MEDITAZIONI SUL VANGELO DI LUCA – 20

Diocesi Reggio Emilia
Esercizi spirituali alle Religiose
Clarisse cappuccine di Correggio
(dal 27 Agosto al 1° Settembre 1993)

Meditazioni sul Vangelo di Luca. 6.o

«Vi annunzio una grande gioia» (Lc 2, 10)

Fonte Sussidi Biblici n. 44 – 45. Edizione San Lorenzo, Reggio Emilia Agosto 1994

Meditazioni predicati da mons. Luciano Monari.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione Diocesi Piacenza-Bobbio

Sesto Giorno

1 Settembre 1993

Omelia S. Messa

Letture: 1 Cor 3, 1-9; Luca 4, 38-44.

Continuando la riflessione sull’unità della comunità dei Corinzi, Paolo dice a questi cristiani: «sinora non ho potuto parlare a voi come a uomini spirituali, ma come ad esseri carnali, come a neonati in Cristo. Vi ho dato da bere latte, non un nutrimento solido, perché non ne eravate capaci».

Ci sono quindi come due fasi dell’esistenza cristiana, che s. Paolo ricorda:

  1. Quando una persona incontra Gesù Cristo e comincia a credere in lui, inizia la vita nuova, ma poiché è una vita, comincia dall’infanzia.

  2. Poi uno deve crescere, deve diventare maturo: si comincia come uomo carnale e pian piano si deve arrivare ad essere spirituale.

Essere “carnale” vuole dire avere ancora i pensieri, i sentimenti e gl’interessi che vengono dall’uomo. Il mondo ha un suo modo di ragionare costituito, secondo 1 Gv 2, 15-17, di avidità, di egoismo e di orgoglio e queste cose non sono cancellate pienamente neanche dal battesimo; hanno quindi bisogno di una purificazione progressiva per essere superate e vinte; diventando così «uomini spirituali», cioè sotto la forza dello Spirito, egli mette nei nostri cuori sentimenti e atteggiamenti diversi, man mano che uno procede nella vita cristiana: lo Spirito Santo diventa così intimo all’uomo, che il cristiano impara i sentimenti, gli atteggiamenti, dallo Spirito, da Gesù Cristo.

Quali sentimenti? per esempio: la mitezza, la dolcezza, l’affabilità, cioè tutte quelle realtà che s. Paolo indica come il frutto dello Spirito: «amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5, 22). Ecco, queste cose entrano pian piano nel cuore del cristiano e costituiscono come delle inclinazioni, per cui a una persona “spirituale” vengono fuori facilmente dal cuore delle parole di bontà, di edificazione, di amore. Non che una persona spirituale non sbagli mai, però ha preso dallo Spirito un istinto nuovo, diverso da quello che è del mondo.

Dice s. Paolo ai Corinzi: avete ancora bisogno del latte; non vi posso dare grandi spiegazioni sui contenuti e sulla ricchezza della vita spirituale, perché non riuscireste a capirle, né soprattutto, a realizzarle.

Il motivo: «perché siete ancora carnali; dal momento che c’è tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera tutta umana?». Invidia e discordia sono evidentemente la spia dello spirito del mondo. S. Paolo dirà, nella 1 Cor 6, 4-8, che le liti tra i cristiani sono una sconfitta del cristianesimo, una dichiarazione di fallimento; cioè la forza di Cristo non è entrata così profondamente nella vita cristiana da renderla nuova, diversa; siamo ancora sotto il peso, il condizionamento del mondo.

  1. Giacomo scrive nella sua Lettera (3, 14): «Se avete nel vostro cuore gelosia amara e spirito di contesa, non vantatevi e non mentite contro la verità»: cioè, riconoscete con sincerità quello che c’è, non cercate di coprire le vostre discordie o la vostra invidia con false motivazioni: sono un fallimento della vita cristiana.

Per certi aspetti, non è strano che ci siano invidie e discordie perché il cuore dell’uomo è fatto così; però bisogna riconoscere queste cose, come atteggiamento non cristiano, come residuo del nostro egoismo e della nostra dipendenza dal mondo.

E di fatto – continua s. Paolo – «quando uno dice: “Io sono di Paolo, io sono di Apollo”, non vi dimostrate semplicemente uomini?»: cioè state ragionando ancora secondo una mentalità istintiva dell’uomo di carne, dell’uomo di mondo.

«Ma che cosa è mai Apollo? Che cosa è Paolo? Ministri attraverso i quali siete venuti alla fede e ciascuno secondo che il Signore gli ha concesso». Non dovete perciò deformare l’immagine e la realtà dell’apostolo, facendone un capo corrente, un capo di partito, ciascuno dei quali ha i suoi seguaci. Questo non ha niente a che fare con Gesù Cristo, né con l’apostolato. L’apostolo conduce la gente a Gesù Cristo, mai dice: «venite dietro a me». Il Signore è il pastore, è lui l’unico leader della Chiesa, e tutti gli altri sono semplicemente ministri, cioè persone che compiono un servizio e debbono scomparire nel servizio che fanno, come Giovanni il Battista, il quale presenta Gesù Cristo e scompare, conduce i suoi discepoli a Gesù e si mette in secondo ordine.

«Ministri attraverso i quali siete venuti alla fede e ciascuno secondo che il Signore gli ha concesso»; se uno dicesse: «sono ministri, ma diversi: ce n’è uno bravo e uno un po’ meno, uno sa fare una cosa e un altro la sa fare meno». Questo può anche accadere, ma non vuol dire che un ministro stia al di sopra dell’altro, perché tutto quello che un apostolo è in grado di fare gli è stato concesso dal Signore: non è una questione di doti personali, di affermazione di sé. Quello che uno realizza nel campo dell’apostolato è unicamente dono del Signore. Ogni ministro è strumento del Signore, ci saranno strumenti diversi, qualcuno potrà apparire più efficace e l’altro meno, ma non dipende da lui, dipende unicamente dal Signore.

«Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere. Ora né chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere», Diceva s. Agostino, predicando ai suoi cristiani di Ippona: «quando io predico, riesco ad arrivare con la mia voce soltanto ai vostri orecchi, ma non riesco a convertire il cuore, io non riesco a muovere i sentimenti, i movimenti interiori del cuore. Questo lo fa il Signore, lo fa lo Spirito che è l’unico vero Maestro». Noi predicatori siamo dei riflettori esterni, degli altoparlanti, ma quello che giunge dentro al cuore è solo ed esclusivamente la forza del Signore.

Evidentemente il Signore si serve dei predicatori, ma non è il predicatore che converte, è lo Spirito. Infatti, dice s. Agostino, «quando io predico, predico per tutti, ma non tutti ascoltano allo stesso modo. C’è chi ascolta e si converte; c’è chi va fuori e non ricorda più quello che ho detto. lo ho parlato per tutti allo stesso modo, ma è lo Spirito che ha parlato diversamente, che nel cuore di ognuno ha soffiato con forza. È il Signore che fa crescere, quindi non c’è differenza tra chi pianta e chi irriga, anche se piantare e irrigare sono due cose diverse».

«Non c’è differenza tra chi pianta e chi irriga, ma ciascuno riceverà la sua mercede secondo il proprio lavoro. Siamo infatti collaboratori di Dio e voi siete il campo di Dio, l’edificio di Dio». Siamo collaboratori di Dio, cioè dovete considerarci solo come degli strumenti, non come leadersnon fermatevi a noi, non mettete noi come riferimento alla vostra vita. «Voi siete il campo di Dio» vuol dire: guai a me se pensassi di raccogliere tra di voi una messe per il mio seguito; se quindi io mi appropriassi del campo di Dio e lo facessi diventare il mio campo privato, avrei rubato a Dio quello che gli appartiene, avrei rovinato l’edificio che il Signore ha voluto costruire.

Allora, occorre pieno disinteresse da parte dell’apostolo e visione di fede da parte del discepolo, il quale deve imparare a vedere nell’apostolo semplicemente uno strumento e un invito a cercare il Signore.

Prendiamo il vangelo di oggi come un dono che il Signore ci fa alla fine di questi esercizi, per lasciarci un’immagine della sua presenza in mezzo a noi.

Il testo è legato a quella famosa giornata che Gesù ha vissuto a Cafarnao: una giornata di predicazione e di guarigione. Quindi ci viene lasciata l’immagine di Gesù che predica e che guarisce. Guarisce la suocera di Pietro, e tutti gl’infermi che gli vengono portati, guarisce anche gl’indemoniati, liberandoli e rendendoli quindi alla pienezza della loro filiazione di Dio.

Questa immagine vuol dire che quando ritorniamo su noi stessi, ci rendiamo conto che la nostra condizione non è quella di persone integre e perfette, ma quella dei malati: siamo e rimaniamo ancora di malati.

D’altra parte il vangelo di oggi ci dice che il Signore è venuto proprio per i malati, anzi Gesù non ha mai rifiutato un malato che gli chiedesse la guarigione.

C’era in Gesù una straordinaria bontà che lo portava a contatto con tutte le debolezze e le insufficienze dell’uomo e che lo portava a vincere, con la ricchezza di vita che lui possedeva, queste debolezze e fragilità dell’uomo.

Così era il Signore. Ma è proprio giusto dire “era”, o bisogna dire “è”? Forse è diminuita la sua bontà in questi duemila anni, da quando andava per le strade della Galilea a quando giunge in mezzo a noi, in questa Eucaristia?

Non è diminuita la bontà, né il potere; anzi, in un certo senso, il potere di Gesù è cresciuto, è diventato universale, mentre nel vangelo di oggi si dice che le folle vanno a prendere Gesù per trattenerlo. Invece il Signore risorto ha vinto tutti i limiti del tempo e dello spazio; quindi non corriamo più il pericolo di perderlo, non abbiamo più la tristezza di vederlo partire: il Signore c’è, il Signore rimane. Il tabernacolo è il segno che qui il Signore ha piantato la tenda e rimane per sempre come la presenza di colui che guarisce.

Capita anche a noi di essere in preda ad una grande febbre, che c’impedisce di lavorare, di amare, di donare; ma viene il Signore, comanda alla febbre e la suocera di Pietro comincia a servire.

Teniamo davanti a noi questa immagine del Signore che comanda alla febbre, alla malattia, ai limiti, e che ci restituisce la capacità di servire: questo è «essere guariti». Uno è guarito quando è capace di servire, quando è capace di amare e di donare. Ecco la malattia che il Signore ha tolto e che continua a togliere nella nostra vita.

Con questa Eucaristia, gli vogliamo affidare tutte le nostre debolezze, tutta la nostra povertà; gliela affidiamo con gioia, con speranza, perché il Signore è venuto per i malati e, quindi, per noi; e gliela affidiamo perché, attraverso quel povero strumento che siamo, possa continuare a compiere la sua opera di salvezza e il suo servizio in mezzo agli uomini.