MI SFORZO DI CORRERE PER CONQUISTARLO – 9

Diocesi Reggio Emilia
Parrocchia San Pellegrino
Esercizi Spirituali
dal 30-31 Agosto al 1-2 Settembre 1991

Mi sforzo di correre per conquistarlo,
perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo (Fil 3, 12)

Documento fornito da Copelli Marcello e ripreso da Ciani Vittorio.

Mons. Luciano Monari

Quarto giorno – Lunedì, 02 Settembre 1991

Quinta Meditazione

«[3]Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. [4]In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, [5]predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, [6]secondo il beneplacito della sua volontà. E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto; [7]nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia. [8]Egli l’ha abbondantemente riversata su di noi con ogni sapienza e intelligenza, [9]poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito [10]per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra. [11]In lui siamo stati fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà, [12]perché noi fossimo a lode della sua gloria, noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo. [13]In lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza e avere in esso creduto, avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo che era stato promesso, [14]il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria» (Ef 1, 3-14).

La lettera agli Efesini fa da conclusione al nostro cammino degli esercizi.

Perché questo brano? Quattro aspetti.

Primo aspetto. Anzitutto perché è un inno, e inno vuol dire che è teologia, cioè è riflessione sul progetto di salvezza di Dio, ma è teologia sottoforma di preghiera. Non è la teologia della scuola, ma è la teologia della preghiera e del rapporto personale con il Signore.

Questo, credo che ci possa aiutare perché la conoscenza più autentica del Signore, e anche della sua volontà e della sua opera di salvezza, avviene non tanto nella dimensione dello studio quanto nella dimensione del dialogo. Questo naturalmente non vuole dire che la teologia e lo studio non siano importanti, anzi importantissimi, ma vuole dire che il riconoscimento di Dio come Dio, avviene essenzialmente nel momento in cui ci si rivolge a Lui riconoscendolo come interlocutore della nostra vita.

Questo – si capisce facilmente – vale anche nei nostri rapporti umani. Io posso ben studiare tutte le cartelle cliniche di una persona, ma in realtà il rapporto vero con la persona va dopo le cartelle cliniche, va quando mi metto accanto e ascolto, e parlo e dialogo ed entro in un rapporto personale.

Siccome il Dio della rivelazione è un Dio personale, lo si riconosce non parlando di Lui ma parlando A LUI. Quindi in un atteggiamento che sia di lode e di ringraziamento: quello che qualcuno chiamava la teologia in ginocchio.

Secondo aspetto. E’ un inno Trinitario: inizia con la lode al Padre, si sviluppa in tutta la descrizione dell’opera del Figlio e termina nel richiamo allo Spirito Santo. Un inno Trinitario.

Di per sé Paolo non vuole parlare direttamente della Trinità. Vuole parlare dell’uomo e della salvezza dell’uomo. Ma esattamente la salvezza dell’uomo ha una struttura trinitaria.

Quando noi diciamo che Dio è uno solo e in tre persone, non diciamo qualcosa che è lontano da noi, che riguarda puramente l’essenza divina. No! Riguarda Dio nel suo rapporto verso di noi. In fondo la rivelazione biblica la si può leggere in chiave trinitaria; l’Antico Testamento non c’è dubbio che è tutta la rivelazione del Padre; i Vangeli sono la rivelazione del Figlio; e non c’è dubbio che dopo i Vangeli viene la presenza del Figlio nello Spirito Santo, senza staccare le tre dimensioni. Perché nel momento in cui Gesù Cristo inizia la sua opera di rivelazione non fa altro che rivelare il Padre, e nel momento in cui lo Spirito continua l’opera di Gesù, non fa altro che rendere presente Gesù Cristo. Non sono certamente fasi staccate, però è vero che nell’aspetto di rivelazione l’epoca dello Spirito è l’epoca della Chiesa, quella che stiamo vivendo, quella nella quale la storia di Gesù diventa il mistero della nostra redenzione nell’Eucaristia, nei Sacramenti, nella Parola di Dio.

Quindi struttura Trinitaria.

Questo dovrebbe aiutarci a vedere anche la nostra vita in funzione trinitaria: vivere per il cristiano vuole dire vivere nello Spirito Santo e nello Spirito Santo, attraverso Gesù Cristo, camminare e muoversi verso la Gloria del Padre.

Questo è il terzo aspetto tipico dell’inno della lettera agli Efesini; questa idea della gloria, alla quale abbiamo accennato alcune volte nel corso di questi esercizi.

L’inno termina in questo modo:

«[1.14] il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria».

«A lode della sua gloria» vuole dire che lo scopo ultimo di tutto il piano di salvezza è esattamente la rivelazione della Gloria di Dio. Ma non pensate per questo che Dio sia un Dio egoista, che a Lui stia a cuore semplicemente la sua gloria come se fosse una specie di patrimonio privato.

Quando si dice che tutto il piano della salvezza è a lode della gloria di Dio, vogliamo dire (e vuole dire la lettera agli Efesini, e anche tutto il Nuovo Testamento), che il progetto di Dio è il riempire il mondo della sua Gloria.

Riempire il mondo della sua Gloria. Noi non possiamo certamente aggiungere niente alla gloria divina. Ma il grande del progetto di salvezza è che Dio vuole aggiungere il mondo alla sua Gloria; vuole rendere partecipe l’umanità e il cosmo, addirittura, di quella bellezza, di quella incorruttibilità che è propria di Dio.

La Gloria, lo abbiamo detto, è lo splendore di Dio, la bellezza di Dio, lo spessore di valore di Dio, è la sua santità, la sua integrità, la sua eternità e incorruttibilità per cui il tempo non la scalfisce. La Gloria è tutto questo.

Bene, il progetto di Dio è che quel mondo limitato e povero come è il nostro, quel mondo sottomesso alla corruzione, cioè alla morte come è il nostro mondo, diventi partecipe della sua Gloria. Anche il mondo materiale e anche la materia, trasfigurata, vuole che diventi partecipe della sua Gloria.

Quando noi diciamo di credere nell’Ascensione di Gesù al cielo, vuol dire che noi crediamo che un pezzettino del nostro mondo, della nostra materia, di quelle realtà concrete e materiali di cui è fatto il mondo, ormai è diventato partecipe dell’incorruttibilità e dell’eternità di Dio.

L’umanità di Gesù è eterna. Ma l’umanità di Gesù rimane una vera umanità, rimane la nostra umanità: trasfigurata, d’accordo, resa spirituale, d’accordo; ma la nostra, la nostra. C’è quindi un pezzo di mondo che è diventato partecipe della immortalità di Dio.

A lode della sua gloria.

C’è un pezzo di mondo che riflette perfettamente la Gloria di Dio, la bellezza di Dio, questa umanità di Gesù. E tutto è a lode della sua Gloria.

Questo dobbiamo recuperarlo come atteggiamento di fondo. Era lo slogan di Sant’Ignazio: “Per la maggior gloria di Dio”. Questo è fondamentale.

Non ci rimettiamo niente nel momento in cui viviamo per la Gloria di Dio, al contrario, c’è quella pienezza di comunione per cui la nostra vita diventa portatrice della bellezza stessa di Dio.

“Padre, sia santificato il tuo nome” s’intende in noi, nella nostra vita. Che la nostra vita diventi tale da rendere gloria al nome Santo di Dio.

Il quarto aspetto è che tutto questo grande inno della lettera agli Efesini è chiaramente Cristocentrico. Tutto si raccoglie intorno al mistero di Gesù. Basterebbe che voi provaste a sottolineare nell’inno tutte le volte in cui ritorna l’espressione «in Cristo» o una espressione equivalente (cioè con il pronome personale «in Lui»).

Si può dire che per Paolo, cielo e terra si incontrano in Cristo. Dio è uomo, Dio è mondo materiale, per cui la Gloria di Dio risplende nell’umanità e nel mondo attraverso Gesù Cristo e per cui il mondo vive a Gloria di Dio attraverso Gesù Cristo.

Gesù è da una parte la rivelazione perfetta del Padre (per cui se voi volete avere una qualche idea del volto misterioso del Padre dovete guardare Gesù Cristo), e d’altra parte Gesù Cristo è quel mondo che vive a Gloria del Padre (per cui se volete avere un’idea della vocazione del mondo, di quello a cui il mondo è chiamato, quello a cui noi siamo chiamati, dovete guardare Gesù Cristo).

È paradossale, ma è molto significativo: per conoscere Dio bisogna guardare Gesù; per conoscere l’uomo bisogna guardare ancora Gesù; per conoscere l’uomo in quello che è chiamato a essere, non l’uomo nella sua insufficienza, ma l’uomo nel progetto che sta alla base della sua stessa storia.

Dio e l’uomo si incontrano in Gesù Cristo.

Questo sottolinea anche quello che la Bibbia ha detto tante volte, che l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio e quindi il modo migliore per conoscere l’uomo è proprio guardare Dio, guardare quella bellezza e quella integrità e santità che in Dio si compie.

Questi sono gli elementi più importanti, credo, di premessa all’inno.

Vediamo qualche cosa, brevemente, su come l’inno si sviluppa, iniziando dalla dimensione della benedizione:

«[3]Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. [4]In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, [5]predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, [6]secondo il beneplacito della sua volontà» (Ef 1, 3-6a).

È importante l’inizio del versetto 3°.

Notavano, i commentatori, che la Lettera agli Efesini è una delle lettere della prigionia. Sembra che quando queste parole sono state scritte l’autore fosse in carcere, e quando dice:

«[1]Vi esorto dunque io, il prigioniero nel Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto» (Ef 4, 1).

Dovrebbe essere interpretato non semplicemente in senso simbolico, nel senso della persona che ormai appartiene al Signore e che si è legata indissolubilmente a Lui, ma nel senso concreto di chi sta subendo una prigionia a motivo della testimonianza al Signore.

Se questo è vero è interessante che uno in prigione incominci una lettera dicendo: «Benedetto sia Dio…». Che non cominci con il peso della sua sofferenza (che pure vi ha da essere), ma incominci invece con lo stupore della lode e del ringraziamento.

Vuole dire un atteggiamento spirituale che ha superato non la sofferenza (questa non si supera) ma ne ha superato l’aspetto dell’angoscia; infatti la sofferenza tende a diventare molte volte l’orizzonte esclusivo dell’interesse della persona, cioè quando noi soffriamo vediamo solo la sofferenza e il resto solo in un secondo piano. Invece San Paolo da soffrire ne avrà (perché in galera non è che si stia bene, e tanto meno che si stesse molto bene al tempo di Paolo) però ha un motivo sufficiente per benedire Dio.

Questo tipo di preghiera, la benedizione, è fondamentalmente una preghiera biblica perché non è altro che l’effetto della Parola di Dio sulla vita dell’uomo.

Io benedico Dio sempre in un atteggiamento di risposta; la benedizione non parte mai del tutto dall’uomo. La benedizione parte da Dio.

È Dio prima di tutto che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo, ed è un cammino di discesa del dono che scende dal Padre – ci diceva ieri San Giacomo:

«[17]ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall’alto e discende dal Padre della luce, nel quale non c’è variazione né ombra di cambiamento» (Gc 1, 17).

Bene. La nostra benedizione è la risposta. Nel momento in cui il dono di Dio è, da parte nostra, accolto realmente, il dono di Dio produce riconoscenza, produce risposta gioiosa, produce appunto la benedizione.

Torno a dire, la benedizione è un tipo di preghiera che risponde alla Parola di Dio, al dono della Parola di Dio [1].

Credo che questo debba essere un atteggiamento costante della vita di fede: la riconoscenza. Non basta conoscere, bisogna riconoscere Dio. Quindi una conoscenza che è fatta anche con il cuore e che si esprime in gioia e accoglienza del dono di Dio con tutta la propria esistenza, con tutti i propri pensieri.

Vediamo quali sono queste benedizioni spirituali che Dio ci ha donato con abbondanza, senza riservare niente: «Ci ha benedetti con OGNI benedizione spirituale». Non è quindi un Dio avaro che lesina i suoi doni; è un Dio che gode di donare e quindi dona quanto più può, quanto più l’uomo è in grado di accogliere.

«[4]In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, [5]predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo» (Ef 1, 4-6).

Scelti e predestinati; non lasciatevi ingannare da questa parola «predestinati», perché nella storia della teologia la parola predestinazione ha un significato molto preciso che fa riferimento a un problema teologico complesso che è il problema dell’azione previa di Dio e della libertà dell’uomo.

Questo era del tutto al di fuori della problematica di San Paolo, non aveva nemmeno un problema di questo genere.

Quando Paolo vuole parlare di scelta, di predestinazione, voleva indicare che c’è un dono di Dio nei nostri confronti che precede ogni nostro merito.

«Ci ha scelti prima della creazione del mondo», ed è ben difficile che prima della creazione del mondo noi possiamo avere un qualche merito”. Eventualmente, uno, qualche merito ce l’avrà, ma nella sua vita; prima della creazione del mondo: no.

Quando Dio ci ha scelti non avevamo ancora nessun diritto da accampare davanti a Lui.

Dice Paolo, questa scelta diventa predestinazione e predestinazione vuol dire che quando Dio inizia un cammino di amore e di benevolenza nei confronti dell’uomo, non lo lascia a metà.

C’è un testo famoso, e qualche volta anche problematico, nella lettera ai Romani, che è importante per tanti motivi:

«[28]Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno. [29]Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; [30]quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati» (Rm 8, 28-30).

Che vuole dire: voi siete oggetto di un piano di Dio di salvezza. Dio vi ha certamente chiamati, vi ha conosciuti, vi ha prèdestinati. Il fatto che voi siate giunti alla fede è il segno che Dio si interessa a voi e alla vostra vita. Bene, a motivo di questo interesse di Dio, potete vivere la vostra vita con un atteggiamento fondamentale di fiducia, perché Dio non è un Dio incostante che inizia un’opera e poi la lascia a metà.

Può capitare all’uomo che cominci a costruire una torre e poi gli vengano meno i soldi e rimane a metà, in sospeso con la torre. Questo può capitare.

Può forse capitare a Dio?

Certamente no. Non gli vengono meno i capitali.

Se Dio ha cominciato un’opera nella nostra vita, volete che la lasci andare? Non c’è dubbio. Se Dio ha fatto il primo passo, Lui ha già fatto anche l’ultimo.

Questo non deve diventare la presunzione di chi dice “…allora sono già in paradiso”, perché da parte dell’uomo può esserci, invece, il rifiuto e la ribellione; ma da parte di Dio no.

Da parte di Dio il piano è completo, non metà. La volontà di Dio nei tuoi confronti è la tua gloria, niente di meno. Dio non si accontenta della tua adozione filiale adesso; Dio vuole la pienezza di questa adozione filiale nella gloria. Ti vuole partecipe e ti vuole efficacemente.

“Efficacemente partecipe”, vuole dire: tutto quello che è necessario perché la tua vita termini nella gloria, Dio lo mette a tua disposizione, cioè lo mette in gioco nel cammino della tua vita.

Torno a dire. Togli da te la presunzione perché non è detto che tu dica sempre di sì, però hai la sicurezza che Dio dice sempre di sì, che Dio non tira indietro il suo progetto.

“Vuole che tu diventi conforme all’immagine del suo Figlio, in modo che Gesù diventi il primogenito tra molti fratelli”. Vuole, quindi, che l’umanità sia una umanità che porti l’immagine di Gesù su di sé. Se questo lo vuole, Dio lo farà.

Per questo «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» e vuole dire che non è fatalità, ma che Dio lo fa servire al bene. Dio farà servire al bene tutto quello che di’ bello tu fai; Dio farà servire al bene anche i tuoi difetti, anche i tuoi limiti. Questi limiti che a noi danno un gran fastidio sembra che il Signore li sappia usare proprio per il nostro bene, proprio perché la nostra vita diventi conforme all’immagine del suo Figlio; servono anche quelli, i nostri limiti.

Se ha ragione Sant’Ambrogio, servono anche i peccati. Dio fa servire anche i peccati. Che non significa che allora bisogna farli, perché sarebbe stupido; ma vuole dire che non c’è da avvilirsi, perché Dio è capace di recuperare anche quelli. Non c’è niente che Dio non sia in grado di vincere e di fare entrare dentro a un progetto di salvezza. Quindi puoi camminare con la fiducia di fondo, con timore e tremore, perché conosci tutta la tua fragilità, ma anche con fiducia, perché conosci la fedeltà di Dio sulla quale puoi contare.

Quel «…ci ha scelti prima della creazione del mondo» è la nostra sicurezza. Se ci avesse scelto per i nostri meriti, ad un certo punto uno potrebbe sempre avere il dubbio di non averne più abbastanza e Dio tira indietro la sua scelta. Ma siccome ci ha scelto prima dei nostri meriti, questa scelta Dio non la può tirare mai indietro (da parte sua).

«per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, [5]predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, [6]secondo il beneplacito della sua volontà» (Ef 1, 4b-6a).

Suoi figli adottivi, è naturale che Cristo sia il primogenito fra molti fratelli, perché in realtà l’unico Figlio di Dio si chiama Gesù Cristo, e se noi abbiamo l’ardire di chiamare Dio “Padre”, questo è solo perché siamo una cosa sola con Gesù, è solo perché siamo il suo popolo, perché Cristo ci ha assimilato a sé e quindi portiamo su di noi il volto di Gesù, ci presentiamo davanti al Padre con il volto del suo Figlio, per questo possiamo dire “Padre Nostro che sei nei cieli” dunque, la predestinazione ad essere suoi figli adottivi non è altro che predestinazione a essere una cosa sola con Gesù Cristo.

«[1.6b] E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto» (Ef 1, 6b).

Per Paolo la parola “GRAZIA” è una parola centrale della teologia, della fede, perché tutto nasce esattamente da quello.

Paolo ne ha fatto l’esperienza sulla via di Damasco che la sua vocazione è pura Grazia, e non vuol vivere altro che per proclamare la Grazia di Dio, per proclamare il dono gratuito, perché Grazia vuole dire appunto dono gratuito, vuol dire dono puramente divino che supera ogni nostra capacità di capire, di meditare e di costruire.

«Nel suo Figlio diletto» perché non solo Gesù ci dà la Grazia di Dio, ma Gesù È, la Grazia di Dio.

I doni di Dio sono Gesù Cristo o, se volete, tutti i doni di Dio sono dentro a Gesù Cristo.

«[8.32] Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?»(Rm 8, 32).

Dice Paolo; il dono, la Grazia vera del Padre è Gesù Cristo stesso. Dentro quella Grazia ci stanno tutti quegli altri doni di cui possiamo avere bisogno e che accompagnano l’esistenza quotidiana dal cristiano.

«[7]nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia» (Ef 1, 7).

La redenzione è uno dei termini classici della teologia cristiana e ha come sua origine la liberazione dall’Egitto. La redenzione è, prima di tutto, nell’Antico Testamento, la liberazione dall’Egitto. Quindi redenzione vuol dire “passaggio” da una condizione di schiavitù a una condizione di libertà. Cosi è capitato a Israele. Anzi, si può dire: passaggio da una condizione di morte a una condizione di vita, perché l’Egitto per Israele rappresentava la morte, rappresentava il lutto, la tristezza. Il passaggio del mare ha significato “vivere”, ha significato “gioia” e “speranza”.

La redenzione è questo.

Vuol dire che la condizione nella quale l’uomo è schiavo di quella realtà che chiamavamo Peccato (con la P maiuscola), in cui l’uomo è alienato da Dio e da se stesso (perché non è in sintonia piena con sé), da questa situazione l’uomo viene trasportato in una situazione di riconciliazione. Dio lo riconcilia con sé, lo riconcilia con i fratelli, lo riconcilia con l’uomo stesso, in fondo lo riconcilia anche con la natura; almeno nella logica della Scrittura c’è anche questa dimensione.

Un esempio lo troviamo nel libro del profeta Osea quando vede il mondo rinnovato dal dono del Signore:

«[23]E avverrà in quel giorno – oracolo del Signore – io risponderò al cielo ed esso risponderà alla terra; [24]la terra risponderà con il grano» (Os 2, 23-25).

Quello che è significativo è questa ripetizione quasi ossessiva del verbo “rispondere” che, notate, si trova anche nel versetto 17b sempre del libro di Osea:

«[2.17b] Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto».

“Canterà” è nel testo ebraico lo stesso che “risponderà”, là risponderà come nei giorni della sua giovinezza. Che cosa vuol dire questo? Vuol dire che per Osea il tragico della condizione attuale è la mancanza di risposte: Dio parla e l’uomo non risponde. Io parlo e voi non rispondete, non capite. Cerco di entrare in rapporto con la natura ma la natura non mi risponde.

È la condizione dell’uomo al quale sono tagliate tutte le comunicazioni. Tutte le comunicazioni sono alterate, non riusciamo a capirci; parliamo in registri diversi, per cui uno parla e l’altro capisce a rovescio e ne nasce la contrapposizione, la lite, la guerra, l’incomprensione e tutto quello che volete.

Bene. La riconciliazione che cos’è? Finalmente il rispondere: Dio è contento perché l’uomo gli risponde. L’uomo che risponde al suo fratello, la natura che risponde all’uomo; e come una specie di dinamismo, di comunione, di comunicazione che si era inceppata e che riprende a muoversi e che dà all’uomo la gioia di sentirsi proprio nell’ambiente giusto; di sentirsi nel mondo, in mezzo agli altri e davanti a Dio, a casa propria.

Dopo il primo peccato, quando Dio dice ad Adamo «Dove sei?», Adamo si è nascosto: vuol dire che non era a suo agio, non stava bene lì dov’era. Aveva bisogno di nascondersi.

Ecco, invece, è proprio il trovarsi a proprio agio nel mondo, a proprio agio in mezzo agli altri e a proprio agio davanti al Signore. Questo sta dietro all’immagine della redenzione. Di questo riscatto per cui da una condizione di schiavitù e di interruzione di rapporti con Dio, ne nasce una riconciliazione e un ristabilimento di comunicazione.

«[8]Egli l’ha abbondantemente riversata su di noi con ogni sapienza e intelligenza, [9]poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito [10]per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra» (Ef 1, 8-10).

Qui trovate una parola alla quale Paolo dà un significato notevolmente diverso da quello che diamo noi: la parola “mistero”.

Per noi mistero è qualcosa in cui non si capisce nulla, qualcosa di oscuro e di tenebroso.

Per Paolo, invece, il mistero è un progetto di Dio. È vero che in quanto progetto di Dio sta sopra alla mia intelligenza, ma è altrettanto vero che, in quanto progetto Divino, Dio lo ha rivelato; quindi il mistero non è oscuro, ma luminoso.

5e c’è qualche cosa che rende difficile la comprensione del mistero è la sua luce, è che è troppo luminoso per cui delle volte i nostri occhi non riescono a penetrarlo del tutto; ma non è nella logica dell’oscurità: è nella logica della luce.

Notate, torno a leggere: «[1.9]poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà (…)».

Che cosa è questo mistero della sua volontà?

«(…) secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito [1.10]per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra»

Questo è il mistero: il disegno, il progetto. Dio lo aveva tenuto nascosto, adesso in Gesù lo ha fatto vedere.

C’è un progetto che sta all’origine della Creazione e che sta dentro alla struttura della storia della salvezza, della storia umana. In che cosa consiste questo disegno? Questo mistero rivelato?

Dice: «il disegno di ricapitolare in Cristo tutte le cose…».

Secondo dunque questo testo il significato della storia del mondo è racchiuso in Gesù Cristo. Il mondo tende verso Gesù Cristo.

Qualcuno ha scritto che Gesù è il punto “omega” del mondo, è il punto di arrivo del mondo. Questa affermazione ha un suo valore: immaginate la storia del mondo come una evoluzione progressiva della materia; alle prime forme di vita, alle forme di vita più complesse, per cui prima nasce la vita, poi… qual è il traguardo?

Il traguardo è l’amore. Il traguardo dell’evoluzione, la perfezione del mondo è quando il mondo arriva ad amare.

Nell’uomo è successo qualcosa di stupendo: la materia è diventata strumento del pensiero; attraverso il mio cervello, quindi attraverso dei neuroni e altri componenti che costituiscono il mio cervello, io posso pensare. Posso entrare in rapporto con voi, parlare, ascoltare, capire.

È un miracolo! È una grandezza, è qualche cosa di stupendo nella realtà dell’uomo.

Ma più stupendo ancora è quando il mondo materiale diventa strumento dell’amore, non solo del pensiero, ma dell’amore.

Questo è il punto culminante: quando l’uomo arriva a donare liberamente se stesso, a compiere quindi un gesto di gratuità, di gratuità vera. Questo è un super-miracolo!

Questo è il punto di arrivo.

Questo è Gesù Cristo.

Gesù Cristo è un pezzo del nostro mondo, ma che è stato trasformato totalmente in amore e in dono. Non ha tenuto niente per se, ma lo ha trasmesso, lo ha donato.

Proprio per questo è il. senso del mondo. Proprio per questo il senso dell’umanità e della storia dell’umanità va verso Gesù Cristo.

L’uomo davvero realizzato è la materia pienamente compiuta, è quella che si esprime in Gesù Cristo, quella che si esprime nel suo amore.

Questo è il progetto di Dio: ricapitolare in Cristo tutte le cose e che il mondo giunga all’amore, alla sfera della gratuità. Che è una sfera in cui l’uomo partecipa alla vita stessa di Dio, perché Dio è essenzialmente gratuità, Dio è essenzialmente dono. Il Dio Trinità dice esattamente questo.

Quando il mondo giunge alla pienezza del dono, è diventato un mondo che partecipa del mistero stesso di Dio, come partecipa Gesù. È entrato dentro al mistero di Gesù e Gesù è la sintesi del mondo.

Se quel termine “ricapitolare” va inteso anche nel suo significato etimologico, l’immagine è che Cristo sia il capo. “Ricapitolare” ha in sé la radice della parola “capo”.

Allora Cristo è capo dell’universo e capo vuol dire che l’universo riceve da Cristo il suo significato e la sua forza di dare, la sua forza di amare.

«[11]In lui siamo stati fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà, [12]perché noi fossimo a lode della sua gloria» (Ef 1, 11-12a).

Eredi, vuol dire quindi partecipi di una ricchezza di vita, che uno non fa una gran fatica ad acquistare. Gli eredi non fanno grande fatica; l’eredità è un qualcosa che arriva gratis, che arriva dal rapporto di filiazione, ed è per questo forse che la Bibbia usa l’immagine dell’eredità; l’eredità di Dio.

Cioè un qualcosa che Dio comunica semplicemente per benevolenza, considerando l’uomo come figlio, quindi volendo renderlo partecipe di quella pienezza di vita che Lui possiede.

«[12]perché noi fossimo a lode della sua gloria, noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo. [13]In lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza e avere in esso creduto, avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo che era stato promesso, [14]il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria» (Ef 1, 12-14).

Può darsi che in questo testo “per primi” si riferisca a quella generazione di cristiani, di origine giudaica, che sono i primi nel cammino della fede.

Anche voi diventate partecipi della conoscenza del Cristo. Come? Gesù non l’avete mai visto, ne conosciuto direttamente; però avete ascoltato la Parola della verità, il Vangelo della nostra salvezza, l’annunzio dell’amore di Dio per voi, di quell’amore che salva in Gesù Cristo.

Il Vangelo è questo, e quando l’apostolo annuncia il Vangelo vuole annunciare esattamente la salvezza di Dio, l’opera di salvezza che Dio compie nei confronti dell’uomo.

Bene, quando voi ascoltate questa parola, la parola del Vangelo, e quando la ascoltate nell’atto della fede, quindi la accogliete (la ascoltate non solo con gli orecchi ma anche col cuore), ricevete il suggello dello Spirito Santo.

Questo è interessante perché vuole dire che nella logica cristiana lo Spirito Santo non viene in modo strano o anarchico, non si sa da quale parte (è vero che lo Spirito Santo ha la sua libertà), ma vuole dire che lo Spirito Santo segue la Parola di Dio.

Non è uno Spirito che non si possa voltare da qualunque parte, al quale io posso far dire qualunque cosa.

Lo Spirito Santo dice qualunque cosa purché si riferisca alla Parola di Dio, non dice altro che questo, non dice altro che Gesù, non dice altro che il Vangelo.

C’è quindi una unità indissolubile tra Gesù Cristo e lo Spirito Santo, tra la Parola di Dio e lo Spirito Santo.

Lo Spirito Santo è quello che rende viva la Parola.

La Parola senza lo Spirito diventa filologia; c’è bisogno dello Spirito perché la Parola rimanga viva e non sia morta e mummificata. Ma lo Spirito non c’è per conto suo nel presentare chissà quale cosa; lo Spirito è legato a Gesù, è l’amore con cui si ama Gesù Cristo e quindi va strettamente legato alla conoscenza concreta di Gesù di Nazareth e della Sua Parola.

Ma nel momento in cui Gesù è accolto con fede, e la sua Parola pure, allora la nostra vita viene sigillata dallo Spirito Santo

«[1.14]il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria»

Vuole dire che nel momento in cui la vita del cristiano viene sigillata dallo Spirito Santo, questa vita assume già i lineamenti della perfezione.

E’ vero che non è ancora perfetta, ma ha già i germi, ha già l’energia della perfezione. La “caparra” non è il patrimonio, ma è fatta della stessa specie; non è un’altra cosa, è l’inizio, è il germe, è il seme, è l’origine. Quindi, nel momento in cui lo Spirito Santo sigilla la vita del cristiano, questa diventa una vita di speranza piena. In speranza noi siamo stati salvati, non abbiamo ancora la completa redenzione, ma siamo già redenti. Non e’’ ancora completa, ma siamo già redenti. Non è ancora manifestato quello che noi saremo, ma abbiamo già dentro al nostro cuore la vita nuova di figli di Dio e quindi la realizzazione di quel progetto di Dio, che è progetto di ricapitolare ogni cosa in Cristo.

In questo modo l’inno della lettera agli Efesini dà una specie di panorama della fede cristiana e della teologia cristiana. Dovrebbe aiutarci a riconoscere le dimensioni vere e piene della nostra vita.

Percepire la vita come vocazione, vuol dire fare l’esperienza della dilatazione della propria esistenza. La mia esistenza è limitata nel tempo, nello spazio e nella capacità e deve essere così. Bisogna che io l’accetti limitata nel tempo, nello spazio e nelle capacità cordialmente, che sia contento che la mia vita sia così. Ma questa piccola vita limitata, che è la mia, si inserisce, si innesta dentro ad un progetto che ha delle radici grandi («ci ha scelti prima della creazione del mondo…»), che ha delle speranze immense («ricapitolare ogni cosa in Cristo»).

Quindi il piccolo della nostra vita assume una dimensione cosmica.

E’ quello che succede normalmente quando celebriamo l’Eucaristia, perché l’Eucaristia ha questo senso di dilatazione cosmica che dà alla nostra vita sia il senso della concretezza, sia il senso del progetto grande, infinito di Dio nel quale, in modo vero, Dio ci ha inseriti.

Questo dovrebbe portarci a quell’atteggiamento di rendimento di grazie con cui Paolo inizia:

«[1.3] Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo» (Ef 1, 3).

* Documento rilevato come amanuense dal registratore, scritto con riferimenti biblici, ma non rivisto dall’autore.