MEDITAZIONI SU MATTEO 16,13 – 20,34 – 2

Esercizi spirituali

Meditazioni su Matteo 16,13 – 20,34

I meditazione

Preghiera iniziale: Sap. 9,1-11

Abbiamo iniziato con l’invocazione della Sapienza del Signore perché ci accompagni in questo cammino di Esercizi.

Prima di leggere la sezione che ci siamo proposti, dal capitolo 16 di Mt. in poi, meditiamo anzitutto sulla conclusione di questo Vangelo, il brano del cap. 28,16-20 che sono la chiave di lettura di tutto il Vangelo. Se uno vuole capire cos’è un Vangelo dovrebbe partire di qui e solo dopo, leggere quello che sta prima; solo così ci si rende conto che il Vangelo non è un libro che parla della storia di un uomo del passato, ma è come un appuntamento che un Signore vivo dà oggi agli uomini; per cui leggere il Vangelo, per noi, vuol dire andare ad un appuntamento, a un incontro; fare gli Esercizi è esattamente lo stesso: il Signore ci ha dato appuntamento qui, per incontrarci e noi gli andiamo incontro.

Cosa significhi questo lo dice proprio il brano che vogliamo commentare: «Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano. E Gesù, avvicinatosi, disse loro: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e fate discepole tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”» (Mt 28,16-20).

È un brano da imparare a memoria: ogni parola ha un suo significato e un suo valore. Ricordavamo prima che gli Esercizi sono un appuntamento con il Signore. Dice Matteo che dopo la risurrezione, Gesù ha dato appuntamento agli Undici, ha indicato un monte della Galilea perché vadano là a incontrare il Signore. Sono undici discepoli e questo numero è un po’ inquietante perché ci ricorda che un posto è rimasto vuoto e che in quel gruppo c’è stato un tradimento, una separazione, una rottura. Nonostante questo e nonostante che gli undici discepoli non si siano comportati particolarmente bene, Gesù ha indicato loro un monte dove incontrarsi. La prima volta che Gesù ha incontrato i discepoli, era stato lungo il mare di Galilea, mentre lavoravano gettando le reti come pescatori, nel mezzo della fatica, del rumore, delle preoccupazioni quotidiane.

Ci sono momenti in cui il Signore prende i discepoli e li porta in disparte semplicemente per farli riposare perché possano godere qualche momento di tranquillità.

Ma c’è anche un essere in disparte per un’esperienza particolarmente forte: per poter vedere, ascoltare e capire il Signore è necessario anche staccarsi dalle preoccupazioni quotidiane. Gli affanni della vita rischiano di soffocare la parola di Dio, di non lasciarle abbastanza spazio, tempo, energia perché la parola possa portare frutto. Allora, qualche volta, bisogna chiudere con le occupazioni e con le preoccupazioni, ed essere disponibili solo per il Signore, per quello che lui ha da dire e da fare nei nostri confronti. È il caso dell’esperienza della Trasfigurazione: Gesù prende alcuni discepoli e, in disparte, manifesta loro la sua gloria; è il caso, come nel nostro brano, dell’ultimo appuntamento su un monte della Galilea, in cui Gesù prende da parte i discepoli.

“Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano”. È il loro Signore, lo riconoscono come il Figlio di Dio, allora gli si prostrano innanzi, come avevano già fatto i Magi all’inizio del Vangelo. Questi sapienti erano venuti da molto lontano per adorare il re dei Giudei e si erano prostrati davanti a lui. Il Vangelo si chiude proprio con questo atteggiamento: con il riconoscimento della regalità di Gesù, della sua sovranità. Prostrarsi davanti a lui vuol dire riconoscere che lui è davvero Re, Signore, è proclamare la sua gloria e la sua santità.

“Alcuni però dubitavano”, e ci pare un po’ strano. Questa annotazione è insieme inquietante e consolante. È inquietante: anche dentro al gruppo degli Undici, degli amici di Gesù, che lo hanno sempre seguito e conosciuto, che hanno fiducia in lui, anche dentro a quel gruppo c’è il dubbio. Sembra quasi che l’uomo non riesca ad amare il Signore senza una qualche ombra di egoismo, di incredulità; l’amore e la fiducia dell’uomo possono essere grandi, ma portano molto spesso delle venature di mancanza di fede, di mancanza di amore. Ci piacerebbe regalare al Signore una fede pulita, senza dubbi, senza perplessità, ma non ne siamo capaci.

D’altra parte, questa annotazione è consolante: in quel gruppo degli Undici, noi e la nostra Chiesa ci possiamo specchiare. Molte volte, facciamo, nella nostra vita, l’esperienza della nostra fragilità, ci rendiamo conto di quanto sia piccola la nostra fede: un contrasto, una situazione difficile ci mettono in crisi, e ci lamentiamo col Signore, ci chiediamo: dove è andato il Signore, perché non interviene? perché non si fa sentire? non si fa vedere? Ci rendiamo quindi conto che la nostra fede è, sì, una fede autentica, ma è anche, nello stesso tempo, povera e limitata: il che talvolta ci avvilisce; può capitare che diventiamo tristi proprio perché la nostra fede non è bella come vorremmo, perché il nostro amore per il Signore non è puro come vorremmo. Così, è bello vedere che anche nel gruppo degli Undici c’erano i nostri stessi limiti, le nostre stesse povertà; erano gente come noi, con una fede nel Signore – infatti hanno lasciato tutto per andargli dietro –, ma mostrano anche la fatica del credere, con il dubbio e la perplessità. Allora, dobbiamo imparare a non avere troppa angoscia per i nostri limiti: il Signore li conosce, e sa che la nostra fede è limitata, per questo egli ci dà degli appuntamenti, per incontrarci e per rendere la nostra fede più solida.

Questo dunque dice l’inizio del nostro brano: un appuntamento, in disparte, su un monte, dove adoriamo il Signore, e riconosciamo anche la povertà della nostra fede; senza però diventare tristi, senza avvilirci, cercando piuttosto, nel contatto e nel dialogo con il Signore, di purificare il cuore e di arricchire la fede.

Ecco ora le parole che il Signore ci dice, e che sono la parte più importante del brano: «E Gesù, avvicinatosi, disse loro: Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e fate discepole tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». Dicono gli esperti che il passivo con cui comincia la frase: “è stato dato”, sostituisce il nome di Dio. Allora si potrebbe tradurre: Dio mi ha dato ogni potere in cielo e sulla terra; il Padre mi ha dato ogni potere. Il Signore risorto esercita una sovranità effettiva e universale, per cui il mondo intero, gli uomini, e non solo gli uomini, anche le creature che stanno nel cielo, tutto quello che esiste, è sotto la sovranità di Gesù. Ora, questa conquista del potere, Gesù l’ha ottenuta attraverso una strada di obbedienza e di umiliazione.

All’inizio del Vangelo, Satana ha promesso a Gesù un potere universale: nell’ultima delle tentazioni si dice che il diavolo conduce Gesù su un monte altissimo, gli fa vedere tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli dice: «Tutte queste cose io ti darò se, prostrandoti, mi adorerai» (Mt 4,9); cioè, se tu vuoi, io ti posso fare padrone del mondo, a condizione che tu mi adori, a condizione cioè che tu scelga la menzogna, la violenza e l’odio come criterio di vita. Infatti, adorare satana è scegliere la menzogna invece della verità, l’odio invece dell’amore, l’ingiustizia invece della fedeltà e della giustizia. Ora, Gesù ha rifiutato questa proposta; ha rifiutato ogni potere raggiunto con la falsità. Può capitare, nel mondo, che uno raggiunga il potere con la violenza e con l’inganno, ma Gesù ha scelto una via di verità, di giustizia, di amore: “è passato facendo del bene”, non terrorizzando la gente per costringerla a seguirlo, bensì donando a tutti il suo amore, il suo perdono perché lo seguissero per amore e non per paura. Il Signore non vuole dei seguaci per paura, ma seguaci per amore, per fiducia in lui.

In tutto il corso del Vangelo secondo Matteo, si racconta che Gesù ha il potere di fare i miracoli, che è il potere di fare del bene agli altri. Infatti il potere di fare i miracoli, Gesù non lo ha adoperato per sé, non ha cambiato le pietre in pane quando aveva fame; ha moltiplicato il pane quando gli altri avevano fame: per la folla ha compiuto il miracolo: Gesù ha un potere grande, ma solo per fare il bene, per salvare gli altri. Quando, ai piedi della croce, passano i sommi Sacerdoti, gli scribi, gli anziani, questi scherniscono Gesù dicendo: «Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso!» (Mt 27,42), che è come dire: non ha potere, perché non è capace di salvare se stesso. Gesù effettivamente ha un potere grande, ma non lo usa a proprio vantaggio, bensì a vantaggio degli uomini. «Il Padre mi ha dato ogni potere in cielo e sulla terra»: siccome Gesù ha rinunciato al potere della violenza e dell’inganno, Dio gli ha dato un potere eterno e universale, Dio ha dato ragione a Gesù Cristo a preferenza di tutti quelli che nella storia degli uomini hanno usato poteri politici, economici forti per affermare se stessi. Nella storia ci sono stati famosi condottieri, che hanno fatto grandi conquiste con la loro forza e violenza; il potere però non appartiene a loro, il potere appartiene a Gesù Cristo, a un crocifisso, a colui cioè che sembra avere rinunciato ad ogni potere, ma che ha saputo amare e donare la sua vita.

Uno dei grandi inni dell’Apocalisse dice: «L’Agnello che fu immolato è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione» (Ap 5,12): tutti questi doni non spettano a chi ha una forza grande, ma all’Agnello che è stato immolato, che ha dato la sua vita; è il gesto dell’amore, è il sacrificio di sé che rende Cristo degno di un potere universale.

«Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra»: lo prendiamo volentieri, questo potere, non ci fa paura, non è il potere dei grandi che ci schiacciano, è invece il potere dell’amore. Riconosciamo volentieri che il potere spetta a Gesù, proprio perché ha saputo amare ed è vissuto nell’obbedienza piena al Padre fino al dono della sua vita; è stato obbediente, amando, ed è per questo che ha un potere tanto grande.

Poiché Gesù ha questo potere, «Andate dunque, e fate discepole tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». Sta qui l’inizio della missione. Sono 2000 anni che la Chiesa predica Gesù Cristo nel mondo: la Chiesa dice a tutti gli uomini che Gesù è Signore, e che vale la pena sottomettere tutta la nostra vita a lui, alla sua sovranità, proprio perché è una sovranità di amore, di perdono e di bontà. «Fate discepole tutte le nazioni» vuol dire: parlate a tutti di Gesù Cristo, insegnate il suo amore, fate capire la sua bontà, in modo che lo riconoscano come maestro, e si mettano al suo seguito. Come quegli undici pescatori, incontrando il Signore, sono diventati suoi discepoli, così tutte le nazioni della terra incontrando Gesù attraverso la predicazione della Chiesa, possono e debbono diventare discepole del Signore, riconoscendo la sua sovranità.

«Battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo»: attraverso il battesimo l’uomo cambia di proprietà, e se prima era sottomesso al potere di Satana a causa dei suoi peccati, o sottomesso ai condizionamenti del mondo a causa del suo limite, d’ora in poi appartiene a Dio, al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. Essere battezzati è ricevere il nome di Dio sopra di noi, diventare suoi figli, appartenere a lui. In San Paolo, si trova tutta una serie di espressioni che dicono questo: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me» (Gal 2,20), «Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno di noi muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo sia che moriamo, siamo dunque del Signore. Per questo, infatti, Cristo è morto ed è risuscitato dai morti: per essere il Signore dei morti e dei viventi» (Rm 14,7-9). Così, quando veniamo battezzati, siamo consegnati a Gesù, per appartenere a lui, per far parte della sua Chiesa, del suo gregge, del suo popolo: si tratta di un cambiamento di proprietà. Quando si celebra il battesimo, per tre volte si chiede: “rinunzi a Satana?”, “alle sue opere?”, “alle sue seduzioni?”, e sempre si risponde: “rinunzio”. Questa triplice professione di abbandono esprime un distacco radicale con il passato e con Satana. Poi, “Credi in Dio Padre, credi in Gesù Cristo, nello Spirito Santo?” e per tre volte si risponde: “credo”; il che significa accettare liberamente, con tutto il cuore, di appartenere al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. È un cambiamento di proprietà: non apparteniamo più a Satana, al mondo, a tutto ciò che ha a che fare con il peccato, ma a Dio e a Gesù Cristo, quindi all’amore di Dio.

In secondo luogo, con il battesimo la nostra vita affonda le sue radici in Dio stesso, è come innestata sulla vita di Dio. Ogni uomo che viene in questo mondo ha delle radici, cioè è legato ai genitori, ai nonni, alla sua cultura, alla sua tradizione, alla sua terra: tutta una serie di legami che riceviamo dal mondo da cui abbiamo la vita. Ma quando uno viene battezzato, al di là di tutti questi legami, la sua vita è innestata nell’amore di Dio, riceve forza e speranza dall’amore di Dio. Posso ricordare, nella mia vita, i miei genitori, nei quali riconosco la sorgente di tanti miei comportamenti; ma se sono cristiano, ricorderò soprattutto quello che Dio ha fatto per me, quello che Gesù Cristo ha fatto e riconoscere che quella è l’origine della mia vita, perché sono nato dall’amore con cui Gesù Cristo ha donato se stesso.

Quando il Cristo è vissuto non per sé ma per noi, quando, obbedendo al Padre, si è sacrificato fino alla croce, lì è nata la mia vita, lì ho ricevuto una sorgente di speranza, di gioia, di salvezza, di perdono, che sta alla base della mia vita. Ecco perché diciamo che la nostra vita fonda le radici nell’amore di Dio, nella rivelazione di Gesù. Quando due genitori battezzano un bambino, non gli danno solo la vita biologica, ma anche il loro amore, la loro gioia, in modo che il bimbo si trovi bene accolto nel mondo. Poiché però sanno che il loro amore, per quanto grande, rimane limitato, per quanto gioioso, rimane povero perché umano, insieme col loro amore, regalano al figlio l’amore di Dio, affinché sia il fondamento della sua vita. Sosterranno il bambino col loro amore, ma sanno che non potranno sostenerlo per sempre, mentre l’amore di Dio lo accompagnerà in ogni momento della sua vita. Il battesimo è questa sicurezza di essere amati da Dio.

Ammaestrate dunque tutte le nazioni, insegnate loro a riconoscere Gesù Cristo, poi battezzatele, in modo che diventino proprietà di Cristo e affondino la loro vita nell’amore eterno di Dio che Gesù Cristo ha rivelato, sicché la loro vita abbia un fondamento permanente, invincibile.

Ma oltre che ammaestrare e battezzare, dovete anche “insegnare loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato”. La vita religiosa, la vita di fede, non può essere fatta solo di buoni sentimenti, di belle emozioni; queste esistono, e sono anche cose belle, ma la vita di fede non può essere fatta solo di queste. La fede deve cambiare i comportamenti; se io credo in Gesù Cristo, questo deve cambiare il mio modo di vivere, di trattare gli altri. Se la fede è fatta solo di belle parole, rischia di essere vuota: «Non chi dice: Signore, Signore entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21): nella vita di fede, è giusto che ci si rivolga a Dio anche dicendo “Signore, Signore!”, ma non è sufficiente; insieme con questo, deve esserci concretamente un “fare” la volontà di Dio. «Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demoni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità» (Mt 7,22-23).

Che significa “fare la volontà di Dio”? Fare dei miracoli? No, non è questo l’essenziale, non basta. Quello che conta, nell’ottica del Vangelo, per fare la volontà di Dio, è amare i fratelli. È detto nella regola d’oro: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro; questa infatti è la Legge e i Profeti» (Mt 7,12): questa è la volontà di Dio, che amiate i fratelli, che viviate tutte quelle dimensioni di bontà, di pazienza, di disponibilità, di ascolto, di stima, di rispetto che sono essenziali nella vita di comunità. “Insegnando loro a osservare tutto quello che vi ho comandato” vuol dire dunque insegnare a vivere un’esistenza di obbedienza ai comandamenti di Dio attraverso l’amore del prossimo.

Per gli Undici, tutto questo è grande come impegno: ammaestrare le nazioni, battezzare, insegnare, in modo che gli uomini facciano la volontà di Dio: è veramente superiore alle forze umane. Allora, l’ultima frase del Signore è la garanzia: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». È una espressione che, in modi un po’ diversi, si ritrova molte volte nella Bibbia: quando Dio dà a una persona una missione, ed è una missione divina che, perciò, quella persona non è in grado di compiere da sola, Dio accompagna la missione con questa garanzia: “Io sarò con te”. Mosè, per es., mandato a liberare Israele dall’Egitto, riconosce davanti al Signore: «Ma chi sono io per poter compiere questo?», riceve questa risposta: «Non avere paura, io sarò con te» (cfr. Es 3,10-12). Geremia, mandato a fare il profeta, si sente incapace di presentarsi davanti ai grandi, e dice di non saper parlare perché è troppo giovane, ma il Signore lo rassicura: «Io sono con te per proteggerti» (cfr. Ger 1,4-8). Questo discorso è fondamentale, perché nella nostra vita incontriamo tanti momenti di difficoltà, momenti in cui verifichiamo che la volontà di Dio è superiore alle nostre forze, momenti in cui non riusciamo a tenere in mano tutti gli elementi essenziali della storia e di quello che succede: il che potrebbe portarci all’avvilimento. La sicurezza però ci viene dalla fede : “Io sarò con voi”. Le sicurezze di tipo economico, o sociale – di cui abbiamo anche bisogno talvolta – non le abbiamo per sempre; ma resta sempre questa: “Io sarò con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo”.

Incontreremo ancora questa frase, anzi, è posta all’inizio del Vangelo stesso. Quando viene dato a Giuseppe l’annuncio della nascita di Gesù, si dice che il suo nome sarà “Emmanuele” che significa “Dio con noi”. “Dio con noi” è l’assicurazione che Dio non ci abbandona, ma che in tutto il cammino che abbiamo da fare, la sua presenza rimane. Naturalmente, Dio è presente per salvare, è salvatore ed amico.

Mt 28,16-20 è la conclusione del Vangelo, ma siamo partiti di qui perché è come la chiave, l’introduzione al Vangelo. Ricordiamo dunque che abbiamo un appuntamento col Signore – e gli Esercizi Spirituali sono quell’appuntamento in cui lasciamo da parte la confusione della vita quotidiana per ascoltare lui.

Ancora: ci presentiamo davanti al Signore così come siamo, con la nostra fede, ma anche con la nostra incredulità e la povertà della nostra fede, senza vergogna.

Poi, ascoltiamo il Signore; la prima garanzia che Egli ci dà è che lui è il Signore e ha un potere universale ed eterno: Dio gli ha dato il potere in cielo e in terra, e noi lo riconosciamo volentieri, perché è un potere costruito sulla verità e sull’amore. Sulla base di questo potere nasce la missione della Chiesa: fare conoscere Gesù e battezzare. Il nostro battesimo vuol proprio dire riconoscerci proprietà di Cristo e riconoscere l’amore di Dio come base della nostra vita. Insieme con questo, ci deve essere l’osservanza concreta dei comandamenti di Dio, per cui vogliamo imparare a obbedire al Signore. Se in questo cammino ci sentiamo deboli, abbiamo la garanzia che il Signore rimane con noi fino alla fine della nostra vita, anzi, fino alla fine del mondo intero.

* Appunti pro manuscripto non rivisti dall’autore.