MEDITAZIONI SU MATTEO 16,13 – 20,34 – 5

Esercizi spirituali

Meditazioni su Matteo 16,13 – 20,34

IV meditazione

«Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Pietro prese allora la parola e disse a Gesù: “Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Egli stava ancora parlando quando una nuvola luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo”. All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: “Alzatevi e non temete”. Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo. E mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro: “Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti”» (Mt 17,1-9).

Questa riflessione sulla Trasfigurazione la collochiamo ora nel contesto del Vangelo di Matteo. Nella meditazione precedente, le parole del Signore ci hanno aperto il discorso della croce: «Gesù doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto… e se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua»; la reazione di Pietro ci ha fatto capire che il discorso della croce è duro, inevitabile, ma sempre difficile da accettare, perché c’è il rischio, quando si incontra la croce, di abbandonare il discepolato; proprio per questo, abbiamo bisogno di una conferma, di un irrobustimento spirituale; c’è bisogno, si direbbe, di un ritiro spirituale. Quando Elia, di fronte alla persecuzione di Acab, deve fuggire, fa anche lui un lungo pellegrinaggio fino al monte di Dio, l’Oreb. In 1 Re 19, troviamo questa narrazione impressionante: il profeta Elia, che aveva avuto una forza tremenda, arriva a desiderare la morte, non ha più la forza di combattere, e ha bisogno di essere rimesso in piedi dall’incontro con il Signore; così Dio gli dà la forza di fare i 40 giorni di pellegrinaggio al monte Sinai, dove il Signore, manifestandosi, lo fa ripartire nella sua missione profetica: ha fatto un “ritiro” sul monte del Signore.

Gesù ha fatto come Elia, secondo il Vangelo: dopo la moltiplicazione dei pani, quando la gente lo cercava per farlo re, quando cioè aveva raggiunto un successo dal punto di vista esterno, si ritira sul monte a pregare: quello che conta per Gesù non è tanto il successo, ma l’obbedienza alla volontà del Padre; di fronte alla reazione della folla, Gesù sente il bisogno di staccarsi, per ritrovare il senso vero della sua missione: ha bisogno di stare alla presenza del Padre, per rimanere fedele alla sua missione.

Lo stesso vale anche per noi, come per Elia e per Gesù; anche noi abbiamo bisogno di essere resi forti interiormente per potere affrontare la fatica quotidiana. Allora, è come se salissimo anche noi con Gesù, con Pietro, Giacomo e Giovanni sul monte della Trasfigurazione. È, dice Matteo, un monte “in disparte”, dove cioè non ci sono le preoccupazioni del mondo e dove non si è condizionati dalla gente, dagli altri. Ogni esperienza seria di preghiera si ha andando un po’ in disparte; si può anche pregare in piazza, tra la folla, ma quando uno prega, deve distaccarsi per stare davanti al Signore, per ricevere, nel dialogo con il Signore, forza per essere fedele e obbediente.

È inoltre un monte “alto”: la tradizione parla del monte Tabor, – non ha però che 600 metri di altezza –, ma non importa l’altezza dal punto di vista geografico; conta che lì si possa stare più vicini a Dio. Il monte “alto” è il monte separato dalle preoccupazioni quotidiane, per poter ascoltare il Signore come Mosè: anche lui era salito su un monte alto – questo, alto davvero – il Sinai, là era rimasto 40 giorni, per stare davanti al Signore in intimità con lui, per capire la volontà di Dio. Di fatto, quando Mosè scenderà dal monte, avrà le tavole della Legge, avrà capito la volontà di Dio; quei 40 giorni, lo hanno messo in grado di capire i progetti del Signore e le sue esigenze; anzi, scenderà dalla montagna ricco della luce e della forza stessa di Dio, con l’energia necessaria per andare avanti a compiere la propria missione difficile.

“Con Pietro, Giacomo, Giovanni”. Questi tre discepoli, saranno presenti anche al momento della agonia del Getsèmani, nell’orto degli Ulivi, quando Gesù fa la sua grande preghiera al Padre di accettazione della morte e del cammino di umiliazione. Ora, sul Tabor, vedono la gloria; nel Getsèmani vedranno l’umiliazione, la paura, l’angoscia di Gesù: Gesù, infatti «cominciò a provare paura e angoscia» (Mc 14,33; Mt 26,27). Questi discepoli hanno visto dunque la gloria e l’umiliazione: ed è importante che le due cose vadano insieme: non l’umiliazione senza la gloria, perché anche nel Gesù del Getsèmani si deve saper vedere il Figlio di Dio; ma neppure la gloria senza l’umiliazione, perché il Gesù della Trasfigurazione è il Gesù che va verso la croce. Proprio perché va verso la croce, anzi, egli si rivela come glorioso. Di fatto, dice il Vangelo, salito su questo monte alto, «fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce».

“Fu trasfigurato”: ha cambiato forma davanti a loro. L’inno della lettera dei Filippesi, che noi preghiamo a Vespro del sabato, dice: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale pur essendo in “forma” divina (traduzione letterale), non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la “forma” di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2,5-8): era cioè, nella “forma” di Dio e ha preso la “forma” del servo, era la Parola eterna di Dio e si è fatta carne: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo visto la sua gloria – che gli compete –, gloria come di Unigenito pieno di grazia e di verità» (Gv 1,14). C’è dunque un mistero; noi possiamo vedere la forma umana di Gesù, la forma divina è invisibile agli occhi. Vediamo il suo corpo, ascoltiamo le sue parole, vediamo le azioni che compie, vediamo quindi quella che Giovanni chiama la sua “carne”, cioè la sua natura umana nella debolezza, perché soffre. Noi vediamo la forma di servo che Gesù ha assunto, ma in realtà, questa forma di servo nasconde e rivela, nello stesso tempo, la forma di Dio. Quando vediamo Gesù di Nàzaret, con i nostri occhi vediamo un uomo; in realtà quell’uomo è nello stesso tempo, il Figlio di Dio, possiede una forma, una natura divina: c’è quindi un mistero in Gesù.

In ogni uomo, in realtà c’è un mistero: quel che vediamo con gli occhi di carne è sempre solo la superficie; bisogna imparare a cogliere la profondità dell’uomo con l’intuizione, con l’affetto, con la simpatia. Per Gesù, questo vale in modo particolare: Gesù ha una profondità di mistero che è la sua profondità di Figlio di Dio. C’è bisogno della carne di Gesù, per poterlo vedere e ascoltare, ma bisogna anche saper andare al di là dell’apparenza umana. Di fatto, ci sono, nella vita di Gesù, dei momenti in cui sembra che il velo si squarci, e che l’uomo possa vedere la divinità di Gesù. Generalmente si vede l’umanità, ma in qualche momento si intravede la divinità: per es. quando fa dei miracoli. È nella sua umanità che Gesù fa i miracoli, ma questi parlano della potenza di Dio, rivelano la gloria di Dio. Giovanni dice che quando Gesù cambiò l’acqua in vino, i discepoli videro la sua gloria (cfr. Gv 2,11), videro, cioè, la divinità di Gesù. Non poteva essere semplicemente un uomo a fare tutti quei segni! La gente si interroga: «Chi è dunque costui?», si stupisce perché Egli parla in modo misterioso, perché perdona i peccati. In tutti questi casi, l’uomo può intravedere qualcosa della forma di Dio, della bellezza divina di Gesù.

La Trasfigurazione è proprio uno di questi momenti: quando Gesù si è trasfigurato, ha fatto vedere ai suoi discepoli la sua bellezza, che è quella stessa di Dio; una bellezza normalmente nascosta nella sua umanità, visibile solo in certe occasioni; dice infatti Matteo: «Il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce». La luce è il simbolo della vita, della felicità, della gioia, è immagine di Dio: Dio si presentò al suo popolo come una colonna di fuoco, come una nube luminosa. Anzi, nel libro di Daniele, il vegliardo si presenta circondato da fuoco, da luce: la presenza di Dio illumina. Gesù ha vesti luminose, il suo volto è splendente come il sole. “Il volto” di Gesù è la sua persona stessa; guardando il suo volto, si capisce che Gesù è un essere divino, che potrà dire: «Io sono la luce del mondo, chi segue me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8,12).

Anche San Paolo farà questa esperienza, sulla via di Damasco, quando conoscerà, in un modo nuovo, Gesù Cristo. Aveva infatti già sentito parlare di Gesù; ma quello che di lui conosceva prima, era solo l’aspetto esterno, era il Gesù “secondo la carne”. Per questo, Paolo perseguitava Gesù e la Chiesa che è il corpo di Cristo, perché lo conosceva in modo imperfetto, sbagliato. Invece, sulla via di Damasco «Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per fare risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo» (2 Cor 4,6). Secondo San Paolo, l’esperienza che ha fatto sulla via di Damasco, è paragonabile solo al primo giorno della creazione, quello in cui Dio disse: «Sia la luce». Prima, il mondo era caos, tenebra e deserto, era un mondo senza forma, senza bellezza; ma per la parola di Dio, “la luce fu”; da quel momento, il mondo ha cominciato ad esistere come mondo bello, luminoso.

Anche a Paolo è capitata la stessa cosa: il suo cuore era come il mondo prima della creazione, immerso nelle tenebre, nel disorientamento; poi, Dio che ha creato la luce, ha rifulso nel cuore di Paolo, sicché le tenebre sono state allontanate ed egli ha visto la gloria di Dio sul volto di Gesù Cristo. Cioè, ha visto Gesù come non lo aveva visto prima: lo aveva visto come un nemico della religione di Israele, come un eretico, un pericolo; ora, all’improvviso, lo vede bello della bellezza di Dio, come il riflesso della santità e dell’amore di Dio. È naturalmente, il volto del Cristo risorto, infatti la trasfigurazione è proprio l’anticipo della risurrezione.

Sul monte, i discepoli hanno potuto vedere in anticipo la risurrezione del Signore; quello che lui diventerà attraverso la passione, morte e risurrezione, lo hanno potuto adorare e contemplare: il Gesù della trasfigurazione è il Gesù della bellezza. Di Gesù, diciamo che è santo, onnipotente; ora possiamo dire anche che è bello, ma non tanto per la bellezza della forma umana esterna, ma per la bellezza del volto di Dio, dell’amore di Dio sul volto di Gesù. Imparare a vedere la bellezza di Gesù, è uno degli elementi della contemplazione, della adorazione, della preghiera cristiana.

«Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui»: Mosè è il grande mediatore della salvezza, attraverso Mosè, Dio ha liberato il suo popolo dall’Egitto e, attraverso Mosè, Dio ha fatto conoscere la sua volontà, i comandamenti; si può dire che Israele ha conosciuto Dio attraverso l’esperienza di Mosè, di cui si dice che parla con Dio «bocca a bocca» (cfr. Num 12,8), in un dialogo intenso di amicizia e di intimità. Elia è il grande profeta che ha difeso la religione ebraica javista da tutti i pericoli dell’idolatria; Elia ha sempre servito il Signore tanto che può dire: «Il Signore, alla cui presenza io sto!» (1 Re 17,1). Quando Elia parla con un re, Elia sta davanti al suo Signore, è sempre al servizio di Dio e fa quello che Dio gli dice: è un uomo libero, che non si piega davanti a niente e a nessuno, proprio perché sta sempre davanti al Signore. Inoltre, Elia, al termine della sua vita, viene rapito verso il Signore.

Mosè ed Elia sono dunque, tutti e due, amici di Dio, servi di Dio, hanno dialogato con lui vivendo alla sua presenza; hanno anche sofferto per la loro fedeltà: Mosè ha conosciuto la persecuzione, come pure Elia; sono grandi amici di Dio e sono anche grandi sofferenti per Dio. Allora si capisce che parlino con Gesù durante la Trasfigurazione; Gesù vive nell’intimità piena con il Padre, compie l’opera della salvezza che il Padre gli ha dato da compiere e, per questo, subisce la sofferenza e la morte; quello che Mosè ed Elia hanno vissuto, lo vive in un modo più pieno ancora, Gesù stesso.

Il Vangelo di Luca aggiunge che Mosè ed Elia parlavano con Gesù della sua passione (cfr. Lc 9,31); Matteo non dice questo, ma lo si può sottintendere: si è appena parlato di sofferenza, è ancora il tema fondamentale di cui la Trasfigurazione ci aiuta a portare il peso.

«Pietro allora prese la parola e disse a Gesù: “Signore, è bello per noi stare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia”»: Pietro ha fatto l’esperienza del paradiso. Il paradiso è stare con Gesù, è partecipare all’assemblea dei santi, è potere godere la gioia senza ombre: e sul monte della trasfigurazione c’è Gesù, ci sono i santi, c’è una gioia che non è turbata da nessuna delle preoccupazioni della vita quotidiana. Si capisce perciò l’entusiasmo e il desiderio di Pietro: vorrebbe fare la tenda. Nell’Antico Testamento, la tenda è il luogo della presenza di Dio, ed è nella tenda che Dio si è rivelato al suo popolo. Pietro vorrebbe che quel monte diventasse il luogo perenne dell’abitazione di Dio: si pianta la tenda, Dio vi abita per mezzo di Gesù di Nàzaret, e gli uomini godono di questa intimità, di questa comunione piena con Dio. L’espressione di Pietro è perciò segno di una fede e di un entusiasmo autentici, ma con qualche cosa di sbagliato: la Trasfigurazione non è il paradiso, è solo un piccolo assaggio, un anticipo del paradiso. La gioia senza ombre che il paradiso rappresenta potrà essere raggiunta solo attraverso la croce; non si può cercare di togliere la croce per arrivare subito alla gloria. Gesù “doveva” patire tutte queste cose ed entrare cosi nella sua gloria (cfr. Lc 24,26) soffrendo come Mosè ed Elia. Non si può arrivare direttamente alla risurrezione senza accettare la passione e la croce. Perciò le parole di Pietro hanno bisogno di essere purificate e, di fatto, sono corrette da Dio stesso: «Stava ancora parlando quando una nube luminosa li avvolse nella sua ombra» – la nube luminosa è uno dei grandi simboli della presenza di Dio, quella che aveva accompagnato gli Ebrei fuori dall’Egitto – «Ed ecco una voce che diceva: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo”».

Le parole di Pietro sono interrotte da una rivelazione divina; è uno dei rarissimi casi di intervento del Padre: il Padre si fa sentire nel momento del battesimo, qui nella trasfigurazione, e si farà sentire, secondo il Vangelo di Giovanni, un attimo prima della passione. Ma proprio perché gli interventi del Padre sono rari, hanno un valore particolarmente prezioso. Al battesimo, il Padre rivela Gesù come suo Figlio: «Questi è il mio Figlio prediletto» (Mt 3,17); ora ripete le parole dette al battesimo, ma aggiunge: “Ascoltatelo”. Il Padre, Dio, si riconosce in Gesù e si riconosce nella missione di Gesù, perché corrisponde esattamente alla volontà del Padre che Gesù compie nel modo giusto.

Nella meditazione precedente, abbiamo sentito che Gesù ha parlato di croce, di umiliazione e di morte, e Pietro ha tentato di rifiutare questo messaggio; ora, il Padre dà ragione a Gesù: «Ascoltatelo!»; ascoltatelo anche se il messaggio che presenta è duro, anche se parla di sofferenza e di morte; le sue parole possono sembrare scandalose, ma sono giuste; il Padre dunque, si riconosce in Gesù che va verso la passione. Il che è certamente sorprendente: se Dio, onnipotente ed eterno, guarda nel mondo e vuole trovarvi qualcuno che gli assomigli, che lo rappresenti, lo cerca in uno che va verso la croce: Dio si ritrova in lui, si rispecchia in un uomo sofferente e umiliato, in un crocifisso. Quindi, l’immagine vera di Dio non è un re sul trono, né un professore sulla cattedra, ma un uomo crocifisso, è l’immagine dell’amore, del dono di sé anche nell’umiliazione e nella sofferenza.

Le parole di Dio: «Questo è il mio Figlio prediletto nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo!» vanno dunque riferite a Gesù, e al Gesù che ha parlato di croce, che va verso il Calvario; il Padre si compiace di questo Gesù, è lui che dobbiamo imparare ad ascoltare.

«All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: “Alzatevi e non temete”. Sollevando gli occhi, non videro più nessuno, se non Gesù solo».

I discepoli fanno esperienza della loro piccolezza davanti a Dio; era capitato anche al profeta Ezechiele quando aveva visto la gloria di Dio vicino al fiume Chebàr, e si era sentito come schiacciato a terra (cfr. Ez 1,28); così anche i discepoli. Essi caddero a terra non perché avevano visto qualcosa, ma “all’udire ciò”: è l’ascolto della parola di Dio, con tutta la sua sovranità, che sembra abbattere i discepoli e riempirli di timore. Il timore, nella Bibbia, è la reazione dell’uomo quando Dio si manifesta. Dio è troppo grande e troppo santo perché l’uomo possa sopportarne facilmente la presenza; la santità di Dio ci fa sentire tutto il peso del nostro peccato: e questo sembra insopportabile. Portiamo facilmente il peso dei nostri peccati davanti agli altri, perché sappiamo che gli altri sono come noi, poco più poco meno; ma di fronte alla santità di Dio, il peso della nostra fragilità umana diventa troppo grande; per questo, “furono presi da grande timore”.

«Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: “Non temete”»: la rivelazione di Dio non annienta l’uomo, ma lo salva; Dio si rivela per salvare, per comunicare la vita e la gloria; quindi i discepoli non devono nascondersi né temere di fronte alla rivelazione di Dio. Al contrario, devono gioire e accoglierla come una salvezza che viene comunicata.

«Sollevando gli occhi, non videro più nessuno, se non Gesù solo»: Gesù cioè riassume in sé tutto l’Antico Testamento, Mosè ed Elia; riassume in sé tutta la vita dell’uomo, diventa il punto di riferimento essenziale della vita del discepolo.

«E mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro: non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti»: queste parole ci fanno ricordare che la trasfigurazione è un piccolo anticipo della risurrezione; è un regalo che Gesù ha fatto ai discepoli perché potessero sopportare meglio l’umiliazione e la croce, e il veder Gesù nel cammino del Calvario non li scandalizzasse troppo; rimarranno ugualmente turbati, ma conserveranno un piccolo seme di speranza: hanno visto la gloria Dio, hanno già visto la risurrezione di Gesù e la bellezza del volto di Dio sul suo volto umano.

Il brano della Trasfigurazione diventa per noi preziosissimo. Dopo aver fatto la nostra professione di fede, ci siamo lasciati istruire da Gesù sul significato di “Cristo”, e abbiamo imparato cosa vuol dire “sofferente e crocifisso”. Di fronte a questa rivelazione potremmo essere spaventati e fuggire, come si sfugge alla sofferenza. Ma la Trasfigurazione ci aiuta a vedere l’umiliazione di Gesù come gloria nascosta; infatti, la croce di Gesù nasconde la sua gloria e la sua bellezza, che sono quelle stesse di Dio. Ci sarà la nostra reazione di fronte alla sofferenza, – è naturale –, ma deve esserci anche la rivoluzione della fede che sa vedere nel crocifisso la bellezza del Signore. La Trasfigurazione ci aiuta quindi ad accettare la vita cristiana in tutte le sue dimensioni, di gioia e di sofferenza.

Vedremo quali sono le conseguenze di tutto questo per l’edificazione di una comunità cristiana.

* Appunti pro manuscripto non rivisti dall’autore.