MEDITAZIONI SUL VANGELO DI LUCA – 12

Diocesi Reggio Emilia
Esercizi spirituali alle Religiose
Clarisse cappuccine di Correggio
(dal 27 Agosto al 1 Settembre 1993)

Meditazioni sul Vangelo di Luca. 5.1

“Vi annunzio una grande gioia” (Lc 2, 10)

Fonte Sussidi Biblici n. 44 – 45. Edizione San Lorenzo, Reggio Emilia Agosto 1994

Meditazioni predicati da mons. Luciano Monari.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione Diocesi Piacenza-Bobbio.

Quinto Giorno

31 Agosto 1993

Prima Meditazione

 “Come leggere il racconto della Passione”

Al centro del vangelo di Luca c’è quel lungo viaggio che va verso Gerusalemme e verso gli avvenimenti che lì si compiranno.

Questo ci dice che per Luca, come d’altra parte per tutti i Vangeli, la passione e morte di Gesù non sono un incidente casuale: sono, invece il punto di arrivo, il traguardo di un itinerario voluto, conosciuto e accettato, orientato. Si potrebbe dire che Gesù è nato proprio per questo, per fare questo catramino e per assumere il peso e la realtà della morte.

A questo scopo, nel vangelo di Luca, sono come seminati dei riferimenti alla passione; i primi li abbiamo visti a cominciare dalla terza tentazione, quella del pinnacolo del tempio, dove Satana dice: “Se tu sei Figlio di Dio, fatti salvare dalla morte, cerca di appellarti al Padre, a Dio perché ti esoneri dalla necessità di dover morire” (cfr. Lc 4, 9-13).

Dio è il protettore dei suoi fedeli, in particolare, evidentemente, del suo Figlio e come tale deve liberarlo dalla minaccia grave che è la morte stessa.

Così ancora, in quella grande proclamazione di Nazareth (cfr. Lc 4, 16-30), con cui Gesù inizia il suo ministero, quando dopo le sue parole, avevano tentato di gettarlo dal precipizio. È un primo tentativo di eliminazione di Gesù, già all’inizio del suo ministero.

Vediamo ora i tre annunci della passione che scandiscono le tappe del vangelo di Luca.

«[18]Un giorno, mentre Gesù si trovava in un luogo appartato a pregare e i discepoli erano con lui, pose loro questa domanda: Chi sono io secondo la gente? [19]Essi risposero: Per alcuni Giovanni il Battista, per altri Elia, per altri uno degli antichi profeti che è risorto. [20]Allora domandò: Ma voi chi dite che io sia? Pietro, prendendo la parola, rispose: Il Cristo di Dio. [21]Egli allora ordinò loro severamente di non riferirlo a nessuno. [22]Il Figlio dell’uomo, disse, deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo giorno. [23]Poi, a tutti, diceva: Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. [24]Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà» (Lc 9, 18-24).

Nel contesto di Luca, questo episodio è collocato all’interno della preghiera di Gesù: “Gesù si trovava in un luogo appartato a pregare”. Luca ricorda più volentieri degli altri evangelisti la preghiera di Gesù, che segna, in qualche modo, i momenti decisivi della sua vita, i momenti appunto delle grandi decisioni o delle esperienze particolarmente significative. Ora siamo appunto ad un momento decisivo e Gesù pone ai discepoli la domanda: “Chi sono io secondo la gente?”. Per ora, la domanda è ancora innocua: i discepoli non devono che riportare le diverse opinioni della gente su Gesù: è Giovanni Battista, Elia, un profeta. Probabilmente, c’erano anche altre opinioni: c’era anche chi pensava che Gesù fosse un pazzo, un indemoniato, ma i discepoli riferiscono solo le opinioni positive, quelle che riconoscono in Gesù una presenza di santità, di grazia, di bontà divina.

Questa domanda è tuttavia solo una premessa; la domanda significativa viene ora: “Ma voi, chi dite che io sia?”. E quel “voi” è importante; siamo davanti ad una domanda che coinvolge.

Non è una domanda di scienza: se vado all’esame, mi vengono fatte delle domande e io rispondo, ma alla fine, le risposte non mi coinvolgono direttamente, non cambiano la mia vita.

Qui, invece, Gesù chiede: “Voi, chi dite che io sia?”, m’interessa la vostra opinione, m’interessa sapere quanto siete disposti a impegnare, a spendere, a giocare sopra di me, quanto della vostra vita mettete in gioco nel rapporto con me.

«Pietro, prendendo la parola, rispose: Il Cristo di Dio» (Lc 9, 20).

“Il Cristo di Dio” vuole dire: il Messia di Dio e, naturalmente, Pietro fa riferimento a tutta la storia di Israele, dicendo che Gesù non è semplicemente un profeta, per quanto grande, ma colui che tutti i profeti hanno annunciato, colui che la speranza di Israele attende da secoli, colui nel quale poniamo la nostra fiducia.

Corrisponde a quelle parole del vangelo di s. Giovanni (Gv 6, 68):

«Signore da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna»

Noi ci fidiamo di te!, abbiamo abbandonato la casa, il lavoro, le amicizie, le abitudini e siamo convinti di avere fatto bene, ci fidiamo della tua parola.

Ma paradossalmente:

«[21]Egli allora ordinò loro severamente di non riferirlo a nessuno. [22]Il Figlio dell’uomo, disse, deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo giorno» (Lc 9, 21-22).

Gesù impone di tacere non perché Pietro ha sbagliato, anzi, Gesù è davvero il Cristo di Dio. Ma che cosa vuole dire il “Cristo di Dio”? che cosa vuole dire il Messia? e Gesù lo spiega usando non il titolo “Cristo”, ma un altro più misterioso: il “Figlio dell’uomo”. È un titolo misterioso perché, dal punto di vista esterno, fa specialmente riferimento all’umanità di Gesù, alla sua debolezza, al fatto che Gesù viene da Nazareth e appartiene alla trama normale delle esperienze umane.

“Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani…”: “riprovato” è il contrario di “approvato”; invece che ricevere l’approvazione dagli anziani, questi capi del popolo e membri del sinedrio, lo rifiutano. E tutto questo non per caso! Infatti, dice “deve”, ed è un’espressione che si ritrova abbastanza frequentemente nel vangelo: per esempio, in Lc 19, 5, quando Gesù parlava a Zaccheo e il verbo “dovere” esprime un riferimento alla volontà di Dio.

C’è la volontà di Dio che riguarda, qui in Lc 9, 22, il Figlio dell’uomo, e contiene per lui un cammino di sofferenza, di rifiuto, di morte e di resurrezione. Ma non si ferma qui:

«Poi, a tutti, diceva: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9, 23).

Cioè: quello che Gesù insegna a proposito della croce non riguarda solo Gesù, ma quello che è detto di Lui riguarda tutti i credenti, tutti quelli che vogliono andare dietro a Gesù, e quindi diventare ed essere suoi discepoli; anch’essi, se vogliono essere discepoli di Gesù, devono rinnegare se stessi, prendere la propria croce, ogni giorno, e seguirlo.

“Rinnegare se stessi” vuole dire non avere più il proprio “io” come centro dei pensieri e delle scelte, come preoccupazione centrale della propria vita.

In fondo, l’esistenza cristiana è un’esistenza ‘decentrata’: il centro della vita del cristiano non è lui stesso, ma Gesù. L’equilibrio della vita del cristiano è solo raggiungibile nell’apertura e nel dono, nel seguire e nel correre dietro al Signore e questo avviene prendendo la propria croce. S. Luca aggiunge poi quella parola tipicamente sua: “ogni giorno”, che dice come Luca interpreta la croce: non è solo la morte, ma è quel morire quotidiano che è obbedienza a Dio e sottomissione agli altri. “Prendere la croce ogni giorno” vuole dire imparare a obbedire alla vita e ad accettarla così com’è. Nella vita ci sono delle cose belle, gratificanti, gioiose: di queste bisogna ringraziare il Signore.

Nella vita ci sono però anche dei limiti, delle fragilità, dei condizionamenti, delle realtà che ci coinvolgono e c’incastrano: una malattia, oppure una persona ammalata in casa; il che richiede un tempo e delle energie che uno non può più programmare dovendo tenere conto delle persone che ha intorno, delle situazioni.

“Prendere la croce ogni giorno” vuol dire accogliere la struttura della vita che non è sempre bella e gratificante, ma che può essere anche pesante e faticosa: accoglierla cordialmente, sapendo che in quelle realtà, in quelle circostanze, in quei comportamenti si gioca la propria fedeltà al Signore.

Il primo annuncio della passione è legato con la professione di fede di Pietro. Ed è così scandaloso, difficile e pesante da accettare perché va contro tutte le nostre attese e le nostre immaginazioni: infatti se penso alla speranza, non la lego certamente alla croce: la croce è così estranea alle nostre attese, che subito dopo il primo annuncio della passione, il vangelo colloca il racconto della trasfigurazione, per alimentare appunto la speranza.

«[28]Circa otto giorni dopo questi discorsi, prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. [29]E, mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. [30]Ed ecco due uomini parlavano con lui: erano Mosè ed Elia, [31]apparsi nella loro gloria, e parlavano della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme. [32]Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; tuttavia restarono svegli e videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. [33]Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli non sapeva quel che diceva. [34]Mentre parlava così, venne una nube e li avvolse; all’entrare in quella nube, ebbero paura. [35]E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo». [36]Appena la voce cessò, Gesù restò solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto» (Lc 9, 28-36).

Il contenuto del dialogo fra Gesù, Mosè ed Elia è tipico di Luca.

Ma quello che è significativo è che ci troviamo davanti Gesù di Nazareth, il Figlio dell’uomo, anzi, troviamo un Figlio dell’uomo che va verso la passione e la morte, e quindi che mostra tutta la debolezza e la fragilità che sperimenterà e rivelerà ai nostri occhi. Allora, si tratta d’imparare a vederlo e a riconoscerlo bene; infatti la Trasfigurazione ci dice che Gesù va verso la passione, ma anche che è la rivelazione della gloria di Dio. Bisogna avere gli occhi della fede aperti, così da poter vedere nel crocifisso la rivelazione della gloria di Dio, da poter vedere nella croce non solo l’umiliazione, ma la vittoria e l’innalzamento proprio nel momento dell’umiliazione e dell’abbandono.

“Cambiò di aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante”: i discepoli riescono a intravedere il mistero autentico della persona di Gesù, che è, in realtà, la rivelazione della bellezza di Dio, nella carne e nella debolezza umana.

Perché ci si renda conto che Gesù Cristo è certamente una rivelazione sorprendente, ma s’innesta in modo armonioso su tutta la storia della salvezza, ci sono Mosè ed Elia che, nel contesto di Luca, sono anche loro grandi sofferenti. Mosè è stato ripudiato dal suo popolo, prima ancora di poterlo salvare; è dovuto andare in esilio, perché i suoi lo hanno rifiutato. Ed Elia è dovuto andare in esilio perché Gezabele, la regina, aveva giurato di ucciderlo, per cui Elia fa quel lungo pellegrinaggio di quaranta giorni fino al monte di Dio, l’Oreb.

Mosè ed Elia, cioè, hanno sperimentato il rifiuto all’interno del proprio popolo, il rifiuto della loro presenza e del loro servizio, anzi della loro missione, che non è stata accettata; non hanno conosciuto la morte violenta, ma cominciano a prefigurare il destino di Gesù.

L’Antico Testamento prefigura dunque la passione, la annuncia in tutto quello che i grandi hanno dovuto sopportare di sofferenza, ed evidentemente se ne potrebbero ricordare altri, a cominciare dal profeta Geremia.

Ed ecco la voce che esce dalla nube: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo”, e il centro sta proprio in questa ultima parola: “ascoltatelo!” C’è qui la rivelazione che Gesù è il Figlio, anche se parla di passione, anche se va verso la passione; quindi, “ascoltatelo”, anche se le sue parole appaiono strane, misteriose ed inaccettabili: sono parole di verità e di rivelazione di Dio.

Secondo annuncio della passione:

«Mentre tutti erano sbalorditi per tutte le cose che faceva, disse ai suoi discepoli: [44]Mettetevi bene in mente queste parole: Il Figlio dell’uomo sta per esser consegnato in mano degli uomini. [45]Ma essi non comprendevano questa frase; per loro restava così misteriosa che non ne comprendevano il senso e avevano paura a rivolgergli domande su tale argomento. [46]Frattanto sorse una discussione tra loro, chi di essi fosse il più grande. [47]Allora Gesù, conoscendo il pensiero del loro cuore, prese un fanciullo, se lo mise vicino e disse: [48]Chi accoglie questo fanciullo nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Poiché chi è il più piccolo tra tutti voi, questi è grande» (Lc 9, 43b-48).

Anche questa è una rivelazione importante del mistero di Gesù. Il contesto è una situazione di entusiasmo: “Tutti erano sbalorditi per le cose che Gesù faceva”: la folla magnifica Gesù.

«Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per esser consegnato in mano degli uomini» (Lc 9, 44).

Ed ecco uno dei verbi che fa più impressione nel racconto della passione: “sta per essere consegnato”; Gesù cioè sta per donarvi il potere di gestire la sua vita. Se c’è qualche cosa di cui noi siamo gelosi, è proprio la libertà di gestire la nostra vita. Ora “il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato”: non avrà più potere; gli uomini potranno dire e fare di lui tutto quello che vogliono: lo potranno giudicare, condannare, calunniare, lo potranno offendere e schiaffeggiare, lo potranno rifiutare e mettere a morte, è consegnato nelle loro mani.

Ma proprio questo strano verbo diventa significativo, perché esprime la logica dell’amore. Quando una persona ama, si mette nelle mani di qualcun altro. Quando un ragazzo e una ragazza si sposano, si mettono uno nelle mani dell’altro: la mia gioia, la mia speranza, il mio futuro, lo affido al tuo affetto. È vero che uno non perde l’autonomia e la libertà, però, in realtà, sottomette la sua gioia alla volontà dell’altro.

Essere discepoli vuole dire anche questo: consegnarsi, affidarsi alle mani di Gesù; è la risposta al fatto che Gesù si è messo nelle nostre mani.

In Gesù, Dio si è messo nelle mani degli uomini e ha lasciato che gli uomini facessero tutto quello che volevano. Per questo, di fronte a Gesù, vengono fuori tutte le realtà di egoismo e di cattiveria che abbiamo dentro al nostro cuore. Gli uomini sono stati cattivi: hanno mostrato la cattiveria che hanno dentro, nei confronti di Gesù. In Gesù non c’è stata resistenza, non ha opposto la sua onnipotenza alla volontà cattiva degli uomini.

«Ma essi non comprendevano questa frase; per loro restava così misteriosa che non ne comprendevano il senso e avevano paura a rivolgergli domande su tale argomento» (Lc 9, 45).

Non vuole certamente dire che i discepoli non hanno capito il significato della frase: in realtà, essi non sanno accettare effettivamente quello che sta dentro quelle parole.

Ci ricordava questa mattina s. Paolo (1Co 2, 11-16), che la sapienza del mondo non riesce a conoscere i segreti di Dio, non riesce, cioè, ad accettare la logica di Dio.

Questo è capitato agli apostoli: Gesù sta parlando ad un certo livello, quello dell’amore che si dona, che si sacrifica e si consegna, ma i discepoli stanno ragionando di tutt’altra cosa, ad un livello del tutto diverso, e sono incapaci di entrare nel progetto di Dio, anzi, addirittura, hanno paura di chiedere; scelgono, cioè, e preferiscono stare nell’ambiguità; hanno la percezione che se imparano il mistero della croce, questo richiederà loro dei sacrifici immensi, e hanno paura!

Anche noi abbiamo paura tante volte di conoscere la volontà di Dio; vorremmo sì, conoscerla, ma ne abbiamo paura, abbiamo l’impressione che sia troppo impegnativa, che pesi sulle nostre scelte e ci obblighi ad una conversione che non facciamo molto volentieri. Per questo: “Avevano paura a rivolgergli domande su tale argomento”.

E se abbiamo paura è perché non ci fidiamo abbastanza del Signore; mentre fidarsi del Signore vuole dire essere convinti che la sua croce ha in sé una grande gioia e una speranza di risurrezione.

«Frattanto sorse una discussione tra loro, chi di essi fosse il più grande» (Lc 9, 46).

Anche questo ci fa pensare. Perché sono le nostre discussioni di sempre: è una mentalità che ci portiamo sempre dietro: quella di essere i più grandi; non siamo ancora cristiani da questo punto di vista! Abbiamo ancora troppe venature di mentalità pagana e mondana; siamo ancora al livello della carne – direbbe s. Paolo –.

«[47]Allora Gesù, conoscendo il pensiero del loro cuore, prese un fanciullo, se lo mise vicino e disse: [48]Chi accoglie questo fanciullo nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Poiché chi è il più piccolo tra tutti voi, questi è grande» (Lc 9, 47-48).

Il bambino viene presentato non perché è una persona migliore delle altre, non perché non ha peccati: è innocente, semplice, vale poco; il fanciullo è simbolo di una persona debole, che non ha la capacità di farsi valere; allora “chi è il più piccolo tra voi, questi è grande”.

Gesù presenta un capovolgimento dei valori, dei modi di pensare; volete diventare grandi? fatevi piccoli! non abbiate pretese! non vogliate stare sopra agli altri, ma servite!

Questo deve fare il cristiano, se accetta la logica della croce.

Dopo questo annuncio, c’è un lungo viaggio verso Gerusalemme, e ogni tanto vengono riprese alcune parole che annunciano la passione.

«Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme» (Lc 9, 51).

Oppure:

«[49]Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! [50]C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto!» (Lc 12, 49-50).

Si tratta di allusioni alla passione che culminano nel terzo annuncio, al capitolo 18°:

«[31]Poi prese con sé i Dodici e disse loro: Ecco, noi andiamo a Gerusalemme, e tutto ciò che fu scritto dai profeti riguardo al Figlio dell’uomo si compirà. [32]Sarà consegnato ai pagani, schernito, oltraggiato, coperto di sputi [33]e, dopo averlo flagellato, lo uccideranno e il terzo giorno risorgerà. [34]Ma non compresero nulla di tutto questo; quel parlare restava oscuro per loro e non capivano ciò che egli aveva detto» (Lc 18, 31-34).

Rispetto alle altre profezie della passione, qui c’è un richiamo alle Scritture e un crescendo di umiliazioni, che vengono descritte come in un film: “Sarà consegnato ai pagani, schernito, oltraggiato, coperto di sputi, flagellato, lo uccideranno e il terzo giorno risorgerà”.

Questo “risorgerà” sempre conclude gli annunci della passione, ma proprio questi annunci i discepoli fanno fatica ad accettare, perché fanno fatica ad entrare nella logica del dono e, quindi, dell’umiltà, dell’autoconsegna, dell’obbedienza, del perdere la gestione della propria vita.

Tutto questo, però, culmina nella risurrezione: il dono della vita che Gesù compie è, in realtà, un dono vittorioso: “l’amore è più forte della morte”, direbbe il Cantico dei Cantici (cfr. Cc 8, 6).

Nel momento in cui Cristo ha trasformato la sua vita in amore e, quindi, ha donato la sua vita nella morte, in quel momento l’amore si è rivelato vittorioso: Dio ha risuscitato Gesù Cristo, gli ha dato ragione: la sua strada, la strada del dono, dell’amore è quella giusta.

Dal punto di vista mondano, ciò non sempre è dimostrabile. Che la strada dell’amore sia quella giusta non si dimostra dai risultati, che non sempre sono positivi. Talvolta una persona che ama, ha intorno persone che le vogliono bene, che dilatano l’esperienza di amore ricevuta, allora il risultato, evidentemente, è positivo.

Talvolta succede invece come è successo a Gesù Cristo, cioè che una persona che ama, riceve come risposta non l’amore, ma il rifiuto, non la riconoscenza, ma la violenza dell’emarginazione.

Proprio per questo, la risurrezione sta come sigillo di Dio sulla vita di Gesù Cristo, come un sigillo che ormai non è più cancellato: la vita di Gesù Cristo è definitivamente rivelata di fronte al mondo come la vita autentica dell’uomo.

Se uno vuole sapere cosa significa vivere da persone umane e in che cosa l’uomo realizza pienamente se stesso, deve confrontarsi con la passione del Signore, con la vita e con la passione di Gesù.

Prendiamo dunque i capitoli 22° e 23°, dove Luca narra la passione del Signore, con alcuni brani che sono tipicamente suoi e con altri che risentono della tradizione di s. Marco.

Il racconto della passione si distingue da tutto il resto del vangelo, perché è molto lungo e ogni scena è collegata con quella che segue, secondo una logica di cronologia, che invece manca nei capitoli precedenti. Ed è caratterizzato anche dal fatto che in questi due capitoli i personaggi che vengono sulla scena sono numerosi. C’è, naturalmente, Gesù come protagonista, poi, accanto a lui, i Dodici ed in particolare, Pietro che ha una funzione propria. C’è evidentemente, anche Giuda, che ha una posizione unica e caratteristica; ci sono i giudei, come folla; c’è il sinedrio; il procuratore romano Pilato e i suoi soldati; c’è Erode, i ladroni crocifissi con Gesù: c’è, dunque, una folla di personaggi che accompagnano Gesù e che s’incontrano o che si scontrano con lui. Il più significativo è che Gesù è consegnato nelle mani degli uomini e, quindi, possono fare di lui quello che vogliono; Giuda lo può tradire, Pietro lo può rinnegare, Pilato lo può condannare, anche se sa che è innocente, Erode lo può rimandare senza assumersi alcuna responsabilità. Si può dire che vengono liberate le inclinazioni interne dell’uomo, che generalmente l’uomo tende a mascherare.

Nel nostro cuore c’è l’invidia o l’egoismo, però, normalmente, lo copriamo per pudore. Invece, nella passione, sembra che il pudore scompaia; gli uomini si rivelano proprio così come sono: egoisti, o falsi, o infedeli, o deboli, in tutti i loro difetti. In questo senso, il racconto della passione è uno specchio straordinario dell’umanità.

Si può ragionare sull’umanità a livello filosofico: l’uomo è animale ragionevole – secondo Aristotele – o animale sociale, e così via. Si può partire da un idea di uomo integro, saggio, sano, equilibrato: ed è questo l’uomo vero; infatti, l’uomo malato ha una specie di diminuzione di umanità.

Tuttavia l’umanità concreta non è quella dell’idea, è quella che vedo quando mi guardo allo specchio o quando vado per la strada; ed è questa umanità fragile che s’incontra nel vangelo: sono uomini con tutti i loro difetti, con le loro magagne, con i loro entusiasmi anche e con le loro generosità.

C’è un Pietro generoso, generosissimo anzi, anche lui però con la sua fragilità e le sue debolezze.

Leggere e meditare il racconto della passione, è dunque specchiarsi nei singoli personaggi e vedere noi stessi, se è possibile. Se possibile: infatti abbiamo spesso la tentazione di vedere gli altri, i difetti e i limiti degli altri: è un tentativo che facciamo sentirci a posto; siamo infatti così attenti, dice Gesù, a guardare la pagliuzza negli occhi degli altri, che non ci accorgiamo della nostra trave (cfr. Lc 6, 41-42).

Editore San Lorenzo Re 1994