MEDITAZIONI SUL VANGELO DI LUCA – 2

Diocesi Reggio Emilia
Esercizi spirituali alle Religiose
Clarisse cappuccine di Correggio
(dal 27 Agosto al 1° Settembre 1993)

Meditazioni sul Vangelo di Luca. o

“Vi annunzio una grande gioia” (Lc 2, 10)

Fonte Sussidi Biblici n. 44 – 45. Edizione San Lorenzo, Reggio Emilia Agosto 1994

Meditazioni predicati da mons. Luciano Monari.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione Diocesi Piacenza-Bobbio

Secondo Giorno

28 Agosto 1993

Omelia S. Messa

Letture: 1 Cor 1, 26-31; Mt 25, 14-30.

Nella prima lettura, s. Paolo continua la sua riflessione sulla vita della comunità di Corinto e sulle lacerazioni che in quella comunità erano presenti, e fa un discorso molto semplice: una delle cose che lacerano una comunità è il fatto che qualcuno si sente più saggio, più sapiente, più forte, più in gamba degli altri; in qualche modo fa una specie di divisione: io e quelli che stanno dalla mia parte siamo in una condizione di maggiore perfezione, di maggiore ricchezza, di maggiore sapienza; gli altri, invece, sono in una condizione inferiore.

  1. Paolo cerca di sgretolare questa convinzione, spiegando ai cristiani di Corinto che la vita cristiana è costruita non sul possesso, ma sul dono, su quello che il Signore mi dà. Proprio perché è costruita sul dono, tutto quello che io ritengo di poter essere o avere per conto mio, non ha una grande importanza, anzi il Signore ha uno stile di azione misterioso e strano per cui dice:

«[27]Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, [28]Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono» (1 Cor 1, 27-28).

Con un tantino di ironia, s. Paolo dice: guardatevi in faccia, voi non siete le persone più sagge del mondo, non siete persone che dal punto di vista sociale e culturale ed economico e politico possono avere un grande peso nella città di Corinto, siete gente da poco; ma il Signore ha scelto proprio voi perché facciate parte della comunità. Per quale motivo? Perché Dio usa questa strana tattica? Dice s. Paolo: “Perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio”, perché nessuno possa dire: “Io e la mia sapienza, io e la mia intelligenza, io e la mia astuzia”; uno deve solo dire, se è cristiano: “Dio e la sua grazia, Dio e il suo dono”.

Se c’è qualche cosa di bello e di buono e di grande e di sapiente che noi abbiamo, lo abbiamo nella forma del dono, come grazia di Dio, e di questo non possiamo menare vanto perché non l’abbiamo costruita e non l’abbiamo meri tata: è grazia, e vuole proprio dire “gratis”, dono, che viene semplicemente dalla bontà di Dio: tutto quello che di grande c’è nella vita cristiana deve glorificare non i cristiani, ma Dio.

«Vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli» (Mt 5, 16);

non a voi! perché se rendono gloria a voi, avete, in qualche modo, preso per vostro quello che è proprio di Dio, avete trasfigurato in modo negativo la vita cristiana. Al contrario: “è per lui” cioè per l’amore di Dio, per la grazia di Dio, che voi siete in Cristo Gesù; certamente non vi siete meritati Cristo Gesù: è dono di Dio, dono della sua misericordia; anzi, per opera di Dio, Gesù “è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione”.

Cioè: siete sapienti, che cos’è la vostra sapienza? È Gesù Cristo, che è sapienza infinita, ci rivela che il senso vero delle cose è l’amore, che alla origine della nostra storia ci sta l’amore di Dio e che il senso della nostra vita è imparare a donare e ad amare.

Così, la nostra giustizia è Gesù Cristo; infatti, se noi siamo giusti, è prima di tutto perché siamo stati perdonati da Gesù Cristo, che ci ha amati con un amore grande e infinito. La nostra giustizia è un dono e quindi, come della nostra sapienza, nemmeno della nostra giustizia possiamo menare vanto; dobbiamo semplicemente riconoscere Gesù Cristo. Dice la prima Lettera di Paolo ai Corinzi:

«[2] Non ho saputo nient’altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso» (1 Cor 2, 2); il quale «è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione» (1 Cor 1, 30).

Perciò se c’è un briciolo di santità nella vita cristiana, nella nostra vita, questa è di Gesù Cristo. Quanto alla redenzione, nessuno di noi ha redento se stesso; la redenzione è ancora dono gratuito del Signore,

«[31]perché, come sta scritto: Chi si vanta si vanti nel Signore» (1 Cor 1, 31).

In altre parole: chi si vanta, non si vanti della sua sapienza, della sua giustizia, della sua superiorità, si vanti solo del Signore, e – dice s. Paolo – se nella nostra vita noi fossimo in questo atteggiamento, allora le divisioni scomparirebbero; infatti le divisioni vengono quando mettiamo avanti noi stessi invece del Signore, quando invece di sottometterci alla sua parola, affermiamo una nostra parola, una nostra sapienza e una nostra giustizia.

Il Vangelo di oggi ci presenta una di quelle parabole (e sono un certo numero nel Nuovo Testamento), che narrano un episodio in tre fasi, in tre parti. Nella prima fase un uomo distribuisce i suoi beni ai servi partendo per un viaggio; nella seconda parte il padrone è lontano e i servi trafficano o non trafficano, secondo le capacità di ciascuno, i talenti che hanno ricevuto; nella terza fase, il padrone ritorna e fa i conti.

Ci sono alcune parabole di questo genere e sono come un tentativo di interpretare il significato della vita da vivere su questa terra. Queste parabole ci aiutano a riconoscere che prima di questi alcuni anni che viviamo e dopo questi alcuni anni c’è qualche cosa. Prima, ci sta quello che Dio ha fatto per noi, dopo, ci sta l’incontro con Dio e il giudizio.

Così dice la parabola dei talenti: c’è un momento in cui tre servi che hanno ricevuto cinque, due e un talento sono soli e possono vendere, comperare, gestire quei soldi perché il padrone è andato lontano per un viaggio. Però, dice la parabola, debbono ricordarsi:

  1. che quei talenti non sono loro, ma li hanno ricevuti dal padrone, da gestire;

  2. devono ricordarsi che verrà il momento in cui il padrone tornerà e in cui farà i conti con loro.

Il che vuole dire: se guardiamo la nostra vita, ci accorgiamo di avere una grossa ricchezza: è una ricchezza il nostro organismo, il fatto che noi possiamo vedere, ascoltare, camminare, correre, saltare, anche se non ci facciamo caso, perché ci siamo abituati.

Aggiungete, la ricchezza dell’intelligenza, della volontà, della cultura: tutte ricchezze che possiamo gestire come vogliamo, bene o male. Però, dice la parabola, ricordati che questo patrimonio non ce l’hai per sempre, che non è tuo in modo assoluto, ti è stato dato dal Signore, c’è un marchio d’origine nella tua vita: tu vieni da Dio e-tutte le cose belle che hai, ti sono state date da lui e portano ancora la sua firma.

Allora, se sei saggio, usa la ricchezza che hai ricevuto moltiplicandola, cioè, rendendola ancora più grande e più bella e più vera, in modo che quando il Signore ritornerà, tu possa restituirgli una vita con i frutti.

Ma cos’è questo aumento di capitale che il Signore vuole? Il Nuovo Testamento ce lo spiega molto semplicemente: il Signore vuole la carità, l’amore che una persona riesce a produrre con la ricchezza che ha ricevuto dal Signore. Quello che tu hai ricevuto cioè, è un dono; tu devi allargare il dono, non seppellirlo, non fermarlo a te; devi allargare il dono, in modo che anche la tua vita diventi un dono per le persone che hai intorno, per le situazioni nelle quali il Signore ti mette a vivere; devi allargare la dimensione del dono, dell’amore, in modo che quando il Signore ritornerà, possa vedere che il mondo è stato un po’ più buono a motivo del dono che tu ci hai messo; che nel mondo c’è stato un po’ più di amore, di santità, di benevolenza, perché ce l’hai messo tu, con quella ricchezza che hai ricevuto dal Signore, moltiplicandola e distribuendola alle persone che avevi intorno.

A questo punto, il Signore ti restituirà il dono più grande, cioè la comunione con sé: “entra nella gioia del tuo Signore”.

Chiediamo al Signore che ci dia la capacità di fede per vedere che le ricchezze che abbiamo, vengono da lui. Ci aiuti a non tenerle per noi, e ci aiuti ad aprire il cuore e le ricchezze ricevute da lui, donandole, moltiplicandole nella dimensione del dono.