MEDITAZIONI SU MATTEO 16,13 – 20,34 – 19

Esercizi spirituali

Meditazioni su Matteo 16,13 – 20,34

Omelie
11 agosto 1990
Memoria di santa Chiara

  • Ab 1, 12-2,4

  • Mt 17, 14-20

L’intercessione di santa Chiara ci porti a una capacità grande di consacrazione, ci faccia amare il Signore con tutto il cuore e offrire a lui il dono della nostra vita, in modo che il Signore la accolga e si serva anche di questa per il compimento del suo progetto di amore e di salvezza.

La lettura del profeta Abacuc fa riferimento a un momento della storia di Israele difficile da riconoscere come progetto di Dio: i Caldei, i Babilonesi, stanno ormai invadendo l’Occidente e stanno per distruggere Israele. Il profeta si domanda perché questo succeda: capisce che il Signore si vuole servire dei Caldei per punire le infedeltà del suo popolo, ma questo non risolve il problema perché i Caldei non sono fedeli, anzi, sono peggiori di Israele. Allora, perché le cose vanno in questo modo? Dice il profeta: ci tratti come se non ci avessi mai conosciuto, come se non ti appartenessimo, e sopporti – il che è inconcepibile – l’ingiustizia e la falsità.

«Tu dagli occhi così puri che non puoi vedere il male – e Dio non può davvero sopportarlo, il male – tu che non puoi guardare l’iniquità, perché, guardando i malvagi taci, mentre l’empio ingoia il giusto?»; non è possibile che Dio non intervenga a fare giustizia, che Dio sopporti la violenza e l’ingiustizia. E il profeta descrive, in modo impressionante, il comportamento del Caldeo, cioè dell’empio conquistatore, dell’imperialista, diremmo oggi, che cerca di allargare all’infinito il suo territorio per sottomettere tutti i popoli. «Egli, il Caldeo, prende i popoli all’amo, li tira su con il giacchio, li raccoglie nella rete e contento, ne gode»: il profeta immagina il Caldeo come un pescatore che rastrella i pesci, ne gode, poi adora la rete che gli ha procurato il cibo: adora gli strumenti della sua tecnica. Proprio come l’uomo che adora le armi che lo fanno diventare padrone del mondo; come l’uomo che adora la tecnologia con la quale diventa forte; come l’empio che adora, al posto di Dio, il prodotto delle sue mani.

Allora, chiede il profeta: «Continuerà dunque a vuotare il giacchio e a massacrare le genti senza pietà? non ci sarà mai giustizia?». Il profeta si mette allora di sentinella per vedere cosa risponde il Signore messo, in certo senso, sotto accusa da Abacuc, come talvolta hanno fatto anche altri profeti. «Scrivi la visione – dice il Signore – e incidila bene sulle tavolette, perché la si legga speditamente; è una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce, se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà. Soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede». Il Signore pronuncia questa parola: in realtà l’empio non prevarrà: “chi non ha l’animo retto soccombe” ed è “il giusto che vivrà per la sua fede”.

Le cose nel mondo non sono giuste, ma tu non devi aver paura: questo è scritto e non tarderà; viene il momento in cui si farà giustizia, in cui anche i Caldei dovranno riconoscere la giustizia di Dio, in cui i popoli potranno gioire dell’intervento del Signore.

Nella nostra vita capitano momenti in cui pare che il mondo vada a rovescio e vien da dire: «Cosa fa Dio? Non è giusto, perché non interviene a fare giustizia!». Il Signore ci chiede, in questi momenti, la fede e la pazienza. Dio interviene, la storia non è sfuggita, né sfugge dalle mani del Signore e dal suo dominio; solo, dobbiamo sapere aspettare con pazienza: viene il momento in cui il progetto di Dio si compie ed è sempre un progetto di amore, di giustizia, di verità. Lo si deve aspettare, anche se sembra che ritardi: «certo verrà e non tarderà». È un invito alla fede, dunque.

Anche il brano del Vangelo è un invito alla fede: parla della guarigione di un ragazzo epilettico. Il testo greco non usa però il termine “epilettico”, ma usa “lunatico”; si tratta cioè ha una malattia per la quale, per un certo tempo sta bene, poi ha momenti di crisi, senza che si riesca a capire cosa è successo e perché. È bello ricordare questo termine greco, perché si addice bene a noi: capita anche a noi infatti di avere sbalzi di umore e non se ne capiscono le cause.

Di fronte a questa situazione, il papà ha portato il ragazzo ai discepoli, ma questi, stranamente, non hanno potuto guarirlo. Nel cap. 10 di Matteo (v.1), Gesù ha mandato in missione i discepoli e ha dato loro il potere di guarire i malati, oltre che annunciare il regno di Dio: ha consegnato loro i suoi stessi poteri. Allora, perché non hanno potuto guarire questo bambino? Gesù reagisce in un modo che è unico nel Vangelo: «O generazione incredula e perversa, fino a quando sarò con voi, fino a quando dovrò sopportarvi?»; sono parole, sembra, soprattutto rivolte ai discepoli che non hanno avuto fede: è quindi un rimprovero profetico, duro – come facevano i profeti – nei confronti dei discepoli.

Gesù allora guarisce il ragazzo: «gli parlò severamente e il demonio uscì da lui, e da quel momento il ragazzo fu guarito». La spiegazione è semplice ma importante: la parola di Gesù è capace di guarire, di guarire dalla “luna”, è capace di riportare alla costanza di vita, a una serenità che rimane, a una guarigione duratura.

Qui sorge un altro problema, caratteristico del nostro brano di Vangelo. Dicono i discepoli: «Perché noi non abbiamo potuto scacciarlo?». Ed egli rispose: «Per la vostra poca fede», non hanno potuto guarirlo perché hanno usato la loro buona volontà, il loro impegno; ma per quanto siano bravi, i discepoli non sono capaci di guarire le malattie interiori dell’uomo; chi guarisce è la parola di Dio che va pronunciata attraverso la fede.

«Per la vostra poca fede. In verità vi dico: se avrete fede pari a un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile». Non è una formula per imparare a spostare le montagne, è invece un insegnamento sulla forza della fede. Aver fede è infatti lasciar passare la forza di Dio attraverso le nostre parole e i nostri gesti. Invece del “faccio io!”, io divento strumento del Signore, per cui la parola che dico è la sua e le azioni che faccio sono la sua volontà. Se entro in questa dimensione, allora la mia vita assume la forza dell’azione di Dio; l’uomo, con la fede, è come se diventasse trasparente, e lasciasse passare l’azione di Dio attraverso di lui.

Per questo, i discepoli non hanno guarito il ragazzo: non sono stati trasparenti per la parola di Dio; vi hanno mescolato qualche cosa del loro orgoglio, della loro volontà di successo umano, che hanno impedito a Dio di agire. Quando vogliamo stare noi sulla scena, non c’è posto per Dio; se invece impariamo a lasciare passare il Signore, allora, anche attraverso la povertà della nostra vita, passa la potenza stessa di Dio.

Collegando le due letture, si vede come parlino entrambe della fede. La prima: non lasciarti avvilire dalle cose che nel mondo vanno storte, non lasciarti deprimere tanto da dire: non c’è più giustizia nel mondo. Dio c’è e verrà il momento in cui compirà la sua volontà; tu devi saper aspettare in modo attivo, senza lasciarti avvilire.

Il Vangelo dice: la fede può diventare una azione di salvezza che tu compi. Tocca anche a te costruire un mondo un po’ più bello, più giusto; tocca anche a te togliere pesi di malattia e di cattiveria, a condizione che tu sappia agire nell’ottica della fede, in modo che la potenza di Dio passi attraverso le tue parole e le tue opere.

* Appunti pro manuscripto non rivisti dall’autore.