MI SFORZO DI CORRERE PER CONQUISTARLO – 3

Parrocchia San Pellegrino
Esercizi Spirituali
dal 30-31 Agosto al 1-2 Settembre 1991

Mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (Fil 3, 12)

31 Agosto 1991

Prima Meditazione

Abbiamo visto l’affermazione del Prologo del Vangelo di San Giovanni secondo cui il Verbo fatto carne è pieno di grazia e di verità.

Di per sé il significato sarebbe che il Verbo è pieno di quel dono che è la rivelazione di Dio. Il Dio della Bibbia è fondamentalmente un Dio che si rivela: si è rivelato in alcune opere di salvezza (come la liberazione dall’Egitto); si è rivelato in una serie di parole (come gli oracoli profetici); ma il culmine della rivelazione è una persona.

Al di là dei gesti e delle parole il culmine è la persona stessa del Verbo. Gesù rivela Dio non solo perché dice delle parole giuste su Dio, e neanche perché compie delle opere che rivelano la potenza di Dio (come i miracoli) ma la sua stessa esistenza, la sua presenza in mezzo agli uomini, la sua vita e la sua morte portano la gloria di Dio in sé, portano la bellezza e la rivelazione di Dio in sé.

Si tratta quindi di conoscere questo Signore.

Lo conosciamo dal punto di vista esterno (attraverso la conoscenza delle sue parole e dei suoi gesti), lo conosciamo meglio attraverso un rapporto di simpatia, poi attraverso quell’atto di fede con cui lo riconosciamo come Figlio di Dio.

Ma nemmeno questo basta, c’è un passo ulteriore da fare; San Paolo dice:

«[10]E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, [11]con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti» (Fil 3, 10-11).

Tradotto questo vuole dire che la conoscenza della fede deve diventare, se vuole essere seria, imitazione nella vita, sequela nella vita. La fede comporta una esperienza di condivisione del cammino stesso del Signore, sofferenza e morte comprese. Certamente non per il gusto della sofferenza e della morte, il gusto è la Risurrezione, ma il cammino verso la Risurrezione passa necessariamente anche attraverso l’esperienza dolorosa delle sofferenze e del fallimento. Esperienze che Paolo ha fatto abbastanza frequentemente.

Noi facilmente abbiamo di Paolo l’immagine (tramandataci da Luca) di un apostolo che ha predicato in tutto il bacino del Mediterraneo, fondando delle comunità cristiane, ottenendo dei successi e dei riconoscimenti per cui la comunità cristiana primitiva è fondamentalmente paolina: negli Atti degli Apostoli dal cap. 13° e soprattutto dal 16° in poi, Paolo è dominante e si pub dire che la storia della Chiesa si identifica con la predicazione paolina.

Questa è un’immagine giusta ma parziale: Paolo è sì il grande predicatore ma Paolo è anche, e forse soprattutto, l’apostolo sofferente. Paolo è quell’apostolo che porta nella sua carne la morte di Cristo, la sofferenza stessa di Cristo e che spera, con questa sofferenza, di giungere e di produrre la vita nei cristiani ai quali annuncia il Vangelo.

Nella seconda lettera ai Corinzi, Paolo scrive:

«[8]Non vogliamo infatti che ignoriate, fratelli, come la tribolazione che ci è capitata in Asia ci ha colpiti oltre misura, al di là delle nostre forze, sì da dubitare anche della vita. [9]Abbiamo addirittura ricevuto su di noi la sentenza di morte per imparare a non riporre fiducia in noi stessi, ma nel Dio che risuscita i morti. [10]Da quella morte però egli ci ha liberato e ci libererà, per la speranza che abbiamo riposto in lui, che ci libererà ancora» (2 Cor 1, 8-10).

Paolo ha ricevuto una condanna a morte o una situazione dalla quale ormai gli pareva impossibile scappare e questa situazione per lui non è casuale, ma rientra nel progetto di Dio su di lui, e nei versetti precedenti Paolo lo ha detto esplicitamente, perché dice che Dio lo ha consolato:

«[3]Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, [4]il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio» (2 Cor 1, 3-4).

Quindi il dramma di afflizione e consolazione di cui è fatta la vita di Paolo, e di cui è fatta la vita di ogni uomo, non è casuale ma fa parte del suo modo di essere apostolo.

Paolo è apostolo con le parole che dice? Senza dubbio. Ma Paolo è apostolo con le sofferenze che sopporta; non sono una appendice: sono il segno della serietà, il segno che Paolo il Vangelo lo prende davvero sul serio e lo paga con la sua esistenza; sono il segno che il Vangelo ha messo l’impronta del Cristo sofferente nella vita di Paolo. In fondo il Vangelo è l’annuncio di salvezza nella croce di Cristo, portare dunque le stigmate della croce, le stigmate del crocifisso vuole dire avere in sé, nella propria carne, il segno del Vangelo.

Per avere un’idea della vita interiore di Paolo bisogna leggere la seconda lettera ai Corinzi in cui egli mette anudo la coscienza che ha di se stesso e la mette a nudo perché è contestato, perché nella comunità di Corinto sono venuti alcuni, che Paolo chiama superapostoli, i quali dicono che Paolo è un apostolo di seconda categoria e i veri Apostoli sono i 12, quelli che abitano a Gerusalemme, mentre lui è venuto dopo, è uno che ha perseguitato la Chiesa e non c’è da fidarsi di lui, delle sue parole.

Di fronte a questo, Paolo reagisce con durezza perché è convinto che il Vangelo che predica non sia stato inventato da lui ma di averlo ricevuto da Cristo; non pub lasciare che il Vangelo di Cristo sia deformato, che qualcuno introduca delle alterazioni in quello che è il cuore della salvezza così come gli è stata rivelata.

Allora deve difendere il suo apostolato, non la sua persona. E come lo difende?:

«Però in quello in cui qualcuno osa vantarsi, lo dico da stolto, oso vantarmi anch’io. [22]Sono Ebrei? Anch’io! Sono Israeliti? Anch’io! Sono stirpe di Abramo? Anch’io! [23]Sono ministri di Cristo? Sto per dire una pazzia, io lo sono più di loro: molto di più nelle fatiche, molto di più nelle prigionie, infinitamente di più nelle percosse, spesso in pericolo di morte. [24]Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i trentanove colpi; [25]tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. [26]Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; [27]fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. [28]E oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese. [29]Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non ne frema?» (2 Cor 11, 21b-29).

Paolo fa l’elenco dei suoi patimenti. Perché? Perché sono il segno che è un apostolo autentico; dirà nella lettera ai Galati che nessuno gli dia fastidio perché lui porta le stigmate di Cristo nella sua carne; le stigmate sono le sue sofferenze, sono quello che lui ha patito per il Signore e che quindi non vengano altri a contestare il suo apostolato perché è “firmato” dalla croce del Signore.

Sempre nella seconda lettera ai Corinzi Paolo scrive:

«[10]portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. [11]Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale. [12]Di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita» (2 Cor 4, 10-12).

In noi opera la morte in quanto apostoli, ma in voi la vita proprio come effetto del nostro apostolato. In questo modo vi annunciamo il Vangelo e il Vangelo produce la vita in voi; ci costa la morte ma non interessa; importante è che produca la vita.

Questo modo di ragionare di Paolo dice che cosa intende quando parla di conoscere Gesù Cristo: di una conoscenza che giunge alla partecipazione della croce del Signore, delle sue sofferenze e della sua Risurrezione. Non è che a Paolo interessi la sofferenza in quanto tale, quello che a Paolo interessa è la vita; la vita dei cristiani ai quali annuncia il Vangelo, e la sua stessa vita. Ma proprio perché la vita richiede questo, è disposto a donarla:

«Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12, 24).

La legge evangelica della vita è questa e Paolo seguendo Gesù Cristo ha vissuto questa medesima esperienza.

Continuiamo la lettura della lettera ai Filippesi che fa da traccia ai nostri esercizi:

«[12]Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo. [13]Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, [14]corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù» (Fil 3, 12-14).

Paolo dunque presenta la sua vita come una corsa. In questa corsa Paolo è stato raggiunto da Cristo. Cristo gli è corso dietro e sulla via di Damasco ha raggiunto il suo traguardo: Paolo.

A quel punto la corsa si inverte. È Paolo che comincia a correre e deve correre dietro a Gesù Cristo per raggiungerlo, e tutta la vita, tutto l’apostolato di Paolo è un raggiungere Cristo perché Cristo ha raggiunto Paolo; è un camminare verso di Lui.

Al termine della vita c’è esattamente questo e per Paolo l’atteggiamento corretto della sua vita, e della vita del cristiano che presenta ai Filippesi, è proprio questo: la consapevolezza di non essere ancora arrivato.

Il pensare di essere arrivati sarebbe arroganza o presunzione e toglierebbe l’impegno del cammino. Invece la vita del cristiano è un pellegrinaggio e rimane un pellegrinaggio. La struttura del nomadismo aveva segnato tutta la vita di Israele e rimane; anche se dal punto di vista sociologico il nomadismo è superato da millenni, ma dal punto di vista della esperienza quel nomadismo rimane impresso dentro la sua concezione di vita. Per cui vivere vuol dire camminare verso… camminare verso la terra promessa; e anche quando Israele e in Palestina non è ancora arrivato, per cui la lettera agli Ebrei dirà che i patriarchi hanno solo visto e salutato di lontano la terra promessa. L’hanno vista quindi ne hanno sentito tutta la gioia e il desiderio, ma l’hanno solo salutata da lontano, non l’hanno raggiunta. Ma proprio perché l’hanno vista non c’è nessuna disperazione nel loro cammino: se anche devono camminare tutta la vita senza arrivare alla mèta questo non vuole dire disperarsi, avvilirsi; la mèta è là, ed è esattamente per loro.

Paolo ha davanti a sé Gesù Cristo, camminerà tutta la vita per raggiungerlo, ma non si lascerà avvilire da fallimenti, insuccessi, abbattimenti anche psicologici… la mèta è ancora lì, come quella che determina la corsa di Paolo.

Questa immagine della corsa domina, i primi versetti del cap. 12° della Lettera agli Ebrei:

«[1]Anche noi dunque, circondati da un così gran nugolo di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, [2]tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia, e si è assiso alla destra del trono di Dio. [3]Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. [4]Non avete ancora resistito fino al sangue nella vostra lotta contro il peccato» (Eb 12, 1-4).

La lettera agli Ebrei – dicono – è un’ omelia rivolta a una comunità cristiana in crisi, che sente la fatica della perseveranza e quindi la tentazione di tornare indietro, di mollare l’impegno del cristianesimo, della fedeltà cristiana.

A questa comunità in crisi la lettera agli Ebrei nel cap. 11°, ha fatto una lunga storia che è la storia della salvezza presentata come una galleria di immagini di esistenza di fede; è una specie di storia della fede che incomincia dal giusto Abele e che attraversa i patriarchi e tutti gli uomini che hanno dato un esempio di fede.

E in che cosa consiste la fede? Per la lettera agli Ebrei fondamentalmente si identifica con la speranza, con la capacità di vedere l’invisibile e di camminare verso l’invisibile senza lasciarsi abbattere dagli ostacoli; la fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono. Allora tutte queste persone hanno camminato alla ricerca di cose che non possedevano, hanno fatto della loro vita un itinerario di speranza e sono arrivati al traguardo.

Ora – dice la lettera agli Ebrei – tocca a noi correre, siamo noi nello stadio a dover fare il nostro percorso, la nostra parte di staffetta; ci hanno trasmesso il testimone e ora corriamo noi mentre loro sono là a fare come il tifo per noi, a tenere la nostra parte con il desiderio che anche noi possiamo arrivare alla meta come sono arrivati loro:

«[1]Anche noi dunque, circondati da un così gran nugolo di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti» (Eb 12, 1).

In questa corsa, che è la vita cristiana, ci sono due ostacoli:

1) il peccato; che vuol dire sbagliare strada: se c’è qualcosa di negativo è proprio lo sbagliare strada perché bisogna tornare indietro e fare il doppio di fatica. Quindi bisogna deporre il peccato perché fa sbagliare strada.

2) Ma bisogna deporre anche tutto ciò che è di peso. È evidente che se devo fare 100 m. non prendo uno zaino con chili di peso perché correrei adagio, mi trascinerei, e invece devo correre e correre vuole dire essere libero da impacci. Allora anche le cose belle e buone che ci sono nella vita, ma che diventano delle, preoccupazioni troppo pesanti, bisogna lasciarle da parte.

Per correre davvero non bisogna lasciare da parte solo il peccato ma anche quello che è di impaccio, quello che dal punto di vista oggettivo non è male, non è ingiustizia ma che rende lento e faticoso il cammino; bisogna essere sciolti nei movimenti per correre bene.

«[12.2a] tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede».

Per avere un orientamento preciso, per non sbagliare la mèta, per non andare alla deriva (perché la deriva, anche senza cattiva volontà, è inevitabile nel cammino della vita) bisogna puntare su Gesù.

Sembra che questo sia l’unico testo del Nuovo Testamento in cui si attribuisce a Gesù la fede; sembra presentare Gesù come il modello della fede, quello in cui la fede manifesta pienamente tutta la sua virtualità, il suo significato.

Non c’è dubbio che Gesù è quello che ha vissuto il cristianesimo, è il cristiano pienamente compiuto, quindi è Lui che dobbiamo avere davanti come modello; ma perché?

«[12.2b] Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia, e si è assiso alla destra del trono di Dio».

La prima parte di questa frase è interpretata in modo diverso dagli autori: ci sono quelli che fanno riferimento alla tentazione all’inizio della vita di Gesù – «In cambio della gioia che gli era posta innanzi» – quindi rifiutando quella gioia che il Satana gli aveva proposto Gesù ha scelto la croce disprezzando l’ignominia.

C’è un altro modo di leggere questa frase che interpreta quella gioia come la gioia della Risurrezione e vuole dire: proprio perché ha orientato la sua vita alla gioia della Risurrezione non ha avuto paura di sottomettersi alla croce.

Quindi la gioia pub essere interpretata in questi due modi diversi: o una gioia negativa che Gesù ha rifiutato, o come una gioia positiva che ha motivato anche la sua Passione.

Ma a parte questa distinzione di interpretazione, il senso della frase è molto importante: Gesù si è sottoposto alla croce disprezzando l’ignominia. Questo «disprezzando l’ignominia» è un poema perché vuole dire che Gesù non ha avuto paura della vergogna.

La croce è sofferenza, ma la croce è vergogna, è umiliazione, è un supplizio che è indegno alla persona umana, è il supplizio che i romani non si attentavano a imporre a dei concittadini perché sarebbe stato un abominio per Roma stessa.

Ma è esattamente questo quello che è posto di fronte a Gesù, e Gesù ha disprezzato l’ignominia e vuole dire che non ne ha avuto paura, o meglio non ne ha avuto così tanta paura da tirarsi indietro.

Quella gioia che gli era posta innanzi, cioè quel cammino che il Padre gli aveva proposto, era per Lui così importante che l’umiliazione della croce non lo ha bloccato.

Questa è una affermazione grande.

Perché se c’è qualcosa che blocca sono sì le sofferenze, ma le umiliazioni sono quelle esperienze in cui abbiamo l’impressione che la nostra vita perda il suo significato e il suo valore.

Allora continua la lettera agli Ebrei…

«[12.3] Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. [12.4] Non avete ancora resistito fino al sangue nella vostra lotta contro il peccato».

Quindi per quanto abbiate sofferto non siete ancora pari, perciò non lasciatevi abbattere, ripartite con coraggio, fiducia senza lasciare che quelle piccole sofferenze che avete subito fino ad ora vi fermino.

Neanche il martirio ha bloccato Gesù Cristo, quindi non vi dovete lasciare bloccare dalle vostre sofferenze.

Direbbe Geremia:

«[12.5] Se, correndo con i pedoni, ti stanchi, come potrai gareggiare con i cavalli?» (Ger 12, 5).

È la parola di consolazione che Dio dà a Geremia.

È impressionante!

C’è Geremia che si lamenta e Dio che gli risponde che si lamenta per poco e gli capiterà di peggio. Quindi non ti abbattere perché le cose che dovrai sopportare andando avanti sono molto peggiori di quelle che hai vissuto fino ad ora; perciò rafforzati / non ti abbattere e riparti.

La lettera agli Ebrei richiama a questo coraggio della corsa.

A questo testo fondamentale della lettera ai Filippesi, che è certamente il testo più importante in cui Paolo parla della vocazione, ne aggiungiamo un altro tratto dalla lettera ai Galati:

«[11]Vi dichiaro dunque, fratelli, che il vangelo da me annunziato non è modellato sull’uomo; [12]infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo. [13]Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi, [14]superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. [15]Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque [16]di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, [17]senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco» (Gal 1, 11-17).

L’espressione dei versetti 15 e 16 Paolo l’ha copiata dal profeta Geremia il quale racconta così la sua vocazione:

«[4]Mi fu rivolta la parola del Signore: [5]Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni» (Ger 1, 4-5).

È interessante che la vocazione profetica o apostolica venga percepita come una dilatazione della propria esperienza di vita. È un allungamento, un ingrandimento: la mia esistenza è molto limitata nel tempo e nello spazio, ma al momento della vocazione questa specie di quadro salta.

«Prima di formarti nel grembo materno ti conoscevo». C’è quindi una radice che è antica (e non è solo la radice dei nonni o dei bisnonni), è una radice che tocca l’eternità stessa di Dio, è nella volontà di Dio che è radicato il mio piccolo frammento di tempo.

Così come «Ti stabilisco profeta delle nazioni» cioè il senso della tua vita acquista valore non solo per te o per la tua famiglia ma entra dentro al progetto di Dio che è un progetto universale. La vocazione di Geremia è una vocazione dilatata nel tempo e nello spazio.

La vocazione di Paolo è esattamente questo.

Quando Paolo ha incontrato Gesù sulla via di Damasco avrà avuto una trentina d’anni (non si sa di preciso) ma in realtà quella vocazione alla missione, all’apostolato era scritta dentro al codice genetico spirituale di Paolo; quello che viene a galla è la sua identità vera, è un nome che Dio aveva pronunciato da sempre, il nome di Paolo è un nome che Dio conosce e che ha pronunciato con amore dall’eternità, e Paolo è una persona che Dio si è messo da parte da sempre. Messo da parte, perché il termine consacrato che usa Geremia, e che usa Paolo, vuole dire esattamente questo: una persona che Dio si è riservata, una persona che Dio ha reso inabile alla vita sociale (per modo di dire), cioè non è fatta per la vita sociale, ma è fatta per l’annuncio del Vangelo e tutto il resto deve essere subordinato a questo.

Così come Geremia che si troverà effettivame-nte in difficoltà nei rapporti con gli altri: ha una voglia immensa di rapporti umani ma con le parole di Dio che deve annunciare, che sono tutte violenza e oppressione, come fa a trovare amici, a trovare 1persone che lo sopportano, e da questo punto di vista Geremia si troverà come un isolato a motivo della Parola di Dio: messo da parte.

Paolo ragiona in qualche modo nella stessa maniera; si sente riservato da Dio da sempre per l’annuncio del Vangelo.

Paolo – come ricordavamo – ha dovuto affrontare tutta una serie di opposizioni e non solo quelle da parte dei pagani ma anche le opposizioni da parte dei cristiani di origine giudaica che vorrebbero imporre ai pagani che si convertono la circoncisione e tutto il giogo della legge giudaica.

Questi cristiani nella lettera alla Chiesa della Galazia presentano Paolo come un falso apostolo perché dicono che annuncia non un Vangelo autentico ma annacquato: invece di predicare tutta la volontà di Dio predica la volontà di Dio con qualche eccezione, per esempio non predica la circoncisione, non predica le leggi sulla purità o impurità dei cibi.

Effettivamente tutte queste cose qui Paolo le toglieva dal cristianesimo; per lui non avevano alcun valore e per questo lo accusavano di essere un apostolo che addolcisce la pillola per renderla gradevole ai pagani; un apostolo che annuncia un Vangelo non pieno, non autentico, un Vangelo che ha perso la sua punta.

Paolo di fronte a un’accusa di questo genere deve per forza rispondere perché di mezzo c’è il valore del Vangelo. Si tratta di sapere se la salvezza è Gesù Cristo o la salvezza è Gesù Cristo più la circoncisione; se Gesù Cristo è tutto o è qualcosa a cui bisogna aggiungere qualcos’altro. Questo è in gioco.

Paolo allora spiega che il Vangelo che predica non se lo è inventato, anzi ha capovolto la sua mentalità; lui la pensava in modo radicalmente diverso, lui aveva un atteggiamento radicalmente opposto a questo, era un fariseo quindi la legge per lui era l’essenziale. Ma il Vangelo che ha ricevuto ha capovolto le sue convinzioni precedenti perciò non l’ha inventato lui ma se l’è trovato davanti, se l’è trovato come imposto da una rivelazione del Signore risorto:

«[11]Vi dichiaro dunque, fratelli, che il vangelo da me annunziato non è modellato sull’uomo (…). [15]Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque [16]di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani» (Gal 1, 11.15.16)

Proprio con questa convinzione ben radicata Paolo potrà dire:

«[8]Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema! [9]L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema! [10]Infatti, è forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo!» (Gal 1, 8-10).

Quindi Paolo è così convinto che il Vangelo che annuncia sia quello vero che chiunque venisse a cambiarlo dovrebbe essere considerato scomunicato, al di fuori della comunione con Dio, fosse anche un angelo, fosse anche Paolo stesso impazzito.

Qual è il Vangelo? Il Vangelo della giustificazione come grazia di Dio, grazia, grazia. Tutta la lotta di Paolo si gioca intorno a questa convinzione: che la vita cristiana è prima di tutto Grazia, cioè prima di tutto Dono, Dono.

Il cristiano deve impegnarsi in tutta la sua vita, dovrà amare il prossimo con tutto se stesso, e Paolo certamente non fa degli sconti negli impegni etici; cancella tutti quegli impegni di tipo rituale ma sugli impegni etici (impegno dell’amore fraterno e tutte le dimensioni della vita cristiana) non fa certamente degli sconti ma all’origine di tutto c’è la grazia, c’è il dono di Dio.

«[9]e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede» (Fil 3, 9).

San Paolo dice quindi che non vuole farsi grande davanti a Dio delle sue qualità e delle sue realizzazioni, ma vuole farsi trovare con quella giustizia che è un dono e di cui non può vantarsi.

Nell’ottica di Paolo se c’è qualcosa di cui l’uomo non può vantarsi è esattamente il Vangelo.

Quando una persona si vanta del Vangelo lo ha già deformato. Quando una persona si ritiene brava perché crede nel Vangelo e perché è cristiano, ha deformato il Vangelo perché il Vangelo è strutturalmente Dono, Dono.

Posso vantarmi di quello che ho ricevuto da qualcun’altro? Questo vale per tutta la vita perché è dono, ma vale in modo doppio per il Vangelo; se la vita è dono, il Vangelo lo è in modo doppio; è ancora di più perché il Vangelo non è solo donato all’uomo, ma donato all’uomo peccatore, quindi donato non solo a chi non ha dei meriti ma a chi ha dei demeriti; è l’uomo peccatore, quindi nemico di Dio, quello che riceve la grazia. Si tratta di accogliere questa grazia di Dio, questo dono con riconoscenza pura, con stupore puro.

Questo fonda tutta una esistenza impegnata.

Chi riceve il Vangelo in questo modo deve poi darsi da fare. Ma proprio perché la sua vita è fondata sul dono, questo darsi da fare non diventerà né un affanno infinito, né un vanto orgoglioso, ma diventerà un cammino fondamentalmente fiducioso e di riconoscenza nei confronti di Dio.

In altri termini la vita che ne viene fuori sarebbe una vita di libertà.

Al brano della lettera ai Filippesi aggiungiamo perciò Ebrei 12, 1-2 e Galati 1, 15-16.

* Documento rilevato come amanuense dal registratore, scritto con riferimenti biblici, ma non rivisto dall’autore.