MEDITAZIONI SUL VANGELO DI LUCA – 9

Diocesi Reggio Emilia
Esercizi spirituali alle Religiose
Clarisse cappuccine di Correggio
(dal 27 Agosto al 1° Settembre 1993)

Meditazioni sul Vangelo di Luca. 6.1

“Vi annunzio una grande gioia” (Lc 2, 10)

Fonte Sussidi Biblici n. 44 – 45. Edizione San Lorenzo, Reggio Emilia Agosto 1994

Documento ripreso dal Servizio Documentazione Diocesi Piacenza-Bobbio

Sesto Giorno

1 Settembre 1993

Prima Meditazione

Mons. Luciano Monari

“Un cammino di evangelizzazione con il Risorto”

Dopo l’annuncio della resurrezione, s. Luca ha un brano famoso, che si trova solo nel suo vangelo, e che è particolarmente affascinante. È l’incontro di Gesù con i due discepoli di Emmaus.

«13]Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, [14]e conversavano di tutto quello che era accaduto. [15]Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. [16]Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. [17]Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto triste; [18]uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». [19]Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; [20]come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso. [21]Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. [22]Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro [23]e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. [24]Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l’hanno visto». [25]Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! [26]Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». [27]E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. [28]Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. [29]Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro. [30]Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. [31]Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. [32]Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». [33]E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, [34]i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone». [35]Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane» (Lc 24, 13-35).

È un brano nel quale dobbiamo entrare anche noi, in qualche modo, mettendoci nei panni di questi due discepoli i quali, nel giorno di Pasqua, vanno da Gerusalemme verso un villaggio chiamato Emmaus.

Il vangelo di Luca è tutto orientato verso Gerusalemme. I vangeli sinottici, sono costruiti pressappoco allo stesso modo, ma il vangelo di Luca mostra questo orientamento verso Gerusalemme con una chiarezza e con una coerenza molto più grande degli altri vangeli.

C’è prima il ministero in Galilea, dove Gesù si rivela, fa miracoli, fa il discorso delle Beatitudini e, quindi, rivela il regno di Dio. Poi Gesù si dirige verso Gerusalemme e, dice s. Luca: «indurì il volto e si diresse verso Gerusalemme» (Lc 9, 51), cioè fece una scelta decisa e senza pentimenti.

Ma perché una scelta così importante e decisa? perché Gerusalemme è la passione, è la Pasqua: Gesù si dirige dunque verso Gerusalemme, perché vincendo ogni tentazione e ogni perplessità, assume sopra di sé il destino della passione, il destino della morte.

Nel vangelo di Luca viene detto ai discepoli di non muoversi da Gerusalemme fino a che riceveranno il dono dello Spirito.

Invece questi due discepoli se ne vanno: lasciano Gerusalemme, cioè vanno lontano dalla croce, dalla Pasqua del Signore; sono in crisi: la croce del Signore li ha messi in crisi.

Questa è la nostra tentazione; quando siamo in crisi e ci chiudiamo in noi, andiamo per la nostra strada, smettiamo di partecipare alla vita della comunità, alla vita della parrocchia, del paese; quando siamo in crisi cioè, ci defiliamo un poco: il che è esattamente l’opposto di quello che significa essere discepolo, essere cioè nella comunità, insieme con il Signore.

Questi due hanno lasciato gli altri: è un modo di vivere la crisi non giusto, però è molto vicino al nostro modo di sentire.

Per la strada, discutono e dialogano tra loro, “discorrevano e discutevano insieme”: non è venuto meno l’interesse per Gesù, per il vangelo. Finché il vangelo fa discutere, vuole dire che il cuore c’è rimasto attaccato: questi due discepoli sono ancora attaccati a Gesù Cristo, tanto da potere anche discutere violentemente (il verbo greco dice proprio che discutevano con una discussione violenta). È successo, quindi, per questi due discepoli, che il vangelo è diventato motivo di turbamento.

Il vangelo è una bella notizia e dovrebbe suscitare la gioia, trasmettere la pace; invece la vita di questi discepoli è triste e turbata, sconvolta.

Ma “mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro”: è un’espressione che dovremmo meditare e gustare ogni tanto. Quando l’uomo cammina per la sua strada con le sue sofferenze, con le sue tristezze, con il peso della vita, il Signore si mette a camminare con lui; il Signore cioè incrocia le nostre strade; è con noi e cammina con noi: prende l’iniziativa di andare incontro all’uomo triste, all’uomo deluso, al discepolo che è scoraggiato. In fondo, è proprio questo gesto di Gesù che esprime in gesti umani la misericordia di Dio: Gesù cammina con noi, si mette al nostro passo. Nel cap. 11° di Osea il Signore parla del suo popolo come di un bambino a cui lui ha dato il nome, e a cui ha insegnato a camminare, mettendosi, evidentemente al passo del bambino. Il papà, quando insegna al bambino a camminare, fa dei passettini piccoli, si mette al livello del bambino e non ha vergogna di limitare se stesso, le proprie capacità, le proprie forze: è l’amore che conduce verso questo atteggiamento. Gesù fa così: fa compagnia, ascolta, si fa amico discreto. C’è in questo, la delicatezza del Signore, il suo interesse per la persona umana: anzi, Gesù comincia il dialogo con una domanda: “Che cosa sono questi discorsi che state facendo fra voi lungo il cammino?”. È una domanda che fa riflettere: Gesù costringe i due discepoli a ripensare a se stessi: “Cosa stiamo facendo, perché abbiamo preso questa strada? Perché facciamo questi discorsi?” Una via di consapevolezza, che serve a Gesù per aprire lo spazio al vangelo.

Gesù vuole aprire nel cuore di questi discepoli lo spazio all’annuncio dell’azione di Dio, e lo fa esattamente con il dialogo, come succede molto spesso nei Vangeli. Un modello molto bello è il dialogo tra Gesù e la samaritana (Gv 4, 1-26). Questa donna legata alle cose sensibili, ha ricercato nella sua vita il piacere, ed è attaccata all’acqua del pozzo. Ebbene, tutto il dialogo di Gesù non sta nel condannare la donna, ma nel trovare dentro alla sua vita il desiderio di Dio. La samaritana ha avuto cinque mariti e quello con cui sta adesso non è suo marito: in questo comportamento degradante dal punto di vista morale, senza che la donna lo sappia, c’è ugualmente un desiderio di Dio e Gesù lo fa venire a galla perché la rende consapevole della sua inquietudine. E quando la donna si rende conto di avere cercato la gioia senza averla trovata, allora diventa aperta per il vangelo.

Così come quando Gesù parla con Nicodemo (Gv 3, 1-10): questi va da lui e inizia il discorso dicendo: “sappiamo…”. Ma se tu sai, cosa vieni a chiedere? “Sappiamo” è l’atteggiamento di chi ha la chiarezza dentro di sé, di chi è autosufficiente e Gesù smonta la sua autosufficienza; nel dialogo arriva a far riconoscere a Nicodemo che non sa le cose: “come può accadere questo, come è possibile quest’altro?”: sono le domande di chi si trova imbarazzato e incapace di risolvere un problema. In questo modo Gesù ha aperto Nicodemo alla buona notizia del Signore.

Questa è l’abilità del predicatore, dell’annunciatore del vangelo; poiché in ogni situazione umana seria, impegnata, c’è uno spazio per il vangelo, bisogna farlo venire a galla, bisogna solo renderci consapevoli.

Quando un ragazzo e una ragazza si vogliono bene e si sposano, in quel cammino, che è profondamente umano e ricco dal punto di vista psicologico, c’è, però anche un’apertura all’amore infinito di Dio, una risposta alla chiamata misteriosa di Dio. Molte volte l’uomo non se ne accorge, ma sta proprio qui l’abilità del Signore: egli spalanca il cuore, perché l’uomo veda dentro alla vita che sta vivendo, nella vita di famiglia, nell’impegno serio di cultura, nella situazione sociale, perché dove c’è il cuore dell’uomo, dove c’è l’impegno sincero dell’uomo, lì c’è uno spazio possibile per il vangelo.

L’arte del predicatore sta dunque nell’imparare a fare le domande come fa il Signore, quelle domande che rendono l’uomo trasparente a se stesso e lo rendono responsabile della vita che fa.

«Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino? Si fermarono col volto triste; uno di loro, di nome Cleopa, gli disse: Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?» (Lc 24, 17-18).

È una risposta quasi un po’ sgarbata, ma Gesù non se ne preoccupa Il domanda: “Che cosa?”.

Uno dei discepoli risponde spiegando in modo esatto il contenuto dei vangelo: quello che Gesù ha detto, quello che ha fatto, la passione, la morte e l’annuncio della resurrezione: tutto però con il volto triste. Questo discepolo sa tutto quello che un cristiano deve sapere per fare una scelta ultima e decisiva per Gesù, però per lui non è un “vangelo”; c’è il contenuto del vangelo, ma non c’è l’esperienza della gioia che viene dal vangelo. Il che fa molto pensare.

Per essere evangelizzatori, bisogna conoscere il vangelo, ma non è sufficiente conoscerlo e ripeterlo come fa questo discepolo, che lo ripete dal punto di vista del contenuto, in modo corretto. Gli manca la gioia, che è un elemento essenziale del vangelo, il quale dà gioia, trasmette pace, dà sicurezza interiore. Questo è significativo: uno dei frutti dello Spirito è esattamente la gioia, anzi, san Paolo (Gal 5, 22) lo mette quasi all’inizio:

«Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza (…)».

Bernanos, un romanziere francese, immagina che in una chiesa vada a predicare un ateo, che dice a quei cristiani:

“Siete tanto abituati a tutto un certo vocabolario, che ne avete attenuato il senso; ma noi ne siamo colpiti. In particolare, dite spesso quella parola misteriosa “stato di grazia”. Quando uscite dal confessionale, voi siete “in stato di grazia”. Lo stato di grazia… Ebbene, che volete: non lo fate molto trasparire. Ci domandiamo cosa fate della grazia di Dio. Non dovrebbe forse irradiarsi da voi? ma dove diavolo nascondete la vostra gioia?”.

Forse c’è una difficoltà notevole dell’annuncio del vangelo oggi: conosciamo il vangelo e forse la ripetizione di parole è stata enorme in questi anni, abbiamo un patrimonio notevole di parola di Dio, ed è una grazia per la quale non potremo mai ringraziare abbastanza il Signore. Ma come mai questa conoscenza non si traduce in evangelizzazione forte? forse perché manca proprio la gioia. Ebbene, siamo come il discepolo di Emmaus, il quale dice bene tutte le cose riguardanti Gesù, ma queste non gli hanno scaldato il cuore, né gli hanno dato gioia.

Gesù disse loro: “Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti!”: il Signore diventa brusco; aveva ascoltato, aveva domandato e si era messo al loro livello; a questo punto dice anche una parola dura: “Sciocchi e tardi di cuore”, una parola che si ritrova nel Nuovo Testamento non molto spesso, in particolare una volta nella lettera ai Galati (Gal 3, 1), quando san Paolo scrive a quei cristiani, che corrono il rischio di perdere il succo centrale del vangelo: “O stolti Galati! chi vi ha ammaliato? Proprio voi, agli occhi dei quali fu rappresentato al vivo Gesù cristo!”. Sia in Lc 24, sia in Gal 3, ci si rivolge a dei credenti, che stanno però traducendo il vangelo in abitudini semplicemente umane, e non ne colgono la forza e il valore.

È come una scossa che Gesù dà ai due discepoli, per rimettere in gioco la loro responsabilità nei confronti del vangelo, perché si rendano conto che sono discepoli, che hanno conosciuto il Signore, e che debbono portare la responsabilità di quello che hanno sperimentato.

«[26]Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?» (Lc 24, 26).

Il discorso di Gesù si presenta soprattutto come una nuova chiave di interpretazione degli avvenimenti. I due discepoli sapevano già i fatti, e Gesù non ha bisogno di dire niente di più; ma quello che cambia è il significato: Gesù insegna a vedere, in tutto quello che è capitato, e in particolare nella passione, la realizzazione del disegno di salvezza di Dio; Gesù insegna a vedere la presenza di Dio negli avvenimenti, per superare lo scandalo della croce che assomiglia, per tanti aspetti alla fatica del credere che proviamo sempre.

Infatti, ciò che rende difficile la fede non sono i molti ragionamenti o le difficoltà intellettuali, ma lo scandalo del male, della sofferenza incomprensibile.

Si sente dire: “Dio è amore, Dio salva. Allora perché c’è il male, perché Dio permette questo, perché Dio mi ha abbandonato? Ho l’impressione che nella mia sofferenza, Dio non ci sia”.

Ora, il discorso di Gesù vuole aiutare i discepoli a vedere la presenza di Dio sul Calvario. È vero che a uno sguardo esteriore, sul Calvario c’è la forza di Pilato, c’è l’odio del sinedrio, c’è l’indifferenza della folla, e la mano di Dio non è visibile; ma, in realtà, quegli avvenimenti realizzano il progetto, la speranza di salvezza di Dio.

Il centro della sacra Scrittura è la rivelazione dell’amore di Dio per noi, e bisogna imparare, per alimentare la fede, a vedere come questo amore entra nella storia e recupera tutti gli avvenimenti, anche i fallimenti, anche il nostro peccato, attraverso la sua forza di perdono. La maturazione della fede avviene così.

Quando Giobbe si è trovato di fronte alla disgrazia, perché ha perso tutti i suoi beni, ha perso i figli e le figlie, la salute, e gli amici, invece di consolarlo, diventano molesti, Giobbe deve fare un duro cammino, per ritrovare anche nelle sue sventure la presenza di Dio. E quando, al termine di una lunga esperienza di sofferenza, di lamento, quasi anche di bestemmia, (Giobbe è arrivato alla bestemmia, nel presentare Dio come suo nemico, come suo torturatore), dopo essere dunque passato attraverso questa esperienza lunga e faticosa, Giobbe percepisce la presenza di Dio: dal punto di vista intellettuale, non ha capito bene, – infatti non c’è una soluzione intellettuale nel libro di Giobbe –, però egli arriva a dire sì al Signore, arriva a mettersi davanti al Signore e a dire:

«[2]Comprendo che puoi tutto e che nessuna cosa è impossibile per te. [3]Chi è colui che, senza aver scienza, può oscurare il tuo consiglio? Ho esposto dunque senza discernimento cose troppo superiori a me, che io non comprendo» (Gb 42, 2-3).

«[4]Ecco, sono ben meschino: che ti posso rispondere? Mi metto la mano sulla bocca. [5]Ho parlato una volta, ma non replicherò. ho parlato due volte, ma non continuerò» (Gb 40, 4-5).

«[5]Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono. [6]Perciò mi ricredo e ne provo pentimento sopra polvere e cenere» (Gb 42, 5-6).

L’atteggiamento di Giobbe è positivo, ma ancora insufficiente rispetto al Nuovo Testamento: “Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze?”. Le sofferenze di Cristo non sono state casuali e non consistevano nell’abbandono del Padre, ma sono state recuperate nel progetto di Dio, perché Dio dà un senso anche a queste sofferenze; Dio può dare un valore di positività anche alla croce di Cristo, pur con tutto il peso di peccato che ci sta dietro, perché lì c’è anche l’amore di Dio che salva.

«[27]E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (Lc 24, 7).

Le Scritture ci servono a leggere la presenza di Dio nella nostra vita; dobbiamo trovare la presenza di Dio nella fatica del quotidiano:

«[23] (…) Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9, 23).

Dobbiamo trovare la presenza di Dio nella vita di famiglia, nella fedeltà del proprio lavoro, del proprio impegno: la Scrittura ci serve per questo.

Quando riusciamo a leggere una storia di salvezza dentro alla nostra vita, questo ci apre la prospettiva della speranza.

In fondo, la lunga storia che è la Bibbia, che comincia con la creazione e finisce con l’Apocalisse, è la storia di ciascuno di noi, dalla creazione alla comunione con Dio; e in mezzo, c’è tutto quell’insieme di cose di cui è fatta la storia d’Israele: esperienze di peccato e di alleanza, di abbandono e di fedeltà del Signore; così possiamo leggere la nostra vita nella storia di Israele e in Gesù Cristo: storia di speranza che va verso, la risurrezione e la comunione con Dio.

«[28]Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. [29]Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino» (Lc 24, 28-29).

Questo “rimanere” è significativo, esprime il recupero di un rapporto duraturo d’intimità.

«[30]Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro» (Lc 24, 30).

Sono gesti che il cristiano conosce molto bene, sono i gesti della cena, con cui Gesù ha donato se stesso, sono i gesti caratteristici del suo amore e della sua oblatività.

«[31]Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista» (Lc 24, 31).

Ci sono due realtà nel vangelo di Emmaus, attraverso le quali si compie la comunione con il Signore. La prima sta nelle Scritture: Gesù insegna ai due discepoli a interpretare la propria vita alla luce delle Scritture tanto, che:

«[32]Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?» (Lc 24, 32).

Ma ai due discepoli mancava la gioia: ora, la gioia gliela dà il Signore con le Scritture, insegnando loro la parola di Dio e ad interpretare la propria vita dentro il progetto di salvezza di Dio. Dice la lettera ai Romani:

«[4]Ora, tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché in virtù della perseveranza e della consolazione che ci vengono dalle Scritture teniamo viva la nostra speranza» (Rm 15, 4).

La Scrittura serve appunto per la nostra consolazione, per darci la perseveranza, cioè la capacità di tenere duro nelle difficoltà, di portare il peso del fallimento apparente, il peso della croce.

La seconda realtà è l’Eucaristia. I due discepoli riconoscono Gesù nel segno dello spezzare il pane, nel segno eucaristico, cioè nel segno del dono.

Questi due elementi, evidentemente, rimangono come struttura fondamentale della Chiesa di sempre, che ha il Signore con sé. Quel Gesù che in persona si accostò e camminava con i due discepoli dice l’atteggiamento permanente e costante del Signore, che incrocia la nostra vita e cammina con noi oggi. Può capitare a noi quello che è capitato ai discepoli, cioè che i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo: il Signore c’è, ma non lo vediamo. Come la Maddalena, che piangeva presso il sepolcro, perché cercava il Signore: egli era lì vicino, ma lei non se ne accorgeva.

Capita a noi di piangere il peso della vita, ma dobbiamo aprire gli occhi alla parola di Dio e all’Eucaristia: lì c’è il Signore. La parola di Dio ci dà la visione della storia della nostra vita; l’Eucaristia ci dà la percezione del dono di Cristo come centro e sintesi di tutta la nostra vita: è quello di cui abbiamo bisogno per camminare, è il nostro viatico, è la forza che il Signore ci dà, perché il cammino della vita sia vissuto e portato con gioia.

«[33]E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, [34]i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone». [35]Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane» (Lc 24, 33-35).

Anche questo è significativo dei racconti delle apparizioni: quando qualcuno incontra la presenza viva del Signore risorto, diventa un missionario, diventa un annunciatore. Hanno trovato il Signore: non l’hanno semplicemente goduto loro, ma sono corsi a Gerusalemme per dirlo agli altri, per comunicare la loro gioia. La missionarietà nasce da quest’atteggiamento centrale: la volontà di comunicare la gioia; infatti la gioia per natura sua, è contagiosa; e se uno la chiude dentro, la inquina e la perde.

Nella sua prima Lettera s. Giovanni scrive:

«[3]quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. [4]Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta» (1 Gv 1, 3-4).

In altre parole, noi abbiamo la gioia, ma essa non è perfetta finché non l’avete anche voi, insieme con noi, fino a quando non l’abbiamo condivisa; allora quello che abbiamo udito e visto, Gesù Cristo che abbiamo ascoltato, visto, contemplato e toccato; quel Gesù Cristo noi lo annunciamo anche a voi, perché possiate avere la gioia e perché in questa gioia possiamo scambiarci la perfezione, il compimento della nostra vita, della nostra speranza. Così l’incontro con il Signore diventa annuncio al mondo, condivisione con i fratelli di questa notizia di gioia, perché essa sia perfetta.

In ultima analisi, il brano dei discepoli di Emmaus ci dà una specie d’itinerario di evangelizzazione, che nasce dall’incontro con il Signore, da cui nasce una interpretazione nuova della propria vita alla luce della parola di Dio e dell’Eucaristia, e si manifesta nella comunicazione fraterna della propria esperienza e della propria gioia.