MEDITAZIONI SU MATTEO 16,13 – 20,34 – 20

Esercizi spirituali

Meditazioni su Matteo 16,13 – 20,34

Omelie
12 agosto 1990
XIX Domenica del tempo ordinario

  • 1 Re 19,9.11-13

  • Salmo 84

  • Rm 9,1-5

  • Mt 14,22-33

Il Signore ci raccoglie insieme per fare di noi il suo popolo, la sua comunità. Con gioia rispondiamo all’invito del Signore, pronti ad ascoltare la sua parola e a partecipare al dono del suo corpo e del suo sangue. E perché l’Eucaristia ci trasformi davvero in un unico corpo con unico cuore e un’anima sola, riconosciamo davanti al Signore i nostri egoismi che ci allontanano gli uni dagli altri, e chiediamo al Signore di liberarcene con la forza del suo perdono e del suo Spirito.

La prima scena che il Vangelo ci vuol mettere dentro al cuore ci mostra Gesù che sta, solo, sul monte a pregare, e che prega a lungo; infatti, «venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù»; mentre d’altra parte i discepoli sono sulla barca agitata dalle onde a causa del vento contrario. I discepoli, la Chiesa, stanno lavorando, soffrendo, lottando, e mentre lottano, il Signore lotta con loro, attraverso la sua preghiera: prega accompagnando così lo sforzo e la fatica della Chiesa.

Talvolta il Nuovo Testamento presenta il Signore proprio come colui che sta davanti al Padre a intercedere a nostro favore; davanti al Padre, Gesù porta la sua e la nostra umanità, e la sua presenza davanti al Padre diventa una intercessione, ci accompagna con la sua benevolenza, con il suo amore.

Nel deserto, gli Ebrei dovettero combattere contro gli Amaleciti e Mosè stava sulla montagna a combattere anche lui, con le braccia alzate, accompagnando la lotta dei suoi fratelli con la preghiera (cfr. Es 17,8-12).

La vita cristiana ha un elemento di lotta che è inevitabile anche se a noi non piace molto faticare e lottare. Da questa lotta però nessuno può esonerarsi: ed è lotta non contro persone, ma contro forze di egoismo e di male che stanno intorno e dentro di noi.

D’altra parte, dice il Vangelo, si può combattere con fiducia, perché il Signore combatte insieme con noi, prega insieme con noi e per noi, quindi ci accompagna con la forza della sua intercessione.

Questa è la prima scena, consolante: abbiamo un Signore che prega per noi, che ci accompagna nella nostra corsa, perché possiamo arrivare al traguardo dopo avere superato tutti gli ostacoli.

Qualche volta però pensiamo che se potessimo “vedere” il Signore con noi, sarebbe più facile, combatteremmo con maggior sicurezza e con maggiore forza. Infatti, viene anche il tempo, verso la fine della notte, in cui il Signore va incontro ai discepoli. «I discepoli, al vederlo camminare sul mare furono turbati e dissero: È un fantasma! E si misero a gridare dalla paura». La cosa strana è che non sempre la presenza del Signore ci appare come una liberazione immediata, come uno scoppio di gioia: ci sono momenti in cui non vediamo chiaramente il Signore, in cui lo confondiamo con un fantasma, e ci fa paura.

Deve essere capitato a tutti di aver paura del Signore: quando egli viene, abbiamo talvolta l’impressione che venga a chiederci cose così grandi, dure ed esigenti che ci spaventano; a volte addirittura lo sentiamo come un avversario, da cui dobbiamo nasconderci o difenderci. Questo capita se non sappiamo vedere il Signore come Colui che ci ama fino al sacrificio di se stesso, come Colui che vuole la nostra gioia, e non ci mette mai nella sofferenza o nella prova senza motivo, ma viene solo per salvarci.

Capita così quando uno sta per annegare: un altro cerca di salvarlo, ma quello si divincola perché ha paura di essere lasciato andare a fondo. E così capita a noi: si tratta di cercare di vedere bene il Signore. Le parole di Gesù: «Coraggio, sono io, non abbiate paura» sono un riconoscimento di sé che Gesù offre: ti ho aiutato a camminare, ti ho considerato un amico, ti ho introdotto nell’intimità del mio cuore: non sono né un estraneo, né un avversario; non devi avere paura.

Il cammino della fede è anche questo passaggio dal vedere Gesù in modo confuso, o come qualcuno che ci fa paura, al vedere Gesù invece con chiarezza come l’amico che ci sostiene e ci dà gioia.

L’incontro con il Signore è per noi una infusione grande di coraggio, ma nello stesso tempo è un invito al rischio. Infatti il Signore dice a Pietro: «Vieni!». Gesù gli dà una forza grande perché la sua vita sia sostenuta dalla parola del Signore e Pietro possa fare la cosa straordinaria di uscire dalla barca e camminare sul mare. Nello stesso tempo però è un cammino rischioso. Infatti il Signore non ci accompagna sempre in autostrade larghe e diritte, ma spesso in sentieri stretti, duri e faticosi, nei quali bisogna procedere con coraggio, avendo fiducia nel Signore che chiama, con la sicurezza che nel momento in cui riusciamo ad accogliere il Signore e la sua presenza nella nostra barca, siamo salvi: “appena saliti sulla barca, il vento cessò”. La presenza del Signore è sufficiente a vincere gli ostacoli, a superare le difficoltà che, nella vita cristiana, sono inevitabili.

Questo testo di Vangelo è dunque un invito costante alla fiducia e alla gioia.

Tutto questo si lega con la prima lettura, un po’ più difficile, sotto certi aspetti, ma che ha lo stesso significato. Si parla del profeta Elia perseguitato: Gezabele, la regina, ha giurato di ucciderlo, ed Elia, spaventato, fugge in pellegrinaggio al monte di Dio, l’Oreb.

Vuole trovare il coraggio e la forza di andare avanti. Allora sale sul monte di Dio, entra in una caverna per passarvi la notte, «Quand’ecco il Signore gli disse: “… Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore”». Ed è caratteristico il modo in cui trova questa presenza annunciata.

Al monte Sinai, il popolo di Israele aveva incontrato il Signore nella tempesta, nel terremoto, nel fuoco: era una presenza impressionante, sconvolgente, tanto che i monti fondevano come cera davanti al Signore – dice il Salmo 97 (96),5 –, è un’esperienza di sconvolgimento della natura. Con Elia, è diverso: c’è un vento impetuoso che spacca i monti, ma non è lì il Signore; c’è un terremoto, ma non è lì il Signore; c’è un fuoco, ma il Signore non è nel fuoco; poi c’è il mormorio di un vento leggero: lì, nella tranquillità del venticello, il Signore è presente.

A volte il Signore si manifesta con un apparato tale da spaventare il mondo intero; ma ci sono anche momenti in cui il Signore si manifesta senza alcun apparato, nel normale, nel quotidiano, nel tranquillo: anche qui è presente il Signore: lo si sente meno, lo si vede meno, ma c’è.

Per Elia questo vuol dire che non deve pretendere sempre che l’intervento di Dio sconvolga il mondo, o fulmini il re e la regina per salvare il profeta. Anche per noi, in quel certo momento, il Signore viene nella calma, invitandoci alla fiducia, a sapere riconoscere la sua presenza nella normalità del quotidiano: anche lì c’è il Signore, meno apparente, ma non meno forte. Non solo i grandi miracoli sono segni della presenza del Signore, ma anche le consolazioni che giorno per giorno il Signore ci dà per portare la fatica dell’oggi. Abbiamo dunque ancora un invito a sapere ritrovare la presenza del Signore.

La seconda lettura è diversa, ma è bene meditarla anche se ha un messaggio staccato dal resto. San Paolo esprime l’amore per il suo popolo: Paolo è un Ebreo, si sente ebreo, e ama il suo popolo, ha una stima enorme per il popolo di Israele perché sa che nella storia della salvezza è un popolo privilegiato. A questo scopo, fa un elenco di tutti i privilegi di Israele: adozione a figlio, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i Patriarchi, e addirittura Cristo secondo la carne, poiché Cristo è un ebreo. Proprio perché Israele è un popolo privilegiato, Paolo soffre per la lontananza del suo popolo dal Signore: «Ho in cuore un grande dolore e una sofferenza continua»; dice addirittura: «Vorrei essere io stesso anatema, cioè scomunicato, separato da Cristo, a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne». Paolo ama tanto il suo popolo che sarebbe disposto a perdere se stesso perché il suo popolo potesse vivere nella fede del Signore e nella comunione con lui.

Questo è il discorso di Paolo per il popolo di Israele. Ma non sarebbe sbagliato se ciascuno di noi soffrisse con “grande dolore e sofferenza continua” per il fatto che tanta nostra gente non è vicina al Signore, non lo conosce e non lo ama, tanto da potere desiderare di donare se stessi affinché i fratelli possano conoscere il Signore. Per ciascuno di noi vale questo discorso: pensando al nostro Paese, a ogni Paese del mondo e a tutti quei legami che abbiamo con gli altri; questo però non in modo limitato, come se l’amore finisse ai confini del mio Paese o dei miei amici; bisogna allargare il cuore, partendo però dai legami concreti che il Signore ci ha dato di vivere: abbiamo persone che ci sono vicine, abbiamo fratelli, e dobbiamo amarli tanto da desiderare di dare loro quella fede e quella gioia che ci vengono dal Signore.

Per san Paolo c’era un grande dolore e una sofferenza continua; per noi deve diventare un desiderio fatto di preghiera, di solidarietà e di comunione, perché il Signore è veramente gioia per noi e vorremmo che fosse gioia per tutti.

* Appunti pro manuscripto non rivisti dall’autore.