MI SFORZO DI CORRERE PER CONQUISTARLO – 4

Parrocchia San Pellegrino
Esercizi Spirituali
dal 30-31 Agosto al 1-2 Settembre 1991

Mi sforzo di correre per conquistarlo,
perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (Fil 3, 12)

Sabato, 31 Agosto 1991

Liturgia, Letture: 1 Ts 4, 9-11; Mt 25, 14-30.

Omelia Santa Messa

Tutto il dramma di questa parabola si gioca sul significato del donare, ricevere, restituire o possedere.

Partiamo dalla seconda scena: ci sono persone che hanno una certa ricchezza in talenti (5 talenti, 2 talenti, 1 talento solo) e possiamo intenderli quello che vogliamo; il Vangelo non dice né che questi siano semplicemente i doni dello Spirito Santo, né che siano le doti naturali… niente. Sono certamente un patrimonio.

Ma deve essere valutato questo patrimonio e quindi come deve essere gestito? Per capire bene che cosa è questo patrimonio bisogna ricordare la prima scena:

«[14]Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. [15]A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì» (Mt 25, 14-15).

“Partì”, vuole dire che questo uomo non è presente sulla scena concreta. Là dove si gestiscono i talenti il padrone dei talenti non c’è; ci sono semplicemente dei servi che possono fare dei talenti proprio quello che vogliono perché il padrone è lontano, è partito per un viaggio. Ma la prima scena ci sottolinea che i talenti sono DONO del padrone, è lui che li ha messi nelle mani dei servi, non sono il frutto dell’impegno dei servi, non è che hanno lavorato tanto per riuscire a possedere quei 5 o 2 o 1 talento. No! Li hanno ricevuti proprio gratis senza nessun loro impegno, senza nessun loro merito; li hanno ricevuti sulla fiducia; è il padrone che, convinto che sappiano arrangiarsi nel gestire i suoi beni, li ha messi nelle loro mani.

Questa prima scena è evidentemente fondamentale per capire la vita. Nella vita si parte sempre con dei talenti che si sono ricevuti in dono; se non altro l’esistenza stessa, la nostra biologia, la cultura che i genitori ci hanno trasmesso, il saper camminare, il saper scrivere ecc. Tutte queste cose le abbiamo ricevute gratis, partiamo con un patrimonio gratuito.

Questo chiaramente vale infinitamente di più per quanto riguarda la vita dello spirito. Tutto quello che dal punto di vista del rapporto con Dio possiamo avere è puro DONO del Signore; però dono messo nelle nostre mani di cui possiamo fare quello che vogliamo.

Possiamo fare quello che vogliamo per modo di dire. Nella seconda scena il padrone non c’è, ma nella terza scena c’è ancora; è lontano per un viaggio, adesso, ma torna, e torna per fare i conti.

Come fa i conti il padrone? In un modo semplicissimo: tratta ciascuno secondo il modo in cui lui vuole essere trattato.

Prendete i due servi che hanno ricevuto 5 e 2 talenti; hanno ricevuto e che cosa hanno fatto? DONANO. Il primo aveva ricevuto 5 talenti e ne restituisce 10; fa un bellissimo regalo al suo padrone. Quindi ha fatto della sua vita un dono, ha speso il suo tempo, le sue energie, e il frutto lo regala al padrone. Dona.

Il padrone allora gli aumenta infinitamente il dono “Entra nella gioia del tuo padrone”.

In altri termini: la vita di queste due persone si gioca nel dinamismo del dono: hanno ricevuto gratis…, donano gratis…, ricevono all’infinito gratis. Tutto si gioca in questa atmosfera del dono e vengono trattati come hanno scelto di essere trattati. Hanno scelto come legge della loro esistenza il donare, bene il padrone dona a loro; e siccome il padrone pare che sia infinitamente ricco, il dono che da a loro è infinitamente grande, non è misurato.

Il Vangelo non dice che regala a loro 27 talenti, per esempio, ma gli dice: “Entra nella gioia del tuo padrone”, quindi vuole dire proprio tutto, tutto. Quello che è la vita, la gioia, la ricchezza, la consolazione del padrone diventa dei primi due servi, quindi un dono infinitamente grande.

Il terzo servo invece ha ragionato diversamente. Ha detto:

«[24]Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso» (Mt 25, 24).

Questo non è vero perché in realtà il padrone aveva seminato e sparso, infatti aveva distribuito i talenti. Comunque il servo considera il suo padrone come un padrone duro, un padrone che non dona niente e siccome il padrone non dona niente, non dona niente lui; e siccome lui non dona niente il padrone non gli dona niente, anzi alla fine gli porta via il solo talento che aveva. Non ha voluto la legge del dono, ha voluto solo la legge dell’affermazione di sé, che stia con quello che ha, cioè con niente. Non aveva niente il servo e l’unico talento che aveva gli era stato regalato, gli era stato donato. Ha scelto la legge del non-dono e viene trattato come ha voluto. Ha pensato che il padrone fosse duro… e il padrone è di fatto duro. Ha pensato che il padrone miete dove non ha seminato… e il padrone gli porta via quello che gli aveva donato. Quindi viene trattato con la sua moneta, con il modo in cui ha scelto dì comportarsi.

Traduciamo:

Noi siamo nella seconda scena; la nostra vita è la seconda scena della parabola, quella in cui il padrone è lontano.

Avete tutti una ricchezza di qualità, di doni (dal punto di vista fisico, intellettuale, psichico, emotivo, spirituale, ecc.). Bene. Arrangiatevi! Fate quello che vi pare; però ricordatevi che alla fine venite trattati secondo il criterio che avete scelto di usare.

Se scegliete il criterio del dono… alla fine Dio userà il criterio del dono con voi. Se scegliete il criterio della gratuita… Dio userà la gratuità verso di voi.

Ma se scegliete il criterio della stretta giustizia… Dio vi tratterà secondo stretta giustizia e se scegliete il criterio della rapina… Dio vi rapinerà.

Cioè userà quel criterio che usate voi, tenendo però presente che Lui per primo ha usato con voi il criterio del DONO. Prima che dobbiate scegliere ricordatevi che Dio nei vostri confronti ha scelto la via del dono. Quindi non cambiate strada!! State nella linea che il Signore ha scelto nel rapporto con voi, e se state in questa linea il Signore la confermerà, la porterà fino alla generosità infinita.

Ma che cosa vuole dire trasformare la propria vita in dono? Che cosa vuole dire scegliere la logica del dono?

Quello che abbiamo ascoltato nella prima lettura:

«[9]Riguardo all’amore fraterno, non avete bisogno che ve ne scriva; voi stessi infatti avete imparato da Dio ad amarvi gli uni gli altri» (1 Ts 4, 9).

È questa una affermazione stupenda!! Avete imparato da Dio ad amarvi gli uni gli altri. L’amore non lo avete inventato e non lo avete nemmeno imparato dagli altri. Lo avete imparato da Dio. Per noi ha donato la sua vita, per noi. Quindi abbiamo imparato che Dio è Amore e in questo abbiamo imparato ad amarci gli uni gli altri. In fondo la fede non ci insegna altro; il contenuto della fede è il grande insegnamento che Dio ci da sull’Amore.

Voi avete imparato, non siete quindi nelle tenebre, nell’incertezza, sapete che Dio vi ha amato e che quindi questo è il senso della vostra vita, e – continua San Paolo –

«[10]e questo voi fate verso tutti i fratelli dell’intera Macedonia. Ma vi esortiamo, fratelli, a farlo ancora di più [11]e a farvi un punto di onore: vivere in pace, attendere alle cose vostre e lavorare con le vostre mani, come vi abbiamo ordinato, [12]al fine di condurre una vita decorosa di fronte agli estranei e di non aver bisogno di nessuno» (1 Ts 4, 10-12).

Non accontentatevi fratelli di quell’amore che vivete nel rapporto con gli altri: di quella sincerità, generosità, pazienza che adesso avete raggiunto. Dal punto dove siamo – insegna San Paolo nella lettera ai Filippesi – andiamo ancora avanti sempre per quella medesima linea, sempre nella linea dell’amore e della carità. C’è ancora da camminare, c’è ancora da correre, c’è ancora da crescere!

Tutto quello che avete come dono lo dovete mettere in gioco, nella partita della vita, nella partita della carità e dell’amore.

L’esortazione di San Paolo è molto sobria; non chiede delle cose strampalate, delle cose enormi, eroiche da perdere la propria vita. No! Chiede delle cose quotidiane e tranquille: vivere in pace, lavorare con le proprie mani in modo da non dare scandalo a nessuno e di non avere bisogno di nessuno. Naturalmente si intende questo in senso negativo perché abbiamo tutti bisogno gli uni degli altri, ma c’è un fare portare i pesi della propria vita agli altri che è l’atteggiamento dello scarica barile; c’è qualcuno che ha imparato che se uno lavora per due lui può anche non fare niente ed è questo che Paolo vuole escludere.

Quindi una esortazione molto concreta, ma bisogna partire da qui, senza fare dei sogni astronomici, ma sul quotidiano con quella pace e affabilità che può davvero aiutarci a costruire un tessuto fraterno più solido e anche un tessuto sociale più autentico e più vero.

Facendo questo uno gestisce bene i suoi talenti, ha fatto dei suoi talenti un dono: li ha ricevuti in dono, li spende in dono, riceverà in dono la vita eterna “entra nella gioia del tuo Signore”.

Lo chiediamo proprio al Signore che ci faccia gustare questo desiderio della comunione con Lui e che ci tolga quei blocchi di paura che ci rendono egoisti, che ci danno l’ansia di perdere qualche cosa di noi stessi e della nostra vita; e che ci dia invece la gioia di arricchirci gli uni gli altri con i doni che Lui stesso ci ha donato per primo.