MI SFORZO DI CORRERE PER CONQUISTARLO – 2

Diocesi Reggio Emilia
Parrocchia San Pellegrino
Esercizi Spirituali
dal 30-31 Agosto al 1-2 Settembre 1991

Mi sforzo di correre per conquistarlo,
perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo (Fil 3, 12)

31 Agosto 1991

Documento fornito da Copelli Marcello e ripreso da Ciani Vittorio.

Prima Meditazione

Con questa invocazione allo Spirito Santo proviamo a iniziare il nostro cammino di esercizi spirituali che ha il suo centro nella esperienza spirituale di San Paolo e naturalmente nel suo messaggio, nella sua predicazione, perché in lui l’esperienza personale e l’annuncio del Vangelo non sono certamente staccati tra loro ma uniti indissolubilmente.

È inevitabile che il punto di partenza sia una riflessione sulla conversione di San Paolo che ha un’importanza decisiva per lui, non solo come esperienza personale – ma dicono gli esperti – anche come riflessione teologica. Secondo questi esperti la teologia di San Paolo non è nata puramente in una riflessione intellettuale, ma ha le sue radici nell’esperienza personale di quest’uomo e in particolare nell’esperienza della conversione.

Forse ricordate che Sant’Agostino interpreta la dottrina paolina del Corpo Mistico come il risultato di una riflessione sulla conversione. Quando San Paolo incontra il Signore sulla via di Damasco e il Signore gli dice «Saulo, Saulo perché mi perseguiti?» in quella espressione – dice Sant’Agostino – c’era in germe il concetto di Corpo Mistico. Paolo non ha perseguitato Gesù Cristo, Paolo ha perseguitato la comunità cristiana; se dunque il Signore gli dice: «Perché mi perseguiti?» vuol dire che tra il Signore e la comunità cristiana c’è una misteriosa, ma reale, identificazione.

Questa è la lettura paolina del Corpo Mistico. La Chiesa è il corpo di Cristo – dirà Paolo. Dove l’ha imparato? Lì, nel momento della conversione, dice Sant’Agostino, riflettendo su quell’esperienza.

Non c’è dubbio che la conversione è il fondamento di tutto il suo impegno missionario. Sembra che Paolo non si sia mai convertito semplicemente per diventare cristiano; si è convertito immediatamente per diventare apostolo. Il Paolo cristiano non c’è, c’è solo il Paolo apostolo. Immediatamente il suo incontro con Gesù Cristo diventa un impegno di predicazione e di testimonianza apostolica.

Ma non solo. In quella esperienza sulla via di Damasco Paolo ha riconosciuto il volto di Gesù Cristo, la gloria di Dio, ha quindi visto in modo radicalmente nuovo Gesù di Nazareth.

Ne aveva sentito parlare, se ne era fatto un’idea, ma sulla via di Damasco questa idea va in frantumi e in Gesù Cristo il Signore gli appare come la rivelazione di Dio.

Quando Paolo dirà che in Lui abita la pienezza della divinità, dove lo ha scoperto questo? Sempre sulla via di Damasco; in quest’incontro che ha segnato il capovolgimento della sua vita.

Ma soprattutto sulla via di Damasco Paolo ha percepito quello che è il centro del suo vangelo, cioè la giustificazione mediante la fede. La “giustificazione mediante la fede”, vuole dire fondamentalmente: la gratuità del dono della giustizia. L’uomo è giusto per dono gratuito di Dio. Non è prima di tutto effetto di meriti che gli procurano la giustizia come un salario, ma è prima di tutto DONO che gli viene dalla bontà e dalla misericordia infinita di Dio.

Questo l’ha conosciuto chiaramente sulla via di Damasco perché se c’era uno che non poteva avanzare pretese nei confronti di Gesù Cristo quello era evidentemente San Paolo. Persecutore della Chiesa era agli antipodi, era il suo nemico personale, eppure sulla via di Damasco il Signore l’ha incontrato e lo ha accolto. Paolo si è sentito come sbalzato via dalle sue sicurezze per ricevere qualche cosa che non meritava affatto, che non aveva preparato affatto, e lì ha accolto l’essenziale della giustificazione come dono di Dio. “Giustificazione”, vuole dire: passaggio dalla condizione di peccato alla condizione di giustizia, da una condizione di ribellione a Dio a una condizione di amicizia con Dio; questo passaggio Paolo l’ha sperimentato come un puro dono. Quindi tutte queste cose che saranno al centro delle lettere e al centro della sua esperienza di fede, Paolo le ha incontrate, conosciute, ricevute per la prima volta a Damasco, sulla via di Damasco.

Che poi questa esperienza sia importante non solo per lui, ma per tutta la vita della Chiesa, anche questo non avrebbe bisogno di grandi dimostrazioni. Se il cristianesimo è diventato fondamentalmente universale ed ha assunto tutta la cultura greca nella sua ampiezza, questo è dovuto soprattutto alla predicazione di Paolo. L’apertura del Vangelo ai pagani non è esclusivamente sua, ma soprattutto sua. Si può dire che il futuro del Vangelo è dipeso in buona parte dalla sua attività, e non è un caso che negli Atti degli Apostoli San Luca racconti la conversione di San Paolo tre volte (nei capitoli 9°, 22° e 26°). Si potrebbe dire che è un po’ troppo ripetere per tre volte lo stesso racconto, sembra esagerato; me è evidente che per San Luca questo racconto doveva essere decisivo.

Siccome negli Atti degli Apostoli gli interessa la dilatazione della Parola di Dio che deve giungere fino agli estremi confini della terra, ha bisogno di riportare questa dilatazione della Parola di Dio prima di tutto alla conversione di San Paolo.

Come ne parla San Paolo della sua vocazione? Perché un vero e proprio racconto, così come si trova negli Atti degli Apostoli, nelle Lettere paoline non c’è. Addirittura qualcuno dice che il termine “conversione” non è il termine giusto. Per Paolo avere incontrato Gesù non voleva dire abbandonare la sua religione di un tempo (il giudaismo) ma voleva dire in fondo portarla alla perfezione, portarla a compimento; Gesù è il Messia, è il Messia di Dio, quindi la predicazione e la persona di Gesù sono il cuore dell’attesa ebraica.

La conversione, per Paolo, non vuole dire quindi il passaggio da una religione all’altra, però è vero che ha sperimentato questo incontro con il Signore come un capovolgimento della sua vita, e lo dice nel modo più chiaro e bello nella lettera ai Filippesi:

«[3]Siamo infatti noi i veri circoncisi, noi che rendiamo il culto mossi dallo Spirito di Dio e ci gloriamo in Cristo Gesù, senza avere fiducia nella carne, [4]sebbene io possa vantarmi anche nella carne. Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui: [5]circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; [6]quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge. [7]Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. [8]Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo [9]e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede. [10]E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, [11]con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti. [12]Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo. [13]Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, [14]corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù. [15]Quanti dunque siamo perfetti, dobbiamo avere questi sentimenti; se in qualche cosa pensate diversamente, Dio vi illuminerà anche su questo. [16]Intanto, dal punto a cui siamo arrivati continuiamo ad avanzare sulla stessa linea» (Fil 3, 3-16).

Inizia, San Paolo, enumerando le prerogative di cui gode per nascita o per impegno personale, quelle cose che dicono il suo vanto nella carne, cioè vanto nella condizione umana.

In altri termini Paolo dice che dal punto di vista umano ha molte qualità su cui fondare la sua sicurezza. Alcune di queste qualità Paolo le ha ricevute per nascita: il fatto di essere stato circonciso l’ottavo giorno, di appartenere alla stirpe di Israele (quindi al popolo eletto), di essere della tribù di Beniamino (quindi una delle tribù storiche di Israele: vi apparteneva il profeta Geremia e il re Saulo) quindi ha una radice buona.

Ancora, «ebreo da ebrei», quindi con un Ebraismo non nuovo, ma radicato; «fariseo quanto alla legge», questo è un privilegio che ha cercato lui.

Paolo è fariseo, la legge quindi per lui è un impegno al quale si è consacrato con tutto se stesso. Tanto, dice, da essere quanto a zelo persecutore della Chiesa: vede la Chiesa come un pericolo per l’ebraismo e si è messo a perseguitarla, ed è irreprensibile per quanto riguarda la giustizia che deriva dall’osservanza della legge. Quindi per quanto riguarda la legge nessuno lo pub rimproverare in niente, è a posto, senza macchia, senza peccato.

Queste sono le sue sicurezze umane e Paolo avrebbe potuto costruire la sua vita su queste cose.

Se volete fare l’esame di coscienza vale la pena che riflettiamo ciascuno su quali sono le sicurezze su cui fondiamo la nostra vita. Ciascuno deve avere qualche sicurezza; saranno i soldi, la cultura, le doti personali, i risultati che ha ottenuto con l’impegno, le doti psicologiche o le abilità di arrampicamento sociale…. in ogni modo ciascuno di noi ha le sue sicurezze. Il problema è sapere quali sono, in quali abbiamo posto la nostra fiducia, e notate che Paolo pone tra soldi, ma quelle che noi chiameremmo le sicurezze religiose: essere ebreo, essere un consacrato alla legge, entra per lui nelle sicurezze.

Poi aggiunge: «[3.7]Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo». E credo che la spiegazione migliore di questo strano atteggiamento di San Paolo la troviamo nella famosa parabola del fariseo e del pubblicano nel Vangelo di Luca:

«[9]Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: [10]«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. [11]Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. [12]Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo» (Lc 18, 9-12).

Questo è il ritratto di Paolo e prendetelo come un ritratto bello, perché non dice il Vangelo che il fariseo sia un bugiardo, che dica queste cose e poi non le faccia; no, le fa veramente. Digiuna due volta la settimana, che non era certamente obbligatorio, come non era obbligatorio pagare la decima su tutto quello che si possedeva; vuole stare esattamente nel sicuro per non avere rimproveri di alcun genere, gli interessa essere a posto davanti a Dio.

Questa era la condizione di Paolo, ma questa è la condizione che Paolo ha rifiutato, perché la considera spazzatura, una perdita.

Gli è accaduto che le sicurezze di prima si siano sciolte, quella altezza in cui pensava di abitare gli si è presentata come un abisso; c’è stato un capovolgimento della sua vita.

Badate, non è che Paolo fosse insoddisfatto del giudaismo: non era contento della sua religione, non era contento di se stesso, aveva dei sensi di colpa e per questo ha capovolto la sua vita. Per niente! Paolo si presenta nella lettera ai Filippesi come del tutto tranquillo per il suo modo di vivere l’esperienza religiosa; si tratta non di un’evoluzione nel cammino di Paolo, ma di una spaccatura. Quello che umanamente è un guadagno, diventa per lui una perdita.

Perché è una perdita quella ricchezza di meriti che Paolo si era guadagnata con la sua osservanza della legge? Perché tutto questo è sorgente di autosufficienza; perché tutto questo costruisce l’uomo che vive da se stesso e per se stesso.

Invece sulla via di Damasco Paolo ha percepito un altro modo di vivere: DAL SIGNORE e PER il SIGNORE. Quindi una vita non chiusa nel cerchio della sua esperienza, io per me, ma il Signore per me e io per Lui, quindi in un atteggiamento che capovolge l’ottica dell’esperienza di fede.

Paolo afferma che non gli interessa più la sua giustizia, quella che deriva dall’osservanza della legge e continua:

«[3.8]Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo [3.9]e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede».

Questa giustizia che deriva dall’osservanza della legge a Paolo non interessa più, gli interessa un’altra giustizia, quella che deriva da Dio come un dono, che si riceve come DONO da Dio.

Perciò c’è una giustizia che io mi procuro con le mie mani e c’è una giustizia che deriva dalla fede in. Cristo; Paolo ha abbandonato la prima per poter ricevere la seconda.

Ma che cosa vuol dire questo? Vuol dire che Paolo ha cambiato il significato della sua vita. Prima pensava alla sua vita come a un possesso che cercava di rendere il più ricco possibile, come un buon manager: con quel patrimonio che aveva cercava di arricchirsi quanto più era possibile. Poi è passato invece alla vita considerata come un dono, non come un possesso, non una vita che gli veniva da se stesso e che controllava da sé, ma come una vita che gli veniva dal Signore e che viveva per il Signore.

Se ci fate caso questa è la struttura semplicissima dell’atto di fede. Vivere di fede vuol dire esattamente questo: quando il Signore dice ad Abramo «Vattene dalla tua terra verso la terra che io ti indicherò», vuol dire: andare via da una terra che è possesso di Abramo per andare verso la terra che sarà dono di Dio. Vai da quello che tu possiedi a quello che io ti comunicherò.

Oppure quando Gesù chiama i discepoli ad abbandonare tutto e diventare pescatori di uomini è un invito a smettere di vivere con quello che possedevano (possedevano la sicurezza del pescatore) per ricevere qualcosa dal Signore e mettere Lui al centro della vita.

Bisogna passare da una vita egocentrica ad una vita di dono e di comunicazione, del vivere DAL Signore e PER il Signore.

Scriverà infatti San Paolo nella lettera ai Romani:

«[7]Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, [8]perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore. [9]Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi» (Rm 14, 7-9).

Allora la dimensione dell’ottica della fede è quella dello scambio, non del possesso. Si riceve tutto dal Signore e si dona tutto al Signore. Naturalmente il donare tutto al Signore si esprimerà nel dono agli altri; il dono della nostra vita al Signore vuol dire in concreto il dono della vita agli altri per i quali il Signore ha dato se stesso; l’ottica diventa esattamente quella dello scambio.

Anche le sicurezze etiche e religiose vengono sconvolte; non sono solo le sicurezze economiche che non contano, ma anche quelle etiche: la sicurezza della mia bontà, della mia religiosità, non è questo il fondamento della mia sicurezza, il fondamento della sicurezza è il fatto che Dio in Gesù Cristo mi ha voluto bene; di questo mi fido e da questo ricevo la mia esistenza di fede, ed è per Lui che cerco di orientare quello che io sono.

Continua San Paolo nella lettera ai Filippesi:

«[10]E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, [11]con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti».

Si tratta di giungere alla sublimità della conoscenza di Gesù mio Signore. Notate come questa piccola espressione “mio Signore” che è tipica ed è stupenda, vuole dire non che il Signore appartiene a ‘me e che io monopolizzo il Signore, ma il Signore che io percepisco come rivolto a me, con il quale ho un rapporto di intimità, di amicizia, di amore, di comunione.

Il Signore non è un maestro del passato di cui mi rimando una qualche traccia di insegnamento; no; il Signore è un Cristo presente e vivo che posso incontrare e al cui cospetto posso vivere, e mi interessa conoscere Lui, la potenza della sua risurrezione. Il conoscere vuole dire evidentemente non una conoscenza puramente intellettuale, ma quella conoscenza vitale che è propria dell’amicizia, che è propria dei rapporti interpersonali.

Il Vangelo di San Giovanni ricorda:

«[3]Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17, 3).

Dove conoscere il Padre e conoscere il Figlio non sono due cose diverse, ma sono un’unica esperienza, perché si conosce il Padre in Gesù Cristo e attraverso Gesù Cristo. Ora la conoscenza di Gesù Cristo è evidentemente una conoscenza esterna, sensibile. Gesù Cristo è carne, è umanità concreta allora si tratta di conoscere quello che Gesù Cristo dice e quello che Gesù Cristo fa. Quindi si tratta di imparare le sue parole, di contemplare le sue azioni, i suoi gesti e i suoi comportamenti.

C’è questa conoscenza esterna che è fondamentale; senza leggere il Vangelo facciamo fatica a conoscere Gesù Cristo, uno se lo pub immaginare, ma non è così facile che quello che immaginiamo sia il Gesù vero; c’è il rischio che ce lo facciamo secondo i nostri desideri, quindi una conoscenza esterna, che però deve diventare una conoscenza che nasce dalla simpatia.

Conoscere davvero una persona richiede un feeling, richiede una capacità di sintonia con quella persona; conoscere Gesù Cristo vuol dire questo: non basta sapere il Vangelo a memoria, ma bisogna avere simpatia per il Vangelo, bisogna che il nostro cuore sappia muoversi secondo il ritmo del Vangelo, secondo la narrazione e le parole di Gesù.

Ma non basta nemmeno questo. La conoscenza piena di Gesù è quella Che diventa rivelazione di Gesù e rivelazione vuol dire l’esperienza della Trasfigurazione.

Quando Gesù prende Pietro, Giacomo e Giovanni e sale sul monte, e li si trasfigura davanti a loro e diventa quindi- luminoso, bello (bello della bellezza di Dio), in quel momento i discepoli intravedono qualche cosa del mistero profondo di Gesù.

Questo vale un po’ anche nei nostri rapporti interpersonali.

Ciascuno di noi si porta dentro un mistero, una profondità che a volte si manifesta, e si spalanca un po’ il cuore e il mistero della persona.

Questo vale a maggior ragione per Gesù Cristo, perché Gesù ha una profondità di mistero grande; Gesù Cristo è la rivelazione del Padre, del volto di Dio, della misericordia e dell’amore di Dio.

Questo non sempre si vede; la carne non manifesta immediatamente questo fatto tanto che molta gente ha visto Gesù ma non si è accorta di nulla. Ma qualcuno se ne è accorto: Paolo se ne è accorto sulla via di Damasco e lo dice nella seconda Lettera ai Corinzi:

«[6]E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo» (2 Cor 4, 6).

Dio che nel primo giorno della creazione con la sua Parola ha squarciato le tenebre del mondo e ha creato la luce dicendo «Sia la luce…», quel Dio quindi che ha la potenza di fare risplendere la luce in mezzo al buio dell’ignoranza dell’uomo, bene, quel Dio rifulse nei nostri cuori che erano nelle tenebre e nell’oscurità.

Quando Paolo andava a Damasco aveva il suo cuore nelle tenebre, nella oscurità e dopo si è accorto che le tenebre del suo cuore sono state squarciate. Come? Con la rivelazione della conoscenza della gloria divina che rifulse nel volto di Cristo.

Il problema è un problema di volto, di faccia; è nel volto che si esprime l’identità vera, piena, di una persona; è il volto quello che ci interpella e al quale rispondiamo, che ci chiede e al quale ci rivolgiamo; è nel volto che le persone davvero si incontrano come persone non come cose.

Paolo ha incontrato il volto di Cristo e lo ha incontrato come volto glorioso e questo non vuol dire in senso superficiale. La gloria nella Bibbia è la bellezza di cui è fatto Dio. Dio oltre che Onnipotente, Onnisciente ecc. è Bello, è Bello di una bellezza luminosa, incorruttibile. Bene, Paolo ha visto la bellezza di Dio sul volto di Gesù e si è innamorato di quella faccia lì. Mentre fino a quel momento il volto di Cristo gli era apparso come un volto di eretico, un volto pericoloso, di nemico da combattere, da quel momento il volto di Cristo gli è apparso bello della bellezza divina, quindi attraente, in qualche modo se ne è innamorato: quell’atteggiamento per cui quando sei davanti a Gesù sei contento che Lui ci sia e sei contento che abbia detto proprio le parole che ha detto, e abbia fatto le azioni che ha compiuto; e sei contento che la sua vita diventi la regola della tua; sei contento che lui abbia veramente ragione; magari non sei un teologo, e non sai dire delle cose complicate e alte su Gesù Cristo, però sai dire «Signore, da chi andremo, tu hai parole di vita eterna»: sono contento che Tu hai ragione, che il Vangelo è una strada di vita; che c’è il volto di Dio sulla tua faccia, che c’è la bellezza di Dio nelle tue parole, che c’è lo splendore della parola di Dio dentro ai tuoi insegnamenti.

Questo è il cammino pieno della fede: bisogna partire dalla conoscenza esterna, altrimenti si va per illusioni; quindi bisogna partire leggendo il Vangelo, bisogna fare diventare questa conoscenza esterna una conoscenza di sintonia; poi bisogna lasciare che Dio squarci le tenebre del nostro cuore e ci faccia vedere il volto luminoso di Gesù.

Ma è Dio che fa questo.

Lo dico non come deresponsabi1izzazione, ma vuol dire che per raggiungere questa conoscenza della gloria di Gesù non si tratta di programmare un cammino, ma si tratta soprattutto di aprire il cuore e la coscienza alla rivelazione di Dio, alla testimonianza di Dio.

Il lavoro che tocca fare a noi è sgomberare la coscienza, il cuore, perché fino a che abbiamo troppe preoccupazioni o troppe paure è difficile che il nostro cuore diventi davvero capace di vedere la bellezza di Gesù; ma nel momento in cui il cuore assume un atteggiamento di docilità, di apertura, è Dio che dentro al cuore ti da la sicurezza che Gesù ha ragione, ti da la sicurezza che se spendi la vita secondo il Vangelo non la butti via ma la guadagni; è una sicurezza interiore, di coscienza; ci si possono fare tanti ragionamenti esterni, ma non è semplicemente la conclusione, il risultato di una serie di ragionamenti: è una sicurezza donata dallo Spirito Santo.

È di questo che abbiamo un bisogno grande perché è quella sicurezza che ci permette di vivere in mezzo al mondo, in mezzo alle fatiche, alle tentazioni della vita e alle paure della vita senza lasciarci sconvolgere troppo, ma mantenendo ferma la direzione della nostra vita secondo il Vangelo.

Quindi il fare risplendere questa conoscenza della gloria divina sul volto di Cristo.

Questo discorso lo trovate nel prologo del Vangelo di Giovanni:

«[14]E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1, 14).

San Giovanni che cosa ha visto? La carne.

I nostri occhi possono vedere solo l’umanità di Gesù; invece no!

Dice: «Noi abbiamo visto la GLORIA!». Si intende l’abbiamo vista nella carne; abbiamo visto la sua divinità, ma la divinità non si vede, non entra dentro all’ampiezza dello spettro a cui sono sensibili i nostri occhi; la divinità non si vede, eppure dice «abbiamo visto la sua gloria», la gloria che gli compete come unigenito Figlio di Dio pieno di grazia e di verità.

Conclusione.

La cosa importante sarebbe riprendere il testo della e fare quella riflessione a cui accennavamo: sicurezze… e noi possiamo vedere quali sono le nostre, quali sono le cose alle quali affidiamo la difesa della nostra vita, da un punto di vista esterno e da un punto di vista religioso.

Poi vedere qual è stato il cambiamento di Paolo, il passaggio da una vita interpretata come dono che si riceve dal Signore; una giustizia interpretata come auto edificazione (io mi rendo giusto) a una giustizia vista come dono (Dio mi rende giusto in Gesù Cristo e attraverso Gesù Cristo)… Quindi riflettere alla vita come dono e provare a pensare a tutte le conseguenze di questo modo di interpretare la vita, che è il modo di Abramo, che è il modo dei discepoli, che è il modo della parabola del pubblicano e del fariseo: il pubblicano non ha certamente nessun merito, ma la parabola termina dicendo che uscì dal tempio “giustificato”. Giustificato non vuole dire come la giustificazione per una assenza dalla scuola (che vuol dire scusato); giustificare nella Bibbia vuol dire rendere GIUSTO, vuol dire cambiare il cuore, vuol dire capovolgere la condizione interiore della persona.

Il pubblicano perché usci giustificato? Per DONO, per grazia di Dio, non certo per i meriti, anzi era pieno di peccati, ma proprio per questo Dio ha usato misericordia, lo ha purificato con l’abbondanza e la ricchezza del suo dono.

Allora bisogna renderci conto di questo e vedere che questa percezione della vita come dono si lega a una conoscenza nuova di Gesù: a Gesù visto non solo come interlocutore della nostra vita ma come rivelatore del Padre. Con i gradini della conoscenza di Gesù che bisogna percorrere tutti e tre:

  • quello della conoscenza esterna,

  • quello della conoscenza di amicizia,

  • quello della conoscenza di fede.

La rivelazione della bellezza, della gloria di Dio sul volto di Gesù.