MEDITAZIONI SUL VANGELO DI LUCA – 8

Diocesi Reggio Emilia
Esercizi spirituali alle Religiose
Clarisse cappuccine di Correggio
(dal 27 Agosto al 1° Settembre 1993)

Meditazioni sul Vangelo di Luca

“Vi annunzio una grande gioia” (Lc 2, 10)

Fonte Sussidi Biblici n. 44 – 45. Edizione San Lorenzo, Reggio Emilia Agosto 1994

Meditazioni predicati da mons. Luciano Monari.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione Diocesi Piacenza-Bobbio.

Quinto Giorno

31 Agosto 1993

Omelia S. Messa

Dalla 1° lettera di s. Paolo apostolo ai Corinzi 2, 10-16

Dal vangelo secondo Luca 4, 31-37

Dice s. Paolo che i «segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio», e noi siamo in una condizione di tensione, perché da una parte abbiamo il desiderio e il bisogno di conoscere i segreti di Dio, perché Dio solo è verità piena e luminosa, senza ombre, e Dio solo è l’amore autentico e pieno, senza mescolanze di egoismi; dall’altra parte, dobbiamo riconoscere che tutto quello che siamo è insufficiente: è insufficiente la nostra intelligenza, lo è la nostra intuizione, la nostra fantasia; Dio rimane al di là della possibilità dell’uomo.

È già, dice s. Paolo, un mistero per noi il cuore dell’uomo, che nessuno può conoscere se non lo Spirito che è in lui; a maggior ragione è un segreto per noi il cuore di Dio, che rimane al di là di tutte le nostre proiezioni, di tutti i nostri desideri.

Allora, dobbiamo rinunciare a questa conoscenza, dobbiamo rinunciare a conoscere la verità e l’amore autentico?

  1. Paolo continua: «Ora, noi non abbiamo ricevuto la spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato»: in realtà, Dio è venuto incontro a noi, spalancando i suoi segreti e ha messo nei nostri cuori il suo Spirito, perché noi possiamo comprenderlo.

Per capire una persona, bisogna entrare in sintonia con lei, bisogna che si crei una certa familiarità, una comunione. Quando giudichiamo una persona, giudichiamo spesso da lontano, mentre bisogna prima entrare in sintonia, fare la fatica di ascoltare, di comprendere, di avere simpatia; allora pian piano si entra dentro al cuore di una persona, si capiscono tanti segreti, si svelano tante motivazioni, tanti comportamenti, tante parole.

È lo stesso per il Signore: per capire Dio bisogna che il nostro cuore sia capace di vibrare all’unisono con il suo, ed è quello che fa lo Spirito dentro di noi. Quando ci viene donato lo Spirito Santo, ci viene donata una simpatia con Dio, una sintonia con lui, che ci permette di comprendere quello che Dio è, e di capovolgere quello che s. Paolo chiama “lo spirito del mondo”, per cui dice:

«[13]Di queste cose noi parliamo, non con un linguaggio suggerito dalla sapienza umana, ma insegnato dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali. [14]L’uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio» (1 Cor 2, 13-14).

Pensiamo alle beatitudini: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5, 3ss): l’uomo naturale non capisce questo linguaggio: è impossibile per la nostra carne umana capire che sono beati i poveri, beati gli afflitti, beati i miti, ecc.

Dal punto di vista mondano, sono invece beati i ricchi, perché si possono permettere tutto quello che vogliono, sono beati i potenti, perché si fanno spazio nel mondo e sono i padroni del mondo. Capire che sono “beati i miti” è possibile solo se uno ha lo Spirito del Signore, quella sintonia con l’amore di Dio che gli permette di capire la sapienza del Vangelo.

In altre parole, di fronte al vangelo e alle cose dure che il vangelo ci propone, in particolare la croce di Cristo, se arriviamo a dire: “è proprio qui la salvezza del mondo”, questo non ce lo insegnano né il mondo, né i giornali: lo abbiamo imparato dallo Spirito, lo ha testimoniato lo Spirito dentro ai nostri cuori.

Dice allora s. Paolo: c’è una sapienza naturale con cui uno fa gli affari del mondo e diventa ricco, con cui uno sa scegliere con astuzia e acquista un potere.

Ma c’è una sapienza dello Spirito che permette di vedere e di giudicare le cose dal punto di vista di Dio, con il cuore di Dio. In questa strana sapienza misteriosa, l’amore vale più del successo, e anche avere la propria vita “incastrata” può diventare motivo di gioia e di speranza; “incastrata”, cioè in quelle situazioni in cui i doveri della carità ci tolgono la possibilità di attuare i nostri progetti, i nostri sogni; dove in qualche modo la persona è come inchiodata nel posto dove sta, nella sua casa, per compiti di carità e di giustizia che gli impediscono altre realizzazioni. Il che, dal punto di vista mondano, è semplicemente una morte. Ma dal punto di vista della sapienza di Dio, questa è una speranza, una realizzazione, un compimento: è uno spirito diverso. L’uomo naturale non comprende le cose dello Spirito; esse sono follia per lui e non è capace di intenderle, perché le può giudicare solo per mezzo dello Spirito, cioè secondo la logica di Dio, la logica dell’amore.

“L’uomo spirituale, invece, giudica ogni cosa senza poter essere giudicato da nessuno”: non che sia un giudice straordinario in tribunale, ma ora ha il criterio per valutare il bene e il male: questo criterio è Gesù Cristo, è l’amore di Dio, è lo Spirito nei nostri cuori.

Continua s. Paolo: «Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo dirigere? Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo». È la conclusione del nostro brano che ci lascia esterrefatti, perché è proprio un’affermazione di conoscenza che fa impressione; “ora, noi”, fa riferimento agli apostoli, ma anche a tutti quelli che sono con gli apostoli, quindi, anche a noi: noi abbiamo il pensiero di Cristo, cioè, abbiamo conosciuto Gesù Cristo, e abbiamo interiorizzato il suo modo di pensare. Questo non ci toglierà le perplessità e le indecisioni: infatti la vita è così complicata che il sapere quando è ora di parlare e di tacere, è sempre un problema: o quando è ora di fare una cosa o, invece, quando è ora di fermarsi: ci saranno cioè, molte difficoltà e incertezze, ma la direzione della vita è luminosa in Cristo.

Il Vangelo di oggi racconta il primo miracolo in s. Luca: dopo la grande proclamazione che Gesù ha fatto nella sinagoga di Nazareth, egli va a Cafarnao e libera un uomo indemoniato.

«Nella sinagoga c’era un uomo con un demonio immondo e cominciò a gridare forte: Basta! Che abbiamo a che fare con te, Gesù Nazareno?» (Lc 4, 33-34a).

Un demonio immondo, nel vocabolario del vangelo, si oppone radicalmente alla santità di Dio. Dio è Santo, tre volte Santo, di una santità luminosa e grande; il demonio è il simbolo dell’immondezza, dell’opposizione alla santità. Ora quest’uomo posseduto da un demonio, divenuto in qualche modo schiavo, ci è messo davanti come uno specchio nel quale ritrovare la condizione umana, quella che s. Paolo descriveva come una situazione tragica: io in quanto uomo, so di conoscere il bene, lo so anche desiderare, ma non sono capace di farlo. Quando mi propongo di fare il bene, mi accorgo che il male è accanto a me. Con l’interno del mio cuore, approvo la bontà, ma poi, in concreto, l’egoismo mi domina, mi schiaccia e mi porta a dei comportamenti che vanno contro i miei stessi desideri. Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Chi mi libererà da questa lacerazione interiore? (cfr. Rm 7, 14-24).

C’è una frattura interiore fra il bene che desideriamo e il male che facciamo; tra i nostri desideri e le nostre incapacità, le nostre realizzazioni misere.

Quello che c’è di rischioso è che uno pensi agl’indemoniati solo come a delle manifestazioni paranormali, straordinarie, impressionanti, che stanno molto lontane, che sono alla periferia dell’esistenza dell’uomo.

Invece, questa realtà sta proprio nell’uomo. In quell’indemoniato dobbiamo riconoscere noi stessi, in tutte le lacerazioni che ben conosciamo.

Diventa allora infinitamente preziosa, proprio per noi, la potenza della parola del Signore:

«Gesù intimò: Taci, esci da quest’uomo» (Lc 4, 35a).

Sono due imperativi con cui l’uomo viene liberato e riportato all’integrità della sua vocazione, e tutto questo senza alcun male:

«E il demonio, gettatolo a terra in mezzo alla gente, uscì da lui, senza fargli alcun male» (Lc 4, 35b).

Proprio di questi esorcismi abbiamo immensamente bisogno: che la parola del Signore arrivi alla nostra vita e ci liberi da tutte quelle catene, quei pesi, quelle lacerazioni e incoerenze che ci fanno male, e ci rendono tristi, (non siamo contenti di essere incoerenti, lacerati, di non fare quello che vorremmo, di non fare il bene). Abbiamo bisogno della parola del Signore.

«[36]Tutti furono presi da paura e si dicevano l’un l’altro: «Che parola è mai questa, che comanda con autorità e potenza agli spiriti immondi ed essi se ne vanno» (Lc 4, 36)

Se tutti i giorni di nuovo ascoltiamo la Parola del Signore, è perché sappiamo che questa è parola potente, che purifica e che libera, cioè toglie le inclinazioni di egoismo o i pesi naturali di egoismo, e ci rende liberi per l’amore fraterno, per il servizio di Dio, per l’amore alla verità e al bene.

Lo chiediamo come dono per questa Eucaristia.