MI SFORZO DI CORRERE PER CONQUISTARLO – 5

Diocesi Reggio Emilia
Parrocchia San Pellegrino
Esercizi Spirituali
dal 30-31 Agosto al 1-2 Settembre 1991

«Mi sforzo di correre per conquistarlo,
perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (Fil 3, 12)

Sabato, 31 Agosto 1991

Documento fornito da Copelli Marcello e ripreso da Ciani Vittorio.

Domenica, 1 Settembre 1991

Quarta Meditazione

Abbiamo ricordato il significato che la proclamazione del “vangelo” di Paolo pone al centro della sua predicazione. Abbiamo detto che il Vangelo è una forza di salvezza che opera nella profondità dell’uomo la trasformazione da una condizione di peccato ad una condizione di giustizia. Si tratta di perdono, ma in senso profondo non semplicemente il condono delle colpe, delle trasgressioni (il peccato, abbiamo detto, non sta prima di tutto nelle trasgressioni ma in un atteggiamento profondo del cuore), ma nel cambiamento di quel centro del cuore umano che è in sé malato, spiritualmente malato.

Per cui alla fine del capitolo 7° della lettera ai Romani, dopo aver descritto la condizione tragica di un uomo che non riesce a vivere secondo la libertà, che desidera fare il bene ma che non riesce poi concretamente a realizzarlo, San Paolo esce in quest’espressione:

«[24]Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?» (Rm 7, 24).

Chi mi libererà da questa condizione umana che tende irresistibilmente verso l’auto-annientamento, verso quell’egoismo che significa essenzialmente morte? Continua Paolo:

«[25]Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!» (Rm 7, 25a).

La possibilità di liberazione c’è, non certamente nell’uomo che si auto-edifica e si auto-costruisce, ma in Dio che attraverso Gesù Cristo dona all’uomo quella libertà di cui l’uomo ha assolutamente bisogno per vivere.

Con questa affermazione di fondo San Paolo si riallaccia ad una antica tradizione biblica che ha la sua origine soprattutto nei profeti.

I profeti sono sempre rimasti sorpresi di fronte alla realtà del peccato dell’uomo; sorpresi perché il peccato, dice Geremia, è stupido, è stupido abbandonare Dio per andare dietro a qualcosa di vuoto e di inutile che l’uomo sa che è così; è stupido abbandonare quel Dio che è l’unica gloria dell’uomo, cioè l’unica sorgente vera della sua dignità, per abbandonarsi a delle realtà false e menzognere che ben presto si rivelano fallaci. È stupido.

Come mai allora l’uomo non riesce a rimanere in quella via che conosce essere la via della vita?

Questo da sempre ha sorpreso i profeti e dei tentativi di spiegazione ne avevano dati. Osea, per esempio, dice che c’è uno spirito di fornicazione, non c’è niente da fare; c’è una forza interiore, c’è una malattia interiore che trascina al male.

L’uomo è inclinato al male fin dall’adolescenza, dice il libro della Genesi. Per quanto l’uomo scavi nel suo passato non riesce a trovare un momento di libertà da questa inclinazione egoistica.

I profeti avevano dovuto misurarsi con questa condizione dell’uomo e tuttavia avevano intravisto una speranza, avevano intravisto un cammino di superamento di questa infedeltà cronica che l’uomo sperimenta.

«[31]Ecco verranno giorni – dice il Signore – nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda io concluderò una alleanza nuova. [32]Non come l’alleanza che ho conclusa con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto, una alleanza che essi hanno violato, benché io fossi loro Signore. Parola del Signore. [33]Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo. [34]Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore; poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato» (Ger 31, 31-34).

Badate, non si tratta per Geremia solo di purificare il cammino normale dell’uomo.

Al monte Sinai Dio ha concluso un’alleanza con Israele in cui c’era un impegno reciproco; la formula dell’alleanza è: «Io sono il vostro Dio e voi siete il mio popolo», dove gioca sugli aggettivi possessivi «mio – vostro».

Dio non è semplicemente Dio, ma diventa Dio nostro; noi non siamo semplicemente un popolo ma siamo il popolo del Signore.

In quanto Dio è nostro Dio, Dio si assume la responsabilità della nostra difesa e protezione; in quanto siamo suo popolo noi ci assumiamo la responsabilità dell’obbedienza a Dio e della gloria di Dio. La gloria di Dio è legata, paradossalmente, alla nostra vita, alla condizione di Israele. C’è quindi un impegno reciproco.

Non si tratta semplicemente di ritornare a quest’impegno perché l’alleanza del Sinai è, secondo Geremia, spezzata irrimediabilmente, non la si può più raccogliere come i cocci di un vaso spaccato, non c’è più niente da fare bisogna istituirne un’altra, ma che sia diversa perché quella non ha funzionato. Non è che non abbia funzionato perché l’alleanza del Sinai era sbagliata; la legge che c’era al centro dell’alleanza del Sinai era perfetta, secondo Geremia, non c’è da aggiungere niente, quindi quella legge va proprio bene. L’ostacolo era nella comunicazione. Al Sinai Dio ha parlato attraverso Mosè, ed il popolo ha ascoltato la Parola di Dio, ma l’ha ascoltata come qualcosa che veniva dal di fuori, dall’esterno e sembra che ci sia stato un qualcosa che ha reso la comunicazione imperfetta, ha alterato quella comunicazione per cui Israele non è stato capace di assimilare, di fare sua la volontà di Dio.

Israele ha sempre subito la volontà di Dio come una volontà esterna, come una costrizione, come un limite, come qualcosa che impediva la sua dilatazione di esperienze; per questo non ha funzionato.

Allora bisogna fare una alleanza diversa e comunicare la legge in un modo diverso. Ma come?

«[31.33] Porrò la mia legge nel loro animo, 1a scriverò nel loro cuore».

Non più esterna quindi, che giunge solo agli orecchi, ma una legge che arriva effettivamente al cuore, che viene assimilata dall’uomo, che diventa il suo stesso desiderio e il suo stesso modo interiore. Si potrebbe quasi chiamare istinto, solo che questo termine indica qualcosa di non libero; mentre l’atteggiamento dell’uomo deve necessariamente esserlo; tuttavia è qualcosa che ha l’aspetto dell’istinto poiché è insito nell’interiorità e profondità del cuore dell’uomo.

Solo in questo modo l’alleanza nuova sarà un’alleanza eterna; eterna perché è garantita la fedeltà dell’uomo. Sulla fedeltà di Dio non ci sono problemi, è sempre stata così anche quella antica, ma era la fedeltà dell’uomo che era venuta meno e che quindi bisogna garantire. Chi garantisce la fedeltà dell’uomo? Dio. Stranamente chi garantisce la fedeltà dell’uomo è Dio. E’ Dio che pone dentro al cuore dell’uomo la sua legge, la sua volontà, la sua fedeltà e la sua giustizia in modo che l’uomo possa partecipare nell’alleanza e dire il suo sì senza riserve, con pienezza.

Questo è il discorso a cui fa riferimento Paolo quando annuncia che in Gesù Cristo Dio dona all’uomo quella capacità di risposta che dal punto di vista naturale l’uomo non possiede.

Questo è il discorso famoso di Ezechiele al capitolo 36° e che si potrebbe leggere come un commento al brano di Geremia che abbiamo letto.

Quando il Signore toglie il cuore di pietra e al suo posto mette un cuore di carne, toglie lo spirito dell’uomo che è di fornicazione e mette lo Spirito, anzi dice «Porrò il mio Spirito dentro di voi» e questo vuol dire una comunicazione di vita, vuol dire che l’istinto di Dio diventa l’istinto dell’uomo, vuol dire che quell’inclinazione all’amore che è propria di Dio, diventa inclinazione dell’uomo; che l’uomo comincia a ragionare, sentire e volere secondo il sentimento e il ragionamento della volontà di Dio. Vuol dire che l’uomo all’interno incomincia ad essere una creatura nuova. «Io faccio nuove tutte le cose» a cominciare dal cuore, vuol dire che il cuore dell’uomo comincia ad essere circonciso, non è più – dice Geremia – la carne dell’uomo che deve essere circoncisa, ma il cuore; è al cuore che bisogna togliere quella dimensione di infedeltà e di impurità che esso possiede e la circoncisione vuol dire proprio questo: togliere le impurità perché il cuore ritrovi la sua pienezza di funzionamento secondo la verità e secondo il bene.

Tutto questo dice Ezechiele, ma notate che il profeta sottolinea che il Signore farà questo non per riguardo al suo popolo:

«[22]Annunzia alla casa d’Israele: Così dice il Signore Dio: Io agisco non per riguardo a voi, gente d’Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete disonorato fra le genti presso le quali siete andati. [23]Santificherò il mio nome grande, disonorato fra le genti, profanato da voi in mezzo a loro. Allora le genti sapranno che io sono il Signore – parola del Signore Dio – quando mostrerò la mia santità in voi davanti ai loro occhi» (Ez 36, 22-23).

È un’affermazione sorprendente a prima vista, ma notevolmente importante, perché si traduce così. Se io faccio questo – dice il Signore – se Io dunque intervengo, faccio quel trapianto di cuore di cui avete bisogno per vivere bene e vi comunico il mio Spirito, non certamente per riguardo a voi, perché voi ve lo meritiate; non è per la vostra bontà o per i meriti che avete accumulato, è solo per amore del mio nome.

Dicevo prima che il Signore ha legato indissolubilmente a sé Israele, ha legato indissolubilmente a sé l’uomo – «voi siete il mio popolo» – allora in mezzo alla storia la gloria di Dio dipende da voi, siete voi che rappresentate Dio, siete voi che portate il nome di Dio, il volto e l’immagine di Dio. Se voi siete santi come è santo Dio, la vostra vita glorifica Dio. Ma se voi siete egoisti, ingiusti, rapaci e adulteri, la vostra infedeltà toglie la gloria di Dio, diventa proclamazione della falsità di Dio, diventa una profanazione del suo nome. Perché voi il nome di Dio ce l’avete sulla bocca, voi non siete semplicemente delle creature, voi siete figli di Dio e se vi comportate male il vostro disonore ricade su Dio stesso, è Dio che è disonorato.

Allora il Signore dice che interviene per amore del suo nome e vuole dire, che ormai voi siete così strettamente legati a Dio che la gloria di Dio e la vostra salvezza, sono la stessa cosa; che la gloria di Dio e la vostra santità sono la stessa cosa; che la gloria di Dio ed il vostro amore fraterno sono la stessa cosa e questo per amore di Dio, perché Dio è fatto così, Dio vi ha in qualche modo assimilato a sé.

Allora proprio perché Dio non può perdere la sua gloria, non può perdere voi, non è disposto a perdervi, non è disposto a mollare; Dio interviene e fa di voi delle creature nuove. Perché diate gloria al suo nome, perché Dio sia davvero riconosciuto come Dio, perché la sua santità si rifletta nel vostro comportamento, nella vostra vita.

Così dice Ezechiele e così dice San Paolo quando alla conclusione di un lungo ragionamento che ha fatto scrive così:

«[18]E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore» (2 Cor 3, 18).

Questa è una stupenda descrizione della vita cristiana.

Dice Paolo che quando Mosè è salito sul monte Sinai e ha visto il Signore è sceso da quel monte con la faccia raggiante, aveva visto il Signore e la bellezza del Signore si era stampata sul volto di Mosè; ma si era stampata su quel volto in modo provvisorio, era una bellezza stupenda, ma che durava poco tempo, per questo dice Paolo che Mosè ha messo un velo sulla sua faccia perché non si vedesse che quella gloria scompariva pian piano, che si perdeva con il tempo.

Quello che è capitato a Mosè capita anche a noi, anzi a noi capita in modo ancora più bello e più grande: noi non abbiamo bisogno di coprire il nostro volto perché gli altri pensino che esso sia ancora bello anche quando ha perso la sua bellezza ed il suo splendore. No! «Noi tutti…». Tutti, non c’è quindi questione di cristiani di prima o seconda categoria, tutti, «…a viso scoperto…» cioè senza bisogno di nascondere nulla, «…riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore» e vuol dire che quando uno guarda la tua faccia vede la faccia del Signore, c’è la gloria del Signore sul tuo volto; così come quando la gloria di Dio era sul volto di Gesù allo stesso modo voi siete belli della bellezza di Dio, siete dei santificati, dei giustificati, cioè quei lineamenti di Dio che erano sul volto di Gesù adesso sono scritti sul vostro volto.

Non siete il corpo di Cristo? Non appartenete a Cristo? La vostra vita non è una vita in Cristo? In Cristo vuol dire che c’è un legame così stretto tra voi e il Signore che non si possono più separare le due realtà: voi vivete per il Signore così come il Signore vive per voi, dunque quella bellezza che è la bellezza di Gesù è anche la vostra bellezza. Vostra vuol dire che la santità di Gesù vi è stata donata.

Nell’inno della lettera agli Efesini si legge:

«[4]In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità» (Ef 1, 4).

Santi e immacolati non davanti agli altri; davanti agli altri è una santità decente ma non molto, quando uno è galantuomo davanti agli altri si presenta come buono, come santo e onesto ma non è questo; quello di cui parliamo è una santità che è tale davanti a Dio, davanti a quel Dio:

«[13]Tu dagli occhi così puri che non puoi vedere il male e non puoi guardare l’iniquità» (Ab 1, 13a).

Ma possono guardare la nostra faccia perché essa ha ormai i lineamenti di questa santità stessa di Dio, quella di Gesù che diventa nostra. Allora noi riflettendo la gloria del Signore «veniamo trasformati in quella medesima immagine» cioè la nostra è una trasformazione progressiva, veniamo assimilati. La vita del cristiano diventa sempre più simile alla vita di Gesù, diventa sempre più portatrice della bellezza di Dio, della santità, dell’amore di Dio.

Come avviene questa misteriosa trasformazione? È forse magica? Avviene per un tocco di bacchetta, con la magia del Battesimo? No! «…di gloria in gloria secondo l’azione dello Spirito del Signore…» quindi avviene nel Battesimo, ma non in modo magico; avviene per l’azione dello Spirito del Signore.

All’origine ci sta la rivelazione dell’amore di Dio; in Gesù, Dio ha proclamato il suo amore verso di noi. Nel momento in cui noi accettiamo l’amore di Dio, questo si chiama fede; nel momento in cui ci lasciamo amare da Dio, questo si chiama fede; nel momento in cui accettiamo Gesù come dono del Padre verso di noi, il dono che Dio ci ha fatto di se stesso, questo si chiama fede! La fede è un atteggiamento fondamentalmente ricettivo; l’uomo di fede è l’uomo che riceve da Dio, che si lascia amare da Dio, che si lascia perdonare, guarire, cercare, correggere, cioè lascia che la sua vita sia prima di tutto un’accoglienza di quell’Altro che è Dio stesso, attraverso Gesù Cristo. Accogliendo Gesù accolgo l’amore di Dio, la giustificazione di Dio.

Nel momento in cui mi lascio amare avviene la trasformazione del mio cuore. È lo Spirito di Cristo che dentro al mio cuore plasma sentimenti e pensieri perché siano conformi a quel Dio che mi ama.

Questo corrisponde per certi aspetti all’esperienza interpersonale. Quando io accetto l’amicizia di qualcuno, quell’amicizia in qualche modo mi rinnova. Quando accetto l’amore, l’amore esclusivo di un’altra persona, e lo accolgo davvero con sincerità esso non lascia inalterata la mia vita, il mio cuore, ma lo rende un cuore amante; un cuore quando è amato, e accetta di essere amato, è costretto a rispondere con amore; cambia lui. L’amore con cui gli altri mi amano mi cambia; sempre che io lo accetti.

Posso anche rifiutare l’amore, ma allora questo mi indurisce ancora di più. Na quando accolgo l’amore degli altri e lo accolgo sinceramente, questo pian piano pone nel mio cuore dei sentimenti di bontà, di fraternità e di comunione. Quando accolgo l’amore di Dio, che è in Gesù Cristo, questo plasma nel mio cuore dei sentimenti di novità, grandi quanto è grande l’amore con cui Dio ama e che io lascio passare dentro alla mia vita attraverso l’atto della fede.

Per cui con lo Spirito del Signore, e attraverso esso, avviene quella trasformazione di gloria in gloria che ci rende simili a Gesù secondo l’azione dello Spirito o se volete secondo l’azione dell’amore di Dio che viene riversato dentro ai nostri cuori.

Si capisce allora in che cosa consiste la vita cristiana secondo Paolo. All’inizio della vita cristiana da parte di Dio c’è l’amore, c’è Dio che ci ama in Gesù Cristo. Il primo atteggiamento nostro si chiama fede, cioè 1’accoglienza dell’amore di Dio, il lasciarci amare da Dio, sapendo bene che questo lasciarci amare non è innocuo, non ci lascia quello che eravamo prima, perché l’amore di Dio è un amore creativo, è un amore che cambia il mondo e che cambia i nostri cuori; nel momento in cui, con la fede, mi spalanco davanti a Dio, l’amore di Dio incomincia un’opera di trasfigurazione, un’opera per cui di gloria in gloria mi rende immagine della sua bellezza o se volete della sua santità.

Tutta la vita cristiana è questo cammino infinito alla cui origine sta sempre la fede, sempre il ricevere. Un ricevere che si apre all’infinito perché fino a che ci sarà qualche cosa da migliorare nella somiglianza con Dio ci sarà sempre dello spazio per la fede, per una fede che si lascia prendere, si lascia rinnovare, che desidera, che accoglie con gioia il dono del Signore.

Nasce quindi una trasfigurazione interiore, la somiglianza con Cristo non esterna (per esempio nel mestiere), ci sta dentro anche questa come possibilità, ma questo è solo il supporto, l’essenziale non è quello di una imitazione esterna di Gesù, è quella di vivere secondo il suo stile, secondo la sua anima, del ragionare secondo la sua logica.

Poi ciascuno è fatto a modo suo perché il materiale che ciascuno di noi ha da trasfigurare in Cristo è diverso. Io ho un codice genetico diverso dal vostro, e ciascuno di noi ha un’educazione o una esperienza diversa una dall’altra, questo è il materiale con cui costruiamo la nostra vita. Ma una cosa è il materiale che è diverso uno dall’altro, e un’altra cosa è lo stile cristiano, questo è il medesimo stile che opera in modi diversi secondo le diversità delle persone, in modo che la santità sia originale, non sia mai una copiatura; non si tratta di copiare, si tratta di creare. La vita cristiana vuole essere originale e diventa effettivamente cristiana solo quando è originale, quando non è una copiatura esterna di modi che ci vengono dati; deve nascere dallo spirito, però dallo Spirito di Cristo quindi non è uno spirito che produce qualunque cosa, è uno Spirito che produce unicamente amore, fedeltà, bontà, pazienza, gioia: produce sempre queste cose, ma in ciascuno in modo diverso.

Se volete potete leggere tutto il capitolo 8° della lettera ai Romani e ritrovate una descrizione ricchissima della vita cristiana come vita animata dallo Spirito del Signore.

«[1]Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù. [2]Poiché la legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte» (Rm 8, 1-2).

C’è una legge del peccato e della morte, di cui parlavamo nella meditazione precedente con il capitolo 7°, ma c’è una legge diversa, la legge dello Spirito che da vita in Gesù Cristo, che genera un’esistenza nuova in Gesù. Il capitolo continua descrivendo la vita del cristiano come quella che è guidata non più dalla carne, ma dallo Spirito. Lo Spirito di cui si parla non è l’anima, ma è il “genio” di Cristo, è l’originalità interiore di Cristo, è quel modo di pensare che era tipico suo, è la sua fisionomia interiore che comunicata a noi produce un’esistenza cristiana.

Avviene poi che il dono dello Spirito Santo non renda semplicemente l’uomo passivo, ma lo renda profondamente attivo. È vero che all’inizio è un ricevere, ma il ricevere mette in movimento tutte le nostre facoltà: intelligenza, memoria, affetto, abilità pratica, cioè tutto quello che noi siamo viene coinvolto nella nostra esperienza di comunione con il Signore, per costruire l’edificio dell’esistenza cristiana, per costruire un’esistenza che sia creativa e fedele nello stesso tempo; fedele a Gesù Cristo, ma creativa perché ciascuno secondo la sua vocazione, secondo i suoi doni.

Che la vita cristiana sia una vita profondamente attiva e anche una vita di lotta (non è che il cambiamento sia innocuo, facile e immediato, ma è progressivo, avviene superando degli ostacoli ecc.) lo spiega Paolo nella lettera ai Galati:

«[13]Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. [14]Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. [15]Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri! [16]Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; [17]la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. [18]Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge. [19]Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, [20]idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, [21]invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio. [22]Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; [23]contro queste cose non c’è legge» (Gal. 5, 13-23).

«Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà». “Libertà” è una parola chiave della lettera ai Galati; secondo Paolo la vocazione fondamentale dei cristiani si chiama libertà:

«[1]Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù» (Gal 5, 1).

Siete liberi, l’amore di Dio vuole un popolo libero, un popolo di schiavi non dà una gran gloria a Dio. Se Dio avesse un popolo di robot che agisca secondo il programma che Lui ha messo in loro non sarebbe una gran gloria per Dio; non manifesterebbe molto. Manifesterebbe che è intelligente nel fare un buon programma, ma non manifesterebbe un Dio come concetto di amore, come degno di essere amato, stimato e riconosciuto.

Dio vuole della gente che obbedisca a Lui ma liberamente perché è convinta che la volontà di Dio è giusta, è degna di essere fatta, è sorgente di vita, ed è questo che da gloria a Dio. Chi da gloria a Dio è uno che è disposto a giocare la sua vita su Dio perché gli vuole così bene che è convinto che ne valga la pena.

Vale la pena morire per Dio.

Se ne vale la pena allora vuol dire che davvero Dio è santo, è ricco di valore e di verità.

Per questo Dio vuole la libertà, al di fuori della libertà non esiste vita cristiana. In fondo il cammino della vita spirituale è il passaggio verso gradi di libertà sempre più elevati.

Quando San Giovanni della Croce descrive l’arrivo sul monte Carmelo, descrive la vita cristiana come una salita faticosa nella quale bisogna rinunciare a tutto – secondo lui – alla fama, alla gloria, al dolore, alla ricchezza…, a tutto; ed è un sentiero stretto, duro, faticoso, ma quando arriva in cima al monte Carmelo il sentiero finisce. Spiega San Giovanni che finisce perché la legge qui non c’è più; qui il giusto è diventato legge a se stesso, non ha più bisogno che qualcuno gli dica “devi fare questo” perché è diventato lui la volontà di Dio, la legge divina. La legge di Dio è quella che viene fuori dal suo cuore; ha un cuore così pulito, sano, integro che non desidera altro che quello che Dio vuole; è veramente arrivato alla perfetta libertà, ha fatto una fatica tremenda per arrivare, ha dovuto accettare sacrifici, ma è proprio arrivato alla libertà ed è lì che doveva arrivare. Il cammino di avvicinamento è esattamente una crescita progressiva.

«Vivere secondo la carne» si traduce pari e pari a egoisticamente, secondo un’inclinazione egoista.

Nella concezione cristiana, anche se sembra paradossale, la libertà è la libertà di servire. Quando uno impara a servire non dall’esterno perché costretto, ma dall’interno, perché desidera donare, allora è effettivamente libero. Quindi la libertà non diventi un pretesto per essere egoisti perché questa è falsa libertà. Ma «siate al servizio gli uni degli altri»

«[14]Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. [15]Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri! [16]Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne» (Gal 5, 14-16).

C’è anche un po’ di sarcasmo in Paolo in questo suo modo di parlare ai cristiani invitandoli a non distruggersi del tutto.

Spirito con la “S” maiuscola; carne nel senso non del corpo, ma della natura umana debole ed inclinata all’egoismo. Della natura umana che fa le cose per paura, difendendosi e quindi ponendosi di fronte agli altri in un atteggiamento di rifiuto o di aggressività. Questa è la carne.

Per cui bisogna che ci sia una scelta di campo e che sia lo Spirito a guidare le scelte del cristiano e non la carne che è contraria allo Spirito.

«[17]la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. [18]Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge» (Gal 5, 17-18).

Nel capitolo 7° della lettera ai Romani si parlava della schizofrenia spirituale: l’uomo vive al suo interno una lacerazione per cui desidera una cosa, ma ne fa un’altra, desidera il bene e fa il male. Quindi l’uomo lotta ma è una lotta senza speranza; l’uomo con le sue forze non riesce a tirarsi fuori da quella condizione di egoismo in cui si trova. Sarebbe paradossale che l’uomo potesse fare da solo; paradossale perché se per ipotesi lo facesse da solo si sentirebbe bravo e quindi cadrebbe dentro al cerchio del suo egoismo e del suo orgoglio. È solo nelle favole che una persona riesce a tirarsi su per i capelli; nella realtà la liberazione è un dono che l’uomo riceve.

«[19]Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, [20]idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, [21]invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio» (Gal 5, 19-21).

Tre parole che riguardano la vita sessuale, sono gli elementi che appaiono subito a prima vista, quelli immediati.

Ci sono poi due parole – idolatria e stregoneria – che riguardano la vita religiosa, la deformazione della vita religiosa: sono quegli atteggiamenti con cui l’uomo pensa di impossessarsi delle forze soprannaturali per il suo bene o per il male degli altri; ad esempio la fattura e cose simili sono l’illusione per l’uomo di possedere forze soprannaturali. Sono questi riti un atteggiamento diffuso al tempo di Paolo, ma che, guarda caso, tornano ad esserci oggi con stregonerie, maghi, magie, formule strane che secondo gli autori sono capaci di trasformare il mondo. Questo succedeva pari pari al tempo di Paolo. Con la deformazione della vita religiosa l’uomo abbandona il Dio vivo e vero e viene a cadere in balia di idoli stupidi.

Poi ci sono una serie di parole, sono 7, che riguardano la deformazione della vita sociale: inimicizie, discordie…

Tutte queste sono le mancanze di carità. La deformazione del rapporto con gli altri che anziché essere un rapporto d’amore diventa un rapporto di sfruttamento, di odio, di contrapposizione ecc.

Poi ci sono due parole – ubriachezze e orge – che fanno riferimento alla perdita di equilibrio dell’uomo: l’uomo che non è più capace di usare delle cose al suo servizio ma che si getta via, si perde nelle cose; invece di essere il padrone delle cose ne diventa in qualche modo lo schiavo, ha perso l’autocontrollo, ha perso il senso della sua dignità, del suo valore.

Questi sono i frutti della carne.

«[22]Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; [23]contro queste cose non c’è legge» (Gal. 5, 22-23).

Il frutto dello Spirito. Notate che Paolo prima ha parlato delle opere al plurale, adesso parla del frutto al singolare e penso che voglia dire, tra le tante cose, che mentre la carne tende alla divisione (l’egoismo tende a dividere e a contrapporre), lo Spirito tende ad unificare, tende alla comunione, tende a mettere insieme, tende alla fraternità.

Ci sono 9 parole che esprimono l’atteggiamento interiore dello Spirito, che si esprime in comportamenti concreti. Queste parole fanno riferimento a delle esperienze anche esterne. L’amore opera anche concretamente, esternamente così come la gioia, così come la pace, la pazienza e la benevolenza… Queste sono tutte cose concrete e visibili ma non sono altro che il frutto esterno della presenza dello Spirito, dello Spirito nel cuore dell’uomo. Sono quello stile secondo cui il cristiano costruisce la sua esistenza.

Parlavo prima dei materiali diversi. Se uno fa il prete, o se uno fa l’insegnante, o fa il medico, o fa il ragioniere, il materiale con cui ha a che fare è diverso. Il materiale concreto di ognuno è diverso ma lo Spirito è lo stesso.

Amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza… questi devono essere lo stile di qualunque tipo di esistenza cristiana. Tu gestisci la tua vita, ma secondo questo stile. Gestisci la tua vita vuol dire che devi prenderla così com’è. A me piacerebbe avere un carattere diverso in alcune cose, ma non mi interessa, non mi dovrebbe interessare. Il materiale che io ho da gestire è il mio carattere. È con il mio carattere che io debbo fare la mia vita, con quello lì. Non conta che sia il più bello, il migliore, il più lodevole, quello che corrisponde ai miei sogni ecc. È quello lì il materiale; non conta il materiale. Quello che conta è quello stile con cui il materiale viene trasfigurato e diventa portatore dello Spirito del Signore. Diventa quindi un’immagine la più gloriosa possibile, la più bella possibile, di quella bellezza che è propria di Dio o che, se volete, è propria di Dio in Gesù Cristo.

Questa mattina parlavamo del Vangelo come annuncio della grazia di Dio che rinnova l’uomo peccatore. Bene, questo rinnovamento, questa trasformazione dell’uomo peccatore è effetto dello Spirito, è frutto dello Spirito e produce nel cristiano questa somiglianza non tanto esterna quanto interiore con Gesù, che si manifesta anche in gesti concreti, ma sempre secondo quello stile che Paolo ha descritto nella lettera ai Galati.

* Documento rilevato come amanuense dal registratore, scritto in uno stile parlato e con riferimenti biblici, ma non rivisto dall’autore.