MI SFORZO DI CORRERE PER CONQUISTARLO – 6

Diocesi Reggio Emilia
Parrocchia San Pellegrino
Esercizi Spirituali
dal 30-31 Agosto al 1-2 Settembre 1991

«Mi sforzo di correre per conquistarlo,
perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (Fil 3, 12)

Sabato, 31 Agosto 1991

Documento fornito da Copelli Marcello e ripreso da Ciani Vittorio.

Domenica, 1 Settembre 1991

Terza Meditazione

Abbiamo ricordato nella meditazione di ieri che la conversione è il momento decisivo della vita di Paolo ed è anche quell’esperienza germinale dalla quale poi scaturisce tutta la sua maturazione di fede e di apostolato.

Proprio perché Paolo ha incontrato il Signore sulla via di Damasco ed è stato chiamato quando stava perseguitando la Chiesa, la comunità cristiana, proprio per questo non può fare l’errore di considerarsi il protagonista della sua vita. E’ costretto e spinto a riconoscere che nella sua vita gli elementi decisivi gli sono stati dati senza suo merito, anzi in mezzo ai suoi demeriti; deve quindi proclamare che nella sua vita quello che si è dimostrato vittorioso è la grazia di Dio, il dono gratuito di Dio.

E’ quello che Paolo tenta di esprimere in tutte le sue lettere ed in particolare nella lettera ai Romani, che riassume il messaggio e non semplicemente come riflessione teologica, ma proprio come richiamo alla sua esperienza personale. Il tema della lettera ai Romani è in due versetti del capitolo 1°, in cui l’apostolo scrive:

«[16]Io infatti non mi vergogno del vangelo, poiché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco. [17]È in esso che si rivela la giustizia di Dio di fede in fede, come sta scritto: Il giusto vivrà mediante la fede» (Rm 1, 16-17).

Il tema quindi fondamentale della lettera è il Vangelo e con il termine Vangelo intendete un annuncio di salvezza che viene liberamente e gratuitamente offerto da Dio agli uomini.

Nella concezione biblica il vangelo in genere è l’annuncio dell’intervento di Dio; quando Dio interviene per salvare, per rinnova-re il mondo e togliere quello che di male e di ingiustizia c’è, questo è esattamente un vangelo.

Il termine l’ha usato soprattutto il secondo Isaia in riferimento al ritorno in patria. Il vangelo è l’annuncio del ritorno in patria che viene offerto agli esiliati:

«[7]Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza, che dice a Sion: «Regna il tuo Dio». [8]Senti? Le tue sentinelle alzano la voce, insieme gridano di gioia, poiché vedono con gli occhi il ritorno del Signore in Sion. [9]Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme» (Is 52, 7-9).

Questo è il vangelo: è un messaggero che corre sui monti, che arriva a Gerusalemme e arrivando annuncia l’intervento regale di Dio; Dio viene e riporta indietro gli esuli per cui le sentinelle alzano la voce, gridando di gioia; il ritorno del Signore è motivo di fiducia e di speranza.

Paolo dice la stessa cosa «prorompete in canti di gioia!» perché il Vangelo è per voi ed il Vangelo contiene la salvezza. Non contiene la salvezza e la dannazione; no!. Il Vangelo contiene la salvezza, quello che Dio vuole, quello che Dio cerca, quello che Dio opera è la salvezza dell’uomo e Paolo propone questo ai suoi ascoltatori.

Non è solo una parola, il Vangelo, è forza, è potenza di Dio che salva chiunque crede. È, quindi, parola efficace: come la parola della creazione ha creato il mondo, la parola del Vangelo fa l’uomo libero, nuovo, ricreato secondo la giustizia e la santità.

Ma questo naturalmente è un messaggio, il Vangelo, che ha un senso per gli esiliati; quando voi siete in esilio ed avete nostalgia della patria, se vi viene detto che la strada del ritorno è aperta, vi viene detto il vangelo.

Ma per noi in che cosa consiste il vangelo e qual è questo ritorno in patria che ci viene annunciato?

E’ proprio questo il discorso di Paolo: l’uomo concreto vive esiliato, cioè lontano da Dio, lontano dagli altri e lontano da se stesso; paradossalmente l’uomo è esule da se stesso, e a questo uomo che vive fondamentalmente quella che si chiamerebbe un’alienazione, quindi una sottomissione a un potere estraneo, a quest’uomo viene annunciata la liberazione.

Naturalmente il potere estraneo è il peccato. Con questa parola di solito noi intendiamo le azioni peccaminose, i peccati, le trasgressioni della volontà della legge di Dio. Questo può anche andare bene, ma per San Paolo il peccato non è questo; quelle sono le trasgressioni, il peccato è una realtà che è insediata dentro al cuore dell’uomo, è un atteggiamento di fondo, è una malattia interiore. Le trasgressioni sono la sua espressione esterna, ma non si identificano con il peccato. Noi banalizziamo il peccato quando lo identifichiamo con i peccati.

I peccati sono certamente gli errori, le trasgressioni, ma quello che esprimono è una malattia del cuore, del centro, della libertà dell’uomo ed è lì che si gioca il senso vero della sua vita.

Quando il profeta Osea aveva da rimproverare ai suoi concittadini le trasgressioni contro i comandamenti diceva:

«[1]Ascoltate la parola del Signore, o Israeliti, poiché il Signore ha un processo con gli abitanti del paese. Non c’è infatti sincerità né amore del prossimo, né conoscenza di Dio nel paese. [2]Si giura, si mentisce, si uccide, si ruba, si commette adulterio, si fa strage e si versa sangue su sangue. [3]Per questo è in lutto il paese e chiunque vi abita langue insieme con gli animali della terra e con gli uccelli del cielo; perfino i pesci del mare periranno» (Os 4, 1-3).

Sono tre versetti; il terzo parla delle disgrazie, delle miserie, delle sofferenze che il popolo di Israele è costretto a subire; il secondo dice la causa di queste miserie e la causa sono le ingiustizie. Vengono infatti violati i dieci comandamenti: si giura, si mentisce (ottavo comandamento), si uccide (quinto), si ruba (settimo), si commette adulterio (sesto), si fa strage… sono i comandamenti di Dio. La violazione dei comandamenti è la causa di molte sofferenze in mezzo agli uomini.

Prima c’è un altro versetto che non parla della violazione dei comandamenti, ma dice che non c’è sincerità, cioè non c’è verità interiore, non c’è amore, non c’è conoscenza di Dio. Verità, amore, conoscenza di Dio… questo è il discorso fondamentale del peccato, da questo vengono le trasgressioni dei comandamenti e da questo verranno tutte le disgrazie che sono nel mondo e che dipendono dalla cattiva volontà dell’uomo. Ce ne sono di quelle che sono fatali e che sono legate alla natura umana, ma ce ne sono di quelle che dipendono dalla nostra volontà e dal nostro comportamento; ma alla radice c’è questo, c’è la mancanza della conoscenza di Dio, la mancanza della fedeltà come atteggiamento di fondo.

Per cui Osea scriverà:

«(…) poiché uno spirito di prostituzione li svia e si prostituiscono, allontanandosi dal loro Dio» (Is 4, 12b).

Vuol dire che non sono liberi, non sono sani, il loro cuore è un cuore malato, è un cuore dominato da un virus che impedisce loro di produrre azioni buone, di produrre verità e amore; è un blocco che viene posto al cammino di libertà dell’uomo.

Questo è il peccato nella sua profondità grande: quello che aliena da Dio, che aliena dagli altri e che aliena noi stessi.

Quando nel capitolo 7° della lettera ai Romani, San Paolo fa una descrizione della lotta interiore dell’uomo, dell’uomo che non è ancora redento, che non ha ancora conosciuto il perdono e la grazia di Dio, descrive questa lotta come una lacerazione, una schizofrenia spirituale dalla quale l’uomo non riesce ad uscire nonostante i suoi desideri:

«[14]Sappiamo infatti che la legge è spirituale, mentre io sono di carne, venduto come schiavo del peccato. [15]Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. [16]Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; [17] quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. [18]Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; [19]infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. [20]Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me» (Rm 7, 14-20).

Il peccato è una potenza, è una forza che incatena l’uomo e che gli toglie la libertà, la capacità di fare il bene: «[15]Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. [16]Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; [17] quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me».

Non faccio quello che voglio, ma faccio quello che non voglio; capisco il bene, lo desidero, so che nel bene c’è per me una speranza di vita e c’è una speranza di vita anche per gli altri, però non riesco a farlo e, se non riesco a farlo vuol dire che c’è qualcosa che mi tiene schiavo, c’è qualcosa che mi impedisce di essere me stesso, che mi impedisce di esprimermi nella mia libertà di persona umana che sceglie e opera il bene: questo è il peccato. Le trasgressioni, dicevo, ne sono l’effetto.

Nel capitolo 1° della lettera ai Romani, Paolo fa una descrizione tragica della condizione dell’uomo, con il richiamo a tutte le trasgressioni possibili ed immaginabili per quanto riguarda la vita sessuale e per quanto riguarda quello che lui chiama la deformazione dell’intelligenza: l’intelligenza depravata che viene usata con malizia per cercare il male. Paolo fa un elenco impressionante di comportamenti negativi: ingiustizia, malvagità, cupidigia, malizia, invidia, omicidio, frodi…

«[29]colmi come sono di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d’invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamatori, [30]maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, [31]insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia» (Rm 1, 29-31).

Sono questi i peccati? NO! Questi sono gli effetti del peccato. Siccome hanno abbandonato Dio, Dio li ha abbandonati alla loro intelligenza depravata, sicché fanno tutte queste cose. Il peccato è l’abbandono di Dio, il peccato è quella radice in cui l’uomo taglia il legame vitale che lo unisce al Dono, poiché egli vuole fare della sua vita un assoluto: “Io mi do la vita, io sono l’origine della mia vita”. In questo modo tagliando la radice con la sorgente della verità e del bene, l’uomo viene a trovarsi in questi casi; ma questi sono solo gli effetti, non sono ancora il vero peccato, ma l’effetto del peccato. Il peccato fondamentalmente è l’abbandono di Dio, è quell’abbandono di cui si parla nei primi capitoli della Genesi: l’abbandono di Adamo, di Caino, della generazione del diluvio, della generazione che costruisce la torre di Babele, dove vedete che sono intrecciati due elementi complementari nella concezione del peccato: la ribellione a Dio e la violenza nei confronti dei fratelli.

Nel capitolo 1° l’uomo si ribella a Dio, nel capitolo 4° l’uomo ammazza suo fratello, nel capitolo 6° si parla di violenza che riempie la terra, quindi di quegli uomini che sono nemici gli uni degli altri, nel capitolo 11° si parla degli uomini che vogliono dare la scalata al cielo con la torre di Babele, che tentano di prendere il posto di Dio.

Badate che il peccato non consiste nel volere diventare come Dio, non è proibito all’uomo desiderare di essere come Dio; quello che all’uomo è proibito è desiderare di essere come Dio senza Dio, cioè di farsi Dio da sé.

Quando gli uomini di Babele costruiscono la torre, lo fanno per darsi un nome: è forse proibito darsi un nome? È proibito se l’uomo vuole fare da solo, se vuole procurarsi autonomamente il nome. Subito dopo nel capitolo 12° il Signore promette ad Abramo “Renderò grande i1 tuo nome”; è sempre il nome che è in gioco. È il nome degli uomini nella torre di Babele, è il nome di Abramo; ma quelli della torre volevano ingrandirselo da sé, il loro nome; Abramo la grandezza del nome la riceve in dono da Dio.

È sempre in questo la scelta fondamentale: il concepire la vita come possesso o realizzazione autonoma, o il concepirla come dono. Nella logica del dono puoi desiderare la somiglianza con Dio, anzi è Dio che ha fatto l’uomo a sua immagine e somiglianza, non gli da fastidio un uomo che gli assomigli, solo che per assomigliare a Dio deve accogliere questo come dono da Dio stesso, non può tagliare il legame ed affermarsi come creatura autonoma.

Se rileggete il capitolo 3° della Genesi, vi accorgerete bene che il discorso fondamentale del peccato non è nella trasgressione del comandamento, non è nel mangiare il frutto dell’albero, questo è la conseguenza di un certo modo di vedere Dio. Quello che il serpente fa intravedere alla donna è l’immagine di un Dio che è invidioso, che la donna deve quindi vedere come il suo nemico: “Non è vero che morirete – dice il serpente – è vero piuttosto che diventerete come Dio; Dio ha paura di voi, della vostra grandezza, vi ha dato un comandamento per rendervi più piccoli, per allontanarvi dalla sua grandezza, dalla sua gioia e dalla sua vita”. Questa è l’idea che il serpente insinua nel cuore della donna, il peccato viene nel momento in cui Dio viene percepito non come il Padre che ama, al quale io posso affidare la mia vita, dal quale posso ricevere quell’esistenza e quella grazia di cui ho bisogno, ma lo vedo come l’avversario della mia vita da cui devo emanciparmi: “Bisogna che Dio muoia perché io possa vivere”; questa è la formula radicale del peccato.

Mentre l’atteggiamento autentico della fede è che la vita consiste nel ricevere e donare: nel ricevere la vita come dono da Dio, e nel restituire a Dio la propria riconoscenza e la propria gioia. E’ nello scambio, non nella autosufficienza; l’uomo non è fatto per l’isolamento, l’uomo è fatto per la comunione coi fratelli e per la comunione con Dio. L’uomo realizza se stesso quando si unisce ai fratelli e con Dio, non quando taglia i legami nell’illusione della propria autosufficienza.

Questa è la condizione di esilio in cui l’uomo si trova, dicevo di lontananza da Dio, ed è una condizione che riguarda – secondo San Paolo – tutti gli uomini, non c’è differenza. Gli uomini si possono dividere in tanti modi: secondo la razza, la religione… ma dal punto di vista del rapporto con Dio gli uomini sono tutti in una condizione originaria di peccato.

Questo lo dice San Paolo:

«[23]tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio» (Rm 3, 23).

«Privi della gloria di Dio» vuole dire che non hanno quella bellezza che come creature di Dio, e come figli di Dio, dovrebbero avere. Secondo il libro della Genesi, Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, e questo vuole dire che quando Dio guarda la faccia dell’uomo vuole e desidera riconoscersi.

Lorenz ha scritto che “se davvero l’uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio, è un brutto Dio quello nel quale noi crediamo”, ma nonostante questo, Dio ha rischiato nella creazione dell’uomo, ha rischiato la sua stessa gloria e bellezza. Fare l’uomo a propria immagine e somiglianza era un rischio e Dio lo ha corso, e in fondo, proprio correndo questo rischio Dio pone quel fondamento che è quello della nostra salvezza.

Siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio. Dovremmo assomigliare a Dio.

Gli assomigliamo davvero? No! Perché…:

««[23]tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio» (Rm 3, 23).

La bellezza che è quella del volto di Dio, della Sua santità è offuscata sul volto dell’uomo; non la si vede così chiara e limpida. La condizione concreta dell’uomo è una condizione di peccato, tanto è vero che il cammino della rivelazione del Signore ci vuole anzitutto portare alla consapevolezza del nostro peccato.

ti spiego con un esempio: Gesù si trova nel tempio…

«[3]Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, [4]gli dicono: Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. [5]Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici? [6]Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. [7]E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei. [8]E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. [9]Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi. Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. [10]Alzatosi allora Gesù le disse: Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? [11]Ed essa rispose: Nessuno, Signore. E Gesù le disse: Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8, 3-11).

Tre attori ci sono in questo episodio: l’adultera, gli scribi e i farisei che l’accusano, Gesù che deve giudicare.

Notate come questi tre personaggi sono descritti dal punto di vista spaziale: la donna è in mezzo, gli scribi e i farisei sono intorno, fanno cerchio e l’accusano, Gesù è là in mezzo di fronte alla donna, sente le accuse degli scribi e dei farisei ma non sente una parola della donna, la donna non parla.

Si può dire che la donna più che soggetto è oggetto di quello che gli altri dicono di lei.

Tutto il discorso del brano consiste nel cancellare uno dei protagonisti; nel cancellare quel cerchio degli scribi e farisei che è il cerchio di quelli che condannano, che giudicano. Gesù prima di tutto si ferma e si mette a scrivere per terra; è un modo per dire: “…pensateci un attimo prima di andare avanti” e siccome loro non ci pensano, Gesù esplicita il significato del suo gesto: «[7]E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei».

E questi sono costretti uno dopo l’altro ad andare via. Scompare il cerchio degli accusatori.

Dice Sant’Agostino: “Rimangono solo la misera e la Misericordia”.

Ma questa è una concezione dell’uomo, non è solo un episodio. Nell’umanità c’è solo la misera, che è l’umanità stessa e la misericordia che è Gesù Cristo come segno della presenza dell’amore di Dio. Non c’è altro; in mezzo all’umanità non ci sono i giusti che possono condannare i peccatori, ma ci sono soltanto dei peccatori che hanno bisogno di grazia, del perdono e della misericordia di Dio.

Questo vuole dire il Vangelo e questo dice in tutti i modi San Paolo:

«[23]tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, [24]ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù (Rm 3, 23-24).

Questo è il Vangelo: l’uomo peccatore non è abbandonato da Dio, ma è giustificato da Dio, reso giusto da Dio. Dio non si rassegna a perdere quell’uomo che aveva fatto a sua immagine e somiglianza, ma lo insegue fino a raggiungerlo; come Gesù ha raggiunto Paolo sulla via di Damasco, così Dio ha raggiunto l’uomo sulla croce di Cristo. Nell’amore e nella croce di Gesù Cristo Dio ha raggiunto l’umanità, ha raggiunto un’umanità peccatrice e ad essa ha trasmesso e donato il suo amore.

Questo è il Vangelo ed è quello che ci dovrebbe portare a un recupero di fiducia, speranza, somiglianza con Dio.

Dicevamo che la radice del peccato di Adamo, secondo il libro della Genesi, era una falsa idea di Dio. L’uomo ha immaginato che Dio fosse il suo concorrente, che Dio gli portasse via un po’ di ossigeno, che la presenza di Dio diminuisse la sua gioia, la sua libertà e la sua vita e ha tentato di emanciparsi perché aveva un’idea errata di Dio. L’uomo aveva capovolto l’immagine di Dio; dal Dio che ama era passato al Dio che invidia, al Dio che ha paura dell’uomo e che quindi lo blocca nella sua autorealizzazione. Tutto il discorso della redenzione vuole rinnovare questa immagine di Dio.

Chi è Dio?

«[3.161 Dio ha tanto amato i1 mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia 1a vita eterna» (Gv 3, 16).

Ancora:

«[6]Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. [7]Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. [8]Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5, 6-8)

Questo è DIO !

Si tratta quindi di un amore gratuito, non meritato, non spiegabile che deve nascere unicamente dalla bontà di Dio. Questa è l’unica spiegazione possibile; da parte dell’uomo non c’è nulla che spieghi l’amore di Dio; solo in Dio, solo nel mistero insondabile del suo amore ci può essere la spiegazione di questo gesto incredibile della redenzione, il gesto della salvezza in cui lena se stesso per noi.

Tutto questo discorso di salvezza San Paolo lo attribuisce stranamente alla giustizia di Dio:

«[1.17] È in esso che si rivela la giustizia di Dio di fede in fede, come sta scritto: Il giusto vivrà mediante la fede» (Rm 1, 17).

«[21]Ora invece, indipendentemente dalla legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla legge e dai profeti; [22]giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. E non c’è distinzione: [23]tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, [24]ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù» (Rm. 3, 21-24).

La misericordia, l’amore, la bontà con cui Dio va in cerca dell’uomo peccatore e lo perdona, San Paolo la attribuisce alla giustizia di Dio, ed è un modo di parlare radicalmente lontano dal nostro. Noi siamo abituati a dire che Dio perdona perché è misericordioso, ma condanna perché è anche giusto; non prendiamolo con troppo confidenza, Dio non è solo misericordia, è anche giustizia e siccome è anche giustizia faremo poi i conti, prima o poi.

Questo non è il modo di parlare di Paolo: la giustizia di Dio per Paolo è una qualità alla quale io mi appello proprio perché peccatore, proprio perché Dio è giusto giustifica gli empi. Uno che giustifica gli empi e i peccatori non è giusto dal nostro punto di vista: un giudice che assolvesse un colpevole non sarebbe un giudice giusto. Dio invece è giusto nel momento in cui perdona i peccatori.

Perché questo modo strano di parlare? Per un motivo semplice.

Quando una cosa è giusta? Quand’è quella che deve essere. Un orologio è giusto quando segna bene il tempo, un insegnante è giusto quando insegna bene.

Dio quand’è giusto? Quando si comporta proprio da Dio.

Quando Dio si comporta da Dio? Quando crea il mondo; non c’è dubbio. Quando perdona un peccatore. Non c’è un momento in cui Dio non sia più dio di quando perdona un peccatore, perché in quel momento Dio manifesta la forza invincibile della sua misericordia, manifesta che Lui non è vinto dal male, ma è capace di vincere il male con il bene e questa è la potenza più grande di Dio, la rivelazione più incredibile di Dio: quando Dio si rivela esattamente per quello che è.

Sant’Ambrogio ha una pagina strana nel commento al capitolo 1° della Genesi: “Il primo giorno Dio ha creato la luce, e non trovo che Dio si sia riposato dopo aver creato la luce; il secondo giorno Dio ha separato le acque di sopra, dalle acque di sotto, ma non si è riposato; il terzo giorno ha separato il secco dal bagnato, ma non leggo che si sia riposato; dopo il quarto giorno non si è riposato; e così neanche il quinto giorno; il sesto giorno ha fatto l’uomo, e dopo aver creato l’uomo si è riposato. Perché? Perché – dice Sant’Ambrogio – aveva qualcuno a cui rimettere il peccato, qualcuno a cui manifestare la sua potenza divina di vincitore del male, di misericordia”.

Dio non è mai così Dio come quando perdona i peccati ! Il che si potrebbe anche intendere male pensando: “Facciamo i peccati perché Dio manifesti di essere più forte di noi”, ma questo evidentemente sarebbe stupido perché nascerebbe dal rifiuto di un rapporto autentico con Dio. Chi ha conosciuto in qualche modo l’amore di Dio, non può rifiutare il rapporto con Lui, che è esattamente il rifiuto del peccato.

Ma posto questo, è vero che il perdono dei peccati è l’azione più divina che Dio compie, è la manifestazione più grande della sua vittoria sul male, sulla nostra ingiustizia, sulla nostra miseria, sulla nostra fragilità e debolezza, su tutto quello che di male e di malizia c’è dentro alla nostra vita.

Per questo quando Dio perdona il peccato, si manifesta come Dio e quindi come giusto, ma non giusto nei confronti dell’uomo come se avesse il dovere di rimettere i peccati; Dio non ha nessun dovere di rimettere i peccati, noi non possiamo avere nessuna pretesa. Se Dio ha un dovere ce l’ha solo verso se stesso, verso le sue promesse; siccome ha promesso una cosa la fa, ma non l’ha promessa perché doveva prometterla, l’ha promessa perché nella sua bontà ha voluto entrare in questa dimensione del dono.

«[18]Qual dio è come te, che toglie l’iniquità e perdona il peccato al resto della sua eredità; che non serba per sempre l’ira, ma si compiace d’usar misericordia? [19]Egli tornerà ad aver pietà di noi, calpesterà le nostre colpe. Tu getterai in fondo al mare tutti i nostri peccati. [20]Conserverai a Giacobbe la tua fedeltà, ad Abramo la tua benevolenza, come hai giurato ai nostri padri fino dai tempi antichi» (Mi 7, 18-20).

Cos’è che rende Dio un dio incomparabile? È nel perdono dei peccati, nel togliere l’iniquità che Dio è incomparabile; gli altri dei non ci riescono. È incomparabile perché ha creato il mondo, certo, questa è un’attività tipicamente di Dio, ma Michea sottolinea “chi è come te, che togli l’iniquità, che perdoni i peccati?”, questa sembra essere la nota più originale di Dio, l’elemento più tipico di Dio.

È vero che si parla di ira:

[7.18b] … non serba per sempre l’ira, ma si compiace d’usar misericordia?

ma questa ira non mettetela in contrasto con la misericordia, anzi è una sua funzione, perché l’ira di Dio nella concezione di Michea, e della Bibbia, è la reazione di Dio come giusto di fronte all’ingiustizia; è lo sdegno.

C’è qualcuno che ha scritto che una delle colpe dell’uomo d’oggi è che non riesce più a sdegnarsi di niente. Ci sono ingiustizie che gridano vendetta, ma nessuno si sdegna, nessuno si muove, nessuno reagisce. Questa è l’ira di Dio, Dio è un Dio sano; non è un organismo ormai malato che di fronte ai virus non reagisce, questo è un organismo che sta per morire; Dio è sano e di fronte a quel virus che è l’ingiustizia reagisce; questa è la sua ira. Ma non è l’ira che vuole distruggere, è l’ira e lo sdegno che vuole salvare, che non lascia che le cose vadano in rovina, che si mette a operare; per questo l’ira dura un istante, mentre la misericordia per tutta la vita. L’ira dura finché non combatte il negativo, la misericordia dura sempre perché Dio è fatto di misericordia. Si può dire che Dio è misericordia, ma non si può dire che Dio è ira.

L’ira è un sottoprodotto ed è semplicemente la misericordia di Dio che si incontra con l’ingiustizia dell’uomo. Allora prende anche l’abito dell’ira, ma lo prende provvisoriamente, per un istante di tempo e per suscitare nell’uomo lo sdegno, perché anche l’uomo si ribelli al male e non lo accetti come qualcosa di fatale a cui adattarsi; l’uomo deve reagire e Dio reagisce, ma per un istante per cui «non serva per sempre l’ira, ma si compiace di aver misericordia».

Questo è il vangelo di Paolo, cioè la proclamazione che in Gesù Cristo Dio è venuto a togliere l’uomo dalla sua condizione di peccato nel senso non di trasgressione, ma di quella forza interiore che rende l’uomo schiavo, che gli impedisce di fare il bene, di comportarsi da figlio di Dio e di essere immagine di Dio. Infatti l’uomo, a causa di questa forza, è costretto a rimanere in una condizione deformata, di schizofrenia interiore e spirituale, per cui vede il bene e si attacca al male, per cui sa che per quella strada l’esito non può altro che essere la sua rovina e la sua morte, ma non riesce at trattenersi, non riesce a frenarsi, è come portato da una forza più grande di lui, uno spirito di fornicazione lo domina e non può fare il bene.

Oppure se volete, con le parole di Geremia:

«[23]Cambia forse un Etiope la sua pelle o un leopardo la sua picchiettatura? Allo stesso modo, potrete fare il bene anche voi abituati a fare il male?» (Ger 13, 23).

Che vuole dire che il male è per l’uomo non un vestito che si mette e si smette, ma è una pelle dalla quale l’uomo non riesce a togliersi. Il cuore dell’uomo – dice Geremia – è malato, difficilmente guaribile.

È proprio questo che il Vangelo annuncia, la guarigione del cuore dell’uomo.

Come avviene questa guarigione? Dio guarisce il cuore dell’uomo non con una magia, ma manifestando in Gesù Cristo ií suo amore; non c’è altro modo per vincere il male se non manifestando l’amore, se non rischiando l’amore. In Gesù Dio ha rischiato il gesto d’amore tanto da assumersi il peso della sofferenza e della morte, ma proprio in questo modo l’amore di Dio è diventato servo, si è rivelato come un amore che non si ritrae di fronte a nessun ostacolo e a nessun rifiuto. È un amore vittorioso, quello di Dio, proprio perché ha accettato anche la croce.

È in questo modo che Dio vuole vincere il peccato, non con una bacchetta magica che trasforma magicamente l’uomo da ingiusto a giusto, ma con la rivelazione di un amore che nel momento in cui viene accettato dall’uomo lo fa essere giusto cioè lo libera da quella solitudine, da quella paura che lo chiudevano in se stesso e gli apre una possibilità, una strada d’amore e di gratuità.

Credo che questo discorso del vangelo sia al centro della riflessione di San Paolo e sia una di quelle cose che dobbiamo continuamente rinnovare come contrizione del cuore perché il resto ne è, in qualche modo, la conseguenza. Tutto l’impegno etico nasce da questa percezione dì fede dell’amore di Dio.

* Documento rilevato come amanuense dal registratore, scritto con riferimenti biblici, ma non rivisto dall’autore.