MEDITAZIONI SUL VANGELO DI LUCA – 6

Diocesi Reggio Emilia
Esercizi spirituali alle Religiose
Clarisse cappuccine di Correggio
(dal 27 Agosto al 1 Settembre 1993)

Meditazioni sul Vangelo di Luca. 2

“Vi annunzio una grande gioia” (Lc 2, 10)

Fonte Sussidi Biblici n. 44 – 45. Edizione San Lorenzo, Reggio Emilia Agosto 1994

Meditazioni predicati da mons. Luciano Monari.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione Diocesi Piacenza-Bobbio

Secondo Giorno

28 Agosto 1993

Seconda Meditazione

“Non chiudere la porta del tuo cuore”

Abbiamo meditato questa mattina la proclamazione di Gesù a Nazareth dell’anno di grazia del Signore: è l’anno della liberazione per i prigionieri e di libertà per gli oppressi: questa proclamazione domina tutta la prima parte del vangelo di s. Luca, il ministero di Gesù in Galilea.

Ora meditiamo un testo famoso, tipicamente lucano (infatti non si trova negli altri evangelisti): il brano della peccatrice perdonata: Lc 7, 36-50.

Ma, prima, bisogna rendersi conto del contesto: con il capitolo 6, 20-49, s. Luca ha raccolto quello che è chiamato il discorso della pianura (corrisponde al discorso della montagna di Matteo): la proclamazione del regno di Dio con le beatitudini e poi le esigenze fondamentali del regno di Dio che girano intorno all’esigenza centrale della misericordia. Poi, s. Luca ha raccolto due miracoli: la guarigione del servo di un centurione (7, 1-10) e la risurrezione del figlio della vedova di Nain (7, 11-17). In questo modo Luca ha dato una visione complessiva del ministero di Gesù: «Gesù fu profeta potente in opere e parole» (Lc 24, 19; cfr. anche Lc 7, 16). Infatti Luca ci presenta Gesù predicatore e operatore di miracoli, tanto che quando i discepoli di Giovanni andranno da Gesù a chiedere se è lui il profeta che deve venire o se devono aspettarne un altro (7, 20), Gesù li rimanderà proprio ai miracoli e alla predicazione: «I ciechi riacquistano la vista, ai poveri è annunciato il vangelo» (7, 22).

Queste due cose sono il segno che Gesù è davvero il Messia, è davvero il profeta che doveva venire nel mondo. Non un profeta qualsiasi, ma il profeta annunciato da Mosè nel cap. 18 del Deuteronomio e che gli Israeliti attendevano come il profeta degli ultimi tempi.

Il brano della “peccatrice perdonata” sta in questo contesto: Gesù è il Messia, ma che tipo di Messia? Gesù è un profeta, ma, stranamente, un profeta che non corrisponde alle attese ed alle valutazioni degli uomini; questo brano ce ne dà, in qualche modo, la conferma.

«[36]Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. [37]Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; [38]e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato. [39]A quella vista il fariseo che l’aveva invitato pensò tra sè. «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice». [40]Gesù allora gli disse: «Simone, ho una cosa da dirti». Ed egli: «Maestro, dì pure». [41]«Un creditore aveva due debitori: l’uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. [42]Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?». [43]Simone rispose: «Suppongo quello a cui ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene». [44]E volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m’hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. [45]Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. [46]Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi. [47]Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco». [48]Poi disse a lei: «Ti sono perdonati i tuoi peccati». [49]Allora i commensali cominciarono a dire tra sè: «Chi è quest’uomo che perdona anche i peccati?». [50]Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!» (Lc 7, 36-50).

Che cosa vuol dire questo brano? Quando Luca ha narrato la risurrezione del figlio della vedova di Nain, ha messo sulla bocca della gente queste parole:

«(…) Un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato il suo popolo» (Lc 7, 16b):

Gesù ha risuscitato un morto e questa è un’azione tipicamente divina, poiché solo Dio è in grado di dare la vita; se Gesù quindi, opera un miracolo di questo genere, davvero un grande profeta è tra noi e davvero Dio ha visitato il suo popolo.

In realtà, dice s. Luca, Gesù è un profeta ancora più grande, perché è in grado non solo di risuscitare i morti, ma di perdonare i peccati, di perdonare i peccatori: anche questa è un’attività tipicamente divina, che solo Dio è in grado di fare, e che Gesù realizza.

Allora il brano della peccatrice perdonata va letto con stupore e gioia perché Dio ci ha visitato: segno della presenza di Dio è la possibilità per noi del perdono, poiché c’è una sorgente capace di purificare tutte le nostre colpe.

Gesù viene invitato a mensa da un fariseo.

Gesù ha accolto gli inviti a mensa sia dei pubblicani, sia dei farisei, perché agli uni e agli altri aveva qualche cosa da donare, da portare.

«Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato» (Lc 7, 37).

Luca non dice niente di questa donna: ha come nascosto nella discrezione l’episodio. Di lei si sa solo quello che è decisivo per il racconto: è una peccatrice. Considerata e riconosciuta tale da tutti; ma anche lei viene vicino al Signore. Come mai? deve aver sentito nella presenza di Gesù la benevolenza, l’amore; invece del giudizio di condanna ha intravisto la possibilità di un rapporto diverso, di potere incontrare la misericordia e la grandezza di Dio. Viene dunque, questa donna, e compie i gesti spontanei dell’affetto, che non si curano delle convenienze. In altre parole, non era molto gratificante per lei andare da Gesù in casa di un fariseo: era come attirare sopra di sè lo sguardo di condanna o di scherno o il giudizio di rifiuto da parte del fariseo e di tutti gli invitati.

Anche noi facciamo tanta fatica a sopportare uno sguardo di rifiuto da parte di qualcuno e, ancor peggio, uno sguardo di scherno; eppure, questa donna non si cura di niente, è così orientata verso Gesù che l’ambiente esterno scompare ai suoi occhi; vede solo il Signore e la possibilità di perdono. Infatti,

«fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime e poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato» (Lc 7, 38).

Questo il punto di partenza.

Poi la reazione del fariseo:

«A quella vista il fariseo che l’aveva invitato pensò tra sè: Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice» (Lc 7, 39).

Il fariseo cioè, respinge la donna con un giudizio di condanna e respinge anche Gesù nella stessa condanna.

Ora, la gente lo aveva riconosciuto come un profeta, ma Simone lo nega: «Se fosse un profeta, saprebbe leggere nel cuore della gente!». In realtà: proprio perché Gesù sa leggere nel cuore della gente, accoglie questa donna. Lui, Simone, che non è profeta, sa vedere solo quel che dicono tutti: è peccatrice; ma quello che sta dentro al suo cuore, Simone non lo vede, e non se ne rende conto, è miope.

Così come siamo miopi tutti noi nei confronti delle persone che per noi rimangono dei misteri: vediamo qualche cosa sulla faccia, ascoltiamo qualche parola, ma in realtà il cuore delle persone a noi sfugge. Ed è per questo che siamo consigliati caldamente di non giudicare, di non condannare, perché non vediamo bene fino in fondo.

Gesù, invece, ci vede, e proprio per questo accoglie la donna, e riconosce nei suoi gesti di premura un amore, una disponibilità, anzi, la presenza della conversione che scaturisce da Dio.

«Gesù allora gli disse» – da notare che Simone non ha parlato, ha solo pensato, ma Gesù è un profeta e quindi sa leggere anche i pensieri –

«Simone, ho una cosa da dirti. Ed egli: Maestro, dì pure» (Lc 7, 40)

È questo un modo diplomatico di far cambiare direzione agli sguardi: Simone e la gente stanno guardando e condannando la peccatrice. Ora Gesù attira l’attenzione sopra di sè, spostando quindi l’attenzione dalla donna, e comincia con una parabola:

«Un creditore aveva due debitori: l’uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?» (Lc 7, 41-42).

La parabola è significativa, perché è uno strumento di cui il Signore si serve per spingere gli interlocutori a ragionare dal suo punto di vista: è una tattica.

Molto spesso le parabole sono costruite su un capovolgimento di situazioni: un uomo aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non c’è dubbio: dei due è in situazione peggiore quello che deve cinquecento denari; ma il padrone condona a tutti e due. Chi lo amerà di più?

E succede che il maggior debitore viene a trovarsi in una condizione privilegiata: essendo stato perdonato di più; amerà di più. «Chi dunque lo amerà di più?». In questo modo Gesù fa una specie di sgambetto al fariseo (troveremo una cosa simile nella parabola del figliol prodigo); Gesù parte mettendosi dal punto di vista del fariseo e poi costringe il fariseo a ragionare in modo diverso, infatti alla fine gli dice: “Chi dunque di loro lo amerà di più?”. Ma il fariseo ha l’impressione che ci sia un piccolo tranello sotto, perché quando la domanda è troppo facile, sotto c’è l’inganno; così risponde:

«Suppongo quello a cui ha condonato di più. Gli disse Gesù: Hai giudicato bene» (Lc 7, 43).

“Hai giudicato bene”, vuole dire: attento, dentro a questa parabola ci sei anche tu; dentro a questa parabola ci sta questa donna peccatrice che aveva un debito grande, immenso davanti a Dio, e ci sei anche tu che avevi un debito piccolo; ma, nella parabola, quello che aveva il debito grosso, alla fine che ama di più, e quello che aveva il debito piccolo che ama di meno. Cerca di capire che questa parabola riguarda proprio te e riguarda tutti quelli che pensano di avere nei confronti di Dio un debito piccolo.

L’insistenza della parabola dunque è sul dono, sull’esistenza di rapporto con Dio interpretata come un dono, non come una autosufficienza o un merito.

«E volgendosi verso la donna, disse a Simone: Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi» (Lc 7, 44-46).

Con queste parole Gesù richiama il fariseo all’aridità del suo cuore; sì, ama ma secondo tutte le convenzioni, cioè secondo tutto quello che il galateo comanda di fare, non è capace di andare al di là, il suo cuore non è capace di amare liberamente e gratuitamente.

Invece questa donna è certamente una povera donna (Gesù non ha mai giustificato il peccato o il male), è una peccatrice, però nella condizione di peccatrice ha trovato – per grazia di Dio – la forza di amare al di là delle apparenze esterne, al di là del giudizio esterno, di amare con una capacità grande e generosa. In fondo, proprio lei, la peccatrice, può essere presentata di fronte all’uomo come un modello di conversione e di amore. Infatti, dice Gesù:

«Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco» (Lc 7, 47).

Cioè: l’amore che questa donna manifesta è il segno che è stata toccata dal perdono di Dio, e proprio perché il perdono di Dio è stato così grande, ha suscitato un amore immenso.

Il Signore si rifà a una concezione che ritroveremo ancora nel Nuovo Testamento e che era già presente nei profeti: il perdono di Dio suscita l’amore e la fedeltà dell’uomo.

Ma Gesù capovolge il modo di pensare degli scribi e dei farisei. Anche i farisei pensavano al perdono di Dio, e lo vedevano come conseguenza della conversione dell’uomo: sono peccatore, mi converto e allora Dio mi perdona. Ma c’è anche un’altra struttura molto più bella, nell’Antico Testamento, e anche in Gesù: io sono peccatore; Dio mi perdona e allora io mi converto; Dio mi perdona e allora divento capace di amare.

Il peccatore infatti non è capace di cavar fuori dal suo interno l’amore e il perdono, non è capace di diventare buono a partire da se stesso, ma Dio è capace di rendere buono il peccatore, perché è capace di perdonare e di perdonare gratis.

Ora questa donna che sa amare così tanto, certamente ha sperimentato il dono di Dio così profondo e grande. Si ritrova questo concetto in Ezechiele, quando il profeta dice:

«[24]Vi prenderò dalle genti, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo. [25]Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; [26]vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. [27]Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi» (Ez 36, 24-27).

Per Ezechiele è chiaro che, prima, Dio perdona e dà un cuore nuovo, e poi Israele diventa capace di osservare la legge di Dio. Prima, c’è il perdono e poi c’è la vita nuova dell’amore, della fedeltà.

Proprio questo Gesù vuole dire al fariseo. Il vangelo di questa mattina diceva che ora è l’anno di grazia, cioè all’uomo, a ogni uomo, qualunque sia la sua condizione, e il suo peccato, viene dato il perdono completo, pieno.

L’uomo che accoglie il perdono di Dio deve vivere in un continuo atteggiamento di rendimento di grazie; quindi, sollevato e purificato dalla grazia di Dio può e deve vivere un’esistenza nuova.

Quel «Ti sono perdonati i tuoi peccati», che Gesù dice alla donna, è la proclamazione della misericordia di Dio, ed è insieme l’invito a vivere d’ora in poi come una persona perdonata: con stupore e ringraziamento davanti a Dio e nella Fedeltà alla sua parola e alla sua volontà.

Che i commensali rimangano stupiti e dicano:

«Chi è quest’uomo che perdona anche i peccati?» (Lc 7, 49).

È facile da capire: il perdono dei peccati, nella concezione ebraica, era rimandato alla fine dei tempi; ma Gesù esattamente inaugura la fine dei tempi, perché il perdono dei peccati ormai è entrato dentro all’esperienza degli uomini:

«Il Figlio dell’uomo ha il potere in terra di rimettere i peccati» (Mt 9, 6).

Un altro passo di Luca ha un tema simile: si tratta del cap. 19 ed è il famoso racconto della conversione di Zaccheo:

«[1]Entrato in Gerico, attraversava la città. [2]Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, [3]cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. [4]Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là. [5]Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». [6]In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. [7]Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È andato ad alloggiare da un peccatore!». [8]Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto». [9]Gesù gli rispose: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; [10]il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto» (Lc 19, 1-10).

Anche questo è un gesto profetico di Gesù: Gesù sa leggere nel cuore delle persone quello che è nascosto e lo fa venire alla luce, rivela il desiderio di bene che Dio stesso ha messo nel cuore dell’uomo.

Gesù, dunque, entra a Gerico, dove aveva guarito un cieco; la notizia si è diffusa, il popolo ha incominciato a dare lode a Dio e anche Zaccheo deve aver sentito questa notizia.

Il nome Zaccheo vuole dire “il puro”; c’è una specie di ironia in questo nome, che non corrisponde per niente alla sua vita.

Zaccheo, dunque, è un capo dei pubblicani, esattore delle tasse, ricco. Il sistema dei Romani per riscuotere le tasse era così organizzato: il governo appaltava le tasse a persone che anticipavano il pagamento. Costoro poi cercavano di riscuotere quanto più potevano dalla gente e diventavano rapinatori.

Proprio per questo i pubblicani erano visti male, odiati. Anzitutto come collaboratori con il nemico, perché lavoravano per l’impero di Roma; poi erano generalmente dei ladri tanto che venivano associati alle prostitute, ai peccatori, ai pagani, e considerati scomunicati; veniva rifiutato infatti ai pubblicani il diritto di testimoniare in un processo, perché per presunzione erano falsi, ladri e si dubitava persino che potessero pentirsi.

Non si tratta solo di una censura di tipo morale: sono disonesti; ma sono disonesti ed empi perché nemici di Israele: essendo collaboratori con il nemico, compiono un’azione pagana.

Così è comprensibile che i Giudei, in particolare i farisei, non vedessero di buon occhio neanche chi frequentava i pubblicani, perché era un andare con i peccatori, e chi va con i pubblicani tende a diventare anche lui empio e ad allontanarsi dalla comunità.

Nonostante tutto questo, dice il vangelo che Zaccheo:

«[3]cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. [4]Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là» (Lc 19, 1-4)

Questo uomo, nonostante quanto è stato detto, ha un desiderio forte di potere vedere Gesù, il che mette in movimento la sua buona volontà. Zaccheo è estraneo alla promessa, è estraneo a Israele, i soldi sono importanti per lui, tanto che per questi ha abbandonato l’eredità di Abramo; tuttavia ha ancora il desiderio di vedere Gesù.

«Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: Zaccheo, scendi subito, perché oggi deve fermarmi a casa tua» (Lc 19, 5).

Gesù prende l’iniziativa chiedendo un favore, un servizio a Zaccheo. Già era capitato con la samaritana: Gesù aveva preso l’iniziativa e le aveva detto “Dammi da bere!”. Lo stesso, nel brano dove la peccatrice fa un servizio a Gesù ungendogli di profumo i suoi piedi. Il Dio che si rivela in Gesù Cristo è un Dio che viene al nostro livello, che salva mescolandosi con noi. Così, Gesù che chiede un favore a Zaccheo è il Gesù mendicante che ha bisogno di alloggio, che dà a quest’uomo la soddisfazione, la gratificazione di poter dare qualcosa ad un profeta, di rendere un servizio a Gesù.

«Scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua»: tutte queste parole andrebbero meditate: “subito”, “in fretta”: quando c’è di mezzo un’azione, un evento che ha un significato divino e di salvezza, bisogna mollare tutto il resto ed essere disponibili; “oggi”, abbiamo già ricordato cosa vuol dire questa parola.

«Devo fermarmi a casa tua»: anzitutto perché c’erano tante case a Gerico, probabilmente ce ne sarebbero state molte che si sarebbero aperte alla presenza di Gesù. Ma, “devo fermarmi a casa tua” vuole dire: non è per caso che io sono passato di qua, sono passato proprio per te, per incontrarti.

Così, nel brano della samaritana: Gesù non era obbligato a passare per la Samaria, ma “doveva” perché c’era la samaritana, e Gesù aveva sete della conversione di quella donna, e la realizzazione di questo desiderio di Gesù è il compimento di un progetto di Dio.

«In fretta scese e lo accolse pieno di gioia» (Lc 19, 6).

La pienezza di gioia è il segno della salvezza; non è una gioia qualsiasi, è la gioia messianica, che scaturisce nella persona umana quando incontra la salvezza di Dio. È la gioia che gli angeli hanno annunciato ai pastori, è la gioia che accompagna tutto il vangelo dell’infanzia, quella che l’angelo annuncia a Maria: «Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te» (Lc 1, 28). Questa è la vera gioia, e diventa anche la gioia di Zaccheo.

«[7]Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È andato ad alloggiare da un peccatore!». [8]Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto». (Lc 19, 7-8).

Si ripete lo scandalo della gente, come abbiamo già visto nel capitolo 7. Non solo Gesù va a casa di Zaccheo, ma si ferma in quella casa, e allora tutti si mettono a mormorare: ecco l’atteggiamento dell’uomo che giudica quello che non capisce e lo giudica, evidentemente, dal suo punto di vista, e quindi, lo giudica male; è difficile infatti che l’uomo riesca a capire il criterio di azione di Dio, e quando vuole giudicare, ne viene fuori la mormorazione.

Ma Zaccheo fa una dichiarazione pubblica che esprime la vera conversione del suo cuore, e l’acutezza dello sguardo di Gesù: quando Gesù ha visto Zaccheo, ha visto bene il suo cuore, ha capito il suo desiderio, e quindi, ha svelato Zaccheo a se stesso.

Molto spesso infatti nel vangelo capita che, quando una persona incontra Gesù, Gesù lo vede e lo rivela a se stesse,. Abbiamo letto pochi giorni fa, nella festa di s. Bartolomeo, l’episodio di Natanaele che va incontro a Gesù, e Gesù gli dice:

«Ecco un vero Israelita in cui non c’è inganno» e Natanaele: «Ma da dove mi conosci? Non mi hai mai visto!» – «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico» (Gv 1, 47, ss.

Ti conosco da prima che tu mi conosca, io conosco te meglio di quanto tu sia in grado di conoscere te stesso.

L’incontro con Gesù fa venire a galla quello che abbiamo dentro e, stranamente, se una persona che incontra Gesù    pensa di essere a posto, viene rivelato peccatore; se una persona che incontra Gesù sa di essere peccatore, esce dall’incontro con Gesù perdonato. Si capovolge la situazione: il giovane ricco andato da Gesù pensando di essere a posto perché aveva sempre osservato i comandamenti fin da giovane, esce dall’incontro moralmente abbattuto: deve riconoscere di essere attaccato alle ricchezze tanto da non essere capace di rinunciarvi, per seguire Gesù.

Invece Zaccheo sapeva di essere peccatore, e dall’incontro con Gesù esce cambiato, con un’energia, una forza e una capacità di amore che si esprime nella decisione di dare «la metà dei miei beni ai poveri e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto»; il che vuole dire che Zaccheo non è poi così fortemente attaccato alle ricchezze materiali.

Qual è il criterio per sapere se uno è attaccato ai soldi?

Essere disponibili a darli via; e se uno è disponibile a darli via, evidentemente l’attaccamento non esiste più.

«[9]Gesù gli rispose: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; [10]il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto» (Lc 19, 9-10).

Con queste parole, Gesù riconcilia Zaccheo con la comunità di Israele: era scomunicato, Gesù lo reinserisce, ed egli ridiventa un figlio di Abramo. E, aggiunge Gesù, questo è il motivo per cui Egli è venuto al mondo: «Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto». Cioè Gesù è venuto per i peccatori, e quindi, se tu sai di essere peccatore, ricorda che il -Signore è venuto proprio per te, perché il tuo peccato non impedisca alla grazia di Dio di raggiungerti, e di entrare a fare parte dell’eredità del Padre.

Un’ultima piccola riflessione:

Gesù entra nella casa di Zaccheo, e la casa di Zaccheo diventa il luogo della salvezza. Nell’esperienza di Israele, il luogo della salvezza è il tempio di Gerusalemme, dove Dio abita.

Se io voglio incontrare la vita, quella che viene da Dio, devo fare un pellegrinaggio al tempio di Gerusalemme; basta pensare a tanti Salmi che noi preghiamo, dove si parla proprio di questo:

«Nel santuario ti ho cercato, per contemplare la tua potenza e la tua gloria; poiché la tua grazia vale più della vita, le mie labbra diranno la tua lode…» (Sal 63, 3-4).

Nel racconto di Zaccheo, c’è qualcosa di molto bello: una casa semplice, una casa privata diventa un luogo sacro, diventa il luogo della presenza di Dio, dove Dio amministra la sua misericordia e il suo perdono.

Nella concezione ebraica, Dio perdona dal Tempio di Gerusalemme nel giorno della festa del “Kippur”, che significa “espiazione”‘, con tutti i sacrifici che accompagnavano questa festa.

Ora, però, Dio perdona nella casa di Zaccheo attraverso la presenza di Gesù: qualunque luogo dove Gesù vada, diventa un tempio, un luogo di rivelazione e manifestazione della potenza e della grazia di Dio.

In altre parole, anche la trama delle cose ordinarie, quotidiane, viene arricchita dalla presenza di Gesù. Anche i gesti semplici, quotidiani della nostra vita possono diventare gesti di grazia e di salvezza, purché tu inviti il Signore a casa tua, anzi, purché tu accolga l’auto-invito del Signore.

È il Signore che dice: «oggi devo fermarmi a casa tua»; occorre, dunque spalancare la porta di casa e accogliere Gesù, affinché la tua casa diventi Tempio, il luogo della misericordia di Dio.

«Ecco, io sto alla porta e busso; se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta io verrò da lui, cenerò con lui e egli con me» (Ap 3, 20).

Questo cenare del Signore insieme a noi è evidentemente il farci partecipi della comunione i vita con lui.

Allora, davvero «un grande profeta è sorto in mezzo a noi» (Lc 7, 16); un profeta che è capace di resuscitare i morti, di perdonare i peccati, di vedere nel cuore di una donna peccatrice la capacità di amare, di fare scaturire dal cuore inaridito di Zaccheo la generosità e l’amore.

Evidentemente, se il Signore fa questo per il cuore di Zaccheo, è capace di farlo anche per il nostro cuore, a condizione che noi, appunto, apriamo la porta della nostra casa, affinché anche la nostra piccola casa diventi il tempio di Dio, il luogo dove il Signore abita e usa misericordia.

Edizione San Lorenzo Re 1994