MEDITAZIONI SU MATTEO 16,13 – 20,34 – 14

Esercizi spirituali

Meditazioni su Matteo 16,13 – 20,34

Omelia
8 agosto 1990

  • Ger 31, 1-7

  • Mt 15, 21-28

È un brano di Vangelo strano e inatteso, perché, in tutto il Vangelo non succede mai che una persona si rivolga a Gesù per chiedere qualcosa: il perdono o una guarigione, e venga rifiutata. Invece, qui, l’atteggiamento di Gesù nei confronti di questa donna pare proprio di rifiuto.

È una donna cananea, viene dalla regione di Tiro e di Sidone – non è dunque un’ebrea, non appartiene al popolo del Signore –; anzi il nome “cananeo” porta dei ricordi sgradevoli per Israele. I cananei abitavano la terra promessa prima di Israele ed erano fondamentalmente degli idolatri. Questa donna rappresenta, dal punto di vista religioso, un popolo lontano, contrapposto a Israele, con delle venature di idolatria, di politeismo. Nonostante questo, però, il rifiuto di Gesù è sorprendente.

Perché non le rivolge neanche una parola? Sembrerebbero quasi più benevoli i discepoli che pregano Gesù di esaudirla: «vedi come ci grida dietro!». In realtà, i discepoli vorrebbero esaudire la donna, non per amore di lei, ma perché stanchi delle sue grida: per loro, il miracolo sarebbe come uscire da un fastidio. Di fatto, Gesù spiega il suo atteggiamento ai discepoli: «Non sono stato inviato che per le pecore perdute della casa di Israele».

Il popolo di Israele possiede un privilegio: il Signore lo ha amato, lo ha scelto, ha fatto alleanza con lui, quindi Israele ha come una specie di diritto al primato, proprio per la fedeltà di Dio nei suoi confronti, e non per i suoi meriti. Quando viene il Salvatore, viene per Israele e deve proclamare la salvezza a tutti, sì, ma passando per Israele; Israele è lo strumento della salvezza dell’umanità intera, come aveva detto il Signore ad Abramo: «In te saranno benedette tutte le famiglie della terra»: “in te”, ossia attraverso te.

Così, la missione di Gesù è rivolta a Israele; Dio lo ha mandato per tutti gli uomini, e Gesù tiene conto anche di chi non fa parte del suo popolo, ma arriverà a questi attraverso Israele, attraverso quella prima comunità cristiana che si forma nel popolo ebraico.

Nonostante questo, la donna riesce ad ottenere da Gesù una specie di eccezione: egli è venuto per Israele, ma farà anche un segno di misericordia per lei: «Ma quella si fece avanti e si prostrò davanti a lui dicendo: “Signore, aiutami!”» La donna non si lascia perdere di coraggio: il fatto che Gesù non le abbia rivolto neppure una parola, potrebbe bloccarla e farla desistere dalla sua richiesta.

Quante volte a noi capita di rivolgerci al Signore, e siccome egli non ci risponde, diciamo o pensiamo che il Signore non si interessa più di noi, e ci lasciamo avvilire. Invece, il Vangelo ci insegna ad evitare questo atteggiamento: ci sono momenti in cui pare che il Signore non ci rivolga neppure una parola, in cui ci lascia nella nostra sofferenza, a pregare e a gridare; ma sono momenti in cui vuole che noi teniamo duro e continuiamo a gridare. Questa donna diventa un modello, perché va davanti al Signore nonostante la sua apparente indifferenza, si prostra dicendo: «Signore, aiutami!».

Non solo: il Signore risponde alla donna: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini». Cosa pretendi? sei una straniera, sei lontana dal popolo del Signore. La risposta della donna è un capolavoro: «È vero, Signore, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Non pretendo niente, so di non aver nessun diritto, solo ho bisogno di aiuto, sono in una condizione di angoscia, di povertà, e te la metto davanti. È davvero la formula giusta per stare davanti al Signore.

La nostra preghiera non deve essere mai una pretesa: che diritti abbiamo mai davanti al Signore? cosa possiamo vantare o presentare? Siamo nella condizione di chi non ha niente su cui appoggiare una pretesa di ascolto. Se il Signore ci ascolta è perché è buono, non perché siamo buoni noi; è solo perché si lascia commuovere, e non perché abbiamo grandi meriti da accampare davanti a lui.

Allora, la nostra preghiera deve diventare anzitutto perseverante, senza lasciarsi scoraggiare davanti all’apparente indifferenza del Signore, alla sua mancata risposta. Non solo: la preghiera deve presentarsi nel massimo dell’umiltà, senza pretendere niente. La preghiera è infallibile, è vero, ma lo è perché il Signore vuole liberamente risponderci, non perché noi possiamo pretendere qualcosa. Di fronte a una preghiera di questo genere: «Non pretendo niente, Signore, chiedo solo perché ho bisogno che mi aiuti», il Signore «Gesù le replicò: “Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri”». Questa donna ha percorso la strada giusta, della preghiera perseverante, fiduciosa, umile, non arrogante, nell’atteggiamento della povertà: in questo diventa un modello per noi.

La prima lettura ci aiuta a completare il quadro: nel Vangelo si parla di una cananea, una straniera, e viene insegnato l’amore del Signore nei confronti di tutti gli uomini, anche di quelli che non hanno il privilegio di appartenere al popolo di Israele: l’amore si apre anche a loro a condizione che ci sia una umiltà autentica.

E nei confronti di Israele, l’amore del Signore è sempre positivo, chiaro, luminoso? Il testo di Geremia pare dirci il contrario: il brano è una professione di amore nei confronti di Israele, il quale ha però sperimentato la sconfitta, l’umiliazione e la dispersione. Nel 722-720, il regno del Nord di Israele era stato conquistato dagli Assiri; gli abitanti erano stati deportati, ed erano rimasti ben in pochi nella terra di Israele. Il profeta si rivolge al popolo disperso: «Chi ha disperso Israele lo raduna, lo custodisce come un pastore fa con il suo gregge» (Ger 31,10). C’è una stupenda professione di amore del Signore verso il suo popolo, dice: «Ti ho amato di un amore eterno, per questo ti conservo ancora pietà. Ti edificherò di nuovo, e tu sarai riedificata… il Signore ha salvato il suo popolo, un resto di Israele». Il Signore ha salvato dopo avere disperso; il Signore ha manifestato il suo amore dopo aver lasciato il popolo nelle mani dei nemici.

Anche Israele ha sperimentato il silenzio di Dio a motivo dei suoi peccati e delle sue infedeltà. Forse che il Signore non lo amava? L’amore di Dio è un amore eterno, senza pentimenti; però conosce anche momenti di giudizio, di apparente lontananza, in cui Israele deve sperimentare il peso della sua infedeltà e del suo peccato.

Non c’è dunque una differenza tanto grande tra l’atteggiamento di Dio nei confronti di Israele e l’atteggiamento di Gesù nei confronti della cananea: in tutti e due i casi, si deve sperimentare il silenzio di Dio, e in tutti e due i casi, il silenzio di Dio è provvisorio. Verrà il momento in cui l’amore del Signore si presenterà come vittorioso; per un attimo il Signore guarda da un’altra parte, poi riprende con il suo amore fedele. Se il Signore guarda da un’altra parte è per renderci consapevoli della nostra piccolezza, del nostro peccato; perché diventiamo umili, perché non abbiamo nessuna pretesa, perché ci rendiamo conto che senza il Signore non possiamo concludere niente.

Allora, i momenti del silenzio di Dio sono pure preziosi, sono pure un aiuto. E quando abbiamo percepito e capito questo, l’amore del Signore si rifà sentire, come vittorioso, gratuito; ci viene incontro senza che possiamo o dobbiamo avere nessun merito, se non il bisogno di Dio, il desiderio e la richiesta umile di salvezza.

Preghiamo in questa Eucaristia, perché la meditazione delle letture ci aiuti ad avere e tenere l’atteggiamento giusto: la fiducia, anche quando sembra che il Signore taccia, l’umiltà, nel momento in cui ci presentiamo davanti a lui. Fiducia e umiltà sono l’atteggiamento corretto, che permette all’amore di Dio di manifestarsi come un amore che supera tutti i nostri limiti e tutte le nostre infedeltà.

* Appunti pro manuscripto non rivisti dall’autore.