MEDITAZIONI SU MATTEO 16,13 – 20,34 – 3

Esercizi spirituali

Meditazioni su Matteo 16,13 – 20,34

II meditazione

Il brano di Mt 16,13-20 ci introduce nella volontà di Gesù di edificare una Chiesa, una comunità cristiana.

«Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarea di Filippo, chiese ai suoi discepoli: “La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?” Risposero: Alcuni Giovanni Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. Disse loro: “Voi chi dite che io sia?”. Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. E Gesù: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo» (Mt 16,13-20).

Anche in questo caso, stranamente, Gesù porta i discepoli in disparte; li conduce nella regione di Cesarea di Filippo che è stupenda dal punto di vista turistico, ma al di fuori della Palestina, è in territorio pagano, lontano una trentina di chilometri dal lago di Galilea. Pare che Gesù, anche in questo caso, voglia staccare i discepoli dai rapporti quotidiani con le persone per costruire con loro un dialogo personale di amicizia, di intimità, ed entra in questo dialogo un tantino alla lontana; infatti pone ai discepoli una domanda che sembra neutrale: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?», cioè: chi dice la gente che io sia? Sembra che Gesù faccia una specie di bilancio della sua attività; ormai, ha predicato per parecchio tempo, ha compiuto dei segni, dei miracoli, e vuole vedere cosa ha ricavato come frutto, cosa ha capito la gente. Per questo interroga i discepoli che gli danno alcune risposte; dicono: «alcuni Giovanni Battista, altri Elia, altri Geremia, o qualcuno dei profeti».

Che Gesù fosse Giovanni Battista era l’opinione di Erode; egli lo aveva fatto decapitare e, di fronte alla figura di Gesù, ha come paura che Giovanni Battista non sia morto davvero, o che abbia la possibilità di ritornare in vita. Poi ci sono altre opinioni, anche molto belle: alcuni pensano che Gesù sia Elia; secondo l’Antico Testamento, Elia non era morto, era stato rapito in cielo con un carro di fuoco, e nella religiosità popolare degli Ebrei, c’era la speranza che Elia sarebbe ritornato; anzi il profeta Malachia aveva detto: «Verrà un giorno Elia a preparare il giorno del Signore, la venuta di Dio stesso» (cfr. Mal 3,23). Elia, il grande profeta del passato, ritornerà a preparare la venuta del Signore. Altri pensano che Gesù sia Geremia: era uno dei profeti tra i più popolari, soprattutto a motivo delle sofferenze, e Israele tendeva a rispecchiarsi nella storia di Geremia.

Vengono dunque riportate varie opinioni belle. In realtà, però c’erano anche opinioni meno lusinghiere: c’era chi pensava che Gesù fosse un pazzo, che Gesù fosse indemoniato, ma i discepoli ricordano solo le opinioni positive, che tuttavia, nell’ottica del Vangelo, sono posizioni non complete. Riconoscono che Gesù è una persona grande, dal punto di vista morale, è un uomo straordinario, però lo paragonano ad altre persone, “è come un profeta, è come Elia…” Queste opinioni non hanno ancora riconosciuto che Gesù è qualcosa di nuovo, di radicalmente nuovo e di unico. Si può dire che Gesù è un profeta, ma aggiungendo subito che è più che un profeta; si può dire che Gesù è come Elia, ma aggiungendo che è più di Elia. Se si ripercorre il Vangelo di Matteo nei primi capitoli, si vede la gente stupirsi non che Gesù predica bene, ma perché predica con autorità: Gesù non spiega solo quello che altri hanno detto, ma presenta la sua opinione come superiore anche a quella dell’Antico Testamento, anche a quella di Mosè: «sapete che è stato detto dagli antichi attraverso Mosè, ma io vi dico…» (cfr. Mt 5,21-22.27-28.33-34.38-39.43-44): il che è pretendere di avere una autorità superiore a Mosè stesso; per un Ebreo, questo è enorme, perché Mosè è il maestro per eccellenza.

Nel Vangelo inoltre si dice che Gesù compie dei miracoli, incontrandosi così con la forza della natura, per es. quando calma una tempesta; con la forza della malattia, e guarisce; addirittura con la forza della morte, e risuscita la figlia di Giàiro. Di fronte a tutti questi miracoli, viene da chiedersi: chi è Gesù di Nàzaret, dove trova la forza di compiere quello che sta facendo? Ancora di più: tra i vari miracoli, c’è la guarigione del paralitico, dove, al centro del racconto, Gesù dice a quell’uomo: «Ti sono rimessi i tuoi peccati» (Mt 9,2); e siccome solo Dio è in grado di rimettere i peccati, la gente si stupisce: «Chi è costui che rimette i peccati, che calma la tempesta, che ridona la vita ai morti, che parla con autorità come se conoscesse la volontà di Dio meglio dei profeti e meglio di Mosè stesso?»

È sorprendente ancora il brano in cui Gesù parla di quelli che lo vogliono seguire, con queste parole: «Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà» (Mt 10,37-39). Gesù ha grosse pretese; essere messo davanti a qualsiasi tipo di legame, anche il più legittimo come il legame che unisce al padre e alla madre, è una pretesa come quella che Dio stesso presenta quando dice: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze» (Dt 6,5), ove richiede il dono totale della vita – e Dio può certamente chiedere un tale dono –; ma se Gesù lo richiede, vuol dire che pretende di essere vicino a Dio, di essere una cosa sola con Dio, pretende di avanzare le esigenze di Dio stesso. La domanda allora diventa importante: Chi è Gesù? Le sue pretese sono enormi, a ragione o a torto?

Per questo, è importantissimo: «Voi, chi dite che io sia?»; quel “voi” ha un peso particolare: «Voi che mi avete seguito fin dall’inizio», che avete visto tutte le mie opere, che avete ascoltato tutte le mie parole, che mi conoscete da vicino con un rapporto di amicizia, di intimità, che quindi avete costruito un impegno di sequela… voi potete dare una risposta più personale che non la gente qualsiasi.

“Voi chi dite che io sia? Rispose Simon Pietro: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Il “Cristo”: cioè colui che i profeti avevano annunciato come il rappresentante stesso di Dio, colui che sarebbe venuto con pieni poteri da Dio per instaurare il Regno. Tu, dice Pietro, sei colui che Israele attende da secoli e che porta a perfezione il progetto di salvezza di Dio; non quindi «un» profeta, ma «il» Messia, il Cristo, l’unico; non uno di una grande categoria di persone, ma l’unico in cui Dio si rivela in modo definitivo e pieno.

È importante notare il valore di quella domanda: “Voi chi dite che io sia?” È, sì, una domanda rivolta ai discepoli, ma è una domanda rivolta anche a me, a tutti noi che lo conosciamo, che da anni leggiamo il Vangelo, celebriamo l’Eucaristia, e abbiamo instaurato con lui un rapporto di consacrazione. Noi, cosa diciamo di Gesù Cristo? Ed è una domanda non di cultura, ma è una domanda di impegno. A un esame, il professore fa delle domande, che si riferiscono alla cultura: cosa recita il teorema di Pitagora? qual è la capitale del Nepal?… cose che uno studente deve sapere, ma cose, in fondo, neutrali per lo studente. Pitagora o Keplero non cambiano molto nella mia vita, sono cose lontane da me, che non mi coinvolgono direttamente. Invece “voi, chi dite che io sia?”, cioè: voi quanto siete disposti a impegnare della vostra vita per me? quanto valgo io per voi? Non è sufficiente dare una risposta di teologia, per es. “Gesù Cristo è la seconda persona della SS. Trinità fatta uomo” come dice il Catechismo. Gesù non vuole sapere questo; il problema è sapere quanto io impegno della mia vita per lui. La professione di fede comincia con «Io» credo, che è dire il mio impegno nel rapporto con Dio, con il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo, il mio legame con Gesù Cristo. La domanda ai discepoli e a noi, vuole sapere quanto siamo innamorati del Signore, quanto siamo legati a lui.

È una domanda simile a quella che troviamo in un passo parallelo del Vangelo di Giovanni: dopo la moltiplicazione dei pani, Gesù fa un lungo discorso in cui si presenta come il pane della vita; “venite a cercare me, e non il pane che io vi posso dare”; infatti vale più Gesù che non i suoi doni, perché è lui stesso il vero dono e la ricchezza della nostra vita. «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna… Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda» (Gv 6,54 s.): Gesù si presenta come cibo capace di trasmettere all’uomo la vita stessa di Dio. Ora però il suo discorso diventa così duro che, secondo San Giovanni, i Giudei lo abbandonano; e non solo i Giudei, anche i discepoli se ne vanno; rimangono solo i Dodici, il gruppo più ristretto. Gesù allora si rivolge ai Dodici dicendo: «Forse anche voi volete andarvene?» (Gv 6,67). La domanda è molto diversa da quella di Matteo, dal punto di vista esterno, ma il significato è lo stesso. «Gli rispose Simon Pietro: Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6,68 s.). Ormai ci hai legati a te, dice Pietro, non siamo più capaci di pensare alla nostra vita senza il legame con te; tu hai parole di vita eterna, e noi ci fidiamo; non sappiamo ancora tutto – e i discepoli non sanno ancora tutto! – però ci fidiamo di te, della tua parola e della tua amicizia. È dunque un rapporto di amore che viene espresso, un rapporto di comunione, per cui la vita va intesa come vita “insieme con” Gesù.

Nella lettera ai Filippesi, San Paolo parla della sua esperienza di incontro con il Signore: prima di incontrare Gesù, aveva tutta una serie di doti umane e religiose che costituivano la sua sicurezza; ne fa anche un elenco: «Circonciso l’ottavo giorno, della stirpe di Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge» (Fil 3,5 s.). Paolo poteva vantarsi di avere messo in pratica la legge di Dio: era la sua sicurezza; è un uomo religioso, che si è comportato bene, secondo i comandamenti.

Ma, continuando nel racconto, San Paolo dice che, da quando ha conosciuto Gesù Cristo, tutto questo non gli interessa più: non gli importa la sicurezza che gli viene dalle sue doti, ma quella che viene da Gesù; non gli importa la sua giustizia, ma che Gesù lo renda giusto, gli interessa solo il perdono di Cristo, la vita che viene da Cristo; tutto ciò che è autosufficienza, non lo attira più, non riesce più a immaginare la sua vita staccata da Gesù, per cui «quello che poteva essere per me un guadagno – cioè le mie doti – l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo . Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede» (Fil 3,7-9).

Si può pensare alla vita religiosa come una vita attraverso cui io mi guadagno la mia giustizia: cerco di comportarmi bene, metto in pratica la legge, per cui posso presentare davanti a Dio i miei meriti. Si può invece considerare la propria vita religiosa come una vita di fede, credendo all’amore di Dio, lasciandosi perdonare e amare da Dio, considerando la grazia come un dono del Signore. È quanto interessa a Paolo. La vita di fede non consiste nel possedere qualcosa, ma nel ricevere in dono da Dio qualcosa; la nostra virtù, giustizia, santità sono doni di Dio, da ricevere con la fede. Fede è appunto lasciarsi amare da Dio, lasciarsi perdonare, guarire, lasciare che Dio ci doni quanto corrisponde alla sua bontà, al suo amore, alla sua generosità. Paolo ha avuto questa conversione: prima, si considerava capace di raggiungere da solo la giustizia; dopo, si è vantato del dono della giustizia che gli veniva da Gesù. Paolo si considera redento da Gesù Cristo, salvato da Cristo salvatore; allora tutto quello che Paolo ha, riconosce di averlo ricevuto da Gesù, a cui sa di essere debitore di tutto. Scrive ancora: «Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (Fil 3,12); sono stato sedotto da Gesù Cristo, allora cerco di correre verso di lui: «Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto io so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù» (Fil 3,13-14). Da quando ho conosciuto Gesù Cristo, dice Paolo, la mia vita ha ricevuto una direzione nuova che è lui, in funzione di lui, del suo amore, della comunione con lui.

“Chi dite che io sia?”: la risposta è dunque l’impegno di una vita; è l’impegno degli apostoli che abbandonano le reti per seguire il Signore, che mettono il Signore prima di ogni altra sicurezza, che giocano tutta la vita per seguirlo, e per il quale hanno lasciato ogni sicurezza umana. Ora, tutto questo sviluppa un rapporto personale di familiarità, che è la cosa importante della fede: la fede infatti è un rapporto personale con Gesù, è uno stare vicino a lui, un ascoltarlo, guardarlo, amarlo per poterlo seguire e obbedire, è una vita di amicizia, di amore, è lo stare insieme con un Altro in tutto il cammino della propria esistenza.

«E Gesù: Beato te, Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli; e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». La prima espressione di questa risposta di Gesù è sorprendente: Pietro è beato. Forse perché è stato tanto bravo da capire quello che nessuno aveva capito? No; ma perché le parole che ha detto, corrispondono alla rivelazione del Padre; Pietro si è lasciato illuminare da Dio.

La fede ha proprio questo di caratteristico: è certamente un atto libero dell’uomo, ma è un atto libero che viene da una illuminazione di Dio, per cui l’uomo non può mai vantarsi della sua fede, ma dovrà dire: Ti ringrazio, Padre perché mi hai illuminato, mi hai fatto vedere il volto del Signore. La fede è dunque un dono. Siccome è un atto libero, l’uomo deve impegnare tutto se stesso nella fede, ma poiché è un dono, l’uomo non potrà mai vantarsene, né sentirsi superiore a nessuno, a motivo della sua fede; dovrà vivere sempre in un atteggiamento di riconoscenza a Dio che gli è andato incontro col suo dono.

«Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così è piaciuto a te» (Mt 11,25 s.): non i sapienti e gli intelligenti hanno raggiunto la conoscenza del regno di Dio, ma i piccoli. È forse una mancanza essere sapiente o intelligente? È forse negativa la cultura? Certamente no; ma il regno di Dio è un dono, e per poterlo ricevere l’uomo deve sentirsi piccolo, bisognoso; se uno ritiene di sapere e di avere e di potere molte cose, corre il rischio grande di dire: Cosa me ne faccio del regno? ho già la mia sapienza, la mia forza, il mio potere. Invece chi è piccolo è più facilmente disponibile a ricevere, e il regno di Dio bisogna riceverlo. L’atto di fede è un dono da accogliere con disponibilità e con riconoscenza. Pietro dunque è beato per questo, perché ha accolto la rivelazione di Dio.

«E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa». C’è qualcosa di strano in questa affermazione del Signore; infatti, in tutto l’Antico Testamento, la roccia è Dio. L’immagine della roccia è una delle grandi immagini che l’Antico Testamento usa per indicare la solidità di Dio. In mezzo al mare in tempesta dove le barche sono gettate in alto e in basso, c’è solo una roccia solida e ferma: Dio. In mezzo alla vita dove non c’è niente di sicuro, Dio solo è una roccia. Avere fede è aggrapparsi proprio a questa roccia, è fidarsi di Dio, mettere la nostra vita nelle sue mani, nella sua parola, nella sua promessa.

Ora, Pietro si è proprio fidato di Dio e della sua rivelazione, e nel far questo, diventa lui stesso roccia. È stranissimo, perché Pietro sembra tutto fuorché una roccia, una solidità. Pietro è un entusiasta, ma poco dopo aver fatto una promessa, se la rimangia: dopo l’Ultima Cena capiterà proprio così. Anche con San Paolo, – lo testimonia la lettera ai Galati (2,11 ss.) – farà una magra figura, perché non pare molto deciso, né coerente. Eppure, “Tu sei Pietro e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa”. Pietro è roccia, non per temperamento, ma a motivo della fede, perché ha lasciato passare la rivelazione di Dio. L’uomo di fede diventa lui stesso roccia, perché è aggrappato a Dio, così diventa solido della stessa solidità di Dio, fermo di quella fermezza che riceve da Dio stesso. Pietro diventerà così: “sei pietra, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”.

Segue una serie di promesse che riguardano la Chiesa e il ministero nella Chiesa: la Chiesa non sarà sconfitta dalle porte degli inferi, cioè dalla forza della morte. La morte pare una potenza invincibile contro la quale nessuna realtà umana può resistere; la Chiesa di Gesù ha però una forza che la farà prevalere anche nei confronti della morte. In questa solidità della Chiesa si apre nel Vangelo il tempo del futuro, il tempo che va da Gesù Cristo, fino al giudizio finale, il cosiddetto tempo della Chiesa. Tra Gesù e il giudizio finale corre un periodo lungo che non sappiamo quanto duri, nel quale la Chiesa rimane come segno della solidità che le viene da Dio; rimane lei stessa solida, per donare agli uomini la solidità di Dio.

Con questo brano di Mt 16,13-20, comincia quindi un discorso molto importante: come Gesù ha voluto costruire una comunità. Non è mai esistito, secondo il Vangelo, un Cristianesimo privato; il Cristianesimo ha sempre una dimensione di comunità. Richiede tuttavia una scelta di fede personale: ciascuno di noi deve rispondere “io credo”, e nel momento in cui professo il mio “credo”, costruisco immediatamente un rapporto con tutti gli altri che credono insieme con me. Così si costruisce necessariamente una comunità; Gesù ha voluto costruire una comunità; ha voluto, in mezzo al mondo, costruire uno spazio di umanità dove la legge è quella del regno di Dio, dove si vive non semplicemente secondo le abitudini del mondo, ma secondo i progetti di Dio.

Le Beatitudini ci aiutano a capire questo concetto: nel discorso della montagna Gesù dice: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra…» (Mt 5,3-10), e fa come una specie di ritratto di una comunità in cui si vivono valori che non sono di questo mondo: il valore della povertà, della mitezza, della misericordia, della purezza di cuore. Il modo di ragionare del mondo sarebbe: beati i ricchi, perché possono ottenere quello che vogliono, o beati i prepotenti, perché raggiungono i posti di potere, o beati i furbi, quelli che sanno ingannare, perché raggiungono le mete che si sono prefissi… Invece Gesù presenta una comunità dove si vive in modo diverso, dove la mitezza è un valore cercato, ci si serve gli uni con gli altri, ci si perdona, si usa misericordia. La Chiesa è questo: è un pezzettino di questo mondo che vive secondo le leggi del regno di Dio e del Vangelo.

E cos’è una famiglia religiosa? È un pezzetto di questo mondo, il cui modo di comportarsi però non è di questo mondo, ma secondo il Vangelo; nel modo in cui vi rapportate agli altri, la legge deve essere quella del Vangelo: una comunità cristiana deve essere così. Così deve essere pure la Chiesa: fatta di uomini che vogliono vivere secondo il Vangelo, che si sono innamorati del Signore, tanto da voler vivere con lui e secondo la sua parola.

La Chiesa dunque nasce così: dalla volontà del Signore, che ha chiamato i suoi discepoli e li ha costituiti come sua comunità. Da parte dell’uomo, la Chiesa nasce mediante la fede, quando l’uomo dice a Gesù Cristo: io credo in te, mi fido di te, ti considero come il rivelatore di Dio, come colui che mi manifesta e mi trasmette l’amore di Dio.

Per concludere: la Chiesa nasce dal Signore a partire dal momento in cui impariamo ad avere fede in lui con una fede personale. E questo, anche senza sapere tanta teologia o tutti i dogmi; è piuttosto un atteggiamento di fondo che sta prima di una conoscenza perfetta; nasce da quel rapporto di intimità che abbiamo costruito con il Signore.

Allora dovremmo rinnovare la professione di fede: abbiamo sempre creduto, ma dovremmo riprendere la fede come una scelta di oggi; la fede infatti ha bisogno ogni giorno di essere rigenerata e vissuta e scelta di nuovo. Solo di qui può nascere una comunità autentica: le difficoltà delle nostre comunità cristiane, delle nostre parrocchie, per es., ci sono, spesso, perché manca una scelta “personale” di fede di ciascun membro. Non si può aver fede e vivere di fede solo perché i nostri genitori la possedevano: occorre una professione di fede personale: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna». Scopo di questa meditazione è dunque proprio farci rifare una professione personale di fede.

* Appunti pro manuscripto non rivisti dall’autore.