MEDITAZIONI SU MATTEO 16,13 – 20,34 – 17

Esercizi spirituali

Meditazioni su Matteo 16,13 – 20,34

Omelia
10 agosto 1990
Festa di san Lorenzo

  • 2 Cor 9, 6-10

  • Gv 12, 24-26

La festa di san Lorenzo ci dia un coraggio grande nella professione della fede, ci porti a riconoscere la nostra vita come un dono ricevuto dal Signore e come vocazione a essere dono nei confronti degli altri: che quello che noi abbiamo, impariamo a viverlo non come un possesso di cui siamo gelosi, ma come una opportunità di servizio e di generosità nei confronti dei fratelli.

Sia la lettura di san Paolo ai Corinzi, sia il Vangelo parlano di “seme”: «Chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà», dice Paolo, e «Se il chicco caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto». È significativo questo paragone: la vita dell’uomo, nell’ottica del Vangelo, è paragonabile al seme. Il seme ha questa caratteristica: serve per essere donato, per essere gettato nella terra, non per essere tenuto.

Al tempo del Vangelo, il seme che veniva seminato, veniva portato via alla tavola, ci se ne doveva privare. Dice infatti il salmo 126 (125): «Nell’andare, se ne va e piange portando il seme da gettare»; questo sacrificio è però necessario perché, nel tornare, si possa venire coi covoni e con la gioia.

La vita, dunque, è fatta per essere buttata, donata, con tutto quello che il dono comporta: il sacrificio, e la rinuncia: ma è la sola condizione perché la vita possa portare frutto. «Chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà», occorre quindi seminare con larghezza per raccogliere con larghezza.

Il contesto della 2 Corinzi è la colletta che Paolo sta raccogliendo nelle Chiese della Grecia per la Chiesa di Gerusalemme, perché una carestia o difficoltà economiche l’hanno messa alle strette. Ma il discorso va al di là della colletta, perché riguarda la concezione della vita: donare è il senso della vita e quanto più uno è capace di farlo, tanto più sarà in grado di raccogliere, e la sua vita acquisterà significato.

Questo concetto è espresso in modo ancora più profondo nel Vangelo: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se muore, produce molto frutto». Il riferimento primo è alla passione di Gesù: questo brano precede immediatamente il racconto della passione, così Gesù spiega la sua morte: è necessario che lui passi attraverso la croce e la sofferenza, altrimenti la sua vita rimarrebbe sterile. È paradossale, ma nonostante tutti i miracoli e tutte le grandi parole che Gesù ha donato agli uomini, la sua vita sarebbe sterile, se non la donasse nella Passione. Infatti, nonostante tutti i miracoli, la gente e i discepoli hanno abbandonato Gesù; sarà solo dopo la passione che i discepoli ritroveranno la forza della testimonianza e la forza del martirio. È la passione di Gesù che produce i santi e i martiri: è con la morte di Gesù che la sua vita è diventata feconda: dal costato di Cristo uscirono sangue e acqua. C’è dunque una forza di vita che scaturisce dalla passione del Signore e dalla sua morte.

Questa piccola parabola che il Signore ha usato ci dà anche altre indicazioni. Parla del chicco di grano che è una ricchezza di vita: in potenza, infatti, è una spiga. Questa ricchezza di vita è ricoperta da un involucro che lo protegge. Ma se l’involucro, prima o poi non marcisce, il chicco di grano resta infecondo: occorre che l’involucro si rompa, muoia e lasci alla potenza del chicco di grano di manifestarsi.

Lo stesso è per la nostra vita: il Signore ha messo nel nostro cuore una ricchezza di vita, di amore e di dono; è una ricchezza protetta, abbiamo tante difese, tanti atteggiamenti che ci difendono dal mondo, dagli altri, dalle circostanze, dagli avvenimenti: il che può anche essere legittimo, in parte. Ma ogni protezione anche isola; allora deve venire il momento in cui si rinuncia alla protezione, all’involucro, con tutto ciò che comporta come sofferenza e come rischio, ma nella prospettiva del dono.

La vita dell’uomo è così: man mano che si cresce, bisogna imparare a donare, a togliere gradualmente qualche difesa, anche se non riusciremo mai a toglierle tutte: le difese ci isolano dagli altri; ci proteggono, ma rendono la nostra vita sterile. Perché la vita diventi feconda, occorre rischiarla un po’: allora, il nostro cammino diventa quello del chicco di grano, il cui involucro marcisce a contatto con l’umidità della terra, per diventare capace di produrre la spiga. Così ha fatto il Signore, così siamo chiamati a fare anche noi.

«Se uno mi vuole servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo»; è una consolazione poter stare là dove è il Signore; e nella gloria del Padre dove sarà Gesù, là saremo anche noi. Quindi, “se uno mi serve, il Padre lo onorerà”: avere l’onore da parte di Dio è un privilegio molto grande. Siamo sempre tanto preoccupati di avere l’onore degli altri, che avere onore da parte di Dio, è veramente una cosa straordinaria.

È necessario però capire che “dove sono io” non vuol dire solo la gloria, ma anche la croce: là dove sarò io, Gesù, sulla croce, là sarà anche il mio servo: bisogna condividere tutto il cammino di Gesù, accettare tutto il cammino di sofferenza, se vorremo essere partecipi anche della gloria. A noi appare certamente difficile, ma il Signore ci vuole dare la forza di vivere anche questo aspetto.

Celebriamo l’Eucaristia per ricevere proprio questa forza. Abbiamo il desiderio di stare con il Signore, ma abbiamo anche paura, talvolta; il Signore ci aiuti a vincere questa paura, ci aiuti a imparare la gioia del dono: «Ciascuno dia quello che ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia»: si tratta qui della colletta, ma quello che diamo, dobbiamo darlo con gioia; se diamo contro voglia o solo per non fare brutta figura, questo tipo di sacrificio a Dio non piace: Dio aspetta il sacrificio della nostra vita fatto con gioia.

Se non riusciamo, dobbiamo rinunciare al dono? rinunciare a fare della nostra vita una offerta al Signore? No; rimaniamo davanti al Signore, fino a quando egli non abbia sciolto la durezza e la tristezza del nostro cuore, fino a quando non ci avrà dato la gioia della sua amicizia, del suo amore. Allora, con la gioia dell’amicizia e dell’amore del Signore, impareremo la gioia del dono, la capacità di fare della nostra vita il cammino di generosità che il Signore ci ha insegnato, imparando il segreto del suo amore.

L’Eucaristia vuole insegnarci proprio questo: nell’Eucaristia il Signore continua a vivere l’esistenza del chicco di grano che genera vita donando se stesso, e noi viviamo del dono del Signore. L’Eucaristia ci insegni ad accettare lo stesso dinamismo e la stessa regola per la nostra vita.

* Appunti pro manuscripto non rivisti dall’autore.