MEDITAZIONI SU MATTEO 16,13 – 20,34 – 15

Esercizi spirituali

Meditazioni su Matteo 16,13 – 20,34

Omelie
9 agosto 1990

  • Ger 31,31-34

  • Mt 7,21-29

«Io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato»: dovrebbe essere consolante sapere che il Signore non si lega al dito le nostre infedeltà, ma che è capace di perdonare davvero, con un perdono divino, che cancella del tutto il nostro passato, lo getta alle sue spalle per non vederlo più. Ancora più consolante è che questo è solo un aspetto del perdono di Dio. Perdono del Signore è sì, quando egli non ricorda più i nostri peccati, ma anche qualcosa di più grande: il Signore costruisce con noi un vero rapporto di alleanza.

«Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo»: è la formula tipica dell’alleanza che dice una attenzione reciproca; noi non siamo più solo un popolo o una umanità, diventiamo il popolo del Signore, abbiamo il nome del Signore sopra di noi; d’altra parte, Dio non è più solo il Dio creatore, ma anche il “nostro” Dio, il Dio che si interessa di noi e che si impegna a nostro favore. Questa è l’alleanza.

Nel testo di Geremia c’è però qualcosa di più: l’alleanza era stata costituita molti secoli prima con Mosè sul monte Sinai; là il Signore si era incontrato con Israele, aveva creato un impegno reciproco di alleanza, era diventato il Dio d’Israele ed Israele era diventato il popolo di Dio; il Signore aveva dato anche una legge per saldare questo rapporto: i comandamenti. La legge serviva a vivere secondo una responsabilità reciproca: se Israele diventava il popolo di Dio, avrebbe dovuto comportarsi come popolo di Dio; ma se Israele avesse continuato ad essere un popolo di ladri, o di assassini o di menzogneri, non avrebbe più potuto chiamarsi popolo di Dio.

Così i comandamenti dicono ad Israele che deve comportarsi come popolo di Dio: non ammazzare, non rubare, non commettere adulterio, non dire falsità, non giurare il falso: è la sua legge, se vuole essere effettivamente popolo di Dio.

Questa legge, per quanto bella, vera ed autentica, non ha però ottenuto lo scopo, perché Israele ha imparato la legge, ma non l’ha messa in pratica. Gli è capitato come capita spesso anche a noi: sappiamo qual è il bene, ma non lo facciamo. Così il Signore si lamenta con Israele: vuole fare, sì, una alleanza, ma “non come quella che ho conclusa con i loro padri quando li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto; una alleanza che essi hanno violato, benché io fossi il loro Signore”.

Se quell’alleanza ha fatto fallimento, il Signore ne vuole fare un’altra: non come la prima però; questa seconda deve essere diversa: «Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò nel loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo» C’è una legge, ma questa volta non è scritta su tavole di pietra, bensì nel cuore. È una legge che vien fuori dall’interno dell’uomo, un interno cambiato dall’amore di Dio, dallo Spirito di Dio. Per cui, secondo Geremia, – il che sarà spiegato chiaramente dal Nuovo Testamento e da san Paolo –, la legge nuova è lo Spirito che Dio mette nel cuore dell’uomo e che spinge l’uomo a pensare ed agire secondo Dio. Il Salmo 51 (50) prega: «Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo», «non privarmi del tuo santo spirito»; è lo spirito di Dio messo nei nostri cuori che ci spinge ad agire secondo Dio.

Una madre deve comportarsi da madre, amando i suoi figli, non maltrattandoli; una madre ama i suoi figli non perché sta scritto nel codice, ma perché sta scritto dentro al suo cuore: la legge le sta scritta dentro. Così, quando viviamo un rapporto di amicizia, portiamo dentro al cuore la legge della fedeltà.

Per il cristiano vale la stessa cosa: lo Spirito santo gli fa desiderare l’amore e la volontà di Dio. La legge vera del cristiano si chiama Spirito santo: lo diceva san Tommaso quando affermava che la legge del cristiano non è il libro del Vangelo, è invece lo Spirito santo il quale fa amare il Vangelo e lo fa mettere in pratica; il Vangelo altrimenti rimarrebbe una bella parola, messa davanti a noi e che poi non riusciamo ad osservare. Quando invece di fronte al Vangelo proviamo quella forza e quella gioia interiore che ci fa dare ragione a Gesù e capire che il suo è il modo giusto di vivere, è il movimento dello Spirito nei nostri cuori che provoca questa decisione da cui nasce la vita cristiana. Essa è vita secondo lo Spirito, di chi porta nel cuore l’amore stesso di Dio. Amandoci attraverso Gesù Cristo, Dio ci mette nel cuore la gioia del suo amore e la forza di vivere secondo il suo amore.

Il Vangelo fa da verifica: se uno è guidato dallo Spirito, mette in pratica il Vangelo, il discorso della montagna, per esempio; lì troviamo la parabola della casa costruita sulla roccia e di quella costruita sulla sabbia (cfr. Mt 7,24-27). In Israele e nel Medio Oriente, non è raro costruire una casa sul greto del torrente: sono piccoli torrenti che per undici mesi all’anno sono secchi; e poiché sul greto si trova sabbia e sassi, uno può costruire senza fatiche di trasporto. Ma se si costruisce sul greto, la prima piena, spazza via la casa. Se invece uno prende i materiali sul greto, ma costruisce sulla roccia, avrà la spesa del trasporto, ma la casa sarà sicura, dice il Vangelo.

Così, se di fronte al Vangelo uno si commuove soltanto, è come se costruisse sulla sabbia: alla prima prova, cade tutto. Se invece uno si commuove per il Vangelo, poi fa la fatica di metterlo in pratica, alla fine la vita che ha costruito è solida e le prove che incontrerà non riusciranno ad annientare la sua costruzione. Lo Spirito santo ci vuole portare esattamente a questa solidità.

Nella Messa chiediamo che il Signore ci doni il suo Spirito, perché possiamo essere davvero il suo popolo, volendoci bene, e mettendo in pratica quello che il Signore ci ha insegnato. Se uno pensa di riuscire a praticare il Vangelo con la sua buona volontà, può fare a meno della Messa; ma se uno sa che è impossibile vivere il Vangelo con le nostre forze, allora, a Messa, chiede al Signore il suo Spirito per imparare ad amare la Parola ed avere il coraggio di metterla in pratica.

* Appunti pro manuscripto non rivisti dall’autore.