MI SFORZO DI CORRERE PER CONQUISTARLO – 8

Diocesi Reggio Emilia
Parrocchia San Pellegrino
Esercizi Spirituali
dal 30-31 Agosto al 1-2 Settembre 1991

«Mi sforzo di correre per conquistarlo,
perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (Fil 3, 12)

Documento fornito da Copelli Marcello e ripreso da Ciani Vittorio.

Quarto giorno – Lunedì, 02 Settembre 1991

Omelia S. Messa

Letture: Ts 4, 13-18; Lc 4, 16-30.

Mons. Luciano Monari

Abbiamo iniziato il nostro cammino degli esercizi con il Vangelo che Paolo vuole annunciare agli uomini come grazia di Dio, e lo terminiamo ancora come una proclamazione del Vangelo, perché il brando di Luca, che abbiamo ascoltato, è esattamente questo: una proclamazione programmatica del Vangelo di Dio.

Gesù entra a Nazareth, nella sinagoga; gli viene dato il rotolo di Isaia e Gesù trova quel brano del capitolo 61° che dice: «Lo Spirito del Signore è sopra di me (…) mi ha mandato per annunziare ai poveri un vangelo».

Mi ha mandato per evangelizzare i poveri, per annunciare quindi la salvezza di Dio a coloro che sono, per un motivo o per l’altro, bisognosi.

Poveri, in questo caso, vuole dire non quelli che hanno fatto il voto della povertà e quindi hanno il merito di essere bravi davanti a Dio, perché hanno scelto Dio al di sopra di tutto, ma qui i poveri sono semplicemente i poveri, cioè le persone bisognose, misere, che hanno una esistenza diminuita e bloccata, che nella vita sono stati ostacolati per un motivo o per l’altro e che non possono esprimere trovare tutta la loro pienezza e tutta la loro gioia.

Per costoro c’è una parola di vangelo, c’è quindi una parola di speranza che il Signore viene ad annunciare.

Quindi, insieme ai poveri metteteci i prigionieri, i ciechi, gli oppressi, ma potete metterci anche tutte quelle categorie di persone che sperimentano l’insufficienza della vita.

Se è vero che l’espressione del v. 19 «predicare un anno di grazia del Signore» fa riferimento al giubileo, l’idea è che il vangelo riconduce l’uomo alla condizione di integrità iniziale.

Provo a spiegarmi meglio. Sapete che il giubileo era una delle grandi leggi ebraiche. In realtà una legge mai osservata del tutto; era più una legge ideale che non pratica, però aveva un suo significato: il cinquantesimo anno si suonavano le trombe ed era l’anno della revisione. Vuol dire che tutti i debiti che si erano accumulati nei 49 anni prima venivano cancellati; tutto quello che apparteneva all’eredità originaria della propria famiglia e che era stato venduto per un motivo o per l’altro, veniva recuperato. Ciascuno, cioè, ritrovava l’integrità e la pienezza che appartenevano al dono iniziale di Dio.

Infatti quando Dio ha donato la Terra Santa, l’ha divisa tribù per tribù e famiglia per famiglia. Bene, quel patrimonio li è un patrimonio che non si perde. Con il giubileo viene riacquistato. Se uno per un qualche motivo lo ha dovuto alienare, gli. viene restituito.

ora capite, che questo discorso del giubileo è molto significativo; significativo se voi fate riferimento non solo alla distribuzione della terra promessa, ma a quel dono originario che Dio ha fatto all’uomo, di essere la sua immagine e somiglianza; quel dono che l’uomo ha fatalmente perduto con il suo peccato e con i suoi egoismi.

Bene, questo è l’anno del giubileo: l’uomo ritorna all’origine, come Dio lo aveva voluto, come Dio lo ha arricchito con i suoi doni.

Quando Gesù legge questo brano, lo interpreta, come si faceva normalmente (lo spiega), in un modo significativo, che è quello che esprime proprio la coscienza personale di Gesù.

“Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette» (Lc 4, 20).

Sedette perché quando uno faceva il maestro lo doveva fare seduto, almeno così usava una volta. Siamo perciò davanti ad un insegnamento formale, a un insegnamento ufficiale che Gesù compie.

«Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. (4.21) Allora cominciò a dire: Oggi si è adempiuta questa Scrittura.che voi avete udita con i vostri orecchi» (Lc 4, 20.21).

Quell”OGGI” è il significato del Vangelo.

Ci sono tantissime promesse di Dio nella Scrittura, promesse che riguardano gli ultimi tempi, promesse di perdono, promesse di trapianto di cuore, promesse di un’alleanza nuova ed eterna; sono seminate in tutta la Scrittura. Ma quello che significa il vangelo è OGGI, cioè tutto quello che voi avete ascoltato come promessa non pensate che capiterà chissà quando. No! Oggi. Oggi!

Dove c’è Gesù, e dove Gesù inizia la sua predicazione e il suo ministero, lì il Vangelo si compie. Naturalmente ci sarà ancora da aspettare il compimento finale, ma possiamo già sperimentare l’inizio vero del Regno di Dio. Il Regno di Dio è in mezzo a voi, la santificazione del nome dì Dio è ormai dentro alla vostra vita, la gloria di Dio risplende sopra ai vostri volti, l’eredità ormai l’avete come caparra, l’adozione filiale è vostra esperienza della fede; e così via.

Questo “oggi” ci vuole sollecitare a riconoscere la presenza attiva del Signore, dell’opera del Signore nella nostra vita, in modo da non rimanere come quelli che si giustificano con “ma non è ancora venuta la pienezza e la fine del mondo”. No! È adesso che devi fare queste cose; le puoi e le devi fare.

In fondo il senso dell’Eucaristia è ancora questo: l’Eucaristia non è la fine del mondo (non c’è dubbio). Il pane e il vino che diventano il Corpo e il Sangue di Cristo che cosa sono? Se aveva ragione San Paolo, nell’inno al capitolo i della lettera agli Efesini, lo scopo del progetto di Dio è ricapitolare tutto in Cristo e l’Eucaristia ricapitola in Cristo il pane e il vino, cioè la nostra vita.

Quello che noi facciamo, diciamo…, messo dentro all’Eucaristia viene assunto dal Signore ed entra a far parte del mistero del suo Corpo. Quindi vuole dire che la fine del mondo è qui, la pienezza del mondo è qui, nell’Eucaristia, è dentro alla nostra vita.

Allora il terminare gli esercizi con questo brano è per noi significativo.

Vuole dire: adesso torni a casa e torni in mezzo a tutti i limiti quotidiani. Torni in mezzo alla fatica del lavoro, torni in mezzo alla pazienza della famiglia, ai rapporti umani, alle alterazioni dei rapporti umani per cui non comunichiamo molto bene, per cui non ci intendiamo, per cui non riusciamo a creare una comunità parrocchiale che sia davvero un tessuto di comunione profonda. Torni in mezzo a tutte queste cose qui.

Però tieni in mente che “OGGI” si compiono queste cose. Vuol dire che nella tua vita ci debbono entrare; i limiti che tu sperimenti non debbono impedirti di realizzare questo Vangelo di Dio, questa santificazione del suo nome, questa realizzazione della sua sovranità sopra alla tua vita.

“Oggi”! Oggi il Signore ci dona il Vangelo. Oggi abbiamo il dovere di viverlo.

A una condizione, dice il Vangelo di Luca: che noi, il Vangelo, lo sappiamo accogliere come un puro dono.

«[22]Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è il figlio di Giuseppe?». [23]Ma egli rispose: «Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fàllo anche qui, nella tua patria!». [24]Poi aggiunse: «Nessun profeta è bene accetto in patria. [25]Vi dico anche: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; [26]ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone. [27]C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro». [28]All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; [29]si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. [30]Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò» (Lc 4, 22-30).

Tradotto vuole dire: Ma insomma – dicono gli abitanti di Nazareth – noi siamo tuoi concittadini, noi abbiamo il diritto che tu faccia prima di tutto qui quello che è il dono del tuo ministero; quello che abbiamo udito che tu hai fatto a Cafarnao, fallo anche qui nella tua patria, ne abbiamo il diritto.

Invece no; invece non c’è nessuno che abbia il diritto. Neanche Israele come popolo di Dio aveva il diritto.

Elia ha guarito chi pareva a lui o chi pareva al Signore; Eliseo ha guarito chi pareva al Signore: non ci sono diritti.

Quando avanziamo dei diritti o delle pretese roviniamo il Vangelo, perché vuole essere un dono, perché vuole introdurci dentro alla logica della gratuità, e se noi lo trasformiamo in un diritto lo abbiamo deformato.

Bisogna accoglierlo, accoglierlo con gioia, con stupore, semplicemente così, con le mani aperte, come dei poveri. Il Vangelo è dei poveri in questo senso, che non hanno nessun diritto, ma che proprio per questo si pongono davanti al Signore nell’atteggiamento dell’attesa.

Questa salvezza che il Signore ci dona, che si realizza “OGGI nella nostra vita, in mezzo alla nostra povertà, al di fuori di ogni possibilità di merito, bene, questa salvezza rimane valida anche di fronte alle esperienze più dolorose e apparentemente contraddittorie.

Quando Paolo scrive il brano che abbiamo ascoltato nella lettera ai Tessalonicesi sta rispondendo ai Cristiani di Tessalonica: aveva predicato, non si era potuto fermare molto perché lo avevano perseguitato, era dovuto scappare e non era riuscito a completare l’istruzione catechistica; c’erano rimasti dei vuoti e scrivendo la prima lettera Paolo cerca di colmare questi vuoti.’ Tra questi vuoti ce n’è uno che riguarda la speranza della Risurrezione.

Dicono i cristiani di Tessalonica a San Paolo: “Noi attendiamo la venuta del Signore, e la venuta del Signore sarà la nostra gioia e il compimento della nostra speranza. Ma quelli che sono morti come potranno partecipare di quella pienezza che il Signore opererà con il suo ritorno? Noi, i viventi, potremo partecipare, ma quelli che sono morti ne sono esclusi”.

San Paolo risponde:

«[15]Questo vi diciamo sulla parola del Signore: noi che viviamo e saremo ancora in vita per la venuta del Signore, non avremo alcun vantaggio su quelli che sono morti. [16]Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; [17]quindi noi, i vivi, i superstiti, saremo rapiti insieme con loro tra le nuvole, per andare incontro al Signore nell’aria, e così saremo sempre con il Signore» (1Ts 4, 15-17).

Paolo usa un linguaggio apocalittico nella descrizione (…la voce dell’Arcangelo, il suono della tromba di Dio, rapiti tra le nubi); sono tutte immagini che ritrovate presenti nel libro di Daniele e fanno parte della tradizione apocalittica.

Ma quello che Paolo vuole dire è che la morte non è certamente in grado di impedire a Dio la realizzazione del suo progetto.

Dio vi ha chiamati a far parte della sua vita, siete stati chiamati, predestinati; bene, questo progetto può essere forse impedito da qualche cosa di mondano? Può essere forse impedito da quella forza, che pare al di sopra di tutte le altre forze, che si chiama morte? NO! Non dovete avere paura di questo!

IL SIGNORE HA VINTO LA MORTE !

Questo vuole dire che ha vinto tutte quelle potenze che esistono nel mondo e che tendono a bloccare l’esistenza dell’uomo. Ci sono queste potenze, perché ci sono, per esempio, malattie che ci impediscono di fare delle cose belle, bellissime che desidereremmo o che vorremmo fare, per cui i nostri progetti di vita rimangono in qualche modo diminuiti. (Ho fatto l’esempio delle malattie, ma nella vita, di questi limiti se ne incontrano tantissimi. Ci sono tantissime cose o esperienze che ci limitano la vita).

Allora dobbiamo intristirci per questo? NO! Il progetto di Dio è un progetto VITTORIOSO. VINCE LA MORTE, vince, quindi, ogni altra cosa. Bisogna mantenere quella fiducia nella forza di Dio di realizzare i suoi progetti.

«Oggi si è adempiuta questa Scrittura.che voi avete udita con i vostri orecchi» (Lc 4, 21).

“OGGI” si è adempiuta di fronte a tutti i vostri limiti; di fronte alla morte, di fronte agli insuccessi, di fronte alle insufficienze del mondo e della vita.

Il progetto di Dio è qui in mezzo a voi.

Allora prendiamo queste parole, appunto, come voglio essere: parole di speranza.

«[13]Non vogliamo poi lasciarvi nell’ignoranza, fratelli, circa quelli che sono morti, perché non continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza. [14]Noi crediamo infatti che Gesù è morto e risuscitato; così anche quelli che sono morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui» (1 Ts 4, 13-14).

Metteteci non solo quella mancanza di speranza che viene per quelli che sono morti, ma la mancanza di speranza che viene per tutti i limiti e le insufficienze della vita dell’uomo che bloccano la nostra fiducia, la nostra speranza dal punto di vista inondano.

Paolo non ci vuole lasciare nell’ignoranza. Ci possiamo confortare a vicenda con queste parole.

Abbiamo da riprendere il cammino, non sarà facilissimo; speriamo che il Signore ce lo renda abbastanza liscio, ma facilissimo del tutto non lo sarà.

Bisognerà che in questo cammino impariamo a consolarci a vicenda, a tenerci per mano e a sostenerci; bisognerà che impariamo a rinnovare la nostra fede nella presenza del Vangelo e nell’efficacia del Vangelo; bisognerà che impariamo a mantenere ferma la nostra speranza anche nella fatica del cammino.

Impariamo, direbbe Sant’Agostino – a «cantare l’Alleluja».

Come dei pellegrini che sono ancora lontani dalla patria, che devono camminare e faticare, ma che possono cantare mentre camminano. Perché il cantare ci tiene la speranza, ci tiene la forza, ci tiene l’energia del cammino.

Lo chiediamo al Signore proprio come dono conclusivo di questi esercizi.

* Documento rilevato come amanuense dal registratore, scritto con riferimenti biblici, ma non rivisto dall’autore.