MEDITAZIONI SUL VANGELO DI LUCA – 16

Diocesi Reggio Emilia
Esercizi spirituali alle Religiose
Clarisse cappuccine di Correggio
(dal 27 Agosto al 1° Settembre 1993)

Meditazioni sul Vangelo di Luca. 4

“Vi annunzio una grande gioia” (Lc 2, 10)

Fonte Sussidi Biblici n. 44 – 45. Edizione San Lorenzo, Reggio Emilia Agosto 1994

Meditazioni predicati da mons. Luciano Monari.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione Diocesi Piacenza-Bobbio

Quarto Giorno

30 Agosto 1993

Commento a Is 49, 1c-2

«Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome. [2]Ha reso la mia bocca come spada affilata, mi ha nascosto all’ombra della sua mano, mi ha reso freccia appuntita, mi ha riposto nella sua faretra» (Is 49, 1c-2).

Si parla di un servo del Signore, di un personaggio che non viene direttamente identificato, ma del quale si descrive la missione di salvezza che deve riguardare tutti gli uomini: e si definisce la vita, l’essere e il compito di questo servo del Signore.

Dice: «Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome». Mi ha chiamato e ha pronunziato il mio nome vuole dire: per questa persona (in realtà il discorso vale per tutti), per questa persona esistere vuole dire essere chiamato, e camminare alla presenza di qualcun altro dal quale si è ricevuta la propria vita. C’è all’inizio la volontà di Dio che chiama, e se io esisto è proprio e solo per rispondere a questa parola; la mia esistenza cioè non ha nessun senso se non in rapporto a Dio, se non come risposta a qualcuno che mi ha chiamato e chiamandomi ha pronunziato il mio nome. Il nome esprime l’identità della persona: il mio “io”, il mio essere personale lo ha deciso il Signore, è lui che mi ha plasmato, che mi ha dato un significato e un valore. Il mio nome dunque viene da Dio fin dal grembo di mia madre, la vocazione che ho ricevuto da Dio non è venuta tardi, anzi sta all’inizio; non c’è un istante della mia vita in cui io non sia stato sotto la chiamata di Dio, in cui il Signore non abbia pronunciato il mio nome e, quindi, non mi abbia dato un’identità e una forma.

Ma cosa vuole dire in concreto? Qual è questa missione? Il brano letto ne dice solo un inizio, però è ugualmente interessante.

Dice questo servo:

«[2]Ha reso la mia bocca come spada affilata, mi ha nascosto all’ombra della sua mano, mi ha reso freccia appuntita, mi ha riposto nella sua faretra»

Quindi il servo è una spada, è una freccia: è uno strumento di cui il Signore si serve per operare la sua guerra: è lo strumento attraverso cui Dio esercita il suo giudizio di salvezza, è quel giudizio che elimina ogni realtà di male, di cattiveria, di falsità che c’è nel mondo; e quindi ha un aspetto bellicoso: il giudizio di Dio ha un aspetto anche di guerra.

Anche nel Salmo 149° si dice a un certo punto:

«Le lodi di Dio sulla loro bocca e la spada a due tagli nelle loro mani» (149, 6).

C’è la lode del Signore e c’è anche il combattimento; anche la lotta fa parte della vita cristiana, fa parte del giudizio di Dio, perché c’è una realtà d’ingiustizia, di cattiveria. Se il mondo fosse appena uscito dalle mani di Dio, ci sarebbe solo “lode di Dio sulla loro bocca”; ma siccome il mondo è anche una realtà in cui c’è una vena di cattiveria, di egoismo, di peccato e ingiustizia, c’è anche un aspetto di guerra: il servo è strumento del Signore per l’esecuzione del suo giudizio di vittoria sul male e di realizzazione del bene. La spada è semplicemente un’immagine: è la bocca del profeta il quale, pronunciando la parola di Dio, annienta il male, ma trasmette anche la salvezza e la gioia del Signore.

Questo profeta dunque riceve la missione di trasmettere la parola di Dio, e di cambiare il mondo attraverso la parola trasmessa; infatti la parola di Dio distrugge ed edifica, abbatte e ricostruisce: così è questo profeta.

Per fare questo, il Signore «mi ha nascosto all’ombra della sua mano e mi ha riposto nella sua faretra», mi ha preso e mi ha fatto stare vicino a sè; il profeta deve diventare in qualche modo familiare di Dio, stare alla sua ombra e protezione per ricevere l’energia di cui avrà bisogno per fare il profeta, quando appunto dovrà annunciare la parola.

Tutto questo, nella liturgia di oggi viene applicato a Giovanni il Battista. Non c’è dubbio, non si potrebbe applicare meglio che a lui quella parola: «Il Signore fin dal seno materno mi ha chiamato…», perché, quando era ancora nel seno materno, Giovanni Battista ha sentito con Maria l’annuncio del Cristo. Maria gli ha portato il Cristo e, di fronte a questo annuncio, Giovanni Battista ha sussultato di gioia perché ha sentito davvero la parola del Signore come una parola che si rivolgeva a lui, che lo chiamava e gli dava un’identità, una missione.

Poi il Signore lo ha mandato a predicare nel deserto, nella solitudine, dove ha conosciuto la gioia del rapporto intimo con Dio, senza distrazioni, senza altri interessi, senza altra prospettiva; questo, perché potesse diventare come spada affilata e come freccia appuntita, perché la parola di Giovanni il Battista potesse trasmettere davvero il giudizio di Dio. Giovanni Battista compirà la sua missione con decisione e con una fermezza che rimane per noi esemplare, tanto da giocare, in questa fedeltà al Signore, la propria vita, tanto da perderla per trasmettere quella parola di giudizio e di salvezza che è la parola di Dio.