MEDITAZIONI SU MATTEO 16,13 – 20,34 – 6

Esercizi spirituali

Meditazioni su Matteo 16,13 – 20,34

V meditazione

Preghiera iniziale: Salmo 133 (132)

Dopo aver posto la base del nostro cammino nell’atto di fede in Gesù come Cristo e Figlio di Dio, con l’accettazione del cammino del discepolato che condivide la sorte di Gesù, quindi anche la passione e la croce, ci fermiamo a meditare il cap. 18 di Matteo che contiene il cosiddetto discorso ecclesiastico. Con Pietro, Gesù ha parlato della sua Chiesa, ha espresso la volontà di costruire una comunità. Essa deve avere delle caratteristiche che la distinguono dalla società civile. Quali sono queste caratteristiche? come deve vivere una comunità cristiana? o una comunità religiosa?

La risposta a questo interrogativo è data nel cap. 18, dove Matteo ha raccolto le parole di Gesù che riguardano la vita comune, lo “stare insieme” dei cristiani.

«In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: “Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?”. Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me. Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare. Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!”» (Mt 18,1-7)

“Chi è il più grande nel regno dei cieli?”: il regno dei cieli è il regno di Dio, cioè dove Dio esercita la sua sovranità; e se Dio esercita la sua sovranità, succede una rivoluzione: Dio cambia tantissime cose del nostro modo di pensare e di vivere, costruisce un regno secondo leggi e costituzioni diverse da quelle umane. Il regno di Dio è un cambiamento radicale nel nostro modo di vivere, e a noi interessa capire quali possono essere questi cambiamenti: come si fa a fare carriera, nel regno di Dio? quali le regole del regno dei cieli? chi è il più grande nel regno dei cieli? Dobbiamo cioè sapere verso quale regno siamo incamminati.

Che nel regno di Dio ci sia una rivoluzione di comportamenti, lo vediamo dalle Beatitudini. Nel Vangelo di Luca, le Beatitudini hanno una forma strana: «Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva: “Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio… Ma guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione. Beati voi che ora avete fame perché sarete saziati… Ma guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Beati voi che ora piangete, perché riderete… Ma guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete”» (cfr. Lc 9,20-25). Il discorso è molto chiaro: si capovolgono le cose; chi è povero, riceve felicità; chi è ricco viene privato di quel che possiede. Allora: chi è grande nel regno di Dio? Quali le cose a cui dobbiamo dare importanza? Per cosa ci dobbiamo impegnare, nel regno di Dio, per non sbagliare strada e trovarci fuori della vita?

Gesù risponde con un’azione simbolica, un modo di esprimersi tipico dei profeti che parlano, sì, ma, per dar forza alle loro parole, compiono anche azioni simboliche. Per es. Geremia deve comperare un vaso prezioso, poi spaccarlo; il che sembra stupido; tuttavia, questa azione ha un senso; infatti Geremia spiega che Israele è, per il Signore, come un vaso prezioso: lo ha pagato caro, il Signore! Ma l’infedeltà di Israele è diventata così grande che il Signore è disposto a spezzare il suo popolo, ad annientarlo. Quell’azione simbolica è parlante, esprime chiaramente quanto il profeta vuole dire.

Anche Gesù usa le azioni simboliche: quando per es. Gesù fa seccare il fico (cfr. Mt 19,18 s.), e anche qui in 18,2 fa una cosa molto semplice: prende un bambino e lo mette in mezzo al gruppo dei discepoli che sono, evidentemente, degli adulti, che sanno ragionare ed hanno le loro responsabilità. Il bambino invece è ancora incapace, insufficiente, e dal punto di vista sociale, non conta. Sarebbe come se nel consiglio di amministrazione di una grande impresa, venisse inserito un bambino: a che servirebbe? Inoltre, qui il bambino non è il simbolo della purezza o dell’innocenza come siamo abituati a considerarlo; qui, il bambino è solo un piccolo in mezzo ai grandi, uno che non vale in mezzo ad adulti: è una persona irrilevante. Allora, il fatto diventa molto significativo: «Chi è il più grande nel regno dei cieli?» Gesù risponde mettendo un bambino al centro del gruppo.

Dal punto di vista del nostro mondo, esiste una grandezza politica: i re, i presidenti…; esiste una grandezza economica per la quale sono importanti i manager, che dominano la borsa degli affari; c’è una grandezza culturale per la quale sono importanti i professori di università; c’è una grandezza religiosa, e qui sono importanti i preti – supponiamo –. Invece, nel regno di Dio, quello che conta è un bambino, che umanamente si trova ai margini della società. Gesù spiega: «Chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli». Si tratta quindi di assumere la piccolezza come stile di vita: «Chi si esalta, sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato» (Lc 14,11). Nel regno di Dio le grandezze umane non contano, perché Dio non si lascia né comperare né impressionare ; non ci sono potenze umane che impressionino Dio, e non si comperano posti nel regno di Dio. La piccolezza umana, nel regno di Dio, non è un impedimento: se uno è piccolo, non è condannato a stare in fondo: Dio sa prendere anche i piccoli, e sa arricchire anche chi è povero; anzi, diventare piccolo è uno scopo: si capovolge l’idea umana di carriera che, per il mondo, è salire in alto, mentre nel regno di Dio è importante scendere in basso.

Anche nell’Antico Testamento era presente l’idea che il Dio di Israele si prende cura del povero, dell’orfano, della vedova, dello straniero, della persona, cioè, che non ha garanzie né protezioni: Dio si fa protettore di chi non ha protezioni umane, si impegna a suo favore, tanto che nell’Antico Testamento si trovano preghiere di chi è contento di essere povero, perché così, dice, a me pensa il Signore: il Salmo 16 (15) per es. è il salmo di un levita che non ha patrimonio. Quando gli Ebrei hanno diviso la terra fra le tribù, ne hanno dato una porzione a ogni tribù, tolta la tribù di Levi: la sua ricchezza, infatti, è il Signore. Il levita del salmo 16 è povero, dal punto di vista materiale, ma è contento perché ha avuto in sorte il Signore, nient’altro che il Signore, con la garanzia della sua vicinanza: «Proteggimi, o Dio, in te mi rifugio… senza di te non ho alcun bene… Il Signore è la mia eredità e il mio calice, nelle tue mani è la mia vita. Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi, è magnifica la mia eredità»; sono stato il più fortunato perché ho avuto in sorte il Signore. Allora si capisce l’atteggiamento spirituale corrispondente: la povertà diventa un privilegio, tanto che Maria, nel Magnificat, dice: «ha guardato l’umiltà – la povertà – della sua serva» (Lc 1,48). Se il Signore abbatte i potenti dai troni e innalza gli umili, allora, quando uno è povero ed umile, ha la vicinanza del Signore.

«Se uno diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli», anzi, «se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli». Si tratta di scegliere la piccolezza, la povertà sociale come un privilegio davanti a Dio. Nell’ottica del Vangelo, questo corrisponde al significato del battesimo, che è rinascere, diventare piccoli e ricevere in dono il regno di Dio. Il regno, infatti, è un dono e proprio per questo, l’uomo deve stare davanti a Dio con le mani tese come un mendicante, desideroso di riceverlo e pronto a riceverlo.

Altri brani del Vangelo di Matteo parlano di questo tema: nel cap. 20 Gesù dice: «I capi delle nazioni, voi lo sapete, le dominano, e i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo; appunto come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti» (20,25-28): è una frase preziosa per noi, perché dice la logica, l’ottica fondamentale che deve prevalere nella comunità cristiana. Vuoi diventare grande, hai il desiderio dei primi posti? Può anche essere giusto, ma se vuoi diventare grande nel regno di Dio devi metterti a servire: quanto più servirai, quanto più metterai gli altri sopra di te, tanto più sarai grande, tanto più la tua vita avrà un valore; è nell’ultimo posto, infatti, che tu assumi dignità grande. Perché? Gesù ha fatto così: si è messo all’ultimo posto, ha servito; e se vogliamo assomigliare a Gesù, la strada è questa.

Nel regno di Dio, il primo posto è quello di Gesù Cristo; saremo vicini a lui, se rimarremo nella dimensione del servizio. Non si tratta solo di una esortazione alla virtù dell’umiltà, ma di capire come è fatta la comunità cristiana, che non è fatta come il mondo, come un club o un partito – anche se esteriormente è come una società –; ma all’interno, la Chiesa è fatta in modo diverso, vive secondo leggi e costituzioni diverse che sono il Vangelo. Ogni comunità cristiana ha come legge il Vangelo, e le costituzioni di una famiglia religiosa sono un aiuto per mettere in pratica il Vangelo. Allora, si tratta di capire cosa distingue la Chiesa da una qualsiasi società.

Nella 1 Cor Paolo scrive a dei cristiani che non vanno d’accordo, esortandoli alla comunione, all’unità: «Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti; Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio. Ed è per lui che voi siete in Cristo Gesù, il quale per opera di Dio è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come sta scritto: Chi si vanta, si vanti nel Signore» (1 Cor 1,26-31). Cioè: non potete custodire pensieri di orgoglio e di superiorità; guardatevi allo specchio: dal punto di vista sociale, non siete particolarmente nobili, o sapienti, o ricchi: ma il Signore vi ha scelto; perciò dovete vivere nella riconoscenza, senza nessuna presunzione, perché avete ricevuto un dono infinitamente grande dal Signore.

E aggiunge: «Quelle membra del corpo che sembrano più deboli, sono più necessarie; e quelle parti del corpo che riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggior rispetto, e quelle indecorose sono trattate con maggiore decenza, mentre quelle decenti non ne hanno bisogno. Ma Dio ha composto il corpo, conferendo maggior onore a ciò che ne mancava, perché non vi fosse disunione nel corpo, ma anzi le varie membra avessero cura le une delle altre. Quindi, se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte» (1 Cor 12,22-27): in una comunità cristiana bisogna avere la massima attenzione proprio per quelli che sono piccoli, che valgono poco, che sono disprezzati, emarginati, non perché sono migliori degli altri, ma perché hanno più bisogno, soprattutto di diventare più consapevoli della loro dignità di figli di Dio, perché in realtà appartengono al corpo di Cristo. Allora, se vogliamo vivere secondo una legge autenticamente cristiana, dobbiamo dare rispetto in particolare a chi è rifiutato dal punto di vista umano.

«Se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chi diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli, e chi accoglie anche uno solo di questi bambini nel nome mio, accoglie me»: se vuoi diventare piccolo, c’è un modo semplice: accogliere i piccoli, stimare, rispettare, aiutare chi ha bisogno; anche solo un bicchiere di acqua fresca dato a un piccolo (cfr. Mt 9,41) ha un valore immenso davanti al Signore; qualsiasi gesto di accoglienza, di rispetto ha un valore grande, perché tocca il Signore stesso: «Quello che avete fatto al più piccolo di questi miei fratelli, lo avete fatto a me» (Mt 25,40). Ora, questa è la legge fondamentale della comunità cristiana, molto difficile da praticare; dopo 2000 anni, non siamo riusciti a costruire una comunità come Gesù vorrebbe, ad avere l’attenzione e il rispetto per chi è piccolo: resta tuttavia la legge con cui dobbiamo confrontarci e che dobbiamo cercare di interiorizzare.

«Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse annegato nel profondo del mare. Guai al mondo per gli scandali! è inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!» Scandalizzare non è, per il Vangelo, dare cattivo esempio; di per sé, scandalizzare vuol dire ostacolare la fede, impedire la fede. In greco, lo “scandalo” è un sasso in mezzo alla strada, che fa inciampare con violenza chi gli prende contro. Ora, ci sono delle realtà e dei comportamenti che rendono impossibile la fede ai piccoli. Nella comunità cristiana ci sono persone che hanno una fede robusta come una quercia, ma ci sono anche persone che hanno una fede fragile e piccola, che soffre per un vento o una tempesta, che soffre per una parola cattiva o per un esempio sbagliato o per un comportamento negativo. Anche nei confronti di quelle persone che hanno una fede limitata, bisogna avere un rispetto grande, bisogna proteggere la loro fede.

Nel cap. 23 di Matteo, Gesù parla direttamente degli scribi e dei farisei, ma, indirettamente, parla di noi ed esorta anche noi: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito» (Mt 23,2-4): sono comportamenti profondamente incoerenti, non solo non riescono a fare quello che dicono, ma non tentano neppure; impongono agli altri pesi che evitano con cura di toccare. Non che uno debba parlare solo di quello che ha fatto – allora dovremmo tacere spesso –, l’importante è che ci sia la sincerità; che quello che tu dici, tenti anche di farlo, se pure con fatica, con limiti o cadute. L’incoerenza radicale, quando non c’è nemmeno il tentativo di fare quello che annunciamo, diventa uno scandalo.

«Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filatteri e allungano le frange, amano i posti di onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare “rabbì” dalla gente» (Mt 23,5-7): c’è una vita religiosa che serve per ottenere ammirazione ed onore; in questo caso, la vita religiosa viene sfruttata: non si serve Dio, ma ci si serve di Dio per ottenere dei vantaggi e onori umani, per ottenere un potere umano. Tutti questi comportamenti possono scandalizzare chi ha una fede debole, debbono quindi essere evitati. La fede è un dono grande: rubare la fede a qualcuno è come rubargli la vita: «guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo».

È necessario però anche non lasciarsi mai scandalizzare: «Se la tua mano o il tuo piede ti è occasione di scandalo, taglialo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, che avere due mani o due piedi, ed essere gettato nel fuoco eterno. Se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita con un occhio solo che avere due occhi ed essere gettato nella Geenna del fuoco» (Mt 18,8). È un modo di esprimersi tipicamente semitico, quindi esagerato: non ci si deve tagliare una mano o cavarsi un occhio: bisogna capire bene però il significato. Il Vangelo anche qui non fa sconti. Il Signore dice che la fede è un tesoro così grande che bisogna essere disposti a pagare qualsiasi prezzo per difenderla; Gesù prende come esempio la mano, il piede e l’occhio perché sono preziosi, sono me stesso, e io vi sono legato fisicamente ed anche affettivamente. Devo perciò essere disposto a rinunciare a qualunque cosa, per la fede che è il tesoro più grande. Di fatto, il rischio nella vita dell’uomo di oggi è che la fede sia considerata come un soprammobile, che si può anche vendere in caso di crisi: la fede ci aiuta a sopportare il peso della vita, a vedere con maggior positività le giornate, le persone.

Ma non è solo questo: la fede è la struttura portante della casa, che non si può togliere, perché dà solidità a tutto. Gesù allora vuole dire che una vita umana, anche ricca di valori, ma senza la fede, non è sufficiente; viceversa, la fede è capace di dar valore anche alla povertà, alla piccolezza.

Due parabole esprimono il valore della fede: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia e vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra» (Mt 13,44-46). Vende tutti i suoi averi, cioè e disposto a giocare tutto quello che ha; inoltre, la prima parabola dice: “pieno di gioia”: è la gioia che permette di fare questo sacrificio, la gioia di avere trovato qualcosa di così prezioso, così bello e così desiderato come è il regno di Dio. Se uno riconosce il valore grande del regno di Dio, allora diventa possibile anche fare un sacrificio tanto grande.

Quando San Francesco rinunciò alla sua eredità sulla piazza di Assisi, e a tutto quello che l’eredità gli dava come sicurezza, pensiamo che abbia fatto un sacrificio enorme, ma il problema è diverso: Francesco aveva trovato la gioia da un’altra parte e l’eredità di suo padre non lo attirava più, non per il suo carattere particolarmente stoico, ma solo perché aveva trovato un tesoro nascosto in un campo, e per quel tesoro, era disposto a qualunque sacrificio: valeva di più il Gesù che aveva trovato e di cui si era innamorato che tutte le ricchezze paterne. Si tratta di avere dunque questo tipo di percezione della fede e di riuscire a darle un valore personale e illimitato.

Per concludere: vogliamo capire cos’è la comunità cristiana e come vive. Il Vangelo ci risponde che l’unica grandezza che conta è il servizio, è l’ultimo posto; se uno vuol diventare grande, deve diventare piccolo, e quanto più diventa piccolo, tanto più ha importanza nella comunità cristiana. Ci dice ancora che il modo più semplice per diventare piccoli è accettare i piccoli; accogliere, stimare, onorare chi, dal punto di vista sociale, riceve poca stima. Occorre imparare poi a riconoscere il valore delle persone solo per il fatto che sono figli di Dio, e Dio vuole la loro vita.

Questo comporta l’attenzione a non scandalizzare mai nessuno, a non rendere difficile la fede agli altri con il nostro comportamento incoerente. Il cammino della vita cristiana deve perciò essere sincero, anche se cosparso di debolezza e di peccati – il Signore è venuto per i peccatori! –, e deve perciò prendere sul serio il Vangelo, per non ostacolare la fede altrui. Bisogna però anche non lasciarsi scandalizzare, ed essere disposti a qualsiasi sacrificio per proteggere la propria fede, considerandola come la struttura portante della nostra vita e come un tesoro prezioso, per il quale vale la pena vendere qualunque cosa.

Rispetto alla mentalità del mondo, tutto questo è un capovolgimento che il Vangelo chiede ai discepoli e alla comunità cristiana.

* Appunti pro manuscripto non rivisti dall’autore.