MEDITAZIONI SU MATTEO 16,13 – 20,34 – 7

Esercizi spirituali

Meditazioni su Matteo 16,13 – 20,34

VI meditazione

Matteo interpreta la parabola della pecora smarrita nell’ottica della comunità cristiana:

«Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli. Che ve ne pare? Se un uomo ha cento pecore e ne smarrisce una, non lascerà forse le novantanove sui monti, per andare in cerca di quella perduta? Se gli riesce di trovarla, in verità vi dico, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. Così il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli» (Mt 18,10-14).

Questa parabola si trova anche nel Vangelo di Luca, ma in un contesto un po’ diverso da quello di Matteo. Se c’è un piccolo nella comunità cristiana, che non ha una fede molto robusta, o corre il rischio di perdere la comunione, uno che sta un po’ sulla soglia della comunità, possiamo forse lasciarlo allontanare, e non aver nessun riguardo per lui? Dice il Signore: «Guardatevi dal disprezzare anche uno solo di questi piccoli», non potete trascurarli perché sono piccoli o contano poco; infatti hanno degli angeli custodi che stanno sempre davanti a Dio; sono quindi, diremmo noi, dei “raccomandati di ferro”, hanno degli avvocati preziosi e importanti che li difendono presso Dio; sono piccoli, ma hanno grandi amicizie; guai perciò a disprezzarli o a non tenerne conto.

Anzi, può accadere che una cosa da poco assuma un valore grande: un pastore ha cento pecore, ne smarrisce una, è andata lontano dal gregge e corre anche il rischio di perdersi, o di fare un brutto incontro, o di andare in pericoli gravi. Il pastore allora lascia le novantanove sui monti, e va in cerca della smarrita; non si consola per il fatto che gliene rimangono novantanove; anzi, la pecora perduta sembra valere più delle novantanove, e il pastore fa di tutto per non lasciarla perdere. Dice allora il Vangelo che quando perdiamo qualcosa che ci appartiene, proprio quella cosa diventa all’improvviso preziosa: se perdo l’orologio che porto sempre anche senza accorgermene, lo cerco dappertutto e non mi consolo di aver la macchina che vale di più; così fa il Signore: ha un gregge che gli appartiene, non vuole perdere neppure una pecora. Così dunque dobbiamo fare anche noi: non lasciar perdere nessuno, senza consolarci se siamo in tanti, e, per quanto dipende da noi, dobbiamo andare a cercare ogni smarrito. Gesù, venendo sulla terra, ha fatto proprio questo: è venuto a cercare chi era perduto, a salvare i peccatori: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9,12 s.).

In una comunità cristiana perciò, bisogna fare attenzione a tutti, in particolare, a quelli che corrono il rischio di perdersi, a quelli che si stanno allontanando: sono più preziosi degli altri, non perché sono più bravi, ma perché corrono il rischio di perdersi. Allora, siccome il Signore non vuole che si perda neppure uno di questi piccoli, per quanto dipende dalla comunità cristiana, essa deve fare tutto il possibile per ricuperarli.

Continua il Vangelo: «Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea, e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano. In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra, sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo» (Mt 18,15-18).

Non è un brano semplice, ma è molto bello: se un fratello commette una colpa grave che mette in pericolo l’ordine della comunità, che fare? La comunità cristiana è fatta di persone legate dalla medesima fede e dalla medesima carità, dall’amore reciproco, dalla fraternità, per essere un corpo solo, una famiglia, uno spirito solo. Può capitare che in una comunità uno assuma un comportamento che la spacca: non si tratta di un peccato puramente interiore, e neppure delle mancanza quotidiane semplici, che non rovinano la comunità: qui si tratta di un comportamento grave, che divide la comunità.

Poiché questo peccato rischia di compromettere l’armonia della comunità, allontaniamo il peccatore come uno scomunicato e non vogliamo più aver a che fare con lui? No, dice il Signore: vallo a cercare in modo da parlare con lui, da convincerlo del suo errore, e da aiutarlo a cambiare il suo atteggiamento; fai di tutto per ricuperarlo alla carità, alla comunione, alla armonia. Se riesci a fare questo, hai guadagnato un fratello: hai fatto l’opera di carità più squisita. Niente è così importante e bello come riportare un fratello alla comunione con tutta la Chiesa. La lettera di San Giacomo torna su questo concetto: «Fratelli miei, se uno di voi si allontana dalla verità, e un altro ve lo riconduce, costui sappia che chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore, salverà la sua anima dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati» (Gc 5,19-20): è la carità che copre i peccati, ed è una carità squisita riportare un fratello alla comunione.

E se non riesci a convincerlo? Infatti quello può respingerti; tu allora, lo abbandoni? No, dice il Signore: in questo caso, prendi una o due persone con te, andate da lui insieme perché abbia davanti l’autorità di più persone che gli dicono tutti la stessa cosa: il tuo comportamento sta mettendo in pericolo l’armonia della comunità, devi ritornare a un atteggiamento di amore, di fraternità, di comunione. Più persone hanno una maggior forza di convinzione che una sola: lo scopo infatti è convincere. Se però non ascolta neppure queste due o tre persone, lo puoi abbandonare? Neppure in questo caso, anzi, lo devi dire all’assemblea (è la traduzione italiana della parola greca ecclesìa, che vuol dire esattamente chiesa), cioè alla comunità o a quelli che sono i rappresentanti della comunità, perché la comunità ha il massimo di autorevolezza. E solo se rifiuterà anche l’insegnamento e l’esortazione della comunità, allora dovrai trattarlo “come un pagano e un pubblicano”.

Dunque, se qualcuno commette una colpa grave, bisogna fare tutto il possibile per riportarlo alla comunione: prima a quattr’occhi, poi in due o tre, poi con tutta la comunità, in modo che vengono messi in esercizio tutti gli strumenti possibili; solo se quel fratello rifiuta anche la comunità, se è così orgoglioso, presuntuoso e arrogante da dire che non ne vuole sapere neppure della comunità, allora lo devi considerare come un pagano e un pubblicano, cioè come uno che non fa parte della comunità. Il che non significa che io possa insultarlo, disprezzarlo; devo trattarlo come un pagano e un pubblicano: devo cioè annunciargli il Vangelo come se non lo avesse mai sentito; infatti uno che non ha ascoltato neppure la comunità, è uno che non sa niente del Vangelo. È fuori della comunità, ci si è messo lui: e la comunità gli riannuncerà il Vangelo, come a un estraneo: il suo modo di ragionare è infatti fuori della comunione del Vangelo e della Chiesa.

Bisogna perciò comportarsi con premura, con attenzione, per ricondurre alla comunione della Chiesa; solo se tutti i mezzi si sono rivelati inutili, allora quella persona deve essere riconosciuta estranea. E non è una scomunica, come se noi lo allontanassimo; riconosciamo solo che lui si è allontanato e non vuole aver più niente a che fare con noi, né vuole più accettare la nostra comunione, e la fraternità.

Certo, questo modo di agire, suppone una comunità limitata, dove ci si conosce a vicenda, dove ci si ama a vicenda, e suppone che, nella comunità cristiana, si sia responsabili gli uni per gli altri, con l’ottica fondamentale della riconciliazione e dell’unità.

Che si debba essere molto cauti nel prendere dei provvedimenti disciplinari, diremmo noi, nel riconoscere la mancanza di comunione, questo è spiegato dal Vangelo: «In verità vi dico, tutto ciò che legherete sulla terra, sarà legato anche in cielo, e tutto ciò che scioglierete sulla terra, sarà sciolto anche in cielo» (Mt 18,18): cioè, le decisioni che la comunità cristiana prende, sono decisioni gravi e importanti, perché non coinvolgono solo il rapporto tra di noi, ma coinvolgono il nostro rapporto con Dio. Se una comunità cristiana scioglie, è Dio stesso che scioglie, e se una comunità cristiana lega, è Dio stesso che lega; quindi, quando la comunità cristiana agisce, opera scelte importanti che coinvolgono il rapporto con Dio; e proprio perché sono importanti e delicate, bisogna prenderle con molta pazienza e delicatezza, per non fare spaccature gravi, e per non rovinare dei rapporti di fede con il Signore. Le decisioni della Chiesa in materia disciplinare, morale sono approvate da Dio; e non solo nel senso che le ratifica, ma, quando la Chiesa prende una decisione, il Signore stesso è presente e opera in mezzo alla comunità. Il che dà un senso di valore e di dignità molto grande, ma ci deve dare anche un senso di prudenza e di calma molto grandi.

«Se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,19 s.). Siamo davanti a una bella frase – da imparare a memoria –: “due sopra la terra” sono il minimo indispensabile per formare una comunità, e se questi si accorderanno per domandare qualunque cosa, “il Padre mio che è nei cieli ve la concederà”: è una frase – e sono frequenti nel Vangelo – che parla dell’esaudimento della preghiera. La preghiera cristiana viene esaudita, è una preghiera efficace, infallibile, secondo il Vangelo: «Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede, riceve, chi cerca, trova, e a chi bussa sarà aperto» (Mt 7,7-8): è una frase famosa, che va interpretata bene. In italiano, pare di aver dinanzi dei proverbi che sono verità universali; ma il Vangelo non esprime un proverbio: infatti, la preghiera non ha in sé l’efficacia di produrre un effetto, non è una parola magica; bisognerebbe dire: “chiedete e Dio vi darà; cercate e Dio si lascerà trovare; bussate e Dio vi aprirà”.

La preghiera è efficace, solo perché Dio liberamente, con un cuore grande da papà, l’ascolta; siccome Dio è buono, certamente non lascia cadere neanche una delle preghiere dei suoi figli. Ma non dobbiamo credere di essere esauditi a forza di parole: quello che conta, nella preghiera, è l’amore di Dio. Così la preghiera serve solo a dire al Signore: “ho bisogno, aiutami, perdonami”, ma Dio rimane libero, la preghiera non lo incatena. Siccome Dio è infinitamente buono, sono sicuro della sua risposta più di quanto non sia certa una legge di natura. È più sicuro il rispondere di Dio, che non la legge di gravità, anche se la risposta di Dio dipende dalla sua libertà, dal suo amore. In questo senso, la preghiera cristiana è infallibile: perché si rivolge all’amore paterno di Dio.

Nel versetto citato, viene ripresa la medesima convinzione: la preghiera è infallibile, però è espressa una condizione: «se due… si accorderanno per domandare qualunque cosa». Questo “accordo” è fondamentale, in greco esprime la “sinfonia”; se due di voi sulla terra faranno una “sinfonia” pregando, saranno esauditi. Nella sinfonia ci sono voci diverse, ma sono accordate tra loro, per cui esce non un rumore, bensì un’armonia, una “sinfonia”, appunto. La preghiera cristiana deve perciò essere fatta da molte persone in accordo le une con le altre, in modo da fare una sinfonia: in tal modo, quello che chiedono, il Signore lo darà.

L’immagine della “sinfonia” è molto bella; sulla unanimità, il Vangelo e tutto il Nuovo Testamento insistono molto. I primi cristiani erano concordi nella preghiera, nell’amore fraterno, mettevano in comune i loro beni (cfr. At 2,42); nell’ottica del Nuovo Testamento, la concordia è un segno della credibilità stessa di Gesù: se andate d’accordo, la gente capisce che Gesù è il Figlio di Dio; se riuscite ad andare d’accordo, si capisce che in mezzo a voi c’è il Signore, si capisce che l’orgoglio, o la presunzione, o gli interessi che tendono ad allontanarci dagli altri, sono stati superati: il Signore li ha vinti con l’amore e la fede, con la sua presenza.

Allora, non c’è dubbio, la preghiera è esaudita perché è la preghiera di Gesù che prega in mezzo a voi, con voi; le bocche sono vostre, ma lo spirito è del Signore, per cui, quanto chiedete, sarà certamente in armonia con la volontà di Dio; non chiederete per i vostri piaceri, dice san Giacomo (4,3), non chiederete per il vostro interesse privato, chiederete sempre che si compia la volontà di Dio sulla terra, il suo progetto, che si viva la fraternità e la comunione; chiederete quindi sempre quella sintonia che è il volere stesso di Dio.

Una preghiera così ha l’effetto straordinario di costruire la comunità cristiana: quando insieme ci si rivolge al Signore, la comunità cristiana nasce, la Chiesa si forma, si compie il progetto di Dio diventato anche nostro progetto e nostro desiderio. La preghiera dunque è efficace perché si rivolge a Dio Padre, ed è efficace se è preghiera concorde, perché è il Signore che prega attraverso di noi e in noi.

È molto bello, a questo proposito, un versetto del Vangelo secondo Tommaso (un Vangelo apocrifo, antichissimo, che – dicono gli esperti – contiene parole autentiche di Gesù): «Gesù dice: Se due fanno la pace tra di loro in una casa, essi diranno alla montagna: Spostati, ed essa si sposterà»; questo episodio è legato con la fede, nel Vangelo di Matteo (17,20 e 21,21), mentre il Vangelo di Tommaso dà come condizione: “se due fanno la pace tra di loro”, perché ancora, fare la pace è avere il Signore in mezzo a noi, e se il Signore è con noi, fa anche i miracoli. Se dunque una preghiera è “sinfonica”, può ottenere cose straordinarie per la comunità.

«Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20): siamo riuniti nel suo nome perché ci ha messo insieme la fede. Infatti, si può essere insieme per interesse, o per caso; ma per il Vangelo, siamo insieme per volere del Signore, ci ha riuniti la fede; congregavit nos in unum Christi amor, l’amore di Cristo, dice l’antico inno medioevale, ci ha “congregati”. Inoltre, siamo riuniti per fare la volontà di Cristo, perché insieme vogliamo realizzare il Vangelo. Così, per una famiglia religiosa: è unita per attuare il Vangelo, (che è più facile da realizzare in comunità che isolatamente) e per fare la volontà del Signore.

Ora, quando questo succede, “io sono in mezzo a loro”: questa frase è la traduzione cristiana di un tema biblico importante: l’abitazione di Dio, la presenza di Dio. Il Signore abita in una tenda in mezzo al suo popolo e, nella tenda, accompagna il popolo nel suo pellegrinaggio nel deserto. Così per il tempio di Gerusalemme: lì abita il Nome del Signore. Un testo della Mishnà (una raccolta ebraica di leggi) dice: «Se due persone sono riunite senza che parlino della Torah, della Legge, è una riunione di burloni; ma se due persone sono riunite e parlano della Torah, la shekinah (Dio stesso) dimora in mezzo a loro»: se due persone parlano di sport o di politica, è una riunione per scherzo; ma se si parla della Legge, della volontà di Dio, lì c’è Dio stesso.

Ora, quello che per l’Ebreo era la Torah, per il cristiano è Gesù. Se due persone sono insieme nel nome di Gesù, c’è la sua presenza. La presenza di Dio è lo scopo stesso della storia della salvezza, perché tutta la storia del mondo termina, secondo la Bibbia, quando Dio abiterà fra gli uomini per sempre. Il libro dell’Apocalisse, al cap. 21, dice proprio così: scende la Gerusalemme da presso Dio, come una sposa pronta per il suo sposo, e una voce proclama: «Ecco la dimora di Dio fra gli uomini; egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il Dio-con-loro. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Ap 21,3-4). Questa presenza di Dio tra gli uomini è anticipata, il paradiso è certamente il punto d’arrivo della storia; ma nella comunità cristiana la presenza del Signore c’è in anticipo; il paradiso c’è fin da adesso, “dove due o tre sono riuniti nel mio nome”. L’incarnazione del Figlio di Dio ha come scopo di permettere questa comunione: Dio si è fatto uomo perché l’uomo potesse vivere insieme con Dio.

Queste cose vanno insieme: se due sono d’accordo nel pregare, ottengono qualunque cosa – purché sia legata con la loro comunione – per il fatto che lì c’è la presenza del Signore: non cercano più il loro capriccio personale, ma, vivendo insieme con il Signore, cercano la volontà di Gesù e la realizzazione della Chiesa.

Riassumendo: non bisogna disprezzare nessuno, anzi, chi è smarrito e rischia di perdersi, venga ricondotto alla comunione con la Chiesa; bisogna poi fare di tutto per non essere troppo rapidi nell’allontanare qualcuno; cercare di correggerlo, convincerlo, prima a quattr’occhi, poi insieme, poi davanti alla comunità; e solo se rifiuterà anche la Chiesa, sarà considerato un estraneo: questo perché, siccome le decisioni della Chiesa coinvolgono Dio stesso, bisogna prenderle con grande cautela. Ancora: dove due si accordano per domandare qualcosa al Padre, egli la concederà: poiché la comunità cristiana nasce da Cristo e vive della presenza di Cristo, ha quindi la medesima forza di Cristo nel rivolgersi al Padre: è una comunità che realizza la presenza di Dio in mezzo agli uomini, ed anticipa lo scopo stesso della storia della salvezza.

* Appunti pro manuscripto non rivisti dall’autore.