MEDITAZIONI SU MATTEO 16,13 – 20,34 – 8

Esercizi spirituali

Meditazioni su Matteo 16,13 – 20,34

VII meditazione
Giornata penitenziale

In questa giornata penitenziale, le due meditazioni serviranno come esame di coscienza, potranno tuttavia servire a questo scopo anche le meditazioni dei giorni passati.

Il Signore presenta le esigenze fondamentali della giustizia del regno: se uno vuol entrare nel regno di Dio, e quindi sintonizzarsi con la volontà di Dio come re, deve assumere alcuni comportamenti fondamentali, decisivi per il riconoscimento di un’esigenza cristiana.

«Perciò io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna» (Mt 5,20-22).

Così comincia un brano decisivo del discorso della montagna, facendo il confronto tra la giustizia del discepolo e quella degli scribi e dei farisei.

Gli scribi e i farisei sono persone religiose, impegnate nella vita religiosa; lo scriba spende tutto il suo tempo per studiare la legge di Dio, per conoscerne ogni parola, ogni virgola, ogni accento, per capire nel modo più preciso quello che Mosè aveva scritto; i farisei si impegnano a fare ancor più di quanto la legge prescrive, vogliono – dicevano – costruire una siepe attorno alla legge, mettervi una protezione: se la legge comanda di digiunare qualche volta all’anno, il fariseo digiuna due volte la settimana, per fare più di quello che era comandato. Gli scribi e i farisei sono dunque persone rispettabili, impegnate nell’osservanza della legge di Dio; il fariseismo in quanto tale è un impegno più intenso del normale.

Eppure: «se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli»: a voi, viene chiesto di più. Ma perché questo? Forse siete migliori come temperamento e carattere? siete fatti con una pasta superiore? No, ma vi viene chiesto di più perché vi è stato dato di più: avete conosciuto l’amore di Dio molto più degli scribi e dei farisei, perché avete conosciuto Gesù Cristo, e, in Lui, avete ricevuto la presenza del Signore dentro la vostra vita; avete riconosciuto un amore che perdona, un amore infinitamente grande e ricco: allora dovete rispondere all’amore di Dio con una intensità più grande.

La vita religiosa è una risposta: il primo a parlare, e ad agire è sempre Dio; noi viviamo rispondendo all’amore di Dio e quanto più grande si rivela l’amore di Dio, tanto più decisa deve diventare la nostra risposta; per questo: “la vostra giustizia deve superare quella degli scribi e dei farisei”, non perché voi siate più bravi, ma perché a voi Dio ha manifestato il suo amore in un modo ancora più grande: attraverso Gesù.

Per spiegare quel “superiore a quella degli scribi…”, Gesù porta una serie di esempi. Il primo è preso dal comandamento: Non uccidere: “Avete inteso che Dio ha detto agli antichi attraverso Mosè: non uccidere”; quando uno scriba si trova dinanzi a questa legge, egli capisce e sente che se uccidesse, sarebbe sottoposto a giudizio. In realtà, non si parla di giudizio nel comandamento, che dice solo: non uccidere; ma lo scriba attento spiega che, se uno va contro questo comandamento, cade sotto il giudizio di Dio.

«Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello sarà sottoposto al giudizio; e chi dice: stupido sarà sottoposto al sinedrio, chi dice: pazzo sarà sottoposto al fuoco della Geenna», cioè al fuoco eterno. È un modo tipicamente cristiano, di Gesù Cristo, di interpretare la legge. Infatti, se uno prende le due parole: non uccidere, gli viene proibito di accoltellare l’avversario, di sparargli… cioè di fare qualsiasi cosa per cui sia possibile ammazzare, e basta.

Ma per Gesù, “non uccidere” vuole dire: non fare niente di male all’altro: non uccidere, dunque, non ferire, e neppure ferire dal punto di vista interiore, con una offesa cattiva e che vuole fare del male. Per Gesù, allora ogni diminuzione della vita del tuo fratello deve essere tolta, si deve imparare a “volere” la vita dell’altro, a essere contento che l’altro ci sia, e a fare quanto è possibile perché la vita dell’altro sia bella e ricca: devi aiutarlo a vivere, per quello che dipende da te. Tutto quello invece che si fa per diminuire la vita dell’altro va contro la volontà di Dio. Se anche la nostra azione non sarà negativa come l’omicidio, tuttavia ogni gesto contro il fratello è negativo. La prospettiva non è più: uccidere o non uccidere, ma volere la vita dell’altro o toglierla, diminuirla.

Nella prima lettera di Giovanni, troviamo lo stesso ragionamento: «Non vi meravigliate, fratelli, se il mondo vi odia; noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli» (3,13-14). Il che è bellissimo: vive davvero solo quello che ama i fratelli, è contento della vita degli altri e la protegge; viceversa: «Chi non ama, rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna» (3,14-15). Chi odia è omicida, – non dal punto di vista giuridico, s’intende –; davanti al Signore non contano solo i gesti esterni, bensì le scelte interiori. Perciò, se uno vuole effettivamente vivere, deve amare la vita dell’altro, custodirla, non fare nulla che la ferisca o la diminuisca.

Le parole “stupido” e “pazzo” sono esempi che Gesù fa: è il cuore, la volontà negativa nei confronti dell’altro che noi dobbiamo fuggire, non tanto il suono delle parole in quanto tali.

«Se dunque presenti la tua offerta all’altare, e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono» (Mt 5,23-24). Se c’è qualcosa di importante e di urgente nella vita dell’uomo, è il servizio di Dio. Cosa può valere più del servizio di Dio, della liturgia? Un tempo, nelle rubriche si diceva che quando la Messa è cominciata con il segno della croce, non si può più interrompere per nessun motivo: niente è più urgente della Messa. Niente, dunque, è più importante della liturgia. Però, se mentre stai per fare la tua liturgia, ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, va’ prima a riconciliarti: la riconciliazione sta prima, è più urgente del servizio stesso di Dio; perciò, prima ti riconcili, poi fai l’offerta, essa diventa così proprio secondo il cuore di Dio.

«Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice, il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità ti dico: non uscirai di là fino a che tu non abbia pagato fino all’ultimo spicciolo» (Mt 5,25-26): non hai l’eternità davanti a te, per riconciliarti con il tuo fratello, hai solo il tempo di questa vita. Se tu dovessi andare davanti a un tribunale e avessi un po’ di tempo per arrivare dal giudice, ti metteresti d’accordo subito, per evitare che il giudice ti condanni e tu debba pagare tutto il tuo debito. Nel tempo che hai – e non è tanto – riconciliati, fin che puoi.

Tutto questo riguarda il comandamento: Non uccidere, inteso secondo Gesù: il comandamento cioè si allarga e richiede una serie di comportamenti e di atteggiamenti interiori molto grande. Lo stesso vale per gli altri comandamenti.

«Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore» (Mt 5,27-28). C’è un comandamento che riguarda l’ordine nel campo grande e importante della sessualità; ma, dice il Signore, si deve intendere questo comandamento in senso ampio: non proibisce infatti solo il gesto esterno del tradimento, proibisce anche le scelte interiori. – “Scelte”: perché ci sia il peccato, non basta una fantasia passeggera, ci deve essere l’avvertenza e il consenso, come dice il catechismo –. La dimensione della sessualità deve essere messa in sintonia con la volontà di Dio nei comportamenti esterni, ma anche nelle scelte interiori del cuore: è lì che si formano gli orientamenti della vita dell’uomo, e l’uomo deve dare alla sessualità l’importanza che le spetta: nell’ottica del Signore, è vocazione all’amore, è spinta al superamento della solitudine e, quindi, all’incontro e al dono. L’uomo non può vivere la sessualità come sfruttamento o ricerca pura del proprio piacere, in una visione egoistica: sarebbe usare un dono di Dio per deformare la volontà del Signore.

«Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna. E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geenna» (Mt 5,29-30): questo passo è già stato commentato a proposito del cap. 18.

«Fu pure detto: chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio; ma io vi dico: chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone all’adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio» (Mt 5,31-32). Nella legislazione ebraica c’era la possibilità del ripudio della propria moglie: se un uomo «trova in sua moglie qualcosa di vergognoso, la può ripudiare, purché le scriva un libello di ripudio» (cfr. Dt 24,1): il libello di ripudio era come un certificato di stato libero che permetteva alla donna di risposarsi; era una tutela per la donna; infatti, il ripudio, nella società ebraica, privava la donna della protezione del marito e della famiglia, mettendola in condizione di inferiorità, di possibile sfruttamento da parte degli altri; così la legge aveva dato come garanzia alla donna la possibilità del libello di ripudio.

Il discorso di Gesù va in radice: non solo si deve dare l’atto libero, ma non si deve nemmeno ripudiare la moglie, perché il ripudio è un atto di egoismo nei confronti della donna, è un privarla della sicurezza e di ogni sostegno; è un venire meno al patto di alleanza che il matrimonio rappresenta. Nell’ottica di Gesù, il matrimonio ha dunque una dimensione di eternità, è una promessa per sempre, quindi una garanzia per sempre nei confronti della donna.

«Avete anche inteso che fu detto agli antichi: non spergiurare, ma adempi con il Signore i tuoi giuramenti. Ma io vi dico: non giurate affatto: né per il cielo, perché è il trono di Dio; né per la terra perché è lo sgabello dei suoi piedi; né per Gerusalemme perché è la città del gran re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno» (Mt 5,33-37): è una riflessione sull’uso della parola. Il linguaggio è uno dei doni più grandi che il Signore ha fatto all’uomo, è una caratteristica tipicamente umana – il linguaggio degli animali non è articolato –, ed è articolato in tutta una serie di espressioni complesse. Ora, il linguaggio è stato dato all’uomo come strumento di comunicazione: entro in rapporto con voi, mi faccio conoscere e cerco di conoscervi.

Può succedere però che l’uomo usi il linguaggio per nascondere le cose, invece che per farle vedere; per impedire la comunicazione, invece che per comunicare, per non far vedere niente, o per far vedere il contrario di quello che è. È il linguaggio, talvolta, dei politici che parlano per ingarbugliare le cose, ma è anche il linguaggio dei nostri rapporti con gli altri: per es. una parola non luminosa e trasparente, che non porta il cuore dentro di sé, ed è usata qualche volta per non farsi capire, per portare sulla strada sbagliata, per ingannare, per fare del male, per ferire: tutti usi scorretti e ingiusti della parola.

Talvolta anzi succede che l’uomo, per dare valore alle sue parole, fa appello a Dio e giura: la mia parola non è sufficiente nella sua luminosità, allora prendo Dio come testimone, mi servo di Dio per far credere alle mie parole. Nell’ottica di Gesù, questo non va: non dobbiamo mai “usare” Dio per ottenere il consenso degli altri; si deve dare alle proprie parole quella sincerità e quella chiarezza che non ha bisogno di altri appigli; le parole, quando sono vere, si presentano con tutta la loro forza, senza bisogno di altro; “si, sì; no, no” è dunque un invito a che la parola sia sincera e trasparente, non strumentale.

«Avete inteso che fu detto: occhio per occhio, dente per dente. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. Da’ a chi ti domanda, e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle» (Mt 5,38-42): per capire questo brano importante e famoso, si deve partire dalla legge del taglione (legge del tale/quale), “occhio per occhio, dente per dente”, cioè quale l’offesa, tale la vendetta; se tu mi offendi, io posso reagire, e, secondo la legge del taglione, posso reagire entro i limiti dell’offesa ricevuta: ho ricevuto uno schiaffo, posso restituire uno schiaffo, senza aggiungere niente a quello che ho subito. Nella storia della civiltà, la legge del taglione è stata un passo enorme, perché ha messo un limite alla vendetta; infatti, per natura sua, la vendetta è senza limiti, per cui si creano catene immense di odi, di rancori e di omicidi.

La legge del taglione ha messo un confine alla risposta dell’offeso; anzi, si può dire che il diritto è nato con la legge del taglione, che riscontriamo fin dal codice di Hammurabi: se uno ha rubato, paga secondo la misura fissata dalla legge.

Ora, Gesù chiede alla comunità cristiana, che la vendetta sia non solo limitata, ma tolta: i nostri comportamenti non devono mai essere determinati dalla vendetta: è questo il senso, il messaggio del brano, da non confondere con i vari esempi che contiene. «Se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra» non è una legge in senso stretto, ma è un esempio: se uno ti ha fatto un’offesa, non devi reagire con la vendetta e restituire quello che ti è stato fatto; devi invece lasciarti guidare sempre dalla ricerca dell’amore, della riconciliazione, della giustizia, della verità, della fraternità.

Precisiamo: non è proibito, in assoluto, dare uno schiaffo che può anche essere un gesto di amore; come una carezza può essere anche un gesto di inganno, quindi di odio nei confronti di una persona. Il problema non sta nel gesto: occorre vedere cosa c’è nel cuore, vedere il motivo dello schiaffo o della carezza: se viene dall’amore o dall’invidia e dalla volontà di rivalsa. Sant’Agostino dice che un mercante tratta bene i suoi schiavi non perché li ama, ma per poter guadagnare di più quando li venderà.

Allora, non è il gesto esterno a decidere sempre il significato di un’azione; è prima di tutto il cuore: amore o vendetta, bontà o cattiveria. Il Signore ci chiede di non fare niente per volontà di vendetta: ed è una richiesta estremamente impegnativa, perché la vendetta è istintiva in noi: se ci viene fatta un’offesa, è estremamente difficile non esigere un compenso. Invece, dobbiamo entrare in una visione diversa della vita, perché tutto quel che abbiamo è dono del Signore, tutto quello che siamo è ricchezza che ci viene da lui; un’offesa ricevuta è anzitutto un’offesa nei confronti del Signore, e solo in seconda istanza è offesa verso di noi. Se riuscissimo a entrare in questa logica di fede, capiremmo perché la vendetta non trova posto per un cristiano.

«Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,43-48): è un invito all’amore, ad un amore creativo: non è solo un amore che risponde bene al bene, ma un amore che sa creare il bene là dove c’è il male.

C’è un primo livello di vita che si lascia dominare dalla violenza, dall’interesse nel senso più deteriore, per cui può capitare di fare il male agli altri per interesse, per affermare se stessi: è la legge della giungla, è egoismo puro.

C’è poi un livello di maggior giustizia e rispetto, per cui l’uomo fa il bene a chi gli fa del bene, e fa del male a chi gli fa del male, proprio come secondo quella legge della meccanica per la quale ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria: è una legge di natura che talvolta però vale anche per i rapporti sociali, per i nostri rapporti: restituisco quello che ho ricevuto.

C’è invece un livello più alto, il livello tipico di Dio, dell’amore creativo e gratuito: creativo, perché crea il bene, anche dove non c’è; infatti, “fa sorgere il sole sopra i buoni e sopra i malvagi e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti”. Nella lettera ai Romani, san Paolo dice che «mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per gli empi, nel tempo stabilito» (Rm 5,6): non è morto per i santi, per i buoni, ma per gli empi, per gli egoisti, per gli ipocriti, i falsi: proprio questo ci fa capire l’amore di Dio. «È raro trovare chi sia disposto a morire per un giusto – è raro, ma qualche caso si può trovare –. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,7-8): Dio ha creato l’amore dove c’era l’odio, l’ha creato lui, l’amore, dove noi avevamo messo l’egoismo, l’empietà e il rifiuto di Dio.

È anche un amore gratuito; san Paolo dice: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male» (Rm 12,21): l’unico modo di vincere il male, non è restituirlo, perché, se ricevo il male e lo restituisco, non faccio che lasciare passare il male affinché continui dopo di me; si vince il male perdonandolo, facendo il bene. Il che è rischioso, perché l’altro può rispondermi male; ma è un rischio che Dio, per primo, ha assunto nei nostri confronti; Dio infatti “fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni”. Si avverte la forza di questa frase se ci collochiamo tra i malvagi – se ci mettiamo tra i buoni, la frase non ha più forza –: il Signore fa sorgere il suo sole sopra di noi, nonostante che siamo malvagi, ecco perché anche noi dobbiamo fare lo stesso nei confronti degli altri.

«Siate dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste»: il Signore non pretende che siamo senza limiti come Dio, ma ci chiede di ragionare nell’ottica di amore creativo e gratuito in cui ragiona lui stesso; Dio si comporta secondo un amore gratuito e noi dobbiamo fare altrettanto: solo così assomiglieremo a lui. Il cristiano assomiglia a Dio se ama gratuitamente, se sa dare il suo perdono: è questa infatti la caratteristica più propria di Dio.

La nostra giustizia deve superare quella degli scribi e dei farisei, era detto in Mt 5,20: non solo non uccidere, ma non fare niente di male al fratello, anzi, volere la riconciliazione urgentemente; non solo non commettere adulterio, ma non voler niente di negativo nell’ottica della sessualità: volere anzi quella ricchezza di amore per cui la sessualità ci è stata donata; non solo non spergiurare o fare giuramenti falsi, ma non usare mai la parola in modo che inganni o faccia del male; non solo non fare mai niente per vendetta, ma costruire un amore gratuito. L’esempio più tipico dell’amore gratuito è l’amore verso i nemici, in cui uno ha ricevuto del male e restituisce il bene.

Quando un cristiano entra in questa logica, entra in una mentalità propriamente divina: non più la legge della giungla, cioè fare il maggior male possibile agli altri, non più la logica di giustizia che fa vivere il rapporto con gli altri in un livello di uguaglianza: il bene a chi mi fa il bene, e il male a chi mi fa il male. Dobbiamo invece attuare la legge della gratuità che il Signore chiede di vivere nella comunità cristiana. Non sarà mai una legge dello Stato, questa gratuità, ma deve diventare la legge di ogni comunità cristiana.

* Appunti pro manuscripto non rivisti dall’autore.