MEDITAZIONI SU MATTEO 16,13 – 20,34 – 4

Esercizi spirituali

Meditazioni su Matteo 16,13 – 20,34

III meditazione

Preghiera iniziale: salmo 126 (125)

Con la professione di fede di Pietro, siamo a un punto centrale del ministero di Gesù; Gesù viene riconosciuto come il Cristo, il Messia, colui nel quale si compiono tutte le promesse dei profeti, tutte le speranze e le attese di Israele, e viene riconosciuto come il Figlio di Dio: in lui cioè, Dio si manifesta e si fa vicino agli uomini. Gesù, dunque, è Cristo e Figlio di Dio.

Che significa precisamente “Cristo”? Come lo dobbiamo immaginare il Messia? Giovanni Battista lo immaginava come un grande giudice che viene a separare il grano dalla pula, a separare quindi i giusti dagli empi; se i giusti vengono premiati, gli empi ricevono un castigo eterno. Il libro di Daniele presenta il regno di Dio come un regno che cancella tutti i regni umani considerati bestiali: in Israele, cioè, si aspettava il Messia come un re che avrebbe cancellato il potere dell’impero romano, e avrebbe sostituito questo potere ingiusto con un potere giusto. D’altra parte, se vogliamo immaginare cosa possa essere un Messia, o un Figlio di Dio, molto probabilmente pensiamo a qualcuno che ha una forza irresistibile e che inaugura un regno giusto e santo in mezzo agli uomini.

Ora, queste idee sul Messia non sono sbagliate, sono però incomplete, nell’ottica del Vangelo. Infatti, dopo che Pietro ha fatto la professione di fede, Gesù ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo: che egli sia il Cristo, è una cosa vera, ma deve rimanere un segreto (cfr. Mt 16,20), perché a parlarne troppo presto, potrebbe diventare pericoloso. Perché questo?

«Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno. Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: “Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai”. Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: “Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!” Allora Gesù disse ai suoi discepoli: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Qual vantaggio, infatti, avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l’uomo potrà dare in cambio della propria anima? Poiché il Figlio dell’uomo verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e renderà a ciascuno secondo le sue azioni. In verità vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non morranno finché non vedranno il Figlio dell’uomo venire nel suo regno» (Mt 16,21-28).

Subito dopo la professione di fede di Pietro, Gesù comincia a parlare della passione. Nel Vangelo ci sono tre annunci della passione: nel cap. 16, nel cap. 17, nel cap. 20. Man mano che il cammino di Gesù procede, Egli svela sempre più chiaramente ai suoi discepoli quello che sarà il suo destino. “Da allora”: perché non prima? Probabilmente, all’inizio, una rivelazione di questo genere avrebbe smarrito i discepoli, avrebbe impedito loro di capire chi era veramente Gesù. Ora, invece, i discepoli, hanno visto Gesù, lo hanno ascoltato, sono rimasti affascinati dalle sue parole, hanno seguito con attenzione i suoi gesti e hanno visto il suo potere; ormai, sono legati a Gesù profondamente, tanto da poter dire con Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6, 68).

A questo punto, proprio perché essi si fidano di Gesù, Gesù può cominciare a parlare di croce, di sofferenza: è un discorso difficile da capire, soprattutto da accettare: è possibile accettarlo solo se uno ha una fiducia immensa in Gesù, se uno è legato da un rapporto vero di amicizia con lui. La professione di fede di Pietro è la condizione perché Gesù possa cominciare a parlare della passione, perché i discepoli possano essere condotti per mano verso la comprensione vera del “chi” è Gesù.

Gesù è certamente il Messia, ma è il Messia crocifisso, umiliato, sofferente. «Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme». “Doveva”: non è una fatalità, né la volontà degli uomini; è la volontà di Dio. Gesù considera la sua vita non come qualcosa che succede per caso; e neppure la considera una imposizione degli uomini. Gesù considera la sua vita come la realizzazione del progetto di Dio; la sua vita è una obbedienza al Padre. Quando, all’inizio della sua vita pubblica, Gesù va a farsi battezzare al Giordano, Giovanni Battista gli dice: «Non è giusto che tu venga a farti battezzare da me. Sarebbe più giusto che tu battezzassi me»; e Gesù gli risponde: «Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia» (Mt 3,15), cioè: non ti preoccupare, l’importante è che noi facciamo la volontà di Dio, insieme, secondo quello che Dio vuole; è questa l’unica scelta importante della vita.

È una scelta che non toglie la libertà: Gesù è profondamente libero nelle scelte che fa; ma la sua volontà umana è sintonizzata sul progetto di salvezza del Padre. Siccome ama il Padre, fa tutto quello che Egli vuole; Gesù ama il Padre, ha ricevuto tutto da lui e al Padre dona tutto se stesso. Per questo Gesù “doveva” andare a Gerusalemme. Per un Ebreo, andare a Gerusalemme, è il pellegrinaggio: in tutta una serie di feste gli Ebrei vanno nella città santa, perché là abita Dio, là c’è il tempio di Dio, e se uno cerca la vita e la gioia, può ottenerla proprio dal tempio di Gerusalemme. Il salmo 84 (83) dice: «Quanto sono amabili le tue dimore, Signore degli eserciti! L’anima mia languisce e brama gli atri del Signore. Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente» (vv. 2-3): questo salmo esprime la gioia dell’Ebreo che va a Gerusalemme, per trovare la presenza di Dio.

Anche Gesù va a Gerusalemme, per trovare il Padre, per trovare la gioia e la vita. Ma che succede là? “Doveva andare a Gerusalemme e là soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, venire ucciso e risuscitare il terzo giorno”. Finora Gesù ha fatto dei miracoli, ha predicato inaugurando il regno di Dio. Viene il momento in cui Gesù non dovrà più “fare”, ma “subire”, patire. Nella vita umana, ci sono momenti in cui si è sani e forti e si possono fare tante cose; ma viene anche il momento in cui si deve subire e patire. Pure questo è un momento prezioso, perché anche così si fa la volontà di Dio, sia, prima, lavorando, sia poi accettando di non poter più operare. Gesù “deve” conoscere questa esperienza della passione e della sofferenza. La passione di Gesù dipenderà dalla cattiveria, dall’invidia degli uomini, dall’odio e dalla menzogna del Sinedrio, dalla vigliaccheria di Pilato, ma per Gesù, la passione realizzerà il progetto di Dio; anche quando gli uomini usano la loro invidia e violenza, anche lì la nostra vita rimane nelle mani del Padre.

Allora Gesù deve “andare, soffrire, venire ucciso”: è il massimo dell’impotenza: Gesù è messo nelle mani degli uomini che possono fare di lui tutto quello che vogliono, ma poi “risuscitare il terzo giorno”: è questa la prospettiva di speranza fondamentale. Gesù compie questo cammino di sofferenza, non per il desiderio della morte, dell’annientamento; ma per il desiderio della vita: Gesù è venuto per vivere, per raggiungere la gioia: questa passa però attraverso la croce, la vita passa attraverso la morte, una morte che non è più definitiva, che ha dopo di sé un futuro. Dopo un tempo di silenzio e di distacco c’è una vittoria piena e definitiva sulla morte. Ci sono i tre giorni del sepolcro che sono i giorni del vuoto, del buio, ma sono radicalmente provvisori: il terzo giorno, il Figlio dell’uomo deve risuscitare. Questa è la rivelazione: e dal punto di vista di un Ebreo, è sconvolgente: Tu sei il Cristo, il re di Israele! Invece Gesù deve andare a Gerusalemme, patire, morire, per poter risuscitare. Il che era inatteso, impensabile.

Infatti Pietro reagisce: «Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: “Dio te ne scampi, Signore! questo non ti accadrà mai”. Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: “Lungi da me, satana; tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”».

C’è qualcosa di strano in questo Pietro che prende da parte Gesù e pretenderebbe di insegnargli come si fa a fare il Messia, a essere il Figlio di Dio; pensa di vedere e capire meglio di Gesù quale deve essere la sua missione e il suo futuro. Il che, per certi aspetti è comico, come atteggiamento, per altri è tragico. È però importante che in Pietro riconosciamo noi stessi. La reazione di Pietro, cioè, è la nostra stessa reazione: quando ci immaginiamo Dio e il Figlio di Dio, facciamo fatica a vederlo sofferente, a immaginarlo crocifisso: va contro tutti i nostri desideri, infatti desidereremmo un Dio potente, ma quando si presenta nell’aspetto della debolezza, facciamo fatica a riconoscerlo. Dopo l’ultima cena, quando Gesù viene imprigionato, incatenato e processato, Pietro lo segue; e quando accusano Pietro: «Sei anche tu dei suoi!», Pietro giura di non conoscere Gesù: «Non conosco quell’uomo» (Mt 26,72). Il che è paradossale, infatti Pietro è da anni al seguito di Gesù, ma per certi aspetti, veramente non lo conosce in questo modo. Aveva conosciuto il Gesù che faceva i miracoli, che trascinava le folle, ma il Gesù imprigionato, umiliato, sputacchiato, questo è un Gesù che Pietro non aveva mai visto, e fa fatica – facciamo fatica – ad accettarlo.

Il discorso è lo stesso, al momento della lavanda dei piedi: mentre i discepoli sono a tavola per la cena, Gesù si alza da tavola, prende un asciugatoio, se ne cinge, versa l’acqua nel catino, poi comincia a lavare i piedi ai discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto: cioè, Gesù fa il servo. «Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: “Signore, tu lavi i piedi a me?” Rispose Gesù: “Quello che faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo”. Gli disse Simon Pietro: “Non mi laverai mai i piedi!”» (Gv 13,6-8). L’atteggiamento di Pietro, in questa scena, è lo stesso che in Mt 16,22: secondo Pietro, Gesù non può fare il servo, né può finire in croce, perché è il Messia, e deve fare il re. Allora Pietro si ribella di fronte a questa immagine inattesa e, per lui, scandalosa del Messia, non riesce ad accettare un Gesù servo: mentre Gesù è venuto proprio per questo, per servire e per dare la sua vita. Dietro questo rifiuto c’è qualcosa di più personale: Pietro fa fatica ad accettare che Gesù debba soffrire, perché fa fatica ad accettare, lui, di dover soffrire. Se va in croce il Messia, per i discepoli non sarà molto diverso; il discepolo segue Gesù, il Maestro, e condivide la vita del maestro; se la vita del maestro è sofferenza, anche il discepolo dovrà soffrire, portare la croce. Da qui si capisce come Pietro faccia fatica ad accettare questa situazione: facciamo fatica tutti ad accettare la croce nella nostra vita. Allora, il rifiuto di Pietro della sofferenza di Gesù, è, sì, dire: Non voglio che tu soffra, ma è anche: Non voglio soffrire; voglio che il progetto di Dio sia un altro, di gloria e non di croce.

Ma, stranamente, rifiutando la sofferenza di Gesù, Pietro svolge una funzione diabolica. Allora Gesù «voltandosi disse a Pietro: Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». La parola “satana”, va intesa in senso proprio, non è solo un modo figurato di parlare: in questo caso Pietro svolge la funzione del satana. Il satana è il tentatore, l’avversario, quello che cerca di impedire all’uomo di fare la volontà di Dio, di presentare all’uomo vie di vita diverse dal progetto di Dio. Così infatti aveva fatto il diavolo all’inizio del ministero di Gesù, nell’episodio – importantissimo – delle tentazioni. Le tentazioni, che vengono dopo il battesimo di Gesù, sono la scelta della strada che Gesù vuole percorrere; e lì, il satana presenta a Gesù una bella strada: la ricerca del successo, la eliminazione di ogni sofferenza, la eliminazione anche della morte – «gettati giù dal pinnacolo del tempio e fatti salvare» (cfr. Mt 4,5-6) –, un potere universale – “ti do tutti i regni del mondo” –; satana propone a Gesù grosse offerte, attraenti, ricche; ma nel far questo, il satana cerca di sottrarre Gesù alla obbedienza al Padre, suggerendogli che non vale la pena di fare la sua volontà: sei Figlio di Dio? allora, fai quello che ti è più comodo, quello che ti ottiene un vantaggio maggiore. Sta proprio qui la tentazione, di satana e di Pietro. Infatti Pietro fa esattamente lo stesso discorso di satana; dice: sei il Messia, devi pensare alla gloria! In tal modo, Pietro non pensa secondo Dio, ma secondo gli uomini. Pietro è convinto di difendere Gesù, di proteggerlo dal male, dalla sofferenza, vorrebbe mantenerlo nella vita e nella gloria, ma in realtà egli sta pensando secondo la carne, cioè secondo l’egoismo debole dell’uomo, dove tutto diventa ricerca di possesso, di successo e di comodità. Cose che, in sé, non sono negative, ma quando diventano lo scopo ultimo della vita, quando per il possesso uno sacrifica l’onestà, la giustizia e l’amore, allora c’è come un’idolatria: l’uomo ha messo qualcos’altro al posto di Dio: la ricchezza, il successo, il piacere.

Pensare secondo Dio, è quando il progetto di Dio sta sopra ogni altro traguardo; pensare secondo la carne è quando l’avere o l’apparire diventano per noi più importanti che non la giustizia e l’onestà. Allora “tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”, mentre l’essenziale della vita del cristiano è esattamente avere il cuore rivolto a Dio, pensare secondo la logica di Dio. Nella lettera ai Colossesi san Paolo scrive: «Pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra» (3,2), cercate la volontà di Dio, prima di ogni altra realizzazione, di ogni altro valore.

La sofferenza di Gesù è effettivamente “pericolosa” per il discepolo: è espresso subito dopo. Gesù ha detto che deve andare a Gerusalemme a soffrire, e siccome Pietro si è ribellato, «allora Gesù disse ai suoi discepoli: Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà». Quando Gesù aveva chiamato i discepoli, all’inizio del Vangelo, aveva promesso loro una vita più grande: siete pescatori, vi farò diventare pescatori di uomini. La piccola esperienza della vostra vita attuale, io la rendo più grande, più bella; vi prometto una vita che sembrerà più utile, più produttiva. Questo, all’inizio.

Ma ora, se uno vuol seguire il Signore, Gesù pone delle condizioni: la sequela deve essere libera e responsabile; uno deve sapere a cosa va incontro. Se uno segue Gesù, va incontro a una vita sradicata: «le volpi hanno le loro tane e gli uccelli i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo» (Mt 8,20); le tane e il nido sono il simbolo della sicurezza, e Gesù non ha sicurezze umane. Se qualcuno vuole andare dietro a Gesù, faccia bene i conti: sta cominciando una vita sradicata; anzi, deve fare della sua vita una scelta decisa e totale, per cui se qualcuno dice: «“Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre”, Gesù gli risponde: “Seguimi, e lascia i morti seppellire i loro morti”» (Mt 8,21 s.); cioè, prima viene Gesù Cristo, l’essenziale, poi le altre cose. Inoltre, per seguire il Signore, uno deve aver chiaro che il suo cammino comprende la realtà della croce: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua».

“Rinneghi se stesso”: forse che ci si deve deprimere? avvilirsi? Semplicemente, uno non deve più mettere se stesso come centro essenziale di riferimento della sua vita, o farsi criterio delle sue scelte; uno deve mettere Gesù Cristo al centro della sua vita. Non sono più io per me, per la mia vita, ma io per il Signore, per cui il Signore diventa il mio centro, il cuore delle scelte, dei desideri e dei progetti miei. Rinnegare se stessi vuol dire distruggere l’idolo del proprio io diventato un assoluto, ma non distruggere se stessi. Se uno segue il Signore, e mette Gesù al centro di ogni suo interesse, trova la sua vita. Effettivamente il centro di equilibrio della vita del discepolo è Gesù; il discepolo non può vivere se non in riferimento a lui. Allora, dopo aver rinnegato se stesso, “prenda la sua croce”.

C’è un peso da portare nella vita, un peso per sé e per gli altri: è il peso del lavoro quotidiano, della accettazione della vita, degli altri: infatti, il mondo non è fatto su nostra misura, o come lo vorremmo noi; il che richiede un po’ di rinuncia a noi stessi, alle nostre idee, preferenze e desideri.

C’è poi il peso dell’aiuto reciproco: quando san Paolo scrive: «Portate i pesi gli uni degli altri e così adempirete la legge di Cristo» (Gal 6,2), vuol dire che c’è un peso della vita a cui non possiamo e non dobbiamo sottrarci. Ora, possiamo subire questi pesi in modo negativo o in modo positivo.

La croce, che uno lo voglia o no, la portiamo sempre nella nostra vita; se la subiamo, non facciamo che criticare, lamentarci, recriminare, essere aspri, nervosi; la croce si porta, ma effettivamente non la si è accettata: una ribellione profonda si esprime così in comportamenti negativi, e facciamo portare la nostra croce anche agli altri. Il Signore dice invece: “prenda la sua croce, la prenda sopra di sé”.

Il Vangelo di Giovanni presenta Gesù caricato della croce, in questo modo: «egli, portandosi la croce, si avviò…» (Gv 19,17); Gesù stesso si è preso la croce, con una scelta di libertà, senza recriminare. Il Signore ci chiede di imparare a fare questo cammino: è tutt’altro che facile, ma è l’unico positivo, rende utile il sacrificio per gli altri e rende la vita di una comunità più serena. Allora, «fate tutto senza mormorazioni e senza critiche» (Fil 2,14), e sarebbe davvero una legge di perfezione. Dice san Giacomo che se uno riesce a controllare la lingua, è un uomo perfetto (cfr. 3,2): infatti, la lingua è la cosa più difficile da controllare.

Il Vangelo di san Luca, nel passo parallelo a Mt 16,24, aggiunge un’espressione importante: «… prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (9,23): in questo caso, il portare la croce non è solo il martirio, ma è la croce quotidiana, è la fatica di ogni giorno; bisognerebbe imparare a vedere la croce quotidiana come la croce di Cristo: sarebbe una vera piccola conquista.

Quando parliamo della croce di Cristo, ci pare sia così bella, così nobile, che il portarla è solo motivo di onore. Invece, le croci quotidiane non sono né belle né nobili, ma brutte e aspre: sono però la croce del Signore. Dobbiamo imparare a trovare lì la nostra somiglianza con il Signore, senza sognare croci più grandi e più nobili: la croce, per natura sua, era ed è umiliante. Solo con la fede si può imparare a vedere nella croce la presenza dell’obbedienza a Dio, del fare la volontà del Padre. «Prenda la sua croce e mi segua»: non si tratta di desiderare la croce in sé, ma di portarla liberamente come strumento di somiglianza con il Signore, di realizzazione positiva della vita. Infatti, «chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà»: in queste parole c’è un segreto grande, che dobbiamo chiedere al Signore di capire: chi vuole risparmiarsi, si perde; solo chi dona se stesso, può salvare la propria vita. È strano, ma secondo il Vangelo, è proprio così: l’uomo possiede solo quello che ha donato. Quando si dona qualche cosa, può sembrare di perderla; invece, per il Vangelo, è il contrario; anzi, il donare la vita, è l’unico modo di tenerla.

La struttura della vita umana è quella di un patrimonio destinato a morire: ogni giorno che viviamo, è un po’ di vita in meno che ci resta, perché non riusciamo a fermare il tempo. Nell’uomo rimane solo quello che ha gettato fuori di sé: quanto teniamo stretto per noi, si perde. Per il cristiano, solo quello che ha gettato in Cristo sopravvive alla morte e può promettergli la vita per sempre. Che fai del patrimonio della tua vita? Se sei disposto a donarlo, a gettarlo per il Signore, al resto pensa lui: “chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà”. L’uomo può mettere da parte molti soldi, ma non riesce a contrattare con la morte per vivere ancora. Allora, non c’è possibilità di evadere, se non appunto di buttare la vita per il Signore. In questo caso, è nelle sue mani e lui stesso garantisce; lui che è passato dalla croce per giungere alla risurrezione, garantisce la vittoria della nostra vita.

Riassumendo: nella meditazione precedente, seguendo la professione di fede di Pietro, abbiamo fatto la nostra professione di fede: «Tu sei il Cristo». Ora dobbiamo capire cosa significa “Cristo” per noi: dobbiamo cioè andare a Gerusalemme per la passione e la morte, unica via per la risurrezione.

Dobbiamo accettare questo messaggio del Signore, rendendoci conto che mette in crisi le nostre abitudini mentali. Dobbiamo sentire la ribellione di Pietro che dice: «Signore, non ti capiterà mai!» è la nostra ribellione di fronte alla sofferenza, ai fallimenti, alle umiliazioni; dobbiamo farla venire a galla per renderci conto che il rifiuto della croce è il rifiuto della volontà di Dio, è un pensare secondo la carne e non secondo Dio. Così capiamo che la regola giusta è donare la nostra vita; possiamo fare della nostra vita un dono ed è esattamente il portare la nostra croce. Se facciamo questo al seguito del Signore, abbiamo la garanzia solo della sua parola, ma questa, per il discepolo, è sufficiente: «Tu, Signore, hai parole di vita eterna; mi basta che tu mi prometta la Vita per dare un senso al sacrificio e al dono della mia esistenza».

* Appunti pro manuscripto non rivisti dall’autore.