MEDITAZIONI SU MATTEO 16,13 – 20,34 – 9

Esercizi spirituali

Meditazioni su Matteo 16,13 – 20,34

VIII meditazione
Giornata penitenziale

Nel cap. 6 di Matteo, Gesù istruisce sul modo corretto di vivere la vita religiosa mediante l’elemosina, la preghiera e il digiuno; troviamo poi una serie di indicazioni che collocano la vita cristiana nella scelta di fondo: quale deve essere l’atteggiamento del cuore e l’atto di fede fondamentale in Dio, che stanno alla base di tutti i comportamenti concreti richiesti all’uomo.

«Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano, dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore.

La lucerna del corpo è l’occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!

«Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona» (Mt 6, 19-24).

Questi tre brani hanno fondamentalmente lo stesso significato, cioè: nella nostra vita dobbiamo essere decisi e orientare con chiarezza il nostro cuore, le nostre scelte, i nostri progetti nella direzione di Dio, accogliendo il Signore come punto di riferimento unico, assoluto della nostra vita.

Il Signore comincia parlando di tesori; infatti la vita dell’uomo è fatta di desideri, l’uomo cerca e desidera sempre qualche cosa, il cuore dell’uomo è fatto di speranza, di attesa: poiché l’uomo ha un cuore, questo è alla ricerca di un tesoro. Ma quale? C’è chi è alla ricerca dei soldi, o della cultura, e così via. Ma, secondo il Vangelo, il problema fondamentale è porre il desiderio del proprio cuore in riferimento a Dio: Dio è l’unico, autentico tesoro che può salvare il cuore dell’uomo; tutti gli altri tesori possono anche essere attraenti e grandi, ma, dice il Signore, sono effimeri, incerti, dipendono dalle situazioni: come la Borsa Valori di Milano. Sulla terra ci sono ladri che possono scassinare anche le casseforti più robuste, ci sono tignole o ruggine che possono corrodere anche i tesori più preziosi. Allora, dice il Signore: Non attaccate il vostro cuore a simili tesori, da poco; il vostro cuore è degno di cose più grandi, più belle; il cuore dell’uomo è fatto, in ultima analisi, per Dio, e solo se si attacca a Dio, trova fermezza e solidità. «Accumulatevi, perciò, tesori nel Cielo, dove né tignola né ruggine consumano e dove ladri non scassinano e non rubano»: e qui, la parola “Cielo” tiene il posto di “Dio”: Gesù vuole dire: accumulatevi tesori presso Dio.

Nella nostra vita, lavoriamo, fatichiamo, programmiamo e speriamo: dobbiamo spendere il lavoro che riempie la nostra vita – dice il Signore – per procurarci un tesoro autentico; ed è autentico solo quello che abbiamo presso Dio. Se dunque sei intelligente, spendi il tuo tempo e le tue energie per fare del bene, per fare quello che conta davanti a Dio: le altre cose, prima o poi, ti abbandoneranno e tu rimarrai solo. Dio, invece, e tutto quanto è presso Dio, ti viene garantito per sempre.

Questo brano, dunque, ci chiede una decisione: scegliere quello che è prezioso davanti a Dio come obbiettivo della nostra vita.

A questo discorso, si lega l’altra piccola parabola della lucerna del corpo, che è l’occhio: «Se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso»: la luce entra nell’uomo attraverso l’occhio che percepisce i colori, le forme; se l’occhio è sano, tutto il corpo, si orienta bene nel mondo e nell’ambiente. Ma se l’occhio è malato e non vede bene, tutto il corpo è come paralizzato, perché non vede gli ostacoli e gli impedimenti, né sa in che direzione agire.

Lo stesso è per la vita dell’uomo: nell’uomo c’è come un occhio spirituale, l’occhio del cuore, attraverso cui l’uomo riesce a vedere l’amore di Dio, a sviluppare la fede, a riconoscere la bontà del Signore; se l’occhio del cuore funziona bene, – se quindi uno riesce a mettersi sotto lo sguardo di Dio, e ad avere fede –, allora tutta la vita dell’uomo si orienterà bene: nel costruire l’amicizia, nell’impegno politico, nel costruire l’amore e la famiglia e così via. Se l’uomo crede e ha il cuore aperto all’amore di Dio, tutta la sua vita viene orientata nel modo giusto: sa che deve imparare ad amare, che gli altri sono fratelli e non nemici da schiacciare, che deve portare i pesi degli altri e non far portare agli altri i propri pesi… è illuminato dall’amore di Dio, dalla luce dello Spirito. Allora, occorre fare attenzione al cuore, fare in modo che il cuore sia pulito, e creda davvero nell’amore, in Dio.

La conseguenza: «Nessuno può servire a due padroni: o odierà uno e amerà l’altro; o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro; non potete servire a Dio e a mammona»: sembra che, per Gesù, l’uomo sia, in un modo o nell’altro, chiamato a servire. L’uomo può scegliere chi è il suo padrone, ma non riesce a non avere signori: o Dio o qualcos’altro. Si può servire, per es. – nella nostra cultura occidentale è frequente – sua maestà il denaro: il denaro è un padrone forte, a cui si debbono sacrificare molte cose; uno è disposto, talvolta, a sacrificare al denaro la famiglia, l’onestà: in fondo, l’uomo desidera essere onesto, ma il denaro può insegnare a ingannare per cupidigia; per il denaro l’uomo è capace di ammazzare, di rifiutare gli altri, di tradire un’amicizia: per trenta denari si può tradire un amico! In tutti questi casi, il denaro è padrone dell’uomo, perché esige tale o tal altro comportamento, anche se l’uomo crede di essere lui, il padrone.

Quello che vale per il denaro, vale per le altre cose: per il potere, per il piacere, per il successo, ecc. E non sono tutte cose negative: anche il denaro ha un suo valore, così il successo… però, quando queste cose diventano padrone dell’uomo, accettando anche i compromessi, allora prendono il posto di Dio, e diventano degli idoli. Ora, dice il Signore, non solo non si può mettere qualcosa al posto di Dio, ma neanche si può mettere qualcosa “accanto” a Dio: adoro il Signore andando in chiesa, poi faccio quello che il denaro esige da me. Il Signore, dice il Vangelo, deve essere sempre nella nostra vita, anche quando uso il denaro, o il successo; il Signore rimane sempre lo stesso in qualsiasi momento della nostra vita: si cercherà il denaro, ma questo non deve diventare il signore; così non si rinuncerà all’onestà, alla verità, alla purezza, alla santità, cancellando il Signore. C’è un padrone solo, e non si può metterne altri accanto. Il Decalogo comincia proprio così: «Tu non avrai altri dei di fronte a me» (Dt 5, 7).

I tre brani che abbiamo letto, chiedono dunque di decidere per Dio, a favore di Dio. Ora, “decidere”, originariamente, significa “tagliare”: decidere per Dio è dunque prendere così sul serio il Signore da tagliare ed escludere ogni altra divinità nella nostra vita, ogni altro padrone.

Ma: se decidiamo per il Signore, cosa ci guadagniamo? o perdiamo? Ci guadagniamo la libertà dagli affanni, si dice alla fine del cap. 6: Tu, preoccupati di servire il Signore; il Signore, da parte sua, si preoccuperà di proteggere la tua vita; tu vivi per lui e il Signore protegge te.

«Perciò vi dico: per la vostra vita, non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neppure Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: che cosa mangeremo? che cosa berremo? che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena» (Mt 6, 25-34).

È il brano della nostra libertà, non facile, ma bello: infatti ci insegna a vivere senza affannarci troppo. La vita dell’uomo sulla terra non è molto tranquilla: l’uomo ha bisogno di tante cose: di mangiare, di bere, di vestirsi, poi di salute, di amicizia, e così via; e poiché ne ha bisogno sempre, può accadere che la vita diventi una serie di affanni e di ansie per raggiungere tutte queste cose; si può perdere la tranquillità sia se abbiamo i soldi, per es., sia se non li abbiamo; senza contare che i soldi non comprano tutto, non evitano malattie o disgrazie. Se l’uomo si pone di fronte alla vita con ansia, la vita diventa veramente un affanno. Il Vangelo però dice: se la vita è soltanto: io e le cose, è molto facile che io sia affannato. Invece la vita è: io, Dio e le cose: Dio, nei confronti delle cose, è padrone, e, nei miei confronti, è Padre, che mi ama, che si prende cura della mia vita, che ha nelle sue mani il mondo e la storia. E poiché Dio è così, io posso vivere in mezzo alle cose senza agitarmi, perché so che Dio si prenderà cura della mia vita.

Tutto questo non significa però che non mi devo impegnare a lavorare, a preparare il futuro, ecc. Quando Gesù ci dà l’esempio degli uccelli del cielo e dei gigli del campo, non vuol dire che dobbiamo fare come gli uccelli – siccome non hanno i granai, noi non dobbiamo avere i frigoriferi! – o come i gigli – poiché non lavorano, noi non dobbiamo lavorare! – Il ragionamento di Gesù è molto più semplice: se Dio si prende cura degli uccelli del cielo e dei gigli del campo, volete che non si prenda cura di voi? voi valete più dei gigli. C’è, in ogni caso, una ricchezza nella vostra vita, anche se siete limitati e poveri, e talvolta anche stupidi! Agli uccelli, Dio ha dato le ali, ma a voi, il Signore ha dato l’intelligenza per affrontare il futuro, ha dato le mani per lavorare: il Signore vi ha equipaggiati per la vita e voi userete le doti e le capacità che avete ricevuto per impegnarvi, lavorare e avere il necessario. Ma fate tutto questo senza paura, con la fiducia che, mettendoci il vostro impegno, non verrà meno da parte del Signore, una risposta, per cui «cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta». Mettete la volontà di Dio sopra ogni altra cosa, non lasciate che l’affanno per le cose vi faccia diventare disonesti; non permettete che il bisogno di amicizia vi faccia rovinare i rapporti con le persone: dovete rimanere liberi, interiormente, di fronte alla vita, alle cose, alle persone, alle situazioni, in modo che tutto quello che voi vivete, sia vissuto anzitutto per la gloria di Dio e sia il riconoscimento che Dio è grande, santo, giusto.

Il brano evangelico non è dunque un invito a essere sprovveduti, a non pensare o riflettere, a non programmare il futuro: è invece un invito a vivere sapendo che la nostra vita è accompagnata dalla provvidenza di Dio; e se la provvidenza è intesa in modo giusto, noi lavoriamo e siamo sicuri che il Signore non ci farà mancare il necessario per fare la sua volontà e per realizzare il suo progetto nella nostra vita.

Il cap. 6 si conclude con quel piccolo precetto della sapienza universale: «non affannatevi per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini: a ciascun giorno basta la sua pena»; esprime la capacità di vivere intensamente il giorno di oggi, senza anticipare le paure per i giorni che seguiranno; occorre cercare di vivere bene il presente, perché il futuro non è nelle nostre mani, né possiamo cambiarlo nelle sue dimensioni fondamentali. Quindi, lavoreremo per l’oggi, senza lasciarci angosciare: il Signore ci dà la forza di portare solo la croce di oggi; se ci mettiamo addosso la croce di domani, ne rimaniamo schiacciati: ogni giorno ha la sua piccola o grande pena.

«Non giudicate per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati e con la misura con la quale misurate sarete misurati. Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? O come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell’occhio tuo c’è la trave? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello» (Mt 7, 1-5).

Anzitutto, dobbiamo vedere nei passivi di questo brano, il nome nascosto di Dio: “non giudicate per non essere giudicati”, vuol dire: non giudicate perché Dio non giudichi voi, perché col giudizio con cui giudicate, Dio vi giudicherà, e con la misura con la quale misurate, Dio vi misurerà.

Ciascuno di noi, prima o poi, dovrà fare i conti con Dio, e non saranno conti molto gradevoli perché non riusciremo a presentarci con grandi meriti: un certo passivo, di fronte a Dio, lo dovremo sempre registrare. Però, c’è un modo fondamentalmente facile per evitare di essere giudicati e condannati: non condannare gli altri. Il Signore userà con noi la misura che noi useremo con gli altri: e potrebbe addirittura sembrare una formula troppo facile, per evitare la condanna.

Il “non giudicare” però, non ci è sempre facile, perché in noi c’è come l’istinto di sentirci migliori, più bravi: il che ci porta ad abbassare o sminuire gli altri. Razionalmente, è un modo sciocco di fare; infatti, se sei piccolo, cresci, migliora, non abbassare gli altri. Allora, quello che dice il Signore: «Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?» diventa comprensibile. Quando guardo la pagliuzza nell’occhio di mio fratello, non vedo la trave che è nel mio; così, se vedo i difetti degli altri, riesco a dimenticare e a nascondere un po’ i miei. Ne esce un meccanismo strano e grave, dal punto di vista spirituale: se uno è troppo occupato a guardare i difetti altrui, non vede i propri, e non migliora più, così i suoi difetti diventano cronici. Quindi, non preoccuparti troppo dei difetti degli altri, correresti un rischio molto grande per la tua vita spirituale. La vita spirituale autentica è quella in cui riconosci la trave nel tuo occhio e cerchi di toglierla, con un lavoro di crescita e maturazione di te stesso.

Anche san Paolo ricorda questo problema, rivolgendosi direttamente ai Giudei, e a tutti quelli che hanno un codice morale di vita, che però non cercano di migliorare, bensì si fanno forti per vedere i difetti altrui e per criticare: «Sei dunque inescusabile, chiunque tu sia, o uomo che giudichi; perché mentre giudichi gli altri, condanni te stesso; infatti, tu che giudichi, fai le medesime cose. Eppure noi sappiamo che il giudizio di Dio è secondo verità contro quelli che commettono tali cose; pensi forse, o uomo che giudichi quelli che commettono tali azioni e intanto le fai tu stesso, di sfuggire al giudizio di Dio? O ti prendi gioco della ricchezza della sua bontà, della sua tolleranza e della sua pazienza, senza riconoscere che la bontà di Dio ti spinge alla conversione?» (Rm 2, 1-4).

Perché critichi così facilmente? Quando critichiamo i difetti degli altri, ci mettiamo al posto di Dio che giudica, così ci sembra di essere al sicuro. Ma, dice Paolo, è un inganno, è un’illusione: non puoi sentirti a posto perché giudichi in nome di Dio i peccati degli altri, che fai anche tu. Allora, preoccupati di convertirti, e non di giudicare, altrimenti non riconoscerai che la bontà di Dio ti spinge alla conversione, e ha pazienza con te non perché sei santo, ma perché tu ti converta. Il giudizio degli altri, dunque, secondo il Nuovo Testamento, è pericoloso perché ci toglie il bisogno di convertirci; infatti, l’attenzione dell’uomo è limitata, vede solo una cosa per volta, e, se guarda i difetti altrui, non vede i propri.

Abbiamo già ricordato l’efficacia della preghiera, secondo Mt 7, 7-8: l’essenziale nella preghiera è la fiducia in Dio: la preghiera è infallibile, perché si rivolge a Dio.

«Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro; questa infatti è la Legge e i Profeti» (Mt 7, 12). È una frase preziosa, da imparare a memoria: la Bibbia di Gerusalemme mette in margine il richiamo a Tb 4, 15, perché già nel libro di Tobia è espressa la “regola d’oro”, anche se in modo un po’ diverso nella parte negativa: «Non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te». Questa regola era diventata così famosa nella tradizione ebraica che veniva data come compendio della Legge: quando quel famoso pagano era andato da Hillel chiedendogli di spiegargli la legge in sunto, il rabbi gli aveva dato la regola d’oro: la Legge di Dio è non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te; tutti gli altri precetti – e sono numerosissimi – sono solo una spiegazione di questo; se hai capito questo, hai capito tutta la Legge.

Gesù mette al positivo la regola d’oro: non solo non devi fare del male, ma devi fare il bene, tutto il bene che sarebbe desiderio tuo ricevere, sperimentare. La regola d’oro però non comanda di fare del bene agli altri affinché gli altri facciano del bene a te, perché, in realtà, non necessariamente, facendo il bene, lo si riceve sempre in contraccambio. La regola d’oro è una regola euristica: serve cioè a capire quel che si deve fare di buono, di bene in una certa situazione, quale è il comportamento giusto in ogni momento della vita. La regola dice infatti: mettiti nei panni dell’altro e pensa cosa sarebbe giusto fare verso di te in quella determinata situazione: capiresti subito il da farsi. Sulla via che scendeva da Gerusalemme a Gerico, c’era un ferito sul margine della strada; il sacerdote e il levita che non si sono immedesimati nel ferito, non hanno soccorso quell’uomo. Ci si deve mettere nei panni dell’altro per capire se si deve fare una correzione o no, se devi aiutare o no, ecc. Devi considerare l’altro non come un “altro”, come un estraneo, ma come una parte di te stesso, così non lo trascurerai e ti verrà spontaneo andargli incontro.

È una regola molto semplice e molto bella: «tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro»; ma con una regola così, non siamo mai a posto: uno potrà forse dire di non aver fatto del male, ma nessuno potrà mai dire di avere fatto tutto il bene possibile. D’altra parte, nella vita cristiana, non è forse neppure desiderabile che uno sia convinto di aver fatto tutto, perché la vita cristiana è vita di carità, sì, ma fondata sulla fede. È vita di carità: perciò devi amare il tuo prossimo; è vita fondata sulla fede: devi perciò mettere la tua fiducia nell’amore di Dio per te, non in quello che hai fatto. Anzi, dopo aver fatto tutto il possibile, dirai: «siamo servi inutili, abbiamo fatto quanto dovevamo fare» (Lc 17, 10), e poniamo la fiducia, non nelle nostre capacità o nelle nostre opere, ma nell’amore infinitamente grande di Dio. È questa la sicurezza cristiana: presentarci davanti al Signore con la proclamazione della sua bontà, della sua santità e della sua misericordia.

In quanto facciamo, dobbiamo dunque non tanto sentire di aver fatto tutto il possibile, ma mettere tutto l’impegno, senza ansia, affidando al Signore la sicurezza della nostra vita.

* Appunti pro manuscripto non rivisti dall’autore.