pensando nel suo abbandono temerario di acquistare più potere, di attirare più pienamente l’amore di colui che non è venuto a chia­mare i giusti, ma i peccatori.

O Gesù, come è felice il tuo uccellino di essere debo­le e piccolo! Che ne sarebbe di lui se fosse grande? Mai avrebbe l’audacia di comparire alla tua presenza, di son­necchiare davanti a te!… Sì, anche questa è una debolez­za dell’uccellino quando vuole fissare il Sole Divino e le nubi gli impediscono di vedere anche un solo raggio: suo malgrado gli si chiudono gli occhietti, la sua testolina si nasconde sotto l’aluccia e il povero esserino si addor­menta, credendo di fissare sempre il suo Astro amato. Al suo risveglio, non si affligge, il suo cuoricino resta in pace, ricomincia il suo compito d’amore, invoca gli An­geli e i Santi che si innalzano come Aquile verso la For­nace divorante, oggetto del suo desiderio; e le Aquile si muovono a pietà del loro fratellino, lo proteggono, lo difendono, mettendo in fuga gli avvoltoi che vorrebbero divorarlo. Gli avvoltoi, immagini dei demoni, l’uccelli­no non li teme: non è affatto destinato a diventare loro preda, bensì preda dell’Aquila che egli contempla al centro del Sole dell’amore.

O Verbo Divino, sei tu l’Aquila adorata che amo e che mi attira; sei tu che, lanciandoti verso la terra d’esi­lio, hai voluto soffrire e morire per attirare le anime fino al seno dell’Eterna Fornace della Beata Trinità; sei tu che, risalendo verso la Luce inaccessibile che sarà ormai tua dimora, resti ancora nella valle di lacrime, nascosto sotto l’apparenza di un’ostia bianca!… Aquila Eterna, tu vuoi nutrire della tua sostanza divina proprio me, povero piccolo essere, che tornerei nel nulla se il tuo sguardo divino non mi donasse la vita in ogni istante!…

O Gesù, lasciami nell’eccesso della mia riconoscen­za, lasciami dire che il tuo amore arriva fino alla follia… Come vuoi che, davanti a questa Follia, il mio cuore non si slanci verso di te? Come potrebbe avere limiti la mia fiducia?… Ah, per te, lo so, anche i Santi hanno fatto follie, hanno fatto grandi cose perché erano aquile!…

Gesù, io sono troppo piccola per fare grandi cose! E la mia follia è di sperare che il tuo amore mi accetti come vittima!… La mia follia consiste nel supplicare le Aquile mie sorelle di concedermi la grazia di volare verso il Sole dell’amore con le stesse ali dell’Aquila Divina!… Per tutto il tempo che vorrai, o mio Amato, il tuo uc­cellino resterà senza forze e senza ali, egli sempre terrà gli occhi fissi su di te: vuole essere affascinato dal tuo sguardo divino, vuole diventare la preda del tuo amo­re!… Un giorno, ne ho la speranza, Aquila Adorata, tu verrai a prendere il tuo uccellino e, risalendo con lui alla Fornace dell’amore, lo immergerai per l’eternità nel­l’abisso ardente di quell’amore al quale si è offerto come vittima!

“O Gesù, perché non mi è possibile dire a tutte le pic­cole anima quanto la tua condiscendenza è ineffabile?… Sento che se per assurdo tu trovassi un’anima più de­bole, più piccola della mia, ti compiaceresti di colmarla di favori ancora più grandi, qualora si abbandonasse con fiducia completa alla tua misericordia infinita. Ma perché desiderare di comunicare i tuoi segreti d’amore, o Gesù? Non sei tu solo che me li hai insegnati e non puoi forse rivelarli tu ad altri?… Sì, lo so, e ti scongiuro di farlo. Ti supplico di chinare il tuo sguardo divino su un grande numero di piccole anime!… Ti supplico di sce­gliere una legione di piccole vittime degne del tuo amo­re! …”.

“O Madre, mai ho sperimentato così bene quanto il Signore è dolce e misericordioso! Mi ha mandato questa prova solo nel momento in cui ho avuto la forza di sop­portarla; se l’avessi avuta prima, credo davvero che mi avrebbe gettata nello scoraggiamento… Ora essa toglie tutto ciò che avrebbe potuto esserci di soddisfazione na­turale nel desiderio che avevo del Cielo… Mamma ama­ta, adesso mi sembra che niente mi impedisca di prende­re il volo, perché non ho più grandi desideri se non quel­lo di amare fino a morire d’amore…” (9 giugno) (SA – C, 280).

“Sì, diletta del mio cuore, Gesù è presente con la sua croce! Privilegiata del suo amore, egli vuole renderti si­mile a lui. Perché spaventarti di non poter portare questa croce senza sperimentare la debolezza? Gesù sulla via del Calvario è caduto ben tre volte, e tu, povera piccoli­na, tu non vorresti essere simile al tuo Sposo, tu non vor­resti cadere 100 volte, se è necessario, per dargli prova del tuo amore, risollevandoti con maggiore forza di pri­ma dalla tua caduta! …

Celina… Gesù deve amarti con un amore particolare per provarti così. Sei cosciente che io ne sono quasi ge­losa? A quelli che amano di più egli ne dona di più, a quelli che amano meno egli ne dona meno!

Ma tu non senti il tuo amore per il tuo Sposo, vorresti che il tuo cuore fosse una fiamma che sale verso di lui senza il più leggero fumo; fai ben attenzione che il fumo che ti circonda è solo per te, per toglierti tutta la vista del tuo amore per Gesù: da lui solo è vista la fiamma, così almeno è tutta quanta per lui; infatti, non appena ce la mostra un poco, subito arriva l’amor proprio come un vento disastroso che spegne tutto!” (LT 81).

“Gesù è uno sposo di sangue: egli vuole per Sé tutto il sangue del cuore…

Oh, quanto costa donare a Gesù ciò che chiede! Qua­le felicità che ciò ci costi! … Quale ineffabile gioia è por­tare le nostre croci debolmente. Che felicità essere umi­liata: è la sola via che fa i santi! …

Possiamo ora dubitare della volontà di Gesù sulle nostre anime? La vita non è che un sogno. Presto ci ri­sveglieremo, e che gioia! … Più grandi sono le nostre sofferenze, più la nostra gloria sarà infinita. Oh, non sprechiamo la prova che Gesù ci manda: è una miniera d’oro da sfruttare. Vogliamo perdere l’occasione? Il gra­nello di sabbia vuole mettersi all’opera, senza gioia, sen­za coraggio, senza forza, e sono tutti questi titoli che gli faciliteranno l’impresa: egli vuole lavorare per amore” (LT 82).

“Che privilegio ci fa Gesù mandandoci un così gran­de dolore! Ah, l’eternità non sarà troppo lunga per rin­graziarlo! Egli ci colma dei suoi favori così come ne ricolmava i più grandi santi; perché una così grande pre­dilezione? E un segreto che Gesù ci rivelerà nella nostra patria, il giorno in cui “Egli asciugherà tutte le lacrime dai nostri occhi”.

È necessario che proprio alla mia anima io parli così, giacché altrimenti non sarei compresa; ma è a lei che mi rivolgo, e tutti i miei pensieri sono stati da lei capiti in anticipo; tuttavia ciò che lei forse ignora è l’amore che Gesù le porta, amore che chiede tutto; non vi è nulla che possa essergli impossibile, non vuole metter limiti alla santità del suo Giglio: il suo limite è che non ne ha! Per­ché ne dovrebbe avere? Noi siamo più grandi dell’uni­verso intero; un giorno avremo noi stesse un’esistenza Divina” (LT 83).

“Ah, lasciamoci indorare dal Sole del suo amore. Questo sole è bruciante: consumiamoci d’amore! San Francesco di Sales dice: Quando il fuoco dell’amore è in un cuore, tutti i mobili volano dalle finestre.

Oh, non lasciamo nulla nel nostro cuore, nulla all’in­fuori di Gesù!” (LT 89).

“Sì, la vita è un tesoro, ogni istante è un’eternità, un’eternità di gioia per il Cielo, un’eternità per contem­plare Dio faccia a faccia, per essere una cosa sola con lui!… Non c’è che Gesù che è; tutto il resto non è. Amia­molo dunque alla follia, salviamogli anime. Ah, Celina, sento che Gesù esige da noi due di estinguere la sua sete donandogli anime, e anime di sacerdoti soprattutto.

Sento che Gesù vuole che io ti dica questo, infatti la nostra missione è di dimenticarci, di annullarci… Siamo così poca cosa! E tuttavia Gesù vuole che la salvezza delle anime dipenda dai nostri sacrifici, dal nostro amo­re: viene da noi a mendicare anime!… Ah, comprendia­mo il suo sguardo! Sono così pochi coloro che lo sanno comprendere; Gesù ci fa la grazia insigne di istruirci egli stesso, di mostrarci una luce nascosta. Celina, la vita sarà breve, l’eternità è senza fine!… Facciamo della no­stra vita un continuo sacrificio, un martirio d’amore, per consolare Gesù: egli vuole solo uno sguardo, un sospiro, ma uno sguardo e un sospiro che siano per lui solo.

Tutti gli istanti della nostra vita siano per lui solo, le creature ci tocchino solo di sfuggita. Non v’è che una cosa sola da fare durante la notte, l’unica notte della vita che non verrà che una volta sola: è amare, amare Gesù con tutta la forza del nostro cuore e salvargli delle anime perché sia amato…

Oh, fare amare Gesù!” (LT 96).

“Mia cara piccola Maria, quanto a me, non conosco altro mezzo per giungere alla perfezione che l’amore… Amare! Come il nostro cuore è fatto proprio per que­sto! Talvolta cerco un’altra parola per esprimere l’amo­re, ma sulla terra d’esilio le parole sono impotenti a ren­dere tutte le vibrazioni dell’anima. E così occorre atte­nersi a quest’unica parola: amare!…

Ma a chi il nostro povero cuore affamato d’amore lo prodigherà? Ah, chi sarà abbastanza grande per questo? Un essere umano potrà comprenderlo? E, soprattutto, saprà ricambiarlo? Maria, non vi è che un essere che possa comprendere la profondità di questa parola: ama­re! Non c’è che il nostro Gesù che sappia renderci infini­tamente più di quanto gli diamo…

Maria del Santissimo Sacramento! … Il tuo nome ti dice la tua missione: consolare Gesù, farlo amare dalle anime. Gesù è malato e bisogna rivelare che la malattia dell’amore si guarisce solo con l’amore!… Maria, dona veramente tutto il tuo cuore a Gesù. Egli ne ha sete, ne è affamato. Il tuo cuore, ecco ciò a cui egli aspira, al punto che, per averlo per sé, acconsente d’alloggiare in un buco sporco e scuro… Ah, come non amare un amico che si riduce ad una così estrema indigenza? Come osare ancora portare come scusa la propria povertà, mentre Gesù si rende simile alla sua Fidanzata?… Egli era ricco e si è fatto povero per unire la sua povertà alla povertà di Maria del Santissimo Sacramento. Che mistero d’amo­re!” (LT 109).

“Ma la povera piccola fidanzata di Gesù sente di amare Gesù per lui solo e non vuole guardare il viso del suo diletto, se non per sorprendervi le lacrime che scor­rono dagli occhi che l’hanno rapita con il loro fascino nascosto… Lei vuole asciugarle queste lacrime, per far­ne il suo abito il giorno delle nozze, abito che sarà anch’es­so nascosto, ma sarà apprezzato dal Diletto” (LT 115).

“Ah, nel suo amore, egli sceglie per le sue spose lo stesso cammino che ha scelto per sé… Vuole che le gioie più pure si cambino in sofferenze in modo che, non avendo, per così dire, neppure il tempo di respirare a proprio agio, il nostro cuore si rivolga verso di lui che solo è il nostro Sole e la nostra gioia” (LT 149).

“Ah, sento bene che non è certo quello ciò che piace al buon Dio: ciò che gli piace è di vedermi amare la mia piccolezza e la mia povertà, è la cieca speranza che ho nella sua misericordia… Ecco il mio solo tesoro, Madri­na amatissima, e perché questo tesoro non potrebbe es­sere il suo?

Non è pronta a soffrire tutto quel che il buon Dio vor­rà? Sì, certamente, lo so bene. Allora, se lei desidera sentire gioia, essere attratta dalla sofferenza, lei cerca la sua consolazione, poiché quando si ama una cosa, la pena scompare. L’assicuro che se andassimo insieme al marti­rio nelle disposizioni in cui ci troviamo, lei avrebbe un gran merito e io non ne avrei nessuno, a meno che a Gesù non piacesse cambiare le mie disposizioni.

O cara sorella, la prego, comprenda la sua piccola fi­glia; comprenda che, per amare Gesù, per essere sua vit­tima d’amore, più si è deboli, senza desideri né virtù, più si è adatti alle operazioni di questo amore che consuma e trasforma… Il solo desiderio di essere vittime basta, ma è necessario acconsentire a restare poveri e senza forza: ed ecco il difficile, poiché: il vero povero in spirito, dove trovarlo? Occorre cercarlo molto lontano, ha detto il salmista. Non dice che occorre cercarlo in mezzo alle anime grandi, ma molto lontano, ossia nella bassezza, nel nulla! … Ah, rimaniamo dunque molto lontano da tutto ciò che brilla, amiamo la nostra piccolezza, prefe­riamo non sentire nulla! Allora saremo povere di spirito e Gesù verrà a cercarci; per quanto lontano possiamo es­sere, egli ci trasformerà in fiamme d’amore! Oh, come vorrei poterle far capire quel che sento! … È la fiducia, e null’altro che la fiducia, che deve condurci all’amore!… Il timore non conduce forse alla giustizia?…

Poiché vediamo la via, corriamo insieme. Sì, lo sen­to: Gesù vuol farci le stesse grazie, vuole donarci gratui­tamente il suo Cielo” (LT 197).

“Il sole ardente di Saigon non è nulla in confronto al fuoco che brucia nella sua anima. O Sorella mia, la pre­go, chieda a Gesù che anch’io lo ami e lo faccia amare! Io vorrei amarlo non con un amore ordinario, ma come i Santi, che per lui facevano pazzie. Ahimè, come sono lontana dal rassomigliare a loro!” (LT 225).

“La mia via è una via tutta di fiducia e d’amore; io non capisco le anime che hanno paura di un così tenero Amico. Talvolta, quando leggo certi trattati spirituali, nei quali la perfezione è presentata attraverso mille osta­coli, circondata da una folla di illusioni, il mio povero spirito si stanca molto presto; chiudo il dotto libro, che mi rompe la testa e mi inaridisce il cuore, e prendo la Sacra Scrittura. Allora tutto mi appare luminoso: una sola parola svela alla mia anima orizzonti infiniti; la per­fezione mi appare facile; vedo che basta riconoscere il proprio niente e abbandonarsi come un bambino nelle braccia del buon Dio” (LT 226).

Offerta di me stessa come vittima d’olocausto all’Amore Misericordioso del buon Dio

“O mio Dio, Trinità Beata, io desidero amarti e farti amare, lavorare alla glorificazione della Santa Chiesa salvando le anime che sono sulla terra e liberando quelle che soffrono nel purgatorio. Desidero compiere perfetta­mente la tua volontà e arrivare al grado di gloria che mi hai preparato nel tuo regno; in una parola, desidero esse­re Santa, ma sento la mia impotenza e ti domando, o mio Dio, di essere tu stesso la mia Santità.

Poiché mi hai amata fino a darmi il tuo unico Figlio perché sia il mio Salvatore e il mio Sposo, i tesori infini­ti dei suoi meriti sono miei ed io te li offro con gioia, supplicandoti di non guardarmi che attraverso il Volto di Gesù e nel suo cuore ardente d’amore.

Ti offro ancora tutti i meriti dei Santi sia del Cielo che della terra, i loro atti d’amore e quelli dei Santi An­geli; ti offro infine, o Beata Trinità, l’amore e i meriti della Santa Vergine, mia Madre diletta. A lei affido la mia offerta pregandola di presentartela. Il suo Figlio di­vino, mio amato Sposo, nei giorni della sua vita mortale ci ha detto: Tutto ciò che domanderete al Padre mio, nel mio nome, ve lo darà!

Sono dunque certa che esaudirai i miei desideri. Lo so, o mio Dio: più vuoi dare, più fai desiderare. Sento nel mio cuore desideri immensi ed è con fiducia che ti chiedo di venire a prendere possesso della mia anima. Ah, non posso ricevere la Santa Comunione tanto spesso come desidero! Ma, Signore, non sei tu Onnipotente?… Resta in me, come nel tabernacolo: non allontanarti mai dalla tua piccola ostia!

Vorrei consolarti dell’ingratitudine dei cattivi e ti supplico di togliermi la libertà di dispiacerti. Se qualche volta cado per debolezza, il tuo sguardo divino purifichi subito la mia anima consumando tutte le mie imperfezioni, come il fuoco che trasforma ogni cosa in se stesso…

Ti ringrazio, o mio Dio, di tutte le grazie che mi hai accordate, in particolare di avermi fatta passare attraver­so il crogiuolo della sofferenza. Sarà con gioia che ti contemplerò nell’ultimo giorno mentre reggi lo scettro della Croce. Poiché ti sei degnato di darmi in sorte que­sta Croce tanto preziosa, spero di rassomigliarti nel Cie­lo e di veder brillare sul mio corpo glorificato le sacre stigmate della tua Passione!

Dopo l’esilio della terra, spero di venire a goderti nella Patria; ma non voglio ammassare meriti per il Cie­lo, voglio lavorare per il tuo solo amore, con l’unico scopo di farti piacere, di consolare il tuo Sacro Cuore e di salvare anime che ti ameranno eternamente.

Alla sera di questa vita, comparirò davanti a te a mani vuote, perché non ti chiedo, Signore, di contare le mie opere. Ogni nostra giustizia è imperfetta ai tuoi oc­chi. Voglio dunque rivestirmi della tua propria giustizia e ricevere dal tuo amore il possesso eterno di te stesso. Non voglio altro trono e altra corona che te, o mio Amato!

Ai tuoi occhi il tempo è nulla: un giorno solo è come mille anni. Tu puoi dunque prepararmi in un istante a comparire davanti a te.

Allo scopo di vivere in un atto di perfetto amore, mi offro come vittima di olocausto al tuo amore misericor­dioso, supplicandoti di consumarmi senza posa, lascian­do traboccare nella mia anima le onde d’infinita tenerez­za che sono racchiuse in te, così che io diventi martire del tuo amore, o mio Dio!

Questo martirio, dopo avermi preparata a comparire davanti a te, mi faccia infine morire e la mia anima si slanci senza ritardo nell’eterno abbraccio del tuo amore misericordioso!

Voglio, o mio Amato, ad ogni battito del cuore rinno­varti questa offerta un numero infinito di volte, fino a che, svanite le ombre, possa ridirti il mio amore in un faccia a faccia eterno!”.

M. Francesca Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo

rel. carni. ind.

Festa della Santissima Trinità

9 giugno dell’anno di grazia 1895

“Il più piccolo movimento di puro amore è più utile alla Chiesa di tutte le altre opere messe insieme…

È dunque della più alta importanza che le nostre ani­me si esercitino molto nell’amore, affinché, consuman­dosi rapidamente, non si fermino molto quaggiù e arrivi­no prontamente a vedere Gesù, faccia a faccia…” (Pr 12)

Serva di Dio Madre Speranza di Gesù

Profilo biografico

Nasce il 30 settembre 1893 a Santomera, in provin­cia di Murcia (Spagna) con il nome di Josefa Alhama Valera, da una famiglia poverissima.

A otto anni è accolta in casa del parroco di Santome­ra ed educata dalle due sorelle di lui.

Il 15 ottobre 1914 all’età di 21 anni, entra tra le Fi­glie del Calvario. Più tardi l’Istituto (in via d’estinzio­ne) si unirà a quello delle Missionarie Clarettiane.

Nel Natale 1927 Madre Speranza prepara un pranzo per circa 400 poveri. Episodio decisivo, questo, per ca­pire il piano di Dio su di lei. Collabora con il domenica­no P. Arintero nella diffusione della spiritualità del­l’Amore Misericordioso.

La notte di Natale del 1930, a Madrid, fonda, insie­me ad altre tre suore, la Congregazione delle Ancelle dell’Amore Misericordioso. Con l’aiuto della Provvi­denza fa sorgere, in Spagna, 12 case per bambini poveri, per anziani e malati.

Nel 1936 scoppia la guerra civile in Spagna. In que­sto periodo Madre Speranza fa il suo primo viaggio a Roma per iniziare un lavoro intenso tra i poveri della periferia romana (Via Casilina). Intanto deve difender­si, davanti al S. Ufficio (S. Congregazione per la Dottri­na della Fede), di accuse e diffamazioni sulla sua perso­na e sulla Congregazione appena nata.

Il 15 agosto 1951 inizia a Roma la Congregazione dei Figli dell’Amore Misericordioso.

Tre giorni dopo, il 18 agosto, si stabilisce con loro e alcune suore a Collevalenza (Perugia).

Nel 1955 dà inizio, a Collevalenza, al Santuario del­l’Amore Misericordioso.

Il 22 novembre 1981, il Papa Giovanni Paolo II visi­ta il Santuario.

L’8 febbraio 1983 la Madre muore santamente. Dal 1988 è in corso il processo di canonizzazione. Nel 1990 si è conclusa la fase diocesana e nel 1993 è stata consegnata la positio alla Congregazione per le Cause dei Santi.

Diario 5.11.1927

“(Il Signore) mi ha detto che devo arrivare a far sì che gli uomini conoscano il buon Gesù non come padre sde­gnato per le ingratitudini dei figli, ma come padre pieto­so che cerca con ogni mezzo di confortare, aiutare e far felici i propri figli; che li segue da vicino, li cerca inces­santemente con amore, come se non potesse essere felice senza di loro. Quanto mi ha fatto impressione questo, Padre mio!”.

18.12.1927

“Il buon Gesù mi ha detto che io non devo avere altra ambizione che amarlo e soffrire in riparazione delle of­fese che lui riceve dal suo amato clero; devo fare in modo che tutti quelli che trattano con me sentano an­ch’essi il desiderio di offrirsi come vittime di espiazione per i peccati dei sacerdoti del mondo intero. Devo sfor­zarmi di cercare solo la sua gloria, anche a costo del mio disprezzo. Che vuol dirmi con questo il buon Gesù?”.

23.1.1928

“Il buon Gesù è stato tanto Padre, come sempre, e mi ha detto di nuovo che è suo desiderio che io non abbia altra ambizione che amarlo e soffrire e che, per conse­guire questo, lui mi farà gustare le dolcezze del suo amo­re in un modo più intenso”.

5.4.1928

‘Il buon Gesù mi ha invitata a sentire un po’ i dolori e le angustie della sua passione, dicendomi che in essa avrei imparato molto per unirmi più a lui fino ad abbrac­ciarmi con gioia alla sua divina Volontà e a compiere con entusiasmo il lavoro che mi aspetta;… ho sentito come mai i dolori e le sofferenze della Passione del buon Gesù, e ciò che mi ha fatto impressione di più e soffrire di più è stato quando ho potuto rivedere e rivivere in una maniera misteriosa le terribili conseguenze della tristez­za, dell’abbattimento e dell’annullamento che oppresse­ro il buon Gesù nell’orto degli ulivi… In quei momenti lui si è visto solo, abbattuto, vicino alla sua passione e abbandonato apparentemente anche da suo Padre e da ogni conforto umano…; che orrore e tormento ha provato il mio cuore davanti a questo quadro! Io non so se sarà una illusione, però mi pare di amare il buon Gesù più di prima; … mi pare di sentire nella mia anima un movi­mento interno che mi trasporta a lui, che infonde nella mia anima una sete ardente di soffrire con lui e aspetto con ansia che arrivi il momento che lui mi possa chiede­re quel lavoro che dice io devo fare con il suo aiuto. Che lavoro sarà?”.

25.11.1941

“Gesù mio, lo so, tu desideri che io dimentichi di più me stessa per possedere te, che lotti per godere la vera pace e che muoia a me stessa per possedere la tua vita… desideri che sia tutta per te come tu sei tutto per me… tu desideri essere tutto per me. Quale cuore, Gesù mio, può resistere a tutte queste delicatezze e non infiammarsi d’amore per te?”.

28.11.1941

‘Fa’, Gesù mio, che sia sempre pronta al servizio del­la tua volontà …Bramo stare vicino a te, Gesù mio, per fare tutte le mie azioni in unione con te: tu infatti abiti in me per santificare non solo la mia persona, ma anche tut­te le mie opere e per riempire di te tutte le mie facoltà. Sii per me, Gesù mio, luce dello spirito, amore e fuoco del cuore”.

2.12.1941

“Tu dici, Gesù, che se l’amore non soffre e non si sacrifica non è amore. …Gesù mio, che io ti segua sem­pre nel dolore; che non abbia a dire mai: basta con le sofferenze; e che impari a rinunciare continuamente a me stessa per possedere il mio Dio. Aiutami, Gesù mio, perché viva sempre unita alla croce”.

19.12.1941

“Ricordando quanto il buon Gesù ha sofferto… mi sento trasportata a rinnovare la mia offerta come vittima di espiazione fatta il 24 dicembre 1927… È tanta poca cosa quanto ti posso dare, Dio mio, ma tu uniscilo al tuo amore e alla tua misericordia e tutto resterà saldato”.

16.6.1942 (quattro giorni dopo i Voti Perpetui) “Concedimi la grazia, Gesù mio, di vivere sempre nel dolore e morire consumata nel tuo amore; le croci che tu vorrai mandarmi mi servano per amarti di più, per insegnare agli altri che la scienza dell’amore si apprende nel dolore”.

11.3.1952

“Mi dice Gesù che io devo avere sempre ben presente che lui ama moltissimo di più quelle anime che, cariche di difetti, si sforzano e lottano per riuscire a essere quel­lo che lui desidera e che anche l’uomo più perverso, il più abbandonato e miserabile, è amato da lui con im­mensa tenerezza e che per questi è un padre e una tenera madre e che lui desidera che il mio cuore sia simile al suo”.

15.3.1952

“Gesù mi ha chiesto di nuovo di raddoppiare gli sfor­zi per andare sempre avanti nella santità… Mi ha detto anche che abbia ben presente che per andare avanti come lui desidera mi è sufficiente un desiderio tranquillo, po­sato e riflessivo… ravvivato continuamente dall’amore e dall’esempio suo… Lì, al suo lato, si impara a frenare il nostro orgoglio, la superbia e la vanità… Lì l’anima s’inebria nell’amore”.

16.3.1952

“Gesù mi dice che quanto più mi eserciti nella virtù della carità, tanto più moltiplicherò in me gli affetti di pietà”.

4.4.1952

“Mi dici, Gesù mio, che devo tenere ben presente che la tua presenza è la base della santità, il fondamento del­la perfezione e la radice di tutte le virtù… e io ti dico, Gesù mio, che io non voglio vivere altro che per te e che da quando hai scelto il mio cuore come tua dimora, io ho desiderato soltanto di pensare a te, di tenere la mente e il cuore fissi in te. E oggi posso dirti di sentirmi felice per­ché ti ho sentito dirmi che finalmente ho acquisito (o meglio: che tu hai infuso nel mio cuore) quell’abitudine che tu tanto desideravi da me e cioè: che io pensi sempre a te e che il mio cuore e la mia mente siano sempre fissi in te e che nessuna cosa e nessuno possano distrarmi da te”.

19.12.1953

“La persona che desidera abbandonarsi pienamente nell’Amore Misericordioso deve impegnarsi a stare mol­to raccolta per poter percepire i palpiti del cuore di Gesù, il quale ha detto: è nell’intimo delle vostre anime che io voglio regnare.

Stiamo attenti a non pensare che per conseguire que­sta vita interiore o questo raccoglimento noi dobbiamo stare in Cappella tutto il giorno, senza muoverci di lì, no; vi posso dire di me stessa che quanto più lavoro per vi­vere la carità autentica, tanto più sento che in me aumen­ta il raccoglimento e l’unione con Gesù”.

Dic. 1964 (preghiera della Madre per il Santuario) “Aiuta, consola e conforta tutti quanti ne hanno biso­gno e fa’, Gesù mio, che tutti vedano in te non un giudice severo ma un Padre pieno di amore e di misericordia che non tiene in conto le miserie dei suoi figli ma le dimenti­ca e le perdona”.

Pensieri

“Devo riuscire a far sì che tutti quelli che trattano con me sappiano che il buon Gesù ama tutte le anime con la stessa intensità; che se c’è una differenza è proprio que­sta: ama di più quelle anime che, pur piene di difetti, si sforzano e lottano per essere come lui le vuole; che an­che l’uomo più perverso, più abbandonato e più misera­bile è amato da lui con immensa tenerezza”.

“Coll’aiuto del buon Gesù e per amor suo voglio vi­vere soffrendo e morire amando, consumata nel fuoco dell’amore”.

“Lo so, Gesù, che questo mio povero cuore non riu­scirà mai ad amarti come tu lo meriti, ma io ardo dal desiderio di amarti e di darmi a te perché tu ti possa do­nare a me. Aiutami, Gesù, perché attraverso la conoscen­za di Dio io possa attrarre a me Dio stesso e abbandonar­mi interamente a lui nell’amore”.

“Gesù mio, che il mio cuore arda d’amore per te, che quest’amore sia per me non un semplice sentimento d’affetto passeggero, ma un amore generoso, capace di spingermi fino al più grande sacrificio, fino a dimenti­carmi di me stessa, fino a rinunciare alla mia volontà per fare solo quello che tu vuoi”.

“Aiutami, Gesù, ad andare sempre avanti nella perfe­zione, mossa dall’ansia di darti gioia. Fa’ che la mia per­fezione consista sempre nel possederti per mezzo del­l’amore e del sacrificio; che possa dire sempre sincera­mente di non avere altra volontà che la tua…

Accendi in me, Gesù mio, il fuoco del tuo amore”.

“Gesù, fa’ che il mio amore per te sia mosso sempre da un sentimento di gratitudine, mai dalla paura del ca­stigo che mi sono meritata o dalla speranza di un premio che potrei avere dal tuo amore e dalla tua misericordia: che ti ami sempre con tutte le forze unicamente perché meriti di essere amato sopra ogni cosa”.

“Voglio, Gesù mio, che tu, tu solo sia il movente principale dei miei affetti, di tutta la mia vita e che tu sia per me tutto e ogni mio bene”.

“Gesù mio, che l’anima mia si rallegri sempre nelle prove che tu permetti; che la tua bellezza, la tua bontà e il tuo amore accendano nel mio cuore il fuoco cocente dell’amore. Aiutami a non tirarmi mai indietro davanti agli sforzi necessari per giungere al grado di santità che mi chiedi. Fa’ che con il tuo aiuto possa cooperare alla santificazione delle anime”.

“Gesù mio, imprimi nella mia volontà… di non esse­re mai negligente in tutto quello che può darti gloria. Concedimi la grazia, Gesù mio, d’arrivare ad amare il prossimo come tu stesso lo hai amato e lo ami, sempre pronta a sacrificarmi per tutti”.

‘Fa’, Gesù mio, che nell’orazione non perda mai il tempo in discorsi o richieste che a te non interessano, ma in sentimenti d’affetto, perché l’anima mia, ansiosa di amarti, possa con facilità venire a te”.

“Dammi anche la grazia di vivere unicamente per te, per farti amare da tutti quelli che trattano con me, e per soffrire”.

“E per salvarmi non badare ai pochi meriti delle mie opere buone; mi salvino, Padre mio, il tuo amore e la tua misericordia”.

‘Fa’, Gesù mio,… che mai ami qualcuno o qualche cosa che mi sia di ostacolo alla unione completa con il mio Dio”.

“Gesù mio, tu hai sofferto tanto per me, ma tanto, fino al punto di morire nudo sulla croce, calunniato, di­sprezzato, umiliato, tra i più grandi insulti: posso io ne­garti qualche cosa? Non cercherò unicamente la tua glo­ria ad ogni costo? E non sarò tutta per te come tu sei tutto per me? Tu sai, Gesù, che desidero soltanto amarti e sof­frire, e che da tempo la mia unica ambizione è la tua glo­ria”.

“Gesù mio, ho un grande desiderio di santificarmi a tutti i costi, solo per darti gloria; vedo che il cammino della perfezione è arduo; ci vuole uno sforzo non comu­ne ed energico per andare avanti: questo mi spaventa molto, sì molto, specialmente quando dimentico che tu mi precedi e mi aiuti; ecco perché sono angosciata e gemo, e non mi accorgo che le tribolazioni e le sofferen­ze sono una prova vera del tuo amore verso di me e del tuo desiderio di purificare la mia povera anima. Oggi, Gesù, col tuo aiuto, ti prometto ancora una volta di cam­minare per questa via aspra e difficile, guardando sem­pre avanti, senza voltarmi indietro, mossa dall’ansia del­la perfezione che tu desideri per me”.

“Vuoi l’unione con te, desideri che sia tutta per te come tu sei tutto per me, e perciò non devo ricercare niente, neppure me stessa, all’infuori di te che desideri essere tutto per me. Quale cuore, Gesù mio, può resistere a tutte queste delicatezze e non infiammarsi di amore per te?”.

“Voglio vivere in un continuo colloquio d’amore con te. Bramo stare vicino a te, Gesù mio, per fare tutte le mie azioni in unione con te: tu infatti abiti in me per san­tificare non solo la mia persona, ma anche tutte le mie opere e per riempire di te tutte le mie facoltà”.

“Tu dici, Gesù, che se l’amore non soffre e non si sacrifica non è amore. Che insegnamento, Dio mio! Ca­pisco perché è così forte il tuo amore, ora capisco perché è fuoco che riscalda, brucia e consuma: hai sofferto tan­to, tanto!”.

“Tu mi insegni, Gesù mio, che è il sacrificio quello che accende la fiamma del tuo amore, che non c’ è amore verso di te senza sofferenza: e tu, mio Dio, me la dimi­nuisci! Perché, Padre mio? Senza dubbio perché tante volte t’ho ricevuto con molta poca gratitudine”.

“Gesù mio, che il mio cuore rassomigli al tuo e che mai io pretenda conoscere da te grandi cose per poi rea­lizzarne poche per il mio Dio”.

“Fa’, Gesù mio, che le anime consacrate progredisca­no sempre nelle tue virtù… Liberale da tutto ciò che im­pedisce loro di giungere a te, perché ti amino con tutto il cuore e muoiano a se stesse vivendo solo per te, fino a diventare un solo respiro, una sola volontà, un unico amore e affetto per te, perché le loro anime, le loro forze, tutto il loro essere arda sempre e si consumi come vera fiamma nel fuoco della tua carità divina. Fa’ che tutti comprendano, Gesù mio, che vivere uniti a te e fare la tua volontà è la cosa più grande e amabile, e che amarti con predilezione è la cosa più dolce e desiderabile”.

“Concedimi la grazia, Gesù mio, di vivere sempre nel dolore e morire consumata nel tuo amore; le croci che tu vorrai mandarmi mi servano per amarti di più e per insegnare agli altri che la scienza dell’amore si ap­prende nel dolore”.

“Gesù mio, soffro molto nel vedere che, nonostante i miei propositi di santificarmi per darti gloria compiendo fedelmente tutto ciò che mi chiedi, tuttavia perdo il tem­po occupandomi di cose che mi sembra non siano di tuo gradimento; manco di carità, per mia disgrazia, con giu­dizi temerari e tu ancora ti degni di venire a conversare con me e a mendicare il mio amore. Che pena, Gesù mio! Non ti umiliare più per questa povera creatura che oggi ti supplica, ancora una volta, di perdonarla per averti fatto soffrire tanto; dimentica tutto, ti prego, io intanto ti prometto di camminare col tuo aiuto nella santità, senza volgermi indietro ma pregando insieme con te, affinché l’anima mia impari, lì, vicino a te, a conoscerti, amarti tanto, e aspiri alla virtù solida fondata non più su pre­ghiere ma su convinzioni profonde”.

“Il cammino della perfezione è molto arduo e per camminarvi si richiedono sforzi energici e costanti; io mi sento debole, molto debole, e se tu non mi sorreggi e aiuti a percorrere questa strada aspra e difficile non arri­verò mai alla fine. Ormai ho ricominciato molte volte, mossa dal grande desiderio di raggiungere la vetta, ma sono sempre tornata indietro, forse perché mi è mancato l’amore verso il mio Dio e l’ansia della perfezione…

Sono venuti meno i miei desideri di santificazione… Col tuo aiuto posso piano piano arrivare dove sono giun­ti tanti santi… Ebbene, Gesù, oggi sono qui davanti a te per dirti che sono decisa col tuo aiuto a rompere tutti i legami che mi impediscono lo slancio verso le vette del­la perfezione e di darmi completamente a te”.

‘Fa’ che la contemplazione delle mie molte ingratitu­dini, debolezze e miserie, mi faccia avere un grande di­sprezzo di me stessa e infonda in me la vera umiltà e per conseguenza l’amore, perché come dici tu, è nello svuotamento di se stessi che si opera l’unione con te”. “Gesù, che l’anima mia si unisca strettamente alla Tua e diventino un solo cuore e un’anima sola”.

“Ogni giorno comprendo di più che per amarti con tutte le forze è necessario conoscerti e conversare a lun­go, ma proprio a lungo, con te; perché quanto più ti si conosce, e si tratta con te, tanto più il cuore brucia del tuo amore, perché tutto in te è degno di amore”. “Stando vicino a te, Gesù mio, ci sono dei momenti in cui il tuo amore produce nell’anima un movimento interiore che l’attira a te; questo è l’unico desiderio del mio povero cuore: che l’anima esca da me ed entri in te, che si distacchi da tutto ciò che non sei tu, e nello stesso tempo tu la colmi d’una sete ardente di soffrire, se è vero che può soffrire un’anima che vive fuori di se stessa e dentro di te, dove si ode solo la tua voce e si sente il fuoco ardente che infiamma il cuore”.

“Illumina i miei sensi con la luce della tua carità per­ché tu solo abbia ad insegnarmi, guidarmi e ammaestrar­mi nei sentimenti più intimi del tuo cuore”.

“Aiutami, Gesù mio, perché giunga alla perfetta con­formità con te”.

“Trasformami tutta, Gesù mio, nel tuo amore, fa’ che in te scompaiano tutte le mie imperfezioni, che respiri solo te; che mi perda in te e che giammai badi ad altro che a te. Annegami, Gesù mio, nell’abisso della tua cari­tà e che perisca nel diluvio del tuo amore divino”.

“Sii, mio Dio, il mio bastone e la mia forza e mi serva di porto sicurissimo l’abisso del tuo amore”.

“Aiutami, Gesù mio, a fare di te il centro della mia vita, perché non viva più io ma tu viva in me”.

“Devo tenere bene a mente che la presenza del buon Gesù è la base della santità, il fondamento della perfe­zione e la radice di tutte le virtù. Da quando hai scelto il mio cuore per la tua dimora, Gesù mio, ho desiderato soltanto di pensare a te, di tenere il cuore e la mente fissi in te; t’ho donato per sempre i miei affetti, i miei deside­ri, tutto il mio essere e la mia persona: fuori di te per me non c’è niente di grande che mi affascini”.

“Che gioia, Dio mio, quando si è persuasi che tu stai non solo vicino, ma addirittura dentro di noi e che eserciti in noi la tua azione con paterna sollecitudine; allora sì che ci doniamo a te con dolce e sicura fiducia e mettia­mo nelle tue mani tutte le nostre cose e la cura di esse, e in noi divampa il fuoco consumatore che è alimentato solo dal tuo puro amore”.

“Gesù mio, vorrei proprio ricopiare da te l’amore, la carità e la misericordia; vorrei, cioè, ricopiare in me le virtù del divino modello e vedermi libera da tutti gli ostacoli che m’impediscono l’unione con te”.

“Voglio soffrire molto, unita al mio Dio, per dargli gloria e amarlo senza misura, perché la misura dell’amo­re verso il nostro Dio è amarlo senza misura”.

“Voglio vivere unicamente per amarlo e, unita a lui, vivere soffrendo e morire amando”.

“Gesù mio, che la conoscenza di me stessa insieme con la conoscenza di te favorisca sempre più l’unione intima e affettuosa dell’anima mia col mio Dio”.

“Amiamo Dio sopra ogni cosa se non vogliamo senti­re il bisogno d’amare le creature. Però bisogna che que­sto amore verso nostro Signore sia ardente, disinteressa­to, che ci assorba totalmente in modo da colmare il no­stro spirito e il nostro cuore per non pensare più ad affet­ti umani”.

“Per riuscire ad amare con disinteresse il buon Gesù dobbiamo meditare con frequenza la sua passione e la sua morte. Se vogliamo mantenerci sempre puri amiamo molto la SS. Madre e chiediamole di liberarci da ogni peccato, di aiutarci a respingere le tentazioni e di difen­derci dagli allettamenti delle creature”.

“Trasformami tutta nel tuo amore, Gesù mio; che in te scompaiano tutte le mie imperfezioni, che io respiri solo te e che mai badi ad altra cosa o ad altre creature fuori di te”.

“Fa’, Gesù mio, che nei momenti di dolore non cerchi mai consolazione nelle creature, ma solo in te; che col tuo aiuto io rinsaldi nel tuo amore tutti quelli che tratta­no con me e faccia loro comprendere che, quando ti si ama fortemente, il dolore è così dolce che diviene l’og­getto dei nostri sospiri e dei nostri sogni e non si può vivere senza la croce”.

“Quando ti sembra che Gesù ti abbia abbandonato, cercalo con più ansia; solo così lo troverai”. “Concedimi, Gesù mio, i doni del tuo spirito: pru­denza e modestia, sapienza e bontà, contegno affabile e grave: donami la carità, la mansuetudine, l’umiltà, il fer­vore; che ami solo te; che, compiendo fedelmente la tua divina volontà in tutto, ti dia gloria con la purezza del corpo e la santità dell’anima, ti ami sopra ogni cosa e ti serva con vero amore. Sii tu il mio onore, la mia gioia, la mia delizia e la mia consolazione”.

“Ricordati che solo Dio ha il diritto d’avere il nostro amore; lui non vuole cuori divisi”.

“Dici spesso che desideri farti santa. Senti: per farti santa devi amare molto Gesù, dimenticare te stessa e correre risoluta per il cammino della sofferenza e del­l’abnegazione; solo così potrai avvicinarti a Gesù e unir­ti perfettamente a lui, sempre per mezzo della carità”.

“Ti raccomando: non dimenticare che ci è assoluta­mente impossibile amare Dio e il prossimo senza sacrifi­care generosamente tutto quanto ci impedisce que­st’amore”.

“II dono della pietà renda mite il tuo cuore e ti muova a misericordia nei momenti in cui sei portata alla vendet­ta”.

“Gesù mio, questa tua figlia vuole fare con te un pat­to, sicura che tu l’accetterai volentieri, nonostante le mie molte miserie e debolezze. Io N.N. di nuovo oggi ti dono il mio cuore senza alcuna riserva, per possedere il tuo e poter così esaurire tutte le mie forze nell’amarti, dimen­ticando me stessa, lavorando sempre unicamente per te e secondo il tuo piacimento”.

“Voler amare è già amare; pregare è amare; collabo­rare con Dio al bene delle anime è amare; compiere fe­delmente i nostri doveri per far piacere a Gesù è amare. Vedete: non c’è cosa più facile – con la grazia di Dio – che esercitarsi continuamente nell’amore e così correre verso la perfezione”.

“Per conservare la vita abbiamo bisogno del Corpo e Sangue del buon Gesù, della sua Anima e Divinità che ci trasformano in altri Cristo, comunicandoci la sua natura divina, i suoi affetti e le sue virtù e specialmente l’amore a Dio e al prossimo. La Comunione è sorgente di Cristo; è lì che impariamo a imitare il divin Maestro, a dimenti­care, a perdonare e ad amare i nostri nemici”.

“Non ci far dimenticare mai, Gesù mio, che le nostre opere saranno buone solo se non ci sarà in esse alcunché di contrario alla tua volontà, all’amore, alla tenerezza e all’abnegazione che tu dimostri verso di noi”.

“Io credo che per elevare il nostro cuore a Dio non c’è bisogno di molti argomenti e considerazioni. Ci può bastare la convinzione che Dio è nostro Padre. Questa considerazione muove teneramente il cuore ad un amore intenso, capace di penetrare tutta l’anima per molto tem­po, disponendola a grandi cose. Fra tutti i sentimenti quello che può rimanere più a lungo nel cuore e nella mente, fino al punto di diventare un’idea fissa, è il poter chiamare `Padre’ Iddio stesso”.

“Ricordatevi sempre che l’amore verso Dio è una grande cosa, ma all’amore puro ed effettivo arriveremo solo attraverso la rinuncia di noi stessi, la carità e la pe­nitenza”.

Bilancio mensile riguardante l’unione con il nostro Dio.

“Dobbiamo esser persuasi che il buon Gesù vive in noi come un intimo amico.

Sapendo che da noi soli non possiamo coltivare la vita soprannaturale e camminare sempre avanti nella perfezione, egli lavora accanto a noi come il più potente collaboratore, supplendo sempre alla nostra impotenza, aiutandoci per mezzo della grazia…

Egli sarà quello che lavorerà accanto a noi fino a con­cludere il lavoro della nostra santificazione ed egli stes­so la perfezionerà. Se noi non ci allontaniamo dal buon Gesù, egli non ci lascerà mai soli nell’ardua impresa del­la nostra santificazione, anche se, privi delle consolazio­ni, a noi sembri che ci abbia abbandonato.

Egli sarà sempre con noi se noi saremo disposti a la­vorare con lui”.

“Dobbiamo essere fedeli imitatori del buon Gesù, che per l’amore alle miserie dell’uomo, non evitò alcuna sofferenza, fino al punto di morire nudo in una croce; dobbiamo sforzarci per giungere a copiare e far risplen­dere in noi l’esempio del divino Maestro: di amore al prossimo, di carità, di abnegazione e di sacrificio.

Procuriamo con sommo interesse di ricopiare in noi le lezioni del nostro divino Maestro: di umiltà, carità, mansuetudine, obbedienza, pazienza e abnegazione. Tutti uniti in carità ed amore gettiamo nell’abisso della dimenticanza i nostri rancori, perdoniamo di cuore, te­nendo ben presente che il nostro distintivo è la carità. Procuriamo anche di ricordare con frequenza quale è il motivo che spinse il buon Gesù a manifestare all’uomo, nel momento della sua morte, la sete che lo tormentava… Vedremo che la causa è che il suo cuore non bramava altro che soffrire, perché egli voleva che la Redenzione superasse la malizia e perché, bevendo egli l’amaro ace­to dei nostri peccati, voleva donare a noi il vino soavissi­mo del suo preziosissimo sangue”.

“Non possiamo amare Dio senza interruzione e senza sosta; però l’anima che veramente desidera amare Dio non riposa e non ha altro desiderio che quello di vivere unita a lui, e solo in Dio pone tutta la sua felicità, trovan­dosi sempre disposta a dare a lui quanto le chieda.

La migliore maniera di amare Dio è conformare la nostra volontà con la sua…

Abitualmente c’è nel nostro amor di Dio un insieme di amor puro e di amor di speranza; vale a dire che amia­mo Dio non solo per quello che è, perché è nostro Padre infinitamente buono, ma anche perché è la fonte donde procede tutta la nostra felicità. Questi due motivi però non si escludono l’uno con l’altro, giacché Dio volle che nell’amarlo e servirlo avessimo la nostra beatitudine”.

“La prima cosa che dobbiamo fare per avanzare nella santità è liberare il nostro cuore da ogni affetto alle crea­ture o cose che non siano di gradimento a Dio; compiere i nostri doveri e stare bene attenti nel fare tutte le nostre opere con amore e fervore.

Se preghiamo, lavoriamo e ci sacrifichiamo con tutte le nostre forze e con entusiasmo solo per Dio, potremo esser certi che ciascuna delle nostre opere meriterà gran­de aumento di grazia abituale. E poiché Dio dà sempre il cento per uno di quanto si fa per suo amore, la nostra anima acquisterà ogni giorno, se è fervorosa, molti gradi di grazia e soprattutto un grado di amore e familiarità con Dio e, con ciò, l’abitudine di far tutto per amor suo e per la sua gloria. Con questo prezioso abito mortifiche­remo le nostre cattive inclinazioni e lavoreremo per rico­piare in noi le virtù del buon Gesù.

Egli si è abbassato fino a noi per darci il suo amore e riempirci di benefici, e noi andremo a lui come a Padre e Signore unico… Egli per l’amore che ci porta compie tutti i desideri del nostro cuore e contemporaneamente ci dà la perfezione e la felicità che viene sempre dalla sua conoscenza”.

“Per camminare infatti costantemente nella perfezio­ne dobbiamo realizzare sforzi più che straordinari; cosa che non otterremo se prima non ci prepariamo con alcuni sacrifici, vale a dire con ripetuti atti di mortificazione e soprattutto se non siamo imbevuti dell’amor di Dio, stando a lui uniti. In questo caso si può dire che non solo si cammina nella perfezione, ma che si vola, poiché con grande facilità si fanno atti di pazienza, umiltà, obbe­dienza, silenzio e mortificazione.

L’anima fervorosa medita e prega, si esercita nel­l’umiltà, sente vivo il desiderio di soffrire in riparazione delle offese, che Dio riceve dalle creature, specialmente dalle anime a lui consacrate; è sempre pronta a esercitare la carità, è sottomessa, non è curiosa, mai contenta di se stessa e facilmente ama Dio e, mossa da questo amore, lavora con entusiasmo senza perdere alcuna occasione.

Come si vede, la difficoltà aumenta il merito, non in quanto è un ostacolo da vincere, ma in quanto suscita in noi maggiore ansia e maggiore amore verso Dio”.

“Dobbiamo tenere anche ben presente che, affinché aumenti in noi l’amore, la carità di Dio, dobbiamo pre­gare, giacché nell’orazione si apprende ad amare; lì, soli con il buon Gesù, uniti a lui in dolce ed intima conversa­zione, l’anima si rende conto della bontà, amore e carità di Dio; lì si apprende anche a rinnegare se stessi, a frenare il proprio orgoglio e superbia, infine lì dobbiamo im­parare ad unirci al buon Gesù”.

“Il suo amore verso di noi non diminuisce mai, anche se ci vede ripieni di miserie. Al contrario, anzi, ci segue sempre come una tenera madre che mai può dimenticare il figlio amato, anche se questi in mezzo ai suoi errori non si comporta come figlio.

Nei momenti più difficili pensiamo che il buon Gesù abita dentro di noi e che, sapendo che da soli non pos­siamo coltivare la vita soprannaturale e l’avanzamento nella perfezione, egli notte e giorno sta supplendo alla nostra impotenza, fino a che il nostro desiderio di cam­minare nella perfezione stia ben fisso in noi”.

“Il desiderio della perfezione si può così definire: un atto della nostra volontà che sotto l’impulso della grazia aspira incessantemente al nostro progresso spirituale…

La principale causa è che Dio ama fortemente e desi­dera essere unito a noi, e così ci cerca con amore instan­cabile, come se non potesse esser felice senza di noi.

D’altra parte, quando la nostra povera anima, illumi­nata dalla luce della fede, si volge a se stessa, lì nel suo interiore sente un vuoto talmente grande, che non si può riempire che con Dio stesso; sospira, così, per lui, per l’Amor divino, per la perfezione e, come cervo assetato, per la fonte dell’acqua viva. Siccome qui mai potrà esse­re saziato completamente questo desiderio, dato che sempre ci resta strada da fare per arrivare alla pienezza dell’unione con Ijio, risulta che, se noi non lo disturbia­mo, questo amore e questo desiderio della nostra perfe­zione per la gloria di Dio crescerà continuamente.

Tutto ci sarà facilissimo, se arriviamo a convincerci che mai lavoriamo da soli, ma che il buon Gesù lavora con noi instancabilmente come buon Padre senza conta­re né tenere in considerazione i disgusti che gli diamo”.

“È certo che non possiamo amare fortemente Dio senza prima conoscerlo; però i mezzi efficaci per questo sono a nostra disposizione e sono l’orazione e l’abitudi­ne di veder Dio in tutte le cose, persone ed eventi.

Nel silenzio dell’orazione Dio parla al cuore e lì maggiormente lascia sentire la sua voce, lì maggiormen­te illumina la nostra intelligenza, accende il cuore e bru­cia la volontà, lì lo Spirito Santo comunica oltre ai doni di scienza e di intelletto quello della sapienza, con il quale assaporiamo le verità della fede, le amiamo e le mettiamo in opera. Con ciò si costituisce un’unione più intima fra Dio e l’anima e in questa unione l’anima ha la fortuna di ascoltare il buon Gesù che le parla e le dice meravigliose frasi d’amore e di consolazione, che lascia­no l’anima completamente ferita d’amore.

Consideriamo che quanto più pensiamo a Dio, tanto più lo ameremo e che il ricordo frequente ed amoroso di lui durante tutto il giorno prolungherà e completerà i no­stri buoni effetti dell’orazione”.

“Che dobbiamo fare per incontrarci con Dio?

Per incontrarci con Dio non è necessario affaticarci molto girando qua e là; egli si trova sempre molto vicino a noi; si trova nelle creature che ci circondano; ed è pro­prio qui dove anzitutto lo dobbiamo cercare. Tutte le cre­ature ci richiamano alla memoria qualcuna delle perfe­zioni divine, specialmente quelle creature che, essendo dotate di intelligenza, possiedono in se stesse Dio, vivente: esse ci servono come una scala per la quale salia­mo verso di lui.

Consideriamolo dentro di noi stessi, dato che il no­stro cuore può arrivare ad essere un Tabernacolo viven­te, purché lo invitiamo a rimanere dentro di noi, certi che egli resterà e si accomoderà nel nostro povero e misera­bile cuore ed allora vivremo sotto il suo sguardo e la sua azione, lo adoreremo ed insieme a lui lavoreremo per la santificazione della nostra anima e per quella del nostro prossimo.

Se ci persuadiamo che il buon Gesù dimora dentro di noi, dobbiamo fare in modo che nel nostro cuore siano sempre presenti tre sentinelle: l’orazione, la mortifica­zione e la vigilanza che allontaneranno il nemico e non permetteranno che entri nella nostra anima alcun pensie­ro o desiderio che dispiaccia a Gesù… Infine sigilliamo il nostro cuore con il sigillo della santa perseveranza, così Gesù rimarrà con noi come grano di frumento, che germina, cresce e porta abbondanti frutti. Dobbiamo sforzarci perché il buon Gesù riposi nel nostro cuore come in un panno bianco, cioè purificato, pulito da ogni macchia e riscaldato con il fuoco dell’amore, adornato con la carità, il sacrificio e l’incenso dell’orazione”.

“Non dobbiamo dimenticarci che una delle cause, che più facilmente ci conduce al puro amore di Dio, è la gratitudine, giacché è un sentimento molto nobile e per questo dobbiamo pensare con molta frequenza ai grandi benefici che Dio ci ha fatto, e di questi dobbiamo parlare con tutti quelli che ci circondano, per eccitarci ed eccita­re gli altri all’amore di carità”.

“Dobbiamo camminare avanti nello stato che abbia­mo abbracciato, pregare e pensare frequentemente a questa verità: il buon Gesù non si contentò di meritare per noi, ma in più volle essere la causa esemplare ed il modello vivente della nostra vita soprannaturale. Ecco il modello da seguire: egli per trent’anni visse la vita più nascosta, più ordinaria, dando il più grande esempio di obbedienza e sacrificio. Lavorava e pregava l’Eterno Pa­dre insegnandoci che, se vogliamo, possiamo santificar­ci in mezzo alle occupazioni più ordinarie. Visse anche la vita pubblica ed esercitò l’apostolato evangelizzando il popolo; soffrì la stanchezza, la sete, la fame e le fati­che, esperimentò l’amicizia di alcuni e la ingratitudine di altri, trionfi e persecuzioni; passò cioè per le peripezie di ogni uomo che ha relazioni con gli amici e con il pub­blico.

Nella sua vita di dolori e di sofferenze ci dette l’esem­pio della pazienza più eroica in mezzo alle torture fisi­che e morali, che tollerò non solo senza lamentarsi, ma pregando ed invocando il perdono per i suoi carnefici; e non diciamo che, essendo Dio, soffriva meno, poiché nello stesso tempo che era Dio era anche uomo, dotato di una squisita sensibilità, e così sentiva più vivamente di noi le ingratitudini degli uomini redenti da lui, l’abban­dono degli eletti e il tradimento di Giuda. Provò tal sen­timento di tedio, fiacchezza e timore, che non poté fare a meno di supplicare l’Eterno Padre che se fosse stato pos­sibile avesse allontanato da lui l’amaro calice, e, già mezzo morto, nel nudo legno della croce, esclamò con un grido di dolore, mostrando la profondità della sua an­gustia: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandona­to?”.

Da questo trono di legno il buon Gesù fa le più grandi conquiste e continuamente si vede come anime assetate di soffrire per Iddio si consacrano totalmente al suo ser­vizio nell’esercizio della carità, si sentono felici quando possono soffrire qualcosa per il buon Gesù e, nonostante la ripugnanza della natura, coraggiosamente portano la croce con amore per assomigliarsi al divino Maestro, soffrendo per lui e con lui.

Ciò fa continuamente un gran numero di anime amanti di Dio che aspirano solo a collaborare con lui nella santificazione delle anime”.

“La mortificazione ci è grandemente necessaria per arrivare ad amare Dio, poiché mai potremo dire con veri­tà che amiamo Dio e che desideriamo seguire il buon Gesù, senza amare la mortificazione. Gesù, durante tutta la sua vita in questo esilio, andò sospirando sempre per la sofferenza, si sposò con la povertà fin dal presepio e l’ebbe per compagna fino al Calvario. Così noi, se vera­mente desideriamo rassomigliare al buon Gesù e rico­piare in noi la sua perfezione, è necessario che portiamo la nostra croce come egli portò la sua e a lui ci uniamo con la mortificazione.

Attraverso la Croce il buon Gesù salvò il mondo e attraverso la Croce dobbiamo noi lavorare con lui per la nostra santificazione e per quella del nostro prossimo. Certo, la sofferenza è dura, ma non è così, quando con­templiamo il buon Gesù, che va davanti a noi, portando la sua pesante croce per la nostra salvezza e per quella dei nostri fratelli.

Come ci permettiamo di lamentarci delle nostre sof­ferenze, se contempliamo il buon Gesù nella sua agonia

e come ci scuseremo, se consideriamo come si diportò lui nella ingiusta sentenza della sua condanna, nella fla­gellazione, nella coronazione di spine e nella crocifis­sione?

Desideriamo il dolore, se veramente desideriamo ar­rivare al suo amore ed alla vera unione con lui. Teniamo sempre ben presente che per fortificare i no­stri cuori nell’amore di Dio e nella sua carità ci è molto necessario che amiamo il dolore”.

“Portare la croce è cosa inevitabile. Portarla seguen­do Gesù, è gioia immensa; portarla dopo che l’ha portata Gesù è grande gloria. La croce è per noi forza e potenza di Dio.

Abituiamoci a fare agli altri quanto vorremmo che gli altri facessero a noi. Tutto ciò che procuriamo agli altri lo procuriamo a Gesù in persona.

Facciamo del bene a tutti, senza fare distinzione tra buoni e cattivi, parenti ed estranei, amici o nemici. L’unione con il nostro prossimo deve essere come quella delle membra del nostro corpo che si aiutano mutuamente.

Quando incontri un uomo sotto il peso del dolore fi­sico o morale, non tentare di porgergli un aiuto o una parola buona senza avergli dato prima uno sguardo di tenerezza e compassione”.

Spunti di riflessione

Dio ci ama

“La conoscenza di Dio favorisce l’unione intima e affettuosa della nostra anima con lui.

Egli è la perfezione infinita e noi l’estrema povertà. Nonostante ciò, vi è tra noi e lui una vera connatura­lità e proporzione: in lui troviamo tutto quello che a noi manca.

Egli si è abbassato fino a noi per darci il suo amore e colmarci di benefici; noi andiamo a lui come all’unico Signore che possa sanare i nostri debiti e soccorrere la nostra irrimediabile debolezza, assetata di felicità e di amore”.

Dio è nostro Padre

“Credo che per elevare il cuore a Dio non siano ne­cessari tanti argomenti: ci può bastare la convinzione che Dio è nostro Padre.

Dio si è chinato verso di noi come il Padre più amo­roso verso suo figlio e ci invita ad amarlo e a donargli il nostro cuore. Questo amore egli potrebbe esigerlo per diritto e per forza. Invece preferisce chiederlo affettuo­samente, con dolcezza, perché la nostra risposta sia più spontanea e perché ricorriamo a lui con amore filiale.

Gesù è per tutti un Padre buono che ci ama con un amore infinito, che non fa distinzioni”.

Dio è Amore Misericordioso

“Quanto più un essere è povero e miserabile, tanto più Gesù sente tenerezza per lui; la sua misericordia, cioè, è più grande; la sua bontà, straordinaria; si riduce ad essere lui ad attendere o bussare alla porta di un’ani­ma colpevole o tiepida.

La causa è che Gesù moltiplica il suo amore in pro­porzione alla miseria dell’uomo.

A me sembra che tutti gli attributi del nostro buon Gesù siano al servizio dell’amore.

Egli si serve della sua sapienza per riparare i nostri errori, della sua giustizia per raddrizzare le nostre vie storte, della sua bontà e misericordia per consolarci e colmarci di benefici, della sua onnipotenza per conser­varci e proteggerci.

Il cuore di Gesù pulsa con immenso amore per tutti gli uomini…

Per elargire a noi i suoi doni, Dio non guarda se gli saremo riconoscenti o no.

Poveri noi se al crearci avesse considerato ciò che vedeva in noi!

Pur avendo ben presente tutte le volte che lo avrem­mo offeso e le nostre molte ingratitudini, pensò a noi solo per colmarci di grazie e per amarci con amore infi­nito.

Il nostro affetto per Gesù è così insignificante, così inumano, così poco delicato!

Il nostro povero cuore non ama che a tratti, Gesù in­vece non ha cessato neppure per un attimo di pensare a noi e il suo amore veglierà ininterrottamente su noi per tutto il tempo della nostra vita. In lui non v’è mutamento.

Egli insegue mendicando il nostro amore, pur dopo averci visto camminare per tutta una vita mossi solo dal turbinio delle passioni più vergognose!

Anche nel momento che lo stiamo offendendo, volge, sì, il suo sguardo da un’altra parte, ma non si allontana da noi e non ci abbandona. Ci tende ancora la mano per aiutarci ad uscire da quella febbre che ci consuma, ci perdona e ci invita a seguirlo di nuovo con amore più forte.

Dio previene il peccatore pentito, lo abbraccia con amore…

Gesù mio, so che tu chiami tutti senza eccezione, abi­ti negli umili, ami chi ti ama, giudichi la causa del pove­ro, hai pietà di tutti e niente odi di quanto il tuo potere creò; dissimuli le mancanze degli uomini e li attendi a penitenza e ricevi il peccatore con amore e misericordia. Che tutti arrivino a comprendere che hanno un Padre che non tiene in conto, perdona e dimentica; un Padre e non un giudice severo; un Padre santo, pieno di sapienza e di bellezza, che sta aspettando il figlio prodigo per riabbracciarlo”.

Fiducia nella misericordia del Signore

“Se qualcuno ha avuto la disgrazia di offendere il Si­gnore, non esiti neanche un attimo ad andare da lui, per chiedergli di essere perdonato e di essere accolto come da Padre buono: Dio lo sta aspettando con vera ansia e affetto. E allora capirà come l’Amore Misericordioso ci attira con l’infinita dolcezza del suo amore e resterà sor­preso nel constatare il suo amore e la sua bontà, quando pensava di vederlo disgustato e con la spada in mano per punire.

Non lasciamoci prendere dalla tristezza davanti al cumulo della nostre cadute; ma, pieni di fiducia e… con umiltà e totale confidenza in Dio nostro buon pastore, ricorriamo a lui e chiediamogli nuovamente perdono.

Egli… saprà attendere con calma e pazienza il nostro miglioramento.

Se ci lasciamo invadere dalla tristezza e dalla sfiducia, facciamo dispiacere al Signore e diamo al demonio la pos­sibilità di toglierci la pace interiore, con il rischio di esporci a un turbamento violento nell’intimo dell’anima.

Siamo, è vero, pieni di miseria, ma bisogna tendere in alto, bisogna portare la nostra anima a Gesù e portar­gliela così, com’è: con colpe o senza colpe, fervorosa o tiepida, rincuorata o scoraggiata, sicuri che se la presen­teremo con umiltà e amore essa tornerà migliore. Quando un peccatore è pentito, fosse anche il più grande peccatore, per il Signore non c’è più peccato né grande né piccolo: l’unica cosa grande che resta di quel­l’uomo è il suo dolore e il suo amore; e il Signore non guarda altro e non tiene conto di altro.

La confidenza in Gesù, nonostante le nostre miserie, è un conforto per l’Amore Misericordioso”.

La croce: prova dell’amore

“Nessuno più di Gesù può chiamarsi maestro d’amo­re, perché nessuno si è sacrificato quanto lui.

E nella Croce che si impara ad amare Gesù.

L’amore si alimenta di sacrificio e per chi ama è dol­ce il patire.

Gesù è amore e l’amore è fuoco che consuma. Portare la croce è cosa inevitabile. Portarla seguendo Gesù è gioia immensa; portarla dopo che l’ha portata Gesù è grande gloria”.

Eucaristia

“Gesù al culmine del suo amore per l’uomo, restò nell’Eucaristia, per unirsi a noi e trasformarci in lui. L’Eucaristia è un riflesso dell’Incarnazione; è una specie di Incarnazione nuova per la quale il Verbo fatto carne si unisce a tutti quelli che ricevono il sacramento del suo corpo e del suo sangue.

In certe anime Gesù resta presente sacramentalmen­te, anche fino alla prossima comunione perché queste anime lo invitano a restare: `Resta con me, Gesù, non mi lasciare’, e Gesù resta con chi lo invita, perché è molto delicato. Il cuore dell’uomo è la dimora preferita di Gesù: un tabernacolo vivente”.

Il comandamento dell’amore

“L’unione col nostro prossimo deve essere come quella delle membra del corpo che si aiutano le une le altre nell’agire, nel perfezionarsi e in tutto.

La carità di Gesù non diminuisce mai, non dice mai basta e non fa distinzioni tra amico e nemico: tutti ama, per tutti muore.

L’uomo infatti tanto vale quanto vale l’oggetto del suo amore. L’amore si comunica, si dona. Questo, Gesù ha fatto con noi. Impariamo allora a restituirgli l’amore, ricordando che amare Gesù significa darsi a lui e sacrifi­carsi per lui, amare il prossimo e sacrificarsi per il pros­simo. Solo così amerò Gesù: amando i fratelli”.

Perfezione (vita spirituale)

“La perfezione risiede nell’unione della nostra anima con Dio.

La conoscenza di Dio ci porta direttamente all’amo­re; la conoscenza di noi stessi ci fa stimare nel suo giusto valore quanto Dio ha fatto per noi e ci muove alla riconoscenza; la considerazione delle nostre miserie e debo­lezze ci fa acquistare un gran disprezzo di noi stessi, cosa che porta con sé la vera umiltà e di conseguenza l’amore, poiché è nel vuoto di se stessi che si realizza la vera unione con Dio. La vera perfezione consiste nel possesso di Gesù per mezzo dell’amore.

Cerchiamo la santità non fuori di noi ma dentro noi stessi, poiché la santità consiste nel vivere in Gesù ed egli in noi, prima col desiderio e poi con il possesso. L’uomo è ciò che ama”.

Preghiera

“Man mano che la creatura avanza nella conoscenza e nell’amore di Gesù, la sua vita si semplifica, la sua contemplazione si fa via via più essenziale, più elevata, più perfetta, non avendo altro oggetto che Dio, la sua bontà, la sua misericordia, la sua carità verso coloro che l’hanno offeso.

Questa creatura arriva a sentirsi come rivestita della bontà e misericordia di Gesù; le pare di essere un abisso senza fondo, capace di sciogliere ed annientare tutte le colpe dei suoi fratelli.

Così è, in effetti, poiché essa si lancia verso Gesù, implorando il perdono e la misericordia per i poveri pec­catori, e Gesù non può rifiutare, anzi si compiace di dar­le quanto chiede in loro favore”.

Umiltà

“Soltanto nel vuoto di sé si può effettuare l’unione col nostro Dio, quanto più ci spogliamo di noi stessi, tanto meglio l’anima si dispone a lasciarsi conquistare e possedere da Dio.

Quando il Signore trova un’anima piena di se stessa, piena di amor proprio, non può darle neanche una goccia del suo amore.

L’orgoglio è una depravazione profonda; l’uomo la­sciato a se stesso dall’eccesso del suo amor proprio, arri­va a considerarsi quasi come un Dio, dimenticandosi che Dio è il suo primo principio e il suo ultimo fine.

L’umile non si scoraggia nelle proprie debolezze, ma ricorre al Signore con confidenza per chiedergli perdono e aiuto. E lui non lo delude nella sua speranza…

L’umiltà è il maggiore di tutti i trionfi, poiché è la vittoria sopra l’orgoglio, la passione più radicata nei no­stri cuori, la vittoria sopra il mondo che si alimenta del fumo della vanità e sopra Lucifero, precipitato nell’abis­so per un impeto di superbia”.

Ascesi

“Mai potremo giungere al vero amore e alla vera unione con Dio senza sforzi, senza lotte e fatiche. Dobbiamo saper apprezzare i benefici della nostra Redenzione, che è l’opera d’amore più eccellente con la quale il buon Gesù, oltre a riparare l’offesa fatta a Dio e riconciliarci con lui, ci ha meritato tutte le grazie che avevamo perduto a causa del peccato e anche molte al­tre. Non ha voluto però regalarci il paradiso, ma ha di­sposto che fossimo noi a guadagnarlo con sofferenza, fatica, lottando e riportando vittoria sul nostro egoi­smo…

La mortificazione è la lotta contro le nostre cattive inclinazioni per sottomettere queste alla volontà e la vo­lontà a Dio.

Essa non è un fine ma un mezzo: ci priviamo di beni materiali per meglio possedere quelli spirituali; rinun­ziamo a noi stessi per arrivare a possedere Dio; lottiamo per godere la pace; moriamo a noi stessi per vivere la vita del buon Gesù, ossia l’unione con lui.

È molto difficile amare Dio senza amare la mortifica­zione”.

Tribolazione

“La tribolazione è una visita misericordiosa di Gesù. Gesù quanto più ama, tanto più prova.

Egli purifica provando i figli che più ama.

Qual è il figlio che non è corretto da suo padre? Gesù permette che siamo tribolati perché la tribola­zione ci fa ricorrere a lui.

Il malato deve vedere in essa la mano misericordiosa di Gesù, il quale, servendosi della medicina amara, vuo­le curare l’anima… sperando di ricavare, dall’amarezza del cuore, correzione e ammenda.

Quante consolazioni concede Gesù a quelli che sof­frono per amore suo! Le tribolazioni sofferte con allegria e unicamente per amore a Gesù si cambiano in fiori e le spine in rose.

La croce di Gesù è la chiave del cielo, il conforto e ristoro delle anime che veramente lo amano.

Il buon Dio manda o permette queste croci perché ce ne serviamo per amarlo di più.

Le tribolazioni sono fonte di meriti e di virtù per l’anima che davvero ama il Signore”.

Speranza

“Potremo passare con gioia tra le sofferenze della vita se sapremo guardare al Signore come a un padre veramente buono e se sapremo confidare a lui le nostre pene e le nostre difficoltà con la certezza che lui non può non aiutarci”.

Beatitudini

“A quanti sono misericordiosi il Signore promette la pienezza della sua misericordia; con la sua bontà infinita premia il bene fatto in questo mondo per amore suo: il premio si chiama corona di giustizia e di misericordia”.

Maria

“Di tutte le felicità che in terra è dato di provare ed assaporare come anticipo del cielo, la più grande è vive­re uniti a Maria.

Essa prepara alla felicità suprema che è vivere in Gesù, poiché il mezzo più efficace per purificare e con­solidare la nostra unione con l’Amore Misericordioso è Maria.

Quando si ha una madre, si può dire che non ci sono pene insopportabili, poiché a portare il nostro fardello non siamo soli: lei sta sempre al nostro fianco per porta­re il carico più pesante.

Gesù nell’affidarci alla Vergine purissima dotò il suo cuore di misericordia materna, perché avesse compas­sione delle pene dei suoi figli”.

Serva di Dio sr. Josefa Menéndez

Profilo biografico

Josefa Mènéndez nacque a Madrid il 4 febbraio 1890 e fu battezzata il 9, nella chiesa di san Lorenzo, coi nomi carissimi, per la sua fede, di Maria Josefa.

A cinque anni ricevette la Cresima, e lo Spirito Santo prese possesso di quell’anima, che doveva rendere così docile all’azione di Dio.

A sette anni, in un primo venerdì del mese, Josefa fece la sua prima Confessione. Fin d’allora il suo con­fessore, colpito dalle sue attitudini soprannaturali, l’iniziò ad una vita interiore proporzionata all’età. Le insegnò a seminare, con progressiva frequenza, nelle sue giornate di fanciulla, delle invocazioni giaculatorie e così, a poco a poco, Josefa si abituò a conversare in­ternamente e senza interruzione con l’Ospite divino.

Nel febbraio 1901, all’età di undici anni, cominciò presso le Riparatrici con un gruppo di altre fanciulle la preparazione alla prima Comunione.

Nel 1919 Josefa capì, per segreta ispirazione, che l’ora di Dio era venuta e che non doveva più tardare a chiedere l’ammissione nella Società del Sacro Cuore.

Il mercoledì 4 febbraio 1920 lasciava per sempre la patria per seguire, al di là della frontiera, a Poitiers, colui il cui amore sovrano può chiedere tutto.

Il 29 dicembre 1923 moriva santamente, a 33 anni, nella casa dei Feuillants a Poitiers, dopo solo quattro anni di vita religiosa trascorsi nel più oscuro nascondi­mento.

Dagli scritti

“Vi sono invece anime, e non poche, le quali, mosse dal desiderio della loro salvezza, ma più ancora dal­l’amore per colui che ha sofferto per loro, si risolvono a seguirmi sulla via del Calvario. Abbracciano la vita per­fetta e si consacrano al mio servizio non per portare sol­tanto una parte della croce, ma per portarla tutta intera. Il loro unico desiderio è di darmi riposo e consolarmi. Si offrono a tutto ciò che a me fa piacere. Non pensano né alla ricompensa né ai meriti che a loro verranno, né alla stanchezza, né ai patimenti che potranno incontrare. Il loro unico desiderio è di dimostrarmi il loro amore e di consolare il mio cuore.

Sia che la mia croce si presenti ad esse sotto forma di malattia o che si nasconda sotto un’occupazione contra­ria ai loro gusti o alle loro attitudini, che rivesta la forma di qualche dimenticanza o di una certa opposizione da parte di chi le circonda, esse la riconoscono e l’accettano con tutta la sottomissione di cui la loro volontà è capace.

Alle volte, sotto l’impulso di un grande amore per il mio cuore e di un vero zelo per le anime, hanno fatto ciò che credevano meglio. Ma alla loro attesa rispondono pene ed umiliazioni. Allora queste anime che erano state ispirate soltanto dall’amore scoprono la mia croce sotto questo insuccesso: l’adorano, l’abbracciano, ed offrono per la mia gloria tutta l’umiliazione che loro ne viene.

Queste anime sono quelle che veramente portano tut­to il peso della mia croce, senz’altro vantaggio o guada­gno che l’amore! Sono quelle che riposano il mio cuore e lo glorificano.

Tenete per certo che se la vostra abnegazione e le vostre sofferenze tardano a dare i loro frutti, o sembrano magari non darne alcuno, tuttavia non sono state né vane né inutili. Un giorno il raccolto sarà abbondante.

L’anima che ama veramente non misura ciò che fa, né pesa quello che soffre. Non viene a patti per la fatica o per il lavoro, non aspetta retribuzione, ma intraprende tutto quello che giudica essere più glorioso a Dio.

E appunto perché agisce lealmente, qualunque sia il risultato del suo operare, non si discolpa, né mette in campo le sue intenzioni. E perché agisce per amore, i suoi sforzi e le sue pene porteranno sempre alla gloria di Dio. Non si agita né s’inquieta e meno ancora perde la pace se in qualche occasione essa si vede contraddetta o anche perseguitata ed umiliata; il solo movente dei suoi atti è l’amore, e l’amore è il suo solo scopo.

Queste sono le anime che non vogliono salario e che non cercano che la mia consolazione, il mio riposo, la mia gloria. Sono quelle che hanno preso la mia croce e ne sostengono tutto il peso sulle proprie spalle”.

“Sì, Josefa, ti ho detto che l’amore si dà ai suoi ed è vero. Vieni, accostati al mio cuore e penetra i sentimenti che ne traboccano!

L’amore si dà ai suoi come alimento, e questo ali­mento è la sostanza che dà loro la vita e li sostenta. L’amore si umilia davanti ai suoi, così egli li eleva alla più alta dignità.

L’amore si dà tutto intero, con profusione e senza ri­serve. Si sacrifica, s’immola, donandosi ardentemente e con veemenza a coloro che ama.

Ah, quale pazzia d’amore è l’Eucaristia!”.

“L’amore ti purificherà, consumerà la tua miseria, e la forza stessa di questo amore, puro e ardente, ti condur­rà alla santità… Sono io che farò tutto!”.

“Voglio che tu impari ad essere generosa, perché la generosità è frutto dell’amore. In seguito ti spiegherò, ora te ne do la lezione pratica: ti troverai in mille circo­stanze attraverso le quali non vedrai che me, e se ti verrà manifestata o detta qualche cosa che faccia pena o feri­sca il cuore, tu sorridi con generosità ed amore, come se fossi io che ti parlassi…”.

“Josefa, non sai che la croce ed io siamo inseparabi­li? Se tu m’incontri, incontri anche la croce, e quando trovi la croce, trovi me.

Colui che mi ama, ama la mia croce, e colui che ama la croce, ama me. Nessuno potrà possedere la vita eterna senza amare la croce, senza abbracciarla volentieri per amor mio.

Il sentiero della virtù e della santità è fatto di abnega­zione e di sofferenza. L’anima che accetta ed abbraccia generosamente la croce, cammina nella vera luce, segue un sentiero retto e sicuro, dove non c’è timore di scivola­re sui pendii, perché non ve ne sono!

La mia croce è la porta della vera vita, perciò è splen­dente. E l’anima che ha saputo accettarla e amarla, tale quale io gliel’ho data, entrerà per essa negli splendori della eterna vita.

Comprendi dunque ora quanto preziosa è la croce? Non temerla… Amala, poiché se sono io che te la do, non ti lascerò mai senza le forze necessarie per sostenerla.

Guarda come io l’ho portata per tuo amore. Tu porta­la per amor mio!”.

“Sì, tu dici bene, sono il tuo Salvatore, il tuo Padre, il tuo Sposo e desidero consumare le tue miserie nella fiamma ardente del mio amore. Ma voglio anche che tu comprenda, Josefa, fino a qual punto tu debba umiliarti, annientarti, scomparire nella tua volontà e in tutto il tuo essere, affinché la volontà di Dio regni e trionfi, non sol­tanto in te, ma in molte altre anime.

Bisogna che esse riconoscano la loro colpevolezza e la loro miseria e che esse pure si umilino e si abbandoni­no alla divina volontà”.

“Sì, questo è il giorno (giovedì santo 1923) in cui mi do alle anime, per essere ciò che vorranno che io sia: sarò loro padre se mi vogliono per padre… loro sposo se mi desiderano tale… mi farò loro forza se hanno bisogno di forza e, se aspirano a consolarmi, io mi lascerò conso­lare. L’unico mio desiderio è di darmi e di colmarle delle grazie che il mio cuore tiene loro preparate e che non può più contenere…”.

“Il mondo ha trovato la pace!… Questa croce, che fi­nora era strumento di supplizio su cui morivano i malfat­tori, diverrà la luce del mondo e l’oggetto della più pro­fonda venerazione.

Nelle piaghe sacratissime attingeranno i peccatori il perdono e la vita. Il mio sangue laverà e cancellerà tutte le loro brutture.

Alle mie piaghe sacre verranno le anime pure a disse­tarsi e ad accendersi di amore… In esse si rifugeranno e porranno per sempre la loro dimora…

Il mondo ha trovato il suo Redentore e le anime scel­te il modello che devono imitare”.

“Ho visto presso la croce la Madonna in piedi, che guardava Gesù. Aveva una veste violacea e un velo dello stesso colore. Ha detto con voce addolorata, ma ferma: Vedi, figlia mia, fino a che punto l’ha ridotto l’amore per le anime! Colui che tu contempli in uno stato tanto triste e pietoso è il mio divin Figlio: l’amore lo conduce alla morte… l’amore lo spinge ad unire tutti gli uomini in un vincolo fraterno dando loro la propria Madre”.

“Perché temi? Non sai che il mio desiderio è di per­donare? Credi che ti abbia scelta per le tue virtù? So che non hai altro che miseria e debolezze, ma siccome io sono il fuoco che purifica, ti avvolgerò con la fiamma del mio cuore e ti distruggerò.

Ah! Josefa, non ti ho detto assai spesso che il mio unico desiderio è che le anime mi diano le loro miserie? Vieni… e lasciati consumare dall’amore”.

“Sono io che vi ho scelte e mi sono impegnato a darvi tutto quello di cui siete sprovviste. Non vi chiedo altro che quello che avete; datemi il vostro cuore vuoto e io lo riempirò, datemelo spoglio di tutto e io lo rivestirò, date­melo con le vostre miserie e io le consumerò!… Io sono il vostro supplemento, la vostra luce. Ciò che voi non vedete, ve lo mostrerò. Ciò che non avete, io ne rispon­derò!”.

“Ce ne sono molte che credono in me, ma poche che credono al mio amore, e, tra quelle che credono al mio amore, troppo poche contano sulla mia misericordia. Molte mi conoscono come Dio, ma poche confidano in me come Padre.

Mi manifesterò alle anime, a quelle soprattutto che sono l’oggetto della mia predilezione, farò vedere in te che non chiedo niente di ciò che non hanno. Quello che esigo è che mi diano tutto ciò che posseggono, perché tutto è mio.

Se non hanno che miseria e debolezze, quelle io desi­dero, se anche non hanno che colpe e peccati, chiedo quelli. Le supplico di darmeli tutti e di non conservare che questa fiducia nel mio cuore: vi perdono, vi amo, ed io stesso vi santificherò!”.

“Sono Dio, ma Dio di amore! Sono Padre, ma un Pa­dre che ama con tenerezza e non con severità. Il mio cuo­re è infinitamente santo, ma anche infinitamente sapien­te e, conoscendo la miseria e la fragilità umana, si china verso i poveri peccatori con una misericordia infinita… Amo le anime dopo il primo peccato, se vengono a chiedermi umilmente perdono, le amo ancora dopo che hanno pianto il secondo peccato, e se cadessero non dico un miliardo di volte, ma dei milioni di miliardi, io le amo e le perdono sempre, e lavo nello stesso mio sangue l’ultimo come il primo peccato.

Non mi stanco mai delle anime e il mio cuore aspetta continuamente ch’esse vengano a rifugiarsi in lui, e ciò tanto più quanto più sono miserabili! Un padre non si prende forse più cura del figlio malato che di quelli sani? Le sue premure e le sue delicatezze non sono forse più grandi per lui? Così il mio cuore effonde sui peccatori, con più larghezza ancora che sui giusti, la sua compas­sione e la sua tenerezza”.

“Ecco ciò che desidero far sapere alle anime: inse­gnerò ai peccatori che la misericordia del mio cuore è inesauribile; alle anime fredde e indifferenti che il mio cuore è un fuoco che vuole infiammarle, perché le ama; alle anime pie e buone che il mio cuore è la via per pro­gredire verso la perfezione e giungere con sicurezza al termine beato. Infine, alle anime a me consacrate, ai sa­cerdoti, ai religiosi, alle anime elette e predilette, io chiedo una volta di più che mi diano la loro fiducia e non dubitino della mia misericordia! È tanto facile attendere tutto dal mio cuore!”.

Serva di Dio sr. Benigna Consolata Ferrero

Profilo biografico

Suor Benigna Consolata nacque a Torino il 6 agosto 1885. Anima semplice e umile, visse nel monastero della Vsitazione di Como nove anni soltanto; vi era giunta spinta dal bisogno di rispondere alla divina chiamata da lei intesa fin dalla prima infanzia.

Vi entrò a ventidue anni, ricca di virtù maturate nel­l’ambiente familiare: appassionata della preghiera, già aveva imparato a dominare il suo forte carattere, a vigi­lare sui suoi moti naturali, a dimenticare se stessa nel­l’esercizio della carità.

Figlia della Visitazione, ella trasse dal suo fondato­re, S. Francesco di Sales, lo spirito di dolcezza, d’umiltà e di ardente carità apostolica. Si legò a Dio con partico­lari voti di perfezione. A lui si offrì vittima, durante la guerra mondiale 1915-18, per la cessazione del flagello e morì nel 1916 a trentun anni, lasciando alla comunità esempi di virtù generosamente praticate nei brevi anni trascorsi in monastero: anni vissuti nel nascondimento di una vita comunissima, priva di cariche speciali, in una via tutta di umiltà e di semplicità.

Nel corso della sua vita religiosa, in un assiduo me­ditare, suor Benigna Consolata approfondì la conoscen­za di Dio: conoscenza del suo amore, della sua miseri­cordia e dell’ardente suo desiderio di effondere questo amore e questa misericordia su tutte le anime.

Dal libro “Rimanete nel mio amore”

“È vero che c’è una distanza infinita tra me e te, ma l’amore l’ha superata; quando io amo un’anima, non guardo più niente; purché quell’anima mi ami, io dimen­tico tutto”.

DECALOGO DELLA MISERICORDIA

1° – Io sono il Dio di ogni misericordia.

2° – Io non cerco altro che usare sempre misericordia.

3° – Usare la giustizia è per me come andare contro corrente; devo farmi violenza.

4° – La porta della mia misericordia non è chiusa a chiave: è solo socchiusa; per poco che la si tocchi, la si apre; anche un bambino la può aprire, anche un vecchio che non ha più forza.

5° – La porta della mia giustizia, invece, è chiusa a chiave, e l’apro solo a chi mi costringe ad aprirla, ma io spontaneamente non l’aprirei mai.

6° – Una volta che l’anima ha varcato la soglia della porta della mia misericordia, cade in potere dell’amore, che ci pensa poi a non lasciarsela più sfuggire, e l’alletta in tutti i modi per farle amare la sua nuova dimora.

7° – Divenuta felice prigioniera dell’amore, questi le dà la libertà, ma solo nel recinto dell’amore, perché se l’anima uscisse da questo recinto, troverebbe la morte. L’amore non le impedisce di uscire, perché è libera, ma l’avverte, e questo è il freno che le mette.

8° – Più l’anima entra nei domini dell’amore, ridotta a malpartito per i mali sofferti nel passato, per i disordini e per le passioni, tanto più l’amore gode di avere tanto da fare.

9° – Le anime più miserabili, più deboli, più inferme, sono i più buoni clienti dell’amore, quelli che la miseri­cordia divina stima di più.

10° – Saranno queste anime così predilette da Dio, quelle che, come altrettanti monumenti vivi, innalzati a magnificare la moltitudine delle sue misericordie, man­deranno su Dio riflessi di luce vivissima, la stessa luce, che esse hanno ricevuto da lui durante il corso della loro vita mortale, nella moltitudine di finezze che Dio ha loro usato per condurle all’eterna salvezza. Splenderanno, queste anime, come gemme e saranno la corona della di­vina misericordia”.

“Io amo tanto le anime che in me si abbandonano… Quando riconosci che non puoi niente e che sei incapace di fare ciò che ti eri proposta di fare, invece di angustiar­ti inutilmente, dovresti consolarti, pensando che tocca al tuo Divino Amore riparare: egli stesso te l’ha assicurato e promesso. Eccita il tuo cuore a un’assoluta confidenza in Dio e sappi che sempre più progrediscono nella virtù quelle anime che, sempre diffidando di se stesse, ripon­gono in me tutta la loro confidenza. Che tu senta o non senta se fai bene ciò che fai, non toglie per nulla che tu non lo faccia bene, anzi aumenta il merito. Lascia che Iddio giudichi la tua condotta: tu anima tutte le tue azio­ni con la retta intenzione di far tutto per piacere a Dio, unicamente per quel santo fine e poi sta tranquilla, anche quando il demonio ti suscitasse in cuore i più desolanti pensieri di scoraggiamento. Che hai tu da temere, quan­do sai che Gesù ti ama, che sei tutta sua, che mai ti ab­bandona un istante?

Credi tu forse che il demonio abbia qualche potere sopra un’anima che è tutta di Dio? Egli potrà cimentarti finché Dio lo permette per il bene dell’anima tua, ma non può nuocerti in nessun modo, perché essendo tutta di Dio, egli ti custodisce gelosamente”.

“Un’anima interamente abbandonata alle soavissime disposizioni dell’amore, è un’anima che mi rapisce il cuore”.

“Quando l’anima è pieghevole alle operazioni del­l’amore, io la lavoro: è come cera molle che prende qua­lunque forma. Io sono sempre in movimento per la sua santificazione, eppure non perdo mai il mio riposo. Ab­bandonati all’amore del tuo Dio, lasciati da lui muovere, formare, non opporre la minima resistenza. Sei del­l’Amore, non ti appartieni più”.

“I frutti dell’abbandono sono:

1° Una pace sempre più intima, sempre più profonda, più durevole, perché l’anima abbandonata si fissa solo in Dio, e siccome Dio è immutabile, così essa non si turba mai.

2° Una grande uguaglianza di spirito che facilita di molto i rapporti con il prossimo. Un’anima abbandonata prende tutto in buona parte.

3° Un rapido progresso nella perfezione e nell’unio­ne più intima con Dio, perché il tempo che altre volte avrebbe impiegato a pensare a sé, lo impiega a fare atti di carità.

4° Una continua e amorosa presenza di Dio, perché, a guisa di un bambino che viene portato in braccio dal suo tenero papà, l’anima abbandonata fissa di tanto in tanto i suoi sguardi in Dio da cui le viene ogni bene, ogni ripo­so, e questo è tutto il suo ringraziamento”.

“Credere alla mia bontà, sperare nella mia bontà, amare la mia bontà, abbandonarsi alla mia bontà”.

“Perché poche anime camminano decise nella via dell’amore? Perché poche entrano con generosità nella via del sacrificio. Tanto l’anima cammina nella via del sacrificio, altrettanto cammina nella via dell’amore; se si ferma nel sacrificio, si ferma nell’amore; se tituba nel sacrificio, tituba nell’amore e i suoi progressi quasi non si vedono. Invece l’anima generosa quando intravede una cosa che le costa, incomincia a rallegrarsene per la gloria che darà a Dio, non aspetta ad avanzare quando farà la cosa che le costa, ma dal momento che già ne gode, già incomincia ad avanzare”.

“Non perdere più un minuto, servi bene l’amore; e per servirlo bene, fa’ momento per momento quello che vuole da te”.

“Il Signore vuole un cuore intero, non diviso; uno spirito pieghevole, non altero; una volontà ferma e stabi­le, non mutabile”.

“Un’anima amata da Dio con un amore di predilezio­ne non deve più vivere che per lui”.

“Ti voglio libera, santamente libera da tutti quegli impacci che ti impediscono di salire velocemente verso il tuo Dio, sommo e unico tuo fine”.

“Ci si deve dare all’amore con gioia, con amore, con perseveranza, con prontezza, per sempre, senza pretese, senza riserve, con uguaglianza di spirito, anche in mezzo alle diverse disposizioni dell’anima, con fervore e con umiltà”.

“Io cerco delle anime vuote di sé, del mondo, di desi­deri propri, salvo quelli della gloria di Dio e del bene delle anime.

Sono poco amato perché sono poco conosciuto; po­che anime entrano nella mia intimità, perché poche si spogliano di tutto”.

“Com’è doloroso amar tanto e non essere amati, e io non mi stanco; chiedo sempre amore e nessuno me lo concede, e non solo non mi amano, ma mi odiano e vi è perfino chi, potendolo, mi farebbe scomparire perché gli do noia. Sai tu ciò che mi trattiene dal castigare questi perversi? Sono le preghiere e pure le tue, che disarmano il braccio della mia divina giustizia. Quando smetti di pregare, smetto di fare misericordia. Fai una grande ope­ra di carità, pregando per i peccatori, perché ottieni loro la vita eterna”.

“Pochi pensano con ardore a salvare le anime; pensa­no di più alla loro santificazione individuale, e non pen­sano che, adoperandosi a santificare le anime, la procurerebbero ancor meglio. Come è difficile vincere l’egoi­smo spirituale!”.

“Chi non vuol essere giudicato, non giudichi.

Chi non vuol essere punito, non punisca se non per amore di Dio; chiunque mi imiterà nella dolcezza trat­tando con le anime, sarà certo della loro conversione, perché io do alla dolcezza una forza superiore a qualun­que altra forza. È inutile cercare di condurre le anime per altre vie: tutti amano il dolce e con questo mezzo si la­sciano facilmente adescare”.

“Abbi la pace del cuore, la calma e la rassegnazione dello spirito, la cordialità e l’umiltà con tutti. Piuttosto che umiliare gli altri, umilia te stessa; piuttosto che con­traddire gli altri, quando puoi farlo contraddici te stessa; piuttosto che danneggiare gli altri, danneggia te stessa”.

“Quando io giungo a mettere in un’anima l’amore dell’orazione, quell’anima diventa un’anima interiore e poi giunge all’unione con me”.

“Io ho bisogno di trovare cuori vuoti per versarvi le mie grazie; non posso fare grazie straordinarie alle ani­me come vorrei, perché non le trovo abbastanza amanti dell’umiltà”.

“La vita interiore è il regno del mio amore nell’ani­ma. L’anima interiore dà il primo posto all’amore, fa tut­to per amore. Per avere la vita interiore è necessario il raccoglimento, la mortificazione, la fedeltà alle divine ispirazioni”.

“La strada più breve, o per meglio dire, la consuma­zione dell’unione, è l’amore. Più l’amore diventa ardente e più l’unione è intima. Un’anima tutta piena d’amore è un’anima intimamente unita a Dio.

Per accrescere l’amore bisogna aumentarne gli atti e in­tensificarne l’affetto. Non è difficile il giungervi. L’amore ti farà prendere le scorciatoie e tu lo seguirai.

La prima scorciatoia è la confidenza in Dio. La se­conda è la devozione alla Madonna. La terza è la pratica di una vera mortificazione. La quarta è la diffidenza di sé”.

“Il frutto che la mia divina presenza produce in te è: il frutto della pace. Io diffondo la pace nel tuo cuore come un giglio diffonde il suo profumo; una pace ineffa­bile, una pace divina, celeste. Il secondo frutto è una grande purezza di coscienza”.

“Per giungere alla perfezione, devi fare solo queste cose: amarmi molto, dimenticarti sempre, fare ogni tua azione come se fosse l’ultima della tua vita, e poi confi­dare”.

“Se tu sapessi la gloria che mi dà un’anima fedele! Vi è una fedeltà materiale, che consiste nel fare tutto ciò che è dovere. Vi è un’altra fedeltà che consiste nel farlo con spirito interiore: questa è migliore. Vi è una terza fedeltà che consiste nel farlo tutto per puro amore e que­sta è ottima”.

“La perfezione è la riproduzione della vita di Gesù in te. Tutti sono tenuti alla perfezione, anche i semplici cri­stiani, perché il nome di cristiano viene da Cristo. Tutti mi devono imitare, devono tendere ad essere perfetti come è perfetto il Padre Celeste”.

“Non si è mai abbastanza puri, non si è mai abbastan­za santi per potersi fermare, il che sarebbe a grande di­scapito dell’anima. Chi veramente mi ama, procura di rendersi simile a me; per conseguire questa rassomi­glianza e per mantenersi in essa, occorre un lavoro co­stante e assiduo. È temerario colui che dice “basta” in un lavoro così importante; spetta a me stabilire il termine di questo faticoso lavoro, e lo faccio mediante la morte”.

“Io ti istruisco con il mio Spirito d’amore che è Spiri­to di pace, e la migliore disposizione per ricevere le ope­razioni dello Spirito Santo è l’essere in pace”.

“Lo Spirito Santo è nascosto in un’anima come la perla in una conchiglia; più un’anima è umile e più l’at­tira. Questo Spirito d’amore spoglia l’anima di tutto l’umano per rivestirla del divino”.

“Quando l’amore di Dio prende possesso di un’ani­ma, la conduce al sacrificio. Il sacrificio è il nutrimento dell’amore”.

“Dove c’è più mortificazione, c’è più perfezione. Il sacrificio è il cammino più breve per giungere a Gesù; è la scorciatoia che Gesù fa prendere alle anime che si ab­bandonano all’amore, per farle giungere più presto alla perfezione”.

“Quanto più tu chiudi gli occhi alle cose della terra, tanto più Gesù te li apre alle cose del cielo, e quanto più mortifichi il tuo corpo, tanto più si vivifica lo spirito”.

“La speranza deve essere fondata su due stabili principi: la conoscenza della bontà infinita di Dio e la conoscenza della vostra miseria. Solo pensando alla pro­digalità santa di Dio e al desiderio che ha di beneficare le sue creature, si può trovare motivo di sperare; egli stesso l’ha detto: Domandate e otterrete”.

“Devi farti santa per la mia maggior gloria; la strada è l’amore. L’anima che entra con più ardore in questa via e anela a unirsi a me con tutte le sue forze, divora la stra­da e non sente il peso della fatica; ciò che costa, nel­l’amore, è quando si fanno le cose a metà”.

“Quando un’anima fa la mia volontà, io l’amo. Come generalmente parlando, non si giunge alla morte che per mezzo della malattia che consuma man mano la vita, così per giungere alla morte interiore, ci vuole una mor­tificazione continua.

Se un’anima si abbandona all’amore, l’amore la por­ta alla morte interiore; ma un’anima che lavora con l’amore, aiutata dall’amore, giunge più presto alla morte interiore”.

“Se un’anima vuol divenire presto interiore, conser­vare e accrescere in sé questo tesoro, deve:

– amare molto il silenzio;

– darsi a una completa mortificazione;

– darsi pienamente in balìa dell’amore come una paglia sull’acqua;

– tenersi più che può nel santuario del suo cuore per godere di Dio, per parlare a Dio, per udire Dio e darsi tutto a Dio”.

“È proprio delle opere di Dio il compiersi nel silen­zio. Guarda nell’ordine della natura come tutto si com­pie in silenzio: le piante nascono, crescono, producono frutti abbondanti, tutto in silenzio; nessuno si accorge del loro svilupparsi; invece gli uomini, quando fanno qualche cosa, come si fanno sentire!…

Lo Spirito Santo, quando lavora in un’anima, fa tutto in silenzio; egli fa un’opera meravigliosa, compie la san­tificazione dell’anima senza farsi sentire”.

“Leggilo, questo amore, nella ferita del mio cuore: la lancia è stata come la chiave con la quale te ne ho aperta la porta. Leggilo nelle mani: le ho volute trapassate dai chiodi per espiare le tue mancanze commesse con le mani. Leggilo nei miei piedi: li ho voluti trapassati dai chiodi per espiare le colpe commesse con i piedi. Leggi­lo sulla mia fronte circondata di spine: così ho voluto, per meritare a te la grazia di vincere le tentazioni.

Ogni tentazione vinta è una vittoria, e ogni vittoria merita una corona”.

“Tu sei un piccolo niente, tanto piccolo che neppure ti si vede; eppure il tuo Gesù ti vede, ti guarda e ti ama”.

“Credi all’amore, spera nell’amore, confida nel­l’amore, abbandonati all’amore, ruba l’amore.

Sperare nell’amore è da serva, confidare nell’amore è da sorella, abbandonarsi all’amore è da figlia, rubare l’amore è da sposa, perché la sposa ruba il cuore del suo sposo con uno dei suoi occhi, con uno dei suoi capelli”.

“Quando io amo un’anima, e questa con continui atti di fedeltà corrisponde al mio amore, io stabilisco fra il mio cuore e lei un commercio di grazia, di misericordia e d’amore; più l’anima corrisponde, più io le do”.

“Riconoscerai le mie ispirazioni da questo segno: io non turbo l’anima, non la violento. Avendola creata libe­ra, per primo rispetto la sua libertà, benché inviti l’ani­ma e dolcemente la muova; anche quando la faccio sof­frire, non la turbo”.

“Cessa di andare elemosinando amore dalle creature, perché quand’anche lo indirizzassero tutto a te, non ne resteresti soddisfatta; Dio solo può riempire il tuo cuore. Egli solo può appagare pienamente i tuoi desideri, poi­ché è lui che li ha fatti nascere”.

“Come il fuoco si nutre di combustibile, così la mia misericordia si nutre nel consumare miserie, e più ne tro­va da consumare, tanto più cresce, appunto come fa il fuoco che cresce sempre più, a misura che vi si getta dentro della legna”.

“Tu sei miseria, ma la tua miseria è il punto d’appog­gio della mia misericordia”.

“Quando i peccati sono detestati e pianti dall’anima, io non li ricordo più; anzi ti dico che se l’anima se ne serve per umiliarsi, sono tante voci che mi chiamano a lei”.

“Portami le tue miserie, io le getto nel fuoco della mia misericordia”.

“La tua miseria è il trono della mia misericordia: più la tua miseria è grande e più il mio trono è stabile”.

“Appunto perché sei miserabile, io posso esercitare in te i miei prediletti attributi: la bontà, la misericordia, la carità. Tutto è possibile all’amore e una persona, se ha perso il tempo, può ancora riparare correndo invece che camminando”.

“Confida sempre nel tuo Gesù: la misura della tua confidenza in me è quella della mia misericordia in te, e sappi che io non sono mai così buono quanto con i mise­rabili, purché con umiltà riconoscano la loro miseria. Allora il mio cuore è nel suo centro: far del bene, ripara­re miserie, guarire infermità, condurre a buon termine opere imperfette, impreziosirne altre con più perfezione, darvi l’ultima mano: il tocco divino del tuo Gesù è quel­lo che dà alle tue azioni quella forma che le rende tutte accette al mio divin Padre”.

“La mia misericordia è infinitamente superiore alla tua miseria. Il mio cuore è per i miserabili”.

“Sei un ammasso di miserie sul quale la mia miseri­cordia vuole edificare un capolavoro, e la mia opera compare tanto più bella quanto è più grande la tua mise­ria. Se io non fossi che giusto, ti dovrei punire, ma sicco­me sono buono, misericordioso e tenero, così ti so com­patire”.

“Io non mi spavento della miseria, né dell’infermità e neanche della cattiveria; una sola cosa io chiedo all’anima che seguo con la mia grazia: che mi lasci entrare. Non mi spaventa né il numero, né la grandezza dei pec­cati, non mi spaventa la durata del tempo, purché quel cuore si arrenda; perché, una volta che ha ceduto, io so estrarre, dai miei tesori infiniti, delle grazie così grandi, così efficaci, così piene, che non solo riparano il passato, ma santificano l’avvenire. Se sapessero che sollievo danno alla mia misericordia i peccatori quando ricorrono a me! lo non li mando mai via, ma essi hanno paura di venire. È il demonio che fa loro paura, perché se vengo­no a me sono salvi”.

“Abbandona alla misericordiosa bontà del mio cuore il tuo passato con tutte le tue miserie. Abbandonami il tuo presente con tutte le tue fragilità e imperfezioni, non turbandoti mai, perché l’amore subito tutto consuma; abbandonami l’avvenire con tutti i tuoi interessi più cari, cioè l’anima e l’eternità, fidandoti dell’amore”.

“Dammi il tuo cuore, dammi le tue miserie, le tue pene, i tuoi desideri. Le tue miserie, le consumerò nella mia ardentissima carità, le tue pene le calmerò, te le to­glierò”.

“Voglio fare di te una santa, una martire, un trofeo del mio amore, della mia misericordia, della mia bontà compassionevole. È per questo che ti faccio tante grazie. Devi solo abbandonarti all’amore, fare momento per momento ciò che l’amore ti chiede. Fa’ una buona risolu­zione di vivere nel momento presente”.

“Tu sei il trofeo della mia misericordia, perché ti ho tolta dal male; sarai il capolavoro del mio amore, se sarai fedele”.

“Io voglio che sovrabbondi la mia misericordia dove ha abbondato la colpa per ignoranza; io voglio che sovrabbondi l’amore dove ha abbondato il timore; vo­glio che sovrabbondino i disegni amorosi della mia divi­na carità dove hanno abbondato i raggiri d’amore pro­prio”.

“ll cuore di Gesù è un abisso infinito di bontà, perché Gesù è Uomo-Dio, e quindi il suo cuore è cuore di Dio che ama infinitamente le sue creature”.

“Le imperfezioni che vi sono in un’anima, quando non sono amate dall’anima, non mi dispiacciono, ma at­tirano la compassione del mio cuore. Io amo tanto le ani­me! Le imperfezioni devono servire a un’anima come tanti gradini di una scala per salire a me, mediante l’umiltà, la confidenza, l’amore.

Io mi abbasso verso l’anima che si umilia e vado a cercarla nel suo niente per unirla a me.

Temi forse la tua debolezza? Ma non pensi che alla tua debolezza supplisce la divina onnipotenza?”.

“Il più gran danno che il demonio fa alle anime, dopo aver fatto loro commettere il peccato, è spingerle alla diffidenza. Se un’anima confida, ha ancora la strada aperta, ma se il demonio giunge a chiuderle il cuore con la diffidenza, quanto devo lottare per riacquistarla!

È certo che cento peccati mi offendono più di uno, ma se quest’uno fosse di diffidenza, mi ferirebbe più di cento altri, perché la diffidenza ferisce il mio cuore nel più intimo”.

“Le anime sfuggono alla mia misericordia. Aiutami a salvarle con la fedeltà, con il sacrificio, con l’orazione e soprattutto con l’umiltà. Le anime corrono all’inferno per vari motivi, ma la maggior parte ci vanno trascinate dal carro della superbia”.

“Se nel mondo si credesse un po’ di più alla mia mi­sericordia, non per abusarne, ma per valersene per il bene delle anime, ci sarebbero meno disordini. Poter usufruire di un Dio e non farlo! E perché non lo si fa? Perché nel mondo non mi si conosce”.

“Getta il tuo passato, il tuo presente e il tuo avvenire nel mare della mia misericordia. Il tuo passato non è più tuo, il tuo presente non è tuo, l’avvenire non è ancora tuo”.

“Io non trovo troppo lungo aspettare anche tutta la vita l’anima di un povero peccatore, pur di averla in pun­to di morte, perché l’avrò per un’eternità. Se si sapesse che cosa vale un’anima! Vale tutto il mio sangue, e il mio sangue ha un valore infinito. Tutto ciò che vi è nel mondo, non vale un’anima; tu stessa stimi troppo poco la tua anima e non ti curi abbastanza di adornarla. Quanti atti di amore potresti fare invece di ripiegarti su di te; è vero che non perdi la grazia, ma anche nel commercio, quando non si guadagna, si perde, perché le spese si han­no lo stesso. Se non si perde, si rallenta il fervore”.

“Per non essere giudicata, non giudicare, e per essere ricoperta della mia misericordia nel terribile giorno del giudizio, copri più che puoi con il velo della carità i di­fetti del tuo prossimo; quei difetti che la carità, per il bene dello stesso prossimo, non ti obbliga a manifestare”.

“Anche i castighi sono misericordia”.

“Tanto io sono liberale, misericordioso e tenero, al­trettanto sono giusto. La giustizia non è difetto: può sembrare tale per coloro che la temono su ben fondati motivi, ma se la mia giustizia rattrista i malvagi, consola le anime pie, giuste e buone”.

“La mia vita eucaristica è una vita d’amore, è una vita di continua immolazione, di continua impetrazione, di continua offerta. Per imitarla, bisogna che tu faccia una vita di silenzio, di raccoglimento, di unione con me”.

“La mia vita eucaristica è una vita di silenzio, di per­petua obbedienza, di ardentissimo amore. Io osservo un silenzio continuo di giorno e di notte: più ti inoltrerai nella mia intimità, più ti unirai a me, e più osserverai il silenzio; non per forza, ma per amore. Un’anima silen­ziosa conserva la forza della grazia”.

“Quanto meglio l’anima si dispone a ricevere la S. Comunione, tanto più ne cava profitto. La principale di­sposizione che io ricerco è la carità. Cerco anche l’umil­tà, e più il vuoto è profondo e più riempio l’anima di me: occorre anche l’obbedienza, anche l’abbandono”.

“Tutte le tue risoluzioni devono aggirarsi sulla mia vita eucaristica: l’altare, il tabernacolo, l’ostensorio.

Il tuo cuore sarà il mio altare, sul quale io mi immo­lerò tutti i giorni nella tua persona, e i fini di questa im­molazione saranno: la gloria di Dio, che tu cercherai in tutte le tue azioni, anche nelle più piccole; la salvezza delle anime, che procurerai con tutte le tue forze, a costo di qualunque sacrificio; la tua propria santificazione, in vista della mia gloria eterna.

Il tabernacolo richiama alla vita interiore che dev’es­sere intensa. Quando in una macchina il vapore sta chiu­so, la pressione cresce e la macchina va più veloce. Il tuo cuore deve essere chiuso alla dissipazione, all’occupa­zione di te stessa.

L’ostensorio serve per espormi. Io devo vivere nella tua persona come se vivessi ancora visibilmente sulla terra. Devi farmi vedere nel tuo modo di camminare, di stare, di operare, di parlare: non per essere veduta, ma per fare ciò che è detto nel Vangelo: `Affinché gli uomi­ni, vedendo le vostre opere buone, glorifichino Dio”.

“Nel mondo c’è poca fede, c’è poca riverenza, c’è poco amore per questo Sacramento d’amore. Gesù è un tesoro nascosto: sii sempre vicina in spirito al tabernaco­lo e, come accanto all’Eucaristia deve esserci sempre la lampada, così il tuo cuore sia sempre una lampada acce­sa vicino al SS. Sacramento”.

“Soddisfa la mia misericordia fidandoti di me. Non ti scoraggiare: lo scoraggiamento non ha mai fatto un santo. Fai bene a temere di te, ma fai meglio a confidare in me; devi temere di te sempre, ma non mai temere senza subito confidare in me, perché allora cadi nello scoraggiamento e un’anima scoraggiata è subito vinta. Il demo­nio non teme le anime che si scoraggiano, teme le anime che obbediscono”.

“Se vi sono poche anime che giungono alla più alta santità secondo i desideri del mio cuore, è perché ve ne sono poche che non si turbano per le loro miserie. Il tur­bamento è come un tarlo che rode una pezza di stoffa: fa buchi piccoli, ma intanto la rovina. Il mezzo più facile per diventare presto santi, è di umiliarsi molto dopo le cadute, ma senza fermarsi troppo a considerarle. Biso­gna pentirsene, ma confidare nella mia bontà”.

DECALOGO DELLA CONFIDENZA

I ° Io ho un Dio, che è tutto mio.

2° Questo Dio, tutto mio, è mio Padre.

3° Questo Dio, tutto mio, vuole che io sia tutta sua per sempre.

4° Questo Dio d’amore per cercarmi è disceso dal cielo in terra.

5° Questo Dio d’amore mi chiede il cuore.

6° Questo Dio d’amore vuol essere per me fratello, amico, consolatore.

7° Questo Dio d’amore spinge la sua tenerezza fino a voler essere per me medico, medicina e, più di tutto, sposo.

8° Questo Dio d’amore vuol essere sfruttato come si colgono i frutti da una pianta, la quale non si lamenta, ma ne produce degli altri: la pianta aspetta un anno, ma Dio li produce subito.

9° Questo Dio d’amore non cerca che miserie da con­sumare, imperfezioni da distruggere, volontà fiacche da fortificare, buoni propositi da avvalorare.

10° Questo Dio d’amore va in cerca di ciò che il mondo disprezza, aborrisce, abbandona, cioè dei poveri peccatori, e dopo averli convertiti con le finezze della sua carità e con le industrie della sua misericordia, se trova la corrispondenza che cerca, ne fa dei capolavori di santità.

“Il mio amore si nutre con il consumare miserie, e l’anima che ne porta di più, purché sia con un cuore con­trito e umiliato, è quella che mi piace di più, perché mi dà più occasione di esercitare il mio ufficio di buon Sal­vatore”.

DECALOGO DELL’AMORE

1 ° L’Amore si dà a chi si dona a lui senza riserve, senza ritorno, senza preoccupazione.

2° L’Amore prende cura amorosa di chi gli si abban­dona totalmente.

3° L’Amore guida, dà la mano, e al caso porta l’ani­ma che si dà a lui.

4° L’Amore chiude in sé l’anima che si è una volta data e non la lascia più uscire, a meno della sua libera volontà; del resto, niente la può togliere dal potere del­l’Amore.

5° L’Amore gode che l’anima creda in lui in tutte le sue operazioni, anche le più dolorose.

6° L’Amore ama di essere assecondato, favorito, aiu­tato e fa progressi mirabili nell’anima che così l’aiuta.

7° L’Amore ama di essere comunicato e cresce nel­l’anima che lo comunica ad altri, a misura che questa lo comunica.

8° L’Amore brucia tutto ciò che è atto a bruciare, e più la cosa è secca e più la brucia in fretta e facilmente.

9° L’Amore gode di disporre non solo dell’anima, ma ancora delle sue operazioni, in favore di chi vuole.

10° Finalmente, l’Amore consuma fino alla fine ciò che gli si è dato, se l’anima non oppone resistenza.

Serva di Dio sr. Consolata Betrone

Profilo biografico

Pierina Betrone nacque il 6 aprile 1903 a Saluzzo. L’anno seguente, la famiglia si trasferiva a Torino. A tredici anni, e precisamente nella festa dell’Immacolata Concezione del 1916, nel ringraziamento alla Santa Co­munione, udì per la prima volta la Voce interiore che le domandò: “Vuoi essere tutta mia?”. Senza comprendere l’estensione della domanda, ella rispose: “Gesù, sì!”.

Essere tutta di Gesù voleva dire per lei farsi suora. Ebbe molto a lottare per la vocazione e anche soggiac­que per qualche tempo a una dolorosa prova di spirito. Ma, finalmente, il 17 aprile 1929, festa del Patrocinio di S. Giuseppe, poteva realizzare la sua ardente aspirazio­ne varcando la soglia del monastero delle Cappuccine di Torino, prendendo il nome di sr. Maria Consolata.

Il 22 luglio 1939, per l’avvenuto sdoppiamento del­l’ormai troppo numerosa comunità, suor Consolata pas­sava al nuovo monastero di Moriondo, frazione di Moncalieri (Torino), dove il 18 luglio 1946, all’età di 43 anni, coronava con una santa morte la sua breve ma in­tensa giornata terrena.

Favorita da Dio di grandi doni, tuttavia passò inos­servata nella sua piccola comunità; non solo, ma gli stessi doni divini nulla tolsero allo sforzo della creatura protesa verso la vetta della santità. Ogni passo nella via della perfezione le costò violenza e sforzi inauditi. Nella dedizione di sé a Dio e al prossimo non conob­be misura o riserve.

Come già santa Teresa di Gesù Bambino, di cui è una gloriosa conquista, suor Consolata ricevette da Dio una particolare missione e vocazione.

La sua missione (per il compimento della quale, die­tro richiesta divina, si offrì vittima), è in favore di quanti amava chiamare i suoi Fratelli e le sue Sorelle: ossia le anime sacerdotali e religiose che hanno prevaricato.

Dal libretto “Trattatello della piccolissima via d’Amore”

“Consolata, di’ al mondo quanto io sono buono e ma­terno, e come dalle mie creature, in cambio, io non chie­do che l’amore. Oggi, come ieri, come domani, alle po­vere creature io chiederò solo e sempre amore. Oh, po­tessi scendere in ogni cuore e versarvi a torrenti le tene­rezze del mio amore!

Io bramo essere servito dalle mie creature per amore. Ora, evitare la colpa per timore dei castighi non è quello che io bramo. Io voglio essere amato, io voglio l’amore dalle mie creature; e quando mi ameranno, non mi offen­deranno più.

Amami, Consolata, amami solo; nell’amore c’è tut­to. Quando tu mi ami, dai a Gesù tutto quello ch’egli desidera dalle sue creature: l’amore.

Solo l’amore divino può fare di apostati, apostoli; di gigli infangati, gigli immacolati; di ributtanti viziosi peccatori, trofei di misericordia.

Metti tutta l’attenzione nel dovere attuale per com­pierlo con tutto l’amore possibile. Tanto più valore avranno le tue azioni, quanto più tu aumenterai in amo­re.

Trasforma tutte le cose disgustose che incontri sul cammino, in roselline; raccoglile con amore e offrimele con amore. I doni io li gradisco così: fatti con tutto l’amore possibile; allora anche i vostri nonnulla mi di­venteranno preziosi.

Consolata, di’ alle anime che preferisco un atto di amore e una Comunione d’amore a qualunque altro dono che possono offrirmi. Sì, un atto d’amore a una discipli­na, perché ho sete di amore.

Consolata, scrivi – perché te lo impongo per obbedien­za – che per un tuo atto di amore io creerei il Paradiso. Amami, Consolata; l’amore farà scomparire le tue deficienze.

L’amore è santità; più mi ami e più ti farai santa. Ri­corda che l’amore e solo l’amore ti porterà vincitrice su tutte le vette.

Amami e sarai felice, e più mi amerai e più sarai feli­ce. Oh, se mi si amasse, quanta felicità regnerebbe nel mondo così infelice!”.

“Amami continuamente, con cuore di pietra o di an­gelo, non importa. Tutto sta lì, tutto dipende da lì: da un continuo atto d’amore.

Da’ l’addio per sempre a tutto ciò che è terra e creatu­ra, e prendi il largo con l’atto incessante d’amore. Avan­ti, verso l’eterna riva!

Ti amo così: piccola, annientata, un nulla, un conti­nuo atto d’amore. Vedi, ciascuno ha i suoi gusti; i miei sono questi: piccolezza, nullità, annientamento, ma amore.

Che il demonio, che le tue passioni scatenino nella tua anima tutte le lotte possibili, non importa. Tu devi dire a te stessa: Voglio continuare imperterrita il mio atto d’amore da una Comunione all’altra; questo è il mio do­vere, mio solo dovere!”.

“Consolata, tu lo sai che ti amo tanto! Vedi, il mio cuore è divino, sì, ma è umano come il tuo e quindi ho sete di amore, di tutti i tuoi pensieri; li voglio tutti.

Io penserò a tutto, anche alle minime cose, e tu pensa solo a me; ho sete del tuo amore, quindi nessun pensiero: sarebbero spine al mio capo.

Dammi tutte le tue parole, le voglio tutte; voglio un silenzio continuo, ti voglio tutta mia.

Fa’ sempre silenzio, sii avara anche delle parole ne­cessarie; dona in cambio un sorriso a tutte e conserva sempre il tuo volto atteggiato al sorriso.

Dimentica tutto e tutti e pensa solo più ad amarmi; concentra ogni tuo pensiero, palpito e silenzio a que­st’unica cosa: amare.

Da’ l’addio per sempre ad ogni pensiero, ad ogni pa­rola; lascia che tutti facciano ciò che vogliono; tu sta in me, porterai molto frutto, perché agirò io in te.

Tutta la tua cura sia nello stare ben unita alla `Vite’, non staccarti da `Gesù solo’ neppur con un pensiero (penso io a tutto), neppur con una parola non richiesta.

Vedi, Consolata, i pensieri che ti vengono e che tu non vuoi, non sono infedeltà.

La lotta dei pensieri inutili te la lascio, perché ti è meritoria. Quando non si desidera che di amare, tutto ciò che ostacola questo amore diventa meritorio.

Io permetto questa lotta assillante di pensieri che ti opprime, perché mi dà gloria e anime. Offrimi a ogni istante per te e per le anime questi pensieri che non vuoi e che spuntano continuamente dallo svegliarti a quando ti addormenti, per impedirti di amare, e io li cambio in grazie e benedizioni di anime.

Vedi, il nemico ciò che vuole impedirti è l’atto d’amore continuo. Ecco il perché di tutta questa lotta as­sillante di pensieri. Qualunque pensiero anche buono, purché tu non ami, a lui basta.

La verginità di mente ti rende bella e immacolata, l’atto d’amore continuo ti rende ardente come ti voglio”.

“Per nessun motivo non distogliere lo sguardo da Gesù, così più celermente vogherai verso l’eterna riva.

Ti voglio perfetta, ti voglio continuamente con me, quindi: Gesù solo! Io solo, che basto per tutto. Ti fidi di me, vero?

Tu stai in me e facciamo una cosa sola e porterai mol­to frutto e diverrai potente, perché scomparirai come una goccia d’acqua in seno all’oceano; e in te passerà il mio silenzio, la mia purezza, la mia carità, la mia dolcezza, la mia pazienza, la mia sete di sofferenza, il mio zelo per le anime, da volerle salvare a tutti i costi.

Ricorda sempre che io solo sono santo e posso farti santa, trasfondendo la mia santità in te. La mia santità diventa la tua, come tua è la mia purezza, tua la mia umiltà.

Vedi, io sono amore e finché tu rimani nell’amore, tu rimani in me, ma anch’io in te.

Bisogna che tu abbia una padronanza tale sui tuoi pensieri e sulle tue parole, che il demonio non possa più nulla contro di te, e questa padronanza te lo favorisce l’atto d’amore.

Mentre tu ami, il demonio non può far entrare in te un pensiero cattivo, perché tutte le tue facoltà sono assorbi­te dall’amore; ma se tu cessi di amare, sì che lo può. Per­ciò tu ama sempre.

Quest’incessante atto d’amore ti dona la triplice ver­ginità: cuore, corpo, spirito.

Se tu scomparisci, non lasci più entrare un pensiero, penserò io in te; se tu non parli, parlerò io in te; se non cerchi di fare la tua volontà, agirò io in te: non sarai più tu che vivrai, ma io in te”.

“La consorella come tale, qualunque essa sia, per te non esiste più, ma è Gesù che in realtà è sceso in quel cuore. Nei pensieri, parole, azioni: vedermi e trattarmi in tutte.

Io mi dono a te e ti dono tutto, e tu donati tutta e dona ad esse tutto l’aiuto che ti è possibile. Sii veramente an­nientata in un atto d’amore verso di me e in un atto di carità verso le tue sorelle, verso tutti.

Fa’ sempre quello che puoi, non risparmiarmi un sa­crificio, non dare un rifiuto, mai, io ti aiuterò sempre a fare fronte ai tuoi impegni di carità.

Non veder più le creature; se vedi solo Gesù attraver­so esse, ogni sacrificio ti sarà dolce. Annientati. Io per te mi sono fatto Ostia. Vedi? Mi prendono, mi posano, mi espongono, mi abbandonano, fanno di me ciò che vo­gliono. Così fa’ anche tu: lascia che le tue consorelle fac­ciano di te ciò che vogliono.

Hai tanto da fare e preme, e vedi una sorella, che ne­cessita di aiuto. Oh, non passar oltre, fermati prima a fare quest’atto di carità, io penserò a farti giungere in tempo a soddisfare tutti i tuoi doveri.

Nella condiscendenza non aver paura di andare all’esagerazione; dimostra attraverso te stessa, col tuo contegno e parole, quanto io sono buono e condiscen­dente.

Nel totale oblìo di te stessa, datti tutta a tutti con un sorriso, sempre. Non perdere, quindi, un atto d’amore verso di me, né un atto di carità verso sorelle e prossimo.

Non perdere un atto d’amore, vedermi in tutte e in un “sì” risoluto a tutto, nella ferma fiducia che il mio aiuto non ti mancherà mai. E poi sorridi, sorridi sempre; io stesso sorriderò attraverso te.

Ricorda che uno sguardo amorevole, un sorriso d’in­citamento a volte influisce su di un’anima più che una predica. Non è vero che il sentirsi fraternamente, santa­mente amati e compresi, dona all’anima più agilità nel correre per la via della perfezione?

Io tengo per me le angosce e dono alle anime i sorrisi; tu fa’ lo stesso”.

“Amami tu per tutte e per ciascuna delle mie creatu­re, per tutti e per ciascun cuore che esiste. Ho tanta sete d’amore!

Sì, chiedi il perdono sulla povera umanità colpevole, chiedi su di essa il trionfo della mia misericordia, ma soprattutto chiedi su di essa l’incendio del divino amore, che qual novella Pentecoste redima l’umanità da tante sozzure.

Chiedi l’amore, il trionfo del mio amore per te e per ciascun’anima della terra, che ora esiste e che esisterà sino al termine dei secoli. Amami per tutte e, con la pre­ghiera e la tua immolazione, prepara nel mondo l’avven­to del mio amore.

Poiché hai sete di amarmi e di salvarmi anime, sta’ in me sempre, non lasciarmi un istante, e porterai molto frutto.

Guarda S. Pietro: da solo aveva pescato tutta la notte e non aveva preso nulla; con me, appena gettate le reti, le ritirò piene di pesci. Così tu se stai in me, a ogni ispira­zione di mortificazione che ti invierò, tu, seguendola getterai la rete e io la tirerò su, piena di anime, che tu conoscerai solo quando sarai in Paradiso.

Solo in Paradiso conoscerai il valore e la fecondità dell’atto d’amore per salvare anime.

Ti piace la croce che ti ho donata? È fecondissima, sai! La croce d’amore è fecondissima più d’ogni altra croce, per me e per le anime.

Tu pensa solo più a me e alle anime: a me per amar­mi, alle anime per salvarle. Ho sete, sete di anime, per­ciò del tuo amore e del tuo dolore.

Senza sacrificio, senza la sofferenza fisica, spiritua­le, morale tu non salverai le anime. Un palpito incessan­te d’amore, sì, ed un palpito incessante di dolore per ot­tenere la conversione delle anime.

Io, le anime, le ho salvate con un martirio di amore e di dolore, e così le salverai anche tu”.

“Rimani sempre nel tuo atto d’amore, cerca di non perderne uno e cerca di non perdere un atto di carità, rac­cogli con amore i fiori di virtù che io farò sbocciare sui tuoi passi, e il frutto che porterai sarà copioso”.

“Amami solo, amami sempre, rispondi con grande amore un “sì” a tutto, a tutte e sempre e col sorriso: ecco la tua vita. Nient’altro che questo; a tutto il resto penso e provvedo io”.

Serva di Dio Madre Teresa di Calcutta

Profilo biografico

Agnese Bojaxshiu, universalmente conosciuta come Madre Teresa di Calcutta, è nata il 26 agosto 1910 a Skipje, oggi in Albania.

Già da bambina Agnese aveva sempre sentito una particolare attrazione per i poveri. All’età di 12 anni si sentì chiamata alla vita religiosa, nonostante fosse mol­to felice in casa e la sua conoscenza della vita religiosa fosse praticamente nulla.

L’immaginazione di Agnese fu attratta anzitutto dal­l’Africa, ma poi rivolse il suo pensiero all’India. Le suo­re della congregazione internazionale Loreto lavorava­no a Calcutta. Agnese chiese di poter entrare nella loro congregazione nell’ottobre del 1928.

Nel dicembre del 1928, suor Maria Teresa del Bambin Gesù lasciò Dublino per Calcutta.

Nel 1939, due anni dopo la professione perpetua di Teresa nella congregazione Loreto, scoppiò la seconda guerra mondiale. I conventi di Calcutta furono costretti ad evacuare i loro studenti. I più lo fecero, ma per molte ragazze non rimase altra scelta che restare in città. La “Teresa bengalese” restò con loro per aiutarle a prose­guire la loro formazione. Alcune di quelle ragazze pre­sero l’abitudine di accompagnarla nelle sue visite rego­lari ai bustees o quartieri poveri della città. Esse sareb­bero diventate in seguito le prime Missionarie della ca­rità.

Durante un viaggio suor Teresa del Bambin Gesù ricevette la sua misteriosa “chiamata dentro la chiama­ta”, ebbe l’assoluta certezza di dover lasciare la sicu­rezza del convento, andare a vivere nei quartieri poveri della città, povera in mezzo ai poveri, e servire coloro con cui il Cristo nel Vangelo di Matteo (25,35-36) si era identificato in un modo così speciale.

Il 16 agosto 1948, all’età di 38 anni, suor Teresa del Bambin Gesù lasciò il suo convento. Dopo molte ricer­che, poté disporre di una stanza al piano superiore di una casa di proprietà dei quattro fratelli Gomez, musulmani, da dove ella partiva ogni giorno per recarsi ad insegnare nella sua “scuola”, uno spiazzo all’aria aperta fra le baracche.

Era sola e spesso soffriva letteralmente la fame.

Nel marzo del 1949 bussò alla porta la prima delle ex-allieve di Madre Teresa, la futura suor Agnese, che avrebbe aperto un continuo flusso di aspiranti suore.

Oggi, quella per cui le Missionarie della carità sono più conosciute è forse la loro attività in mezzo ai moren­ti. Madre Teresa chiese alle autorità municipali una “casa” da adibire a questo scopo. Ottenne una costru­zione annessa al tempio indù della dea Kali.

Nel 1955, Madre Teresa aprì, a pochi passi dalla Casa Madre, Shishu Bhavan, la prima casa per i bambi­ni. Fra le priorità di Madre Teresa vi fu sempre quella della cura dei lebbrosi.

Nel 1991, la parabola di Madre Teresa è tornata al suo punto di partenza. In quell’anno “Nona Teresa” ha portato le Missionarie delle carità nella sua propria ter­ra d’origine, l’Albania. Muore a Calcutta il 5 settembre 1997.

Pensieri

“Attraverso la sua chiesa, Cristo ci chiama a lavorare per la salvezza e la santificazione dei più poveri dei po­veri nel mondo intero e ad estinguere così la sete di Dio morente sulla croce, che è sete del nostro amore e del­l’amore delle anime: amandolo di tutto cuore e libera­mente nei più poveri dei poveri con cui ha voluto identi­ficarsi, sia nelle nostre comunità che nelle persone che serviamo, facendo così conoscere, amare e servire da tutti la sua presenza in loro; riparando i peccati di odio, freddezza, mancanza di solidarietà e di amore per lui nel mondo di oggi, fra di noi e nelle persone che serviamo.

Il servizio significa operare incessantemente e di tut­to cuore per metterci a disposizione di Gesù in modo che egli possa vivere, in noi e attraverso di noi, la sua vita di amore infinitamente tenero, compassionevole e miseri­cordioso per quanti sono spiritualmente e materialmente i più poveri dei poveri”.

“Nei confronti di Dio, la nostra povertà è l’umile ri­conoscimento e l’umile accettazione della nostra condi­zione peccatrice, della nostra indegnità e assoluta nullità e il riconoscimento della nostra indigenza al suo cospet­to, che si esprime sotto forma di speranza in lui, di aper­tura a ricevere tutto da lui in quanto nostro Padre.

La nostra povertà dovrebbe essere una vera povertà evangelica: gentile, tenera, gioiosa e sincera, sempre pronta a dare con amore. Prima di essere rinuncia, la po­vertà è amore. Per dare è necessario amare. Per dare è necessario essere liberi dall’egoismo. Esultiamo con la Vergine santissima, la quale ha cantato con piena verità:

Ha colmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote”.

“Come amiamo Dio? Se siamo stati creati per amore, tutti vogliamo amare Dio, ma come? Dov’è Dio? Dio è ovunque. Coma amiamo Dio? Egli ci offre l’occasione di fare agli altri quello che noi vorremmo fare a lui. Ci offre l’occasione di porre il nostro amore per lui in un’azione concreta, di amarlo e servirlo nascosto sotto le sembianze dei più poveri dei poveri, sia materialmente che spiritualmente, riconoscendo e ristabilendo in loro l’immagine e la somiglianza con Dio”.

“La sofferenza unita alla passione di Cristo è un dono meraviglioso. Il dono più bello fatto all’uomo è la possi­bilità di partecipare alla passione di Cristo. È questo un dono e un segno del suo amore, dato che il Padre ha di­mostrato il suo amore per il mondo, offrendo il proprio Figlio alla morte per noi.

E così in Cristo, il Padre ha dimostrato che il maggior dono è l’amore. Senza di lui non potremmo fare nulla. Ora è all’altare che noi incontriamo il nostro povero sof­ferente ed è in lui che noi scopriamo che la sofferenza può diventare uno strumento del più grande amore e del­la più grande generosità.

Senza sofferenza la nostra attività sarebbe semplice­mente attività sociale, senza dubbio molto buona e utile, ma non sarebbe l’opera di Gesù Cristo, non sarebbe par­te della redenzione. Gesù ci ha voluto aiutare condivi­dendo la nostra vita, la nostra solitudine, la nostra ago­nia, la nostra morte. Solo diventando una cosa sola con noi ci ha redenti. Ora a noi viene chiesto di fare lo stesso. Ad essere redenta deve essere tutta la desolazione dei

poveri; non solo la loro povertà materiale, ma anche la loro povertà spirituale. E noi siamo chiamati a condivi­dere quella desolazione, perché solo diventando una cosa sola con loro possiamo redimerli, portando Dio nel­la loro vita e portandoli a Dio. Accettata insieme e porta­ta insieme, la sofferenza è gioia.

Se talvolta i nostri poveri sono dovuti morire di sten­ti, non è che Dio non si sia preso cura di loro, ma è che voi e io non abbiamo dato loro quello che dovevamo dare, non siamo stati per loro strumenti di amore nelle mani di Dio, per offrire loro pane, vestiti, ecc. Non lo abbiamo riconosciuto, quando ancora una volta Cristo è venuto a noi nascosto sotto le sembianze dell’uomo affa­mato, dell’uomo solo, del bambino senza casa alla ricer­ca di rifugio.

Dio si è identificato con gli affamati, i malati, gli ignudi, i senzatetto. La fame non è solo fame di cibo, ma anche fame di amore, di cure, di essere qualcuno per qualcun’altro. La nudità non è solo mancanza di vestito, ma bisogno di quella compassione che così pochi dimo­strano nei confronti degli sconosciuti. La mancanza di un tetto non è solo mancanza di un riparo fatto di pietre, ma non avere niente e nessuno da poter considerare come proprio”.

“Per consolidare la nostra obbedienza dobbiamo astenerci dalla critica. Devo tenermi lontana da qualsiasi cosa, anche piccola, che indebolisca la mia obbedienza. Se non obbediamo, siamo come un edificio senza ce­mento. Per noi l’obbedienza è come il cemento. L’obbe­dienza è irrazionale per un’anima superba, ma non per un’anima umile.

L’obbedienza è qualcosa che mi rende simile a Cri­sto. Le rinunce che facciamo per la povertà sono qualco­sa che ognuno nel mondo secolare può compiere. Lo stesso si può dire per la castità. Ma amare e stimare il privilegio di vivere sotto obbedienza è di pochi eletti. Perché l’amiamo e la stimiamo? Perché non è solo un mezzo sicuro per compiere la volontà di Dio, ma anche una grazia e un onore molto particolare.

Che cosa ci porta l’obbedienza perfetta? È una sor­gente inestinguibile di pace. La gioia interiore viene sol­tanto dall’obbedienza perfetta, il cui risultato è una stret­ta unione con Dio.

Se desideriamo fare qualcosa di grande per la Chiesa, dobbiamo prima essere obbedienti. Gesù è il nostro mo­dello. Egli era povero, obbediente, caritatevole. In te, Gesù, desidero essere pura; desidero obbedire, desidero essere povera. Non posso dire se troverò il cammino. No, devo rinunciare a me stessa, affinché unicamente Gesù lo possa compiere in me.

La povertà e l’obbedienza sono unite molto stretta­mente, infatti si completano. L’una non può sussistere senza l’altra: si completano. Ecco perché la Scrittura dice: `Essendo ricco, si fece povero’ e anche `Ecco, io vengo, o Dio, per fare la tua volontà’. `Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato’. Io penso che Gesù non sarebbe stato capace di vivere la sua vita se non avesse accettato questo. Egli ha dovuto farsi povero e obbediente a suo Padre pienamente. Si fece povero sia materialmente che spiritualmente. Se siamo superbe e manchiamo di carità, invece di essere vuote, non possia­mo obbedire realmente.

L’obbedienza è più difficile della povertà. La nostra volontà è l’unica cosa a cui possiamo aver diritto. Nella povertà nulla è nostro. Nell’obbedienza entra in gioco la mia volontà, di cui Dio non si appropria per forza. Quan­to più ameremo Dio, tanto più obbediremo”.

“Donate… Donate al vostro prossimo l’amore che avete ricevuto. Il vero amore deve far male. Dobbiamo dare finché fa male, condividendo il nostro tempo, le nostre mani, le nostre menti, tutto quello che abbiamo”.

“Se impariamo soltanto a fare un po’ di silenzio in noi, apprenderemo due cose: a pregare e a essere umili. Non puoi amare se non sei umile e non puoi essere umile se non ami. Dio parla nel silenzio del cuore, ma non c’è silenzio in te se ti porti dentro altre cose”.

“Nella sua passione Gesù ci ha insegnato a perdonare con amore, a dimenticare con umiltà. Esaminiamo, dun­que, i nostri cuori e vediamo se c’è una qualche offesa che non abbiamo perdonato, una qualche amarezza che non abbiamo dimenticato. Il modo più rapido e sicuro è la lingua. Usatela per il bene degli altri. Se pensate bene degli altri, parlerete anche bene degli altri e agli altri. La lingua parla dell’abbondanza del cuore. Se il vostro cuo­re è pieno d’amore parlerete d’amore. Se perdonate agli altri il male che vi hanno fatto, anche il vostro Padre ce­leste vi perdonerà, ma se non perdonate agli altri, allora neanche il Padre vi perdonerà il male che avete fatto. È facile amare quelli che sono lontano da noi. Non sempre è facile amare quelli che ci stanno a fianco. È più facile dare un piatto di riso per saziare la fame di un povero che saziare la solitudine e la sofferenza di qualcuno che non è amato nella nostra stessa famiglia”.

“Gesù ha detto: `Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati’. Queste sue parole non dovrebbero essere solo una luce per noi, ma una vera fiamma che consuma l’egoismo che ci impedisce di crescere in santità. Gesù ci ha amato fino alla fine, fino all’estremo dell’amore, fino alla croce. Quest’amore deve procedere dall’inter­no, dalla nostra unione con Cristo. Deve essere la so­vrabbondanza del nostro amore per Dio. Amare deve es­sere per noi così naturale come vivere e respirare, giorno dopo giorno, fino alla morte”.

“Quello di cui Dio ha bisogno è il vuoto e la bassezza e non la pienezza. Ecco alcune strade per le quali possia­mo praticare l’umiltà: Parlare il meno possibile di se stessi.

Impegnarsi nel proprio lavoro. Evitare la curiosità.

Non mettere il naso negli affari degli altri.

Accettare serenamente di essere contraddetti e corretti. Scusare gli errori degli altri.

Accettare di essere ripresi quando non si ha colpa. Acconsentire alla volontà degli altri.

Accettare gli insulti e le ingiurie.

Accettare di essere disprezzati, dimenticati e non amati. Essere docili e gentili anche quando si è provocati. Non cercare di essere amati e ammirati in modo speciale. Non far valere la propria dignità.

Cedere nella discussione anche quando si ha ragione. Scegliere sempre le cose più difficili”.

“Non pensate che per essere vero l’amore debba es­sere straordinario. Quello di cui abbiamo bisogno è di amare senza stancarci.

Come arde una lampada? Grazie alla continua im­missione di piccole gocce d’olio. Se le gocce d’olio ven­gono meno, la lampada si spegne e lo sposo dirà: `Non vi conosco’ (cfr Mt 25,1-13).

Figlie mie, che cosa sono queste gocce d’olio nelle nostre lampade? Sono le piccole cose della vita quoti­diana: la fedeltà, la puntualità, le piccole parole gentili, un pensiero per gli altri, il nostro modo di tacere, di guardare, di parlare e di agire. Sono queste le vere gocce di amore che permettono alla vostra vita religiosa di bril­lare come fiamma viva.

Non cercate Gesù lontano da voi. Non è là fuori da qualche parte, è in voi. Tenete accese le vostre lampade e non vi sarà difficile riconoscerlo.

Quale non sarebbe la felicità di tante persone se po­tessero servire personalmente e direttamente il re del mondo! Ebbene, è esattamente quello che noi stiamo fa­cendo. Noi possiamo toccare, servire e amare Cristo ogni giorno della nostra vita”.

“Di sicuro, l’amore si esprime in primo luogo nello stare con qualcuno, piuttosto che nel fare qualcosa per qualcuno. Bisogna tenerlo sempre presente, perché è fa­cile farsi prendere dalle troppe cose che possiamo fare per gli altri. Se le nostre azioni non nascono prima di tutto dal desiderio di stare con una persona, si riducono davvero solo ad assistenza sociale”.

“È un messaggio difficile da comunicare, ovviamen­te, ma riteniamo che esistere dedicandosi a loro sia un punto essenziale. Se passi il tempo con una persona, quella è un’espressione d’amore tanto quanto ciò che puoi fare per lei”.

“II successo dell’amore sta nell’amare, non nel risul­tato dell’amare. Ovviamente nell’amore è naturale desi­derare il meglio per l’altro, ma che vada a finire così op­pure no non influisce sul valore di ciò che abbiamo fatto. Quanto più possiamo liberarci da questa priorità data ai risultati, tante più cose impariamo sulla natura contem­plativa dell’amore. C’è l’amore espresso nel servizio e l’amore nella contemplazione. È l’equilibrio dei due ele­menti quello a cui dobbiamo aspirare. L’amore è deter­minante per trovare questo equilibrio”.

“Dobbiamo crescere nell’amore, e per farlo dobbia­mo continuare ad amare e amare e a dare e dare finché non ci fa male – come ha fatto Gesù. Fare cose ordinarie con straordinario amore: piccole cose, come assistere i malati e i senzatetto, chi è solo o non è stato desiderato, lavare e pulire per loro.

Devi dare ciò che ti costa qualcosa. Quindi, non si­gnifica solo donare ciò di cui puoi fare a meno, ma ciò di cui non puoi fare a meno o di cui non vorresti fare a meno, qualcosa che ti piaccia davvero. Allora il tuo dono diviene un sacrificio, che avrà valore davanti a Dio. Qualsiasi sacrificio è utile se viene fatto con amore.

Anche questo dare finché non ti fa male – questo sa­crificio – fa parte di quello che io chiamo amore in azio­ne. Ogni giorno vedo questo amore nei bambini, negli uomini e nelle donne”.

“La preghiera attiva è amore, e l’amore attivo è servi­zio. Cerca in ogni momento di dare incondizionatamente qualsiasi cosa di cui una persona abbia bisogno. L’im­portante è fare qualche cosa (per quanto piccola) e dimostrare con le proprie azioni, donando il proprio tempo, che si vuol bene. A volte vorrà dire impegnarsi in un la­voro fisico (come facciamo nelle nostre Case per i malati e i moribondi), altre volte offrire sostegno spirituale a chi se ne sta sempre chiuso in casa. Se un malato vuole medicine, dagli medicine, se ha bisogno di conforto, confortalo.

Siamo tutti figli di Dio, perciò è importante condivi­dere i suoi doni. Non preoccuparti di sapere il perché dei problemi del mondo, limitati a rispondere alle esigenze della gente. Alcuni mi dicono che fare la carità significa ridurre le responsabilità del governo verso i bisognosi e i poveri. Di questo io non mi preoccupo, perché i governi, di solito, non offrono amore. Faccio solo quello che pos­so: il resto non è affar mio.

Dio è stato tanto buono con noi, e le opere d’amore sono sempre un mezzo per avvicinarsi a lui. Guarda cos’ha fatto Gesù nella sua vita sulla terra! L’ha passata tutta a fare del bene. Ricordo sempre alle sorelle che i tre anni della vita pubblica di Gesù sono stati dedicati ad assistere i malati, i lebbrosi, i bambini; ed è esattamente quanto facciamo noi, che predichiamo il Vangelo me­diante le nostre azioni.

Per noi, servire è un privilegio e quello che cerchia­mo di dare è un servizio vero, offerto con tutto il cuore. Ci rendiamo conto che quello che facciamo è solo una goccia nell’oceano, ma l’oceano senza quella goccia sarebbe più piccolo”.

Udienza di Giovanni Paolo II

ai partecipanti all’incontro delle famiglie adottive promosso dalla Missionarie della Carità nel III anniversario della morte della fondatrice (martedì 5 settembre 2000)

“Avete voluto celebrare il vostro Giubileo nella gior­nata che coincide col terzo anniversario della morte di Madre Teresa. È un modo molto significativo per espri­mere la vostra volontà di seguire Cristo sulle orme di questa singolare figlia della Chiesa, che si è spesa intera­mente per la carità. Come dimenticarla? Col passare de­gli anni, il suo ricordo resta più vivo che mai. La ricor­diamo col suo sorriso, i suoi occhi profondi, la sua coro­na del Rosario. Ci sembra ancora di vederla in cammino per il mondo alla ricerca dei più poveri tra i poveri, sem­pre pronta ad aprire nuovi spazi di carità, accogliente verso tutti come una vera madre.

Chiamare “madre” una religiosa è piuttosto abituale. Ma questo appellativo assumeva per Madre Teresa una speciale intensità. Una madre si riconosce dalla capacità di donarsi. Osservare Madre Teresa nel tratto, negli at­teggiamenti, nel modo di essere, aiutava a capire che cosa significasse per lei, al di là della dimensione pura­mente fisica, l’essere madre; aiutava ad andare alla radi­ce spirituale della maternità. Sappiamo bene qual era il suo segreto: si era riempita di Cristo, e perciò guardava tutti con gli occhi e con il cuore di Cristo. Aveva preso sul serio le sue parole: “Io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare…” (Mt 25,35).

Per questo non faticava ad “adottare” come figli i

suoi poveri. Il suo amore era concreto, intraprendente; la spingeva dove pochi avevano il coraggio di arrivare, dove la miseria era talmente grande da far paura.

Non meraviglia che gli uomini del nostro tempo ne siano rimasti come affascinati. Ella ha incarnato quel­l’amore che Gesù ha indicato come segno distintivo per i suoi discepoli: “Da questo tutti sapranno che siete miei di­scepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13, 35). Tra le opere sgorgate dal cuore di Madre Teresa, una delle più significative è il movimento per le adozioni. Per questo oggi sono qui tante famiglie adottive. Vi salu­to con affetto, cari genitori e ragazzi! Sono lieto di que­sto incontro, che mi consente di riflettere con voi sul cammino che state percorrendo. Adottare un bambino è una grande opera di amore. Quando la si compie, si dà molto, ma anche si riceve molto. È un vero scambio di doni.

Vi ringrazio per la vostra testimonianza! Celebrando i duemila anni dalla nascita di Cristo, in questo Grande Giubileo, ricordiamo anche che ogni uomo che viene al mondo, in qualunque condizione, porta il segno del­l’amore di Dio. Per ciascun bimbo del mondo Cristo è nato e ha dato la vita. Non c’è pertanto nessun bimbo che non gli appartenga.

“Lasciate che i bambini vengano a me” (Mc 10,14). A queste parole di Cristo Madre Teresa fece, in certo senso, eco, quando alle madri tentate di abortire disse: “Portate a me i vostri bambini”. Sulle sue orme, voi vi siete messi con Cristo dalla parte dei bambini. Voglia il Signore colmarvi di ogni consolazione e vi sostenga nel­le difficoltà del cammino.

Nel suo nome tutti vi abbraccio e benedico”.