MEDITAZIONI SUL VANGELO DI LUCA – 3

Diocesi Reggio Emilia
Esercizi spirituali alle Religiose
Clarisse cappuccine di Correggio
(dal 27 Agosto al 1° Settembre 1993)

Meditazioni sul Vangelo di Luca. 2

Vi annunzio una grande gioia (Lc 2, 10)

Fonte Sussidi Biblici n. 44 – 45. Edizione San Lorenzo, Reggio Emilia Agosto 1994

Primo Giorno

27 Agosto 1993

Seconda Meditazione

La trilogia iniziale

Meditiamo Luca 3, 21 – 4, 12. Sono tre sezioni che costituiscono una specie ili trilogia iniziale: il battesimo di Gesù, la genealogia di Gesù e il racconto delle tentazioni nel deserto. Questi tre episodi fanno come da introduzione al ministero pubblico del Signore e danno un punto di riferimento fondamentale.

«[21]Quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì [22]e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba, e vi fu una voce dal cielo: «Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto» (Lc 3, 21-22).

La prima domanda che viene come inevitabile è proprio quella sul significato del battesimo di Gesù: perché Gesù si è fatto battezzare? e perché da Giovanni il Battista? tenendo presente che il battesimo di Giovanni Battista è un battesimo di conversione per la remissione dei peccati.

È comprensibile che Giovanni Battista annunci il tempo nuovo che si inaugura proprio con un rito come il battesimo, ma è più difficile capire perché Gesù si sia sottomesso al battesimo. È una domanda che si sono fatti anche i primi cristiani e alla quale hanno fatto fatica a rispondere. C’è un tentativo di risposta nel vangelo di Matteo quando Gesù va dal Battista il quale dice:

«Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me? [15]Ma Gesù gli disse: Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia» (Mt 3, 14-15a).

In altre parole: c’è una volontà misteriosa di Dio e a questa volontà è giusto che ci sottoponiamo tu ed io. Anche se questo può apparire strano ad uno sguardo superficiale, il discorso si ripropone: qual è allora questo disegno, qual è questa giustizia misteriosa che Gesù adempie proprio sottomettendosi al battesimo?

Credo che lo si possa capire partendo da un altro versetto di Luca, dove Gesù, mentre è in viaggio verso Gerusalemme, cioè verso la sua passione, dice:

«[50]C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto!» (Lc 12, 50).

Naturalmente, il riferimento è alla passione. Essa viene considerata da Gesù come un battesimo che egli desidera intensamente perché è il compimento della sua vita, noi diremmo: è il compimento della sua vocazione, della missione che ha ricevuto dal Padre. Il battesimo di Giovanni Battista per Gesù è un anticipo, una prefigurazione della passione. In altre parole, nella sua passione Gesù si sottomette alla pena e alla sofferenza dell’uomo a motivo del peccato; Egli è innocente ma viene trattato come un peccatore, viene condannato e porta sopra di sé il peso del peccato degli uomini. Ora nel battesimo, Gesù inizia questo itinerario di solidarietà. C’è una folla di gente, secondo s. Luca, che va da Giovanni Battista a farsi battezzare; è la folla che rappresenta l’umanità peccatrice. Gesù si mescola con quella folla; non è peccatore, ma si mette insieme con i peccatori e prende sopra di sé la loro condizione, il peso e la sofferenza della loro vita, perché è venuto proprio per questo. Il battesimo di Gesù è dunque una scelta di solidarietà, di condivisione, come tutta la sua vita è una scelta di solidarietà e di condivisione. L’incarnazione ha questo significato: invece di salvare da lontano, come avrebbe anche potuto, Dio salva mescolandosi a noi, solidarizzando con noi.

Con questo si capisce anche che siamo al punto di arrivo di un itinerario ancora più lungo, che inizia non solo con il battesimo di Gesù, ma già dall’Antico Testamento, perché l’idea di diventare solidale con gli uomini è il progetto di Dio, da sempre. Quando il Signore libera Israele dall’Egitto, lo libera non semplicemente con la sua potenza, ma camminando insieme con il suo popolo; la colonna di nube e di fuoco rappresenta la vicinanza e la protezione di Dio; l’arca dell’alleanza dopo l’incontro di Mosè al Sinai, rappresenta ancora la presenza di Dio: l’arca accompagnerà Israele nei suoi quarant’anni di pellegrinaggio nel deserto. L’arca dell’alleanza diventerà il tempio di Gerusalemme dove l’arca verrà insediata; il tempio di Gerusalemme è il luogo dove Dio abita: Dio, 1’immensamente grande, colui che i cieli dei cieli non riescono a contenere, si accosta all’uomo e si mette dentro l’esperienza degli uomini, vive ed è solidale con loro. Tanto è solidale con loro che, secondo l’esperienza del profeta Ezechiele (cfr. Ez 22, 26; 36, 16-38), Dio ha patito il disonore a motivo dell’infedeltà di Israele. Siccome il popolo di Dio non si è comportato bene, ma al contrario è stato un popolo infedele, Dio ha preso su di sé il disonore di avere un popolo così. Siccome però Dio è legato a Israele e non ha rifiutato la solidarietà, Dio porta il peso del disonore. Se il nome del Signore è stato profanato a motivo dei peccati d’Israele, vuol dire che il nome del Signore era così vicino a Israele, così legato a lui che il peccato di Israele è ricaduto sopra il Signore stesso.

Allora, il cammino della solidarietà è il cammino di tutta la storia della salvezza che in Gesù Cristo raggiunge il culmine e la perfezione perché oltre che farsi uomo, egli ha assunto il destino dell’uomo come destino di morte. Il battesimo di Gesù si colloca in questa linea.

Ecco perché, dice Lc 3, 21-22:

«[21]Quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì [22]e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba».

“Il cielo si apri”, vuole dire che quel firmamento che sembrava separare il mondo di Dio da quello degli uomini, viene aperto. Il firmamento era immaginato dagli antichi come una specie di calotta di metallo o di bronzo, alla quale erano appese le stelle, e separava il mondo di Dio che era sopra al firmamento, dal mondo degli uomini che stava sotto; tra il mondo di Dio e quello degli uomini non c’è comunicazione, non c’è una via di passaggio.

Ma il profeta Isaia aveva sperato che questo passaggio potesse un giorno aprirsi. Scrive il profeta Isaia:

«[19]Siamo diventati come coloro su cui tu non hai mai dominato, sui quali il tuo nome non è stato mai invocato. Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti» (Is 63, 19).

Per capire meglio, si possono leggere i versetti precedenti dove il profeta descrive la condizione di disorientamento, di solitudine e di abbandono del popolo:

«[17]Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema?» (Is 63, 17a).

Abbiamo un cuore indurito, camminiamo lontano dalla volontà del Signore, e questa è la nostra sofferenza, la nostra disperazione. Perché, Signore, ci lasci andare così? Vieni a cercarci, siamo diventati come coloro sui quali tu non hai mai dominato, come se non avessimo mai avuto un padre, come se non avessimo mai avuto un Dio, come se fossimo sempre stati senza un’identità, senza significato. “Oh, se tu squarciassi i cieli e scendessi!”: se finalmente quella distanza che c’è tra Dio e noi fosse colmata e certamente non la possiamo colmare noi. Infatti, non dice Isaia. “Oh, se potessimo salire in alto!”, ma “se tu squarciassi i cieli e scendessi”: indica, dunque, quest’immagine dei cieli aperti, la comunicazione di Dio, l’apertura, il dono della vita di Dio agli uomini, e in Lc, concretamente, indica il dono fondamentale dello Spirito Santo: “e scese su di lui lo Spirito Santo, in apparenza corporea come di colomba”. A questo proposito, bisognerebbe leggere molti testi, ancora nell’Antico Testamento, come Isaia cap. 11°: qui il Messia viene presentato come colui su cui lo Spirito Santo scende e si ferma e che lo Spirito equipaggia con tutte quelle doti che gli permettono di realizzare la sua vocazione di Messia. Occorre notare però che nell’Antico Testamento la colomba era simbolo del popolo di Dio, d’Israele.

Lo Spirito Santo scende su Gesù in apparenza corporea come di colomba: Luca e tutto il Nuovo Testamento vogliono indicare che Gesù rappresenta la sintesi di tutto il popolo di Dio; il vero Israele, l’Israele autentico, fedele, in comunione con Dio è proprio lui: Gesù Cristo.

Siccome è perfettamente uomo, è pienamente solidale con noi, ma nello stesso tempo è perfettamente Dio, perfettamente in sintonia con Dio, è pienamente obbediente al Padre, legato al Padre da quell’amore che si chiama Spirito Santo. Allora lo Spirito Santo scende su di lui e crea tra Gesù e il Padre quel legame che è comunione perfetta, sintonia e armonia piena: “e vi fu una voce dal cielo: Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto”. Anche qui evidentemente l’immagine è la stessa: figlio di Dio, nell’Antico Testamento, è Israele che il Signore ha educato come un figlio, che ha chiamato dall’Egitto, al quale ha insegnato a camminare, al quale ha dato da mangiare, che ha amato con un amore di tenerezza, di misericordia. Questo figlio ora è Gesù Cristo, e proprio in Gesù Cristo l’idea del popolo di Dio fedele si realizza pienamente, come vedremo.

Subito dopo il Battesimo, s. Luca inserisce la genealogia di Gesù:

«[23]Gesù quando incominciò il suo ministero aveva circa trent’anni ed era figlio, come si credeva, di Giuseppe, figlio di Eli, [24]figlio di Mattàt, figlio di Levi, figlio di Melchi, figlio di Innài, figlio di Giuseppe, [25]figlio di Mattatìa, figlio di Amos, figlio di Naum, figlio di Esli, figlio di Naggài, [26]figlio di Maat, figlio di Mattatìa, figlio di Semèin, figlio di Iosek, figlio di Ioda, [27]figlio di Ioanan, figlio di Resa, figlio di Zorobabèle, figlio di Salatiel, figlio di Neri, [28]figlio di Melchi, figlio di Addi, figlio di Cosam, figlio di Elmadàm, figlio di Er, [29]figlio di Gesù, figlio di Elièzer, figlio di Iorim, figlio di Mattàt, figlio di Levi, [30]figlio di Simeone, figlio di Giuda, figlio di Giuseppe, figlio di Ionam, figlio di Eliacim, [31]figlio di Melèa, figlio di Menna, figlio di Mattatà, figlio di Natàm, figlio di Davide, [32]figlio di Iesse, figlio di Obed, figlio di Booz, figlio di Sala, figlio di Naàsson, [33]figlio di Aminadàb, figlio di Admin, figlio di Arni, figlio di Esrom, figlio di Fares, figlio di Giuda, [34]figlio di Giacobbe, figlio di Isacco, figlio di Abramo, figlio di Tare, figlio di Nacor, [35]figlio di Seruk, figlio di Ragau, figlio di Falek, figlio di Eber, figlio di Sala, [36]figlio di Cainam, figlio di Arfàcsad, figlio di Sem, figlio di Noè, figlio di Lamech, [37]figlio di Matusalemme, figlio di Enoch, figlio di Iaret, figlio di Malleèl, figlio di Cainam, [38]figlio di Enos, figlio di Set, figlio di Adamo, figlio di Dio» (Lc 3, 23-38).

È molto bella questa genealogia e dice alcune cose importanti; è vero che è una serie pesante di nomi che si ripetono; però, proprio perché un nome vale l’altro, la genealogia dice che Gesù è inserito nella trama normale della storia umana. È come se si fosse innestato nelle realtà umane più semplici.

Nella genealogia di Gesù ci sono degli illustri sconosciuti che non hanno Fatto niente e di cui non rimane alcun ricordo se non il nome. Queste persone sono nate, hanno sofferto, hanno amato, sono morte, come tutti; sono persone passate senza lasciare un segno; però questi sono gli antenati di Gesù, e la speranza di Israele è passata anche attraverso di loro, perché Gesù potesse essere pienamente e perfettamente uomo: ed è necessario che Gesù sia perfettamente uomo, se vuole salvare l’umanità. Questa genealogia dà dunque valore alla vita umana, anche alla vita umana nascosta, non gloriosa, luogo però dove la speranza di Dio passa e si realizza.

Se gli antenati di Gesù sono persone sconosciute e oscure, allora la vita anche oscura, anche nascosta è immensamente preziosa, porta la speranza di Gesù.

La seconda osservazione: la genealogia di s. Luca arriva fino ad Adamo. Anche Matteo ha una genealogia ma comincia da Abramo:

«[1]Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo. [2]Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, [3]Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esròm, Esròm generò Aram, [4]Aram generò Aminadàb, Aminadàb generò Naassòn, Naassòn generò Salmòn, [5]Salmòn generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, [6]Iesse generò il re Davide. Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Urìa, [7]Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abìa, Abìa generò Asàf, [8]Asàf generò Giòsafat, Giòsafat generò Ioram, Ioram generò Ozia, [9]Ozia generò Ioatam, Ioatam generò Acaz, Acaz generò Ezechia, [10]Ezechia generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosia, [11]Giosia generò Ieconia e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia» (Mt 1, 1-10).

La genealogia di Matteo è quindi pienamente ebraica, e fa riferimento alle promesse ad Abramo e a Davide.

Invece la genealogia di Luca risale al progenitore dell’umanità intera, ad Adamo, e questo dà evidentemente alla genealogia un significato universale. S. Luca vuole sottolineare che Gesù è fratello di tutti gli uomini, proprio perché è figlio di Adamo e quindi appartiene alla razza umana in quanto tale; Adamo era stato creato a immagine e somiglianza di Dio, ma aveva perduto questa immagine e somiglianza a motivo del suo peccato. Ora Gesù ricostruisce questa somiglianza, perché Gesù è davvero il Figlio di Dio fatto a sua immagine. Quando il Padre guarda Gesù, rivede la propria immagine, il proprio amore e la propria santità, vede la propria verità. Quindi Gesù realizza quella vocazione umana che l’uomo non è mai stato in grado di realizzare, perché non è mai stato all’altezza della sua vocazione: aveva la vocazione alla somiglianza con Dio, ma l’ha persa per la sua volontà di autosufficienza, di affermazione di sé, per l’incapacità di fidarsi pienamente di Dio. La vocazione umana si compie invece con Gesù, perché l’uomo vero è Lui, l’uomo perfetto, realizzato nella sua dimensione più profonda.

Questo discorso viene ripreso da s. Paolo nelle sue lettere, in particolare nella lettera ai Colossesi:

«[15]Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura» (Col 1, 15),

E ancora:

[9]È in Cristo che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2, 9).

Siccome Dio è in Cristo, Cristo è a immagine e somiglianza di Dio ed è così l’uomo pienamente realizzato. Allora con Gesù, con il suo battesimo, con la sua vita, nasce una umanità nuova. C’è un’umanità che viene da Adamo e che proprio per questo è segnata dalla realtà del peccato. Ma c’è un’umanità che viene da Cristo e che proprio per questo vive una solidarietà di fede e di amore, ed è un’umanità universale aperta a tutti; Cristo è il secondo Adamo e riconduce l’umanità alla pienezza dei suoi compiti, del suo cammino.

Allora, visto che Gesù è il vero Israele, il vero Figlio di Dio e il vero uomo nello stesso tempo, che la vocazione di Israele e la vocazione dell’umanità si realizzano in Cristo, possiamo capire anche il terzo episodio, cioè il racconto delle tentazioni nel deserto.

C’è un legame stretto tra il racconto del battesimo e quello delle tentazioni. Nel Battesimo, la voce di Dio ha detto:

[3]Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane» (Lc 4, 3);

è una verifica di quello che è stato proclamato nel battesimo. Se è Figlio di Dio, deve essere onnipotente, deve avere un potere e un dominio universale, deve avere a sua protezione la mano di Dio, dice il Satana. Quindi verifichiamo so è veramente Figlio di Dio, e verifichiamo anche che cosa vuole dire Figlio di Dio, come lo intende il Satana e come lo intende Gesù.

Inoltre in questo episodio Gesù riprende e rifà l’esperienza che aveva fatto Israele nel deserto. Anche Israele nel deserto aveva patito la tentazione della fame, della sete, dell’idolatria, ma aveva ceduto alle tentazioni, infatti aveva mormorato, aveva fatto il vitello d’oro e quindi aveva abbandonato il Signore, si era unito a popoli idolatri. Nel deserto dunque Israele non aveva saputo realizzare la sua vocazione di figlio di Dio, non si era comportato correttamente da figlio di Dio.

Ma non solo! In questo racconto evangelico si trova anche il richiamo alla tentazione di Adamo. All’inizio della storia dell’umanità Adamo ha dovuto affrontare la prova, e non ha fatto una gran bella figura! Israele e Adamo si ritrovano adesso in Gesù. Dicevamo che Gesù è il nuovo Israele, che Gesù è il novo Adamo; ora lo troviamo nella tentazione e nella prova per vedere come reagisce e quale tipo di risposta dà. Le tre tentazioni sono quelle classiche, si ritrovano anche nel vangelo di Matteo (4, 1-11), se pure con un ordine diverso: la seconda e la terza tentazione sono invertite, rispetto a Luca.

La prima tentazione

«Quando furono terminati (i quaranta giorni del digiuno) Gesù ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane» (Lc 4, 2b-3).

È la tentazione che nasce dal bisogno. L’uomo, per natura sua, è un essere bisognoso, povero. È bisognoso materialmente perché ha bisogno di pane, di acqua, di vestiti, di casa. È povero anche spiritualmente: ha bisogno di amicizia e di gratificazione, di verità e di amore, di rispetto.

È possibile all’uomo vivere, solo se questi bisogni sono almeno in parte saziati.

La tentazione, il rischio sta nel diventare schiavi del bisogno e nel sottomettere tutta la propria vita ai bisogni da soddisfare. In altre parole: siccome per vivere ho bisogno di pane, ho la tentazione di vivere per il pane e allora il pane (e il pane vuol dire i soldi) diventa la realtà più importante della mia vita. In questo modo, il denaro diventa evidentemente il mio salvatore: io metto la mia vita nelle mani del pane, dei soldi, delle cose perché il pane, i soldi, le cose mi danno la salvezza. Questo si chiama idolatria. C’è un’idolatria che è propria del bisogno, quando l’uomo mette il possesso delle cose al di sopra di tutto; quando l’avere gli interessa più dell’onestà, della capacità d’amore, di dono.

La risposta di Gesù:

«[4]Gesù gli rispose: Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo» (Lc 4, 4).

Il pane è certamente un bisogno dell’uomo, ma non è il bisogno assoluto, non è tutto. Quel che libera l’uomo di fronte alle cose è la capacità di non considerarle più come se fossero tutto. L’idolo è pericoloso proprio per questo, perché tiene il posto di Dio, perché si presenta come il salvatore, come il tutto: quando mi comanda l’idolo, mi comandano i soldi e mi dicono cosa debbo o non debbo fare.

Se invece mi rimane la consapevolezza che non di solo pane vivrà l’uomo, che c’è qualche cosa di più al di là del pane materiale, allora mangerò anche il pane materiale, ma non ne sarò schiavo; lo cercherò perché ne avrò bisogno, ma non diventerà il padrone della mia vita. Il padrone della mia vita rimane solo Dio.

L’uomo dunque è bisognoso, ma nessun bisogno dell’uomo è assoluto: al limite, neanche la vita. C’è qualcosa che vale più della vita e per la quale l’uomo deve essere capace anche di sacrificare la vita.

Il martirio è questo: ho bisogno di vita, ho sete di vita, ma ci può essere una situazione, situazioni limite, in cui viene richiesto di mettere anche la vita in secondo piano, di considerare qualche cosa come ancor più importante. Se questa succede, allora rimango una persona libera, e il bisogno non mi ha reso schiavo delle cose e delle potenze che stanno dietro alle cose.

«[5]Il diavolo lo condusse in alto e, mostrandogli in un istante tutti i regni della terra, gli disse: [6]«Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. [7]Se ti prostri dinanzi a me tutto sarà tuo» (Lc 4, 5-7).

Cioè: se sei figlio di Dio, sei anche dominatore e signore del mondo. Ma, dice il satana, per esercitare davvero una sovranità sul mondo, bisogna ricevere il potere da lui. E per ricevere il potere da satana uno deve accettare la sua logica, la logica dei suoi comportamenti, il criterio delle sue scelte. Cioè, il satana dice a Gesù Cristo: “Se vuoi essere il padrone del mondo bisogna che tu mi segua, bisogna che tu sia abbastanza violento, capace di ingannare, capace di sedurre, comperando la gente; bisogna cioè che accetti la logica del potere ad ogni costo, del potere come valore assoluto e al di sopra di ogni altra cosa. E se i tu accetti questo, devi venirmi dietro: io solo ho in mano il potere del mondo e lo do a chi voglio”.

È il ragionamento di quella politica realistica, dicono alcuni, che consiste in questo: mi propongo uno scopo, e poi non sto a badare ai mezzi: siano onesti o disonesti, non deve più contare niente; il ragionamento che sta dietro è questo: se vuoi essere onesto, fai poca strada, raggiungi poco successo, poco potere; se sei sempre sincero e non bari mai al gioco, alla fine non guadagni. Se vuoi guadagnare, mi devi seguire, dice il satana a Gesù. Il satana si presenta dunque come principe di questo mondo, direbbe il vangelo di s. Giovanni, come colui che è in grado di donare il potere a chi vuole; la condizione è: seguimi, cioè comportati in modo diabolico, satanico, disonesto, senza attenzione alla giustizia, alla verità e all’amore. Tu, dice il satana a Gesù, ti illudi di guadagnare gli uomini con l’amore: gli uomini non vanno dietro a chi li ama, ma a chi li terrorizza, o a chi li compra. Devi seguire questa strada se vuoi diventare il padrone del mondo.

Risposta di Gesù:

«[8]Gesù gli rispose: Sta scritto: Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai» (Lc 4, 8).

La volontà di Dio deve stare al di sopra di tutto, al di sopra anche del successo, della possibilità di potere; devi cioè sottomettere le tue scelte a quello che Dio vuole, forse anche rimettendoci, dal punto di vista del potere, o del denaro; ma Dio deve rimanere l’assoluto. Non si può entrare a patti con l’ingiustizia e con la falsità.

La terza tentazione, l’ultima del Vangelo di s. Luca è, in modo molto significativo, collocata a Gerusalemme:

«[9]Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul pinnacolo del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, buttati giù; [10]sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordine per te, perché essi ti custodiscano; [11]e anche: essi ti sosterranno con le mani, perché il tuo piede non inciampi in una pietra» (Lc 4, 9-11).

Se cioè tu sei Figlio di Dio, evita la morte, chiama Dio a tua difesa e protezione perché ti liberi dalla morte. “Buttati giù dal pinnacolo del tempio”, vuole dire: di fronte a chi ti ammazzerebbe, fa’ appello a Dio, perché Dio ha garantito che darà ordine ai suoi angeli affinché ti custodiscano, e ti sosterranno con le mani perché tu non debba inciampare. Allora, se hai la garanzia della protezione di Dio, servitene! Se sei figlio di Dio, devi appellarti a lui nel momento della difficoltà, del pericolo. Per evitare la morte, perché la morte non ha senso per un figlio di Dio: essa appartiene a quelli che sono stati abbandonati da Dio.

È la tentazione suprema, perché è la tentazione dell’evitare la croce; è la prova, l’agonia che Gesù affronterà nel Getsemani, quella dell’ “allontana da me questo calice”: Gesù però vincerà ancora: “non la mia, ma la tua volontà”.

È in fondo la tentazione che, in modo inconsapevole, subirà Pietro quando Gesù per la prima volta annuncia la sua passione; Pietro prende in disparte Gesù e comincia a rimproverarlo dicendo: “Non devi andare verso la passione, sei il Messia: devi andare verso la gloria” (cfr. Mt 16, 21-23). Diego questa tentazione sta il senso dato all’espressione “Figlio di Dio”: nella concezione del satana. Figlio di Dio è colui che si serve del potere per il proprioo per evitare la morte. Nella concezione di Gesù, Figlio di Dio è colui che si sottomette alla volontà del Padre con fiducia e abbandono pieno, che accetta anche la morte, se questa rientra nel progetto del Padre, che lascia al Padre la prospettiva della salvezza come e quando vorrà. E salvezza non è esonero dalla morte; il Padre però gli farà vincere la morte in concreto. Gesù deve passare attraverso questo abbandono, che è rinuncia totale, che è l’obbedienza, quella che Adamo aveva rifiutato. Adamo aveva cercato un’autorealizzazione senza Dio. Gesù rifiuta di fare qualche cosa che non sia nella sottomissione piena alla volontà del Padre; proprio in questo Gesù realizza la vocazione umana dell’uomo come figlio di Dio, e come immagine di Dio che né Adamo, né Israele erano stati in grado di realizzare.

«[13]Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato» (Lc 4, 13).

“Ogni specie di tentazione”: le tre tentazioni riassumono tutte le tentazioni hc accompagnano la vita dell’uomo, la tentazione del liberarsi di Dio, dell’affermarsi senza Dio. Ma ritornerà il diavolo al tempo fissato, cioè al tempo della Passione. Al momento della passione, il diavolo riprenderà i suoi assalti contro Gesù proprio con la terza tentazione: “evita la morte, appellati a Dio perché ti liberi dalla morte!”. E anche in quella occasione, Gesù avrà da combattere e da vincere e da mostrare la sua fiducia e il suo abbandono totale nel Padre.

Così, battesimo, genealogia e tentazioni fanno da porta di ingresso al ministero di Gesù e vogliono indicare quanto ricordavamo: Gesù si fa perfettamente solidale con l’uomo, realizza nella sua vita la vocazione del popolo di Israele e la vocazione dell’uomo Adamo, realizza questa vocazione affidando la sua vita alle mani del Padre e sottomettendosi con un’obbedienza perfetta, facendo così quello che l’uomo non era stato in grado di fare.

L’uomo obbediente, pienamente e perfettamente obbediente, è proprio Gesù. Ed è perfettamente obbediente proprio perché è il Figlio di Dio.