MEDITAZIONI SUL VANGELO DI LUCA – 11

Diocesi Reggio Emilia
Esercizi spirituali alle Religiose
Clarisse cappuccine di Correggio
(dal 27 Agosto al 1° Settembre 1993)

Meditazioni sul Vangelo di Luca. 5.2

“Vi annunzio una grande gioia” (Lc 2, 10)

Fonte Sussidi Biblici n. 44 – 45. Edizione San Lorenzo, Reggio Emilia Agosto 1994

Meditazioni predicati da mons. Luciano Monari.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione Diocesi Piacenza-Bobbio

Quinto Giorno

31 Agosto 1993

Seconda Meditazione

“Ancora sulla Passione: i protagonisti”

Del racconto della passione mediteremo alcuni elementi, cercando di ritrovare la nostra fisionomia nei personaggi che incontrano Gesù e vengono come svelati a se stessi, vengono manifestati in quegli atteggiamenti di orgoglio o di superbia o di presunzione che stanno nel loro cuore, come nel nostro cuore.

Tutto questo lo facciamo, evidentemente, con nessuna intenzione di avvilire noi stessi, ma, piuttosto con la speranza di poter affidare al Signore, al suo perdono e alla sua grazia quella purificazione del nostro cuore della quale abbiamo tutti bisogno.

Partiamo allora con il cap. 22°:

«[1]Si avvicinava la festa degli , chiamata Pasqua, [2]e i sommi sacerdoti e gli scribi cercavano come toglierlo di mezzo, poiché temevano il popolo. [3]Allora satana entrò in Giuda, detto Iscariota, che era nel numero dei Dodici. [4]Ed egli andò a discutere con i sommi sacerdoti e i capi delle guardie sul modo di consegnarlo nelle loro mani. [5]Essi si rallegrarono e si accordarono di dargli del denaro. [6]Egli fu d’accordo e cercava l’occasione propizia per consegnarlo loro di nascosto dalla folla» (Lc 22, 1-6).

Il primo personaggio che ci viene incontro è Giuda e ci scontriamo con il mistero del suo tradimento, con il mistero del tradimento dell’uomo.

Ci possiamo chiedere perché Giuda abbia tradito e, dal punto di vista psicologico, il vangelo non risponde. Il vangelo non sta a raccontare quello che Giuda può avere pensato o desiderato o atteso, né chiarisce quel processo psicologico che lo ha portato fino al tradimento. Il vangelo si ferma semplicemente sul significato che ha il tradimento di Giuda: “Satana entrò in Giuda, detto Iscariota, che era nel numero dei Dodici”: l’uomo cioè può diventare strumento di una potenza di male, di cattiveria, di menzogna e di violenza: il tradimento di Giuda ci mette davanti questa tragica possibilità, che nella storia dell’umanità si è ripetuta, perché, purtroppo, la violenza nei confronti del fratello, dell’innocente hanno segnato la storia del mondo; il tradimento di Giuda ne è, in qualche modo, il modello.

Ora, quello che fa pensare è che, in tutta la letteratura moderna, non si riesca a trovare una presentazione di Giuda in cui egli sia effettivamente, un traditore. Tutti i libri o tutti i films tentano di trovare una giustificazione per Giuda: si dice, visto che Gesù non si decideva a manifestarsi finalmente come Messia, Giuda lo mette con le spalle al muro. Oppure si dice: “In fondo Giuda è, in qualche modo, spinto da una volontà superiore; il progetto della salvezza comprende anche un tradimento. Ci vuole un traditore, e Giuda è chiamato a farlo. Sono giustificazioni che stanno, evidentemente, fuori del Vangelo, sono solo nell’immaginazione dei romanzieri o di quelli che fanno i films; però sono significative: vuole dire che non siamo capaci di sopportare il peso di un tradimento; il tradimento ci sembra troppo pesante, troppo disumano, perché un cuore di uomo lo possa nutrire e generare.

Ma in realtà, il tragico è proprio questo, che il nostro povero cuore, piccolo e timido in tanti aspetti, possa, però, diventare la casa di una cattiveria e di una violenza aspra, crudele e criminale.

Purtroppo, crimini di questo genere, nella storia dell’umanità, si sono ripetuti e ci sono ancora; la figura di Giuda ci serve proprio per renderci conto di una tragica possibilità che è nostra: dobbiamo arrivare a riconoscere nostro fratello Giuda e il tradimento come una possibilità effettiva, anche nella cerchia dei discepoli.

In un certo senso, è proprio l’intimità con Gesù che permette il tradimento; Giuda può tradire proprio perché appartiene al gruppo dei Dodici. Nel contesto della Cena Gesù dice:

«[21] Ecco, la mano di chi mi tradisce è con me, sulla tavola. [22]Il Figlio dell’uomo se ne va, secondo quanto è stabilito; ma guai a quell’uomo dal quale è tradito!». [23]Allora essi cominciarono a domandarsi a vicenda chi di essi avrebbe fatto ciò» (Lc 22, 21-23).

“Cominciarono a domandarsi a vicenda”: è proprio ciò che il vangelo vuole ottenere: che noi interroghiamo noi stessi e spalanchiamo il cuore davanti a Cristo e alla sua parola, che lasciamo venire a galla i nostri sentimenti, le nostre cattiverie, con sincerità, perché l’unica condizione decisiva è proprio la sincerità davanti al Signore, affinché il Signore purifichi quello che vi è in noi di disgregato, di rovinato, di cattivo. La figura di Giuda è importante e ci aiuta a non avvilirci, ma, piuttosto, a portare alla consapevolezza del rischio che sta dentro alla nostra vita.

In questo ci può aiutare la seconda figura, che per certi aspetti è parallela a Giuda, ma con un esito radicalmente diverso, cioè la figura di Pietro. Anche Pietro è in primo piano nel contesto dell’ultima Cena:

«[31]Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; [32]ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli». [33]E Pietro gli disse: «Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte». [34]Gli rispose: «Pietro, io ti dico: non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi» (Lc 22, 31-34).

Gesù sa di Pietro più cose di quante ne sappia Pietro stesso. Gesù sa, per esempio, che Satana li ha cercati per vagliarli; sa quanto sia forte questa lotta contro il gruppo dei discepoli da parte del principe delle tenebre: “Satana vi ha cercato per vagliarvi, ma io ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede”. La fede di Pietro ha delle debolezze, rischia di cedere di fronte alla tentazione; ha bisogno di essere custodita dalla preghiera di Gesù, che fa come da scudo, affinché le tentazioni non riescano a sgretolarla.

E Gesù sa anche l’itinerario che Pietro dovrà percorrere nella consapevolezza di sé: “Prima che il gallo canti, tu per tre volte, avrai negato di conoscermi”. Pietro si illude e presume di se stesso, cioè pensa di comprendere fino in fondo il suo cuore. Mentre solo il Signore comprende fino in fondo il nostro cuore. Noi ne scandagliamo un pochino; ma in realtà fino al fondo del nostro cuore, né noi, né gli psicologi siamo in grado di andare.

Anche Pietro ha nel suo cuore una fragilità, un attaccamento a se stesso che verrà fuori al momento del rinnegamento, ma Pietro non lo vede; anzi “Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte”, una bellissima espressione; dove “con te” esprime l’atteggiamento del discepolo, della fiducia, dell’abbandono, della comunione.

Il brano, evidentemente, va confrontato con quello del rinnegamento.

«54]Dopo averlo preso, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. [55]Siccome avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno, anche Pietro si sedette in mezzo a loro. [56]Vedutolo seduto presso la fiamma, una serva fissandolo disse: «Anche questi era con lui». [57]Ma egli negò dicendo: «Donna, non lo conosco!». [58]Poco dopo un altro lo vide e disse: «Anche tu sei di loro!». Ma Pietro rispose: «No, non lo sono!». [59]Passata circa un’ora, un altro insisteva: «In verità, anche questo era con lui; è anche lui un Galileo». [60]Ma Pietro disse: «O uomo, non so quello che dici». E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. [61]Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte». [62]E, uscito, pianse amaramente» (Lc 22, 54-60a).

Questo episodio esprime la verità di Pietro, quello che Pietro è davvero; Pietro deve imparare a misurarsi, a pesare la sua fedeltà e la sua debolezza, e il Signore gliela fa pesare.

Anche le nostre esperienze di debolezza, di fragilità e di peccato, che il Signore permette, servono per farci misurare quanto siamo piccoli e deboli. Il nostro peccato ha sempre un aspetto di allontanamento da Dio, ma il Signore si serve anche di quello per riportarci all’umiltà: infatti niente dispiace più al Signore di una vita spirituale superba.

Nel suo rinnegamento, Pietro ha perso l’orientamento; infatti gli dicono: “anche questo era con lui”, ed egli risponde: “donna, non lo conosco”: cioè non conosco Gesù. Come? è sempre stato con lui! Aveva, anzi, fatto una bellissima professione di fede a nome degli altri: “tu sei il Cristo di Dio” (Lc 9, 20), e ancora aveva detto: “noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito” (Lc 18, 28), come fa a dire: “non lo conosco!”?

Ma è proprio così: Pietro non conosce Gesù. Conosce il Gesù dei miracoli, il Gesù dei grandi discorsi che attirano le folle, ma il Gesù del processo, dell’umiliazione, della sofferenza, Pietro non l’aveva mai capito e mai accettato. Per tre volte Gesù l’aveva annunciato, però, per tre volte, il vangelo ci ha detto che i discepoli non hanno capito: quelle parole erano troppo lontane dal loro orizzonte mentale.

Capita tante volte anche a noi, di fronte a certe situazioni della nostra vita, di rimanere come disorientati e di fare fatica a ritrovare, in quelle situazioni, la presenza del Signore: è come dire: “Non lo conosco più, non lo riconosco in questa situazione, in questa malattia, in questa disgrazia, in questa fatica, in questa croce”. È il Gesù della croce che Pietro rinnega.

Ma non solo. Gli dicono: “Anche tu sei di loro”, cioè uno del gruppo dei Dodici. Pietro nega. Vuol dire che non riconosce neanche i suoi condiscepoli, i suoi amici coi quali aveva condiviso tutto; ma rifiutare Gesù significa rifiutare anche i fratelli, rifiutare il gruppo dei Dodici.

Non solo. Poco più avanti: “Anche lui è uno di loro, anche lui è un Galileo”, e Pietro: “O uomo, non so quello che dici”, dove Pietro ha perso anche la conoscenza di sé, in uno smarrimento totale.

Nel momento in cui non riconosciamo più il Signore, non riconosciamo più i nostri fratelli, non riconosciamo nemmeno più la nostra identità precisa.

«E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. [61]Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte». [62]E, uscito, pianse amaramente» (Lc 22, 60b-62).

Lo sguardo di Gesù fa il miracolo e riporta Pietro alla verità, a riconoscere all’improvviso il suo rinnegamento e a riconoscere nello stesso tempo che Gesù gli vuole ancora bene. Perché quello sguardo dice che Gesù ama Pietro, anche se sapeva quello che Pietro avrebbe fatto: “Prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte”. Sarebbe stato un motivo sufficiente per “scaricare” Pietro, ma Gesù aveva anzi detto: “Ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno, e tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli” (Lc 22, 32).

Gesù non ha abbandonato Pietro nella sua debolezza, ma lo ha amato; ed è lo sguardo di amore che converte Pietro: “ E uscito fuori, pianse amaramente”.

A questo punto, Pietro ha misurato se stesso e ha misurato Gesù: proprio perché si è reso conto della sua debolezza, si è reso conto anche della grandezza dell’amore del Signore per lui.

Aggiungiamo a Pietro, il gruppo dei discepoli. Torniamo al Monte degli Ulivi:

«[39]Uscito se ne andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. [40]Giunto sul luogo, disse loro: «Pregate, per non entrare in tentazione». [41]Poi si allontanò da loro quasi un tiro di sasso e, inginocchiatosi, pregava: [42]«Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». [43]Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo. [44]In preda all’angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra. [45]Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. [46]E disse loro: «Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione» (Lc 22, 39-46).

Il gruppo dei discepoli segue Gesù. Gesù si allontana da loro per combattere la sua lotta, la sua agonia; è la lotta con cui deve opporsi, e questa volta in modo ultimo e definitivo, alla tentazione di Satana. La tentazione è sfuggire alla morte; quella che avevamo trovato nella terza tentazione del deserto e che ritorna adesso, al momento supremo dell’orto degli Ulivi.

Gesù deve combattere questa lotta e lo fa pregando: è l’unico modo per affrontare e superare la lotta. Satana, lo abbiamo appena visto, “vaglia”, cioè distingue quello che c’è di autentico da quello che c’è di falso, mette alla prova, tenta. L’unico modo per resistere nella prova è pregare: la preghiera non è uno strumento magico per vincere la lotta, ma è il riconoscimento umile della propria debolezza, togliendo ogni presunzione, mostrando fiducia, abbandono e intimità con Dio. Per questo, la preghiera diventa strumento di vittoria: la persona che prega riconosce di non potere stare in piedi da sola e, quindi, tende la mano perché il Signore la faccia camminare.

I discepoli che avevano seguito Gesù dormono per la tristezza; fanno cioè fatica a sopportare la tensione, il peso di quello che sta per accadere; si rendono conto che qualcosa di tragico sta per verificarsi, ma invece di pregare, si lasciano prendere dalla tristezza, dal torpore: è una specie di piccola anestesia psicologica che talvolta anche noi facciamo, quando abbiamo paura di guardare in faccia la realtà: è un rifiuto di lucidità, un rifiuto di chiarezza.

Ma proprio perché i discepoli non hanno pregato di fronte alla prova, non riusciranno a reagire in modo giusto: quando verranno ad arrestare Gesù, reagiranno con la violenza, perché non saranno capaci di abbracciare i progetti di Dio: avranno ancora i loro progetti, le loro speranze da tentare d’imporre; non sono stati capaci di ritrovare dentro di sé la forza per opporsi all’ingiustizia.

E la preghiera fa esattamente questo: fa passare dai nostri progetti a quelli di Dio, dai nostri programmi a quelli del Signore, e serve ad esprimere quello che ha detto il Signore: “Padre, se puoi, allontana da me questo calice, ma non sia fatta la mia, ma la tua volontà”.

Ecco il cammino della preghiera: quando prego, vado davanti al Signore e ho tanti desideri, tanti progetti, ma corrispondono al progetto di Dio?

Ora, se la preghiera è sincera, autentica e prolungata, al termine dobbiamo poter dire: “Padre, non la mia ma la tua volontà”; riconosco che la tua volontà è più giusta della mia, anzi, riconosco che nella tua volontà c’è la mia stessa gioia; forse sento ancora dentro la ribellione o il rifiuto, ma so, riconosco che nella tua volontà sta la mia pace.

Un altro personaggio importante del racconto della passione è Pilato (cfr. Lc 23, 1-7.13-25), al quale viene condotto Gesù, con un’accusa fondata su distorsioni e menzogne: è accusato di essersi fatto re in una prospettiva politica.

Ora è significativo che per tre volte, Pilato affermi l’innocenza di Gesù. Lo dice per tre volte (23, 4; 23, 14-15; 23, 22), perché ha esaminato bene le cose, ha valutato bene, come un bravo giudice, ed è arrivato ad una conclusione che per lui è chiara: Gesù è innocente; però alla fine, lo condanna.

Ma come può Pilato, mettere insieme il riconoscimento esplicito dell’innocenza di Gesù e la sua condanna? vuole dire che la giustizia di cui i romani andavano fieri (gli inventori del diritto, della difesa dell’imputato, del diritto dell’imputato di difendere la sua posizione, ecc.), davanti a Gesù fa fallimento. Pilato riconosce le cose, ma non le esegue correttamente.

Il vangelo vuole dirci che, davanti a Gesù, non è possibile un’oggettività piena; per accogliere e giudicare correttamente Gesù, uno deve entrare in sintonia con Lui, deve riconoscerlo per quello che è: profeta, Messia, Figlio di Dio. Fino a che questa professione di fede non viene pronunciata, non c’è giustizia, non c’è correttezza nei suoi confronti. E Pilato è il simbolo di quell’autorità che si sottrae alla propria responsabilità. Invece di giudicare, di assumersi il dovere, l’onere di giudicare, mette Gesù nelle mani degli altri. Il che mostra la vigliaccheria, il sottrarsi alla responsabilità, che è uno dei rischi di chi ha il potere, di chi deve gestire un’autorità, per il bene, per la verità, per la giustizia. Eppure Pilato ha tentato di salvare Gesù (anche se per noi è ormai impossibile entrare nella sua psicologia), ma rimane questa distorsione grave e significativa: infatti si può arrivare a giudicare rettamente con la testa, ma a comportarsi ingiustamente, in concreto.

Insieme con Pilato c’è un altro personaggio, che si trova solo nel vangelo di Luca, Erode:

«[6]Udito ciò, Pilato domandò se era Galileo [7]e, saputo che apparteneva alla giurisdizione di Erode, lo mandò da Erode che in quei giorni si trovava anch’egli a Gerusalemme. [8]Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto, perché da molto tempo desiderava vederlo per averne sentito parlare e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui» (Lc 23, 6-8).

“Da molto tempo desiderava vedere Gesù”. Un altro desiderava vedere Gesù: quel Zaccheo che era salito sul sicomoro per vederlo passare. È una buona premessa. Perché Erode vuole vedere Gesù? spera di vedere qualche miracolo fatto da Lui: non gl’interessa Gesù in sé, ma solo i suoi miracoli.

«[9]Lo interrogò con molte domande, ma Gesù non gli rispose nulla. [10]C’erano là anche i sommi sacerdoti e gli scribi, e lo accusavano con insistenza. [11]Allora Erode, con i suoi soldati, lo insultò e lo schernì, poi lo rivestì di una splendida veste e lo rimandò a Pilato. [12]In quel giorno Erode e Pilato diventarono amici; prima infatti c’era stata inimicizia tra loro» (Lc 23, 9-12).

Erode viene presentato dagli storici come un uomo estroso, condiscendente, di mondo, indifferente ai valori religiosi, amante del lusso e della tavola, amante della quiete, astuto e desideroso di novità. È l’uomo annoiato della vita, l’uomo ricco che però non ha gusto a vivere; scettico, cinico, divertirsi è l’unica cosa che gli possa fare passare il tempo e pensa a Gesù come a un giocoliere, uno di quei personaggi. che nelle corti fanno qualche gioco impressionante, per cui si rimane stupiti, si applaude e si ammazza il tempo.

Ma il cinico Erode non si rende conto che ha davanti un condannato a morte, che si sta giocando la vita o la morte di una persona; per lui invece si sta giocando solo un quarto d’ora di passatempo più o meno bello.

Erode per certi aspetti, è un uomo di oggi: è un uomo sazio, ma annoiato; che riduce tutte le cose alla banalità, al divertimento, per il quale un passatempo diventa la cosa essenziale.

Ma il tragico è che in questo divertimento sono coinvolte delle persone e delle vite, in questo caso, la vita del Signore: Erode gioca sulla tragedia. Infatti davanti a lui Gesù tace: tace con le parole, perché non parla, e con i fatti, perché non compie alcun gesto. Il motivo è evidente: le parole di Gesù sono per invitare alla conversione, i gesti e i miracoli sono manifestazioni del regno di Dio. Gesù non ha mai fatto miracoli per il successo, per avere il sostegno di qualcuno e tanto meno per difendere se stesso.

Gesù non ha mai rifiutato un miracolo quando gli è stato chiesto da un bisognoso, da un ammalato o un povero, o un peccatore, ma non ha mai fatto un segno quando gli è stato chiesto come autogiustificazione o affermazione di sé. Quindi, di fronte a Erode, Gesù tace. Erode lo insulta, insieme ai suoi soldati, mettendosi al loro livello: “Allora Erode, con i suoi soldati, lo insultò e lo schernì, poi lo rivesti di una splendida veste e lo rimandò a Pilato” (Lc 23, 11). Con questo gesto, Erode vuole dire che Gesù è più ridicolo che pericoloso, è un visionario, non un re, un sognatore, non un rivoluzionario. Lo rimanda a Pilato con la toga candida, prendendosi gioco delle pretese di Gesù al regno o a un alto grado di potenza.

Sulla via del Calvario troviamo gli ultimi personaggi (ne prendiamo solo alcuni).

«[26]Mentre lo conducevano via, presero un certo Simone di Cirène che veniva dalla campagna e gli misero addosso la croce da portare dietro a Gesù» (Lc 23, 26).

Questo episodio, nel vangelo di Luca, è un po’ più dolce che non nel vangelo di Marco, in cui si dice (cfr. Mc 15, 21) che hanno costretto con la forza Simone a prendere la croce. Evidentemente, per Luca Simone diventa un simbolo, un modello, rappresenta il discepolo di Cristo, quello che assume la croce quotidiana, che la riconosce e la porta andando dietro a Gesù, con una certa libertà (anche se non è andato a cercare lui la croce, e generalmente noi non andiamo a cercarle, le croci).

«[33]Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. [34]Gesù diceva: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23, 33-34).

Il vangelo di Luca presenta Gesù come modello dell’esistenza cristiana, modello del martire.

Non a caso Luca, negli Atti degli Apostoli, descrivendo il martirio di Stefano, mette sulla sua bocca le stesse parole di Gesù: “Signore, accogli il mio spirito; non imputar loro questo peccato” (At 7, 59-60). Stefano ha percorso il suo cammino di martirio imitando Gesù; il cristiano infatti deve prendere da lui l’esempio, a partire da questo perdono impressionante: “Padre perdonali, perché non sanno quello che fanno”. La forza di Gesù è proprio in queste parole di perdono; nella sua capacità di non restituire male per male, ma – direbbe san Paolo – di vincere il male con il bene (cfr. Rm 12, 21).

«[35]Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: «Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto». [36]Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell’aceto, e dicevano: [37]«Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». [38]C’era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei» (Lc 23, 35-38).

Luca distingue il popolo dai capi: i capi scherniscono, il popolo sta semplicemente a vedere. Significative sono le parole con cui scherniscono Gesù: “Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto”. Sono anche le parole di Satana nelle tentazioni, del cap. 4°: “Se tu sei il Figlio di Dio, buttati dal pinnacolo del Tempio e fatti salvare” (cfr. Lc 4, 9); ti crederanno, se ti salverai dalla morte. I capi dicono la stessa cosa.

Sta esattamente qui l’incomprensione profonda del mistero di Gesù e del mistero di Dio; infatti proprio perché Gesù è il Cristo di Dio, non salva se stesso. Ha un potere senza limiti, ma per salvezza degli altri, non per proteggere se stesso. Il potere di Gesù è un potere a “senso unico”, di salvezza e di sostegno del mondo.

La logica dell’amore è così: sa donare, sa spendere se stesso per la salvezza degli altri e sa dimenticare se stesso; Gesù ha dimenticato se stesso e la sua salvezza.

Ma l’amore di Gesù, che sembra perdente sulla croce, è in realtà, vincitore: si comincia già ad intravedere questo nell’episodio che segue:

«[39]Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!». [40]Ma l’altro lo rimproverava: «Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? [41]Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male». [42]E aggiunse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». [43]Gli rispose: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso» (Lc 23, 39-43).

La morte di Gesù è così feconda che spalanca il paradiso a questo malfattore. È un malfattore sul serio, egli stesso lo riconosce, non ha nessuna presunzione; semplicemente affida la sua vita a Gesù con una fede grande, con la consapevolezza del suo peccato; gli dice semplicemente ‘ricordati’, tipico della preghiera dell’Antico Testamento, in cui si sente dire a Dio: “Ricordati Signore del tuo amore” (Sal 25, 6), “Ricordati di noi, Signore” (Sal 106, 4).

“Oggi sarai con me in paradiso” esprime la vittoria sulla morte, una vittoria che Gesù compie, non per sé solo, ma per gli uomini, per i ladroni, per i malfattori. Era venuto proprio per i peccatori e qui ne trova uno che è il simbolo di tutti, il simbolo della nostra esistenza: a questo peccatore, Gesù offre l’ingresso nel suo regno.

«[44]Era verso mezzogiorno, quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. [45]Il velo del tempio si squarciò nel mezzo. [46]Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo spirò» (Lc 23, 44-46).

Sono le ultime parole di Gesù nel vangelo di Luca, una citazione dal Salmo 31, 6: “nelle tue mani affido il mio spirito” e vanno messe insieme a quelle che abbiamo letto prima: “Padre perdonali, perché non sanno quello che fanno”. Di queste espressioni una si rivolge a Dio, ed esprime il rapporto di Gesù con il Padre: l’altra si riferisce agli uomini e esprime l’atteggiamento di Gesù nei loro confronti. Quindi l’atteggiamento di Gesù nella passione ha queste due direzioni: nei confronti degli uomini, il perdono; nei confronti di Dio, la fiducia e l’abbandono totale.

E come dice s. Pietro nella sua prima lettera (cfr. 1 Pt 2, 21-23), proprio perché Gesù affida la sua vita a Dio, diventa capace di perdonare gli altri, di non essere cattivo nei confronti dell’ingiustizia e della cattiveria umana, ma di vincere questa ingiustizia e cattiveria con il perdono: Gesù diventa effettivamente il modello della nostra vita.

La vita cristiana in realtà è fatta di queste due cose: di amore nei confronti degli altri e di fiducia nei confronti di Dio. Anzi la fiducia nei confronti di Dio ci libera, per riuscire ad amare i fratelli.

Editore San Lorenzo Re 1994

Editrice San Lorenzo Re 1994