MEDITAZIONI SUL VANGELO DI LUCA – 4

Diocesi Reggio Emilia
Esercizi spirituali alle Religiose
Clarisse cappuccine di Correggio
(dal 27 Agosto al 1° Settembre 1993)

Meditazioni sul Vangelo di Luca. 2

“Vi annunzio una grande gioia” (Lc 2, 10)

Fonte Sussidi Biblici n. 44 – 45. Edizione San Lorenzo, Reggio Emilia Agosto 1994

Meditazioni predicati da mons. Luciano Monari.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione Diocesi Piacenza-Bobbio

Secondo Giorno

28 Agosto 1993

Prima Meditazione

La predicazione di Gesù a Nazareth

Il ministero di Gesù in Galilea comincia con una predicazione a Nazareth, nella sinagoga:

«[14]Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito Santo e la sua fama si diffuse in tutta la regione. [15]Insegnava nelle loro sinagoghe e tutti ne facevano grandi lodi. [16]Si recò a Nàzaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. [17]Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto: [18]Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, [19]e predicare un anno di grazia del Signore. [20]Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. [21]Allora cominciò a dire: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi». [22]Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è il figlio di Giuseppe?». [23]Ma egli rispose: «Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fàllo anche qui, nella tua patria!». [24]Poi aggiunse: «Nessun profeta è bene accetto in patria. [25]Vi dico anche: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; [26]ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone. [27]C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro. [28]All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; [29]si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. [30]Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò» (Lc 4, 14-30).

Una prima osservazione: anche il vangelo di Matteo e il vangelo di Marco conoscono una visita di Gesù nella sinagoga di Nazareth e una predicazione a Nazareth; ma in Matteo e in Marco questa avviene molto più avanti nel ministero di Gesù: Gesù ritorna a Cafarnao, predica e fa miracoli, poi va nella sua città, a Nazareth. Luca ha spostato volontariamente questo episodio (si capisce infatti che Gesù ha già fatto dei miracoli a Cafarnao).

Per Luca in effetti, questo episodio ha un significato programmatico, è come se nell’esperienza di Nazareth non solo si inaugurasse il ministero di Gesù, ma fosse prefigurato tutto quello che sarebbe accaduto in seguito: per esempio il rifiuto da parte dei suoi; i suoi hanno tentato paradossalmente di ucciderlo, non riescono adesso – non è ancora giunta la sua ora – direbbe s. Giovanni, però comincia un’opposizione radicale, mentre Gesù annuncia l’accoglienza del vangelo da parte dei pagani. C’è il riferimento alla vedova di Zarepta di Sidone nutrita dal dono di Elia e a Naaman il Siro guarito dall’intervento di Eliseo. Sono due pagani che hanno ricevuto la grazia del Signore, e si annuncia quindi che anche nel caso di Gesù succederà che i pagani lo accoglieranno e riceveranno la salvezza di Dio e che invece i suoi, quelli di Nazareth, quelli che gli stanno più vicino, lo rifiuteranno. Per questo, l’episodio ha il significato di programma, perché è in germe il contenuto che sarà svolto nel resto del vangelo.

È un episodio per Luca decisivo, importante. Prima di tutto per il luogo dove avviene: in Galilea. Luca insiste su questo:

«[14]Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito Santo».

Anzi a Nazareth, in una sinagoga. In Galilea ha l’inizio il ministero di Gesù: questo è comune a tutta la tradizione evangelica, infatti ne parlano anche Matteo e Marco. Dal punto di vista religioso, la Galilea era una regione di nessuna importanza: era stata pagana fino a 150 anni prima di Gesù Cristo, poi era stata rievangelizzata e reintrodotta nella vita religiosa di Israele; aveva però conservato molte infiltrazioni di paganesimo; era la “Galilea dei Gentili”, e proprio per questo, a Gerusalemme era considerata con un tantino di disprezzo. Quando nel sinedrio si discuterà su Gesù, se sia veramente uno che viene da Dio o no e Nicodemo avrà il coraggio di dire:

«Non possiamo condannare uno senza prima averlo sentito», e gli diranno: «Sei forse anche tu della Galilea? Studia, e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea» cfr. Gv 7, 51s.).

Ma proprio perché la Galilea dal punto di vista religioso non ha rilevanza, è significativo che Gesù cominci lì! È una logica antica di Dio quella di scegliere le cose che non contano, per vanificare e ridurre al nulla quelle che invece sono forti e potenti. Lo abbiamo ascoltato questa mattina in s. Paolo (1 Cor 1, 27-28): è lo stile di Dio, proprio perché si riveli che solo Dio è Dio e che l’uomo e la realtà umana sono semplicemente strumento della salvezza di Dio, ma non certamente protagonisti. Per questo molto spesso Dio preferisce scegliere degli strumenti da poco, in modo che si riveli con maggior evidenza la sua azione di salvezza. Per questo, probabilmente, Gesù ha scelto la Galilea, la periferia, il paese religiosamente sottosviluppato; vale quel discorso di Isaia: «Le vostre vie non sono le mie vie», dice il Signore (Is 55, 8). Ed è paradossale, ma molto significativo: al tempo di Gesù, la Galilea era disprezzata; passeranno 200 anni e la Galilea diventerà anche per gli Ebrei il centro religioso fondamentale: dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme, i Giudei e i grandi rabbini dovranno abbandonare la Giudea e si ritroveranno in Galilea. Buona parte della tradizione rabbinica è venuta dalla Galilea, dopo Gesù.

Avviene questo capovolgimento: il Signore sceglie le cose piccole, come ci ha insegnato Maria nel Magnificat: abbatte quelli che sono in alto, i forti, i potenti e sceglie i piccoli (cfr. Lc 1, 52). E non perché i Galilei fossero migliori dei Giudei, anzi, anche i Galilei non hanno accolto bene Gesù; semplicemente il Signore sceglie di predicare là perché dal punto di vista religioso, sono disprezzati e rifiutati. È fatta così la scelta di Dio.

Gesù va nella sinagoga e partecipa alla liturgia, così come normalmente si faceva. La liturgia della sinagoga era solo liturgia della parola; non c’era la liturgia del sacrificio che si poteva fare solo nel tempio di Gerusalemme. Quindi si leggeva un brano del Pentateuco, (i primi cinque libri della Bibbia), poi un brano dei profeti che faceva in qualche modo da commento, poi i partecipanti potevano commentare liberamente quello che era stato proclamato; potevano prendere la parola, e quando passava uno che veniva da lontano, lo si invitava a prendere la parola in modo da potere ascoltare una testimonianza di fede che veniva da un’altra esperienza per arricchire la propria.

Così capita a Gesù: va a Nazareth, lo fanno parlare perché ha percorso tutte le regioni circostanti e avrà delle cose da dire. Gesù prende il rotolo, lo apre e legge l’inizio del cap. 61° di Isaia, che è il profeta della speranza, dell’attesa, il profeta messianico per eccellenza. Legge Isaia 61, 1-2 che è una specie di consacrazione profetica: il profeta esprime la consacrazione, la missione che ha ricevuto dal Signore. Una consacrazione che prima di tutto è legata al dono dello Spirito:

«Lo Spirito del Signore è sopra di me» (Is 61, 1a).

Il profeta è come dominato, afferrato dalla presenza dello Spirito di Dio e proprio per questo, se parla, non dice parole sue, ma parole ispirate dallo Spirito, e se opera, non fa azioni sue, ma compie le opere di Dio, opere forti, la cui energia è quella dello Spirito di Dio.

«[1]Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione» (Is 61, 1a).

Per fare che cosa? Per proclamare il vangelo. È significativo: proclamare il vangelo non è una cosa che uno possa fare per volontà sua. Proclamare il vangelo è trasmettere un’energia di salvezza; dicevamo ieri che il vangelo è potenza di Dio che salva, è forza di Dio che salva, allora, per potere annunciare in modo autentico il vangelo, bisogna che ci sia la forza di Dio, altrimenti è solo una parola. La forza di Dio è lo Spirito del Signore che equipaggia il profeta e lo rende capace di proclamare in maniera efficace il vangelo di Dio, un lieto messaggio; anzi, questo lieto messaggio sarà, come vedremo, l’anno di grazia del Signore.

A chi va proclamato il vangelo? Ai poveri, ai prigionieri, ai ciechi, agli oppressi. Questo dice Isaia:

«[18] (…), e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi» (Lc 4, 18b).

Che cita Is 61, 1 e Is 58, 6c).

Il messaggio è annunziato a tutte le categorie di persone; anche se qui ne sono elencate solo quattro, vi si possono includere tutte le categorie di bisognosi, di mendicanti, di quelli che desiderano la salvezza, o il capovolgimento della loro sorte, perché si trovano in una condizione di miseria materiale e spirituale, in cui la vita è pesante e oppressiva.

È da notare che Gesù, prendendo questo testo di Isaia, si ferma a un certo punto nella lettura; è normale fermarsi, però è significativo il “dove” si ferma; ecco il testo originale di Isaia:

«[1]Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, [2]a promulgare l’anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio (…)» (Is 61, 1-2a).

Questa ultima frase Gesù non l’ha letta, si è fermato prima, dove si dice “a promulgare l’anno di grazia del Signore”. Significa forse che la vendetta del Signore è annullata? Certamente no: la vendetta di Dio è il giusto giudizio di Dio, e Gesù certamente non lo cancella. Ma si può dire che il giudizio di Dio è differito. Infatti secondo il Battista, quando il Messia sarebbe venuto, avrebbe diviso i buoni dai cattivi, avrebbe introdotto i buoni nel suo regno e sterminato gli empi. Per cui il Battista diceva:

«[9]Anzi, la scure è già posta alla radice degli alberi; ogni albero che non porta buon frutto, sarà tagliato e buttato nel fuoco» (Lc 3, 9).

Questa era l’idea di Giovanni il Battista, ma non quella di Gesù. L’idea di Gesù è che adesso è il tempo del perdono, adesso è il tempo della salvezza, quindi se c’è un albero che non porta frutto, non viene tagliato, viene invece lavorato, concimato in modo che possa portare frutto; gli viene dato il tempo; ora è il tempo della pazienza di Dio, è il tempo del perdono. Poi verrà il giudizio, ma verrà al termine del cammino della nostra storia. Ora la presenza di Gesù, la presenza del Messia ci fa entrare nell’anno di grazia del Signore, nell’anno del perdono, della remissione, nell’anno in cui chiunque, anche i peccatori, vengono accolti e perdonati. Gesù sa e ritiene di essere venuto proprio per i peccatori, come medico per i malati; come salvatore, per i disgraziati, per quelli che hanno bisogno della salvezza. Per questo dice: «Adesso è l’anno di grazia del Signore»; verrà anche il giorno della vendetta e nel vangelo questo viene chiamato “giudizio” (anche nella parabola dei talenti c’è il giorno del rendiconto, quando il padrone ritorna), ma per ora il giudizio è rimandato: questo è l’anno di grazia.

L’anno di grazia del Signore è l’anno della benevolenza, dell’amore di Dio; l’anno di grazia del Signore è un’espressione che fa riferimento al libro del Levitico, dove si parla del famoso anno del giubileo:

«[8]Conterai anche sette settimane di anni, cioè sette volte sette anni; queste sette settimane di anni faranno un periodo di quarantanove anni. [9]Al decimo giorno del settimo mese, farai squillare la tromba dell’acclamazione; nel giorno dell’espiazione farete squillare la tromba per tutto il paese. [10]Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia» (Lv 25, 8-10).

È una legge stranissima, però molto ricca di significato; molto strana dal punto di vista sociale ed economico. L’idea che ci sta sotto è che la Palestina non è una terra qualsiasi, è una terra speciale, non perché dal punto di vista della composizione chimica del terreno sia diversa dalle altre, ma è speciale perché è dono di Dio. È vero che gli Israeliti hanno dovuto sudare le famose sette camicie per conquistarla, però alla fine debbono dire: non l’abbiamo conquistata noi, ce l’ha donata il Signore. Siccome dunque il Signore ha donato la terra, la distribuzione ne deve essere giusta, equilibrata; così la terra viene divisa fra le tribù, poi secondo le famiglie e ciascuna famiglia ha quel pezzo di terra che le garantisce il mantenimento, la sopravvivenza. Però in realtà le cose sono molto più complesse: un anno può venire bel tempo o brutto tempo, o la carestia da una parte e non da un’altra; può piovere su un campo e non su quell’altro; c’è poi chi è capace di amministrare bene il suo podere e chi invece non è capace; c’è chi per qualche motivo, per una malattia, per esempio, perde il raccolto…, e così via; quindi avvengono delle differenze e succede che uno è costretto a vendere il suo pezzo di terra, addirittura può capitare che uno sia costretto a vendere se stesso come servo di un’altra famiglia, di un’altra casa.

Tuttavia, dice il libro del Levitico, il 50° anno, chi ha venduto o perso il suo terreno lo ritrova, gli viene restituito; chi è andato schiavo o servo di qualcun altro, ritorna alla sua famiglia, libero. Il 50° anno riporta la giustizia originale; l’uomo non riesce a custodire in modo perfetto la giustizia e l’uguaglianza tra le persone e le famiglie, ebbene, questa uguaglianza la rifà Dio, nell’anno del giubileo, anno della remissione. In quell’anno chi ha debiti, gli vengono cancellati; ciascuno è libero da tutte le schiavitù e recupera tutti i suoi beni. Ora, dal punto di vista economico, è una legge strana, e di fatto, dicono gli esperti, non è mai stata messa in pratica veramente. Ma aveva un valore ideale, perché richiamava la fondamentale uguaglianza di tutti gli Israeliti: siccome la terra è dono di Dio, con i doni di Dio non si può cercare di prevalere sugli altri o contro gli altri: ora, questa legge voleva richiamare un cambiamento di mentalità.

Ebbene, Gesù annuncia l’anno di grazia del Signore, l’anno del recupero dell’integrità originaria; naturalmente, non inteso dal punto di vista economico (Gesù infatti non ha mai predicato perché le proprietà venissero riportate agli antichi proprietari: ed era, tra l’altro, ormai impossibile sapere chi fossero, al tempo di Gesù): però a quell’anno di grazia Gesù dà, evidentemente, un grande valore simbolico: quando Dio ha fatto l’uomo, lo ha fatto a sua immagine e somiglianza, bello, integro, buono e sano, sincero e generoso. È proprio così l’uomo adesso?

Ora nell’uomo l’immagine di Dio si è offuscata, la lontananza da Dio è cresciuta; ora è entrato un peso di egoismo, di ipocrisia, di falsità e di avidità; ma adesso è l’anno di grazia del Signore, quello in cui tutti i debiti vengono cancellati, e tutti i peccati perdonati. Dio mette cioè una forza di grazia e di perdono dentro alla storia umana, capace di cancellare ogni miseria.

Ecco il ministero di Gesù. Se Gesù guarisce per esempio i malati, se libera gli indemoniati, se perdona i peccatori, questo vuol dire che l’anno di grazia del Signore è qui, è presente. Quale che sia la tua condizione, adesso Dio ti rifà bello, integro, ti riporta alla sua immagine e somiglianza piena; ti crea un cuore buono:

«Crea in me, o Dio, un cuore buono, rinnova in me uno spirito saldo» (Sal 51, 12).

È questo che il Signore sta facendo adesso.

A chi? Ai poveri, ai prigionieri, agli oppressi, ai ciechi. Evidentemente questo va inteso in senso concreto e nello tempo in senso profondo, simbolico: prigionieri sono quelli che stanno in galera, ma prigionieri siamo alla fine anche noi di tutto quello che ci impedisce di realizzare la vocazione di Dio. C’è chi è prigioniero dei soldi, che non è capace di fare del bene perché i soldi glielo impediscono, per il grande attaccamento.

Così, siamo schiavi della bella figura: spesso facciamo o non facciamo una cosa non perché è giusta o sbagliata, ma per ottenere l’applauso o evitare un rimprovero: allora la bella figura prevale sulla verità e sul bene.

Così, uno è schiavo del successo, ecc.

Quando, dunque, ci sono altri poteri, altre forze al di fuori della volontà di Dio che determinano le nostre scelte e i nostri comportamenti, siamo prigionieri.

  1. Paolo ricorda questo molto bene, quando al cap. 7° della Lettera ai Romani descrive la condizione dell’uomo disgraziato (siamo noi): nel suo cuore egli si rende conto di cosa è il bene, di cosa è la giustizia e vorrebbe farla, ma non ci riesce: quando cerca di fare il bene, si trova accanto una forza che lo piega al male, che chiama il peccato. Il peccato è come una potenza che trascina l’uomo lontano dal suo bene, lontano dalla sua verità (cfr. Rm 7, 14-24).

Prigionieri e ciechi!

“Ciechi” evidentemente ancora nella vita spirituale: quando non riusciamo a vedere la verità delle cose, a vedere quello che conta e quello che non conta, quando diamo più valore a certe realtà perché sono immediatamente sensibili, che non ad altre che non si riconoscono subito. Spesso siamo sensibili solo a certe lunghezze d’onda; siamo sensibili, per esempio, alla lunghezza d’onda del denaro; mentre siamo come ciechi di fronte ad altre: per esempio: la santità, che pare sia passata un tantino di moda.

Così, ancora, si parla di “mettere in libertà gli oppressi”, e l’oppressione è tutto quello che impedisce all’uomo di respirare a pieni polmoni la vita, di gioire per la vita che il Signore gli ha dato. Ci sta dentro la tristezza, e forse per l’uomo di oggi, la noia. l’uomo tende ad essere annoiato perché vive l’esperienza dell’insignificanza, quando cioè non c’è niente che abbia più un valore assoluto. Ora, quando non c’è niente per cui vale la pena morire, non c’è niente per cui vale la pena vivere, allora, la vita diventa annoiata, insignificante, inutile; e c’è chi la riempie con una partita a scacchi o a canasta, per passare il tempo, e non sentirne troppo l’angoscia. Forse dietro a tanti comportamenti, anche moralmente sbagliati, dell’uomo di oggi ci sta, forse, semplicemente questa incapacità di dare valore alla vita, alle cose.

Ecco perché lo Spirito del Signore è su Gesù Cristo: perché annunci il vangelo, un lieto annuncio, perché predichi l’anno di grazia del Signore.

Per quello che riguarda noi, bisogna riaprire la porta alla speranza, risentire il valore di certe espressioni dei Salmi che dicono: «Fino a quando, Signore?». “Fino a quando” vuole dire: Sì, sono in una condizione di miseria e di sofferenza, ma spero, desidero, attendo qualche cosa di altro. «Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi?» (Sal 13, 2-3). La nostra povertà deve diventare desiderio forte della salvezza di Dio, proprio perché siamo consapevoli di essere poveri, poveri spiritualmente.

«[20]Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. [21]Allora cominciò a dire: Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi. [22]Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: Non è il figlio di Giuseppe?» ( Lc 4, 20-22).

La parolina che più interessa è “oggi”.

Una parola importante nella Bibbia. È importante, per esempio, nel libro del Deuteronomio dove ogni tanto viene fuori: «il Signore ha stabilito l’alleanza con noi che siamo qui oggi tutti in vita» – diceva Mosè – (Dt 5, 3). È anche la parola della liturgia. Nella liturgia non si dice mai “ieri è successo questo e quest’altro…” No, oggi! Oggi il Signore parla! Oggi il Signore agisce! Nella liturgia si dice: Parola che il Signore dice oggi. Nella liturgia diventa attuale anche il passato, anche l’esodo dall’Egitto che è di 3000 anni fa.

Oggi” è la parola importante che domina anche il vangelo di s. Luca. Quando nel tap. 2 viene annunciata la nascita di Gesù, l’angelo dice ai pastori:

«[10] (…) Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: [11]oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore» (Lc 2, 10-11).

Da notare: non “oggi è nato”, ma “oggi vi è nato”, cioè è nato per voi! Non è una notizia qualunque: è una notizia che ci coinvolge, che ci riguarda. Questo “oggi” è l’oggi di Gesù, ma è anche il nostro: la sua nascita, la sua predicazione riguarda esattamente noi e riguarda la nostra vita.

Così, più avanti, quando Gesù guarisce un paralitico:

«[26]Tutti rimasero stupiti e levavano lode a Dio; pieni di timore dicevano: Oggi abbiamo visto cose prodigiose» (Lc 5, 26).

Ancora, quando Gesù va in casa di Zaccheo, gli dice:

«…Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua» (Lc 19, 5b);

e poco dopo:

«[9]Gesù gli rispose: Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo» (Lc 19, 9).

Anche nell’episodio della passione, Gesù dice al buon ladrone:

«(…) In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso» (Lc 23, 43).

Questo “oggi” è l’oggi della salvezza.

Sono «[16]beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono. [17]In verità vi dico: molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, e non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, e non l’udirono!» (Mt 13, 16-17).

Sono beati i vostri occhi perché hanno visto Gesù Cristo e sono beati i vostri orecchi perché hanno ascoltato la sua parola, perché oggi è entrata dentro alla vostra vita la salvezza di Dio, che è presente in Gesù Cristo.

In realtà una delle cose che rendono fiacca la vita religiosa è l’abitudine. L’abitudine dice “ieri”: faccio una cosa perché l’ho fatta ieri. Invece no! Oggi è una giornata nuova, oggi c’è un intervento nuovo del Signore; ogni Eucaristia è nuova e ogni ascolto della parola di Dio è nuovo. Se uno riuscisse ad avere questo senso dell’oggi, la vita diventerebbe più ricca. Bisogna però che il cristiano non diventi ossessionato, nella paura di perdere il tempo attuale, ma resti aperto all’incontro di oggi con il Signore. Quindi la preghiera di oggi è una preghiera nuova, anche se sono le stesse parole che abbiamo detto ieri, una settimana fa…; le parole si ripetono, ma quello che non si ripete è l’esperienza, la situazione, la comunione con il Signore: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura».

Segue la reazione a questa predicazione del Signore. Dice il vangelo di Luca che c’è, prima di tutto, una reazione positiva:

«[22]Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca» (Lc 4, 22).

“Parole di grazia” cioè parole che portano dentro di sè la bellezza del dono di Dio, parole che risanano, che guariscono le ferite, che tolgono la disperazione, che stimolano la carità, l’amore fraterno, parole “belle”, della bellezza di Dio, che rendono bello l’uomo, e quando arrivano dentro all’uomo lo sottomettono alla grazia di Dio.

Di Maria l’angelo dice: “piena di grazia”, cioè bella per quel dono di grazia che hai ricevuto da Dio.

Ecco, le parole del Signore fanno questo: rendono “bella” la creatura alla quale si rivolgono, bella per la grazia di Dio, per il suo dono.

La prima reazione è evidentemente positiva: dovremmo stupirci anche noi, e gioire per le parole di grazia che escono dal Signore.

Ma poi, paradossalmente, c’è anche una reazione negativa, alla cui origine sta quello che ricordavamo ieri: lo scandalo dell’umanità di Gesù. Dicono «Non è il figlio di Giuseppe?»: questa frase è una incrinatura nella fede in Gesù, perché vuole dire: lo abbiamo sempre conosciuto, è sempre vissuto con noi, ha imparato a camminare in mezzo a noi, ha imparato a parlare, gli abbiamo insegnato noi molte cose, ha imparato a fare il falegname; e adesso si mette a fare il maestro, il liberatore? Che cosa pretende? Perché si mette in questa situazione di superiorità nei nostri confronti? Il che esprime la difficoltà di riuscire ad accettare insieme le due cose: che Gesù sia proprio uno di noi, perfettamente uomo, e che nello stesso tempo Gesù sia salvatore e Figlio di Dio, che sia quindi in grado di salvare la nostra vita; è uno di noi, ma è anche il nostro salvatore e redentore. Mettere insieme queste due cose è tutt’altro che facile, e gli abitanti di Nazareth vorrebbero come garanzia un segno:

«Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui, nella tua patria!» (Lc 4, 23).

Vorremmo perciò un qualche segno per dimostrare che tu sei il nostro salvatore, che sei il Figlio di Dio, che sei quello che dici.

Ora, è significativo e molto importante: Gesù fa i miracoli, certamente, ma non li fa mai per sè, per raccomandare se stesso, o per affermare il suo potere e tanto meno per salvare se stesso.

Gesù ha un potere immenso, è onnipotente del potere di Dio, ma questo potere lo ha solo a favore degli altri, non lo usa mai per la sua protezione.

Quindi: «medico, cura te stesso» somiglia a: «se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce… noi ti crederemo» (Mt 27, 40-42). Proprio perché è Figlio di Dio non scende dalla croce, e proprio perché è Figlio di Dio non usa il potere a suo vantaggio.

Era quello che il satana gli aveva proposto, in Mt 4, 3-11: «Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane»; diventa il padrone del mondo; buttati giù dal pinnacolo del Tempio e non morire; serviti del tuo potere.

La caratteristica di Gesù è invece un’altra:

«Tu (Padre) gli hai dato potere sopra ogni essere umano perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato» (Gv 17, 2-3).

Questo è il potere di Gesù: dare la vita eterna. Per questo Gesù ha sempre rifiutato ogni miracolo, quando gli veniva chiesto come segno, come garanzia, come raccomandazione.

Gesù non fa raccomandazioni per se stesso, e i miracoli li fa sempre e solo quando c’è qualcuno che glielo chiede: dove c’è un bisogno, dove c’è qualcuno che stende la mano, Gesù non ha mai detto di no.

È la prospettiva del dono, dell’amore, quella in cui gli abitanti di Nazareth fanno fatica ad entrare. Per loro, il fatto che Gesù non compia miracoli a suo vantaggio è segno che in realtà non è il Figlio di Dio; hanno una loro concezione di Figlio di Dio e Gesù non corrisponde a quella concezione. Il che poi non è strano: che Dio sia diverso da come ce lo immaginiamo noi è anzi comprensibile, infatti Dio non è una proiezione dei nostri desideri e delle nostre attese.

Per questa conclusione paradossale, i Nazaretani tentano di uccidere Gesù. Paradossale, anche se corrisponde a una prescrizione del Deuteronomio, dove si diceva che un falso profeta deve essere messo a morte (cfr Dt 13, 6).

«Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò» (Lc 4, 30).

Se ne va perché non è ancora giunta la sua ora; siamo davanti a un episodio simbolico, che annuncia quanto accadrà più tardi. E c’è la tristezza per un popolo che non ha saputo cogliere il tempo della salvezza e della grazia.

«Oggi si è compiuta questa Scrittura…»: sono parole per voi, per la vostra grazia, per la vostra salvezza; ma gli abitanti di Nazareth non hanno saputo cogliere questo “oggi”.

C’è anche per noi l’invito a recuperare il senso dell’oggi: perché è ancora oggi, in questo giorno di esercizi spirituali, in questo giorno di Eucaristia che il Signore passa.

Che il Signore possa trovare in noi una disponibilità e una attesa grande, aperta. Amen.